Aprile 2017

L’ARCHETIPO-MAGGIO 2017

SMASCHERARE LA MENZOGNA – ONORARE LA VERITA’

wolf

…καὶ γνώσεσθε τὴν ἀλήθειαν, καὶ ἡ ἀλήθεια ἐλευθερώσει ὑμᾶς.
…e conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi
.
Giov. 8, 32.

Aveva perlomeno mille volte ragione Massimo Scaligero ad affermare esser la presente l’epoca, quella nella quale si eran proprio rotte le dighe, dalle quali tuttavia non necessariamente fuoriuscivano, né tuttora fuoriescono, le limpide acque dello Spirituale, nonché ad affermare esser questa per di più l’epoca della più babelica confusione delle lingue. Quando, ancor adolescente, nei lontani anni sessanta del trascorso secolo, andavo affannosamente in cerca di una fonte di Sapienza alla quale potermi abbeverare, allora ben poco trovavo per placare la mia sete. Pochissimi testi erano reperibili nelle librerie della mia città, mentre qualcosa di più potevo trovare in varie biblioteche. In particolare, cercavo di conoscere qualcosa dell’autentica corrente spirituale rosicruciana, che trovavo citata sovente in vari libri, ma nulla o quasi mi riusciva di trovare. Per di più, ero molto giovane e moltissimo ignorante.  

Fu per me un vero dono del destino l’aver incontrato, nell’agosto del 1969, l’amico L. il quale, non solo mi chiarì molte cose circa l’occulto in genere, e in particolare la differenza tra il rosicrucianesimo autentico e quello grossolanamente o abilmente contraffatto, che a tutt’oggi sin troppo circola nel mondo, ma soprattutto egli mi fece incontrare Massimo Scaligero. Quel incontro cambiò tutto, proprio tutto della mia vita, e placò molto la mia sete. Cambiò soprattutto il mio modo di cercare, perché chi può abbeverarsi alla acqua pura di una fonte, ad una sorgente non inquinata, poi non cerca certo l’acqua conservata nelle bottiglie, per quanto questa possa pur essere utile a molti.   

Ma, oggi, scollinato il secolo e il millennio, pare che il panorama sia davvero alquanto cambiato, “luminosamente” cambiato: pare che siano arrivati i tempi delle vacche grasse, e tutto sia illimitatamente a disposizione di tutti. Come dire: quando niente e quando troppo! La nostra parrebbe essere davvero un’epoca moltissimo fortunata e illuminata! Addirittura, direi, abbagliata dal troppo rifulgere di un’oceanica sapienza. Infatti, abbondano Maestri, Gran Maestri e Grandi Hierofanti dei Due Emisferi, Superiori Incogniti Iniziatori, Druidi celtici, Drotti germanici, Guru, Svami e Svamazzi, Maghi e Magazzi, Maestri Ascesi e Discesi, Intelligenze Solari incarnate e disincarnate, e chi più ne ha più ne metta. Ma abbondano altresì, per la più grande felicità del popolo anelante e belante, gli Ordini occulti della più diversa specie e fattura: massonici, martinisti, templari, ermetici, egiziaci, isiaci, osiridei, ed eziandio – anzi: soprattutto – rosicruciani.  Massimo Scaligero più volte osservò, tra l’amaro e il sarcastico: «Oggi sono tutti ‘iniziati’, oggi sono tutti ‘rosacroce’!».   

A conferma di questa babelica “inflazione” dell’occulto, del dilagare delle sue acque non precisamente limpidissime, anzi acque che si trasforman poi in una mefitica palude, dagli attossicanti miasmi, voglio riportare, come esempio assai istruttivo – solo uno fra i molti possibili – un evento occorso pochi mesi fa nelle celtiche e langobardiche contrade della Gallia Cisalpina. Il 26 e il 27 novembre 2016, si è svolto in quel di Milano il 2° Simposio sulla Cultura Immaginale, Esoterica e Simbolica, simposio dall’accattivante titolo Tradizioni Gnostiche e Tradizioni Rosicruciane, aperto dal Prof. Claudio Bonvecchio, alto dignitario del Grande Oriente d’Italia. Veramente ‘notevole’, devo dire, la ‘statura’ iniziatica dei vari simposiasti oratori e relatori, tutti quanti appartenenti a vari Ordini e Fratellanze sedicenti iniziatiche.  

Per l’impegnativo argomento della Chiesa Gnostica Egizia (sic!) e Massoneria Egizia, era presente come relatore – annunciato al popolo intervenuto solo con due dei suoi molti nomina mysticaTau Julianus/Apis, ‘Primate’ della Chiesa Gnostica Egizia e Gran Hierophante Generale del Sovrano Santuario Egizio Mediterraneo Regime Rettificato dei Riti di Mizraim e Memphis: organizzazione, come si vede, dalla kilometrica denominazione, la quale farebbe sperare ai postulanti il conseguimento di una altrettanto kilometrica ‘sapienza’.  

Dopo il lauto pranzo, e in piena digestione, sull’altrettanto impegnativo tema: Gnosi, fatti non fummo per vivere come brutti (sic!), si è cimentato tale Rocco Bruno, al quale sarebbe cosa buona, forse, consigliare di lasciare in pace gli endecasillabi dell’Ulisse dantesco, e far presente che il divin Poeta, nel verso improvvidamente parafrasato dallo gnostico relatore, scrive bruti e non brutti, come invece costantemente appare nel dépliant del dotto (si fa per dire…) “Simposio”, nonché in tutto il sito web ad esso dedicato, e nella correlata pagina di un noto social forum. Magari, sarebbe bene indicargli pure un buon dizionario etimologico – come l’intramontabile Pianigiani – potrebbe esser utile ad erudirlo sul fatto che, nel caso in questione, in latino ed in italiano, ‘bruto’ al singolare significa tardo’, pesante’, ‘sgraziato’, ‘stupido’ ed anche, per estensione, ‘animale’, mentre l’aggettivo italiano ‘brutto’, dalla controversa etimologia, potrebbe derivare – per assimilazione cosonantica, almeno secondo taluni linguisti – da quello latino ‘abruptus’, ed ha il senso di ‘improvviso’, ‘brusco’, ‘senza mediazione’ o ‘senza preparazione’, come nell’espressione latina ‘ex abrupto’, o nell’espressione dell’attuale orsolupesco volgare etrusco: ‘l’ho affrontato di brutto’, cioè ‘poco diplomaticamente’. E, visto che vari relatori e partecipanti di sì preclaro Simposio si fregiano del titolo di massoni, questo selvaggio lupaccio cattivissimo – che si guarda bene dall’entrare in cotali Obbedienze e Fratellanze, perché altrimenti negli ameni Appennini e nelle steppe dell’Asia, in tal caso, vi sarebbe una vera epidemia di lupacci cattivissimi morti dal ridere – vorrebbe far loro presente che la ‘pietra bruta’ che i massoni intenderebbero o dovrebbero (il condizionale direi proprio che sia d’obbligo) trasformare in ‘pietra polita’ o ‘levigata’, non è affatto una pietra esteticamente ‘brutta’, bensì è una petra abrupta o un lapis abruptus, ovverossia una pietra grezza, scabra, non lavorata, non levigata, non abbellita da geometriche proporzioni.  

Dopo il ‘colto’ (si fa per dire…) relatore gnostico, ha parlato tale Emanuele Maffia del Lectorium RosicrucianumScuola Internazionale della Rosacroce d’Oro, il quale ha illuminato gli astanti sul mistico tema de La Pistis Sophia e il Mistero dell’Ineffabile, ovvero La Rigenerazione nella Forza Cosmica del Cristo. E, per finire in maniera rilassata una così piacevole giornata, ecco un bel filmazzo su Cagliostro, che penso sia stato quello sceneggiato, decenni fa, dal piduista dichiarato, e martinista, il defunto Pier Carpi, grande apologeta dell’altrettanto felicemente defunto Licio Gelli, e avente con attore principale, nella parte del Gran Cofto, Bekim Fehmiu.

I lavori dei simposiasti sono ripresi il giorno dopo con un intervento di Felice Bruno dell’AMORC, ossia dell’Antico Mistico Ordine della Rosa Croce, il quale ha erudito e illuminato gli astanti sul tema: Iniziazione e Mistero, ricerca o paradosso?

Dopodiché ritorna prepotentemente alla carica Emanuele Maffia del Lectorium Rosicrucianum, il quale ha intrattenuto gl’intervenuti su Il Processo Alchemico nell’Iniziazione Rosicruciana. Indi è stata data “lettura dell’esposto” di Alistair Lees, il quale – probabilmente impossibilitato ad intervenire di persona in sì nobil consesso – è nientepocodimenoché il Supreme Magus e Direttore Generale degli Studi della SRIA – Societas Rosicruciana in Anglia, “esposto” che trattava del Trovare Damcar a partire dai Manifesti dei Rosacroce. Evidentemente, questa misteriosa città non erano riusciti a reperirla su Wikipedia o Google Maps.

Nuova piacevole pausa prandiale, per rifocillare simposiasti e ascoltatori, e ripresa dei “mistici” o “architettonici travagli”, come li chiamerebbero i liberi muratori nostrani. Inizia subito tale Antonio Mrozek, Presidente dell’ARCO, ossia dell’Associazione Rosacrociana di Oceanside, l’organizzazione fondata negli Stati Uniti da Max Heindel, rivale dell’AMORC, il quale prende a disquisire su La componente Gnostica nella concezione dell’Ego Rosacrociano. Dopo di lui è relatore il Fr. Vesuel, al secolo Paolo Piccinini, il quale in rappresentanza dell’Ordine Kabalistico della Rosacroce – che, a dire il vero, dopo la morte del suo fondatore Stanislas de Guaita e quella del suo legittimo successore, malgrado gli ambiziosi intrallazzi del sempre affaccendato Papus, F. Ch. Barlet, mi risultava sciolto dopo la morte di quest’ultimo – ha illuminato pubblico e colleghi su L’influenza della Kabbala nella tradizione esoterica occidentale.  

And finally, è intervenuto sul tema La Vita nella Rosa il Fr. In Amor Omnia, della Fellowship of the Rosy Cross, ovverossia della britannica Fraternità della Rosacroce di Arthur Edward Waite, che poi è il nostro ineffabile giovin scrittore ligure: Giorgio Tarditi Spagnoli. Per accedere alla waitiana Fellowship of the Rosy Cross, il Tarditi Spagnoli dovrebbe – stando alle regole – esser stato già “iniziato” in altre fratellanze come l’Order of the Rose and Cross (ORC), o la Societas Rosicruciana in Anglia (SRIA), la quale ad es. accetta solo Maestri Massoni regolarmente iniziati da organizzazioni massoniche ritenute “regolari”, ossia riconosciute dalla United Grand Lodge of England. Allora, forse, avevo ragione a supporre (a pensar male ci si azzecca sempre o quasi…) che il nostro intraprendente giovin autore potesse esser stato iniziato in qualche loggia inglese di Rito Emulation o simile. 

Il tema da lui scelto parvemi avere, comicamente, un titolo dal sapore un po’ chansonnier: mi ricorda, infatti, La vie en rose dell’indimenticabile Edith Piaf: hai visto mai ch’ella lo abbia davvero ispirato dall’aldilà? Chissà! Tuttavia, mettendo da parte il mio irriverente e dispettoso celiare, vorrei fare notare al Tarditi Spagnoli che in latino la preposizione ‘in’ regge l’accusativo o l’ablativo, con esiti di significato abbastanza diversi e persino opposti, ma non certo il nominativo, come nel nomen mysticum da lui scelto, e quindi sarebbe opportuno ch’egli scrivesse ‘In Amore Omnia’, in quanto introdurre un così marchiano errore in un nomen mysticum, com’ei talvolta fa pure coi nomi delle Sephiroth, certamente – visto che, come avverte Goethe nel suo Faust, il nome dice l’essenza – oltre che far sorridere, divertiti, gli amanti della Classicità, non è senza conseguenze sui vari piani dell’essere e della manifestazione. Ma, si sa, i consigli non richiesti risultano spesso essere alquanto importuni, e son ritenuti dagli interessati per lo più inutili.

Di fronte ad un tale affollamento di Iniziati e Maestri, e alla sovrabbondanza della ‘sapienza’ offerta, vi è il rischio che al suddetto “Simposio” qualche astante sia stramazzato al suolo privo di sensi a causa di una sorta di esoterica sindrome di Stendhal. Tuttavia, a chi ben rifletta, non può non saltare agli occhi la contraddizione di ‘vie’ tra loro inconciliabili, e spesso tra loro violentemente antagoniste e commercialmente rivali. Della Rosicrucian Fellowship, fondata a Oceanside in California dal ladro, plagiatore e traditore spirituale Max Heindel, ho già abbondantemente parlato in vari precedenti articoli. Quanto all’Antient Mystical Order Rosae Crucis, fondato nel Novecento da Harvey Spencer Lewis, autonominatosi Imperator del movimento rosicruciano, con una hollywoodiana sede megagalattica in quel di San José in California, vi sarebbe un discorso lunghissimo da fare, oltre che sul piano occulto, già di per sé molto inquietante, soprattutto per la collusione dell’AMORC con settori della peggiore politica, e non solo, in America settentrionale, centrale e meridionale, in Africa, e financo in Europa: prima e dopo l’ultimo conflitto mondiale. Vi sarebbero molte cose da dire in proposito, sed transeamus. Bisogna proprio dire che gli americani hanno una vera passione per gli Ordini occulti sedicenti rosicruciani. Allorché, giovane e ignorantissimo com’ero, già nel mio primo incontro, chiesi a Massimo Scaligero cosa pensasse di tali Ordini, e dell’AMORC in particolare, la sua lapidaria risposta fu: «Ricorda: dall’America non verrà mai niente di buono!». Lo tengo e lo terrò sempre per detto.

Il Lectorium Rosicrucianum di Harlem, in Olanda, fondato da Jan Leene e Henriette Stoker-Huizer, meglio noti con gli eteronimi di Jan van Rijckenborgh e Catharose de Petri, nacque dalla fusione dello pseudorosicrucianesimo di Max Heindel, arricchito da varie cose prese di peso dalle opere di Rudolf Steiner, da loro saccheggiate, con l’insegnamento e le tecniche dell’arimanico mago caucasico Gurdjieff. Al di là dei tanti bei discorsi, il principio fondamentale di tale ‘via’ è quello – son parole loro – di “ridurre l’io sino ad un minimo biologico”, cioè una ‘via’ dell’antiio.  

Quello che mi colpiva in Massimo Scaligero, e suscitava in me la più grande ammirazione, era proprio la sua estraneità all’ostentata kermesse dei congressi, dei seminari, delle tavole rotonde, delle presentazioni ufficiali, e via dicendo. Quando, poi, queste manifestazioni ‘sociali’ riguardano i movimenti spirituali, sedicenti ‘esoterici’, ‘iniziatici’, o ‘occulti’, la caduta di livello è decisamente verticale ed evidente. Nel migliore dei casi si finisce sul piano della vuota dialettica, della vanità culturale rivestente l’inconfessabile ignorantissima ‘sapienza’. Il più delle volte, invece, si ha a che fare con forme di marketing all’americana, che per me è una forma di prostituzione morale, a performance di ‘cortigiane da strada’ che mettono in mostra, con ambiguo appeal, la “merce” per allettare i clienti. La volgarità di tali volgarizzazioni, spacciate per “divulgazioni”, ripugna ad ogni anima ben nata. Sed de hoc etiam satis sit.

Ora, ancora una volta al cattivissimo lupaccio appenninico tocca riprendere l’analisi dell’immaginifica opera di Giorgio Tarditi Spagnoli, e delle sue alquante volte ostentate pretese di illuminare l’universo mondo con la sua abissale “sapienza”, nonché con la sua personalissima “comprensione” dell’opera esoterica di Rudolf Steiner, i cui profondissimi aspetti per oltre un secolo erano sfuggiti a tutti (a tutti, fuor che a lui, naturalmente), ma che ora, giunto lui – stupor mundi atque illuminator gentium – tali mirabili ascose verità vengono pòrte con generosa liberalità alla comprensione e all’ammirazione del colto e dell’inclita. Peccato, dunque, che cotanta “sapienza” e “comprensione” vengano sciupate e smentite dagl’innumerevoli strafalcioni d’ogni tipo, anche semplicemente riguardanti banali dati storici, facilmente controllabili da chiunque.

Ma cominciamo dall’Introduzione alla Parte Prima della sua opera, intitolata Storia del Servizio di Misraim, che è una versione “allungata” del post apparso sul noto social forum, cui facevo allusione nel precedente articolo. In tale Introduzione, il nostro giovin autore ligure “principia” – come direbbero in Etruria – affermando che Rudolf Steiner:

«Cominciò la sua carriera curando gli scritti scientifici di Goethe. Nel 1894 pubblica la Filosofia della Libertà in cui espone i principi epistemologici della sua futura attività spirituale, la differenza tra pensare fisico-sensibile ed il pensare libero dai sensi. Poi nel 1902 cominciò la sua carriera nella Società Teosofica, fondata da Helena Petrovna Blavatsky (1831-1891), di cui divenne segretario generale per la Sezione Tedesca nel 1904».

A parte il brutto termine – tipicamente piccolissimo borghese e arrivistico – di una “carriera” intrapresa da Rudolf Steiner nell’àmbito degli studi goethiani, in quello filosofico, e in quello teosofico, vi è da rilevare che la Filosofia della Libertà, non era né voleva essere l’esposizione dei principi epistemologici della sua futura attività spirituale, la differenza tra pensare fisico-sensibile ed il pensare libero dai sensi. La Filosofia della Libertà è ben altro che un’opera “epistemologica”, o la mera giustificazione teoretico-conoscitiva della Scienza dello Spirito: essa – esattamente come il Trattato del Pensiero Vivente di Massimo Scaligero – è l’opera più occulta scritta da Rudolf Steiner: un testo di ascesi iniziatica, la cui pratica porta direttamente alla più radicale e travolgente esperienza spirituale: è il rituale più potente di trasmutazione interiore. È l’aprire il varco alla folgore-luce del pensare originario: non la mera giustificazione teoretica, dunque, di una futura attività spirituale, bensì essa stessa – hic et nunc – quella attività spirituale stessa. E che sia così, non è il presente cattivissimo lupaccio ad affermarlo, ma lo stesso Rudolf Steiner il quale – dopo aver rilevato, ad esempio in occasione della traduzione della sua opera fondamentale nella lingua d’Albione, che in inglese il termine freedom ha il senso prevalente di libertà giuridica, ed è più ristretto del termine tedesco Freiheit, il quale invece comprende in sé anche il concetto di libertà interiore e spirituale – volle che la sua Filosofia della Libertà, venisse tradotta in inglese col titolo di Philosophy of Spiritual Activity, proprio perché la osservazione animica secondo il metodo delle scienze naturali, è una interiore attività spirituale liberatrice e trasmutatrice dell’intero essere umano, anima compresa. Quindi ben altro, e ben di più, che non la “giustificazione gnoseologica delle sue future opere di Scienza dello Spirito”. Ma non pretendiamo troppo dall’intelligere del nostro ligure addottorando in filosofia.

Ma quelli che davvero si poteva risparmiare sono due strafalcioni di date controllabilissime da chiunque. Infatti, Rudolf Steiner venne in contatto con la cerchia teosofica berlinese nel settembre dell’anno 1900, allorché tenne, presso la Biblioteca Teosofica in casa del conte Cay Lorenz von Brockdorff, prima una conferenza sulla recente scomparsa di Friedrich Nietzsche e subito dopo sulla Rivelazione occulta di Goethe. Richiesto di proseguire, Rudolf Steiner tenne 26 conferenze sulla Mistica che si protrassero sino all’aprile del 1901. E, visto come le sue comunicazioni venivano accolte, egli decise di tenere, per l’anno successivo, un ciclo di 24 conferenze sul Cristianesimo quale Fatto Mistico e il Misteri dell’Antichità, ciclo svoltosi dal 19 ottobre 1901 sino al 26 aprile 1902. Allorché il conte Brockdorff, per motivi di salute, dovette ritirarsi dalla direzione della cerchia teosofica berlinese, e dovendo altresì nascere ufficialmente la Sezione Tedesca della Società Teosofica, egli propose che Rudolf Steiner venisse nominato segretario della medesima. Rudolf Steiner accettò solo alla condizione che Marie von Sivers, ch’egli aveva incontrato nel corso delle conferenze sul Cristianesimo quale fatto mistico, venisse scelta come sua stretta collaboratrice, e che lei accettasse tale sua proposta, come poi appunto accadde.

Quindi avvenne nel 1900 la connessione di Rudolf Steiner con la cerchia teosofica berlinese, e fu nel 1902 ch’egli divenne segretario della Società Teosofica in Germania, e non nel 1904, come scrive il nostro giovin autore. Questi, subito dopo, così prosegue:

«Nello stesso anno egli cominciò il suo lavoro nella Scuola Esoterica attraverso il metodo di sviluppo occulto elaborato e sperimentato da lui stesso».

Veramente, Rudolf Steiner non ha mai affermato che gli esercizi da lui dati per il sentiero iniziatico, fossero una sua creazione o una sua elaborazione. Anzi, più volte, in conferenze pubbliche e in quelle per i soci della Società Teosofica prima e Antroposofica poi, in varie lezioni della Scuola Esoterica, nonché in lettere a suoi discepoli, ora pubblicate, egli afferma esplicitamente che tali esercizi – compresi quelli presenti nel libro L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiorinon erano affatto una sua elaborazione, bensì che erano antichi, talvolta di secoli: non opera sua, bensì dei Maestri della Sapienza e dell’Armonia dei Sentimenti, ossia dei Maestri Invisibili – incarnati o meno – i quali stavano dietro al movimento spirituale rosicruciano, ed opera altresì degli Esseri delle Gerarchie Spirituali. Anzi, nelle lezioni della Scuola Esoterica, egli dichiara esplicitamente che ai discepoli dell’Iniziazione è vietato inventarsi o modificare gli esercizi, e che quelli che venivano indicati dovevano essere eseguiti wortwörtlich, ossia alla lettera, così come venivano dati: il discepolo occulto non doveva permettersi in proposito variazione alcuna.  

Ma si sa come vanno poi a finire le dinamiche di questo genere di cose. Ho conosciuto e conosco persone – alcune delle quali si sono arrogate, con l’intrigo e con la forza, l’orientamento di gruppi spirituali da Massimo Scaligero affidati ad altri – persone che si sono letteralmente inventate esercizi ed “immaginazioni” per il lor proprio uso e consumo, ma che sogliono “prescrivere” anche a coloro che, in estatico ascolto, li attorniano. Ho conosciuto e conosco altre persone, le quali – nell’àmbito del più volte descritto “trasbordo ideologico inavvertito” hanno “inventato”, e soprattutto prescritto altrui, interi sistemi di esercizi e “immaginazioni”: nella direzione, progressivamente sempre più esplicita, di una “cattolicizzazione acuta” della Scienza dello Spirito. Le stesse persone, poi, colludono beatamente con gli esponenti della seduzione tomberghiana – un esponente di spicco della quale viene fatto tranquillamente scrivere su una nota rivista gianicolense, diretta dall’Innominato – e quindi colludere eziandio con tutto uno stucchevole materiale misticheggiante – trinosofico e mariologico – condito con tanto di “danza cosmica”, la quale è un volgare plagio dell’euritmia, donata da Rudolf Steiner. Tanto per riportare un esempio chiaro chiaro, diversi anni fa, mi giunse a casa – quando avevo ancora una casa, prima che la “fraterna” e “cristianissima carità” mi togliesse anche quella – un dépliant nel quale venivo invitato ad una conferenza. tenuta da un entusiasta e affaccendato “apostolo” anglofono di Valentin Tomberg, a Roma alla sede della Società Antroposofica in Via Saliceti, tradotta dall’inglese da parte della stessa ‘fiduciaria’, tale U.S., del locale gruppo antroposofico. Ma veniva comunicato altresì che la stessa conferenza, per chi non avesse avuto modo di seguirla, sarebbe stata tenuta giorni dopo in Via Merulana, presso un istituto religioso cattolico. Sed de hoc etiam transeamus.

«Da tutto principio l’attività di Steiner fu volta a rappresentare l’esoterismo occidentale, quale complemento di quello orientale come presentato nella Dottrina Segreta di Madame Blavatsky».

Tralasciando l’incerto periodare italiano, è necessario dire a chiare lettere, che Rudolf Steiner non portò affatto un “complemento” all’orientaleggiante esoterismo teosofico, prima blavatskyano e poi besantiano (questo anche ben prima dell’infatuazione krishnamurtiana della Stella d’Oriente), bensì indicò l’insegnamento rosicruciano come assolutamente alternativo a quello orientaleggiante e teosofico. Del resto, nell’epistolario tra Rudolf Steiner e Marie von Sivers vi sono documenti e pagine che, a tale proposito, non lasciano spazio alcuno ad equivoci. Anche nei cosiddetti Documenti di Barr, da lui scritti nel 1907 per Edouard Schuré, vi sono considerazioni altrettanto esplicite. In essi viene descritto, senza infingimenti, come la Blavatsky, dopo la partenza dagli Stati Uniti e all’arrivo sul suolo indiano, fosse caduta nelle mani di iniziati indiani irregolari – “della mano sinistra” – che la usarono, manovrandola a loro piacimento, come una burattina, per scopi vari, anche politici, che di spirituale nulla avevano. Inoltre, in molti punti della sua opera, egli descrive l’equivoca natura medianica dei metodi adoperati nella Società Teosofica – e più precisamente nella Eastern School of Theosophy, che ne rappresentava la Sezione Esoterica – metodi errati e antispirituali che portarono a illusioni, a menzogne, e a molti disastri.

Poi, sempre nell’Introduzione, viene affermato che:

«La sede della Società Antroposofica fu posta a in Svizzera, a Dornach dove Steiner progettò un imponente edificio in legno, il Goetheanum, sede principale della sua Scuola Esoterica nonché della rappresentazione dei Misteri Drammatici. L’edificio fu dato alle fiamme nel capodanno del 1922, attraverso le mani del prete gesuita della vicina Arlesheim, ma dietro a cui si celava un nucleo di ciò che sarebbe stato il partito nazionalsocialista, in collaborazione con la nemesi dei rosacroce, i gesuiti. Steiner commentò che solo quell’olocausto avrebbe potuto permettere la sublimazione del tempio dei misteri occidentali nel mondo spirituale e, a partire dal giorno seguente, già progettava il nuovo edificio, stavolta in cemento. Il Secondo Goetheanum fu completato solo nel 1928, tre anni dopo il passaggio del grande adepto occidentale ai mondi spirituali».

Questa parte dell’Introduzione contiene una serie di strafalcioni, e di affermazioni storicamente false, che – per la serietà dell’argomento – è doveroso rilevare e correggere. Anzitutto, i Drammi Mistero di Rudolf Steiner non vennero mai eseguiti nel primo Goetheanum, in quanto essi vennero eseguiti sempre e solo a Monaco, dal 1910 al 1913, e furono interrotti nel 1914, allo scoppio del primo conflitto mondiale, quando la costruzione dell’edificio era appena iniziata, e sarebbe stato impossibile inscenarveli. In secondo luogo, sarebbe opportuno che il nostro giovin scrittore consultasse meglio il calendario, perché il tragico incendio avvenne nella notte di San Silvestro del 1922, ossia il 31 dicembre, e non a Capodanno, ossia il 1° gennaio 1922. Quando si ha la presunzione di voler illuminare l’universo mondo sui misteri sovrasensibili, celati nell’opera di Rudolf Steiner, si dovrebbe perlomeno cercare di essere il più possibile esatti a proposito dei dati sensibili, da chiunque osservabili e controllabili. Per l’esattezza storica, l’edificio non fu dato alle fiamme «attraverso le mani del prete gesuita della vicina Arlesheim», anche se è verissimo che il parroco cattolico di Arlesheim, il R.P. Max Kully, prete secolare e non gesuita, almeno formalmente, se non nella sua sozza animaccia, fu inviato nel villaggio svizzero non tanto per “la cura d’anime” dei pacifici e sonnacchiosi fedeli elvetici del luogo, quanto per fare la guerra con ogni mezzo – sarebbe il caso di dire “col ferro e col fuoco”: soprattutto con quest’ultimo – a Rudolf Steiner e all’Antroposofia. Ma non furono le sue personali mani ad appiccare il fuoco al Goetheanum, anche s’egli – a mio avviso – fu sicurissimamente il mandante, o uno dei mandanti, di un così odioso delitto.

Ad appiccare il fuoco, almeno secondo le indagini svolte a quel tempo, fu un suo ‘sgherro’, di nome Jakob Ott, figlio di Fritz e Katharina Putzi, nato il 21 ottobre 1895 a Zurigo, di professione orologiaio ad Arlesheim. La sera prima dell’incendio, il 30 dicembre 1922, fu fatta una riunione alla Taverna Ochsen di Arlesheim della Lega Cattolica, nella quale vennero pronunciate alte minacce nei confronti di Rudolf Steiner e del Goetheanum, mentre su alcuni giornali confessionali di Basilea apparivano frasi sarcastiche e minacciose del tipo: «Stia attento il Dr. Steiner che una scintilla spirituale non gli mandi in cenere il suo bel Goetheanum». Quel che si dice un delitto annunciato. Jakob Ott era stato fanatizzato dalle ‘prediche’ del parroco Max Kully, anche se nell’estate precedente egli si era formalmente affiliato alla Società Antroposofica, ed aveva frequentato il Goetheanum, ascoltando qualche conferenza: probabilmente allo scopo di compiere un esatto sopralluogo e ben conoscere l’edificio. Il suo scheletro calcinato dal fuoco, venne trovato tra le ceneri del Goetheanum, e la polizia attribuì a lui, con alta verosimiglianza, l’azione incendiaria.

A tale proposito, può essere interessante riportare alcune comunicazioni fattemi da antichi discepoli di Rudolf Steiner, e da Massimo Scaligero. L’architettura del Goetheanum – per il suo stile organico-dinamico, secondo la definizione dello stesso Rudolf Steiner – aveva una influenza profondissima sulle anime che lo osservavano: un’azione pacificatrice e addirittura terapeutica. Accadeva persino che persone ostili, penetrate nel Goetheanum con intenzioni certamente non benevole, venivano sommerse dalla pace che ivi regnava, e divenivano incapaci delle azioni ostili da loro progettate. Per questo motivo, gli avversari di Steiner e dell’Antroposofia chiamavano quel edificio Mausefalle, ossia la ‘trappola per topi’. Al fine di distruggere il Goetheanum, e la sua odiata influenza spirituale, venne appunto scelta una personalità la cui disarmonia interiore si era cristallizzata sin nel corpo fisico – infatti Jacob Ott era ‘gobbo’ per una grave deformazione della spina dorsale – in modo da non subirne l’influenza pacificatrice. Mentre divampava l’incendio, che era divenuto oramai ingovernabile, Rudolf Steiner ordinò a tutti i volontari accorsi per spegnere l’incendio, di uscire e allontanarsi dall’edifico in fiamme, «perché una vittima umana sarebbe stata una tragedia». Allora, le potenze ahrimaniche, che avevano ossessionato l’incendiario – così mi disse personalmente Massimo Scaligero – lo sacrificarono, perché per quelle Potenze Avverse non vi è sacrificio sine effusione sanguinis. Comunque, la scelta di un personaggio, con caratteristiche così peculiari, dimostra da parte dei mandanti una conoscenza non banale di determinate leggi del mondo occulto.   

Quanto all’affermazione che dietro al R.P. Max Kully, ‘curatore d’anime’ ad Arlesheim, si celasse «un nucleo di ciò che sarebbe stato il partito nazionalsocialista», che a quell’epoca era appena ai suoi oscuri inizi a Monaco di Baviera, per di più «in collaborazione con la nemesi dei rosacroce, i gesuiti», è pura illazione e delirio. La fiaba che a bruciare il Goetheanum siano stati i nazisti, fu inventata oltre mezzo secolo fa da quei due intraprendenti scrittori del ‘fantaesoterismo’ francese (loro lo chiamavano ‘realismo fantastico’), che erano Louis Pauwels e Jacques Bergier, nel loro saggio più volte ripubblicato Le Matin des magiciens, tradotto in italiano da Pietro Lazzaro, e pubblicato nel 1964 e nel 1997 da Arnoldo Mondadori Editore. Inoltre, l’italiano del nostro laureato e addottorando ligure è un tantinellino zoppicante e tutt’altro che chiaro, perché, stando alla lettera di quel ch’ei inabilmente scrive, l’espressione in collaborazione con la nemesi dei rosacroce, i gesuiti, potrebbe essere equivocata a significare che i rosacroce si sarebbero serviti dei gesuiti, per attuare la loro vendetta, la supposta ‘nemesi’, nei confronti di Rudolf Steiner, ma son sicuro che il nostro giovin autore non voleva dire certo questo. Che si studiasse meglio la lingua di Dante!

Quanto, poi, alla sua affermazione che «Steiner commentò che solo (il rilievo è mio) quell’olocausto avrebbe potuto permettere la sublimazione del tempio dei misteri occidentali nel mondo spirituale», siamo al ridicolo, perché se fosse stata così necessaria una tale “sublimazione”, Rudolf Steiner avrebbe fatto prima a bruciarselo da solo il Goetheanum, mentre – sono sua ipsissima verba – l’Edificio era, in certo qual modo, la necessaria manifestazione dell’Essere Angelico ‘Anthroposophia’ sul piano fisico, una sorta di ‘soma’, o di visibile ‘manifestazione corporea’: proprio per questo la parte avversa volle distruggerlo col fuoco, come usava fare – sino a poco tempo prima – con coloro che essa definiva ‘eretici’.

Nella sua Introduzione, ma più volte anche in altre pagine del suo libro, il nostro giovin scrittore chiama Rudolf Steiner ‘grande adepto occidentale’, e altrove come ‘Maestro di Saggezza’, cosa che – a onor del vero – Rudolf Steiner non si è mai attribuito. Nell’esoterismo in genere, e nella Scienza dello Spirito in particolare, il termine ‘Adepto’ ha un significato preciso, ed anche il termine ‘Maestri di Saggezza e dell’Armonia delle Senzazioni’ nell’Antroposofia ha un significato altrettanto preciso, tutt’altro che vago, e Rudolf Steiner parla sempre di costoro con profonda venerazione, e mai – dico: mai – egli si presta all’equivoco giuoco di attribuire a se stesso tali qualifiche, sia pure tra le righe, o di lasciar intendere di essere uno di loro. Quella di creare una sorta di sentimentale ‘culto della personalità’ è una delle strategie di manipolazione animica tra le più adoprate e tra le più efficaci, tipicamente gesuitiche, contro le quali Rudolf Steiner e Marie Steiner ebbero sempre parole di fuoco. Di tale strategia di manipolazione animica ho potuto constatare non pochi esempi nello stesso ambiente “scaligeropolitano”, che da tempo – da troppo tempo – subisce torpidamente le operazioni di “trasbordo ideologico inavvertito”, delle quali abbiamo avuto sovente modo di parlare. 

Dove mi sembra che il nostro giovin autore cominci a manifestare, sia pure prudentemente, le sue vere intenzioni, piuttosto evidenti per chi abbia sguardo acuto – e i cattivissimi lupacci appenninici hanno uno sguardo molto acuto – è là dove egli scrive:

«Oggi, crescente parte del movimento antroposofico lamenta il mancato sviluppo della struttura esoterica ed iniziatica fondata da Steiner, l’originaria Scuola Esoterica, per coloro che vorrebbero impegnarsi sistematicamente nei diversi esercizi pratici dati da Steiner. In realtà questo ulteriore sviluppo della Scuola Esoterica esiste ancora, ma è possibile comprenderne l’impatto solo attraverso le pieghe meno note della storia».

In realtà a grandissima parte del movimento antroposofico poco o niente calse e tuttora poco o punto cale di quello che il nostro giovin scrittore ligure chiama il mancato sviluppo della struttura esoterica ed iniziatica fondata da Steiner’, de ‘l’originaria Scuola Esoterica, e non se ne lamenta affatto. Perché a quelle teste di cappero di antroposofazzi non importa un tubero di impegnarsi sistematicamente nei diversi esercizi pratici dati da Steiner, perché altrimenti non avrebbero seguito come pecore obbedienti – salvo pochissime onorevoli eccezioni – Albert Steffen, Guenther Wachsmuth e soci, nell’azione programmata di demolizione sistematica dell’Opera di Rudolf Steiner, nella persecuzione più vergognosa di Marie Steiner – attuata con metodi che quest’ultima stessa definiva da ‘gangsters’ – nell’ostracismo nei confronti di coloro che volevano essere fedeli alla Via della realizzazione spirituale, indicata da Rudolf Steiner.  

Per chi voleva e vuole tutt’ora impegnarsi nella Via degli esercizi pratici, vi è abbondanza di indicazioni in libri come L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei modi superiori, o nel V capitolo de La Scienza Occulta nelle sue linee generali, nei cosiddetti Quaderni Esoterici, in moltissime conferenze di Rudolf Steiner. Vi è stata, prima, l’opera instancabile di Giovanni Colazza con numerose conferenze, tra le quali importantissime sono La ricerca dell’Io nel periodo dell’anima cosciente, pubblicata su questo temerario blog, e le sue conferenze a commento al libro Iniziazione di Rudolf Steiner. Vi è stata, poi, l’opera anch’essa instancabile di Massimo Scaligero, con la sua parola per coloro che in incontri personali e in riunioni ebbero il dono di ascoltarlo, e soprattutto con i suoi scritti. Ma tale sovrabbondanza di donazione dei Maestri riguarda appunto sia quella che Enrico Cornelio Agrippa avrebbe chiamata ‘occulta philosophia’, sia il sistema organico di esercizi che nel loro insieme costituiscono il Sentiero della Conoscenza, che conduce alla diretta esperienza della realtà spirituale. Ma una tale ‘Via’, oggi, non ha nulla a che vedere con le ritualità cerimoniali, con iniziazioni in logge, passaggi di grado e orpelli ricamati vari. Il Rito è un evento assolutamente interiore, che si svolge totalmente in interiore homine. Quel che, invece, propone, Giorgio Tarditi Spagnoli è un ritorno, a suo dire ‘necessario’, alle forme di ritualità cerimoniale, indubbiamente molto scenografiche e decorative, che tanto piacciono agli anglosassoni, i quali spesso usano i vari Ordini come forme di amena ‘sociabilità’ e i ridondanti rituali cerimoniali come ‘giuochi di ruolo’. Inoltre, come ammonisce Rudolf Steiner, tale ritualità, oggi, agisce su zone non coscienti dell’anima, e sui corpi sottili: divenendo uno strumento efficace per la possibile manipolazione di persone, gruppi, ambienti vari, per i fini più diversi: politici compresi. Come è più volte avvenuto. Infine, non è affatto vero che questo ulteriore sviluppo della Scuola Esoterica esiste ancora, come afferma il nostro giovin scrittore perché la Seconda e la Terza Classe della prima Scuola Esoterica furono ritualmente chiuse e sigillate da Rudolf Steiner nel 1914, e da lui mai più riaperte. In maniera evidente il nostro affabulante mistagogo ligure, e il suo australe amico di origine maori, si propongono come resurrettori della Mystica Aeterna, e Capi di un nuovo – uno di più tra i già troppi: siamo alla totale infleazione – Ordine pseudorosicruciano.  

Nella parte Steiner e la fondazione del Servizio di Misraim, il nostro affabulante giovin autore inizia sùbito con alcune notizie non rispondenti a realtà. Egli afferma che: «Avendo un rapporto di reciproca stima, Yarker aveva invitato Steiner e la futura moglie Marie von Sievers [sic, per Sivers] (1877-1948) a unirsi al Rito di Memphis-Misraim, etc.». Ora, non risulta da alcun documento non solo che John Yarker abbia mai invitato Rudolf Steiner ad entrare nell’Antico Primitivo Rito Orientale di Memphis e Misraim, ma neppure che tra lui e Rudolf Steiner vi sia mai stato un qualsivoglia rapporto diretto: personale o epistolare. Semmai fu Rudolf Steiner a rivolgersi, in Germania e non in Inghilterra, a Theodor Reuss, che in qualche modo fungeva da rappresentante, sia pure indegnissimo, nelle zone di lingua tedesca di alcuni degli Ordini iniziatici, a capo dei quali vi era l’ormai molto anziano John Yarker. I contatti col Reuss – preso in considerazione unicamente quale rappresentante in Germania di Yarker – furono pochissimi e limitati nel tempo: dall’epistolario tra Rudolf Steiner e Marie Steiner risulta l’assoluta mancanza di stima e la giustificata diffidenza di Rudolf Steiner nei confronti di quel arnese di Theodor Reuss.

Dopodiché, ei si avventura, piuttosto temerariamente, nei labirintici oscuri meandri della storia del rosicrucianesimo, e fa delle affermazioni che storiograficamente – come dicono in Etruria – “non hanno né babbo né mamma”:

«Secondo la leggenda di fondazione tradizionale, il Rito di Misraim (così come il primo ordine rosicruciano, la Gold und Rosenkreuz) fu fondato nell’anno 46 d.C. dall’egizio Ormus, un sacerdote di Serapis ad Alessandria d’Egitto, che fu convertito al Cristianesimo dall’Evangelista Marco, a sua volta discepolo di Paolo».

Orbene, è necessario anzitutto dire che Marco, l’evangelista, che operò alla diffusione del Cristianesimo in Egitto, fu discepolo di Pietro, e non di Paolo, né da alcun passo del Nuovo Testamento, né da alcun documento o testimonianza o tradizione di epoca apostolica, o di poco posteriore a quest’ultima, risulta che Paolo abbia mai incontrato Marco, o ch’egli abbia mai messo piede in Egitto. Quanto ad Ormus, forse è bene scrivere, in migliore italiano, ch’egli era sacerdote del dio Serapide, come è usuale fare nel trascrivere i nomi mutuati dalla tradizione classica, e non Serapis. Inoltre nella Mistica Aeterna di Rudolf Steiner, non si afferma affatto che il Rito di Misraim sia stato fondato allora da Ormus, bensì che il Misraim-Dienst, ovvero il ‘Culto’, o la ‘Liturgia Misraim’, che Steiner dice essere ancora più antica, venne allora collegata coi Nuovi Misteri. Ora il Giorgio Tarditi Spagnoli, per fare la sua strampalata e ingiustificata affermazione, si basa su una comunicazione di John Yarker, ch’egli riporta, ma della quale egli non cita la fonte da cui la trae:

«Devo informarvi, miei Fratelli, che l’Ordine della Rosa+Croce è dell’antichità più remota, ed [sic!] gli viene assegnata una doppia origine, una storica e l’altra filosofica. Fu fondato da Ormus che fu un sacerdote di Serapis a Memphis [in Egitto], e un amico degli Apostoli Cristiani. Fu convertito da San Marco nell’anno 46, riformò le dottrine e le cerimonie degli egizi avendo riconosciuto la legge degli Apostoli, riformò le dottrine e cerimonie degli egizi avendo riconosciuto la legge degli apostoli. etc.».

Quello che il nostro giovin autore ligure si guarda bene dal dire è che questa citazione non è tratta da un rituale misraimita bensì memphitico, ossia non da testi del Rito di Misraim o Rito Egiziano, bensì dai rituali dell’Antico Primitivo Rito di Memphis o Rito Orientale, che è tutta un’altra faccenda. Nel caso in questione lo Yarker non sta facendo della “storia”, bensì trasmette all’iniziando quella che i tedeschi chiamano una Logenlegende, ovvero una edificante storia leggendaria, come da secoli usa fare in tutte le cerimonie massoniche. Il testo si trova a p. 26 dell’opera, storia da Yarker tradotta peraltro dagli scritti di Jacques-Etienne Marconis de Nègre, LECTURES OF THE ANTIENT AND PRIMITIVE RITE OF FREEMASONRY, TRANSLATED AND COMPILED BY JOHN YARKER, Masonic Charges and Lectures Lectures of a Chapter, Senate, and Council. Masonic Charges and Lectures, a series translated from the French by John Yarker, first published Manchester: J.W. Petty & Son, 1880, by J-E Marçonis, first published London: John Hogg, 1882. Non si tratta dunque né del Rito di Misraim, né del vero e proprio Ordine della Rosacroce, bensì dell’istruzione cerimoniale che veniva data nel Rito di Memphis a chi riceveva il grado massonico di Principe o Cavaliere della Rosacroce, che di nuovo è tutta un’altra cosa! Onde non si dica che mi invento qualcosa, ecco l’originale del testo inglese:

«HISTORY OF THE DEGREE OF ROSE CROIX.

I HAVE NOW to inform you, my brethren; that the Order of the Rose Croix is of the highest antiquity, and has a double origin assigned to it, the one historic and the other philosophic. It was founded by Ormus, who was a Serapian Priest at Memphis, and a friend of the Christian Apostles. Converted by St. Mark in the year 46, he reformed the doctrines and ceremonies of the Egyptians by the recognition of the law of the Apostles».

Ora, siccome io possiedo tutti i rituali – quelli originali, settecenteschi e ottocenteschi, non quelli che certi Grandi Hierophanti si scrivono da soli – sia del Misraim sia del Memphis, sono ben in grado di vedere le differenze. Del resto, Rudolf Steiner, pur non fondando egli stesso un nuovo Rito o una Obbedienza massonica, volle ricollegarsi al Rito di Misraim, del quale in Germania divenne formalmente Gran Maestro, e non al Rito di Memphis, et pour cause!

Quanto poi, all’affermazione del nostro ardimentoso giovin scrittore ligure essere ‘il primo ordine rosicruciano, la Gold und Rosenkreuz’, devo dire ch’egli conosce davvero poco, e molto male, la storia del rosicrucianesimo, sia quella esteriore sia quella più celata. Infatti, tralasciando la storia “segreta” della Fraternitas o Ordo Rosae Crucis a partire dal XIII e dal XIV secolo, legata alla figura spirituale di Christian Rosenkreutz, e alle sue manifestazioni letterarie e non del XVII secolo, legate alla pubblicazione dei cosiddetti quattro “Manifesti” dei Rosacroce, ossia  della Fama Fraternitatis, della Confessio Fraternitatis, della Generalis Reformatio, e delle Nozze Chimiche, per la prima apparizione di un Ordine che esteriormente si richiamasse esteriormente alla Fraternitas dobbiamo arrivare al 1710 allorché il pastore slesiano Samuel Richter, scrisse con lo ieronimo di Sincerus Renatus la Die wahrhaffte und vollkommene Bereitung des philosophischen Steins der Bruederschafft aus dem Orden des Gulden und Rosen Kreutzes, ovverossia La verace e perfetta preparazione della pietra filosofale della Fratellanza dell’Ordine dell’Aurea e Rosea Croce, opera pubblicata a Breslavia e della quale una seconda edizione apparve nel 1714. Particolare interessante di questa opera è ch’essa parli del fatto che l’Ordine avrebbe avuto due Case: una a Norimberga ed un’altra ad Ancona. L’antroposofo marchigiano Fabio Tombari, di Fano nelle Marche, decenni fa si mise in testa di ritrovare questa seconda magione dell’Ordine: cercò con l’ostinazione e la tenacia dei saggi, girando l’intera Ancona, sino a che non trovò un antico palazzo sul cui portone ligneo apparivano le lettere D.F.R.C., ovvero nella sua interpretazione, Domus Fratrum Rosae Crucis, ‘Casa dei Fratelli della Rosa Croce’. Personalmente ritengo la cosa verosimilissima, per non dire, sempre a mio avviso, assolutamente certa, data la presenza nel XVII secolo nelle Marche di vari personaggi legati all’Ermetismo rosicruciano.

Bisognerà attendere vari decenni perché in Germania si formasse un altro Ordine richiamantesi anch’esso alla Rosacroce, ed arriviamo secondo taluni al 1756, per altri invece al 1777, perché sorgesse ad opera di un ufficiale prussiano, Johann Rudolf von Bischoffwerder e di un ex-pastore luterano Johann Christoph von Wöllner, l’Orden der Gold­- und Rosenkreuzer, che è quello al quale si richiama, a mio avviso, palesemente Giorgio Tarditi Spagnoli, e prima di lui l’Hermetic Order of  the Golden Dawn e il Lectorium Rosicrucianum, Questa organizzazione è, a mio avviso (ma non solo mio), alquanto lontana dagli ideali dell’antica Fraternitas.

Vi furono nel XVIII secolo in Germania anche altre formazioni rosicruciane, più o meno tutte paramassoniche, dai nomi simili e non sempre è facile orientarsi tra esse. Alcune di esse non avevano nessuna connessione interiore con la Fraternitas, e si richiamavano abusivamente al suo nome, altre invece furono veicolo di un’autentica ispirazione rosicruciana e svolsero discretamente, ma efficacemente la loro missione nel mondo.

Indi poscia, il nostro giovin scrittore si avventura temerariamente nei tempestosi mari della storia degli Ordini massonici ‘egiziaci’. E parte subito con una serie di affermazioni false, o perlomeno fortemente errate. Infatti, così scrive:

«Il nome Misraim deriva da Mizraim, uno dei figli di Ham, che diede il suo nome alle terre de’Egitto [sic!]. I Misteri di Iside, Osiride e Tifone vengono fatti derivare da Ormus stesso. Da una prospettiva più storica, la massoneria egizia fu fondata dal mago massone Conte di Cagliostro. La particolare forma del Rito di Misraim, fu fondata a Milano nel 1805, dieci anni dopo la presunta morte di Cagliostro. Invece il Rito di Memphis risulta essere una copia francese del Rito di Misraim, fu fondato a Parigi nel 1839 in seguito alle campagne napoleoniche in Egitto e la conseguente “egittomania” dilagata tra le truppe francesi. Successivamente i due riti sono stati uniti insieme».

Anche in questo caso abbiamo più errori – dei veri strafalcioni –  che parole, e molta disinformazione o, se si vuole proprio esser benevoli, della semplice ignoranza. Nella tradizione biblica, uno dei tre figli di Noè insieme a Sem e a Jafet, è Cam, padre – secondo il Sefer Bereshit, che i cristiani chiamano Libro della Genesi – di  CushMizraimPhut e Canaan. In ebraico e nella scrittura amaraica quadrata, il nome di Cam è חָם: scritto con le consonanti cheth e mem. La chet – secondo quel che mi insegnava la sapientissima professoressa e cara amica I.Z. – è una consonante gutturale fortemente aspirata, come la jota castigliana in Juan, il ch scozzese in ‘loch’, e il ch tedesco in ‘ach’, e corrisponde altresì al greco antico χ ‘chi’. In effetti, nella versione dell’Antico Testamento dei Settanta, la Septuaginta dei biblisti, il nome del figlio di Noè viene reso con Χαμ, ossia Cham. Ma queste, lo ammetto, sono solo preziosità o finezze filologiche. 

Invece, è un ben grossolano errore storico affermare che «Da una prospettiva più storica, la massoneria egizia fu fondata dal mago massone Conte di Cagliostro. La particolare forma del Rito di Misraim, fu fondata a Milano nel 1805, dieci anni dopo la presunta morte di Cagliostro». Si tratta di un ben grossolano errore storico – anzi di tutta una serie di errori – perché Cagliostro stesso affermava ch’egli svolgeva una missione – massonica, ermetica e rosicruciana – che gli era stata affidata da Altotas e dal Gran Maestro Manoel Pinto de Fonseca a Malta, ove egli fu iniziato alla R.L. S. Giovanni del Segreto e dell’Armonia, e da Raimondo di Sangro, Principe di Sansevero, a Napoli, ove egli fu accolto nella R.L. Perfetta Unione. Quest’ultima era una loggia massonica dalla simbologia chiaramente ‘egiziaca’, come si diceva un tempo, e la sua data di fondazione risaliva al 1728.  All’interno di questa ‘officina’ egiziana, il Principe di Raimondo di Sangro fondò, il 10 dicembre 1747, il Rito Antico Primitivo Orientale di Misraim seu Aegypti. Quindi molto tempo prima della data affermata dal nostro giovin autore ligure, che attinge a fonti oltremodo dubbie. Evento e data vengono riportate più volte nell’Ottocento da Giovan Battista Pessina, e dallo stesso John Yarker, e nello scorso secolo, da Eduardo Frosini, da Gastone Ventura, oltre che da alcuni documenti dell’archivio del ramo veneziano e del ramo napoletano del Rito di Misraim in mio possesso. 

Il candido lettore vorrà scusare la pedante puntigliosità di queste precisazioni storiche, ma viste le pretese del nostro giovin autore ligure di ammannire sulla carta e nell’ètere il suo sapientissimo verbo allo stupefatto popolo catecumeno, è bene ridimenzionare le sue affermazioni e le sue pretese, mostrandone la poca o punta fondatezza. E ancor prima del 1805, esisteva a Venezia una loggia ‘egiziaca’, la S. Giovanni della Fedeltà, fondata e consacrata per volere del Conte Alessandro di Cagliostro nel 1788, sulla base di una precedente officina neotemplare, la quale ‘lavorò’ sino al 1797, allorché dovette ‘assonnarsi’ quando Napoleone Bonaparte vigliaccamente vendette Venezia all’Austria con l’infamissimo trattato di Campoformio. Ma una tale ‘egiziaca’ officina cagliostriana rimase pochissimo tempo in ‘sonno’, perché già dopo la battaglia di Marengo, che risollevò le fortune delle armate francesi in Italia, l’Iniziato Cesare Tassoni, barone modenese, diplomatico al servizio della Francia, già nel 1801, ‘risvegliò’ la loggia dei discepoli di Cagliostro. Anni fa, ebbi modo di vedere di persona, a Venezia, vari documenti originali di questa importante cerchia spirituale.

Che «il Rito di Memphis risulta essere una copia francese del Rito di Misraim, fu fondato a Parigi nel 1839 in seguito alle campagne napoleoniche in Egitto e la conseguente “egittomania” dilagata tra le truppe francesi», è una vera esagerazione: come ‘copia’ il Memphis aveva poco o nulla del Misraim, soprattutto rispetto all’autentico contenuto occulto e misterico di quest’ultimo: peraltro nei primi 34 gradi è una copia paro paro del Rito Scozzese Antico Accettato. Inoltre, allorché Jacques-Étienne Marconis de Nègre fondò il Rito di Memphis o Rito Orientale, nel 1839, erano già passati ben 40 anni dell’impresa napoleonica in Egitto. E che tra le truppe napoleoniche fosse addirittura dilagata l’egittomania, lo dice solo il nostro giovin autore: i militari napoleonici aderivano perlopiù o al Rito Francese Moderno o al Rito Scozzese Antico Accettato. Ben pochi fecero parte del Rito Egiziano di Misraim: ho persino liste di nomi pressoché complete dei suoi aderenti in epoca napoleonica. Vi fu unicamente, oltre al Misraim, la fondazione, nel 1801, da parte di Jean-Guillaume Cuvelier e di una ristrettissima élite di ufficiali, dell’Ordre des Sophisiens, al quale partecipò anche l’egittologo Dominique Vivant Denon, che nel 1783 conobbe personalmente Cagliostro alla legazione francese a Napoli. Ed è inesatto che successivamente i due riti, di Misraim e di Memphis, siano stati uniti insieme, se non in alcuni casi particolari. Personalmente, mi risulta che il Rito di Misraim proseguisse, nella sua forma originaria, ossia ritualmente immutata, in vari paesi – aldilà di imitazioni pagliaccesche recenti e meno recenti – sino ai nostri giorni.  

Lasciando perdere varie affabulazioni d’impronta sentimentale e lirica del nostro ligure scrittore, incontriamo affermazioni palesemente false come quando scrive: 

«In questo periodo Steiner lavora segretamente per lo Yarker attraverso Reuss, al fine di revisionare i rituali della piramide egizia di Misraim, la principale innovazione di Steiner fu quella della riduzione dei gradi da più di 90 a una decina, una innovazione che come vedremo ha una radice antica e al contempo verrà ereditata in altri ordini esoterici». 

Anche questa è una menzogna, anzi tutta una serie di menzogne. Rudolf Steiner non ha mai lavorato – né palesemente né segretamente – per qualcun altro, neppure per John Yarker, che pur stimava, ma col quale egli non ebbe mai alcun contatto personale, neppure epistolare, a quel che mi risulta. Egli era un uomo libero, e il suo libero operare era unicamente per il Mondo Spirituale. La Mystica Aeterna di Rudolf Steiner non era – lo ripeterò sino alla noia – il Rito di Misraim, malgrado la valutazione positiva ch’egli dava di una tale formazione latomistica minoritaria, peraltro sovente avversata e diffamata dalle grandi Obbedienze massoniche, più o meno profanizzate. L’ignoranza del nostro giovin scrittore appare là dove afferma che la principale innovazione di Steiner fu quella della riduzione dei gradi da più di 90 a una decina, mentre chiunque abbia anche una modesta conoscenza storica dell’esoterismo, sa che il Rito di Misraim o Rito Egiziano ha avuto ed ha solo 90 gradi e non di più. Vi è un perché profondo, e arcano, di tale numero, ma rispetto a ciò lascerò, in maniera lupescamente birbonissima, inappagata l’indebita curiosità del nostro giovin autore.

Ciò dà l’occasione di chiarire una buona volta – e spero una volta per tutte – la questione del rapporto personale di Rudolf Steiner con la Libera Muratoria. Egli ricevette personalmente e formalmente la dignità muratoria di 33° 90° 96°, e ciò sta a significare che gli veniva ‘riconosciuta’ la dignità di 33° Sovrano Grande Ispettore Generale del Rito Scozzese Antico Accettato, di 90° Sovrano Gran Maestro Assoluto del Rito di Misraim, di 96° Gran Maestro Sublime Mago, Patriarca Gran Conservatore del Rito di Memphis. Inoltre, egli venne riconosciuto Gran Maestro Generale in carica del Supremo Gran Consiglio Generale del 90° e ultimo grado del Rito Egiziano o di Misraim per la Germania e i paesi di lingua tedesca. Rudolf Steiner accettò questa ‘dignificazione’, come viene chiamata negli ambienti massonici – sono le sue stesse parole – per ‘lealtà occulta’ e ‘ricollegamento’ con il passato. Ma egli mai formò il Supremo Gran Consiglio del 90° grado del Rito di Misraim, mai rilasciò diplomi del Rito di Misraim, Mai egli agì massonicamente, né mai il suo operare venne riconosciuto come massonico dalle Obbedienze muratorie allora in circolazione. Mai egli utilizzò la rituaria del Rito di Misraim, né tantomeno elaborò, in supposta collaborazione con John Yarker, o su incarico di questi, la ‘riduzione’ del numero dei gradi e la riforma dei rituali, che gli attribuisce il nostro fantasioso giovin autore. Egli fece una cosa affatto diversa: fondò sulla base esclusiva della propria autorità spirituale la Mystica Aeterna, come Seconda e Terza Classe della sua Scuola Esoterica. Chiunque possegga i rituali originali del Rito di Misraim – non quelli che si scrivono da soli i vari Grandi Hierophanti (sull’esempio del sempre affaccendato e volgarissimo divulgatore Papus agli inizi del Novecento) degli innumerevoli Riti di Memphis-Misraim o Misraim e Memphis, venuti fuori come i funghi al sortire del sole dopo le piogge d’autunno – vede la totale differenza dei rituali della Mystica Aeterna rispetto ai vari rituali massonici. Ed è la parola stessa, ne La mia vita, di Rudolf Steiner ad affermare ch’egli non prese niente dall’Istituzione Yarker. L’affermazione di Rudolf Steiner demolisce da sola le fantasiose affermazioni di Giorgio Tarditi Spagnoli, a meno che questi non voglia accusare, ancora una volta, il Maestro di mendacio. Del resto, potrei dimostrare con la massima facilità che, dopo la fondazione della Mystica Aeterna di Rudolf Steiner, il Rito di Misraim – quello autentico – continuò a ‘lavorare’, per ben oltre un secolo, con gli antichi rituali settecenteschi.

Che poi Rudolf Steiner ‘lavorasse segretamente per lo Yarker attraverso Reuss’, è cosa assolutamente non credibile, vista la diffidenza e la totale disistima ch’egli aveva nei confronti di quel pendaglio da forca che era Theodor Reuss. Ciò risulta nella maniera più lampante dalle stesse lettere di Rudolf Steiner scritte a Marie von Sivers nei giorni successivi ai pochi incontri avuti con l’indecente rappresentante di Yarker in Germania, dopo la breve cerimonia di ‘trasmissione’ o di ‘riconoscimento’ del grado che lo ricollegava formalmente alla tradizione muratoria. Il nostro giovin autore cita appena qualche frase di quelle lettere, ma talmente tagliuzzate e sforbiciate da rendere irriconoscibile e inafferrabile il pensiero autentico di Rudolf Steiner. Una volta di più, onde non si dica ch’io mi invento qualcosa, e per documentazione del candido lettore, riproduco il testo tedesco dei brani di quelle lettere che ci interessano, e ne farò una traduzione la più letterale possibile. La prima è una lettera da lui spedita a Marie von Sivers da Norimberga, all’indomani della “cerimonia” di cui abbiamo parlato, l’altra da Karlsruhe, cinque giorni dopo. Questi brani – tratti da Briefwechsel und Dokumente 1901-1925, GA-Nr. 262, ossia dall’epistolario tra Rudolf Steiner e Marie Steiner, e precisamente le lettere n. 41 e 42 – chiariscono in maniera piuttosto eloquente (anche troppo…), sia rispetto alla decadenza dell’Ordine massonico, verso il quale tuttavia egli mostrò sempre una certa tolleranza, sia rispetto a quel filibustiere di Theodor Reuss, che cosa egli pensasse.

«An Marie von Sivers in Berlin

Samstag, 25. November 1905, aus Nürnberg

[…] Nun hast Du gestern selbst gesehen, wie wenig noch übrig geblieben ist von den einstigen esoterischen Institutionen, die doch einmal ein physiognomischer Abdruck waren höherer Welten. In Wahrheit sollten die drei symbolischen Grade: Lehrling, Geselle, Meister die drei Stufen ausdrücken, auf denen der Mensch im Geiste sich selbst d. h. sein Selbst innerhalb des Menschentypus findet. Und die Hochgrade sollten die Erhebung stufenweise andeuten, durch die der Mensch ein Bauer am Menschheitstempel wird. Und wie der gewordene Menschenorganismus d. h. der astrale, ätherische und physische Organismus ein Mikrokosmos der Vergangenheitswelt sind, so soll der von der Maurerei in Weisheit, Schönheit und Stärke zu errichtende Tempel das makrokosmische Abbild einer inneren mikrokosmischen Seelen-Weisheit, Seelenschönheit und Seelenstärke sein.

Im Materialismus hat die Menschheit das lebendige Bewusstsein von alle dem verloren und die äußere Form ist vielfach an Menschen übergegangen, die zum inneren Leben keinen Zugang haben.

Es wäre nun die Aufgabe, das maurerische Leben aus den veräußerlichten Formen aufzufangen und neu zu gebären, wobei natürlich das wieder geborene Leben auch neue Formen hervorbringen müsste. Dies sollte unser Ideal sein: Formen zu schaffen als Ausdruck des inneren Lebens. Denn einer Zeit, die keine Formen schauen und schauend schaffen kann, muss notwendigerweise der Geist zum wesenlosen Abstraktum sich verflüchtigen und die Wirklichkeit muss sich diesem bloß abstrakten Geist als geistlose Stoffaggregation  gegenüberstellen. – Sind die Menschen imstande wirklich Formen zu verstehen z. B. die Geburt des Seelischen aus dem Wolkenäther der sixtinischen Madonna: dann gibt es bald für sie keine geistlose Materie mehr. – Und weil man größeren Menschenmassen gegenüber Formen vergeistigt doch nur durch das Medium der Religion zeigen kann, so muss die Arbeit nach der Zukunft dahin gehen: religiösen Geist in sinnlich-schöner Form zu gestalten. Dazu aber bedarf es erst der Vertiefung im Inhalte. Theosophie muss zunächst diese Vertiefung bringen. Bevor der Mensch nicht ahnt, dass Geister im Feuer, in Luft, Wasser und Erde leben, wird er auch keine Kunst haben, welche diese Weisheiten in äußerer Form wiedergibt».

Ed eccola tradotta: 

«A Marie von Sivers a Berlino

Sabato, 25 novembre 1905, da Norimberga

[…] Ora ieri hai visto tu stessa, quanto poco sia rimasto è rimasto delle istituzioni esoteriche di un tempo, le quali però un tempo erano anche una espressione fisionomica dei mondi superiori. In verità i gradi simbolici di Apprendista, Compagno, Maestro dovrebbero esprimere i tre gradi, sui quali l’essere umano trova se stesso nello Spirito, cioè lo Spirito all’interno del tipo umano. E gli Alti Gradi dovrebbero indicare l’innalzamento graduale attraverso i quali l’essere umano diviene un edificatore del tempio dell’Umanità. E così come il divenuto organismo umano, cioè l’organismo astrale, eterico e fisico sono divenuti un microcosmo del mondo del passato, così il Tempio che deve essere eretto dalla Massoneria in Sapienza, Bellezza e Forza, deve essere l’immagine macrocosmica di una interiore microcosmica sapienza animica, di una bellezza animica, di una forza animica.

Nel materialismo, l’umanità ha perso la coscienza vivente di tutto ciò, e la forma esteriore è in molti modi passata a persone che non hanno alcun accesso alla vita interiore.

Ora, il compito sarebbe quello di afferrare la vita massonica a partire dalle forme esteriorizzate, e generarla a nuovo, per cui la vita rigenerata dovrebbe produrre naturalmente anche nuove forme. Questo dovrebbe essere il nostro ideale: per creare forme come espressione della vita interiore. Giacché in un’epoca, che non contempli forme e contemplando possa creare, lo Spirito deve necessariamente volatilizzarsi nell’inconsistente astrazione e la realtà deve confrontarsi a questo spirito meramente astratto come aggregazione materiale priva di Spirito. – Se gli esseri umani sono in grado di comprendere realmente le forme, per esempio, la nascita dell’elemento animico dalle nuvole eteree della Madonna Sistina, allora per loro presto non vi sarà più materia priva di Spirito. – E poiché si possono indicare alle più grandi masse umane forme spiritualizzate, tuttavia solo attraverso la mediazione della religione, il lavoro del futuro deve procedere in questa direzione: plasmare lo spirito religioso in forma bella-sensibile. Tuttavia, ciò esige dapprima l’approfondimento nel contenuto. La Teosofia deve dapprima portare questo approfondimento. Se l’essere umano dapprima non presagisce spiriti che vivono nel fuoco, aria, acqua e terra, non esisterà neppure un’arte che rifletta questa saggezza in forma esteriore».

Dalle parole di Rudolf Steiner si può facilmente cogliere l’involuzione antispirituale di molte Obbedienze massoniche, della serena, oceanica, cotennosa ignoranza – come la chiamava l’ottimo e caustico Arturo Reghini – della maggior parte dei massoni anche dei più elementari principi della spiritualità, e dell’esoterismo. E ancor più esplicitamente egli parla nella missiva successiva.

«An Marie von Sivers in Berlin

Donnerstag, 30. November 1905

Karlsruhe.

[…] Die Freimaurer-Sache wollen wir nur ja bedächtig, ohne alle Überstürzung machen. Reuß ist kein Mensch, auf den irgendwie zu bauen wäre. Wir müssen uns klar darüber sein, daß Vorsicht so dringend dabei nötig ist. Wir haben es mit einem «Rahmen», nicht mit mehr in der Wirklichkeit zu tun. Augenblicklich steckt gar nichts hinter der Sache. Die okkulten Mächte haben sich ganz davonzurückgezogen. Und ich kann vorläufig nur sagen, dass ich noch gar nicht weiß, ob ich nicht eines Tages doch werde sagen müssen: das darf gar nicht gemacht werden. Ich bitte Dich daher, mein Liebling, doch ja nichts anderes, als etwas ganz vorläufiges mit den Leuten zu besprechen. Wenn wir eines Tages sollten genötigt sein, zu sagen: da können wir nicht mit, so dürfen wir vorher nicht zu stark engagiert sein. Es sind bei der Sache zum Teil persönliche, zum Teil Eitelkeitsmotive im Spiel. Und vor beiden fliehen die okkulten Mächte. Sicher ist, dass vorläufig es allen okkulten Mächten wertlos erscheint, dass wir solches tun. Doch ganz bestimmtes kann ich auch heute noch nicht darüber sagen. Bemerken wir bei der nächsten Unterredung mit Reuß etwas Unrichtiges, dann können wir noch immer das Angemessene tun».

Ed eccola tradotta, servendomi delle mie men che modeste competenze linguistiche, nella lingua di Dante:

«A Marie von Sivers a Berlino,

giovedì,  da Karlsruhe,

30 novembre 1905.

[,,,] Trattiamo la questione massonica solo molto cautamente, senza veruna precipitazione. Reuss non è persona sulla quale si possa edificare in qualsivoglia modo. Dobbiamo aver chiaro che la prudenza in questo caso sia così tassativa. In realtà abbiamo a che fare con nulla più che con una «cornice». Al presente dietro alla cosa non c’è proprio niente. Le Potenze Occulte si sono completamente ritirate. E per il momento posso soltanto dire, che ancora io non so affatto s’io un giorno non dovrò dire: questa cosa non poteva assolutamente essere fatta. Perciò ti prego, mia diletta, di non parlare con le persone altro che di qualcosa di assolutamente provvisorio. Se un giorno fosse necessario dire: che non essendoci possibile, non dovremmo essere stati, in precedenza, troppo fortemente coinvolti. Nella cosa sono in giuoco in parte motivi personali in parte motivi di vanità. E di fronte ad ambedue fuggono le Potenze Occulte. Certo è che a tutte le Potenze Occulte che noi facciamo tali cose per il momento appare privo di valore. Ma anche oggi non posso dire in proposito niente di determinato. Se al prossimo colloquio con Reuss notiamo qualcosa di scorretto, allora potremo prendere sempre le misure adeguate».

E Theodor Reuss dimostrò sùbito con una seria di gravissimi atti di aperta slealtà quanto fosse giustificata l’estrema diffidenza di Rudolf Steiner nei suoi confronti, e la sua volontà di mai più incontrarlo, e di non rispondere mai né direttamente né attraverso la sua stretta collaboratrice, Marie von Sivers, alle missive che costui gli inviava. Ora, questo articolo è, ancora una volta, già troppo lungo, e non vi è lo spazio per illustrare, documentandoli, quei gravissimi atti di slealtà e di tradimento del Reuss, ché sarebbe davvero abusare della pazienza del candido e benevolo lettore. Ciò non toglie che lo si possa fare in futuro, visto che l’intera documentazione è già pronta.

Questa disamina dei rapporti di Rudolf Steiner con quel gaglioffo e pendaglio da forca di Theodor Reuss mostra ad abundantiam l’assoluta falsità delle affermazioni del nostro giovin autore ligure, circa la ‘collaborazione’ ch’egli avrebbe avuto con tale tristo figuro al fine di riformare rituali e la serie di gradi del Rito di Misraim, che mai John Yarker – il quale in nessuna forma ebbe, lo ripeto, mai rapporti diretti con Steiner – gli chiese. Mostra pure quanto poco al pur tollerantissimo Rudolf Steiner interessasse di per sé la causa massonica, largamente svuotata di interiore contenuto spirituale, e quanto poco contasse sugli ambienti latomistici. E mostra, infine, pure quanto sciocchi siano tutti quei sedicenti spiritualisti, i cui Grandi Hierophanti, per una loro pretesa ortodossa massonicità ‘egiziaca’, si richiamano alla discendenza spirituale infetta di Theodor Reuss. Tra l’altro, il nostro fantasioso giovin scrittore vorrebbe rendere Rudolf Steiner responsabile – e praticamente, dal mio punto di vista, colpevole – della struttura dei gradi e dei contenuti di quell’Ordo Templis Orientis, fondato a cavallo tra 800 e 900 da Theodor Reuss e Karl Kellner, e in seguito, ‘migliorato’ (si fa per dire…) da quel magazzo pervertito e assassino di Aleister Crowley. Questa è una sporca menzogna e una sozza calunnia, che sarà sin troppo facile smontare. Ma non ora…   

ISIDE SOPHIA-QUATTORDICESIMA Lettera (Parte II)

Denderah

QUATTORDICESIMA LETTERA

Maggio 1945

LA NATURA DEL MONDO PLANETARIO:

IL SOLE 2

(Link alla parte I)

Il suo anelito fu di trovare nell’incontro con la Natura la via alle radici della sua esistenza. Se leggiamo, o almeno proviamo a leggere i suoi libri, poiché è difficilissimo intendere il loro linguaggio, scopriamo esservi stata realmente una profonda conoscenza delle radici spirituali della Natura. Questa fu la sua grande azione per amore dell’umanità. Egli stette come un guardiano alla soglia che dall’antica sapienza conduceva alla nuova era della scienza, come uno che si ricordi dello Spirito che opera nel regno della Natura. Questo dono all’umanità fu accolto da Goethe e sviluppato ulteriormente. Goethe aspirava a trovare le radici Spirituali della Natura e vi riuscì. La percezione sovrasensibile della pianta Archetipica, come Essere-Madre di tutte le piante esistenti, e della quale Goethe parlò chiarissimamente, è la prova che egli era fortemente collegato con il grande impulso che era stato vivente in Paracelso. Perciò, Rudolf Steiner poté chiamare Goethe il Padre della Scienza dello Spirito, cioè di quella scienza che riconosce lo Spirito operante dietro i fenomeni del mondo dei sensi.

Possiamo qui concepire che ad una personalità della sua epoca possa esser permesso di sviluppare una certa idea o un certo impulso solo fino ad un certo punto. Poi un’altra individualità può assumere quest’impulso molto tempo dopo che il primo è morto e, attraverso un reale collegamento con il morto, portarlo avanti ulteriormente. E veramente Goethe ebbe un rapporto reale con Paracelso. Troviamo nella biografia di Goethe che in un periodo di profonda crisi interiore egli studiò intensamente Paracelso.

Il famoso filosofo Spinoza nacque il 24 novembre 1632. Il Sole era nel segno del Sagittario. Questa “Porta del Sole” venne aperta dai Nodi Lunari due anni prima della nascita di Spinoza, nel 1630. Saturno era allora nella Costellazione della Bilancia. Questo ci riporta a Giordano Bruno che morì 30 anni prima, il 17 febbraio 1600, allorquando pure Saturno si trovava in Bilancia.

Giordano Bruno fu bruciato sul rogo dall’Inquisizione Romana. Nella prima parte della sua vita egli era stato un monaco, ma il suo entusiasmo per la verità e il suo attaccamento alle nuove concezioni scientifiche, come esposte per esempio nel sistema copernicano, lo portò in conflitto con i suoi superiori ecclesiastici. Egli fuggì dal suo monastero e fece lunghi viaggi attraverso l’Europa, ed insegnò le nuove idee della scienza. Poi fu catturato dagli emissari della Chiesa Romana e, non ripudiando egli i suoi insegnamenti, fu bruciato vivo. Anche in Spinoza era presente questo spirito d’incrollabile entusiasmo e di devozione alla verità ed alla libertà della concezione filosofica. Veramente possiamo dire di lui, come di Giordano Bruno, ch’egli fu un martire di questa lotta per la libertà spirituale. L’intera sua vita fu una serie di persecuzioni da parte di ogni sorta d’istituzioni che erano ansiose di conservare obsolete tradizioni spirituali. Egli morì in giovane età, nella miseria causata dalle incomprensioni di coloro che erano attorno a lui.

Un altro filosofo e matematico, Gottfried Wilhelm Leibniz, nacque il 21 giugno 1646 vecchio stile [calendario giuliano]. Il Sole era ancora nel segno eclittico del Cancro. Questa “Porta del Sole” venne aperta dai Nodi Lunari nell’anno 1647, un anno dopo la sua nascita. Troviamo Giove nella Costellazione del Leone, ove era stato allorché morì il già menzionato Giordano Bruno. Possiamo trovare così un collegamento pure tra Leibniz e Giordano Bruno, ma qui era Giove a stabilire il collegamento. Perciò la qualità, per così dire, che Leibniz ereditò spiritualmente, fu di diversa natura. Fu il mondo di pensiero di Bruno che giunse nuovamente a vita in Leibniz e che venne sviluppato ulteriormente. Il nocciolo dell’insegnamento di Bruno è la sua idea delle monadi come fondamento di ogni esistenza nell’Universo. L’originaria unità universale, che egli chiamava la monas monadum, si separa nella molteplicità dei singoli esseri, o monadi, che sono esseri viventi, ed ognuno di loro è un Universo in se stesso. L’anima di un essere umano è una monade pensante. Leibniz basò il suo insegnamento filosofico sulla sua “monadologia” e sull’idea della “armonia prestabilita” (prestabilierte Harmonie). Così come Giordano Bruno egli immagina Dio come la monas monadum. Le singole monadi derivate dalla monas monadum hanno vari gradi di coscienza. Esse sono, per così dire, le anime delle cose e degli esseri ma, anche per Leibniz, ogni monade è in se stessa una rappresentazione dell’Universo in gradi.

GLI EVENTI IN CIELO

Già in Aprile il Pianeta Marte è entrato nella Costellazione dei Pesci. Esso si muove attraverso questa Costellazione per tutto il mese di Maggio. Una quantità inconsuetamente grande di personalità storiche hanno Marte in questa posizione, o al momento della nascita oppure a quello della morte.

Se guardiamo più da vicino a questa raccolta, possiamo scoprire che vi sono i più grandi contrasti tra queste persone. Sembra più simile ad una gigantesca lotta tra persone che sono unicamente consacrate alla vita spirituale dell’umanità ed altre che sono discese profondamente nel mondo della materia e di quello dell’azione politica.

Tra loro vi è una grande personalità che molto ci insegna su questa lotta spirituale. È il Papa Nicola I . Quando morì, il 13 novembre 867, Marte era nei Pesci nella stessa posizione in cui sarà all’inizio di Maggio. Questo papa, che talvolta è chiamato “il Grande”, fu profondamente coinvolto nelle cause della separazione tra la Chiesa Occidentale e quella Orientale che sorsero allora. Esse portarono allo scisma tra la Chiesa di Roma e la Chiesa Greca. Il suo grande oppositore fu il Patriarca Fozio a Costantinopoli.

Questo scisma è molto di più che non la differenza d’opinione tra pochi dignitari ecclesiastici. È un problema dell’umanità, e da quei giorni la sua importanza non è diminuita bensì aumentata. L’umanità nella nostra epoca deve trovare la giusta soluzione, oppure far fronte a tremende catastrofi persino più grandi di quelle che abbiamo dovuto sopportare così a lungo. Perciò, l’individualità della quale parliamo può insegnarci una grande quantità di cose su questi còmpiti giganteschi.

Sappiamo che egli fu nuovamente incarnato in un corpo fisico durante il XIX e il XX secolo e nuovamente egli venne posto di fronte ad un problema riguardante l’umanità simile a quello che si era manifestato allorché egli era Papa della Chiesa Romana. Ma in quest’epoca egli era posto di fronte alla situazione mondiale che si era sviluppata a partire dalla separazione e dall’inimicizia tra Oriente e Occidente.

Il Papa Nicola I dovette far fronte alla situazione che in Oriente – in Grecia, in Asia Minore ed in Egitto – veniva seguito un Cristianesimo che era ancora profondamente collegato con gli antichi Misteri; con l’antica sapienza che era sopravvissuta alla caduta della cultura degli antichi templi. La Chiesa Greca era soltanto una specie di avamposto verso l’Occidente, e ve n’erano molti altri che sono sopravvissuti sino ad oggi. Spiritualmente, dietro di essa stava l’immenso continente dell’Asia che era considerato come il misterioso dominio degli Dèi. Gli altipiani del Tibet sono ancor oggi sperimentati come la vera sede degli Dèi. Il Cristianesimo occidentale giunse ad una via diversa. Esso arrivò a Roma in una data precocissima. La Roma politica all’inizio si era fortemente opposta alla fede cristiana. Dopo l’età delle persecuzioni, il Cristianesimo  romano e la vita dello stato romano si amalgamarono sempre di più. Perciò si sviluppò il Cristianesimo pratico e colonizzatore dell’Impero Romano. Si diffuse nelle lande selvagge del Nord, al di là delle Alpi, e fondò i monasteri che divennero i centri per l’agricoltura e l’insegnamento. Nicola I era profondamente collegato con questo sviluppo occidentale. Quasi con la percezione di un veggente, egli scorse la necessità del Cristianesimo occidentale che prepara il cammino verso lo sviluppo culturale dell’Occidente, nel quale doveva svilupparsi l’era moderna della scienza naturale, delle grandi scoperte e della tecnica.

L’Occidente ha volto in basso lo sguardo alla Terra e l’ha presa nelle sue mani. L’Oriente non volle discendere dalle sue altezze spirituali, preferì anzi rinunciare alla conquista della Terra fisica. Perciò, Papa Nicola I vide sopraggiungere il grande scisma tra Oriente e Occidente come una necessità storica. Egli non poté evitarlo. Esso dovette arrivare nell’interesse dell’evoluzione dell’umanità.

Comunque questo scisma evolvette a partire dal IX secolo in un  gigantesco problema per l’umanità. In occidente l’umanità ha raggiunto il dominio quasi completo sulla materia morta. L’essere umano è diventato, nel corso della sua evoluzione storica, un individuo ed un essere emancipato. L’individuo è divenuto così emancipato che può dubitare e persino negare l’esistenza di un Mondo Spirituale. L’ideale è la macchina.

Perciò, anche l’ideale dell’organismo sociale è più o meno una macchina. In Oriente l’essere umano rimase indietro. Lì, il centro della vita è ancor oggi l’adorazione degli Dèi, implicante la sottomissione alla Volontà del Mondo Spirituale. L’esistenza di uno, in quanto essere umano singolo, non conta. La morte è una transizione più o meno benvenuta. L’organismo sociale o la vita dello Stato viene edificata secondo questa concezione spirituale. Essa è guidata da impulsi religiosi; il rappresentante dello Stato è considerato addirittura di origine celeste. Ma il singolo membro dell’organismo sociale non può sperimentare se stesso come un essere individuale. Il membro individuale è una parte più o meno insignificante del tutto.

Queste concezioni largamente opposte dell’esistenza umana devono presto o tardi portare ad un tremendo conflitto tra l’umanità occidentale e quella orientale, a meno che non venga trovata e praticata la vera Immaginazione del Nostro Essere. Ambedue le concezioni sono lontane da questa Immaginazione: in Occidente l’emancipazione spirituale conduce ognuno ad un punto in cui l’esistenza terrena diviene senza senso e fantasmatica, e in Oriente il singolo essere umano è sommerso in un incontrollabile diluvio di fanatismo razziale o religioso. In ambedue le concezioni l’umanità in ultima analisi elimina se stessa. Ambedue le concezioni lotteranno per la loro esistenza, l’una contro l’altra, e l’umanità verrà stritolata tra loro se la vera Immagine del Nostro Essere, il Christo cosmico, rimane irriconosciuto – non la semplice persona della tradizione cristiana del XIX secolo, bensì il Dio, il Quale entrò nell’esistenza corporea: Colui che venne a ricordare all’umanità terrestre la sua cittadinanza cosmica. Il Christo fece la volontà del Padre, rappresentò l’intero Universo nella piena coscienza di un’esistenza terrestre legata al corpo, e mostrò il sentiero al raggiungimento di questa rappresentazione dell’adempimento della Volontà del Padre. I primi cristiani sperimentavano il Christo allorché disegnavano il loro simbolo segreto, il Pesce.

Così noi troveremmo nuovamente il Christo come rappresentante dell’umanità, il Pesce che è l’immagine cosmica dell’umanità nel mare delle nuvole eteree intorno alla Terra. Allora non ci troveremo più confinati unicamente alla realtà terrestre, oppure non verremo sommersi nel dominio dell’anima di gruppo, bensì sperimenteremo noi stessi come discesi da altezze spirituali allo scopo di trasformare la Terra nell’Immagine dell’Uomo Spirito (Essenza), come Novalis, Rudolf Steiner ed altri hanno fatto. Questo è il linguaggio di Marte nei Pesci.

(Continua)

Tutti i diritti di riproduzione, di traduzione o di adattamento sono riservati per tutti i Paesi. E’ vietata la riproduzione dell’opera o di parti di essa con qualsiasi mezzo, se non espressamente autorizzata per iscritto dall’editore, salvo piccole citazioni in recensioni o articoli.

PRIMAVERA E TEMPO DI PASQUA

plant

 

Presto è Pasqua. Ma non amo granché ossequiare gli eventi metafisici nei tempi sanciti dalla tradizione e dalla convenzione. Ho notato che pure allo scadere di dignitose, anche encomiabili manifestazioni ormai annuali di feste e giornate (c’è pure la giornata del sollievo, manca invece la giornata del salame ungherese) esse diventano occasione di approfondimenti antroposofici, o in generale, spiritualistici.

Che volete? Mi paiono un po’ tutte alla stregua delle “cure compassionevoli”, ossia quelle che offrono un sollievo posticcio al malato terminale. Roba di facile preparazione, che non costa quasi nulla al Servizio Sanitario ovvero a chi scrive e che serve ben poco a chi legge. Sebbene siano di sostanze del tutto diverse credo che possano alleviare la sete di spirito quasi come, ad un grado minore, un bicchiere di Coca Cola può soddisfare chi ha semplicemente sete di liquido. Però il paragone è improprio: la sete dell’organismo è più seria.

Se alla parola “spirito” fate corrispondere un gradevole (compiacente e compiaciuto) sussulto emotivo, non dico che non siate belli e buoni, ma di cammino interiore o pellegrinaggio dell’anima verso i Cieli…nemmeno fermarci a parlarne.

Mi pare che molti non riescano a sospettare o a capire che, con i soliti contenuti dell’anima e le solite, fantastiche costruzioni della mente, non si trovano ponti – nemmeno quelli tibetani – che permettano di superare quello che soltanto viene permesso da ciò che in noi vive e domina come implacabile ostacolo alla realtà spirituale e persino alla comprensione consapevole dei più elementari processi che la riguardano e per i quali basterebbe l’attività svolta da un accurato e spregiudicato esame sostenuto da un lucido processo logico.

Potrei anche prepararvi un discorsetto storico/culturale su miti o personaggi: ovviamente preriscaldato ma insaporito e sacralizzato da un velo di riferimenti di antroposofia e di tradizione.

Quando si è giovani l’appetito non manca e si è disposti a trangugiare ogni cosa che si trova sul tavolo. Mantenendo la metafora, sono fortunati quelli che poi si accorgono che l’eccesso non accresce l’energia ma porta piuttosto a disordini intestinali e pesantezza. Questi sono come i cosiddetti peccati di gioventù o nel migliore dei casi fanno parte, comprensibilmente, della tortuosa didattica dell’apprendimento.

Ma perché mi soffermo e dissipo righe per cose del genere? Il fatto è che mi pare rimarchevole (disdicevole) che una non indifferente quantità di apprendisti ricercatori – sarà un beffardo destino? – abbiano trovato una variante della fonte di Ponce de Leòn poiché sembrano rimanere eternamente giovani nella psiche: che non è un complimento. In altre parole si iscrivono all’accademia antroposofica e rimangono per tutta la vita in quei corridoi come imbolsiti studenti fuori corso.

Giorni fa, su una stagionata Rivista straniera ho letto un lungo articolo del sig. Emile Rinck dal titolo accattivante: Un cammino verso la conoscenza immaginativa (Metodo, criteri, risultati). Allora si disquisisce su Giovanna d’Arco, sulla necessità di conoscere se stessi, sull’esperienza del doppio per poi giungere alla conclusione che la coscienza immaginativa è una facoltà nella quale si percepiscono immagini attraverso cui si esprimono esseri spirituali e che tutto quello che c’è nell’articolo può essere soltanto una “frammentaria riflessione” che andrebbe completata con lo studio dell’Iniziazione e della Scienza occulta.

Benedetto uomo! Questo avrebbe potuto dirlo ai lettori prima, anzi subito, oppure il compitino avrebbe potuto tenerlo per sé, in un cassetto munito di serratura: uno degli infiniti esempi di quello che passa per lezioso ed inutile antroposofismo.

L’azione di Massimo Scaligero avrebbe dovuto essere dirompente nei confronti di tale desolato ma resistentissimo labirinto accademico. Egli con vigore ed un rigore che non lascia scampo ti mette di fronte ad una scelta di vita essenziale. Ma sarà che il grado di analfabetismo cognitivo è faccenda più seria di quanto dicano le statistiche oppure che viga negli animi una pura e dura voglia di non far niente, resta il fatto che tra l’adamantino, coerente e tagliente insegnamento di Scaligero e i tanti che si dicono suoi discepoli sembra succedere quello che avviene a coppie in crisi: convivono da separati in casa.

Forse una osservazione che Scaligero mi fece un giorno potrebbe spiegare alcune cose. Arrivai da lui mentre stavano uscendo tre ragazzi un po’ più giovani del sottoscritto. Solo dopo molti anni riconobbi che tra i tre, almeno due erano divenuti figure che sono apparse di una certa rilevanza in alcuni ambienti. Erano appena usciti e Massimo mi fermò in corridoio con queste parole: “Hai visto quei giovanotti? Vengono qui con domande molto intelligenti sulla Filosofia della Libertà”. Dopo un brevissimo silenzio continuò: “Ma non riescono proprio a capire che è esperienza”.

Ecco: con questo breve ricordo (ora penso che il commento di Scaligero fu molto gentile), mi permetto di estendere, generalizzare la cosa. Come ho già scritto e riscritto, se tratto Verità e Scienza o Teosofia oppure la Via della Volontà Solare o Il Trattato del Pensiero vivente come fossero dei portacenere – io qua, loro là – posso sapere molto, posso anche usarli a mio comodo ma se non li vivo, se non li riaccendo in me riga per riga, anche drammaticamente, rimarranno per sempre e soltanto entità del mondo, più famigliari di tante altre, ma nella mia anima non accadrà nulla, non vi sarà potenza che si attua, modificando il mio assetto interiore. Ciò che naturalmente io sento di essere non cambierà di una virgola. In sintesi mi proteggerò, inconsapevolmente, dal “rischio” dell’esperienza.

Occorre non fraintendere il significato di conoscenza. Se la si intende come la intese Pico o Bovillus e, ai nostri giorni, Rudolf Steiner, essa è il sacro e operoso divenire dell’anima che si dirige alla sua verità divina, altrimenti è solo un sapere (alla Emile Rinck o peggio) che ottunde l’uomo e lo trascina in una forma di accidia spirituale, spesso persino elegante, à la page, e di sicuro confortevole.

Uno potrebbe credere che leggere qualcosa che profuma di nobiltà e di mistero lo introduca nell’hortus conclusus dell’esoterismo: non è così né lo sarà mai: una temporanea variazione di sentimento non porta se non ad un breve moto circolare in sé. Sono così pochi coloro che, sollevando per un secondo la testa oltre le acque inferiori, sanno rendersi conto che un attimo di destità pensante vale, per un concreto cammino interiore, assai più che l’Himalaya delle altre cose che sono dentro o fuori dell’uomo.

Fossi un illuminato despota, obbligherei chi aspira a illuminazioni e iniziazioni a mettersi a bottega da un buon meccanico oppure a lavorare da magazzinieri…per il tempo in cui si rendesse capace di ripararmi la macchina o di portarmi una vite da 8 se chiedo una vite da 8.

La perdita di una chiara, educata relazione tra la coscienza pensante ed il mondo sensibile – fenomeno che sta già avvenendo – è sommamente preoccupante, poi nel caso di velleità spirituali preclude anche il primo passo verso la conoscenza.

Eppure è proprio il Dottore a sottolineare che “nel mondo fisico sensibile la vita è incaricata di ammaestrare l’io umano all’obbiettività” e che proprio “nel mondo sensibile i fatti esercitano sempre la loro rettifica sul pensiero”.

Queste sono parole che paiono ovvie ma furono stampate tra il 1904 e il 1910 e, come ammoniscono i cugini nostri, le temps s’écoule vite. Un decennio dopo, nei corsi sulla fisica, Steiner osservava che il continuo impatto del sensibile percepito sulla coscienza, porta quest’ultima ad una sorta di deliquio.

Così la faccenda si complica: il sensibile ci porta a destità ma poi ci narcotizza. Infatti questa “striscia” di sonno, purché ci siano famigliari alcune possibilità che la pratica della concentrazione è capace di offrirci, la possiamo trovare e cogliere: esiste davvero. Persino a posteriori, se si porta l’attenzione ai nostri comportamenti nella vita comune, possiamo riconoscere che si sia come incalzati da una condizione sonnambolica.

Da questa tenaglia offertaci dal deliquio nel sensibile esterno e dalla sognante confusione animica, la via della destità dell’Io passa inevitabilmente per l’unica condizione indipendente: il voluto controllo del pensiero e la voluta attenzione verso un “oggetto” che non dipenda da queste due polarità: è l’attività determinata dall’Io che chiamiamo concentrazione.

Il valore assoluto della concentrazione è minato da una fallace controimmagine che aderisce nel retrobottega della coscienza: si stima che la disciplina della concentrazione, poiché nella prassi comune si esegue in brevi frazioni di tempo, sia qualcosa di simile ad un segmento, tirato dal punto A al punto B, mentre in realtà essa è paragonabile a una semiretta: dal punto A all’infinito.

Da ciò, la mia scandalosa affermazione che la concentrazione riesca ad assumere in sé tutti i livelli potenziali della coscienza sino all’intuizione, non dovrebbe apparire esagerata.

Le persone non si accorgono che la concentrazione è l’ultima àncora offertaci dal mondo spirituale. Se così non fosse, dato il principio di stretta economia di quei mondi, l’attività di Scaligero non sarebbe stata necessaria.

Ma qualcuno potrebbe comunque chiedermi: “Non sono forse sufficienti i tanti esercizi dati dal Dottore?”. Ed io rispondo: “Certamente…se non si fossero verificati grandi e veloci cambiamenti nell’uomo, direi epocali se comparati al breve lasso di tempo in cui si sono verificati”. Poi vi dico pure che Scaligero queste cose le ha scritte e riscritte con perfetta proprietà di significato, basterebbe non ignorarle. E dove ha dato in quantità indicazioni di esercizi di varia direzione (Manuale pratico della meditazione, Tecniche della concentrazione interiore, ecc.) ha avvisato che questi sono comunque operazioni di concentrazione: consistendo sostanzialmente in “accordi del pensiero con la volontà”.

Pensateci, riesaminate, insomma fate quello che sentite come vostra capacità di indagine e di esperienza. Poi se vi sentirete (onestamente) in disaccordo con ciò che dico, nessuno si strapperà i capelli, anzi: potrebbe solo voler significare che vi può essere ampia ricchezza di variabili.

Quando scrivo, come ho fatto ora, tengo sempre presente nell’anima che dharma e karma individuali non sono astrazioni esotiche e che conseguentemente possano esserci approcci e modi diversi per ogni singola persona. Nonostante ciò ritengo ugualmente che la concentrazione sia l’ultimo appiglio donato all’entità umana del presente, sia per iniziare un cammino vero verso la Realtà, sia per non capriolettare all’indietro nel subumano. E l’urgenza è drammatica: non è affatto impossibile che l’ultimo dono possa venire perduto.

Quello che occorre non è facile: si tratta di abbandonare ciò che ieri o l’altro ieri si è congiunto con l’impotenza delle cose morte e avanzare nell’ignoto con il nudo coraggio di chi non ha più nulla perché è giunto allo zero di sé ed in questo vuoto costruire vita per domani e per tutto il futuro. Occorre quel salto speciale che giunge alla metamorfosi. Solo lo spirito è capace ad operare alla ri-creazione dell’uomo. Solo il vasaio può modellare la creta: avete mai visto un informe mucchietto di creta da sé farsi vaso? Ma perché possa operare nell’anima, l’io/IO deve prima squarciare l’armatura in cui l’anima si protegge dallo spirito. Cercate di comprendere, troppe parole non servono a niente.

Ho iniziato col dire che presto è Pasqua, e la primavera è già iniziata. Dai rami di alberi e siepi si affacciano al sole le nuove foglie, piccole ma con tanta volontà di crescere. E chi conosce un po’ d’attenzione e silenzio può fare qualcosa. “In pace di cuore” può guardarle e permettere ad un sentimento che sorge (che può sorgere) di entrare nell’anima. Scrivo “entrare” poiché esso non è solo nostro ma giunge in noi dall’impeto gioioso della natura che risorge. Con estrema delicatezza trattenetelo in voi che non scompaia subito. Guardate di nuovo le foglioline: osservate come ci sia sostanziale unità tra questo sentire vostro ed il loro manifestarsi. Immergetevi completamente in questa impressione. Allora albeggia un fluire, sempre più vasto, che lega insieme voi e la natura. Sorge una delicata impressione di soave luce/colore animico “giallo-rosato”: essa pervade il mondo del vivente. Non c’è da far molto, solo silenzio e un po’ d’arte interiore. Così si sperimenta quella che è l’atmosfera nel tempo della primavera e della Pasqua.

Torna in alto