L’ARCHETIPO-GENNAIO 2024
Anno XXIX n. 1
Gennaio 2024


In questo numero:

ECOANTROPOSOPHIA.IT augura BUON NATALE a tutti i suoi amici lettori con tre proposte di ascolto: trattasi di bellissimi brani interpretati da un eccellente baritono siberiano, Dmitri Hvorostovsky, un talento purtroppo mancato troppo presto
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IL GUERRIERO BUONO
LA VIA
VIVERE

Non tutti sanno che il personaggio di Babbo Natale, questo vegliardo benevolo dalla barba bianca, con tanto di pancia e di gotte rosse, è diventato un simbolo del Natale in tutto il mondo, a seguito di una campagna pubblicitaria della Coca Cola diffusa negli anni ’30, che ne ha fatto la sua icona. Ma le origini di Babbo Natale e della sua leggenda hanno a che fare con miti molto più antichi, di origine sciamanica.
Prima della diffusione del cristianesimo, molti paesi europei praticavano lo sciamanismo, la più antica forma di spiritualità. Secondo l’antropologo John Rush, la figura di Babbo Natale deriva dagli sciamani delle regioni artiche e siberiane.
In Siberia, si viveva nelle yurte, tendoni giganteschi fatti di corteccia di betulla e di pelle di renna, con al centro un’apertura per il fumo del fuoco acceso al centro della yurta.
Questa apertura simbolizzava anche l’accesso al “mondo di sopra”, una delle tre dimensioni spirituali in cui gli sciamani viaggiano in stato di coscienza alterata.
Quindi, per connettersi al mondo degli spiriti del mondo di sopra, popolato da creature mitiche, maestri, esseri evoluti, spiriti, si doveva compiere un viaggio, una specie di tranceindotta dal suono ripetitivo dei tamburi o dall’assunzione di funghi sacri.
Questo spiega il fatto che Babbo Natale lascia i suoi doni nell’apertura o nel camino delle abitazioni. Altre volte, li lascia al piede di un albero, un altro punto di accesso ai mondi spirituali per queste popolazioni.
I colori rosso bianco del suo vestiario e gli stivali neri ricordano i vestimenti rituali indossati dagli sciamani raccoglitori del fungo allucinogeno, l’Amanita muscaria, considerato “sacro” dalle popolazioni di queste zone che, appunto, lo assumevano per stabilire la connessione con il mondo spirituale, oltre ad essere offerto essiccato agli abitanti del proprio villaggio per celebrare il Solstizio d’inverno.
Al di là delle sue vesti, il bianco candido dei capelli e della barba, il rossore delle gotti di Babbo Natale sono altri richiami ai colori dell’Amanita.
Nello sciamanismo siberiano, il fungo sacro non è considerato una droga come lo intendiamo oggi. È piuttosto percepito come uno dono divino che regala visioni e illuminazione a chi lo assume, in un contesto protetto e ritualizzato ad una finalità precisa. Veniva assunto proprio per celebrare il ritorno della Luce solare, scandito dal Solstizio.
Le renne, animali nativi di queste zone fredde e ghiacciate, sono ritenute sacre da queste popolazioni semi-nomade e la slitta di Babbo Natale che lo porta in giro per il mondo nella notte del Solstizio, evoca il carro celeste usato dagli dei del panteon nordico per essere poi assimilato alla costellazione del Grande Carro, che gira attorno alla stella polare in un arco di 24 ore.
Quanto è curioso osservare le metamorfosi di questi antichi rituali “pagani” nella Storia, come siano stati inglobati dal cristianesimo per essere in qualche modo ripristinati dalle logiche del marketing.
Natale è la celebrazione dell’antico rito del Solstizio d’Inverno, incarnato poi dalla festa cristiana della nascita di Gesù, la Luce del mondo.
Metaforicamente, rappresenta un momento di illuminazione, di visione di quei principi invisibili che guidano gli esseri umani verso l’apertura del cuore.
I regali rappresentano i doni che vengono elargiti a chi abbia avuto il coraggio di varcare la soglia del visibile per addentrarsi nell’invisibile, e in questo caso sono per i bambini che, più di tutti, sono naturalmente in connessione con i mondi invisibili e i loro abitanti.
Sarebbe opportuno ritornare ad essere bambini, lasciando da parte la razionalità e la serietà che ci intrappolano, e vivere consapevolmente la magia di questa celebrazione.
Buon Natale nei nostri cuori!
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Natale è un flauto d’alba, un fervore di radici
che in nome tuo sprigionano acuti ultrasuono.
Anche le stelle ascoltano, gli azzurrognoli soli
in eterno ubriachi di pura solitudine.
Perché questo Tu sei, piccolo Dio che nasci
e muori e poi rinasci sul cielo delle foglie:
una voce che smuove e turba anche il cristallo,
il mare, il sasso, il nulla inconsapevole
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Un testo fondamentale per chiunque intenda inoltrarsi lungo la via, verso il pensiero vivente. Qui, Scaligero, consegna alla libertà di ciascuno un altissimo aiuto. Un percorso che sottintende, va detto, la pratica della retta concentrazione e della meditazione, secondo i canoni indicati dallo stesso Scaligero.
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Dal Trattato del pensiero vivente, pp. 4-7
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Il presente trattato, anche se logicamente formulato e accessibile, propone un còmpito attuabile forse da pochissimi. La sua concatenazione di pensieri è congegnata in modo che il ripercorrerla comincia a essere l’esperienza proposta: esperienza che, in quanto si realizzi, risulta non una tra le varie possibili all’uomo, ma quella della sua essenza interiore, che lo spirito esige da lui in questo tempo. Il trattato non è filosoficamente confutabile, essendo fondato su tale esperienza: che va compiuta, se si vuole disporre dei mezzi per porla in questione. Ma chi possa compierla, comincia a vivere in un pensare che non ha nulla da porre in questione, perché penetra il mondo. E’ il pensare che è la verità di tutte le teorie e di nessuna, essendone la sostanza predialettica. Chi percepisca la distinzione tra il seguire logicamente un discorso e il muovere nel pensare che ne tesse la struttura logica, può verificare l’esperienza proposta: vivendo i pensieri di queste pagine, può sperimentare la potenza della « concentrazione», o la tangibile presenza dello spirito: la via al pensiero vivente, la trascendenza comunque presente, ma sconosciuta, in ogni pensiero che pensa.
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L’Io che l’uomo dice di essere non può essere l’Io, se non nel pensiero vivente: ancora da lui non conosciuto. Egli conosce solo il pensato, o pensiero riflesso, ma non sa come lo conosce. Deve prima pensare, per conoscere il proprio pensiero: non conosce il pensare. L’uomo conosce ed opera secondo il pensato, che, esaurito nella sua determinazione, non ha vita. Non avviene mai che in lui il pensiero operi direttamente come vita, essendo ogni moto vitale un processo a sé, traentesi dalla inconosciuta vita dell’organismo corporeo: processo che attinge direttamente al pensiero soltanto nei movimenti volontari: a un pensiero comunque riflesso.
Al massimo oggi l’uomo giunge a concepire il « pensiero pensante » come « atto », o momento dinamico del pensiero: ultima positiva intuizione della filosofia occidentale. Egli filosoficamente intuisce il« pensiero pensante », tuttavia senza possibilità di percepirlo direttamente, come fa con il pensiero pensato, che può ogni volta conoscere, ripensandolo: facendolo risorgere come pensiero pensante. In effetto, il pensiero pensante gli sidà nella misura in cui egli non l’abbia, attuandosi esso solo in quanto rivolto a un oggetto, ossia pensante qualcosa, non pensante come tale: come · puro pensiero. E’ pensante in quanto possa essere per un tema, senza il quale non saprebbe essere pensiero, svolgendosi nei vari sistemi logici come una teorica del suo svolgersi solo per un tema, in vista dei fondamenti e dei metodi della scienza. Pensante, dunque, secundum quid: non secondo se stesso.
Conoscendo solo il pensato, l’uomo veramente non può dire di conoscere: in realtà non ha il conoscere, ma il conosciuto, privo del momento interiore per virtù del quale è conoscenza. II pensiero deve prima venir pensato, cadere nella riflessità, per essere da lui conosciuto. Ma, conosciuto, cessa di essere conoscenza. Così la morte del pensiero è la condizione del suo dialettificarsi in forme diverse, solo in apparenza contrastanti. Onde se all’uomo venisse oggi comunicato il segreto dell’essere, gli sarebbe inutile, perché non saprebbe pensarlo: potrebbe pensarlo solo a condizione di ridurlo a quella riflessità, o astrattezza, al cui livello non è possibile si dia qualcosa dell’essere. L’uomo, però, può trovare la forza del pensiero che pensa, ove giunga a scorgere l’essere del mondo fluente in lui come vita: vita dell’idea, che è vita della realtà percepita, nascente in lui come dal centro del mondo. Apice dell’ascesi del pensiero, che sia capace di portarsi oltre le posizioni idealistiche, oltre la dialettica del « pensiero pensante », oltre realismo fisico e metafisico.
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Massimo Scaligero, Trattato del pensiero vivente. Una via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen(Tilopa 1961)
foto di Nico Franz su Pixabay
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per gentile concessione de