Gennaio 2018

L’ARCHETIPO-FEBBRAIO 2018

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA DISPERAZIONE DELL’ASCETA

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La condizione di disperazione, ancorché tutt’altro che desiderata dai più tra gli umani, è una condizione veramente “felice”, ossia “fortunata” nella concezione latina e romana del termine. Per l’asceta la disperazione è foriera di non pochi e notevoli vantaggi, tutt’altro che disprezzabili, vantaggi che mi sforzerò di evidenziare.

Anzitutto, è da mettere bene in evidenza il fatto che vi è una grandissima diversità, che può rivelarsi ben decisiva, nella maniera di accostare la Scienza dello Spirito. Si può giungere ad essa spinti da una raffinata curiosità intellettuale, dalla suggestione di qualche lettura che tocchi corde profonde dell’anima, o dalla conversazione con un amico, oppure dalle parole ascoltate in una qualche conferenza. È sicuramente una eventualità frequente, perfettamente lecita e normale, ma è difficile che – salvo eccezioni – in tali situazioni si vada poi molto lontano nel calcare il Sentiero della Conoscenza.

Altri – sempre nel calcare l’arduo Sentiero dell’Iniziazione, sentiero sempre irto di difficoltà – possono giungere alla Scienza dello Spirito spinti da una situazione estrema, da una condizione senza uscita, che può sfociare – appunto “felicemente”, almeno da un punto di vista speciale – in una vera e propria forma di disperazione.

Ma perché una tale situazione senza uscita, una tale condizione di disperazione, è un’evenienza addirittura “felice”? Lo è davvero perché è una condizione di sincerità assoluta e di radicalità, nella quale non si può mentire più a se stessi, e nella quale si rivelano inaccettabili le soluzioni di ripiego, le “cure” palliative, meramente sintomatiche, a base di analgesici o di narcotici: di qualsivoglia specie essi siano. Chi si appaga con cotali analgesici e narcotici – come quelli indicati dalle “anime belle” che da molti anni ci asfissiano con un loro slavato moralismo o con uno stucchevole sentimentale misticismo – non è veramente disperato, ed è alla ricerca solo di un “divertissement”, come lo chiamava nel XVII secolo l’ottimo Blaise Pascal, ossia di una “distrazione”: di qualcosa che ci faccia in qualche modo “distrarre” dalla noia, e dall’angoscia di una vita vuota e inautentica, la quale poi continua indisturbata.

Una vita priva di spirito, una vita tagliata fuori dalla comunione con la realtà spirituale è fatalmente una vita vuota, inautentica e dolorosa. Purtroppo, molti cercano di risolvere in modo “anomalo”, ossia barando, il problema di tale “dolorosità” – e per questo vanno alla ricerca di palliativi vari come analgesici e narcotici animici – e non cercano di affrontare veramente la vacuità e la in-significanza di una cotale vita inautentica. Ossia cercano semplicemente di sopprimere i sintomi della dolorosità e non di affrontare la mancanza di significato di una vita totalmente immersa in un abietto servaggio ad una natura inferiore, la quale da millenni domina l’essere umano.

La dolorosità, invero, non è che il sintomo rivelatore della irrealtà nella quale è immerso un essere umano che viva – ma poi è realmente vita quella? – un’esistenza inautentica. La volontà di soppressione di tale sintomo sorge dalla brama, dalla paura e dall’avversione: le tre malefiche figlie della radicale ignoranza dell’essere umano. La brama è sempre brama di ciò che è irreale, di ciò che è illusorio. Si brama perché si è in uno stato di ubriacatura, perché si è presi dall’effimero illusorio, perché si cerca fuori di sé ciò che si è incapaci di cercare in se stessi. Si teme di perdere l’oggetto della brama, e ancor più – sottilmente – si teme di perdere la brama medesima: come in uno stato di ebrezza e di follia, ci si innamora del proprio abietto servaggio, ci si affeziona e ci si avvince alle proprie catene e si amano le mura che ci imprigionano. Si odia, infine, ciò che può sottrarci l’oggetto della brama, ciò che ci impedisce di possederlo, e ancor più violentemente si odia ciò che vuol risvegliarci dallo stato di ebrezza e di follia, ciò vorrebbe affrancarci sottraendoci da una millenaria schiavitù.

In una sana Arte medica non è mai augurabile una terapia basata su di una mera soppressione di sintomi: è sicuramente una terapia fallace e sovente molto pericolosa. Il dolore, per quanto non sia punto gradito, è il segno di uno stato morboso, che sarebbe savio affrontare subito, e molto risolutamente, senza aspettare il peggioramento della malattia. Ora, Massimo Scaligero ha messo bene in evidenza come l’essere umano sia in realtà un malato in via di guarigione. Anche se, personalmente, a dire il vero parvemi che l’essere umano, più che in via di guarigione, sia in via di veloce peggioramento delle sue condizioni di salute spirituale, e di conseguenza anche fisio-psichiche. Diciamo che è fortemente bisognoso di cura e di guarigione. Il problema è che un tale malato oggi fa di tutto per allontanare la cura e la guarigione, delle quali ha tanto bisogno, e s’ingegna per deviare il più possibile dalla via della guarigione. Ciò può sembrare assurdo ma è proprio quel che accade, e nulla viene avversato quanto la terapia risanatrice e nessuno viene odiato quanto colui che ci porta incontro la Via di liberazione, ossia colui che vorrebbe scuoterci dal comatoso sonno, rotto solo da incubi, nel quale da lungo tempo siamo immersi. L’essere umano immerso nel letale oblio di una tale esiziale ignoranza è in uno stato di menzogna nei confronti di se stesso, dello Spirito e del mondo. Egli teme soprattutto lo smascheramento di tale menzogna. Difficile, veramente difficile, concepire una condizione peggiore, una condizione più pericolosa. Giovanni Colazza – adamantino, come affermava di lui Massimo Scaligero, come un Maestro Ch’an o Zen – affermava che ciò che ci separa dalla concreta esperienza spirituale è unicamente il muro di menzogna che erigiamo tra noi e il Mondo Spirituale: nel momento in cui abbattessimo tale muro di menzogna – solo in parte cosciente – il Mondo Spirituale si precipiterebbe possente in noi. Ma è proprio questo che più temiamo.

Il respingere la Via di liberazione può essere esplicito, violento e rabbioso, oppure essere truffaldinamente mascherato dal tentativo di «adattare» la Via alla propria infingarda natura, abbassandola, anzi degradandola, al proprio livello, mentre ciò che lo Spirito richiede – anzi imperiosamente esige – è che si sia noi ad innalzarci al suo livello. Una cotale impresa è ardua per ché implica uno spogliarsi dalla propria decadente natura inferiore, con la quale siamo adusi a convivere da millenni. Vi è, dunque, in noi una celata complicità con le deità avverse, nostre carceriere.

L’idea più stupida è quella di voler trarre almeno un qualche vantaggio dalla condizione di servaggio e di prigionia, come chi, invece di tentare una salvifica evasione, cercasse di rendere più comoda la cella della propria prigione, arredandola di poltrona, televisione, WI-FI, aria condizionata e frigo bar. E magari qualche altro piacevole sollazzo trasgressivo. Si tratta, per scongiurare l’effimero e il precario, dello sciocco tentativo di eternare lo stato di abietto servaggio, come se la vita animale fosse eterna, mentre ogni vita biologica finisce comunque sepolta in una fossa. Ma a ciò nessuno pensa mai: ad una tale stupidissima spensieratezza gli Dèi hanno prescritta come sola terapia è il dolore. Il dolore, invece di addormentare, scuote dal torpore e dal sonno, e rende scomoda la vita.

Quindi è di gran lunga preferibile scegliere di affrontare senza indugi l’esperienza spirituale, e cercare di metter fine ad una condizione umana oramai divenuta patologica e pericolosa. Mi fu tramandato, decenni fa, che Rudolf Steiner avrebbe detto lapidariamente a chi gli chiedeva  perché uno debba intraprendere il sentiero della Concentrazione e della meditazione: «Perché a costui sorge nell’anima un urlo interiore!». Personalmente, ritengo veritiero questo aneddoto tramandatomi. E le parole di Rudolf Steiner si congiungono nella mia anima a quelle che Massimo Scaligero disse a noi, che da lontano venivamo da lui a Roma alla ricerca di una indicazione interiore, circa lo stato interiore che dovevamo avere per percorrere il Sentiero della Conoscenza e giungere alla mèta: «Dovete essere instancabili e disperati. Dovete essere giovani armati di solo coraggio!».

Chi, appunto, giunge alle soglie della Scienza dello Spirito attraverso la disperazione non è più disposto ad illudersi e guarda in faccia crudamente la realtà: questo è un uscire dalla condizione di menzogna: un uscire dal sonno comatoso e dalla radicale debolezza della volontà, generate dall’ignoranza e dalla menzogna interiore. L’intensità della decisione di scegliere sino in fondo la Via dell’Iniziazione è proporzionale alla profondità della disperazione che ci porta a ricercare la Conoscenza liberatrice. La Via dello Spirito è una Via veramente rivoluzionaria: non si può scegliere lo Spirito e venire a patti con l’illusione mondana. La Via dell’Iniziazione o è una esperienza radicale – senza patteggiamenti di sorta – o non è nulla, O, peggio è solo una ulteriore menzogna. Non si può intraprendere il sentiero spirituale e portarsi dietro tutta o in parte la zavorra di una precedente vita inautentica. Non si può voler seguire lo Spirito e rimanere borghesi nell’anima. Lo stato lacrimevole nel quale sono ridotte la maggior parte delle comunità spirituali – o sedicenti tali – la dice lunga di quanto in basso si sia caduti, e di quale inarginabile oceano di menzogne stia dilagando in esse.

Ma non basta l’iniziale tensione estrema, lo slancio interiore verso l’Assoluto, la dedizione con la quale ci si consacra con tutto se stessi allo Spirito all’inizio della Via e nel momento della scelta decisiva. È savio aspettarsi il tentativo di rivincita dell’antica natura e, attraverso di essa, la rappresaglia degli dèi distruttori. Per tali deità gli umani sono un gregge di “animali utili agli dèi”, ed ovviamente quelle deità distruttive non amano punto perdere “capi di bestiame”. Come dicevano nell’Ermetismo d’un tempo i Maestri dell’Arte, «vita brevis, ars longa»: la vita è breve e il cammino è lungo e accidentato. Nemici mortali sono l’abitudine, la ripetitività, la spenta routine, la stanchezza e i momenti di aridità, la fiacchezza della volontà, la banalizzazione dei contenuti spirituali: ostacoli fatali e previsti di fronte alle crescenti difficoltà della Via. E, dopo l’iniziale entusiasmo, è forte la tentazione di attenuare il rigore della Via, la seduzione di scegliere una “via” più comoda, che fatalmente è sempre la via egoica.

Ma qual è l’antidoto a questo sfrangiarsi della volontà, a questo appannarsi dello slancio interiore? Io ne conosco uno solo veramente efficace: la disperazione. Ma non è certo la facile – e tutto sommato comoda – disperazione sentimentale, più o meno condita di espressioni colorite. No, al contrario, quella che è necessaria è una disperazione lucida, volitivamente provocata, e soprattutto instancabilmente coltivata. Si tratta di far riemergere sempre nuovamente vivide le motivazioni profonde dell’impulso iniziale. Si tratta di coltivare tale disperazione – soprattutto nei periodi di aridità, che possono essere prolungati – con un pensare freddamente geometrico: come direbbe il mio ottimo amico C., valoroso asceta d’altra dottrina. La disperazione coltivata destabilizza l’illusorio ordine interiore che la natura inferiore ha stratificato nel nostro essere. La disperazione ha funzione analoga a quel “dissolvente universale” che nell’Ermetismo alchemico veniva chiamato Alkaest. L’essere umano deve essere radicalmente de-configurato, e devono essere dissolte quelle dure concrezioni interiori che, in Oriente, Buddhismo e Yoga chiamano vasana e samskara. È un’opera di “purificazione” – come la chiamerebbe l’antico Orfismo – difficile e faticosa e, per quanto essa sia dura opra, essa va condotta con estrema risolutezza e soprattutto senza alcuna misericordia.

«Instancabili e disperati», ci disse Massimo Scaligero. Instancabili, perché quest’opera di dissoluzione delle illusioni, delle morbide aspirazioni ad una egoica “via comoda” deve essere sempre di nuovo rinnovata: instancabilmente rinnovata, perché l’abbassare la guardia è fatale, anzi letale. Disperati, perché non si vuole più mentire a se stessi, e non vi è menzogna più insidiosa della speranza. Come disse il Conte di Saint-Germain nel 1760 in Olanda a chi lo minacciava per conto dell’onnipotente ministro di Francia Choiseul: «Io ho calpestato la paura e la speranza». E secondo l’antico motto, si deve procedere sine spe nec metu, perché speranza e timore fiaccano la volontà ed ottenebrano la lucida visione, necessaria a chi vuole lottare per raggiungere l’Eccelsa Mèta, come la chiamava il Buddha Shakyamuni.

Una radicale, lucida, disperazione non consente l’indugiare in rimedi illusori, e non consente la menzogna di false speranze. Chi è lucidamente disperato non ha più speranze che lo indeboliscano. E chi non ha più speranze vince la paura. Chi vince la paura possiede intatta la volontà. La volontà intatta, non più sfilacciata e sfrangiata è la forza per portare a fondo la Concentrazione.

La Concentrazione è l’operazione interiore che è necessario ripetere ogni volta come se fosse la prima volta, è il Rito sacro da rinnovare instancabilmente ogni giorno, più volte al giorno, per anni, per decenni, per tutta la vita, cercando ogni volta di impegnare in essa tutta la volontà, quindi è l’operazione del più alto coraggio. Armati di solo coraggio, ci disse Massimo Scaligero, perché portare avanti, instancabilmente, per decenni – oltre ogni ostacolo, oltre ogni ribellione della natura inferiore in noi – un’operazione interiore asciutta, arida, non consolante, fatta solo di pura forza, come la Concentrazione, richiede di non sperare nulla dalle comode e illusorie consolazioni del misticismo, dalla sentimentalità, dal facile moralismo. Non solo, chi ha chiaro – assolutamente chiaro – che una disciplina radicale come la Concentrazione esige un impegno totale della volontà, sa pure che la volontà che si possiede non è sufficiente, ma che è necessario conquistare ulteriori forze di volontà per donarle al Rito della Concentrazione. Un tale tenore della volontà può scoraggiare i pavidi e coloro che si pascono di speranze. Ma chi tenga sempre viva la memoria dei motivi della propria disperazione, chi la coltivi e la frequenti come una fedele e cara amica, chi senza misericordia verso se stesso rinunci alla menzognera speranza, saprà esigere liberamente da se stesso quanto il Mondo Spirituale chiede alla sua volontà di libertà.

Allora si sarà capaci di volere, di volere intensamente, di volere con tutto se stessi, di volere instancabilmente, di volere a lungo, e si consacrerà in libertà e per amore alla più alta azione che un essere umano possa compiere sulla Terra: la Concentrazione.

SCIENZA DELLO SPIRITO

COMMENTANDO (di F. Giovi)

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(Dedicato al “meritevole” reduce del Celeste Impero)

Un mio vecchio amico (anzi piú che un amico è un fratello gemello) ha scritto su questo – ormai glorioso – mensile (L’Archetipo), l’ennesimo articolo che riguarda l’ascesi indirizzata verso la Concentrazione.

Mi sembra che abbia voluto parlare dei tempi, cioè della durata dell’esercizio. Credo abbia fatto bene, poiché ha calcato sul tanto per non burlarsi dei lettori attivi, ma relativizzandolo, perché è in effetti relativo ad un milione di condizioni e situazioni individuali. Però so bene – ne parlammo insieme, come sempre – che lo esaspera il continuo sbucare, come i funghi dopo una notte piovosa, qualcosa dell’eterna litania dei tempi fissi, naturalmente inclinati a ottantanove gradi verso il minimo.

Purtroppo i quattro gatti che ne sanno qualcosa, sanno pure, con montagne di esperienza diretta e confrontata per tanti lustri, che cosí non è, che cosí non può essere, e che, se qualcuno parla cosí, o fa accademia di quello che non fa, oppure è prezzolato come ottusa manovalanza dagli agenti klingoniani.

Questo perché, anche sul gradino piú elementare, ma ampio e faticoso, del “dominio del pensiero” ordinario, non è certo una semplice questione di pensiero (quello che “non paga dazio”): già qui tutta l’anima viene messa in gioco. Nemmeno nel corpo fisico umano le singole parti e i grandi sistemi sono realmente separati. Lo possiamo capire con qualche semplice immagine tolta dal sensibile.
Se oggi mi dedico alla corsa, potrei dire che stanco gli arti inferiori. Dunque domani potrei dedicarmi alle pagaiate in canoa e riprendere a correre dopodomani. Come sembra logico! È un vero peccato che cozzi contro la realtà: dopo qualche settimana accuserei tutta la dozzina di sintomi del superallenamento, mi beccherei il raffreddore per un nonnulla, i valori ematici sarebbero stravolti, diverrei un perfetto raccoglitore di ogni germe vagante in vena di conquista e cosí via.

Questo perché il corpo è un insieme interconnesso, e non v’è organo che venga sollecitato separatamente: non v’è per il fegato un lunedí di lavoro e il martedí di riposo (come tutto sia “collegato” lo si osserva, con conoscenza e senza sforzo, persino nel cadavere aperto per bene in autopsia completa, se lo si guarda spregiudicatamente).
Nell’anima, le forze sono ancor piú frammischiate, fluiscono di continuo le une nelle altre: in tal modo che separare il pensiero dal sentire modifica sia il pensiero che il sentire.
Tutto l’uomo interiore interviene in un atto cosí radicale com’è la Concentrazione (nemmeno la coda, se qualcuno ce l’ha, ne resta fuori): la Concentrazione prende tutto: questo tentativo d’essere solo nel pensiero costringe al digiuno estremo l’elemento passivo, personale e superficiale del sentire… mentre il sentire vero, il grande organo di percezione interiore, inizia a liberarsi dalla tenebra che lo imprigionava proprio nel falso sentire. Pensate ad un occhio che volesse vedere solo se stesso: che funzione avrebbe? Questo è il falso sentire. La Concentrazione prende tutto: come il Sole caccia il buio, cosí essa azzera implacabilmente il falso volere, costantemente usurpato dalle spire caliginose degli istinti e delle brame: cosí comincia a far nascere nell’anima la terza delle tre potenze che mai l’uomo terrestre aveva conosciuto nella loro realtà originaria.
Il volere è la spada leggendaria che nessun “ego” impugnerà e brandirà, mai giungendo a sfilarla dal macigno magico che l’uomo crede di conoscere come suo corpo.

Mi sa che le persone abbiano un sesto senso, chiamato con piú (im)pertinenza fifa nera: che parte da sé solo con l’avvertire che v’è uno spiffero di cambiamento. Quello che di continuo si reclama a gran voce per il mondo, quando sospetti che potrebbe succedere dentro te… sono dolori, e si patteggia o si molla.

Racconta divertito Aurobindo che un discepolo va da lui spaventatissimo: «Maestro, sono diventato scemo!». «Perché? Cosa ti è successo?». «Maestro, succede che non penso piú!». Aurobindo allora gli fa notare che sta parlando e pensando ancora. Si era solo consumato (spento) il clangore ordinario che abbiamo nella testa. Era successo qualcosa di positivo, dunque ciò aveva spaventato moltissimo lo sprovveduto discepolo.

Comunque, se uno non ha avuto per improbabile destino una precedente disciplina di pensiero, pochi minuti servono solo a non rischiare che i sospirati mutamenti possano diventare reali. Anche l’uomo fatto può volere la luna, come un bambinello, ma stando sicuro, perché sa bene che non l’avrà mai.

Questa non è una critica ad un fratello gemello, comprendo bene che non si può dire tutto in poche e mirate righe. Ad esempio, quando egli scrive di varianti per generare piú intensità, e per non macinare meccanicamente l’esercizio (dismettere talvolta ogni parola o rifare il percorso all’indietro – questa variante dovrebbe far sospettare quello che ho/abbiamo scritto in vari commenti, cioè che la tristemente famosa “immagine sintesi” è il prodotto di intensità e mai una sorta di sbocco naturale o artificioso di rappresentazioni) si dimentica del consiglio piú semplice e rude.

Mi spiego. Molte volte erano proprio i discepoli piú attivi che si lamentavano della brevità della ricapitolazione interiore dell’oggetto e di questo ne parlavano con Scaligero, ossia che l’esercizio iniziava e terminava in pochi minuti. Scaligero rispondeva che avrebbero semplicemente potuto ripeterlo piú e piú volte.

Altra cosa che l’amico non ha menzionato è che la “saturazione”, la saturazione dell’anima, che nel mondo del sensibile trova analogia in un bicchiere che va riempito fino all’orlo da dove poi il liquido trabocca, non si raggiunge con una ripetizione ottusa, meccanica del circuito, divenuto familiare, di parole e immagini: questo è un pericolo che arriva per tutti, quando si usa lo stesso oggetto con i suoi pochi elementi formativi. Allora: riempire il bicchiere è analogicamente l’esercizio, il traboccare (ciò che trabocca) inizia ad essere quello che si realizza: realizzare qualcosa non è mai l’esercizio ma quanto va oltre esso.

Naturalmente, chi è furbo piú di una volpe, cambia spesso l’oggetto… per poi accorgersi che dopo pochissimo le stesse difficoltà si ripresentano. Dalle difficoltà non si scappa: in fondo sono proprio loro a esigere un impegno ed uno sforzo maggiore, esattamente come i muscoli del corpo fisico, i quali si rafforzano combattendo resistenze progressivamente piú elevate (Milo docuit).

Può essere, per un certo tempo che spesso non è minimo, che il lavoro interiore sia per l’anima come l’andare da un dentista: paghi molto per gustarti sgradevolezze e dolori di ogni tipo, tenendo conto che il dentista sei tu, ossia un pasticcione autodidatta che si impratichisce sopra la soglia della tua sopportazione.

Qui però ho esagerato: superate le tensioni corporee, che immancabilmente duettano con lo sforzo interiore, la ripetizione voluta dell’esercizio dapprima disturba la spontaneità dell’anima (astrale), poi diviene un vero sforzo per il pensare che attraversa la scura, appiccicosa selva dell’astrale: il cervello, veicolo del pensiero ordinario, si stanca e si inceppa. Sembra davvero impossibile pensare. È un buon momento, poiché precede il disincagliarsi del pensiero dall’organo che abitualmente lo media attraverso il corpo fisico. Il motivo del tanto sta in questo. Semplice-mente.

Accanto al martellamento rappresentato dalle ripetizioni dell’esercizio, è necessario che la consapevolezza concettuale di ogni singola parola e immagine non tracolli mai in qualcosa di vuoto, che viene da sé poiché è stata ripetuta cento o mille volte.

Anzi, è proprio questa consapevolezza attiva il “filo” che non dovrebbe spezzarsi dal princi- pio alla fine dell’esercizio.

Perciò la parola “ripetizione” non andrebbe mai intesa nel suo senso comune: dunque sono almeno due le cose difficili che dovrebbero essere inderogabili:

a)  la prima consiste nel fatto che non deve esistere un ripetere l’esercizio piú volte durante lo stesso giorno, che possa definirsi come ripetizione di qualcosa di precedente, anche quando lo sia stato fatto già per due, cinque volte, con il medesimo percorso, le stesse immagini;
b)  la seconda consiste nel fatto che la ricostruzione, in quanto collana di concetti, non deve spezzarsi in nessun punto.
Queste due, per lungo tempo, non sono regole ma piuttosto intoppi su cui si ruzzola: il bello è che alternative facili non esistono: bisogna solo tirar su dal pozzo dell’anima, con piú energia e determinazione, secchiate abbondanti di pura insistenza e pazienza.

Sarebbe sempre l’ora giusta di smettere la bambocceria che ci portiamo dentro per tutta la vita da quando essa era giustificata nell’età del ciuccio. C’è chi dirà che non è vero, ma nel sistema limbico è cosí: la Chiesa, imbarazzata, si è decisa a cancellarlo dalla carta geo- grafica dello Spirito, ma il Limbo vive in noi e tiene tutto.
È da esso che galleggia sulla soglia della coscienza comune la strana visione che una Via iniziatica sia simile a via X o ad un viale alberato Y: una passeggiata dal principio alla fine. Invece è un’aspra e stretta mulattiera, invisibile per le anime ipovedenti, che parte dai limiti inferiori: da un basso che piú basso sarebbe impossibile, per giungere a  Tir-na-nÓg.

Perdendo un pezzo di sé ad ogni passo. Non il sé ma tutto ciò che di solito crediamo sia parte di noi: qui perdendo si diventa piú forti, perché occorre essere fortissimi per salire perdendo tutto quello che fummo e che siamo. Spoliazione ineludibile per una frazione di ora, ma che poi può diventare l’intimo carattere stesso dell’anima. È bene ricordare che non è la forza di cui parliamo quando viviamo come uomini del mondo.

Dobbiamo sempre ricordare che nel campo dello Spirito non esistono parole umane, e che «L’Iniziato che vuole esprimere ciò che ha sperimentato in una sfera sovrasensibile è costretto ad esprimere ciò coi mezzi della rappresentazione sensibile. Per cui non si deve pensare che la sua esperienza sia adeguata ai mezzi da lui usati per esprimerla» (R. Steiner: Dagli Atti del IV Congresso Internazionale di Filosofia – Bologna 1911). Dunque qualsiasi esperienza interiore che non sia rappresentazione tolta dal sensibile deve usare parole usuali con senso diverso: anche questo sforzo necessario è la continua disciplina dell’esoterista che tenti di abbandonare la dialettica per giungere a momenti noetici.

Insomma, un lavoro interiore che porti a qualcosa è un lavoro severissimo, e pian piano assorbe tutto il vivere: certamente gli esercizi indicati dai Maestri richiedono solo brevi frazioni di tempo… però nel tempo i loro effetti riorganizzano la vita. Persino la spontaneità, che deve esserci, che è salutare, muta: la spontaneità naturale diventa cosa diversa.

La coscienza umana impara ad essere una condizione meditativa che, in immobile traspa- renza, continuamente si plasma nel variabile.

Molti tra i tanti amici che leggono queste righe meditano nella solitudine di una stanza e forse nella solitudine umana generale. Non è facile dirigersi nella direzione opposta a quella che pare abbia preso il mondo: ebbene, si facciano coraggio. Anche se soli, non sono mai soli, non sono abbandonati. Intorno al meditante, con animo fattivo, amoroso, si raggruppano i Messaggeri, e se, per dedizione alla disciplina, i mari interiori si placano e s’acquieta il vortice abissale (come le cascate dell’Iguazú  ma senza fondo) che per essi appare spaventosamente l’uomo, allora possono entrare e uscire portando in dono suggerimenti e sottili aiuti: ciò non va cercato. Succede.

Per non incorrere in equivoci, molto di cui sopra si rivolge ai neofiti…tenete in conto che anche alla piú decisa e dedita creatura umana occorrono tempi di maturazione lunghi o molto lunghi. Poi, in effetti, l’esercizio regale, la Concentrazione – la Concentrazione profonda – penetra subito in profondità: se la Volontà è stata risvegliata, l’opera è immediata, la via è aperta.

Il mio amico ha ricordato Ramakrishna: in effetti quest’ultimo aveva ragione: poi basterebbero tre minuti…

Franco Giovi

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per gentile concessione: http://www.larchetipo.com/2014/ago14/

SCIENZA DELLO SPIRITO

FRIEDRICH RITTELMEYER (di F. Giovi)

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Nel mio precedente articolo sulla Comunità dei Cristiani avevo ricordato Friedrich Rittelmeyer  (1871-1929), l’uomo che sostenne il rischio e la responsabilità di una simile avventura nella sfera viva dell’elemento religioso dell’anima.

Qual era la dote di questa figura? Possiamo dire che in lui vivevano con forza elementi dell’anima che appaiono a molti come estremamente diversi. Era una natura profondamente religiosa ma parimenti aperta alle esigenze moderne della metodologia, della logica, dell’esattezza scientifica. Ciò lo portava a rimettere in causa la passata tradizione teologica che costantemente vagliava con il severo criterio della veridicità.

Per lui il Vangelo era un nutrimento morale che doveva divenire una esperienza vissuta. L’impegno della sua Fede, l’ampia cultura, la conoscenza dei fenomeni umani, sociali e scientifici e la sua intransigenza morale fecero dei suoi sermoni un faro di luce spirituale nell’Europa di lingua tedesca. È un fatto storico che le sue prediche, stampate in milioni di esemplari, furono inviate ai combattenti durante la Prima Guerra Mondiale.

L’angelo che lo portò a Rudolf Steiner fu una grande figura, ai piú del tutto sconosciuta. Rittelmeyer, cosí attento ai fenomeni umani e sociali, pastore evangelico a Norimberga, chiese ai rappresentanti dei movimenti teosofici documentazioni, cause, origini. E nel suo ufficio si presentò  Michaël Bauer. Alto e snello, con una gran barba nera «poteva passare per un Maestro indiano in viaggio per le grandi città europee».
Scrive Rittelmeyer che per alcune persone «la semplice vista di quest’uomo di alta statura, che andava e veniva tra i fiori del giardino, fu un avvenimento che segnò le loro vite».

Gli occhi di Bauer erano la cosa piú impressionante: in essi l’impressione esotica era cancellata dalla luce del Cristo che attraverso essi si riversava sul mondo. «Giammai ho visto – salvo che in Rudolf Steiner – brillare una simile luce dorata nel profondo di uno sguardo umano».

I dialoghi tra i due si svolsero in un’atmosfera sana e spirituale e costrinsero il Nostro a riprendere pile di testi teosofici in cui trovò soprattutto una mescolanza di antiche tradizioni e di soggettivi sentimentalismi. L’unico autore interessante rimase Rudolf Steiner. Nei “Cicli” (che ora sono volumi) le parole di questi erano in contrasto con la teologia e molto rimase inaccessibile o inverosimile. Per il rigore e l’onestà della sua natura, Rittelmeyer, nonostante tutto, avvertiva l’invito di Steiner a comprendere l’insieme, a portare chiarezza in una visione nuova dello Spirito.
Sul tavolo da lavoro stava la Scienza Occulta: «Essa mi respingeva. Non potevo venirne a capo. La leggevo e dopo poco venivo preso dalla nausea. Quelle “conoscenze” mi pesavano sullo stomaco come cibi indigesti».
Dove i piú avrebbero lasciato (vedi ora con i libri di Scaligero), Rittelmeyer studiò una strategia: leggere poco, leggere imparzialmente, leggere attivamente e infine leggere meditativamente, intercalando lunghe pause in cui riprodurre nell’anima le righe lette, liberi da pregiudizi.

«Prima di tutto devi chiederti: ciò che c’è qui è vero? Non hai il diritto di voler decidere precipitosamente quali verità tu desideri e ritieni utili per il mondo!».

In maniera efficace il pastore delinea i contrastanti stati d’animo che sorgono in personalità già mature ma capaci di lotta conoscitiva.

Rittelmeyer vide Steiner per la prima volta nell’agosto del 1911. Non tesserato, fu comunque ammesso alle riunioni (la tessera quale condizione di presenza è ora piú che mai un paletto che mi pare non del tutto giustificabile, specie se ripreso da alte figure come la von Halle).

Per il pastore l’impressione generale non fu delle migliori: «Una certa forma di passività avida di godimento spirituale mi diede molto da pensare. E quando vidi uomini dai lunghi capelli fui sul punto di darmi alla fuga».

Comunque lo trattenne una certa solennità d’atmosfera, di nobiltà umana che traspariva dal fatto della prossimità di un grand’uomo. Ascoltò Rudolf Steiner, non vide traccia di vanità, e anzi, a voler essere pignoli, gli parve anche troppo coscienzioso e intelligente. L’impressione generale restava un quid aperto.

Alla fine della conferenza riuscí ad intercettare Steiner poco oltre l’impenetrabile muro dei seguaci. Gli domandò se poteva ritornare anche alla sera. Steiner lo fissò per un istante, poi volse gli occhi a terra (secondo Rittelmeyer, con le successive frequentazioni, gli parve, in questo comportamento, un modo per andare oltre l’apparire sensibile e percepire piú chiaramente l’essenza spirituale di un essere) e seccamente rispose: «Poiché voi siete stato qui la mattina, potete venire anche questa sera» e si allontanò. Fu la prima conversazione tra i due!

Quattro anni dopo, durante una conferenza, non era la prima volta che Rittelmeyer non si sentiva capace di «dare un’anima alle parole dello Steiner». Alla fine della conferenza fu Steiner che gli si avvicinò, e senza preamboli gli disse: «Parlo cosí di queste cose intenzionalmente e consapevolmente. Se parlassi altrimenti, marcherei troppo direttamente la sensibilità della gente. Attendete che queste cose si sviluppino per una cinquantina d’anni tra gli uomini: allora esse produrranno il loro effetto sulla sensibilità e sulla volontà».

Comunque era impressionante l’autorità che Steiner emanava. E la “mobilità” straordinaria del suo volto: «Appariva giovanissimo, poi d’età matura. C’era tanta potenza mascolina quanto una delicatezza femminile. Pareva un arido professore e subito si trasformava in un Dionisio ispirato. Comparato ad altri oratori, egli aveva una facoltà di trasformazione per lo meno dieci volte piú grande e un campo di possibilità interiori che non avevo mai visto…».

Giunse infine il giorno del primo vero colloquio tra i due. Rittelmeyer non gradiva l’ipotesi che Steiner potesse vedere la sua aura. L’amico Bauer lo confortò con divertimento: «Il Buon Dio la vede bene, non le pare?».

Steiner guardò con estrema attenzione Rittelmeyer che saliva i gradini. Impassibile ma con un grande abbandono di sé, fuso nei movimenti dell’altro. Solo piú avanti Steiner gli confermò che i movimenti di un essere rivelano molte cose sulle sue esistenze precedenti.

Non riporto il colloquio. Nei termini di cortesia e rispetto potete immaginare il pastore sempre all’attacco e il Dottore che rispondeva con disorientante blandezza. Alla fine del colloquio Steiner gli consigliò quattro discipline interiori. Che Rittelmeyer poi modificò per farne una cosa sua propria. Successivamente Steiner approvò tale approccio.

L’avvicinamento era iniziato, ma fu tutto meno che una cosa facile. Passarono anni di vaglio e discordanze (una tra tante, l’idea della reincarnazione: già nei primi colloqui Steiner aveva chiarito che la reincarnazione non era una “dottrina” cristiana: «È un fatto che si rivela all’investigazione occulta. Va accettato per quello che è»).

1915: la Guerra era in corso. Steiner riprese il Nostro: «Non è un bene dire alla gente: voi non dovete odiare l’Inghilterra. Questo snerva le persone e non le aiuta in niente. È molto meglio dire loro: voi non odiate davvero l’Inghilterra se siete dei veri tedeschi! Il tedesco, quando combatte, non odia mai la persona ma la causa».

Il Cristo era il punto focale per l’anima di Rittelmeyer, che chiese a Steiner quale fosse la sua immagine piú reale, la bocca ad esempio: «…Quando io la vidi – rispose Steiner – per la prima volta, ebbi l’impressione che non fosse mai servita per mangiare, ma che da tutta l’eternità essa avesse annunciato le verità divine».

«Ma – chiese il pastore – se sapete com’è il Cristo, non si potrebbe rendere la sua figura accessibile all’umanità?».

Steiner rispose positivamente. Si riferiva alla scultura del “Rappresentante dell’umanità”.

Quando in seguito Rittelmeyer vide la statua, commentò che alla figura sembrava mancare l’espressione della bontà.

«Avete ragione – rispose Steiner – ma la bontà non si presta ad essere rappresentata in una scultura, è assente dallo sguardo. Per questo ho cercato di introdurre l’espressione della bontà nel gesto della mano sinistra alzata».

Nel lungo cammino di Rittelmeyer verso l’antroposofia, il Dottore fu sempre la pietra angolare: in Steiner egli non trovò mai una, magari leggera, traccia di orgoglio, di compiacimento. Steiner mai si metteva avanti, nemmeno nelle conversazioni personali, e se sorgeva ammirazione nei suoi confronti, si ritirava e attendeva. Un giorno in cui Rittelmeyer gli chiese di convincere una personalità potenzialmente preziosa per il Movimento, Steiner rispose energicamente: «Io non voglio conquistare nessuno!».
Nel 1917, nel fare pochi passi insieme, Steiner disse che, per giungere ai suoi scopi, si limitava all’occulto. Mentre il dominio religioso era il percorso di Rittelmeyer.

Quest’ultimo iniziò a scrivere articoli sull’antroposofia che trovarono riscontri positivi e… negativi. Johannes Müller, ad esempio, scrisse in termini appassionati contro l’antroposofia. Ma replicare ad una replica è la cosa piú ingrata che ci sia. Infatti Steiner sconsigliò indirettamente il Nostro.

Con gli articoli sulla Tripartizione dell’organismo sociale, si levarono contro Steiner le passioni politiche ed economiche. Egli venne svergognato, vilipeso, e l’anatema si estese su tutti i suoi amici. «Il Papa invisibile dell’opinione pubblica si era pronunciato».

Sono molte le cose per le quali Friedrich Rittelmeyer visse e lottò in quegli anni, ma anche scegliendo i fatti piú salienti ci vorrebbe una intera pagina per ognuno di essi, e queste righe non sarebbero piú il modesto cenno che vogliono essere.

Per Rittelmeyer la frase pronunciata un tempo da Steiner: «Il campo religioso è la vostra strada» corrispondeva al suo piú profondo sentimento. Ma pazientemente aspettava ancora di essere assolutamente convinto della giustezza e della necessità del passo ulteriore, attendendo da Steiner tutto quello che avrebbe potuto sentire. Per un uomo di cinquant’anni abbandonare tutto il passato per intraprendere un nuovo indirizzo completamente diverso, è una esperienza che esige un coraggio fuori dal comune!

Venne finalmente il tempo in cui Steiner sviluppò, tra l’estate e l’autunno del 1921, due corsi sulla possibilità di un rinnovamento religioso.

«Malgrado tutto ciò che sapevo di Steiner, non mi sarei mai immaginato tanto approfondimento nel regno della teologia, sia che avesse tanto da dire di nuovo e di grande, non soltanto sulla Bibbia e la scienza biblica, ma anche sulla storia ecclesiastica, sulle diversità confessionali, sulla profondità spirituale e morale del cristianesimo, aprendo anche immense prospettive sull’avvenire …e la maniera concreta e sicura con cui afferrava il campo della pratica religiosa».

Rittelmeyer esaminò a fondo il testo dell’Atto di Consacrazione dell’Uomo e venne afferrato da questa idea: «Non si ha il diritto di privare di ciò l’umanità!».

Tuttavia l’esperienza determinante fu qualcosa di diverso, inatteso: «…l’esperienza che nel Pane dell’Altare ci sia realmente il Cristo vivente che giunge all’uomo. Ciò era presente con una purezza e una limpidezza indicibili. Fu una percezione puramente spirituale: non durante la cerimonia evangelica della Cena – benché l’abbia celebrata percependo frequentemente la vicinanza del Mondo divino – ma nella meditazione su l’Atto della Consacrazione dell’Uomo; fu una percezione spirituale cosí certa ed intensa che su essa si poteva fondare tutta una vita. …Ciò significa un nuovo servizio divino, una nuova azione del Cristo e una predicazione nuova».

«Mi trovai allora in presenza di questo problema: se è possibile penetrare direttamente in Cristo, quanti tra gli uomini ne sarebbero capaci? Non può essere necessario, per la maggioranza degli uomini, di poter avere una celebrazione che possa condurli a tale esperienza, che li conduca alla realtà della presenza del Cristo?».

Da questo punto di vista, il rapporto tra il movimento antroposofico e la Comunità dei Cristiani si fa chiaro.

«Se un culto venisse instaurato all’interno della Società Antroposofica, esso potrebbe appoggiarsi ad uno spazio piú ampio e in modo piú dettagliato sulla nuova concezione del mondo che si fa luce con l’antroposofia. Ma per il momento questa visione del mondo è lontana dal riconoscimento nella vita generale, e il suo compito è nella lotta, nell’aprirsi un varco spirituale. L’umanità nel suo insieme non può attendere che questo fine si realizzi. A gran parte della gente non interessa la lotta di questa concezione che cerca d’affermarsi. Ma per molti si può concepire l’importanza di un culto che sia in perfetta armonia con la conoscenza spirituale antroposofica; senza essa non si potrebbe vivere, ma nella vita cultuale sí: senza insegnamenti, senza il presupposto di questa conoscenza spirituale: un tale culto comunica all’uomo in modo immediato ciò che lo unisce alla realtà suprema».

Infatti quando fu chiesta a Steiner la distinzione tra il movimento antroposofico e la Comunità dei Cristiani, egli rispose: «Il movimento antroposofico si indirizza al bisogno di conoscenza e apporta conoscenza; la Comunità dei Cristiani si indirizza al bisogno di resurrezione e apporta il Cristo».

Deve essere però chiaro che anche la vera conoscenza può condurre pienamente al Cristo! Il movimento antroposofico abbraccia il pensiero in tutti i suoi interrogativi piú radicali. La Comunità dei Cristiani è una Chiesa che può abbracciare tutti gli uomini per la loro salvezza.

Per motivi di lavoro e di salute personale, le conversazioni tra Rittelmeyer e Rudolf Steiner, negli ultimi due anni di vita del Dottore, furono meno frequenti.

Circa un anno dopo la fondazione della Comunità, Rittelmeyer scrisse un forte articolo in difesa di Steiner, che rimproverò redazione e comitato per averlo pubblicato. Sappiamo però che soffrí manifestamente di non essere stato protetto dagli antroposofi. Egli vedeva bene che gli attacchi alla sua persona avevano lo scopo di soffocare la sua opera. Cosa che gli antroposofi non vedevano proprio!

L’ultima conversazione tra i due ebbe luogo nel maggio del 1924 e fu, con la comprensione di poi, l’incontro di commiato. Quando Rittelmeyer ricordò quanto potentemente fosse stato aiutato da Steiner durante la sua lunga malattia, questi, con un’espressione di immensa bontà, fermò il pastore: «No, caro Herr Doctor, siete voi che io ringrazio per avermi dato l’occasione di aiutare». Furono queste le ultime parole che Rudolf Steiner indirizzò a Rittelmeyer su questa terra.

Sei mesi piú tardi, su richiesta di Marie Steiner, Friedrich Rittelmeyer celebrò il servizio funebre secondo il rituale della Comunità dei Cristiani, con l’involucro mortale del Dottore ai piedi della possente e spirituale scultura lignea del Rappresentante dell’Umanità.

Franco Giovi

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Nota: tutto il virgolettato proviene dal volume Meine Lebensbegegnung mit Rudolf Steiner (Verlag Urachhaus, Stuttgart). E avverto subito i gentili lettori che le mie zoppicanti traduzioni non sono letteralmente fedeli. Il senso, spero, sí.

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per gentile concessione: http://www.larchetipo.com/2012/dic12/

LA COMUNITA' DEI CRISTIANI, SCIENZA DELLO SPIRITO,

L’ARCHETIPO-GENNAIO 2018

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO
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