PASQUA

CONFERENZA DI MASSIMO SCALIGERO DELL’8/04/1978: AUDIO E TRASCRIZIONE

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(IL PRESIDENTE WOODROW WILSON arriva a Parigi nel 1919 per la Conferenza sulla Pace ed è accolto dai soldati americani a destra)

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Caro Massimo,

(purtroppo) che cosa rende le donne insoddisfatte nell’attuale evoluzione tanto da farle diventare femministe (… ?) e scordare il loro ruolo spirituale?

Ottimo.

Ma mica  è colpa delle donne, è colpa degli uomini; ma non gli uomini maschi, gli uomini come umanità. Eh, e  quindi le donne.  E le donne fanno parte dell’umanità eh, fino a prova contraria… ci si può dire…

E allora, se andiamo all’origine di questo fenomeno troviamo tutto quello di cui ci siamo occupati in questo periodo perchè il femminismo è un fenomeno tra i molti, ma mica c’è solo quello, intanto che… siccome la domanda è fatta dobbiamo pur dire qualcosa e … dopo questa domanda ce ne è una che mi aspetta al varco e che parla del dramma del pensiero riflesso.

Il pensiero riflesso è il segno ultimo della caduta dell’uomo; è la codificazione scientifica, ideologica, dialettica, razionalistica, matematica, perfetta, dell’impotenza  peccaminosa in cui l’uomo si trova.

A quel livello è possibile tutto,  infatti è una serie di eventi che  li vediamo ogni giorno, e c’è una gran fatica per fotografarli, fare odeon, tantambre… per poterli portare al pubblico e dire “Ma si’, questo è umano” ma è un umano un pò bestiale. Beh, non insultiamo le bestie.

E’ un umano che, veramente, possiede la razionalità.

No, la razionalità è un pretesto. Il razionalismo è un veicolo, è una codificazione, una via di codificazione. E tutto è codificato, quindi il femminismo ha ragione.

Ha ragione anche l’antifemminismo: non sono le famose antinomie: è il livello in cui l’uomo è perduto, però siccome è il livello del pensiero riflesso è il livello anche dell’uomo libero che può anche risorgere.

A quel livello il pensiero riflesso… ma perciò è libero anche di essere potente.

Non abbiamo niente contro il femminismo, perchè ognuna delle ragazze che marciano col cartellone, basterebbe che incontrasse un potente appuntato di finanza siciliano, un bel fusto e gli cadrebbe tutto perchè si farebbe una bella passeggiata. E basterebbero degli anticorpi in un senso che voi potete capire e immediatamente il femminismo crollerebbe.

Se mi sente qualcuno!

Qua però veramente è un fenomeno da prendere sul serio,  ma allora a ugual titolo c’è da prendere sul serio tutto ciò che va avanti coi cartelloni.

Voi sapete la a storia di quello che partecipò al corteo della fame.

Abbiamo fame! E  quello che portava il cartello era un ciccione grosso che ogni tanto però aveva dei giramenti di capo perché mangiava troppo; allora proprio nel momento in cui passava davanti casa sua, la poesia del mio amico poeta romanesco, non mi ricordo come si chiama, diceva che a un certo punto lei andò sulla porta co’ le ciavatte e nel momento in cui passava davanti gli prese uno sturbo e cadde per terra, soccorso la moglie va lì con le ciavatte e je fa’: ” Magna meno, te possino ammazzà!”.

Portava il cartello “Abbiamo fame” invece era caduto perchè aveva mangiato troppo.

E’ come il corteo per la pace, la pace a costo di tagliare la testa a tutti vogliamo la pace, è la stessa cosa.

Comunque non ce la vogliamo cavare così facilmente e adesso vedremo strada facendo di riprendere la dignità del discorso.

Allora, passaggio dal pensiero riflesso al vivente e da qui proseguire le altre perchè sono vicine a questo tema.

Dunque noi abbiamo questa distinzione tra pensiero riflesso e vivente, la conoscete forse meglio di me però dobbiamo, l’argomento, averlo sempre vivo perché il sapere qualcosa é proprio quello che ce lo fa perdere: quando uno sa una cosa, ormai la sa e che c’è più bisogno che la abbia viva o la sa?

Ora il pensiero con cui noi pensiamo non è mai voluto e quello è il pensiero espressione della impotenza di cui dicevamo prima, della distruzione dell’uomo perché esprime la corporeità e il male psichico.

L’impotenza, gli istinti e il pensiero sta lì a essere come il servetto però c’è un pensiero che può essere voluto ed è quello della concentrazione.

Lì questo fenomeno della distruzione della caduta del male che si serve del pensiero si arresta e però non è che le cose cambino molto perchè il pensiero voluto, ci dobbiamo rendere conto che questo volere il pensiero è transitorio, è un mezzo, se noi voluto il pensiero poi insistessimo a volerlo, impediremmo al pensiero di volere lui in noi quello che viene da una zona più alta dell’umano.

Quindi volere il pensiero per impedire che il pensiero sia alla mercè dei flussi triviali della psiche. Una volta conquistato questo, e veramente voluto il pensiero di contro, contro, in opposizione alla psiche e al corpo, proprio contro la nostra propria natura, posseduto il pensiero, allora poi l’arte è  di far  parlare il pensiero. Allora il pensiero è il veicolo dello spirito, ossia se il pensiero non voluto è il veicolo del male umano, questo pensiero non voluto perchè riconquistato al proprio movimento, porta il bene dell’uomo: diciamo bene per intendere diverse cose.

Noi ci dobbiamo rendere conto di questo dramma terribile che è quello che ci fa soffrire quotidianamente in tutte le forme: dal male psichico al male fisico eccetera, ai mali sociali eccetera… che il pensiero con cui noi pensiamo quotidianamente è il contrario del pensiero in cui si può esprimere il vero uomo, è l’opposto.

Quando noi facciamo l’esercizio e seguiamo la disciplina del pensiero, la disciplina della concentrazione, dobbiamo lottare a lungo per capire che cosa dobbiamo fare dopo  la concentrazione, a che cosa dobbiamo arrivare mediante la concentrazione, perché si tratta di… ad un certo punto capire che dobbiamo guardare ad una direzione opposta a quella da cui viene il pensiero, e allora si trova che da questa direzione opposta viene la volontà.

Allora scopriamo che continuamente noi ci opponiamo alla volontà, ossia al volere puro, e noi possiamo scoprire che il pensiero riflesso è l’inverso del volere vero dell’uomo, perché non è voluto dall’uomo, non è mai voluto dall’uomo.

Studiatelo in voi stessi e scoprirete che non c’è un momento del giorno in cui questo pensiero sia voluto. E allora vi spiegherete il perchè noi indichiamo la via data dallo Steiner come la via solare perchè è l’unica via che indica la possibilità di riconquistare il vero volere dell’uomo e quindi scoprire che tutti i metodi che non indicano questa via ingannano l’uomo; perché si tratta veramente di uscire da questo pensiero che non è nostro ma è degli ostacolatori, è suggerito da loro, è argutissimo, è matematico ma per soddisfare bisogni fisici, istinti, non solo: ma essendo l’opposto del pensiero vivente ossia del volere pensante è il pensiero dell’avversione, quindi da questo pensiero non può venire fraternità. E’ inevitabile che sia il pensiero della lotta, della contestazione, dell’opposto dell’esercizio della positività, della continua polemica contro l’altro, della impossibilità della fraternità. Dal pensiero riflesso non è possibile che venga fraternità, e quindi non è possibile che venga socialità. Voi traetene le conseguenze, ma questo è sperimentare veramente la situazione del pensiero.

Ora nei tempi moderni c’è stato un filosofo che ha sentito il dramma del pensiero riflesso. Noi possiamo dire che Hegel ha dedicato tutto il suo filosofare al tentativo di superare questa dimensione; però Hegel non sapeva che lui operava mediante un pensiero che era un residuo di un antico modo di avere la chiaroveggenza come pensiero e questo voi lo trovate, guardate questo, posso dire, scusate parlo di me, come una mia intuizione personale, ma passarono degli anni e poi trovai ne “la mia vita” dello Steiner un’espressione bellissima che mi fece capire che era giusto quello che avevo intuito; ossia che lui disse “Vidi in Hegel l’ultima luce di un sole che tramontava”. E infatti poi è finito, perché se voi guardate perfino i materialisti inglesi precedenti Kant per esempio gli empiristi eccetera, sono simpatici perchè hanno un pensiero nervoso, potente, che dice delle grosse ingenuità ma le dicono con forza.

Si può dire che tutto il pensiero prima di Hegel ha delle fila sottili di chiaroveggenza. Cartesio era formidabile, si dice che fosse un Rosacroce, Renato Cartesio, RC, RTC, poi lui parlò della ghiandola pineale eccetera….

Comunque dico questo per richiamare la vostra attenzione sul fatto che finito Hegel e finiti gli hegeliani che echeggiarono il suo lato positivo, siamo caduti dopo nell’assoluto dialettismo prima di vita, ossia nel pensiero riflesso assoluto: in una prigione senza uscita, in un meccanicismo di pensiero privo di vita e che ha cominciato a creare dei drammi terribili perchè l’uomo ha bisogno di sentire lo spirito che é stato perduto dal pensiero e allora ci sono tutti i tentativi celebralistici e poi tutte le nevrosi e poi tutti i drammi di un sentire che non si sa più collegare con le forze vere dello spirito. E come si supera? Dice l’amico.

Si tratta veramente di capire il senso di questo pensiero riflesso, di capire che il pensiero vivente viene da una zona che continuamente irrora l’anima dell’uomo di forze, e queste forze continuamente si perdono per il fatto che l’uomo non vuole conoscere le fonti del pensiero riflesso con cui edifica la propria cultura riflessa; e questo è gravissimo perchè lo spirito matematico funziona, lo spirito logico funziona in questo dialettismo, ma cessa di funzionare quando si tratta di portare l’empiria, lo spirito… l’empirismo logico, di portarlo verso l’indagine del pensiero. E questo è chiarissimo: perchè se noi pensiamo a un aspetto degli ostacolatori, Lucifero e Arimane, é questo: che i due sono gelosi, terribilmente gelosi della libertà dell’uomo. Sono degli esseri che sono capaci di dare un grande aiuto all’uomo purchè l’uomo rinunci alla propria libertà

Guardate che il mondo antico sapeva, conosceva che c’erano degli dei che li aiutavano, che però erano gelosi delle verità superiori a cui l’uomo volgeva il culto. E allora l’uomo antico aveva la saggezza di offrire sacrifici a queste divinità inferiori per placarle, però venne un tempo in cui questo non funzionò più, e l’uomo fu sempre più preso dalla massima deità inferiore, che è Arimane, e da allora… perché come dice Pascarella: “er foco tu coll’acqua sì lo smorzi, ma l’acqua, dimme un po’, con che la smorzi  Quindi Arimane col dialettismo non lo smorzi. Però bisogna anche conoscerlo, e la misura dell’accesso al mondo spirituale è la conoscenza di questi due ostacolatori.

Comunque, siccome non ho finito di rispondere, e mi trovo qui  altre domande che riguardano lo stesso…  proseguo con queste domande.

Che relazione c’è tra quello che si chiama tradizione occidentale, Gioacchino da Fiore, Sant’Agostino, San Tommaso?

In parte abbiamo risposto a questa.

Che relazione c’è fra il pensiero puro e Michele, e il potere di sintesi del pensiero con il Christo?

E qui c’è un… potrei unire anche questa domanda: l’azione pensiero sintesi dell’io volontà che si riconosce nel quotidiano, sia quello micro personale sia quello macro personale e mondiale dev’essere autonoma e solo tale o può essere concordata tra più autonomie fuori discussione senza discussioni?

La relazione la troveremo, tra queste domande. Perché qui abbiamo già riportato il pensiero alla sua relazione con il volere. Ora la… l’impulso di Michele riguarda la Volontà. Michele è il portatore della volontà pura. Però Michele ha bisogno di operare mediante l’uomo libero. Tant’è vero che il Dottore ci presenta così, dice: mentre gli altri Arcangeli sono loquaci, parlano all’uomo, lo aiutano, gli dicono, specialmente Raphael in questo periodo, Michele è silenzioso perché non vuole influire sull’uomo, lo vuole aiutare ma in quanto lui sia libero, voglia lui l’aiuto, perché minimamente che influisse sull’uomo la missione di Michele verrebbe meno. Perché il bene dell’uomo è l’essere libero, e l’essere libero si fa strada attraverso l’opposizione alla natura umana. Questa natura umana che viene così… eh… poeticizzata, eh… esaltata, posta come fondamento, è proprio ciò di cui ci dobbiamo liberare, è proprio ciò che dobbiamo superare, è proprio ciò che dobbiamo riedificare. E questa riedificazione avviene inizialmente attraverso il pensiero, perché il pensiero per pensare anche dialetticamente ha bisogno di paralizzare qualcosa del cervello.

Esiste un rapporto della psiche con il cervello che è importante ricordare. Noi abbiamo nella testa, nell’organo cerebrale abbiamo processi metabolici, ossia processi di ricambio, che rispondono all’attività della volontà; abbiamo minimi processi chimici, ossia processi respiratori. Nella testa noi abbiamo minimi, sottilissimi processi di respirazione. E questi…  questi processi di respirazione corrispondono al sentimento. Mentre il pensiero si svolge nell’elemento nervoso puro: ossia dove noi abbiamo processi di ricambio e processi ritmici nel cervello non abbiamo pensiero ma abbiamo il contrario, ciò che dalla corporeità inferiore, dalla vita istintiva afferra il pensiero e lo rende proprio strumento. Con il pensiero riflesso lo può fare, e lo fa malgrado che il pensiero riflesso, quando è logico, quando è un pensare che ha un minimo di logica, eh… deve, per poter diventare cosciente – non c’è altra parola – paralizzare o distruggere o eliminare, paralizzare forse è la parola più adatta, l’elemento nervoso puro, mediante un processo che è anche fisico ma che fisicamente non è individuabile. Non ci sono strumenti per registrare questo processo che tuttavia c’è, e chi sa fare la Concentrazione e andare oltre se ne accorge, perché si accorge che il pensiero deve trivellare certe zone se vuole andare oltre certi limiti. Ora, che cosa avviene? Che… immaginiamo che uno faccia la Concentrazione e abbia, conosca la disciplina eccetera, eh, e si accorge che tutta la lotta avviene nella testa: tutto ciò che è vittoria su nella zona del cuore, nella zona della volontà, si prepara nella testa. E si prepara come? Mediante… riafferrando la forza del pensiero e cercando di attingere alla corrente di volere del pensiero. Allora che cosa avviene? Che questa corrente si apre il varco nella s… nel cervello, nell’organo cerebrale, come? Distruggendo processi fisici ma aprendosi dei canali in cui poi, in un secondo tempo, irrompe la volontà.

Noi possiamo dire che: il pensiero distrugge, la volontà edifica. Se noi siamo capaci di disciplina del pensiero da principio noi distruggiamo processi naturali dell’organo cerebrale e apriamo dei vuoti, dei varchi sottilissimi, e in un secondo momento lì penetra la volontà, che è la volontà che conquista la psiche. Ecco, per esempio uno che avesse, eh, nevrosi, anche ossessiva eccetera, potrebbe benissimo guarirne conoscendo questo processo, ma è difficile che riesca a dominare il pensiero, ma se ci riesce capisce come guarire, e qualch…  si tratta in questi casi per esempio di aiutare qualcuno, preso da forme ossessive, a insegnargli la concentrazione e fargliela fare sotto la propria guida e responsabilità: una concentrazione ossessiva positiva, ossia se lui è preso da ossessioni che lo tormentano, non gli fa… non lo fanno  dormire… : insegnargli un pensiero semplice a cui dedicarsi con tutte le forze, in modo che comincia in lui a rifluire la corrente del volere che si può dire – abbiamo detto nelle volte scorse – contiene la forza riedificatrice dell’umano. E lì comincia la guarigione. Ora noi qui,  abbiamo… dobbiamo dire questo, che quando il, il pensiero razionale opera questa distruzione, guardate: un professore di matematica, un professore di scienze naturali, uno studente di chimica, normalmente ha, fa, compie quest’operazione, di… nel momento in cui si applica col pensiero distrugge. E sarebbe bello che lui lo sapesse perché se non lo sa, e quindi non fa un esercizio di re-integrazione del pensiero, la parte dis… nella zona in cui ci sono quei vuoti dovuti alla distruzione si inseriscono gli istinti, sale una corrente del volere che è il volere già deviato. Ecco perché malgrado la loro matematica poi sono presi da qualcosa che non gli dà pace. Mentre noi sappiamo che c’è la possibilità di dare a questo pensiero il contenuto di cui si priva per pensare dialetticamente. Che è un contenuto di volontà, cioè che è la corrente della volontà.

Tra parentesi noi qui dobbiamo dire che questa corrente del volere è la corrente del Logos, per cui se lo sperimentatore fosse un un positivista, materialista, e tuttavia avesse l’onestà di sperimentare il pensiero secondo i i principi che… da cui nasce persino anche la logica, incontrerebbe una corrente di forza, e se portasse il suo empirismo oltre, scoprirebbe un potere che si affaccia nell’Io e che ha in pugno l’universo. Scoprirebbe il Logos, scoprirebbe il Christo. Ora, noi abbiamo la ventura di conoscere la Scienza dello Spirito, e quindi sappiamo che c’è la Via, e questo è la Via del pensiero puro.

Qui si dice la relazione che c’è tra il pensiero puro e Michele. La relazione è questa: noi mediante  il lavoro interiore, la disciplina de pensiero arriviamo alla liberazione del pensiero, arriviamo anche alla percezione di ciò che è opposto alla corrente del pensiero che è la corrente della volontà. Possiamo anche arrivare alla connessione delle due forze e questo già, però è già una bella conquista però si è ancora in pericolo di tradire se non si congiunge questo con la forza che amministra l’intelligenza celeste, laddove diventa umana e dove diventa umana l’uomo corre continuamente il pericolo che prima di impossessarsi lui di questa intelligenza, se ne impossessano gli Ostacolatori e quindi gli danno già il pensiero pensato da loro e questo è il pensiero dialettico. La connessione con Michele è una connessione sacrale che non possiamo accettare per fede ma per esperienza interiore e il Maestro dei nuovi tempi dà tutto perché questa esperienza si svolga senza ricorrere ai Vangeli e senza ricorrere a nessuna fede ma per positiva esperienza interiore si arriva ad un certo punto a scoprire il principio dinamico dell’intelligenza super individuale, super cerebrale.

Rimane a dire il rapporto tra la tradizione occidentale, Gioacchino da Fiore, Sant’Agostino, San Tommaso. La tradizione occidentale non è quella di cui ci parlano i tradizionalisti… i maestri del tradizionalismo moderno: perché nessuno di questi ha capito il segreto del pensiero vivente; anche se alcuni si sono serviti di forze eteriche del pensiero, e perciò sono arrivati ma non c’è niente di peggio che disporre di queste forze eteriche e poi dire che “Maestro che sono io” e poi interpretare tutto secondo lo schema che per loro è un presupposto, non è un atto di pensiero puro; perché partono dallo schema tradizionalistico che è già un pensato. E non si rendono conto che non c’è niente di vita interiore del cosmo e dell’umano che non sia un processo interiore.

La tradizione subisce una crisi all’inizio dell’epoca dell’anima cosciente, la quale comincia nel 13mo secolo, siamo proprio nell’epoca qui accennata. Queste figure… Gioacchino da Fiore è già sulla linea di una nuova via, lo stesso… Sant’Agostino è anteriore però è una figura che bisognerebbe isolare da queste due, perché… rappresenta un tentativo che fallisce, un tentativo di spiegare il cristianesimo secondo una … un inquadramento in cui cominci a valere il principio della libertà interiore, ossia il vero principio cristico. E Sant’ Agostino seguì questa linea con una certa fedeltà alla quale poi reagì quando si pose contro il manicheismo, e lì lui ebbe paura, e ricadde nel dogmatismo più pedestre. Però la grandezza di  Sant’Agostino la si vede proprio in questo contrasto tra un momento in cui lui intuisce il Cristo e un altro momento in cui lui lo fa ritornare Jehova. 

Gioacchino da Fiore e San Tommaso sono dei preparatori. Gioacchino da Fiore era molto vicino alla Rosacroce. San Tommaso ebbe un carico all’interno del cristianesimo alla vigilia della… della  struttura teologica del cattolicesimo e quello che lui operò in occulto fu più importante di ciò che fu la sua Summa Teologiae. Comunque, e… essi ebbero il… specialmente Tommaso, ebbero il merito di indicare la via del pensiero, senza però avere il coraggio di portarla in fondo in quanto non ebbero la forza di vedere nell’idea lo Spirito stesso, che invece collocavano aldilà dell’idea, come qualcosa a cui occorreva prestare solo fede e naturalmente si ricadde nel dualismo che poi…  non era questo il compito di Tommaso: il compito di Tommaso fu quello di combattere l’averroismo, in questo lui riuscì.

Peró dobbiamo tenere conto che siamo alla vigilia dell’epoca dell’Anima Cosciente, che comincia nel tredicesimo secolo, che  peró si concreta umanamente all’inizio di questo secolo, quando comincia l’epoca di Michele. 

Abbiamo seguito queste domande sacrificando qualcun’altra che vedremo la prossima volta, per potere avere una specie di filo unico conduttore, speriamo di non avere disturbato nessuno… E troviamo che il discorso, il filo ci conduce consequenzialmente a questa immagine che ci viene data, ci viene suggerita, che suona cosí: in questo periodo di grandi prove, qual’é il significato di percepire dentro di sé il comando: “Lazzaro, vieni fuori!”?  

Ecco, perché abbiamo detto filo unitario? Perché… ritorniamo al pensiero: Il pensiero é il segreto di tutta l’Opera, é il segreto per il sentire, se vogliamo il sentire divino dobbiamo passare per il pensiero, se vogliamo giungere alla devozione trasfigurante dobbiamo passare per il pensiero, se vogliamo percepire le forze dei grandi del misticismo, dei santi cristiani, come San Francesco, San Francesco di Paola, dobbiamo avere il potere della meditazione. 

In questi giorni …. (debbo abbreviare, allora non posso dire, no, vediamo un po’…) degli amici mi hanno detto dei libri in cui si parla di un misticismo cristiano, cattolico, molto puro, meraviglioso, che ha come centro Maritain, e c’é una figura che si chiama Van Der Meer, e ho letto queste pagine e sono stato commosso dalla profonda sacralità, santità, devozione. Peró a un certo punto ho sentito che dopo… ma… che cosa possono fare questi con la demonía del mondo attuale? Perché é tutto un offrirsi misticamente al Cielo, un ritirarsi in una specie di eremo nella montagna, tra i ghiacciai, e lí vivere il rapporto col Cristo, e questo rapporto non deve essere solo sentimento: la Via dell’Uomo é conoscere, non ci si deve lasciare ipnotizzare dal sentire, il quale é importante, ma bisogna  che passi attraverso la conoscenza, altrimenti non si sa che i demoni sono due, Lucifero ed Arimane, e non si conosce qual’é il rapporto tra i due: perché é un rapporto importantissimo, e non si capisce che cosa ha a che fare lo spirito religioso con Lucifero, e non si capisce che cosa significa l’economia che prevale sul mondo attuale, prevale come il massimo interesse: é tutto. 

Il pensiero é il presupposto dell’azione spirituale, il presupposto assoluto, il primo, il piú puro, non si sfugge. Volete attaccare la Via del Pensiero? Dovete pensare. Volete costruire una tradizione mediante simboli e miti? Dovete pensare. Dovete pensare che Vishnú é grande, che Vishnú é il massimo? Dovete pensarlo, avere dei pensieri. E questo pensiero poi a un certo punto lo trovate nel profondo della vostra vita, perché é tutto pensiero. Una malattia pensa se stessa con intensitá, e se noi fossimo… siamo capaci di un pensiero piú potente, allora noi sciogliamo la malattia. 

E quando noi leggiamo libri in cui il pensiero é vivo, e siamo capaci di riconoscere questi libri, tipo Filosofia della Libertà, e … libri in cui il pensiero é vivente, perché é stato sperimentato nello spirito, nello scriverlo, nello scriverli, noi non pensiamo solamente col cervello: questo pensiero arriva nelle ossa, noi pensiamo con la forza delle ossa, perché la massima opposizione al pensiero non é soltanto l’organo celebrale, ma il sistema osseo, e qui devo concludere: dobbiamo al sistema osseo che noi possediamo una matematica e una fisica, perché tutta la sapienza delle ossa é matematica e fisica, e coloro che sono stati grandi – Cartesio, Newton, eccetera- nella matematica e nella fisica, hanno attinto alla sapienza delle ossa, peró ci hanno dato una scienza di ció che é morto. 

E allora qui veniamo alla immagine, con cui dobbiamo concludere, purtroppo,  c’é un’immagine dei Rosacroce che suona cosí: “Contempla lo scheletro e troverai la morte, contempla ció che é interno allo scheletro e troverai il portatore della Resurrezione”. 

Quindi questo mondo matematico-fisico va superato, occorre andare oltre, perché all’interno delle ossa – ecco perché al Cristo non furono spezzate le ossa – c’é il Risuscitatore. E quando noi parliamo di pensiero vivente parliamo proprio di un pensiero che appartiene alla Resurrezione. É il Cristo che rende… dà all’ uomo la possibilità della resurrezione del pensiero, e questa resurrezione giá appunto é simboleggiata mirabilmente in questo comando: “Lazzaro, vieni fuori!”

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MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, PASQUA, SCIENZA DELLO SPIRITO

VENERDÌ SANTO (di C. G. Rossetti)

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Sono una pietra e non una pecora
Per il fatto di poter stare, o Cristo, presso la tua Croce
Ad assistere goccia dopo goccia alla lenta effusione del tuo Sangue
Senza piangere?

Non hanno amato così quelle donne
Che ti hanno pianto con tanto dolore;
Non così Pietro che ha pianto amaramente dopo essere caduto,
Non così è stato toccato il ladrone;

Non così il Sole e la Luna
Che nascondono il loro volto in un cielo senza stelle,
Un orrore di grande oscurità nel pieno del mezzogiorno –
Io, solo io.

E tuttavia non rinunciare,
Cerca la tua pecora, vero Pastore del gregge;
Più grande di Mosè, voltati e guarda ancora una volta
E colpisci la roccia.

Christina Gabriel Rossetti

ARTE, PASQUA, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

IL MISTERO DELLA PASQUA (di M. Scaligero)

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Con il Venerdí Santo si è giunti al momento della illuminazione definitiva di Parsifal, il preludio della riconsacrazione del Graal. Ognuno di noi deve affrontare questo nella propria vita: attraversare i momenti della Passione, procedendo verso il Mistero della Resurrezione; conoscere l’oscurità che precede l’aurora, cosí da sentir nascere infine la certezza della perennità dell’accordo celeste-terrestre.
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Una grande calma scende allora dalle corone stellari sul nostro cuore, perché l’anima sia concorde limpidamente con le altre anime in questo cammino terrestre.
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È la realizzazione del dono recato dal Cristo con la sua azione folgorante. Era ormai disegno divino far vincere all’uomo la reclusione nella sua soggettività, grazie a un Amore che lo svincolasse dall’affettività espressiva del sangue, degli istinti, dell’ego, della consanguineità, e tuttavia lo lasciasse libero, secondo l’impulso della libertà suscitato in lui da Lucifero. Christus, verus Luciferus. Alla forza dell’Amore legata al sangue congiunse il puro impulso dell’Io libero: il principio del Sacro Amore, del Graal. L’Amore cosí scorre da anima ad anima: il sangue versato sul Golgotha libera le originarie forze del sangue: congiunge con l’Io eterno l’Io individuale. Questo è il senso dell’incontro piú sottile dell’anima con l’anima.
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Nella Pasqua il Cristo risorge. Sempre risorgerà. Ogni giorno il cuore deve farlo risorgere, perché la vita non sia smarrita nel nulla, ma dia il suo vero contenuto alla Terra, al Cielo, alle Stelle, a se medesima.
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Massimo Scaligero

Da una lettera datata Pasqua 1975.

Grazie a Marina Sagramora

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Immagine: Beato Angelico «La Resurrezione» Museo San Marco, Firenze.
La Madre di Gesú e le pie donne vanno al sepolcro e lo trovano vuoto. Un Angelo dice loro: “Egli non è piú qui, è risorto…”.

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MARINA SAGRAMORA, PASQUA, SCIENZA DELLO SPIRITO

L’AUM E IL PENSIERO DI PASQUA (di R. Steiner)

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Le piante emanano aria pura. Esse sono pure, senza brama, disinteressate; perciò ci si sente bene in mezzo al mondo vegetale: esso emana vita. Ma col suo respiro l’uomo comune reca morte nell’ambiente. Per mezzo di una vita pura, morale, disinteressata, egli deve trasformare il suo respiro in un respiro puro, pieno di vita, e per via degli esercizi interiori egli deve portare ritmo nel suo respiro. Egli deve poi imparare ad emanare nel respiro la sua individualità, ad imprimerla nel mondo; per effetto di ciò, egli dà vita all’ambiente. Grazie a una continua educazione di questo genere, il discepolo impara a librarsi al di sopra di ciò che è puramente fisico, a porsi nell’elemento eterno.

Per questa via egli ascende agli eterni, imperituri archetipi delle cose, che non nascono e non periscono; egli si unisce anche con il suo proprio archetipo. Fisicamente l’uomo viene ad esistenza e perisce, ma per ciascun uomo c’è un archetipo che è eterno. Se il discepolo impara ad unirsi con l’archetipo, egli è allora salito al mondo eterno dello Spirito, si libra al di sopra del perituro. Questo è lo stato di cui viene detto che l’uomo riposa allora tra il roteare del grande uccello, del cigno dell’AUM.

L’AUM è il trascendere retrospettivamente dalle immagini all’archetipo: l’elevarsi all’imperituro. Questo elevarsi all’eterno, l’unirsi con gli archetipi, viene anche espresso nel Mantram delle Upanishad:

Yasmai jasam jagat sarvam, yasminn eva praliyate

yenedam dhriyate chaiva, tasmai jnanatmane namah.

Questo è ciò che sta nel pensiero pasquale. È la resurrezione dell’uomo dal suo legame con ciò che è perituro e materiale nelle religioni eterne degli archetipi. La natura serve quale simbolo di ciò. Come a Pasqua sboccia ovunque nuova vita dalla terra, dopo che il granello di seme si è sacrificato e si è decomposto nella terra per dare alla nuova vita la possibilità di sussistere, cosí nell’uomo deve morire tutto quanto è inferiore. Egli deve sacrificare la natura inferiore per potersi elevare agli eterni archetipi delle cose. Perciò anche la Cristianità festeggia in quest’epoca del risveglio della natura dal sonno invernale, la morte e la Resurrezione del Redentore.

Anche l’uomo deve prima morire per sperimentare poi la resurrezione nello spirito. Solo chi supera il legame con ciò che è perituro, può diventare imperituro come gli eterni archetipi, può riposare tra le ali del grande uccello AUM. Poi l’uomo diventa tale da collaborare al progresso del mondo. Egli riplasma poi il mondo per una futura esistenza: dalla sua piú profonda interiorità egli opera magicamente nel mondo.

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Tratto dai Quaderni di Scuola esoterica di R. Steiner nella traduzione di M. Viezzoli – per gentile concessione di Marina Sagramora

MARINA SAGRAMORA, PASQUA, SCIENZA DELLO SPIRITO

ORO E CELESTE FULGORE

💧

 VI E’ UN NOBILE DOLORE

CHE IMMETTE GERMOGLI DI ETERICA RUGIADA

FRA LE ORME DI UN ANTICO AMORE.

 

NEL GRIGIO TANGIBILE DOLORE :

INAVVERTITO ORO SI FORGIA

NELLA INCONCEPIBILE CERTEZZA

DEL SUBITANEO SPLENDERE NELL’ATTO DEL RISORGERE.

 

LA FOLGORE DELL’ORO CHE SI CREA

RINASCENDO QUALE CELESTE IRROMPERE :

INFRANGE LE ROCCE DEL MENTALE RATTRAPPITO

IMMETTENDO GLORIA.

 

AURA DELL’IMMENSITA’ CHE AIUTA E CHE RISANA

SOSTENENDO GLI UNIVERSI.

 

AVE INARRESTABILE PRESENZA

CHE ILLUMINA LE ALTEZZE

IN CUI L’IO RISPLENDE NELLA COMMOZIONE

DINANZI ALLA MAESTA’ DEL VERBO

CHE NEL SOLE RISORGENTE

RIEMPIE DI SACRITA’ L’AURORA.

 

FULGIDA E’ LA LUCE CHE SQUARCIA LE TENEBRE PIU’ FITTE

ATTRAVERSANDO ABISSALITA’ TELLURICHE

RESE IMMATERIALI E PERCORSE DAL FUOCO DI UN CANDORE IN CUI L’ANIMA SI INNALZA NEL CELESTE.

 

OVE L’ANTICO AMORE SI RINNOVA

NEL VIVENTE ALTARE DELLA VOLONTA’ COSCIENTE.

 

AVE POSSENTE SOTTILISSIMA MAESTA’ DEL NUOVO CONSACRARE.

 

OVE IL PENSARE GIUNGE A FARSI ATTO DI RESURREZIONE

LUNGO GLI INCREATI SENTIERI DEL PERENNEMENTE RINNOVATO CONTEMPLARE IL POTERE UNITIVO DEL CONNETTERE.

FRA I VERTICI SOLARI DELLE ESSENZE.

 

IL TEMPO SI FERMA DINANZI AL MISTERO DEL RISORGERE PERENNE.

 

PALPITI DI PURO ORO IMMATERIALE

SOSTENGONO LE ALI DELLA GLORIA

IN CUI LA VASTITA’ DELL’INAVVERTITO AMORE

SORPRENDE CHI LO ATTENDEVA

NEGLI APICI DELL’IMPOSSIBILE FUOCO NEI PENSIERI.

 

PURO SOTTILISSIMO ORO

STRIATO DI CELESTE FULGORE.

 

ED E’ SALVIFICA TEMPESTA

CHE LAVA E REINNALZA I CUORI.

 

PERCORRENDO I LUOGHI REALI

DELL’IMPOSSIBILE SCOLPIRE A NUOVO IL FATO

MEDIANTE LIBERA IMPREVISTA AUTORITA’ CREANTE

CONCESSA QUALE POSSIBILITA’ NEGLI APICI DEL SOLE LOGOS.

 

INAUDIBILI FRAGORI DI SOVRUMANE SOFFERTE TEMPESTE.

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 HELIOS FK AZIONE SOLARE

 

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ARTE, La Poesia di FK AZIONE SOLARE, PASQUA, POESIA

PRIMAVERA E TEMPO DI PASQUA

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Presto è Pasqua. Ma non amo granché ossequiare gli eventi metafisici nei tempi sanciti dalla tradizione e dalla convenzione. Ho notato che pure allo scadere di dignitose, anche encomiabili manifestazioni ormai annuali di feste e giornate (c’è pure la giornata del sollievo, manca invece la giornata del salame ungherese) esse diventano occasione di approfondimenti antroposofici, o in generale, spiritualistici.

Che volete? Mi paiono un po’ tutte alla stregua delle “cure compassionevoli”, ossia quelle che offrono un sollievo posticcio al malato terminale. Roba di facile preparazione, che non costa quasi nulla al Servizio Sanitario ovvero a chi scrive e che serve ben poco a chi legge. Sebbene siano di sostanze del tutto diverse credo che possano alleviare la sete di spirito quasi come, ad un grado minore, un bicchiere di Coca Cola può soddisfare chi ha semplicemente sete di liquido. Però il paragone è improprio: la sete dell’organismo è più seria.

Se alla parola “spirito” fate corrispondere un gradevole (compiacente e compiaciuto) sussulto emotivo, non dico che non siate belli e buoni, ma di cammino interiore o pellegrinaggio dell’anima verso i Cieli…nemmeno fermarci a parlarne.

Mi pare che molti non riescano a sospettare o a capire che, con i soliti contenuti dell’anima e le solite, fantastiche costruzioni della mente, non si trovano ponti – nemmeno quelli tibetani – che permettano di superare quello che soltanto viene permesso da ciò che in noi vive e domina come implacabile ostacolo alla realtà spirituale e persino alla comprensione consapevole dei più elementari processi che la riguardano e per i quali basterebbe l’attività svolta da un accurato e spregiudicato esame sostenuto da un lucido processo logico.

Potrei anche prepararvi un discorsetto storico/culturale su miti o personaggi: ovviamente preriscaldato ma insaporito e sacralizzato da un velo di riferimenti di antroposofia e di tradizione.

Quando si è giovani l’appetito non manca e si è disposti a trangugiare ogni cosa che si trova sul tavolo. Mantenendo la metafora, sono fortunati quelli che poi si accorgono che l’eccesso non accresce l’energia ma porta piuttosto a disordini intestinali e pesantezza. Questi sono come i cosiddetti peccati di gioventù o nel migliore dei casi fanno parte, comprensibilmente, della tortuosa didattica dell’apprendimento.

Ma perché mi soffermo e dissipo righe per cose del genere? Il fatto è che mi pare rimarchevole (disdicevole) che una non indifferente quantità di apprendisti ricercatori – sarà un beffardo destino? – abbiano trovato una variante della fonte di Ponce de Leòn poiché sembrano rimanere eternamente giovani nella psiche: che non è un complimento. In altre parole si iscrivono all’accademia antroposofica e rimangono per tutta la vita in quei corridoi come imbolsiti studenti fuori corso.

Giorni fa, su una stagionata Rivista straniera ho letto un lungo articolo del sig. Emile Rinck dal titolo accattivante: Un cammino verso la conoscenza immaginativa (Metodo, criteri, risultati). Allora si disquisisce su Giovanna d’Arco, sulla necessità di conoscere se stessi, sull’esperienza del doppio per poi giungere alla conclusione che la coscienza immaginativa è una facoltà nella quale si percepiscono immagini attraverso cui si esprimono esseri spirituali e che tutto quello che c’è nell’articolo può essere soltanto una “frammentaria riflessione” che andrebbe completata con lo studio dell’Iniziazione e della Scienza occulta.

Benedetto uomo! Questo avrebbe potuto dirlo ai lettori prima, anzi subito, oppure il compitino avrebbe potuto tenerlo per sé, in un cassetto munito di serratura: uno degli infiniti esempi di quello che passa per lezioso ed inutile antroposofismo.

L’azione di Massimo Scaligero avrebbe dovuto essere dirompente nei confronti di tale desolato ma resistentissimo labirinto accademico. Egli con vigore ed un rigore che non lascia scampo ti mette di fronte ad una scelta di vita essenziale. Ma sarà che il grado di analfabetismo cognitivo è faccenda più seria di quanto dicano le statistiche oppure che viga negli animi una pura e dura voglia di non far niente, resta il fatto che tra l’adamantino, coerente e tagliente insegnamento di Scaligero e i tanti che si dicono suoi discepoli sembra succedere quello che avviene a coppie in crisi: convivono da separati in casa.

Forse una osservazione che Scaligero mi fece un giorno potrebbe spiegare alcune cose. Arrivai da lui mentre stavano uscendo tre ragazzi un po’ più giovani del sottoscritto. Solo dopo molti anni riconobbi che tra i tre, almeno due erano divenuti figure che sono apparse di una certa rilevanza in alcuni ambienti. Erano appena usciti e Massimo mi fermò in corridoio con queste parole: “Hai visto quei giovanotti? Vengono qui con domande molto intelligenti sulla Filosofia della Libertà”. Dopo un brevissimo silenzio continuò: “Ma non riescono proprio a capire che è esperienza”.

Ecco: con questo breve ricordo (ora penso che il commento di Scaligero fu molto gentile), mi permetto di estendere, generalizzare la cosa. Come ho già scritto e riscritto, se tratto Verità e Scienza o Teosofia oppure la Via della Volontà Solare o Il Trattato del Pensiero vivente come fossero dei portacenere – io qua, loro là – posso sapere molto, posso anche usarli a mio comodo ma se non li vivo, se non li riaccendo in me riga per riga, anche drammaticamente, rimarranno per sempre e soltanto entità del mondo, più famigliari di tante altre, ma nella mia anima non accadrà nulla, non vi sarà potenza che si attua, modificando il mio assetto interiore. Ciò che naturalmente io sento di essere non cambierà di una virgola. In sintesi mi proteggerò, inconsapevolmente, dal “rischio” dell’esperienza.

Occorre non fraintendere il significato di conoscenza. Se la si intende come la intese Pico o Bovillus e, ai nostri giorni, Rudolf Steiner, essa è il sacro e operoso divenire dell’anima che si dirige alla sua verità divina, altrimenti è solo un sapere (alla Emile Rinck o peggio) che ottunde l’uomo e lo trascina in una forma di accidia spirituale, spesso persino elegante, à la page, e di sicuro confortevole.

Uno potrebbe credere che leggere qualcosa che profuma di nobiltà e di mistero lo introduca nell’hortus conclusus dell’esoterismo: non è così né lo sarà mai: una temporanea variazione di sentimento non porta se non ad un breve moto circolare in sé. Sono così pochi coloro che, sollevando per un secondo la testa oltre le acque inferiori, sanno rendersi conto che un attimo di destità pensante vale, per un concreto cammino interiore, assai più che l’Himalaya delle altre cose che sono dentro o fuori dell’uomo.

Fossi un illuminato despota, obbligherei chi aspira a illuminazioni e iniziazioni a mettersi a bottega da un buon meccanico oppure a lavorare da magazzinieri…per il tempo in cui si rendesse capace di ripararmi la macchina o di portarmi una vite da 8 se chiedo una vite da 8.

La perdita di una chiara, educata relazione tra la coscienza pensante ed il mondo sensibile – fenomeno che sta già avvenendo – è sommamente preoccupante, poi nel caso di velleità spirituali preclude anche il primo passo verso la conoscenza.

Eppure è proprio il Dottore a sottolineare che “nel mondo fisico sensibile la vita è incaricata di ammaestrare l’io umano all’obbiettività” e che proprio “nel mondo sensibile i fatti esercitano sempre la loro rettifica sul pensiero”.

Queste sono parole che paiono ovvie ma furono stampate tra il 1904 e il 1910 e, come ammoniscono i cugini nostri, le temps s’écoule vite. Un decennio dopo, nei corsi sulla fisica, Steiner osservava che il continuo impatto del sensibile percepito sulla coscienza, porta quest’ultima ad una sorta di deliquio.

Così la faccenda si complica: il sensibile ci porta a destità ma poi ci narcotizza. Infatti questa “striscia” di sonno, purché ci siano famigliari alcune possibilità che la pratica della concentrazione è capace di offrirci, la possiamo trovare e cogliere: esiste davvero. Persino a posteriori, se si porta l’attenzione ai nostri comportamenti nella vita comune, possiamo riconoscere che si sia come incalzati da una condizione sonnambolica.

Da questa tenaglia offertaci dal deliquio nel sensibile esterno e dalla sognante confusione animica, la via della destità dell’Io passa inevitabilmente per l’unica condizione indipendente: il voluto controllo del pensiero e la voluta attenzione verso un “oggetto” che non dipenda da queste due polarità: è l’attività determinata dall’Io che chiamiamo concentrazione.

Il valore assoluto della concentrazione è minato da una fallace controimmagine che aderisce nel retrobottega della coscienza: si stima che la disciplina della concentrazione, poiché nella prassi comune si esegue in brevi frazioni di tempo, sia qualcosa di simile ad un segmento, tirato dal punto A al punto B, mentre in realtà essa è paragonabile a una semiretta: dal punto A all’infinito.

Da ciò, la mia scandalosa affermazione che la concentrazione riesca ad assumere in sé tutti i livelli potenziali della coscienza sino all’intuizione, non dovrebbe apparire esagerata.

Le persone non si accorgono che la concentrazione è l’ultima àncora offertaci dal mondo spirituale. Se così non fosse, dato il principio di stretta economia di quei mondi, l’attività di Scaligero non sarebbe stata necessaria.

Ma qualcuno potrebbe comunque chiedermi: “Non sono forse sufficienti i tanti esercizi dati dal Dottore?”. Ed io rispondo: “Certamente…se non si fossero verificati grandi e veloci cambiamenti nell’uomo, direi epocali se comparati al breve lasso di tempo in cui si sono verificati”. Poi vi dico pure che Scaligero queste cose le ha scritte e riscritte con perfetta proprietà di significato, basterebbe non ignorarle. E dove ha dato in quantità indicazioni di esercizi di varia direzione (Manuale pratico della meditazione, Tecniche della concentrazione interiore, ecc.) ha avvisato che questi sono comunque operazioni di concentrazione: consistendo sostanzialmente in “accordi del pensiero con la volontà”.

Pensateci, riesaminate, insomma fate quello che sentite come vostra capacità di indagine e di esperienza. Poi se vi sentirete (onestamente) in disaccordo con ciò che dico, nessuno si strapperà i capelli, anzi: potrebbe solo voler significare che vi può essere ampia ricchezza di variabili.

Quando scrivo, come ho fatto ora, tengo sempre presente nell’anima che dharma e karma individuali non sono astrazioni esotiche e che conseguentemente possano esserci approcci e modi diversi per ogni singola persona. Nonostante ciò ritengo ugualmente che la concentrazione sia l’ultimo appiglio donato all’entità umana del presente, sia per iniziare un cammino vero verso la Realtà, sia per non capriolettare all’indietro nel subumano. E l’urgenza è drammatica: non è affatto impossibile che l’ultimo dono possa venire perduto.

Quello che occorre non è facile: si tratta di abbandonare ciò che ieri o l’altro ieri si è congiunto con l’impotenza delle cose morte e avanzare nell’ignoto con il nudo coraggio di chi non ha più nulla perché è giunto allo zero di sé ed in questo vuoto costruire vita per domani e per tutto il futuro. Occorre quel salto speciale che giunge alla metamorfosi. Solo lo spirito è capace ad operare alla ri-creazione dell’uomo. Solo il vasaio può modellare la creta: avete mai visto un informe mucchietto di creta da sé farsi vaso? Ma perché possa operare nell’anima, l’io/IO deve prima squarciare l’armatura in cui l’anima si protegge dallo spirito. Cercate di comprendere, troppe parole non servono a niente.

Ho iniziato col dire che presto è Pasqua, e la primavera è già iniziata. Dai rami di alberi e siepi si affacciano al sole le nuove foglie, piccole ma con tanta volontà di crescere. E chi conosce un po’ d’attenzione e silenzio può fare qualcosa. “In pace di cuore” può guardarle e permettere ad un sentimento che sorge (che può sorgere) di entrare nell’anima. Scrivo “entrare” poiché esso non è solo nostro ma giunge in noi dall’impeto gioioso della natura che risorge. Con estrema delicatezza trattenetelo in voi che non scompaia subito. Guardate di nuovo le foglioline: osservate come ci sia sostanziale unità tra questo sentire vostro ed il loro manifestarsi. Immergetevi completamente in questa impressione. Allora albeggia un fluire, sempre più vasto, che lega insieme voi e la natura. Sorge una delicata impressione di soave luce/colore animico “giallo-rosato”: essa pervade il mondo del vivente. Non c’è da far molto, solo silenzio e un po’ d’arte interiore. Così si sperimenta quella che è l’atmosfera nel tempo della primavera e della Pasqua.

PASQUA

LA PASQUA COSMICA – F. Giovi

Alfa-e-Omega

La Pasqua non sta mai ferma. Salta qua e là sul calendario. Ma per chi si sente antroposofo pare sia un tempo di ciclica fissità interiore. Intendiamoci: è un bene che l’antropo­sofia dia il suo alto contributo per conferire un profondo senso spirituale a ciò che, nel divenire delle cose del mondo, pare consumarsi da una parte nella liturgia delle chiese non piú colme, mentre nella vita di ogni giorno si riduce ad un tramestío di uova colorate o di uova di cioccolato e, se il tempo tiene, ad una abbuffata fuori porta.

Il Dottore si è speso tante volte per indicare l’essenza e il mistero che la festa pasquale vuole porre davanti alla coscienza umana: la morte e la
resurrezione del Verbo nella inconcepibilità della sua straziante condizione – Lui, un dio – di farsi, per un attimo di eterna ripercussione, uno di noi, sino alla piú estrema conseguenza.

Se voglio avvicinarmi a questa enormità, non posso utilizzare nulla che sia fatto di parole. Può farlo, forse e talvolta, il Poeta: cosa che io non sono. Allora devo rivolgermi, sulla strada del silenzio, al luogo dell’anima che chiamiamo meditazione: la quale mi reca una fluenza ignota, in cui ogni significato mio è violazione di domicilio. Ciò smuove un temporaneo mutamento interiore e poiché, con prudenza, evito di mescolare il fuoco con l’acqua, non resta proprio nulla che possa tradursi in cose da dire o da scrivere.

Mi sembra che in molti le Feste che non siano feste ma Misteri, accendano una galvanica scintilla cerebrale inducente un torrente di parole come «…in relazione a…» oppure «…dall’antica Lemuria…» o ancora, agli intimismi speranzosi «…ed il mio cuore si apre gioioso…» o nostalgici «la nonna raccontava che…». Smog intellettuale o animico: si respira a fatica o si cambia strada.

Credo che tutti sappiate del giudizio assai positivo che il Dottore diede dopo aver ascoltato due conferenze di un agricoltore. Una sul Cristo e una sul letame. Vista la sua approvazione, chi gli era vicino volle sottolineare la cosa osservando come fosse notevole, da parte di un contadino, dire cosí belle parole sul Signore, ma Steiner contraddisse vigorosamente i presenti: gli era assai piaciuta la conferenza sullo stallatico, quella che, per cosí dire, aveva estratto concetti pieni di vita dall’esperienza e dalla realtà.

Cosí si capisce dove vado a parare e comunque chiedo: ma qualcuno ha imparato qualcosa da queste vivaci e sintomatiche narrazioni? Eppure sono piccole istantanee che potrebbero far riflettere in grande quando si vorrebbe alzare colonne che non siano ghiottoneria di consensi, poiché se sono solo pensieri pensati, sono niente piú di precari scenari da pièce teatrale dove si auspica in eterno l’arrivo di Godot.

Ne parlavo con una cara amica che mi sopporta e che spreme l’anima per aiutare l’Archetipo ad uscire mese dopo mese: col tempo, l’età e le discipline, l’essere interiore converge naturalmente (o sopra-naturalmente) verso l’essenziale. Le potenze dell’anima, come i tre cavalli matti del cocchio, imparano a seguire talvolta il polso dell’auriga. Quando l’Io domina, la natura dell’anima segue l’inconcepibile moto verso ciò che nel mondo è senza nome, e forse possiamo chiamarlo tao senza offendere nessuno. Scrivo tao poiché lí almeno l’autore ci dice subito che: «Il tao che può essere detto non è l’eterno Tao». C’è assonanza con un altro incipit che dice: «L’Io che l’uomo dice di essere non può essere l’Io, se non nel pensiero vivente: ancora da lui non conosciuto».

Converrete che siano parole forti, da conflitto per la prosaica ragione, e come tutti gli scandali nella tradizione borghese perbenista, vanno allontanate, esorcizzate dalla comunità: pensieri scorretti che non dovrebbero scorrere poiché indicano scelte fatali.

Ma in questo senso l’abilità diabolica offre il modo di fare di piú e meglio. Come? Neutralizzando l’impeto sovvertitore che esse possono procurare all’anima già incarognita per suo conto nella ottusa datità del sensibile percepito come realtà a senso unico.

Faccio un esempio grossolano tra i molti piú subdoli: ogni tanto affiora una curiosa interpretazione che riguarda la lettura dei testi. Vengono suggerite regole respiratorie che ne favorirebbero la comprensione. Sono regole che nessuno penserebbe di usare né sfogliando il giornale, né leggendo i romanzoni di Wilbur Smith. In tutti i casi in cui l’attenzione è dedicata, ci si dimentica anche di star mantenendo una postura scomoda e persino tempo e spazio, a momenti, spariscono. Ciò è esperienza comune ma non è banale. Ci indica come, pur nella vita ordinaria, l’attività pensante tende a togliere di mezzo il mondo sensibile. Purtroppo è anche sperimentabile che senza una lunga ed intensa disciplina ciò si rivela impossibile quando lo si tenti volontariamente con una coscienza di sé desta.

Eppure a questo tende con fatica e pazienza chi intraprende la via della Scienza sacra.

Ai fini di una ascesi compatibile con l’organizzazione umana attuale, il rafforzamento del­l’attenzione cosciente è polarizzazione dell’attività pensante verso un pensiero: il pensare che pensa un pensiero deliberatamente voluto è il primo, ineludibile gradino. Dovrebbe essere chiaro che il pensiero del pensiero non può poggiare che su se stesso: non prende nulla da fuori. Il percepire ed il percepito sono, in questo unico caso, della medesima natura. Il suo carattere è quello di essere del tutto indipendente dall’ordinario appoggio corporeo, mentre il togliere parte dell’attenzione e portarla sul respiro (sull’invadenza fisica del respiro!) è una delle maniere certe per uccidere il momento puro della conoscenza: il lampo dello Spirito nell’anima.

Ecco quanto poco basta per mandare a ramengo ciò che può essere l’incontro del filo aureo donato da Scaligero con l’architettura aurea del nostro eterico.

In generale la resistenza leviathanica verso l’autentico Opus solare è massima, e sembra annidata non solo tra i superficiali e gli ignoranti che dicono le barzellette: «Scaligero è troppo difficile», oppure «Tal dei Tali me l’ha sconsigliato». Ho letto persino: «Non leggo Scaligero perché è contro le donne». Non c’è senso a dare ulteriori esempi di anime il cui impulso alla conoscenza tende stabilmente allo zero, oppure sofferenti di guasti che friggono il germe dell’organo interiore ancora prima che possa formarsi.

Chiederei piuttosto ai lettori se appare cosí limpido e assimilato quanto pubblicato mensilmente sulla rubrica che è stata intitolata AcCORdo. Lí trovate le parole di Scaligero scritte di suo pugno, sebbene rivolte specificatamente a discepoli, dove incontrate spesso frasi come quella che riporto dalla Rivista del mese scorso: «La potenza dell’ekagrata supera ogni contraddizione, ritrova il livello del perfetto “risveglio”, superato il livello dell’addormentamento normale. Ekagrata impetuoso, scattante, energico, continuo: è necessario perché il mondo della bontà s’inveri e l’Amore trionfi sulla Terra».

Mi sapete dire cosa ciò significhi? Perché chiedere sempre soluzioni a curiosità e sciocchezze che nulla risolvono e non affrontare il nodo dell’essenziale che potrebbe risolvere tutto?

Se la Pasqua è morte e resurrezione sono ben certo che, assai concretamente, la sua vicenda nella nostra anima dovrebbe cominciare proprio da lí. Esiste in noi la capacità di portare a radicale compimento la morte del pensiero che conosciamo e che è già morto nella vita ordinaria, dove si fa funzionale soltanto a ciò che appare morto fuori di noi, per farlo rinascere santificato, trasformato.

Ed è in questo travaglio di morte e resurrezione che incontriamo il Logos vittorioso. Perché “vittorioso”? Perché la Sua vittoria sulla potenza della morte diventa anche nostra, per quanto si sia in grado di accogliere la serena, dolce e personale possanza dell’infinito nella nostra misura.

Già, la nostra misura: scarsa se non riusciamo a distoglierci dall’amore per noi stessi, e che invece sparisce quando deleghiamo all’oblio il comune soggetto. Trucco che non riuscirà ad alcun erudito o al mago comune.

Ma può riuscire a chi opera afferrando l’essenza della disciplina interiore.

Chi ha usurato gli anni della sua vita in un rosario di sconfitte può pensare che parlare di vittoria è soltanto un bel parlare e che la realtà sia ben diversa. Ma questa è misura corta: non tiene conto che la realtà dell’uomo è cosmica. Essa non si esaurisce in segmenti di tempo né nel breve cammino di una vita. E l’ekagrata di cui scrive Scaligero non si spiega pensandolo in manciate di minuti: è puro diamante che sogno, sonno e morte non possono scalfire.

L’uomo lo può portare nell’eterno, come dall’eterno, per dedizione e fedeltà interiore, può trarlo in ognuna delle condizioni che il suo proprio essere attraversa sulla terra e nei cieli: con la certezza dell’incondizionato sostegno del Logos.

Questo è l’aspetto vittorioso della Pasqua cosmica.

 

Franco Giovi

 

PASQUA, SCIENZA DELLO SPIRITO,

NUOVA RESURREZIONE E SOLO ALTARE

 Copia di ALBA AURORA 5  263715 

L’ENTE GIURIDICO HA UN CUORE DI CALCE CHE NE ISPIRA LE ESSENZE.
NE PROMUOVE LE AZIONI.
PLASMA LE SENSIBILITA’ INTERIORI DEI SUOI ESECUTORI.
.
PERCEZIONI SOTTILI AVVENGONO NEGLI ANIMI AVVOLTI DALLA LEGALITA’ INTELLETTIVA.
PERCEZIONI DI UN BENE E DI UN MALE INERENTI ALLO STILE E ALLA LETTERA
DEL COSMO GIURIDICO NON SOLO STUDIATO MA SOPRATUTTO EVOCATO.
PERCEZIONI PROFONDE E MEDIANICHE IN CUI L’INNOCENZA ANIMICA ED IL SUO CALORE SUSCITANO ODIO E DISPREZZO.
.
NELL’ESSENZA L’ENTE EVOCATO E’ MENO CHE UMANO
E TENDE A TRAVOLGERE GLI INERMI CHE ANCORA ATTINGONO AI CIELI IL PROPRIO INTUIRE.
TENDE A CALPESTARE IL CUORE E IL SUO CALORE.
IL CUORE IMMATERIALE E IL SUO CREARE LUCE NEL VIVENTE CONCEPIRE.
.
NELL’ADEPTO DEI CODICI : L’ESTREMO SFORZO INTELLETTIVO SI IMMERGE NELLO STUDIO DEL DIRITTO
E NE TRAE UN INGIGANTIRSI DELLA VOLONTA’ RAZIOCINANTE
CHE GIUNGE A FARSI POTENZA INTERIORE EDUCATA E NUTRITA DAL GELO IN CUI SI E’ IMMERSA E FORGIATA.
.
L’ACUTIZZATA POTENZA RAZIONALE E L’ACUME MNEMMONICO INFINE RISPETTANO E CELEBRANO I FASTI DI UN ENTE DI CALCE SPIETATA ERETTO A DIVINA PRESENZA.
UNA FEDE ARIMANICA CHE NEL PROFONDO CHIEDE IL DOLORE.
PRETENDE LACERARE GLI INERMI.
.
LA FEDE NELLA LETTERA SCRITTA ERETTA A DIVINA PRESENZA :
PUO’ SOLO CALCARE LE VIE DELL’ETERNO DOLORE.
PUO’ SOLO NEGARE L’AVVENTO DI UN ELEMENTO VIVENTE CHE POSSA AGIRE PER DIRETTA FULGUREA PRESENZA NEL MAGICO ATTIMO IN CUI L’IO RESPIRA NEL SOLE.
.
L’ENTE IMPIETRATO CHE ALITA E VIVE NEL GELO FRA VESTIGIA DI ANTICHE INTUIZIONI : PUO’ SOLO PROCEDERE POTENZIANDO SE STESSO MEDIANTE LA VITA INTERIORE SOTTRATTA AI PROPRI FEDELI DAI QUALI PRETENDE ADESIONE ED A CUI CHIEDE DI LASCIARSI PLASMARE.
.
TALE ENTE ASSUME LE VESTI DELL’ANTICO SAPERE MORALE MA NE DISTORCE L’ESSENZA POICHE’ VIVE SOLTANTO PER IMPEDIRE L’AVVENTO DEL SOLE COSCIENTE CHE QUALE AURA DEL LOGOS ORA SI ACCENDE NEL POTERE PENSANTE CHE SOLITARIO E INFINITO ILLUMINA L’UOMO MODERNO IN EUROPA.
.
TALI GIURISTI :
MA ANCHE I MASSONI DI TUTTE LE SCUOLE :
E LE RELIGIONI IMPIETRATE FRA LE PAGINE SCRITTE IN CUI FROTTE DI SAGGI
HANNO AMMASSATO UNIVERSI DI CENERI ACUTE NELL’OTTUSO INSUPERBIRE RITUALE :
ATTENDONO DI ESSERE LAVATI E REDENTI 
TRAVOLTI 
DALL’ATTO VIVENTE DI UN PENSARE CHE IMPOSSIBILE AGISCE PER DIRETTA ATTINZIONE NEL COSMO MORALE IN CUI L’IO RESPIRA NEL LOGOS E OTTIENE IL SOLO METRO DEL BENE.
.
ATTO DEL PENSARE CHE IN VARIO GRADO E MISURA MA FULGUREAMENTE 
LIBERAMENTE VOLUTO 
SFIORA LA SOVRUMANITA’.
E LA IRRAGGIA.
.
NELL’ATTIMO MAGICO IN CUI L’APICE ESTREMO DEL PENSARE CONTEMPLATO GIUNGE A FARSI VALORE SOVRUMANO CHE IN VARIO GRADO E MISURA TRASMUTA IL REALE E LO IMMETTE NELVIVENTE CONSACRARE.                                                             
.
GLI ANTICHI RITI ( RIFUGGENDO DAL PRICIPIO COSCIENTE DELL’IO) FUNZIONANO ANCORA
MA SOLO NEL MALE.
.
ENORMI CORRENTI DI VOLONTA’ NELLA PSICHE ALTERATA 
RIDICOLE NELLE SCATURIGINI UMANE DA CUI SI DIPANANO
RACCOLGONO ENORMI POTENZE ELARGITE DAGLI OSTACOLATORI
NEL GELO E NEL MALIGNO LANGUORE.
COERENTI SOLTANTO NEL  CREARE IL DOLORE DEL QUALE SI NUTRONO.
APPIATTENDO E DESERTIFICANDO AFFINCHE’ COMMOZIONE LUCE E CALORE ABBANDONINO L’UOMO.
.
MA APPUNTO GLI ANTICHI RITI RIFUGGONO L’IO ED IL SOLE COSCIENTE CHE DAL LOGOS LO IRRORA.
TEMONO IL POTERE MORALE DI CUI IL MODERNO OCCIDENTE
IN EUROPA
DISPONE E DAL QUALE PUO’ ATTINGERE LUCE.
.
L’ULTIMA LUCE.
LA PIU’ POSSENTE.
L’ULTIMO RITO ED IL SOLO LEGITTIMO.
IL RITO DEL PENSARE CHE NELL’ASCESI DEL CONCETTO CONTEMPLATO PERMETTE AL LOGOS SOLARE DI PLASMARE (MEDIANTE LIBERTA’)LA VITA INTERIORE DEGLI UMANI.
.
NUOVA RESURREZIONE CHE PERENNEMENTE RICONFERMATA
QUOTIDIANAMENTE ACCESA
IMMETTE NELL’ETERE DEL LOGOS GLI ATTI DELL’UMANO.
CONSACRANDO.
.
SOLA FONTE DI RICONNESSIONE CON L’ETERNO.
..
ULTIMA VERITA’ COSCIENTE 
CHE SI PALESA  COME MANIFESTAZIONE DI UN VALORE.
ORO SOLARE DALL’ETERNO.
ORO SOLARE DALL’ETERE INCORROTTO DEL PENSARE.
ORO SOLARE IN CUI L’IO RESPIRA SOVRUMANITA’.
E SOLLEVA.
INNALZA.
SMATERIALIZZA IL DENSO.
ANTICIPA E LENISCE LE CATASTROFI CAUSATE DAGLI ATTI DEGLI EBETI MALIGNI.
.
IL RITO DEL PENSARE ATTENDE I SUOI LIBERI SPERIMENTATORI.
AFFINCHE’ L’UNICO VALORE SOVRASTI DISSOLVA  E RIDIFICHI IL REALE.
.
FRA LE ARMONIE RISORTE DEL SOLARE.
.
ETERNAMENTE RICREATE E AMATE NELLA PERENNE RICONFERMA PERENNEMENTE PERSEGUITA.
.
NELLA LIBERTA’ CHE ATTUA IL TRASMUTARE.
.
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HELIOS FK AZIONE SOLARE
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HELIOS-FUOCO-SOLARE-FK-18-OTT-2012-FK-004

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PASQUA IN SICILIA

porto

Il lunedí 2 aprile del 1787, alle tre del pomeriggio, il veliero partito da Napoli quattro giorni prima entrò nel porto di Palermo. Cosí Goethe descrive l’approdo nel suo diario: «Siamo finalmente entrati in porto …e un lieto spettacolo si è subito presentato ai nostri occhi. … A destra il monte Pellegrino, con le sue forme graziose in piena luce, a sinistra la spiaggia adagiata via via con le sue insenature, le sue sporgenze, i suoi promontori. Ma quel che produce l’effetto piú suggestivo è il verde tenero degli alberi, le cui cime, illuminate da dietro, ondeggiano davanti alle case, nell’ombra, come grandi sciami di lucciole vegetali».

Goethe viaggiava col giovane pittore Christoph Heinrich Kniep, incaricato di ritrarre con disegni e schizzi gli scenari e i monumenti piú suggestivi visitati. «Egli è andato a riprodurre uno schizzo preciso del monte Pellegrino, il piú bel promontorio del mondo» scrive il poeta in data 3 aprile.

L’8 aprile, Pasqua, Goethe al suo risveglio annota: «L’esplosione di gioia per la Resurrezione del Signore si è fatta sentire fin dall’alba: i petardi, i tracchi, le bombe, i serpentelli, sparati davanti alla porta delle chiese …fra il suono delle campane e degli organi, le salmodíe delle processioni e i cori dei preti».

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Con il suo amico disegnatore, Goethe rimase a Palermo fino al 18 aprile. Ma l’incantesimo della città non riuscí a spegnere la sua curiosità scientifica e intellettuale, e un certo suo gusto per l’avventura. Visitò col Kniep la villa mitopoietica del principe di Palagonía: «Abbiamo trascorso tutta la giornata di oggi [9 aprile] dietro alle pazzie del principe di Palagonía, ma anche queste stravaganze ci son parse tutt’altra cosa da quel che ci fanno credere i libri o i racconti della gente».

S’improvvisò anche detective per scoprire quanto di vero ci fosse sull’origine palermitana del Conte di Cagliostro, alias – stando alle malevole dicerie correnti in Francia – tale Giuseppe Balsamo, oriundo transfuga della città. S’ingolfò in un ginepraio anagrafico che lo irretí, sviandolo dalla verità del personaggio.

Poi Monreale e la tomba di Santa Rosalia, stupori che non avrebbero aggiunto nulla di eccezionale al suo spirito indagatore dei processi della natura e dell’arte.

Ma il giorno prima di lasciare Palermo, il 17, nell’Orto Botanico, un lampo ispirativo illuminò nella sua mente l’archetipo della pianta originale, la Urpflanze: «Mi sono sforzato di esaminare in che cosa realmente tutte queste varie figure si possano distinguere l’una dall’altra. E le ho trovate piú simili che diverse».

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Ecco quanto Goethe sintetizza, una volta tornato a Roma, della sua esperienza: «L’Italia, senza la Sicilia, non lascia alcuna immagine nell’anima: qui è la chiave di tutto».
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Leonida I. Elliot
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Per gentile concessione della Rivista Antroposofica www.larchetipo.com
PASQUA, SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

RESURREZIONE (Una poesia di Fulvio Di Lieto)

alberi

(Alberi – Marina Sagramora)

Resurrezione
.
L’ipertrofia di vita è un fuoco verde
che sale dalla terra e accende il nespolo
di fiamme acute nelle nuove foglie,
e zagare candiscono il melangolo
e preparano incensi con cui giovani
sibille scandiranno vaticíni
interpretando il corso delle nuvole
e i flussi delle acque riemergenti
da polle imprigionate nella neve.
Tutto risorge, tutto si divincola
da terrestri catene, e cerca liberi
spazi di cielo in cui saggiare ali
e vuoti d’aria, e noi, materia effimera,
nella brama di esistere, provare
l’ignota ebbrezza dell’eternità.
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Fulvio Di Lieto
ARTE, FULVIO DI LIETO, PASQUA, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

PENSIERI DI PASQUA (da una conferenza di Rudolf Steiner)

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(Seconda parte di una conferenza tenuta a Dornach il 27 marzo 1921)

La conoscenza spirituale deve trovare nel pensiero della resurrezione il primo, fondamentale, punto d’appoggio, riconoscendo come anche nell’uomo, l’elemento spirituale eterno non viene intaccato da ciò che è fisico-corporeo: deve vedere nel motto paolino: “Se Cristo non è risorto, la vostra fede è vana”, una conferma di ciò che costituisce la vera essenza del Cristo, conferma che peraltro va conquistata in altro modo, in modo più cosciente, nell’epoca moderna.

E’ questo il modo in cui dobbiamo oggi nuovamente ricordare il pensiero di Pasqua: il tempo pasquale deve diventare per noi una festa interiore, una festa in cui celebriamo, per noi stessi, la vittoria dello spirito sopra la corporeità.

Poiché non vogliamo essere antistorici, dobbiamo porci davanti agli occhi l’Uomo del dolore: ma sopra la croce ci deve apparire il trionfatore, signore della nascita come della morte e che solo può innalzare i nostri sguardi agli eterni campi della vita spirituale. Solo così potremo avvicinarci nuovamente alla vera entità del Cristo. L’umanità occidentale ha abbassato il Cristo al proprio livello: come bambinello e come uomo del quale vengono sentiti il dolore e l’annientamento.

Sei secoli prima del mistero del Golgota risuonarono dalla bocca del Buddha le parole: “La morte è un male”. Altrettanti secoli dopo il mistero del Golgota, fa la sua apparizione l’immagine del Crocifisso. Si guardò alla morte, non come ad un male, ma come a cosa in realtà inesistente. Ma questo sentimento, derivato ancora da una sapienza orientale più profonda del buddismo, questo sentimento soggiacque all’altro, che scaturisce dalla continua visione dell’uomo Gesù oppresso dal dolore.

Noi dobbiamo risalire, con tutta la forza del pensiero e del sentimento, i destini delle concezioni che si sono susseguite nei secoli, intorno al mistero del Golgota. Perché è necessario ritornare ad una comprensione schietta e completa del mistero del Golgota. Va considerato che persino nell’antichità ebraica Jahve non veniva concepito come giudice universale, nel senso giuridico della parola.

La più alta rappresentazione drammatica del sentimento religioso dell’antichità ebraica, il libro di Giobbe, che descrive le sofferenze di Giobbe, esclude il sentimento di una giustizia esteriore. Giobbe è l’uomo paziente, che considera come destino ciò che gli viene inflitto dal mondo esterno. Solo gradualmente il concetto della ricompensa o del castigo, in senso giuridico, si fa strada anche nella concezione dell’universo. Ma, in un certo senso, quello che ci si presenta nell’affresco di Michelangelo nella Cappella Sistina è come un ritorno al principio di Jahve.

Noi abbisogniamo invece del Cristo che, cercato nel nostro intimo, ci appare tosto. Del Cristo che compenetra la nostra volontà, infiammandola e donandole il vigore occorrente per quelle azioni che l’evoluzione dell’umanità esige da noi. Non il Cristo come dolorante ci occorre, ma quello che aleggia al di sopra della croce, dominando dall’alto ciò che sulla croce perisce.

A noi occorre la profonda consapevolezza della eternità dello spirito, consapevolezza che non è possibile conquistare mediante la sola contemplazione del Crocifisso. E se osservate come l’immagine del Crocifisso sia stata gradualmente sempre più trasformata in quella dell’uomo sofferente e dolorante, potrete rendervi conto della forza che è venuta che è venuta acquistando proprio questa corrente di sentimento, per la quale lo sguardo dell’umanità è stato distolto da ciò che è veramente spirituale per rivolgersi a ciò che è fisico-terrestre.

Quest’ultimo elemento fu talora espresso in modo grandioso: ma uomini che, come ad esempio Goethe, riconoscevano la necessità che la nostra civiltà ritrovi il contatto con lo spirito, non si sentirono mai di seguire quella tendenza. E Goethe espresse più volte il pensiero che il Salvatore crocifisso non porta ad espressione ciò che egli, Goethe, sentiva come essenziale nel cristianesimo: l’innalzamento dell’uomo allo spirituale.

E’ necessario che si trasformino, tanto l’atmosfera del Venerdì Santo, quanto quella della Pasqua. Nella prima, la contemplazione di Gesù che si avvicina alla propria fine che quello non è che l’ altro aspetto del nascere. Non è completa la visione di chi, nel nascere, non scorge anche il morire. Una adeguata preparazione alla vera e propria scaturirà da un sentimento che riconosce nella tristezza del Venerdì Santo solo il polo opposto dell’esperienza del bambino che entra nell’esistenza attraverso la nascita. L’essenza dello stato d’animo pasquale non può esprimersi che nella consapevolezza che solo l’involucro umano viene generato, mentre l’uomo vero e proprio non nasce ed è immortale.

L’uomo vero e proprio deve entrare in contatto col Cristo, con quel Cristo che non può morire e che, quando contempla dall’alto il Crocifisso, vede qualcosa di diverso da se stesso. Occorre sentire l’importanza di quello che è avvenuto per il fatto che, dopo la fine del primo secolo, la concezione dello spirito è andata gradualmente perduta per la civiltà occidentale. E quando un numero sufficientemente grande di uomini sentirà che lo spirito deve risorgere in seno alla civiltà moderna, allora quello sarà il vero pensiero cosmico di Pasqua.

Esteriormente, questo fatto si potrà esprimere così: l’uomo non vorrà indagare soltanto le leggi naturali o quelle storiche che incombono su di lui, ma sentirà il desiderio di conoscere la propria volontà, la propria libertà: l’intima natura della volontà stessa, che conduce l’uomo oltre la morte, ma che deve essere considerata spiritualmente per poter essere riconosciuta nel suo vero aspetto.

Come può l’uomo acquistare la forza per innalzarsi al pensiero della Pentecoste, della discesa dello Spirito, dopo il decreto dell’ottavo concilio ecumenico di Costantinopoli, che dogmaticamente fece del pensiero di Pentecoste una mera frase? Come si può trovare la forza per questo pensiero di Pentecoste se non si riesce a concepire il vero pensiero di Pasqua, quello della resurrezione dello spirito? L’uomo non deve lasciarsi offuscare dall’immagine del Salvatore morente, compenetrato di dolore, ma imparare a riconoscere il dolore come necessariamente connesso con l’esistenza materiale.

Questo era un principio fondamentale dell’antica saggezza, fondata su basi di conoscenza istintiva, e questa conoscenza noi dobbiamo riconquistare oggi coscientemente. Ma questo, che l’origine del dolore sta nella connessione con la materia, era un principio fondamentale. Naturalmente sarebbe assurdo credere che il Cristo non abbia sofferto dolore per il fatto che passò per la morte come essere divino-spirituale: sarebbe in pensare irreale se si considerasse il dolore del Cristo come un dolore apparente. Quel dolore  va considerato come eminentemente reale. Ma non dobbiamo attribuirgli un significato opposto a quello che in realtà gli è proprio. Occorre riconquistarci uno sguardo d’insieme del mistero del Golgota, sullo sfondo della intera evoluzione dell’umanità.

Quando gli antichi discepoli dei misteri, nel corso della loro iniziazione, dopo i diversi gradini preparatori, si erano conquistati certe conoscenze che venivano loro presentate drammaticamente in immagini, da ultimo si trovavano dinnanzi l’immagine del più libero fra gli uomini: l’immagine del Chrestòs, dell’uomo tutto sofferente entro il proprio corpo fisico, e lo scorgevano avvolto in un manto di porpora e con la corona di spine in capo. E dalla contemplazione di questo Chrestòs doveva scaturire quella forza che rende l’uomo veramente umano. E le stille di sangue che si mostravano al veggente, all’iniziando, in diversi punti dell’immagine del Chrestòs, dovevano servire ad eliminare l’impotenza e la debolezza umane, a far prorompere lo spirito trionfante dall’interiorità dell’uomo.

La contemplazione del dolore doveva significare la resurrezione dell’essere spirituale. Doveva presentarsi all’uomo in tutta la sua profondità ciò che così si può esprimere: “Potrai essere  debitore di non poche esperienze al piacere goduto, ma se ti sei conquistato la conoscenza delle leggi spirituali, lo devi al tuo soffrire, al dolore provato. Lo devi al fatto di non esserti lasciato sommergere nella sofferenza e nel dolore, per aver trovato la forza di sollevarti al di sopra di essi”.

Perciò negli antichi misteri l’immagine del Chrestòs sofferente era seguita da quella del Cristo trionfante, che dall’alto guardava al Chrestòs sofferente come a cosa superata. Ora deve venir ritrovata la possibilità di avere davanti all’anima e nell’anima e soprattutto nella volontà, il Cristo  spirituale trionfante. Ecco ciò che dobbiamo tenere presente nel momento attuale e soprattutto in vista di quanto vogliamo operare per un sano avvenire dell’umanità.

Ma non sapremo mai concepire questo vero pensiero di Pasqua se non riconosceremo che, per parlare adeguatamente del Cristo, occorre  rivolgere lo sguardo da ciò che è soltanto terreno, al cosmo intero, a quel cosmo che il pensiero moderno ha reso cadavere. Noi oggi osserviamo le stelle e ne calcoliamo il corso, cioè calcoliamo fenomeni del cadavere del mondo: non vediamo la vita e le intenzioni dello spirito cosmico, operanti nelle stelle e nel loro corso. Il Cristo è disceso fra gli uomini per congiungere le anime umane con questo spirito cosmico: un vero annunciatore del vangelo di Cristo è solo chi riconosce che ciò che ci appare nel sole fisico è l’espressione esteriore per lo spirito del nostro mondo, per lo spirito che risorge.

La reciproca appartenenza di questo spirito cosmico e del sole deve ridiventare vivente, e devono ridiventare viventi i rapporti tra sole e luna che, all’inizio della primavera, determinano la data della Pasqua. Dobbiamo saperci richiamare a quei rapporti mediante i quali il cosmo stesso determinò, per l’evoluzione della terra, la festa di Pasqua. Dobbiamo sapere che furono i più vigili spiriti protettori del cosmo a segnare, mediante l’orologio cosmico, le cui sfere sono il sole e la luna, l’ora grande e solenne dell’evoluzione universale e umana, in cui va posta la Resurrezione.

Come impariamo a conoscere per le nostre faccende fisiche il corso delle sfere dell’orologio, così dobbiamo dallo spirituale a sentire il corso del sole e della luna, sfere dell’orologio cosmico. Ciò che è fisico e terreno va ricondotto allo spirituale, al soprasensibile. Il pensiero di Pasqua non consente altra interpretazione che quella che parte dal sovrasensibile, poiché col mistero del Golgota, in quanto mistero della Resurrezione, si è compiuto qualcosa che si differenzia in tutto dalle altre vicende umane.

La terra aveva accolto in sé le forze del cosmo ed era divenuta tale da far scaturire da sé le forze della volontà umana. Ma quando si compì il mistero del Golgota, penetrò entro il flusso degli eventi terrestri un fiotto nuovo di volontà: sulla terra avvenne qualcosa che è evento cosmico, per il quale la terra non è che la scena. E l’uomo fu nuovamente unito col cosmo.

Questo è ciò che deve essere compreso, e solo questa comprensione ci apre il pensiero di Pasqua in tutta la sua portata. Perciò davanti alla nostra anima non deve sorgere soltanto l’immagine del Crocifisso, anche se l’arte ha cerato in questa immagine le opere più eccelse. Deve sorgere nell’anima il pensiero: “Colui che cercate, non è qui”. E, al di sopra della croce, deve apparirvi colui che ora parla a voi dallo spirito, per lo spirito, risvegliando lo spirito.

Questo è il pensiero di Pasqua che deve farsi strada nell’evoluzione dell’umanità, al quale devono innalzarsi il cuore e l’intelligenza degli uomini. Da noi, al tempo nostro, non viene richiesto soltanto che ci si approfondisca nell’osservazione e nello studio di ciò che è stato creato. Dobbiamo diventare noi stessi creatori del nuovo. E fosse anche la croce, con tutta la bellezza che essa ha ispirato agli artisti, non dobbiamo fermarci davanti ad essa. Dobbiamo ascoltare le parole degli esseri spirituali, i quali anche se cerchiamo nei dolori e nella morte, ci annunciano: “Colui che voi cercate, non è più qui!”.

E quindi dobbiamo cercare colui che invece è sempre qui. Dobbiamo, a Pasqua, saperci rivolgere allo spirito, che solo può venirci offerto dall’immagine della resurrezione. Potremo così procedere nel modo giusto dall’atmosfera dolorosa del Venerdì Santo allo stato d’animo spirituale proprio della Pasqua. Solo così diverremo capaci di trovare nella Pasqua le forze di cui abbisogna la nostra volontà, per poter agire per l’ascesa dell’umanità contro le forze che ne vogliono la rovina. Noi abbiamo bisogno di questo aiuto spirituale e nel momento in cui ci si schiude ad una giusta comprensione del pensiero di Pasqua, sarà questo pensiero a ridestare in noi le forze che ci sono necessarie per lo sviluppo futuro dell’umanità.

PASQUA, SCIENZA DELLO SPIRITO

UN COSMO D’AMORE

Giovanni Evangelista

Chi mangia il mio pane, mi calpesta col suo calcagno.

Giov. XIII, 18.

Quello che viene qui presentato è un testo di estrema delicatezza dal punto di vista spirituale, ed ho esitato a lungo prima di decidere di pubblicarlo. Lo tradussi molti anni fa: per l’esattezza il 24 giugno 1999. Raramente, proprio per la sua delicatezza, lo lessi in riunioni della cerchia di amici consacrati al Rito della meditazione in comune, amici che in maniera irriducibile, per oltre quattro decenni, hanno voluto mantenersi fedeli a tale Rito: fedeli nel contenuto e nella forma al Rito come Massimo Scaligero volle donarlo alla nostra cerchia. Questa cerchia volle sempre operare ritualmente, nella meditazione in comune, con scarna ed essenziale semplicità, ed ignorare ogni fallace ed ingannevole proposta a negligere la sacrale indicazione operativa dataci dal Maestro e ad abbandonare l’aureo Sentiero da lui indicatoci.

Il testo seguente fa parte del patrimonio della Esoterische Schule, ossia della Scuola Esoterica, che Rudolf Steiner fondò nel 1904 come Prima Classe, e nel 1906 la Sezione cultica della Mystica Aeterna, come Seconda e Terza Classe. Da un’annotazione sul documento – Teil eines Logen-Rituals, ossia “parte di un rituale di Loggia” – il testo dovrebbe appartenere appunto alla Sezione cultica, ossia alla Mystica Aeterna e, per quel che conosco di tale Istituzione, alla Terza Classe della Scuola Esoterica, quindi alla cerchia più interna dei discepoli di Rudolf Steiner.

A trasmetterci il testo fu Mathilde Scholl, una delle primissime discepole di Rudolf Steiner, sia nella Società Teosofica, poi Antroposofica, sia nella Scuola Esoterica. Questa Esoterische Stunde, “lezione esoterica”, fu tenuta, il 24 settembre 1907, a Hannover nel Nord della Germania. Ai membri della Scuola Esoterica, a causa della particolare sacralità di tali incontri, era vietato prendere appunti mentre Rudolf Steiner parlava, tuttavia erano liberi di farlo, per uso strettamente personale, una volta tornati a casa. Essendo i membri della Scuola Esoterica energici praticanti interiori, avevano spesso una grandissima capacità di memoria. E Mathilde Scholl fu sicuramente uno dei più energici, fedeli e capaci membri della Scuola Esoterica.

La più stretta, fedele collaboratrice e compagna di Rudolf Steiner, Marie Steiner, di fronte al vergognoso saccheggio, alla deformazione e all’abuso, che dell’Opera di Rudolf Steiner veniva compiuto dalla dirigenza della Società Antroposofica dopo la morte di Rudolf Steiner stesso, in particolar modo da Albert Steffen e da Günther Wachsmuth, decise di fondare la Rudolf Steiner-Nachlassverwaltung, ovverossia il Lascito che cura l’Opera del Dottore, e di affidarle la pubblicazione integrale della sua Opera, compresi i testi presenti delle tre Classi della Scuola Esoterica. Colei che dopo la morte di Marie Steiner si assunse l’improba fatica di raccogliere, ordinare, rivedere, studiare a fondo i testi della Scuola, e in particolare della Mystica Aesterna, fu la mia cara amica, e sorella d’armi spirituale, Hella Wiesberger, recentemente scomparsa. Quando la conobbi, Hella aveva pubblicato ancora pochissimo del lascito esoterico di Rudolf Steiner, e posso dire di aver visto nascere nel corso degli anni l’intera serie dei volumi riguardanti la Scuola Esoterica, alcuni dei quali volle donarmi con la dedica.

Il testo, che qui viene presentato tradotto per la prima volta in italiano, rivela – nel duplice significato del termine – quello che è il contenuto più elevato e profondo del Mistero del Golgotha, e il senso ultimo dell’evoluzione della Terra e dell’uomo. Proprio per il suo contenuto, questo testo mostra da una parte il suo legame profondo con il Vangelo di Giovanni e l’esegesi che Rudolf Steiner ne fece, e dall’altra con la concezione cosmica che del Christo ebbe il Manicheismo, il quale fa del Logos, sacrificatosi per la liberazione dell’uomo caduto, lo Spirito della Terra, quello Jesus patibilis “appeso ad ogni ramo”, che il grande iniziato manicheo Fausto di Milevi tentò inutilmente di fare intendere ad Agostino di Ippona.

Per non lasciar isolato questo mirabile testo di Rudolf Steiner, forse è bene accostarlo con una pagina delle conferenze ch’egli fece ad Amburgo, dal 18 al 31 maggio, sul Il Vangelo di Giovanni, Editrice Antroposofica, Milano, 2014, ove nella terza conferenza, intitolata la Missione della Terra, pp. 47-49:

«Dov’è allora il corpo fisico del Logos di cui parla il Vangelo di Giovanni e che oggi vogliamo sempre più chiaramente portarci alla coscienza? Nel modo più puro questo corpo fisico del Logos appare nella luce esteriore del Sole; la luce solare non è solo luce materiale: per la visione spirituale essa è altrettanto la veste del Logos, quanto il nostro corpo fisico è la veste della nostra anima. Chi ha col prossimo un rapporto quale la maggioranza degli uomini lo ha oggi col Sole, non potrebbe imparare a conoscere quel prossimo; questo significherebbe avvicinare ogni persona che ha un’anima che pensa, sente e vuole, come se la si concepisse priva di anima e di spirito e se cisi limitasse a percepirne a tastoni il corpo fisico, e magari credere che questo potrebbe anche essere di cartapesta. Ma se si vuol penetrare sino allo spirituale della luce solare, occorre considerarla come quando dall’aspetto fisico d’un umo si impara a conoscerne l’interiorità. Come il corpo umano sta all’anima, così la luce solare sta al Logos; e con la luce solare fluisce sulla Terra un elemento spirituale. Questo elemento spirituale (se siamo in grado di comprendere non solo il corpo, ma anche lo spirito del Sole) è l’amore che fluisce giù sulla Terra. Non solo la luce solare fisica desta e tiene in vita le piante, ma con la luce fisica del Sole fluisce sulla Terra il caldo amore della divinità; e gli uomini esistono per raccogliere in sé il caldo amore divino, per svilupparlo e ricambiarlo. Ma non avrebbero potuto ricambiare quell’amore, se non fossero diventati esseri autocoscienti dotati dell’io.

Quando gli uomini cominciarono a vivere la loro vita diurna, dapprima limitata a breve tempo, non erano ancora in grado di percepire nulla della luce che accende al contempo l’amore. La luce splendeva nelle tenebre, ma le tenebre non potevano ancora comprenderne nulla; e se quella luce, che è al tempo stesso l’amore del Logos, fosse stata manifestata all’uomo solo nelle brevi ore del giorno, l’uomo non avrebbe potuto comprendere questa luce d’amore. Ma nell’ottusa coscienza di sogno chiaroveggente di quei tempi remoti l’amore fluiva pur sempre negli uomini. Ed ora gettiamo lo sguardo, dietro alle parvenze dell’esistenza, a un grande, importante mistero del mondo.

Rendiamoci ben conto che la nostra Terra, per così dire, fu guidata in modo da far fluire, per un certo tempo incoscientemente, l’amore nell’uomo attraverso una coscienza chiaroveggente crepuscolare, per prepararlo ad accogliere l’amore nella piena e chiara coscienza diurna. Abbiamo visto che la nostra Terra è diventata a poco a poco il cosmo che deve condurre a compimento la missione dell’amore. La Terra viene irradiata dal Sole attuale. Come l’uomo abita la Terra e si appropria gradualmente l’amore, così il Sole è abitato da altre entità superiori, perché ha raggiunto un grado superiore dell’esistenza. L’uomo è abitante della Terra; cioè un essere che deve appropriarsi l’amore durante l’esistenza terrestre. Un abitante del Sole, al tempo nostro, significa un essere capace di accendere l’amore di effonderlo. Gli abitanti della Terra non saprebbero sviluppare amore, né accoglierlo, se gli abitanti del Sole non inviassero la loro matura saggezza, insieme ai raggi della luce. In quanto la luce solare fluisce sulla Terra, qui si sviluppa l’amore: questa è una verità del tutto reale. Le entità tanto elevate da poter irradiare l’amore hanno eletto il Sole a loro dimora».

Possiamo quindi comprendere come solo dall’autocoscienza, che è il dono dell’Io Sono, possa nascere vera libertà, l’assoluta indipendenza dell’Io fondato su se stesso, ossia sull’Io Sono, e l’Amore, il quale può nascere nell’uomo unicamente dalla libertà fondata sull’autocoscienza, perché come scrive Rudolf Steiner ne La Scienza Occulta nelle sue linee generali, trad. it. di E. de Renzis ed E. Battaglini, rivista e aggiornata nella III ed. italiana da Willi Schwarz, Laterza, Bari, 1947, pp. 310-311:

«L’uomo riceve il suo «Io» indipendente dagli Spiriti della Forma; questo Io si armonizzerà nell’avvenire con gli esseri della Terra, di Giove, di Venere e di Vulcano a mezzo di quella forza che s’introduce nella saggezza durante il periodo terrestre. È questa la forza dell’ amore. Questa forza dell’amore deve nascere nell’umanità terrestre e il «Cosmo della saggezza» deve svilupparsi in «Cosmo di amore». Tutto ciò che l’Io può sviluppare in sé deve trasformarsi in amore. Quale universale «archetipo dell’amore» si presenta con la sua rivelazione il sublime Essere solare, che è stato caratterizzato nella descrizione dell’evoluzione del Cristo. Con esso il germe dell’amore è stato immerso nell’interiorità più profonda dell’essenza umana, e da lì dovrà fluire in tutta l’evoluzione. Come la saggezza maturatasi nel passato si manifesta nelle forze del mondo fisico esteriore, nelle attuali «forze della natura», così in avvenire l’amore stesso si manifesterà in tutti i fenomeni, come nuova forza della natura. Questo è il segreto di ogni evoluzione futura: la conoscenza, e tutto ciò che l’uomo compie con vera comprensione dell’evoluzione, è una semente che deve maturarsi in amore. […] La conoscenza spirituale, per virtù di ciò che essa è, si trasforma in amore. […] A partire dallo stato terrestre, «la saggezza del mondo esteriore» diventa saggezza interiore nell’uomo; e quando si è in tal modo interiorizzata diventa il germe dell’amore. La saggezza è condizione necessaria per l’amore; l’amore è il frutto della saggezza rinata nell’Io».

Ciò è strettamente collegato con la meditazione che Massimo Scaligero dette nel XII capitolo delle Tecniche della concentrazione interiore, Edizioni Mediterranee, Roma, 1975, p. 89 :

«XXX. Meditazione. Il discepolo anima in sé la seguente imagine: «Attraverso le sue ère e le sue trasformazioni, la Terra si avvia a divenire il Cosmo dell’Amore». Tutta la storia della Terra e dell’uomo tende verso questa mèta».

***

Ma ecco il testo tratto dalle comunicazioni fatte da Rudolf Steiner all’interno del sezione cultica della Scuola Esoterica, nel Capitolo Mystica Aeterna. Possano queste parole impulsare nell’accorto e sagace lettore una energica e luminosa attività ideante nell’anima cosciente e non tradursi in un mero moto sentimentale e misticheggiante nell’anima senziente e nell’anima razionale-affettiva.

«Christo è uno Spirito Solare, uno Spirito di Fuoco. È il Suo Spirito che ci si rivela nella Luce solare. È il suo alito vitale che nell’aria irrora la terra e che con ogni respiro penetra in noi. Il Suo corpo è la Terra sulla quale dimoriamo.

In effetti, Egli ci nutre con la Sua carne e con il Suo sangue, giacché anche quello che assumiamo come cibo, è tratto dalla Terra, dal Suo corpo.

Noi respiriamo il Suo alito vitale, ch’Egli irradia attraverso il manto vegetale della Terra.

Noi guardiamo nella Sua Luce, poiché la Luce del Sole è il Suo irradiare spirituale.

Noi viviamo nel Suo amore anche fisicamente, poiché ciò che di calore noi riceviamo dal Sole è la Sua spirituale forza d’Amore, che noi sentiamo come calore.  

E il nostro spirito è tratto dal Suo Spirito, così come il nostro corpo è avvinto al Suo corpo.

Perciò il nostro corpo deve essere santificato, poiché noi ci muoviamo sul Suo corpo. La Terra è il Suo santo corpo, che noi tocchiamo coi nostri piedi. E il Sole è la manifestazione del Suo Santo Spirito, al quale noi possiamo elevare lo sguardo. E l’aria è la manifestazione della Sua santa Vita, che noi possiamo accogliere in noi.

Affinché noi divenissimo coscienti del nostro Sé, del nostro Spirito, questo alto Spirito Solare si sacrificò, abbandonò la Sua regale dimora, discese dal Sole ed assunse veste fisica nella Terra.Così Egli è fisicamente crocifisso nella Terra.

Ma Egli avvolge spiritualmente la Terra con la Sua Luce e con la Sua Forza d’Amore, e tutto ciò che su di essa vive, è Suo possesso. Soltanto, Egli attende che noi vogliamo essere Suoi propri. Se noi ci doniamo interamente a Lui come Suoi propri, allora Egli non ci dona soltanto la Sua vita fisica, no, bensì anche la Sua superiore, spirituale, Vita Solare. Poi Egli ci permea col Suo divino Spirito di Luce e con la Sua divina Volontà creatrice.

Noi possiamo essere unicamente quel ch’Egli ci dona, ciò a cui Egli ci fa. Tutto ciò che in noi corrisponde al piano divino è Sua opera. Che cosa possiamo fare noi, oltre a ciò? Nulla, se non lasciarlo agire in noi. Solo se ci contrapponiamo al Suo Amore, Egli non può operar nulla in noi. Ma come potremmo noi opporci a questo Amore? A Colui che qui dice: «Io ti ho amato sempre e poi sempre, e ti ho attratto a me con potente Amore»?

Egli ci ha amato dal principio della Terra. Noi dobbiamo far diventare il Suo Amore Essere in noi.

Solo questo significa vita reale; solo qui vi è vero Spirito, è possibile vera beatitudine, ove questa vita divenga per noi una Vita essenziale, la Vita del Christo in noi.

Non da noi stessi possiamo divenire puri e santi, bensì unicamente attraverso questa Vita del Christo. Tutto il nostro anelare e sforzarci è vano, fino a che questa superiore Vita non ci ricolmi. Soltanto questa, come una possente, pura, corrente può dilavar via dal nostro essere, tutto ciò che non è ancora purificato.

È il fondamento dell’anima, dal quale questa purificante Vita della Luce può sorgere.

Là noi dobbiamo cercare la nostra dimora, ai Suoi piedi e nella dedizione a Lui.

Poi Egli trasmuterà noi stessi, e ci pervaderà con la Sua divina Vita d’Amore. Fino a che non diventiamo luminosi e puri come Lui; simili a Lui. Sino a che Egli non possa condividere con noi la Sua divina Coscienza.

Attraverso la Sua Luce l’anima deve diventare pura; così essa può ricongiungersi con la Sua Vita.

Allora è questo il ricongiungimento del Christo e della Sophia, il ricongiungimento del Christo con l’anima purificata dalla Sua Luce».

 

PASQUA, SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ALBERO (Poesia di F. Di Lieto)

Cedro (2)
*
L’Antilibano ha cedri secolari,
li sfiora il vento del deserto, il mare
vi porta odori sapidi. Dall’Hermon
un fiume antico quanto il mondo nasce
e si dipana lungo la Bekaa,
nell’acqua cristallina fiori cremisi,
segno che il Dio rinasce. Primavera
ha questi annunci. L’albero trasale
perché uomini vengono e lo toccano,
saggiano la sua scorza. “Perché io?”
scuotendo i rami chiede, mentre incidono
le accette il tronco, e mentre ormai ferito
colpo su colpo inclina il baricentro
e cade a precipizio in mezzo ai petali
di mille viole. Giace, lo sezionano
in varie parti. Due piú grandi fanno,
se accavallate, una robusta croce.
“Perché? – si chiede l’albero fremendo,
ora diviso.- A che questo sinistro
congegno ricavato dal mio corpo?”.
“Vi farà il nido l’uomo crocifisso”,
risponde il vento dal Mar Morto, vento
che ha sale nel suo fiato e brucia l’aria.
Fitto nel sasso arido, sostegno
di un Dio disceso a vivere l’umano,
Lui sarà lí sul Golgotha, in attesa
che dal sangue versato si propaghi

linfa di vita nuova, e rifiorisca.

.
Fulvio Di Lieto
ARTE, FULVIO DI LIETO, PASQUA, POESIA

RISORGERE

Raffaello_-_Resurrezione_di_Cristo

L’Azione Interiore è il semplice, immenso compito di questa epoca.

Il ruolo che la Scienza dello Spirito ha rivelato all’uomo, se da una parte ha stimolato in lui da principio un sentimento di gioia e libertà, dall’altra alimenta l’antica ansia e timore nei confronti dello sconosciuto e dell’Assoluto. Questo non per  colpa umana ma in virtù della malattia animica allorquando l’uomo è chiamato in prima fase operativa dell’attuale epoca, a riconsiderare il suo “sentire” per riscattarlo e renderlo mediatore lungo il periglioso viaggio verso l’autocoscienza. Ed è proprio in questo stesso disorientamento la chiave di volta, dove cercare il terreno mancante per poggiare e percorrere i primi passi verso la conquista del Mistero dell’Archetipo umano.

Questo disorientamento ha generato il grande malinteso nell’ uomo che, autoaccusandosi di aridità di cuore proprio in questa epoca in cui la deificazione del materialismo ha afferrato tutti i possibili risvolti umani, si dirige – per cercare un contrappeso e una salvazione – verso un opposto spiritualismo il quale però, beffardamente, allontana l’uomo da coLui che unicamente può agire per riequilibrare e operare verso la Meta: il suo Io.

Mancando l’Io, l’uomo sarà assente proprio quando e là dove egli è chiamato a essere il protagonista per la realizzazione dell’Amore, il protagonista del suo incontro e unione col Cristo.
L’ansia e il timore lo portano a considerare solo la meta, a porre in ultimo piano tutto il resto e quindi poi a non ottemperare le fasi intermedie necessarie da percorrere, a partire dalla prima, quella del pensare riflesso o caduto: la perfezione spirituale rimane un miraggio, mutilata e ammalata nel suo volere e nel suo sentire, privati questi dell’Azione della Luce, per credere luce vera il suo riflesso.

Sulla carta, lo scienziato spirituale ha tutto il sapere ma non riesce a farne operativamente il suo affanno quotidiano, in questo rendendo palese anche la malattia del volere.
Dunque l’atteggiamento spiritualista vorrebbe accecare l’ineluttabilità della missione terrena e quello materialista vorrebbe annullare e sostituirsi al nostro impulso verso il ricongiungimento col Divino.

Le indicazioni di Rudolf Steiner arrivano a stimolare l’uomo, arrestatosi nel suo realismo ingenuo e nella sua fede antica da prendere a scatola chiusa, consegnando nelle sue mani la speranza concreta della conquista dell’Immortalità. L’uomo però permane ancora nello stupore e incantamento della rivelazione e non riesce ad attivare il suo Io, credendolo solo un soggetto ricevente, impossibilitato quindi ad essere l’azionatore del suo venire a Essere e divenire. Tutto il comune sentire e tutto il comune volere non faranno però aumentare di un passo il compito dell’Io, perchè quelli sognanti e profondamente addormentati, cavalli privi del proprio auriga, il quale solo può tenerli sulla giusta Via.

L’uomo crede ancora che il suo Io sia l’attore su una scena al di fuori di lui, in un sogno dove, eroe al suo posto, vince le battaglie, si immola alla causa, e si dirige verso il lieto fine, ciò credendo bastante alla realizzazione del sogno: ma il misticismo era giusto ieri e l’amore del Padre provvede all’armonia dei corpi nel sonno e dopo la morte… Ora il cordone ombelicale con i mondi spirituali sappiamo che si è reciso, per permettere all’uomo l’esercizio della sua autocoscienza nella sua vita di veglia.

La possibilità che nella parte dell’uomo deputata al pensare, dove si è potenzialmente possibilitati, al contrario delle altre due, a esercitare una azione cosciente, perchè si è svegli, è la grande indicazione che ci consegna il Maestro dei Nuovi Tempi. Spetta all’uomo agire per rendere il suo pensiero puro: liberarlo dai sensi è facoltà di ogni uomo, nessun Maestro può farlo per nostro conto.
Col volere volto a questa nobile attività sarà possibile riscattare il sentire e restituire all’uomo il suo cuore nuovo.

La purezza del pensiero non è infantile divieto di avere pensieri impuri, bensì volontà ferrea e dedita esclusivamente alla contemplazione della sua purezza, ossia continuità di dedizione e devozione nella permanenza di ciò che la grazia ci ha donato al fine di operare insieme alle gerarchie nella vita dell’universo; dedizione e devozione nei confronti di quell’Indicibile e potenziale percepibile Verità che si è offerta all’umanità per la sua redenzione. Il germe dell’Io è posto in noi affinchè si attivi nel sentire e nel volere e non perchè dorma in essi e possa essere pasto delle fiere in agguato.

L’azione vera è quella dell’Io per l’Io, ciò che solo può generare e creare il buono, il giusto e il bello in questa epoca attuale dell’uomo: l’estrinsecazione e controparte visibile della sua germinale azione interiore. Esautorato l’Io, o rinunciando all’investitura, qualsiasi grazia divina e risveglio spontaneo, che permettono momentaneamente una visione e percezione del Divino, non renderanno l’uomo esente oppure Angelo della Decima gerarchia ad Honorem.

Il risveglio da quella che può essere chiamata una sorta di paralisi – perchè ci vediamo in un sogno lucido liberi e combattivi ma in verità non ci destiamo mai – è possibile solo per l’azione del pensiero redento, reso puro dall’ascesi e possibilitato così a reintegrare l’anima nostra nel suo ruolo di accoglienza dell’Io che così, nel suo regno del Cuore ora illuminato, potrà, insieme al suo Creatore, partecipare del Pensare universale.

Guardare troppo lontano ci cancella l’opera presente e rende scoraggiati di fronte alla grandezza della meta. Il nostro continuo fallire e cadere lungo la strada alla fine ci rende privi anche di quell’impulso genuino, ma fondato sul senziente, proprio perchè ignaro o omissivo nel suo ricongiungimento al pensiero puro. Presto la freddezza e l’indifferenza (a causa delle delusioni, per aver attinto solo ai sentimenti genuini ma spurghi della loro origine) prenderanno il posto dell’entusiasmo infantile e impetuoso, cambiando l’esuberante giovane anima in larva umana pigramente immersa nella sub natura: anche i regni della natura in questa maniera sono al di sopra dell’uomo, almeno essi “sono” ferrei e ligi al loro finalismo.

Questo potrebbe essere il destino del volere, per ignorare –  l’uomo – il ruolo della sua “terrestrità “, della sua mineralità (imprigionanti la forza della Folgore), passaggio cruciale di questa epoca, per ignorare il riscatto dell’anima attraverso l’esercizio del pensare puro e il giusto travaso della generata forza nell’azione nel mondo.

La vera umilà non consiste unicamente nel riconoscersi quali si è, ossia limitati nell’umano e quindi imperfetti; la vera umiltà è nel riconoscimento della possibilità di intraprendere il primo passo, compito dell’attuale epoca, ossia la penetrazione “nel cuore delle tenebre” per trovarvi il Suo Splendore, la vera Luce capace di risolvere l’eterno vizio dipendente dell’uomo, la dualità, perchè solo la Luce può illuminare e indicare il proprio cammino del Cuore.

Aggiungere al proprio anelito anche la rinuncia della brama del risultato, e tutto investire nella donazione di sè per voler “essere” un tutto dedito al divino è realizzare anche la perfetta umiltà.
E’ lasciarsi toccare e investire, pur non essendone degni, di quel divino e vero amore che attraverso il nostro farci strumento può realizzare il Cristo in noi.

Una madre di fronte alla presa di coscienza della sua maternità, davanti alla visione di suo figlio, è completamente invasa dall’amore e dalla dedizione assoluta, dalla meraviglia per questo grande mistero che si compie per suo tramite e la sua sarà una adorazione continua di questo grande dono.

Tutto il resto sarà frutto di quest’amore: una madre non sentirà mai la fatica per immolarsi, piuttosto parteciperà di tutti i dolori e offrirà la sua sofferenza e tutta sè stessa solo per la felicità e il bene del figlio.
Questo amore sorge per la sua maternità, all’arrivo del figlio, alla presa di coscienza di questo grande evento.

Se potessimo iniziare da qui, ora che siamo adulti e pronti per l’Io – come la venuta del Cristo è venuto a testimoniarci – senza sognare più quei miti, com’era giusto da bambini, e vederci solo vincitori e premiati senza ancora nemmeno essere giunti a vedere il campo di battaglia! Se potessimo umilmente volgerci indietro e poi comprendere che bisogna ricominciare e andare avanti, ma questa volta presenti e autori del divenire umano, questo ci porterebbe davvero a riconoscere la terra nella sua sacralità intrisa del sangue del Cristo, che attende proprio l’Uomo vero che la ricrei riconoscendola parte ineluttabile del suo destino. Questo sarebbe davvero riconoscere il Cristo e la sua venuta e mutare il sentimento religioso in reale amore.

Perciò il Centro è la via, nella nostra croce: nelle tenebre della nostra interiorità possiamo scoprire lo splendore della Luce per incontrare lo splendore del Logos Divino, come è venuto a dimostrarci incarnandosi, morendo per noi e rimanendo con noi tutti i giorni, nel “cuore della Terra”, nelle tenebre del nostro cuore, per risorgere di nuovo insieme all’Uomo.

Ave verum Corpus
natum de Maria Virgine,
vere passum, immolatum
in cruce pro homine.

Cujus latus perforatum
unda fluxit et sanguine,
esto nobis praegustatum
in mortis examine.

Ave, o vero corpo,
nato da Maria Vergine,
che veramente patì e fu immolato
sulla croce per l’uomo,

dal cui fianco squarciato
sgorgarono acqua e sangue:
fa’ che noi possiamo gustarti
nella prova suprema della morte.

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PASQUA, SCIENZA DELLO SPIRITO

PLENILUNIO DI PASQUA

 plenilunio di Pasqua

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Antifona di Resurrezione

annunzia la luna

in tutta la sua forma

e il suo volume.

 

Occorre che tu sappia,

o morte,

che questa luce dilatata

effonde sul creato

una pioggia di alleluia.

 

Si schiuderà stanotte

la pietra inamovibile.

 

Dal vuoto sepolcro

si leveranno voli di colombe.

 

E Angeli, Angeli, annunzieranno

che il soave Cristo è Risorto.

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(Anna Marinelli)

 

ARTE, PASQUA, POESIA
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