La via del pensiero

LA VIA DEI NUOVI TEMPI

 I 5 esercizi

 

Questa redazione dei cinque esercizi fondamentali, che recava il titolo di “REGOLE PER LO SVILUPPO INTERIORE secondo la moderna SCIENZA DELLO SPIRITO”, fu scritta da Massimo Scaligero e per molti anni diffusa come un opuscolo dattiloscritto, da lui direttamente dato ai suoi discepoli, durante i colloqui personali che avevano luogo al suo studio in Via Cadolini 7 a Roma.

Un amico di Roma, ne fece, di sua iniziativa, una stampa, sotto forma di  libretto al quale dette un nuovo titolo: “LA VIA DEI NUOVI TEMPI”. Purtroppo l’amico romano, ora defunto, che prese la benemerita iniziativa di far stampare l’opuscolo presso la “INDUSTRIA GRAFICA MODERNA – ROMA” , non vi fece figurare, per distrazione, il nome di Scaligero come autore dei suoi scritti, cosa della quale il Maestro si contrariò assai, venendo così a mancare il necessario riferimento spirituale alla fonte dell’insegnamento di cui Massimo era il portatore.

Le istruzioni di M. S.  riguardo alla stampa dell’invito di rivolgersi ad Alfredo Rubino, per domande e informazioni sulle dottrine trattate, furono comunque rispettate in entrambe le versioni, e cioè sia sul dattiloscritto che sullo stampato dell’ “I.G.M – ROMA”.

Lo scorso anno questa redazione degli esercizi, fatta da Massimo Scaligero, con Sua introduzione e Sue considerazioni, è apparsa anche sulla rivista L’ARCHETIPO, che ringraziamo per la collaborazione (http://www.larchetipo.com/2013/nov13/esercizi.pdf ).

___________________________________________________________________________

di

MASSIMO SCALIGERO 

I seguenti esercizi vengono comunicati come presupposti di una disciplina rispondente alla formazione interiore dell’uomo moderno e al tempo stesso come terapia per ogni alterazione della vita psichica e per gli effetti di pratiche irregolari, orientali od occidentali.

La Scienza dello Spirito, di cui gli esercizi sono espressione, non è una religione, bensí un metodo di conoscenza, che dà modo al religioso, a qualunque fede appartenga, di ritrovare le fonti vive della propria religiosità, e al tipo agnostico o ateo di questo tempo di riconoscere da sé i processi interiori da cui il suo sentimento ateo muove. La Scienza dello Spirito lascia gli uomini liberi, non cerca proseliti: non ha nulla da dire a coloro che sono paghi della propria verità: parla solo a coloro che avvertono la contingenza della propria verità.

1° – CONCENTRAZIONE – Consiste nel riattivare le forze originarie della coscienza mediante la convergenza volitiva del pensiero su un unico tema. Si rivolge il pensiero ad un determinato oggetto, il piú semplice possibile: si pone questo al centro dell’attenzione cosciente, richiamando altri pensieri che abbiano un nesso logico con esso.

La semplicità dell’oggetto, o del tema, è richiesta dal senso pratico dell’esercizio: che tende a potenziare, piuttosto che la coscienza dell’oggetto, la forza-pensiero messa in atto mediante esso.

L’esercizio conduce all’esperienza del potenziale sintetico del pensiero, indipendentedal significato dell’oggetto. È importante, per la riuscita di esso, l’illimitata attenzione, ossia l’evitare qualsiasi distrazione riguardo al tema: che deve permanere al centro della coscienza almeno cinque minuti. In seguito, questo tempo può essere aumentato, allorché si noterà un beneficio generale della vita interiore e di quella corporea, in conseguenza dell’esercizio.

È importante che questo sia compiuto senza sforzo cerebrale, ma solo per intensificato moto di pensiero.

2 ° – AZIONE PURA – È l’esercizio che dinamizza direttamente la volontà, attuando l’ascesi dell’agire per l’agire. Consiste nell’imporre a se stessi doveri quotidiani di poca o nessuna importanza, per esempio spostare una sedia, spolverare un mobile, predeterminandone il momento anche 24 ore prima. I moventi ordinari delle azioni scaturiscono per lo piú dalle relazioni sociali, dall’educazione, dalla professione ecc., raramente da iniziativa pura.

Si deve trovare nella giornata un minimo di tempo, pochi secondi, per compiere azioni volute di propria iniziativa. In quanto insignificanti, esse conseguono un fine piú profondo che le significanti: sollecitano direttamente il potenziale della volontà.

3° – EQUANIMITÀ – Consiste nel servirsi delle emozioni, per un intervento della volontà cosciente: questa, sia pure per attimi, sospende la reazione istintiva dovuta all’emozione. Si tratta di evitare all’anima la continua oscillazione tra il tripudio e l’abbattimento.

Chi crede che la propria spontaneità emotiva o il proprio sentimento artistico ne abbiano a soffrire, ignora la potenza interiore che consegue dal chiaro equilibrio del sentimento.

Dapprima non è possibile evitare gli intensi stati d’animo, quando sopraggiungono, ma è possibile esercitarsi a sospenderne per attimi la travolgenza, ritrovando al centro se stessi: indi lasciarli esprimere secondo la loro necessità.

Tale minimo controllo, con il tempo, conduce a una positiva autonomia rispetto ad essi: dà modo di assumere la loro forza senza esserne travolti.

Si può dire di possedere l’equanimità, quando si giunge a sentire come propri i dolori e le gioie degli altri, e come di altri i propri dolori, le proprie gioie.

4° – POSITIVITÀ – Per mezzo di questa qualità si giunge a vedere il bello e il buono degli esseri e delle cose, in quanto si prescinde dagli aspetti negativi.

Lo spirito di tale attitudine può essere lumeggiato da una leggenda persiana del Cristo: il Cristo vide un giorno un cane morto abbandonato per la via. Egli si fermò a contemplarlo, i discepoli che erano con Lui, invece, si scostarono presi da ribrezzo. Ciò vedendo, il Cristo esclamò: «Che bei denti aveva questo animale!» Persino in quella carogna, Egli sapeva trovare il bello.

Se, secondo tale spirito, si orienta l’anima, si scorgerà in ogni cosa, o essere, la qualità positiva, il meglio, proprio quando ciò riesce difficile.

Tale attitudine esercita una potente azione formatrice sull’anima e sul corpo, in quanto il buono e il bello di un essere sono la sua realtà: con la quale la nostra realtà entra in un accordo di profondità.

5°  – SPREGIUDICATEZZA – Proseguendo nella disciplina, il discepolo si educa a non fondare il proprio giudizio esclusivamente sul passato. Deve poter trascurare, in talune circostanze, ciò che ha acquisito con l’esperienza: aprirsi senza pregiudizi a nuove esperienze o ad un diverso giudizio riguardo a cose già interpretate.

Egli si esercita a tale attitudine coscientemente. Se, per esempio, qualcuno gli dice che il campanile del Duomo veduto poc’anzi, si è spostato di 45 gradi, non deve dire súbito che ciò non è possibile: egli deve sempre sapersi riservare uno spiraglio aperto alla novità.

Chi rimane ancorato a giudizi definitivi, immobilizza la propria anima. Non vi è giudizio umano che, rispetto all’evoluzione dell’uomo, possa considerarsi definitivo. Il cercatore  deve poter essere ricettivo verso l’inaspettato: altrimenti si chiude alla verità, ossia a ciò che è oltre il limite dell’ordinario conoscere.

Occorre rendersi indipendenti dai giudizi già formati, per poter accogliere l’ignoto. Grazie a tale attitudine, il corpo fisico e l’anima vengono trasportati a uno stato di superiore luminosità.

EQUILIBRIO CREATIVO – Questo si costruisce gradualmente da sé, come prodotto dei cinque esercizi. Il discepolo deve concentrare la propria attenzione sulle qualità che ne risultano.

Se egli si impossessa di forze interiori, senza coltivare tali qualità, si troverà presto in difficoltà.

Le forze interiori si corrompono, diventando istinti distruttivi, in colui che non le congiunga con il principio superiore della coscienza.

Gli esercizi qui brevemente descritti sviluppano simultaneamente le forze e la loro connessione con l’Essenza-Logos dell’uomo. Essi derivano da un insegnamento che accompagna perennemente l’uomo, per realizzare in lui, attraverso i mutamenti e le evoluzioni, ciò che è originario.

Non v’è esperienza sovrasensibile, che possa conseguirsi con mezzi illeciti o non pertinenti, come droghe, allucinogeni, pratiche spiritistiche o di grossolana magia. L’autentica esperienza sovrasensibile esige un potenziamento delle forze superiori della coscienza, conseguibile soprattutto grazie a una rigorosa disciplina del pensiero, del sentimento e della volontà.

Questa disciplina non può essere l’escogitazione di un’acuta intelligenza umana, bensí l’espressione di una saggezza superumana. I cinque esercizi, malgrado la loro apparente semplicità, esprimono tale saggezza.

Occorre guardarsi dall’alimentare in se stessi l’illusione che le qualità risultanti dai cinque esercizi già si posseggano, solo per il fatto che si è capaci talora di positività, spregiudicatezza ecc.: tali qualità vengono sviluppate di proposito, con impegno metodico e con il preciso intento della liberazione delle forze superiori dell’anima, che danno modo al discepolo di scindere, nella quotidiana pratica della vita, l’essenziale dall’illusorio: di vedere la realtà oltre la parvenza.

 

TECNICHE INTERIORI – Le discipline dello Yoga non si addicono all’uomo occidentale. Lo Yoga, quale tecnica interiore propria ad un tipo umano ancora privo di autocoscienza razionale, ma dotato solo di coscienza sovrasensibile, oggi sviluppa le correnti astrali dell’anima, in opposizione alla corrente dell’Io, nella quale unicamente fluisce lo Spirito.

Nello Yoga lo Spirito viene contemplato come trascendente: non viene realizzato come principio della coscienza di veglia.

Parimenti, il potenziamento vitale dovuto alle tecniche respiratorie non si addice all’oc-cidentale, cui non è possibile – come del resto non è piú possibile neppure all’orientale la percezione interiore del respiro, onde il tentativo di tale potenziamento si rivela illusorio e consegue l’effetto opposto a quello atteso.

Ciò che l’antico Yoghi conseguiva mediante il respiro, l’occidentale moderno può conseguirlo mediante la percezione della forza insita nel pensiero, normalmente non cosciente ad esso.

LA VIA DEL PENSIERO – La via “occidentale” di cui sono espressione i cinque esercizi, include in sé e supera quella “orientale”: essa cura che, parallelamente all’addestramento interiore, il discepolo svolga un’energica disciplina del pensare.

Ciò dipende anzitutto dal fatto che il pensare è l’attività mediante cui lo Spirito, come Io, ha immediatamente presa nella coscienza.

Inoltre il pensare ha una proprietà che le altre facoltà non hanno.

Ogni facoltà interiore muove sul piano in cui sorge, senza superarlo, anche se scaturisce da livelli superiori. Si può dire che ogni livello ha le sue proprie percezioni.

V’è una attività, invece, che si muove simultaneamente nei vari mondi, dal fisico, all’animico, allo spirituale, ed è il pensiero cosciente.

Un pensiero logico che sia veste cosciente di una verità, risuona, anche se non lo avverte, nei mondi superiori, come una reale forza.

La disciplina da noi indicata addestra prevalentemente il pensiero, trasformandolo in una forza cosciente di ascesa.

Il pensiero, divenendo autonomo, si congiunge con le correnti superindividuali del sentire e del volere, costituendo un’unica forza reintegratrice di quel che nell’uomo è originario.

Per il discepolo è fondamentale apprendere il metodo della liberazione del pensiero.

Normalmente l’uomo passa da un oggetto all’altro, o da un tema all’altro, ma non sa di passare in realtà da un pensiero all’altro.

Muove di continuo mediante concetti delle cose, ma ignora il formarsi in lui del concetto, onde il potere di relazione da concetto a concetto viene illegittimamente usato dalla psiche legata alla corporeità: la relazione interiore originaria, viene sostituita dalla esteriore relazione logica.

La relazione originaria tra concetto e concetto è la reale forza del pensiero e risponde alla interna relazione delle cose, ma il pensiero scisso del razionalista di questo tempo, la sostituisce con la relazione stabilita dall’esterno, che ha la parvenza della verità nella forma logica: onde esistono molte logiche: ciascuno dispone della logicanecessaria alla propria limitata verità, che però afferma come tutta la verità.

Ed è l’errore.

Ciascuno ha la logica del proprio pensiero alienato. La disciplina del pensiero porta invece il discepolo dal pensiero scisso o riflesso, al pensiero che, come forza, vive simultaneamente nel mentale e nel sopra-mentale, essendo l’essenza delle cose: la logica vera.

L’uomo non è libero, finché non consegua la liberazione del pensiero, o la congiunzione della corrente viva del pensiero con l’Io, secondo il metodo proprio alla “via cosciente”, o via occidentale, cui fanno riferimento gli accennati esercizi.

Qualsiasi orientamento culturale o ideologico egli accolga prima di una tale liberazione del pensiero, lo rende strumento di una dottrina o di una corrente, pedina di un gioco che egli non può controllare: ostacola la sua evoluzione e di conseguenza l’evoluzione della società di cui fa parte.

LA VIA DEI NUOVI TEMPI _ Ecoantroposophia.

MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO, , , ,

CONFERENZA DI MASSIMO SCALIGERO DEL 4 APRILE 1979

Massimo Scaligero

.

04.04.79

(cliccare sulla data in azzurro per ascoltare)

*

“Come si fa a sapere se l’azione che si compie è quella giusta, o se invece il karma non richiede proprio quella che agli occhi degli altri uomini può sembrare ingiusta?”

dubbio

Questa domanda è interessante, perché le premesse … La secondaria è identica nelle due premesse, per cui… può sembrare ingiusta, anche se la decisione è assolutamente libera e quindi morale. Che sembri ingiusta o giusta, questo non ci deve preoccupare, per quanto una sagacia portata all’estremo ci deve far tenere conto che non solo noi ci dobbiamo preoccupare di una azione giusta, ma persino di un certo apparire, in maniera che non si creino equivoci, e che certe volte se noi ci limitiamo a compiere l’azione giusta senza curare la forma, noi possiamo essere fraintesi, e sul piano della forma agisce Arimane; ossia, qui intendiamo come forma l’apparire dell’azione, e quindi quando noi compiamo un lavoro di questo genere dobbiamo capire che se non l’accompagniamo sino alla fine rischiamo di perderla proprio nella sua espressione esteriore.

Ormai è rarissimo che uno pensi l’azione, compia quello che è giusto e poi tutto vada bene, bisogna che veramente si controlli anche l’espressione e il risultato, il chiarimento, salvo che non si tratti per esempio, di trasmissioni di disposizioni ad altri sui quali si riponga un’assoluta fedeltà, e allora si è sicuri che una certa operazione, per esempio, intervenire in una situazione delicata mediante un pensiero, si può anche incaricare una persona di questo, perché questa persona arriva prima. Se noi abbiamo la assoluta fiducia in questa persona, dopo aver dato questo ordine siamo tranquilli, perché questa persona sa benissimo… Questo per dire che non è sufficiente soltanto questo intento giusto, che però è già un’impresa che sia giusto, ma occorre veramente curare anche il particolare della realizzazione, altrimenti rischiamo continuamente di essere fraintesi, perché gli ostacolatori sono all’opera continuamente per un dovere cosmico, a frantumare tutto quello che noi cerchiamo di compiere secondo lo spirito.

Allora questo che noi cerchiamo di compiere deve essere talmente solido, che questa frantumazione non abbia nessun potere.

Ora, c’è un punto della domanda alla quale bisogna dire questo, rispondere così: ci deve essere quell’allenamento dell’ intuizione dell’azione per capire se, quando non si obbedisce a delle regole, ma si vuole veramente essere liberi, si intuisce l’azione giusta da compiere. Questo non può riuscire subito, ma ci vuole che ci sia un continuo allenamento in questo.

Questo allenamento a un certo punto dà luogo a una situazione meravigliosa, che è questa: che intuita la soluzione giusta di un problema, si sente come un consenso che viene dal cuore, non è che noi abbiamo operato sul cuore, ma indirettamente l’abbiamo fatto, mediante appunto questo moto puro del pensiero, e noi sappiamo che quando il pensiero è puro, e forte, è vivo proprio perché è in accordo con l’etere del cuore, non c’è bisogno che noi controlliamo questo.

Però avviene che quando si compie una certa azione si possa sentire un disagio, ed è il cuore che avverte che non siamo nel giusto, oppure sentiamo la gioia di avere veramente intuito quello che deve essere fatto, ma questo non ha niente a che vedere con il sentimentalismo luciferico, qui alludiamo proprio a un consenso del cuore che vale come una forma superiore di coscienza che bisogna guadagnarsi appunto attraverso questo allenamento. Ed è importante per uno di noi, per un professionista, per un medico, il medico per esempio si deve servire molto di questo, per sapere se ha dato il giusto consiglio, se ha intuito la diagnosi. Questo è un discorso che ci porterebbe abbastanza lontano, ma ad ogni modo uno dei principi è questo.

***********************************************************

“Mi succede spesso, specie la sera prima di addormentarmi, di provare un senso di angoscia, pensieri di morte che non so capire da dove possano venire, non è la paura che mi muove, ma che io possa concedere qualcosa alle persone che più amo, non è paura che io…” Ah, Ecco: “Non è paura che io muoia, ma che io possa cessare di dare quello che debbo alle persone che amo. Che cosa significa e che cosa devo fare ?”

angelo e giuseppe

Ecco, è una situazione dolorosa, difficiletta, però è una situazione che possiamo definire molto morale, perché se questa… la nostra amica che fa questa domanda, non avesse fatto degli esercizi di meditazione, e non avesse sviluppato certe forze, certe preoccupazioni non la prenderebbero affatto. E invece è proprio lo svegliarsi di certe forze, responsabilità interiori che tra l’altro agitano la psiche senziente e fanno venire qualcosa di piuttosto irrazionale da parte di essa, ma questo significa che occorre un lavoro ulteriore, e questo lavoro ulteriore consiste nell’attraversare la zona del sonno. E qui bisogna veramente aver fortificato la concentrazione del pensiero, ossia avere la possibilità di una direzione eterica del pensiero, che ci conduca in questo corridoio che noi attraversiamo ogni volta che ci addormentiamo in modo da non provare quel senso d’ angoscia, perché quella è una zona che ancora l’uomo non può conoscere, perché gli occorrono delle forze eccezionali. E quindi tutto deve essere preparato durante lo stato di veglia, ossia una coscienza calma prima d’addormentarsi.

Un esercizio di chiarezza di pensiero, e qui bisogna scegliere secondo il colorito della propria anima, i 14 versetti del Vangelo di Giovanni, in modo da entrare nel sonno in stato di offerta, come entrare in un tempio, ed essere in uno stato di gioia, perché si tratta di un esperienza che equivale al contatto con un mistero, con il massimo mistero dell’anima.

Infatti nelle prime due ore noi siamo immersi nel sonno senza sogni, e abbiamo l’esperienza trascendente, possiamo andare molto in alto, incontrare degli esseri, incontrare anche delle entità angeliche. Ora, è un mistero meraviglioso, ma la porta è custodita, e occorre entrarci nello stato di grande calma, di grande padronanza di sé, e certamente uno degli attacchi dell’ostacolatore è proprio di disturbare questo addormentamento, ma le forze della meditazione sono lì, pronte a darci il contatto con l’angelo che ha il compito di condurci verso il sonno.

La situazione cambia per coloro che hanno congedato il proprio angelo, e che si sono impegnati a fare da sé. E’ meglio non congedarlo troppo presto, perché l’angelo per alcune personalità è ancora necessario. Tuttavia quando avviene questo congedo, l’arte del discepolo è trovare il nuovo rapporto con l’angelo, e quindi in una forma più profonda, più potente: non è che il congedo dell’angelo significhi essere abbandonati da un aiuto, ma significa avere una forza più sottile e più profonda dell’Io che si sostituisce all’azione dell’angelo.

***********************************************************

Qui ho una domanda che leggo… La leggo soltanto, ma non la commento perché ve la commenterete da voi. C’è scritto:

Carne-vale (carne, trattino, vale) e l’Atma. Ossia qui vuole dire non carnevale, vuol dire il valore della carne.

L’orgasmo e la Buddhi, il desiderio e il Manas nella coscienza meditativa.

Questo ci porterebbe a fare delle considerazioni piuttosto allegre. Ma siccome abbiamo molte domande purtroppo non possiamo concedergli un paio di risate, quindi per stavolta… Però leggiamo una domanda importante dello stesso, della stessa penna che mi pare che con questa domanda si redime:

***********************************************************

“Come equilibrare queste quattro correnti che ancora muovono in noi? La ricerca del dio e del santo protettore personale: San Gennaro oppure… Hanuman o Krishna. Secondo: la ricerca della vittoria nella lotta degli opposti, antica Roma… antica Persia. Terzo: la rinuncia alla lotta esteriore, Buddhismo. Quarto: la persecuzione del giusto, Giudaismo.”

krishnaChristus

Sono tutte sintesi discutibili, perché se tu guardi non è solo l’antica Persia ma tutto il mondo antico, e poi… la rinuncia alla lotta esteriore… il Buddhismo… non si può dire che sia totale, perché c’è una lotta. Infatti il Buddha continuamente ripete questo: oggi è da dare battaglia, chissà se si è vivi domani, non c’è tregua con la grande armata della morte.

E poi c’è tutta un’azione… e non è yoga, è proprio un’azione interiore. Invece volevi dire la partecipazione alla vita esteriore. Poi la persecuzione del giusto nel giudaismo non possiamo dire che sia il carattere del giudaismo, che certo, c’è un’aspetto, ma questa persecuzione del giusto tu la trovi nella chiesa del medioevo in una maniera terribile, hanno perseguitato persino i santi, e allora come la mettiamo? Quindi, però, questi principi noi possiamo prenderli come espressioni della evoluzione religiosa dell’uomo in cui però, vediamo subito, manca il Logos, perché abbiamo un Elohim, abbiamo Jehova.

Quando diciamo  un Elohim possiamo dire anche Krishna, ossia: è una porzione di divinità quella che può aiutare l’uomo, e che lo aiuta mediante la presenza di esseri che rappresentano in certe zone della Terra la connessione con il Christo perché nell’India la cosa era veramente tipica, perche’ tutte le scuole occulte erano di carattere luciferico, nel senso che cercavano una salvezza come evasione dalla Terra. Mentre al centro c’era una corrente collegata con il Christo che ha sempre agito all’interno dall’interno dell’ India, e un giorno un orientalista di valore, che sia della nostra banda, potrebbe fare persino una storia di ciò che nell’ India è la tradizione del Logos che assume diverse forme e che passa anche attraverso il Buddhismo, e perché il passaggio al Grande Veicolo è un fatto cristiano, e poi tutto quello che avviene di meraviglioso nell’India, e che ancora oggi esercita un fascino, è di carattere christico. Noi abbiamo  spesso accennato persino riguardo alle tradizioni estremo orientali, allo Zen, e abbiamo ricordato una cosa che abbiamo anche mostrato ai nostri amici orientalisti, che io senza essere orientalista e senza essere del mestiere però ho notato questo: che tutto quello che c’è di meraviglioso nello Zen viene da un’ influenza di figure di missionari cristiani che operarono lì, con questo spirito christico, di non contraddire la tradizione del Chan, della meditazione mahayanica, perché loro scoprirono che si trovavano dinanzi a un popolo meravigliosamente religioso e che poteva dare lezioni di religiosità. Quindi dissero: qui non abbiamo da  fare altro che orientare verso il cristianesimo questa potenza religiosa. Ecco il vero cristianesimo. E allora influirono in maniera che dallo Zen venissero fuori delle forme gentili come anche la cerimonia del thé e  l’arte di disporre i fiori,  il giardinaggio e poi la cavalleria verso l’avversario: ossia in modo che la tradizione eroica guerriera diventasse una forma di amore. E voi questo lo potete trovare per esempio nell’arte dell’arco, dove la potenza si ha quando si ha quando si ignora il nemico,  quando il nemico non esiste, e allora si vince. 

Quindi queste forme antiche che sopravvivono, perché ancora noi non siamo nel nuovo testamento, dobbiamo fare una gran fatica per entrare nel nuovo testamento, ancora noi abbiamo impulsi del vecchio testamento, con impulsi di legalismo e impulsi giuridico politici e con un modo di essere in cui il Christo non c’è.

Quindi il cristianesimo è una forza che spinge l’umanità ma chiede soprattutto di operare attraverso le anime individuali nell’epoca della libertà, quindi è giunta l’epoca. Ecco quindi il senso dell’abbandono dell’angelo custode: perché l’angelo custode è una specie di aiuto per l’Io che ancora non ha il Christo, ma l’Io che incomincia ad avere il Christo è un Io potente, e pensate che questo Io è talmente potente che può cominciare ad essere l’indagatore della materia fisica. E questo il Dottore lo dimostra, che senza l’Io-Christo, Haeckel non avrebbe potuto indagare sulla ontogenesi, la filogenesi, né Darwin avrebbe potuto scoprire le leggi dell’evoluzione, che sono materialistiche però rispondono a una potenza di ricerca che presuppone un Io potente che nel mondo antico non ci fu, perché il mondo antico avrebbe avuto terrore di indagare nella materia in quel modo. E questo terrore noi lo sentiamo riguardo al passo interiore che dobbiamo compiere perché la tenebra umana va dissolta, e chi è che la dissolve? La dissolve l’uomo libero in se stesso, quindi il lavoro è lungo, ma è un lavoro che ormai è possibile per il fatto che si abbia la coscienza della presenza della forza-essenza dell’Io che è il Logos.

***********************************************************

“Caro Massimo….” devo leggere questo brano di Vercingetorige… che mi hanno detto che c’ha la barba. Potremmo per eliminazione capire chi è, ma non è il modo… è meglio… Da Gnoseologia Goethiana. “Allorché giungiamo alla convinzione…”. Questo è un brano del Dottore. “Allorché giungiamo alla convinzione che tutto il nostro mondo di pensiero ha il carattere di una perfetta concordanza interiore ce ne deriva quell’appagamento del quale il nostro spirito ha bisogno, allora ci sentiamo in possesso della verità, e quando diciamo possesso della verità possiamo dire: Il Logos è in noi, la verità vi farà liberi.”. Però qui c’è una domanda, dice:

***********************************************************

“Questo si può realizzare anche nella dialettica degli insiemi transfiniti?”

Gnoseologia

Indubbiamente, perché gli insiemi transfiniti sono delle delle entità pensiero in sostanza, cioè non potremmo arrivare alla concezione della loro transfinità se noi non fossimo capaci di superare un certo limite di pensiero, quindi è senz’altro applicabile a questo.

Ma rispondiamo… cerchiamo di capire il brano del Dottore. Il brano del Dottore lo conoscete benissimo perché fa parte del libro più noto, la Teoria della conoscenza secondo Goethe, secondo la concezione Goethiana del mondo.

Sto leggendo e sto per rispondere… quindi non abbiate fretta… hai già acceso? Manna… s… e Buddhi Atma ( nota dei trascrittori: gioco di parole di Scaligero tra romanesco e nomi orientali).

Allorché giungiamo alla convinzione…

Qui si parla che a un certo punto noi scopriamo il carattere di una perfetta concordanza interiore dei pensieri, e questa è una esperienza che uno di noi può fare da sé, ed è ora che ciascuno la tenti questa esperienza.

Ossia il capire che, ecco questa è proprio una frase del Dottore: “Un concetto isolato non esiste.”

E se noi viviamo un concetto questo cerca il rapporto con un altro e questo con un altro. E poi scopriamo che tutti i concetti del mondo sono uniti e formano un solo concetto, una sola unità, e questo è il Logos.

E che la potenza di ogni concetto è presente come l’unità del mondo, ma la scoperta più interessante è questa: che solo nell’uomo si manifesta un’essenza, si presenta un’essenza. Quindi quando noi cerchiamo l’essenza di una cosa, sì, ci è permesso anche dire: “Ah, guarda, l’essenza di quella cosa…” Ma quell’essenza sorge in noi: senza di noi non esisterebbe. Voi potete dire: ma c’è l’essenza della pianta, c’ è l’essenza del cristallo… Però è nel mondo spirituale. Lì dopo morti le incontriamo tutte le essenze, non c’è nessun merito, bella forza: siamo morti! Siamo liberi di questa specie di velo che ci impedisce di vedere il sovrasensibile e quindi dopo un pò, se siamo stati piuttosto dei bravi  ragazzi, subito riconosciamo: Ah! Questo è l’ente del cristallo! Ah! Questo è…  Ah! Ecco un angelo! Ah! Ecco un arcangelo. Piano piano lo riconosciamo. Bella forza! L’interessante è farlo qui questo lavoro. Perché dall’altra parte non c’è nessun merito, come non c’è nessun merito che un miliardario abbia lasciato tutti i miliardi a qualcuno, mica se li poteva portare dall’altra parte! Soltanto che non li lascia mai a chi li deve lasciare.

E allora noi questa essenza lo sentiamo come l’essenza del mondo e allora scopriamo che l’essenza del mondo affiora in noi. E questo è il Christo, è il Logos.

E dobbiamo camminare in questa esperienza, perché quando noi abbiamo scoperto questo ci troviamo poi davanti la realtà sensibile, allora il problema è questo: come con questa forza, con questo moto univoco del pensiero, io posso andare incontro al mondo fisico?

E’ qui che comincia la vera esperienza dell’ uomo, perché se l’uomo si limitasse a questa meditazione che lo porta alla esperienza della unità del pensiero del mondo, sarebbe in uno stato di beatitudine.Allora se lui volesse dire: “Beh, adesso vivo di questa beatitudine!” dopo un po’ la perderebbe, perché quella beatitudine non sta lì per essere sentita da lui, quella è concordanza mirabile dei pensieri che si fa in lui perché egli la unisca con le cose della terra, con tutto ciò che è imperfetto e incompleto nella terra, per integrare tutto ciò che è l’ apparire, che è privo di contenuto interiore, è questa l’ operazione dell’ uomo.

E qui voi potete afferrare, per esempio, la limitazione di certi maestri che vanno per la maggiore in questo tempo, e che sono, forse, più pubblicati del Dottore, come Guénon, come Evola. Perché queste verità, loro, nemmeno lontanamente le hanno sospettate. Perché io personalmente, essendo passato attraverso queste esperienze, prima di rifiutarle, le ho esaminate al capello, proprio punto per punto e per esempio, nell’ Evola, nella Teoria dell’ Individuo Assoluto, ho trovato che egli, parlando di questa connessione dei concetti, lui disse, e si appella a un libro dell’ Abbagnano, “Le sorgenti razionali del pensiero”, lui attribuisce questa connessione di A con B e di B con C, a qualche cosa che viene dalla natura fisica dell’ uomo. E questo è veramente una posizione materialistica, ma so’ tutti materialisti, perché ce la pigliamo con lui? Soltanto che qui noi possiamo fare questa considerazione: l’ assoluta inconoscienza delle forze eteriche, perché la connessione che noi, di cui si parla in questa domanda, è il fatto che il mondo eterico-divino si affaccia nell’ uomo come pensiero, e questo mondo eterico-divino contiene l’unità di tutto, per cui quando noi, si può dire, dividiamo il pensiero, lo scompartiamo in tanti pensieri, loro tendono nuovamente a riunirsi in noi, purché noi facciamo agire nel pensiero, nei pensieri la loro natura vera. E allora sono i pensieri che tendono a questa rifusione nella unità luminosa, nella vita di luce dei pensieri. E noi possiamo avere un’ esperienza assolutamente cosciente, senza andare in estasi, o nel samadhi, o nel nirvana. E allora noi comprendiamo che non c’è entità del mondo che non sia contenuta in questo mondo eterico, che in noi si affaccia, mondo eterico non impegnato nella struttura fisica del mondo, ma che però è in noi il flusso, il primo flusso del Logos. Quando diciamo questo primo flusso, intendiamo anche l’astrale-divino e poi il Logos, che in noi si affaccia, ed è il mondo eterico di cui noi spesso abbiamo parlato, formando, coniando quest’ espressione: “eterizzazione del pensiero”, perché è proprio questo che noi facciamo.

Ed è questa operazione che dà il senso vero alla concentrazione e alla meditazione, perché noi possiamo partire dalla operazione quotidiana, dirigente, della concentrazione e secondo le discipline che abbiamo studiato ma, strada facendo, dobbiamo collocare questa operazione in un contesto vasto e che veramente ci congiunge, direttamente, con l’azione divina nel mondo; non solo, ci dà la possibilità di comprendere la giusta via verso lo Spirito da quelle fasulle che circolano e seducono perché sono catafratte di cultura esoteristica e tradizionalistica.

Ma vi assicuro,  che quello di fare, di riunire tante immagini e fare dei  begli articoli colti, una volta, anni fa l’ho fatto anch’io, ma poi mi repugnò, perché sentivo che quella è scienza dell’asino, quello di avere un’ ideuzza e poi richiamare tutte le analogie, ripescando nella tradizione di destra, di sinistra, di…

Ma questo non è un lavoro di pensiero, questo è un inganno, ed è un inganno che però ha preso molto della gioventù europea. E adesso, non è che facciamo il processo a questo, perché ogni inganno è un allenamento. Uno si lascia ingannare: com’è che, per esempio, Marcello non s’è fatto ingannare? Com’è che Romolo non s’è fatto ingannare? Com’ è che Massimo non s’è fatto ingannare? Perché ha attraversato l’ inganno e poi l’ha capito. E’ stato un allenamento. E quest’allenamento però, ci porta veramente a un rapporto con l’Insegnamento del Dottore, che diventa un impegno grande per la vita, e a questo punto, credo che si è capito  anche la questione degli insiemi transfiniti che è una relazione che – anch’ essa– di concetti che hanno la loro risultanza interiore, la più immediata nel primo concetto di spazio e di tempo e quindi, di questo, magari parleremo un’ altra volta, perché occorre passare a qualcosa che…

***********************************************************

“1879-1979 Un secolo. Un secolo dall’ avvento di Michele: in un momento così delicato, come accogliere in modo giusto il suo impulso?”

Mich(Michele-Mara M. Maccari)

Finora abbiamo parlato proprio di questo, in sostanza.  E’ un secolo, però dobbiamo tenere conto che perlomeno ci sono altri due secoli di questa reggenza e che quindi siamo appena agli inizi, ma non è che abbiamo fatto un granché.

Ora, tutto quello che abbiamo detto riguardo alla responsabilità del conoscere, specialmente in rapporto alla connessione di pensieri che decide veramente di tutta l’attitudine interiore dell’ Uomo, perché non si passa a caso da un pensiero all’ altro: la connessione è sempre una connessione eterica.

Volete vedere questa connessione eterica? Guardate la pianta e tutte le forme della pianta che sono connesse tra loro, in tutte le variazioni, è sempre la stessa forza che si esprime in diverse forme.

Ora, la potenza di Michele è quella che in noi anima il pensiero-sintesi riguardo a ogni forma illusoria della dialettica, perché la dialettica è la morte del pensiero.

La dialettica è veramente quell’arte moderna di eliminare lo Spirito, però vi posso anche assicurare questo: che ritrovato il moto puro del pensiero, entra in questo moto una forza che ha la capacità di dominare anche la determinazione dialettica e di avere anche la sua dialettica, soltanto che non può essere dello stesso tipo, formale, ma è una forza che si esprime nella parola e questo è inerente alla reggenza di Michele; perché noi abbiamo il dovere anche di esprimere in parole il contenuto dello Spirito. Non siamo ancora al punto in cui conquistiamo le verità e poi silenziosamente, le trasmettiamo. Questo può avvenire tra noi, tra noi che ci riuniamo qualche volta per meditare, ma rispetto agli uomini che incontriamo, le situazioni che dobbiamo fronteggiare, noi abbiamo bisogno di una parola in cui lo Spirito sia presente e voi lo noterete che, tutte le volte che parlate con questa presenza dello Spirito, qualcosa arriva all’ anima di colui che ascolta e lo aiuta. Comunque, continuo a rispondere, perché vorrei concludere ed è difficile, siamo già nell’ ora. Però, lo leggiamo? Non lo vorrei bruciare! La leggo e poi dico due parole.

***********************************************************

“Delle volte mi sembra di percepire, nella persona che amo, qualcosa che in me é, che c’è sempre stata, anche prima del nostro incontro… sia grazie a lei che sta venendo? … sta venendo fiore, portandomi a pensare che la fedeltà nell’altro è anche la fedeltà verso me stesso.” Ecco, questa domanda mi viene da un amico, e poi ce n’è un’altro che sta in un’altra zona e che mi dice quasi la stessa cosa.

***********************************************************

“La fedeltà è la forma di un accordo trascendente, la cui adamantinità non può subire contaminazioni dalle ulteriori relazioni del sentire umano. Ma, prima di questo grado adamantino, il sentire esige essere orientato dalla disciplina di una dedizione di cui sia possibile, ogni ora del giorno, controllare l’ intransigenza. Come giungere a questa dedizione?”

concentrazione

(Concentrazione-Marina Sagramora)

Sono  già le otto, e quindi che cosa si può rispondere? Questa dedizione, noi possiamo dire brevemente,  è un dono del Mondo Spirituale ma, certamente, come avviene per tutti i doni, non è un dono gratuito, quindi occorre meritarlo. Occorre preparare una situazione interiore tale, che questa dedizione divenga una forza. Perché avvenga questo è inevitabile, è necessaria un’accensione del sentire, la quale viene bensì dal pensiero, ma per essere una forza continua e  attiva, necessita di impeto.

Non sempre il pensiero ha questo impeto, e la sofferenza di tutti coloro che hanno cercato il Cristo, persino dei santi, è stata questa: che attraversavano dei momenti in cui il loro cuore era freddo. E allora certi consigliavano la continua preghiera, la continua accensione della devozione.

Ora bisogna fare qualcosa di simile?

Sì, ma nella maniera che è suggerita dalla Scienza dello Spirito.

Perché certi impulsi che noi intuiamo mediante il pensiero puro diventano forze propulsive che acquisiscono la potenza degli istinti. Un istinto che in noi domina, ci porta continuamente a ricordarci di ciò che dobbiamo fare per soddisfarlo, e noi dobbiamo arrivare a questa stessa forza, mediante l’ intuito del compito.

Ma vedete che si tratta di qualcosa che non dipende dalla natura, perché l’istinto viene dalla natura, mentre questo impeto interiore deve venire dallo Spirito.

Però possiamo senz’altro giurare che lo Spirito ha questo potere e che è giunto il momento in cui, ciascuno di noi può sperimentare questo meraviglioso aiuto, che urge attraverso l’anima, in tutto l’essere, come potenza del Logos che si è incarnato, ma in noi comincia ad incarnarsi, appunto, in questi pensieri-forza che dominano la natura e sono potenze istintive dello Spirito.

MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, MICHELE - La Via del Pensiero, SCIENZA DELLO SPIRITO, , , , ,

DEL PENSIERO IN MOVIMENTO (di R. Arcon)

(Michael Maier, Atalanta fugiens, incisione 1618)

atalantat

 *

DEL PENSIERO IN MOVIMENTO

Il pensiero col quale pensiamo le cose risponde all’apparire di esse, ossia obbedisce al grado di caduta della coscienza dell’uomo nella mineralità. Le cose si manifestano alla coscienza per mezzo della percezione. Questa trapassa immediatamente nell’osservazione mediante la quale il pensare fornisce alla coscienza un parallelo di quanto viene percepito. Vediamo una rosa, per la percezione essa non si distingue dal caos del mondo che ci circonda. L’osservazione ne fa un oggetto particolare nel quale vengono distinti ulteriori oggetti particolari: le foglie, le radici, il fusto, il fiore e cosí via. In seguito vediamo una viola. Anche di essa possiamo osservare la composizione in ulteriori particolari che sono gli stessi di quelli della rosa. Dal confronto tra questi due insiemi di particolari la coscienza comune forma un quid astratto che chiama “pianta”. Quando a questa astrazione si unisce l’immagine di una pianta, abbiamo una rappresentazione che ci portiamo nella memoria. Del concetto si potrebbe persino dare una definizione prendendola a prestito dalla matematica con le parole: “estratto caratteristico della totalità di insiemi equivalenti” che in sostanza dimostra il suo potere di sintesi. Ma il pensiero del quale stiamo parlando non esce dalla condizionante potenza dell’apparire inorganico delle cose, si lascia determinare da queste, non è che un’ombra di esse. Può, invero, giungere ad astrazioni sempre piú raffinate sino a concepire l’esistenza di qualcosa di organico, all’idea di vita, di evoluzione e ad altri concetti astratti coi quali formare il contenuto di una filosofia, oppure di una descrizione mistica del mondo. Un tale pensiero dipenderà sempre da quanto arriva alla coscienza mediante percezione sensoria, e dunque mediante fenomeni percepiti nel loro essere in un determinato momento.

La cosa risulta specialmente evidente quando ci occupiamo di giudicare il nostro prossimo. Percepiamo chi ci sta di fronte, ascoltiamo le sue parole, cerchiamo di capire quanto ci dice e ci formiamo, in base ad una sorta di “estratto” di tutte queste cose, un giudizio sulla persona, anche se in questo possiamo sforzarci di tenere fuori antipatie e simpatie. Arriviamo cosí a dire che una determinata persona è, per esempio, superficiale. Ognuno può osservare quanto sia difficile liberarsi di un tale giudizio. Esso viene immediatamente afferrato dal sentire e diventa una realtà alla quale crediamo ciecamente come ad un dato inamovibile che sarebbe pienamente giustificato qualora parlassimo di una pietra, di un essere inorganico. Quando la persona di cui si tratta dovesse manifestare, dopo qualche anno, di essere maturata al punto da non essere piú per nulla superficiale, arduo sarebbe convincerci che il giudizio espresso prima era giusto ma deve essere modificato. Un pensare che risponda soltanto al dato inorganico, all’osservazione limitata a quanto appare ai sensi, non può comportarsi altrimenti. Anche il giudizio successivo, che sembra correggere il primo, risponde a sua volta ad un insieme di percezioni per cosí dire congelate in un determinato momento, cosí che i due giudizi sono giustapposti, non fluiscono uno nell’altro: semplicemente sembra che chi ci sta di fronte, dopo anni di distacco, sia diverso, sia un altro.

È facile comprendere che un simile pensiero non può dar conto di un organismo, non ha la capacità di seguirne l’evoluzione che avviene sempre mediante metamorfosi, ossia mediante il trapasso da una forma all’altra, dove quello che conta non è la singola forma ma ciò che tutte le determina e che rimane costante, cosí che una pianta non diventa qualcos’altro semplicemente perché passa dalla forma di seme a quella di fiore.

Da cosa deriva il fatto che l’uomo possiede un pensiero di questo tipo, un pensiero incapace di dar conto di quanto manifesta un organismo? Dal Dottor Steiner sappiamo che nei tempi antichi l’uomo viveva immerso in una coscienza pervasa dalla potenza della consanguineità. Il sapere dei padri, si può dire, veniva ereditato dai figli senza soluzione di continuità. I patriarchi ebrei dell’Antico Testamento arrivavano ad un’età di secoli! Questa affermazione che troviamo nelle Scritture non significa affatto che essi potessero davvero prolungare la loro vita per tanto tempo, ma indica chiaramente che quel particolare sangue si continuava, come coscienza collettiva degli eredi, sino a secoli di distanza dall’antenato. A quel tempo i pensieri venivano afferrati dalla coscienza come piovessero dall’alto, come se fossero esseri volanti che finivano imprigionati nel cuore degli uomini. Se uno aveva un problema da risolvere non ricorreva all’osservazione o alla logica, ma veniva ispirato, ossia penetrava nella sua coscienza una soluzione che egli applicava senz’altro alla realtà. Questi esseri-pensiero si imprimevano profondamente nell’uomo, penetravano sino al sangue di chi li sperimentava e potevano essere trasmessi per via di consanguineità. Questo è anche il motivo per il quale la consanguineità stessa era sentita come importante e irrinunciabile, e perché quello che chiamiamo progresso, sempre piú veloce nella nostra epoca, fosse allora lentissimo e le modificazioni pratiche della vita di ogni giorno fossero irrisorie, ripetendosi lo stesso modello per secoli e secoli. Soltanto quando altre individualità, piú progredite, riuscivano ad immettere nel sangue nuovi pensieri, per via del processo di ispirazione anzidetto, si avevano delle modificazioni importanti. Nel periodo greco questo processo divenne sempre piú individuale, tanto che si dovettero costituire quelle sedi dei Misteri che avevano lo scopo di svincolare singoli individui dalla consanguineità facendoli accedere direttamente, sebbene con coscienza del tutto diversa da quella attuale, ai mondi dove gli esseri-pensiero venivano elargiti dagli Dei.

Ad un certo punto, come sappiamo, col mistero del Golgotha quanto procedeva per via di consanguineità venne interrotto, e a questo processo se ne sostituí un altro che gli corrisponde perfettamente. Gli uomini potevano acquisire pensieri intorno alle cose autonomamente, ma non sarebbero potuti mai pervenire ad una coscienza di veglia simile all’attuale se non fosse intervenuto dell’altro. Gli uomini dell’epoca successiva a quella governata dalla consanguineità, dalla coscienza basata sul sangue che si trasmetteva di padre in figlio, non avrebbero potuto sviluppare null’altro se non una ripetizione puntuale, un compiuto riflesso, della realtà. Avrebbero potuto arrivare al massimo a ripetere in pensieri la realtà che i sensi manifestavano loro come uno specchio riflette esattamente quanto gli sta di fronte. Questo avrebbe impedito ogni ulteriore sviluppo. Cosa accadde, dunque, che indirizzò gli uomini al cosiddetto progresso? Accadde proprio qualcosa di simile alla consanguineità di prima: invece di trasmettere i pensieri per via del sangue questi vennero trasmessi per via del sistema nervoso, il quale deve servirsi della parola e, piú tardi, della scrittura. Per farla breve, ognuno di noi si porta dietro i pensieri pensati da infinite generazioni di uomini che non gli sono consanguinei ma che erano dotati di un sistema nervoso capace di tramandare i pensieri. Facciamo un esempio pratico. Prendiamo un qualsiasi oggetto del quale la nostra civiltà si vanta come di una sua realizzazione. Prendiamo una macchina qualsiasi. Se osserviamo i suoi particolari, possiamo affermare che ognuno di essi fu pensato da qualcuno. Non possiamo affatto ritenere che i minimi particolari di essa manifestino nel mondo fisico i pensieri pensati da un solo uomo, ma nemmeno dal concorso di piú uomini contemporaneamente. È ben vero che la collaborazione di piú uomini che intendono risolvere un problema può andare a vantaggio della soluzione stessa, ma spesso questo procedimento, che oggi viene massimamente esaltato coi gruppi di lavoro, con incontri e discussioni, in realtà non produce soluzioni nuove, bensí non fa che coordinare soluzioni già conosciute. Quello che conta infatti è che i pensieri vengono ereditati dal sistema nervoso per mezzo della comunicazione, altro idolo dei nostri tempi. Se in una macchina osserviamo la presenza di un particolare anche insignificante, come ad esempio dei fori di aerazione, questo non significa che chi li ha praticati ne sia l’ideatore, e nemmeno chi ha progettato quella macchina lo è. Entrambi non fanno che dare una forma alla somma di pensieri pensati sino a quel momento, immettendovi ben poco di nuovo e non conoscendo affatto la provenienza di quel nuovo pensiero, perché esso viene immediatamente inserito nello stesso sistema diventando a sua volta un oggetto del quale si darà comunicazione e che fornirà la base per ulteriori pensieri dello stesso genere. Il progresso funziona cosí. In realtà di nuovo c’è ben poco, esattamente quanto poco di nuovo c’era nella vita di quegli antichi uomini inseriti nel processo della consanguineità. Soltanto i patriarchi e, piú tardi, gli iniziati ai Misteri, portavano qualcosa di realmente nuovo, pensieri capaci di essere poi l’origine di reali modificazioni di quella che poi, vista esteriormente, è la storia. Se vogliamo caratterizzare questo processo all’estremo, possiamo dire che, ad esempio, le singole specie animali manifestano un solo pensiero e dunque ripetono all’infinito sempre lo stesso modello: una volta per tutte. Eppure nel processo di pensiero che abbiamo visto sostituire la consanguineità esiste qualcosa capace di ulteriore sviluppo. Infatti, non sarebbe possibile un reale progresso, un mutamento delle condizioni sia pure materiali degli uomini, se sempre nuovi pensieri non venissero immessi in questo processo esattamente come nei tempi antichi gli Dei immettevano nel sangue quegli esseri-pensiero che guidavano le antiche comunità. Che questa sia una realtà è evidente. La macchina di prima è bensí formata da quelle che possiamo chiamare generazioni di pensieri basati sul sistema nervoso che le tramanda per via di “comunicazione”, ma esiste qualcosa che precede tutto il processo ed è che un uomo almeno ha pensato in maniera diversa. Quest’uomo ha per cosí dire concepito non già i singoli componenti della macchina per i quali si serve anche lui, come tutti, di pensieri già pensati, ma un pensiero che gli fa intravedere un futuro, uno sviluppo, una crescita. Questi pensieri, che stanno alla base di ogni progresso umano che non sia semplicemente una ripetizione meccanica di modelli già conosciuti, sono diversi dai soliti, sono per cosí dire organici, capaci di crescere, di avere in sé un elemento di vita. Essi mostrano a chi li sperimenta nella sua coscienza una possibilità, uno sviluppo ulteriore, come un seme sappiamo racchiudere in sé la pianta che ne nascerà. Se, invece di usarli immediatamente, fossimo capaci di osservare questi pensieri, essi manifesterebbero tutta la loro potenza intesa come tutto ciò di cui potranno o potrebbero divenire atto. Avremmo davanti a noi un pensiero che non è piú fermo, bloccato dal sistema nervoso in un propagarsi orizzontale, basato sul mero fatto di esser comunicato, ma un pensiero che si muove, che si trasforma, che è della stessa natura di quanto chiamiamo organico.

A questo punto chiunque potrebbe dire che l’osservazione dimostra come quel pensiero creativo, vivo, apparso nella coscienza di qualcuno e che produce qualcosa di realmente nuovo, non è qualitativamente diverso da ogni altro pensiero. In realtà è cosí. Ciò che differenzia il ripetere di pensieri già pensati da generazioni di uomini e un pensiero veramente nuovo non è dato dalla natura del pensiero, ma da come la coscienza di chi lo sperimenta si pone davanti allo stesso pensiero. Molti ripetono meccanicamente gli stessi modelli, applicano gli stessi pensieri alla realtà, ma a qualcuno capita di cogliere in uno di questi pensieri un elemento capace di crescita e, dunque, come un essere vivente, di metamorfosi. Se è cosí, allora qualsiasi pensiero racchiude in sé questa possibilità, purché si sia capaci di trovarla superando la meccanica ripetizione di esso basata sul sistema nervoso. A tutta prima non siamo affatto capaci di compiere esperienze di questo genere. Siamo trattenuti dal sistema nervoso nella sfera della ripetizione, dal riflesso dello specchio, come gli antichi padri erano trattenuti dalla forza della consanguineità. Occorre imparare a muovere i pensieri. Occorre ridare vita a qualcosa che ci appare come inerte, incapace di sviluppo, di crescita. Questo vale soprattutto nel campo della vita sociale dove, come si è visto nell’esempio del giudizio che diamo sulle persone che incontriamo, un pensiero per cosí dire inorganico non è capace di seguire le metamorfosi che fanno della vita sociale degli uomini un grande essere vivente. Pensieri che siano soltanto riflessi della realtà e che vengano tramandati per via di comunicazione da una generazione alla successiva non potranno mai comprendere il processo sociale, essi si cristallizzeranno sempre in comunicazioni incapaci di evoluzione che formeranno quelle che oggi si chiamano leggi, che formano a loro volta le Costituzioni e i Codici, qualcosa che non essendo capace di crescere insieme agli uomini li costringe a non crescere.

Come si può operare nel senso di acquistare la capacità di pervenire a pensieri che siano vivi, che siano capaci di movimento, dunque di metamorfosi? Chi ha presente la prefazione di Rudolf Steiner a La filosofia della libertà sa che non esiste una ricetta valida per tutti e per tutto, che non esistono risposte teoriche “da portare poi con sé come una semplice convinzione conservata nella memoria”. Non sarebbero risposte vive e vere, ma solo le solite astrazioni che potrebbe fornire un qualsiasi scienziato, filosofo, medico, tecnico ecc.

Piuttosto sarebbe preferibile portare e far vivere in sé una domanda, una richiesta, un anelito che dia frutti in futuro, che trovi nel tempo i suoi riscontri. La risposta teorica è qualcosa di finito, un processo giunto a conclusione, una vita che è morta, un quid in cui non esercitiamo piú la nostra attività e quindi, essendo sostanza di pensiero, un quid in cui si è spenta la nostra destità, in cui non vi è piú la nostra presenza che per esserci deve volersi continuamente e costantemente essere in azione.

Al fine di una risposta autenticamente soddisfacente non bastano nemmeno gli esercizi esoterici, perfino quelli consigliati dalla Scienza dello Spirito secondo la Via pertinente ai tempi attuali, se essi verranno praticati con lo stesso spirito con il quale l’impiegato-impiegato timbra il cartellino in ufficio o il religioso-impiegato va a messa la domenica o il militare-impiegato va all’alza-bandiera ogni mattina e chi piú ne ha piú ne metta.

Non ci si può limitare ad essere degli apparentemente corretti e tuttavia meri esecutori di esercizi, creando una schizofrenica separazione tra sé e l’attività in atto: in questo caso l’esercizio diverrebbe una sorta di mantram ipnotico che, invece di ridestare la coscienza, l’addormenterebbe. Non si farebbe altro che tentare di trasportare su un piano che non è il suo la medesima situazione del mondo fisico: un soggetto di contro a un oggetto. Invece, in un mondo di forze tutto deve essere una forza, anche il soggetto, che non deve estraniarsi timidamente, bensí partecipare coraggiosamente al processo vitale.

A conclusione, Leo in Barriere, UR 1927, ci ricorda: «Tutti gli esercizi di sviluppo interiore saranno paralizzati se non si rompe il guscio-limite che la vita quotidiana forma intorno all’uomo e che anche a visione mutata persiste nel subcosciente umano».

Renzo Arcon

www.larchetipo.com/2000/ago00/antroposofia.htm

SCIENZA DELLO SPIRITO,

La Via del Pensiero (di Isidoro)

Se guardiamo verso l’onnicomprensiva visione del mondo, intuita dalla conoscenza spirituale della Tradizione, troviamo anche indicazioni del succedersi degli stati di esso, mai disgiunti dalle condizioni umane (il dualismo tra cosmo ed entità umana, dal punto di vista di intere ere, è cosa piuttosto recente).

I cicli più estesi sono chiamati Kalpa e, ai fini di queste righe, essendo il kalpa indice dello sviluppo totale di un grado dell’esistenza universale, il dare significati temporali ad esso esorbita dal tema in proposizione.

I cicli svolgentesi entro il nostro kalpa sono chiamati Manvantara. A questo livello vengono considerati come riguardanti l’umanità terrestre in connessione a tutti gli avvenimenti che si producono nel mondo.

All’interno di un manvantara vi sono quattro Yuga. La divisione quaternaria di un ciclo ha molti riflessi: le quattro stagioni della natura, le quattro settimane del mese lunare, i quattro punti cardinali, ecc.

E’ inoltre rilevabile la corrispondenza dei quattro yuga (Krita-Yuga, Trêta-Yuga, Dwâpara-Yuga e Kali-Yuga)  con le quattro età come conosciute nell’antichità greco-latina: la prima è l’età dell’oro, poi in successione, dell’argento, del rame e del ferro.


In entrambe le rappresentazioni, ogni periodo è caratterizzato da un processo di degenerazione rispetto al precedente. Dalla visione spirituale si esplicita un graduale allontanamento dall’Origine cosmica, costituente una “discesa” (vedasi la “caduta” nella tradizione giudaico-cristiana).

Caratteristica di ogni età è di essere più breve dell’antecedente, come nel mondo fisico la caduta di un oggetto accentua, nel tempo di caduta, la sua velocità.

Per i curiosi, una nota ininfluente: secondo calcoli che comunque andrebbero presi con beneficio d’inventario, il tempo dei quattro yuga si aggirerebbe verso un totale di circa 65000 anni. A meno che, come ritengo, il Tempo sia cosa viva e dunque possa allargarsi o restringersi. In tale possibile caso le indicazioni con orologi e calendari (numerazioni) valgono come maya nella maya.

Secondo i tradizionalisti siamo in pieno Kali-Yuga, secondo lo Steiner ne siamo usciti verso la fine del 1800. E, viste le condizioni dell’oggi, sembrerebbe che tutto debba dar ragione ai primi. Ai quali però, la visione unidirezionale e la scarsa o nulla propensione alla percezione del nuovo e del futuro nasconde quella parte di realtà che, essendo ora, manca alla corrente del passato.

Qui si biforcano le strade: i tradizionalisti irremovibili e con lo sguardo sempre rivolto all’indietro ed i seguaci dell’Antroposofia che, da nominalisti quali sono, usano ad ogni piè sospinto l’idea di evoluzione, troppo spesso corredata da un superficiale ottimismo.

Una comprensione della Scienza dello Spirito che non oscilli tra questi due stati d’animo (perché tali sono e null’altro, seppure ammantati di sapere) porta ad indagare il senso innegabile della perdita del Principio e delle perdite ulteriori. Qualcuno si è chiesto: “Se l’immersione nel Divino-Cosmico, la non-dualità, fosse stata davvero in mio possesso, perché avrei dovuto perderla?”.

In effetti al ricercatore potrebbe essere piuttosto chiaro che abbiamo perduto ciò che ci sosteneva ma non ci apparteneva. Facciamo un esempio concreto per immagine: un tempo il corpo sottile o eterico sorpassava di gran lunga quello fisico; perciò l’uomo viveva nello ‘spazio’ spirituale e questo, a sua volta, lo pervadeva. Così quasi non esisteva il dualismo Uomo-Mondo ed i confini corporei erano sconosciuti (come ora sono sconosciuti all’animale). Poi il corpo eterico si ritira, permanendo come un doppio creativo del corpo fisico. Tale contrazione segna la perdita di un ‘naturale’ stato di coscienza trascendente. E cosa l’uomo riceve in cambio di questa grandiosa perdita? Un mondo a lui esterno ed estraneo: il non-io enigmatico che stimola in lui lo sforzo personale sino alla conquista di una individualità e una destità mai esistita prima: in essa egli trova solo sé stesso pur recando in profondità, nel cuore, la nostalgia (memoria) del paradiso perduto.

Perciò la diatriba tra tradizionalisti e…futuristi è vana. Il tradizionalista non può immergersi in quello che non c’è più ma nemmeno vanno sdoganati al futurista sogni di splendori futuri che dovrebbero cadergli addosso in automatica. Il futurista sogna di diventare un automa beato! Tanta è la passività e l’inerzia nascosta dalla rappresentazione facile che anela arimanicamente ad una riascesa officiata da Potenze  trascendenti, perciò conosciute solo nominalmente…forse più insana dei desideri restaurativi della cecità tradizionalista.

Il fiore dell’indipendenza dagli Dei che l’uomo sperimenta in ogni momento non può non essere altro che la Libertà. Parola troppo facile che nasconde un contenuto tremendo ed imprevedibile. E’ ciò che l’uomo di oggi può volere o non volere: dipende dalla sua indipendente azione. Non v’è uomo che non porti in sé l’antico. A cui ripugna e spaventa l’atto libero. Anche le religioni, seppure ricche di tesori, appartengono al passato, seguono la via dei morti. Le pseudo religioni o le pseudo mistiche contemporanee sono solo fenomeni di tarda necrofilia su corpi marcescenti.

Ora, lo si desideri o meno, è il corpo che abbiamo, la coscienza che possediamo, che fanno da base ad ogni ulteriore movimento. Converrebbe parlare meno di “mondi spirituali” e di contenuti “morali”: venendo essi assunti da una coscienza vuota di Spirito e da un pensiero astratto, privo di realtà condizionante. Non direi simili cose se non mi fosse chiaro il contenuto della coscienza: piena di rappresentazioni, vuote anch’esse di realtà ma sostenute da una debole impressione di vita elargita dalla più oscura vis istintiva.

L’attività della coscienza di sé si svolge in pensieri o, più esattamente, in una sfera di astratte rappresentazioni: semplici riflessi del mondo come appare o dell’inconosciuta vita organica, quella del corpo o della psiche soggetta al corpo. Ma se la rappresentazione è un riflesso, una maya, essa non muta il suo carattere “sia che pensi Dio o una sedia” o l’Opera Omnia del Dottore. Un riflesso non può trasformarsi in una realtà senza una concreta animadversio. Per questo motivo chi evita di guardare con coraggio la condizione di “caduta” in sé stesso, cerca di saltare l’ineludibile fosso con azioni e parole illudenti che ponendolo in condizioni crepuscolari (di fatto medianiche) lo trascinano verso condizioni più involute rispetto allo stato di coscienza dell’uomo comune. L’involuzione può essere “elettrizzante”, stimolando nel soggetto retrogrado impulsi di evangelizzazione (contagio) verso i deboli e gli instabili.

Questo è semplicemente il retroscena che anima la maggior parte di “Maestri”, “Guide” e “Profeti” del teatrino del mondo e, in particolare, del mondo esoterico.

Però il pensiero-maya è anche un niente che non vincola la coscienza. Non vincolandola, esso proprio in questo vuoto può muoversi liberamente: anche oltre la propria stessa natura. Non vincolato dal corpo e dalla psiche personale vincolata al corpo esso, se lo vuole, può tendere oltre: può volersi oltre tutte le categorie che vincolano gli altri elementi costitutivi. Può volersi oltre la personalità, il carattere e tutto quello che corazza e imprigiona l’umano nella ordinaria rete di ateismo e religiosità, di istinti e di idealismo, di materialismo e spiritualismo.

Questo è il potere del pensiero astratto, realizzato solo in parte nell’opera della conoscenza scientifica che, per afferrare il dato, non si è accorta di cosa succedeva nella coscienza e tanto meno si è data la pena di applicare il metodo scientifico al mondo interiore. Peccato! Avrebbe scoperto un momento dinamico del pensiero, antecedente il pensiero delle cose. Un simile momento fu in realtà intuito da pensatori come Hegel, Rosmini e Gentile ma fornì loro il bisogno di approfondimenti speculativi, di fatto contrastanti l’esperienza originaria. Cercando di spiegare tutto il resto, essi non ebbero la capacità di indicare il processo onde fosse possibile risalire all’esperienza primaria. Per loro eccezionale, e del tutto incompresa da chi ha tentato di seguirli.

Senza togliere l’onore della ricerca avanzata a Brentano e Husserl, spetta a Rudolf Steiner la capacità di trovare nello sforzo scientifico di Goethe, portato alle sue ulteriori conseguenze, la tangenza possibile tra la sua personale visione spirituale ed il pensiero scientifico, allorquando questi si rivolga alla vita dell’anima. Con la Filosofia della Libertà nasce nel mondo la prima Opera di pensiero che coincide con la Potenza eterica da cui, in realtà, sgorga ogni pensiero pensante e immediatamente scadente nel pensato.

La Filosofia della Libertà fu un’opera troppo innovatrice per gli uomini del diciannovesimo secolo, troppo difficile per il primo ‘900 (le aggiunte alla seconda edizione del 1918 lo dimostrano) e praticamente incomprensibile oltre la struttura verbalizzante ai nostri giorni, poiché, a quanto pare, già sono venute meno le capacità intuitive generali, sostituite come sono da un sub-umano automatismo dialettico che è già oltre il livello minimo di manifestazione dello spirituale nell’uomo.

Sono forse consequenziali prosecutori Friedermann e Schwarzkopf? Dai, non scherziamo!

In Italia, dopo un penoso (e inutile) tentativo di comprensione, candidamente Bavastro termina una lunga disanima del testo concludendo che “se il libro è iniziatico, ha allora il diritto di essere difficile”(Rivista antroposofica n°3, 1976): ai posteri lasciando l’oscura, intellettualistica equivalenza tra “iniziatico” e “difficile”. Appare invece chiaro lungo tutto il saggio di Bavastro (tra l’altro traduttore e curatore della V ed. italiana della Filosofia della Libertà. Lettori: attenti!) come dalle sue parti non si sospetti nemmeno che il pensare indicato dallo Steiner non si affaccia mai nell’esperienza comune.

Soltanto Massimo Scaligero (oltre, forse, a pochissimi discepoli diretti), avendo sperimentato la Forza che cosmicamente fluisce come Vita antecedente persino al momento pensante del pensiero, ha potuto indicare il metodo, la téchnē della risalita: dalla rappresentazione al pensiero che pensa e da questo alla Potenza che lo precede. Coerentemente all’assunto della Filosofia della Libertà ma nel contesto delle mutate condizioni dell’anima nelle nuove generazioni, pur comprendendo con serena chiarezza, che doveva venire indicato un compito già incompreso e difficilmente conseguibile. In realtà questa è stata un’ operazione che lo stesso Steiner avrebbe svolto se la mancanza di tempo e poi l’inattesa fine non avesse troncato sacrificalmente il percorso che gli era karmicamente dovuto.

Scaligero stesso non avrebbe svolto un simile lavoro (tra ristrettezze e sacrifici di ogni genere) se non avesse ricevuto l’investitura (l’onere) di svolgerlo.

Come nella staffetta, il “testimone” passa a chi è stato posto nel tratto successivo.

Sinceramente, conoscendo il poco di cosa si è svolto dietro il sensibile in questo caso, non mi indignano le bordate che a destra e a manca vengono ancora sparate contro Scaligero, essendo ciò connesso al karma dei singoli e della decaduta associazione, ma rabbrividisco di fronte alla fredda e cinica superficialità che molti manifestano nei suoi confronti. Forse perché da bambino mi fu facilmente insegnato a rispettare il sacro delle chiese, ora rispetto il Santuario d’Occidente e la Personalità che ne è al centro.

Non è vero Maestro né valido Indicatore chi non sa insegnare (anche se mirabilmente dotato) la Via del Pensiero: questo è un buon metro per capire molte cose, anche quelle che non piacciono.

La Via del Pensiero non solo è la via più pura e più indicata per l’occidentale che sia desto, compiutamente desto e decisamente moderno, ma è ‘tecnicamente’ l’unica via possibile, data l’attuale costituzione palese-occulta dell’uomo se rapportata alla realtà dello Spirito: solo nel soggetto pensante affiora lo Spirito come immanenza, aristotelicamente più potenza che atto, ma che è tuttavia l’unica mediazione possibile che non può essere evitata come si faceva nell’antico (la constatazione, quasi umoristica, che non si possa ad esempio, “digerire la digestione”, la possiamo allargare a tutte le attività umane possibili: il fatto che ciò – pensare il pensiero – sia applicabile solo all’attività pensante dovrebbe far riflettere il ricercatore ancora confuso).

Tutto ciò non implica l’opposto giudizio, come taluni desiderano pensare che qui si pensi: cioè il disprezzo per la via che consiste nello studio serio e appassionato delle opere antroposofiche. Pensare il pensiero antroposofico è un dono e una grazia per l’anima, per il presente e per il suo futuro.

Sulla Via del Pensiero occorre educarsi alla contemplazione del pensiero, condizione eccezionale perché non sollecitata da alcun istinto o necessità, a cui lo Steiner invitava (Filosofia della Libertà, III Cap. pag. 30, V ed. italiana) secondo il canone del processo del pensiero: l’osservazione spassionata e obbiettiva di un tema o di un oggetto di pensiero che per insistenza volitiva distrugge la propria datità rivelando la Forza-pensiero di cui era alienazione riflessiva. Questa difficile arte viene chiamata Concentrazione.

Essa è la Potenza dell’occhio di Shiva: incenerisce la paura (ogni paura) e la brama (ogni brama) dei valori del mondo duale ai quali si aderisce in profondità e che sono l’inavvertito limite della prova esoterica.

La retta, la tersa Concentrazione è un atto eccezionale, conosciuto solo nell’azione stessa e quando si è capaci di abbandonare il mondo delle argomentazioni e deduzioni, ripeto: mai stimolato dal mondo o dall’uomo che normalmente si è, buono, devoto o immorale che si presume di sentirsi.

Occorre solo che l’io voglia, attimo dopo attimo, il pensiero deliberatamente posto, con una dedizione che deve farsi assoluta; allo zero dei valori umani, allo zero e oltre il proprio senso della vita. Questo è l’inizio della Via del pensiero.

Qui mi fermo. Nella Concentrazione il carattere essenziale dell’osservazione scientifica viene soddisfatto: con la sua impersonalità e con la ripetitività rigorosa del percorso e del suo prodotto finale. La concentrazione è inconosciuta: sono conosciute  invece mille tecniche fisio-psico-mentali subordinate a mille oggetti e a mille scopi, personali e stravaganti.

Mentre quella che tratta di univoca osservazione di pensiero sul pensiero stesso è del tutto estranea al pensiero che fu, ed a quello contemporaneo. Prova ne sia che negli stessi ambienti antroposofici si confonde il primo dei 5 esercizi ausiliari con la concentrazione o persino la si nega. Eppure la conoscenza sperimentale del pensiero dovrebbe essere il primo gradino di una vera scienza che voglia dirsi – non solo a parole – spirituale.

Certo: la Concentrazione non è tutto, ma senza la sua potenza le ulteriori discipline, dalla Meditazione alla Contemplazione e al Silenzio interiore, non avrebbero la capacità di venire realizzate come atti spirituali e rimarrebbero intellettuale o sentimentale rimuginazione personale o apertura a ospiti non invitati.

Ho detto che qui mi fermo poiché la Concentrazione implica una decisione dell’Io che l’io comune deve poi portare avanti con una eroica fedeltà, un grande sforzo ed una pazienza inalterabile: un formidabile pinnacolo di bianco granito stante e imperturbato, nel divenire limaccioso delle correnti.

Eppure il  segreto – ricercato per ogni dove – sta in massima parte nella totale semplicità del gesto interiore, rafforzato soltanto dalla giornaliera risorgenza dell’impeto volitivo.

Isidoro

 

SCIENZA DELLO SPIRITO, , , ,
Torna in alto