Maggio 2024

L’ARCHETIPO-GIUGNO 2024

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

ASPETTI DELETERI DI UN FALSO SPIRITUALISMO (di M. Scaligero)

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Già in altra occasione ci è stato possibile porre in rilievo qualche forma di un ambiguo spiritualismo, che, assumendo gli aspetti e l’apparente dignità dell’autentica tradizione dello Spirito, riguarda invece l’esperienza risultante dalla sommersione dell’Io in un piano inferiore a quello della normale coscienza di veglia, che pretenderebbe invece di trascendere.

I motivi di questo equivoco animismo sono già stati esaminati con chiarezza critica da studiosi come Julius Evola, in Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo, e Réné Guénon, in L’erreur spirite. Ma a noi sembra interessante rilevare un aspetto nuovo e oggi diffuso di tale falso misticismo, in quanto si riconnette sia con quello smorzamento e con quella riduzione della coscienza che sono richiesti quali condizioni propizie per la diffusione di morbide suggestioni collettive, sia con lo sprofondamento insensibile di questi misticheggianti in una sorta di universalismo amorfo, indifferenziato (che nulla ha di comune con il principio della autentica universalità spirituale, la cui ipostasi consiste specialmente nel rapporto gerarchico di diversi valori).

Occorre premettere che, in questi pseudo-spiritualisti, la iniziale buona fede si accompagna con la fanatica decisione di servire un ideale non comune e con lo sforzo per conseguire un punto di vista fuori dell’ordinario, dogmatico, vero una volta per tutte. Da qui deriva il senso di un assolutismo ideale che è in effetto cristallizzazione di un abnorme atteggiamento psichico, definitivamente ritenuto il centro focale della verità, cui è relativa una persuasione di infallibilità, onde anche uomini di discreta levatura mentale, illudendosi di dinamizzare la psiche, divengono passivi strumenti di forze indefinibili appartenenti a un piano che, per essi, è quello metafisico e divino, mentre in realtà è il piano della sub-coscienza o di quella che in linguaggio psicologico si chiama “coscienza sognante”.

Tale assoluta certezza si forma in quella zona della psiche in cui comunemente per gli uomini nasce e si alimenta la fede, ossia l’apertura della personalità a una verità razionalmente non giustificabile. Su questo piano è presente una duplice possibilità: quella di cogliere, grazie ad una sublimazione della coscienza, ossia per virtú di uno “stato di veglia” superiore, l’essenza del vero spirituale e di stabilire verso l’alto un contatto con esso; e quella di aprirsi passivamente, per un inadeguato sviluppo della coscienza, a quelle forze del piano vitale e subconscio che automaticamente tendono a ridurre alla loro contingenza e alla loro cieca mobilità l’Io dell’uomo. In questo ultimo caso, è data allo sperimentatore semi-cosciente anche la possibilità di una percezione e di una visione extra-sensibile che altro non è se non la proiezione di aspirazioni e impulsi dell’Io su questo “mezzo” mobile e sottile, su questo elemento vitale e sub-conscio che si lascia facilmente improntare di parvenze e immagini riproducenti sotto forma simbolica aspetti della piú segreta individualità. Si è in pieno visionarismo soggettivo, con illusione di essere invece penetrati nel piano di una nuova certezza, di una realtà obiettiva superiore a quella normale: d’altro canto, un senso sottile di orgoglio, relativo a quella inadeguatezza o insufficienza della coscienza, cui sopra si accenna, sviluppandosi in seguito a tale esperienza extra-sensibile, rende difficilissima la possibilità di comprensione dell’errore da parte di costoro, e d’altra parte li rende succubi di forze che in se stesse hanno valore distruttivo ma al tempo stesso rispondono all’occulto impulso di ogni mito eversivo, di ogni idea confusamente ugualitaria, di ogni “egoismo mistico”.

L’ambiguità di tale esperienza psichica consiste nell’essere fondata su una tecnica meramente “medianica”, la quale rappresenta l’unico valore fenomenologicamente obiettivo – e perciò anche scientificamente accettabile – nonostante il falso aspetto di una rivelazione giungente dall’Alto. Coloro che prendono parte ad essa, mentre dovrebbero essere gli sperimentatori freddi e distaccati, sono invece presi nell’ingranaggio dell’esperienza e coinvolti in una morbida vicenda psichica. Non si tratta, infatti, della comune seduta spiritica, ma di una esperienza spiritica “nobilitata”, in quanto la persona che funge da medium diviene il “maestro”: coloro che ascoltano, pretendono che attraverso l’individuo medianico parli, in certi speciali momenti, lo spirito di un santo, o un Arcangelo, o lo stesso Divino. Naturalmente, nonostante che a un’esperienza di tale tipo venga sovente dato il grave nome di ultra-fania, si tratta sempre di una variazione del volgare fenomeno medianico: pur tuttavia i “discepoli” del presunto “maestro” tengono particolarmente ad affermare che non si tratta del solito fenomeno medianico ma di una vera e propria manifestazione del Divino.

Il confusionismo psichico e culturale in cui cadono tali individui giunge al punto di voler far derivare il complesso delle loro pseudo-dottrine esoteriche dal tronco delle antiche tradizioni metafisiche, quali la egizia, la vedica, la iranica, la ellenica, di cui esso non sarebbe che la nuova espressione nell’epoca attuale. Nulla di piú falso. Esiste una Tradizione spirituale che si svolge come controparte metafisica della storia e si ritrova, in una sorta di perenne identità, dietro la vicenda esteriore delle grandi civiltà e nell’opera dei grandi costruttori d’Imperi, dal ciclo vedico a quello indo-europeo ed ario-romano, sino al Medio Evo cattolico, al Sacro Romano Impero e all’ordine virile della società feudale e cavalleresca. Essa si svolge peraltro, culturalmente, lungo una “via regale” le cui pietre miliari sono rappresentate da personalità come Tommaso d’Aquino, Dante, Pico della Mirandola, G.B. Vico, Goethe.

Questo autentico spiritualismo si esprime sostanzialmente come ricerca, identificazione e realizzazione positiva di un tipo di morale il cui valore assoluto derivi da una conoscenza di carattere trascendente: il piano metafisico viene conosciuto attraverso l’elevazione della coscienza di veglia a una forma di coscienza piú chiara e piú vasta, che è quella stessa che viene sperimentata dai grandi mistici, dai piú alti pensatori, dai creatori, dai capi, da tutti coloro che possono condurre l’umanità, in quanto il loro sguardo può spaziare oltre i consueti limiti. Si tratta del conseguimento di un vero e proprio stato di “piú-che-veglia”, o di “super-coscienza”, che è altresí condizione essenziale per una morale superiore: morale che è, in sostanza, nella sua piena sensibilizzazione, una virtú preziosa che, applicata alla società, instaura la gerarchia spirituale. Dante e Goethe hanno sentito eccezionalmente questa verità.

Oggi, allato al retaggio immanifesto di questo spiritualismo regale, fondato su una sublimazione dell’autocoscienza, esistono deviazioni dovute alla illusione che sia sufficiente staccarsi dalle basi della coscienza ordinaria per poter attingere le verità spirituali, onde, una volta lasciate tali basi (il cui pieno possesso è già segno di un normale equilibrio interiore), senza un’adeguata conoscenza e senza un’opportuna chiarezza mentale, si precipita nel mondo sub-individuale e sub-cosciente, in un’avventura equivoca nel mondo dell’allucinazione, del delirio ossessivo e della megalomania. In questo piano la coscienza dell’individuo si smorza e non ha piú la possibilità di discernere il “fantasma” dalla verità spirituale.

Da un esame attento, abbiamo potuto riconoscere in tale fenomeno l’azione di oscure forze tendenti a degradare la coscienza dell’individuo, dandogli l’illusione della elevazione in un mondo superiore, e a renderlo strumento di idee ugualitarie, messianiche, pseudo-universalistiche. Il morbido animismo diventa qui il tramite di una vera e propria infestazione della coscienza che propizia, oltre alle anomalie psichiche, anche un atteggiamento morale e culturale confusionistico, a base di profezie e di interpretazioni cervellotiche e fatalistiche d’ogni avvenimento. I discepoli che ascoltano il verbo della medium scrivente o parlante, ritenendo di essere in contatto con il “maestro”, fanno cosí inconsapevolmente il gioco di sottili forze che certamente nulla hanno di comune con le forze pure dello spirito risvegliabili soltanto attraverso la virile ascesi, il sacro e cosciente eroismo, la rigida disciplina interiore applicata alla lotta quotidiana.

Ora, il maestro ultrafano potrebbe rappresentare un interessante soggetto per l’indagine psicologica o psichiatrica, ma il male è che intorno ad esso si raccolgono e si formano questi “discepoli” i quali, mancando di un’autentica cultura esoterica e di un’adeguata capacità critica, mentre credono in buona fede di elevarsi spiritualmente al disopra della massa degli uomini, vengono invece condotti lungo le vie di un calmo e sistematico delirio monomaniaco.

Acquisita la certezza di essere stati eletti dalle potenze superne per una missione eccezionale su questa terra, i discepoli a loro volta assumono il tono di piccoli maestri, interpretando autorevolmente cose e fatti, riferendo il significato di ogni evento all’azione occulta del “maestro”, dando consigli alquanto enigmatici, usando un linguaggio di sapore leggermente apocalittico-messianico, secondo i casi e cum grano salis. Al tempo stesso il “maestro”, aumentando il numero dei suoi succubi, acquisisce sempre maggiore autorità e, in obbedienza al gioco di una logica extra-individuale, realizza la tecnica di ipnotizzare, senza averne l’aria, il centro dell’auto-coscienza personale, attraverso un metodo apparentemente dimostrativo che soddisfa l’Io del discepolo, prevenendone ogni iniziativa. Il lavorío sottile si intensifica attraverso una serie di affermazioni categoriche e profetiche, che finisce con l’abolire in ciascun individuo la libertà di giudizio, lo sviluppo della coscienza autocritica, lasciando tuttavia l’illusione di una libertà che è sostanzialmente perduta.

Nel prendere poi le mosse per realizzare i princípi dettati dal “maestro”, il discepolo agisce con una illusione di libero arbitrio non diversa da quella di coloro che, subendo una suggestione post-ipnotica, giustificano in forma rigorosamente razionale la loro corrispondente azione, tendendo a conferirle un carattere effettivo di libertà e di autocoscienza.

Una volta adagiata la coscienza su questo complesso illusorio, tutta la immaginazione del succube si dedica alla sistematizzazione razionale della pseudo-verità accettata: perciò vengono chiamate a raccolta anche le migliori possibilità della logica formale. Immaginazione e logica formale hanno da quel momento il compito di organizzare in un preciso sistema la rivelazione del “maestro”: si trova perciò la maniera di riconoscere sempre confermate dalla realtà le previsioni di esso, anche quando accade perfettamente il contrario di quanto aveva previsto. Ciò spiega perché ben spesso è constatabile come anche individui dotati di una normale cultura e di un apparente senso critico, cadano nel succubato ultra-fanico o spiritualistico.

Altro effetto degno di menzione è l’acquisizione di un senso di missione nel mondo e tra gli uomini, che – secondo questi semi-coscienti – dai piú non viene compresa, ma che dovrà tuttavia essere svolta anche a costo del sacrificio. Si tratta di una vera e propria autofilia, o narcisismo, o amore di sé, caratterizzata da una sopravvalutazione delle proprie doti mentali, culturali e morali, e corrispondente a quello che in psichiatria viene chiamato delirio ambizioso. In costoro si manifesta altresí come tendenza soggettiva a considerare tutto soltanto in rapporto a se stessi, senza assolutamente tener conto dell’esistenza degli altri, dei valori e delle opinioni degli altri, nonostante le premesse di comprensione altruistica, di abnegazione e di solidarietà universale. Non esiste alcuna verità fuori di quella da loro conosciuta: tutte le altre correnti, le altre culture sono condannate o svalutate. Cosí, sotto le parvenze dell’universalità, si alimenta il piú oscuro settarismo.

L’atteggiamento autofiliaco sembrerebbe contrastare con la accennata passività di costoro nei riguardi del santone medianico, ma non è che la naturale conseguenza di essa. Infatti, il santone ha potuto far breccia nei loro spiriti, solleticandone abilmente la vanità e l’egoismo, con la suggestione della loro particolare e personale missione nel mondo e con il far credere loro di essere gli eletti nella grande massa degli uomini. Allora si spiega anche perché il delirio autofiliaco, che nei succubi discepoli esisteva probabilmente prima del contatto con il santone astrale, in una forma tuttavia non patologica e che perciò era possibile modificare e anche guarire attraverso una metodica e chiara educazione della coscienza, si sia sviluppato in forma inequivocabile soltanto dopo il contatto con la morbida “entità”.

L’autofilia e il delirio ambizioso si accompagnano, come si è accennato, alla affermazione di un ideale di altruismo e di filantropia sui generis, in quanto viene formulato soltanto in sede teorica e in funzione di una visione settaria della vita, cosí che esso non riesce se non a rendere propizio l’adagiarsi della coscienza in una sorta di grigio indefinibile universalismo dialettico, in cui sono automaticamente aboliti i piú elementari e necessari concetti della vita di relazione.

Riteniamo utile aver dato pochi cenni sugli aspetti di tale deteriore animismo, soprattutto per la relazione che esso presenta con la tragica crisi del mondo presente, quale elemento non trascurabile nello schieramento delle forze dell’“anti-Tradizione”. Se nella Tradizione riconosciamo l’unica forza che può ricondurre l’uomo sulla direzione del sacro, dello spirituale, dell’eterno, grazie alla possibilità di riconquista di una chiara coscienza metafisica e di una conoscenza superiore, mediata da un senso profondo della responsabilità della personalità e da una disciplina catartica, eroica e “solare” – che nulla ha di comune con le morbide avventure spiritistiche, con i visionarismi fallaci, con il sensazionalismo di fenomenucci da salotto e di presuntuosi profetismi – non possiamo non ravvisare in ogni forza che tenda a smorzare la coscienza negli individui, l’azione di quelle potenze che impediscono all’uomo di riprendere coscientemente contatto con l’unica direzione “tradizionale” capace di condurre al superamento dell’attuale crisi: la direzione sacrale ed olimpica.

Il male peggiore che affligge l’umanità moderna è proprio la perdita di tale direzione, dovuta soprattutto ad un unilaterale sviluppo dell’aspetto esteriore-materialistico della personalità che si verifica a detrimento dell’aspetto spirituale-animico. Ne deriva una sorta di debolezza interiore che pone l’uomo alla mercé di ogni suggestione che si presenti sotto forma di soluzione del problema morale o gnoseologico o spirituale: si va cosí dal confusionismo intellettuale-filosofico all’invasamento pseudo-mistico; limiti, questi, entro i quali si può considerare conclusa tutta quella umanità che inconsapevolmente costituisce il fronte dell’anti-Tradizione, ostacolando la riconquista di un autentico ordine universale e gerarchico.

Quell’apertura dell’anima degli individui verso un “vero” extra-umano, che nell’ordine tradizionale dava la possibilità ai Capi di guidare le masse, attraverso la duplice esperienza sacrale ed eroica, lungo una via di ascesa individuale e sociale, oggi, per il distacco dalla direzione tradizionale e per la conseguente perdita di un’autentica conoscenza metafisica, è degenerata in una passiva ricettività rispetto ad ogni idea, ad ogni pseudo-dottrina, ad ogni errore pseudo-animistico. E poiché in tali condizioni non è possibile conseguire il contatto con il piano meta-fisico, con il sopra-umano, con il Divino, occorre riconoscere che il male autentico dell’umanità moderna consiste nell’essere inconsapevolmente manovrata – e ben spesso posseduta e invasata – da forze oscure, arimaniche e luciferiche, eversive e degradanti, capaci anche di dare ad essa l’illusione di un “progresso” e di una “evoluzione spirituale”.

Ma queste correnti dell’“anti-Tradizione”, cosí trionfanti nel mondo moderno, soltanto di fronte a una forza e ad una conoscenza possono venir smascherate ed eliminate: la forza e la conoscenza derivanti dalla Tradizione la quale è essenzialmente Scienza dello Spirito, non inventata o manipolata dai moderni, ma scaturita, alle origini delle piú grandi civiltà, dal contatto che una “razza dello Spirito” realizzò con ciò che nel mortale è immortale, con ciò che nel finito è Infinito.

Anche nel volgersi alla Tradizione, occorre tuttavia guardarsi dal cadere in certo confusionismo culturale, che, facendo ancora una volta il gioco delle forze infere, tenderebbe a far scambiare per “tradizionale” alcune moderne contraffazioni di esso, in cui è possibile incontrare, sotto forma di una eredità di tradizioni “templari” o “rosa-cruciane”, un altro aspetto del falso spiritualismo.

Massimo Scaligero

da «La vita italiana» N. 349, aprile 1942

per gentile concessione de L’Archetipo

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SCIENZA DELLO SPIRITO

APRIRSI FIORE (di A. Onofri)

(IRIS di Marina Sagramora)

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APRIRSI FIORE

L’anima che si spinge verso l’alto
del suo celeste fremito immortale
s’affranca dal suo carcere di smalto,
per aprirsi in un fiore, che trasale,
al raggio d’una grazia
che sola ormai la sazia.

E se non vuol da sé, schiuder se stessa
con l’energia che in lei freme assopita
rimane imprigionata entro la ressa
del sangue, che ne trae la propria vita,
serrandole ogni forza
nella sua propria scorza.

Ma quando volontà d’uomo è risorta
fino ad aprirsi in calici di fiore,
l’anima che gemeva fredda e smorta
sente su lei discendere il fulgore
del suo rinascere sempre
in rinnovate tempre.

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ARTE, ARTURO ONOFRI, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

IL MORSO DEL DRAGO (di Raul Lovisoni)

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L’opera del ricercatore è far corrispondere ad ogni percezione di cosa, o fatto, il pensiero che ne è l’intimo senso:che non è il consueto pensiero mosso dalla percezione ed esaltante e consacrante il suo valore sensibile, sino a che domini la visione della vita, l’arte la cultura – ravvisabile come falso realismo, la mentita esteriorità che ha bisogno del dolore e della morte per mostrare il suo essere fittizio – […]

La deificazione della cronaca quotidiana, la feticizzazione realistica della banalità fattuale in ogni campo della cultura e dell’arte, l’esaltazione della analitica prosaicità delle cose, sono tutto fuorchè la realtà che esse pretendono far valere.

Massimo Scaligero, LA LUCE ed.Tilopa, Roma, pag.45

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Vi sono persone che sentono il morso del drago, che non possono fare a meno della ricerca interiore, che non possono vivere senza l’Arte dell’ascesa alla montagna sacra ovvero dell’ascesi.

Costoro tentano, sono spinti comunque verso lo Spirituale. Ma senza la Luce di Pensiero che viene dalla comprensione profonda, vissuta e sperimentata delle parole qui sopra riportate, ogni meditazione, ogni esercizio è vano ed opaco, perfino dannoso.

Perchè è normale nel nostro tempo, essere impregnati di falso realismo, credere nella mentita esteriorità del mondo sensibile e quindi “meditare” seguendo le categorie meccaniche di una “iniziazione” che esclude la via del pensiero. Ma tutto ciò è vano ed illusorio.

Ovviamente in ogni epoca ci sono stati esseri bisognosi del conforto devozionale. Gli gnostici dicevano che vi sono tre categorie: gli Iloti, ovvero i materialisti appagati dalla maya materiale, gli Psichici, ovvero i sentimentali che presagiscono qualcosa di reale oltre l’illusione sensibile ed infine, pochissimi i Pneumatici, coloro che lavorano per essere signori di se stessi, oltre se stessi.

La New Age orientalistica e la rete di culti e sette che essa esprime è un complesso di movimenti devozionali, ricchi di superstizioni che possono alleviare (in parte) il disagio degli Psichici che un tempo si riversavano sui banchi delle chiese cattoliche e nelle parrocchie. Oggi frequentano gli Ashram ed hanno pseudo maestri non dissimili da certi bonari parroci di campagna che ovviamente non erano in grado di penetrare i Padri della Chiesa nè di emulare l’eroismo di San Francesco. Ciò non toglie che a quel livello, molte anime semplici erano aiutate dai Sacramenti e dalla Tradizione e che in questa epoca siano meglio l’incenso ed i Buddha sui comodini (per dirla con Battiato) piuttosto che lo sballo del sabato sera.

Ma non è questa la strada della Libertà, non è questa la Via Solare. Scrive Massimo Scaligero:

L’opera del ricercatore è far corrispondere ad ogni percezione di cosa, o fatto, il pensiero che ne è l’intimo senso.

Come si può meditare su un Chakra se lo si immagina con la stessa categoria percettiva di pensiero che applichiamo al mondo materiale e alla banalità di chi compera un prodotto al supermercato? Ovviamente a tale domanda un vero Maestro darebbe la soluzione che è quella di risalire la corrente del pensiero fino all’incontro con la radice del Pensiero Vivente ovvero del Logos.

Invece uno pseudo maestro New Age consiglia di insistere e non pensare, di fare il vuoto, che vuoto non è ma solo opacità e stordimento sonnolento: il tutto intriso di somaticità ovvero della dittatura dell’anima legata ad aspetti fisiologici.

Ma gli Psichici ovvero i devozionali appagati dalla pratica gratificante dalla loro “meditazione” si accontentano del fare e preferiscono ignorare i segreti veri dell’arte Rosicruciana. Ripetono formule vuote come i devoti di Radio Maria con i loro rosari meccanici e sono così appagati.

Alcuni, morsi dal drago ad un certo punto comprendono ed incominciano per la prima volta la risalita.

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SCIENZA DELLO SPIRITO

IL PERCORSO CHE L’ANIMA INTRAPRENDE (di F. Giovi)

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Il percorso che l’anima intraprende per giungere all’apice della concentrazione è comparabile, per analogia concreta, alla conquista di un picco roccioso.
Alla sua base si raccoglie l’attrezzatura indispensabile, si ripassa con attenzione la via, che in molti casi è l’unica possibile, scoperta ed aperta in tempi antecedenti da scalatori d’élite: è questo che rende possibile il tentativo di chi viene dopo.

Si inizia. Cuore e respiro trovano un nuovo ritmo, muscoli e nervi protestano, obbligati a sottomettersi ad una determinazione inusuale.

Dopo un breve (brevissimo) tratto la mente non può più divagare in futilità e fantasie, ma solo convergere nello sforzo intelligente… caricare il peso sull’avampiede sinistro, premere l’estremità delle dita nell’ombra di una rientranza, scivolare con la gamba destra oltre un cordolo trasversale… Il respiro tagliato, l’occhio bruciato dal sudore, il dolore della carne violata dalla densa asprezza del minerale: c’è tutto e ancora altro, ma rimane fuori, sotto. È inessenziale per l’ascesa, per un salire che sente e tuttavia ignora paura, fatica e dolore; per un pensiero totalmente dedicato al moto del salire in solitudine perfetta.

Occorre tempo, interminabile, e sforzo al limite del possibile o forse oltre, e ci si accorge che l’anima è scomparsa. Rimane solo il corpo in movimento ed un soggetto che non è più il soggetto di prima e nemmeno il corpo è quello, opaco e pesante, che si sentiva all’inizio della via.

Quando Nietzsche, dando voce a una nostalgia profonda, nel contemplare le alte vette le chiamava “pure, non macchiate di spirito”, sbagliava: avrebbe dovuto dire “non macchiate dall’anima”! In questi momenti una caduta funesta sarebbe una tragedia per parenti ed amici, non per lo scalatore, che sperimenterebbe un librarsi meraviglioso e liberatorio nella viva vastità dell’Aria. Giunti alla cima, tutto l’assetto del rocciatore cambia ancora. Il lungo sforzo, soggettivamente quasi interminabile, la ferrea incandescenza dell’atto di assoluta determinazione, si convertono in un riposo potente.

Dalla cima, lo sguardo al mondo circostante non è grande per ciò che vede ma per l’immanenza dello Spirito in chi guarda. Sulla cima, l’uomo ha dato più del possibile e se in lui vive l’asceta, lascia, nella superiore attività del non-agire, che il Cielo espiri trasparenti altezze di Quiete che si aprono in segni di Luce e fisionomie di Saggezza e Forza.

Similmente, dopo anni penosi di tentativi e smarrimenti, per chi si era esercitato al controllo del pensiero, alla ricostruzione dell’immagine concettuale ed alla vera concentrazione che è soltanto il darsi perdurante di tutta l’attenzione in questa immagine, vinto l’irraggiamento centrifugo dell’anima e la frammentazione del flusso pensante, si instaura il picco, l’apice della concentrazione.
Genericamente la differenza tra chi ha iniziato da poco e chi ha lavorato strenuamente per anni o decenni è che di solito quest’ultimo si spinge più avanti in tempi più brevi; più esattamente la differenza è sportiva e si chiama intensità.

Nessuno conosce sui primi passi della via interiore cosa sia l’intensità nella sfera della coscienza pensante anche se nella vita qualcuno è stato afferrato con intensità da un’idea, molti dall’intensità di un sentimento.

Del resto tra l’essere afferrato da qualcosa, fosse anche un dio, e l’afferrare in volizione cosciente un concetto, un’idea, si apre un varco ampio come l’universo della fisica. L’intensificazione interiore, voluta e coscientemente alimentata tramite attenzione di pensiero che si enuclea in immagine concettuale, è sconosciuta alle coscienze scientiste, filosofiche, antroposofiche, tradizionaliste, formalmente diverse ma sostanzialmente identiche in quanto perfettamente intercambiabili nella loro celebrale riflessità, ossia in quel nulla che permette l’accendersi dell’autocoscienza ma che poi non afferra e non comprende nemmeno un filo d’erba.

Lo stato apicale: l’oggetto interiore, con o senza forma, acquista autonomia, la sua concreta saldezza implica la formazione di uno spazio animico in cui ci si raccoglie, la sua perdurante intensità assorbe tutto il pensare. Come, durante l’esercizio della disciplina, svanisce la presenza dell’anima intesa come esperienza personale, così ora cessa l’attività personale del pensiero: il noto sforzo dell’ascesi si interrompe, ha esaurito il suo propedeutico compito.

La possente Quiete impersonale che accoglie la coscienza reca in sé un penetrante sentimento di familiarità. Si ottiene subito la consapevolezza che questa condizione eccezionale è quasi immediata alla nostra più vera realtà, lontana ma soprattutto diversa dalla pallida opacità dei fondali dipinti che, nell’alienazione di noi stessi, chiamiamo realtà nostra e del mondo.

Un certo pericolo, a fianco dell’esperienza evocata, può verificarsi a causa di un eccesso di saturazione dell’immagine, se questa eccede e ci attrae, se tenta di risucchiarci dentro e attraverso sé. Abbandonarsi a ciò, che è assai simile alla forza di gravità in una caduta o ad una galleria del vento attivata, ci trascina di colpo dalla sfera ancora collegata al sensibile, in mondi che sovente sono troppo lontani dalle esperienze in cui permanga un sano nesso tra percezione ed autocoscienza. Per poter attraversare correttamente certe porte è necessario raggiungere una forte maturazione di precise forze animiche mediante diverse discipline indicate dalla Scienza dello Spirito e intuitivamente selezionate.

Ma il pensare-sentire-volere è davvero scomparso? No, è scomparso soltanto per riapparire. Però mutato, trasformato. Le forze che abbiamo sempre riconosciuto come “forze dell’anima” in realtà ordinariamente sottomesse all’astrale inferiore, dunque alterate e giustificate solo dall’inversione del Principio umano, ora riaffiorano nella loro natura originaria: come arti dello Spirito, organi dell’Io. Risorgono dalla possente intensità dell’immobilità e del silenzio per essere capaci di azione spirituale.

Frasi simili spiegano poco e per chi non trova ancora in sé un germoglio d’ascesi sembrano anche peggio; è però logico che le cose stiano in tale modo: v’è un limite lungo il quale ognuno può capire di tutto e fare di tutto. È il limite della dialettica, della parola mentale, già poco funzionale al solo mondo sensibile, e che diviene astratto arbitrio, inganno e menzogna qualora supponga di poter contenere alcunché di spiritualmente reale, fatti salvi i rari casi in cui venga riplasmata dallo Spirito attraverso il veggente o l’artista.

Oltre quel limite non c’è nulla da capire ma una strada da percorrere superando il bisogno di spiegazioni. Essa si chiama Concentrazione, Meditazione e Contemplazione. Solo su quella strada chi in qualche modo è stato chiamato può risvegliarsi al Fondamento di sé ed alla realtà dello Spirito.

SCIENZA DELLO SPIRITO

MASSIMO SCALIGERO – IL TRATTATO DEL PENSIERO VIVENTE. “V’È UN PENSARE CHE NON È STATO ANCORA PENSATO ”. (di P. Pistoletti)

OLTRE

Massimo Scaligero – Il Trattato del pensiero vivente. “V’è un pensare che non è stato ancora pensato”

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Un breve prologo, trentanove paragrafi, un’appendice. Così è strutturato il “Trattato”. In un precedente post avevamo pubblicato il primo paragrafo del libro. Oggi, dopo aver riportato di nuovo il prologo, proseguiamo col secondo, brevissimo, passaggio a seguire.

Ma perché tutta questa parsimonia con i testi di Scaligero? Ma perché è importante porsi di fronte a questi pensieri con il massimo dell’attenzione, per poterne percepire tutta la forza, la luce, l’immensa grazia. Ricercando senza posa ogni volta il giusto assetto interiore, motivati da un senso di profonda e crescente gratitudine.

Poche frasi ogni volta, quindi, potrebbero davvero bastare, se comprese e accolte in nuce per quello che sono, ossia, come portatrici [in potenza e in atto] di tutto il pensiero. Come in un frammento l’intero, già in un testo brevissimo, un assaggio della più piena libertà. Un anticipo di ogni ulteriore possibilità.

Una via questa che certo sottintende sempre, ricordiamolo, la pratica della retta concentrazione e meditazione, secondo i canoni indicati dallo stesso Scaligero.

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Da

Massimo Scaligero, Trattato del pensiero vivente. Una via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen (Tilopa 1961)

Il presente trattato, anche se logicamente formulato e accessibile, propone un còmpito attuabile forse da pochissimi. La sua concatenazione di pensieri è congegnata in modo che il ripercorrerla comincia a essere l’esperienza proposta: esperienza che, in quanto si realizzi, risulta non una tra le varie possibili all’uomo, ma quella della sua essenza interiore, che lo spirito esige da lui in questo tempo. Il trattato non è filosoficamente confutabile, essendo fondato su tale esperienza: che va compiuta, se si vuole disporre dei mezzi per porla in questione. Ma chi possa compierla, comincia a vivere in un pensare che non ha nulla da porre in questione, perché penetra il mondo.

E’ il pensare che è la verità di tutte le teorie e di nessuna, essendone la sostanza predialettica. Chi percepisca la distinzione tra il seguire logicamente un discorso e il muovere nel pensare che ne tesse la struttura logica, può verificare l’esperienza proposta: vivendo i pensieri di queste pagine, può sperimentare la potenza della « concentrazione», o la tangibile presenza dello spirito: la via al pensiero vivente, la trascendenza comunque presente, ma sconosciuta, in ogni pensiero che pensa.

da p. 8

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V’è un pensare che non è stato ancora pensato: un pensare che non può darsi come pensiero, finché è pensante nel processo della riflessità e limita la sua attualità al momento dialettico, che è già determinazione. E’ il pensare che può sorgere solo nella contemplazione dell’atto pensante: il pensiero pensante se stesso, reale perciò in quanto esprimente il proprio essere.

Pensiero che non ha bisogno del momento riflesso, per manifestare la propria vita: sperimentabile perciò senza mediazione dialettica. Un tale pensare non è ancora conosciuto dall’uomo, perché non può scaturire in lui se non come originario potere del pensiero: come potere di vita. Potere di vita che non è imagine filosofica, ma percezione dell’essere radicale del mondo, nascente come forza-pensiero non vincolata ad oggetto, avente in sé tutto il pensabile, dall’essenza: essendo essa l’essenza.

Massimo Scaligero, Trattato del pensiero vivente. Una via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen (Tilopa 1961)

buddha – foto di Patrizio Yoga su Pixabay

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per gentile concessione de

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SCIENZA DELLO SPIRITO

KASPAR APPELLENZER, L’AUDACE CERCATORE DEL LOGOS (di F. DE PASCALE)

Era il 2007 quando apparve sulla storica rivista L’Archetipo di Marina Sagramora la presentazione per l’uscita del libro “LA GENESI” di Kaspar Appellenzer, che trascriviamo di seguito, a firma di Eugenio Luri, in realtà pseudonimo di F. De Pascale. Pochi anni dopo, il nostro blog ottenne dall’editore di CambiaMenti e dai proprietari dei diritti del testo originali la licenza di pubblicare nel tempo i vari capitoli in puntate. Di questo lavoro se ne sta occupando il nostro amico e autore Daniel e, in archivio, tramite ricerca nel menu alla home page di questo sito, se ne troverà facilmente itinerario interno. Abbiamo ultimamente ottenuto il permesso da parte del sig. Rolando De Pascale, fretello di Franco, e del sig. Andrea Di Furia di rendere noto che Silvano Mirami, il curatore e traduttore dell’opera, è altro pseudonimo di Franco De Pascale.

Il nostro caro amico Franco, nonchè amico amatissimo di molti, tra le sue tante virtù aveva anche quella della modestia. Nonostante con alcuni determinati pseudonimi abbia firmato scritti, curato e tradotto testi importanti, Franco De Pascale veniva  chiamato abitualmente Hugo, e così firmava i suoi articoli nel nostro blog, e di Hugo ci chiedevano i lettori attraverso tante mail alle quali lui prontamente dava risposte per  poi donare la sua amicizia.

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KASPAR APPELLENZER, L’AUDACE CERCATORE DEL LOGOS

“È da poco uscito – pubblicato dalla casa editrice bolognese CambiaMenti, con la traduzione, l’introduzione e le note del curatore dell’opera, Silvano Mirami, e con la prefazione del dottor Angelo Antonio Fierro – il libro di Kaspar Appenzeller La Genesi alla luce dell’evoluzione embrionale umana. Si tratta sicuramente dell’opera piú importante di tale Autore, antroposofo, medico, musicista, cultore di varie scienze naturali, poeta e pensatore svizzero (1927-1999); l’opera che piú a lungo impegnò la sua amorevole dedizione ed i suoi tenaci sforzi.

Non si tratta affatto di un testo erudito, scritto a partire dalla sua sia pur vasta cultura, bensí del frutto di un’incessante elaborazione meditativa, portata avanti con tutte le forze dell’anima per decenni, del tema dell’azione del Logos Creatore in rapporto alla nascita dell’Universo e dell’uomo. Anche se l’esposizione viene da lui portata avanti, in maniera veramente magistrale, con tutte le necessarie verifiche, sia filologiche sul testo biblico della Genesi – ma l’autentica, originaria, philologia non è forse amore per il Logos? – sia scientifiche di laboratorio attraverso osservazioni dirette, le piú severe e serie, fatte dall’Autore e da altri ricercatori in campo biologico e medico, Kaspar Appenzeller trae i contenuti di quel che, con prosa avvincente, va comunicando al lettore dalla sua propria, immediata esperienza spirituale.

Il che, invero, è alquanto raro che accada, e ciò rende particolarmente preziosa la sua opera al sincero ricercatore spirituale. Nella sua profonda coscienziosità ed umiltà, Kaspar Appenzeller cerca di non far trasparire la profondità della Luce interiore alla quale attinge e, celandosi dietro la figura spirituale grandiosa di Rudolf Steiner, si sforza di non far emergere la vastità e la ricchezza dell’esperienza interiore che viveva nella sua anima. Nella sua onestà, egli cosí agiva per far sí che il lettore fosse libero da ogni suggestione e potesse in maniera indipendente trovare e verificare nella propria esperienza le verità contenute nella sua opera. Ma per chi si sforzi di procedere sul difficile ed erto sentiero che conduce all’Iniziazione, è evidente – vorremmo dire: luminosamente evidente – che Kaspar Appenzeller non è affatto un intellettuale dialettico che esprime con altre parole quello che ha letto nelle opere di Rudolf Steiner o di altri, bensí che è un audace, diretto sperimentatore dello Spirito.

Questo libro colpisce, dunque, sia per la statura spirituale, davvero eccezionale dell’Autore, sia per la profondità dei contenuti che la sua lettura offre, contenuti oggi difficilmente rinvenibili altrove. Il lettore diligente troverà nel libro alti misteri e profondi segreti – volutamente non messi in evidenza dall’Autore ma, sia pur accuratamente celandoli, egli mostra la Via che mena ad essi – che spetterà, appunto, all’audace volenteroso disvelarli a se stesso.

Kaspar Appenzeller espone un coerente parallelismo tra il racconto biblico della Creazione dell’Universo e dell’uomo – cosí com’è possibile leggerlo nei primi due capitoli della Genesi, che l’Autore analizza anche nell’originale testo ebraico – e il miracolo della formazione dell’essere umano nel seno della madre. I vari Giorni della Creazione vengono ripercorsi e messi in rapporto con le successive fasi della formazione dell’embrione umano. Viene messo continuamente in evidenza come, per azione della Parola Creatrice, ossia del Logos, si attui sempre di nuovo, a vari livelli, l’incontro delle forze della Luce, ha-schamàjim e di quelle della Terra, ha-àretz. Continuamente avviene, sempre di nuovo ad ogni livello, l’abbraccio del Cielo e della Terra, la cui segnatura riporta al mistero dell’Androgine Celeste.

È lo stesso Mistero che, nel Medioevo, Arnaldo da Villanova esponeva nel Semita Semitae o nel Flos Florum, che l’Alchímia rosicruciana del Seicento additerà attraverso autori come Ireneo Filalete nel suo Introito al Palazzo chiuso del Re (che non a caso il curatore ha scelto come motto all’edizione italiana), o il Santinelli nella sua Ode Alchemica, o il Cosmopolita nel suo Novum Lumen Chemicum, o Michael Maier nella sua Atlanta Fugiens o infine Eugenio Filalete, che nella sua opera Anthroposophia Theomagica userà per la prima volta in un libro, attingendo ad Enrico Cornelio Agrippa, il termine Antroposofia a designare la Sapienza Spirituale.

Kaspar Appenzeller ha offerto al mondo il dono di questa sua opera come indicazione affinché l’uomo ritrovi la Via che ricongiunge la sua manifestazione terrestre con la sua originaria essenza celeste. In questa Via diviene vivente la sintesi meditativa di cosmogenesi e antropogenesi: il Microcosmo umano e il Megacosmo celeste divengono uno, per azione dell’Io-Logos, della Divina Parola Creatrice.

E questa Via non può essere che una via di Sapienza e d’Amore.”

 

Eugenio Luri

Per gentile concessione de L’Archetipo – maggio 2007

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Kaspar Appenzeller, La Genesi alla luce dell’evoluzione embrionale umana, Editrice CambiaMenti – www.cambiamenti.com – Bologna 2007

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Spada del cavaliere templare, XII secolo (4163/N) - spade - Europa medievale s. VI-XV - Denix

 

ANNUNCI, Kaspar Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA, MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

LUCI ALL’IMBRUNIRE

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Un tempo le immagini grandiose della natura in cui l’uomo era immerso erano nutrimento, oggi sono state sostituite da ben altro diverso cibo. Possiamo reputarci fortunati se, cercando tra una casa e l’altra, nel panorama che intravediamo dalle finestre delle nostre abitazioni, le colline e le cime dei monti si offrono generose e fedeli ai nostri occhi.

La natura è anche gelo e caldo eccessivo, violenza, disagio forte per l’uomo, stimolo intenso per cercare incessantemente l’equilibrio: un po’ di calore a temperare il freddo, un po’ di fresco a indebolire le temperature roventi… E’ alto pensiero quello che donò all’uomo dei primordi un potere d’istinto che semplicemente, senza irruzioni devianti, ingenuamente, ma nel rispetto di un equilibrio naturale, era mezzo per conservare la vita. Oggi la vita è mezzo per nutrire gli istinti e tenerli desti: emozioni fini a se stesse, replicate all’infinito, come l’eco di un gong che non si ferma mai. Un incanto perenne.

Così la corsa e la concorrenza alla produzione sfrenata di beni, superante l’effettiva necessità e capacità di acquisto, hanno inondato e soffocato l’uomo, rendendo la sua ricchezza attuale incapace di “sfamare” il mondo.
Anche un bambino sarebbe capace di ravvisare questa grande caratteristica di subumano che l’uomo ha conseguito: eppure orecchie sorde e un pensare automatico, incantato, impotente, accolgono questa semplice verità.

Il miraggio del grande livello di tecnologia e della ricchezza, del lusso di questa epoca, continua a essere il grande abbaglio di quello che ancora è considerato Tesoro, mentre la figlia di queste brame che sempre viene alla luce continua ad essere l’inflazione paralizzante un equo equilibrio sociale; mentre continuano ad esistere uomini che si sacrificano per il benessere di altri accentratori di ricchezze; mentre ciò che si vuole continuare ad assicurare è una massima sfrenata produzione, a garanzia della salute dell’economia e quindi del benessere dell’uomo: che contraddizione!

Il grande burocrate-mostro paralizza per prima coloro che, per indole e karma, sono  deputati ad offrire il lavoro all’uomo, coloro i quali sono così costretti, per contenere costi che non possono sopportare, a usare, come il contadino intelligente e saggio di un tempo, tutto del porco che allevava e portava al peso ideale prima del suo sacrificio.
Il lavoratore offre tutto se stesso, corpo e anima e spirito alla sopravvivenza dello Stato, pena il discrimine, l’accusa di assenteismo, minacce di non sostentamento durante la vecchiaia. Intanto versa all’infinito (si fa per dire: fino alla sua morte) parte del suo sudore, il denaro per una pensione che forse non prenderà mai.

A nulla serve l’odio per risolvere nella fattispecie quello che Marx codificò a grande colpa e peccato del capitale e dei suoi amministratori: questa sarebbe l’errata politica a favorire l’ingiusta e spropositata ingerenza dell’economia nella vita sociale. Trattasi di un’errata politica che al massimo riesce a sostituire alla bandiera della classe offesa lo stendardo di un’equivoca ma affascinante globalizzazione: una globalizzazione che vorrebbe assicurare la parità dei diritti e dei doveri mentre ciò che si riesce a percepire è sola propaganda del terrore e minacce di povertà e instabilità civile. Ciò che l’uomo riesce a intravedere (questo gli è inculcato, in modo subliminale ma spesso anche a chiare lettere) da questa nuova promessa è solo necessità di assolutizzazione del potere che così si vanterebbe di poter garantire l’ordine e le non prevaricazioni.
Anche il settore religioso, malato di spiritualismo, della malattia del materialismo, inculca paure e minacce di apocalissi e distruzioni per ottenere il suo status quo di potere di controllo o per ottenerne dell’altro. Bandiere di morte sono sventolate dai portatori di rimedi e promesse salvifiche.

Ogni tentativo è considerato necessario se finalizzato a risolvere il grande disagio, l’unica clausola è lasciare intatto il settore della cultura, dello spirito dell’uomo, del pensiero, della libertà: intatto così come ora è: in balia del potere economico e di quello giuridico amministrativo. Intatto così come è ora: ossia prigioniero. Ossia impossibilitato a iniettare nel sociale il giusto, la verità. Ossia capace solo di garantire lo status quo.

Di che genere possono essere le azioni che partorisce un siffatto settore della cultura, quel settore che dovrebbe essere deputato a formare l’uomo integro nella sua totalità costitutiva? Ci si appella alla morale quando la stessa morale è impedita nel suo essere già nel suo stesso luogo di nascita: lo spirito; quando la realtà spirituale dell’uomo, Madre della Morale, è asservita alla burocrazia e agli interessi economici!
Chiunque, vittima e persecutore, deve ritrovare prima in sè la vera morale e non agire secondo quella imposta, fuori di lui; divenuta piuttosto quella un’astrazione, un morto pensato: nutrito col cibo delle larve.
Se si continuano a formare individui in conformità a principi prostituiti al denaro e agli interessi della politica, al potere spiritualista, nulla il diseredato può attendersi, nemmeno nell’ordine della speranza.

Chi è che può liberare la morale?

Quello che può liberare lo spirito e la cultura ha un solo nome: l’Uomo.

Coltivare questo genere di pensieri così diversi dalle comuni scuole di pensiero ( eterno palliativo ) è retorica? E’ astrazione?
Se questa è astrazione allora cosa è il sistema sociale che da secoli persevera coi suoi mezzi nel tentare di assicurare la giustizia per tutti mentre ciò che riesce a ottenere è solo uno sprofondare sempre maggiore nel caos?
Soluzioni e rimedi che nascono solo dalla paura e dalla disonestà, quindi dall’ignoranza e dalle brame, fanno permanere l’uomo nella sua natura, ossia nel karma. Nello stesso tempo la moralità non è cosa che si possa imporre con la forza, nel profondo del pensiero libero essa deve essere trovata e poi scelta e coltivata.
Per questo il mostro della tecnologia e della materia teme il pensiero libero e lo propaganda come inutile, pericoloso e astratto, servendosi della scienza e della logica – chiuse nei loro limiti – come fruste e  attestazioni di realtà.

Qualcuno venne a indicare la soluzione, quella che deve essere la prima libera azione: quella del pensiero dell’Io, necessaria proprio al culmine del buio più assoluto raggiunto dalla civiltà umana.
E quando l’ Iniziato ripete l’importanza della necessità che il pensiero libero sia coltivato da principio da pochi, non parla di privilegi bensì proprio della caratteristica del pensiero, che è purezza con potenzialità di divenire, seme che alloggia proprio in sedi difficilmente raggiungibili e riconoscibili; seme che raggiunto, attivato e coltivato, ha potenza immane di significato e potenzialità per tutti gli uomini. Infatti, nessuno al di fuori dell’uomo può decidere e imporre un risveglio pianificato della morale: ogni luce deve accendersi da sè.

Per questo, una a una, all’imbrunire, piano piano si accendono le luci. E ogni palpito di esse sembra fondersi con un battito del nostro cuore.
Contemplate nell’infinità oscurità della notte sembrano così poche…

Eppure ardono.

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SCIENZA DELLO SPIRITO, TRIPARTIZIONE SOCIALE

LA STANZA VUOTA (di F. Giovi)

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Essere incrollabili (e rassegnati) davanti i “dardi dell’iniqua fortuna” perché capitomboli e incidenti sono universali.
E i motivi delle défaillance possono essere, anzi sono tanti. Possiamo esaminarli, almeno quelli che dipendono da noi, dai nostri errori umanamente più marcati.
Quasi sempre c’è di mezzo la rappresentazione personale. Ossia: ci rappresentiamo (con tribunale al seguito) quello che c’era, quello che c’è e quello che sarà o dovrebbe essere.
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Un esempio tragicomico?  Uno, sfregandosi animiche mani, dice a se stesso: “Ho la giornata libera, la dedicherò al lavoro spirituale”. Chi più chi meno non c’è uno tra noi che non sia caduto in questa tentazione. Allora inizia la giornata soddisfatto dal proprio elevato sentimento e, al momento opportuno, ben imbozzolato in una stanza… fa e strafà l’esercizio più dispersivo e deludente della sua carriera d’asceta.
Dopo due ore esce stracco ma imbottito di un malumore che si dissiperà lentamente con il misericordioso aiuto di qualche faccenda svolta nel più sensibile dei mondi. È un esempio, ma possiamo generalizzarlo.
Mi ricordo di quell’ amico che vacanzò con le migliori intenzioni immergendosi in una natura assai ventosa che gli portava via i pensieri. Non sto scherzando (e, poveretto, nemmeno lui).
C’è chi, sensibile agli spazi dilatati del cielo, sente come se la testa gli si vuotasse e non riesce a spiccicare due pensieri voluti di fila. Poi c’è chi non può fare nulla di niente sotto un particolare albero o arbusto. La lista è quasi infinita. Essenzialmente l’ostacolo vero è sempre uno solo ma, per un certo tratto, possiamo biforcarlo. Esiste l’ostacolo (gli ostacoli) esteriore.
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Siamo del tutto ciechi a quanto agisca in noi il mondo esterno.
Dapprima, e per molto tempo, gli esercizi rimangono solo virtualmente estracorporei: questa è la giusta direzione, ma è una direzione in divenire. In realtà il corpo ci sostiene: abbiamo un Io forte e desto perché aderisce al corpo, pensiamo con vigore se pressione e glicemia sono ai valori ottimali. C’è chi senza un caffè crede di non riuscire a pensare.
I massimi sistemi sono affascinanti, ma è da qui che inizia il nostro lavoro interiore. Inoltre condividiamo la corporeità con il mondo che ci circonda. La corporeità è davvero mondo esteriore plasmato dal Principio umano. E di ciò non siamo consapevoli. Se al rabdomante vibra la bacchetta o ruotano le due bacchette passando su di un terreno sotto il quale scorre un rigagnolo o giace sepolto un pezzo di ferro, significa che le emanazioni sottili attraversano il corpo, cioè avviene nel corpo una mutazione in quel punto del terreno. L’esempio è, in un certo qual senso, grossolano ma facilmente percettibile negli effetti.
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Più delicato e complesso è quanto emana dai luoghi: si avverte quanto sia salubre e benefico un punto, un masso, il bordo di un laghetto o, al contrario, quanto esso sia minaccioso e malefico… senza parlare del “genius loci”, che non è un modo di dire, e dei tantissimi esseri che popolano la natura tra il visibile e l’invisibile. Temi (realtà) che ci porterebbero troppo lontano.
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Il senso del discorso? Noi andiamo di qua e di là, ma ignoriamo completamente cosa ciò comporti per la nostra realtà sottile. Questo è un aspetto di quello che ho chiamato un problema forcuto. Ma mettiamoci bene in testa che il problema fondamentale sta nell’altro ramo della biforcazione: in noi e nel nostro lavoro, che non inizia oggi e termina tra qualche mese o anno. Le discipline a cui assoggettiamo l’anima sono, per la nostra costituzione, un illimitato e continuo divenire. Iniziamo ‘spremendo’ più corpo che pensiero: assai spesso occorre tanto tempo per imparare a pensare volitivamente per una manciata di minuti.
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L’esecuzione ripetuta ci irrobustisce interiormente e ci rende capaci, tra pochi alti e molti bassi, a delle temporanee modificazioni del corpo astrale. Sono operazioni che, in fondo, non finiscono mai, poiché esigono una attività sempre più intensa. Non esiste alcun ‘fissaggio’ o, peggio ancora, alcuna meccanicità su cui poggiarsi. I miglioramenti si situano solo nell’accrescimento della capacità.
Poi, se il lavoro prosegue costante, come un bicchiere che venisse riempito assai lentamente ed il cui contenuto eccedesse l’orlo, il prodotto essenziale dei cambiamenti attuati nell’anima, ancora più lentamente si trasferisce al corpo delle forze formatrici (corpo eterico).
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A questo punto – che non è un punto ma un ulteriore e superiore operare – subentrano modificazioni più importanti che manifestano una maggiore e diversa stabilità interiore e persino esteriore, giacché ogni mutamento eterico “tinge” in qualche misura persino il corpo fisico. Solo ora una parte della nostra coscienza raggiunge una certa indipendenza dal corpo e dagli influssi inconsci di questo. È come se nell’anima venisse costruita una stanza vuota: chiusa al mondo ma aperta alle sollecitazioni dell’universo spirituale. Di norma inattaccabile ai colpi o graffi dell’astrale inferiore. Da qui è possibile quello che nel mondo sensibile sarebbe una contraddizione: uno stato che con i termini disponibili chiameremo riposo o quiete, simultaneo ad un genere di attività totale.
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La “stanza vuota” continua ad esistere e basta un gesto interiore, simile al silenzio, per percepirla. È lì che tutto inizia ad essere possibile per l’operatore: meditare in condizioni che sarebbero da considerarsi proibitive, accogliere esperienze ultrasensibili sotto gli altoparlanti di una band… e girare il mondo senza defluire nei luoghi lontani ed estranei alla nostra costituzione. Certo, non è detto che le  esperienze di Tizio o Caio si dipanino nel modo che ho descritto. Però una cosa è certa, ed è la spina dolorosa di chi fa gli esercizi: il corpo fisico dà l’impressione di una certa fissità. Mi siedo fermo e le braccia non vanno per conto loro, la pelle non si increspa come il mare agitato, persino barba e baffi restano al loro posto. Questa staticità non è del tutto vera ma, solo per comodo nostro, vediamola in questo modo.
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Per gli altri corpi è tutta un’altra cosa: l’astrale è un luna park in miniatura tra feste e lutti, l’eterico è un flusso continuo come una possente fiumana. Il Soggetto che fa gli esercizi, pur non vedendo nulla, si trova ad operare in un complesso di corpi che seguono movimenti di tutti i tipi. Perciò trovare per una buona volta l’assetto migliore è… una favola bella.
La Via è dunque tutto un gioco di discipline che di volta in volta vanno bene e poi male o malissimo. È un continuo ricominciare, spesso daccapo: ma non è un ricominciare, è un diventare più forti delle burrasche: basta tener saldo il timone e non mollare mai. Se il cuore ha deciso, l’Io prende il comando e si lega alla volontà in un patto morale che non andrà mai spezzato. Mai: qualsiasi cosa succeda, qualsiasi cosa si creda di essere.
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La vera moralità non consiste nel dire a se stessi: “Ho tanti difetti. Sono debole. Sono un criminale” ecc., ma nell’inesausto tentativo di modificare, con la disciplina, la propria anima oltre ogni debolezza, cattiveria, depravazione e aggiungetevi quel che volete. La disciplina è moralità concreta, attiva, e i piagnistei su se stessi sono viscidume, melma. Certo, occorre rimettere in moto virtù obsolete: fedeltà, coerenza, coraggio, trasparenza interiore ecc.
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La buona notizia è che tutto questo non si acquista al dettaglio ma c’è già nell’anima umana, e cresce non con pelosi autocompiacimenti ma con le discipline più semplici. Poche o pochissime, tentate giornalmente e disperatamente al meglio possibile.
SCIENZA DELLO SPIRITO

LA VOLONTÀ E IL CORAGGIO NELLA VIA DEL PENSIERO (di F. De Pascale)

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Da una parte, io conosco – con certezza assoluta – il “magico” potere della volontà. Avendola sperimentata in mille e mille occasioni, conosco per diretta esperienza questa – mi si passi la parola – la “magia” della volontà, che tutto può realizzare: senza alcun limite, TUTTO può realizzare, nulla è impossibile a chi conosce il VERO, ed ha la volontà e il coraggio di volere il BENE. Occorre volere, volere intensamente, volere a lungo, e tramite tale volere mèta e realizzazione possono essere raggiunte.

Naturalmente, non si tratta del volere dell’ego, ossia delle velleità di una natura inferiore, che noi non siamo, ma alla quale torpidamente ci identifichiamo, e che crediamo essere l’Io, ed invece è solo quel miserabile ego, che tutti vezzeggiano, viziano, adorano, e nutrono soddisfando le sue letali velleità. No, davvero, non si tratta punto delle velleità di un tale ego stratosferico, che persino dei frutti dell’occultismo, e dell’esoterismo, come della religiosità, vuole nutrirsi per enfiarsi: sino ad una sorta di “inflazione” di questo stratosferico ego.

La Via è proprio quella del superamento del corpo astrale – che non è affatto l’originario corpo astrale di purezza stellare – ossia la Via del superamento delle velleità di un ego, che non è altro che la caricatura astrale dell’Io.

E’ una Via percorribile da chiunque veramente voglia: da chiunque abbia il coraggio di “voler volere”! Non importa il proprio punto di partenza, che può benissimo essere una natura sfasciata, decadente, debole, provvista di pochissime forze. La radicalità della Via di Michele – che è dire della Via dell’Io – è quella di prescindere – appunto “radicalmente” – dallo stato della natura personale: quale che essa sia. In questa Via le forze le si costruiscono oltre, malgrado, e oserei dire: a dispetto della natura personale.

Addirittura, oserei dire – e mi baso sull’esperienza di cinque decenni – che è più facile superare una natura debole, sfasciata, piena di colpe e di difetti, che non la natura di molte “anime belle”, piene, appunto, di belle qualità, che fanno (e lo dico sinceramente, senza alcuna ironia) loro onore. E questo perché il discepolo dell’Iniziazione che possegga una natura debole, piena di difetti, una natura che gli pone mille difficoltà, di appoggiarsi su di una tale infida natura non si fiderà, e lavorerà sodo per conseguire sempre più una totale indipendenza da essa, ed ha, perciò, grandi probabilità di riuscirci. Mentre un’anima “bella, sovente, sulla propria natura personale si appoggerà spontaneamente, e talvolta di essa si accontenterà: non sarà spinta a “forzare” oltre il limite personale, per superarlo. E in molti casi, verrà il momento in cui tale natura personale – ossia quella dell’ego astrale, fingente di essere l’IO, senza punto esserlo – tradirà l’anima “bella”, e questo tradimento sarà per questa il primo di molti momenti difficili, amaramente disilludenti.

Il lavoro che si compie nella Via di Michele, ossia nella Via del Pensiero Vivente, nella Concentrazione, è autenticamente realizzativo, ed è attuabile da chiunque veramente voglia: indipendentemente da qualsivoglia insufficiente punto di partenza.

Un altro motivo per il quale questo lupaccio cattivissimo è tutt’altro che pessimista, è che in cinque decenni di pratica ho visto moltissimi giovani e non più giovani fervidamente cercare la connessione con una autentica Via spirituale, e trovarla all’interno di cerchie informali di amici, dediti ad una alacre, fervida, pratica degli esercizi: della Concentrazione e della Meditazione.

Certo da organizzazioni – sedicenti “spirituali” – burocratiche, formali, e cristallizzate come può essere la Società Antroposofica, non vi è nulla da sperare, ed è bene starne lontani. E questo perché – fra pochi anni sarà un secolo – nella dirigenza di essa nei vari paesi (tolte alcune onorevoli eccezioni di un passato, che non è più) vi è una sorta di “pavor metaphysicus”, ossia la paura nei confronti della concreta esperienza spirituale, la paura che la pratica interiore degli esercizi si riveli “pericolosa” per la sopravvivenza dell’ego, conciosiacosaché tale pratica viene negletta, minimizzata, spesso apertamente scoraggiata, sconsigliata, persino osteggiata e calunniata.

Ma vi sono, per fortuna, anche moltissime anime assetate di Conoscenza spirituale, che magari dopo un affannoso cercare nei paludosi meandri dei vari “occultismi”, la trovano. E  assicuro, che tali anime non sono poche. Per esempio, residenti nella mia città, o fuori di essa, ma saldamente collegati con noi, sono decine le persone che hanno scelto di percorrere – arditi e ardenti – coraggiosamente la Via Solare, la Via del Pensiero Vivente, e che si dedicano con tutto loro stessi allaa disciplina della Concentrazione, al meditare sia nell’ascesi individuale che in comune con amici fraterni.

Per fare ciò, non vi è bisogno di strutture formali esteriori, di sedi costose, di tessere, burocrazie, di istituzioni cristallizate: inevitabilmente morte. Non vi è bisogno di congressi, e complesse manifestazioni “artistiche”, o “culturali”, come vengono eseguite con impeccabile organizzazione, da parte della Società Antroposofica, a Dornach e altrove. Vi è bisogno solo dello Spirito, che colà, purtroppo manca, della risoluta volontà dell’Io, della sincera consacrazione dell’anima, e dell’amore per la Verità.

Ora, questi animosi individui che vogliono sperimentare la concretezza dello Spirito, che vogliono realizzare non le miserabili velleità dell’ego, ma il volere, e i fini, dello Spirito, vi sono, e soprattutto quotidianamente operano, e aiutano, come possono, coloro che intraprendono, o vogliono intraprendere, questo arduo, difficile, Sentiero. E vi sono anche Ausiliari celesti che aiutano, proteggono, e sovvengono alle necessità di questi animosi temerari, che si sono messi in testa nientepocodimenoché di realizzare lo Spirito!

Per cui non vi è motivo di temere: vi è solo da operare con fervore, in libertà e per amore. La Via di Michele è la Via dei coraggiosi!

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SCIENZA DELLO SPIRITO,

STABILIRE UN “ASSE DI LUCE” (di F. De Pascale)

(L’uomo nuovo-Marina Sagramora)

La Concentrazione è fondamentalmente una operazione volitiva: è una intensa azione del volere nel pensare. E’ lo stabilire un “asse di luce” tra il pensare cosciente in alto e il volere, coscientemente voluto, in basso.

Il più delle volte, nella vita quotidiana di molti, il volere agisce – come diretto da una sorta di “pilota automatico” – incoscientemente, in stato di sonno profondo. Nella Concentrazione, invece, il volere viene portato ad agire coscientemente nel pensare, così come nell’Ascesi della volontà, a sua volta, il pensare viene coscientemente portato ad immergersi nel volere.

E’ verissimo che nella pratica della Concentrazione, il sentire non viene chiamato in causa. Ma dovrei dire, più che il sentire, l’emotività, ossia la superficiale, periferica, eccitabilità dell’anima, normalemente incapace di “concentrarsi” volitivamente su un oggetto, se a tale azione essa non venga passivamente attratta da un interesse emotivo. Una tale emotività deve venire spazzata via, con rude spartana energia. Ma il sentire – l’autentico sentire – è un’altra cosa.

E’ verissimo che il sentire non viene chiamato in causa, ma si tratta di capire perché. Massimo Scaligero sottolinea più volte come l’autentico sentire sorga dalla radicale estinsione di quella emotività, la quale è soltanto la caricaturale deformazione del verace sentire. Ma questo sentire – che non deve intervenire nell’esecuzione della Concentrazione – in realtà risulterà esserne il risultato: uno dei più bei risultati.

Mentre normalmente, il fare appello all’emotività porta facilmente a situazioni animiche di recitazione, di menzogna, di ipocrisia, la Concentrazione che, invece, fa appello unicamente alla più energica attenzione volitiva nel pensare, ha come risultato a posteriori il sorgere di un novello sentire: diversissimo dall’automatica, passiva, emotività. E questa è un’esperienza, molto concreta, che può sorgere rapidamente a chi si dedichi con intensa alacrità ad un energico lavoro di Concentrazione, e al contempo allo studio concentrativamente meditativo delle opere di pensiero di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero.

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SCIENZA DELLO SPIRITO,

IN MEMORIA DEL NOSTRO FRANCO DE PASCALE (da L’Archetipo)

<<MORIRE PRIMA DI MORIRE, SENZA  MORIRE>>

Franco De Pascale, il samurai dello Spirito

Franco De Pascale

Rolando De Pascale: Il 10 aprile, alle ore 17.15 ha lasciato il piano fisico il mio doppio fratello (nell’umano e nello Spirito) Franco. Voglio lasciare un personale ricordo al quale, se qual­cuno vorrà, potrà aggiungerne di propri. Mio fratello era nato a Firenze il 21luglio 1950, era piú giovane di me di tre anni. La nostra vita insieme ha subíto un’interruzione dopo i miei 10 anni e si è protratta fino al mio diciassettesimo anno quando eravamo alle scuole superiori, fino al 1968. Questo periodo è stato caratterizzato da passioni comuni, ad esempio per le arti marziali, che praticavamo allenandoci nei posti piú improbabili tipo giardino di Boboli, il Forte Belvedere, boschi e naturalmente anche nel Dojo. Le nostre finanze miserrime ci consentivano un solo karategi (abito per la pratica del karate) che usavamo un giorno lui e un giorno io. In quel periodo la nostra ricerca spirituale ci portò al Buddhismo sia primitivo sia mahayanico dall’India al Tibet al Giappone. Ci agitò anche la politica… Franco nel 1969 si recò a Francoforte dove apprese molto bene il tedesco, aveva un’enorme facilità nell’ap­prendere le lingue e ne parlava un bel numero. È stato un lettore fuori dal comune e con una memoria prodigiosa, la sua casetta è strapiena di libri. Scherzosamente ho sempre detto che come divoratore di libri ce l’avevo io sulla coscienza, perché quando io avevo 8 anni e lui 5 gli ho insegnato a leggere… Al ritorno dalla Germania da spirito libero qual era visse un po’ bohémien a Roma dove ha avuto il suo incontro fatale con Leopoldo che gli parlò di Scienza dello Spirito, che nella sua evoluzione spirituale era sempre piú vicina. Leopoldo gli fece conoscere Massimo. Dopo questi fatti tornò a Firenze e mi donò due libri: La scienza occulta e La Logica contro l’uomo. Quest’ultimo libro tentai di leggerlo rapidamente spinto dalla brama giovanile, ma si rivelò profondamente duro, tanto che in un impeto di rabbia lo sbattei al muro! Lo ripresi subito dopo e ricominciai a leggerlo molto, ma molto piú lentamente, e non vedevo l’ora di conoscere Massimo. L’incontro avvenne in breve tempo e fu l’esperienza piú grande della mia vita. Iniziai la mia ascesi come meglio potevo. Franco è stato un orientatore fedele allo Spirito e alla Via del pensiero, evolvendo con gli anni, anche nelle avversità che sono sorte dopo il passaggio di Massimo nel Mondo Spirituale. Il suo comportamento è sempre stato giusto e coraggioso, anche quando tutto sembrava perduto. La disponibilità di Franco nei confronti di chi aveva bisogno di aiuto è stata sempre generosamente totale: a qualsiasi ora del giorni e della notte. Non ha mai ceduto a sofisticherie intellettuali, nonostante la sua vastissima cultura, né a cedimenti e rammollimenti bigotti. Ha dimostrato compassione per i sofferenti, senza chiedere in cambio alcunché. Per vivere ha fatto l’insegnante di ottica in varie scuole, formando almeno due generazioni di ottici che ancora gli vogliono bene, come testimonia il vero e proprio “oceano” di messaggi dopo aver comunicato il suo passaggio della Soglia verso il Mondo Spirituale. Posso affermare che nella vita ho un doppio fratello e spero che il Cielo ci aiuti sempre nel nostro cammino comune, sulla Via del Pensiero come indicata da Massimo Scaligero e Rudolf Steiner!

Simona Piccini: Ho conosciuto Franco il 15 aprile del 1986. Quel giorno ho fatto la mia prima concentrazione e non ho piú smesso di farla. Franco per me è stato sempre il Faro di sicurezza riguardo alla Scienza dello Spirito, perché i suoi consigli erano Forza e Verità. A lui va tutto il mio affetto fraterno e la mia imperitura gratitudine per avermi guidato ad essere forte, fedele e a non arrendermi mai. Il Mondo non sarà degli orchi!

Marina Sagramora: Appena è giunta la notizia, c’è stata in me una reazione, oltre che di grande dolore per l’affetto che mi legava a lui, anche di non accettazione. Non riuscivo a immaginare di non poter piú scrivere o telefonare a Franco per chiedere i giusti lumi a lui, che “possedeva” la Scienza dello Spirito in maniera totale. Subito dopo è subentrato un senso di profondissima gratitudine per tutto quello che ha rappresentato per me, cosí come per tantissimi altri, per l’aiuto prezioso che dava generosamente, senza risparmiarsi. Ogni volta che alla redazione dell’Archetipo arrivava qualche domanda complessa che richiedeva un riferimento preciso nella vastissima opera di Rudolf Steiner, cercavamo insieme la risposta chiarificatrice. Inutile dire che era sempre lui a trovarla. Il rapporto che ci univa derivava dalla strada percorsa insieme durante lunghi anni,oltre che dal vivido e imperituro ricordo del nostro Maestro, Massimo Scaligero. Entrambi consideravamo importante, anzi essenziale, ristabilire in ogni caso la verità quando qualche affermazione contraria la oscurava. Franco ne aveva fatto il motivo centrale del suo operare, e tentava in ogni modo di ripristinare il giusto e il vero quando vedeva deviare alcuni verso un terreno sbagliato. Le sue maniere erano a volte piuttosto veementi e certamente poco diplomatiche, e ben si attagliavano all’immagine che dava di sé, definendosi “un predone della steppa”. In realtà aveva un cuore tenerissimo, che cercava di nascondere sotto maniere rudi o frasi taglienti, ma chiunque facesse appello a lui trovava sempre la porta aperta e pronto l’aiuto per la ricerca insieme della soluzione sperata. Il suo ardore per la disciplina interiore era impareggiabile e altrettanto lo era la sua indefessa ricerca di documenti che attestavano quanto poi affermava nei suoi illuminanti scritti. La sua partecipazione all’Archetipo è stata preziosa ma limitata, perché ogni volta cercavo di arginare il profluvio delle sue parole, e questo lui non riusciva ad accettarlo: doveva esprimersi liberamente, e solo poteva nella sua amata “Ecoantroposofia”, in cui si firmava Hugo de’ Paganis. Una raccolta dei suoi scritti spero che in un prossimo futuro possa essere edita in cartaceo, da conservare gelosamente fra i libri piú cari e consultati. Tutti fra noi amici lo chiamavamo affettuosamente Francone, anche se a lui non piaceva l’appellativo, che era derivato sia per la sua mole, che solo in ultimo si era assottigliata fino quasi a svanire, sia per distinguerlo dagli altri con lo stesso nome, primo fra tutti l’amico carissimo Franco Giovi, sia infine per affermare con un accrescitivo, che ben lo definiva, l’importanza che aveva per noi. Lo scorso 19 marzo, sulla sua pagina Facebook ha riportato una frase di Teofrasto B. Paracelso: “Alterius non sit qui suus esse potest!” Non sia di altri chi può essere di se stesso! E Franco fu proprio di se stesso!

Hugo de' Pagani

Francesco Corona: Carissimo “Francone”, ti facevi chiamare con il nome del primo Gran Maestro templare, Ugo dei Pagani ed onoravi il 19 marzo di ogni anno l’ultimo Gran Maestro dell’Ordine, Jacques de Molay. Sei sempre stato un vero difensore dei valori templari ed antroposofici. Rudolf Steiner, il tuo Maestro Massimo Scaligero e il tuo caro amico Fulvio Di Lieto saranno con te ora che hai varcato la soglia dell’animico, ed io ti ricorderò sempre con stima ed affetto fraterno. «Non Nobis Domine, Non Nobis, Sed Nomini Tuo Da Gloriam».

Francesco De Paola: Ho conosciuto Franco a Firenze nel ’92 a casa sua. Mi colpí subito il suo sguardo volitivo, “di fuoco”. È stato un vero asceta, lo ricordo per i tanti incoraggiamenti che mi ha dato, anche con vigore, ma spesso è quello che occorre per andare avanti e progredire nella Via dello Spirito. Riposa in pace, caro Franco!

Anna Shabda: Quello con Franco è stato un incontro che resterà indelebile: la sua solidità, la sua forza, la sua morale e la sua umanità erano paragonabili solamente alla cristallina impersonalità delle sue indicazioni, che non hanno mai violato la libertà di nessuno.

Serenella Marega Righini: Ho conosciuto Franco assieme a suo fratello Rolando nell’estate del 1971 nella mia casa di Stignano nell’Appennino Tosco-Romagnolo in occasione dell’inizio di una lunga serie di incontri spirituali che un piccolo gruppo di amici, seguaci di Steiner e Scaligero, aveva deciso di affrontare con entusiasmo e anche un po’ di timore. Franco, accompagnato da Leopoldo, era poco piú di un ragazzo ma era già evidente in lui quello spirito guerriero col quale affrontava le situazioni della vita e anche il sentiero spirituale da poco iniziato. Lo chiamavamo “Il Samurai”. Franco non si concedeva sconti e non ne faceva ad alcuno. Egli fu nostro ospite per molti anni dividendo con noi e diversi amici fiorentini, imolesi, bolognesi, veneti e romani i nostri periodici incontri: talvolta… vivaci, talvolta intensi di profonda spiritualità. Il rigoroso spirito ascetico col quale Franco affrontava le riunioni di studio non gli impediva di essere anche un grande amicone, con quella punta di fanciullezza caparbia che è rimasta nei miei ricordi; a tavola, durante le lunghe chiacchierate sotto le stelle o nelle passeggiate nei boschi. Lo vidi crescere, affrontare la vita che non sempre fu generosa con lui, lottare per sostenere le sue certezze, ma la sua fedeltà alla “via” e ai Maestri che venerava fu incrollabile. Purtroppo, per diverse circostanze, da molto tempo avevo perso ogni contatto con lui. Il mio è forse un ricordo lontano, di un periodo felice, pieno di entusiasmi e speranze giovanili e lo voglio tenere cosí. Inizia per te, caro Franco, un nuovo viaggio e ti auguro vi sia sempre davanti a te una via luminosa che ti porti al Christo.

Andrea di Furia: Amava prendersi in giro, ma non tollerava si prendesse in giro la Scienza dello Spirito: devoto alla Divina Sapienza, era spiritualmente autorizzato a difenderla. Il Guerriero fedele che Franco era, sarà ricordato da molti dei suoi conoscenti; a pochi risalterà il suo essere amico generoso anche nei fatti normali della vita com’è accaduto a me e mia figlia Michela. “Galeotti”, per cosí dire, furono Camillo e Serenella Righini che ci ospitarono per molti anni a Stignano, durante la settimana dell’Ascensione, assieme a lui e a tante altre persone. Lí prese poi vita una piccola iniziativa, che poi sarebbe stata la micro Casa Editrice CambiaMenti, che lo trovò partecipe e sollecito orientatore/collaboratore, oltre che ospite graditissimo mio e di mia moglie Daniela. Quando pubblicammo la favola del “Principe ranocchio” nei ritmi della Maestra Nina Badile, che dava inizio alla nostra seconda collana editoriale, un chiaro esempio della sua capacità di orientamento fu l’annuncio di cui riporto un piccolo estratto: «Anche l’uomo, come il ranocchio della fiaba, può trasformarsi radicalmente e, oltre l’usurante apparire sensibile, far emergere la sua segreta realtà spirituale. Come il ranocchio dello stagno egli può divenire anfibio, e perciò capace di una duplice vita: essere, come il drago ermetico, uomo che cammina poggiando sulla terra, e simultaneamente angelo che si libra aereo nell’etere celeste. E chissà che tali opere non aiutino tanti ‘ranocchietti’ in nostalgia di metamorfosi, ad incontrare un’angelica Principessa che, come raccontato in altre fiabe, con un bacio d’amore, restituisca a ciascuno la sua autentica realtà: quella di un eroico Principe, non piú immemore della sua celeste origine. Perché, credeteci, un vero ranocchio, come un vero uomo, è un essere davvero eccezionale!». Ci teneva uniti il suo esemplare Magistero rosicruciano sulla pagina web di Ecoantroposophia.it, sotto lo pseudonimo di Hugo de Paganis, che rimandava ad un suo retaggio templare. Negli ultimi anni di feroce malattia potevamo assistere al travaso della sua forza di vita fisica in forza di vita spirituale, e nel recente trapasso lo immaginiamo, luminoso e sereno, già impegnato ad aprirci il cammino per il prossimo “giro di giostra”. Due frasi ne tratteggiano sinteticamente l’operato: “lo Spirito ama chi si compromette” e chi – dice Manto nel Faustdi Goethe – “anèla all’impossibile”.

Marco Ekagrata: In una vita di donazione e di fedeltà incorrotta alla Via, Franco ha amato la verità sopra ogni cosa, ponendosi al suo servizio con l’ardore di un Fedele d’Amore. E ha avuto un solo nemico: il morso seducente dell’ordinario, padre di tutte le menzogne e di ogni accomodamento meschino, contro il quale la sua presenza vivente continuerà a stagliarsi.

Alda Gallerano: Era il 1982 e ci eravamo da poco trasferiti a Milano per il lavoro di mio marito Gabriele presso la Rizzoli e io ancora viaggiavo per il mio presso l’Orientale di Napoli. Abitavamo in un monolocale affacciato su una grande piazza e un giorno, in compagnia di un amico comune, venne a trovarci Franco. Fu un riconoscimento immediato e ci abbracciammo, come se non ci vedessimo da molto tempo. Poi gli anni trascorsero, e dopo che Gabriele ebbe superato la Soglia gli  scrissi. Da allora siamo rimasti sempre in contatto via telefono, mail e chat. In una di queste mi scrisse: « L’alto prezzo che gli umani consacrati pagano nel lottare terrestre, gli esseri delle Gerarchie lo conoscono molto bene, e lo valutano pure molto bene, anche perché quaggiú a combattere, reclusi in corpi che gli Iniziati orfici chiamavano “tombe-prigioni”, spesso drammaticamente tagliati fuori da una esperienza spirituale diretta, della quale nelle nostre anime vi è struggente nostalgia, ci siamo noi e non loro: pochissimi tra gli Dèi hanno accettato di rinunciare a un rango divino che era il loro, per accompagnare – come uomini tra gli uomini – gli umani in questa impossibile avventura terrena: Ma è l’uomo la mèta delle Gerarchie, non viceversa. Sono gli uomini che conquistano e portano ad esistenza nel cosmo spirituale Autocoscienza, Libertà e Amore, di cui gli Dèi godono ma non conoscono». Arrivederci, fratello mio! So che continuerai a proteggermi come hai sempre fatto e se avrò bisogno di te, avvertirò la tua presenza intorno e accanto a me. E mi torna alla mente la stupenda definizione che desti di Michele: “Il Fiammeggiante Principe del Pensiero”.

Marco Pighin: Ho conosciuto Franco De Pascale dapprima leggendo assiduamente il sito Eco­antroposophia, dove egli scriveva con lo pseudonimo di Hugo de Paganis. Nei suoi scritti ritrovavo forza, autenticità, impersonalità, dedizione totale alla Via e alla difesa della Verità. Queste nobili virtú guerriere che affioravano da ogni suo articolo mi spinsero a volerlo conoscere di persona, perché cercavo un orientatore serio e capace. Franco nel corso degli anni è stato tutto questo e molto di piú. È veramente difficile spiegare chi era Franco de Pascale, forse è impossibile. In Franco ho conosciuto una persona di una generosità sconfinata, era capace di dare tutto se stesso a chi cercava con cuore puro e sincero. Franco non era un sentimentale ma un Uomo giusto e un orientatore severo: ti dava sempre quello di cui avevi bisogno per maturare sulla Via del Pensiero. Franco era anche un amico fedele, fedelissimo, e un fratello maggiore estremamente protettivo. Ma soprattutto era un asceta d’acciaio e un vero lottatore contro la menzogna dilagante in un ambiente, purtroppo malato di ipocrisia, falsità, codardia, protagonismo, vanità e di ogni sorta di vile personalismo. Franco non ha mai usato la Scienza Spirituale per innalzare se stesso, ha fatto esattamente il contrario: ha donato totalmente se stesso allo Spirito, sempre! Cosí deve vivere un vero asceta. Carissimo Lupaccio, ti sono stato accanto fino alla fine, e quello che ho visto è stato il compimento di un rito sacro: una vita intera, fino all’ultimo respiro, vissuta eroicamente e offerta nella sua totalità al Logos vittorioso. Grazie Franco, quello che ho imparato da te me lo hai insegnato con l’esempio.

Il guardiano del tempio

Raul Lovisoni: Molte furono le non verità riguardanti il Dottore, Marie Steiner, Massimo Scaligero e l’essenza stessa dell’Antropo­sofia. Puntualmente, con documentatissima precisione indicò la provenienza di quei menzogneri crimini perpetrati contro la Scienza dello Spirito. Svolse un lavoro di rettificazione immensa la cui portata sarà compresa, ancor piú, nei secoli a venire. Custode della Storia antroposofica, vivente archivio, avrebbe potuto inseguire la gloria sapienziale del conferenziere di professione. Invece no, in modo non casuale, insegnò a costruire lenti, ovvero strumenti che permettessero una chiara visione della realtà. Per una vita volle indossare il modestissimo grembiale del burbero sacrista e con la ramazza in mano tolse il fango, rimosse bassezze, bugie e imprecisioni. Lo ricordiamo per l’immenso e caldo amore con cui lucidò l’aureo tabernacolo d’ogni Graalica Verità. Grazie Francone!

Francesca Modolo: Gigante con la schiena ricoperta di frecce, è stato uno scudo a protezione della Verità. E di tutti coloro che lottano per Essa. Una vita di dedizione e sacrificio, con incrollabile fiducia nello Spirito. Anche tormentato dalle sofferenze del corpo, la sua voce riprendeva lucentezza e vigore quando ripercorreva, per chi lo ascoltava, i fondamenti dell’ascesi del Pensiero e la sua necessità. Oltre al contenuto e alla forza possente che scorreva attraverso le sue parole, ciò che rimane impresso nel mio cuore è il suo esempio. La forza con cui, fino all’ultimo momento, ha difeso e amato la Verità è stato un insegnamento pieno di Vita che ha posto radici in me. Non ha mai smesso di donarsi, di consigliare e sostenere, ponendo se stesso sempre a servizio della Via. Il messaggio di cui eri portatore, caro Franco, non andrà perduto. La luce passata attraverso le tue parole e le tue azioni è ora racchiusa nei nostri cuori e lí verrà protetta e alimentata perché possa essere riconosciuta e raccolta da coloro che arriveranno. La lotta non è finita, ma noi siamo pronti. Tu invece ora riposa e goditi il ritorno a casa. Saperti in un luogo di pace e armonia è una gioia per tutti noi. Anche se ho il sospetto che continuerai a lottare con noi anche da lí. Farti riposare è praticamente impossibile! Grazie Franco, grazie. Con infinito affetto.

Franco Giovi: Difficile per me parlare di Franco (mi chiamava l’omonimo). Quello che so di lui come biografia è solo un sentito dire. Poi, tutte le volte che si conveniva di incontrarci di persona qualche motivo ce lo impediva. Ma allora non lo conosci? Invece sí, ma su ciò che per lui e me era piú importante. Con me Franco è stato piú che generoso: mi stimava. E io stimavo lui. Diceva a tutti di essere cattivissimo ma che io ero tremendissimo! Ecco la dimostrazione palese che anche i migliori (parlo di lui e non di me) prendono qualche abbaglio. Ci uní per molti anni la stravagante convinzione che la disciplina interiore (concentrazione, meditazione ecc.) sia la cosa piú importante da svolgere in questa vita. Unita alla fedeltà incrollabile verso Massimo Scaligero e verso il Dottore. Franco è stato sempre il “pachiderma” evocato dalle parole del Sutta Nipata: «Con la mente pura, senza pigrizia, saldo nello sforzo, costante e vigoroso, sii solitario, come un rinoceronte”. Solitario? Ma aggiungiamoci un legame profondo con gli amici e un lungo, intenso sforzo di ricostruzione di un Gruppo di meditazione rituale: ricostruzione che Franco considerò necessaria dopo la sciagurata disgregazione di tanti anni fa. Franco non è mai stato solo un rinoceronte, piuttosto un bulldozer al servizio della dottrina e della verità fin troppo spesso violate in traduzioni personali. Attingeva alle fonti, e se queste erano dubbie o mal tradotte imparava la lingua in cui queste si trovavano ancora integre. Volgeva sempre alle fonti. In tal senso la sua amicizia con Ella Weisberger, adamantina figura di Curatrice degli scritti del Dottore riguardanti le Indicazioni per la Scuola esoterica. Abbiamo collaborato insieme per molto tempo sul Sito di Ecoantroposophia, lui con lo pseudonimo di Hugo de Paganis. I suoi non erano semplici articoli ma cattedrali della conoscenza per contenuto, ampiezza ed altezza. Pure da lí ha combattuto, senza mezze misure, contro manipolatori e imbroglioni, incurante dei commenti poco lusinghieri che gli venivano poi incontro da destra e sinistra. Parlo al passato poiché pure la grammatica riflette il sensibile. Eppure sono certo, anzi certissimo, che Franco, come prima di lui Renzo Arcon, Fulvio Andriassevich e altri ancora, siano vivissimi, presenti e attivi. E, nel silenzio, avverto una gratitudine intima ma vasta come il cielo. Dire che ringrazio Francone e gli altri amici è poca cosa.

Sofia: Si recavano da Franco De Pascale, alias Hugo de Paganis, da ogni dove, anche da diversi Stati europei. Regolarmente. Selezionava, si accertava del reale anelito del cercatore, poi si offriva: avrebbe potuto senza dubbio chiamarsi anche Donato. Come molti aveva una missione, la sua l’ha compiuta con tutto se stesso, e cioè con energia, entusiasmo, impeto, grande gioia. Franco è stato esempio altissimo dell’Opera Solare. Semplice uomo, fattosi da solo, di umiltà, bontà e dedizione radicali, nulla ha risparmiato di sé per la Via del Pensiero. Lo cercavano in molti, soprattutto giovani, quei giovani che qualcuno crede grandi assenti nella Scienza dello Spirito; esiste infatti il luogo comune che gli antroposofi siano tutti dei parrucconi polverosi, ma quelli che andavano da Scaligero erano giovani un tempo! I veri discepoli di Scaligero hanno un sigillo che si è originato dal loro interiore ed emerge invisibile come un richiamo. Li riconosci perché, se veramente cercatore del vero, sai distinguere dalla loro umanità contingente ciò che in se stessi di sacro hanno risvegliato e modellato con volontà fedele quotidiana. Ognuno di loro, secondo i propri particolari talenti ha trasmesso, e trasmette, l’insegnamento: perché prima ne ha esperito i fondamenti. Franco De Pascale aveva una cultura vastissima, conoscitore di diverse lingue, tanto da poter tradurre testi importanti, essenziali e da lui molto amati. Usava anche pseudonimi per i suoi scritti (ma pure per i suoi libri), alcuni di essi – si usano qui dei termini di paragone espressi da altro discepolo di Massimo Scaligero per lodare questi lavori di Franco – dei monumenti, delle vere cattedrali per bellezza, forma, costruzione e contenuto. Anche per questi suoi scritti, fedeli nel tempo, esiste il blog Ecoantroposophia, dove alcuni giovani si stanziarono perché scacciati da sedi, quelle sí, realmente polverose. Tra Francone e il gruppo di Ecoantroposophia si è protratta senza interruzione una collaborazione per oltre un decennio, si è condiviso fatica, attenzione, passione, soddisfazione, e il gruppo ha imparato molto e ricevuto molto affetto, molta amicizia e aiuto. Franco: l’Amante del vero, nemico della menzogna, dolcissimo coi buoni, colui che ha mantenuto le promesse fatte al Maestro: se le ripeteva ad alta voce quasi quotidianamente. Ancora lo si può cercare Francone, bisogna essere tenaci e desti: non si pose mai in vetrina con grancasse per autocertificazioni e artificiali sigilli. Per fortuna si invecchia, ma la verità è che chi opera rimane giovane per sempre, per questo altri giovani di oggi hanno sentito il richiamo. Ha attraversato la soglia donato dai Suoi a Chi da tempo lo attendeva, è transitato come fiamma ardente, nessun fiato o alito di vento ha osato spegnerla, interromperne la “continuità”: con il Rito, nel Rito, egli stesso Rito.

Alessandro Garcea: Conobbi Franco poco piú di dieci anni fa, in margine alle mie ricerche cagliostriane: ben presto, il margine divenne il centro. Quando per la prima volta dalla Città di Iside andai a trovarlo nella Città del Fiore passammo tre giorni indimenticabili, che ebbero la potenza dirompente della folgore. Lo lasciai parlare per quasi tutto il tempo: era un fiume impetuoso di dati, notizie inedite, scoperte e rivelazioni, che andavano dalla piú antica sapienza egizia alle scuole esoteriche contemporanee. Nel suo lungo cammino, Franco aveva incontrato le personalità piú rilevanti di molte di esse, incluse quelle perfettamente ignote ai piú, in Italia e all’estero, ricevendone conferma delle acquisizioni conquistate grazie alla Scienza dello Spirito (“veniamo da una buona scuola!”). Chi ha vissuto simili esperienze sa che in questi incontri del destino si avverte la sensazione di essere tornati a casa, e cosí fu per me. Ottenuta la sua spontanea e immediata disponibilità a condividere sul piano interiore tale percorso (“non c’è problema!”), iniziai una frequentazione il piú possibile regolare nonostante la lontananza geografica. Chi lo ha letto ha potuto constatare a che punto dominasse ogni ambito della Tradizione, e col tempo io stesso mi sono reso conto di come fosse in grado di fornire orientamenti preziosi a chiunque lo avvicinasse, in modo corrispondente alla natura e alle predisposizioni individuali, che si trattasse di persone provenienti dalle vie occidentali o dallo zen, dal buddhismo, dallo yoga, financo dalle arti marziali. In ciò Franco riusciva sempre a compiere un’opera straordinaria, come non ho mai visto fare ad alcuno: lungi dal rimanere semplici “pensati”, tutti i riferimenti che forniva nei suoi discorsi si animavano del contenuto spirituale di cui erano la forma, permettendo cosí all’interlocutore ammirato di sperimentarne l’essenza vivente, la “forza perennemente diveniente eppur eternamente uguale a se stessa”. Nell’atto del pensiero folgorante, la sapienza celeste ritrovava il suo carattere di philosophia subtilissima, di occulta philosophia che deve permanere nel suo intuitivo momento sorgente. A fronte della mia tentazione di trasgredire all’imperativo di non prendere appunti scritti, Franco mi rassicurò: ogni volta avrebbe rievocato con me questo momento genetico e niente sarebbe andato perduto. Cosí avvenne: a ogni incontro, per dieci anni, riprese sempre il filo dal punto di partenza che aveva chiaramente stabilito nel nostro primo incontro, aggiungendo man mano un altro po’ di trama al tessuto d’insieme. I suoi consigli di lettura erano inesauribili, come i rari e preziosi volumi della sua biblioteca, di cui è sempre stato generosissimo donatore, ma sul modo di procedere lungo la Via non tradí mai il metodo del Pensiero Vivente, che non può passare per i “pensati”: occorreva sempre conquistarsi tutto mediante il lavoro interiore e non per comunicazione dialettica di qualche “segretuccio”. Quante volte a fronte delle mie domande mi disse: «Appunto. Meditaci. Ci arriverai»! In tal modo diventava chiaro come proporre simboli preinterpretati potesse condurre a una paralisi completa del vivente intuire: un dono solo apparente, in realtà avvelenato. Aggiungo che le difficoltà del­l’ascesi erano mitigate in ogni modo da mille incoraggiamenti, comprensione per i nostri limiti e tantissima ironia. Qualche perla, trascelta a caso, merita di essere ricordata. In estate: «Dubito che nel toro di Falaride facesse piú caldo che nella Città del Fiore. Io sono – come dicono quelli che parlan fiorito – letteralmente liqueso!». Prima di un trasloco: «Come direbbe il mio amato Dante, da me indegnissimamente parafrasato, “transumar per verba non si porria”, e infatti ci son volute le mani e le macchine degli amici volenterosi». Durante un’influenza invernale: «Sono allettato in una condizione poco allettante!». Ciò l’ha reso amato e benvoluto da tantissime persone, a partire da quelle del suo quartiere, fino ai molti sparsi per l’Europa, come il sottoscritto. Tutti ne riconoscevano la levatura interiore, per tutti ebbe sempre la parola giusta, spesso risolutiva. Quando lo vidi l’ultima volta, a poca distanza dalla sua scomparsa terrena, mi consegnò, scritto di suo pugno, questo mantram del Maestro dei Nuovi Tempi, che si è rivelato essere il sigillo supremo della sua stessa vita: «Deve dare in sacrificio / l’essere suo e la vita / particolari, / chi vuol guardare / fini dello Spirito / per entro manifestazioni / del mondo dei sensi, / chi vuole osare ardito / d’infonder nel volere suo proprio / il voler dello Spirito».

Massimo Danza: È sempre stato “Francone” di Firenze. Il fiore all’occhiello di Massimo Scaligero. Era stato un eversivo di sinistra, poi, conosciuto Massimo e la Scienza dello Spirito, aveva abbandonato tutto per dedicarsi totalmente alla Via Spirituale. Cosí, quelle forze rivoluzionarie le aveva rivolte totalmente all’ascesi personale, e quell’atteggiamento da “rivoluzione continua” non lo abbandonò mai. Rivoluzione in se stesso, “guerra civile” contro le proprie debolezze, contro gli Ostacolatori interiori, abiurando nella totalità ad ogni forma di violenza, anzi dedicandosi anima e corpo agli altri. Aveva un entusiasmo ed una forza travolgente, totalmente fondate sulla propria volontà interiore, che chiamava la “Spada d’acciaio forgiata nella profondità dell’anima, pronta a colpire gli ostacolatori in ogni dove”. Aveva avuto un vicino particolarmente rumoroso, che lo infastidiva sempre proprio mentre si accingeva agli esercizi. «Allora – mi disse – l’ho assediato e l’ho preso per la fame, senza tregua!». «Cioè?». «Ho cominciato ad alzarmi alle cinque per fare gli esercizi! E ho raddoppiato il tempo della concentrazione! E se non basta, mi alzerò anche alle quattro e mezza!». Credo che questo raffiguri molto bene il modo di come ha affrontato le difficoltà, enormi, della sua vita. Una volta vidi una sua fotografia da giovanissimo, era minuto. «Francone, eri magrissimo!». «All’epoca, avevo veramente fame, e dormivo sui divani a casa degli amici!». Quindi tutta la sua vita è stata una continua lotta per la sopravvivenza. Lotta che aveva trasformato veramente in una spada adamantina e d’acciaio al servizio dello Spirito. E ad ogni incontro mi trasmetteva questo amore profondo e travolgente verso la Scienza dello Spirito. Un entusiasmo senza limiti, oltre ogni ostacolo. Mi ricordo che, ospite a casa nostra, lo andai a prendere alla stazione con una moto già assolutamente inadeguata alla mia stazza, figuriamoci a quella di entrambi. La guardò e poi disse: «Tranquillo, il mondo spirituale ci vuole ancora per un bel pezzetto! Andiamo!». Ad ogni incontro uscivo galvanizzato dalle sue parole, sapeva trasmettere volontà ed entusiasmo. Quando mia sorella stette molto male, Mimma gli chiese la cortesia di andare in Svizzera per procurarsi l’Iscador, perché a quel tempo solo lí si trovava. «Il tempo di finire di farmi la barba!». Prese il treno, immediatamente. Venne a Roma, prese la ricetta, la portò in Svizzera, e tornò a Roma per portare la medicina. Per poi fare ritorno Firenze. Senza riposarsi un attimo, senza soluzione di continuità! Rivide il letto quarantotto ore dopo! È un episodio eccezionale che ricordo della sua vita. E ricordo la sua Fedeltà assoluta, anche fanatica, se vogliamo, verso la Via, il Maestro, l’Amore che aveva intuito. Fedele alla sua compagna anche quando gli eventi lo avversarono pure su questo piano. E quando gli si faceva notare l’enorme peso delle prove sul piano pratico che viveva, rispondeva sempre: «Ma sai, noi “lupacci” siamo abituati a ben altro!».

Umbra Perchiazzi: Liberato dall’amore, penetrato di luce, sali verso le altezze…

Valentina: Un vivo impulso scorre attraverso l’umanità per la creazione di valori eterni. Vi sono rari uomini che vengono a portare nel mondo una parola nuova. Con loro, quei fedelissimi cooperatori che si adoperano alla costruzione di un nuovo indirizzo. Praticante interiore rigoroso e austero, Franco De Pascale non è stato quello che si dice un tiepido, un morigerato; e riposa operoso tra i ‘Figli del Fuoco’. Asceta tagliato a diamante, egli è stato un indicatore radicale e instancabile della Via del Pensiero Vivente e del Rito della Concentrazione, una colonna di volontà adamantina, un saldo e intrepido miles dello Spirito, che aveva fatta propria la massima “vita est militia sacra super terram”. E, nondimeno, un semplice, un fedelissimo, un autentico discepolo di Massimo Scaligero, per il quale portava una venerazione sconfinata, un amore ardente e sempre capace di rinnovato slancio. Tale si considerava e si voleva: un discepolo sulla Via, sempre richiamandosi alle parole del Maestro: «Raro il discepolo vero. Tutti vogliono fare i maestri, mentre non occorrono maestri, bensí discepoli: fedeli» (da una lettera del Gennaio 1980 a un discepolo). La sua biografia è ai miei occhi una ricapitolazione della sua vasta tradizione interiore, fino al riuscito approdo alla Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner ed all’approfondito studio delle scienze naturali nel senso rosicruciano. Pur assumendosi compiti e servizi da miles, Franco De Pascale ha potuto maturare, in pienissima coscienza e accettazione, importanti forze di donazione e sacrificio, attraverso prove durissime e felicemente previste per i veri discepoli della Rosacroce. Franco è stato un uomo di una dignità e nobiltà d’animo inarrivabili, un amico di generosità rara e capace di accogliere e donarsi senza riserve, di amare impersonalmente in perfetta vicinanza e identità, un suscitatore di nudo coraggio, un interlocutore insostituibile. La sua sapienza e le sue forze morali, ne hanno fatto un orientatore autorevolissimo, preparatissimo e affidabilissimo, un esempio di coerenza, fedeltà e veracità granitiche. Franco è stato un uomo libero e, come tale, voleva fortemente la libertà nell’altro. Eppure non ho mai conosciuto uomo piú semplice e modesto, in ogni sua manifestazione. Franco ha travolto la mia vita, e la vita di molti altri. È stato l’incontro autentico, l’incontro decisivo, l’incontro benedetto. Il distacco da questo mondo è stata la manifestazione di un compimento, pieno e colmo di pace profonda. Caro Franco, Idem velle, idem nolle, eadem amicitia est, volere e non volere le stesse cose, questa è amicizia. Amatissimo amico, cuore integro, hai guarito altri cuori con la tua sola presenza. Il nostro ora è un rapporto rinnovato, piú vivo che mai.

Piero Cammerinesi: Un pensiero di Luce per Franco, che possa proseguire il suo percorso evolutivo.

Marco Mazzeo: Conobbi Franco De Pascale, noto per gli amici come Francone, nella primavera del 1977 quando avevo circa 17 anni. Venne ad un appuntamento al Pincio assieme a Leopoldo Ceracchini, suo grande amico e mio insegnante di Liceo, che mi parlò di antroposofia. Siccome ai tempi io ero un estremista politico, con una formazione marxista, Leopoldo ritenne di farmi conoscere Franco, il quale proveniva da un’analoga formazione, se pur “sessantottina”. Franco era proprio un Lupo maremmano, come amava definirsi. Aveva un aspetto da eterno studente dei fine anni ’60, come se ne vedono nelle foto d’epoca; con gli occhialoni spessi (era assai miope), aspetto che mantenne sempre. Grosso di stazza, la sua provenienza da militante extraparlamentare sfociò prima verso lo Zen e il buddismo, e infine nella Scienza dello Spirito di Steiner e nel suo smisurato amore verso il suo diretto maestro Massimo Scaligero, pur mantenendo sempre quella modalità da guerriero orientale. Era goffo nei modi, ma con una capacità pensante fuori della norma; e difatti il linguaggio che usò nei miei riguardi fece maggior breccia, percependo la mia origine formativa ma altresí la mia spinta propulsiva che mi mosse verso lo spirituale. Un gesto che ricordo era sovente fare, era un rapido pugno verso il cuore, mentre suggeriva a me e poi anche ad altri, con il suo spiccato accento fiorentino: «Afferra te stesso!».

Shanti Di Lieto Uchiyama: Un vero Discepolo della Via Solare, un Apostolo fedelissimo del Logos, lascia un vuoto incolmabile! Il suo Lavoro per il Mondo Spirituale prosegue immutato se non rafforzato, dal Mondo Sovrasensibile…

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L’Archetipo

 

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO
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