LA VITA DELL’ANIMA. Scritti di Rudolf Steiner

LA VITA DELL'ANIMA (4° SCRITTO)

EPSON scanner image

L’ESSERE ANIMICO NEL CORAGGIO ANIMICO

E NELLA PAURA ANIMICA

Le abitudini di pensiero ormai vigenti nella moderna conoscenza della natura sono giunte al riconoscimento di non poter fornire nella conoscenza animica alcun risultato soddisfacente. Quello che si vuole cogliere, con queste abitudini di pensiero, deve o dispiegarsi nella quiete dinanzi all’anima, oppure, se è in agitazione, l’anima stessa deve sentirsi saltar fuori da tale agitazione. Poiché, partecipare all’agitazione di ciò che viene conosciuto significa perdersi in esso, in certo qual modo sommergersi in esso.

Ma come deve l’anima afferrare se stessa in una conoscenza in cui dovesse perdersi? L’anima può attendersi l’autoconoscenza solo da un’attività in cui, passo per passo, essa conquisti se stessa.

Questa può essere unicamente un’attività che sia creatrice. Ma allora, per il conoscitore sorge subito una incertezza: egli crede di cadere nell’arbitrio personale.

Proprio a questo arbitrio nella scienza egli rinuncia.

Egli esclude se stesso e lascia dominare in sé la natura. Cerca la sicurezza là dove non può giungere col proprio essere animico. Nell’autoconoscenza non può comportarsi così. Ovunque voglia conoscere, egli deve condurre se stesso con sé. Non può perciò, sulle sue vie, trovare la natura. Perché là, dove essa lo incontrasse, egli non ci sarebbe già più.

Ma questo ci dà appunto quella sensazione che ci occorre di fronte allo spirito. Non si può attendere nient’altro se non di trovare lo spirito là dove la natura, nell’autoattività, in certo qual modo si dissolve. Là dove ci si sente tanto più forti quanto si sente di questo dissolversi della natura.

Se perciò si colma l’anima con qualcosa che più tardi si rivela simile al sogno nel suo carattere illusorio, e si sperimenta interamente l’elemento illusorio nella sua piena essenza, allora si rafforza il proprio sentire. Nei confronti del sogno, pensando, noi correggiamo la nostra credenza nella realtà del sogno stesso. Nell’attività della fantasia non si ha bisogno di questa correzione, perché non si ha questa credenza. Nell’attività meditativa dell’anima, a cui ci si dedica per la conoscenza spirituale, non ci si può accontentare della mera correzione del pensiero. Bisogna correggere, sperimentando. Bisogna creare il pensiero illusorio in una attività, ed estinguerlo poi in un’altra attività altrettanto forte.

Entro l’attività estinguente si desta poi l’altra, l’attività conoscitrice dello Spirito. Se infatti l’estinzione è reale, la forza per attuarla deve provenire da tutt’altra parte che non dalla natura. Ciò che questa può dare, si è volatilizzato nell’esperienza dell’illusione; ciò sorge durante la volatilizzazione non è più natura.

In questa attuazione deve presentarsi qualcosa che nella conoscenza della natura non entra neppure in questione: coraggio interiore. In virtù di questo si deve trattenere ciò che emerge interiormente. Nella conoscenza della natura non si vuole trattenere nulla interiormente. Ci si fa trattenere da quello che è esteriore. Non occorre il coraggio interiore. Perciò in essa lo si disimpara. Questo disimparare produce l’paura, allorché lo Spirituale deve penetrare nella conoscenza. Si ha paura di fronte al fatto di poter afferrare nel vuoto, quando non si può più tastare la natura.

Questa paura si erge alla soglia della conoscenza spirituale. E questa paura fa sì che di fronte a questa conoscenza si indietreggi. E allora si diventa creativi, anziché nell’avanzare, nel l’indietreggiare. Non si lascia che lo Spirito formi in sé una conoscenza produttiva: si inventa una logica apparente che contesti la legittimità della conoscenza spirituale. Sorgono ogni sorta di ragioni apparenti per risparmiarci di riconoscere lo spirituale, perché di fronte ad esso, angosciosamente, si indietreggia.

In luogo della conoscenza spirituale, dalla creatività che ormai si manifesta nell’anima, quando questa si ritrae dalla natura, affiora la nemica della conoscenza spirituale: dapprima il dubbio verso ogni conoscenza che sia  al di là della natura: poi, quando la paura cresce, la contro-logica che vorrebbe relegare ogni conoscenza spirituale nella sfera del fantastico.

Chi ha appreso a muoversi, conoscendo, nello Spirito, scorge spesso nelle confutazioni di questa conoscenza le più forti dimostrazioni. Gli appare infatti chiaro come il confutatore soffochi via via nell’anima la sua paura di fronte allo Spirito, e come egli in tale soffocamento produca la sua logica illusoria. Con un tale confutatore non è, dapprima, affatto il caso di discutere. Poiché la paura, che lo assale, affiora nel subcosciente. La coscienza vuole salvarsi da questa paura. Essa sente, in un primo tempo, che se sopravvenisse questa paura, sull’intero essere interiore si riverserebbe debolezza nello sperimentare.

D’altronde l’anima non può fuggire di fronte a questa debolezza, giacché la si sente ascendere dall’interiorità. Anche fuggendo essa ci accompagnerebbe ovunque. Chi progredisca nella conoscenza della natura e, dedito ad essa, debba conservare il proprio sé, sente sempre, se non è capace di riconoscere lo Spirito, questa paura. Essa lo accompagnerà se egli non vorrà sospendere, oltre alla conoscenza dello Spirito, anche quella della natura. Nel procedere nella conoscenza della natura, egli deve in qualche modo disfarsi della paura. In realtà non lo può farlo. Perché essa si genera nel subcosciente nella conoscenza della natura. Essa vuole sempre dal subcoscio ascendere nella coscienza. Perciò lo scienziato confuta entro la sfera del pensiero ciò che non può eliminare dalla realtà del suo sperimentare animico.

E questa confutazione è un illusorio strato di pensieri posti sopra la paura subcosciente. Il confutatore non ha trovato il coraggio di lottare nella vita meditativa contro l’elemento illusorio dove avrebbe dovuto estinguere l’illusione per giungere alla realtà spirituale. Perciò egli insinua in questa, ora emergente, sfera della sua vita animica, le ragioni apparenti della confutazione. Esse placano la sua coscienza: non sente più la sua paura, pure permanente nell’essere subconscio.  

Il rinnegamento del mondo spirituale è un voler fuggire di fronte al proprio essere animico. Ma ciò rappresenta una impossibilità. Si deve restare in se stessi. E poiché pur fuggendo non si può fuggire se stessi, si cura, nel procedere della fuga, di non vedere più se stessi. Avviene però, animicamente, con tutto l’essere umano, quello che avviene con l’occhio quando viene affetto da cataratta. Allora l’occhio non può vedere. Si è ottenebrato in se stesso.

Così si ottenebra colui la sua anima che confuta la conoscenza dello Spirito. Egli opera questo offuscamento mediante le ragioni illusorie nate dalla paura. Evita la sana illuminazione dell’anima: si crea un malsano ottenebramento dell’anima. Il rinnegamento della conoscenza dello Spirito ha la sua origine in una specie di malattia catarattogena dell’anima.

Così, in ultima analisi, si viene ricondotti all’intima forza spirituale dell’anima, allorché si vuole investigare la giustificazione della conoscenza spirituale. E la via ad una tale conoscenza può essere percorsa soltanto mediante il rafforzamento dell’anima.

L’attività meditativa dell’anima, preparatrice della conoscenza dello Spirito, è una graduale vittoria dell’anima sulla «paura di fronte al vuoto». Ma questo vuoto è soltanto un «vuoto della natura», entro il quale può rivelarsi «la pienezza dello spirito», se la si voglia cogliere. E in questa «pienezza dello spirito», l’anima non si immerge con l’arbitrio che le è proprio quando è attiva, mediante il corpo, nell’esistenza naturale: essa vi si immerge quando lo Spirito le mostra il volere creatore, di fronte al quale l’arbitrio sussistente unicamente all’interno dell’elemento naturale si dissolve così come la stessa natura.

*

Rudolf Steiner

LA VITA DELL'ANIMA (3° SCRITTO)

 EPSON scanner image

L’anima sulla via dell’auto-osservazione

Nel sogno, l’anima coglie se stessa in una forma fugace che è una maschera.

Nel sogno senza sogni, apparentemente, essa si perde del tutto.

Nell’auto-percezione spirituale ottenuta mediante una meditata riproduzione del sogno, l’anima perviene a se stessa in quanto entità creatrice di cui il corpo è l’immagine.

Ma il sogno affiora dal sonno. Chi si propone di sollevare il sogno alla chiara luce della coscienza, deve anche sentirsi spinto ad andare oltre. Lo fa, quando cerca di sperimentare coscientemente il sonno senza sogni. Ciò sembra impossibile. Poiché nel sonno la coscienza, appunto, cessa. E pretendere di sperimentare coscientemente l’incoscienza, sembra una pazzia.

Ma la pazzia appare subito in altra luce, se ci si contrappone ai ricordi che si possono seguire retrospettivamente, da un determinato momento fino all’ultimo risveglio. Allora però bisogna procedere collegando in modo assolutamente vivo le immagini della memoria con ciò che esse rammemorano. Se allora si cerca di risalire all’indietro fino alla successiva immagine mnemonica cosciente, questa è situata prima dell’ultimo sogno. Se si compie realmente il collegamento con l’oggetto del ricordo, sorge una difficoltà interiore.

L’immagine mnemonica successiva al risveglio non si può accostare a quella antecedente al sonno.

La coscienza ordinaria supera la difficoltà effettuando il collegamento debolmente con l’oggetto ricordato, e semplicemente apponendo l’immagine del risveglio a quella dell’addormentamento. Per chi però abbia intensificato la sensibilità della coscienza mediante la ben consapevole riproduzione del sognare, quelle due immagini si scindono.

Per lui, fra le due sta un abisso. Ma, in quanto nota questo abisso, esso anche gli si colma. Il sonno senza sogni cessa di essere un vuoto lasso di tempo, nell’autocoscienza. Ne emerge, come un ricordo, uno spirituale colmarsi del tempo vuoto.

E’ bensì come un ricordo di qualcosa che la coscienza ordinaria prima non aveva affatto avuto in sé, nondimeno questo ricordo porta in sé il richiamo ad una esperienza dell’anima, altrettanto quanto ogni altro ricordo abituale. In tal modo però l’anima guarda realmente entro ciò che, per lo sperimentare ordinario – nel sonno senza sogni – trascorre per lei incoscientemente.

Questa è la via su cui l’anima guarda in sé ancora più profondamente alla sua propria entità che dà forma al corpo. Mediante la cosciente penetrazione del sonno senza sogni essa si vede, nella sua propria essenza, interamente svincolata dal corpo.

Ormai essa guarda non solo alla formazione del corpo, ma, al di là di quello, alla formazione del proprio volere.

L’intima essenza del volere resta altrettanto ignota, alla coscienza ordinaria, quanto gli eventi del sonno senza sogni. Si sperimenta un pensiero che racchiude in sé l’intento del volere. Questo pensiero si sommerge nel mondo indistinto del sentimento e scompare nell’oscurità dei processi del corpo. Riemerge da fuori, poi, come processo corporeo del moto del braccio, ed è di nuovo afferrato da un pensiero. Fra i due contenuti di pensiero sta qualcosa che è come il sonno fra i pensieri che precedono l’addormentarsi e quelli che seguono il risveglio.

Ma come con la prima forma di veggenza dell’anima si può cogliere il lavorio interiore dell’anima sul corpo, così con la seconda forma di veggenza si può cogliere il volere al di là del corpo. L’anima può trovare la via che la porti a contemplare il proprio intimo lavorio sulla struttura organica del corpo: e può anche arrivare all’altro sentiero, su cui le è possibile scorgere come essa lavori sul proprio corpo per estrarne il volere.

E come tra sonno e veglia sta il sogno, così fra il volere e il pensare sta il sentire. Sulla medesima via che conduce ad illuminare il processo volitivo, si trova anche l’illuminazione del mondo del sentimento.

Nella prima veggenza l’anima svela a se stessa il suo interiore lavoro sull’organismo. Nella seconda veggenza perviene al volere. Ma alla manifestazione esterna del volere deve precedere un’attività interiore. Prima che il braccio si sollevi, la corrente dell’attività deve riversarsi in esso in modo che entro i processi del ricambio che hanno luogo quando il braccio è in riposo, se ne inseriscano altri che si manifestano come l’esplicarsi di un sentimento. Il sentimento è un volere che resta chiuso nell’uomo, un volere che è trattenuto nella forma del suo nascere.

I processi inseriti nel corpo per l’esplicazione del sentire e del volere si rivelano alla seconda veggenza come processi opposti a quelli che sostengono la vita. Sono processi che demoliscono. Nei processi costruttivi la vita prospera: ma in essi l’anima si estingue. La vita del corpo che è edificata dall’anima stessa, deve essere demolita affinché la natura e l’attività dell’anima possano esplicarsi per suo mezzo.

Per la percezione spirituale, l’azione dell’anima sul corpo è come un ricordo di qualcosa che essa ha compiuto prima di estrinsecare se stessa nell’azione.

Ma in tale modo l’anima si sperimenta come un’entità puramente spirituale che ha fatto precedere alla propria attività la formazione del corpo, per avere nel corpo stesso il fondamento per la sua propria originaria e puramente spirituale esplicazione.

L’anima, prima dedica al corpo la propria attività creatrice, per manifestarsi poi, dopo aver assolto questo compito, in libera spiritualità.

E questo esplicarsi dell’anima comincia già col pensiero stesso che prende lo spunto dalla percezione sensoriale.

Se si percepisce un oggetto, l’anima entra già in attività. Essa plasma la corrispondente parte del corpo in modo che essa sia atta ad esplicare nel pensiero un’immagine riflessa dell’oggetto. Nello sperimentare questa immagine riflessa, l’anima scorge allora il risultato della sua propria attività.

Non si troverà mai l’essere spirituale dell’anima, filosofando sui pensieri che si presentano alla coscienza ordinaria. Poiché l’attività spirituale dell’anima non sta dentro, ma dietro a quelli. E’ esatto che i pensieri sperimentati dall’anima siano un risultato dell’attività cerebrale. Ma l’attività cerebrale è a sua volta il risultato dell’attività spirituale dell’anima.

Nel misconoscimento di questo fatto sta il malsano della concezione materialistica. Quando, partendo da ogni sorta di presupposti scientifici, essa dimostra che i pensieri sono un risultato dell’attività cerebrale, ha ragione. E una concezione che voglia confutare questa affermazione, dovrà pur sempre fare i conti con quanto il materialismo ha da dire. Ma l’attività cerebrale è risultato dell’attività spirituale. Per vedere ciò non basta volgere lo sguardo entro l’uomo: vi si incontrano i pensieri. E questi hanno solo una realtà riflessa: proprio questo è il risultato della corporeità.

Volgendo lo sguardo su se stessi, bisogna valersi di facoltà animiche rafforzate e potenziate. Bisogna strappare l’anima che sogna all’oscurità crepuscolare del sogno: allora essa non si volatilizza in fantasmi, ma depone la maschera per apparire come un essere che lavora sul suo corpo. Bisogna strappare l’anima che dorme, alla tenebra del sonno: allora essa non scompare di fronte a se stessa, ma si pone di fronte a se stessa come essere puramente spirituale che, nel volere, opera per tramite del corpo al di là di questo.

*

Rudolf Steiner

LA VITA DELL'ANIMA (2°SCRITTO)

 EPSON scanner image

L’anima nella chiarità della percezione spirituale

Ricorso che si sia, per imparare a conoscere l’essenza dell’anima, ai fenomeni del sogno, si è costretti infine ad ammettere che quel che si cerca, ci sta dinnanzi con una maschera. Dietro i simboleggiamenti di stati e processi corporei, dietro le esperienze mnemoniche accozzate contro natura, si può presumere l’attività dell’anima. Ma non si può asserire di trovarsi di fronte alla figura reale dell’animico.

Dopo il risveglio, ci si avvede di quanto il lavorio del sogno soggiaccia all’attività del corpo e, per tramite di questo, sia dedito al mondo sensibile esterno. Mediante lo sguardo retrospettivo dell’auto-osservazione, si vedono soltanto, entro la vita dell’anima, le immagini del mondo esterno, e non l’anima stessa. L’anima sfugge alla conoscenza ordinaria nell’attimo in cui si vuole coglierla nella conoscenza.

Con lo studio del sogno non si può sperare di accostarsi alla realtà dell’animico. Per trattenere nella sua forma originaria l’attività dell’anima, si dovrebbero estinguere, con una forte attività interiore, i simboleggiamenti degli stati e processi corporei, nonché le esperienze della memoria. Dopodiché si dovrebbe poter osservare il trattenuto. Ma ciò è impossibile, poiché chi sogna è in una condizione di passività. Non può esplicare nessuna attività propria. Con l svanire della maschera animica, svanisce anche la sensazione del proprio sé.

Diversa è la cosa per la vita di veglia dell’anima. Qui l’attività del sé può non solo conservarsi quando si estinguono le percezioni del mondo esterno, ma può anche rafforzarsi in  se stessa. Ciò avviene se, nella veglia, ci si rende altrettanto indipendenti dal mondo sensibile estero, quanto lo si è nel sogno. Si diventa allora, in piena consapevolezza, imitatori desti del sogno. Ma in tal modo anche ogni illusorietà del sogno cade. Chi sogna tiene per realtà le immagini del suo sogno. Chi è desto ne riconosce l’irrealtà. Chi è desto e sano, in quanto è imitatore del sogno, non può tenere per reali le sue immagini. Resta consapevole di vivere in illusioni create da sé.

Ma non riuscirà a creare queste illusioni, se egli si fermerà soltanto al grado della coscienza ordinaria. Dovrà provvedere ad un rafforzamento di questa coscienza. Questo lo potrà ottenere con un pensiero che sempre di nuovo si accenda da dentro. Con questo continuo accendersi, l’attività animica interiore cresce (nei miei libri L’Iniziazione e La Scienza occulta ho descritto nei particolari la corrispondente attività interiore).

In tal modo si può portare alla chiara luce della coscienza quel che passa per l’anima nell’oscurità crepuscolare del sogno. Si effettua così l’opposto di quanto avviene con la suggestione o con l’auto-suggestione. In queste, dalla semi-oscurità, si fa penetrare nella vita dell’anima qualcosa che poi viene considerata realtà. Nella attiva riflessione animica, ora caratterizzata, si pone con chiara coscienza davanti alla vista interiore qualcosa che – nel senso più pieno della parola – viene considerato soltanto come illusione.

Così si perviene a costringere il sogno a porsi nel chiaro lume della coscienza. Di solito esso si presenta soltanto alla coscienza ridotta, alla coscienza semi-desta. Il sogno paventa la luce della coscienza. Davanti ad essa svanisce. La coscienza rafforzata lo trattiene.

Così trattenuto, non guadagna forza. Al contrario ne perde. Invece viene data alla coscienza l’occasione di rafforzare se stessa. Nell’anima, allora, succede come quando, nella corporeità, un corpo solido è trasformato in vapore. Il corpo solido conferisce a se stesso dei limiti da ogni lato. Si possono toccare. Esistono di per sé. Se si converte in vapore il corpo solido, allora, affinché non si volatilizzi da ogni lato, occorre rinchiuderlo con pareti solide. Così l’anima, se vuole da sveglia trattenere il sogno, deve trasformarsi – per così dire – in un robusto recipiente. Deve rafforzarsi in se stessa.

Questo rafforzamento non occorre che l’anima lo effettui quando percepisce in sé immagini del mondo esterno sensibile. In tal caso è il rapporto del corpo col mondo esterno a curare che l’anima sia stimolata a trattenere queste immagini. Ma se l’anima, da sveglia, sogna entro un elemento che è sensibilmente irreale, allora essa deve trattenerlo per forza propria. Col rappresentarsi in piena coscienza il sensibilmente irreale, ci si educa la forza per vedere lo spiritualmente reale.

Nel sogno l’attività propria dell’anima è debole. Il contenuto fuggevole del sogno sopraffà tale attività. Questa preponderanza del sogno effettua che l’anima lo consideri realtà. Nella coscienza sensoriale ordinaria l’attività propria dell’anima sente se stessa come realtà accanto alla realtà del mondo dei sensi. Ma questa attività propria non può percepire se stessa; l’intera capacità percettiva viene impegnata dalle immagini della realtà sensibile.

Se l’attività propria dell’anima impara a conservarsi, riempiendosi consapevolmente di un contenuto irreale, allora a poco a poco si avviva in se stessa anche l’auto-percezione. Ora essa non soltanto volge lo sguardo indietro dalla percezione esterna su se stessa, ma in quanto attività animica, torna indietro e trova se stessa nella sua entità spirituale: questa ora diventa il contenuto della sua percezione.

Mentre l’anima si trova così in se stessa, le si illumina ancor più la natura del sogno. Essa scorge chiaramente ciò che prima poteva solo intuire, cioè che il sogno, nella veglia, non cessa, ma continua. Però il sogno che agisce debolmente viene sopraffatto dal contenuto della percezione sensibile. Dietro la luce della coscienza, che è colmata dalle immagini della realtà sensibile, albeggia un mondo di sogno. E questo, mentre l’anima veglia, non è illusorio come il mondo di sogno del dormiveglia.

Nella veglia – sotto la soglia della coscienza – l’uomo sogna i processi interiori del suo corpo. Mentre si vede con l’occhio e si rappresenta con l’anima il mondo esterno, nello sfondo vive il debole sogno della vicenda interiore. Col rafforzamento dell’attività propria dell’anima, a poco a poco la percezione del mondo esterno si attenua fino alla debole intensità del sogno, e la percezione del mondo interiore si rischiara nella sua realtà.

Nella percezione del mondo estero l’anima è ricettiva; sperimenta il mondo esterno come produttivo, e il suo proprio contenuto come il riprodotto. Il pensiero del mondo esterno deve essere sentito come immagine degli esseri e dei processi del mondo esterno. Di fronte alla reale percezione dell’anima, conseguita nel modo descritto, il corpo umano può essere sentito solo come un’immagine dell’entità spirituale dell’anima.

Nel sogno, l’attività dell’anima si libera dallo stretto legame col corpo, in cui si trova nello stato ordinario di veglia: ma conserva ancora col corpo un allentato rapporto che essa riempie coi simboli della corporeità e con le esperienze della memoria, le quali pure si ottengono tramite il corpo. Nella percezione spirituale di se stessa, l’anima si rafforza tanto che la propria realtà superiore le diventa percettibile ed il corpo conoscibile nel suo carattere di riproduzione di quella realtà.

Rudolf Steiner

LA VITA DELL'ANIMA (1° SCRITTO)

 EPSON scanner image

Come sapete, sono abituato a separare nettamente l’Opera scritta del Dottore dall’immensa quantità delle Sue conferenze, nonostante la dovizia e la profondità di insegnamenti e comunicazioni che si ritrova in queste ultime. Ciò per diversi motivi. Siate d’accordo o in disaccordo su ciò, è argomento già trattato.

Molti sanno che Steiner, oberato e oppresso da un’enorme quantità di richieste, negli anni ’20 dovette abbandonare alcuni progetti di metter mano a nuovi Testi o a completi rifacimenti. Poi, ammalato, continuò sino allo stremo la biografia (La mia Vita) e quello che fu raccolto poi sotto il titolo di Massime Antroposofiche.

Però riuscì a pur dare qualche contributo scritto alla Rivista Das Goetheanum.

Trascrivo per Eco quattro saggi del Dottore che furono pubblicati tra il 21 ottobre e l’11 novembre 1923 su tale Rivista.

Apparvero in italiano sulla Rivista mensile Antroposofia nei numeri di maggio e giugno del 1956 e credo valgano la pena di essere nuovamente letti, riconquistati.

L’insieme prese il titolo seguente: La vita dell’anima, mentre il primo saggio risponde a:

*

 L’anima nell’oscurità crepuscolare del sogno

 

Se nell’ambito dell’esperienza ordinaria l’uomo vuole contemplare la sua anima, non può bastargli soltanto volgere in certo modo lo sguardo spirituale all’indietro, per scoprire, guardando in sé, quello che egli è in quanto osservatore del mondo. Non scorge, in tal modo, nulla di nuovo. Scorge quello che egli è, in quanto osservatore del mondo, soltanto in un’altra direzione.

Nella vita di veglia l’uomo è dedito quasi interamente al mondo esterno. Vive nei sensi. Nelle impressioni dei sensi il mondo esterno continua a vivergli dentro. In queste impressioni si intessono i pensieri. Anche in essi vive il mondo esterno. La forza, però, con cui il mondo esterno vien colto nei pensieri può essere sentita come entità propria dell’uomo. Ma questa sensazione di una forza propria ha un carattere del tutto generico, indeterminato. In essa nulla si può distinguere con la coscienza ordinaria. Se l’uomo fosse costretto a riconoscere solo in essa l’essenza della sua anima, egli non avrebbe, di quest’ultima, nulla se non una indeterminata sensazione di sé, di cui non conoscerebbe che cosa essa è.

L’elemento insoddisfacente in una tale forma di autosservazione è che l’essenza dell’anima, quando essa vuol coglierla, subito le sfugge. Uomini che seriamente anelano alla conoscenza attraverso questa elemento di insoddisfazione possono essere spinti alla disperazione nei confronti di ogni conoscenza.

Perciò gli uomini riflessivi hanno quasi sempre cercato la conoscenza dell’anima per strade diverse da quella dell’auto-osservazione. Nell’osservazione dei sensi e nel pensiero ordinario essi hanno sentito che quella indeterminata sensazione di sé è tutta rivolta al corpo. Hanno riconosciuto che l’anima finché persiste in questa sua dedizione al corpo, non può saper nulla, con l’auto-osservazione, della sua propria essenza.

Un campo, sul quale questo sentimento si volse, è il sogno. Essi si accorsero, che il mondo di immagini, che il sogno magicamente evoca ha qualcosa a che fare con quella indeterminata sensazione di sé. Questa si presentò a loro, in certo modo, come la tabula rasa su cui il sogno dipinge le sue immagini. E poi riconobbero che questa stessa tabula è il pittore che dipinge su sé e in sé.

Così il sognare diventò per loro quella fuggevole attività, nell’interiorità dell’uomo, la quale riempie di contenuto l’indeterminata sensazione dell’essere animico. Un contenuto enigmatico; ma l’unico che, dapprima, si potesse avere dell’essere animico. Una contemplazione avulsa, bensì, dalla luminosità della coscienza ordinaria, spinta nella oscurità crepuscolare della semicoscienza; ma nell’unica forma, raggiungibile alla vita quotidiana.

Ma nonostante questa crepuscolare oscurità, risulta, non certo alla autosservazione pensante, bensì ad un autotastare interiore, un elemento molto significativo. Si lascia palpare un’affinità tra il sognare e la fantasia creatrice Si sente che quel che tesse in maniera aerea nel sognare, nel creare della fantasia, viene afferrato dall’interiorità del corpo. E questa interiorità del corpo costringe la forza plastica del sogno ad abbandonare il suo arbitrio e a trasformarsi in una attività che, sia pur liberamente, imita però ciò che esiste nel mondo dei sensi.

Raggiunta che si abbia una tale forma di tastare interiore, si progredisce ben presto di un passo. Si scorge che la forza plasmatrice del sogno può congiungersi ancora più intimamente col corpo. Si scorge ciò ciò in maniera presaga nell’attività del ricordare, della memoria. In questa, il corpo costringe la forza plasmatrice del sogno ad una maggiore fedeltà, rispetto al mondo esterno, che nella fantasia.

Se si è veduto questo, resta ormai un solo passo da fare per comprendere che la forza plasmatrice del sogno sta a base anche del pensiero ordinario e della percezione dei sensi. Qui essa è tutta dedita al corpo, mentre nella fantasia e nella memoria trattiene ancora qualcosa della forma di attività sua propria.

Ciò dà un certo diritto a presumere che nel sogno l’essere dell’anima si liberi dal corpo e viva nella forma che le è propria.

Così il sogno diventò il campo delle indagini di ricercatori animici.

Esso però costringe l’uomo entro una zona assai malsicura. Quando è dedita al corpo, l’anima è aggiogata alle leggi da cui la natura è pervasa. Il corpo è una parte della natura. In quanto è rivolta al corpo, l’anima è anche intessuta nelle leggi della natura. I mezzi con cui si adatta alla vita naturale, essa li sente come logica. Nel pensiero logico sulla natura l’anima si sente sicura. Nella forza plasmatrice del sogno essa si strappa al pensiero logico sulla natura. Rientra nel suo proprio essere. Così facendo, però, essa lascia per così dire il solido e limpido terreno della vita interiore e si abbandona allo sfuggente e impervio mare dell’esistenza spirituale.

La soglia del mondo spirituale sembra oltrepassata; ma dopo questo passo ci si presenta soltanto un elemento spirituale senza fondamento e senza direzione. Ricercatori animici che ne vogliono varcare in tal modo la soglia, scoprono l’affascinante ma anche problematico campo della vita dell’anima.

Esso è pieno di enigmi. Rapidamente, dagli avvenimenti esterni, esso intesse vaghe connessioni che deridono le leggi naturali; subito configura simboli di organi interni e processi corporei. Il cuore che batte troppo forte appare nel sogno come una fornace ardente; i denti dolenti come una palizzata con pali danneggiati. E, nel sogno, l’uomo impara a conoscersi in forma peculiare. La sua vita istintiva si configura in immagini di azioni dubbie che nella di veglia egli eviterebbe con cura. Suscitano un particolare interesse nei ricercatori dell’anima quei sogni che hanno carattere profetico, o quelli in cui l’anima si immagina di possedere facoltà che nella vita di veglia le mancano del tutto.

Qui l’anima appare disciolta dal suo aggiogamento all’attività del corpo e della natura. Vuole essere indipendente. Ma subito, non appena vuole esplicare se stessa, l’attività del corpo e della natura la inseguono. Non vuol saper nulla delle leggi di natura; ma i fatti naturali le appaiono nel sogno come contrarietà naturali. Vuol conoscere gli organi interni del corpo o le sue attività. Ma non porta ciò a chiare immagini di questi organi o facoltà, ma solo simboli che portano in sé il carattere dell’arbitrio.

L’esperienza esteriore della natura viene strappata dalla determinatezza in cui si trova per effetto della percezione sensoria e del pensiero; inizia l’esperienza dell’interiorità umana, ma inizia in una forma oscura. La percezione della natura è abbandonata; la percezione di sé non è ancora veracemente raggiunta.

L’indagine del sogno non mette l’uomo in condizione di contemplare l’anima nella sua vera forma. Per mezzo suo l’ha bensì dinanzi a sé più spiritualmente concreta che non nell’auto-osservazione pensante; l’ha, tuttavia, come qualcosa che si dovrebbe effettivamente vedere, ma che si può afferrare solo come involucro.

*

Rudolf Steiner

Della visione dell’anima attraverso la conoscenza spirituale dovrà parlare la seconda parte dell’articolo.

Torna in alto