Febbraio 2014

L'ARCHETIPO – MARZO 2014

angelo-liberatore

In questo numero

Variazioni
A.A. Fierro Variazione scaligeriana N° 61

Socialità
L.I. Elliot Il Grande Fardello

Poesia
F. Di Lieto Presagio

Etica
T. Diluvi Il contagio

AcCORdo
M. Scaligero Armonizzare le dissonanze

Il vostro spazio
Autori Vari Liriche e arti figurative

Considerazioni
A. Lombroni Il segreto dei segreti

Il Maestro e l’opera
I. Stadera Il potere solare del pensiero

Spiritualità
R. Steiner Le Feste cristiane e la respirazione della Terra

FiloSophia
M. Scaligero La dottrina giapponese del hara

Inviato speciale
A. di Furia Imperialismo dell’illusoria materia

Uomo dei boschi
R. Lovisoni Il libro

Esoterismo
M. Iannarelli Nessi esoterici del testamento di R. Steiner

Miti e saghe
R. Steiner Segni e simboli occulti

Personaggi
M.G. Moscardelli Danza La signora con la lanterna

Costume
Il cronista Vittime

Redazione
La posta dei lettori

Siti e miti
O. Tufelli La Scuola Medica Salernitana

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

AMULETI E TALISMANI

 talismani

Vorrei brevemente affrontare una caratteristica umana che è antichissima ma perdura in tantissimi atti della vita contemporanea. Ognuno può osservarsi e vedere da sé quanto, sia poco o molto, riesca ad incidere nei fatti più comuni.

Devo purtroppo iniziare partendo da una ambiguità originaria, cioè presente nei termini antichi.

L’amuleto deriva dal latino amoliri (rimuovere) o dall’arabo himālah (ciondolo o pendaglio)? Io non lo so e non essendo filologo continuo tenendo per me questo angosciante interrogativo.

In ogni caso l’amuleto si riferisce ad oggetto “ capace di stornare influssi negativi di vario genere per colui che lo indossa”.

Nell’uso corrente l’amuleto è anche sinonimo di talismano per il fatto che entrambi portano vantaggi a chi gli adopera.

La differenza consisterebbe che l’amuleto ha un precipuo scopo protettivo, mentre il talismano garantirebbe al possessore il raggiungimento di beni desiderati.

L’uso degli amuleti è documentato fin dalla preistoria. La materia di fabbricazione poteva (può) essere tratta da ciascuno dei tre regni naturali e le forme erano (sono) svariatissime: forma e sostanza erano (non ripeto più il verbo al presente ma ci sta sempre) in relazione con quella che sarebbe stata la loro funzione, anche in virtù del mana che erano capaci di sprigionare.

Oro (incorruttibile), rami di corallo…e in genere oggetti o rami puntuti (molto potente è un ramo biforcuto di larice falciato dall’albero in luna piena, tenuto a riposo in lino bianco), capaci di infilzare l’influsso molesto. Poi si usava l’ambra con la magica capacità di elettrizzarsi, radici con forma somigliante ai genitali umani, ecc.

Usatissime le piante: la ruta contro l’invidia, il ciclamino propizio alle partorienti, la verbena adoperata in Roma dai feziali che si recavano in territori ostili. Infine chiodi di ferro (le punte ferrose spaventano anche ora certi esseri fisicamente invisibili), ferri di cavallo e altro ancora.

Con il Cristianesimo mutò, in parte, l’atteggiamento e parte degli oggetti: vennero usati come amuleti crocette, monogrammi, reliquie di martiri, perlopiù false.

Divertente la distinzione che la Chiesa cavalcò quanto prima: tutto ciò era diversissimo dalla vecchia superstizione pagana, poiché tali oggetti erano muniti di “virtù intrinseca” capace di preservare dai mali naturali o dagli attacchi diabolici per la particolare protezione di Dio e dei Santi.

Dunque sappiate che dire “amuleti cristiani” è ciò che vi confina tra i protestanti ed i razionalisti.

Naturalmente i cristiani più primitivi continuarono a paganeggiare in beata ignoranza e perciò ad usare ferri di cavallo, campanelli, pietre semi-preziose, chiodi e legni stappati dai sepolcri, per non parlare di antichi segni e simboli zodiacali.

Abbiamo negli attuali musei scongiuri scritti su piombo o marmo e gremiti da nomi angelici insieme a indecifrabili parole mai pronunciate da uomo. Furono impressi sui casolari (e in lapidi funerarie) disegni di ruota, svastika, pesce, ecc.

Il Rinascimento portò in auge i misteriosi rapporti tra i pianeti e, a seconda dei casi, il loro riflesso terreno in certe pietre preziose, minerali rari, piante e animali singolari.

Poi, l’isteria verso le streghe aumentò alla pari del malocchio (pura superstizione…ma andate a raccontarlo a chi non c’è più, defunto senza cause apparenti. Gli occultisti calcolarono che solo nel sud dell’Italia nei primi decenni del secolo scorso, furono ben oltre il migliaio le vittime della…superstizione).

Avendo scambiato tali fantasie per realtà, fiorirono tutti i mezzi possibili per difendersi contro la stregoneria e altri incidenti di percorso.

Del resto, anche nel presente, molte persone, spesso istruite, praticano seriamente l’uso della mascotte, credono al benefico tocco del ferro, non usano certi colori sulla propria persona, ecc.

Dimenticavo di segnalare che la Chiesa cattolica definisce due gradi di peccaminosità in tali pratiche: più blanda la prima, è chiamata di “vana osservanza”, la seconda è più severa ma scusate, non ricordo il nome che ha a che fare con la magia: in ambedue i casi siete in condizione di peccato mortale.

Vorrei che ciò fosse del tutto chiaro per quanto vi indicherò ora.

In Medio Oriente viene chiamato “il talismano di Bidouh” La leggenda vuole che si chiamasse con tal nome il carovaniere a cui tutte le cose andavano sempre bene.

Ora fate attenzione: prendete un cartoncino quadrato, poi tirate due righe equidistanti in verticale e fate lo stesso in orizzontale.

Devono venir fuori nove caselle tutte uguali. Poi riempite ogni casella con un numero. Facciamolo in orizzontale.

Allora, le prime tre caselle (orizzontali) saranno, da sinistra a destra riempite con: 4, 9, 2.

La seconda fila con: 3,5, 7.

E la terza con: 8,1,6.

In qualunque direzione, anche diagonalmente, si sommino i numeri di una fila, il totale è 15, numero sacro poiché l’uno e il cinque corrispondono alle due prime lettere del nome Jehovah.

La tabella può essere modificata per usi buoni o malvagi e questo non lo scrivo.

Se ci credete, legatela come una collana sul petto e sotto i vestiti.

Se non ne vorreste più saperne, dopo aver compilato questo Sudoku magico, abbiate l’attenzione di bruciarlo completamente.

Buona fortuna!

ALTRO

COSCIENZA E AUTOCOSCIENZA

Raffaello,_concilio_degli_dei_

(Concilio degli dei – Raffaello)

*

A volte un’immagine può dire più di tante parole se colpisce il profondo dell’anima, ed un mito – come c’insegna Platone – può esprimere una verità profonda, celata nella trama delle immagini, meglio di un discorso dialettico, che spesso è solo il rumoroso risuonare di vuote parole. Immagine e mito possono avere un afflato poetico, e suggerire o far presagire arcani significati, ai  quali l’anima può volgersi nel meditare.

Pochi colgono la differenza tra coscienza e autocoscienza, ma essa è fondamentale per intuire e avere vivo e intenso in se stessi il clima nel quale si svolge l’Ascesi del Pensiero, il clima del pensiero puro, che ha pochi, scelti innamorati. Pochi sono così svegli da rendersi conto come un’aurea disciplina, che molti ritengono aridissima, come la Concentrazione possa essere in realtà un’operazione interiore che può generare nell’anima slancio ed entusiasmo, possa suscitare dedizione sacrificale e abnegazione, generoso impegno e gioiosa immolazione. È una disciplina ardua e austera, è vero, è tuttavia essa può accendere – dopo aver dissolta e dispersa la mucillaginosa e logorante emotività nella quale sguazza l’anima «naturale» – un impeto interiore che travolge la mediocrità nella quale l’accidiosa comune umanità si crogiola e apre all’audace e al fedele  il varco alla Via eroica e al sentire celeste: quello autentico, non la sua caricaturale degenerazione che è la consueta erodente emotività.

Un tempo – che era prima del sorgere del «tempo», ossia del tempo umanamente concepito – l’Assoluto, il Supremo, riunì tutti gli Dèi, tutti gli Esseri delle Gerarchie Celesti, e dette loro un compito: portare ad esistenza nell’Universo la «libertà». Compito che gli Dèi, le Entità divine, ritennero estremamente arduo, perché essi non conoscevano la libertà. Non la conoscevano perché essi non erano liberi. Gli Dèi, gli Esseri delle Gerarchie divine, infatti, erano emanazioni e manifestazioni dell’Assoluto, del Divino: nel loro essere manifestava ogni Gerarchia un particolare aspetto del Divino, ed il loro agire esprimeva direttamente  e dinamicamente un aspetto dell’Assoluto, agire che non poteva essere diverso da quello che era. Vi sono Deità che sono «Spiriti della Saggezza o della Sapienza»: Essi non «hanno» Saggezza o Sapienza, bensì «sono» la divina Saggezza o Sapienza, e non possono non esserla, non possono sottrarsi a tale identità. Altri Dèi sono «Spiriti dell’Armonia», o «Spiriti della Volontà e del Coraggio», e anch’essi sono «Armonia», «Volontà», «Coraggio», così come altre Deità sono «Amore», «Forza», «Forma», e via dicendo. Sono quello che sono, e non possono non esserlo. Sono legati all’«essere» che costituisce la loro essenza, e non hanno la possibilità della scelta del «non essere», del non essere quello che sono e come sono. Per non essere quello che sono, per essere diversi da quello che sono, dovrebbero essere «liberi». Ma essi, appunto liberi non sono, perché non «conoscono» la «libertà», ma soltanto la «necessità» che li lega al loro «essere». Non si può essere quel che non si conosce.

Compito difficile, dunque, per gli Dèi quello di portare ad esistenza nell’Universo la «libertà». Per cui «deliberarono» di creare un essere che avrebbe portato lui ad esistenza la libertà nell’Universo e che, quindi, l’avrebbe fatta conoscere loro. Quello che crearono fu l’Uomo Cosmico, l’Uomo Primordiale: quello che nei Veda viene chiamato Mahapurusha, il ‘Grande Uomo’ e, nella Kabbalah, Adam Qadmon, l’Uomo Primevo. Ad un tale Uomo Primordiale, ogni Deità, ogni Entità delle Gerarchie celesti donò una parte del proprio «essere»: egli ricevette Sapienza, Armonia, Volontà, Forza, Coraggio, Amore, e tutte le altre «qualità» o manifestazioni dell’Assoluto, che costituivano l’«essenza» delle Gerarchie stesse.

Ma un tale Uomo Primordiale non era e non poteva essere immediatamente «libero»: finché fosse rimasto nel seno degli Dèi, egli sarebbe stato sapiente, anzi onnisciente, potente e morale, ma non libero, perché la visione e la presenza degli Dèi in lui, con la sua travolgenza, agiva in maniera coartante in lui. Una conoscenza sapiente o un impulso morale sorgevano in lui in maniera immediata, in certo qual modo come un istinto superiore, analogamente a come in un animale sorge la fame, la sete, il sonno. Se l’Uomo primordiale fosse rimasto nel seno degli Dèi sarebbe stato un automa conoscitivo e un automa morale, e perciò non libero. E ciò per la medesima ragione per la quale le Gerarchie non sono libere: la visione del Divino, dell’Assoluto, agisce in esse in maniera così immediata e travolgente che loro sono «costrette» ad essere quello che sono, senza possibilità di sottrarvisi.

Fu necessario che l’Uomo venisse separato conoscitivamente e volitivamente dal Mondo Spirituale e degli Dèi, che lo avevano generato e dei quali egli era figlio. Poiché, parlando da un punto di vista radicale, esiste unicamente il Mondo Spirituale, ossia gli esseri spirituali e i loro stati di coscienza, una tale «separazione» non può essere che una «illusione», un mero «apparire» una maya, anzi la Grande Maya, ossia una limitazione nello stato di coscienza ed una progressiva diminuzione dell’ispirazione della sua volontà.

A tale scopo gli Dèi «incaricarono» una serie di deità inferiori, affinché «velassero» progressivamente la visione dell’Uomo, sottraendolo alla visione del Divino, lo «seducessero», sottraendolo all’azione diretta degli Dèi in lui, lo «precipitassero» nella frantumazione dell’apparente molteplicità, lo facessero smarrire nell’oscurità di un mondo illusorio. Ma neppure tali deità inferiori erano libere: esse eseguivano semplicemente un compito fatale, al quale erano costrette  e al quale non potevano sottrarsi. Come «Spiriti dell’Ostacolo» essi eseguirono – e tuttora eseguono – inesorabilmente il compito comandato loro, con l’impersonalità e la travolgenza di forze della natura, e subendo anch’esse – sia pure su un altro piano – una limitazione dell’intensità e della vastità della coscienza spirituale.

Sotto l’azione di tali Entità Ostacolatrici, l’uomo ha visto nei millenni oscurarsi progressivamente la propria visione diretta del Mondo Spirituale, dapprima sostituita dalla «memoria» struggente di tale comunione diretta, poi con l’attenuarsi e l’estinguersi della stessa «memoria», a sua volta sostituita dalla «tradizione» inizialmente orale e successivamente scritta. Nei secoli e nei millenni, la «tradizione» ha cercato di restaurare per gli asceti la comunione col Divino con i metodi dello Yoga, con i Riti iniziatici, e per i popoli e le comunità un collegamento con la sfera spirituale attraverso i riti e le cerimonie religiose. Sino al punto fatale nel quale – come scrive Massimo Scaligero – la Madre Divina lascia il bimbo umano nel buio e nell’oscurità del terrestre, perché impari a camminare da sé, non più sorretto e non più guidato da Entità superiori.

Sempre più una tale comunione e un tale collegamento col Divino, nel corso dei secoli e dei millenni, diveniva difficile e problematico per gli asceti e le masse. Sempre meno i metodi delle ascesi tradizionali e quelli religiosi funzionavano. E negli ultimi due o tre secoli è andato scomparendo per moltissimi persino il semplice sentimento del Divino, sino alla diffusione di un materialismo in campo scientifico, filosofico, etico e persino religioso, con tutta la serie dei suoi effetti devastanti. Questo è ciò che è stato prodotto dall’azione delle deità ostacolatrici inferiori, per effetto di un compito che a tali inferiori deità ostacolatrici è stato imposto – quindi non da loro stesse scelto – da parte degli Dèi.

Il fine di tutto questo immenso dramma cosmico – ricordiamolo – è la nascita dell’uomo libero, la nascita dell’uomo che, tacendo ormai la parola degli Dèi, che un tempo lo guidava attraverso Oracoli, Iniziati e sacerdoti, ai quali egli si rimetteva passivamente, e estinta l’antica visione spirituale, smarrito il ricordo, spento il sentire del Mondo Spirituale, non può che fare appello all’Assoluto che è alla base del suo essere. Attraverso il dubbio, lo smarrimento, l’errore e il male,  e il loro superamento, l’uomo cercherà con le proprie sole forze, la conoscenza di se stesso e dell’Universo, e libertà del proprio autonomo volere.

Possiamo dire che gli Dèi sono il principio e la causa dell’essere dell’uomo, mentre l’uomo è il fine e la mèta degli Dèi. Perciò – come ci ricorda ancora Massimo Scaligero – «delude gli Dèi l’uomo che vuole dipendere dagli Dèi». Perché gli Dèi hanno coscienza sovrasensibile, ma non autocoscienza. Gli Dèi hanno coscienza del loro essere fondati nell’Assoluto, ma non hanno coscienza dell’Io. Hanno possente volere creativo, ma non libero e autonomo volere.

Autocoscienza, coscienza ed esperienza dell’Io, libertà e autonomia del volere sono ciò che gli Dèi non hanno, ciò che essi attendono dall’uomo: dall’uomo che in sé è sintesi di tutto ciò che le Gerarchie, gli Dèi sono nella loro essenza. L’uomo può essere e non essere: può realizzare la propria libertà o anche annientarla. Gli Dèi no. L’uomo può scegliere la propria condizione: oltre che essere, può voler essere, liberamente scegliere e volere che cosa essere. gli Dèi non possono questo. Essi attendono nostalgicamente che l’uomo realizzi questa libertà e la doni loro.

Per il Buddhismo, in Oriente, la condizione dell’uomo è suprema: superiore a quella di tutti gli atri esseri a lui inferiori o superiori. Una condizione superiore a quella degli stessi Dèi, che non sono liberi. «Se un Dio vuole realizzare la libertà, deve incarnarsi sulla Terra come uomo»: questo afferma il Buddhismo. Pochi tra gli Dèi hanno rinunciato al loro rango divino e si sono incarnati come uomini sulla Terra per fare l’esperienza dell’io, per sperimentare e realizzare la libertà, per accompagnare l’uomo in questa difficile  impresa terrestre.

Per questo non è possibile rivolgersi ai metodi antichi della Yoga e della «tradizione», ché sarebbe un tentare di tornare indietro, ad una impossibile infanzia divina, nella quale eravamo in tutto e per tutto dipendenti dagli Dèi. Sarebbe un tradire gli Dèi e l’uomo stesso, rendere inutile l’intero dramma attraversato, con i suoi strazi, i suoi fallimenti, le sue vittorie. Oggi l’uomo è volto verso il futuro: egli sarà ciò che vorrà essere. Egli dovrà liberarsi del passato, della sua decadente e corrotta natura, dei suoi condizionamenti ereditari, delle tradizioni culturali, sociali e religiose, provenienti da un passato che oramai ha esaurito la sua funzione.

Essere volti verso il futuro significa cominciare ad essere liberi nel pensare: cominciare ad essere «svegli» nel pensare, perché solo nel pensare per ora possiamo essere totalmente svegli. Se il pensare lo vogliamo, coscientemente, come «atto» sin dal suo sorgere. Perché se pensiamo veramente, nessun Dio prescrive i pensieri che pensiamo volitivamente nella nostra coscienza. Ma questa è la Concentrazione: volere talmente l’atto pesante sino al punto che il pensare diviene cosciente del proprio movimento: diviene cosciente del proprio essere pensante  indipendentemente e senza un oggetto pensato. Allora è il pensare dell’Io, non il pensato dell’anima, la quale è mossa dal sentire, condizionata dalla natura corporea. Per ora il sentire non è libero, perché non è voluto dall’Io, bensì passivamente generato nell’anima. Né è libero il volere mosso da forze ancora più oscure di quelle sognanti del sentire. Per questo una «via dell’anima» non può funzionare, perché non è cosciente delle forze che la muovono.

L’anima ha coscienza dei pensieri passivi, dei sentimenti, dei moti volitivi e istintivi, ma non ha autocoscienza: non scorge come sorgano in lei tali pensieri, sentimenti e moti volitivi, che talvolta la fanno molto soffrire: l’anima non conosce se stessa. Questo è il suo dramma. L’Io, invece, ha autocoscienza: coscienza di sé e coscienza del pensare, del sentire, del volere. L’Io ha coscienza della genesi del pensare, del sentire e del volere. L’Io può volere il pensare, il sentire e lo stesso volere: col suo potere d’identità può farsi ad essi identico, o tornare ad essere identico a sé, essere «forma» estraformale, «vuota», del proprio puro essere. Questo è essere liberi.

Missione dell’uomo è realizzare Conoscenza, Libertà e Amore. Ma non vi è vero Amore se non si è veramente liberi: liberi soprattutto dalla guasta sentimentalità. Massimo Scaligero diceva che «si ama perché si vuole amare, non perché non se ne può fare a meno». Ma non vi è Libertà se non si conosce se stessi e il mondo: se non si è, oltre che coscienti, autocoscienti. Hic opus, hic labor est!

Vale tutt’oggi l’ammonizione dell’Ulisse dantesco:

O frati”,  dissi, “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia
d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza
”.

(Inf. XXVI).

 

SCIENZA DELLO SPIRITO

COMBATTERE LE TENTAZIONI CENTRIFUGHE

 spirale centrifuga

Ben giustamente in uno scritto recente di Eco, l’autore ricordava come Massimo Scaligero si rifiutasse di dare, ai tanti che sicuramente lo chiesero, un costrutto di concentrazione. Invariabilmente Scaligero rispondeva che questo sarebbe stato un errore. L’indicazione formale e il senso dell’esercizio, altrettanto importante, lo si trova alla base di tutti i suoi scritti. Mentre il “costrutto” sarebbe una incursione dialettica e definita oltre un confine dell’azione, in cui – mi pare ovvio – curiosità e finalità razionalistiche non dovrebbero avere neppure un permesso temporaneo per metterci il naso.

La concentrazione è un atto serissimo e se ciò non viene compreso…forse sarebbe meglio tentare altre cose. Chi è pratico di concentrazione sa che, di fatto, entra in un mondo diverso, dove inizia a trovare un grado di realtà superiore a quello che gli è consueto, avverte che la pace è possibile, che un centro dell’essere esiste, che la determinazione sacrificale di tutto quello che avvertiva abitudinariamente come sostanza di sé, può consumarsi in un punto geometrico oltre il quale si spalanca l’infinito.

Da quello che ho sentito e visto – e gli anni non sono pochi – mi pare evidente che solo una minoranza di discepoli dell’antroposofia si sia sentita disposta a seguire la via, “più esatta e sicura” della Scienza dello Spirito. Ciò è assolutamente comprensibile: in genere la comunicazione antroposofica dona tantissimo alle anime mentre la luce del pensiero, se diventa il contenuto per eccellenza dell’anima, appare fredda, arida…anzi non appare affatto se non come un invisibile che illumina ciò che del pensiero giunge a coscienza come rappresentazione. Quest’ultima è sempre riproduzione del sensibile, sia esso una poltrona oppure un saputo o un pensato. In tal senso, attenendoci all’esperienza, non potremmo mai dirci altro che materialisti: l’interiore presentandosi come specchio imperfetto e frammentato del mondo sensibile. Pure il sopravvalutato sentire, quello ordinario sia chiaro, non se la cava, rivelandosi solamente l’impronta di condizioni o situazioni: dando anzi una passiva e ingiustificata valenza di valore vitale alle “cose”.

La Scienza dello Spirito ci indica un percorso che, prendendo l’avvio dall’esperienza dell’immanenza di questo pensiero che come puro riflesso non condizionante ha avuto il positivo compito di rafforzare il senso dell’Io ed un certo spazio di libertà di cui purtroppo troppo pochi sembrano esserne consapevoli, può risalire al suo momento dinamico  ossia a ciò che esiste potentissimamente prima che si rifletta, ormai estraniato, in ogni cosa altra da sé, in cui  è pressoché impossibile intuirlo.

La strategia atta a percorrere questa strada è, al contempo arida impersonalità scientifica e arte ineffabile. Chiamiamo il suo gesto col nome di concentrazione.

Sinceramente è un pessimo nome, così generico e abusato che, a fronte della comprensione superficiale, regge poco. Tant’è che potremmo usare il termine antico di ekagrata, che almeno rallenta la disattenzione. Naturalmente l’obiezione consisterebbe sulla liceità del significato. Vero! Ma anche altri termini d’uso, come karma, atma ecc. devono venir corretti da una energico lavoro di comprensione e rettifiche.

Del resto, in tutta la Scienza dello Spirito, la facile fissazione dei concetti e delle immagini in quadri statici è l’errore tra i più gravi. Tutte le comunicazioni antroposofiche sono congegnate in modo da rendere il pensiero mobile e immaginativo (sto parlando di una condizione già non comune): se per passività e pigrizia si permette alle comunicazioni di scivolare sul piano razionalistico della mente (e di restarci), mi pare inutile girarci intorno: si consegna la prima fioritura dell’Anima Cosciente al dio oscuro. Cosa che viene fatta e perseguita con lodevole impegno.

Occorrerebbe mettersi d’accordo, una buona volta – una volta per tutte – che già il tentativo di una corretta conoscenza volta allo spirituale, implica un grande sforzo, una vera e propria lotta con sé stessi e col proprio mondo concettuale: quest’ultimo è dapprima, per proprie peculiarità, naturalmente inadatto ad acquisire senza rivoluzioni, i pensieri che, anche se aggiogati alla necessità dialettica, recano contenuti spirituali. In questo caso occorrerebbe accorgersi che la struttura dialettica è pura forma che l’anima dovrebbe superare: non col facile rumine della propria provincia emozionale, né con la fantasticheria che vola oltre i contenuti.

Ci sono parole e frasi: sono esse il territorio di confine che va superato per azione profonda, esercitando un pensiero più profondo. Si giunge persino a percepire come il cervello venga maltrattato!

Suppongo conveniente per il lettore che su ciò mi ripeta: se lo studio e la comprensione della letteratura spirituale non includessero fatica, lotta e superamenti interiori, se appagassero l’anima come fossero zucchero filato, nessuno dovrebbe illudersi di ricordare così Scuole sovrasensibili: per restare in dolce analogia, piuttosto si è trovata la via del Luna Park dello spirito. O del Paese dei Balocchi.

Realtà e finzione. Occorre che vi citi qualche nome inciso sui grani del rosario delle personalità che prima e assai meglio di me, hanno ammonito gli incauti ricercatori del pericolo di farsi attrarre proprio da quello che per l’anima bastarda è facile ed attraente?

Non si tratta di chiudere l’interiore a quanto ci viene incontro ma di riflettere poi, attentamente, se regge ad una logica essenziale e infine, se saprebbe reggersi per sé, senza il nostro complice intervento.

Tutto questo dovrebbe avvenire sul terreno di una serena e illuminata luce di consapevolezza.

Con la scomparsa di Massimo Scaligero, il senso di un serio lavoro interiore fondato sui fondamenti del proprio Io, per tanti è svanito in un soffio. Troppi si sono, per così dire, sostituiti a lui: più di zero sono subito tanti!

Vige una femminea attitudine (chiedo scusa alle lettrici) di cercare e trovare un polo aggregante fuori di sé. Senza alcun impulso conoscitivo ma fondamentalmente emozionale. Cito il caso della signora von Halle, verso cui mi astengo da ogni giudizio.

Allora: ha le stigmate, non mangia, possiede vari e diversi poteri: bene! Ma, detto semplicemente, qual è l’ aiuto che lei può dare al mio lavoro interiore? Se il suo principale avversario che non demorde e lancia dardi con la scusa di Caterina Emmerich, imparasse da oggi a volare come Superman, certo sarebbe sensazionale…ma ciò cosa porterebbe nel mio tentativo di modificare la mia coscienza?

Cerchiamo di essere seri: per certi versi basterebbe giungere all’intuizione della persuasione di Michelstadter rispetto alla rettorica e il ricercatore farebbe un enorme passo in avanti. Ma il conoscere è davvero difficile.

SCIENZA DELLO SPIRITO

ORTIGIA

tempio-apollo-siracusa-ortigia

Sono tornata e ho ritrovato le mie montagne ancora rivestite di neve, la stessa candida neve che ricopriva anche la parte più alta dell’Etna. Provo quasi stupore nel sentire l’aria ancora così fredda dopo il tepore dell’isola….avevo quasi dimenticato che siamo in febbraio, e questo, nel quale sono nuovamente immersa, è il febbraio del nord!

A Ortigia invece si respirava un’aria dolce, tiepida di primavera. Un po perché l’Africa è più vicina e un po perché Ortigia è prepotentemente mare. Un mare che la circonda da ogni parte e l’avvolge in un abbraccio ancestrale, isola collegata tramite due ponti a Siracusa e all’isola madre: la Sicilia.

Mille odori. La brezza marina, il pesce fresco sulle bancarelle, la frutta e la verdura, i formaggi e i salumi. Mille colori. L’azzurro del cielo che si confonde ovunque con il verde del mare e l’arancio-oro dei suoi tramonti. Il grido rauco dei pescivendoli, le urla dei fruttivendoli, il chiacchiericcio della gente. Mille suoni. E li, in mezzo a tutto questo frastuono e movimento, un tempio dorico solo e maestoso, superbo, nonostante le sue mutilazioni dovute al tempo, silenzioso e incastonato come gemma preziosa tra la modernità: è il tempio di Apollo.

La storia di Ortigia ha inizio circa tremila anni fa, quando, come narra Tucidide, Archia da Corinto cacciò i Siculi, fondando la nuova Siracusa con una colonia di Corinzi e ben presto la città assunse un’importanza fondamentale nell’economia del bacino del Mediterraneo.

Questi tremila anni di storia sono racchiusi e sintetizzati mirabilmente fra le pietre e i vicoli di questo piccolissimo lembo di Sicilia, conteso dal mare, non più lungo di millecinquecento metri e non più largo di settecento.

Non si può che provare ammirazione per quei molteplici monumenti e costruzioni che nel brevissimo spazio quasi ovoidale dell’isola, si compenetrano, si sovrappongono senza creare squilibri, ma che anzi, nella varietà infinita degli stili e delle epoche, costituiscono un tutto armonico e assolutamente unico al mondo.

Ortigia lascia incantato il visitatore che scopre i suoi tesori. Dai templi greci, al suo teatro greco dove in primavera tra quelle antiche pietre, risuonano ancora i suoni delle tragedie di Sofocle o di Euripide; dal suo duomo, famoso per la sua bellezza in tutto il mondo, che ingabbia in se un tempio dorico dedicato alla dea Atena e del quale sono ancora ben visibili le sue possenti colonne che emergono dai muri della navata di destra, alle fortificazioni spagnole sulle quali corre per tutta l’isola una passeggiata a picco sul mare; dai monumenti dell’arte normanna e sveva, ai numerosi palazzi del periodo catalano e poi barocco, fino al tempo presente…. ahimè non paragonabile alle glorie passate.

Lo “Scoglio”, come viene chiamato affettuosamente dai suoi abitanti, è la parte antica di Siracusa e, si può dire, il primissimo inizio della civiltà europea.

E’ la terra d’Alfeo e d’Aretusa, il mito dei miti, il simbolo più eccelso del legame tra la Magna Grecia e la Madre Patria. E’ qui che l’Occidente viene generato dall’Oriente.

Sono qui le più profonde radici del vecchio continente Europa.

Sul lungomare di Ortigia, si trova una meravigliosa fonte d’acqua dolce separata dal mare da una sottile striscia di terra, nella quale vivono una bellissima pianta di papiro e delle oche bianche: è la famosa fonte Aretusa.

E’ questa fonte che ispirò il mito che affascinò gli uomini di ogni epoca, perché racconta la profonda unione fra le colonie greche e i loro fondatori.

Aretusa, la bellissima ninfa che si trastullava nelle acque limpide di un fiume greco, un giorno fu vista dal dio Alfeo figlio del dio Oceano. Egli si innamorò perdutamente di lei, ma le sue attenzioni morbose non piacquero ad Aretusa che si rifugiò ad Ortigia dove la dea Artemide la tramutò in una fonte.

Il dolore di Alfeo per la perdita di Aretusa commosse Zeus che lo trasformò in un fiume, permettendogli così di raggiungere l’ amata, dopo aver attraversato tutto il mare Ionio. Da allora, narrano i poeti, quando ad Olimpia si sacrificavano degli animali lungo il fiume Alfeo, la fonte Aretusa si tingeva di rosso.

Anche il Carducci, ma non solo lui, si interessò a questa fonte e nelle “Primavere elleniche” scrisse: ….Amore, amor, sussurran l’acque e Alfeo chiama nei verdi talami Aretusa….”

Il legame tra Aretusa ed Alfeo era insomma la trasfigurazione lirica, mitologica di quel cordone ombelicale che univa la Magna Grecia alla Madrepatria e fu il mito più bello e più caro per una città che nacque greca e che tutt’ora, dopo tanti secoli e tante dominazioni, ha conservato l’anima greca, nella sua gente.

ALTRO

PARADISO E INFERNO

Janus-Vaticano

Alcuni anni fa cercammo di valutare una frase di Gustavo Rol (1903-1994) famoso sensitivo torinese: “Inferno e Paradiso sono qui sulla terra”.

Qualcuno rispose, con una certa divertita ragionevolezza che non occorreva essere veggenti per formulare una frase così, che bastava vivere la vita di ogni giorno e aggiungerci le comunicazioni dei media. Mi sembra giusto…anche se i giornali e le televisioni mentono spudoratamente e un po’ di bassa pressione ci snatura e illividisce la visione del mondo.

Sul vecchio Forum antroposofico, quello deceduto per colossale incapacità amministrativa, l’utente Mars avrebbe istituito un velocissimo tribunale per ragionevolmente fucilare, con fragore logico, la vaghezza della frase.

In effetti essa è ancor meno supportata di quella di Sartre che, con la “Nausea” che sentiva, disse che “L’Inferno sono gli altri”…forse non mettendo nel conto raffinate signore e giovani discepole, focose parentesi d’alcova di tanta disgustata profondità esistenziale.

Quel che si dice coerenza d’acciaio: sentendosi più proletario e rivoluzionario di tanti, teneva l’umanità “in gran dispitto”. Minuscolo Farinata, in un comodo inferno di cartapecora!

Può darsi che il veggente torinese intendesse la simultaneità nel medesimo luogo delle sfere di realtà extraspaziali, oppure alludesse a come un’anima possa, su questa terra, patire le più atroci sofferenze o la gioia celeste. Mah! Quanto mistero dietro ad una frase misteriosa pronunciata da un uomo misterioso!

Il fatto è che, chiudendo in un ripostiglio la metafisica, s’intende quella rimasta dopo gli gnostici e i neoplatonici, la frase di Rol si adatta, come l’abito del sarto, alla condizione dell’anima dell’operatore interiore: la sua vita può trovare addentellati in quella frase, magari togliendo le maiuscole ai termini.

Il meditante, superato il periodo delle difficoltà più grossolane, inizia a sperimentare due mondi, anche quando ancora ne ha scarsa consapevolezza.

E non sono cose granché segrete: una rumoreggiante giornata nel mondo esteriore e ed una manciata di minuti, spero ripetuta, in un mondo opposto, silenzioso e inabituale.

Quest’ultimo sembra così poco famigliare che viene, anche per molto tempo, confuso con la navetta dell’esercizio: del resto, salvo casi eccezionali nella vita, il mondo interiore è irraggiungibile senza la disciplina interiore. Lo so che le teste dure lo negano, qualcuno anche se tesserato alla S.A. ci bestemmia sopra  come l’idrofobo fugge irato dall’acqua (essere santi è difficile, ma se un po’ di coerenza logica entrasse…). In realtà capisco ben poco di ciò che viene negato poiché è solo reazione contro tutto ciò che è fuori dal piccolo sé stesso razionalistico, quello che è sostenuto dal cieco furore dell’istinto. Negli anni in cui Eco, come forum prima e come blog poi, è stato oggetto di critiche, in realtà monotematiche, nessuno dei nostri inquisitori ha mai risposto coerentemente o meno alle nostre osservazioni: iudicium sine intellectu.

Ma ciò non riguarda il tema. Ed è estraneo al mondo interiore.

Il mondo esteriore, quello che appare solido, certo e compatto, quale lo percepiamo e l’intendiamo, è tutt’altro che reale, piuttosto è anima travolta, asfaltata.

La corporeità percepita è solo mediatrice sensoria: colori, suoni, temperatura, liscio e scabroso, durezza e morbidezza, odori, ecc. ci giungono attraverso le vie dei sensi, che hanno un rapporto con l’esteriore come il tubo in cui fluisce l’acqua che gli scorre dentro.

Chi o cosa percepisce tutto questo? La coscienza, che, per così dire, viene colpita passivamente o bombardata.

Il pensiero, i concetti, che fluiscono dall’Ignoto, organizzano (nell’uomo normale) tutto ciò che in forme definite e concluse ci appare come il mondo che conosciamo.

Sembra una burla ben riuscita: dall’esterno un quid che non conosciamo cosa sia in sé, dall’interno una attività a cui siamo ben poco presenti e che ignoriamo da dove venga.

E abbiamo il coraggio di chiamare questo duplice inconosciuto “il mondo che conosciamo”!

Semmai una cosa è certa: che l’incontro tra gli sconosciuti sembra avvenire nella nostra coscienza: da essi nasce la rappresentazione. Non è poi sbagliato affermare che il (nostro) mondo è rappresentazione. E’ un’affermazione che la negazione, la cancellazione che interviene nel sonno, conferma.

Anche da questo punto di vista si può avvertire quanto possa essere (per noi) eccezionale la produzione di una rappresentazione completamente volontaria.

Formare una rappresentazione che non sia un prodotto passivo, intervenuto sulla scena della coscienza senza la nostra regia, è la prima azione vera che sia possibile all’uomo in quanto dotato da tutti gli elementi che dovrebbero comporlo. Tutto quello che discende dal già fatto, scusatemi tanto, ma in sede conoscitiva è essenzialmente una sciocchezza.

Nel nostro tentativo di entronauti, appena usciti dal porticciolo del fuori, avvertiamo quasi subito che non ci siamo infilati in un “cul de sac” ma che davanti a noi si apre un mare sempre più vasto: realtà stranissima: più limitiamo noi stessi, più lo spazio si dilata.

La coscienza, sempre piena di robe come un ripostiglio stipato, magicamente si svuota, si fa più chiara, illimpidisce. La cacofonia continua dei rumori svanisce nel silenzio.

Vi sono gradi di silenzio: il più elementare viene chiamato mentale ed è connesso con l’esercizio della rappresentazione voluta ma quando l’immagine assume una speciale mobilità e autonomia voluta senza sforzo, essa ed il silenzio che l’avvolge dinamicamente sembrano svincolarsi e assumere una specie di potenza propria, anzi sono veste di una potenza libera da sedi particolari: di solito essa  viene condotto al cuore oppure può succedere l’eccezionale: che una luce trasmutatoria scenda dall’alto nell’anima e nel corpo.

Comunque, in entrambi i casi, che sono temporanei, l’essere cosciente può assaggiare (sperimentarsi) qualcosa dell’infinito vivente e avvertire cosa sia la liberazione nel flusso dello Spirito.

Liberata dall’anima personale, sciolta dallo spettro della illusoria corporeità, la coscienza avverte il sentimento della libertà ed il sentimento della vita. Essi irraggiano in tutto l’uomo (ben oltre quella che continuamente deduciamo come morto riflesso).

In un mondo che permane ma più chiaro, illimpidito, fattosi cristallo, è il primo alito di forza e di vita che possiamo sperimentare o, per usare i termini della tradizione religiosa occidentale, avvertiamo l’alito delle virtù che emanano dal paradiso. Il loro “nulla” riempie tutto, le forme ed i vuoti tra le forme. Da tale nulla che illumina come un sole, il cuore si alimenta, si avverte che è ora il centro di ogni cosa.

Il contrappasso consiste, per la coscienza ed il suo sentire il vero, in una maggiore difficoltà ad indossare le vesti di scena sul palcoscenico del mondo ordinario che si avverte insufficiente e talvolta insussistente.

Ciò fu esperienza anche per giganti del pensiero a cui però il destino, tragicamente, non recò le giuste conoscenze di ascesi, e non evento raro, si rivelò per essi fatale.

Del resto, quale acqua di questa terra può dissetare, da quel momento, l’anima di chi riesce ad attingere anche a una sola goccia della rugiada dei Cieli?

SCIENZA DELLO SPIRITO

OBLIO E SMARRIMENTO DELL’UOMO, UNA SOLUZIONE: TRIARTICOLAZIONE DELL’ ORGANISMO SOCIALE? Ricollegamento cosciente alla Fonte.

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(Luca Signorelli – Anticristo)

*

Ricordo un articolo dell’Uomo dei Boschi,  che ho davvero apprezzato molto per la chiarezza e lucidità di interpretazione della situazione umana e sociale, mondiale: www.larchetipo.com/2011/nov11/uomo-dei-boschi.pdf.

Mi sono apparsi gli scenari del romanzo di Solov’ëv: “L’Anticristo”….., il grande inganno di una globalizzazione del potere e del materialismo dietro la menzogna illusoria dell’unità dei popoli e delle nazioni, dietro la menzogna degli ostacolatori.
Mi è apparso il simbolo del lavoratore persuaso e reso impotente nel suo spirito, defraudato ormai pure dell’anima: il nuovo schiavo.
E poi ecco la speranza, messaggio segreto nascosto nel miracolo quotidiano della natura, come è nascosto nella profonditaà dell’uomo, intima come la speranza di Anna Frank, speranza sconosciuta e quasi illogica in quella realtà di prigionia e schiavitù umana…È un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo.”

Sono una ignorante, la cultura, la politica e l’economia mi sono apparse sempre dei mostri, sempre mascherate dietro manifesti di verità, giustizia, fratellanza, liberta’….che hanno divorato sempre gli uomini che affermavano di voler servire….dunque manifestazioni umane degenerate, nell’organismo sociale, della volontà, del sentire, dello spirito: l’uomo contro sè stesso…

Così queste parole di UdB mi fanno tornare alla mente uno dei più bei video, quello che preferisco, peccato che la musica sovrasti un pò le parole….ma poi Albi, la Nutria Bianca copre tutto con la sua tenerezza e bellezza.

Colazza ricorda all’uomo la speranza, il potere che egli ha di ricollegare lo Spirito alla natura, il suo Pensiero alla sua natura, il suo Logos al Logos del mondo: la speranza di poter risorgere e guarire Il Mondo.

“…L’uomo è il centro dell’universo. Tutte le masse materiali fredde o incandescenti delle miriadi di mondi non pesano nella bilancia dei valori quanto il più semplice mutamento nella sua coscienza. I limiti del suo corpo non sono che illusione; non è solo alla terra che si appoggia, ma egli si continua attraverso la terra e negli spazi cosmici. Sia che muova il suo pensiero o le sue braccia, è tutto un mondo che si muove con lui; sono mille forze misteriose che si lanciano verso di lui con un gesto creativo, e tutti i suoi atti quotidiani non sono che la caricatura di quello che fluisce a lui divinamente.

Così pure deve volgersi intorno e liberare dall’impietramento ciò che lo circonda. Prima di saperlo, dovrà immaginare che nella terra, nelle acque, nell’aria e nel fuoco vi sono forze che sanno di essere, e che le così dette forze naturali non sono che modalità della nostra sostanza proiettate al di fuori. Non è la terra che fa vivere la pianta ma le forze nella pianta che strappano alla terra elementi per la propria vita. Nel senso della bellezza delle cose deve innestarsi il senso del mistero delle cose come una realtà ancora oscura ma presentita. Poiché non soltanto quel che possiamo vedere e conoscere deve agire in noi; ma anche l’ignoto coraggiosamente affermato e sentito nella sua forza…..”

G. Colazza

Grazie a UdB, l’Uomo che dai Boschi osserva ed è nel mondo.

MUSICA, SCIENZA DELLO SPIRITO, TRIPARTIZIONE SOCIALE

CHRISTUS MUNDI REDEMPTOR di Mara Maria Maccari – Prima Parte – quarta visione

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www.maramaccari.com

® maramaccari / www.patamu.com marzo 2013
Ogni riproduzione anche parziale di testi e immagini è vietata

Tavola IV
Quarta visione della prima parte

La sfera centrale (come nelle precedenti tavole) rappresenta la Terra suddivisa contemporaneamente delle 4 stagioni, che da un lato all’altro della Terra si alternano contemporaneamente.

Le Gerarchie Spirituali dalle costellazioni (teste di animali che emanano sostanze spirituali dalle loro bocche) operano  e vigilano incessantemente  sull’operato umano.

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Per chi volesse riprendere le fila della pubblicazione ricordiamo il link che porta all’inizio della pubblicazione di questa Opera di Mara Maccari:

https://www.ecoantroposophia.it/2013/11/art…-maria-maccari/

Troverete inoltre e comunque tutto il materiale relativo a questa artista nella sezione categoria ” Mara Maria Maccari”

ARTE, MARA MARIA MACCARI, PITTURA

LIMITARSI? NEMMENO PER SOGNO!

 Lo stappo di Bombaci

“Vi sono dei limiti che l’uomo non può superare”, “Tutto ha un limite”, “Conoscere i propri limiti”, ecc.

Bene, ma cos’è il limite? Il vocabolario non ci aiuta.

Dice: “Linea di confine o di demarcazione” oppure, per l’interiore, qualcosa di simile agli esempi che ho fatto: ”I limiti della mente umana”. Dagli altri esempi si capisce che ogni tentativo di superare il limite è sbagliato o almeno rischioso.

Una volta tanto il VII volume dell’Enciclopedia Cattolica è più esaustivo. Inizia con Aristotele che nella Metafisica definisce il limite come “punto estremo di una cosa: quel punto primo, cioè, al di là del quale non si trova nulla, e al di qua del quale c’è tutto di essa”.

Per Kant il concetto-limite coincide con il noumeno, in quanto esso limita la validità oggettiva  dell’intuizione sensibile, non essendo possibile intuizione diversa da quella sensibile: quindi il territorio al di là della sfera dei fenomeni è per noi vuoto.

“Il concetto di noumeno è dunque un concetto-limite, atto a circoscrivere le pretese della sensibilità, cioè di puro uso negativo”.

Al filisteo assoluto di Königsberg nemmeno ribatto, mentre ad Aristotele, verso cui nutro rispetto, faccio notare il…limite astratto della sua proposizione: è del tutto vero che al limite del bosco il bosco non c’è più, è finito, ma oltre v’è altro, come, ad esempio, il prato che quest’anno con le temperature miti, già rinverdisce spruzzato di crocchi bianchi e azzurri.

Con questa immagine intendo che, oltre ogni limite, c’è sempre qualcosa d’altro, di diverso.

Magari non i filosofi, ma molti sportivi lo sanno benissimo. Anche Schwarzenegger lo seppe: cito con traballante memoria una sua esperienza: “ Presi la decisione di allenare le gambe sino all’esaurimento. Portai il bilancere sulla riva del fiume e iniziai gli squat (accosciate con il bilancere dietro le spalle): furono ore di agonia, poi improvvisamente avvertii una immensa energia, la sofferenza che avevo sopportato per ore si tramutò quasi in un’estasi e, in questo stato di grazia, potei continuare quasi all’infinito l’esercizio che era stato fin lì durissimo e penoso all’inverosimile”.

Negli squat aveva superato il limite.

Ho citato un personaggio noto, ma sono tanti, corridori su lunghi tratti, alpinisti che si fanno otto ore di alte vie con zaini strapieni, ecc.

E, fuori dallo sport, prendete un sacco di cemento e fatevi tre piani di scale a piedi, poi ripetete per altre quarantanove o cinquantanove volte lo stesso tragitto col sacco. Non siete braccianti, non siete allenati: già al decimo sacco il cuore inizierà a battere in modo preoccupante. Al trentesimo sarete certi di non farcela più e sarete, oltre che stanchissimi, sempre più preoccupati, non per la salute ma per la stessa vita.

“Devo smettere, rischio davvero di morire”. Il pensiero si fa angosciante…ma non potete lasciare in strada l’ingombro scaricato dal camioncino con la pioggia che minaccia di fare blocco col cemento. Digitate sul telefonino il numero di qualche amico che possa giungere in aiuto, ma si sa, il cellulare non serve quando se ne ha bisogno.

Poi, dopo che paura e stanchezza hanno raggiunto un livello indescrivibile, quando ci si trascina oltre ogni certezza del possibile, quando tutto è accolto e trabocca, qualcosa vi rivolta come un calzino: subentra una calma mai provata, il corpo si fa leggero, il cuore è in pace, avvertite che ciò che urlava e pesava in voi era l’anima, non il corpo e che essa è come scomparsa. La mente è tersa ed è libera dai  pensieri: non c’è più nulla che pesi, né fuori né dentro.

Messner scrisse, negli anni ’80, un bel libretto, si intitolava Il limite della vita e narrava le molte esperienze di chi ha potuto raccontare cosa succede al limite (esaurito e superato) delle forze psicofisiche.

Parlava anche di chi è caduto e ha avuto l’avventura di poter raccontare, poi, quali fossero le esperienze attraversate nella caduta, assolutamente diverse da quelle immaginabili da chi vede la cosa dal di fuori.

Però su questo sto divagando e non vorrei spingere nessuno o solo pochi, nel tentativo di emulazione dei rari sopravvissuti al volo di 60 metri sulle rocce sottostanti.

Come dicevo prima, gli atleti conoscono bene ciò che può succedere quando avviene che riescano a superare il limite che sarebbe assegnato alle loro forze: è stato pure coniato un termine per questa condizione: viene chiamato “esperienza di picco”.

E ciò cosa c’entra con Eco che, sostanzialmente, scrive di esperienze d’anima? Tutto e niente. Mi serviva da analogia, dettagliata, per indicare che il “superamento del limite” è del tutto realistico. Assai difficile ma non fuori portata dalla capacità umana.

Persino il concetto di analogia, in questo caso, è parzialmente relativo, poiché anche se ho parlato in termini di fisicità e muscolarità, negli esempi proposti, di mezzo c’è sempre tutto l’uomo ed in ogni caso i “limiti” – pensateci bene – sono assai più apparentati all’anima piuttosto che al corpo. Anzi, proprio non esistono “superamenti” nei quadricipiti o nelle altre bistecche di cui siamo dotati.

Il superamento del limite, inutile nasconderlo, si fa più difficile quando abbiamo a che fare direttamente con l’interiorità. Non fosse altro che per estraneità nostra a quel mondo.

In questo caso dovremmo comprendere, fare nostro, essere arciconvinti, totalmente persuasi che, come scrive il Dottore, il pensare sia davvero l’elemento ignorato quando osserviamo il mondo: che esso sia la parte della realtà che dobbiamo trovare ad ogni costo: costi quel che costi: ad ogni costo.

Non possedendo la forza e l’intensità necessaria per spingerci al limite, dobbiamo impararla. Nessuna dialettica, nessuna mistica, nessun quadricipite può insegnarcela. Dobbiamo imparare. Da chi? Da noi. Come? Con lo sforzo, ripetuto e progressivo. Se qualcuno vi parla di alternative, vi sta ingannando, se qualcuno dualizza (col “bene” o col “male”), tenta di ingannarvi. Un tempo pure i bifolchi sapevano che nell’uno c’era il sublime, nel due il male.

Ripeto: non è una questione di studio, di intellettualità, di parole segrete di passo, di tesseramenti…è solo sforzo che tenda ad essere molto più di quanto lo è oggi.

Il resto, se pure colma abbondantemente la vita è, in gran parte ciò che è nato con voi e si consumerà con la vostra morte. Non mi credete? Abituatevi a farvi consigliare dalla morte: evocatela spesso e lei vi dirà quante sono le cose inutili di cui vi circondate, fuori e dentro. Provateci e vedrete che funzionerà.

Anche il Dottore, che fa sempre comodo citarlo quando l’ortodossia fa comodo, inizia gli otto gradini della conoscenza con una rinnovata ars moriendi: o è meglio non approfondire queste cose turche?

Divago nuovamente (sfido! Ho il dottor Aloysius Alzheimer che mi ispira). Allora revenons à nos moutons: ora vi deludo, perché non esiste una indicazione che ci possa aiutare.

Però eccone una al volo: sedetevi su duro legno ponendo tra esso e le vostre nobili posterga qualche sassolino appuntito.

Ascesi antica, via del dolore? Al contrario: dateci dentro fino al giorno e al momento in cui non sentirete affatto panca e sassi… Impossibile? No! E’ possibile quando ogni cellula della vostra attenzione sarà volta al tema e non ad altro. Quando? Quando andrete oltre il limite, è lampante!

L’esempio è (forse) eccessivo ma indica alla grande ciò che si cerca di fare, ciò che va fatto.

Nessuno dovrebbe spaventarsi: è un lavoro progressivo, magari con molti tentativi di scatto in avanti, così come nessuno inizia le accosciate con centinaia di chili sulle spalle o una scarpinata di un giorno in quota.

Ma poiché un giorno sarà capace di fare cose del genere, perché “pensare” di non farcela con l’attenzione pensante assolutamente concentrata?

Aggiungo una domanda che mi è stata posta da una persona intelligente pochi giorni fa: “va bene, tengo tutta l’attenzione sull’immagine…ma poi cosa devo fare?” “Questo” gli ho risposto “non è altro che il tentativo estremo del mentale di ingannarti. Non devi fare altro, solo dare tutto e di più a questo non-fare”.

SCIENZA DELLO SPIRITO

ISIDE SOPHIA – Settima Lettera (Parte I)

Denderah

SETTIMA LETTERA

Ottobre 1944

RAPPORTO TRA L’ESSERE UMANO E L’UNIVERSO

I lettori di queste Lettere possono talvolta stupirsi di quel che deve esser fatto delle indicazioni che vengono date nel Calendario [Gli eventi del Calendario non sono qui acclusi, ma queste parole sono pertinenti alle ragioni d’essere delle Lettere]. Alcuni degli eventi principali che hanno luogo durante i rispettivi mesi sono selezionati, ma non è possibile seguire l’argomento sufficientemente lontano per riportarli tutti. Spesso viene posta la domanda: che cosa vuol dire o significare questo o quell’evento o aspetto tra due o più Pianeti? E’ mia intenzione in queste Lettere dare una qualche indicazione, cosicché il lettore possa esser capace di vivere più intimamente col Calendario e le sue indicazioni.

Vi era, naturalmente, la finalità delle Lettere precedenti di dare una conoscenza fondamentale delle Costellazioni dello Zodiaco; comunque, non dobbiamo soltanto imparare a conoscere qualcosa sull’Universo Stellare, ma altresì come vivere con esso, e vi sono indubbiamente possibilità di vivere con gli eventi nell’Universo così come viviamo sulla Terra tra gli esseri umani.

Willi Sucher

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Nei tempi antichi l’umanità era ancora realmente capace di vivere con le Stelle. Noi sperimentavamo Entità Spirituali dietro le Stelle che guidavano la vita sulla Terra. Ma tutta questa bella Sapienza è giunta a fine ai nostri giorni in una sorta di fatalismo. Abbiamo perso la percezione di quelle Entità Spirituali, e tutto quel che è rimasto, che oggi è noto come Astrologia, è l’esperienza di essere esposti a poteri sconosciuti nell’Universo che governano il Destino degli esseri umani sulla Terra. Poiché la natura di questi poteri non può essere penetrata in alcuna maniera da vera conoscenza, lo studio dell’Astrologia può condurre unicamente al fatalismo.

E’ stato detto spesso che dobbiamo creare una nuova concezione della nostra relazione con l’Universo Stellare. Comunque, possiamo far ciò unicamente se troviamo vie ad una nuova percezione delle Entità Spirituali che sono collegate con le Stelle.

In precedenza, abbiamo tentato d’indicare il fatto che possiamo realmente vedere nelle dodici Costellazioni dello Zodiaco i giganteschi profili della forma umana Archetipica, ma questa forma Archetipica è molto più di un’immagine. Uno che viva con essa per lungo tempo, trova che essa è la forma visibile, ovvero la si può persino dire il corpo, di un’Entità Spirituale che è vicinissima a noi, poiché porta le fattezze della forma umana. E’ un’Entità Spirituale che cammina davanti e accanto a noi, e che può essere di confortante aiuto a tutti coloro che lo cercano realmente. Può essere sentita come la mano, che guida e risana, di una Guida o Maestro più anziano. E’ il Grande Rappresentante dell’Umanità, al quale possiamo elevare i nostri cuori e che non mancherà mai di darci l’aiuto allorché siamo nel bisogno.

Gli esseri umani sulla Terra devono vivere entro un corpo fisico. Esso è l’espressione e il mezzo di esistenza dentro il mondo dei sensi, ma è anche una limitazione, e talvolta può essere sperimentato come un’ostacolo. Questa limitazione ed ostacolo rivela la storia della Caduta. Il nostro corpo fisico è caduto nelle catene della materia. Abbastanza diverso è il “corpo” di quell’Entità Celeste che cammina davanti a noi. Il suo corpo è l’Universo Stellare stesso con le sue eterne profondità. Mentre il corpo umano sulla Terra è limitato, il corpo di quell’Entità ha la capacità di un’espansione senza fine ed incalcolabili possibilità di trasmutazione.

Abbiamo provato ad “abbozzare” le forme di quest’Entità: un’Entità Angelica con possenti ali. Ma persino così, dobbiamo immaginare che gl’interni poteri dinamici di questa forma sono di una diversa intensità da quelli nella forma fisica dell’umanità.

Noi guardiamo la testa dell’essere umano. Essa dà al nostro apparire fisico il suo volto individuale. E’ la radice della nostra esistenza cosciente diurna entro il mondo dei sensi. Tuttavia essa è chiusa dal possente elmo del cranio. Questo è la sua limitazione, e spessissimo questo recinto è una potente barriera per una comprensione e penetrazione universale dei fatti dai quali noi veniamo affrontati sulla Terra. Se guardiamo la “testa” di quell’Entità Celeste, la testa della Costellazione dell’Ariete, e se vogliamo conquistarci una nuova immagine di essa, dobbiamo formare una diversa concezione. Proprio come la testa terrestre è racchiusa nel cranio, questa “testa” è aperta come se il cranio fosse rovesciato verso l’alto, formando una sorta di vaso. Ed entro questo vaso fluisce la Sapienza, la Saggezza Cosmica degli Spiriti della Saggezza la cui espressione visibile abbiamo trovato nella Costellazione di Ariete. E’ la Saggezza che da allora è fluita nelle forme ed oggetti esistenti sulla Terra, l’ingegnosa Saggezza Cosmica che sperimentiamo se guardiamo la struttura dello scheletro o l’incomparabile ingegnosità dell’organismo della pianta. Le corna dell’Ariete si allungano entro gli spazi cosmici e portano questa Saggezza Cosmica giù nell’esistenza, ed il vello bianco splendente dell’Ariete è l’immagine del vasto mare di questa omnipenetrante e vivificante Saggezza. Così dobbiamo imparare ad immaginare la “testa” di questo Precursore cosmico dell’umanità. [In seguito verrà mostrato come possiamo trovare questa immagine in connessione con eventi Stellare in Ariete].

Nel corpo umano troviamo poi la laringe. Essa è lo strumento col quale noi produciamo suono e parola, ma quest’organo è pure limitatissimo, specialmente nella nostra era. Noi possiamo parlare degli oggetti, ma nel formare parole possiamo unicamente riflettere la natura degli oggetti attorno a noi. Il linguaggio umano è diviso in molti linguaggi e questo processo di divisione ed allontanamento è costantemente aumentato. Nel nostro tempo è difficile persino per coloro che parlano lo stesso linguaggio capire il significato delle altrui parole. Se guardiamo la “laringe” di quell’Entità Celeste, la Costellazione del Toro, sperimentiamo che le sue parole sono creative ed universali. Il Toro è l’espressione esteriore degli Spiriti del Movimento che fondarono l’unico archetipico linguaggio creativo dell’Universo, che ha la sua espressione nelle vocali e consonanti dei movimenti Stellari da cui gli umani linguaggi trassero la loro origine. L’alfabeto è il rappresentante terrestre dello Zodiaco e dei Pianeti. Solo l'”alfabeto” cosmico nella composizione del linguaggio degli eventi Stellari è ancora creativo ed uniforme negli eventi entro i regni della Natura. Questa è la maniera in cui dovremmo immaginare la “laringe” di quell’Essere Cosmico allorché guardiamo la Costellazione del Toro. Essa è ancora un “organo magico”. 

Troviamo poi nella forma umana le braccia che sono in relazione con la Costellazione dei Gemelli della nostra Celeste Guida. Le braccia umane sono sicuramente organi potenti con i quali possiamo entrare attivamente nel mondo e, tuttavia, quante volte l’attività che fluisce attraverso le nostre braccia divide e ci estrania l’uno dall’altro. Gli esseri umani combattono e persino si uccidono l’un l’altro con le braccia. Quest’organo delle nostre braccia, con le sue tremende capacità incorporate, spessissimo diventa strumento di distruzione. Le braccia – i Gemelli – dell’Entità Celeste che noi cerchiamo di accostare sono diverse. Esse sono come possenti ali che possono essere sperimentate dai sensi interiori dell’essere umano come una protettiva veste argentea attorno a quelli che realmente cerchino l’aiuto e la guida del loro Predecessore Celeste. Le “caratteristiche” di queste ali fluiscono giù, per così dire, ad ogni singolo essere umano e così ad ogni singolo Io, e sebbene possiamo sentirci separati dagli altri, possiamo sperimentare la nostra unione spirituale con tutta l’umanità dentro l’Essere della nostra Guida Celeste. E queste ali possono venir sentite non soltanto come un potere protettivo, ma anche come una realtà interiore che può sollevare e liberare l’anima, come se essa s’innalzasse sulle ali.

In Lettere precedenti abbiamo spiegato come la parte superiore delle braccia abbia relazione con la Costellazione del Sagittario. Nella nostra forma umana sulla Terra la parte superiore delle braccia continua ed esperimenta, per così dire, la scissura che attraversa sia l’essere umano individuale che l’umanità, di cui abbiamo parlato più sopra. Il Sagittario di quell’Entità cosmica, nuovamente è diverso.

Le “caratteristiche” argentee delle ali si allungano in basso ad ogni singolo essere umano sulla Terra, e allorché degli individui nella tenebra terrestre sono toccati da queste caratteristiche possiamo dire – se desideriamo esprimere ciò poeticamente – che essi trovano l’esperienza dei propri Angeli e viene ricordato loro il proprio compito sulla Terra oppure, forse, l’anima viene ammonita o confortata.

Qui la molteplicità dell’umanità diviene unicità. L’immagine delle ali fluenti in ogni singolo essere umano può venire introdotta in un’altra immaginazione che il Christo creò con queste parole: “Io sono la vite, voi siete i tralci”. Il singolo, dolce e succoso grappolo può sentire se stesso unito alla vite che dette la sua vita all’uva. Così possiamo imparare ad immaginare l’organo Gemelli-Sagittario del Maestro cosmico dell’umanità.

Se seguiamo la struttura delle braccia, la forma umana ci mostra allora i gomiti e negli arti inferiori le ginocchia. La loro controparte cosmica è la Costellazione del Capricorno. Comunque, questa parte dell’organismo umano è caduta troppo profondamente nelle catene della materia; così profondamente che possiamo difficilmente scorgere la sua origine cosmica. Nella Lettera Quarta ciò venne descritto più dettagliatamente, in special modo come il Capricorno è collegato con la creazione degli Archetipi degli organi di senso, e veramente se proviamo a trovare le caratteristiche del nostro Cosmico Precursore nello Zodiaco, scopriamo che ogni singola “caratteristica” delle ali, alla fine, diventa un organo veramente “sensorio” conficcato nell’essere umano sulla Terra. Le ali di cui abbiamo parlato sono, per così dire, coperte con milioni e milioni di organi di senso: come occhi. Essendo questi organi “conficcati” nel singolo essere umano terrestre, la nostra Cosmica Guida vuol percepire il mondo da innumerevoli punti di vista individuali. Ogni singolo essere umano, buono o cattivo, con la sua attitudine verso la vita, filosofia e prospettiva, diviene un “occhio” dell’Entità Celeste. Non siamo molto spesso coscienti del fatto che i nostri pensieri, il nostro sentire e il nostro volere sono non soltanto esistenti per amor nostro bensì pure per l’amore di Dio. Se siamo coscienti di ciò, allora la nostra vita animica deve, necessariamente, mutare considerevolmente.

(Continua)

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ISIDE SOPHIA - Introduzione all'Astrosofia - Willi Sucher, LIBRI E AUTORI, SCIENZA DELLO SPIRITO

FRATELLANZA D’ARMI SPIRITUALE

Krishna

Che l’impresa spirituale di realizzare l’Iniziazione sia una impresa «eroica», sia un combattimento spirituale, lo dicono tutti i testi sacri della Sapienza Celeste e, tra quelli a me più cari, in Oriente la Bhagavad Gita dell’Induismo, il Dhammapada e l’Anguttara Nikaya del Buddhismo originario. Il dominare pensieri, emozioni e moti volitivi, in tutti quei testi viene esplicitamente paragonato ad una lotta mortale che si svolge tra l’asceta, che temerariamente vuole realizzare lo Spirito, e i riottosi, oltremodo recalcitranti, moti della mente e dell’anima, asservite ad una prakriti, ad una «natura» alla quale l’essere umano è assoggettato da tempi immemorabili.

In India soprattutto – ma progressivamente il fenomeno andò gradualmente estendendosi all’Oriente tutto – si assiste al fatto che tutto ciò che apparteneva ad una ritualità apparentemente ‘esteriore’ (‘esteriore’, beninteso, per una moderna mentalità disanimata e positivistica) sia andato poi nel tempo sempre più interiorizzandosi. Così quello che nei Veda dell’epoca indiana più arcaica – e più arcana – era il «sacrificio» rituale, yajña, compiuto dai brahmana, divenne nella successiva epoca delle Upanishad  e delle Aranyaka – non meno arcana – la disciplina, sadhana, con la quale si compiva l’«aggiogamento», yoga, dell’essere «naturale», compiuto nelle foreste o nei romitaggi dagli stessi brahmana o dagli appartenenti alla casta dei guerrieri kshatriya, in vista della agognata «liberazione», mukti o moksha. Ed il mistico fuoco sacrificale, ritualmente acceso dal purohita nel sacrificio vedico e impersonificato nello stesso dio Agni, al quale nei Veda vengono elevati molti inni, tra i più belli, diviene per quei luminosi asceti il tapas, ossia l’«ardore» col quale viene eseguita la disciplina, l’«ardore» e lo slancio col quale le anime assetate d’Assoluto tendono, instancabili, all’esperienza spirituale liberatrice.

Nello stesso Buddhismo delle origini, la parola del principe Siddharta Gautama, della stirpe guerriera degli Shakya, divenuto con l’Illuminazione il Buddha Shakyamuni, parola raccolta nel Dhammapada, afferma che è l’asceta che con ogni sua forza interiore tende a realizzare l’Illuminazione, bodhi,  ad essere veramente degno di venir chiamato «brahmana». Mentre nell’Anguttara Nikaya, parlando ai suoi monaci, che tutto hanno abbandonato per il Sentiero della Liberazione, così si esprime:

‘Guerrieri, guerrieri’, perché, o Asceti, siamo chiamati ‘guerrieri’? Perché lottiamo per la Suprema Sapienza, per la Sublime Virtù: per questo siamo chiamati ‘guerrieri’!

L’urgenza e la tensione interiore, con la quale deve essere condotta questa lotta con quella che il Buddha Shakyamuni, nel Majjhima Nikaya, chiama la Morte, Mara, e la sua schiera, l’Armata della Morte, viene da Lui espressa con le emblematiche parole, che più volte udìi pronunciare da Massimo Scaligero in incontri personali o in riunioni con gli amici:

Oggi è da dare battaglia: forse domani non si sarà più. Per noi non vi sia tregua con la grande Armata della Morte!

Ma – da questo punto di vista – è cambiato forse qualcosa dall’epoca in cui il grande Yajñavalkya nella Bṛhadaranyaka Upanishad, o il Buddha Shakyamuni nel Majjhima Nikaya indicavano la Via per realizzare lo Spirito? Assolutamente no! Perché, oggi come allora, per il discepolo dell’Iniziazione vi è un aspro sentiero da percorrere, e vi è una dura disciplina da attuare, mentre si sono infoltite e moltiplicate le «Armate della Morte». E la condizione umana si è fatta infinitamente più pericolosa.

Guardiamo romanamente in faccia la realtà, ossia senza infingimenti, senza quelle edulcorate attenuazioni, che possano esorcizzare o narcotizzare quell’angoscia esistenziale che lo sradicato uomo moderno sente sorgere dagli oscuri meandri della propria anima, naufragante nel tempestoso mare dell’apparire illusorio, della Maya. La situazione dell’uomo attuale è realmente una situazione di estremo pericolo, e se cento anni fa un uno studioso inglese del Buddhismo, il Rhys Davids, scriveva che: Buddhism has no milk for babies, ossia che il Buddhismo non ha latte per bambini, oggi è necessario affermare chiaramente che neppure la Via dell’Iniziazione che oggi il cercatore dello Spirito deve percorrere ha «latte per bambini», ossia non ha «dottrine» consolatorie o divertenti «pratiche», «dottrine» e «pratiche» in salsa new age, che come droghe stupefacenti facciano «sognare» il fiacco e poco consapevole uomo moderno.

Se nel mondo antico – un mondo molto più a misura dell’Uomo spirituale che non l’attuale – erano necessari ardore e slancio, erano necessari distacco e rinuncia, erano necessari lotta, coraggio e tensione assoluta della volontà, quanto più questi lo saranno oggi in un mondo nel quale è estremo il pericolo dello scivolamento nel subumano, il pericolo per il singolo essere umano e l’umanità tutta dello sfracellamento nell’abisso?! È davvero cosa poco salutare, a questo proposito, volersi illudere, e addirittura criminale il voler illudere gli altri.

In un articolo su East and West, la prestigiosa rivista dell’Is.M.E.O. (Istituzione fondata dal grande orientalista Giuseppe Tucci, che la follia, la brama di potere, la disonestà, la cupidigia dei politici italiani ha permesso venisse chiuso e a vil prezzo liquidato), Massimo Scaligero scriveva che lo Spirito del Tempo, l’Antico dei Giorni della Bhagavad Gita, è l’essere veramente rivoluzionario, il quale trasforma vivificando, ma al contempo distrugge ciò che si oppone al cambiamento e alla trasformazione, ciò che resiste al necessario cambiamento, ciò che non vuole abbandonare le forme passate e caduche, oramai abbandonate dalla estraformale forza vivificante dello Spirito, e di conseguenza nellasua opposizione dimostra di essere ottusamente reazionario. Lo Spirito del Tempo, scriveva Massimo Scaligero, si serve degli stessi Dèi distruttori per demolire, abbattere, ciò che non ha la volontà, la forza, il coraggio di trasformarsi da sé. Lo Spirito del Tempo incalza gli umani, spingendoli alla lotta spirituale, incitandoli ad affrontare il Drago, esigendo loro di liberarsi di viete tradizioni, che oramai non sono più la Tradizione, che oramai non sono più altro che la vuota spoglia dello Spirito, ciò che lo Spirito ha abbandonato dietro di sé, avendo compiuto ed esaurito la sua funzione, spoglia della quale si sono impadronite potenze anti-spirituali. 

Ma l’essere umano sovente, nel profondo di sé, teme  e segretamente avversa la forza dissolvitrice dello Spirito, teme ciò che è nuovo, ciò che è oltre il limite della sua capacità di imaginare, teme di perdere le proprie catene, e addirittura si innamora delle mura della propria prigione, per la fallace sicurezza che queste sembrano dargli. Per cui brama conservare tutto il cascame dei pensieri morti, tutto lo sguazzare nella mucillaginosa emotività più edulcorata e tutto il suo avido affondare nel servaggio all’istintività più fangosa. La «natura», ossia la natura inferiore, la natura caduta, asservita e manovrata ad Entità Ostacolatrici, non ama che le venga tolto l’avvincente velo illusorio, non ama che venga messa a nudo la sua ripugnante nudità con tutte le sue ributtanti piaghe infette. Per cui, se viene disvelato il suo stato di menzogna – che è la grande contraddizione interiore dell’uomo, soprattutto nei tempi moderni – tale «natura», asservita agli Dèi distruttori, può reagire molto violentemente e molto astutamente. Per questo motivo, l’audace che intraprende la Via dell’Iniziazione, inizia una lotta senza quartiere contro la «Morte», contro l’«Armata della Morte»: questa non può non essere al contempo una lotta tragica ed eroica.

Questa situazione – frutto di una risoluta scelta interiore – porta l’asceta a diventare, secondo una espressione di Massimo Scaligero, un  «lottatore contro la morte». Questa lotta si svolge necessariamente nello scenario interiore dell’anima, ma non è detto che non possa o non debba talvolta manifestarsi anche nello scenario esteriore, e richiedere decise azioni esteriori, coinvolgendo, di conseguenza, rapporti con altri esseri umani. Il confronto con l’infida natura inferiore comporta necessariamente «prove», che possono rivelarsi molto dure, «prove» che portano al limite estremo la tenuta interiore dell’asceta. Ma tali «prove» non si svolgono nell’atmosfera serena di un tranquillo eremo montano, bensì nelle condizioni spesso di una convulsa vita esteriore. Come dice il Buddha: «Nella tempesta è il rifugio».

Il Mondo Spirituale «mette a prova» le libere promesse, i sacri giuramenti che l’asceta, giustamente, ha pronunciato nei momenti di entusiasmo, di slancio, di consacrazione interiore. Quel che in tali momenti di elevazione dell’anima è per sua natura  «volatile», e necessita di venire «fissato»: sono le «prove» ad accelerare il cammino e a «fissare il volatile».

Ma queste prove, non sono di quelle che un asceta abbia facoltà di scegliersi, e di regola non sono mai come questi se le possa immaginare. Esse sono un evento interiore e possono richiedere un «atto» unicamente interiore, ma questo può riguardare simultaneamente lo scenario interiore dell’anima e il mondo esteriore. La «prova» può  non concordare affatto con le rappresentazioni o i pensati che inevitabilmente l’asceta si porta in sé – rappresentazioni e pensati che, specialmente in campo morale, possono essere ardui da abbandonare – e può anche andare in rotta di collisione col cascame dei pensieri morti, col coarcevo di automatiche reazioni emotive e istintive di quanti a lui stanno attorno. La «natura caduta» si può difendere benissimo – anzi quasi sempre lo fa – attaccando l’ardimentoso asceta non solo nella sua propria interiorità, ma soprattutto in quella delle persone in qualche modo a lui collegate, e questo può creare davvero dei seri problemi.

Può accadere di trovarsi di fronte ad una serie di azioni malvagie, compiute da persone pure malvagie, verso persone collegate al ricercatore spirituale, e questa situazione può ben costituire una «prova» interiore del suo cammino iniziatico. Una tale «prova» esige di essere riconosciuta e di essere consapevolmente affrontata. Che l’aspetto materiale degli eventi riguardi altri, non cambia in nulla la «prova». Uno potrebbe comodamente dire: «La cosa non mi riguarda, non devo interferire col karma di un’altra persona: la cosa riguarda lui e non me, e non posso, non devo, non voglio risparmiargli una prova del genere», o addirittura, rispetto ad un’azione correttiva decisamente spartana, con una considerazione moralistica pensare: «Queste cose non si fanno: io non sono certo uno che si mette a fare di queste cose!». Ma questa sarebbe azione vilissima: una latitanza, una turpe diserzione. A posteriori – a parte le conseguenze negative della serie di azioni malvagie sulle persone attaccate, alle quali si sono voltate le spalle – ci si accorgerebbe ben presto che il cammino interiore subirebbe un repentino arresto, e dentro l’anima si porterebbe un amaro senso di sconfitta e di vergogna per l’«atto» – sicuramente fuori dagli schemi previsti – chiaramente richiesto dalla situazione e mancato per ignavia e viltà.

Possono presentarsi situazioni nelle quali quelle persone malvagie fanno un freddo calcolo non solo sul cinismo dei malvagi e sull’indifferenza degli opportunisti, ma anche sulla pavidità, travestita da moralismo, dei cosiddetti «buoni», i quali – così afferma esplicitamente Massimo Scaligero – nella loro debolezza ricercano una «coesistenza pacifica» col Male per evitare la scomodità di dover diventare forti e permanere, avidi di inerzia, nella propria neghittosa accidia. Si percepisce chiaramente come la situazione richieda «presenza di spirito» ed azione risoluta e tempestiva, agendo con rapidità ed energia al fine di evitare eventi tragici, che già si stanno chiaramente delineando all’orizzonte. Può essere talvolta necessario agire, per così dire, anche manu militari.

Una situazione del genere si presentò per esempio, alla fine del trascorso secolo e millennio, ad una persona che dovette scontrarsi con avversari potenti, malvagi e pericolosi, i quali col loro agire, moralmente alquanto spregiudicato, avevano già colpita e mandata all’altro mondo una cara persona anziana, ed avevano in mente di distruggere una intera famiglia sul piano individuale e interpersonale, sul piano familiare, economico e lavorativo. In tale evenienza, si era creata sul piano esteriore quella che Massimo Scaligero, con espressione dantesca, chiama più volte il «triste amplesso tra Pietro e Cesare».

Senza badare a prudenze, la persona che scorse il malo intento si gettò temerariamente nella lotta e riuscì, con una serie di azioni ad hoc, a scongiurare ulteriori sciagure. Ebbe il torto di vincere e, naturalmente, la cosa gli avversari si fecero un dovere di fargliela pagare assai salata. Costui aveva ben intuito che, se avesse evitata la lotta – che ai suoi occhi mostrava essere simultaneamente interiore ed esteriore – il suo cammino spirituale si sarebbe inevitabilmente arrestato, mentre l’avere accettata la prova, l’affrontarla, sia pure con tutte le estreme tensioni interiori che l’andare ‘impreparati’ verso l’ignoto comporta, provocò in lui una fluidificazione della volontà ed una forte accelerazione degli eventi interiori dell’anima, e pur in situazioni veramente pericolose non gli mancò mai la generosa protezione della Provvidenza Celeste.

L’importante è il tenore interiore del lavoro spirituale che deve accompagnare una tale azione esteriore. Un testo di ascesi guerriera come la Bhagavad Gita può dare a tale proposito un prezioso orientamento. Il Supremo, nella veste di Shri Krishna, indica al guerriero Arjuna, la Via del coraggioso adempimento del Dharma, della propria legge interiore, attraverso il compimento del puro agire per amore dell’azione stessa, con completo distacco dalle tensioni personali e dalla fruizione dei frutti dell’azione stessa: è la Via del Karma Yoga. Così dice il Supremo al Suo guerriero-discepolo:

Balaṃ balavatāṃ cāhaṃ kāmarāgavivarjitam,

ossia:

«dei forti Io son la forza, libera di brama e di passione».

Un orientamento interiore simile indica il Buddhismo originario, per il quale l’azione, anche la più energica, deve essere compiuta con quella impersonalità per la quale si possa poi affermare con sereno distacco: katam karaniyam, ossia: è stato compiuto quanto era da compiersi. Mentre nel Buddhismo Mahayana la realizzazione ascetica della «vacuità», shunyata, lungi dall’esser motivo di fiacchezza della volontà, diviene fonte di inesauribilità delle forze interiori, di fantasia morale e di sereno coraggio. Nel Chan cinese e nello Zen giapponese si parla di wu-nien o munen, «non-pensiero», di wu-hsin o mushin, «non-mente» o «non cuore», di muga, «non-ego», ove con queste espressioni si invitano l’asceta nella pratica interiore e il guerriero nella lotta esteriore a svuotare la mente dei pensieri dialettici, dei pregiudizi intellettuali, e liberare il «cuore» dagli attaccamenti egoici, in modo da poter  «abbandonare il corpo e la mente», «affrontare la vita e la morte» con animo «eguale». Un tale distacco e una tale impersonalità possono benissimo accompagnarsi all’azione più impetuosa.

Tra coloro che scelgono la Via dello Spirito, tra coloro che irreversibilmente si sono consacrati ad una tale impresa eroica, si viene a crearsi un’autentica fratellanza d’armi spirituale, per la coscienza di tendere in maniera individuale e pur concorde a quella che il Buddha Shakyamuni chiama l’Eccelsa Mèta. In una tale fratellanza d’armi, chi è forte, in sanscrito balin, lo è per tutti, chi è eroe, vira, lo è per tutti, chi è guerriero e vincitore, kshatriya e jina, lo è con tutti e per tutti, perché l’impresa è unica e comune a tutti, ed uno stesso pensare pensa nel liberato o liberantesi pensare di tutti gli asceti che si sono consacrati alla Via del Pensiero, che in libertà e per amore hanno scelto di votarsi alla pratica più ardente della Concentrazione. Chi vince in sé stesso un limite interiore, lo vince per tutti gli audaces commilitones huius sacrae militiae, lo vince per tutti i compagni impegnati in questa sacra milizia. Milizia sacra non dissimile a quella praticata dai mitriasti, dagli antichi iniziati ai Misteri di Mitra. Invictus Mithra, lo chiamavano i Romani, Ajita Maitreya gl’Indiani.

Mitra è il Dio cui sono sacri i patti e l’amicizia, e per tale ragione si può affermare che in una tale sacra amicizia viene veramente a realizzarsi sul piano spirituale il fatto che essa è idem esse, idem velle : un identico essere e un identico volere. In essa, come mi disse, oltre trent’anni fa sui Pirenei, Marcel – un anziano esoterista olandese, incontrato nei pressi di una grotta ove anticamente venivano celebrati appunto i Misteri mitriaci, cari ai legionari romani – si deve essere solitari e solidali, per cui le volontà individuali e libere sono sacralmente concordi nel tendere all’unica Mèta. Una tale concordia fa sì che i momenti di apparente debolezza di uno, momenti che rappresentano sempre una «prova» interiore positiva, possano essere aiutati e risolti dai momenti di forza di un altro, e la vittoria di uno diviene impulso di tutti all’azione interiore radicale, alla consacrazione della volontà, alla determinazione assoluta.

Non cercheremo, perciò, comodo rifugio, come gl’ignavi, in un turpe ozio, bensì – come incita l’Illuminato della stirpe guerriera degli Shakya – audaci e concordi cercheremo «nella tempesta il rifugio».

 

SCIENZA DELLO SPIRITO

CONFERENZA DI MASSIMO SCALIGERO DEL 1 APRILE 1978

Massimo Scaligero.

01.04.1978

(cliccare sulla data in azzurro per ascoltare)

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“Bisognerebbe poterci dire tutto con amore e fiducia, così potrebbe sperimentare ciò che in noi è verità o menzogna. Ma questo manca tra noi perchè ognuno ha il suo punto di vista unico e crede di possedere già tutto. Come comportarsi in questi casi ?”

porgere la mano

Siccome non è un caso questo, ma è un insieme di circostanze che può avere diverse forme, quindi siamo un pò nel campo delle generalità, il punto di vista di ciascuno, eccetera… poi  l’amore, la fiducia…. a questa domanda io credo che si possa rispondere così: rinunciare a pretendere da altri questa aurea regola dell’amore e della fiducia, con fiducia che questo sia però possibile, è attuarlo, noi: sia colui che nota questo e che sente che la mancanza di questa connessione di amore e di fiducia impedisce una armonia tra diverse persone… è lui che deve cominciare a realizzarlo, si deve talmente avere fiducia in questa regola interiore da poterla trasmettere mediante la propria realizzazione, perchè l’essere addolorati dal fatto che da fuori certe volte non si accoglie, non si riceve, non si ha la sensazione di un simile accordo, questo essere addolorati, non è producente, anche perché le situazioni sono molto fluide e formalmente ….. diverse, e possono nascondere contenuti che noi non supponiamo, per cui per esempio, una ginnastica molto importante è – dinanzi a delle situazioni in cui si nota questa carenza – giustificare continuamente l’altro, e dire “può darsi che non si sia accorto di questo, può darsi che abbia avuto un altra ispirazione, può darsi che questo significhi altro”. Altrimenti noi stessi ci togliamo la possibilità di esercitare quella relazione che vorremmo dagli altri.

Quella relazione dobbiamo iniziarla noi, con la fiducia che dopo agisca e sia sentita dagli altri. Comunque vedremo se si può ancora dire ancora qualche altra cosa su questo.

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 “I sogni premonitori sono da considerarsi una manifestazione del nostro doppio perfezionato, o un aiuto divino indipendente dai nostri desideri e dalla nostra volontà ?”

Sogni premonitori (2)

Ecco, i sogni premonitori sono una bella responsabilità, perché sarebbe meglio non averli. Tuttavia se ci sono implicano da parte nostra – se riguardano noi – comportarsi come se niente fosse, come se non sapessimo nulla, perchè il futuro è sempre, in quanto divenire, in quanto accadimento…, è sempre il processo del karma. Ora il karma noi non lo dobbiamo sfuggire. Se un occultista sa, mediante un sogno, che passando per la via per la quale passa ogni giorno gli cadrà una tegola in testa lui ci passerà, ci passerà perchè sa benissimo che se non ci passa la tegola gli viene in un altro modo; quindi un occultista, per esempio, difficilmente si fa predire il futuro, perchè non ne ha proprio bisogno.

Mentre può darsi che il sogno sia premonitore a beneficio di altri, e questo può essere positivo. Può essere positivo anche nel caso che riguardi noi, ma che sia per esempio l’incentivo allo sviluppo di una qualità interiore che ci è urgente, e allora va molto bene, ma se si tratta di un fatto rientra nel processo del karma, e quindi noi ci dobbiamo comportare come se niente fosse . Se invece si tratta di qualcosa che riguarda altri, noi possiamo aiutare gli altri mediante questa intuizione, e lì però è la responsabilità di trovare la forma di come aiutare l’altro, perchè ci sono molti casi in cui avvertire l’altro significa peggiorare la situazione. Immaginiamo che possiamo predire un terremoto: intanto non si sa la data, e poi non è veramente possibile traumatizzare una popolazione avvertendo del terremoto… e se poi non viene ti pigliano per uno jettatore, e quindi i sogni premonitori sono qualcosa che noi dovremmo perdere lungo la strada, e lo sviluppo interiore ci porta a stendere un velo su questo. Perchè… – e qui non è che noi abbiamo ancora risposto a questa domanda…- l’occultista deve conoscere soltanto ciò che riguarda il lavoro interiore, ossia la lotta che si svolge sul piano spirituale. Avere premonizioni in questo senso, quello va benissimo, perchè noi possiamo sapere quali provvedimenti interiori dobbiamo prendere per determinate situazioni difficili, quindi siamo a un livello in cui il conoscere il futuro può essere utile, ma si tratta di processi spirituali, processi della evoluzione. Noi possiamo sapere che a un certo momento una data collettività attraverserà una difficoltà grave, per cui è importante che i rappresentanti spirituali di questa collettività operino ritualmente, operino spiritualmente, operino apostolicamente, e questa premonizione va benissimo, ma riguarda il piano spirituale. In questo senso si può dire che è un aiuto dell’Io, e quando abbiamo detto… piuttosto che di un doppio perfezionato, io capisco che cosa vuol dire qui, ma noi possiamo parlare dell’Io, dello spirito, ma quando questo riguarda lo spirito possiamo dire che viene dal divino, quindi è il divino che dà a qualcuno la possibilità di conoscere l’urgenza di una certa azione interiore da svolgere, allora colui che ha questo sogno può anche fare in modo da sollecitare provvedimenti interiori, sollecitare personaggi, e quindi collaborare a ciò che è richiesto dal divino.

Qui c’è una domanda che non so se affrontare, ma per passare poi a quelle più impegnative, possiamo prenderla come una specie di transizione piacevole.

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 “Alla televisione hanno raccontato questo: poco tempo dopo la caduta di un albero di noci, una gallina che viveva in un pollaio sottostante, ha cessato di fare uova normali, e si è messa a fare soltanto uova col guscio duro, giallo e variegato come quello del guscio delle noci”.

Nest with Golden Eggs

Certo sarebbe stato bello se avesse cominciato a fare le uova d’oro, perché sopra c’era una cassaforte che hanno rubata con i lingotti, allora quella che era abituata a stare… a un certo punto fa le uova d’oro… ma allora non l’avrebbero portata alla televisione, l’avrebbero nascosta…

Ora questo… e siccome il mondo animale vive veramente sul piano vegetativo e in comunione con le forze della natura, io non è che qui pretenda spiegare scientificamente e razionalmente il fenomeno, lo posso intuire, però dovrei contemplarlo in un altro modo, e questo forse avverrà, se avrò tempo, comunque è spiegabilissimo col fatto che c’è un rapporto assolutamente obiettivo tra il mondo animale e il mondo vegetale. C’è tutto un mondo animale che ha continuamente queste influenze, per cui determinati animali hanno il colore…- per esempio, lucertole, ramarri, grilli – che hanno il colore dell’ambiente in cui vivono, ci sono quelle belle cavallette verdi, oppure le stesse cavallette in un ambiente spinoso, grigio, hanno lo stesso colore, si confondono coi rami, voi guardate la mantide religiosa, etc… Le galline sono veramente degli esseri ritmici e legati al mondo vegetale in una maniera armonica. Quindi è chiarissimo che a un certo punto l’assenza di questo elemento che serviva come quadro alla produzione dell’uovo a un certo punto traumaticamente ha reagito dall’interno. E’ un fenomeno del mondo eterico, dell’etere della vita che è identico sia nel mondo vegetale come nel mondo animale. Comunque passiamo adesso a domande più severe.

Vorrei riunire due domande che sono quasi sullo stesso…

“L’unicità del rapporto e il senso verticale della Via al superamento del sesso”.

L’altra è:

“Come può la compassione trasformare in me la paura in venerazione.Può la compassione in me risvegliata trasformare la paura dell’altro in coraggio e fedeltà?”.

Forse le domande vanno separate.

Allora, quella sulla unicità la unisco invece a una domanda che viene dopo.

E invece affrontiamo questa:

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 “Come può la compassione trasformare in me la paura in venerazione. Può la compassione in me risvegliata trasformare la paura dell’altro in coraggio e fedeltà?”

compassion

La paura dell’altro.

“Come può la compassione trasformare in me la paura in venerazione”.

Non c’è bisogno, perchè se c’è la compassione…. La venerazione è già in germe nella compassione. Ho la sensazione però che qui occorra veramente capire che cos’è la paura. La paura è una forza del volere che sfugge all’Io. E sfugge tanto che incide sul fisico. E minimamente sul sistema neurovegetativo, e poi ci ha la sua ripercussione nell’organo cerebrale. Quando c’è questa minima alterazione noi possiamo andare dalla nevrosi ossessiva alla psicosi. Se invece non c’è questo, cioè non si arriva… c’è una forma di paura che può anche allarmare ma allora il personaggio si può anche far visitare: non ha niente, è sanissimo, è forte, è muscoluto, fa la ginnastica, ha buon appetito, però ci ha paura.

Lì …il “feffo”, il sesso volevo dire, è importante perché la brama non risolta, non purificata, non scaricata, non trasformata, diventa paura e si tratta di vedere perché.

Perché questo trapasso dalla brama alla paura riguarda soltanto coloro che hanno responsabilità interiore, perché altri con la brama se la cavano benissimo perché la soddisfano, e poi, soddisfatta, ritorna; poi ritorna e passano la vita cercando questa soddisfazione continua, e deve arrivare il momento della resa dei conti psicofisica e quindi lì lavora il karma. Mentre invece qui si tratta di qualcosa inerente al lavoro spirituale, lavoro spirituale, brama non risolta. Oppure c’è qualche altra cosa che può dare la paura: per esempio un eccesso di lavoro interiore, un eccesso di tensione interiore. Per esempio per impegni di lavoro. O preoccupazioni. Tuttavia è quasi sempre una questione che riguarda la sede istintiva.

E allora l’arte è di lavorare molto con il pensiero, ossia con un pensiero che scavi in profondità, e che divenga energico obiettivamente.

Che si intensifichi in maniera da assorbire la corrente della volontà perché la paura non è altro che volontà sfuggita all’Io. E’ forza che sfugge all’Io. Quindi noi questa forza la possiamo riprendere.

Sta a noi compiere un atto, potremmo chiamare un atto energico, gagliardo, o estremo, insomma come volete voi, dinamico. Un atto in cui noi affermiamo qualcosa che appartiene a un principio opposto a quello da cui viene la paura e adesso chiariremo il perché.

Perché ho due domande che mi richiamano proprio alla struttura dell’uomo che è una struttura paradossale. Una struttura che è una contraddizione, per cui l’uomo deve morire mentre non dovrebbe morire.

L’animale deve morire perché non muore, perché il suo Io sta altrove, quindi non muore. L’animale si annienta con le forme ma il suo Io vive, il suo Io continua a vivere negli altri animali. Quindi l’animale non muore mai, così la pianta.

L’uomo invece ha il suo principio in se stesso, e l’uomo non dovrebbe morire. E invece l’uomo muore, perché? Perché distrugge il proprio strumento mediante le forze con cui acquisisce la coscienza di se stesso.

Per acquisire una coscienza dell’Io si serve delle forze dell’Io contro l’ordine dell’Io. E questo paralizza tutte le forze dell’astrale e dell’eterico fino al fisico e quindi …. non solo la nascita degli istinti e delle passioni e quindi la paura, ma quindi anche la malattia e la morte. Però tutto questo è bellissimo perché?

E’ necessario perché l’uomo faccia con l’Io…, daje ‘na botta …, faccia con l’Io… non si chiama più Italia… daje ‘na botta, va’!  (nota dei trascrittori: qui Scaligero, dopo tanta stoica pazienza rivolge un pensiero gentile a chi è fonte di tanti schiamazzi e disturbo sulle scale)…. faccia con l’Io immanente ciò che è già presente nell’Io vero, nell’Io spirituale, ossia nell’Io autentico. Quindi, perché l’uomo faccia questo deve essere libero e si trova dinanzi queste situazioni …. antinomiali, come possiamo dire? Contraddittorie, assurde: è un assurdo. E allora la risposta a questa domanda­, lavoro di pensiero, la compassione è importantissima, è la chiave di tutto. Perché? Lo vedremo adesso rispondendo alle altre domande.

Cum patior. La compassione è la forza mediante cui noi andiamo incontro al calore potente degli istinti e lo assorbiamo come una forza di amore. E questa forza d’amore trasforma gli istinti. Deve essere compassione ma non nel senso pietistico, ma nel senso etnologico, come un sentimento che irradi per tutti gli esseri che soffrono questa soggezione, si dibattono in questa brama che li travolge, ne fa quello che vuole e poi li rigetta in una sfera continua di dolore e di delusione. Quindi come non cominciare con la compassione… quindi va benissimo questo….

E allora….

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“L’unicità del rapporto e il senso verticale della via al superamento del sesso”

L’altra domanda è:

 “Ma che cos’è la Pietra Filosofale?”

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Quindi, ritorniamo alla costituzione dell’uomo, e voi la conoscete bene quindi mi consentite di essere breve, perché… non stiamo qui a fare…

La costituzione dell’uomo è tripartita: testa, torace, sistema del ricambio, degli arti parliamo dopo. Nella testa… la testa è strutturata dalle forze più alte dell’universo, a prima Gerarchia. La zona mediana è strutturata dalla seconda Gerarchia. Il sistema del ricambio è edificato dalla terra, appartiene alla terra, perciò lì agisce la gerarchia più potente, la prima Gerarchia. Ora, nella struttura – abbiamo parlato della struttura – ma altra è la struttura dell’uomo, e qui abbiamo forse anticipato, quando noi abbiamo detto che la sede del ricambio è strutturata dalla terra ci dobbiamo fermare perché la prima Gerarchia la dobbiamo chiamare in un secondo tempo.

Ed è questo: che in questa struttura è una descrizione che riguarda l’uomo ma noi non la viviamo affatto nella coscienza, perché nella coscienza il rapporto è capovolto.

Perché nella coscienza della testa noi viviamo con la terza Gerarchia; nella sede mediana viviamo con la seconda, in quella che è la zona più profonda viviamo come avevo anticipato con la prima Gerarchia, ossia: per dominare ciò che è afferrato dalla terra e per dominare i processi della terra che vanno dalla nutrizione all’assimilazione fino all’espulsione delle deiezioni occorrono le forze più alte dell’universo che poi voi le vedete agire strutturalmente nella testa.

E’ questa l’antinomia dell’uomo, perché l’uomo ha la coscienza di sé nella testa. E come? Là incontrando ciò che nella testa corrisponde alla terza sede, ossia alla sede della terra, ossia del sistema del ricambio. L’uomo acquisisce coscienza di sé non tanto dal cervello cerebrale quanto dal cervello ritmico, metabolico, ossia dal cervello che appartiene alla terza sede, ossia alla sede della terra, lì dove il cervello ha processi di ricambio. E’ lì che l’uomo è inchiodato alla terra.

Adesso guardiamo il sesso.

Il sesso è l’azione della prima gerarchia nella sede più profonda, la sede del ricambio, in cui è inserito il sistema della riproduzione di tipo animale, che per funzionare, non per l’animale ma per l’incarnazione dell’uomo, ha bisogno che insieme alla brama animale, e qui l’animale c’è, ma complicata da ciò che di deteriore c’è nella psiche umana, perché magari fosse la brama animale: l’animale è puro e casto, agisce secondo la natura, l’uomo complica con la immaginazione e fa del sesso qualche cosa di demoniaco. Beh, qualcuno dice, ma come, è tanto bello il sesso, è così dolce. Eh no, è proprio lì sotto che c’è quel sordo fòdere, Arimane (nota dei tr.: il verbo latino fòdere ha il senso di scavare, erodere, eccitare, tormentare). Quindi, situazione veramente…

In questa situazione, perché si incarni lo spirito deve agire la prima Gerarchia, la quale coinvolge la seconda e la terza, e questo spiega il fatto che anche l’essere più… direi… più safi e tutufu (nota dei tr.: anagramma di una salace espressione calabrese, scherzosamente, abitualmente usata da M. S.),  intendiamoci, più greve, in quel momento lì sente la beatitudine, sente e siate boni, boni, boni, insomma si sente afferrato in una sfera divina. E cerca questo, lo cerca per quel momento, e poi cerca di riprodurlo artificiosamente, e poi gli sfugge, allora cerca altri mezzi fino ad arrivare a potenziare ancora il demoniaco. Ecco perché il sesso è difficile a superare, perché mediante questa soggezione gli ostacolatori dell’ uomo posseggono l’uomo, e lo posseggono usando la conferma della situazione antinomiale, ossia che l’uomo soggiaccia alle forze che vengono dalla terra in modo che il mondo degli istinti domini la sede mediana e poi domini il pensiero. Dominando il pensiero, il pensiero poi diventa scienza, diventa ideologia, e allora il pensiero giustifica la situazione di soggezione al sistema del ricambio ossia all’animale, ossia a Darwin, alla evoluzione animale, al materialismo. Allora l’ideologia ti giustifica tutto ciò che è materialistico, oppure tutto ciò che è istintivo. E allora vogliamo l’uomo vero, allora scateniamo gli istinti, e così abbiamo i criminali, gli psicotici. E’ questa le pedagogia che obbedisce… adesso è inutile insistere su questo perché già l’abbiamo detto parecchie volte. Però, il superamento del sesso, il superamento del sesso, lo dicemmo mercoledì, è la via del Graal, è una via iniziatica, quindi è la possibilità di capire che il sesso è un’esperienza che si deve compiere in senso verticale perché si muove dalla testa al muladhara ,ossia gli organi… la sede degli organi di riproduzione, lungo la colonna spinale c’è tutta una serie di lotta di forze e c’è la possibilità che l’uomo folgori il sesso con la luce che viene dalle gerarchie impegnate in questa operazione. Questa è una possibilità iniziatica. Ma c’è la possibilità di cominciare ad accogliere il sesso senza egoismo, ma uno che cominci questo si accorge che per questa redenzione del sesso, che è la massima conquista dell’uomo, occorre un’unica esperienza del sesso, con un essere solo, a cui sia legata l’esperienza, perché quest’essere solo, a tutti i gradi contiene, offre la possibilità che il sesso sia risolto, e toglie all’uomo, educa l’uomo a non cadere nel sofisma che là dove non riesce sia possibile riuscire con un altro essere, quindi alla prostituzione che è la legge del sesso da dopo Caino, dopo Caino comincia la legge della reincarnazione, e quindi della prostituzione dell’uomo per cui: un uomo molte donne, una donna molti uomini e questo…

Non facciamo del moralismo. Facciamo semplicemente la Scienza dello Spirito. La Scienza dello Spirito è la scienza della reintegrazione dell’uomo. Se l’uomo vuole veramente vincere deve attaccare lì dove lui cade sempre, e allora si spiega il mito del Graal, perché Amfortas cade, Parsifal vince.

Allora, guardate come vince; vince perché prima di tutto è fatto di tutto coraggio e di tutta potenza della volontà, perchè che possiamo tradurre… potenza interiore di pensiero.

Quindi Parsifal vince. La via della unicità è il segreto, perché l’uomo può cominciare l’esperienza con una donna e poi si secca, perché la brama gli dice: ce n’è un’altra che è più bella, con lei lo puoi fare meglio. E lì la brama si riattizza. Mentre proprio con l’essere che non suscita la brama deve continuare a fare il sesso, perché c’è un momento in cui la brama deve lasciare il sesso, in modo che l’uomo possa arrivare a conoscere un alto segreto dell’operazione del sesso, per cui può scoprire, e qui posso dire una frase audacissima, che il sesso non è fatto solo per fare figli.

Quello è l’unico scopo: fare figli, non ce n’è altro.

Però quando comincia quella redenzione il sesso è la via per poter raggiungere la reintegrazione dell’uomo, in modo da scioglierlo alla radice, ma per questo occorre veramente conoscere la via del Graal, che è la via della unicità. E questa via è possibile quando non c’è più brama.

Voi credete che la brama sia necessaria a quella che noi chiamiamo fase anaplastica, quella tensione, quella… erezione, eccetera. No. Il giorno in cui l’uomo è capace di questo senza brama e in stato angelico direi, allora comincia la redenzione del sesso.Come vedete, non c’è bisogno di brama.

Detto questo, perché l’abbiamo abbinato alla domanda, questa della pietra filosofale? E’ molto semplice: la pietra filosofale è il simbolo della redenzione dell’uomo. Quando l’uomo realizza il Graal si può dire che la pietra filosofale è raggiunta. La via verso il Graal è il conseguimento della pietra filosofale, e noi abbiamo ricordato il tomo, il lascito del Golgotha. Non ci sarebbe vera Alchìmia se non ci fosse questo lascito, perché l’Alchìmia vera non è il Cinabro; il Cinabro contiene sostanze che non sono veramente minerali, non sono minerali come il Carbonio. E’ il diamante, e qui il Tantrismo intuì il Vajrayana, però è una semplice…, un semplice tentativo, perché la Scienza dello Spirito dà modo di scoprire qual è il punto vero in cui nasce la possibilità della pietra filosofale dell’uomo, l’ abbiamo accennato parlando di quella zona superiore del corpo eterico, in cui si svolge proprio per lascito o dono del Golgotha.Quella operazione continua, per cui le forze eteriche respingono tutto ciò che viene dal mondo animale e vegetale come nutrizione, assumendo solo la parte aurea del minerale, uniscono a quello che è l’estratto puro dei sensi in contatto col mondo fisico, quindi minerale, e formano insieme quello che abbiamo chiamato il cibo del San Graal. Ma noi sappiamo che questa operazione si svolge nell’assoluta incoscienza dell’uomo, perché l’uomo mediante la brama la guasta. Perché l’uomo è chiuso nella testa. E’ qui dobbiamo ritornare al quadro con cui abbiamo iniziato. Nel cranio l’uomo è veramente imprigionato nella cerebralità e in questa prigione è difficile che giungano forze superiori, forze dall’alto. Unicamente giungono forze di entusiasmo, di poesia, di arte, di elevazione mistica, in momenti particolari, ma è difficile che non sia la penetrazione degli istinti, ossia è difficile che questo processo non sia qualcosa che viene dagli istinti, perché? Perché questo organo cerebrale in cui si accende la coscienza dell’Io e per cui potrebbe essere il punto di resurrezione dell’Io mediante un atto assoluto, questo organo è continuamente ferito dal sistema sanguigno che giunge lì mediante forze di morte.Il sistema sanguigno è il veicolo mediante cui l’Ostacolatore, gli Ostacolatori dell’uomo giungono in quella zona per turbare quel processo minerale, ossia per turbare il processo iniziale della Pietra Filosofale.Quando parliamo di brama, di istinti, di passioni noi dobbiamo riferirci a questa ascesa del sangue che è la lancia che ferisce Amfortas e lo avvelena. E abbiamo impiegato qualche mercoledì e qualche sabato a parlare del compito iniziatico di trasferire l’Io nel sangue, perché nel sangue noi abbiamo lo scorrimento continuo degli istinti e delle passioni, mentre il sangue dovrebbe essere la sede dell’Io. Ora, voi pensate che ogni meraviglioso moto dell’anima che possa giungere alla testa, e rallegrare questo essere prigioniero nella testa, prende il veicolo del sangue, ma che è percorso sempre dagli istinti, per cui quello è un moto istintivo e noi siamo capaci di fare delle cose grandiose solo quando un istinto o uno stimolo del sentire ci spinge. L’innamorato è capace di miracoli, perché ama e si trova in queste condizioni, ma quello è l’istinto, poi lo perde, e tutti quanti coloro che amano dopo perdono quel fuoco, perché veniva dal sangue, nel veicolo stesso che percorrono gli istinti e le passioni, mentre noi sappiamo che dobbiamo portarci nella sfera del sangue liberando l’etere del pensiero dall’organo cerebrale. Allora passa al sangue, allora l’Io è vittorioso nel sangue, allora la corrente del sangue è percorsa dall’Io, allora l’Io va incontro al processo meraviglioso, a quel processo grandioso che è il più alto che avvenga nell’universo, che è la formazione continua del cibo del Graal all’interno della testa, e che è veramente il dono del Golgotha, per cui chi a un certo punto possa veramente verificare questo, si accorge quanto sia veramente assurdo il fatto che si possa opporre una tradizione alchemica o ermetica a una via cristiana, perché questa trasformazione del minerale in assoluto Spirito viene veramente dalla Resurrezione del Christo. Perché è il minerale che finalmente viene permeato completamente dal Logos. E’ un processo che si svolge nella testa di ogni uomo, ma ogni uomo lo respinge, e il mondo delle brame, specialmente il sesso scatenato, ha il compito di paralizzare questa possibilità della evoluzione a venire dell’uomo: e per questo si svolge una grande lotta ai confini dell’umano perché questo dono sia mantenuto alla Luce del Logos.

 

MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

ALAN TURING

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Il pensiero… Una luce che vuole uscire da un corpo, troppo piccolo per contenerlo, che vuole riversarsi su un mondo troppo grande per non aver voglia di scoprirlo… Di pensarlo.

Un bambino timido con tanta voglia di fare. Che non riesce ad “imparare” nel senso classico, ovvero a farsi inculcare meccanicamente una serie di nozioni. La voglia di capire, indagare e pensare ma soprattutto la voglia di scoprire da sé trasformano il bambino timido in un allievo difficile.

Eppure lui non si arrende, stringe i denti e continua a pensare. In un mondo classico sceglie la scienza, la matematica. Eppure da quei numeri egli estrae poesia viva, un universo gli si dischiude davanti.

Nel frattempo il suo corpo ha voglia di muoversi, lui corre… Corre finché il mostro della guerra non lo ferma.
Però questo mostro lo accoglie. I suoi strani talenti di colpo si rivelano indispensabili. Per lui i misteri ed i segreti del nemico sono un libro aperto. Più di mille bombe la conoscenza eleva i vincitori su un trono di sangue.
La guerra finisce e lui diventa inutile per i vittoriosi monarchi. Il passo è breve, egli ama in modo diverso, questo basta per trasformarlo da eroe a mostro. Questo basta per torturarlo. Ed allora, come per Biancaneve, un morso ad una mela avvelenata (col cianuro) pone la parola fine.

La sua eredità la abbiamo sotto gli occhi in questo momento. Fu lui a creare il mondo che vive dietro lo schermo… Ma forse non è proprio come lui lo aveva pensato…

SENZA CATEGORIA

SONORITA' PERDUTA

 

Il discepolo della Scienza occulta si pone oltre la conoscenza discorsiva, ma non nel moderno senso di un dispregio dell’intelletto a favore di un’abusata intuitività di raccatto solo coincidente col senso comune e lo stereotipo sentimentale.

L’impulso attuale dell’irrazionalità nella dimensione dell’occulto, significa solamente che si ostracizza il principio critico, dunque l’ordine logico.

La sovrarazionalità occulta ed il suo sacrificio nell’intelletto comune è invece un invito a non raggelarsi nelle determinazioni discorsive (mobili solo nella loro immobilità) come se queste esaurissero la realtà.

E’ un porsi, in lucida coscienza, dalla parte del Mistero, senza il quale l’intelletto non avrebbe vita, essendone in sostanza la fonte.

L’antecedente occulto è conoscenza completa quando lo si confronti con il pensiero discorsivo: questo è organizzato secondo un limitato modello visivo.

Infatti colui che si arresta alla dialettica, non può non definire, cioè mettere limiti visibili; oppure descrivere, cioè tracciare, una linea d’attorno. Vale a dire che ogni spiegazione, nel suo venir esplicata, si avvale della “chiarezza” e “precisione” che sono elaborati interiori del regno del visibile.

Sto dicendo che, quando mi spiego, fatalmente volgo verso l’astrazione, perché la visione è il senso più astratto, tant’è che, nel mondo, è il senso del tatto a rassicurarmi circa la realtà della visione.

Il pellegrinaggio verso il carattere discorsivo si organizza quando ci si stacca dal tatto e dall’odorato per attenersi, quasi soltanto, all’udito e alla vista e poi con lento processo, a partire dall’uso dell’alfabeto, soltanto alla vista.

Mentre che per l’Ebreo antico il conoscere è sostanzialmente un udire, già nei Greci prende il carattere del vedere.

L’introduzione della stampa accrebbe il primato della visibilità: prima di essa i libri parlavano, le frasi esprimevano, le parole indicavano…poi si penserà ai libri come contenenti di un contenuto di frasi, contenenti parole, contenenti idee, contenenti verità.

Con la stampa il conoscere è sempre meno trasmissione auditiva un mondo di diagrammi silenziosi.

Così primeggiano parole come “struttura e “metodo”: l’attenzione si fissa sui passi da compiere per giungere all’efficacia e sul metodo in se stesso invece che sui passi che si compiono pensando un metodo.

Vengono scisse due discipline prima sempre unite: la dialettica che presenta e la rettorica che orna.

Già l’università aveva ridotto a monologo il dialogo, poi la stampa il monologo a visione. Anche la rapidità dei processi mentali viene accelerata, onde si scorre un testo invece di leggerlo e, per forza di cose la logica diviene topologica, ossia basata su luoghi comuni.

Le scienze sono sempre più di tipo visivo-simbolico: siamo cioè in un cosmo dove la ragione è silenziosa, non dialogica e le comunicazioni tra uomini avvengono senza risuonare.

Manca la base del conoscere completo, cioè auditivo e tattile oltre che visivo.

Suppongo che, per intendere l’occulto, serva riesumare il conoscere pieno, fondato sui sensi, per poi negarlo e negarne la negazione.

Da qui, l’inaudita condizione di restaurare l’audizione, di ascoltare il verbo.

Dice il Rumi: ”Quando il tuo orecchio si affina, diventa un occhio; altrimenti le parole sono irretite e non possono arrivare al cuore”.

Il suono della campana è quello fondamentale che lo yoghin procura di udire (la campana è l’unico strumento che permetta di cogliere l’ipotono), poi la meditazione bada a raccogliere i vari suoni in connessione con le corrispondenti parti del corpo.

Schneider ha indicato la serie di miti secondo i quali ”il creatore stesso non è che un canto, per cui è probabile che la materializzazione del creatore sotto specie di strumento musicale, caverna, corpo o soltanto testa umana o animale non sia che una concessione al mito al fine di rendergli evidenza più concreta. Il creatore è un puro essere acustico: canto o grido creano un mondo di suoni e luci. L’apparizione della “materia” è atto posteriore, spesso considerato un decadimento”.

Nella Brihandarayaka Upanishad, per quanto mi ricordi, si parla che al principio il sacrificio fu sonoro e vibrando, creò i suoni, cioè i nomi delle cose, poi pietrificati in visibilità.

La “natura” è incanto: se si penetra la sua essenza la si ode e si risponde al creatore con i suoi stessi suoni, col disincanto.

Il Verbo è designato come tuono, stella canora, aurora risonante, canto di luce.

Il suono del Verbo è il suo corpo, il senso del Verbo la sua luce; nella tradizione vedica viene detto che il Verbo s’è diffuso nel creato, ogni tono musicale risponde ad una figura astrale, ad un momento dell’anno, ad una parte del corpo.

Chuang Tze (Na hoa cenn king, 12C): “E’ l’azione del Principio che risuona nei metalli e nelle silici sonore. E’ anche nel cozzo che li fa suonare. Senza di essa niente sarebbe…”.

Il pitagorismo negli inizi della civiltà occidentale determina con precisione la natura acustica della realtà ponendo un rapporto esatto fra suono qualitativo (nota della scala) e determinazione quantitativa (lunghezza della corda, ampiezza delle vibrazioni): i rapporti fra le note erano numericamente definibili e nel contempo udibili.

Così ad ogni suono che risuoni si riproduce in modello minimo la creazione dell’universo e ogni atto di attenta audizione consente di vedere l’armonia cosmica.

Questo “vedere udendo”, è un paradosso mistico su cui insisterà soprattutto Filone d’Alessandria (paradosso che è sperimentalmente verificabile).

Insomma: l’orecchio coglie la qualità degli oggetti che poi l’occhio può misurare in ragione reciproca.

Come Schneider insegna a rileggere gli inni al santo a cui è dedicato il chiostro nei capitelli catalani, Kaiser decifra gli inni dei templi di Paestum: mettendo in rapporto altezze, larghezze e profondità dei vari elementi, ne ricava le note di inni, maschi o femminei a seconda della destinazione e del culto.

Filone (De Somniis, I, 253) attesta che le steli antiche erano iscritte di parole-suoni che cantavano “le virtù del reale”.

Per finire, con prudenza accenno che, qualora si immaginino le sintesi delle attività creatrici dispiegate da Steiner per spiegare l’evoluzione dell’uomo e del mondo a partire dal non-tempo e dal non-spazio, tali non facili concentrazioni meditative danno allo sperimentatore la capacità di cogliere in sonorità diverse le tappe della creazione. Anche in questo caso l’udire è un gradino superiore dell’ascesi.

TRADIZIONE

SPINE

marrons fruit

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La vita non inizia quando tutti i problemi sono risolti, quando si è in pace col mondo e con se stessi, traguardo sempre troppo posposto, quando tutte le tessere del puzzle sono al loro posto. Vivere è sperimentarsi e avventurarsi nell’ ignoto che ti fa più paura, mollare gli ormeggi che ti ancorano saldamente al suolo, per accorgersi che questo suolo non lo si è mai toccato realmente. Piccole sortite per tacitare la coscienza che urla, finché il dolore arriva a strapparti dall’immobilità e dalle false certezze.

La verità è che il dolore ci fa paura, per presunta incapacità di affrontarlo e vincerlo, per timore del cambiamento, per diseducazione sociale o pseudoreligiosa. Questa società aborrisce il dolore, in funzione di una sola polarità che ci rende distonici e nevrotici, magnificando il benessere ad ogni costo, la bellezza esteriore perenne, la giovinezza eterna che sa tanto d’infantilismo. Continuamente privati e provati dalla costante, affannosa e illusoria ricerca di una felicità spicciola e superficiale che sempre ci sfugge di mano.

Ma il dolore è medicina per le piaghe che continuamente suppurano, non viste nè ascoltate. Il dolore è farmaco potente che ci ricollega al senso di questo nostro calcare la terra, a quell’ umanità reale che ci alberga dentro e preme per essere ascoltata. E’ la fragilità che spezza gli schemi di pensiero e le illusioni su ciò che non siamo; rimette in moto meccanismi inceppati che ci vorrebbero sempre più asserviti a destini non più umani. Il rifiuto nevrotico di un lato della nostra esperienza terrena non fa che ingigantire i problemi, renderci deboli e incapaci di agire concretamente per risolvere le sfide che la quotidianità e il nostro percorso individuale ci pongono.

Confrontarsi con la ferita originaria, con l’impotenza e il senso di colpa e indegnità, apre il varco a nuove energie che hanno bisogno di essere continuamente sollecitate e rielaborate a livelli diversi affinché divengano attitudini alla vita. Permettersi la fragilità, scendere nel proprio inferno per illuminarlo e trarne nuovi stimoli a continuare il percorso. Lasciarsi attraversare volutamente da disarmonie che chiedono nuove partiture, difficile ma anche foriero di importanti capovolgimenti. Fino a scoprire che la libertà non attende premi o punizioni, non idolatra falsi padri e madri; la libertà sa, con ogni fibra, che è sempre necessario scegliere e che ogni scelta comporta conseguenze alle quali non ha intenzione di sottrarsi. E così, man mano si accresce e diventa sempre più in grado di comprendere, discernere e agire le scelte più giuste, sulla strada verso la nuova umanità che siamo chiamati a costruire.

SCIENZA DELLO SPIRITO
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