L’ARCHETIPO-FEBBRAIO 2019
Anno XXIV n. 2
Febbraio 2019



A questo lupaccio cattivissimo è capitato di recente di leggere su un noto social network un paio di citazioni di Massimo Scaligero, commentate peraltro da chi le presentava, ed eziandio da altri suoi sodali, in una maniera che parvemi essere per qualche verso irrispondente al contenuto stesso. Ma cotali commenti, in definitiva, sono, penso, affatto irrilevanti, così come lo è, del resto, la quasi totalità di quanto viene pubblicato in quell’immensissima fogna, che è la palude stigia telematica nella quale vegetano e prosperano molti – non tutti: per fortuna vi sono anche, sia pur pochi, alcuni blog temerari, che nel web fanno la parte dei rompiscatoloni – tra i vari forum e social network, ove i deliranti sproloqui, che si vorrebbero “spirituali” e “antroposofici”, nei commenti vengono sovente infiorati di faccine, stelline, cuoricini, e svenevolezze varie, oppure dànno luogo ad ‘edificanti’ (si fa per dire…) risse, il cui linguaggio turpiloquente farebbe orrore persino agli scaricatori di porto di varie città di mare, con gran sollazzo della transtiberina parte avversa.
Ma tralasciando queste tragicomiche amenità, che fanno parte della fatua superficialità del barbarico presente tempo, nel quale gli Dèi ci hanno dato in sorte di vivere, voglio cogliere l’occasione per riportare, e completare, la citazione in questione, nella quale invece è di estrema importanza proprio quanto scrive Massimo Scaligero a proposito della radicalità della Via. In una sua opera, che mi è molto cara, Il Logos e i Nuovi Misteri, egli alle pp. 37-38 così scrive:
«La via del Pensiero-Logos è la via diretta, rispetto alla quale ogni mediazione risultando semplicemente preliminare, o preparatoria, deve essere conforme a una rigorosa disciplina. Il compito di coloro che non sono ancora pronti o non si sentono capaci della via diretta – e sono i più – è conformarsi a norme e discipline, la cui regolarità consiste nel provenire da chi possiede la via diretta: data infatti dal Maestro dei nuovi tempi. La garanzia della legittimità di questa è il suo presupposto, l’ascesi della Volontà, la Via del Pensiero, che fa appello al pensiero cosciente della normale vita di veglia e lo conduce per intensità di concentrazione, ad attingere alla sua originaria forza, sino ad identificarsi con essa e a superare la dimensione riflessa».
Viviamo in tempi che si rivelano essere sempre più tragici, ossia viviamo – sempre per usare una espressione di Massimo Scaligero in Iniziazione e Tradizione – «in un momento della storia dell’uomo la cui gravità non consente indugi in illusori rimedi». Per cui bando alle fallaci speranze, ai rosei sogni, alle consolanti prima – e poi sempre deludenti – illusioni, e guardiamo, invece, romanamente in faccia una realtà, certamente non piacevole, ma, appunto, ben reale: con la quale è savio fare bene i conti.
Ora, quella che Massimo Scaligero qui indica – e che, del resto, indica instancabilmente in ogni sua opera – è la Via Assoluta dello Spirito. E “assoluto” significa “incondizionato”, ossia svincolato, disciolto – ab-solutum – da ogni condizione, e limitazione. Perciò essa è una Via percorribile da ogni essere umano, quale che sia la sua situazione di partenza. A differenza dalle Vie antiche, le quali – giustissimamente – richiedevano inevadibili “qualificazioni”, la Via dei Nuovi Tempi, la Via Assoluta della quale parla Massimo Scaligero, non richiede preventivamente, e necessariamente, tali “qualificazioni”, perché esse non sono affatto il presupposto dell’Ascesi, anzi, sotto certi aspetti ne sono il risultato.
In questo peculiare campo, il qui presente lupaccio cattivissimo ha potuto fare molteplici e variate esperienze, che per lui sono state oltremodo istruttive. Tutta una serie di persone, che di per sé avevano le migliori qualità intellettuali e morali per percorrere il Sentiero iniziatico, e realizzarne la Mèta – quella che l’ascetico principe Siddhartha Gautama, il Buddha Shakyamuni, chiama “l’Eccelsa Mèta” – si sono persi per strada, a volte persino in miserevoli e ridicole banalità. Queste persone possedevano quelle che per la concezione “tradizionale” venivano considerate le migliori “qualificazioni”, ossia le “felici” – e indispensabili – predisposizioni, gli अधिकार adhikâra delle varie ascesi indiane, eppure, con mio grandissimo disappunto, si sono poi persi per strada.
È opportuno, e savio, chiedersi, perché tali persone, pur provviste di sì belle qualità, abbiano poi smarrito l’Aureo Sentiero, e in qualche modo siano venute meno alla loro originaria vocazione. Sicuramente, l’aver incontrata la Via Solare – e bisogna ben rendersi conto come un tale incontro sia davvero un dono aristocratico e un privilegio raro, che i Numi nel presente tempo concedono a non molti esseri umani, il che di conseguenza impone severe responsabilità alle quali si deve far fronte – corrisponde ad una scelta prenatale e ad un destino di più antiche vite. La mirabile trama di un tale destino determina, fatalmente, gli “appuntamenti” – occasioni, luoghi e incroci di individualità – che portano il cercatore dello Spirito ad incontrare la Via. E per un lasso di tempo – breve o lungo – il neofita vive nella gioia dell’incontro con una sì luminosa Via, vive ed opera con un sacro entusiasmo, donandosi talvolta ad una intensa fattività spirituale.
Ma tutto ciò è ancora risultato di una “natura spirituale”, cioè è il risultato di ciò che in antichi tempi, o nel non-tempo dell’esistenza spirituale, fu allora “atto”, ed ora si presenta come un “fatto”: non è ancora Spirito, il quale per essere autentico è, e deve essere, perennemente “atto in atto”. Fatalmente, la spinta proveniente dall’esistenza spirituale prenatale e da precedenti vite a un certo punto della vita incarnata si esaurisce, e ad essa deve sostituirsi l’energica iniziativa cosciente. Deve attivarsi una volontà, che non solo non è “natura” – né animale né spirituale – ma che la “natura”, anzi, ostacola e contrasta con ogni mezzo. E il discepolo si ritrova allora in una deserta “landa selvaggia”. In una tale arida condizione dell’anima, facilmente l’entusiasmo si raffredda, la tensione della volontà si allenta, si sfiocca e si sfrangia, la tenuta interiore – detto alla romana – “si abbiocca”.
Nella mia pluridecennale esperienza di lupaccio cattivissimo, sin troppe volte ho dovuto constatare che proprio questo è quel accade, pressoché regolarmente, in molti cercatori spirituali i quali accostano la Via Solare provvisti di notevoli belle qualità. E ciò vien detto senza ironia veruna. Sempre a quanto risulta al “vissuto” dal qui scrivente lupaccio cattivissimo, è paradossalmente una condizione più “felice”, “fausta”, “fortunata” – nell’antichissimo senso romano, e misterico, del termine – quella di chi alla Scienza dello Spirito giunga sfasciato e disperato. Condizione, dal mio delinquenziale punto di vista, davvero oltremodo preferibile alla precedente, perché in essa non vi sono illusioni né inganni, e a chi è realmente disperato non è affatto dato di vivere di rendita sulla spinta di un passato luminoso. Massimo Scaligero più volte disse, e scrisse, con una chiarezza che non lasciava adito ad nessun equivoco, che nello Spirito si è, non si sta, e che spiritualmente non si può vivere di rendita, e ai giovani della mia città indicava come dovessimo essere, per arrivare, lottando, alla Mèta instancabili e disperati. Conciosiacosaché il disperato procede con quella forza inesorabile, che solo la disperazione riesce a suscitare, e non sa che farsene di quelle consolazioni, che gli “insinuanti pupari” abilmente propongono, come paralizzante e ottenebrante narcotico spirituale, alle “anime belle”, ch’essi vogliono illudere e, appunto illusoriamente, “ideologicamente trasportare”. E purtroppo ho davanti agli occhi molti casi di amici – alcuni dei quali son persino voluti diventare ex-amici o addirittura dichiarati nemici – che si son persi, intossicati, obnubilati, paralizzati, addormentati ad opera di un sì perfidamente abile “inavvertito ideologico trasbordo”.
Su questo blog, più volte in articoli passati è stato indicato, senza infingimento alcuno, come proprio dalla disperazione – da una lucida e freddamente, volitivamente, coltivata disperazione – possa sorgere quella forza indomabile che porta il temerario discepolo della Iniziazione alla Mèta. Tale forza è il frutto di – e a sua volta genera – ripetute, e incessanti, durissime lotte interiori, che esigono dall’asceta una tenacia della volontà a tutta prova. Tali lotte generano e plasmano quella inesorabilità del volere di profondità, consacrato alla Mèta, che un Maestro dell’Arte Ermetica del XVI secolo, Ireneo Filalete, nel suo Introitus ad occlusum Palatium Regis, chiama “acciaio dei Saggi”. Volere risoluto, che è acciaio al cromo-vanadio, come usa dire uno nella bella Florentia, che solo permette di “entrare nell’ermeticamente chiuso Palazzo del Re”, ossia nel Mondo Spirituale.
Si dirà che questo ispido e importuno lupaccio parla sempre delle stesse cose. Ma che altro volete ch’egli faccia, se le persone che dovrebbero essere dei praticanti interiori non praticano, se quelli che dovrebbero essere degli asceti energicamente operanti non operano, s’essi, in definitiva, dormono profondissimamente, e perdono tempo e forze, cullati da soavissimi, mistici, e intellettuali sogni, e sono – per dirla una calzante espressione sportiva di M., un valoroso mio amico della Città del Fiore – “sempre ferme ai blocchi di partenza”? Si parla sempre delle stesse cose, perché sempre, tragicamente, e banalmente, lo stesso è, purtroppo, il problema. Si parla sempre delle stesse cose perché sempre riflesso è il pensiero; perché questo esangue, assottigliato, sfrangiato e sfilacciato pensiero è sempre manovrato, come un imbelle pupazzo, da una arrogante o da sfatta natura inferiore; perché sempre l’essere umano viene portato a spasso come un cagnolino al guinzaglio – talvolta in maniera ridicola – da istinti, brame, passioni; perché sempre un tale essere umano è gravato e schiacciato dal cascame del pensiero morto. Si parla sempre delle stesse cose, perché sempre il rimedio è la Concentrazione.
E questa è la patente contraddizione di molti che si dicono spiritualisti. Essi affermano giustissimamente che: «Nel cuore dell’uomo vi è una scintilla del Fuoco che ha creato l’Universo. Il mio Io è tutt’uno con l’Io dei mondi. Il mio Io è illimitatamente fondato nell’Io Sono», e poi si fanno muovere come burattini dai mille condizionamenti – da quelli realmente tragici a quelli più palesemente ridicoli – che fanno dell’essere umano lo zimbello delle Entità Ostacolatrici, degli Dèi Distruttori, i quali, da parte loro, non fanno altro che eseguire, con l’impersonalità e l’inesorabilità di forze della natura, il loro còmpito e la loro funzione. Mentre se l’essere umano viene meno al suo còmpito e alla sua funzione – quella di attuare coraggiosamente Autocoscienza, Libertà e Amore – non può accusare altro che la propria radicale debolezza, e la propria scarsa o inesistente consapevolezza. Egli non può affatto accusare tali Deità Avverse, perché esse non sono affatto libere, ed eseguono unicamente una funzione ed un’azione, che sono state loro imposte, che esse non hanno certo scelte, e alle quali esse non possono punto sottrarsi. È l’uomo che dovrebbe essere libero, e per la sua appannata coscienza e la sua radicale debolezza della volontà, invece, si dimostra purtroppo sempre più incapace di essere libero.
Ora, se vogliamo osservare, con distaccata oggettività, questa abietta e contraddittoria condizione dell’essere umano, ridotto ad essere schiavo e mancipio di Deità Avverse, o se – come affermano in India – gli esseri umani sono ridotti ad essere mero “bestiame utile” a tali Deità Avverse, le quali non gradiscono certo perdere “capi di bestiame”, è evidente che se sempre il medesimo è il problema, sempre la stessa può, e deve, essere la soluzione.
Allorché, nel Giardino dei Cervi, circa 2600 anni fa, il Buddha Shakyamuni “mise in moto la Ruota della Legge”, con quello che venne chiamato il “Discorso di Benares”, Egli, come un esperto medico, proclamò le Quattro Verità Sante, che illustravano il male della condizione umana generale. Come un abile medico, appunto, Egli del male umano ne fece la diagnosi, ne stabilì l’etiologia, ossia ne esaminò e determinò la causa, ne fece la prognosi possibile, se il paziente umano avesse voluto seguire la terapia da Lui prescritta.
In maniera simile, del tutto analoga, Massimo Scaligero, come un medico asciuttamente compassionevole – ma punto sentimentale, come quelli che con i pannicelli caldi “fanno le piaghe puzzolenti”: qui potest capere capiat – determina la diagnosi del male umano: lo stato di morte dell’anima reclusa, come nel mito orfico, nella prigione-tomba della corporeità; ne individua l’etiologia, ossia la causa che come un veleno mortale porta alla morte dell’anima nella prigione somatica: lo stato di riflessità dell’esangue pensiero legato ai sensi, al sistema nervoso, alla cerebralità; ne stabilisce la prognosi favorevole nel caso che venga attuata la necessaria terapia, ossia la liberazione del pensiero dallo strumento fisico del cervello, restituendo la vita all’anima liberata dalla tomba corporea; e porge la prescrizione attuatrice della terapia: la Via del Pensiero, la Concentrazione.
Questa, e non altra, è la Via Assoluta della quale Massimo Scaligero parla nella citazione tratta da Il Logos e i Nuovi Misteri. E in maniera asciutta e sintetica così da descrive sempre a p. 38 dello stesso volume:
«Per afferrare il reale senso della riflessità, il pensiero dovrebbe percepire la dimensione che gli è simultanea sul piano sovrasensibile: che è il segreto della sua reintegrazione. Il pensiero vive al tempo stesso nei tre mondi, fisico, animico, spirituale: movendo in basso, muove simultaneamente in alto: deve intensificare il momento della propria forza, per percepirsi nella propria interezza: secondo il principio della retta concentrazione».
Massimo Scaligero non usa certo circonlocuzioni di parole, né attenua la impietosa diagnosi, o porge sentimentalmente al paziente un gradevole, quanto inutile e illudente, rimedio palliativo – come farebbe, invece, il medico pietoso, quello che, appunto, fa la piaga puzzolente – bensì crudamente indica un còmpito arduo e inevadibile, che è oramai più che urgente realizzare. Così egli lo indica alle pp. 74-76 de Il Logos e i Nuovi Misteri :
«Quando il discepolo attuale dello Spirito, mediante l’uso cosciente del principio della libertà, riconosce la struttura sovrasensibile del mondo e della propria natura psicofisiologica, scopre che lo Spirito può r i p e r m e a r e questa natura solo distruggendola e riedificandola: non commetterà se medesimo ai metodi dello Yoga e della Saggezza trascorsa o delle loro adattazioni moderne, tendenti a continuare il rapporto mediato un tempo da Entità irregolari dominate dalle Gerarchie celesti grazie al Rito tradizionale – rapporto in realtà esaurito – ma seguirà il metodo dei nuovi tempi, a cui apre il varco il pensiero immediato, potente della sua immediatezza, intensificata sino a divenire cosciente. Tale pensiero si attua mediante una opposizione ad antichi processi naturali formativi e ad una distruzione dell’elemento vitale-fisico, necessarie a produrre un vuoto al fluire delle pure forze dell’Io. L’Ascesi dei nuovi tempi dà modo allo sperimentatore di portare volitivamente in profondità tale processo di distruzione della natura vitale, con ciò radicalizzando il «vuoto» e aprendo il varco allo Spirito riedificatore.
Il pensiero in atto nella concentrazione, il pensiero liberato, è ancora pensiero umano, traente la propria forza dalla sua contrapposizione alla natura «abbandonata dal Divino». A questo livello esso sviluppa come intimo moto sovrasensibile, l’impulso della libertà, ma deve superare questo livello per realizzare la libertà: deve superare il limite umano-animale per restituire alla Natura la connessione con il Principio perduto. Può risalire la direzione cosmica della caduta nella materialità, in quanto si congiunge in sé con l’intimo I m p u l s o c o s m i c o: con il Principio al quale la Natura si è alienata.
Ascesi vera è quella che dà modo al Logos-folgore di p e r c u o t e r e la natura vitale-animale: la quale tende a serbare intatti i propri processi psicofisiologici, in cui in realtà è inserita la necessità della Morte. La natura vitale-animale non va fornita di poteri spirituali, bensì trasformata. Questa trasformazione, quando è autentica, è sostanzialmente un processo di distruzione e di riedificazione. […]
L’Io dell’uomo, come autocoscienza e libertà, diviene portatore di tale processo di disintegrazione e reintegrazione, recando in sé una direzione opposta a quella della natura vitale-fisica, che attrae la Luce dello Spirito a sé per i propri processi animali-vitali. L’Io nel veicolo del p e n s i e r o p u r o inverte tale direzione e tende a distruggere quei processi. Esso va incontro alla natura vitale-fisica, non per legarsi ad essa e subire persino l’inganno del potenziarsi yoghico-medianico di essa in quanto natura egoico-animale, ma per distruggerla e riedificarla secondo lo Spirito.
È una distruzione-riedificazione che si compie gradualmente mediante l’Ascesi del Pensiero. Il pensiero come ordinario processo mentale è in sé l’iniziale processo di morte dell’antica natura spirituale-animale: è simultaneamente un processo di morte e di s p a r i z i o n e della Materia. Il pensiero diviene, oltre che distruttore, riedificatore, quando per insistenza nel suo trarsi dalla propria originaria Luce, riproduce in sé il processo mediante cui il Logos edifica la Vita. La Vita della propria Luce il pensiero può ritrovarla nel proprio momento predialettico, come nel contenuto indialettico della percezione. La risoluzione della Materia è dapprima un fatto logico: questo fatto logico deve divenire esperienza interiore: in tal senso coincide con la fulgureità del Logos che annienta l’oscurità dell’umana natura».
Massimo Scaligero, era, ed è, un autentico Maestro nel dissolvere le illusioni e gli autoinganni di coloro che cercano una via, inevitabilmente “egoica”, che sia meno esigente, meno impegnativa e dura della solare Via “eroica”, ossia cercano una via che si dimostri comoda, e indulgente nei confronti di una infida natura inferiore, espressione della soggezione alle Deità Avverse, natura che non gradisce essere “disturbata” nel proprio dominare l’essere umano. Inevitabilmente, coloro cercano una cotale via “comoda”, per sottrarsi alla scomodissima Via Solare, ad una Via del Pensiero, indubbiamente molto esigente ed estremamente dura, si volgono ad una “via dell’anima”, ad una “via del sentire” esplicita, o più o meno mascherata. E, sempre inevitabilmente dal loro fallace punto di vista, essi sono portati a disprezzare la scomoda – e sicuramente lo è – Via del Pensiero come una via “inferiore”, come «una via incompleta e superata» – come affermò apertamente l’Innominato ventitré anni fa a casa mia – perché, a suo dire, come ebbi modo di leggere sulla nota rivista gianicolense, della quale ebbi modo di occuparmi, «l’esperienza del pensiero puro-libero dai sensi è un’esperienza spontanea, ma non cosciente, e quindi egoica», e perché sempre a dire suo e di altri, che non si peritano di adoprare contro il Maestro, e contro chi osa temerariamente difenderne la figura e l’opera, frasi monche e staccate dal contesto, evocando uno scenario sommessamente apocalittico, e affermando con minacciosa ammonizione, che «la via del pensiero può diventare la via del sublime egoismo». Ad affermazioni di cotale risma, Massimo Scaligero risponde con disilludenti parole, che non lasciano spazio ad equivoco alcuno circa il loro significato, alle pp. 85-86 de Il Logos e i Nuovi Misteri , parole che da parte di tutti sarebbe savio meditare a lungo:
«Chi cerca il Logos lungo le vie della Tradizione, non è consapevole di seguire sostanzialmente una via del sentimento, piuttosto che della conoscenza. Nel pensiero, quale attività razionale, giustamente egli sente di non poter trovare il Logos: perciò lo cerca mediante la conoscenza tradizionale, ma non s’avvede che l’elemento intuitivo a cui fa appello per tale ricerca, non è più nel sentimento, ma alla sorgente del pensiero con cui pensa.
I Mistici e i Santi cristiani ebbero la missione di incarnare la sintesi umano-divina del Logos nel sentimento, in un’epoca in cui l’organo dell’Autocoscienza non era ancora formato: potevano incarnarla nell’impulso della devozione, non nella volontà correlata al pensiero, – come doveva cominciare a verificarsi nell’indagatore di tipo galileiano – epperò a condizione che il pensiero non presumesse comprendere il Logos. Attitudine saggia, perché in effetto il pensiero meramente umano non può comprendere il Logos.
Il còmpito attuale del pensiero tuttavia non è comprendere, o intuire il Logos: impresa retorica, concepibile solo in base a scarsa consapevolezza del limite dialettico del pensiero. Còmpito del pensiero è incarnare l’elemento di Vita che gli è intimo e a cui si estrania per farsi dialettico: elemento di Vita sovrasensibile da cui muove e senza cui non sarebbe, anche quando riveste l’errore. Còmpito del pensiero è attuare il proprio nucleo intuitivo, in cui il Logos è presente come Forza originaria. Il pensiero deve risorgere come Pensiero Magico.
Il congiungimento con il Logos oggi non può essere opera del sentimento, la funzione del quale è scaduta in un passivo risonare secondo contenuti soggettivi, nell’àmbito della coscienza riflessa. Il sentimento del Divino deve risorgere da uno stato di morte: esso è più che mai la forza dell’Opera, ma come tale esige essere ridestato. Un tempo, nel sentimento il mystes o il santo poteva abbandonarsi al dominio del Logos, non mediante un atto di volontà, ma mediante una radicale rinuncia all’elemento individuale della volontà. Ciò che egli compieva di prodigioso era azione del Logos m e d i a n t e lui. Oggi, l’esperienza del Logos fa appello unicamente all’elemento individuale della volontà: ma questo giunge al sentimento, passando per il pensiero. Negli asceti della Tradizione, il sentimento non era certo l’esangue e psichico sentire dell’uomo moderno, ma l’originaria forza del sentire superindividuale e cosmico, eccezionalmente sopravvivente: in essi tale sentire operava come veicolo sovrasensibile, in attesa dell’epoca della volontà individuale e della libertà: ossia dell’epoca in cui il Logos può avere un centro di forza nell’Autocoscienza ed essere alimento dell’Io. Nella coscienza stessa, la virtù originaria della mediazione pensante, l’immediatezza assoluta, può essere sperimentata dall’asceta: l’iniziale elemento individuale della volontà può essere da lui contemplato come scendente dal Logos».
Sull’altra sponda di quello che i Romani chiamavano Mare Superum, ossia l’Adriatico – il Mare Inferum era, invece, per loro il mio amato Tirreno – ove fa bella mostra di sé l’antica e gloriosa Tergeste, la romana Tergestum, nonché sull’altipiano carsico, imperversa, oramai da molti decenni, un altro lupaccio cattivissimo, tale Franco Giovi, anch’egli pessimo elemento da frequentare, e anch’egli, per una sua qual certa “asociale” qualità di sapore taoista e chan, da lupi e orsi molto apprezzata, individuo assolutamente impresentabile in “società”. Devo dire che data la “nequizia dei tempi” – come la chiamava causticamente quel vessatore dell’umana stoltizia ch’era Arturo Reghini – rincuora molto il qui scrivente lupaccio cattivissimo il fatto ch’egli pure parli fuori dai denti circa la centralità della Via del Pensiero, e circa l’assoluta necessità di una alacre, intensa, risoluta, “estremista”, Ascesi della Concentrazione. Ed ecco quanto Franco Giovi scriveva giorni fa, temerariamente manifestando “qualcosa che fa parte del suo vero”, su quel social forum sul quale tante scempiaggini insane e improvvide càpita purtroppo di leggere un giorno sì e l’altro pure:
«Il pensiero svincolato, il pensiero tutto-potenza, Shakti universale, è la chiave, e la porta, e l’ambito della Via diretta indicata all’attuale coscienza da Rudolf Steiner. La sua dynamis ascetica è la Via “più esatta, sebbene sia per molti uomini più difficile”, la sua esperienza è “un’entità di per sé vivente”.
Testi come la Filosofia della Libertà e, quasi cent’anni dopo, Il Trattato del Pensiero Vivente di Massimo Scaligero, vengono compresi con immensa difficoltà: perché non è sufficiente per essi lo studio disciplinato, anche se inizialmente necessario. Il pensiero logico non basta: serve il pensiero coraggioso, quello che sia capace di superare il timore (la paura) delle conseguenze alle quali proprio la logica dei suddetti scritti porta il ricercatore: là dove l’automatica, rassicurante certezza del famigliare pensato cede il suo limite a quello che il già pensato non può pensare: l’impensabile, nel suo più letterale significato.
In realtà Steiner, con una autorità non concessa da filiazioni sensibili, non è un sincretista di comodo, come fu arguito negli apriori dei suoi avversari. Non riassume l’antica Sapienza: con La Scienza Occulta, L’Iniziazione, i Cicli antroposofici, ricapitola in forma non più simbolica ma in quadri di pensiero (sovente in forma così minuziosa da urtare lo pseudo “sentimento cosmico” dei piccoli mistici) il divenire interiore dell’uomo e del suo cosmo: la Tradizione perenne, resa accessibile alla potenza conoscitiva dell’attuale coscienza. È un insegnamento che pochi hanno la spregiudicatezza di pensare. Soprattutto i custodi delle vuote tombe delle tradizioni trascorse: ingabbiati nel cliché del dogmaticamente formalizzato, purché sembri antico; comunque valutato con i parametri del pensiero ingenuo: duale e materialistico.
Rudolf Steiner ha offerto al mondo le strade per il rinnovamento della Sapienza, le ha fornite alle arti, ai mestieri e ai grandi problemi umani, sociali, economici, esistenziali. Da tempi anteriori alla storia nessuna élite esoterica ha dato così tanto agli uomini inseriti nell’immanenza e per di più in un periodo buio ed ostile.
Proprio mentre il Sole potentemente realizza il profetismo che Āruni consegnò al figlio Śvetaketu: “Da questa verità tutto è animato; essa è il solo vero, essa è l’Ātman e tu stesso o Śvetaketu, lo sei”. Così si compie il divenire Io dell’uomo.
Ora può risorgere dall’uomo l’intero cosmo con i suoi fiammanti tessitori, il fuoco di Kundalinî, il Vajrasattva Mahasattva, la pentecostale folgore del Logos, qualora esso tenti l’impresa di volere oltre tutti i pensieri per giungere alla sintesi, che fu scissa, di Vita e Coscienza. Purché l’uomo liberamente osi, il Principio è immanente.
È la lenta ma totale conversione, il radicale rovesciamento del luogo dello Spirito: che può essere compiuto davanti l’abisso, nella devastata situazione del mondo umano.
Rudolf Steiner è stato l’unico a indicare la via che dal pre-umano è ascesa all’autocoscienza. Via inconcepibile anche per il più sublime passato, perché conduce oltre ogni esistente già esistito: la indicò in un sobrio scritto, minimamente cifrato da una necessaria veste filosofica.
Era l’anno 1894».
alcuni giorni fa, è ritornato sul tema dell’assoluta necessità di radicalità dell’Ascesi con una citazione di Shri Ramana Maharshi, che ben si attaglia alla Concentrazione, come alla meditazione, che dice:
«La meditazione è una lotta. Appena la cominci, i pensieri si affollano, prendono forza, e cercano di sopraffare quell’unico che hai scelto per attenertici. Continuando nell’esercizio, questo pensiero prenderà forza a poco a poco. Quando sarà abbastanza forte, metterà in fuga tutti gli altri pensieri. Questa è la battaglia che avviene sempre nella meditazione. Nessuno riesce senza sforzo. Il controllo della mente non è un tuo diritto naturale; chi riesce, lo deve alla sua perseveranza».
Il suddetto lupaccio tergestino, non contento di quanto da lui fatto conoscere del “suo vero”,
Una indicazione ascetica così radicale – e alquanto disilludente per i fiacchi e sentimentali ricercatori delle morbide vie dell’anima – non può non ricordare il quinto degli Shivasutra, che crudamente afferma che: उद्यमो भैरवः, Udyamo Bhairavaḥ, ossia che «Il Tremendo è sforzo», ossia che il Supremo, chiamato “Tremendo” per il suo spietato annientare ogni parvenza, ogni irrealtà, ogni illudente maya, che rende gli umani pashu, ossia “animali”, è conoscibile, realizzabile unicamente attraverso il perseverante, estremo, sforzo eroico dell’asceta che sia – come affermava un Iniziato rosicruciano del XVIII secolo, amico e discepolo del Conte di Saint-Germain – “vir mirus ad omnia natus quaecumque auderet”, ossia “mirabil eroico uomo nato e disposto a tutto osare” per realizzare lo Spirito, ossia per penetrare audacemente in quel Magico Mondo de gli Heroi di Cesare della Riviera, rosicruciano ermetista del secolo XVII, molto amato da Massimo Scaligero, che dava ad alcuni di noi il suo aureo libro da studiare ritualmente, ed alcune sue espressioni come temi di meditazione.
Questa è la Via Assoluta, perché il pensiero che si realizza nella Concentrazione è – secondo l’espressione di Massimo Scaligero – l’immediato mediante, ossia la Forza, l’Essenza, l’Essere, che per essere non ha bisogno di nessuna mediazione che non sia il suo stesso elemento, al tempo stesso nel pensare stesso attuato e conosciuto, ossia il suo dato nell’atto conoscitivo è il suo stesso darsi, e tuttavia è anche la necessaria mediazione all’essere e alla conoscenza di ogni altro elemento dato.
Per l’uomo che sia, e voglia essere, veramente figlio di questa tempestosa epoca, e rinunciando alle “comodità” della via egoica, non voglia pascersi di illusioni, questa, e solo questa, e non altra, è la Via Assoluta, la Via Solare, la Via Eroica, la Via dell’Io, la Via Unica: la più alta, la più radicale, la più coraggiosa, la più esigente, la più veloce, la più sicura, quella magicamente più potente. La Via della Concentrazione, che può essere condotta – per intensità e continuità di risoluta consacrazione volitiva – oltre ogni limite della natura, spezzandone il millenario dominio sull’uomo.
Per questo motivo, il qui scrivente cattivissimo lupaccio etrusco agli audaci compagni d’armi spirituali, che temerariamente, con slancio e impeto, si consacrano, e si impegnano, si compromettono, senza risparmio veruno, in libertà e per amore, nella Aurea Via del Pensiero, e nella intensa pratica della Concentrazione, rivolge l’antico, misterico, augurio: quod bonum, faustum, felix, fortunatumque sit!

IL SECONDO GIORNO
2. Viene eretta la vôlta celeste
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Attraverso la scissione cellulare si ripartisce la sostanza dei centrioli e perciò la forza di ha-schamajim su tutto il corpo. A poco a poco non sta più in primo piano la cellula o un complesso cellulare, bensì la totalità dell’embrione, la sua figura, la sua forma vivente. La cellula deve subordinarsi alla concezione totale. Attraverso il processo di suddivisione cellulare, ogni cellula ha sperimentato per se stessa in piccolo l’atto di creazione della formazione della volta celeste da parte di ha-schamajim, per così dire come preparazione di una più grande esperienza comune – così come in un’orchestra il singolo musicista si esercita da solo, per poter poi dare origine nell’armonia di tutte le voci alla grande esperienza.
Come si fa valere ha-schamajim nel Macrocosmo? Per vedere ciò dobbiamo dapprima seguire le vie sulle quali la Luce percorre la sostanza terrestre dell’ovocellula. Ve ne sono due di tali vie, una esterna ed una interna. La Luce proveniente da ha-schamajim appare nell’incontro di seme ed ovocellula sulla superficie del corpo dell’uovo. Lo spazio intorno a questo corpo è illuminato. Ora si separano le vie della Luce. Con la penetrazione di uno spermium irradia Luce nell’interno dell’ovocellula. Questa è la via interna. Troviamo l’altra, quella esterna, se ci diciamo: con la suddivisione cellulare si formano vie che dallo spazio esteriore conducono tra le cellule figlie; e quante più cellule figlie nascono, tanto più si ramificano queste vie dello spazio esteriore nell’interno dell’antico spazio ovulare; gli spazi intercellulari della morula sono perciò vie della Luce proveniente da ha-schamajim , per così dire bidimensionali, giacché il suo corpo, come morula appare ormai racchiuso come dall’immissione di piani di Luce nell’ovocellula. La Luce attraversa, solca il corpo ovulare. – La via interna della Luce descrive la formazione delle pareti cellulari all’interno. Laddove nella scissione cellulare si trovano i coni di Luce del fuso, nascono le sottili membrane separatorie delle cellule. Queste devono il loro sorgere, come tutto quello che sorge nuovamente tramite la scissione cellulare, ai centrioli, e perciò al raggio di Luce proveniente da ha-schamajim. Ora sulle sottili membrane si incontrano la Via interna di Luce e quella esteriore, così come in seguito nel polmone sulle membrane degli alveoli si incontreranno il sangue e l’aria respiratoria. E lì, così come l’aria si congiunge al sangue e dona a questo la nuova forza della pulsazione, così si congiungono anche qui le due vie della Luce. Le forze della Luce dello spazio cellulare interno irradiano nel regno della Luce dello spazio intercellulare – dalle cellule si riversa del fluido nello spazio intercellulare, e con ciò si forma sempre più uno spazio interno che si distacca dalle cellule . Questo è il frutto germinante, che si gonfia, di ha-schamajim. Ora ha-schamajim diventa attivo all’interno dell’embrione. E, ingrandendosi la superficie intercellulare col crescente numero di cellule, cresce la forza di ha-schamajim all’interno della morula. Gradualmente questa forza si concentra; ed anche in seguito lo vedremo sempre di più: allorché l’elasticità ha raggiunto una certa misura, comincia l’espansione. Sorge dapprima uno spazio all’interno della morula a forma di fessura; però questa si estende sempre di più. Le cellule vengono spinte alla periferia, attraverso la suddivisione diventano sempre più piccole e possono disporsi più vicine una accanto all’altra. Lo spazio all’interno dell’embrione diviene una volta. E’ nata la blastula. E con piena forza scaturiscono ora le Parole della Genesi:
E DIO DISSE:
VI SIA UNA DISTESA TRA LE ACQUE
E QUESTA SIA UNA SEPARAZIONE TRA LE ACQUE.
DIO FECE ALLORA LA DISTESA.
E DIVISE L’ACQUA SOTTO LA DISTESA DALL’ACQUA
SULLA DISTESA.
E FU COSI’.
E DIO CHIAMO’ LA DISTESA CIELO.
Qui viene eretta, con un potente gesto all’interno delle «acque», della massa cellulare protoplasmatica, una vôlta. La Genesi fa sorgere davanti ai nostri occhi dalla morula la blastula. – Questo processo diventa sperimentabile in maniera particolarmente forte attraverso la vigorosa traduzione di Martin Lutero:
Dio disse:
vi sia una vôlta in mezzo alle acque
ed essa sia la separazione delle acque dalle acque.
così Dio fece la vôlta
e divise l’acqua sotto la volta e l’acqua al di sopra della volta.
E ciò fu.
E Dio chiamò la volta: Cielo!
L’«acqua sotto il Cielo» è l’embrioplasto, che noi abbiamo chiamato Terra; da esso si sviluppa l’uomo corporeo. L’«acqua sopra il Cielo» è il trofoblasto, da esso provengono le membrane ovulari e la placenta. All’inizio delle nostre considerazioni abbiamo chiamato Cielo questa parte della blastula, poiché essa s’incurva come un «Cielo» sulla parte terrestre dell’embrione. Dopo tutto quello che adesso sappiamo di ha-schamajim, non possiamo più rivolgerci al trofoblasto stesso come Cielo, sebbene come immagine ciò sia assolutamente giusto, bensì con ciò designamo la forza all’interno dell’embrione che edifica la vôlta e dalla terra tende verso l’esterno. La sostanza cellulare del trofoblasto si ordina in questa sfera di forze. In seguito da questa medesima sfera di forze viene formato il sacco vitellino, poi il chorion e sfere sempre più grandi, sino alla vôlta dell’utero e all’inarcamento del corpo materno. Ma nella misura in cui queste forze del Cielo agiscono dall’interno all’esterno e si separano dalle forze della Terra, ne irradieranno, da quelle forze che tendono verso l’esterno, altre nel senso delle forze della Luce. Sono queste forze riflettentisi che formano e plasmano l’embrione.
3. Arare e seminare
La prima aratura avvenne come scaturita da un’azione di eco in seguito al primo Appello divino. La Luce non era ancora creata, solo l’idea vivente del Cielo ha-schamajim si distacca dall’attività creatrice – barà – della Divinità. In barà accanto al significato di generare, formare, creare, vi sono anche quelli di purezza, chiarezza, bor – e altresì quello di innocenza, bar. La stessa parola bar significa anche figlio (in aramaico bar, in ebraico ben) e anche grano. Barà scritto in una maniera un po’ diversa significa mangiare, nutrirsi, barut, pasto, barà anche ingrassare. Per cui sono affini le parole benedire, berakà, ed anche folgorare, fulmine, splendore, baràk. Anche la parola grandine, barad, appartiene a questa serie. In tutte queste parole vive la segnatura della Luce, dell’irradiare-dal-Cielo-alla-Terra. Se rovesciamo la succesisone dei suoni, riceviamo quel che sperimentiamo, allorché dalla Terra guardiamo il Cielo: ab, padre.
Già la prima aratura della sostanza ovulare – tohu va-bohu – ha luogo nelcrepuscolo di una prima azione innata della Luce – barà. Poi appare la Luce, e con essa la forza del seme penetra nella Terra vivente dell’uovo. Con ciò viene rappresentato il motivo primordiale dell’arare e del seminare. Il seme primordiali è penetrato come Luce nella Terra primordiale e d’ora in avanti si sviluppa ulteriormente in questa.
Fin qui si svolge la sfera del primo giorno. Poi si può sperimentare una specie di baratro tra questo primo giorno e il secondo. L’esatta traduzione dell’ultimo versetto del primo giorno suona: «E fu sera, e fu mattino, un giorno» (secondo WOHGELMUTH e BLEICHRODE). Le parole «un giorno» formano, come se qui la creazione fosse compiuta, la chiusura della sfera, nella quale la Luce nasce ed incontra la terra primordiale.
Nel corso della nostra esposizione vedremo sempre più chiaramente che nel primo giorno della Creazione è contenuto tutto ciò che vi è nel mondo. Ivi c’è un possente seme dal quale cresce fuori tutta la Creazione. La Genesi è realmente sin dal primissimo inizio un tutto. Da un punto germinale scaturisce un pensiero dopo l’altro, fino a che non diviene visibile la figura matura della Creazione. Il primo giorno è il seme dei giorni successivi; tuttavia esso scaturisce dal seme del primo versetto, questo dal seme della prima Parola, questa dal seme del primo suono beth , dalla casa della Terra, che alberga lo Spirito (qui risiede l’elemento dimensionale, il punto, dimora nello spazio terrestre) – questo è Dio.
Se guardiamo all’Abisso, che si apre tra il primo e il secondo giorno della Creazione, scorgiamo: unicamente e soltanto la Luce ci trasporta dal primo al secondo giorno, la Luce che è capace di agire nello spazio terrestre. Soltanto con questa Luce congiunta alla Terra possiamo lasciarci dietro l’abisso e proseguire il cammino.
Si ripete ora, su piani superiori, il motivo dell’aratura e della semina. Per così dire risuona dapprima spiritualmente la nuova Parola creatrice «Vi sia una distesa in mezzo alle acque», e come una eco risuona diffondendosi ovunque nello spazio terrestre e riflettendosi centinaia di volte e moltiplicandosi nella suddivisione cellulare. Con ciò la Terra embrionale viene nuovamente arata. – Abbiamo descritto più sopra la formazione della blastula, l’innalzamento della vôlta interna da parte delle forze del Cielo, le quali come seme della Luce avanzano fin nello spazio intercellulare e poi partendo da qui giungono all’azione espansiva. Questo, tuttavia, è ora soltanto un lato dell’evento, si potrebbe dire quello fisiologico. Tuttavia perché si giunga ad un nuovo atto di creazione, all’aratura, che è l’azione dell’eco, deve diventare attiva la voce stessa, che si unisce al creato, divenire carne. Ciò accade attraverso la semina, ed è il lato spirituale dell’evento, che nella singola vita è impresso dalle forze del Destino, dell’individualità.
Perciò possiamo caratterizzare il contenuto del secondo giorno all’incirca così: dopo che il corpo terrestre dell’ovocellula è stato solcato e arato dalle forze della Luce, dopo che queste forze sono penetrate in tutti gli angoli della sostanzialità, la zolla può ricevere il seme celeste. Come vôlta, esso si affonda nella sostanzialità elementare delle acque. Attraverso ciò nasce nello spazio terrestre un sopra e un sotto. – E se ora spingiamo una volta lo sguardo in avanti nell’ultimo mese della vita embrionale e ci volgiamo all’organo polmonare, vediamo che gli alveoli polmonari si formano, per l’aspetto, come le singole cellule di una morula. Anche qui, come per l’intero corpo, la sostanza terrestre viene «arata». E quando poi si giunge alla nascita, risuonano le Parole: «e Dio gli soffiò l’alito vivente» e per la prima volta il polmone si riempie d’aria. L’organo polmonare si gonfia, e viene eretta una vôlta all’interno dello spazio toracico. E quindi il cuore e l’intero corpo si riempiono per la prima volta con sangue pervaso di aria propria. Con ciò abbiamo di fronte a noi la più elevata intensificazione corporea della semina di un seme divino.
Da ciò risulta quanto segue. Abbiamo visto: ogni volta, allorché risuonano le Parole «e Dio disse», gli Elohim donano alla evoluzione della Terra, che è anche l’evoluzione dell’uomo, un nuovo pensiero della Creazione, un nuovo impulso creativo. Ognuno di questi impulsi pervasi dalle forze del Cielo, ha-shamajim, viene elevato dalla terra, ha-aretz, fino a che il medesimo non diventa parte della stessa. E così la Terra, anche se è intessuta delle forze del Cielo, dopo un certo periodo di elaborazione, può di nuovo essere chiamata Terra, anche se poi non si tratta più della stessa Terra, bensì di una Terra di un gradino superiore. Poi la novella Terra è di nuovo matura per accogliere un nuovo impulso, un nuovo seme divino. Perciò non stupirà se nel prosieguo noi scambieremo sempre di nuovo nell’applicazione concetti come «Terra» «Cielo» o «Luce» in rapporto ad un sostrato organico.
Inoltre la Terra non viene nominata nel secondo giorno, udiamo soltanto parlare «dell’acqua sotto il Cielo». Si presagisce come venga preparata qui una Terra che già si avvicina un po’ al concetto che è rapportato all’elemento sensibile. Se volgiamo lo sguardo alla blastula, qui ora il suo polo embrionale è diventato più pesante di tutta la sua restante parte. Davanti a questo pesante polo terrestre si accosta ora il germe della mucosa terrena.
E FU SERA E FU MATTINO L’ALTRO GIORNO
Nella Genesi, un giorno corre dalla sera sino di nuovo alla sera. Nella Tenebra, nella notte cosmica, comincia la Creazione. Distaccandosi il Sole dal corpo della Terra primordiale, sorge il primo mattino, appare il primo giorno. E ancor oggi, se consideriamo il sorgere del Sole per la nostra posizione sulla Terra il Sole ascende. E allorché vediamo al tramonto del Sole come il Sole ritorni nella Terra, ciò può essere per noi un’indicazione del fatto che il Sole un giorno si riunirà alla Terra. Il tramonto del Sole è per noi pure un’immagine di come la Terra venga sempre di nuovo compenetrata dalle forze della Luce, nella maniera in cui possiamo udirlo nella Genesi.
Se ora consideriamo ancora una volta l’evoluzione embrionale fino all’evoluzione della blastula, risulta la seguente immagine. Nell’esistenza tenebrosa appare l’ovocellula e a tutta prima essa diviene ancor più tenebrosa attraverso la formazione dei corpuscoli. Qui siamo nella notte fonda. Ma allorché l’ovocellula incontra la corrente degli spermium , si fa giorno. E nella misura in cui questo processo giunge a termine, si fa sera. – Chi cerchi di sperimentare interiormente in maniera immaginativa questi processi con tutte le loro mutazioni di forma, può ora avere realmente la sensazione di come l’embrione dopo questo primo giorno passi attraverso una notte e sperimenti nella formazione della blastula un nuovo giorno. Allorché, dopo l’incontro col seme l’ovocellula esteriormente giunge alla quiete, comincia dapprima un’altra vita, una vita interna, la solcatura – dopo che il Sole, irradiando è salito in Cielo, esso la sera s’immerge nella Terra. Sale la tenebra e da essa si distacca il brillare di una stella. Presto si vedono stelle più numerose, dapprima grandi, poi più piccole e giù giù sempre di più, fino a che in piena notte il cielo non è cosparso di stelle, delle quali le più piccole vengono appena presagite. Il processo della suddivisione cellulare del giovane embrione, fino a che non abbia raggiunto lo stadio della morula, dà una tale immagine. E come poi, allorché al mattino il Sole sorge nuovamente, le luci delle stelle vengono ricacciate indietro dalla vôlta del giorno, così arretrano le cellule della morula in periferia – cedendo il loro posto al Cielo della blastula, che è un Cielo diurno. Ma se la blastula si sviluppa pienamente, allora si fa nuovamente sera e la navicella cosmica corre nel porto, ove essa si àncora saldamente.
(Continua)
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