Luglio 2013

L'ARCHETIPO – AGOSTO 2013

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emmaus

In questo numero

Variazioni
A.A. Fierro Variazione scaligeriana N° 54

Socialità
O. Tufelli L’ultima metamorfosi

Poesia
F. Di Lieto Radiestesia

La ricerca
Grifo Il servo di tutti

AcCORdo
M. Scaligero L’alimento del Divino

Il vostro spazio
Autori Vari Liriche e arti figurative

Considerazioni
A. Lombroni Processo di guarigione

Il Maestro e l’opera
A. Marcigliano Scaligero, il Maestro dimenticato

Musica
Serenella L’ABC della musica

Sacralità
M. Marinelli Considerazione sull’Io sono

Juvenilia
Y. Uchiyama Contraddizioni animiche

Personaggi
B. Hégu Liane Collot d’Herbois

Recensioni scaligeriane
M. Scaligero Dalla rivista «Giappone», sullo Zen

Esoterismo
M. Iannarelli Nessi esoterici del testamento di R. Steiner

Inviato speciale
A. di Furia Il vaticinio della Nera Sibilla oracolare

Uomo dei boschi
R. Lovisoni Il libro

Scienza dello Spirito
R. Steiner Le Gerarchie spirituali

Costume
Il cronista Clic

Redazione
La posta dei lettori

Siti e miti
A.A. Fierro, Dora Scialfa Il vento dello Spirito

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

SPIGOLATURE ESTIVE

Abu Simbel

*

La corporeità è condizionante. O almeno esistono condizioni serie che dovrebbero essere combattute, superate, sanate o ridotte. Secondo le competenze che spettano ai campi della vita.

Cito le più importanti:

Un’estrema debolezza fisica che risulti da malattie in fase acuta e dolori forti. Essa è tale da influire sulla comune autopercezione animica e sembra dissolvere la volontà, anche quando l’individuo ha compreso tutto il meglio nei confronti della disciplina.

In questo caso occorre fare il possibile per ristabilire la salute del corpo.

Ho però notato, anche in casi molto gravi, che rimane la possibilità della preghiera che può essere persino continua. Ma, e ne abbiamo già scritto, vanno bene anche preghiere semplici e brevi. Se l’estenuatezza è massima ci si può affidare al Cielo, al Divino, lasciando che sia proprio l’estrema debolezza a “lasciarci andare”: “Nelle Tue mani, Signore”.

Troppi impegni pesanti nella vita di tutti i giorni, al punto di non lasciare tempo e energia necessari per una pratica sistematica e continuata. Una disciplina da week-end, anche se protratta, non porta a nulla. Guardate che ciò può nascondere furbizie e imbrogli: molte persone affette da “angina temporis” dovrebbero soltanto darsi priorità e scuotersi da parecchie attività inutili o abitudini troppo consolidate. Un mio amico ricordava sull’Archetipo  come il dott. Colazza, medico di una volta cioè impegnatissimo, praticava le discipline interiori più importanti alle tre di notte!

La mancanza di una convinzione interiore, solida e intuitiva, quasi una “persuasione” alla Michelstaedter, che quella della Concentrazione sarà una strada maestra per il senso della propria vita. Se questa mancasse totalmente, non dovendovi essere costrizione di alcun tipo, sarebbe forse meglio abbandonare l’iniziativa, poiché viziata all’origine o troppo prematura.

Queste ultime righe riguardano più la mente che il corpo: sono comunque espressione della mente in quanto subordinata alla corporeità. Occorre abituarsi a scindere l’Osservatore da ciò che chiamiamo mente o psiche: l’Io non è la mente. Madame Blavatski disse al riguardo: “La mente è un buon servitore ma è un padrone crudele”.

Ricordiamoci spesso quello che non è un’astrazione ma un duro fatto: la psiche asservita al corpo asservito alle forze più basse dell’anima è totalmente ostile ad ogni sforzo che l’uomo compie per domarla.

Chi dice di domarla fumando o sferruzzando è uno sciocco che va lasciato in pace.

Per la disciplina, che inizia dal controllo dei pensieri e si focalizza nella concentrazione vera e propria, non illudetevi mai, non esistono misteriosi supporti interni all’operazione.

Essa però può essere svolta in condizioni circostanti migliori o peggiori: Attenzione! Questa non è una regola aurea: può succedere che condizioni difficili stimolino forze più profonde e quella che avrebbe dovuto essere una condizione di sconfitta a priori diviene un’occasione irripetibile di illuminazione.

Tra gli aiuti (sempre e del tutto) esterni all’operazione, possiamo indicare quelli che l’esperienza ed il buon senso insegnano.

Non praticare l’esercizio qualora vi sia la certezza di improvvise irruzioni di altre persone; non  farlo temporalmente vicini alla pesantezza di attività digestive oppure nel riposo immediatamente successivo ad un eccesso di sforzi muscolari; evitare, per quanto possibile, il rischio di forti rumori improvvisi e inaspettati, non fare la concentrazione in posizione distesa. Poi, come tutti sanno, evitare l’alcol, anche nei suoi aspetti minimi, come nelle paste  o nei cioccolatini (Scaligero diceva che anche una sola goccia arretra di molto il lavoro precedentemente svolto. Ciò può sembrare eccessivo: ricordiamoci che un essere particolare come la von Halle, per stare malissimo le bastò l’alcol usato tra gli eccipienti di un dentifricio messo a contatto con lingua e gengive).

Viceversa può essere di minimo aiuto un leggero stimolante come il caffè (non per tutti!), una rinfrescata al volto e alle mani, meglio sino ai gomiti (in certi casi può servire una breve doccia fresca). Più importante è l’abitudine a vesti comode o almeno a liberare il corpo da cinture, stringhe o in genere da cose che stringono: flusso sanguigno e respirazione non vanno costretti.

La posizione della colonna vertebrale dev’essere naturalmente verticale: a ciò può venire in aiuto un cuscino posto all’altezza dei reni.

Meglio abituarsi, almeno per un certo tempo, ad una posizione generale. Le mani possono cadere sui braccioli, quando ci sono, o poggiate sopra le ginocchia. Alcuni tengono le mani congiunte (destra sulla sinistra).

Le gambe non andrebbero incrociate e la base del busto non dovrebbe trovarsi più in basso rispetto all’articolazione della gamba. A farla semplice l’immagine riassuntiva è data dalle ieratiche statue dei Faraoni in posizione seduta.

Queste sono indicazioni di base, che non hanno nulla a che vedere con l’attività interiore messa in moto nell’esercizio, così come il più volte menzionato tubo di rame è cosa diversa dal liquido che in esso scorre.

Quanto ho scritto favorisce soltanto il mezzo su cui l’esercizio, per molto o moltissimo tempo, poggia.

Alcol a parte, nessuna delle indicazioni può o deve costituire una forma di obbligo: dobbiamo piuttosto compenetrarci dalla non facile intuizione che l’attività del pensiero voluto è indipendente da ogni condizione corporea e ciò è assai più importante per lo sperimentatore di tutte le regolette di questo mondo.

Fuori da Eco, ho ricevuto per altre strade alcune perplessità circa le “cose” più elementari di cui scrivo. Sono cose ovvie, mi è stato comunicato. E l’osservazione è giusta.

Ma non trovo del tutto scontato che si diano per scontate come banali le cose semplici.

Come già raccontai, io fui fortunato ad avere relazione con personalità di valore e con amici molto attenti e attivi. E, nonostante questo, non fu certo affare di un giorno il liberarmi dai lacci, alcuni sottili e profondi che mi tenevano tenacemente legato a pregiudizi, soprattutto a quegli inconsci, che non si vedono ma sono svegli e attivi nel tenerti al guinzaglio. E più erano “ingenui” e tenui, più erano attaccaticci.

Non suona alcun campanello quando, inerzialmente, scivoliamo da quattro o cinque pensieri chiari a zone di nebbia fitta. Il nostro primo compito dovrebbe essere quello di portare alla luce della coscienza desta ogni pensiero, superando, per attenzione cosciente e dedicata, quei nodi di pensiero che vagano sotto la superficie frenando o incagliando le eliche della nostra barchetta.

In fondo è quello che fece, a ben altro livello, il Dottore con il primo capitolo della Scienza Occulta: trarre a consapevolezza e rettificare i dubbi e le matasse che possono arrestare o alterare lo studio libero e spregiudicato di quanto si legge nei capitoli successivi.

Inoltre so che esistono persone assai dotate, le cui capacità vengono bilanciate negativamente da una solitudine assoluta. Persone che vivono in minuscoli paesi e che non hanno possibilità di rapportarsi a qualcuno: vedono il vivente nella natura che li circonda e si arrovellano sul concentrarsi al chiuso o all’aperto. Alcune di queste hanno bisogno anche del pur scarso dialogo che tento con queste righe.

Questo, amici miei, è reale, mentre baloccarsi col pensiero facile sui massimi sistemi è, da Oriente a Occidente, solo una perdita di tempo e un allontanamento dall’essenziale. Dunque “sapersi sedere” è un essenziale? No certo! Ma anche sì (non a caso Maestro Eckhart scrisse: “Ho conosciuto Dio sedendo”).

Dobbiamo essere scandalosamente veritieri con noi stessi. Capita spesso che persino una frase mutuata da Scaligero, come “Via del Pensiero” (la cito a caso), venga detta, ridetta e difesa a oltranza senza che essa, il suo contenuto, sia chiaro nella nostra coscienza.

Bene, ora dopo avervi annoiato, passo ad un altro gradino del tema…

…che potrebbe essere su quale sia il carattere della qualificazione che potrebbe spingerci al tentativo di una disciplina del pensiero.

Probabilmente le motivazioni iniziali possono essere di due tipi: uno “alto” e uno più pedestre…ma che al fine di un buon sviluppo di capacità valgono lo stesso.

La prima è la conseguenza di una vera ricerca spirituale: in essa il ricercatore vede che il protrarsi infinito di letture e studi porta ad una sola finestra da cui…saltare.

Cioè interrompere la dialettica (verso cui è possibile giungere ad una sorta di disgusto) e agire.

La seconda appartiene a coloro che almeno tendono ad adeguare la propria vita ad un modello più logico, oppure per ottimizzare la destità o acquisire un po’ di pace della mente o ancora per sviluppare l’arte di evitare le suggestioni esterne nei confronti del proprio pensiero o per sviluppare una volontà più forte che consenta una padronanza di sé nella vita.

Insomma, tra il cominciare assai tardi e il cominciare con obbiettivi non eccezionali, propenderei per la seconda opzione.

Credere che occorra iniziare da un pensiero raffinato è una maya come tante. Forse fuori di tema comunico un fatto che molti non conoscono. Scaligero, visto che l’impegno (la forza) interiore era assai spesso inversamente proporzionale ai personali monumenti del sapere, valutò seriamente di introdurre alla Via del pensiero alcune persone preparate soltanto con le basi dell’euritmia, naturalmente messa in pratica. Senza altre mediazioni intellettuali. Contingenze esterne impedirono questo…esperimento.

In ogni caso la concentrazione non può essere un rifugio o un’evasione dal karma individuale e dal dharma generale della vita.

D’altronde superare l’invisibile trama di forze che si oppongono alla pratica della disciplina del pensiero è più difficile che conseguire una…laurea universitaria. Sebbene molti uomini normali siano capaci di completare in modo soddisfacente un corso di studi superiori, non tutti sono capaci di creare in sé stessi qualcosa che prima non era presente, cioè la capacità di concentrarsi, anziché accontentarsi di un semplice bagaglio mentale.

Mi soffermo, per ora, sugli ostacoli interiori.

Grosso modo, forse l’ostacolo principale riguardante la concentrazione è la natura emotiva incontrollata dell’uomo comune e impreparato.

Nella tradizione orientale esiste un termine che indica le tendenze mentali e astrali. Il termine è “vasana”. Mi sembra pratico, come quelli più in uso, come karma, maya, eccetera.

I vasana possono, nella concezione grossolana di buono o cattivo, essere di ambedue le specie, ma per una ascesi sono tutti ostacoli; sono indesiderabili e andrebbero minimamente arginati.

In parole povere, siamo capaci di rifiutare di occuparcene, almeno quando ci apprestiamo agli esercizi animici? Quali risultati possiamo aspettarci da questi se siamo del tutto incapaci di frenare o sospendere collera o avidità nei confronti di chicchessia e di conseguenza essere come costretti a pensare e sentire incessantemente al tale o alla tal cosa?

Ho indicato il negativo ma anche un irrazionale attaccamento alla famiglia che ci porta una continua ansia per il benessere di ciascun componente (dimenticando che possiamo portare amore ma anche rispetto per il destino di ognuno), può diventare un handicap formidabile.

Insomma, il risultato è che ci si trova incapaci di arrestare o equilibrare i pensieri superflui e persistenti.

Perciò disciplinarsi, dominarsi, vietarsi l’influenza dei vasana è uno dei lavori più severi che l’operatore deve fare in sé.

Mi pare che ben pochi siano coloro che da tali influenze vorrebbero davvero liberarsi: sono ancor meno di quelli che vogliono fare la concentrazione (Toglietemi tutto ma non i miei vasana!). Permettetemi la battuta in parentesi, ma si è potuto vedere spesso come figure di valore e capacità di visione, siano stati buggerate in queste zone, del tutto primitive e fin troppo poco  capaci di disciplina.

Un altro ostacolo, relativamente difficile poiché non esce sempre allo scoperto è il “materialismo istintivo”. Sembra una contraddizione ma vi sono anime attratte dalla spiritualità eppure incapaci di pensare o credere o sentire qualunque cosa che non possano toccare o vedere: è cosa che può raggiungere un notevole livello di raffinatezza in quanto tali soggetti possono trafficare con i grafici che presentano l’evoluzione dallo stato saturnio, possono ascoltare conferenze o leggerle…ma quando si staccano da tali forme legate alla percezione sensibile, per essi i mondi interiori non esistono più, il pensiero ridiventa un fenomeno astratto e collaterale.

Finché non si giunga ad avvertire una minima oggettività del pensiero o intuire una visione cosmica dell’uomo, il materialismo istintivo è un ostacolo, magari latente.

Essere in potere della superstizione è un altro grave ostacolo. Anzi, è una schiavitù della mente. Essa è costretta a pensare torcendo ogni realtà obbiettiva, popolandola di nessi spettrali. Quasi sempre il fratello della superstizione, il fanatismo, soccorre e nutre l’empia sorella.

Mi ricordo che F.G. si rammaricava per aver ricordato sull’Archetipo l’esercizio della moneta (qui ora non lo spiego). Persone “normali” gli scrivevano per avere delucidazioni e chiarimenti sul “responso della moneta”: chiedevano alla moneta cosa avrebbero dovuto fare nel decorso della giornata e via dicendo!

La faccia di una moneta come sostituto alla propria responsabilità d’azione: uno scambio perfetto.

Un’altra barriera che chiude la porta alla disciplina pratica è la mania di leggere troppi libri. Ciò procrastina l’azione all’infinito. Ci si procura un libro interessante perché sembra dire qualcosa di nuovo, poi terminato quello si procede avanti in una interminabile ricerca. Così è possibile trascorrere l’intera vita. Ci si dimentica che i libri sono realmente più numerosi dei mesi e degli anni da vivere. Quindi a che serve leggerne vagonate e poi morire prima di usare le cose che si sono conosciute?

In certi casi non è una bulimia che spinge il lettore ma una insoddisfazione per quanto ha sinora incontrato. Questi sono i casi in cui la ricerca deve proseguire.

Gli alcolisti e quanti sono dediti ad altri vizi che creano assuefazione non possono, in tali condizioni, praticare la concentrazione. Senza esaminare il lato occulto, la ragione più evidente è che la loro forza di volontà è prossima allo zero. Se le pessime e distruttive abitudini sono irrinunciabili, dove potrebbe trovarsi una forza interiore bastante per sopraffare la pigrizia e l’apatia mentale?

Altro ostacolo che frena da subito la giusta capacità di tentare positivamente il viaggio interiore è lo cercare “aiuti” da tutte le parti fuorché in sé medesimi. Vi sono spiritualisti in perpetua ricerca di grucce e bastoni. Qui tutto sembra far brodo. Con un atteggiamento assai tipico nei nostri tempi, si desidererebbe che “altro” facesse tutto al posto nostro. E’ con questo imbelle ed ottuso egoismo che ci si trascina da una conferenza all’altra o che si saltabecca da una massima morale ad una “immagine spirituale”, vampirizzando da ciò quello che sostituisce l’inazione individuale. Persino la preghiera, in questo caso, ha solo il significato di dire: “Signore, fai tutto tu perché io non ne ho voglia”!

Termino riprendendo la nozione di vasana che si applica fin troppo bene alla politica.

Con l’eccezione del limpido testo omonimo di Aristotele, la “passione” politica è quanto di più lontano possa esserci da un reale cammino interiore. Se idealmente potrebbe essere diverso, nella realtà essa separa, divide gli uomini, accende “fuochi” di oscura origine, genera ideologia e preconcetti giungendo sino all’odio. Anche quando si veste di nobili intenti.

A risentirci. Vedremo di trovare qualcosa di buono che implementi volontà, pensiero e destità ai fini di una sana disciplina, cioè quella che insegna all’uomo lo svincolamento da l’ enorme egocentrismo che lo imprigiona.

Queste cose sono come la fascia di asteroidi: i mille puntolini che orbitano intorno alla concentrazione: spesso quelli utili ruotano lontani e gli inutili tanto vicini che impattano l’esercizio sviandolo dalla retta orbita.

Se così non è, è pur qualcosa di simile: a sentire di tutti quelli che dicono di fare l’operazione, avremmo ad ogni passo iniziati e il mondo sarebbe guarito e salvo.

La natura del fondamentale è così “semplice” che in realtà articoletti di questo genere non dovrebbero nemmeno essere scritti e pensati.

Eppure mi par di vedere nella boccia della visione che così non è, che la mascalzonaggine così propria alle nostre anime, è ingegnosissima nel trovare scuse, travestimenti, nascondigli che evitino l’atto vero e questo avviene all’infinito!

Del resto questa formidabile attitudine già appare in tutta la sua gloria davanti alla lettura seria, di un testo fondamentale e credo ci sia poco da fare. Il Dottore, in parole povere, chiede una cosa sola: di pensare i pensieri che il libro ti offre l’occasione di pensare.

Mi sa che devo chiarire, e lo faccio nel modo più semplice: da una parte abbiamo un quid che chiamiamo percezione, dall’altra abbiamo il pensiero che incontra la percezione. Dall’incontro dei due, nella coscienza umana si forma un qualcosa che chiamiamo rappresentazione. Fin qui i fatti che non sono né buoni né cattivi (certo, la faccio semplice ma credetemi: non occorre affatto complicarla). Il brutto da bollino nero giunge quando l’uomo, il cosiddetto ricercatore spirituale, si lascia dominare dalle proprie rappresentazioni, come se queste, anziché essere mediatrici necessarie alla conoscenza (come diceva Goethe), fossero inappellabili demiurghi.

Allora sì che diventa possibile smantellare la FdL senza neppure leggerla: le proprie, inappellabili rappresentazioni, anche quando sono solo dei gusci di noce piccoli e vuoti determinano ogni realtà. E ogni esortazione a pensare con un briciolo di oggettività diventa un discorso ai sassi.

Ciò avviene anche ai sacramentati “alti livelli”: c’era il Dottore che avrebbe salvato solo la FdL poiché da essa sarebbe potuta scaturire tutta l’antroposofia, ora invece abbiamo Prokofieff che sdrucciola nel Gran canyon come Wile Coyote, tentando di spiegare con l’antroposofia la FdL (e quel che è peggio, con la “sua” antroposofia).

Amen…torniamo a livello del suolo. Non sarà mai troppo ripetuto che la concentrazione, quando la si realizza, fa a meno di qualsiasi supporto fisico o psichico e che tale atteggiamento di indipendenza dovrebbe essere un tentativo continuo anche quando si lavora per arrivarci. Questa indipendenza già la possediamo naturalmente quando l’attenzione viene completamente assorbita nella lettura o nell’osservazione di un fenomeno.

Ma appena determiniamo volitivamente un pensiero del tutto cosciente, iniziano i dolori: non c’è cosa che non inizi a sbraitare in noi, cominciando dalla corporeità.

Alcol a parte, nessuna delle indicazioni può o deve costituire una forma di obbligo: dobbiamo piuttosto compenetrarci dalla non facile intuizione che l’attività del pensiero voluto è indipendente da ogni condizione corporea e ciò è assai più importante per lo sperimentatore di tutte le regolette di questo mondo. Sì, l’ho già scritto, ma lo ripeto di nuovo.

SCIENZA DELLO SPIRITO

SULLA PRATICA

 (Coscienza della luce – Marina Sagramora)

coscienzadellaluce

*

Sulla Concentrazione  potrebbero bastare le righe iniziali di una vecchia lettera di Scaligero che ripropongo qui sotto:

“La concentrazione deve essere un’operazione assolutamente semplice, inintellettuale, indialettica (pur servendosi della mediazione delle parole, la più parsimoniosa possibile): è una concentrazione di forza e nient’altro (….) riescono nella concentrazione perché ne fanno solo una pratica di intensità di pensiero o di attenzione portata al massimo, e questo è invero tutto”.

Se l’ho rimessa sotto i vostri occhi è solo perché so bene che occorre tempo per comprenderne il senso, semplice e, se si vuole, brutale, e assai tempo per fare o tentare una cosa del genere e, badate bene, sto parlando a chi è convinto e non a chi non ne vuol sapere.

Se uno, lo dico per analogia, non vuol tuffarsi, esso è padronissimo di non farlo e nessun incitamento o convincimento di altri gli farà cambiare proposito ma anzi lo irriterà e lo indurrà a mantenere anche più saldamente la sua posizione di rifiuto.

Ma è purtroppo anche vero che le astuzie che l’anima (astrale) mette in moto sono infinite.

Dipende dal punto di vista: se qualcuno ha capito e segue con ogni goccia di coscienza l’indicazione di Scaligero, i trabocchetti e gli impedimenti rimangono, ronzano, ma senza il pungiglione. Sono come i rumori di fondo: che esistono ma vengono superati con la ripetuta dedizione della coscienza sempre più focalizzata sul tema predeterminato.

In tale senso non c’è nulla da dire o di aggiungere, poiché tutto viene fuso nella fornace dell’attenzione (per quanto possibile) totalmente dedicata.

Nella prassi, la differenza tra la Concentrazione e le vie più antiche è massima.

Non è mai esistita una ascesi superiore che non abbia utilizzato un’ampia serie di compromissioni psico-fisiche per attutire, ridurre sia l’impatto sensoriale, sia la molesta presenza interiore di pensieri e sentimenti vaganti per proprio conto. O che non abbia preparato l’anima ad una intonazione morale o religiosa: l’equivalente interiore di una sorta di cerimoniale con tanto di vesti, simboli e formule propiziatorie.

Quanto detto non nega il valore delle altre forze dell’anima ma sottolinea soltanto la cruda essenzialità dell’atto compiuto dall’io pensante che in questa fase iniziale ma fondamentale dell’Opera interiore ha invero bisogno solo di sé stesso, della sua propria attività liberata dalle scorie di ogni altra cosa.

Appoggiarsi ad altro, a qualsiasi cosa, sta a significare che l’assunto dell’esercizio non è stato ancora capito.

Le “varianti” individuali non hanno, per sé stesse, alcun significato concreto: usare parole o immagini o ancora parole e immagini, procedere più lentamente o velocemente nell’iter discorsivo; fare concentrazioni più lunghe o più brevi e persino farne molte o poche durante la giornata, sono solo modi che si adattano meglio (o peggio) alla capacità personale del momento.

Nel passare del tempo sarà il medesimo individuo a cambiare, a fare quanto possa infrangere il limite del momento.

L’unico senso positivo di qualsiasi modalità dovrebbe essere quello di farsi veicolo del massimo della forza d’attenzione concentrata.

Ripetere (con la massima determinazione) più volte al giorno l’esercizio è utile per stimolare la volontà portandola ad un limite  (oppure oltre quel limite) che non si sarebbe capaci di superare usando pochi minuti durante la stessa giornata.

La domanda su quante volte sarebbe opportuno ripetere la disciplina dovrebbe avere, come risposta più sincera, il consiglio di praticare fino a quando non avverte l’insopportabilità dell’esercizio per l’anima, quella che viene sentita come anima personale. Si dovrebbe entrare in una zona di dolore interiore col carattere dell’insopportabilità: se l’incursione riesce e ci si sente capaci di “tener fermo” in questo lago di dolore, significa che si sta attraversando la barriera cerebrale. Poi è l’interiorità che ci dice se l’esercizio, praticato troppo spesso o troppo a lungo, macini a vuoto.

Ciò che espongo senza tatto è duro ma necessario, poiché il grande segreto della Concentrazione è portare il Volere nella sfera del Pensare. E una simile Volontà non è quella comune, il brodino misto che la natura ci permette, ma è una Forza vera, una Potenza sconosciuta, più concreta del marmo di Carrara. Non è certo una di quelle forze, donate da questo e quello di cui si ciancia, suppongo allegramente, poiché non sono reali ma solo desiderate e sognate.

Come in palestra si spendono energie, anche un grande sforzo nell’esercizio richiede un grande consumo di energia: come per lo sforzo ginnico e sportivo, vale poi mangiare sufficientemente e dormire sufficientemente….poi giungerà il momento in cui le energie fluiranno dal Silenzio e da ciò che è oltre il Silenzio: tutto avviene in trasparente conoscenza: prima non dedurre stime e capacità che mancano. E’ solo così che ci si può far male.

Che le cose vadano per il giusto verso occorrono tre cose: destità per essere, sforzo per fare e resistenza per non mollare.

Sovente, presso un superamento della condizione precedente il lavoro interiore, si ha un effetto-conferma sino al corpo fisico: una destità maggiore riposiziona con il suo intervento l’asse verticale (colonna vertebrale), un approfondimento continuato abbassa il respiro che da toracico diventa automaticamente addominale e persino spinge in fuori la pancia (ciò significa che il centro inferiore della Forza (hara) inizia ad attivarsi oltre la funzione comune): questo è un buon sintomo perché indica che la fragile e tormentata zona dei sentimenti cede il posto di prima fila alla stabilità della zona del volere.

Naturalmente tutto ciò è individuale e relativo (comunque andrebbe avvertito a posteriori) e poi, alla fine fa parte della serie di ciò che è imperdurante: con la vera Concentrazione e con il Silenzio che l’accompagna, la tenaglia che ci tiene troppo vincolati ai ritmi ed ai fenomeni corporei, si allenta: solo ora possiamo dire di essere svincolati dalle forze corporee del soffio e delle altre forze corporee che s’erano travestite come fossero espressione dell’anima.

Ricordatevi sempre che i “fenomeni” che accompagnano il viaggio sono da un certo punto di vista stimolanti e positivi, ma quasi tutti sono anche segni del nostro servaggio alla corporeità, persino quando appaiono come squisite impressioni interiori. In molti casi, nel tempo, i fenomeni strani tendono a scomparire. Ciò indica la realtà del loro scarsissimo valore.

Rispetto al mondo esteriore e agli altri uomini, subentra nel tempo quello che Scaligero chiama “atarassia” e, se non le si desse automaticamente un significato (umanamente!) negativo, potemmo anche chiamarla ‘tersa indifferenza’ poiché non è maculata da simpatia o antipatia o personale interesse.

Poi se qualcuno pensa che tale indifferenza ci renda gelidi o lontani è solo perché non pensa fino in fondo (ma questo significherebbe sperimentare qualcosa ed è quello che non si vuole). In realtà ci si amplia, si esce dalla gabbietta delle proprie rappresentazioni – c’è gente che si autonomina esoterista o veggente e la vedi contratta in sé – si può guardare il mondo e gli esseri che ci attorniano senza i “veli di maya” del nostro avvolgente fardello…è allora che termini come amore e compassione possono trovare posto nella realtà e non essere solo lo specchio personale di carattere ed istinti o finzioni.

Gli esercizi esoterici, e con essi la concentrazione non si sottraggono a tale silente indifferenza: ora il motivo per il quale possono venir continuati nasce da una intuizione altrettanto certa e vera come per gli occhi fisici sono certe e vere le cose viste.

Insomma, cambia il panorama e il movente delle azioni…e per i più rimane incomprensibile la mia ostinazione a promuovere la Concentrazione come Via maestra per la reintegrazione all’Essere spirituale che siamo, che affermiamo di essere e di cui, in realtà, come individui pesantemente terreni, ne siamo lontanissimi.

Però, se non vi dispiace, ora continuiamo un pelino più seriamente il discorso intorno ai tanti supporti di base che circondano la pratica più difficile del mondo.

E già qui mi contraddico, perché la Fenice di cui stavamo parlando è in sostanza l’atto più privo di supporti che si tenta di compiere.

D’altronde se si intuisce ciò si comprende pure che i “supporti” allusi indicano più che altro quello che è meglio non fare: e con questo si intende, nel ‘tutto compreso’ anche le condizioni migliori e le abitudini peggiori – ma niente è obbligato: alla malora i moralisti che in qualche modo orbitano intorno all’esercizio della concentrazione!

Allora iniziate con lo slacciarsi le cinture strette (se non siete soli, fate in modo che non si fraintenda), ora mi calo più in basso…sino ai piedi: slacciate anche le scarpe (sciogliete le stringhe) se pure queste sono strette. Il senso generale è che il corpo non sia costretto e che il sangue circoli più liberamente possibile: questo fa parte della salute.

La pura concentrazione non implica più tensioni e squilibri, fisici o psichici: essa è potenzialmente risanatrice per i mali dell’anima e del corpo.

Può esserlo meno il lungo percorso che va dal primo tentativo di controllo del pensiero alla concentrazione vera e propria giacché per lungo tempo non si è capaci di sforzo interiore senza tendere nervi e muscoli, anzi portando ad essi una acuita sensibilità. Queste difficoltà non vanno combattute col rilassamento che rappresenterebbe una battuta d’arresto durante l’esercizio e, in generale, un ripiegamento verso l’usuale dominio della corporeità sul mondo interiore: solo l’insistenza dell’osservazione cosciente e voluta verso l’oggetto di pensiero attua la condizione eccezionale in cui l’osservatore e l’osservato attuano la loro dinamicità nella pura e sola sfera del pensiero.

Mitteleuropeo ha ragione da vendere quando ricorda l’importanza dei 5 ausiliari: essi valgono a molti livelli. Anche se pur essi diverrebbero un disastro se il III, il IV ed il V (equanimità, positività, spregiudicatezza) venissero artificiosamente rappresentati,  sentiti e indossati come una maglietta. Ho conosciuto persone finite con esaurimenti abbastanza gravi per aver irrigidito l’anima nella vuota rappresentazione di essere nella condizione suggerita dagli esercizi, realmente mai attuati o attuati formalmente, che è la medesima cosa.

Del resto è importante ricordarsi, senza illusioni su sé stessi, che l’elemento inferiore dell’anima, cerca sempre le vie sbagliate per non seguire la retta opera. Già negli anni trenta l’avv. Martinoli (quello che permise di fatto la fondazione della Società Antroposofica in Italia) rilevava che il legame con il Dottore non sarebbe stato perduto e non vi sarebbero state le lotte fratricide della Società, se gli antroposofi avessero ottemperato alle 5 discipline e (soprattutto) ai conseguimenti che a esse rispondono.

E’ un ideale alto e difficile che gli uomini facciano le cose giuste e la difficoltà si eleva a potenza quando le azioni rimandano alla conoscenza, al rigore ed alla veridicità nel segreto dell’anima.

Già quando (nella Società) si vogliono esporre le discipline come “igiene interiore”, qualcosa di essenziale è andato perduto.

Paradossalmente occorrerebbe la pratica della pura concentrazione per possedere una minima idoneità a trasmettere ad altri (oltre che a sé stessi) il senso vero degli esercizi esoterici – poiché esoterici sono! – anche quando sono visti come ‘preparazione’…

Preparazione a che? Prego farsi queste domande, qualche volta almeno!

Per mio conto sono affezionato al “rasoio d’Occam”, cioè alle soluzioni più semplici.

Sovrana tra queste è il ‘passeggiare’. Che ha estimatori illustri, come ad esempio Goethe. A uno che dalla Germania avverte che nell’estremo sud dell’Europa sta accadendo qualcosa di tremendo (terremoto di Reggio e Messina, 1783) credo si possa dare ascolto.

Vi ricordate l’inizio della II parte del Faust? Dove Ariel canta: “Elfi piccini ma dal grande cuore, dove possan giovare, accorron là. Incolpevole o reo, nel suo dolore, li muove ogni infelice alla pietà”.

La natura aiuta tutti, e con più forza quelli che hanno un’anima. Anche coloro che vivono al centro di una città possono realizzare, con il forte contrasto dei rumori e del brulichio che gli attornia, il senso dell’aria, più alta degli edifici, permanente e azzurrina, luminosa e libera oltre ogni umano confine e oltre la pesantezza di quanto è terreno. Poi qualche grande albero: vivo per il succo vitale che scorre da radici a foglie, odoroso perché questa è la parola di un essere muto e amico, vivo nella sua sapiente immobilità, ombra di celesti saggezze.

Potrebbe essere una passeggiatina di poche centinaia di metri, prima di cena o qualcosa di più importante. Il camminare è poliedrico, ha molti aspetti. Un mio amico ne ha scritto sull’Archetipo. Ma il senso più immediato è il sentire la natura (basta l’aria, l’imbrunire, il mutare della luce) anche “omeopaticamente”. Già così lenisce e risana il nostro interiore, ridistribuisce realtà e proporzione alle cose, disinfetta dai troppi ripiegamenti su sé stessi.

In tema di “salute” non andrebbe dimenticata la pratica sportiva o ginnica. Non c’è nessuno, salvo portatori di malanni immobilizzanti, che non possa trovare qualcosa di idoneo alle sue possibilità, calibrato su tempo, costi ed età. Una attività progressiva, di breve durata e ripetuta due o tre volte alla settimana offre solo benefici al corpo e alla psiche. Tendere ad esser sani e validi per la vita non è né un miraggio né un lusso inutile.

Portare nella corporeità maggiore consapevolezza, disciplinare la stessa volitivamente, stimolare i processi metabolici, rigenera quello che è concretamente il terreno da cui si parte per l’avventura interiore. Al contrario vige nascosto in certuni un pensiero/sentimento che vincola gli atti dell’anima ad una condizione di malessere psicofisico inteso come una strana qualità, una sorta di merito verso lo Spirito. Ciò potrebbe essere un residuo di antiche forme di spiritualità in cui il corpo veniva ripudiato e macerato. Mentre vale ancora il ben conosciuto detto: Mens sana in corpore sano.

Ricordatevi che una delle massime individualità spirituali del nostro tempo, Mirra Alfassa Blanche Rachel, chiamata con qualche fondato motivo “La Mère”, praticava ogni mattina qualche partita a tennis (il suo sport preferito) anche a ottant’anni suonati!

Digressioni di poco conto? Per qualcuno sì e per altri no.

Però mi sa che dovremo tornare al centro del discorso. Quello difficile perché nella pratica dell’esercizio non esiste un metro universale, fatte salve la volontà, l’attenzione e la costanza.

SCIENZA DELLO SPIRITO

UNA FIDUCIA ANTICA

Jacob Boehme, Mysterium Magnum, Mystery of the Creation

*

La fiducia che l’asceta ha in sé non è una fede ignorante, oscura, ma una fiducia luminosa: fiducia nella Luce invisibile, non nell’oscurità.

Può essere chiamata cieca dall’intellettualismo scettico già solo perché rifiuta di essere guidata dalle apparenze esteriori o da quelli che sembrano essere fatti, perché essa cerca il vero dove sono altri coloro che non vedono e non poggia sulle grucce della prova sensibile e dell’evidenza: sente di non averne un vero bisogno.

E’ un’intuizione che non attende l’esperienza per essere giustificata: è la potenza che conduce all’esperienza.

Se io credo nella capacità dell’autoguarigione, troverò domani o tra mille anni il modo di guarirmi.

Ma se comincio la disciplina con il gelo del dubbio e continuo con dubbi ancora più grandi, fino a che punto potrò proseguire il viaggio che cerco di intraprendere?

Questa fiducia così speciale non dipende dall’esperienza diretta. E’ qualcosa che esiste in me prima dell’esperienza.

Quando si inizia la Concentrazione del pensiero, tale inizio non è quasi mai basato sulla forza dell’esperienza, nemmeno la logica del processo, anche se compresa e ricompresa, non è sufficiente. Esso principia con un profondo atto di fiducia, che indirizza con una scandalosa certezza senza nome.

A osservare bene, è così non solo nella vita spirituale ma anche nella vita comune.

Tutti gli uomini d’azione, esploratori, inventori, creatori di conoscenza, procedono con una sorta di fede incrollabile finché la prova non si presenti o l’impresa riesca…e vanno avanti malgrado delusioni, fallimenti, contraddizioni, negazioni: solo perché vi è qualcosa che dice loro che sono sul campo della verità e che l’impresa va portata a termine.

Secondo il grande Ramakrishna è una certezza che è certezza oppure è altro: deduzione ragionata, convinzione provata, conoscenza accertata: cose non inutili ma che non sono mai l’intima radice della nostra azione.

La fiducia che qui intendo è la testimonianza dell’anima verso qualcosa che non è ancora manifestato, compiuto, realizzato, ma che L’Essere che è in noi conosce anche senza previe indicazioni e ci avverte che è vero, che è il valore estremo da seguire e realizzare.

Qualcosa in noi persiste, resiste anche se la mente viene tormentata e la psiche corporea si rivolta e rifiuta.

L’ascesi del pensiero comporta lunghi periodi di delusione, di smacchi, di stanchezza e oscurità. Eppure qualcosa in noi ci sostiene, ci spinge nostro malgrado: sentiamo che ciò che seguiamo è vero e davvero, in fondo, lo sappiamo.

La fondamentale fiducia nell’ascesi del pensiero, nel risveglio di sé, è che l’uomo spirituale esiste e che reintegrarsi a esso è il valore supremo della vita.

Finché un uomo ha questo ardore interiore, è segnato dallo Spirito, e se anche la sua natura fosse piena di ostacoli, gremita di negazioni e difficoltà e dovesse lottare per la vita e ancora oltre, un remoto impeto fa di lui un essere predestinato al Risveglio della Vita spirituale.

 

TRADIZIONE

IL LIMITE DEL DUBBIO

Verso la luce

Una delle cose intelligenti e importanti nell’uomo contemporaneo è la capacità di dubitare, tant’è che l’alternativa opposta è credere a tutto, prendere ogni cosa per oro colato, che è roba da imbecilli. Poi però anche dubitare di tutto potrebbe essere anche peggio…se comincio a dubitare del mio portacenere mi piomba addosso la psichiatria e mi appiccica una sindrome, mia ma col nome di un altro. Insomma mi infilo in un pasticcio da cui il mio Garmin non se la cava con percorsi alternativi.

Non di meno vorrei scrivere sul dubbio, però mi assale il dubbio che sarebbe impossibile scrivere di qualcosa che sembra senza fine. O forse per trattare convenientemente l’argomento occorrerebbero 60, 600 pagine…ma nemmeno 6.000, anche se convincenti potrebbero convincere il dubbio.

Esso esiste per sé medesimo e la sua funzione è il dubitare: sempre, anche quando uno pare convinto. Convince di essere una ricerca proba e onesta, ma probabilmente lo fa per convincere chi l’accoglie a prenderselo in casa e nutrirlo.

Comunque sia, continuo queste righe. Però non dal dubbio ma dalla folle esigenza che lo Spirito sia una certezza concreta: tanto concreta quanto qualsiasi fenomeno percepibile ai sensi, anzi un poco o tanto di più.

La certezza dello Spirito non deve eguagliare in concretezza tutto quello che nel mondo può essere testimoniato da vista, udito, tatto, ecc. e, non occorre dirlo, nemmeno dai pensieri o immagini fondati su questi: tutto questo fa parte di un mondo in cui  il dubbio è lecito e spesso terribilmente necessario…

Lo Spirito che sia Spirito dev’essere indubitabile: come la luce del giorno o l’aria che si respira, non certo per quella strana paresi animica che lo sciocco di oggi giustifica con la fantasima di una gran cosa che un tempo fu chiamata fede: miserabile alibi per poter credere a tutto con la letea comodità di pensare a niente.

Per chi ha provato un momento di verità il problema si pone come permanenza: essa il più delle volte ( quasi sempre) non c’è proprio ed è un vero tormento.

Perlopiù l’esperienza spirituale viene e si ritira un attimo dopo, attendendo che l’elemento umano sia più che preparato e disposto a sopportarne la realtà infinita, per non parlare della rivoluzione assoluta che porta in sé.

Ci si può rendere conto a fatica o con lucidissima disperazione di questo venir presi per attimi ed abbandonati per mesi o anni o anche per un tantino di più.

Ma dubitare per questa ragione dovrebbe essere insensato. Non si dubita dell’esistenza dell’aria se il vento forte soffia raramente, non si dubita della luce solare se viene il buio tra il crepuscolo e l’aurora.

Forse la difficoltà sorge a causa della “super normalità” dell’esperienza spirituale.

La “normalità”, debole e limitata riesce difficilmente a stabilire un contatto con l’esperienza spirituale, tanto più vasta ed intensa che può venir colta spesso a posteriori nella coscienza riflessa, nella sensazione, entrambe più scialbe, diluite: dopo l’attimo vero e indubitabile ciò che si può trattenere sembra, nel tempo, diafano come un sogno.

Le esperienze decisive non possono essere “provocate”. La permanenza (che le renderebbe normali su un piano superiore) non può farsi stabile finché il pensiero riflesso interpone riserve, pregiudizi: insistendo con questi per conseguire la certezza dello Spirito tutto ritorna confuso.

Sulla via del ragionamento, del dubbio, dell’inchiesta e di tutto il ciarpame dell’ignoranza (avidyā) si giunge alla verità certa e inconfutabile della…confusione mentale.

E il riferirsi allo Spirito scade sempre in chiacchiere da avvinazzati astemi.

Esiste nella capacità dell’uomo l’atto di pensiero che estingue il pensiero riflesso: questo è il grande segreto dato dalla Filosofia della Libertà o dal Trattato del Pensiero Vivente: segreto manifesto che almeno alcuni fingono di cercare, ma con pensieri ulteriori: grandiosi, acuti…purché siano ulteriormente riflessi (a gloria del proprio soggetto usurpatore dell’uomo). E qua siamo nell’Élite, giacché per tanti sono testi in antico aramaico.

La scomodità dell’esperienza spirituale sta tutta qui. Purtroppo per noi le esperienze spirituali non sono affatto simili alle costruzioni mentali o agli impulsi vitali. Non sono “ cose pensate” ma realtà sentite e vissute nella sostanza e nell’essenza di ciò che crea mondi e il principio umano.

Senza dubbio la coscienza pensante è sempre presente, può intervenire. Ha il modo di pensare lo Spirito, può avere credenze, è aperta alle emozioni, ai riflessi mentali delle verità spirituali e può anche giungere ad una specie di realizzazione che ripete, nel modo migliore consentito dalle sue possibilità, una qualche forma di verità e tutto ciò non è transitoriamente privo di valore ma non è concreto, né profondo, né sottratto al dubbio.

Per se stessa, la coscienza pensante riflessa è incapace di definitiva certezza.

Essa può dubitare di tutto ciò che crede, può negare tutto ciò che afferma, può gettar via tutto ciò che afferra (e infatti se ne libera strada facendo).

Potete sofisticheggiare che questa è la sua libertà, il suo nobile diritto, il suo privilegio: forse si esaurisce qui ciò che si può dire a sua lode. Ma con queste virtù non si speri di giungere a certezze definitive. E’ una ragione di sostanza per cui l’indagine sullo Spirito non è in grado di fare luce su Esso.

Se la coscienza è sempre impegnata con i suoi piccoli pensieri, con la grassa trippa delle conoscenze inutili (che si accompagnano sempre ad una folla di impulsi vitali, di desideri, di idee fisse e di tutto ciò che vizia il pensiero umano), anche senza tenere conto della innata insufficienza della ragione, come mai può esserci posto in noi per un nuovo mondo di conoscenza, per esperienze mai vissute nella vita di qua o per le formidabili irruzioni dello Spirito?

E’ possibile invece che nel sereno svolgimento delle sue abituali, prosaiche attività, l’anima  umana sia colta di sorpresa e come sommersa o rapita dalla folgorazione improvvisa dell’esperienza dello Spirito.

Ma se l’ordinaria coscienza si mette a interrogare, a dubitare, a fabbricare teorie e supposizioni su ciò che queste cose potrebbero essere, se sono vere e in quale misura oppure dove nasconde l’errore, cosa può fare la Potenza spirituale se non ritirarsi ed attendere che la coscienza finisca di agitarsi e fermentare?

A tutti coloro che dell’intellettualità astratta fanno criterio giudicante dell’esperienza spirituale (è una tentazione quasi generale), si potrebbe porre una semplice domanda: credete che lo Spirito sia più o meno della vostra coscienza così saccente?

La coscienza astratta, con il suo pensiero astratto, con il suo argomentare senza fine, col suo dubbio perenne, con le sue certezze di un giorno, è qualcosa di a) superiore o di b) eguale alla coscienza spirituale oppure le è c) inferiore?

Se più grande non v’è alcuna ragione, alcuna ricerca da fare.

Se uguale, allora l’esperienza interiore è del tutto superflua.

Ma se è inferiore, come diventa possibile – e a che serve – sfidare, giudicare, citare lo Spirito come accusato o testimone davanti al proprio tribunale, convocarlo davanti a commissioni esaminatrici o schiacciarlo tra i vetrini nel proprio microscopio?

Se la coscienza comune non è la stessa cosa dello Spirito, allora non è nemmeno una fantasia arbitraria e tirannica insistere affinché la coscienza riconosca i propri limiti, se ne faccia una ragione, impari a rinunciare alle pretese e permetta gli atti interiori che sanno trarsi oltre al suo modesto livello.

Non intendo dire che la coscienza ordinaria non abbia nulla a che vedere con la vita spirituale, ma soltanto che non può esserne lo strumento principale e meno ancora l’autorità  che subordina tutto al proprio giudizio, compreso lo Spirito.

E’ la coscienza ordinaria che deve farsi radicalmente modesta, per ricevere in silenzio quanto una Coscienza più grande le insegna, subordinarsi nell’ascesi (ascesa) a stati che non operano secondo i canoni del mentale, permettendo che la sua penombra vacillante sia ridisegnata, forgiata da una Luce (forte, reale, più intensa del granito…forse adamantina) che dissipa la cecità, la sordità, l’insensibilità che chiamiamo destità umana, pure talvolta filantropica, e che la certezza, la pienezza, la gioia (ananda) sostituisca l’antecedente contenuto dell’anima, quello incerto, limitato,deluso e dubbioso.

SCIENZA DELLO SPIRITO

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Riceviamo nel blog (che non e’ piu’ un forum) a volte commenti troppo lunghi e pieni di links. Il sistema di protezione del nostro sito non li approva.

Grazie dell’attenzione

ANNUNCI

CONTRO LA BANALIZZAZIONE DELLO SPIRITUALE

CirceGreeks2

*

In questa epoca oscura, malvagia e imbecille, l’uomo sta dimostrando tutta la sua stupidità muovendosi con totale spensierata incoscienza in quello che potrebbe dimostrarsi il massimo dei pericoli: la caduta nel subumano, la perdita della coscienza dell’io, la degradazione in una abiezione ignota agli altri esseri, animali compresi. Verrebbe proprio da parafrasare, stravolgendola, la Tavola di Smeraldo di Hermete Trismegisto, dicendo che ciò che è in basso è come ciò che è ancora più in basso, vista l’ostinazione con la quale l’essere umano si precipita nel varco che si apre pericolosamente sull’abisso di questa «trascendenza verso il basso».

E veniamo all’argomento più inquietante e doloroso: Massimo Scaligero innumerevoli volte ha parlato della responsabilità dell’esoterismo, affermando che gli esseri umani – buoni e malvagi, sapienti e stolti, infimi e sublimi – fanno tutti il massimo loro possibile, e spesso conducono una vita durissima, costellata di grandi dolori, di molte e gravi prove, sopportati per di più senza la luce di una conoscenza spirituale. Quelle che, invece, vengono meno – colpevolmente meno – al loro prescritto compito sono appunto le Comunità spirituali, che una tale luce dovrebbero portare – prima concretamente realizzare e poi generosamente portare – a coloro che son prigionieri nelle tenebre.

E invece le Comunità spirituali latitano nella più turpe diserzione. Latitano e disertano per fiacchezza della sfaldata volontà dei loro membri. Latitano e disertano, perché i membri delle medesime – che dovrebbero essere entusiasti, dediti, votati, eroicamente consacrati – per ottundimento del pensiero e sfilacciata volontà, portano avanti il tutto – secondo l’attuale decadente costume «italiota», che non è affatto «italiano», bensì profondamente «idiota» – all’insegna dell’improvvisato e dell’approssimativo, dell’episodico, dell’occasionale e del discontinuo, mostrando una volta di più l’incapacità di essere regola a se stessi, di essere interiore forza formatrice di se stessi, di attuare ed essere quell’«eghemonikòn», o «sovrano interiore», che già gli Stoici romani ed ellenici ponevano al centro della vita dell’anima. Ossia manca loro, ai sedicenti «spiritualisti», quello che nella mirabile tradizione spirituale cinese viene chiamato l’«asse che non vacilla», e in quella indiana, non meno luminosa, viene chiamata l’«incrollabile dimora» dal Buddha Shakyamuni, e l’«interiore, eterno, immortale Reggitore» da Yajñavalkya, il grande Maestro della Bṛhadâraṇyaka-upaniṣad.

La banalizzazione dello Spirituale è la difesa da parte dell’ego del suo stato di tamasica ignoranza, ossia in una condizione di avidyâ, di oscurante ignoranza, l’ego si avvince avidamente ad una condizione di turpe inerzia, di voluttuosa comodità, che gli permetta di continuare indefinitamente a rotolarsi nel fango e nello sterco, permanendo stabilmente – per lo meno a suo credere – in tale stato di abietta depravazione.

Unica terapia a tanta spensierata comodità, a tanta obnubilante voluttà, è il dolore che impietosamente dona amari, ma ben salutari, risvegli. Dolore che delude le voluttuose aspettative di indefinito godimento in una «suina» condizione (come quella dei compagni di Ulisse e quella degli umani di Indra, tutti temporaneamente trasformati in porci) di animali, la cui massima aspirazione sarebbe quella di rimestare col grifo nel truogolo. Dolore che disillude saviamente le ambigue «persuasioni», edonistiche e accidiose, di una ben limitata visione del mondo. Evitiamo, perciò, di pórci al livello dei pòrci: potrebbe non giungere nessun provvidenziale Ulisse, istruito da Mercurio e fornito della magica erba moly, benevolmente disposto a salvarci.

Ma tutta questa situazione – con la correlativa necessaria severità – riguarda esclusivamente i sedicenti «esoteristi», i troppo tiepidi «spiritualisti», il cui amore per lo Spirito è troppo fiacco, perché arrivino a compromettersi. Coloro che si affannano ogni giorno nello strazio del vivere, senza una luce di conoscenza spirituale che li orienti, li sostenga e talvolta li consoli, già hanno fatto e fanno tutto quello che possono, e che devono. Sovente essi, nella loro ingenuità, dimostrano alquanta più coerenza e moralità, saggezza e coraggio, energia e generosità, intelligenza del cuore e abnegazione, della maggior parte degli esoteristi e scienziati dello Spirito, che regolarmente tradiscono l’impegno spirituale liberamente assunto, e nella vita si comportano talvolta come dei tagliagole senza scrupoli. Experto crede Ruperto. Quindi tutto il discorso non è per loro.

Vi è una cosa che un discepolo dello Spirito non può proprio permettersi, ed è l’essere «borghese» nell’anima. L’essere «borghesi» nell’anima significa vivere al risparmio, non compromettersi mai sino in fondo, preoccuparsi delle «apparenze» ben più che della realtà. L’essere «borghesi» nell’anima significa perseguire una vilissima «politica del minimo sforzo» e, di conseguenza, attuare una gattopardesca strategia di «cambiare tutto o nulla», purché «nulla cambi». Ovverossia, essere «borghesi» nell’anima significa essere interiormente profondamente «reazionari», e avversare qualsiasi sostanziale cambiamento, che minacci di smuovere l’ego dalla sua voluttuosa inerzia, dalla sua fiacca accidia.

Naturalmente, l’ego del «lavativo» discepolo cercherà mille e poi mille motivazioni dialettiche per «ammorbidire», ossia per snaturare, una Via così pericolosa per l’indisturbata sopravvivenza dell’ego. Si dirà che la Via del Pensiero non è una Via per tutti, che può rivelarsi essere una «via del sublime egoismo», che bisogna stare attenti a fare troppa concentrazione perché fa o può far male (se è per questo all’ego la concentrazione fa malissimo, anzi può dimostrarsi addirittura mortale), che esiste una «via dell’anima», una necessaria «via o prassi del sentire», che una completa austerità per molti è insopportabile (sicuramente per l’ego essa è odiosamente insopportabilissima), che alla Soglia del Mondo Spirituale, e ad incontrare il Guardiano che sorveglia la medesima, oramai non si deve più giungere individualmente – in solitaria, direbbero gli ardimentosi alpinisti – bensì «tutti insieme appassionatamente». Viene «consigliata» una pavida prudenza, si invitano «premurosamente» gli audaci a «non esagerare» – intensivamente e quantitativamente – con l’impegno interiore. E in taluni casi, non poi così infrequenti, si giunge a deformare e diffamare la Via e Colui l’ha donata, nonché a calunniare chi, sia pure con mille inadeguatezze e cadute, cerca di percorrerla, e di indicarla ai sinceri cercatori dello Spirito.

Ma lo Spirito non può ontologicamente essere deludentemente «borghese» e reazionariamente «conservatore», bensì lo Spirito è quanto di più audacemente rinnovatore, la forza più radicalmente trasformatrice, dissolvitrice e rinnovatrice, autenticamente «rivoluzionaria» dell’Universo.

Una volta, Massimo Scaligero rivolgendosi a noi giovani, parlò dello Spirito del Tempo o Antico dei Giorni, e citò un verso della Bhagavad Gita, nel quale il Supremo, manifestantesi nel suo Avatâra in Kṛṣṇa diceva: «Io sono lo Spirito del Tempo, eretto nella sua enorme statura, per la distruzione dei popoli». Massimo Scaligero commentò il verso mettendo in evidenza come lo Spirito del Tempo sia l’essere veramente rivoluzionario, che abbatte e dissolve ciò che non ha la forza o la volontà di trasformarsi da sé, ed aggiunse come lo Spirito del Tempo si serva degli stessi Dèi distruttori per lacerare e demolire quelle «apparenze» che avvincono all’illusoria Mâyâ l’incosciente e bramoso essere umano. È lo stesso uomo egoico, che nel suo istinto conservatore, si espone all’azione dissolvitrice dello Spirito del Tempo attraverso l’azione, indubbiamente terribile e pericolosa, degli Dèi ostili e distruttori.

Istituzioni sociali, culturali e religiose cristallizzate, la cui funzione è storicamente superata – anzi oramai decisamente mummificante e irrigidente – attraversano crisi e sconvolgimenti drammatici, i quali eloquentemente mostrano che «ciò che è vecchio, convien che muoia», e che è appunto l’abbandono e il dissolvimento dell’antico, indebitamente sopravvivente alla sua positiva, ormai trascorsa, funzione, la condizione necessaria e imprescindibile della nascita del «nuovo». Anzi, ad una visione più audace è palese come sia il nascere e il sorgere del «nuovo» a provocare il decadere e il morire dell’antico, che non vuole trasformarsi.

Così come le istituzioni, culturali e religiose cristallizzate, nella loro rigidità, temono la trasformazione e la ostacolano con ogni mezzo, così pure la natura inferiore nell’essere umano, la natura egoica, teme, evita, cerca di sottrarsi, ostacola e combatte con ogni mezzo quella trasformazione, che deve mettere fine a tale esistenza egoica, la quale è una forma di adulterio e di tradimento nei confronti del Mondo Spirituale, della nostra Patria originaria, e del nostro essere originario, che è lo Spirito.

Questo elemento conservativo della natura egoica, che può assumere nei vari casi forme «reazionarie» o apparentemente «rivoluzionarie», rimane sempre profondamente «borghese», infidamente «borghese», deludentemente «borghese», ed è ciò che più respinge ogni realizzazione spirituale. L’ego segretamente «sa» molto bene ciò, ed è per questo che si sottrae con grossolane o raffinate strategie ad ogni profondo, autentico, sincero, impegno nella pratica interiore. L’ego, nel suo stato di menzogna evita di fare «sul serio» l’ascesi, di compromettersi sino in fondo nell’ascesi: la può anche fare, ma sempre – magari incoffessatamente – come un «giuoco»: ed è per questo che la natura «egoica» è «borghese» nel suo profondo. È nell’attuale, stupida e banale, civiltà «borghese», che si vede per es. il fenomeno, profondamente insincero, di bravi borghesi che «giuocano» – giuocano goffamente e comicamente – alla guerra.

L’evento più tragico della vita dell’umanità – la guerra che distrugge la vita, la cultura, la civiltà, la stessa natura – diventa un banale «giuoco di ruolo», nel quale tutto è finto, tutto è menzogna e non si rischia niente. Mentre nella guerra vera, invece, si rischia tutto: si dà e si riceve la morte, si può venire feriti, o menomati, resi definitivamente invalidi. Dalla guerra – quella vera – si possono ricevere ferite interiori inguaribili, si può essere portati a immani crisi morali, all’estrema disperazione. In taluni casi, la guerra – quella vera – può persino trasformare un essere banale in un autentico eroe, capace di donare, senza veruna retorica, la propria vita per le persone che con lui combattono o per la Patria. Tutto questo nel borghesissimo «giuoco di ruolo» non c’è, perché in esso tutto è menzogna, finzione, senza peraltro alcun rischio.

La cosa più grave è quando la stessa Scienza dello Spirito viene ridotta ad una «recitazione», ad un «giuoco di ruolo», ad un divertissement rispetto alla piatta routine della vita borghese, la cui menzogna viene disvelata dalla fiacchezza dell’impegno della volontà, dal non compromettersi mai, dal non rischiare mai nulla: il tutto a beneficio della sopravvivenza del miserabile ego umano, che non vuole morire. E invece deve morire. Deve schiantare, polverizzarsi, dissolversi: in una parola sparire!

Al fine di evitare tale miseranda quanto ben meritata fine, tra le varie strategie messe in atto dall’ego, vi è la pure la banalizzazione. Vi è quella becera – new age style – un po’ hippy in ritardo, un po’ theosophical, e vi è invece la banalizzazione più radical chic, più trend di giornalisti, di politici e politicanti, di attori, degli economisti, dei letterati, degli ecceteristi, ossia di tutti coloro che liquefanno la Scienza dello Spirito in un oceano di chiacchiere. Pur di non praticare con dedizione, con sincerità, con progressivi impegno e intensità la Via del Pensiero. Pur di non praticare con consacrazione la concentrazione interiore. La quale nei suoi vari gradi, che vanno dal semplice controllo del pensiero, alla concentrazione volitiva e unicitaria, alla concentrazione profonda, sino alla contemplazione, è l’unica Via, includente in sé ogni altra tecnica interiore, l’unica che conduce alla liberazione del pensiero, al Pensiero Vivente, al Pensiero-Folgore, all’Iniziazione.

SCIENZA DELLO SPIRITO

ORO DI MILLE FOLGORI (CAP. 10 )

SUPREMITAS SOLIS 1

*

I/1O46

– LA FORZA INARRESTABILE –

 

STREGHISMI BIECHI SPARSI.

MENTRE NASCE LA FORZA INARRESTABILE.

 

-AUREO SIGNORE DELLE FOLGORI –

 

MICHELE DEI SOGNI ALTI.

REALIZZATI IN CUORE.

– FLUENTI SCOLPENDO NEL MONDO –

 

ERIGENDO OCCULTI ALTARI.

 

MENTRE GORGHI DI INFIMA PROGENIE.

GORGHI DI OFFESE FATO.

SECOLARI E INETTE

VENGONO ESTIRPATI.

 

– FUOCO DI LIMPIDA BUFERA –

 

TEMPESTA ARGENTO ORO.

TEMPESTA LIEVITA’.

 

– ROMBA LA MERAVIGLIA –

 

E TUONO SCONFINA IN LAMPO.

CHE INNESTA L’ESCA DEL SOLARE.

LA SACRITA’ D’ AURORA.

 

– CANTA LA LUCE IDEA –

 

FRA FOLGORI ERIGENTI.

 

– E L’INNO E’ ATTO SACRO –

 

VIVE LA GIOVENTU’.

E LOGOS INCORONA IL FUOCO.

 

– POSSENTE SIA LA FOLGORE DOPO CHE E’ STATO INVERNO –

 

DOPO CHE E’ STATO INFERNO.

 

POSSENTE SIA LA FOLGORE.

 

– POSSENTE E INARRESTABILE –

SOVRANA.

– LOGOS DEI SOGNI LIETI –

REALI PIU’ DEL MONDO

PIU’ DEL MONDO FORTI.

– IN SACRITA’ ARMONIA –

 

*******

 

 

II/1O47

– OLTRE LE SCIMMIE: IL CANTO –

 

LA VOLONTA’ NERVOSA STRIDE FRA I PENSIERI.

PIETA’ SCOMPARE NELL’EFFICIENTISMO SENZA SCOPO.

PRIVO DI MERAVIGLIA.

PRIVO DI DEVOZIONE.

PRIVO DI VITA.

E LI’: NEL PICCOLO CERVELLO

SI ACCUMULA IL NERVOSO POTENZIALE.

ABISSI DI VOLONTA’: VOLTI DEL CANE.

MILITARISMO EFFICIENTISTA CHE SGUAZZA NELL’INFAME.

E LA SCIMMIA E’ PRONTA A IMPRIMERE IL SUO MARCHIO

SUGLI ANIMI CONSUNTI.

DISGUSTO CHE MESCOLA NEL FANGO LE BRICIOLE DI UMANO.

– DOV’E’ CONSACRAZIONE? –

DOVE LA BELTA’?

 

– MA ALTA SUI PERVERSI SI LEVA LA FIGURA –

 

CANDIDO IL SUO VOLTO.

NEL BIANCO DI PREGHIERA.

 

– SCIOGLI I NODI INFETTI: ISIDE LAVACRO –

 

AFFINCHE’ NEL CANTO L’ARMONIA RISANI.

E SPLENDIDA L’IDEA FONDA LE OSCURE PIETRE.

– MERAVIGLIA CHE RISORGA NEI FLUSSI DEL CALORE –

LAMPO DI SACRITA’.

E NUOVA LA VOCE INTERNA

AI MILITI IN MINIERA

RICORDI IL VASTO CIELO

IN CUI PALPITA L’ETERNO.

CUI SOLO PIETA’ IMMETTE.

– NEL SOLE DEVOZIONE –

 

– LOGOS DEL SOVRAMMONDO –

 

*******

 

 

III/1O48

– DEGNO DI ETERNITA’ –

 

CANI ADDESTRATI PER UN GELIDO PADRONE.

ARIMANE E LA SUA TERRA.

– ED ESSI UGGIOLANO NEL FANGO –

AFFILANO GLI ARTIGLI.

FORTI DELL’IMPOTENZA.

– GRAVARE NELL’OPACO E’ IL LORO UNICO POTERE –

ODIOSI SENZA LUCE.

LUNARI NEL PROFONDO.

GELIDI INDURITI.

– FOLLI DELLA RABBIA –

ODIANO LO SPLENDORE IN QUANTO INDURITI DALLE TENEBRE.

 

– LA LUCE LI TRAPASSI –

 

SOLE LI DISCIOLGA COME NEVE.

– SOLE SOFFERTO LOGOS –

LOTTA SACRITA’.

LIEVISSIME LE ARMI.

DEGNE DI ETERNITA’.

– INSIGNE SIA IL TRIONFO –

IMMENSO DI GIUSTIZIA.

FORTE LA VERITA’.

 

– TRAVOLGERLI –

 

E LO SGUARDO CONTEMPLA I CIELI.

– LOGOS DEL TRIONFO CUORE –

– DEL SOLE DI ARMONIA –

– DELLA RESURREZIONE –

 

*******

 

 

IV/1O49

– OLTRE LO SPEGNERSI: SIA LUCE –

 

I CONTORNI DELLA GLORIA.

IL CIELO E LE SUE ONDE.

I MILITI SOLARI.

DI CONTRO AI PENSIERI DELLA CARNE.

CHE RIMBOMBANO NEL GREVE.

DI CONTRO ALL’APPIATTIRE PIU’ NEFANDO NEL BANALE.

DI CONTRO AL MALE INFERNO DEL VOLGARE PIU’ OPPRIMENTE.

CHE SOFFOCA NEL SORDIDO.

 

– SIA LUCE GRANDI SPAZI CONTORNATI DALLE FIAMME –

 

SIA ALTA NELL’IDEA LA MAESTA’ DEL GIORNO PIENO.

SORVOLI CUPE OMBRE.

SAPPIA RIPULIRE DALLA BIOLOGICA PUTREDINE.

 

– GUARIGIONE ATTINTA OVE L’IMPOSSIBILE PUO’ AGIRE –

 

IMPOSSIBILE ATTUATO.

IN MERAVIGLIA E CANTO.

– TRIPUDIO SOLENNITA’ –

RISPLENDI GRANDE ALA.

E LA FIAMMA DEL SACRALE CEMENTI LE PERSONE.

MANTENENDOLE NEL VIVO.

– SIA LIMPIDO RISPETTO –

– LOGOS DEI GIORNI IMMENSI –

 

*******

 

 

V/1O5O

– ARMI LIEVITA’ CALORE –

 

ZONE DELLA NERA POTENZA VUOTA.

NODI DELL’INVERSO VOLERE FATO.

LA FORZA SENZA CUORE.

LA BASSA FORZA DELLA PIATTA VOLONTA’.

– UMANO DEFLUITO NEL MAGNETE –

DI CUI ARIMANE SI CIBA.

 

– SIA VINTO DAL VOLERE –

 

FUSO DALL’IDEA.

 

– CANTO NE RACCOLGA I RESTI FRANTUMATI –

 

ERIGENDOLI IN PEANA.

 

– VENGA REDENZIONE –

PER LA NUOVA ALBA DEGLI ETERNI.

AZIONI DI CALORE.

PER IL PURO CONSACRARE.

AZIONI DEVOZIONE.

PER FENDERE L’ABISSO.

 

– SACRO DELL’ORO INTIMO AL SOFFRIRE IDEA –

 

SACRO DEL LOGOS.

ALTO DI VITA IDEA.

– E IL MONDO SIA PIU’ LIEVE –

 

*******

 

HELIOS FK AZIONE SOLARE

 

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ARTE, La Poesia di FK AZIONE SOLARE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

ISIDE SOPHIA – Quinta Lettera (parte I)

 

Denderah

QUINTA LETTERA

Agosto 1944

LA NATURA SPIRITUALE DELLO ZODIACO DELLE STELLE FISSE

(Continuazione)

Nelle due precedenti Lettere abbiamo elaborato alcune delle Costellazioni dello Zodiaco secondo gli eventi dell’evoluzione dell’Antico Saturno. Ora dobbiamo terminare questa raffigurazione descrivendo il settimo grande ciclo di questa esistenza planetaria del nostro Universo. 

Durante i sei precedenti cicli, è stato creato un essere che consisteva di calore, portava una sembianza di vita, di animazione, di individualizzazione e mostrava le prima tracce di una vita interiore. Ora nel settimo ed ultimo ciclo, quest’essere appare aver raggiunto un certo completamento all’interno di questo grande giro di evoluzione. Le sue azioni sono automatiche e in accordo con gli eventi e le attività che hanno luogo nel suo ambiente circostante. Entità spirituali diverse hanno ancora una possibilità di compenetrare quest’essere di calore con le loro forze. Questi sono gli Spiriti della Volontà che sono stati già menzionati in rapporto con l’inizio dell’evoluzione dell’Antico Saturno. Nel principio essi sacrificarono la loro sostanza di Volontà, e questa sostanza divenne il fondamento per le attività degli altri Esseri Spirituali. Questa sostanza divenne altresì il fondamento per la sostanza fisica di fuoco o di calore che fu creata dentro l’Antico Saturno. In effetti, essa è l’origine di tutte le sostanze fisiche che sono state create nei successivi stadi della creazione. Dopo che questa sostanza di Volontà è stata trasmutata in calore, gli Spiriti della Volontà sono di nuovo capaci di operare nei corpi di calore che sono l’origine del corpo fisico umano di oggi. Così il principio di questo grande giro della creazione è collegato con la fine e, con ciò gli eventi rivelano l’interiore significato dell’esistenza dell’intero mondo al centro del quale noi oggi viviamo. Durante quest’ultimo ciclo dell’Antico Saturno gli Spiriti della Volontà crearono, dentro questi corpi di calore, capacità che ancor oggi non possono essere sviluppate coscientemente dall’essere umano, ma che ancora dormono e devono attendere un lontano futuro dell’evoluzione cosmica. 

Per descrivere ciò, dobbiamo partire da un’altra fine. 

Abbiamo descritto questa fase dell’evoluzione nelle Lettere terza e Quarta, così come essa può essere letta nelle Costellazioni di Ariete, Toro, Gemelli, Sagittario, Capricorno ed Acquario, con il Cancro e il Leone nello sfondo. Inoltre abbiamo trovato le sue tracce nella forma umana, nel capo o nel cervello, nella laringe o nell’organizzazione della parola e del suono, e nelle braccia con il braccio superiore, il gomito e l’avambraccio. L’ultimo ciclo dell’evoluzione di Saturno può essere trovato inscritto nella Costellazione dei Pesci. A San Michele la Costellazione dei Pesci è visibile nelle ore di mezzanotte esattamente al di sopra dell’orizzonte meridionale. Le Costellazioni si Andromeda e di Pegaso sono sopra di essa. 

PESCI

Così ritorniamo all’inizio dell’Antico Saturno, e come abbiamo trovato il sacrificio degli Spiriti della Volontà inscritto nei pesci, così ora troviamo la loro attività, durante quest’ultimo ciclo, indicata nei Pesci. Entro la forma umana essa è raffigurata nelle mani. Le due mani sono un’immagine dei Pesci che nuotano in cielo in direzioni opposte, sono tuttavia collegati con una pallida fascia di Stelle. 

Con le nostre mani noi agiamo nel mondo. Tutti i conseguimenti dell’arte e della scienza, del costruire, così come dei milioni e milionidi piccole azioniche rendono possibile la vita umana sulla terra, sono causate, in definitiva, da mani umane. Esse sono fluite e costantemente fluiscono dalle teste umane nelle mani. Se proviamo una volta ad immaginare la quantità di lavoro umano, di tutti i tipi, che è stato fatto nel passato e che verrà fatto nel futuro, possiamo guardare con ammirazione e venerazione alla mano umana. Noi tuttavia non sappiamo come accada che i nostri pensieri vengano realizzati dalle nostre mani, ovvero come noi possiamo maneggiare la padella o la vanga. Ciò è ancora nascosto per la nostra coscienza diurna. 

Però possiamo immaginare una condizione futura dell’essere umano nella quale noi potremo esser coscienti di che cosa avviene allorché muoviamo le nostre braccia o i nostri arti e lavoriamo con le nostre mani. Possiamo persino immaginare che talvolta l’essere umano possa essere capace di adoperare le facoltà nascoste nelle mani; forze radianti che oggi sono soltanto accennate dalla forma della mano. 

In effetti, noi incontriamo il nostro destino con le nostre mani. Le mani sono quella parte del nostro organismo con la quale ci confrontiamo costantemente con il mondo. Incontrando il mondo con la realtà delle nostre mani operanti, incontriamo il nostro destino. Il destino appare alla maggior parte degli esseri umani come un qualcosa che si libra al di sopra di loro, che è loro straniero, che li afferra a sorpresa in una direzione o in un’altra. Viene sperimentato come un potere di volontà superumana. Avendo ora trovato il rapporto tra le mani e i Pesci, e letto dietro i Pesci le azioni degli Spiriti di Volontà, possiamo vedere operanti dietro i Pesci, come pure nelle nostre mani, le forze della Volontà cosmica che chiamiamo le forze del destino. Nella maniera in cui sperimentiamo quelle forze di Volontà è nascosta l’ultima traccia delle forze riflesse di volontà dei nostri antenati dell’Antico Saturno, come descritto più sopra. Possiamo pure immagnare che un giorno, in un futuro lontanissimo, saremo capaci di essere tutt’uno – ma in piena coscienza – con quelle forze di Volontà che ancora ci sono estranee e incomprensibili; che noi, in piena coscienza, potremo compiere ciò che la Volontà cosmica desidera fare attraverso di noi. Allora noi saremo “simili a Dio”. Saremo uniti alla Volontà di Dio Padre. Questa capacità, che soltanto nel futuro potremo maturare in noi, venne posta come un seme spirituale entro quegli esseri di calore di Saturno dall’attività degli Spiriti della Volontà. Rudolf Steiner lo chiama il germe dell’Uomo Spirito. 

Possiamo trovare ciò inscritto nella costellazione dei Pesci: la sostanza di volontà degli Spiriti della Volontà al principio dell’evoluzione mondiale, la sua cristallizzazione in “Terra” e “destino” che noi sperimentiamo più direttamente nelle nostre mani, e il germe di unione con la Volontà del Padre in una maniera pienamente cosciente e pienamente attiva. 

Così adesso abbiamo trovato l’immagine eterea dell’umanità, così come essa venne creata dagli Déi, ed il suo rapporto con l’Universo delle Stelle. E’ un’immagine dell’essere umano superiore: la testa con il cervello, l’organizzazione del linguaggio e del suono, e le braccia – giù fin entro le mani. Essa è altresì un’immagine del destino del mondo e dell’essere umano (così come della Volontà delle Gerarchie allorché il mondo fu creato), del pensare e della testimonianza dei pensieri degli Dèi in tutto ciò che ci circonda, e della loro realizzazione nell’esistenza della terra fino a che la Volontà del Padre non sia sveglia e attiva nel volere dell’essere umano. 

L’immagine eterea dell’essere umano superiore è un’immagine del proprio essere superiore. Esso non entra, in realtà, nell’essere corporeo. Nel Medio Evo si troverà ancora che l’essere umano sperimentava pallidamente in questa maniera le Entità Angeliche nel Mondo Spirituale: Entità unicamente con la testa, senza il corpo, e con ali in luogo di braccia. Così, per esempio, li dipinse Raffaello Sanzio nella Madonna Sistina. E’ un’immagine di ciò che diverranno gli esseri umani nel futuro, allorché avranno acquistato forme di esistenza più sottili ed eteree. 

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Come mostrato sotto, abbiamo raggiunto un’immagine del legame tra l’essere umano, il mondo Stellare, e l’evoluzione del mondo: 

 

Antico Saturno 

 

I

Riflesso della Vita

Ariete

Capo-Cervello

II

Riflesso dell’animazione

Toro

Organismo del Linguaggio e del Suono

III

Riflesso dell’Individualizzazione e della Personalità

Gemelli

Braccia-Simmetria

IV

Antenati dell’Essere Umano

Sagittario

Parte superiore delle Braccia

V

Organi di senso primordiali

Capricorno

Gomiti

VI

Metabolismo Primordiale

Acquario

Avambracci

VII

Volontà

Pesci

Mani

 

(Continua)

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ISIDE SOPHIA - Introduzione all'Astrosofia - Willi Sucher, LIBRI E AUTORI, SCIENZA DELLO SPIRITO

PESSIMISMO E OTTIMISMO

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(Leibniz)

*

Stefan Zweig, che negli anni venti e trenta del secolo scorso era uno degli scrittori in lingua tedesca maggiormente conosciuto in patria e all’estero, ( le sue opere venivano tradotte in più di cinquanta lingue) intitola “Il mondo della sicurezza” il primo capitolo della sua biografia che inizia così:

“ Se tento di trovare una formula comoda per definire quel tempo che precedette la prima guerra mondiale, il tempo in cui sono cresciuto, credo di essere il più conciso possibile dicendo: fu l’età d’oro della sicurezza. Nella nostra monarchia austriaca quasi millenaria tutto pareva duraturo e lo Stato medesimo appariva il garante supremo di tale continuità…..”

In questo capitolo viene descritto come tutto funzionasse nel migliore dei modi e come il cittadino di quell’impero, ritenuto da tutti solido, potente e indistruttibile, vivesse nella sicurezza, nella cultura, nell’arte, nell’ordine e nella tranquillità che derivava da un giusto benessere e da giuste leggi osservate da tutti…..un piccolo paradiso in terra!

Ma si sa, i paradisi in terra non hanno vita lunga e la caduta-risveglio fu tragica perché nessuno poteva immaginare che dietro l’angolo dorato si nascondessero ben due guerre mondiali!

Lo scrittore Zweig, con la prima visse la distruzione di quell’impero tanto amato, e la seconda fu per lui particolarmente tragica in quanto ebreo. Le sue radici vennero brutalmente divelte e costretto all’esilio dalla persecuzione nazista.

Oggi i cittadini d’Europa, ed in particolare noi cittadini d’Italia, stiamo vivendo l’opposto di quanto Vienna poteva offrire alla fine del diciannovesimo secolo alla sua popolazione.

Per noi c’è abbondanza solo di insicurezze, paura, disordine, immoralità……..questa è l’altalena della vita, ma l’altalena è in continuo movimento.

Questi movimenti non vengono certo mossi dal caso, ma sappiamo bene come l’uomo, ne sia cosciente o meno, sia l’artefice del suo destino e il suo destino non è certo quello di arrivare ad un benessere fisico e animico in terra, perché appena ci arriva vicino, per fortuna, salta tutto e la realtà chiede nuovamente sofferenza, sacrificio, dolore e tensione verso qualcosa di molto più alto.

Se l’uomo capisse, o almeno sentisse, che la meta che lo attende e per la quale è stato creato è qualcosa di grandioso, allora riuscirebbe ad ampliare il suo piccolo orizzonte e invece di guardare al suo futuro dal buco della serratura, cosa che gli può dare solo angoscia, potrebbe arrivare a considerare la vastità del tempo e gli aiuti che ha ancora a disposizione per la sua evoluzione. Forse riuscirebbe a dare una dimensione più reale alle sue preoccupazioni e alle sue paure e a trovare in se stesso delle forze che non sa di avere.

Nella “Filosofia della Libertà” si trova un meraviglioso capitolo intitolato: “Il valore della vita” (pessimismo e ottimismo).

Ognuno, se vuole, seguendo i pensieri del dottor Steiner e guardando in se stesso, può trovarvi o Leibniz, il classico ottimista, motivato nel suo ottimismo da alte riflessioni, oppure Schopenhauer il pessimista, altrettanto giustificato nel suo atteggiamento da altri pensieri sulla vita.

La preminenza nell’anima dell’uno o dell’altro, perché, secondo me, si tratta proprio di un atteggiamento animico radicato nel profondo, dipende da molti fattori e ognuno conosce, o dovrebbe conoscere, i suoi.

In me, forse si è capito, vive l’ottimismo di Leibniz, che non ho certo ricevuto in dono dalla natura, ma che mi è venuto incontro da un certo momento in poi della mia vita.

Tra i vari motivi che posso trovare per questo mio atteggiamento, senz’altro il più importante si trova nella fiducia che ho in quella parte di me che, a seguito di un serio lavoro spirituale che continua sempre, si è liberata dal buio e dalla paura…….qualsiasi cosa accada!

ALTRO

L’EQUANIMITA’

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*

Per non imbrogliare la memoria dei lettori avverto subito che le successive righe appartengono a “Rasti del vecchio Forum” (sembra un nome dei personaggi del Signore degli anelli, non vi pare?), riviste e implementate da Isidoro a cui è sembrato che non fossero proprio da buttare.

Questa, in parte, parte da un fatto vero, da un incontro realmente avvenuto tra Rasti e un giovanottone di cui fu padrino di battesimo (Cavoli! Ciò avvenne una quarantina di anni fa ma Rasti mi assicurò che il “ragazzo” è prestante e giovanile).

Non so come sia andata poi, ma il fatto era che il ragazzone si accingeva ad iniziare il terzo dei famosi cinque esercizi.

Per giungere al bisogno/impulso di procedere oltre il controllo del pensiero e l’atto puro, gli erano occorsi degli anni! E già da questo potreste ammettere che la cosa sembra vera.

Da ciò, poiché si sta parlando di una persona reale, potete vedere quanto può essere diverso il lavoro interiore tra reali uomini diversi: chi fa un esercizio al mese, chi aveva ricevuto l’indicazione di farli tutti cinque subito e contemporaneamente, chi dei cinque non fa mai gli…ultimi quattro. C’è posto pure per quelli che i “cinque esercizi” non li fanno proprio e fanno altro, infine ci sono anche tanti che non fanno niente e anch’essi avranno le loro ragioni…non le trovo ma di sicuro le avranno.

Dunque, per piacere, evitiamo inutili giudizi, poiché come in ogni esercizio di preparazione esoterica contano soprattutto la dedizione e l’intensità, cioè la merce più rara e più elusiva, alquanto celata per gli umani strumenti di misura e valutazione.

Allora, i due soci  ricapitolarono, non brevemente, alcuni aspetti dei primi due esercizi. Rasti disse poi quanto era stato notevole sentire dal figlioccio come la concentrazione lo avesse aiutato durante il durissimo periodo di un grave lutto personale (la sua compagna era morta in un incidente stradale). In quella situazione aveva fatto quello che anche Isidoro predica spesso: brevi concentrazioni molte volte al giorno.

Rivisitarono anche il secondo esercizio (quello che, sulla carta stampata  “pare” facile) e convennero su tre cose: a) l’assetto interiore dell’atto, silenzio interiore e consapevolezza, nel compiere l’azione libera da motivi personali, senza il preventivo controllo del pensiero è troppo poco, non coinvolge i corpi sottili; b) è piuttosto importante che l’azione venga predeterminata il giorno prima e che, come un fiume carsico, scorra sotto traccia, anche durante il sonno notturno; c) in condizioni di possibilità l’azione pura non sarà lunga, anzi sarà semplice e breve, ma articolata e completa come le azioni che si espletano ordinariamente: i gesti troppo elementari, come il portare un oggetto da una tasca all’altra possono essere visti come eccezionali ripieghi in eccezionali occasioni: atti di buona volontà, né più né meno.

Il terzo esercizio, senza un minimo risultato di disciplina e di minima realizzazione dei primi due, è più o meno impossibile.

Ricordiamoci che gli essenziali – volontà nel pensiero (I) e pensiero nella volontà (II) – sono il punto di partenza per il III, ossia il contenimento di impulsi ordinariamente inarrestabili provenienti da una sfera possente che in massima parte è fuori dal controllo conseguito con una condizione interiore che si renda, almeno in taluni momenti, indipendente da natura, carattere ed educazione.

A meno che non si “bari” brutalmente con la depauperazione sistematica dell’anima (sul modello della vecchia educazione “all’inglese”). Pur di evitare, coscientemente o meno, un incontro diretto con la propria interiorità (ciò terrorizza più gente di quanta si possa credere) vi sono quelli che, sentendo una personale inadeguatezza in varie forme di rapporto sociale, fanno il possibile per darsi modi e abitudini più raffinate: modificano lo stile comportamentale da fuori a dentro, come viene fatto nelle scuole per ufficiali nell’Esercito. Ma questo è un capitolo che esorbita dal nostro tema.

Con il III esercizio i tentativi “titanici” sono fallimentari e possono alterare la sana vita animica.

Il terzo esercizio è difficile poiché, lo si interpreti come si vuole, porta ad un impoverimento del proprio sentirsi abituale, ed è proprio ciò che Steiner dice senza dirlo quando scrive che “ si diventerà più ricettivi per tutta la gioia e il dolore che ci attornia” e questo è possibile solo quando non si sia immersi nella propria gioia o nel proprio dolore.

In effetti il Dottore si preoccupa che il discepolo non tenti la bravata indicata sopra, cioè tenti la strada sbagliata dell’insensibilità e dell’indifferenza che alla fine sono solo manifestazioni della perdita della più alta potenza dell’anima.

La richiesta “tecnica” è orientare l’essere interiore a “padroneggiare l’espressione del piacere e del dispiacere, della gioia e del dolore”. Si domina cioè la manifestazione istintiva.

Questo viene sottolineato più volte: a ragione poiché trattiamo di un lungo lavoro, reso ancora più difficile dalla sottile necessità di separare, come nell’alchimia, il sottile dal denso: dunque la percezione del dolore dall‘invadenza del dolore).

Il risultato dell’esercizio è la creazione di una zona animica indipendente dai sentimenti personali e dalle loro fluttuazioni: il Dottore la descrive come di “intima calma”.

Alla fine si tratta di dare forma nell’anima a qualcosa che già può esserci se il I ed il II esercizio sono stati esercitati davvero a lungo e in profondità: si plasma consapevolmente qualcosa che già dovrebbe esserci.

Mentre i primi due esercizi possiedono caratteri formali che possono renderli più accessibili, con il terzo esercizio (equanimità) entriamo in un certo qual modo nelle discipline a cui manca il supporto certo. Il dott. Colazza direbbe che sono “atteggiamenti” dell’anima. Con l’equanimità siamo a metà strada (mentre con il IV e V esercizio, a dirla tutta, sono dolori: cioè impazzano le “traduzioni” personali, quasi sempre abbondantemente astratte ed astruse).

E’ possibile avvicinarsi progressivamente all’equanimità a passi relativamente certi.

In primis ricordo un consiglio che Scaligero ci diede (buono per qualsiasi esercizio che abbia la caratteristica dell’interfaccia tra anima e mondo esterno).

Si tratta di meditare per immagini  e per più settimane la scena dell’esercizio. Dico “scena” come un attore che prepari anima e gesto per la parte che svolgerà sul palcoscenico. E’ un immaginarsi in una situazione che, nell’ordinario, causerebbe immediatamente una reazione emotiva, mentre in tale immaginare si realizza se stessi come osservatori spassionati.

Ci si cala così in un antefatto dell’esercizio…con le caratteristiche del meditare ossia poche immagini semplici la cui impressione riesca ad risuonare nell’anima.

Esiste poi una quasi- equanimità che è più facile, più controllabile.

Mi ricordo che veniva spesso suggerita da Mimma Benvenuti, cugina di Scaligero, alle tante persone che trovavano più facile confidare a lei le difficoltà incontrate nella pratica.

Se vi è chiaro il senso della parola “espressione” usata dal Dottore, troviamo un gradino di mezzo, del tutto corretto e sicuro che può essere praticato più volte nella giornata.

Si tratta di dare uno stop all’immediatezza della propria reazione sensibile, magari per tre secondi.

Facciamo un esempio facile: suona il telefono, siamo da una vita abituati a precipitarsi a rispondere: ora invece rimaniamo fermi: scatti il silenzio dei centomila pensieri (esercizio I), il dominio cosciente sul movimento fisico (esercizio II).

Centouno, centodue, centotré… poi (solo poi) assecondiamo la vecchia abitudine.

Lo stesso vale alla fermata del bus, al suono del campanello, alla parola che vorremmo far uscire dalle labbra, ecc.

Dai, che tre secondi non vengono nemmeno notati!

Qui ho dato uno schema abbastanza facile, spetta alla libera capacità di ognuno modificarlo, allargarlo, inspessirlo, ecc.

Poi, quando diventa una capacità reale si può, con maggiore sicurezza, passare a “stoppare” manifestazioni più forti o insospettabili.

Le più difficili appartengono alle relazioni tra esseri umani, specie in famiglia.

Quando si avverte che la nuova capacità tiene, occorre grande prudenza: in tempi in cui stress, rabbia e frustrazione sono la pessima atmosfera comune, la calma non è qualcosa con cui adornarsi in piazza. Non v’è disciplina esoterica senza una controparte magica che agisce sul mondo circostante: può essere un toccasana per chi ci circonda ma in alcuni fomenta collera cieca. Senza esagerazione potrei dire che la tua calma imbufalisce quelli che nemmeno sognano cosa essa sia. E non sto scherzando!

Forse è inutile ricordare che “l’equanimità” è uno tra gli esercizi più difficili per il comune stato dell’anima: sarà trasformante ma, in genere, può venir colto come un doloroso passo indietro. Pur con le dovute cautele, si incide nel tessuto animico: per essere capaci di farsi male nella sfera del sentire, è assolutamente necessaria la forza coltivata col I e II esercizio.

Per le traduzioni iper-minimaliste del tipo “vino & tarallucci”, potremo continuare la chiacchierata nel bar più vicino, dandoci reciprocamente e paciosamente ragione…

SCIENZA DELLO SPIRITO

DISTINZIONE

Lotta di classe e karma*

La libertà si va sempre piú perdendo sia a Oriente che ad Occidente, non perché il sistema “democratico” o quello “marxista” la escludano, ma in quanto si va perdendo la facoltà di riconoscerla.

È venuta meno la capacità di distinzione tra l’àmbito interiore della libertà e quello esteriore: distinzione che, prima di essere logica, è metafisica, ossia esigente quel tipo di pensiero intuitivo di cui si comincia a non essere piú capaci: piú per colpa del falso Spiritualismo, che del Materialismo. Al tempo stesso, il dominante paralogismo politico va gradualmente rendendo inservibile il cardine della Democrazia: l’uguaglianza di tutti dinanzi alla legge.

Non è sufficiente volere la libertà: è anzitutto necessario comprendere dove essa è una realtà dello Spirito e dove è pretesto retorico del sopraffattore.

La sopraffazione giunge in vari modi, politici, burocratici, legali o illegali: comunque è sostanzialmente un’azione del mondo ahrimanico contro lo Spirito, o contro l’essere libero dell’uomo. In tal senso sovversione e pianificazione politica della Storia si equivalgono.

Trattandosi di impulsi sorgenti da persuasione mistica, si può dire che essi operano con lo stesso potere di un karma.

Ma si tratta di un potere tendente ad annientare il rapporto dell’individuo libero con la propria direzione karmica: è una azione che sostanzialmente previene la possibilità che, nell’epoca dell’anima cosciente, l’umanità possa evolvere mediante la consapevolezza del retroscena karmico della propria storia.

 

Massimo Scaligero

 

Lotta di classe e karma, Perseo, Roma 1970.

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRIPARTIZIONE SOCIALE

LA REALTA' TRACOLLA

pescecane

*

Allora, serve qualcosa scrivere intorno a discipline di fondamento, ampiamente descritte da Steiner in libri e conferenze; poi sottolineate anche da Scaligero, il quale in colloqui individuali consigliò a molti di praticarle?

Il fatto è che, dopo molti dei miei incontri con brave persone, mi sento un tantino scoraggiato.

Mi guardo intorno come molti altri e vedo nel nostro Paese, come nel resto del mondo, una situazione di crisi che pare senza vie d’uscita. Si dà colpa alla politica, alla speculazione economica, ai grandi e palesi gruppi di potere, a grandi e occultati gruppi di maggior potere, e così via.

Per carità, c’è molto di vero in tutto questo, ma se il pensiero non si arresta a quello che si sceglie come oggetto di risentimento, esso non trova una giustificazione razionale nemmeno ai vertici delle massime conventicole del potere economico e politico globale.

Pur esse sono gestite da uomini che, sebbene si mostrino – nel male più che nel bene – molto intelligenti e dotati, paiono a loro volta ben poco capaci di dirigere le forze che stanno spazzolando intere nazioni. Certamente i grandi capitalisti traggono ogni possibile vantaggio dalle crisi (così è stato anche nel passato), ma alla fine pure questi paiono simili alle remore che, aggrappandosi al grande pescecane, prosperano della sua forza e ferocia.

A farla breve, guardo il fenomeno umano ma esso non basta a soddisfare l’osservazione che mi rimanda (più su o più giù) al grande pescecane invisibile che muove come burattini i sedicenti padroni del vapore.

Vi assicuro che non è il frutto dell’elucubrazione o del saputo antroposofico: da immagine a immagine salgo fino ad un punto in cui vedo un nulla che eppure c’è, analogicamente all’aria, del tutto invisibile ma del tutto reale.

E gli uomini vivono e respirano in questa immensa entità spettrale che avverto sostituirsi alla comune realtà fisico-sensibile. Questa spettralità determina cause ed effetti propri alla sua natura, rendendo impotenti le buone intenzioni, inutili i tentativi di salvare le cose della realtà oggettiva.

E, purtroppo, gli uomini sono affascinati dalla potenza dello spettro: sia stimandolo, sia aborrendolo. In entrambi i casi l’affascinazione è potente poiché esso è di natura spirituale e l’uomo inconsciamente è effettivamente attratto dallo spirito.

Ciò che accadeva in tempi antichi e antichissimi là dove avveniva un’inversione nei Misteri e nelle comunità spirituali, quando scienze e coscienze venivano corrotte e l’io e l’astrale di iniziati e iniziandi riportava sulla terra forze spirituali malvagie e distruttive, ora accade dappertutto nel mondo.

In tal senso i “responsabili” umani dei destini del mondo e i loro servi, sono i solerti mediatori degli impulsi del grande pescecane (forse è lo stesso che Saint Martin chiamò coccodrillo: sono solo immagini diverse). Nei termini tradizionali dell’occulto si potrebbe parlare di una medianità straordinariamente diffusa, celata dietro una lucentezza intellettuale.

Per equilibrare tale stato di cose avrebbero dovuto sgorgare un po’ dappertutto fonti di spiritualità sana, integra, fondata sull’Io e non su sognanti canalizzazioni passive.

Mi pare che da quando Scaligero teneva gli incontri bisettimanali sia passato un secolo – intendo cent’anni solidi – e cent’anni fa diceva che persino i politici (in fondo) fanno il loro mestiere e che solo i seguaci della Scienza dello Spirito non fanno il loro dovere.

Dal mio modesto punto d’osservazione quel biasimo ha assunto lo scenario di una tragedia.

Dopo tutte queste mie chiacchiere torno alle righe di partenza: perché dentro tutte le brave persone accennate, quelle che si dedicano agli studi spirituali e che persino seguono le corrispondenti discipline, non vedo traccia di un superamento del caos personale. Essenzialmente sono tutti tesi ad affermarsi: pensieri, parole e opere sempre inseriti tra sé e sé, mai oltre.

Mi chiedo: com’è possibile che più o meno nessuno non abbia mai sperimentato per un secondo una Realtà più possente, un barlume di Infinito, un raggio di luce del Sole interiore?

Qualcuno mi può ribattere che non so, non vedo queste cose nei miei fratelli umani e che, dunque il mio lamento sorge dal mio limite. Se così fosse mi acquieterei, zittito. Però, se così fosse vedrei sbucare da ogni dove silenti operatori con una sicura bussola stretta nella mano.

Perché, cari amici e lettori, è pressoché impossibile, per chi abbia avuto un atomo di illuminazione, non sapere cosa fare, non sapere verso dove dirigersi.

Non è questione di etichette ma di vivente comprensione che non va più perduta.

Le discipline sono la corsa che precede lo scatto impossibile oltre il parapetto dell’illusione di sé e del mondo correlativo. Tutto ciò che viene prima è gioco di ombre, palazzi di insussistenza, miseria umana che non ha alcun riflesso in Cielo.

Lo so, amici, siamo tutto fuorché “pezzi da novanta”, ci sentiamo deboli, fragili, inadeguati…ma i pochi Giusti se ne sono andati e la realtà tracolla. Non mi abbandono alla speranza di un loro ritorno, di un ritorno in massa. Lo so, “Steiner lo ha detto” ma mi limito a constatare che, almeno per ora, ciò non è avvenuto (Se avvenuto, abbiamo imbarcato un fardello, non un aiuto necessario).

Non per caso il dott. Colazza ricordava la narrazione biblica in cui Dio avrebbe risparmiato le sciagurate città se, in esse, si fosse trovato un pugno di giusti.

Ciò serve ora, per ricacciare l’ombra che ci sovrasta. Non antroposofi o scalig(g)eriani ma combattenti, eroi senza medaglie e nomi: questo è realismo spirituale, il resto è puro e semplice tradimento con centomila autoassoluzioni incorporate.

Prima di abbandonare queste righe come ovvie e infantili, pensateci un po’ su, verso dentro. Per favore.

PS: Questo scritto non si riallaccia al discorso di Mittel e Savitri. Quando loro postavano il mio modem era defunto, dunque non sapevo nulla delle loro osservazioni.

ALTRO

CONGIURA CONTRO L’UOMO (di M. Scaligero)

la rivoluzione francese

*

Poter trovare il senso intimo ed univoco di quanto ci accade intorno non è compito facile: in ogni punto di una simile indagine, il collegare un certo numero di modi di presentarsi della verità mediante una connessione logica formale, attraverso una dialettica all’uopo mobilitata, può condurre lontano dalla verità lungo una “fuga” per la tangente dialettica, la quale finisce col divenire sufficiente a se stessa, essendo ormai staccata dal tema centrale.

Cosí nasce una “opinione”, la quale sarà una verità incompleta, o unilaterale, in conflitto con altre opinioni. D’altro canto, può avvenire che proprio il voler tenere fermo al tema centrale dia luogo a una dialettica che non riesca a far presa sul mondo “logico” delle verità unilaterali, a cui si è normalmente abituati.
Ora, non si può pretendere di darsi un orientamento giusto, secondo verità, senza vincere una certa pigrizia mentale, senza chiedere al nostro pensiero qualcosa di piú di quanto sinora ci ha dato, sciogliendolo dalla serie di cerebrazioni intorno a cui si è seriamente automatizzato.
È semplicistico chiedere che si sia semplici, che si volgarizzi, allorché si tratta di cogliere significati del mondo che agisce dietro ogni apparenza, dietro quella storia accidentale che ciascuno oggi, dal suo punto di vista, interpreta a suo modo. La verità univoca ha lo stesso tessuto del mondo spirituale, e questo, è bene tenerlo presente, è un mondo poco orecchiabile. La parola umana può tentare di degradarlo sul piano delle adeguazioni dialettiche intese a non disturbare l’universale automatismo mentale di questa società moderna, ma in definitiva non esprime che se stessa e nulla riflette dello spirituale.
Per poter trovare una direzione cosciente attraverso questo immane imperversare di equivoci, di false dottrine e di menzogne preparate a bella posta, non si può fare a meno di assumere su un piano decisamente spirituale, per non dire metafisico, i termini del problema: si tratta infatti di strappare alle forze che alimentano il caos attuale del mondo la maschera costituita dall’apparato ideologico e politico in cui sembrano esaurirsi.
I miti politici e le ideologie economico-sociali non vanno considerati come premesse effettive delle diverse correnti, ma come modi di apparire, come coperture teoriche di forze piú profonde che attraverso tali correnti manovrano. Si tratta di idee che, per esprimersi, hanno bisogno di usare forme non dirette: trovando la mediazione nell’anima umana, danno luogo ai cosiddetti “programmi” che sembrano punti di partenza ideologici, ma altro non sono che pretesti necessari per adoperare uomini e masse di uomini.
Il processo si può seguire storicamente nel fenomeno mondiale della cosiddetta “rivoluzione”, che sotto tale luce può rivelarsi per quello che veramente è, ossia una sorta di sovversione materiale ed esterioristica con sue posteriori trascrizioni ideologiche, intesa ad impedire l’attuarsi della vera rivoluzione che è quella dello spirito e che non può partire dal basso ma dall’alto: rivoluzione da cui ancora si è ben lontani.
Dalla rivoluzione francese a tutte le successive forme di socialcomunismo e di internazionalismo sovversivo, si può desumere una verità insospettata: che l’ ideologia politica è semplicemente secondaria : essa è la mediazione necessaria a una manovra vasta quanto inesplicabile. La sua essenza è una volontà oscura, un’avversione misteriosa e profonda che, acquistando forza attraverso sotterranee istintività della natura umana, prorompe ad alimentare una lotta perpetua contro l’autentico spirituale, una rivolta permanente contro ogni superiore motivo dell’essere , in un modo che talora è persino disinteressato e impersonale, e che non fa esitare a travolgere ea distruggere tutto, a sacrificare tutto, compresi coloro che assume come temporanei strumenti.
Una sorta di corrente di dissoluzione in senso anti-spirituale pervade la storia moderna come manifestazione di una possente intelligenza del mondo inferiore manovrante gli uomini contro ciò che in essi si manifesta come principio di un ordine sovrasensibile: tutte le aberrazioni sociali e politiche, tutte le devastazioni della concezione meccanicistica ed ateistica, tutte le forme della sovversione sino all’alleanza col mondo della falsa religiosità e della spuria tradizionalità, sino all’estrema coalizione di tutto il mondo del materialismo automatizzato, non sono che effetti dell’azione di tale corrente.
Marxismo e democratismo, nella loro negazione di ogni valore trascendente, nella loro insofferenza per ogni forma di autorità che rechi un ordine dalla sfera dello spirito e nel cercare freneticamente una propria autorità che, sia pure nella forma piú tirannica, confermi questa insofferenza, non sono che gli ultimi aspetti del processo di una “rivoluzione capovolta”, in quanto insorgono contro quel mondo da cui dovrebbe partire la vera rivoluzione, e che recando una vera rinnovazione di valori li costringerebbe a smobilitare. In sostanza, marxismo e democratismo agiscono come strumenti di quelle forze conservatrici che mirano a prevenire l’evoluzione dell’uomo quale si svolgerebbe se “libertà” e “autocoscienza” cessassero di essere meri nomi e cominciassero ad essere atti della coscienza individuale.
Alle esigenze di rinnovamento e di giustizia sociale che oggi l’umanità intera presenta, marxismo e democratismo rispondono ammannendo, ciascuno a suo modo, un sistema in cui il rinnovamento e la giustizia sociale non sono che una finzione esteriore; infatti, le forze conservatrici antirivoluzionarie, che manovrano dietro le quinte, potranno riconfermare dittatorialmente il loro dominio.
Perché non si formi la vera “internazionale”, che è l’internazionale dello Spirito, si è mobilitata l’internazionale della materia contro ogni possibilità di una penetrazione dello Spirito nel piano sociale. E non passerà molto tempo che gli uomini si accorgeranno come marxismo e democratismo non fanno altro che il giuoco di un supercapitalismo internazionale alle spese degli ingenui proletariati di tutto il mondo e mediante il concorso di una cultura pervertita attraverso la disonestà degli intellettuali e la limitata visione del mondo dei fanatici di ogni specie.
Ma, come si è detto, queste correnti politico-sociali, nella loro formulazione teorica con cui abbagliano le masse, hanno semplicemente un pretesto dialettico, mentre nella sostanza delle loro realizzazioni sono mediatrici di un mondo profondamente anti-umano, ma dominante l’umano anche sotto le forme piú moderne di “civiltà”.
Il male è complesso e tanto piú grave in quanto dotato di inesplicabilità e sorreggentesi su tutti gli equivoci propri all’attuale cultura. Ecco, dunque, che non come un mito ma come un fatto ben piú reale di quello a cui si arresta l’indagine positiva e storicistica (che in fondo è una espressione del medesimo male) può ritrovarsi nell’epoca odierna ciò che la spiritualità antica intuiva come mondo “infero” ostacolante la missione morale dell’uomo.
Ma non può essere iniziata alcuna azione rettificatrice senza l’ausilio di una capacità di discriminazione, che non può essere improvvisata, né arbitrariamente escogitata: capacità di giusta visione che deve anzitutto avere inizio nel rapporto che l’individuo ha con se stesso. Tuttavia, per converso, è anche vero che il senso di discriminazione possa nascere da una volontà di riconoscere le forze che agiscono dietro gli avvenimenti esteriori.
In ogni corrente politica si può identificare come flusso centrale il combinarsi di diversi egoismi che hanno raggiunto, ciascuno da una esigenza pre-cosciente della “mala egoità”, una comune denominazione dialettica, la quale è poi sufficiente a creare la sintonia sul piano attivistico. Un interesse comune di ordine strettamente pratico è quello che rende attuabile l’accordo delle posizioni ideologiche, le quali in sostanza hanno il valore di una giustificazione teorica “dopo il fatto”.
Gruppi di egoismi coalizzati contro altri gruppi di egoismi mobilitanti il complesso armamentario della cultura e della propaganda, assumono come pretesto di questa volgare prassi il tormentato problema sociale in cui sono riflesse le difficoltà e le sofferenze di immense masse di uomini. Non si può perciò negare che molti di questi ossessionati dall’idea di partito e di attivismo politico, credano in buona fede di lavorare alla soluzione del problema sociale: non sanno essi che invece contribuiscono a una confusione maggiore della sua impostazione e della individuazione dei suoi termini.
Esistono peraltro forze internazionali, che possiamo chiamare “conservatrici”, in quanto mirano a mantenere immutato un potere acquisito nel dominio materiale: esse hanno soprattutto interesse a dominare quei movimenti economico-sociali che vorrebbero partire da premesse sinceramente rivoluzionarie. Avviene dunque che, sotto un’apparenza “progressista”, le correnti che hanno come contenuto immediato l’esigenza della evoluzione sociale in forma rivoluzionaria, divengano inconsapevolmente strumento di forze conservatrici.
Occorre dire che questo divenire strumento del gruppo di forze che tali correnti pretendono combattere, dipende da una loro insufficienza spirituale, da una loro incapacità di mediare la loro esigenza rivoluzionaria iniziale con una “conoscenza” non semplicemente dialettico-razionalistica, ma essenziale e sottile, della realtà sociale. Per esempio, non v’è nulla di piú anti-rivoluzionario che legarsi a idee e formule di una sociologia superata pienamente dai nuovi eventi: l’applicazione cieca e dogmatica di tali idee dà luogo ad un sovvertimento esclusivamente distruttivo che, impedendo il formarsi di una pura e creativa corrente rivoluzionaria, in sostanza finisce col fare il giuoco delle forze economiche conservatrici essenzialmente anti-rivoluzionarie.
Uno dei piú impressionanti aspetti di questa manovra occulta mirante a realizzare il sistema mondiale di un’umanità lavorante a beneficio di un gruppo di privilegiati, è il fenomeno della “falsa rivoluzione”. Esso si compie attraverso tutta la gamma del pathos delle folle popolari, pronto a vibrare mediante adeguate suggestioni facenti presa sulle naturali aspirazioni alla libertà, alla giustizia sociale. Su tale sostanza abilmente montata, non è difficile lavorare in modo da farla precipitare in uno stato di fatto, che è la realtà opposta alla iniziale aspirazione, ma proprio ciò che era voluto dagli occulti manovratori.
Chi abbia oggi il coraggio e l’interiore libertà di guardare di là dalle apparenze e oltre la spettacolosa orgia di parole, programmi e ideologie materialistiche infarcite di logica idealistica, senza eccessivi sforzi può scoprire come il marxismo che viene lanciato nel mondo allo scopo di redimere il proletariato e abbattere il capitalismo, in sostanza obbedisca al giuoco del supercapitalismo internazionale.
Infatti il marxismo, ponendo come fondamentale la negazione di qualsiasi autonomia sovrasensibile dell’uomo, deve consequenzialmente negare anche il valore dei princípi morali: affermando l’esclusiva realtà del mondo proprio al realismo primitivo, mondo che è principio e fine a se stesso, costruisce una sua esterioristica visione della vita che ha come suggestione centrale il cosiddetto “materialismo economico”.
Ora ad una possibilità di assoluto dominio del supercapitalismo, niente fa piú comodo di un’economia che non possa venir rapportata ad alcuna legge morale e che tuttavia possegga una dialettica perfettamente tessuta di pretesti di giustizia sociale. Solo a condizione che ogni principio spirituale sia escluso dalla prassi economica, il supercapitalismo può consolidarsi e giungere persino a finanziare la falsa rivoluzione. Esso diviene quindi un potere internazionalistico di tale formidabile influenza che può condurre i popoli alla guerra anche quando questa sia assolutamente contraria ai veri interessi di tali popoli. Il conflitto può nascere soltanto per ragioni di egemonia, non per divergenze nella sistemazione dei valori.
È questa una realtà che gli uomini ancora ignorano, ma che si presenta ad essi sotto forma di eventi fatali nella loro tragicità. Marxismo e supercapitalismo hanno una parentela in profondità. Col regime sovietico, ad esempio, data al proletario l’illusione della soluzione del suo problema economico, non si è fatto altro che togliere il capitale dalle mani dei capitalisti per trasferirlo nelle mani di pochissimi che in sostanza debbono dar via all’organizzazione impersonale del cosiddetto supercapitalismo di Stato. Il quale, per motivi “tecnici” e mediante una connivenza di carattere extrapolitico (che per ora diamo come ipotesi di studio) che è profondamente in contrasto con i reali interessi della collettività ormai scientificamente disanimata nello Stato-formicaio, è connesso con il supercapitalismo internazionale.
Solo mediante la finzione rivoluzionaria a cui la dialettica marxista conferisce ampia plausibilità, il supercapitalismo, ostacolato unicamente là dove rimangono nuclei di resistenza spirituale, può marciare alla conquista del mondo sino ad incatenarlo in un sistema ferreo di sfruttamento, dal quale non si sciolga piú.
Ciò può anche spiegare come il supercapitalismo ad etichetta conservatrice abbia giudicato molto piú pericoloso contro il suo disegno il fascismo che non il comunismo sovietico: perché questo, nella sua sostanza determinante, è lo stesso supercapitalismo internazionale con etichetta rivoluzionaria piú adatta all’indole mistica dell’elementare anima russa.
Chi è giocato in tutta questa manovra? Tutti i popoli ormai, nessuno escluso, tutti i proletariati, attraverso gli ossessionati, gli illusi, i fanatici ei disonesti, che si prestano al giuoco.
Ma questo è uno degli aspetti della congiura contro l’umanità, ben piú vasta e complessa, soprattutto per il carattere occulto della sua trama, di contro a cui è data una sola possibilità di resistenza e di superamento: quella di una precisa conoscenza della tecnica del “Maligno” e di una nuova vivificazione cosciente dei valori dello Spirito.

Massimo Scaligero

Da «Architrave» anno I n° 3, Aprile 1948.

www.larchetipo.com/2003/dic03/filosophia.htm

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRIPARTIZIONE SOCIALE
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