FULVIO DI LIETO

FOGLIE (di F. Di Lieto)

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FOGLIE

Un vento di gran lasco, 

un soffio teso, 

preludio di partenze, 

raso ai tetti, 

agita gonfaloni, 

banderuole sposta 

al capriccio dei suoi colpi. 

Quando sarà il momento, 

quale strappo avrà ragione 

del peduncolo che tiene la foglia 

unita al vincolo del ramo? 

Ora lassú, nel sole che declina, 

è un luccicare, un brivido arpeggiante 

degli alberi che sentono, 

insidiato dalla buriana, il popolo vociante, 

già chiazzato di ruggini, scambiarsi, 

da cima a cima, gli echi dell’estate:

il frusciare di nuvole, 

l’azzurro venato d’oro e cremisi al tramonto,

nel crogiolo salino, rara alchímia,

il raggio verde che gli innamorati 

coglievano in un lampo all’orizzonte.

E conchiglie sonore, e voli a stormo, 

orme incalzanti le orme fuggitive.

Tutto questo è memoria che si estenua 

nel febbrile stormire arborescente, 

suggendo al tempo l’ultimo respiro. 

Poi, a un urto piú secco il tronco freme, 

scrolla nel vuoto la sua chioma, 

allenta l’eterico dominio delle linfe.

Cosí la foglia si abbandona 

al flusso della vita che va e che ritorna.

Poiché, se il vento chiama,

deve andare,

leggera, nell’eterno navigare.

 

ARTE, FULVIO DI LIETO, POESIA

SETTEMBRE (di F. Di Lieto)

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.

SETTEMBRE

 

Ai primi tocchi

delle foglie morenti

seguirà il crescendo

della pioggia.

Poi sarà ottobre,

una ruggine

di terra arata

da cui si leverà il fumo

in spirali azzurre.

Tu allora

mi ricorderai l’estate:

risentirò gioire,

l’orecchio sul tuo cuore,

le pulsazioni profonde

di una vita certa,

rivivrò i giorni compiuti,

la bellezza immemore

di nascita e morte.

Presto sarà ottobre:

senti la musica

del vento che trascina

come foglie

le ultime ore d’estate,

lampi di sole,

attimi,

toni che precipitano

verso profondità

dove tutto si consuma.

Così, dopo la pace,

verranno grandi attese,

nebbie,

i semi cullati

nel grembo della terra,

come i sogni nel cuore.

Non rimarrai che te,

la tua vita certa,

la clessidra del tuo cuore

che un semplice moto

basta a rigirare.

E il tempo riprenderà,

più forte.

.

Fulvio Di Lieto

da “SOLTANTO IL CUORE”.

ARTE, FULVIO DI LIETO, POESIA

COORDINATE (Poesia di F. Di Lieto)

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Alcune dannazioni ci tormentano
da sempre fustigandoci a vagare.
Poi restringe la vita cerchi immani
verso l’unico punto: ritroviamo,
luogo ideale fermo sulle origini
dell’Io, l’antica Terra che profonda
riceve longitudini crociate
con vaste latitudini. È il ritorno
dove tutto conclude la sua corsa.
Una perfetta stasi ci ricrea
a un destino solare inesauribile.
E siamo finalmente cosa eterna.

(Fulvio Di Lieto)

ARTE, FULVIO DI LIETO, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

IL LUME ( racconto di F. Di Lieto)

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La mattina di maggio era fresca. Il nonno e la sua nipotina abbordarono con lena la salita.
“Attenta, lì c’è l’ortica!”.
La mano del vecchio era scabra e forte. Idarella vi si aggrappava, usandola, nei tratti più aspri del viottolo, come una liana per sorvolare una buca, altrove per issarsi oltre le improvvise impennate dei gradoni.
“Sei stanca?” le chiedeva spesso nonno Tommaso, e lei si affrettava a scuotere la testolina boccoluta per esprimere il suo deciso ‘no’.
“Ti piace, allora, camminare!” si rallegrava lui.
Percorrevano il sentiero rurale verso il fondo del cugino Alfonso, a Poggio Torello. Un podere abbarbicato, coi suoi terrazzamenti, alle pendici più alte del monte. L’erta fiaccava le gambe, e il cuore della bambina spesso si sfrenava in un concitato galoppo. Lucertole, le prime, guizzavano tra l’erba saponaria infilandosi tremebonde nelle crepe della roccia, nei vuoti tra una pietra e l’altra delle macere che sorreggevano i giardini di limoni e le vigne.
“Se vuoi andare col nonno – aveva detto la sera prima nonna Concetta alla piccola – non ti devi lamentare, e soprattutto lo devi tenere allegro. Ha troppi pensieri”.
Tommaso aveva fatto il pastaio nei mulini del paese per tutta la vita, e forse avrebbe continuato ne! suo mestiere fino all’estrema vecchiaia se non fosse arrivata la guerra. Dopo Caporetto, avevano chiamato al fronte i giovanissimi, e tra questi anche Carminiello, l’ultimo figlio, nato quando ormai dal loro matrimonio non aspettavano altri frutti. Un miracolo, e come tale lo avevano trattato, quasi venerandolo, alla stregua di un dono straordinario.
La guerra, la morte ingiusta, l’incapacità dì colmare quel vuoto: erano questi i pensieri di nonno Tommaso, da due anni ormai, tanto ossessivi da operare una specie di materializzazione del defunto nella sua mente ferita. Per cui Carminiello riviveva fisicamente, carne ed ossa, nel mondo immaginifico del padre. E questi intratteneva veri e propri dialoghi con lo scomparso, cui attribuiva capacità di replica e di interlocuzione. Quando ciò avveniva, il realismo di quella evocazione giungeva al punto che Tommaso parlava ad alta voce animando le argomentazioni fittizie con domande e risposte. Al figlio reincarnato nella sua sfera mentale rivolgeva suppliche, comunicava moti di tenerezza, chiedeva consigli pratici, aiuti di ogni genere, anche di ordine materiale.
“Nonno, mi racconti dei briganti?” la voce della piccola scosse il vecchio dalle sue meditazioni, diradando la cupezza che gli si era stampata sul volto.
“Erano terribili, i briganti – rispose paziente – ma non cattivi. Avevano grandi barbe folte e ispide, lunghi coltelli alla cintura e spezzavano le cinghie di cuoio dei finimenti e delle cartucciere coi denti. Ma quando scendevano alla locanda di mio padre, su alle Pietre Bianche, pagavano quello che prendevano. E con me giocavano persino, mi prendevano in braccio, mi facevano toccare i loro fucili”.
“E tu non avevi paura?”.
“No, non ne avevo. A quell’età, che è poi la tua di adesso, tutto, è bello e misterioso. Mi chiedevo soltanto come facessero a vivere per anni sulla montagna, nelle grotte, senza aiuti da nessuno, senza chiese né dottori. Però, da noi alla locanda compravano anche gli scapolari benedetti della Madonna e dei santi. Ogni anno andavano per devozione alla cappella della Croce, dove sei stata tu giorni fa”.
All’inizio di maggio, pochi giorni prima, si era tenuta la processione dei bambini alla pieve della Croce, un tempietto rustico votivo, non più di un’edicola, eretta dalla devozione di contadini e pastori nella solitudine della montagna, su di un’altura che segnava lo spartiacque tra il versante della costa e la piana di Napoli.
Per un anno intero il Cristo crocefisso attendeva nella sua nicchia ombrosa l’arrivo del corteo con la ressa di vesti candide e fiori. Poche concitate ore di ingenua venerazione, di innocenza eccitata e un po’ teatrale. Le verginelle con i ceri, i chierichetti coi turiboli fumosi, gli stendardi, le preci miste alle risa e al chiacchiericcio incontenibile dell’infanzia spensierata. E infine la commozione al momento del commiato, verso il tramonto, quando tutti avevano ripreso la via del ritorno a valle, portando da quella visita un’emozione che si sarebbe protratta per giorni ancora.
“Quanto durano i fiori tagliati, nonno?” Idarella, ponendo la domanda, pensava ai bouquet lasciati nella cappelletta montana a conforto del Cristo romito.
“Perché me lo chiedi?”
“Abbiamo portato i fiori al Crocefisso. Si sciuperanno presto”.
“Non importa. È bastata l’intenzione, e la fede. A Lui non occorre altro. E le opere buone. Dobbiamo essere buoni con tutti”.
“Anche con le vipere?”.
Per chi andava in montagna la vipera rappresentava l’incontro più temibile. I bambini imparavano presto a stare in guardia contro quel pericolo.
“Le vipere sono timide, e hanno paura dell’uomo. Scappano quando lo vedono. Ma non bisogna calpestarle, allora morsicano”.
“E si muore?”.
“Non sempre. Se viene succhiato subito il sangue dalla ferita, ci si può salvare”.
“Raccontami del serpente con la stella sulla fronte, quello che veniva a bere alla chiusa del mulino dove lavoravi”.
All’incalzante interrogatorio della nipotina, Tommaso opponeva una rassegnata tenerezza. Nella voce insistente, nei gesti e modi di lei quando reclamava affetto e attenzioni, ritrovava la personalità del figlio scomparso, e ciò lo appagava, facendolo uscire dalla gabbia della solitudine e del dolore.
In un punto dove il sentiero spianava, si fermarono a prendere fiato. Tommaso poggiò il carico delle derrate su un muricciolo. Erano gli articoli da barattare col cugino Alfonso: pesce secco, pasta avvolta nella carta blu, sale, farina e soprattutto tabacco da fiuto e sigari. In cambio avrebbe ricevuto uova, insaccati, formaggio, serti di peperoncino e aglio.
“Ascolta – disse ad un tratto allertandosi, con l’indice impresso sulla bocca a intimare silenzio – questo è il cuculo. Deve avere il suo nido proprio lassù, in quel boschetto di frassini” e puntò lo stesso dito verso una folta macchia di alberi irti sul pendio poco sotto la cima del monte. L’uccello flautava il suo richiamo in un gorgoglìo dolce, ovattato dalla distanza.

Giunsero poco dopo alla proprietà del cugino Alfonso. Mentre l’uomo intratteneva il nonno coi vari convenevoli e sua moglie Assunta offriva da bere, Idarella venne fornita di un grosso pezzo di pane scuro intriso d’olio e pomodoro secco.
“Puoi andare a cercare le fragole – disse la cugina Assunta – ma sta attenta alla peschiera, hai capito?”.
La raccomandazione ancora aleggiava nell’aria che Idarella già correva lungo gli alti filari delle viti verso il fondo del podere, dove, in una radura tra gli alberi da frutto, crescevano le fragole. Le pianticelle dalle foglie dentellate ricoprivano per tutta la sua ampiezza lo slargo. Occorreva però scostare le foglie con delicatezza, frugarvi sotto tutt’intorno, per trovare quelle delizie rosseggianti.
La bambina si dedicò febbrilmente alla ricerca, e quando ne scovava intervallava il loro aromato sapore al gusto scialbo del pane condito.
Quando ne ebbe a sazietà, si dedicò alla perlustrazione della peschiera per l’irrigazione, un ampio vascone di pietre e calce ricavato a ridosso della parete rocciosa. Le piogge e i rigagnoli che scorrevano giù dalle pendici ne alimentavano il contenuto. L’acqua raccolta al suo interno, dopo aver sedimentato, appariva tersa e immobile. Faceva da specchio al cielo e ai greggi di nubi che lo percorrevano dal mare alle cime dei monti. Solo le straordinarie idrometre increspavano la superficie di quello strano lago in miniatura. Gli insetti dalle lunghe zampe e antenne remigavano da un lato all’altro della piscina, tracciando una scia variopinta.
La piccola guardava affascinata quel prodigio bizzarro, con il mento appoggiato sui bordo ricoperto di muschio. Neppure le fragole valevano il mistero di quelle creature più leggere delle piume, capaci di camminare sull’acqua senza mai affondare.
“Il pranzo è pronto!” sentì la voce della cugina Assunta chiamare dalla casa.
“Perché non hai mangiato tutto il pane?”.
“Preferisco le fragole”.
La donna rise a quella sfrontata sincerità.
Pranzarono sotto la pergola, sul retro della fattoria: pasta al ragù, frittata col pecorino e per finire un dolce rustico fatto dalla cugina, farcito con crema di limone, graditissimo. Il nonno e il cugino Alfonso, virilmente, tra una portata e l’altra indulsero negli assaggi di pinzimonio con sedano, peperoncini e aglio, intingendo tocchi di pane nella terrina posta al centro della tavola. Poi, dopo il caffè e i saluti di prammatica, il vecchio e la bambina presero la via del ritorno.

Il cielo aveva cominciato ad imbronciarsi già durante il pranzo. Grossi nembi gonfi e violacei, partendo dalla linea dell’orizzonte, avevano invaso il cielo fino a coprirlo del tutto.
“Affrettiamoci” aveva consigliato nonno Tommaso.
Conosceva gli umori capricciosi di maggio, con gli improvvisi temporali pomeridiani, ma questo prometteva di essere un uragano coi fiocchi. Strinse più forte la mano della bambina e l’involto di stoffa contenente i presenti ricevuti dal cugino.
La natura si era come irrigidita in un silenzio rarefatto e totale, in previsione della pioggia.
Questa venne prima sotto forma di goccioloni sparsi che esplodevano crepitando nell’impatto con le pietre della via, con le foglie e i rami degli alberi, poi infittendosi via via che la tempesta aumentava d’intensità. Scrosciò alla fine, flagellando la terra dalla quale la polvere si alzava in colonne biancastre.
“Ci dobbiamo riparare! – avvisò nonno Tommaso. E poi aggiunse – Hai paura?”.
La bambina scosse la testa sotto il lembo della giacca che il vecchio le aveva poggiato addosso per ripararla.
Alla pioggia violenta si unirono fulmini e tuoni: palpiti magnetici e scoppi che si schiodavano dalle nuvole basse deflagrando vicinissimi.
“Gesù, aiutateci!” implorò nonno Tommaso appena dopo che una di quelle saette, avendo zigzagato per l’aria cupa, si era infilata in una macchia di sorbi con uno schianto tremendo. Preso dal panico, il vecchio lasciò cadere le derrate che trasportava e strinse più forte a sé la bambina, procedendo a ridosso del terrapieno che fiancheggiava la strada sul lato interno.
La nuvolaglia si era abbassata, avvolgendo i due viandanti spauriti in un tenebrore che impediva di scorgere il tracciato del viottolo. Nonno Tommaso avanzava a istinto, poggiando con cautela estrema i piedi tra le asperità del terreno: uno dopo l’altro, gradone dopo gradone, nel rombare incessante della bufera, scandito dal rantolare strascinato dei tuoni e le vibrazioni elettriche dell’aria. Si mise a parlare col figlio:
“Carminiè, non te lo chiedo per me, ma per questa piccirella che è un’anima innocente come eri tu. Aiutaci a trovare la strada, per carità di Dio!”.
Con chi stava discorrendo il nonno? si chiese Idarella. Facendosi coraggio aprì uno spiraglio nel riparo di stoffa che la ricopriva. E vide, riuscì a ravvisare un lume. Sì, era una specie di fiammella che danzava sospesa a mezz’aria poco più avanti, precedendoli. Non era una lanterna come ne usavano spesso in paese per camminare di notte, e neppure una torcia stearica nella sua campana di vetro. Si trattava di una fiamma nuda, senza alcun sostegno o riparo, dorata, un alito luminoso che iridava nel punto da cui nasceva. Come un arcobaleno, o una farfalla di fuoco. La fiammella si librava nel vorticare di acqua e vento senza spegnersi, a tratti persino avvivandosi.
“Nonno, guarda, c’è una luce davanti a noi. Ci sta mostrando la via. Dobbiamo seguirla!”.
Il vecchio si sforzò di penetrare il lividore dell’aria con i suoi occhi stanchi, ma non riuscì a scorgere quello che la nipotina gli stava indicando.
“Non vedo nulla!” rispose sconsolato.
Idarella uscì da sotto il riparo della giacca e, incurante della pioggia che l’inzuppava tutta, prese la mano di nonno Tommaso.
“Vieni – disse premurosa e decisa – ti guido io!”.
L’uomo si affidò alla tutela della bambina e insieme percorsero il sentiero in discesa dietro quella portentosa staffetta.
Al bivio della Casa Rossa si fecero udire le voci di nonna Concetta e degli altri della famiglia che si erano mossi alla ricerca dei due dispersi.
La fiammella esitò per un attimo a quei rumori, alitò più forte ai richiami umani che riportavano la sicurezza e la vita. Palpitò con maggiore intensità come ogni fuoco prima di spegnersi per sempre.
Poi transitò veloce al di sopra delle teste di Tommaso e Idarella, confondendosi al vento che ne divorò il bagliore.
“Ma come avete fatto a trovare la strada in questo diluvio?” chiese la nonna.
“Siamo stati aiutati da una luce nell’aria!”.
E siccome la donna aveva assunto un’aria incredula, Idarella le puntò addosso due occhi severi:
“Ci devi credere, nonna, io l’ho visto quel lume. Brillava come una stella e si muoveva per indicarci la via”.
“È vero quello che dice la bambina?” insistette Concetta rivolta al marito. Ma questi non rispose.

Il vecchio si chiuse in un mutismo assoluto per giorni. Soltanto con la nipotina scambiava occhiate allusive, in una sorta di complice intesa. Quando gli capitava di trovarsi a tu per tu con lei, lontani dalla presenza indiscreta degli altri, le domandava:
“Dimmi, com’era quella luce?”.
E Idarella, sgranando gli occhi neri, spiegava:
“Sembrava il fuoco del camino quando brucia il ceppo, ma era molto più bella, perché aveva dentro tutti i colori…”.
“E come si muoveva nell’aria? Fammi vedere!”.
“Così…” la mano della bambina si apriva distendendosi, oscillava, fluttuava.
Gli occhi del vecchio la seguivano incantati, un po’ umidi perla commozione, un po’ tristi quando, terminata quell’innocente magia, le minuscole dita si richiudevano.

Fulvio Di Lieto

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ARTE, FULVIO DI LIETO, POESIA

RITO DI PRIMAVERA (di F. Di Lieto)

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I glutini vischiosi ancora avvolgono 

i nostri corpi, inadeguate ali
stentano a distaccarsi dagli alveoli,
dai gusci di crisalide.

Mutiamo dentro la scorza dove si perpetua
una vita piú alta, che prescinde
dalla carne e dal sangue, ci trascende.

Nel fresco alone di un’acacia in fiore
l’anima colma di stupore canta.

Una luce affilata incide il giorno:
il profilo dei tetti ricavato
nell’etere turchino si delinea:
torri, verande, chiome verdeggianti
di alberi che mettono le foglie
o percossi dal vento già si spogliano
dei loro inimitabili candori.

Con l’estro culminante dei cipressi,
plasmano cirri i sogni della terra.

Nell’inesausta lotta per durare,
la pietra sfida l’aria, ma si sfalda:
grifi, leoni, satiri si arrendono
alla lebbra dei secoli: corrosi,
saranno anch’essi polvere. Ma tu,
anima sempre nuova, tu vivrai,
ripeterai la tua segreta storia,
nel tuo strenuo persistere, l’arcana
musica delle sfere ti accompagna.

Leggera, ad ogni maggio, danzerai
nel fresco alone di un’acacia in fiore.

(Fulvio Di Lieto)

ARTE, FULVIO DI LIETO, POESIA

AGOSTO (di F. Di Lieto)

Quercia

Perdona
la solitudine della quercia
che vive la sua estate
e attorno non ha
che note dimesse
nel canto della cicala,
la crudele lussuria
dei rovi,
i bagliori della pietraia.
Certe ore del giorno
sono una terra estrema,
un approdo oltre il quale
avvertiamo l’ignoto,
un ultimo scoglio
nel mare del tempo…
Perdona
queste ore che tessono
le tele fatue
che altre ore disfanno,
il canto del nostro cuore
dimesso.

(Fulvio Di Lieto)

 

ARTE, FULVIO DI LIETO, POESIA

RESURREZIONE (Una poesia di Fulvio Di Lieto)

alberi

(Alberi – Marina Sagramora)

Resurrezione
.
L’ipertrofia di vita è un fuoco verde
che sale dalla terra e accende il nespolo
di fiamme acute nelle nuove foglie,
e zagare candiscono il melangolo
e preparano incensi con cui giovani
sibille scandiranno vaticíni
interpretando il corso delle nuvole
e i flussi delle acque riemergenti
da polle imprigionate nella neve.
Tutto risorge, tutto si divincola
da terrestri catene, e cerca liberi
spazi di cielo in cui saggiare ali
e vuoti d’aria, e noi, materia effimera,
nella brama di esistere, provare
l’ignota ebbrezza dell’eternità.
.
Fulvio Di Lieto
ARTE, FULVIO DI LIETO, PASQUA, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ALBERO (Poesia di F. Di Lieto)

Cedro (2)
*
L’Antilibano ha cedri secolari,
li sfiora il vento del deserto, il mare
vi porta odori sapidi. Dall’Hermon
un fiume antico quanto il mondo nasce
e si dipana lungo la Bekaa,
nell’acqua cristallina fiori cremisi,
segno che il Dio rinasce. Primavera
ha questi annunci. L’albero trasale
perché uomini vengono e lo toccano,
saggiano la sua scorza. “Perché io?”
scuotendo i rami chiede, mentre incidono
le accette il tronco, e mentre ormai ferito
colpo su colpo inclina il baricentro
e cade a precipizio in mezzo ai petali
di mille viole. Giace, lo sezionano
in varie parti. Due piú grandi fanno,
se accavallate, una robusta croce.
“Perché? – si chiede l’albero fremendo,
ora diviso.- A che questo sinistro
congegno ricavato dal mio corpo?”.
“Vi farà il nido l’uomo crocifisso”,
risponde il vento dal Mar Morto, vento
che ha sale nel suo fiato e brucia l’aria.
Fitto nel sasso arido, sostegno
di un Dio disceso a vivere l’umano,
Lui sarà lí sul Golgotha, in attesa
che dal sangue versato si propaghi

linfa di vita nuova, e rifiorisca.

.
Fulvio Di Lieto
ARTE, FULVIO DI LIETO, PASQUA, POESIA

NEL CROGIOLO (di F. Di Lieto)

crogiolo

NEL CROGIOLO

Poiché la forma si degrada e varia
in corrotta materia, e la bellezza
tradisce col trascorrere degli anni,
e la mano ferisce se ripudia
l’oggetto di un amore alla sua fine,
per non patire queste immani offese,
ecco, mi rendo a una placata inerzia,
a una stasi privata di ogni pena,
libera da moventi di passione.
Dico al mio cuore: férmati, ho trovato
il momento sublime, il dolce attimo
in cui dolore e gioia, tempo e sangue
ghiacciano il loro fiume diventando
calmo diamante, equilibrata pace.
E la mia mente un silenzioso lago
con sereni vascelli di pensieri
all’ancoraggio, finalmente paghi
dei peripli incessanti, dell’ozioso
vagabondare che riporta il viaggio
sempre al suo punto di partenza. Ho spento
sulle mie tempie l’onda inesauribile
del recidivo fuoco cui si accendono
i desideri, e la mia fronte splende
viva di quieta luce, ormai dissolte
in me le inesaudibili speranze.
Ma non è questa la mia sorte, né
il segnato destino. Occorre scendere
nel vortice, saggiare la veemenza
del turbine, salvare la fugace
dolcezza, nonostante la tempesta
che spinge il mondo alla brutalità,
farsi scudo nel vento per la fiamma
che rischia di morire, e della musica
alta, vibrante, della interna voce,
facili ostaggi di un sentire muto,
rendersi testimoni. Consumare
nel rogo della vita ogni tessuto
del nostro corpo. È quanto ci richiede
l’invisibile essenza: di provare
cosa valiamo esposti ai reiterati
oltraggi, alla violenza degli eventi,
ai colpi inevitabili del male.
E quando finalmente il logorìo
avrà fatto di noi combusta cenere,
da smembrate parvenze allora, forse,
il primo fiato e la bontà paterna
ci chiameranno a esistere, saremo
infinita radianza, eterno seme.

.

Fulvio Di Lieto

***

www.larchetipo.com/1998/feb98/poesia.htm

L’Archetipo, febbraio 1998 – Poesia

Fulvio Di Lieto | Il sito ufficiale

ARTE, FULVIO DI LIETO, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

NEL PRESEPE (di F. Di Lieto)

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NEL PRESEPE

I tre re Magi vanno in fila indiana
incolonnati sul termosifone:
un africano, un arabo, un caldeo.
A ruota segue un docile cammello,
portando masserizie e vettovaglie,
all’occorrenza serve da trasporto
dovesse uno dei tre venire meno,
provato dalla lunga camminata,
reggendo in mano i segni dell’ossequio:
l’incenso, l’oro e il balsamo di mirra.
In alto fa da guida la cometa
lucente nei suoi guizzi di stagnola
e avviva a tratti la scenografia
di cartapesta che non varia mai,
da secoli la stessa, ripetuta
nei soliti cliché codificati:
pastori, pecorelle, cherubini,
il ponticello a gobba di somaro,
un lago col mulino, una massaia
rubizza in viso, il cèrcine sul capo
sormontato da un cesto d’uova fresche.
E poi cafoni sparsi coi regali:
caciotte, serti d’aglio e di castagne,
mappate di leccornie e le fascine
adatte per diffondere calore
nella capanna dove il Redentore,
allo scoccare della mezzanotte,
verrà a giacere nella mangiatoia
atteso da Giuseppe e da Maria.
Conosciamo la storia e i figuranti,
il canovaccio, le battute e i tempi,
gli effetti delle luci e la regia.
Ma quello che piú incanta dell’insieme
è l’espressione d’estasi beata
che trasfigura tutti i personaggi,
rendendoli paciosi e soddisfatti,
fiduciosi dell’oggi e del domani,
sicuri che gli eventi prenderanno
la piega giusta, che realizzeranno
i sogni di ciascuno, le speranze.

Cosa distingue la cosmogonia
felice del presepe dalla nostra
di cittadini oppressi, martoriati
dalle nevrosi d’ogni tipo e grado?
Innanzitutto non ci son bandiere
che impongano la fede nazionale,
mancano i passaporti e le frontiere,
una è la lingua, uno l’ideale.
Nessuno grida “A morte!” oppure “Abbasso!”,
sono aboliti pulpiti e tribune,
blasoni, stemmi, le camicie brune
o rosse o bianche, a strisce o ricamate.
Ognuno veste come l’estro vuole,
usando stoffa semplice e colori
dettati solo dalla fantasia.
Non ci sono filosofi e maestri,
parlamentari, fiscalisti ed altri
impegnati a dividersi la torta
delle risorse pubbliche e private.
Inoltre le signore del presepe
indossano vestiti castigati,
sottane lunghe, zinaloni e cioce,
non fanno le civette coi signori,
e questi son garbati, gente a modo,
come conviene a chi sta percorrendo
la strada che conduce alla dimora
dove la Verità viene alla luce.
Questo è il presepe casalingo, un eden
montato tra il buffet e la libreria,
popolato da uomini di gesso
piú veri dei modelli in carne e ossa.
E noi che li mettiamo tutti gli anni,
ficcati nella sabbia e segatura,
in fondo ne invidiamo la ventura
di credere nell’astro che dal cielo
rischiara il buio per i loro passi,
e il mondo inerte libera dal gelo.

Fulvio Di Lieto

F. Di Lieto, Spazi di fuga, Ed. Il Ventilabro, Roma 1994

(NATIVITA’ – acrilico su tela di Giuseppe Solimando)

 

ARTE, FULVIO DI LIETO, POESIA

DEDIZIONE ( di F. Di Lieto)

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🟢

È mattino e il barbiere sta innaffiando
il filodendro suo da molti anni,
dopo averlo portato dal negozio
fuori per strada, lungo il marciapiede.

Ne ripulisce il fusto, ne ravvia
con gesti premurosi gambi e foglie,
rito d’amore, culto protettivo.

Nonostante feroci liturgie
e congiure di morte quotidiane,
malgrado tante ingiurie, sopravvive
questa città fedele che sottrae
nascosti paradisi, lievi aure,
ai colpi infaticabili del Male.

Potrà salvarci forse dall’inferno
un atto solitario, senza calcolo,
la sfida reiterata dell’umano
che vuole, proteggendo la bellezza,
angelicare il mondo e la materia,
la carne sublimando di cui schiava
è l’anima, sostanza trascendente.

Sarà l’azione forse di un barbiere
che innaffia con amore un filodendro
a riscattare il giogo che ci opprime,
facendo di Babele il nuovo eden
e d’ogni giorno il tempo che redime.

 (Fulvio Di Lieto)

ARTE, FULVIO DI LIETO, POESIA

ASSUNZIONE

 

assunzione

*

ASSUNZIONE

 Annunciato da un palpito di luce,
un gioco d’ombre rimestate, un soffice
contatto imponderabile col mondo,
è tornato da me. Ero in giardino.
Come quel giorno, ha chiuso le sue ali
e genuflesso mi ha parlato, ha detto
che Lui mi attende in cielo. È la mia ora.
Avrò corona e trono, poiché fu
Spirito umanizzato nel mio grembo.
Dal mare un vento tiepido, una lieve
brezza ha sfiorato l’erba, ha scompigliato
i tralci, i rami, scosso le sue piume.
Il Messaggero si è confuso, ha impresso
un sorriso infantile, disarmato
alle labbra sottili che non hanno
mai baciato, mai sussurrato amore
se non per Lui, per le divine Essenze,
per modulare eteriche armonie.
«È tempo» ha ripetuto. Mi ha toccato
con le sue dita immateriali: un vortice
mi ha sollevato luminosa in volo.

(Fulvio Di Lieto)

ARTE, FULVIO DI LIETO, POESIA
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