Maggio 2013

EQUIVOCO E SCIAGURA DELL'ATTIVISMO

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L’Universo è Uno. Il Mondo è Uno. L’Universo-Mondo è l’Uno: l’Uno-Tutto, o l’Uno Unissimo come lo chiamavano, e ancora lo chiamano, la filosofia pitagorica, quella platonica e l’idealismo magico di ieri e di oggi. Su questo punto la Sapienza d’Oriente e d’Occidente, la Sapienza antichissima e quella dell’attuale audace sperimentatore dello Spirito, sono perfettamente d’accordo: hanno, nell’essenza, l’identica posizione. Variano solo gli strumenti di realizzazione.

L’Universo-Mondo è Uno, ed è l’Uno, e proprio per questo Esso è atto, non fatto: è l’atto di essere, e non cosa già fatta, oramai già stata, il morto passato, bensì è: atto sempre incessantemente creante e creantesi, eternamente diverso e al contempo uguale. E questo atto di essere, che è l’Uno Unissimo, è conoscenza, è essere conoscenza, è l’atto stesso di essere la conoscenza, ed è inoltre coscienza, perché non vi può esser conoscenza che non sia al tempo stesso coscienza. Questa coscienza, questa conoscenza, è l’Uno, ossia il Logos. E fuori di questo conoscere, di questo unico atto del conoscere, che è conoscere l’Uno, ossia l’Unico, l’Uno che conosce interamente l’Uno-Tutto, il Logos, al di fuori di questa unica interezza, non vi è né può esservi alcunché.

Questo unico atto del conoscere, attraverso il quale l’Uno interamente conosce il Tutto, ovvero si conosce come il Tutto, che in quanto tale non può che essere unico, è coscienza. In esso atto, nella intuizione, Colui che conosce – interamente conosce – l’Atto medesimo del conoscere – la Gnosi o Conoscenza integrale – e Ciò che viene conosciuto, sono Uno: sono, appunto, l’Uno, il Logos. Questo supremo unico atto del Conoscere, non essendo dispiegato nel tempo – che non può avere fuori di sé – né tampoco in uno spazio – fonte della esteriore frantumazione o apparente divisione, dalla quale sorge illusoria molteplicità – non può che essere folgorante pensiero vivente. Pensiero vivente che non può avere fuori di sé qualcosa di non conosciuto o da ancora conoscere e, a maggior ragione, non potrà mai avere davanti a sé o fuori di sé un inconoscibile, che non può o non potrà essere da esso conosciuto. Il mero esistente, il fatto, la cosa, non sono qualcosa che possa sussistere prima e fuori del conoscere, ossia dell’atto del pensiero, che lo conosce. Ossia che lo conosce creandolo in sé, e non trovandoselo già esistente fuori di sé – come fosse un sasso nel quale inciampa il piede del distratto viandante, sasso che sarebbe stato proprio lì, già esistente, pronto ad urtare l’inconsapevole piede del trasognato viandante, del quale la posteriore consapevolezza e coscienza si accenderebbero, per reazione e passivo riflesso, solo dopo e per merito dell’urto con l’inerte sasso.

L’audacia, il coraggio veramente temerario di Massimo Scaligero, è sperimentare che il Mondo, l’Universo è Uno, giungere a sperimentare che tutto è nel pensiero e nulla è fuori del pensiero. Mostrare la Via, la Via Regia, la Via Aurea, la Via Solare nella quale tale temeraria esperienza si invera: l’audacia temeraria di proclamare la verità, paventata come ‘pericolosa’ dalle anime pavide, che nulla può esserci prima, o dopo, o fuori, o senza il pensiero, senza l’atto del pensare vivente, senza la coscienza che si attui nel pensare vivente. L’audacia di indicare la Via per sperimentare concretamente che questo creante pensiero-folgore, questo creante pensiero vivente, questo pensiero che è atto puro, ossia atto interamente in atto, interamente attuantesi, è vivente pensare che in sé può avere unicamente pensiero, non cose, o fatti. Il pensiero – per esprimersi paradossalmente – è una prigione dalla quale non si può fuggire, perché non ha mura.

«Il conoscere non può avere nulla innanzi a sé che non sia conoscibile. Ciò che gli è dinanzi gli può essere dinanzi perché è già conoscenza: anche se non avvertita. L’esserci presuppone il conoscere. L’esserci è già pensiero» (Massimo Scaligero, Trattato del Pensiero Vivente, Cap. 30).

Questa Via Regia, che Massimo Scaligero afferma essere «la piú nuova perché la piú antica», cela in sé l’arcano della segreta identità tra l’essere e il pensare. Quella segreta identità della quale parlavano Parmenide di Elea e i Pitagorici della Scuola Italica, quella stessa identità che ritroviamo nei Veda, nelle Upanishad, nel Vedanta Advaita, nel Buddhismo Maha­yana, nel quale vi fu una Scuola, lo Yogachara, fondata dal grande asceta Asanga, il quale, essendosi innalzato nella meditazione sino al cielo di Tushita, ricevette ivi dal Bodhisattva Maitreya (come viene ricordato da Massimo Scaligero nella Via della Volontà solare) la dottrina della vijñâpti­matra, o della “sola coscienza”, la quale afferma essere il mondo nul­l’altro che coscienza, e solo atto ed esperienza della coscienza, senza una oggettività materiale, che vi stia alla base come un indipendente “sostrato”. Una tale conoscenza trascendente folgora come “illuminazione” nel­l’anima dell’audace sperimentatore come virtù della Prajñâparamitâ è, ovvero, nel linguaggio dei Nuovi Misteri, della Iside Sophia.

Sapienza trascendente, che portando l’asceta all’unione con il Logos, con l’Uno, restituisce o risveglia nell’anima l’originaria virtù androginica, congiungendo il pensare e il percepire, il pensiero e la volontà, riaccendendo nel cuore la virtù di quel sentire celeste, che Massimo Scaligero chiama “trascendenza visibile”, presenza della risvegliata e liberata Iside nell’anima dell’asceta.

Partendo da una tale premessa, si concepisce come per l’asceta non vi possa essere l’illusione di una azione che non sia una radicale azione interiore. La contemplazione, come azione interiore, si rivela essere la più potente e travolgente forma di azione, la quale, inverandosi nel contemplatore, radicalmente trasforma il mondo: l’atto concretamente rivoluzionario. Se il mondo viene risolto nell’atto della coscienza che lo conosce, è sulla coscienza che si deve agire, o meglio è la coscienza medesima che deve agire su se stessa, perché vi sia nel mondo un mutamento radicale.

Oggi non mancano certo gli agitati agitatori, i quali, ignorando il Mondo Spirituale, o mondo causale, si muovono a tentoni in un mondo di effetti, barcollando e cadendo come ciechi ubriachi. Mancano i pensatori, i meditatori, gli intuitori dello Spirito, gli ardenti praticanti interiori, ovvero sono ancora troppo pochi. Una insufficiente azione interiore porta facilmente a pensare come necessaria l’azione esteriore, l’azione cosiddetta “impegnata”, nel mondo dell’apparente molteplicità esteriore, che non è il vero mondo, non è il mondo dell’Uno-Logos, il cui Regno non è di questo mondo. Non ci si rende conto che, essendo in uno stato di tramortimento o di alienazione rispetto all’autentico stato di veglia, non è l’Io, unito con l’Uno, ossia con il Logos, che agisce, bensì è l’anima, anzi la psiche o la parte dell’anima asservita alla corporeità, che patisce, subisce passivamente l’agitazione dell’aspetto illusorio del mondo che – come viene ammonito nel Trattato del Pensiero Vivente – si fa coartante potenza interiore, sete o brama di vita perennemente delusa.

L’illusorio mondo esteriore, con la sua frantumata molteplicità, non è il Logos-Universo, non è l’Uno-Logos, bensì è l’alter-azione (il farsi altro), o l’alien-azione (di nuovo il farsi altro o straniero) dell’Uno, compiuta dalla poco consapevole e fiacca coscienza umana. Il mondo reale, come è stato mostrato, sperimentato sub specie interioritatis, è radicalmente interiore, e solo uno stato di ottenebramento, di follia, di ubriacatura, di radicale ‘ignoranza’ porta a cercare in una inesistente ‘realtà’ esteriore, quel che l’Io, uno con il Logos, già possiede nella sua essenza interiore. Da qui l’equivoco di un attivismo – culturale, politico, sociale, o anche ‘spirituale’ – che nella passiva agitazione esteriore è la caricaturale deformazione di una obliata, carente, evitata azione interiore.

La dispersione nell’illusoria frantumazione esteriore è inevitabilmente un ostacolo paralizzante per l’unificante concentrazione interiore. L’attivismo, essendo un’azione scollegata dall’Io, un’azione priva quindi dell’Io, del principio autenticamente responsabile, non può che essere un’azione contro lo Spirito, il quale non è conosciuto, una irresponsabile azione basata sulla ‘ignoranza’, e sulle sue necessarie conseguenze: brama, paura, avversione. Un’azione disordinata, espressione delle forze del ‘caos’, che lottano contro l’ordine cosmico, contro lo Spirito, un’azione che produce solo ulteriore offuscamento e diminuzione della coscienza, e soprattutto sciagure e dolore.

Il massimo del “caos”, e inevitabilmente il massimo dell’ignoranza, dell’equivoco, della sciagura, si viene a creare allorché l’insufficiente consapevolezza e la fiacchezza dell’azione interiore nell’attivo pensare ascetico portano all’illusione di una possibile azione dell’elemento spirituale o esoterico nella politica, che è come versare pura acqua di fonte in un putrido stagno: si arriva solo a rimuovere il fango del fondo e a intorbidare la limpidezza dell’acqua versata. Accade sempre che l’uso sedicente esoterico della politica si risolva regolarmente in un autentico uso dell’esoterismo da parte della politica, ossia in un vero tradimento.

L’audace azione interiore di asceti del pensiero, di asceti fervidamente dediti al Rito della concentrazione, al Rito della resurrezione del pensiero dal cadavere della morta riflessità, consacrati al Rito della meditazione individuale solitaria o in comune con altri asceti, è l’azione più alta e potente che l’essere umano può compiere sulla Terra. Ma anche quella piú drammaticamente urgente, e la più fraterna, e ‘compassionevole’, pur essendo la meno sentimentale.

«In ogni momento, il pensare vivente, sia pure di rari asceti, può dare chiarezza e positivo svolgimento all’esperienza umana. Pochissimi sono sufficienti a operare per l’intera comunità, perché un solo pensare fluisce nel pensiero dei molti: la trascendenza si fa immanente là dove il pensiero attua la potenza della Resurrezione. Realmente tale pensiero vince la morte» (op.cit. Cap. 37).

Questo è l’eroismo interiore richiesto a coloro che vogliono, per amore dell’Io Sono, dell’Io-Logos, dell’Uno Unissimo, consacrarsi con assolutezza ad un’opera che è al tempo stesso Conoscenza e Amore.

( www.larchetipo.com )

 

SCIENZA DELLO SPIRITO

L'ARCHETIPO – GIUGNO 2013

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In questo numero:

Variazioni
A.A. Fierro Variazione scaligeriana N° 52

Socialità
O. Tufelli Ponti

Poesia
F. Di Lieto Vittime

Botanima
W. Pelikan Le virtú del caffè

AcCORdo
M. Scaligero Il sentiero del silenzio

Il vostro spazio
Autori Vari Liriche e arti figurative

Spiritualità
R. Steiner Il Faust di Goethe

Considerazioni
A. Lombroni L’insostenibile leggerezza del non-essere

Pubblicazioni
F. Di Lieto Il ritorno del Guerin Meschino, di Luca Negri
M. Sagramora
Questione di peso…

Ascesi
F. Giovi Aspro e duro è il terreno…

Musica
Serenella L’ABC della musica

Medicina
F. Burigana I protocolli Banerji

Scienza dello Spirito
R. Steiner Le Gerarchie spirituali

Spiritualismo
P. Cammerinesi Pensare, sentire, volere

Uomo dei Boschi
R. Lovisoni Il libro

Inviato speciale
A. di Furia Intelletto e sentimento in evoluzione

FondaMenti
H. de’ Paganis Equivoco e sciagura dell’attivismo

Esoterismo
M. Iannarelli Nessi esoterici del testamento di R. Steiner

Tripartizione
A. Riccioli, F. Fabiani Wala – Intervista ad Antal Adam

Misteri
M. Mazzeo L’enigma di Kaspar Houser

Costume
Il cronista Novanta

Redazione
La posta dei lettori

Siti e miti
L.I. Elliot Cafarnao e dintorni

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA VIA DEL GUERRIERO

la casa del guerriero .

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(Le style c’est l’homme)

Bushidô no kokoro*

Nel 1899 venne pubblicato a Tokyo un libro in lingua inglese del dottor Inazô Nitobe.
Il titolo era “Bushidô, the Soul of Japan”. Ebbe rapida diffusione: ristampato dieci volte e venne tradotto nelle principali lingue del mondo. La prima edizione italiana è del 1917.

Essenza del bushidô*.

Tradotta spesso letteralmente significa “Via del Guerriero” ed è usata (e diluita) come un codice formativo dell’onore e del dovere, sino a diventare una etica di condotta professionale.

Perdendo via via i suoi connotati che hanno radici nel pre-razionale e nel metafisico.

Su di un piano esteriore il bushidô è la morale che regola l’azione del guerriero e disciplina il suo animo, ma il carattere più profondo si correla all’idea di dharma.

La legge dello kshatriya (guerriero) è il combattimento e la morte, perciò solo la fedeltà al proprio dharma può consentirgli la realizzazione spirituale ed il trascendimento della condizione umana comune.

Nel Bhagavad Gîtâ il dio Krishna dice ad Arjuna: “ Considera il tuo dharma, non puoi esitare. Nessun ideale è più alto per un guerriero che un giusto combattimento. Felici i guerrieri, o Pârta, che arrivano in modo spontaneo ad un tale combattimento: una porta aperta verso i Cieli”

L’azione è spiritualmente efficace se è conforme alla natura interiore di chi la compie.

designa la Via: l’ideogramma antico è composto dalla grafica di tre cose: una strada, la testa di un maestro e due piedi. Si tratta del discepolo che segue il Maestro sulla Via. La “Via” è il processo immanente della Realtà: in conformità all’Ordine celeste per riconnettersi al Principio.

Per il buddhismo mahayanico i nipponici usano due termini: târiki (l’aiuto di un altro) e jiriki (il fare da sé).

Nell’ambito di una dottrina jiriki, ogni presenta un aspetto esterno e uno interno. L’interno è il cuore, l’essenza della Via. E’ l’insegnamento esoterico che si chiama hiden.

Qual’era il nocciolo (hiden) del bushidô? La Via del Guerriero o “Zen dei Samurai” come forma autonoma di ascesi.

Il completamento dell’azione eroica era la morte in battaglia o il suicidio con il rito del seppuku. Se tale non era la conclusione, il guerriero si ritirava in un monastero zen.

Nell’Hagakure (testo del XVII secolo): “Bushidô significa la determinata volontà di morire. Quando ti troverai al bivio delle vie e dovrai scegliere la strada, non esitare: scegli la via della morte. In ciò non porre alcuna speciale ragione e la tua mente sia salda e pronta. Qualcuno potrà dire che, senza obbiettivo, sarà la morte di un cane. (…) Nel caso che tu muoia senza raggiungere un obbiettivo, la tua potrà essere una morte da cane, la morte della “pazzia”, ma non ci sarà alcuna macchia sul tuo onore. (…) Quando la tua determinazione di morire in qualunque momento sarà stabile nel tuo animo tu avrai raggiunto l’apice dell’ammaestramento del bushidô.”

Yamatodamashii,Yamatogokoro e Bushidô sono i tre nomi uniti da un simbolo comune: sakura, il fior di ciliegio giapponese.

Tamashii è l’azione di tama o mitama cioè dell’essenza che sopravvive alla morte fisica. Yamatogokoro è il cuore di yamato. In senso traslato si traduce come anima, spirito, coscienza. In questa espressione è contenuto il sentimento del mono no aware (commozione delle cose) che rende partecipi del ritmo sacro della natura e della compassione per la bellezza dell’effimero.

Se qualcuno domanda
qual’è l’anima dello Yamato:
è un fiore di ciliegio
che profuma il sol levante.

Scriveva il prof. Shimazu: “I Samurai sono l’incarnazione del bushidô, attraverso gli insegnamenti del fior di ciliegio”.

Il mono no aware è il sentimento che si prova contemplando la bellezza del ciliegio in fiore. La bellezza effimera del sakura ricorda la caducità della vita. Nel fior di ciliegio la natura si rivela pura come adamantina è la lealtà del Samurai. La fragranza del sakura è simile al nome onorato del Samurai, che detesta la codardia e si sforza di lasciare dietro a sé un nome fragrante e imperituro.

Il fior di ciliegio, giunto a completa fioritura, cade repentinamente, così l’ideale del Samurai è morire combattendo senza rimpianto all’ora giusta.

Tra i fiori il ciliegio;
Tra gli uomini, il guerriero.

Il pianto del Samurai, così frequente negli addii, lascia sorpreso l’occidentale: è il duplice aspetto dell’animo guerriero: l’imperturbabile calma di fronte alla morte e la sensibilità gentile affinata dal mono no aware. Il sakura è il Samurai ed il bushidô è Yamatogokoro.

Per finire, vorrei ricordare una figura leggendaria, piuttosto famosa anche dalle nostre parti: Miyamoto Musashi (1584-1645), grande esempio del bushi giapponese. A 29 anni è accreditato di oltre 60 incontri vittoriosi (“allora ho cercato di raggiungere una conoscenza più profonda e, dedicandomi giorno e notte, ho realizzato in me stesso l’essenza di Heiho(1) all’età di cinquanta anni”). Chiamato anche Kensei o Spada Santa, come Lao-Tse, prima della morte raccolse la sua esperienza in un unico libretto, il Gorin-no-sho.

Ne trascrivo alcune righe: “Ku significa “vuoto”. Ku è ciò che non si può conoscere. Praticando la forma, si percepisce il vuoto. Questa è la natura di Ku. (…) Per un bushi, conoscere a fondo la Via, studiando le altre discipline, comprendendo chiaramente il suo dovere senza coltivare ambizioni nel cuore, affinando la saggezza e la forza di volontà, sviluppando l’intuizione ed il potere dell’attenzione, giorno e notte, quando i veli dell’illusione sono scomparsi, allora avviene la comprensione del vero Ku.
Finchè uno resta ignaro della vera via è convinto di essere nel giusto perchè crede nell’insegnamento del Buddha o in qualsiasi altra fede del mondo.
Ma quando assume il punto di vista della Via e vede la realtà del mondo in giusta prospettiva, si accorge quanto divergano quelle vedute a causa dei pregiudizi dell’individuo e delle errate posizioni di partenza.
Giungi alla corretta considerazione prendendo per base la sincerità di spirito e l’onestà interiore; pratica Heiho(1) quotidianamente; sforzati di percepire correttamente e chiaramente la realtà. Fai di ku la tua Via e che la tua Via sia ku.”

(1)Heiho:è l’insieme delle pratiche marziali inteso come Via per la Realizzazione.

Nota: dopo aver quasi finito questa piccola informativa, mi è capitato di leggere un vecchio scambio di opinioni tra leondavid e Balin ( nel vecchio forum ). Non eccedente i confini della creanza ma tumultuoso. In sostanza la tesi dello sconosciuto scrivente era che in un sito sedicentemente antroposofico non si dovevano turbare i lettori con temi e Vie che sono fuori dall’antroposofia e che questo era diabolico o satanico.
Da tale punto di vista quello che ho scritto cadrebbe in queste sulfuree categorie o, da un aborrito “punto di vista antroposofico”, riporterebbe, come minimo, al quarto periodo di cultura post-atlantica.

Chi mi legge sa anche come la penso: innanzitutto sulla libertà mia di scrivere e voi di leggere e sulla Libertà stessa. Mi pare inoltre penoso ficcare, come pecore e pecoroni, gli antroposofi in una sorta di “rifugio sicuro” che si rivela piuttosto una gabbia istituzionalizzata con ogni frammento possibile dell’Opera Omnia di Steiner o peggio, di fiacchissimi portavoce.
L’unica cosa su cui concordo con G. Kulewind è che, al contrario, farebbe un sacco di bene a moltissimi antroposofi impantanati, imparare anche virtù da fonti come lo Zen, ad esempio.
Il “sapere” è una mera potenza che non si trasforma quasi mai. Ma sfidare il proprio microcosmo concettuale, metterlo in moto, costringerlo a nuove prove (idee) è uno dei movimenti elementari e necessari sulla strada della conoscenza…almeno finchè i limiti di essa non siano ulteriore sprone per atti completamente diversi.

Cari amici e lettori, vi saluto. 🙂

Rastignac

TRADIZIONE

CONOSCI TE STESSO

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17283-apollo-and-the-continents-giovanni-battista-tiepolo*

Frase citata, spesso enfatizzata…ma facciamo uno sforzo per intendere il suo significato?

Credo che la diafanità e la confusione possano venire eliminate attraverso la soluzione di due questioni: la sua origine e la sua ragione d’essere.

E vi è pure un rapporto stretto tra le questioni espresse.

Se si domanda a chi conosce la filosofia greca chi fu l’uomo a pronunciare queste parole, molti direbbero che fu Socrate, alcuni opterebbero per Platone, pochi indicherebbero Pitagora.

Meglio azzerare queste opinioni, tenendo anche conto che Pitagora e Socrate non hanno lasciato alcun scritto. Per Platone, nessun ricercatore potrebbe individuare con esattezza cosa provenga da lui o dal suo maestro e inoltre alcune conoscenze di Platone derivano dal pensiero di Pitagora. Insomma qui ci confondiamo.

E’ invece possibile che il “Conosci te stesso” sia ben anteriore ai nostri filosofi e probabilmente è più antico della stessa filosofia.

Si tramanda che questa frase fosse scolpita sul frontone del tempio di Apollo a Delfo.

Ed i filosofi si appropriarono della frase come principio importante dei loro insegnamenti, che erano tra loro diversi, ma così richiamandosi alla Tradizione, intesa come una sorgente più elevata poiché riferita alla ispirazione originaria, perciò di lignaggio spirituale.

Dovremmo prendere coscienza della loro diversità rispetto ai moderni, i quali generalmente si sforzano di presentare il loro pensiero come un risultato personale, mentre nell’antico lo sforzo personale era teso a ricondurre a verità eterne, trans-personali e coincidenti col mondo del Divino.

E’ bene rammentare in modo vivo che la parola “filosofia” esprime una adesione d’amore  verso la saggezza o verso la disposizione interiore per raggiungerla: una parola che sempre ha indicato un percorso di pensiero ed esperienza atto a raggiungere la saggezza (sophia).

Il mezzo non è il fine, così l’amore non costituisce saggezza e questa altro non è che conoscenza interiore, così la filosofia è come una superficie senza valore proprio ma solo un gradino verso una conoscenza superiore: l’esperienza della saggezza.

I filosofi antichi si disponevano su due livelli di insegnamento: il primo exoterico, il secondo esoterico. Ciò che veniva scritto appartiene al primo livello. Del secondo livello non ci resta nulla che non sia deduzione astratta o mistificazione dei posteri. Il secondo livello era segreto e per individui selezionati, per cui la sua ragione d’essere non poteva essere la semplice filosofia. Ciò implica l’ipotesi non peregrina che il livello esoterico fosse superiore alla sfera razionale che è quella filosofica.

Infatti, la preparazione filosofica è insufficiente poiché riguarda una “facoltà limitata”, quella della ragione, mentre l’idea di “saggezza” è congrua alla totalità reale dell’Essere.

Dunque esiste una preparazione alla saggezza che chiama in causa anima e spirito e che supera la ragione: essa è preparazione interiore e caratterizzò i gradi più alti della scuola di Pitagora, influenzò la scuola di Platone, il neo-platonismo alessandrino, ecc.

In questa preparazione interiore si impiegavano ancora parole ma non come in uso nella coscienza discorsiva, piuttosto come strumenti per “fissare” la contemplazione interiore.

Ciò dava accesso a stati di coscienza che esistono oltre ogni formula filosofica, mentre nella sfera intellettuale comune la filosofia viene considerata come sufficiente per sé stessa e si esclude che essa indicasse qualcosa di più elevato.

In Grecia, l’insegnamento esoterico fu designato col nome di “misteri”. E a questi i primi filosofi si collegavano (Pitagora in particolare) con il loro insegnamento.

Diversi misteri con origini diverse: quelli che ispirarono Pitagora e Platone erano in rapporto con il culto di Apollo.

Ricordo che i misteri ebbero sempre carattere segreto (etimologicamente la stessa parola significa silenzio totale) e venivano “insegnati” appunto col e nel silenzio. Il dialettico contemporaneo, ignorando la capacità di trasmettere senza parole, conclude che nei misteri non vi fosse alcun insegnamento.

I misteri collegati al culto di Apollo vanno immaginati tenendo presente che egli era il dio del sole e della luce e che questa, nell’esperienza spirituale, è la sorgente di ogni conoscenza e delle scienze ed arti.

Il culto di Apollo ha origini nordiche, ciò viene tramandato dal Veda indù e dall’Avesta persiano.

L’origine nordica viene particolarmente riferita a Delfo, luogo spirituale universale: infatti nel suo tempio vi era una pietra chiamata omphalos che simboleggiava il centro del mondo.

Pitagora ed il suo stesso nome sono collegati ad Apollo che era chiamato Pythios, e Pytho è il nome arcaico di Delfo. La donna che riceveva nel tempio l’ispirazione degli Dei si chiamava Pizia e il nome di Pitagora significa appunto “guida della pizia”: ciò si applica pure ad Apollo.

E fu la Pizia a dichiarare che Socrate era il più saggio tra gli uomini.

Si può aggiungere che Apollo sovraintendeva particolarmente geometria e medicina.

Nella scuola pitagorica – questo lo sanno anche i sassi – la geometria e la matematica occupavano il primo posto nella preparazione alla conoscenza superiore.

E Platone, sulla porta della scuola aveva fatto incidere:”Nessuno entra qui se non è geometra”, il cui senso diventa evidente con un’altra sua affermazione: “Dio geometrizza”, non fa che alludere ad Apollo.

Dunque l’uso della frase delfica rimanda al collegamento che essi avevano nel rito e nel simbolo apollineo.

Ora passiamo all’erronea interpretazione contemporanea, dovuta al fatto che il moderno attribuisce il suo pensiero pure agli antichi.

Abbiamo l’attribuzione “psicologica”, mentre la psicologia per ora è solo studio di fenomeni mentali ossia modificazioni inessenziali dell’Essere.

Abbiamo l’attribuzione “morale” che non giustifica il carattere sacro originario, ben più profondo.

Questi sono solo esempi dell’impotenza della coscienza exoterica rispetto alla conoscenza reale che l’uomo può cercare solo in sé stesso, poiché ogni conoscenza non può essere acquisita se non attraverso la comprensione individuale.

Ricordiamoci che Platone dice che “tutto quello che l’uomo impara è già in lui”.

Il risveglio della conoscenza viene chiamato da Platone anamnésis, che significa “reminiscenza”.

Questo è profondamente vero più la conoscenza è profonda (è in questa logica che Steiner descrive l’antico Saturno, l’antico Sole, ecc.) e i mezzi esteriori e variabili perdono ogni utilità.

Per questo in India si è sempre detto che il vero Maestro (Guru) si trova nell’uomo stesso, anche se, transitoriamente, l’aiuto esterno può essere utile per preparare l’uomo a trovare in sé (e si potrebbe anche dire “oltre sé”) ciò che altrove non va cercato e che si situa oltre il limite razionale.

A tale fine sono indispensabili condizioni interiori che trasportino la coscienza verso il centro, indicato dal cuore. Questi stati venivano realizzati nei misteri attraverso intense impressioni dell’anima, ora attraverso il pensare liberato che si dedica al percepire puro.

Il centro del mondo corrisponde al centro del uomo, onde l’antico filosofo poté dire:”Tu ti credi un nulla, ma è in te che risiede il Mondo”.

L’ombra, secondo Platone è la conoscenza offerta dai sensi e anche la più elevata coscienza razionale origina dai sensi. La conoscenza reale supera il livello della ragione e la sua realizzazione è simile alla formazione del mondo. In conformità della corrispondenza profonda tra uomo e mondo. Così diviene intuibile perché le scienze sacre possono descrivere la conoscenza reale sotto l’apparenza di tale formazione e perché Il Dottore abbia insistito per molti anni nella “descrizione” del divenire del Mondo e della sua formazione.

Appare dunque evidente che la via della conoscenza è via dello spirito e dell’intero essere: non essendo altro che la concentrazione di tutti i suoi stati. In un punto. Ossia nel suo Principio: totalità dell’esistenza nell’unità della propria essenza.

Dunque il “conosci te stesso” si rivolge al Sé, all’essere reale. Fu detto: “Chi conosce sé stesso, conosce il suo Signore”.

TRADIZIONE

L'ARTE DELLO SPIRITO

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L’ ARTE DELLO SPIRITO

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M. M. M.

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Mara Maria Maccari: i suoi cicli pittorici che si accavallano nel tempo, si presentano come una sorta di racconti dello spirito con temi ed ambientazioni diversi. Ad una lettura superficiale potrebbero apparire alquanto contraddittori, ma in realtà trovano radici e riferimenti comuni narrati con la medesima sensibilità e tensione, sì da farne corpo unico pur con differenti aspetti.

Trame e percorsi si incrociano al di là di ogni formale coerenza che il più delle volte diviene sinonimo di maniera.

ARTE E NON – ARTE

Un’opera d’arte per essere tale deve esprimere valori universali propri a tutti gli uomini; per questo è riconosciuta tanto dall’ateo quanto dal credente, avendo in sé un valore assoluto che trapassa il comune intelletto e tocca direttamente il cuore.

Al di là dell’espressione (sia essa figurativa, naturalistica, astratta o altro) o della tecnica usata, quando un oggetto creato dall’uomo suscita in noi un senso di pienezza e di gioia, un anelito al sublime, allora possiamo dire di trovarci davanti a un’opera d’arte, e questo non può dipendere solo da un fattore estetico, ma anche da “qualcosa d’altro”.

Ogni vera creazione artistica opera da un impulso dell’anima compenetrato dallo spirituale. Chi faccia l’esperienza vivente della creatività sente che l’uomo è un essere in divenire, la cui immagine archetipica è il Cristo (o uomo cosmico).

L’artista è il ponte che può unire queste due realtà. Il sentire nella nostra interiorità tale unione è fonte dell’appagamento che proviamo davanti a un’opera d’arte; questa ritrova allora il potere di tornare ad essere la porta che si apre nella nostra dimensione illuminandoci del Vero, del Bello, del Buono.

Al di sotto dell’opera d’arte stanno le creazioni minori, che a diversi gradi, pur anelando alla meta più alta, non oltrepassano quella soglia che permette loro di più. Qui sono collocate moltissime opere che anche se gradevoli e ben eseguite, pure restano a un gradino inferiore. Ma possiamo considerarle creative perché, anche se non raggiungono l’alto obiettivo, sono in qualche modo animate dal bello.

Al di sotto di queste comincia il caos, dove l’innalzamento dell’istinto animale viene preso per libera creatività, dando luogo a forme sconnesse, incubi, a oscene rappresentazioni o a raffinate raffigurazioni intrise di vera malvagità, che scivolano sempre più in basso sino ad arrivare all’apice del contrario dell’arte, cioè la non-arte.

La non-arte è qualcosa che può eccitare nell’uomo sensazioni mosse da un cupo materialismo che tendono a riempire l’anima con quella pesantezza e invadenza prive del vero. Anche questa è una porta che si spalanca verso qualcosa di altro e lascia passare ciò che di più nocivo può danneggiare l’uomo.

E’ necessario fare queste distinzioni, non perché l’arte debba essere schematicamente rappresentata in categorie, ma per dare una caratterizzazione generale che ci permetta di avere un certo ordine nei pensieri. (www.maramaccari.com)

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icone

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Michele

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Mercurio

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capricorno

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occhio di Dio

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ILDEGARDA DI BINGEN

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Mara Maria Maccari è nata in Umbria, nella bella Foligno, dove è cresciuta e tuttora vive e lavora.

La sua espressione sostanzialmente è anelito, ricerca ed ispirazione per il mondo dello Spirito.

Estremamente interessante la diversificazione della produzione di Mara. Questa si manifesta su binari assai diversi tra loro, quasi contraddittori.

Troviamo una notevole serie iconografica (segnata dall’incontro con il Maestro russo Peter Jegor), seppure reinterpretata dove però deve regnare un certo ordine (leggete quel gioiello di Pavel Florenskij che è intitolato “Le Porte Regali”).
Nell’Icona troviamo la Tradizione più pura; la Porta, appunto, verso lo Spirito ma secondo regole precise.

All’estremità opposta le forme rintracciabili nella consuetudine rappresentativa vengono superate, dissolte, per far posto a paesaggi interiori e la stessa materia viene trasfigurata in opus alchemico.
La sperimentazione si arricchisce con varietà di mezzi: l’acrilico, il mosaico, la vetrofusione.

Vi invitiamo a visitare il sito di Mara Maria Maccari, ad ammirare le sue opere, a leggere le recensioni. Da tempo Marina Sagramora arricchisce graficamente la sua rivista mensile L’Archetipo con opere, specialmente icone, di Mara.

www.maramaccari.com

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ARTE, MARA MARIA MACCARI, PITTURA

Tradizione solare e nota aggiunta

Tradizione Solare

Ad ogni cambio di stagione nasce da sotterranee formazioni bulbose l’interessante pianticella del cambiamento o meglio ancora, del superamento. Di cosa? Perbacco! Ma della Scienza dello Spirito che, commisurata in termini di vita umana, dovrebbe, immagino da tempo, essere collocata a riposo in un ospizio per esalare, pur con gli onori dovuti, i suoi ultimi stanchissimi respiri.

Detto volgarmente, a me pare che tanto zelo non sia dissimile a quello di nipoti ciecamente protesi verso una poco chiara eredità assai più che dal sollecito amore per la vecchietta giunta allo stremo. E le anime serie e convinte mi passino l’insita volgarità della metafora.

Non è tanto il banale uso di estrapolare qua e là alcune righe dello sterminato Lascito che inficia le ragioni dei sedicenti nipoti, si sa già che altre estrapolazioni condurrebbero a conclusioni opposte – queste pratiche sono ormai divenute peccatucci veniali, ancorché miserabili – quanto piuttosto la sovrana superficialità del “nuovo” pensiero: così superficiale da essere più sottile e trasparente di uno sbuffo d’aria…certamente meno significativo di una flatulenza bovina, anche quando attinge (astrattamente) al Pantheon cristiano per darsi peso e autorevolezza.

Proiettare tempi umani a misurare contenuti della Tradizione è una bestialità (umana) impareggiabile.

La Tradizione infatti è l’atto di portare attraverso e oltre gli schemi spazio-temporali un nucleo di insegnamenti e di potenziali esperienze in ordine al Sacro e alle modalità di una sua effettiva conoscenza (trans-datio, l’atto di portare attraverso) da cui il termine “Tradizione” indica un’azione: si può dunque dire che il compito essenziale di essa è la manifestazione della Potenza e del Sacro.

A tal fine essa si serve di parole, immagini e pensieri adatti ad ogni singola cultura in cui s’innerva: antropologia trascendentale applicata.

Quello che di essa permane ineffabile o indicibile è, in ultima analisi, il Sacro a cui si riferisce, poiché esso è ciò che si pone oltre ogni definizione sentimentale o razionalistica, essendo un elemento esclusivamente frutto d’esperienza diretta: il Sacro è conosciuto solo nel caso in cui lo sperimentatore giunga al suo Essere.

L’opposto del Sacro lo chiamiamo Profano (pro-fano, al di fuori del Tempio).La profanità non è il contraltare del Sacro: è piuttosto uno stato leteo, di ignoranza ontologica, per cui ogni cosa viene presunta fideisticamente nella stolta convinzione che quello che non si conosce direttamente non sia altrimenti esperibile. Così si infarcisce di cieca fede quanto sarebbe frutto di precisa conoscenza e azione scientifica.

La conoscenza esoterica viene rettamente indicata con il termine di Palingenesi (nuova nascita) poiché è il risvegliarsi, il conseguire l’anamnesi presupposta.

Il senso del conoscere: per la “realtà” spirituale la conoscenza significa acquisire lo stato di ciò che si conosce: cioè diventare al contempo soggetto conoscente, azione di conoscenza e oggetto conosciuto: i “dati” comunicati dalla Scienza dello Spirito o trasmutano il soggetto nello spirituale che rappresentano o non sono nulla.

La conoscenza è interiore poiché solo nell’interiore è possibile acquisire i mezzi per l’esperienza sacra: è interiore il mondo di forze che connettono humanum a divinum genus, con quella sospensione di ogni attività personale e persino organico-sensibile, come in un lampo di katàlepsis.

In sintesi ripeto che la Tradizione è ierofania continua, dunque illegittimamente storicizzabile: il suo contenuto, ancorché calato nel tempo, ha un corpus extratemporale, cioè avulso da schemini temporali riduttivamente fisio-psichici che sono una immagine invertita e limitata – “falsa e bugiarda” – della sua celeste infinitezza.

L’ansia (supponendola sincera) che si palesa nella voluttà del limite, nel bisogno di definite certezze, di superamenti dal “basso”, è solo ricerca affannosa di autolimitazione psichica, nella quale il superamento del dato spirituale, rimasto in realtà del tutto sconosciuto, vuole solo la salvazione del proprio ego dalla Scienza spirituale per mantenere intatte le libertà proprie del faccendismo in atto.

Il misticismo spiritualeggiante e lo psicanalismo spirituale, vanno a dividere chi si interessi di Scienza dello Spirito nelle due grandi categorie degli “spiritualisti” e dei “razionalisti”, nell’uno e nell’altro caso utili vassalli al servizio del “Princeps huius Mundi”.

In ambedue i casi si pretende che l’inferiore giustifichi il superiore, eliminando ex abrupto ogni possibilità, seppure minima, di conoscenza ed esperienza circa la realtà interiore.

Naturalmente tutto questo dovrebbe cadere nell’insensatezza se la Scienza dello Spirito fosse la vana follia di un visionario, e può anche essere che persone apparentemente attive nell’ambiente antroposofico siano alimentate da simili pensieri subconsci (anche sino ad una crepuscolare avversione!): in tale caso la superficiale conoscenza è solo strumento di ambizioni dell’ego.

Non credo che ciò sia un’esagerazione visto il notevole dispiegamento di ignoranza e superficialità vestite appena da elucubrazioni discorsive e ahimè, da mutilati stralci di comunicazioni del Dottore (ora viene “stralciato” anche Scaligero).

Appare tristemente interessante: a) la mancanza di discrimine logico relativo ai testi di Tizio e Caio, b) la totale carenza di spagiria conoscitiva,  c) l’avversione nei confronti della noesi proposta quale nucleo sostantivante di tale Scienza, d) l’uso, grossolanamente personale, di quanto nei Testi può sostenere un potentato sociale.

Non mi sembra nemmeno il caso di aggiungere che alcuni grotteschi teologismi invertiti e il putridume moralisticheggiante non sono in alcun caso frutti dell’antroposofia ma solo di personali perversioni parzialmente scusabili a causa della debolezza psichica degli attori, perennemente ansiosi di visibilità.

Invero è solo preoccupante la cecità e la carenza percettiva da parte di non pochi seguaci delle Scienze spirituali verso simili fenomeni (individuali e/o collettivi).

Ho intitolato queste poche righe con il termine di “Tradizione solare” essendo la Scienza dello Spirito trascendentalmente animata da Potenze extraumane già presenti ed antecedenti la condizione terrestre: pronte ad animare l’autoconsapevolezza nel dominio degli eteri preservati dalle conseguenze della Caduta.

Nota.

Mi permetto di aggiungere alcune righe a quanto ho scritto: mi è parso di veder apparire ripetutamente, un po’ qua e un po’ là, una frase espunta da un testo di Scaligero dove l’Autore indica, nella Via del Pensiero, – via da Lui promossa in ogni attimo della Sua vita – il possibile rischio di un egoismo acutizzato. Spero che tale metodo (ritagliare singole frasi da un complesso contesto), ormai abusato con il lavoro dello Steiner dalla Sua dipartita a oggi, non senza oscure finalità, non si sia anche trasferito all’Opera di Scaligero. Magari senza significati polemici. Sebbene mi sorga qualche dubbio, più o meno legittimo, nel merito.

Ma non è questo il punto: mi rivolgo a quelli che praticano con onestà e decisione, forgiando tra fuoco bruciante e scintille di dolore per l’essere comune, l’atto essenziale della difficile ascesi indicata dal Dottore con Verità e Scienza e con La Filosofia della Libertà e poi formulata praticamente in tutto il sacrificale lavoro di Scaligero.

Dunque: ritenete possibile che egoità possa trasferirsi in una operazione in cui si abbandona ogni categoria personale allo zero di sé e persino il tempo e lo spazio? Dove non può entrare nemmeno il soggetto in quanto riflesso? Dove la quintessenza del pensiero veicola il volere che fu prima della stessa incarnazione e che si dona (che sa donarsi) totalmente ad Altro?

Ciò si chiama dedizione assoluta o amore. L’amore che perennemente fluisce dall’entità umana, da cui solo la coscienza del sensibile pare assente, poiché vedendo le cose secondo la sua temporanea funzione, non percepisce l’atto dello Spirito per cui le vede.

No, cari amici. Basta un briciolo di conoscenza ed esperienza per rendersi conto della contraddizione evidente in questi strani spot pubblicitari. Il “ (poco) sublime egoismo ” potrà essere parte di fenomeni iniziali, quando Tizio o Caio tentano l’approccio, sgangherando e sbottando, con forze esili e ancora immature. Oppure, e ciò sarebbe gravissimo, quando si giudica corretta una strada misticheggiante e compromessa assai lontana da ciò che chiamiamo Via del Pensiero e che, per sua natura per l’appunto, non si perita di illeciti mezzi per giungere ai fini sentiti personalmente come buoni.

Pace a tutti e una prece per il “fu”.

SCIENZA DELLO SPIRITO

INTRODUZIONI AGLI SCRITTI SCIENTIFICI DI GOETHE

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Durante la lettura e lo studio del testo mi è spesso capitato di dover tralasciare momentaneamente personaggi o argomenti citati riguardo a cui conoscevo poco o nulla. Sebbene tale conoscenza possa essere in qualche modo considerata accessoria e non indispensabile rispetto all’essenza dell’opera in questione ho ritenuto utile quantomeno acquisire informazioni anche solo a livello basico a riguardo. Condividerò ogni tanto qui su Eco, casomai possa tornare utile anche ad altri (fatta salva la possibilità da parte di chiunque abbia modo e/o voglia di integrare, aggiungere o quant’altro).

§§§

Karl Julius Schröer (Presburg, 11 gennaio 1825 ; Vienna 16 dicembre 1900).

Schroer

Filologo, linguista e letterato, viene indicato nella prefazione (tratta dal cap. VI de « La mia vita ») come colui che consigliò all’editore Joseph Kürschner l’allora ventiduenne Rudolf Steiner come curatore dell’edizione delle opere scientifiche di Goethe per la Collezione della « Letteratura nazionale tedesca ».

Nel saggio “Enigma dell’uomo” il Dottore (che fu prima suo studente all’università di Vienna dove lo Schröer insegnava storia della letteratura tedesca) lo indica come personalità nella quale è possibile scorgere il nobile manifestarsi dello spirito di “austricità” nel corso della seconda metà del XIX secolo.

Commentatore e fine conoscitore delle opere di Goethe, volgerà in particolar modo il suo interesse allo studio del Faust di cui pubblicherà una edizione commentata in due volumi. Nel 1878 fu tra i cofondatori dell’ “Associazione Goethiana di Vienna”, mentre nell’ambito della Collezione della « Letteratura nazionale tedesca » si occupò dei drammi, oltre a scrivere una prefazione al primo dei volumi pubblicati da Rudolf Steiner nella quale « esponeva la posizione di Goethe, quale poeta e pensatore, nella vita spirituale moderna » facendo notare « che la concezione del mondo, elaborata dall’epoca successiva a Goethe, era una caduta dall’altezza spirituale a cui Goethe era assurto ».

Nel corso dei suoi studi sul folklore dei territori tedeschi e ungarici si occupò dei Jeux populaires de Noël d’Oberufer (isola sul Danubio sulla quale tali Jeux venivano messi in scena) raccogliendo vari testi ed arricchendoli con le sue note comparative per un opera che nel 1857-58 sarebbe uscita con il titolo Les Jeux de Noël allemands en Hongrie. A tale riguardo è interessante notare come Rudolf Steiner ponga in evidenza (sempre ne l’ « Enigma dell’uomo ») il fatto che i vari e prestigiosi incarichi che caratterizzarono la vita professionale ed accademica dello Schröer costituirono una sorta di « guscio esterno » a copertura di una sua più profonda e significativa attività inerente alla vita spirituale austriaca, principiante proprio da studi approfonditi riguardo agli enigmi, all’anima ed alle espressioni linguistiche della vita popolare Germanico-Austriaca e volta a cogliere in maniera vivente quelle forze che sul palcoscenico dell’interiorità e dell’anima dell’uomo lottano per venire alla luce (in particolare riguardo a Les Jeux è da evidenziare il fatto che essi sono in stretta correlazione con le modalità con le quali la nascita di Cristo, assieme a tutto ciò che ad essa è connesso, vive e si imprime in immagini raggiungendo in profondità cuore ed interiorità delle persone).

Importante risulta anche essere l’esempio di Schröer per quanto riguarda la pedagogia. La profonda attitudine e conoscenza nei confronti dell’essenza dell’essere e dell’anima umana trova applicazione e accrescimento in campo pedagogico in occasione di varie esperienze che il Professore compie come direttore scolastico, sfociando tra le altre cose nella piccola pubblicazione « Questioni relative all’insegnamento » che Steiner considera annoverabile fra le « perle della letteratura pedagogica ».

Verso la fine della sua esperienza terrena Schröer si spese per la creazione a Vienna di un memoriale in omaggio a Goethe che verrà inaugurato il giorno prima della sua morte.

Schröer, l’austriaco, non intende vedere il mondo dei pensieri grigio su grigio. Le idee dovrebbero risplendere di una colorazione tale da rinfrescare e ringiovanire continuamente le profondità del nostro cuore. E quanto di più importante ci sarebbe stato a tale riguardo per Schröer…era il pensiero concernente il sofferto anelito verso la Luce, che alberga nelle profondità del cuore umano, ricercante nel mondo delle idee il sole di quel regno nel quale il nostro intelletto volto al solo mondo dei sensi e della finitezza dovrebbe sentire l’estinguersi della sua luce.
(R. Steiner)

LA CORONA DI GOETHE

Da Goethe e l’amore, “Ricordi di Weimar”, Filadelfia Editore, Milano 2007, pp. 113-114. Tratto da “L’Archetipo” – Ottobre 2008 –www.larchetipo.com/2008/ott08/

…Già nella carrozza postale mi rallegrai per un’immagine graziosa che potei ricavare dal racconto di una signora, compagna di viaggio, che parlava in modo alquanto caloroso di Goethe. Ancora scolaretta ebbe una volta la fortuna di partecipare ad una festa preparata per onorare la granduchessa.
Alla schiera delle giovinette furono distribuite strofe di poesie che esse dovevano imparare e poi leggere ad alta voce. La mia compagna di viaggio aveva dimenticato i dettagli di quella festa, ma un momento solo ella ricordava vivamente. Dovevano esserci delle prove, e le giovinette si radunarono in una sala.

Faceva freddo e si avvolsero nei mantelli. Ad un tratto entrò Goethe, che la narratrice vedeva per la prima volta. Egli apparve avvolto in un mantello con un bavero rosso foderato, che aveva qualcosa di militaresco …«Si mostrò però cosí affabile con noi piccoli, ed era cosí bello e regale, che noi bambine ci distraemmo completamente guardando solo lui. Egli si sedette di fronte a noi per ascoltare le prove, e noi non distoglievamo gli occhi da lui!». Piú tardi fu chiesto alla narratrice se avesse visto Goethe, ed ella rispose di sí e disse che «egli portava una corona!».
La si derise, ma ella chiamò un’amica come testimone, ed anch’essa si ricordò «che certo, egli portava una corona!». Piú le giovinette riflettevano e piú si convincevano «che certo, egli portava una corona!», e questo nonostante gli altri incominciassero ad irritarsi per questa grave non verità sostenuta cosí fortemente. I bambini però sapevano bene cosa avevano visto.
Avevo una lettera per Eckermann, che gli feci recapitare con la preghiera di ricevermi per un’ora e la richiesta di quando sarebbe potuta avvenire la mia visita. Nel frattempo mi recai in una specie di caffè; ciò che mi colpí fu che, nonostante fosse arredato in modo piccolo borghese, tutti i muri intorno erano decorati con quadri ben dipinti. Erano quadri di valore, e non riuscivo a spiegarmi come potessero trovarsi lí. Chiesi al padrone.
Egli sospirò, non sapendo se degnarmi o no di una risposta. Finalmente disse: «I quadri sono di mio figlio». – «Allora vostro figlio deve essere un artista importante». – «Avete già sentito parlare del pittore Martersteig di Parigi?». – «Certo, naturalmente!». – «Ecco, è lui mio figlio!». Ed ora il vecchio si sedette accanto a me e disse con tono confidenziale:
«Eh, vedete, se avessimo qui ancora Goethe, quella era vita! Senza di lui mio figlio non sarebbe divenuto pittore. Egli era un uomo che vedeva attraverso gli uomini!». Questo è all’incirca quanto ricordo di ciò che mi comunicò il rispettabile signore. E cosí, appena arrivato, avevo già appreso una seconda storia di mio gradimento, e mi rallegravo di poter trovare ovunque tracce della personalità di Goethe. Ciò che specialmente amavo qui e anche piú tardi, era la percezione di come cosí tante persone si ricordassero della calorosa benevolenza e vera bontà d’animo che emanava dall’essere di Goethe.
Karl Julius Schöer

INTRODUZIONI AGLI SCRITTI SCIENTIFICI DI GOETHE, LIBRI E AUTORI

ZOLLA RITORNA COSMO

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🪐

ZOLLA RITORNA COSMO

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Fantasma che muore nel mondo,

io poggio i miei piedi su queste

lievi erbe, ma vivo secondo

la vita d’un uomo celeste,

che sol si traveste

d’un sé moribondo.

Tutt’altro che a corpo somiglia

la luce che m’agita il petto,

e suscita la meraviglia

sublime di un sole in me stretto,

ch’è il ritmo perfetto

cui l’anima è figlia

E’ un ritmo che immagina canti

d’eroi sovrumani e di sfere

in suoni e colori parlanti

figure di popoli e d’ere,

in quanto è il volere

ch’io voglio in avanti.

*

Arturo Onofri

 

ARTURO ONOFRI, POESIA

DANDO I NUMERI…

mat

Ehi, la sezione della Tradizione langue!

Possibile che interessi così poco? Va bene che, tolto qualcosa sul buddhismo, non è stata il fiore all’occhiello di Vecchia Eco…ma abbandonarla tutta sola, col suo stinto abituccio fuori moda, mi pare uno sgarbo bello e buono. Poi arrivano bellimbusti guenoniani a megafonare che è tutta loro e alludono pure ad una licenziosa intimità: mosci come sono mi pare impossibile! Non solo: una fila di evoliani che pare un serpentaccio quant’è lunga, aspetta in buon ordine il permesso di entrare (nella fila spicca a tratti qualche strano esemplare di individuo assoluto: ma sembra finto).

Convenitene: è una visione che colpisce, tant’è che ne rimango rincitrullito e, per qualche attimo, do i numeri.

Uno (Unità)

La corrispondenza musicale è con la nota generatrice dei toni, dunque presuppone il silenzio; la rispondenza geometrica è il punto che presuppone il vuoto, nella tradizione occidentale è la sovressenzialità, cioè causa non causante; nella Cabbala è ayn, il nome più segreto di Dio: il nulla.

Per i pitagorici era “assenza di opposizione” e sottolineavano che “il tutto è uno”.

Secondo Clemente, quando Alessandro interrogò i Sapienti dell’India su quale fosse il precedente, il giorno o la notte, essi risposero “Un giorno”.

Il sacrificio dell’unità genera la molteplicità delle opposizioni, il sacrificio delle opposizioni riconduce all’unità.

Splendido il breve dialogo del Rumi su ritorno all’uno: “Un uomo bussò alla porta dell’amico. “Chi è là?” “Io” “Non c’è posto per due”. L’uomo ritornò dopo un anno di solitudine. “Chi è là? “ ” Tu o Amato” “Poiché sono Io, che Io entri” “Non c’è posto per due in un’unica casa”.

Dice Ciuang Tse: “Al grande principio di tutte le cose c’era il senzaforma, l’essere impercettibile, non c’era nessun essere sensibile e pertanto nessun nome. Il primo essere che fu, fu l’uno. Si chiamò norma la virtù emanata dall’uno che creò tutti gli esseri. Moltiplicandosi senza fine nei suoi prodotti, questa virtù partecipata si chiama in ciascuno di essi: sua parte, porzione, destino. Nell’essere che nasce certe linee specificano la sua natura. In questa è il principio vitale. Ogni essere ha la sua maniera d’agire che è la sua natura propria. E’ così che gli esseri derivano dal principio”.

Due (Dualità)

Nella musica è con la prima nota generata, nel tono minore o maggiore, a distanza di un’ottava. Nella rispondenza geometrica è l’estensione del punto, cioè la linea.

Per i pitagorici  la dualità è il primo numero pari, femminile, simbolo di giustizia in quanto divide in parti uguali.

La dualità è vista come divisione dell’unità o sua addizione. Simboli della dualità sono il sole e la luna, il maschile e il femminile, forma e materia, notte e giorno, fas e jus.

Il due cabbalistico è la seconda lettera, beth, che mostra alto e basso, inferno e paradiso, secolo ed eternità. Soprannaturalmente si va dall’uno al due, naturalmente si va dal due all’uno.

Tre (Triade)

La somma dell’uno e del due è lo scambio, la neutralità: diversità (duale) e necessità (uno) si conciliano nella triade: rapporto necessario di diversi, cioè consonanza. Rapporto tra due rapporti uguali e uno diverso: asimmetria  e simmetria nella tonalità di più colori, nella sezione aurea delle composizioni architettoniche.

L’impari non è divisibile in parti uguali ma è suscettibile di armonia. Tre sono le parti del giorno: aurora, mezzogiorno e crepuscolo e anche le fasi lunari (se non si tiene conto della distinzione di levante e calante).

La triplicità è propria dei mostri e degli dei, cioè dei principi delle cose.

La Cabbala parla di tre madri: alef, mem, scin: acqua, aria, fuoco: come legge triadica che presiede a ogni figura. Geometricamente il tre è la superficie.

Quattro (Quaternità)

Sulla base del tre si leva verso il punto del vertice (uno) la piramide, che nasce dal rapporto di quattro punti. I pitagorici affermarono che il quattro è più perfetto del tre: esso segna il concretarsi dell’armonia in forme visibili: è il quadrato della giustizia, corrisponde ai quattro elementi, alle quattro direzioni dell’orizzonte, alla ripartizione del circolo diviso da due diametri, all’anno diviso in quattro stagioni, alle quattro età dell’uomo, alle quattro virtù cardinali, ecc.

Carl von Eckartshausen (uno dei rarissimi discepoli della Rosacroce visibili) espose la dottrina della quaternità che ispirò Goethe in alcuni passi sul mistero del quattro, numero in cui ritorna l’unità. Plutarco, in De musica, osserva che le quattro corde della lira danno gli intervalli fondamentali: ottava, quinta, quarta e tono.

Teone di Smirne scrive che il quattro è il principio dei solidi geometrici, poiché “ lo sperma corrisponde all’unità e al punto, l’accrescimento in lunghezza alla diade e alla linea, in larghezza alla triade e superficie, quello in profondità alla tetrade e ai solidi”.

La tetraktis è il rapporto tra 4 e 10 (10 = 1 + 2 + 3 + 4); gli elementi della piramide sono 10, cioè 6 linee e 4 punti.

Cinque (Pentade)

Secondo il quinario: Dio, angelo, anima, corpo, mondo (Kircher); cinque corrispettive conoscenze: mente, intelletto, ragione, immaginazione e senso; cinque sensi: udito, vista, olfatto, gusto e tatto. L’elenco potrebbe continuare. Per i pitagorici, il cinque che si rappresenta con il pentagramma, è detto matrimonio, perché unisce il molteplice: corrisponde alle dita di una mano, è il massimo di figli possibili ad un solo parto, è ciò che mette in rapporto i quattro elementi, cioè la quinta essenza (ovvero: Aurum potabile, Acquapermanens, Vinumardens, Elixir vitae, Solutiocoelum).

Se il tre è l’estensione infinita, il cinque pone la limitazione: il simbolo è la rosa canina a cinque petali che conduce a unità la divisione nel tempo. Filone in De plantatione: “ Quando nell’anno e numero 4 sarà stato consacrato ogni frutto dell’anima, nell’anno e numero 5 noi ne avremo il godimento e la fruizione poiché è detto: al quinto anno mangerete il frutto”.

Nella meditazione islamica si distinguono 5 centri nel corpo. S. Domenico istituisce, nel 1206 per ispirazione della Vergine, il rosario a tre serie di cinque misteri ciascuna. Cinque sono le piaghe del Cristo. Nella Svetasvara Upanishad il 5 è un fiume con cinque correnti (i sensi), cinque rapide (grembo, nascita, invecchiamento, malattia e morte), cinque ostruzioni (ignoranza, egoismo, attaccamento, avversione, aggrapparsi alla vita).

Sei (Esade)

Sei è metà trai numeri pari, fra 6 e 10. Secondo Clemente d’Alessandria (Stromata), Cristo salì il Tabor come IV, si illuminò divenendo VI, mettendo a nudo il potere che da Lui procedeva; fu proclamato Figlio di Dio dal VII, cioè dalla Voce, affinché avessero riposo coloro che lo vedevano; così Egli, attraverso la sua nascita (VI) diventando VIII, appare come Dio nella forma umana. Perciò si dice che l’uomo fu creato il VI giorno, intendendo colui che fosse fedele a Cristo VI. Il sette glorifica l’otto: “coeli enarrant gloriam Dei”.

Rumi dice: “Il padrone del cuore (il Santo) è uno specchio a sei facce, attraverso lui Dio guarda nelle sei direzioni”.

Il moto dell’anno da solstizio a solstizio avviene in 6 mesi, dividendo le 4 stagioni in sei parti ciascuna si ottengono le 24 quindicine dell’anno.

Per Kircher il sei simboleggia queste verità: “lo scendere della luce è il salire della tenebra…, che la forma attuale diventi materia potenziale significa che la materia potenziale diventa forma attuale”.

Sette (Eptade)

Quattro, o materia, più tre, o spirito, dà sette ovvero completezza.

Filone (De opificio mundi) dice che il 7 è l’unico nella decade perché non è generatore ingenerato come l’uno, non è generato non generante come l’otto (generato dal 4 ma nulla generante entro la decade), mentre poi 4 è generato è generato è generato da 2 e generante (8): perciò 7 è Vergine, Immobile e Increato, perché non si muove ciò che non è generato e non genera, come 0.

Sette le note della scala temperata, le fasi lunari, i pianeti, i colori dell’arcobaleno. 7 sono i movimenti: in su, in giù, a destra, a sinistra, avanti e indietro e in circolo: la grammatica della danza in rapporto al lavoro, al cielo e alla creazione, essendo ogni numero un modello di mediazione fra ordini diversi. Lo spazio è settemplice se alle sei direzioni si aggiunge il centro da cui partono. Aristotele ci informa che il quattro è potenza, il tre attualità: e la somma è la sapienza. Sette veli di luce (e tenebra) coprono la faccia di Dio e sette sono i gradini verso il Tempio o il paradiso.

Le antiche tradizioni ritrovano nelle pratiche occulte il settemplice ordinamento: i sette chakras dello yoga, le sette stazioni di S. Agostino; l’illuminazione musulmana attraversa la successione di sette colori, corrispondenti ai sette punti individuati dai Cabbalisti ed ai sette strati: terra, acqua, aria, fuoco, sole, luna e stelle.

Persino W. Reich, nella sua psicologia visionaria, individua sette anelli della “corazza” con cui il nevrotico si difende dalla vita (anche il Groddeck consiglia di sperimentare le genesi della corazza così: si provi a reprimere all’improvviso un pensiero che interessi molto e si scopre che ciò non è possibile senza contrarre i muscoli dello stomaco).

Nel sistema dei sette doni dello Spirito Santo è la sapienza che degusta Dio. Nel sistema dantesco dei cieli, il settimo è quello della contemplazione.

Nella psicologia sperimentale si impone la realtà del sette, poiché analizzando la capacità di reagire a stimoli diversi si è accertato che, per l’intensità del suono, per il sapore, per la percezione visiva, come per altri stimoli, nell’uomo la capacità di distinguere è limitata a sette varietà; è settemplice la “capacità di canale”, come dice il gergo. Si può andare oltre il sette soltanto combinando ordini diversi: ad esempio forma, colore e sapore, e in tal caso si arriva al massimo di 150.

Non mancherebbero: l’ottoade, il nonade e la decina, con cui la fanno finita i pitagorici ma non altri, ma suppongo di aver tormentato un po’ troppo me stesso e chi, malauguratamente, perderà il suo tempo con queste strane righe.

 

TRADIZIONE

NUOVA GIOVENTU’ E NUOVA LUCE

 OROAZZURRO ROMA 3 FK4APR 2013 FK 011

NUOVA GIOVENTU’ E NUOVA LUCE

 

ESENTE DA OGNI INGANNO ASSURGE L’ANIMA AL DECORO.

E’ FUOCO IN CIELO SPESO AFFINCHE’ L’ETERNO SIA.

 

NEL GIOCO DELLE FOLGORI RINCORRE L’IO IL SUO TRONO.

INSEGUE LE SUE ARMI PER ANNIENTARE L’ODIO CHE INCUPISCE.

 

MENTRE LA PIETRA ATTENDE AL VARCO IL CUPO RINTRONARE CHE ASCENDE DALL’ABISSO

E CHE IN ESSA SI CONDENSA NEL CAMMINO RAZIONALE DEI PENSIERI  TROPPO UMANI.

 

LA PIETRA DEL LIVORE IN ANIME CONSUNTE CHE NULLA INNALZA AI CIELI.

PIETRA DI GELIDE ASSONANZE FRA LE DISARMONIE INFERNALI.

PIETRA IN CUI SI RADUNA IL MALE FINGENDO DI DORMIRE FRA LE ASSOPITE ISTANZE DELLA LUCE SUPERIORE.

 

QUANDO UN PENSIERO SORGE DINANZI ALL’IO CHE NELLA PROPRIA LIBERTA’ LO SUSCITA :  TALE PENSIERO E’ AVVOLTO DALLA VESTE MORALE  CHE TALE LIBERTA’ HA STRATIFICATO.

 

MA  SPESSO TALE VESTE E’ LACERA E SCOMPOSTA

PERCORSA DALL’INVERSO DELLE FOLGORI CELESTI :

LE TELLURICHE ESPLOSIONI CHE OGNI BESTEMMIA FISICA VI HA IMPRESSO.

 

RABBIA VOLGARITA’ APPETITI  GIGANTESCHI E GREVI SONO POTENZE OCCULTE

CHE ESPLODONO SILENTI E CHE PERMANGONO EFFICIENTI NELLO SPROFONDARE GLI ANIMI.

L’UMANO TROPPO UMANO E LE SUE VOLUTE AFFINITA’ ANIMALI.

 

COLTIVATE ESPLOSIONI DI UMANITA’ FISICIZZATA NEL RANCORE PERENNE  DELL’ESSERE BESTIALE.

SUBITE MUTILAZIONI CHE ESTRAGGONO E RIGETTANO L’ESSERE DEI CIELI

PRIMA ANCORA CHE VENGA CONCEPITO.

 

LA VESTE MORALE CHE ACCOGLIE OGNI PENSIERO RAZIONALE E’ PREVENTIVAMENTE IMBESTIALITA.

CORPOREITA’ VIVACIZZATE DALLE GENERAZIONI PRECEDENTI

INFETTANO CON ABISSALITA’ PRERAZIONALI LE GENERAZIONI NUOVE CHE SI AFFACCIANO ALLA VITA DEL PENSARE.

 

UN GORGO TEMPORALE NELLA VITA RAZIONALE CHE SPINGE NELLE TENEBRE.

 

IL NUME ETERICO E’ SCACCIATO PRIMA CHE POSSA ILLUMINARE.

PRIMA CHE LA SACRA IMPRONTA POSSA FAR SCEGLIERE FRA IL BENE E IL MALE.

TENEBRA CHE AVVOLGE IL BENE PRIMA CHE POSSA SPLENDERE.

LUCE RUBATA AI CIELI PER DARE VITA AGL’ INFERNI DEI CONTAMINATI.

 

LA LIBERTA’ E’ RUBATA ASSIEME ALLE ARMONIE.

LA GIOVENTU’ E’ TRADITA DA CHI NON ERESSE LA PROPRIA RAZIONALITA’ NEI CIELI.

ABORTI FISICI E SPEGNIMENTI ETERICI PERPETRANO L’IDENTICO ABOMINIO.

RAGGELANTE INSENSIBILITA’ OMICIDA IN CUI DEMONI ULULANTI IMPRECANO DEFORMI NELL’ESTASI DELL’ECATE ASSASSINA.

 

MA NEGLI ATTIMI IN CUI I CONCETTI RAZIONALI VENGONO CONTEMPLATI DAL PENSARE CHE LI RIASSUME QUALI POTENZE DELLA PROPRIA INTELLIGENZA ABITUALE  :

NEGLI ATTIMI IN CUI LA RAZIONALITA’  E’ CONTEMPLATA DOPO CHE E’ STATA SPESA :

NEGLI APICI IN CUI IL CONCETTO E’ MANTENUTO VIVO QUALE SIMBOLO DI UN POTERE INTELLIGENTE CHE E’ STATO DEFINITO :

NEL SILENZIO IN CUI LA VOLONTA’ CONTEMPLA CIO’ CHE SI E’ PENSATO :

TACCIONO I DEMONI E GRADUALMENTE RESPIRA IL VOLTO DEL CALORE.

NUME DELLE FOLGORI CHE GIUNGE SINO AL CUORE ATTRAVERSO L’ATTO DELL’INTELLIGENZA CHE ARDE FRA I CONCETTI CONTEMPLATI.

ESSENZA SOVRUMANA CHE PUO’ SCENDERE SANANTE FRA GLI ABISSI DEL TROPPO UMANO MENTRE LO RICONSACRA.

RESPIRO DELLE DIVINE FORME CHE DISSOLVONO LA BESTIALITA’ INCARNATA

MENTRE IN LOGOS-APOLLO SI DELINEA L’ESSENZA DEL RICONQUISTATO BENE.

TALE POTENZA IMPRESSA NELLE TENEBRE IRRORA DI ETERNITA’ SOLARE IL NUOVO CHE NASCE.

NUOVE GENERAZIONI NON AVRANNO SOLO LA BESTIA AD INTACCARE IL CUORE.

ARCANGELICI DISEGNI OFFRIRANNO POSSIBILI COSMICI SENTIERI AI CIELI INTERIORI DELLE FRONTI INCORONATE.

FUOCO DELL’IO E SUO CELESTE NUTRIMENTO CHE INFINE PUO’ IRRAGGIARE  GLI  ATTI SOLARI DELLA LIBERTA’ SPESA ASCENDENDO.

EREDITA’ DI LUCE  POSSONO CORRERE INCONTRO AI NUOVI NATI

POICHE’  CHI LI PRECEDE HA ATTINTO FRA LE FOLGORI DEL DIO SOVRAMENTALE.

E FRA LE TENEBRE DEI CORPI FARFUGLIANTI : HA  IMPOSTO IL SILENZIO DEL SOLE CHE SI ACCENDE FRA LE FOLGORI DEL CUORE.

SOLE CHE E’ SORTO IN QUANTO LA LIBERTA’ DELL’UOMO NE HA PERMESSO L’ALBA.

 

ATTO DI ASCESI VOLUTA NEL SILENZIO IN CUI LA LIBERTA’ RESPIRA RISORGENDO QUALE ESSENZA DEL SOLARE.

 

LOGOS DELLA PERENNE RESURREZIONE CHE SOLO NELLA LIBERTA’ E’ POSSIBILE ATTUARE.

 

DISSOLVENDO IL MALE CHE POI VERRA’ REDENTO.

 

 

HELIOS FK AZIONE SOLARE

 

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ARTE, La Poesia di FK AZIONE SOLARE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO, , , ,

IL NUOVO TEMPIO DI MARC CHAGALL

.IL NUOVO TEMPIO DI MARC CHAGALL - Microsoft Word

🏛️

.L’ Arte di Chagall: un “arto” per sfiorare, toccare l’invisibile. Non solo strumento per esprimere o conseguire urgenti sensazioni, bisogni ignoti. Disse dei suoi quadri che essi parlavano forse di una visione del mondo, d’una concezione che si trovava fuori del soggetto e dell’occhio, una concezione, in quell’epoca “tecnica” dell’arte che valeva come accusa di cadere nella letteratura.
In realtà egli non volle accontentarsi di mere esercitazioni del suo talento, di sostare in una visione contrapposta o duale, nè di produrre opere che fossero solamente immediati riscontri fenomenici, bensì presentì la necessità del completamento della sua arte.

“Ciò che mi ha sempre tentato di più è l’aspetto invisibile, quello cosiddetto illogico, della forma e dello spirito, senza il quale la verità esteriore per me non è completa”. (M.C.)

coppia azzurra solecoppia azzurra ballerina

I suoi sposi, soggetti ricorrenti nelle sue opere, volano non per distaccarsi nel sogno e lasciare la vita reale: infatti i paesaggi e la terra sono parte importante dei suoi quadri, una memoria,  culla, barca, vascello in cui i due, spesso abbracciati viaggiano nella vita, alla ricerca della dimora vera. Nella emancipazione del vecchio, nell’appropriarsi del suo destino, nella trasformazione dell’anima, in una nuova presa di coscienza, nella individuazione di uno scopo, ha inizio la nuova opera:

“Mia soltanto è la patria della mia anima. Vi posso entrare senza passaporto e mi sento a casa; essa vede la mia tristezza e la mia solitudine ma non vi sono case: furono distrutte durante la mia infanzia, i loro inquilini volano ora nell’aria in cerca di una casa, vivono nella mia anima.” (M. C.)


L’amore della coppia è il leit motiv delle immaginazioni di Chagall, il protagonista senza cui il quadro della vita sarebbe solo natura morta.

Solitudine

E dalle sue escursioni e meditazioni solitarie ogni volta il tema risorge in vivezza di colori da cui sboccia il fiore della coppia, il dipinto non è più dipinto……la vita vi si anima.

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                          Chagall, Marc The Three Candles (1)

                 a strollchagall

Ma il raggiungimento non è casuale e occasionale, ad un certo punto egli potrà affermare che:

“Ci fu un tempo in cui avevo due teste, vi fu un tempo in cui questi volti erano bagnati dalla rugiada dell’amore e disciolti come profumo di rosa. Ora mi sembra che anche quando indietreggio avanzo verso un’ampia porta, oltre la porta ci sono ampie distese di pareti, rombi di tuoni smorzati e lampi spezzati riposano.” (M. C.)


Quindi non più necessità di oscuro sentimento a improntare la sua arte, non più un attendere ed accettare i doni della musa, ma insieme l’intuizione, il presentire di una certezza, di un equilibrio, di una potenza che possono estrinsecarsi in volontà di conoscere, di toccare le vesti di quell’arte, di affiancarsi ad essa e con lei insieme agire.

“Non si deve cominciare dai simboli, ma giungere a essi.” (M. C.)

Penetrare lo spirito di questa frase è poterla affiancare a quella di Goethe: “Tutto l’effimero non è che un simbolo”. Ossia si può ravvedere in Chagall la necessità del disincanto del simbolo, e quindi di una non più supina accettazione dell’immediato visibile e percepibile, ma un intendere che il mistero attende proprio l’uomo per essere compreso, per svegliare dal riposo i rombi dei tuoni smorzati e i lampi spezzati. Non più il simbolo a scaramanzia, protezione, antico rituale, ma piuttosto il simbolo in attesa dell’uomo che lo liberi del suo effimero, per far si proprio che torni a essere potenza viva e alleato, in quanto conosciuto: dalla magia alla imaginazione, ossia arte dell’uomo e non più forza prigioniera e in balia della natura.

L’artista nella sua esperienza artistica, così come l’uomo è chiamato nella vita a completarsi del suo IO cosciente e agente, sente urgente in sè di dare la vita vera, la luce, il calore e i colori, il suono, al suo vecchio quadro.

L’arte della pittura a volte è strumento che può essere usato solo in funzione di sè stessa, ossia di soddisfazione di sensi, così come nella vita ciecamente si ripetono i desideri, le brame e le soddisfazioni, e poi da capo: una sofferenza che nei secoli è apparsa a ancora appare sulle tele, in impressioni d’ansia, sconfitte, paure, angoscie, imprigionate e immobilizzate nella trama e nei colori, in ottusa ricerca vanificata e spesso conducente a vera e propria visionarietà disordinata e senza scopo: esplosioni, momentaneamente soddisfacenti e lenenti l’oscuro impulso di vita che sulla tela trovano sfogo solamente e non anche direzione.

A questi artisti sofferenti, a questa arte – sentendosi uno di loro – Chagall risponde non solo con la sua arte, ma anche con questi versi:

chagall2

LI HO CONOSCIUTI TUTTI? HO VISITATO
I LORO STUDI? HO CONTEMPLATO
I LORO QUADRI, DA VICINO
O DA LONTANO?

ESCO ADESSO FUORI DI ME,
DAL MIO TEMPO,
E VADO ALLA LORO TOMBA SCONOSCIUTA.

MI CHIAMANO. MI INVITANO,
INNOCENTE O COLPEVOLE CH’IO SIA
MI INVITANO ALLA LORO FOSSA.
MI DOMANDANO: DOV’ERI?

…SONO SCAPPATO
…MI ALZO PRENDO CONGEDO DA VOI
CAMMINO VERSO IL NUOVO TEMPIO.
E LÀ GIUNTO ACCENDO UN CERO
DAVANTI AL VOSTRO QUADRO…

.

Nell’arte di questo pittore si può intuire anche lo stesso impulso che animò la vita e le opere del poeta Arturo Onofri, impulso di volontà a manifestare “il significato cosmico della vita degli uomini e dell’universo”.
L’arte al servizio dell’Uomo e dell’Universo.

In Marc Chagall l’arte diventa un presentire l’esistenza di quella Verità che nello stesso tempo è mezzo di ricerca e impulso di volontà cosciente per potersi conseguire.

“Mi darà Dio, o qualcun altro, la forza per respirare nella tela il mio sospiro?” (M. C.)

E chi può essere quel qualcun altro se non il proprio Io che vuole vivere, risvegliare l’uomo e la natura?

Il simbolo ricorrente nei suoi quadri, la donna, la coppia, fa completare la frase di Goethe: “Tutto l’effimero non è che un simbolo, l’eterno femminino ci trae in alto.”

In alto come gli sposi di Chagall.
Che si uniscono nell’anima, in cerca del Nuovo Tempio, il loro Tempio.

.

.

ARTE, MARC CHAGALL, PITTURA

PENSIERI SULLA DISCIPLINA

Beatrice eterna

Se vi va ritorno alla Concentrazione, tenendo in conto lo scritto precedente.

E se non vi va vi ritorno lo stesso. Perché? Perché so e lo sappiamo – bene o male non importa – che questa prima e primaria disciplina non è mai capita seriamente e, al contrario, viene osteggiata, evitata, minimizzata, rifiutata, persino negata. Basta che uno trovi qualcosa che scaldi il cuore e ben presto scalcia via l’operazione principale.

Inoltre vi è un esercito composto da coloro che affermano e riaffermano di averla fatta, anche per molto tempo ed ossessivamente, con risultati nulli o addirittura disastrosi, giungendo ad un giudizio implicito o esplicito che nega non soltanto il suo senso ascetico/realizzativo ma togliendole pure il valore minimo di strumento necessario per avviarsi verso meditazioni più complesse…o affascinanti. Persino chi pratica la Concentrazione non riesce a trattenere qualche lamento, a discutere sugli scarsi risultati, o a distrarsi per qualche fenomeno singolo e singolare.

In realtà, non l’esercizio in sé, ma il parlarne proprio come faccio io ora, è un modo di camminare lungo il ciglio di un burrone, poiché ci si dovrebbe render conto che ogni parola sull’argomento può facilmente diventare una distrazione, una dialettica ulteriore nei confronti di ciò che consiste solo nel superamento di ogni dialettica, di ogni ragionamento, in quanto la Concentrazione esige soltanto una totale focalizzazione dell’attenzione cosciente su di un semplice oggetto di pensiero.

Che poi, dietro a questa ultima riga corsivizzata, in pratica ci stia un mondo intero di esperienze, lotte, trascendimenti e sconfitte, ruzzoloni e risalite così tante che l’esperienza di una intera vita sembri essere un tragitto troppo corto, è un fatto che vale o meno per il cammino individuale, diverso per ognuno di noi.

I testi esplicativi ci sono, fruibili senza difficoltà esteriori. Cito, di Steiner, Verità e Scienza e La Filosofia della Libertà, di Scaligero, Il Trattato del Pensiero Vivente, L’uomo interiore e Il Manuale pratico della Meditazione.Poi in pratica, uno può trovare maggiore consonanza di comprensione anche con altri libri. Ne cito troppo pochi? Credo di no, se si fa sul serio: pensare che La Filosofia della Libertà potrebbe essere limitata o limitante è solo pensiero che ancora ignora o un pensiero incapace. Parlo raso terra: di solito occorrono anni per iniziare a capirci qualcosa: produrre in sé il filo dei suoi pensieri consumandone la necessità dialettica potrebbe essere la principale dedizione dell’intera vita. Parlo grossolanamente in termini di tempo umano/sensibile e non sfioro nemmeno la radicale, estrema comprensione che sarebbe l’essenziale necessario per trasfigurare il tutto in luce/potenza dell’Io. Sembra oltremodo sparuta la falange di uomini veri capaci di dedicare ad un solo gesto metafisico l’intera vita!   Non dico che ciò sia l’unico sentiero: è l’indicibile qualità dell’atto interiore quello che, prima o poi, ineludibilmente, ci aspetta in mezzo alla strada.

Dire,come ho detto, “fruibili” è in effetti quasi una presa in giro perché l’occulto non si rivela (a meno che il termine venga kremmerzianamente letto con il significato più letterale di “velare ulteriormente”). Sembra un paradosso ma per l’occulto vale ciò che nella vita comune non viene a consapevolezza, cioè si conosce non l’ignoto ma quello che è possibile ri-conoscere.

In altre parole: riesco a comprendere quello che ho sperimentato e che poi riattingo dal mio bagaglio rappresentativo. Ed il resto? Sono bravissimo persino a non vederlo nemmeno.

In effetti, nei Gruppi un tempo fondati da grandi Personalità, si ritiene ancora che La Filosofia dellaLibertà sia “più” importante delle altre cose: così il suo studio avviene dopo molto tempo con membri selezionati. Un Circolo nel Circolo…cosa  farà mai? Si legge e si rilegge, poi a capo si ripete. Per decenni. Così nel Circolo ci si muove in circolo…

Sperando in una revulsione della coscienza pensante che è impossibile per il pensiero discorsivo o più probabilmente confidando con laica religiosità in un futuro compenso spirituale per la tanta abnegazione profusa.

E su tali comportamenti non vi sarebbe nulla da ridire o da ridere poiché l’atto interiore suggerito quasi al principio della stessa Opera, l’ osservazione del pensiero voluto, è un atto eccezionale (così lo giudica l’Autore stesso) che per la sua inusitatezza si situa lontano dai normali contenuti della coscienza e che l’anima, conformemente alla sua condizione di squilibrio rifiuta profondamente. Risulta insufficiente anche l’uso di raffinata cultura o di una robusta logica che, visti i frutti prodotti dagli studiosi più accurati, partorisce ulteriori commenti che, messi insieme, fanno Accademia, non trasformazione interiore (il peggior commento possibile ai migliori commenti e rivisitazioni possibili è che tutto ciò distoglie dal vero oggetto di studio: l’anima gioisce per gli acuti commenti e forse per aver evitato – ancora una volta – il confronto con la fonte dell’insegnamento.)

Di solito, anche con l’aiuto di testi come quelli indicati, bisognerebbe indagare, frugare nel pensiero, spiarne le mosse: non nei pensieri che sono sempre uguali a sé stessi: qualunque forma essi prendano si affacciano alla coscienza sempre con la medesima dinamica. Che non si può catturare ma talvolta spiare con destrezza e destità. I testi ci possono aiutare solo nel caso in cui si tolgano le indicazioni dalla carta stampata e divengano interrogativi o strumenti nostri, cioè mezzi di attenzione e riflessione per la nostra attività. A tutta prima ciò può sembrare un lavoro sgangherato e difficile: ci si ingarbuglia perché ci si agita…finché ci si accorge che l’agitazione non porta a niente.

Allora – faccio un esempio concreto – in un momento non assillato, ci si può sedere su una panchina, guardare la pietra, l’arbusto o i cubetti del selciato che ci stanno davanti e chiedersi: cosa vedo? Perché lo vedo? Senza darsi risposte artefatte: si dovrebbe in tali casi essere liberi e indipendenti anche dal Dottore. Allora prima o poi forse capiremo qualcosa di concreto circa il nostro atto pensante, su come comprendiamo ciò che ci sta davanti. E magari ci accorgeremo che questo comprendere è un fenomeno eccezionale, tutt’altro che ovvio, rimasto sempre nascosto dalla nostra immensa capacità di banalizzare ogni cosa, di ri-velare tutto col sudario del nostro forsennato monologo interiore.

Ci accorgeremo che il mondo esistente è reale solo in quanto investito dal nostro pensare e inizieremo a sospettare che vedere un mondo vasto e ricco presuppone una Potenza di Pensiero che c’è, che da noi fluisce e che ordina il mondo..ben oltre i pensieri di cui abbiano ordinaria (semi)coscienza sebbene questi siano gli assistenti necessari per la nostra (semi)autocoscienza.

Allora può sorgere un sentimento peculiare, una condizione interiore di severa meraviglia verso il semplice, abituale fatto che noi pensiamo: questa è la condizione che ci dispone ad operare al rito della Concentrazione.

Cosa nuova che è la metamorfosi di cose antiche: se qualcuno di voi porta con se il peccatuccio di esperienze nella magia rituale sa bene quale attenta cura  deve essere dedicata ai preparativi, il rigore nei movimenti, l’attenzione alle parole, l’esattezza nella costruzione dei segni: un rito cerimoniale ti lascia più morto che vivo per la fatica e l’attenzione richiesta.

Anche la Concentrazione è un rito: il Rito immediato. Giungere ad averne coscienza è la condizione affinché questa disciplina non si accartocci in una contraffazione: ciò di cui poi ci si lamenta come di un tempo ed uno sforzo sciupato.

Per il miglior svolgimento del rito serve l’attitudine migliore: che non cresce nei parchi protetti e nemmeno è venduta in bottega.

Se la si scambia per un sentimento, l’esercizio cola a picco, se la si contrae ad un mero riordino cerebrale è come non fare niente o peggio.

Trattasi di “severa meraviglia”, potrei anche dire “devota scientificità”…purtroppo le parole sono impotenti, ma se pensate ad una mia personale bizzarria, vi ricordo quello che vaticinò il Dottore per gli scienziati nella sua visione di dopodomani: gli scienziati del futuro avrebbero dovuto essere una sorta di sacerdoti in laboratorio. La nostra interiorità è il laboratorio che ci è concesso da subito. Dove scienza e rito possono unirsi in un’unica azione. Qui ci sono due caratteristiche, ancora in contrasto nel mondo attuale, che nel discepolo della Scienza dello Spirito possono fondersi.

Per parlare chiaro qui si indica un prodotto, una condizione, uno stato che, coltivando in proprio gli esperimenti, come l’osservazione volitiva riguardo al pensiero che si pensa, può sorgere quando l’anima impara a cogliere “a volo” il miracolo del nostro pensare, la sua immensa eccezionalità: occorre solo pensare e poi guardare: vedere e prendere coscienza di quello che si intravvede. Basta essere attenti e svegli ai confini della ordinaria coscienza pensante.

Poi serve non dissipare le “impressioni conoscitive” guadagnate: e serbarle in una piccola zona (un cassetto dell’anima non sfiorato da alcun pensiero).

Da aprire rapidamente quando ci si accinge al compito più alto della più alta magia contemporanea. Prima, non durante.

Terminata l’operazione, potrebbe essere una sorta di intuita necessità mantenere per qualche minuto il silenzio ed il tono che ne risulta, ma senza alcun compiacimento: questa inferenza  basterebbe per ostruire l’eccezionale canale che si era formato tra le due sfere ordinariamente contrapposte: quella del volere e quella del pensare. V’è una tersa zona del cuore che sa benissimo tutto questo.

Poi si riprende mondo e vita comune, proibendosi astrazioni o futili sentimentalismi: ci si dedica al percepito sensibile dimenticando rispettosamente il rito del pensiero che si è svolto. Si esca dal sacro laboratorio in semplicità…scienziati e sacerdoti: uniti in perfetto equilibrio nell’Opera della reintegrazione alla Potenza che “move il Sole e l’altre stelle”.

SCIENZA DELLO SPIRITO

PENSIERO IRRIVERENTE

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Che ne dite se tiriamo su dal pozzo sempre ombroso della Via del pensiero, qualche pensierino, anche se poi rischiamo sempre di farci male… Ve ne siete accorti? Vale la pena?

Sarà perché le diversità tra gli uomini sono grandi e poi perché pensieri e parole non sfiorano nemmeno un percorso così intimo, solitario e variegato. In sede d’apprendimento o di giustificazione logica già sembra che ci sia di mezzo una variante della maledizione di Babele, dove ogni voce sgomita per esprimere i giudizi o i vagiti più insensati o stravaganti.

Però la polifonica più stonata appartiene ad un limite decisamente basso, ipogeico e decisamente superabile: non si tratta, come vorrebbero le linguacce, di acritico accoglimento del verbo di chi, affascinandoci, per intrinseca debolezza umana poniamo sul trono del magistero (è interessante che proprio chi pensa in questo modo è, di regola, succube dei tromboni che a paludarsi da maestri e iniziati con l’astuzia dei rubagalline, ci marciano e ci mangiano a crepapanza secondo la natura della filiera alimentare darwiniana).

Al contrario, il solo avvicinarsi alla disciplina del pensiero, implica un grande sforzo di conoscenza e di volontà: la “persuasione” michelstaedteriana necessaria per osare un passo nell’Opus solare può, per molti, essere il primo risultato di un lungo (parliamo di anni o di tanta polenta) e sofferto incontro a schiaffoni (e altri tormenti: già la vita comune ce ne offre con lieta abbondanza) con la propria anima, assieme a quel briciolo di logica che viene usata per connettere qualsiasi cosa ma mai quale possa essere il suo significato per la coscienza da cui sorge: non ce ne accorgiamo ma è il primo seme di quella impersonalità che non è vuota parola  e che anzi, seppure ad intervalli aritmici, è una delle colonne fondanti della verità oltre la meschinità personale che, prima, era l’unico nostro mondo.

Certo, occorre l’aiuto, la trasmissione. Qualcuno che sia desto per scuotere gli addormentati.

E, come tutti sanno, nemmeno questo è sufficiente. Piaccia o meno, a monte della nascita, deve esserci stato un accordo o un legame che le dissoluzioni non possono disarticolare: un nesso sacro, adamantino.

Questa immagine non piace al soggetto ribelle (anche se essere ribelli è spesso una ottima attitudine), quello che si crede coi piedi ben piantati, che non vuole legami e aiuti: un modo di sentire e di pensare (di essere) che sarebbe rispettabilissimo se fosse puro e sincero: peccato sia spesso un’astrazione, quasi sempre sostenuta da una congrua dose di miopia, ignoranza e insincerità. Al punto che ogni tentativo di fornire a questa orgogliosa condizione dell’anima, idee, spunti di riflessione, angoli d’osservazione non usuali, è fatica sprecata.  Eppure nella realtà comune il contadino che seminasse su lastre di granito sarebbe un pazzo.

In effetti qui incontriamo un’altra delle leggi che governano i “mondi superiori” e, come in alto così in basso, pure il nostro (in quanto mondo di anime): si comprende davvero solo quello che già si sa, che in qualche modo è stato sperimentato anche se in forma diversa e inconsapevole.

Non è una regola volatile, cambiata dal tempo in cui Platone identificava la conoscenza con il ricordo.

L’obiezione che non potevamo ricordarci di questo o quello poggia sul ridicolo assunto che nell’archivio della coscienza non c’era.

Immaginate una sala più grande di 100 stadi di calcio e, da qualche parte metteteci una candelina: illumina intorno a sé una periferia ridottissima, poi solo ombre indistinte e un buio immenso. La candelina è la nostra autocoscienza e nell’immenso buio opera l’anima nostra. Mi pare che il Dottore dica, con un filo d’umorismo, che se la vita del nostro essere dipendesse dalla personale coscienza desta, moriremmo in un amen.

Il dottor Colazza, collaborando spregiudicatamente nel gruppo di Ur, offre allo studioso molti consigli e indicazioni pratiche. Alcune delle quali volte a potenziare il senso del ricordo.

E’ improbabile che ne sia stato fatto un serio uso.

Eppure la vita del ricercatore assumerebbe una notevole e diversa dimensione se l’atto del sapere fluisse nella coscienza come un intimo ricordo – sebbene sconosciuto –  della nostra propria anima: l’effetto collaterale consisterebbe nell’embrionale ma certa consapevolezza dell’immensità che l’anima cela nella tenebra: oltre i bordi della coscienza desta, da cui al massimo sbucano frammenti di sogno che spesso non hanno né capo né coda ma da cui molte anime attingono speranze e vaticini.

Mi sto già portando troppo in là, poiché anche quello che in buona fede si crede di sapere non è mai vero che sia scontato.

In realtà tutti hanno ragione, specie quelli che non si avvicinano alla concentrazione: nessuno andrebbe spinto a farla. Sfido io, non è mica la scelta del colore dei calzini!

In tanti casi è l’approdo dopo un lungo viaggio sul mare. Può iniziare solo quando altre avventure hanno terminato di farci palpitare, quando la barca di molte illusioni riprende il largo senza di noi.

Naturalmente esiste una via più veloce e diretta, ma implica un surplus di sforzo e coraggio e l’intuizione sacra della necessità dell’azione nel punto dove il terreno sotto i piedi sembra mancare: si apre un baratro nella vita e finalmente si salta!

E’ un’azione maledettamente obbligata: da Pitagora alla Golden Dawn, da Patanjali a Steiner, da Tilopa a Scaligero, da Ramakrishna a Reghini, non trovi uno che in salse diverse non l’abbia indicata come il gradino iniziale della Grande opera di reintegrazione nello Spirito.

Questo valeva anche quando il transito dalla percezione della materia sensibile al mondo della vita creante era, per molti versi, piuttosto facile. Però, come ho detto, è atto differibile se siamo ancora alle prese con situazioni ed eventi che assorbono ancora tutto il nostro essere: cullato o affogato nel suo saṃsāra.

Poi però la corrente mahayanica e successivamente il tantrismo scoprirono che l’ascesa e la liberazione non implicava il distacco dal divenire… magari con l’aiuto di mediazioni.

Noi, storicamente e strutturalmente siamo andati avanti: ci siamo spinti più avanti. Per i tradizionalisti questa “evoluzione” è una fregatura bella e buona, poiché a ragione, vedono il peggio: la decadenza e la morte dell’antico splendore, il Caos dove regnava l’ordine del Cielo.

E’ davvero difficile, per chi sia compiutamente incarnato e dotato di buona vista, trovare qualcosa che, ai nostri giorni, possegga il carattere del bello, del vero e del buono a cui tuttavia le anime umane anelano… semprechè non ci si accontenti della giornata trascorsa senza troppi danni.

Oppure, nel campo dello Spirito, quando si trovi un borghesissimo equilibrio tra l’asprezza lacerante della realtà e appaganti comunelle in cui, con o senza tè e pasticcini, si chiacchieri di profonde verità spirituali che appagano con l’aiuto del comfort, menti e cuori.

E’ l’immensa saggezza dell’equilibrio tra una vita tranquilla ed il moderato esercizio interiore: così tutto è stimolante e facile (gradevole) alla digestione, come affermava una vecchia pubblicità e la sensatezza trionfante.

Gli arieti – quelli che danno testate ai bastioni di pietra dura – non andrebbero nemmeno commiserati. Andrebbero abbattuti, come tutte le bestie stupide e fastidiose poiché cozzano continuamente contro gli ostacoli impossibili. Insistono senza speranza (Steiner usa la parola “rassegnazione”). Tutti gli spiritualisti di buon senso dovrebbero convenire che una rassegnazione attiva, imprudente, che non molla, che non molla mai di dar testate, è più scandalosa di un bestemmione rimbombante in una chiesa.

Eppure mi chiedo (stupido come sono): “Cosa potremmo fare senza la concentrazione?”.

Se il termine, troppo ripetuto, finisce con l’irritare, possiamo anche sostituirlo con “attenzione polarizzata” o con l’esotico tatraka, termine ambiguo perché comunemente si traduce con “fissazione” (ma il bello dei termini in sostanza intraducibili è che possiamo ritradurli a piacere nostro). In fondo ci alleniamo a far convergere tutte le potenze interiori verso una semplice immagine di pensiero, preparandoci prima con un percorso discorsivo breve, ma voluto. Riscaldare muscoli, stirare tendini è cosa ben conosciuta in tutti gli sport, assai meno nel tentativo occulto.

Già, cosa potremo fare senza la capacità di portare l’attenzione polarizzata su qualcosa per più di un mezzo respiro? Ovviamente niente di speciale.. .ma la natura aiuta e si campa lo stesso. Però in questo caso, se esisteva nel vostro cuore uno speciale ricordo, una vampa di nostalgia per lo Spirituale che chiedeva di rafforzarsi, di farsi sentire anche oltre, correte pure in chiesa o nella loggia o nei gruppi: lì troverete un po’ di soddisfazione, forse troverete qualche sintomatico che attenua il “morso del serpente”. Quasi certamente il prezzo da pagare sarà l’inganno: ingannerete voi stessi e il mondo. Così vanno le cose: ciò che non si tenta di attuare è tradimento: molti discepoli hanno tradito il Dottore, molti amici hanno tradito Scaligero.

Ruffiani e prostituti sono emersi dal fondo, come bolle di metano. Attivissimi nel depredare o nello scalare le vette ove le corrispondenti funzioni avrebbero dovuto essere di severo sacrificio di sé. Le sparse mandrie applaudono a cotante, iridescenti bolle, volgendo (talvolta) con malcelata antipatia occhiate interrogative agli insignificanti arieti. Vedono molta arroganza, presunzione, esasperato individualismo… insomma nulla di buono nella dichiarata ossessione di questi ultimi.

Tutto comprensibile, poiché la mandria non concepisce la singolarità, la spoliazione animica, il distacco interiore…

…in cui gli arieti trovano, con la concentrazione a lungo perseguita, lo spazio vuoto d’anima, dove le forze del mondo possono manifestare la propria realtà di vita-luce o almeno annunciare l’alba del Sole.

SCIENZA DELLO SPIRITO

ISIDE SOPHIA – Quarta Lettera

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Denderah

QUARTA LETTERA

Luglio 1944

LA NATURA SPIRITUALE DELLO ZODIACO DELLE STELLE FISSE

(CONTINUAZIONE)

Questa impresa può sembrare estremamente difficile, specialmente per quei lettori che non sono profondamente familiarizzati con il libro di Steiner da noi menzionato, ma si deve comprendere che non vi è altra via per acquisire una conoscenza reale e fondamentale della natura interiore delle Stelle fisse e dei Pianeti. Esistono, naturalmente, molte opere astrologiche che descrivono influenze differenziate dello Zodiaco; comunque, tali descrizioni per lo più derivano dalla tradizione e non dànno alcuna spiegazione del perché i dodici segni dello Zodiaco agiscano nella maniera indicata. Così gli studiosi vengono posti di fronte ad un Universo, nel quale le influenze devono essere prese in considerazione, che tuttavia circonda l’essere umano con un muro insormontabile d’incomprensibile necessità.

L’intenzione di queste Lettere è quella di creare una reale comprensione della natura dell’Universo, poiché soltanto attraverso comprensione e chiaro pensiero l’essere umano diviene libero ed autocosciente, allorché viene messo di fronte alle influenze di questo Universo. Perciò, dobbiamo compiere un po’ di lavoro duro, specialmente al principio, e dev’essere fortemente sottolineato che è necessario studiare questi passaggi sulla relazione tra Zodiaco ed evoluzione sempre di nuovo sino a che essi non divengano reali immagini interiori, reali immaginazioni. Questo studio deve essere fatto insieme con lo studio del libro Scienza Occulta. Solo allora esso diverrà una fonte di conoscenza, che renderà lo studioso capace di trovare molteplici rapporti tra i mondi celeste e terrestre, i quali, semplicemente, non possono essere compresi tutti in una volta da un essere umano. Lo studioso deve giungere ad un punto nel quale lui, o lei, si sentono come un artista che prenda nelle sue mani il suo soggetto e col potere dell’immaginazione indovina le molte possibilità delle influenze cosmiche. Possiamo cominciare con una grande immaginazione fondamentale: la creazione.

 

Willi Sucher

 

Nell’ultima Lettera abbiamo descritto i primi tre grandi cicli di evoluzione entro l’Universo primordiale che abbiamo chiamato Antico Saturno. Vi era allora unicamente sostanza di Volontà, derivata dal sacrificio degli Spiriti della Volontà, un Universo piuttosto caotico e di natura più o meno animica. Durante il primo ciclo vi era un riflesso della vita, creato entro questa sostanza di Volontà. Nel corso del secondo ciclo, venne creato un riflesso di animazione da altri Esseri Spirituali, e durante il terzo ciclo venne attuato un esteriore riflesso di individualizzazione, che dette luogo ad una divisione dell’unico corpo singolo del “Pianeta” in molti corpi separati.

Inoltre, abbiamo trovato l’imprimersi di questi eventi primordiali nelle Costellazioni di Ariete, Toro e Gemelli. Abbiamo così trovato la natura interiore di queste Costellazioni, poiché, impregnate da tali eventi esse irradiano ancora forze come una specie di memoria cosmica.

Ora proseguiremo con la descrizione dell’evoluzione. Fino ad ora tutto è ancora di natura più o meno animica. Sono stati creati dei corpi singoli, separati, ed ora entro questi per la prima volta viene ad esistenza una sorta di duplicità universale: un mondo esteriore ed un mondo interiore. Il mondo interiore è stato, ad un grado lieve, separato dal mondo esterno. Il mondo esterno diviene qualcosa di obbiettivo che è “percepibile” dal mondo interiore, anche se è soltanto ad un livello di “coscienza” molto ottuso. Il mondo esterno è in se stesso Volontà, ma, sperimentato come oggetto, diviene fuoco o calore. Fino a che siamo immersi nella nostra sfera volitiva, agiamo ed operiamo fuori del mondo che possiamo considerare il regno dei nostri impulsi animici. Per esempio, non appena siamo leggermente stanchi o distaccati dall’impulso – possiamo ancora chiamarlo il nostro dovere – cosicché sperimentiamo lo sforzo causato da una “volontà esteriore”, sperimentiamo al tempo stesso produzione di calore nel nostro corpo. Naturalmente, la nostra esistenza corporea oggi è troppo complicata per fornire un buon esempio per la spiegazione dei fatti entro l’evoluzione dell’Antico Saturno.

Questa trasmutazione della sostanza di Volontà in fuoco o calore viene causata da Esseri Spirituali che Rudolf Steiner chiama “Spiriti della Personalità” o “Archai”, nel suo libro. Essi attraversano esperienzi simili a quelle dell’uomo sulla Terra per acquisire la coscienza dell’Io; tuttavia, lo fanno in condizioni abbastanza differenti. Nel farlo, essi lavorano nei corpi che sono stati creati nel ciclo precedente. Non potendo la sostanza di Volontà accogliere le influenze precedenti, essa è ancor meno capace di trattenere l’influenza degli Spiriti della Personalità. Di nuovo, ne resta una sorta di riflesso.

Dentro i corpi di Saturno vi è ora un “riflesso di Personalità” che crea quelle lievi tracce di un mondo interiore all’interno di questi corpi. Così accade che viene ad esistenza la tendenza ad una scissione tra un mondo interiore ed un mondo esteriore, che permette quindi all’essere interiore di “sperimentare” la volontà nel mondo esterno come calore.

La descrizione di quest fatti può già ispirare l’idea dei “Gemelli” – mondo esteriore, mondo interiore – e, in realtà, la si può trovare scritta nella Costellazione dei Gemelli. Ivi abbiamo già l’evento dell’influenza individualizzatrice degli spiriti della Forma che è stata descritta nell’ultima Lettera. Qui dobbiamo immaginare che la Costellazione dei Gemelli porti non solo “tendenze dei Gemelli” nel mondo, bensì che essa è o è stata, in tempi da lungo trascorsi, realmente due Costellazioni: l’una che ricorda l’attività degli Spiriti della Forma e l’altra l’attività degli Spiriti della Personalità.

Ma il fatto che oggi vi sia soltanto un’unica Costellazione rivela pure un profondo mistero. Nel linguaggio della memoria cosmica ciò rivela che qualcosa è scomparso. Fu così. Si dovrebbe immaginare che gli Spiriti della Personalità, nel corso della loro evoluzione, si mossero dalla loro “località” spirituale nella cerchia delle Gerarchie Spirituali e si mossero nella “direzione” opposta, nella sfera che oggi è simboleggiata dalla Costellazione del Sagittario.

Possiamo trovare la Costellazione del Sagittario, durante le notti di mezza estate, esattamente al di sopra dell’orizzonte meridionale sotto la Costellazione dell’Aquila e di Ofiuco. Non salirà moltissimo alle nostre latitudini e si muove lentamente lungo l’orizzonte. Nelle antiche mappe Stellari viene dipinto come il centauro – un essere metà cavallo e metà uomo. Porta arco e freccia ed appare tendere ad una certa mèta. Molto spesso viene raffigurato unicamente da arco e freccia. 

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(Continua)

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ISIDE SOPHIA - Introduzione all'Astrosofia - Willi Sucher, LIBRI E AUTORI, SCIENZA DELLO SPIRITO

SPIGOLATURE (continuazione)

 

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Richard Wagner e John Lennon, ad un secolo di distanza, rappresentano due ideali che paiono contrapposti. Nel maestro di Lipsia emerge la sacralità nel dramma dell’avvenire impregnato di significati e significanti fin all’ultima nota e per contro, sull’altro lato, abbiamo l’irridente dissacrazione lennoniana del non-sense elevato a paradigma fondante la realtà. Ambedue Richard e John, hanno cercato un ideale artistico totalizzante, musicale ma non soltanto musicale. Ambedue possono essere messi a confronto per la loro personalissima (ed in fondo impolitica) idea di rivoluzione. Ambedue vissero con immensa sofferenza personale, la ricerca di un irraggiungibile ideale estetico-politico. La convinzione che il mondo possa essere trasformato dall’artista, accomunò il Ragnarǫk nibelungico alla fantasmagoria liberatrice del Rock and Roll dei Beatles. A margine, l’assonanza e la similitudine lessicale tra due termini, sono un vezzo tipicamente ed assolutamente wagneriano.

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Il Tramonto degli Dei o Götterdämmerung  è un’opera che presagisce in modo simbolico, la fine di un  mondo ordinato dall’alto. In Wagner emerge la fine del sacro, quale valore fondante della società. I sentimenti e le pulsioni morali che agivano ancora come eco, in  uomo di metà Ottocento, dal secondo dopoguerra non esistono più. Nelle canzoni dei Beatles quel mondo è già finito, la libertà è conquistata al prezzo della perdita di ogni valore tradizionale.

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Chuc Berry, il nero bluesman afroamericano, l’idolo chitarristico del giovane Lennon cantava:”liberami dai tempi antichi”. Ovviamente Lennon fu esaudito e si liberò dei tempi antichi. Fu annullato ogni valore, nemmeno la ricchezza economica si dimostrò  appagante. Non restava a questi figli di una libertà sconfinata che fa capolino nei primi anni ‘60, che cercare il sopramondo in qualche sostanza psicotropa. Ma anche quest’illusione insana, franò miseramente. Fu il vuoto. Un vuoto abissale. Restò solo la libertà, ad impregnare miticamente l’immaginario delle nuove generazioni della Rock Era. La liberta’, da strappare agli adulti ed alle convenzioni, alle istituzioni, alle religioni.

                                                           

La musica terrestre e la vita e l’opera poeti e di compositori, è quindi uno piccolo spiraglio aperto sull’altrove. Uno spiraglio dal quale possiamo osservare, di nascosto e per brevissimi momenti, echi tratti dalla Danza degli Spiriti del Tempo.

                                                                                             

Il “Crepuscolo degli Dei”  secondo una esatta traduzione avrebbe dovuto chiamarsi in altro modo: Fato degli Dei. C’è una vena di speranza nella parola  Fato, che viene a mancare nell’idea di Crepuscolo. E la speranza è  il silenzio liberatore del figlio di Odino. Wagner colse l’aspetto salvifico del mito norreno e lo tradusse inconsciamente nell’ultima sua opera, Il Parsifal. Non abbiamo nessun elemento a conferma eppure Parsifal definito da Wagner Il puro folle richiama  in molti aspetti Viðarr, il Silente, il figlio di Odino.

(per saperne di più)

http://it.wikipedia.org/wiki/Il_crepuscolo_degli_dei

                                                                                    

Secondo il mito norreno, la scarpa con cui il giovane Viðarr spiaccicò a terra la mascella di Fenrir, fu confezionata con avanzi di cuoio delle calzature di tutte le generazioni passate presenti e future. E Viðarr non ebbe timore di radunare e cucire le pelli del suo stivale, non ebbe ribrezzo nel toccarne le suole. Le sue scarpe non resteranno fuori dal tempio dell’esperienza umana come calzari fuori d’una moschea musulmana.   Fu una terrestrità greve e opaca vissuta nei suoi dolorosi aspetti d’innalzamento e di degradazione, temprata dal silenzio meditativo, a rendere implacabile la forza  dell’eroico gesto del giovane figlio di Odino. La fine di Odino rappresenta il tramonto di un  una società esteriormente ordinata dal sopramondo.

                                                               

 La desacralizzazione del mondo in Wagner è voluta espressamente dagli Dei che hanno preparato il declino del loro agire a favore della libertà.


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Amburgo 1960. Crash! Rory Storm con un colpo di tacco ben assestato sulle tavole del palco, fece franare in una voragine sottostante la batteria e gli amplificatori. Chi avesse sfondato per primo il tavolato del palcoscenico che poggiava su solide casse di birra avrebbe vinto quella gara. I Beatles, seppur sconfitti dal complessino concorrente, sghignazzarono nella cantina. Per alcune ore non avrebbero suonato. Chi non rise affatto fu Bruno Koschmieder , il proprietario del bar che dopo aver a lungo inveito contro quei deficienti degli inglesi, dovette far andare tutta la notte il Jukebox gratis affinché la gente ballasse.

(Per saperne di più)

http://it.wikipedia.org/wiki/Vi%C3%B0arr

Tutto sembrava permesso, nell’Amburgo portuale degli anni ’60, un solo tabou resisteva: far riaffiorare il recente passato del Terzo Reich. Erano passati quindici anni dalla fine della guerra e tutti, formalmente, volevano o dovevano dimenticare la Germania di prima. Ma John, oltre una certa ora, trasgrediva impunemente anche questo divieto, rivolgendosi alla sala con il saluto nazista o mettendosi addirittura una svastica di carta intorno al braccio. Nei gesti nazistoidi che John improvvisava sul palco ad Amburgo, prevaleva semplicemente il gusto della provocazione portata all’estremo limite. Bruno, il proprietario del pub ogni tanto si infuriava per il protrarsi delle scempiaggini parapolitiche del ragazzo di Liverpool che rischiavano di provocare risse con i nostalgici o peggio, di fargli chiudere il locale.

 

John Winston Lennon, con il secondo nome voluto dalla madre Julia, per celebrare Churchill, il mortale nemico di Hitler. Nato il 9 ottobre del 1940 in mezzo ai più terribili bombardamenti. Mentre i tedeschi radevano al suolo interi quartieri della sua città, il piccolo metteva piede in questo mondo. Un certo livore antigermanico lo assunse quindi con il latte materno, John Winston Lennon. Non fu mai disciplinato, anzi la verga correttrice del direttore scolastico scese più volte a colpire le terga di quel ragazzino indomabile. Diventò con gli anni uno studente distratto, anarcoide ed individualista, innamorato artisticamente del nero americano Chuck Berry. Berry, il suo idolo, il fondatore di tutta la tecnica chitarristica rock con l’urlo africano che canta la ribellione verso gli adulti, la famiglia, il lavoro, le false moralità! Chuk Berry era il suo modello, un negro che era l’antitesi del prototipo razziale ariano del Terzo Reich. Ma John era tutto ed il contrario di tutto, uomo antinomico per eccellenza. Pur essendo antimilitarista ed antigerarchico, coltivava inspiegabilmente una vera fissazione per l’impero romano. Pur professandosi antirazzista era più che sensibile per le figure carismatiche ed assolutiste della storia.

                                  

Lennon voleva far emergere la sua volontà a qualsiasi costo. Tutti dovevano eseguire i suoi ordini, ridere quando facevo qualche scherzo e lasciarlo comandare. Ma John non era un politico e non riusciva sempre ad essere il leader, specie quando si scontrava contro la diplomazia astuta di Paul o l’intelligenza e la sensibilità estetica di Stu il suo migliore amico fin dalla scuola d’arte di Liverpool.

                                                              

In quella combriccola da un lato spadroneggiavano le figure dei grandi miti e i tipi duri del Rock and Roll, con Gene Vincent, James Den, Marlon Brando, dall’altro veniva apprezzato l’esistenzialismo francese.  Lennon e l’amico Stu, pittore imprestato alla musica, avevano un substrato culturale e sociale che li faceva sentire in sintonia non solo con i Rockers ma anche, appunto, con gli Exis, gli esistenzialisti. I Rockers erano generalmente proletari o proleten, come alle venivano indicati con ironia dai tedeschi più abbienti. Gli esistenzialisti, di estrazione media, erano più interessati a Jean – Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Juliette Greco e Albert Camus. La bella fotografa Astrid Kircherr ed il suo ragazzo Klaus Voorman ad esempio, facevano parte di questo secondo gruppo. In quegli anni gli Exis portavano il ciuffo spiovente sugli occhi mentre i Rockers puri amavano le pettinature vaporose all’indietro di impronta americana. Quel caschetto che ricordava i paggi del Medioevo, era una moda esistenzialista e per i tedeschi si chiamava pettinatura a fungo, Pilzenkopf.

(Per saperne di più)

http://www.informagiovani-italia.com/i_beatles_ad_amburgo.htm


 

Quella compagnia di giovani integrava questi due mondi così opposti che diverranno la cifra stilistica dei Beatles di domani. Perché grazie alla magica miscela della musica del gruppo di Liverpool, con il tempo, si persero le rigide connotazioni di arte “alta” ed arte popolare. Questo superamento sarà l’eredità più importante del variegatissimo genere musicale che in futuro prenderà il nome di musica postmoderna.

(Continua)

RESOLARIS

 

 

 

 

 

ARTE, MUSICA
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