NATALE

DAL DIVIN FONDO DELL’ESSER NOSTRO

Il culto del Sol Invictus

*

Io sento

Come sciolto da incantesimo

Il Figliuol de lo Spirto

In seno all’anima;

In chiara purità di cuor

L’ha generato

Il sacro Verbo dei Mondi,

Della Speranza Frutto celestiale,

Che giubilando cresce

In lontananze eteree,

Dal divin fondo

Dell’esser mio.

(Rudolf Steiner)

*

In molti settori della spiritualità moderna si crede oggi che sia giusta volontà il caricare gli impulsi ed emozioni, gli entusiasmi verso i pensieri positivi o piacevoli, credendo ciò bastante ad assicurare conseguimenti di forza di pensiero tali da assicurare, quantomeno, comportamenti sinceri, buoni e fraterni .

In parole povere non pensiamo a liberare la volontà ma a caricarla ed alimentarla sempre e solo col sentire prigioniero: un solo sentimento generico deputato al cambiamento di quel pensiero, al mutamento di quella mente che porterebbe così a raggiungimenti di dimensioni solari credute mete profetizzate già dall’antico.

Direi che questa pratica, invece che un pensiero forza genera un pensiero… forzato, di quella energia che tiene oggi in piedi molta new age e svariati spiritualismi da banco, il grande nuovo bussiness del secolo, che ha contaminato anche l’antroposofia.

Parole vuote di un linguaggio romantico e positivo ma rigide come involucro, ingabbiante, e nello stesso tempo impermeabile allo Spirito.

Le verità spirituali sono ridotte a luoghi comuni in cui si insinua il proprio personale brevetto riducendo impunemente il sacrificio di Iniziati a comuni e universali ineluttabili iniziazioni… per esaltare se stessi.

Le verità di Steiner sono ritenute bruscolini quando vanno a cozzare con le nostre debolezze: rimandare la disciplina interiore è vizio risaputo. E questo sarebbe il minimo se non che si può peggiorare la situazione andando ad avversare per sciocco ed inutile amor proprio, ma sempre per interesse personale, proprio l’essenza  su cui si regge quella scienza spirituale che tanto ha ammaliato e nella quale si continua a sguazzare senza decidersi a nuotare.

Una contraddizione plateale e chiarissima alla quale sarebbe preferibile un bel silenzio compunto, almeno non si cadrebbe nel ridicolo, facilmente individuabile ad una semplice analisi logico razionale di ciò che senzientemente si dichiara.

E’ caratteristica umana formularsi pensieri alti e comportarsi non di conseguenza. La natura è forte. Così anche la nuova meta raggiunta e conseguita da pochi nel sacrario occidentale rischia di diventare per gli altri natura morta, pensato, una medicina fra tante che come unici effetti sa dare unicamente assuefazione ed effetti collaterali, una droga, un ritornello, un mantra che ci ripetiamo solo per illuderci e per non “pensare quello che si dovrebbe pensare”.

E così dell’Io solamente si parla, si studia e si fanno conferenze e congressi, ma non se ne fa esperienza. Sì, è giusto pensarne come siamo abituati a fare, spinti dal dovere e dal sentimento, è giusto usare il nostro pensiero migliore, quello forte pensante spinto fino alla sua ultima istanza, ma al limite di questo pensiero pensante non c’è un termine, una fine: un altro grande scenario si apre, lo scenario dell’Uomo. Si tratta di uno scenario che va oltre la forza del razionale, oltre la barriera cerebrale, quella forza che può essere cavalcata e domata, convertita perché conduca oltre, al nostro Io e….

Eppure l’uomo può aver ragione della forza della natura per farne il proprio “sacro finalismo”.

Ma il metodo non è  visualizzazione, non è donarsi a ossessivi pensieri suggeriti dalle leggi di attrazione che vorremmo attivare per sperimentare poteri occulti e poteri terreni di abbondanza. Questi sono i lacci più stretti che possano esistere… : desideri primitivi che si convertono in altre brame più raffinate. E’ merce antica che non merita nemmeno di essere messa in saldo, il negoziante disonesto la camuffa perché non venga riconosciuta e la riespone come nuova ai maniaci dello shopping.

E le promesse e le descrizioni delle nuove schiere di profeti da strapazzo che siamo tentati di imitare e/o seguire, affondano ancora di più l’uomo nelle sabbie mobili, nominando invano il nome del Cristo per rifiutarlo e tradirlo nello stesso momento della sua pronuncia: nella perpetuazione di quella forza d’inerzia che ci conduce, sorda ed inesorabile: la stessa della natura.

Il metodo non è godimento nè sogno, non è parola morta nostra o di altri che possa regalare alcunchè di vero.

Morire davvero bisogna, morire davvero con tutta la nostra volontà vera conquistata in una viva esperienza quotidiana e fedele, morire di una morte che non dona sensualità e piacere terreno, di una morte che possa testimoniare la verità di quell’amore che diciamo di amare. Di quell’amore che non è un sentire malato da nutrire ancora con rinnovate dosi di sostanze allucinogene, di quell’amore che non bisogna rivestire di tecniche di PNL e similari, o di linguaggio di moda del momento.

Di quell’amore che non si trova nelle stanze dei congressi o nei luoghi di eventi e raduni, che non si trova nei libri, che non si trova nemmeno qui in internet ma bensì nel luogo più ignorato, più reietto e disprezzato del mondo (disprezzato prima di tutto da se stessi).

Un luogo da scoprire, raggiungere, conoscere e poi da inabitare: in noi è la Via, la Verità e la Vita. Quella piccola luce del pensiero  deve accendersi e volgersi a se stesso, ripercorrersi su quella via che dal riflesso può portare fino alla causa della sua sorgente: la Verità; dalla immagine morta a Ciò che la produce, per individuarsi, conoscersi.

Per  poi Vivere, veramente.

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La traduzione dei versi di Rudolf Steiner: Casa editrice Trani-Trieste-anno1939

IL GUERRIERO BUONO

ECOANTROPOSOPHIA.IT augura  BUON NATALE a tutti i suoi amici lettori con tre proposte di ascolto: trattasi di bellissimi brani interpretati da un eccellente baritono siberiano, Dmitri Hvorostovsky, un talento purtroppo mancato troppo presto

🎄

IL GUERRIERO BUONO

 

LA VIA

 

VIVERE

DIES NATALIS SOLIS INVICTI

sole invicto

Nell’antica Roma, il 17 dicembre cominciavano i Saturnalia istituiti, come racconta Tito Livio, ad opera dei consoli A. Sempronio e M. Minucio, ed erano festeggiamenti appunto in onore dell’italico dio Saturno – che ha caratteri in parte diversi da quelli del dio Kronos-Chronos ellenico – festeggiamenti che si concludevano il 23 dicembre. E proprio il 17 Dicembre dell’anno 498 a.C., si svolse a Roma la consacrazione del Tempio di Saturno, situato nel Foro al termine della Via Sacra. Il tempio di Saturno – il più antico di Roma dopo quelli di Vesta e di Giove, e del quale ci restano sei magnifiche colonne ioniche – era ai piedi del colle del Campidoglio. In questo luogo si trovava un antichissimo altare, da collegare, secondo la tradizione romana, ben prima di quella romulea sul Palatino, alla mitica fondazione sul colle capitolino da parte di Saturno della città originaria, che da lui prese il nome di Saturnia. Tali festeggiamenti erano preceduti dalla festa del Sol Indiges, che si celebrava l’11 dicembre in onore del Sole Natio, festa di origine sabina e non latina, che era stata introdotta a Roma dal Re Tito Tazio, che regnò assieme a Romolo.

Tali festeggiamenti, che duravano sette giorni nei quali coloro che si incontravano si scambiavano il saluto augurale Io Saturnalia!, e si porgevano come doni augurali le strennae, includevano il solstitium hiemale, ossia il giorno del solstizio invernale nel quale il Sole, nel giorno più corto del ciclo annuale, ha una sorta di stasi e, per così dire, “muore” e “rinasce”. Il 21 dicembre, giorno del solstizio, erano celebrati i Divalia o Angeronalia, ovverossia le celebrazioni e i riti in onore della Diva Angerona. Pochi giorni dopo, il 25 dicembre, era celebrato il Dies Natalis Solis Invicti, nel quale era celebrata la nascita, o la rinascita del Sole, ma al contempo quella del dio Mithra, che dal Sole veniva distinto, e collegato, ma, talora, addirittura ad esso identificato.

Questi erano – e sono – giorni tra i più sacri nel ciclo dell’anno, e nell’antica Roma erano giorni nei quali, lontano dagli sguardi profani, si celebravano i sacra e gli initia, ossia quelle cerimonie che nella Iniziazione aprivano ai coraggiosi, ai puri, e ai degni, il varco all’esperienza cosciente del Mondo Spirituale. Quei mysteria venivano accuratamente celati agli sguardi profani, talché mentre della religiosità ellenica molto ci è giunto, e dei vari Misteri eleusini, frigi, orfici, samotraci, isiaci, dionisiaci e simili, pur se nessuno in duemila anni mai ne tradì l’intimo segreto, qualche esteriore notizia pure ci è giunta, dei Misteri romani, invece, i più – quasi tutti – ne ignorano tuttora persin l’esistenza. Ciò fu dovuto alla cura somma e gelosa con la quale – e ben a ragione – ne venne custodito l’arcano, che fu efficacemente difeso da ogni profanazione.

Massimo Scaligero, parlando della spiritualità romana, mette in evidenza come essa fosse molto più profonda di quella ellenica. Egli fa notare come alle origini la spiritualità e la religiosità romane, contrariamente all’efflorescenza della mitologia religiosa ellenica, fossero scarne, pressoché prive d’immagini e di miti. E ciò, non per una “povertà” di contenuti, bensì per il loro derivare da una sorgente spirituale “più alta” e soprattutto “più pura”, di tipo ispirativo-intuitivo, rispetto a quella immaginativa, e immaginifica, ellenica. Di ciò erano coscienti le stesse élite spirituali e politiche della Roma repubblicana, le quali parlavano, in termini chiaramente non proprio elogiativi, della graecula fabulositas, come di qualcosa che era il segno di uno sfaldarsi della tenuta interiore e dell’integrità spirituale. Anche l’incontro dell’austero e severo costume romano con la ormai decadente accozzaglia filosofica greca destò il fastidio e la diffidenza dei Romani nei confronti di quei filosofastri scettici, che nel foro facevano sfoggio della loro vuota dialettica, dimostrando che gli uomini erano rane, che le rane erano alberi e che gli alberi erano uomini! Non era più ormai l’aurea età dei Pitagorici, di Platone e di Aristotele. E se i romani ebbero una simpatia filosofica, l’ebbero per i Pitagorici e per gli Stoici, il cui ethos consonava pienamente con l’aristocratico e austero mos maiorum, col costume della romanità più antica.

Non che da allora i tempi siano poi granché cambiati. Se lo sono, lo sono sicuramente in peggio e in pessima, ruinosa, direzione. L’intellettualismo oggi è una marea dilagante, e la dialettica – mala arte capace di dimostrare tutto e il contrario di tutto, nonché di giustificare forbitamente ogni tradimento, ogni spergiuro, ed ogni menzogna – viene usata e abusata persino nelle cerchie sedicenti “spirituali” ed “esoteriche”, che dovrebbero proprio guardarsene bene, le quali, invece, come affermava Giovanni Colazza, sono sovente ridotte a congreghe di “chiacchieroni dello spirito”. Oggi sono tutti, proprio tutti – parola di Massimo Scaligero – fastidiosamente intelligentissimi e dialettici, e mai l’intelligenza discorsiva è stata così inflazionata come nella nostra epoca: oggi son tutti intelligentissimi furbastri e nessuno, quasi nessuno, è saggio. La saggezza viene dal silenzio e non dalla dialettica. Il silenzio è l’estinzione della dialettica: di ogni dialettica.   

Non per niente la Diva Angerona, preposta ai sacra, era una Dea del Silenzio sacro. Anzi, come fa notare, in UR-1928, quel paganaccio – incorreggibilissimo paganaccio – di Arturo Reghini, erano ben tre le Dee romane preposte all’Iniziazione, alle quali era sacro il silenzio. Tra queste notiamo: «la Musa Tacita di Numa (Plutarco, Numa, 8), la dea Muta di Tatius (Ovidio, Fast., II, 583), la dea Angeronia del Velabro, rappresentata con un dito sopra la bocca ed in atteggiamento silenzioso (ore obligato signatoque)».

L’italico Saturno era un dio dell’età dell’oro, e lo stesso Virgilio – il mio amato Virgilio – nella quarta Ecloga o Bucolica collega l’aureo Saturno all’età dell’oro:

Ùltima Cùmaeì | venìt iam càrminis aètas;

màgnus ab ìntegrò | saeclòrum nàscitur òrdo 

Iàm redit èt Virgò, | redeùnt Satùrnia règna,

iàm nova prògeniès | caelò demìttitur àlto.

Questi ritmici versi, tradotti nella bella lingua di Dante, ci direbbero che: «L’ultima età, cantata dalla Sibilla Cumana, ormai è giunta; novellamente nasce il grande ordine dei secoli. Torna ormai anche la Vergine, ritornano i regni di Saturno, e già una nuova stirpe scende dall’alto cielo».

Quella di cui parla il sapientissimo Virgilio, è una vera e propria trasmutazione: una trasmutazione al contempo sia macrocosmica e storica, che microcosmica e umana. In Alchìma il piombo, il pesante e opaco metallo di Saturno – il più esteriore, lontano e lento dei sette pianeti dell’antica cosmologia – è considerato “oro decaduto”, “oro lebbroso”, che deve essere riportato al suo stato originario. Il “piombo” è un decaduto “oro terrestre”, così come il Dio Saturno è un dio “caduto”, che fu prima “cacciato” dall’Olimpo, e poi si nascose nel Lazio. I Latini facevano derivare il nome Latium da latère, che ha il significato di “occultare”, “celare”, “nascondere”. Ma egli è altresì il dio dell’Età dell’Oro, che può riportare l’uomo e il mondo a tale aurea età. Ciò significa, tra l’altro, che l’oro alchemico, del quale vanno in affannosa cerca i discepoli di Hermete, è nascosto, celato, ben occultato nella terra. Per cui passare – secondo l’antico simbolismo astronomico-astrologico tolemaico – da “Saturno” alla “Terra”, è lo stesso che dire passare, ambulando ab intra, dall’esterno all’interno. E si rifletta sul fatto che nella religiosità romana Saturno, rifugiandosi e occultandosi nel Lazio, portò agli Aborigeni, a coloro che ab origine abitavano quella terra, la peritia ruris, l’agricoltura, traendo così gli umani da uno stato selvaggio di barbarie, così come altrettanto fece nell’Ellade la Dea Demetra che a Trittolemo ad Eleusi insegnò l’agricoltura, e Demetra è una Dea identica alla romana Cerere, la donatrice dei cereali.

Questa sapiente coltivazione della “terra”, di cosa ha particolarmente bisogno? Che cosa di particolarmente importante portò Saturno affinché la “terra” potesse germinare? Egli portò quel calore saturnio, quel fuoco, senza il quale la “terra” rimane “fredda” e non fa germinare il grano e le altre piante! E anche la pianta “uomo” necessita, su tutti i piani, di un tale “calore” e “fuoco”. Esiste una “agricoltura celeste”, che è capace di far sbocciare, fiorire e fruttificare la pianta umana, così come con l’Arte Regia ermetica si fa trasmutare il lento e opaco “piombo” umano nell’Oro della Sapienza.  

I sapienti Latini parlavano di una triplice cultura, che non era in quei tempi lontani quanto di narcisistico e corrotto va a giro nel mondo attuale sotto tale nome. Vi era la cultura agrorum, la coltivazione dei campi; vi era la cultura animi, ovvero la coltivazione ed educazione dell’animo umano sotto ogni aspetto; vi era, infine, la cultura o il cultus deorum, ossia la pratica di quella religio, che collega il visibile all’invisibile, l’umano al Divino. Lo stesso buon Orazio Flacco, in una sua Ode, si confessa colpevole, perché parcus deorum cultor et infrequens, ovvero: tiepido, incostante e negligente “cultor degli Dèi”, e si ripromette saviamente di cambiar rotta. E ancor oggi si parla di “uomo colto”, di “coltivar le arti o le scienze”, “coltivare odio” (malapianta questa…), “coltivare amicizie”, “coltivare sentimenti elevati”, ed infine di “culto divino”, ossia della liturgia e dei riti religiosi. Per i Latini era intuitivo poter parlare di cultura animi, o di cultura hominis, in quanto per loro homo e humanus erano parole correlate ad humus, lo strato vitale della terra. Ed anche nel racconto della Genesi, Adam, l’uomo, è tratto da adamàh, la terra rossa e vitale.

Cosmogonicamente, il mondo generato dal Logos è scaturito dall’originario “fuoco” saturnio, perché la Parola, il Verbo stesso, è “fuoco” generatore, “fuoco” che nel trascorrere successivo degli stati cosmici, sempre più “densi”, di “Saturno”, “Sole”, “Luna”, ed infine “Terra”, sempre più si volge alla manifestazione creativa, allontanandosi dall’Uno-Tutto, differenziandosi, specializzandosi – ossia, alla latina, manifestando species, apparenze diverse – e recludendosi nella frantumata, illusoria molteplicità. Nella “terra”, nella “pietra”, è celato il saturnio “fuoco” originario: vi dorme celato, ma da esso è novellamente ridestabile, pronto a divampare come brace da sotto la cenere, e a dissolvere l’esteriore apparire illusorio. Per cui dagli Ermetisti è detto: Omnia ab Uno, et in Unum omnia, cioè tutte le cose provengono dall’Uno e all’Uno esse tutte ritornano”. Ciò che dal “fuoco” è scaturito, nel “fuoco” di nuovo verrà dissolto: ma ciò che viene dissolto è l’illusorio apparire, la maya, ossia ciò che il tempo dal suo seno ha generato e che poi il tempo – come nel mito di Saturno – divora, mentre ciò che permane è ciò che è “originario”, che è ab origine, ossia l’elemento eterno.

A tale proposito, possiamo volgere il nostro meditare a due logia gnostici del Vangelo di Tommaso, che trascriviamo nella mirabile traduzione dal copto di Luigi Moraldi, ove nel primo, il n° 10, il Logos afferma: «Ho gettato fuoco sul mondo, ed ecco, lo custodisco finché divampi», mentre nel secondo, il n° 82, dice: «Colui che è vicino a me è vicino al fuoco. Colui che è lontano da me, è lontano dal Regno». Questi due logia rimandano a quanto è scritto nel Vangelo di Luca, Cap. XII, 49, «Fuoco sono venuto a gettare sulla terra, e come anelo che divampi!».  

Ora il Logos dichiara di esser l’Alpha e l’Omega, ossia il “principio” e la “fine”. E ciò è comprensibile perché, come nel serpente οὐροϐóρος-urobòros, la “fine” coincide col “principio”, essendovi nell’Uno, da cui tutto proviene e a cui tutto ritorna, quel “fuoco” al contempo generatore e dissolvitore della frantumata molteplicità. Ma il Logos dichiara altresì di essere “pietra”, la “pietra” su cui tutto si fonda come solida roccia, e Paolo lo conferma scrivendo – trascrivo il latino della Vulgata di Girolamo – petra autem erat Christus. E tutta l’Alchìmia rosicruciana identifica la “pietra”, il lapis philosophorum, con il Logos.

Ora, come nella profonda tenebra del Solstizio d’inverno si occulta il Sole, per “morire e rinascere”, come nel plumbeo metallo saturnio si cela quell’oro dal quale si deve “togliere” l’oscurante “ombra”, così nella “pietra” si celano la “luce” e la “folgore”. Poiché – secondo l’aureo tema di meditazione donatoci da Massimo Scaligero – “ogni pietra ha la sua folgore”, e poiché, inoltre, – come ammoniva Basilio Valentino – occorre visitare interiora terrae per invenire, ossia trovare, quello occultum lapidem, che è veram medicinam, della quale ha urgente bisogno l’uomo caduto per trasmutarsi da bestia stupida, vigliacca e arrogante, in Angelo, è necessario operare sulla “pietra” o sul “piombo” saturnio col “fuoco”, togliere ad essi la “tenebra”, quella “ombra” oscurante, che ci rende schiavi dell’in-significante menzognero apparire.

Nei Misteri Mitriaci – tanto amati dai Romani al punto di disseminarne i mitrei dal Vallo Adriano, ai confini con celtica Scotia sin nella Mesopotamia, sulle rive dell’Eufrate e del Tigri – il 25 dicembre, nel dies natalis Solis Invicti, si festeggiava non solo la nascita, o la rinascita del Sole vincitore della profonda tenebra solstiziale, ma anche la nascita del Dio Mitra, che del Sole era amico e alleato, o che con lo stesso Sole veniva talvolta identificato. Il Dio nei suoi sacra e mysteria veniva chiamato Mithra petrogenos, ossia generato, sorgente, scaturente, in maniera fulgurea, dalla petra genetrix. Balzando fuori dalla pietra che lo ha generato, Mitra tiene in una mano un ferreo gladio e nell’altra una face accesa: dunque ferro e fuoco. Egli è, dunque, il portatore – come Michael – di una ardente spiritualità marziale, e ciò spiega il grandissimo amore che i legionari di Roma avevano per i suoi mysteria. E come non pensare – sia pure in altro, contesto apparentemente molto diverso, ma neanche poi tanto – all’audacissimo Conte di Cagliostro il quale, nel suo egiziaco Rituale, scrive: Qui agnoscit Martem, cognoscit artem, o qui agnoscit mortem, cognoscit artem : chi conosce Marte o la Morte, costui conosce l’Arte Regia. Ora il marziale gladio è di ferro – o di fiero acciaro, dicevano un tempo i Poeti: l’Acciaio dei Saggi dei Figli di Hermete – e col gladio si fa pugna e si dà la morte, o nella pugna si trova la morteL’oro venne considerato, in ogni tempo e in ogni luogo, essere il più puro e il più nobile dei metalli, al contempo indistruttibile ed eterno – al punto che gli alchimisti affermavano che era più facile “fare” l’oro che distruggerlo o “disfarlo” – in quanto è l’ultima, più “matura”,  e culminante realizzazione tra quelle che si attuano nel seno della Madre Terra o Petra Genitrix. L’oro, essendo il raggiungimento della “perfezione” – nel senso latino di perfectio e di perfectum, da perficere, e in quello greco di τέλειος-tèleios e di τελετή-teletèsimbolicamente rappresenta “sapienza”, “immortalità” e il conseguimento della “beatitudine celeste”: esattamente come nella “rigenerazione” fisica e morale, ovvero la preparazione della “pietra filosofale” e il “pentagono mistico”, della quale parlava il Conte di Cagliostro nel suo “egiziaco” sistema. Chi abbia sguardo sagace, può intendere tali simboli sub specie interioritatis, scorgendone, come direbbe Dante, “l’ascosa significazione”.  

La spiritualità mitriaca è dunque, come quella michaelita, una spiritualità pugnace, battagliera. E Massimo Scaligero, in Kundalini d’Occidente, scrive che a viva forza il discepolo espugna il pensiero puro, il che dimostra – una volta di più – come sia menzognera e ad arte fuorviante l’affermazione dell’anonimo articolista di una sedicente “scaligeropolitana” rivista romana, il quale in maniera insana e improvvida afferma essere “l’esperienza del pensiero puro-libero dai sensi un’esperienza spontanea, ma non cosciente e quindi egoistica”.

Ora, chi affronta la pratica fervida, intensa, fedele della Concentrazione, chi ad essa con tutto se stesso si consacri, sa che in essa l’audace sperimentatore coraggiosamente sfida la Morte e il suo potere. Egli sa di quanto slancio, di quanto impeto, di quanta fredda determinazione, di quanta ardente consacrazione, egli deve essere capace per far risorgere nella Concentrazione il pensare cadaverico dal suo stato di morte. Egli sa che non v’è altra Via, se non quella del combattimento eroico per giungere ad aprire il varco alla travolgenza del Pensiero Vivente, al Pensiero-Folgore capace di dissolvere e rinnovare radicalmente l’umano. Il resto – le morbide “vie dell’anima”, gli stucchevoli mistici languori, le emozioni e i sentimentalismi delle “anime belle”, e via dicendo – è solo illusione, menzogna, vigliaccheria, consapevole o inconsapevole inganno di sé e degli altri.

Ho voluto sollevare appena un lembo sugli arcani di un’antica misteriosofia, e tuttavia qualcosa prezioso penso di averlo celato tra le righe, qualcosa che l’audace e diligente “pellegrino d’Amore”, come lo chiama il mio sempre più amato Dante, saprà ritrovare. E forse ho detto più che non lice…”. Per concludere, voglio trascrivere una traduzione un po’ più esatta di quella, veramente un po’ troppo approssimativa, che circola negli ambienti “scaligeropolitani”, del primissimo mantram che Rudolf Steiner donò nel 1906, al Solstizio d’inverno. Qui potest capere, capiat, e a tutti i nostri affezionati lettori di Ecoantroposophia auguro di tutto cuore un buon Dies Natalis Solis Invicti! 

Die Sonne schaue

Um mitternächtige Stunde.

Mit Steinen baue

Im lebenlosen Grunde.

So finde im Niedergang

Und in des Todes Nacht

Der Schöpfung neuen Anfang,

Des Morgens junge Macht.

Die Höhen laß offenbaren

Der Götter ewiges Wort,

Die Tiefen sollen bewahren

Den friedensvollen Hort.

Im Dunkel lebend

Erschaffe eine Sonne.

Im Stoffe webend

Erkenne Geistes Wonne.

***

Contempla il Sole

Nell’ora di mezzanotte.

Con pietre edifica

nel fondo senza vita.

Cerca così nel baratro

e nella notte di morte,

nuovo principio della creazione,

la giovane potenza del mattino.

Fa’ che le Altezze rivelino

l’eterna Parola degli Dèi.

Le profondità devon custodire

il tesoro colmo di pace.

Vivendo nella tenebra

crea un Sole.

Tessendo nella materia

conosci la beatitudine dello Spirito.

Rudolf Steiner

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