Scienza dello Spirito

SCIENZA DELLO SPIRITO E ANTROPOSOFIA – LA VIA DEL PENSIERO

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Il termine Antroposofia è molto antico e non fu creato, come lui stesso esplicitamente affermò, da Rudolf Steiner.

Tralasciamo l’uso, per noi poco interessante, che ne fece il filosofo herbartiano austriaco Robert Zimmermann (nato a Praga il 2 novembre 1824 e ivi defunto il settembre 1898), che lo adoperò nel titolo di una delle sue opere, intitolata appunto Anthroposophie im Umriß. Entwurf eines Systems idealer Weltsicht auf realistischer Grundlage, ossia Antroposofia nelle sue linee generali. Abbozzo di un sistema ideale di visione del mondo su base realistica, che apparve nel 1882: nulla a che vedere con la Sapienza Celeste, oggetto della nostra ricerca e del nostro amore. In precedenza la parola era stata adoperata, in maniera per noi già più interessante, dal filosofo Immanuel Fichte, figlio del grande Johann Gottlieb Fichte, da Ignaz Troxler, da Gideon Spicker. Ma, pur essendo queste personalità del mondo filosofico e culturale di lingua tedesca apprezzati da Rudolf Steiner, non è l’uso “filosofico”, che è stato fatto di questa parola, che ci preme, semmai l’uso «filosofale».

Se vogliamo vedere usata questa parola in senso «occulto», prima di Rudolf Steiner, dobbiamo risalire al XVII secolo, a quel “secolo d’oro” che per l’Ermetismo e l’Alchìmia fu il Seicento. Quello fu il secolo della pubblicazione dei quattro primi scritti rosicruciani, ovvero della Fama Fraternitatis, della Confessio Fraternitatis, delle Nozze Chimiche di Christian Rosenkreutz, della Allgemeine und General Reformation der ganzen weiten Welt, ossia della Riforma universale e generale dell’intero vasto mondo. Ma fu anche il secolo nel quale videro la luce mirabili testi alchemici come la Chymica Vannus, il De Pharmaco catholico, l’Androgenes Hermeticus, il Novum Lumen Chemicum e le altre opere del Cosmopolita, quelle di Francesco Maria Santinelli, di Federico Gualdi, di Massimiliano Palombara e la sua Porta Ermetica, di importanti autori rosicruciani come Heinrich Khunrath, Michael Maier, Robert Fludd, il “riscoperto” Basilio Valentino, le opere dei due Filalete, Eugenio e Ireneo (che taluni, a ragione o a torto, identificano tra loro), per non dirne che una parte. Questa mirabile fioritura della Sapienza Ermetica venne in gran parte spazzata via, in Germania e altrove, dalla Guerra dei Trent’Anni, provocata dall’odio teologico di una potenza religiosa intollerante e della sua militante compagnia, e attuata con spietata ferocia dalle truppe imperiali asburgiche.

Antroposophia Theomagica a

In quel periodo così agitato, un autore da me molto amato, Thomas Vaughan, un alchimista e kabbalista del Galles, molto legato alla tradizione rosicruciana – fu lui a tradurre e a pubblicare per primo in inglese, nel 1652, i primi due opuscoli che costituivano il Manifesto del movimento rosicruciano col titolo di The Fame and Confession of the Fraternity of the Rose Cross – pubblicò nel 1650 con l’eteronimo, che userà poi per tutte le sue opere, di Eugenius Philalethes, ovvero “Eugenio, l’Amico della Verità”, il suo primo scritto col titolo di Anthroposophia Theomagica, a Discourse on the Nature of Man and his State after Death. Ora, questo «Discorso sulla natura dell’uomo e il suo stato dopo la morte» è molto vicino a quella «Introduzione alla conoscenza sovrasensibile del mondo e del destino umano», che è il sottotitolo del libro Teosofia, nel quale Rudolf Steiner tratta appunto della costituzione occulta dell’uomo e del suo destino dopo la morte. Naturalmente, Thomas Vaughan, nella sua Anthroposophia Theomagica, tratta il suo argomento con l’usuale intricato simbolismo ermetico-kabbalistico, tipico della tradizione rosicruciana, medievale e rinascimentale, il che ci rende tanto più grati a Rudolf Steiner, il quale ci ha portato incontro un Mondo Spirituale in concetti afferrabili da ogni volenteroso pensatore.

Ma la parola Antroposofia è ancora più antica: di circa un secolo. Infatti, Thomas Vaughan, nelle sue opere, si dichiara discepolo postumo del grandissimo Enrico Cornelio Agrippa, umanista, ermetista, kabbalista e mago, discepolo a sua volta di Giovanni Tritemio, abate benedettino prima di Sponheim e poi di Würzburg, uomo dalla sapienza oceanica, ambedue – essi pure – da me molto amati . Orbene, il nostro ottimo Agrippa, in una sua aurea operetta, intitolata Arbatel, nel XLIX e ultimo capitolo della sua trattazione, espone un quadro delle varie scientiae accessibili all’uomo, lodando quelle buone ed utili e mettendo in guardia da quelle malvagie e pericolose. Tra le scientiae Boni, ovvero “scienze del Bene”, egli annovera la Theosophia, definita come la scienza che dà: Notitia verbi Dei, et vitæ iuxta verbum Dei institutio, e Notitia gubernationis Dei, per angelos, quos scriptura Vigiles vocat, & intelligere angelorum mysteria, ovverossia la Theosophia è la scienza che ci permette la conoscenza del Verbo di Dio, del Logos, e della creazione della vita secondo il Verbo divino, ossia secondo il Logos, e ci istruisce altresì circa il governo di Dio attraverso gli Angeli, che la Scrittura chiama Veglianti, e ci istruisce altresì a comprendere i misteri angelici. Mentre l’Anthroposophia da Agrippa viene definita Scientia rerum naturalium, scienza delle cose naturali, e Prudentia rerum humanarum, saggezza delle cose umane. Ed è facile vedere il rapporto della Theosophia e della Anthroposophia di Enrico Cornelio Agrippa con l’insegnamento di Rudolf Steiner.

Solo che l’insegnamento di Agrippa, la sua occulta philosophia, è veramente un aureo tesoro custodito in uno scrigno «ermeticamente» chiuso, non facile da disserrare se non si possiede quella che lui stesso, in una lettera ad un discepolo, chiama la occulta clavis totius negotii, la chiave segreta dell’intero sistema. E dire che il benedettino Giovanni Tritemio, un “Maestro dell’Arte” – come direbbero i discepoli di Ermete, Padre dei Filosofi –  e suo Maestro, lo rimproverava di parlare troppo chiaro, il che all’epoca era oltremodo pericoloso, potendo facilmente l’ermetista troppo loquace finire sul rogo! Infatti, il sapientissimo abate Tritemio, al quale Agrippa aveva inviato la prima stesura manoscritta dell’opera a lui più cara, il De occulta philosophia, l’8 aprile 1510, scrisse una lettera piena di lodi al suo giovane, colto e promettente discepolo, per aver penetrato arcani e segreti nascosti a moltissimi dotti, ma lo ammonisce al contempo a dare le cose volgari al volgo, mentre le cose più alte ed arcane dovrebbe comunicarle solo agli amici più segreti e fidati. E aggiunge: «Da’ il fieno al bove e lo zucchero solo al pappagallo; fa’ attenzione di non esporti, come è accaduto ad altri, ai calci dei buoi». Malgrado tutto, non sempre – e ad onta di ogni sua prudenza – il polemico e focoso Enrico Cornelio Agrippa riuscì di evitare i «calci dei buoi». E non è che oggi la situazione sia granché cambiata…

Giova riportare, nella traduzione del mai troppo stimato e a me caro Arturo Reghini, quanto Agrippa va scrivendo, nel 1523, ad un suo discepolo entusiasta, il padre Aurelio da Acquapendente, col quale egli così si esprime:

«La chiave di tutta la faccenda la riservo a me ed agli  amici, di cui, non dubitare, tu sei uno (clavem totius negotii mihi, amicisque quorum te unum ne dubites, reservo). Sarebbe un delitto ed un sacrilegio pubblicare questa faccenda alla coscienza di tutti. Poiché essa non si trasmette (traditur) cogli scritti, ma allo spirito per mezzo dello spirito si infonde (sed spiritui per spiritum infunditur)».

Questa era, dunque, la maniera prudente e celata nella quale veniva trasmessa un tempo l’antica Sapienza, e la forma simbolica ed enigmatica nella quale essa veniva allora espressa. Dall’epoca di Enrico Cornelio Agrippa sono passati cinquecento anni, e molto è mutato nel frattempo nell’anima umana e nella stessa costituzione occulta dell’uomo. La strada che scelse Rudolf Steiner fu radicalmente diversa. Egli non si pose il compito di tradurre in un linguaggio moderno, comprensibile a tutti, i tesori di Sapienza Arcana, che quella Theosophia elargiva a pochissimi, come «rivelazione» dall’Alto, bensì volle comunicare una Conoscenza, frutto delle nuove e più lucide forze dell’anima cosciente, che l’uomo, duramente e faticosamente lottando, andava sempre più conquistandosi. Egli stesso affermò apertamente, che nelle sue comunicazioni, basate esclusivamente sulle sue personali, autonome, investigazioni spirituali, non avrebbe “disvelato” i “segreti” e gli “arcani” di quegli antichi Ordini Occulti e Confraternite. Ma questo punto non è stato davvero granché inteso dalla maggior parte dei suoi fiacchi e accidiosi seguaci, dando luogo a non pochi equivoci proprio da parte di coloro che tendevano e tuttora tendono a prendere il suo insegnamento in maniera mistica, sentimentale, parareligiosa, «animica».

La strada, intrapresa da Rudolf Steiner, di comunicare coraggiosamente e generosamente i risultati delle sue investigazioni spirituali a tutti coloro che, anche al di fuori degli antichi Ordini occulti, erano sinceri ricercatori di una conoscenza spirituale, non fu sempre condivisa da coloro che erano iniziati in tali Ordini, i quali in taluni casi giudicarono oltremodo «temeraria» la comunicazione pubblica delle verità occulte.

Infatti, possiamo leggere quel che Rudolf Steiner stesso scrisse nel Capitolo XXIX de La mia vita, trad it. di Febe Colazza Arenson e Lina Schwarz, Editrice Antroposofica, Milano 1987, pp. 297-299:

«Sino all’inizio dell’era moderna, cioè sino al secolo XIV circa, è sempre esistito un sapere del mondo spirituale, corrispondente alla diversa costituzione animica di un’umanità più antica. Ma era appunto qualcosa di molto diverso dal sapere antroposofico, corrispondente alle condizioni della conoscenza nei tempi attuali. […]

Nei tempi antichi quel «sapere antico» si coltivava unicamente nel seno dei «misteri» ed ivi si comunicava a coloro che prima si erano resi maturi a riceverlo, agli «iniziati». Non si doveva mai comunicarlo pubblicamente, per evitare il rischio di una profanazione. Tale uso fu mantenuto anche in seguito da coloro ch’erano in possesso del «sapere antico» e lo coltivavano nella ristrettissima cerchia delle persone preparate a tale scopo.

Così si continuò sino ai nostri tempi.

Tra le personalità da me incontrate, che richiedevano questo atteggiamento verso la conoscenza dello spirito, voglio menzionarne una che frequentava a  Vienna il circolo, già caratterizzato, della signora Lang, ma che incontravo anche in altri ambienti. È Friedrich Eckstein, l’eccellente conoscitore del «sapere antico»; nel periodo in cui ebbei a che fare con lui, egli non scriveva molto, ma ciò che scriveva era ripieno di spirito. Però dai suoi scritti nessuno poteva supporre in lui l’intimo conoscitore dell’antica sapienza spirituale; essa operava nel retroscena della sua attività spirituale. […]

Friedrich Eckstein era un energico difensore dell’opinione che la conoscenza esoterica dello spirito non si dovesse diffondere pubblicamente, come il sapere comune. E non era il solo: questa opinione fu ed è quella di quasi tutti i conoscitori della «sapienza antica». […]

Friedrich Eckstein voleva che l’«iniziato al sapere antico» rivestisse bensì ogni sua manifestazione pubblica con la forza che derivava da tale «iniziazione», ma che quest’elemento exoterico fosse tenuto nettamente separato dall’esoterico, il quale doveva rimanere invece rimanere chiuso nei circoli ristretti capaci di apprezzarlo pienamente.

Io, se dovevo svolgere un’attività pubblica per la conoscenza dello spirito, dovevo decidermi a rompere con questa tradizione. Mi vedevo posto dinanzi alle condizioni della vita spirituale contemporanea, di fronte alle quali il mantenimento del segreto, ovvio in tempi più antichi, diveniva un’impossibilità. Noi viviamo in un tempo che richiede piena pubblicità per il sapere, ovunque esso sorga: l’idea di mantenere il segreto è un anacronismo. L’unica cosa possibile è di portare le persone, per gradi, alla conoscenza dello spirito, e di non ammettere nessuno a un grado in cui si diano le comunicazioni superiori del sapere, se prima non conosca quelle inferiori. Il che corrisponde anche all’istituzione delle nostre scuole inferiori e superiori.

D’altronde io non ero impegnato di fronte a nessuno al mantenimento del segreto, perché non prendevo nulla dalla «antica sapienza»: la conoscenza dello spirito ch’io posseggo è assolutamente un risultato della mia propria ricerca spirituale. Soltanto dopo essere arrivato ad una conoscenza per le mie proprie vie, cito quello che del «sapere antico» esiste già in qualche modo pubblicato, per mostrare la concordanza e insieme il progresso ch’è possibile all’investigazione attuale». 

Che per Rudolf Steiner stesso, questa non fosse una decisione per nulla facile da prendere, lo si può scorgere nelle sue stesse parole scritte a p. 297:

«La pubblica comunicazione di quanto l’antroposofia contiene come conoscenza del mondo spirituale va congiunta con deliberazioni tutt’altro che facili a prendersi».

Che una tale decisione si scontrasse, poi, con tutta una serie di difficoltà oggettive, in primis l’inadeguatezza, l’ingratitudine, addirittura l’insana e improvvida presunzione di contestare lo stesso Rudolf Steiner, e i troppi tradimenti di molti dei suoi pretesi “discepoli”, è mostrato dal fatto che nel novembre del 1923, Rudolf Steiner aveva considerata la possibilità della decisione di un suo ritirarsi in un villaggio svizzero con pochissimi discepoli fedeli, per formare con loro un Ordine occulto «streng geschlossen», rigorosamente chiuso, e di abbandonare la Società Antroposofica al suo destino. Sicuramente, egli non sottovalutava affatto le obbiezioni che gli aveva rivolto,  molti anni prima, il suo amico Friedrich Eckstein, l’«iniziato all’Antica Sapienza», se – come testimoniano Zeylmans van Emmichoven ed altri, tra i quali la stessa Marie Steiner – il 17 novembre 1923, poco più di un mese prima della cosiddetta «Fondazione di Natale», in Olanda egli manifestò, in maniera al contempo dolorosa e impressionante, in una piccola cerchia di amici i suoi dubbi:

«Se fosse ancora possibile per lui proseguire nell’avere rapporti con la Società Antroposofica, visto ch’egli non incontrava affatto comprensione per quello che voleva. Che forse sarebbe stato necessario continuare a lavorare con una  ristretta cerchia di pochissime persone (mit nur ganz wenigen Menschen innerhalb eines strengen Zusammenschlusses weiterzuarbeiten)».

Il che lo portò ad esprimere apertamente la domanda:

«Perciò, che devo fare? Devo io fondare un Ordine? («Was soll ich denn tun? Soll ich einen Orden gründen?»).

Gli stessi dubbi li manifestò una volta ritornato a Dornach. Solo le preghiere di Marie Steiner e di Ita Wegman lo fecero desistere da una tale tragica decisione.

Tuttavia, egli pose una condizione: che la sostanza interiore della «Fondazione di Natale» venisse accolta dalla Società Antroposofica e dai suoi membri entro sei mesi, altrimenti il Mondo Spirituale l’avrebbe ritirata. La mancanza di serietà, la faciloneria, l’approssimazione, l’incostanza, la mancanza di vigilanza, la non consapevolezza della maggior parte degli antroposofi, unite altresì al cosciente tradimento di taluni, fecero sì che già nel giugno del 1924 Rudolf Steiner dichiarasse ad Maria Ina Schuurman e ad altri che «non essendo stata accolta, la Fondazione di Natale era stata ritirata dal Mondo Spirituale». Cosa che, in alcuni colloqui, mi fu personalmente confermata dalla mia amica Hella Wiesberger. Come, poi, le cose nella Società Antroposofica siano andate dopo la morte di Rudolf Steiner, abbiamo avuto modo di dire più volte, e ci sarà altresì occasione in futuro di ritornarci sopra.

Ora, la domanda che è necessario farci – assolutamente necessario – è la seguente: che differenza vi è tra «Scienza dello Spirito» e «Antroposofia»? Perché vi è una differenza, ed è essenziale scorgerla, nonché valutarla in tutta la sua portata.

Se rivolgiamo lo sguardo, non tanto ai cicli di conferenze, bensì alle sue opere scritte, ai libri nei quali Rudolf Steiner ha racchiuso quanto – nella forma più universale ed esatta – egli voleva comunicare al mondo, ci accorgiamo che raramente e in casi ben precisi, egli usa il termine «Antroposofia». Lo fa nell’ultimo capitolo del II volume del libro Die Rätsel der Philosophie, O.O. n° 18, Gli Enigmi della Filosofia, 2 voll. trad.it. di Lucia Bartolucci e Enzo Erra, Tilopa, Roma, 1987-2004, dove  nel II volume, intitolato Le concezioni del mondo del XIX secolo, Rudolf Steiner svolge un’ampia trattazione di giustificazione filosofica delle basi conoscitive dell’Antroposofia. Lo fa in Vom Menschenrätsel, tradotto col titolo di Gli enigmi dell’essere umano, O.O. n° 20, pubblicato in italiano dalla Editrice Antroposofica, Milano, 2006. Lo fa, per motivi polemici, nel libro Von Seelenrätseln, del 1917, O.O. n° 21, Enigmi dell’anima, trad. it. di Ornella Zuliani e Iberto Bavastro, Editrice Antroposofica, Milano 1987, egli ribatte punto per punto quanto, in perfettissima malafede, scrive per discreditarlo Max Dessoir nel suo libello Vom Jenseits der Seele – Die Geheimwissenschaft in kritischer Betrachtung (Dell’aldilà dell’anima – La scienza occulta considerata criticamente), Stoccarda, 1917, nel quale, soprattutto alle pp. 254-263, dà una visione assolutamente caricaturale dell’Antroposofia. In questo scritto, Rudolf Steiner demolisce completamente la serietà e la pretesa scientificità delle affermazioni, sedicenti critiche, di Max Dessoir. Lo fa, infine, in Anthroposophische Leitsätze, O.O. n° 26, Massime antroposofiche, trad.it. di Lina Schwartz e Rinaldo Küfferle, Editrice Antroposofica, Milano, 1969. Altrove, egli parla costantemente sempre e quasi soltanto di Scienza dello Spirito.

Ogni movimento spirituale ha una sua «sostanza» interiore spirituale, il suo sovrasensibile contenuto di verità, ed una «forma», un «linguaggio», nel quale necessariamente è portato ad esprimersi. Mentre il «contenuto di verità», la sostanza spirituale, per sua interiore essenza, è indipendente dalle traseunti condizioni di spazio, di tempo, di forma, il «linguaggio» che in un dato tempo e in un dato luogo esprime quella verità estraformale, invece, ne dipende a fortiori, e in quanto tale la sua espressione è traseunte e variabile. Chi conosca la letteratura ermetica e alchemica, fiorita nel Medioevo e nel Rinascimento, o la letteratura rosicruciana del Seicento e del Settecento, espressa tutta nel linguaggio simbolico ermetico-kabbalistico, comprenderà agevolmente la differenza tra quei linguaggi e quello usato da Rudolf Steiner all’interno delle cerchie prima teosofiche e poi antroposofiche.

Oggi, il riesumare le morte forme dell’Antichità Classica, caldaica, egizia, greca e romana, sarebbe o un’erudita operazione “archeologica”, interessante dal punto di vista di uno studio storico e culturale, o se scivolasse – come sin troppo spesso avviene – nella riattualizzazione delle forme esteriori, si trasformerebbe in un ridicolo “giuoco di ruolo”, dagli aspetti coreografici di tipo “kolossal” hollywoodiano, o da Cinecittà, che persone serie trovano di gusto pagliaccescamente circense. Quando poi questo avviene in campo sacrale ed iniziatico, magari in forme rituali e cerimoniali, la cosa si rivela pure sacrilega e blasfema. E stendiamo un velo pietoso sulla miriade di ordini sedicenti occulti, massonici, martinisti, rosicruciani, templari, maltesi, celtici, eleusini, egiziaci e quant’altro, nonché sulle chiese gnostiche, catare, essene e via dicendo, che al giorno d’oggi nascono come i funghi al calore del sole dopo la pioggia. Ma non tutti i funghi sono eduli: molti sono decisamente velenosi

Stando a quanto mi comunicò in vari colloqui Massimo Scaligero, ma anche da quanto emerge dalle sue opere «filosofiche», compito di Rudolf Steiner avrebbe dovuto essere il portare una «Via magica dell’Occidente», una «Via magica della percezione e del pensiero»: questa fu l’espressione che Massimo Scaligero usò in quei colloqui. E aggiunse pure che espressioni, tipicamente teosofiche, come “veggenza”, “chiaroveggenza”, non erano amate da Rudolf Steiner, il quale si piegò mal volentieri ad adoprare il gergo teosofico. Secondo Massimo Scaligero, egli avrebbe preferito usare un termine come «percezione spirituale», e nel tempo cercò sempre di più di eliminare, o di correggere le espressioni teosofiche, goffe e inadeguate, sostituendole con altre maggiormente coerenti con la sua concezione del mondo.

Com’è noto, egli cominciò giovanissimo a far fluire nella cultura dell’epoca gli impulsi della sua conoscenza spirituale, traducendola nel linguaggio della filosofia idealistica, in quello della concezione goethiana del mondo, ed infine in quello della scienza rigorosa del suo tempo. Questo fu il linguaggio ch’egli adoperò nelle Introduzioni alle opere scientifiche di Goethe (1884-1897), nelle Linee fondamentali di una teoria goethiana della conoscenza (1886), in Verità e scienza. Proemio ad una «Filosofia della libertà» (1892), nella stessa Filosofia della libertà. Linee fondamentali di una moderna concezione del mondo. Risultati di osservazione animica secondo il metodo delle scienze naturali (1894), in Federico Nietzsche, un lottatore contro il suo tempo (1895), La concezione goethiana del mondo (1897), nei due volumi Concezioni del mondo e della vita nel XIX secolo (vol. I, 1900; vol. II, 1901). Dall’età di ventitré anni a quella di quaranta, Rudolf Steiner usò esclusivamente questo linguaggio, che gli permetteva di esprimere con grande rigore le sue idee e di far fluire nella cultura del tempo quegli impulsi spirituali, che potevano salvarla dallo sprofondare nell’abisso del materialismo ed offrire al contempo ad audaci sperimentatori una nuova Via iniziatica, adatta all’uomo dell’epoca dell’anima cosciente. Ma lo sforzo «prometeico» – è proprio il caso di chiamarlo così – di Rudolf Steiner non incontrò nel mondo culturale dell’epoca la minima comprensione.

Ad una personalità come Eduard von Hartmann, egli aveva dedicato la sua opera Verità e scienza, con le parole:

«Al Dr. Eduard von Hartmann, con devota ammirazione, l’autore dedica»,

mentre, nella Prefazione, a lui accenna con le seguenti parole:

«Il lettore vedrà con precisione dal nostro lavoro, come le nostre concezioni si comportino di fronte alla più importante manifestazione filosofica del nostro tempo, la concezione del mondo di Eduard von Hartmann, per quanto riguarda il problema della conoscenza»,

e gli dedica altresì molte pagine di elogi nelle Introduzioni alle opere scientifiche di Goethe, sicuramente tra le più alte che Rudolf Steiner rivolse generosamente ad un altrui valore. Ebbene, Eduard von Hartmann, che pure era ai vertici della cultura filosofica e scientifica dell’epoca non dimostrò la minima comprensione, chiuso com’era nel ferreo limite kantiano, per l’eccezionale esperienza del pensare e del percepire, che Rudolf Steiner poneva alla base della sua Filosofia della libertà.

Una totale incomprensione e chiusura, nel campo delle scienze naturali, la mostrò anche l’evoluzionista darwiniano Ernst Haeckel, totalmente ipnotizzato dal suo monismo materialista. E come lui, altre personalità del campo scientifico. Un chiaro esempio dell’incomprensione incontrata da Rudolf Steiner da parte di uno scienziato è possibile leggerlo ne La mia vita, Editrice Antroposofica, Milano, 1987, pp. 258-259:

«Nell’ultimo decennio del secolo scorso parlai una volta, a Francoforte sul Meno, della concezione naturalistica di Goethe. Nell’introduzione dissi che avrei parlato delle vedute di Goethe sulla vita, poiché le sue idee sulla luce e sui colori sono tali che nella fisica contemporanea non c’è la possibilità di costruire un ponte verso quelle idee. Per me, però, ero costretto a vedere in questa impossibilità spirituale dell’epoca.

Qualche tempo dopo ebbi un colloquio con un fisico, eminente nel suo campo, che si occupava anche intensamente delle idee di Goethe sulla natura; i nostri discorsi raggiunsero il loro culmine in queste parole: «L’idea di Goethe sui colori è tale che la fisica non sa che cosa farne»; ed io… ammutolii.

E quante cose, a quel tempo, affermavano che quanto era per me verità era tale che i pensieri dell’epoca «non sapevano che cosa farne»! […]

E questa domanda diventò un’esperienza dell’anima: bisogna ammutolire?». […]

«Ammutolire» non volevo: anzi, volevo dir tutto quello che era possibile dire».

Anche personalità amiche, e a lui molto care, dell’ambiente viennese, come Karl Julius Schröer, che pure lo aveva introdotto agli studi goethiani e aiutato a diffondere la concezione goethiana del mondo, e Rosa Mayreder, le conversazioni con la quale lo stimolarono molto ad elaborare la sua Filosofia della libertà, i membri stessi della famiglia Specht di Vienna, presso la quale egli passò non pochi anni come educatore, non mostrarono nessuna comprensione profonda né interesse per l’esperienza spirituale concreta ch’egli indicava attraverso le sue opere scritte.

Ciò portò Rudolf Steiner a cercare altre vie per diffondere gli impulsi spirituali che vedeva necessari al cammino al cammino dell’uomo nell’epoca dell’anima cosciente. Cercò di agire attraverso una rivista, mediante l’insegnamento alla Scuola di formazione operaia di Berlino, o con le conferenze che veniva chiamato a tenere presso varie associazioni o istituzioni culturali, ogni volta adattando il linguaggio nel quale esprimeva la sua visione spirituale del mondo al livello dei lettori della rivista, degli allievi, degli ascoltatori che partecipavano alle sue conferenze. Ma i risultati furono per lui sempre deludenti.

Gli unici che mostrarono un sincero interesse nei confronti di un’esperienza spirituale concreta furono i teosofi. Invitato dai conti Brockdorf, egli si trovò di fronte a persone che avevano una indubbia ricerca interiore. Così egli scrive ne La mia vita, p. 301:

«Notai che tra gli uditori c’erano persone che avevano grande interesse per il mondo spirituale, sicché, invitato a tenere una seconda conferenza, proposi il tema La rivelazione occulta di Goethe. E in questa conferenza, riallacciandomi alla fiaba, divenni completamente esoterico. Fu un’esperienza importante per me potermi esprimere con parole coniate dal mondo spirituale, mentre fino ad allora, in tutto il mio soggiorno a Berlino, ero stato costretto dalle circostanze a lasciar solo trasparire lo spirito attraverso le mie trattazioni. […] Quanto esposi in connessione con la fiaba di Goethe indusse i conti Brockdorf a invitarmi a tenere regolarmente delle conferenze dinanzi ai soci della Società Teosofica coi quali essi erano uniti. Io dichiarai però che avrei potuto parlare esclusivamente di quello che viveva in me come scienza dello spirito».

All’interno della cerchia teosofica berlinese, Rudolf Steiner poté parlare liberamente della sua concezione spirituale del mondo. Inizialmente lo fece usando lo stesso linguaggio, scientificamente rigoroso, da lui adoperato nelle sue opere «filosofiche», e ne nacquero quelle conferenze, da lui poi rielaborate e pubblicate ne La spiritualità di Goethe nella sua manifestazione attraverso il Faust e la fiaba de Serpente verde e della bella Lilia, ne I mistici all’alba della vita spirituale dei nuovi tempi, e ne Il Cristianesimo come fatto mistico e i Misteri dell’Antichità, opere che vennero tradotte in italiano già prima della II Guerra mondiale, le prime due dai Fratelli Bocca di Milano e la terza da Giuseppe Laterza di Bari, ambedue benemerite case editrici che tanto fecero per diffondere il suo pensiero e gli impulsi spirituali della Scienza dello Spirito. In queste opere, come linguaggio e come contenuti, Rudolf Steiner si riallaccia esplicitamente alla sua Filosofia della libertà. Così caratterizzò egli stesso, ne La mia vita, p. 303, la differenza nell’accogliere quanto egli portava tra gli ambienti “culturalmente avanzati”, all’interno dei quali egli aveva operato per oltre due decenni, e la cerchia teosofica berlinese:

«D’altro canto però i miei uditori non teosofi sarebbero stati inclini a lasciarsi «interessare» dalle mie conferenze, ad accoglierle «letterariamente», ma senza alcuna comprensione per ciò che a me stava a cuore: cioè inserire nella vita gli impulsi del mondo spirituale. Invece tra coloro che s’interessavano alla teosofia potei sì trovare a poco a poco questa comprensione».

Sino ad allora, Rudolf Steiner, malgrado le molte relazioni sociali, era vissuto come un vero «eremita spirituale». Poiché soltanto i teosofi, nella Germania di quel tempo, erano interessati ad una conoscenza spirituale, egli si adattò ad usare il loro linguaggio, la loro terminologia, che gli andava decisamente stretta, gradualmente evolvendola verso una nuova, di sua creazione, più adatta ad esprimere le verità della Scienza dello Spirito. I teosofi erano perlopiù brave persone, carenti di cultura scientifica e filosofica rigorosa, ma con una sincera apertura del cuore, e in molti casi disposti ad impegnarsi in un severo lavoro interiore, laddove i cultori della scienza e della filosofia ufficiali, pur avendo tutti gli strumenti per comprendere il messaggio da lui portato, non furono capaci o non vollero comprendere.

Ma pur andando incontro al livello conoscitivo dei teosofi, e adattandosi ad adoperare il loro linguaggio nell’elargire i risultati delle sue esperienze spirituali, Rudolf Steiner non volle rinunciare ad indicare quella che per lui era la Via Regia. Per cui nella Prefazione alla III edizione di Teosofia, p. 12 della ed. it. del 1994 di Ida Levi Bachi, scriverà le seguenti parole:

«Chi voglia cercare anche per altra via le verità qui esposte, le troverà nella mia Filosofia della libertà. Per strade diverse i due libri tendono al medesimo fine. Alla comprensione dell’uno, l’altro non è necessario, benché naturalmente possa riuscire utile».

Mentre nel V capitolo della Scienza occulta nelle sue linee generali, Laterza, terza ed. it. del 1947, a c. di Emmelina De Renzis ed Emma Battaglini, aggiornata e rivista da Willi Schwarz, pp. 251-252, possiamo leggere:

«La via che conduce al pensiero libero dai sensi, per mezzo delle comunicazioni della scienza dello spirito, è completamente sicura. Ve n’è un’altra anche più sicura, e specialmente più esatta, sebbene sia per molti uomini più difficile, e sta descritta nei miei libri «La teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo» e «La Filosofia della libertà». Questi libri espongono i risultati a cui il pensiero umano può arrivare, quando invece di abbandonarsi alle impressioni del mondo esteriore fisico-sensibile, esso si concentra soltanto in se stesso. Soltanto il pensiero puro, come entità di per sé vivente, e non il pensiero rivolto solo ai ricordi di oggetti sensibili, esplica allora la sua attività nell’uomo.[…] l’uomo che impregna completamente la sua anima con le idee esposte in quei libri già si trova nel mondo spirituale, sebbene questo gli si palesi come mondo del pensiero. Chi si sente capace di attraversare questo gradino intermedio segue una via più sicura, più pura, e può acquistarsi in tal modo dei sentimenti riguardo al mondo superiore, che gli arrecheranno bellissimi frutti per l’intiero avvenire».  

Giova, infine, ritornare a quella Appendice all’edizione 1918 – la cui importanza è stata giustamente sottolineata, una volta di più, dal nostro Isidoro, in un articolo al quale rimandiamo (https://www.ecoantroposophia.it/2014/01/scienza-spirito/isidoro/lappendice-del-18/) – che Rudolf Steiner pose in calce al libro L’Iniziazione. Come si consegue la conoscenza dei mondi superiori?, III edizione, trad. it. a c. di Emmelina De Renzis, Fratelli Bocca, Milano, 1952, dove alle pp. 186-187 è detto:

«Per l’attività animica soprasensibile, di cui si tratta qui, è di straordinaria importanza comprendere con piena chiarezza lo sperimentare del pensiero puro. Perché, in ultima analisi, questo stesso sperimentare è già un’attività animica soprasensibile; però è tale, che per mezzo di essa non si vede ancora niente di soprasensibile. Si vive col pensiero puro nel soprasensibile; ma è esso soltanto che si sperimenta in modo soprasensibile; non si sperimenta ancora altro di soprasensibile. E lo sperimentare soprasensibile deve essere una continuazione, di quello sperimentare animico che può già essere raggiunto nell’unione col pensiero puro. Perciò è tanto importante di potere sperimentare questa unione in modo giusto; perché appunto dalla comprensione di questa unione risplende la luce che può anche recare una visione giusta della natura della conoscenza soprasensibile. Ma appena lo sperimentare animico dovesse abbassarsi al di sotto della chiara coscienza che si esplica nel pensiero, questa visione si troverebbe, per la vera conoscenza del mondo soprasensibile, sopra una via sbagliata; essa verrebbe afferrata dalle funzioni corporee. Ciò che essa sperimenterebbe e produrrebbe non sarebbe allora una manifestazione proveniente per suo mezzo dal soprasensibile, ma una manifestazione corporea nel campo del mondo subsensibile».

Fu Massimo Scaligero stesso a confermarmi più volte, nei suoi colloqui, l’importanza di questi tre punti di Teosofia, Scienza Occulta e L’Iniziazione, nei quali Rudolf Steiner si riallaccia esplicitamente. all’esperienza del pensiero puro da lui indicata e descritta in Filosofia della libertà, e nelle altre sue opere «filosofiche». E fu Rudolf Steiner stesso ad affermare ch’egli dovette scrivere tutta una serie di libri e tenere centinaia cicli di conferenze di carattere teosofico e antroposofico, per l’incapacità di molti suoi discepoli e seguaci di sollevarsi con la volontà all’esperienza del pensiero puro. Egli dichiarò esplicitamente di aver dato, in tali opere e conferenze, i risultati della attività conoscitiva del pensiero vivente, e di aver offerto – a mio parere, con un generosissimo atto di immolazione sacrificale, incompreso e misconosciuto da molti antroposofi – i «prodotti» di un intenso, e totalmente «sveglio», atto volitivo del pensare, che la turpe viltà, la comodità e l’accidia di molti sedicenti spiritualisti porta a temere, ad evitare, e altresì ad avversare.

Dobbiamo a Massimo Scaligero l’aver ritrovato e nuovamente posto al centro della via iniziatica la necessità di realizzare – asceticamente, non filosoficamente – l’esperienza del Pensiero Vivente, ossia la necessità assoluta per il discepolo dello Spirito di attuare la liberazione del pensare dal servaggio corporeo, di aprire coraggiosamente il varco alla forza-pensiero che sempre più vastamente si manifesta come Luce-Folgore del Pensiero Vivente, che spazza via ogni dialettica, il cascame del morto pensiero riflesso; travolge la mediocrità interiore inevitabile all’anima prigioniera dei vincoli della corporeità; percuote, dissolve la natura inferiore, ricreandola e plasmandola secondo lo Spirito. Questo è il filone aureo e segreto dell’opera di Rudolf Steiner, ritrovato e donatoci da Massimo Scaligero, il cui insegnamento è prima dell’opera del Maestro dei Nuovi Tempi, come chiave per entrare nella comprensione vivente della Scienza dello Spirito da lui donataci, e dopo come chiave della fedeltà a ciò che si è intuito vero come compito ascetico di realizzazione operativa della sostanza vivente della Scienza dello Spirito: in sostanza la pratica della Concentrazione  e della Meditazione secondo il canone della Via del Pensiero.

E questo ci porta direttamente alla distinzione che, oggi, è necessario fare tra Scienza dello Spirito e Antroposofia. Distinzione che Massimo Scaligero opera molto chiaramente nei suoi scritti. Indubbiamente, vi è stato un tempo – oramai un secolo fa – nel quale l’Antroposofia è stata «veicolo» della Scienza dello Spirito. Ne è stata la «forma» che la Scienza dello Spirito ha dovuto e voluto assumere per manifestarsi in una certa epoca nel mondo. Ma come il corpo viene plasmato e animato da una forza vitale, divenendo in tal modo veicolo della vita animica di un essere spirituale, che attraverso esso viene a manifestazione, così l’Antroposofia è il «veicolo» plasmato da una forza vitale-spirituale per la manifestazione dell’eterna Scienza dello Spirito. E come l’essere animico-spirituale non coincide con l’essere corporeo nel quale si manifesta e del quale si serve, così l’eterna Scienza dello Spirito non coincide con l’Antroposofia, che di essa è stata una «forma» e una «manifestazione». Ma non necessariamente l’unica forma e l’unica manifestazione possibile.

Ora, la forma formata e prodotta presuppone sempre una forza formatrice producente ed un momento formativo genetico o produttivo. Un pensiero pensato presuppone un momento producente ed una forza pensante che lo crea e fuori del quale esso è un nulla. Per questo la Scienza dello Spirito è la Via del Pensiero Vivente o del Pensiero-Folgore ed indica nella Concentrazione l’aurea operazione interiore attraverso la quale l’asceta fa risorgere l’atto pensante da uno stato di morte e di paralisi per giungere alla contemplazione della sua travolgente potenza estraformale «vuota». Nella Via del Pensiero Vivente, scopo della Concentrazione e della Meditazione non è l’esperienza di un determinato oggetto o di un determinato tema, che sono unicamente il pretesto per l’«atto» del pensiero che li sceglie come veicolo per il risorgere del pensare, che giunge poi a liberarsi di ogni oggetto o tema.

Per questo la Scienza dello Spirito è la «Via del Pensiero», mentre oggi – ripeto: oggi – l’Antroposofia rischia di decadere ad una «via dei pensieri», o dei «pensati», i quali in quanto morto e cristallizzato sapere dialettico divengono troppo facilmente la paralisi di ogni vivo atto interiore dello Spirito. Di per sé – osai dire in un colloquio con Massimo Scaligero – la Scienza dello Spirito, in quanto Via del Pensiero, potrebbe scegliere qualsiasi dottrina o filosofia come veicolo del risorgere dell’atto pensante. Nel mio estremismo unilaterale – come ho detto altrove: ero molto giovane, molto ignorante e molto sciocco – osai affermare che la Scienza dello Spirito era Platone più la Concentrazione, il Vedanta o il Buddhismo Mahayana più la Concentrazione, l’idealismo fichtiano o hegeliano più la Concentrazione, l’attualismo più la Concentrazione, e via dicendo. A Massimo Scaligero non dispiacque affatto tale mio estremismo ingenuo e alquanto unilaterale, anche se volle sottolineare il rapporto «privilegiato» che la Via del Pensiero ha avuto in Rudolf Steiner, e quindi anche in noi, con l’Antroposofia.

Tuttavia, lo Spirito nel suo procedere abbandona dietro di sé sempre le «forme formate», nelle quali si è manifestata la sua «potenza» estraformale, quando queste «forme», una volta esaurita la loro vitalità spirituale, nel tempo si rivelano inadeguate alla sua ulteriore manifestazione. Da questo punto di vista, occorre dire che l’inadeguatezza, l’incomprensione, la faciloneria, l’approssimazione e, in molti casi, la viltà e il tradimento di molti antroposofi – soprattutto di quei dirigenti che, dopo la morte di Rudolf Steiner, per ambizione e vanità, hanno fatto scempio della sua opera, hanno calunniato e perseguitato Marie Steiner e  coloro che volevano essere fedeli  al Dottore – hanno fatto sì che precocemente, troppo presto, l’Antroposofia divenisse un veicolo inadeguato alla manifestazione della Scienza dello Spirito. Inadeguatezze, stupidità, banalizzazione, errori e tradimenti giunsero ad un limite estremo tale che Massimo Scaligero arrivò a pronunciare la frase, che per me fu un colpo al cuore: «Nel Mondo Spirituale hanno cancellato persino la parola Antroposofia!».

Nell’ultimo colloquio che vi fu tra Giovanni Colazza e Rudolf Steiner, questi profeticamente gli disse che, se l’Antroposofia fosse fallita in Germania, la Scienza dello Spirito sarebbe risorta in Italia in una forma nuova e imprevista, giovanile, non cristallizzata in burocratiche forme organizzative. L’azione di Massimo Scaligero, che ha ritrovato e posto al centro il filone aureo della Via del Pensiero Vivente, ha attuato questa rinascita della Scienza dello Spirito in una nuova forma, ed ha indicato nella Concentrazione – l’«esercizio a sé sufficiente» – il veicolo della liberazione della forza-pensiero da ogni forma pensata e da ogni mediazione, che non sia il suo stesso moto estraformale.

Rudolf Steiner compì l’immane sacrifico di adattarsi ad esprimere le sue idee nel linguaggio teosofico, al fine di parlare alle sole persone che allora, in Germania, erano sinceramente interessate ad una concreta ricerca spirituale. Massimo Scaligero, invece, nei suoi libri, ha potuto indicare ed esporre la Via del Pensiero nel linguaggio che lo Spirito dettava a se stesso per manifestarsi nell’umano. A lui è stato concesso di indicare nei suoi scritti la Via con una radicalità e una nuda essenzialità ascetica, delle quali non conosco altri esempi nella storia spirituale dell’umanità. Già solo per questo dobbiamo a Massimo Scaligero infinita gratitudine, ed abbiamo il dovere di difendere il suo insegnamento dai tentativi di diluirlo, banalizzarlo e snaturarlo.

Che la Via del Pensiero Vivente, indicata da Rudolf Steiner nelle sue opere «filosofiche», e da Massimo Scaligero in tutti i suoi libri, sia – al di là della stessa Antroposofia – la Via delle Vie, la Via Regia, la Via Assoluta, risulta chiaro da quel che scrive Rudolf Steiner nella Seconda aggiunta alla seconda edizione (1918) della Filosofia della libertà, trad. it. di Dante Vigevani, Editrice Antroposofica, Milano, 1966, pp. 217-218 scritta nello stesso anno della Appendice all’edizione 1918, con la quale ha un evidente rapporto profondo – dove è detto:

«L’esposizione fatta in questo libro è costruita sul pensare intuitivo, sperimentabile solo spiritualmente, per mezzo del quale, nel conoscere, ogni percezione viene inserita nella realtà. Nel libro non si doveva dire di più di quanto si potesse abbracciare con l’esperienza del pensare intuitivo. Ma occorreva pure rilevare quale struttura di pensieri richiede questo pensare sperimentato. […]

Con ciò si è indicato nel pensare l’elemento per mezzo del quale l’uomo s’immette spiritualmente a vivere nella realtà. (Nessuno dovrebbe veramente confondere con un mero razionalismo questa concezione del mondo costruita sull’esperienza del pensare). […] Ci sarebbe soltanto da domandarsi, se, partendo dal punto di vista che risulta unicamente dal pensare intuitivamente sperimentato,  sia giustificato il fatto di aspettare pure, che l’uomo possa percepire, oltre ciò che è sensibile, anche lo spirituale. Sì, questa aspettativa è giustificata; perché, se pure l’esperienza del pensare intuitivo, è, per un verso, un processo attivo che si svolge nello spirito umano, per un altro è allo stesso tempo una percezione spirituale, conseguita senza l’aiuto di alcun organo fisico. È una percezione, nella quale è attivo lo stesso percipiente, ed è in pari tempo un’auto-attività che viene percepita. Nel pensare, intuitivamente sperimentato, l’uomo viene trasferito in un mondo spirituale anche come essere percipiente. Ciò che, quale mondo spirituale del suo proprio pensare, gli viene incontro entro quel mondo come percezione è riconosciuto dall’uomo come un mondo di percezioni spirituali. […] Il mondo di percezioni spirituali, non appena sia sperimentato dall’uomo, non può essergli per nulla estraneo, perché nel pensare intuitivo egli ha già un’esperienza di carattere puramente spirituale. […] In questo libro si è infatti tentato di mostrare, che l’esperienza del pensare, giustamente compresa, è già un’esperienza spirituale. Sembra perciò all’autore, che chi può con tutta serietà accogliere il punto di vista dello scrittore  di questa Filosofia della libertà non si tratterrà dal penetrare nel mondo della percezione spirituale. […] Ma dalla comprensione vivente del pensare intuitivo, quale qui è inteso, risulterà naturalmente l’ulteriore vivente ingresso nel mondo della percezione spirituale».

Io penso che difficilmente si possa indicare con maggiore chiarezza il fine della Via del Pensiero: sperimentare mediante la Concentrazione e la Meditazione l’auto-attività del pensare, libero di pensieri, come concreta essenza spirituale. Perché, come scrive Massimo Scaligero nel Trattato del Pensiero Vivente. Una via oltre le filosofie occidentali. oltre lo Yoga, oltre lo Zen, Tilopa, Roma, 1979, cap. 3, p. 11:

«Il vero pensare è logicamente l’essere del pensiero, non legato ad alcun determinato pensiero. Essere conoscibile come pensiero che, facendo di se stesso il suo contenuto, esprime ciò da cui scaturisce: una corrente superiore di vita, presente nel sorgivo darsi di ogni pensiero, tuttavia diversa da quel che ordinariamente si conosce come pensiero.

Come esperienza, è quella che, sopra tutte, ha il diritto di chiamarsi positiva, essendo la più diretta che l’uomo possa compiere e di cui l’uomo possa rendere conto a se stesso come di ciò che è veramente oggettivo».

E, nel cap. 5, p. 16:

«Chiamiamo vivente il pensiero che è prima di estinguere la propria vita nel farsi pensiero pensante, o pensante secondo un tema, essendo esso reale, invece,  fuori di ogni tema. L’osservazione  del processo del pensiero porta a intuirlo; ma intuirlo non è ancora sperimentarlo. Il pensiero pensante diviene vivente, se realizza la continuità della sua indipendenza da qualsiasi tema».

Per questo, rovesciando le sciagurate affermazioni – che purtroppo ho avuto modo di leggere e di udire personalmente – di chi ha cercato di snaturare e fare obliare quanto ci fu donato, la Via del Pensiero indicata da Massimo Scaligero è la Via del sublime eroismo, del coraggio e dell’abnegazione: la Via meno spontanea, anzi quella che esige di essere più risolutamente voluta, la Via più cosciente, quella che esige e al contempo genera la più alta moralità. La Via più completa e insuperata, anzi insuperabile, perché nella Concentrazione, che giunga a realizzarsi come contemplazione, apre direttamente nell’Io il varco all’essere del Logos, all’«Io Sono».

SCIENZA DELLO SPIRITO,

"LA VIA SOLARE" – Un libro di F. GIOVI

- La Via Solare - di Franco Giovi

 www.cambiamenti.com/

LA VIA SOLARE

Riflessioni e suggerimenti per la pratica

Editrice CambiaMenti
e-mail: cambiamenti@cambiamenti.com Bologna 2010

***

Apprendemmo a suo tempo, dalla rivista L’ Archetipo, della pubblicazione di un testo dell’amico Franco Giovi, un libro la cui lettura proponiamo.

www.larchetipo.com/2010/nov10/pubblicazioni.pdf

Di seguito un estratto dalla prefazione dell’Autore stesso:

” …La posizione di chi ha scritto queste pagine è in un certo senso la piú comoda del mondo: serenamente pessimista per quanto riguarda destità, coraggio e volontà d’azione degli uomini, pronti a gridare nobili ideali ma incapaci a dismettere la brioche e il caffè della prima colazione. L’esperienza di una vita mi offre la certezza che se quanto ho da dire è poco – inoltre mi ripeto di continuo – sono però pochissimi quelli capaci di fare davvero ciò che propongo in queste pagine, che non conducono all’Iniziazione, ma cercano soltanto di indurre la statua di sale che si è ad imparare a muoversi iniziando dall’unico punto fermo che l’uomo possiede, a fare un primo vero passo su quella strada che alcuni credono di conoscere (dissacrando il senso vero del conoscere) perché hanno letto libri di esoterismo. Testi che nel migliore dei casi aiutano il ricercatore a mantenere vivo l’impulso interiore, mentre piú spesso riempiono la sua testa di fantasie e il suo sentimento personale di una impressione di superiorità sugli altri uomini e sul mondo, che non esiste (la sua coscienza essendo sempre la comune coscienza umana) e che fa di lui uno spostato, innocuo o nefasto. Se il mio lettore è capace di accettare l’idea umiliante – e questa può essere già in pratica una prova tosta – che la sua coscienza desta è limitata al mondo fisico-sensibile, che la sua consapevolezza ordinaria è traballante e zeppa di automatismi (e comunque si spegne e si riaccende senza il suo intervento dominante), che non è mai capace di volere ma solo di desiderare o bramare, e che nel mondo esoterico potrebbe esserci una differenza assoluta tra il sapere ed il percepire, allora tra lui e queste pagine può prospettarsi un rapporto interessante.”

Franco Giovi

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Si trovano valore e alto contenuto in questo libro….d’oro. Conosciamo tutti le qualità di scrittore di Giovi, il quale le ha messe al servizio dell’Idea, con fedeltà e abnegazione. Per tutto ciò ci sentiamo di ringraziare questo Autore e quanti hanno voluto e considerato necessario pubblicare un lavoro simile.

La sua opera è particolare e forte, l’abbiamo imparato dai tutti i suoi scritti, permeati di amore, dedizione e volontà: nel suo genere è unica e non si riesce nemmeno a immaginare che possa non esserci.

Un libro che mancava oggi, in questi periodi difficili…un libro che è andato a riempire il suo posto che l’attendeva.

Molto è stato scritto qua e là, in articoli pubblicati su varie riviste, in interviste/pareri/testimonianze anche raccolte in un libro, su Massimo Scaligero, lo stesso Giovi ha scritto per un decennio circa rispondendo a quesiti importanti sulla Via del Pensiero nella rivista “L’Archetipo”: ma questo testo ora arriva finalmente e giustamente a presentare e testimoniare degli insegnamenti che sono sempre stati creduti astrusi, difficili e di un altro pianeta.

La testimonianza e l’esperienza danno all’autore il diritto di scriverne, e i tempi attuali – così come già Steiner prima e lo stesso Scaligero hanno dimostrato – si prestano all’uso della scrittura quando questa è usata  sinceramente e con fedeltà allo Scopo; ormai l’istruzione e i mezzi di comunicazione sono alla portata di chiunque e le risposte, i consigli, le testimonianze che possono essere date da persone come Giovi, urgono perché richieste ed attese. Riteniamo  “La Via Solare” essere un testo veramente di valore.

Ci auguriamo che questo antroposofo scriva presto un altro libro, ne possiede il talento, le capacità occorrenti e tutti i requisiti.

LIBRI E AUTORI, SCIENZA DELLO SPIRITO, ,

LA BANALIZZAZIONE DELL'ANTROPOSOFIA

aiut!

*

Se isoliamo artificiosamente dal contesto spirituale la celebre frase della Tabula Smaragdina: “Ciò che è in basso è come ciò che è in alto…”, avremo pressoché già raggiunto la sintesi di questo articoletto. Infatti se il rigo viene decontestualizzato e letto nominalisticamente esso appare di significato scarso o nullo. A dirla tutta, ad un’anima sana e concreta frasi simili si presentano come sciocchezze che nella realtà non trovano alcuna conferma e nel pensiero paiono vuote. Pensate: in basso i piedi, in alto la testa; in basso i campi di grano, in alto sfilacci di nuvolo…differenze? Ma no! Eppure per tantissime persone (un esercito!) potrebbero quasi essere la stessa cosa. Più o meno. Forse quanto sto dicendo è solo un’assurda iperbole o un gioco. Ma non sto giocando affatto. Non è forse vero che i nostri Padri latini coniarono l’allocuzione “Semel in anno licet insanire” che Orazio, elegantemente modificò in “Dulce est desipere in loco”?

Essi, con la robusta, asciutta sensatezza che contraddistinse lo splendore della Civiltà Romana, limitavano l’insanire ed il desipere a pochi e opportuni momenti. Ora viviamo in un periodo di civiltà nella quale le regole e i riti, vista la proclamata sparizione della Trascendenza e del Sacro, si sono ridotti ai 245 articoli del Codice della Strada (avente evidenti tracce misteriosofiche, vista l’interpretazione personale e difforme tra le diverse pattuglie), alla compilazione del Mod.730, all’IMU ed a labirinti documentali e onerosi non dissimili. Questo nel presente, mentre nel futuro la Tecnologia ci renderà onnipotenti come ci viene assicurato da Emanuele Severino che,  da raffinato nichilista quale egli è, pur tuttavia non annichilisce il proprio pensiero ed è pure serissimo con sé stesso, perciò non scherza.

Allora: è “normale” insanire o desipere per alcune ore tutti i santi giorni quando si legge un testo di Antroposofia o si tiene una conferenza (o la si ascolta) sul medesimo argomento o si discute su un Forum dedicato?

Di sicuro esagero ma pregherei i lettori a sforzarsi d’immaginare per un momento quante sono e sono state le persone che accostandosi all’Antroposofia da due diverse direzioni (quelli che hanno approfondito alcune correnti sapienziali e quelli che non sanno nulla ma sono dotati d’impulso verso il Trascendente), dopo una brevissima immersione scappano a gambe levate: non è possibile contarle singolarmente ma a legioni sì.

Certo, avevano appena sfiorato la superficie, ma molti s’allontanano disgustati. Disgustati di che? Non dall’Antroposofia che rimane e forse rimarrà per loro una cosa sconosciuta ma piuttosto dalla banalità piatta, volgare e frammentaria che viene proposta troppo spesso come fosse Antroposofia.

Qualche “fuggitivo”, nonostante la vista del panorama desolato trova tuttavia la strada essenziale verso la Scienza dello Spirito per un retto impulso interiore che, come ogni intuizione veritiera non è irrazionale ma sovrarazionale, contenente perciò anche tutta la logica del reale: egli acquista i testi di Rudolf Steiner (e di Scaligero) e mentre li legge sbarra porte e finestre alle chimere di cartapesta che vagano per le strade.

Come esempio, ricordo “forte e chiaro” le parole che un vecchio amico, brillante studioso e scrittore nonché asceta e sperimentatore di Scienza dello Spirito, espresse con animo incupito decenni orsono mentre eravamo fradici reduci  dall’ascolto di una conferenza indecentemente comica su temi antroposofici: “Se non conoscessi Steiner per mio conto, abbandonerei tutto o mi accosterei al Buddhismo che almeno è serio!” : era lo sfogo di una profonda malinconia e di  indignata impotenza per lo spregevole vandalismo (perpetrato da importante rappresentante) di cui eravamo stati testimoni.

Gli animi ingenui suppongono che l’Antroposofia sia una, ma questa è illusione, di quelle gravi che lasciano dietro a sé danni. Innanzi tutto le antroposofie sono tante quante sono le anime che si dedicano a questa via di conoscenza: ognuno trae dalla Scienza dello Spirito quanto può ed elabora il quantum assimilato secondo le proprie forze e le inclinazioni di carattere e di destino: ciò è un fatto inevitabile che comporta conseguenze di vario genere a seconda dei casi.

E’ invece un fatto gravissimo che il ricercatore possa trovare l’unica relazione sicura con l’Antroposofia attraverso le Opere di Steiner, essendo divenuto accadimento rarissimo o eccezionale la connessione con indicatori e studiosi dotati almeno d’onestà, correttezza e rispetto. A scanso di equivoci dovrebbe essere chiaro che non alludo a ladruncoli o maniaci nel senso comune.

Il vuoto, ai nostri giorni si presenta come una generale incapacità di seguire Rudolf Steiner da parte dei sedicenti discepoli.

Tale affermazione significa semplicemente che si sta perdendo la disciplinata coerenza conoscitiva per quanto riguarda l’attività del pensare. Steiner non sembra chiedere moltissimo quando indica il modo della lettura: pensare i pensieri nella concatenazione offerta, dunque ripercorribile. E’ il limite estremo (quello esterno) della Scienza dello Spirito. Pensare con rigore attento i pensieri affinché scatti, nel pensarli, il  potere della sintesi in cui inizia a risorgere la forza di Vita di quanto giace nel pensiero indicato dalla parola scritta.

Con questa semplice operazione si entra nell’Antroposofia, al contrario “sforando” con pensieri estranei o ulteriori si esce dall’Antroposofia. L’opera a cui ci si attenga, proprio quando pare riduttiva ci conduce nel Mondo Spirituale mentre quando sembra ampliare i nostri orizzonti ci abbandona con il sudario dello Spirito: la sua impronta razionalistica. Quest’ultima è il risultato di molti decenni privi (volutamente privi!) di disciplina interiore.

Chi non pratica l’esercizio interiore non possiede gli organi interiori per riconoscere e dominare le soddisfazioni che irraggiano dall’astrale inferiore. Perciò sente tali soddisfazioni e le giudica come un chiaro indizio della giustezza della via intrapresa.

Parlo del pensare perché esso contiene, in profondità, anche tutto il resto ossia il volere pre-corporeo ed il sentire puro. Mettere il pensiero nella categoria della manifestazione di “un freddo egoismo” contraddice tutta l’Opera di Rudolf Steiner e palesa platealmente la pseudo conoscenza di un’antroposofia lontana anni-luce dall’Antroposofia vera. E’ una cretinata colossale, ma è quello, come si suol dire, che passa il convento. Uno strano convento in cui si entra se ci si ammattisce a contatto con la sapienza spirituale. E’ il luogo dell’anima dove il desipere si sorregge su tre colonne:

La prima è l’ordinaria lettura, spesso ingorda e affrettata, dei molti (troppi) testi – occhi sul libro e testa altrove – cioè la bulimia psichica nell’assumere o ingurgitare notizie spirituali  identificate in frasi riconoscibili. Questo modo bramoso e primitivo di procedere riproduce semplicemente il subumano circuito animico del pettegolezzo ma viene anche chiamato, con involontaria blasfemia, approfondimento antroposofico.

La seconda si evidenzia come la disarticolazione o chirurgica macellazione dei testi e dei cicli, ormai considerato “pratica” e legittima anche in sede di stampa specializzata. Essa, già discutibile e sospetta quando la si usa su resoconti di scienza del sensibile, viene accettata dai molti persino contenti di avere con facilità e rapidità il concentrato della sapienza esoterica garantita come il riassunto dei più importanti pensieri steineriani e delle più recenti novità dell’O.O.

La terza è l’evoluzione della seconda. Qui la coscienza ordinaria confidando in una astratta familiarità con ogni sorta di immagini raccattate mediante razionalismo enciclopedico, ricuce, con il filo deduttivo, ircocervi ovviamente inorganici e innaturali che paiono corretti solo perché sdoganati dalla estrema cura dei particolari e dal supporto massiccio di elenchi bibliografici e indici informativi a cui abboccano gli eruditi, gli ingenui e gli stolti. Alludiamo, per meglio comprenderci, a scritti che, per esempio, giustificano una Filosofia della Libertà con una mole (decontestualizzata) di comunicazioni tratte dalle comunicazioni antroposofiche. Ecco l’antroposofia come produzione sterminata e cicaleccio continuo.

Ho citato le insanie percettibili e controllabili: esse sono nient’altro che le manifestazioni più grossolane del male che è l’aver portato l’Antroposofia ad un livello d’inversione in cui di Essa non rimane più traccia. Certo che attività e libri non sono spariti. Ma se Essa “sorge nell’uomo come un bisogno del cuore e del sentimento” e, aggiungo, dalla disperata percezione dei limiti personali o da una coerenza conoscitiva che non si ferma a metà strada, allora la Scienza dello Spirito è, in polpa e gheriglio, un cammino interiore individuale da percorrere.

Ma qual’è il punto di partenza di questa lunga strada, sconosciuta e a tutta prima inconoscibile perché è pure estranea all’ordinario caos che, con orgoglio mal riposto, chiamiamo nostro mondo interiore? Essa inizia con la lettura (lo studio) delle principali opere di Rudolf Steiner, le quali andrebbero precedute da novantanove approfondimenti delle prefazioni e dei capitoli introduttivi che indicano con matematica esattezza i caratteri e le forze dell’anima da smuovere per la successiva lettura: ciò vale per La Filosofia della Libertà, La Scienza Occulta, L’Iniziazione, ecc. E non meno per i “Cicli”, a cui è lecito accostarsi con rispetto e un’attenzione persino maggiore. Vi siete mai accorti che il Dottore offriva agli ascoltatori,prima di tutto il resto, gli strumenti necessari per seguirlo? In genere, nella prima conferenza di un ciclo, lo Steiner introduceva una sequenza di rappresentazioni poggianti su esperienze (rappresentazioni) tratte dal sensibile ma articolate in forme inusuali atte a formare una speciale sintesi di pensieri, sentimenti e impressioni che equivalgono (se portati ad atto) alla modificazione animica sufficiente e necessaria per proseguire nella comprensione sperimentale di immagini ed eventi che non poggiano più su alcun dato sensibile. Spesso ciò non viene avvertito poiché lo Steiner,  con l’immenso rispetto per la libertà e l’iniziativa di ciascuno che sempre lo contraddistinse, non incitava, non coerciva seppure benignamente: esempio di amore purissimo e totale rispetto per l’individualità umana…e nemmeno questo è stato compreso dai più.

Cari lettori, non ci sono alternative o peggio l’alternativa pessima consiste nel leggere parole che, raggruppate, diventano nozioni per dispiegarsi in una sorta di sapere e chi sa di più viene persino considerato “iniziato” o la reincarnazione del tal dei tali.

Oggi sembra che (quasi) tutti accettino l’impoverimento ed il degrado delle forze dell’anima con passiva indifferenza: “Fuori piove, la penna scrive, io sono un asino. E’ lostato delle cose”. E tra non molto si arriverà ad un’ulteriore, ancora più degradata semplificazione: “ L’albero è una cosa, il tavolo è una cosa, io sono una cosa”.

Già nei primi anni dell’altro secolo Steiner notava come si fosse fortemente sbiadita la potenza del sentire paragonandola a quanto si manifestava nel salotto culturale di Maria Eugenia delle Grazie negli anni ’80 del XIX secolo. Io stesso ricordo figure di anziani antroposofi, che avevano assistito di persona alle conferenze del Dottore, spontaneamente alzarsi in piedi prima del lavoro di studio del Gruppo per invocare con vibrata solennità e devozione la Presenza del Logos Solare e degli Spiriti delle Gerarchie: imbarazzando visibilmente i soci appena di poco più giovani.

Eppure se il sentire latita, le immagini antroposofiche non trasformano l’anima, se dalla testa esse non scendono nel cuore, la Sofia rimane lontana e anche l’uomo si spegne. Occorrerebbe quello che va mancando: ardore, devozione, meraviglia: virtù dell’anima perse per strada.

Lo ripetiamo all’infinito: all’uomo di adesso urge la disciplina interiore. Subito. E’ divenuta il tentativo estremo per non affondare.

Ripetiamo ad nauseam che la Concentrazione è totalmente indispensabile. Non è certo l’unico atto interiore; la meditazione, la contemplazione, la percezione pura sono tutte operazioni fondamentali ma tutte presuppongono, attuata, la potenza, anche minima, della Concentrazione. Inoltre è l’unica disciplina che ti dà costante consapevolezza della tua condizione, del tuo “stato d’opera” senza finzioni. Perché la Concentrazione? Perché essa è l’unica operazione interiore che inizia a partire dalla condizione (occulta e palese) in cui veramente ti trovi. Se scavalchi la Concentrazione inizi da un sentire instabile, fiacco o dinamizzato dalla natura, oppure da un volere percepito sempre a posteriori attraverso il sistema nervoso e muscolare e, in tal caso, ti condanni ad un super inserimento nel corpo fisico-sensibile nemmeno contemplato dagli Dei per un’entità pensante durante la sua condizione umana.

Senza la Concentrazione com’è possibile quel grado d’attenzione che ti permette un’immersione non superficiale nel percepito?

Il temibile Hugo è troppo buono (un bignè alla crema) quando scrive di un’attenzione che non raggiunge il minuto: nemmeno a dieci secondi s’arriva. Solo dove l’attenzione permane contempli qualcosa e solo contemplando qualcosa il cuore si apre all’essere suo e tuo.

La Concentrazione lavora in profondità a tua insaputa. L’incontrollabile flusso del pensiero inconsistente rallenta un poco, a momenti s’inceppa e l’attenzione guadagna il terreno che aveva quando eri bambino e che da grande hai perduto. Leggendo le righe scritte dal Dottore scopri nessi mai prima colti; le singole parole e le frasi apparentemente più semplici acquistano forme e spessori che toccano e sollecitano l’anima; senti che il modo delle Sue parole apre porte da sempre chiuse nella tua interiorità e senti pure nella tua interiorità un muoversi di sostanze: forze dell’anima di cui forse cianciavi ma che non avevi mai sentito sul serio. E ti stupisci: sono momenti di meraviglia. Da questo momento riprenderai in mano il testo che leggevi con una speciale, intima riverenza. Comprendi in balenii o a poco a poco che il passo successivo consiste nel fare un grande passo indietro. Il senso della tua attività è permettere al libro di parlarti, di agire sulla tua anima: di lasciare che la concatenazione dei pensieri dormienti nel Testo riacquistino vita con la forza del tuo pensiero.

E’ quello che il Dottore ti chiedeva con discrezione in testa ai suoi libri; letto da tutti, fatto da pochissimi. I molti preferiscono ridurre a niente le Sue parole: “…se invece si leggono nel modo giusto comunicazioni intorno a fatti soprasensibili, ci si trova a vivere entro il flusso dell’esistenza spirituale…” L’intensità e le caratteristiche variano individualmente e su ciò vale il riserbo ma è quanto succede in chiara realtà.

Dalle molte impressioni che ricevi sorgono sentimenti profondi: intravvedi quale sia la natura spirituale di Rudolf Steiner ed il senso della sua opera. Una sacra devozione sgorga spontaneamente. Ho sentito soltanto Massimo Scaligero pronunziare il Suo nome con il genere di rispetto che gli andrebbe tributato. Comprendi che avvicinarti a Lui è ben diverso che leggere libretti in cui si raccontano “le sue vite precedenti”.

Se vivi anche per attimi discontinui nelle impressioni conoscitive che si producono nella tua anima  avverti il nascere di una libertà che incenerisce dubbi, preconcetti e giudizi in quanto provenienti dalla contingente personalità. Nella superiore libertà della vivente Scienza dello Spirito, attiva e non statica, puoi anche intuire (in te stesso ma oltre te stesso) cosa in Essa sia la Via Solare ed il senso che per Essa si esprime nella disciplina della Concentrazione. Quest’ultima non rappresenta un generico “controllo del pensiero” ma è il varco diretto al Pensiero Vivente, corrente di Luce viva che nell’attuale periodo del divenire dell’uomo preme a fluire nella sua coscienza (e in tutto l’uomo, sino nella corporeità). Vedere il pensiero che pensa risponde alla desta riconquista dell’Albero Sempre Verde, alla connessione con il Logos Solare come non fu mai nell’antico e nel remoto. Come ho accennato prima, il Dottore non ti suggestiona con termini fascinosi, non sottolinea le indicazioni essenziali. Dona tutto a tutti ma non ti aiuta: non fa nulla di quanto sia tu stesso a dover (voler) fare. Dunque spetta a te l’iniziativa di comprendere la portata di cosa intenda l’Iniziato del Sole quando chiude un certo paragrafo del V capitolo della Scienza Occulta con le parole “…arrecherà i più bei frutti per l’intero avvenire”.

                                                                                                             

SCIENZA DELLO SPIRITO,

Il Coraggio e la Consacrazione

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Il Coraggio e la Consacrazione

La disciplina dell’anima e la meditazione di cui si è parlato dovrebbero diventare motivo dell’esistenza quotidiana, presso il normale decorso della vicenda esteriore: dovrebbero essere la ispirazione di fondo, l’abitudine vitale, mentre ogni volta il superamento del limite raggiunto dovrebbe essere possibile oltre ogni prova, difficoltà, ostacolo. Non vi è ostacolo che così non possa essere superato: occorre volere sempre nell’unica direzione, senza sosta, sempre la medesima idea, il medesimo culmine, la solitaria altezza, con animo teso a spezzarsi, teso sino all’estrema possibilità, oltre se stessi, così che ogni dolore risorga come un puro sentire, ogni avversione divenga nulla, tutto l’effimero si stemperi e svanisca nella metafisica trasparenza di un mondo che è infine realtà: quello in vista del quale il mondo che si ha ora intorno è caotico, impossibile, illogico, senza direzione e senza speranza.                 

Massimo Scaligero 

Queste parole severe, austere, scritte oltre cinquant’anni fa nell’Avvento dell’uomo interiore, esprimono in maniera chiara e radicale quale debba essere l’atteggiamento interiore necessario a percorrere il sentiero spirituale e il clima dell’anima, nel quale si deve svolgere l’ascesi di colui che, sentendo il richiamo dell’Assoluto, vuole rispondere all’Appello del Mondo spirituale. L’ascesi interiore non è un’attività ricreativa o diversiva, volta a distrarre dalla routine o dalla noia di una vita quotidiana vuota e ripetitiva; non è un training o una ginnastica psichica, che debba far conseguire prestazioni eccezionali, per soddisfare la brama di vita e le velleità dell’ego; non è neppure un sedativo consolatorio o un narcotico che ci aiuti ad evitare, comodamente, le paure o le pene che la fatica di esistere, con indesiderata generosità, in abbondanza ci dona.

L’ascesi interiore, il sentiero della iniziazione ad una più alta vita spirituale, è una via eroica che vuole portare il discepolo ad una totale trasformazione dell’anima, tale da renderlo capace di rispondere all’Appello del Mondo spirituale. Per metterlo in grado di rispondere sinceramente e autenticamente a questo Appello, l’ascesi lo deve rendere forte – ma non si tratta della forza ordinaria – e lo deve rendere cosciente. Non è un training o una tecnica, è un sentiero sacrale e necessita dell’intenso clima conoscitivo, volitivo e morale descritto nelle parole dell’Uomo Interiore. È una Via – sacra – che deve rendere l’asceta tanto forte e cosciente da essere egli capace di attuare la consacrazione di sé.

La consacrazione di sé è la risposta all’Appello del Mondo spirituale. La consacrazione integrale di sé è l’unica risposta possibile a questo Appello: è l’unica possibile perché è l’unica sincera, l’unica autentica.

Questo Appello, questa chiamata, che si manifesta ormai con un’urgenza sempre crescente ed un’insistenza pressante che non hanno uguali nel divenire dell’umanità, richiede – esige – una risposta. È un Appello che, oggi, piú che come una chiamata, risuona, sempre piú alto e forte, come un drammatico grido d’allarme, come un incitamento impellente ad affrontare energicamente – e coraggiosamente – la battaglia suprema contro potenze antispirituali, la cui azione può rivelarsi fatale – o addirittura annientatrice – nei confronti dell’uomo.

A chi è rivolto questo drammatico Appello; chi è chiamato, in questo tragico momento, a dare la risposta risolutrice? L’Appello è rivolto all’Uomo e alle comunità spirituali.

È rivolto all’Uomo perché – prima che sia troppo tardi – egli si scuota dall’ubriacatura ottenebrante che lo lega ad un apparire effimero e illusorio, risvegli nel proprio cuore la memoria della sua essenza eterna, si ricordi della patria celeste dimenticata, della sua originaria grandezza spirituale da lungo tempo smarrita, divenga consapevole dell’alta missione legata al suo lottare terrestre – vita est militia sacra super terram – e affronti risolutamente, con coraggio, l’impresa affidatagli dal Cielo e dal Destino.

È nel cuore che deve risvegliarsi questa memoria celeste, ed è dal cuore che deve essere attinto il coraggio necessario a tanto ardua impresa.

Il Mondo spirituale rivolge questo Appello, questa chiamata, all’Uomo nella sua universalità e alle comunità spirituali, ma è l’individuo, il singolo uomo che deve rispondervi. La richiesta, l’invito alla compromissione interiore, è rivolta a ogni uomo, ma la risposta non è imposta ad alcuno: soltanto in libertà e per amore l’individuo, il singolo uomo – in una autonomia totale e in una solitudine interiore assoluta – sceglie di rispondere all’Appello dello Spirito, al richiamo dell’Assoluto, con la consacrazione integrale di sé.

Questa risposta al richiamo, questa scelta di compromettersi totalmente e definitivamente con l’Assoluto scaturisce dal coraggio del cuore, acceso dalla memoria celeste. È opera della intelligenza celeste del cuore che è, appunto, Intelletto d’Amore. Non può, quindi, non essere una via d’audacia e di dedizione: una via eroica d’Amore.

Che cosa impedisce, allora, all’uomo singolo di rispondere senza indugio a questo urgente Appello, che cosa fa sì che egli si sottragga, pavidamente e irresponsabilmente, ad un compito che, in maniera sempre più decisiva, l’incalzare degli eventi gli pone dinanzi e che le prove estreme esigono da lui di affrontare, senza concedere spazio al disimpegno, al procrastinare, alla fiacchezza, alla latitanza? È uno stato di profonda “ignoranza”, che in molti uomini si manifesta come una condizione di sordità e di ottusità del cuore, di offuscamento e di opacità dell’anima, di stordimento e di alienazione della coscienza spirituale. In tale condizione l’intelligenza celeste del cuore è paralizzata perché l’anima è tramortita, immersa in uno stato comatoso, come morta. Per cui si può dire che nell’uomo, che sia totalmente immerso nell’“ignoranza” – e sono i piú – è spenta la luce dello spirito, perché questo non conosce; è estinta e morta la vita del sentire, perché in tale stato di sordità e ottusità del cuore celeste nulla risuona; è inerte e paralizzata la forza del volere originario dell’anima, perché questa non ama. L’anima non ama, perché non sente e non conosce. Tradisce se stessa e il Cielo per viltà nata da ignoranza. E questo rinnegamento codardo ha conseguenze pericolose, letali, come letali sono le acque del Lete che procurano un oblio di morte.

Non vi è Sapienza o Conoscenza celeste senza Amore; non vi è Amore senza coraggio; non vi è coraggio senza fedeltà; né fedeltà senza consacrazione. Il compito, quindi, è quello di conquistare la forza di attuare la consacrazione di sé allo Spirito. Ma l’uomo, generalmente – anche se spiritualista – teme questa forza, come teme lo sforzo di conquistarla, e teme soprattutto la trasformazione totale dell’anima che l’attuarsi di questa forza comporta. Per cui egli si abbandona alla necessità e alla fatalità, siano esse d’ordine materiale o spirituale. Non concepisce, anzi evita di concepire, una possibilità diversa, attiva, responsabile e coraggiosa. Il piú delle volte immagina anche il Divino o il Mondo spirituale come qualcosa di necessario e di fatale. Desidererebbe che lo Spirito lo afferrasse o lo travolgesse, senza la sua iniziativa e senza la sua responsabilità. Il Divino lo dovrebbe assolvere dal faticoso compito di scegliere, di lottare, di realizzare: vorrebbe – anzi bramerebbe – essere posseduto dal Divino che dovrebbe funzionare in lui, al posto suo, in maniera meccanica, automatica.

Proprio questa è la viltà dell’uomo: la sua rinuncia a conoscere lo Spirituale autentico, l’abdicazione all’atto libero di essere coscientemente l’Io, il Soggetto autonomo, responsabile, del conoscere e dell’agire. È proprio da questa visione fatale e necessaria dello Spirito e del Divino che nasce l’anelito alla via egoica, ossia ad una via comoda che lasci indisturbato il dominio che la fatalità e la necessità hanno sull’uomo, dominio che non è del Divino o dello Spirito, ma delle potenze antispirituali che vogliono l’asservimento o l’annientamento dell’uomo.

La Via spirituale è la Via eroica, proprio perché l’asceta, mosso dall’intelligenza celeste del cuore, da Intelletto d’Amore, lotta contro la necessità e la fatalità, l’apparente onnipotenza degli Ostacolatori – che lo legano al divenire sensibile e al suo invadente risuonare nell’anima. Egli accetta che vengano messe nelle sue mani la responsabilità e le redini della sua esistenza esteriore e interiore, perché «delude gli Dei chi vuol dipendere dagli Dei», e quindi il suo andare avanti comporta un incessante lottare. Il lottare contro il sonno della coscienza, contro la seduzione ad abbandonarsi alla fatalità “naturale”, la rinuncia ad appoggiarsi ad una spiritualità tradizionale ormai esangue e spenta, lo portano ad essere un “lottatore contro la morte”.

«Qui si convien lasciare ogni sospetto; ogni viltà convien che qui sia morta». Non vi è piú aiuto o sostegno da verità già fatte o da regole trasmesse alle quali sia sufficiente conformarsi: si possono accogliere quelle verità o adeguarsi a quelle sapienti regole e restare tuttavia morti nell’anima, perché ci si aspetta che esse funzionino da sé, fatalmente o meccanicamente, come un fatto “naturale”, necessario, automatico. Tutto ciò è la morte dello Spirito, e contro questa morte, contro tutto ciò che è “naturale”, automatico, necessario, ripetitivo, abitudinario, deve imporsi l’atto dello Spirito. Non può non essere una lotta coraggiosa, risoluta, tenace, inesorabile, instancabile, malgrado tutto ciò che l’usura della quotidianità e l’“immane potenza del convenzionale” oppongono a questo atto dello Spirito: non può non essere una via eroica.

Nel suo stato di “ignoranza” non solo l’uomo non conosce, non sa, ma neppure sa di non sapere. Non soltanto non conosce la realtà spirituale del mondo e la propria essenza spirituale originaria, ma non sospetta neppure quanto il suo stesso atto del conoscere sia deformato e corrotto. Ignora lo spirituale che non conosce ed anche la propria incapacità a conoscere. In questa condizione ottusa spesso avvicina la Via spirituale, e fatalmente è portato ad accostarla con la stessa maniera “naturale” di conoscere che gli è abituale e che egli ritiene necessaria e ovvia. Questa maniera “naturale” di conoscere in realtà gli porrà ostacoli sin dai primi passi del cammino e spesso lo arresterà, facendogli ritenere che in fondo si tratti si solo di acquisire certe conoscenze o di “sapere” certe verità, lasciando più o meno immutato tutto il resto della propria natura. Le verità così acquisite da questo “sapere” nel tempo si accumuleranno, andando a formare nell’anima una sorta di stratificazione geologica di conoscenze morte. In taluni casi, specialmente nei primi tempi, il contatto con queste verità potrà accendere il sentire, che però tenderà rapidamente ad esaurirsi, dando luogo ad una superficiale emotività o ad una grigia e gelida intellettualità.

L’Appello del Mondo spirituale è rivolto all’individuo e alle comunità spirituali. Ma è il singolo che compie l’ascesi individuale solitaria e l’ascesi individuale compiuta ritualmente in armonia insieme ad altri, concordi a rispondere come lui al richiamo spirituale. È il suo agire che renderà sana ed efficace l’ascesi solitaria e l’azione rituale comune. Altrimenti opererà in maniera sterile, spesso distruttiva.

Il conoscere è vero e autentico quando trasforma colui che conosce, e la conoscenza spirituale è una conoscenza sacra: esige la consacrazione del conoscere e di colui che conosce. Il sentiero occulto comincia veramente quando ci si accorge non solo che non si conosce lo spirituale e non si è capaci di conoscere veramente, ma anche che, così come siamo, senza una radicale trasformazione, siamo incapaci di imparare a conoscere. La conoscenza spirituale – anzi tutta la conoscenza – deve diventare un Rito interiore sacrificale dell’anima e l’anima deve essere educata alla sacralità del conoscere. Per questo, il primo passo di questa educazione dell’anima è quello di imparare ad imparare. Una volta riconosciuta l’incapacità della conoscenza esteriore ad imparare, soltanto lo Spirituale può insegnare l’assolutamente nuovo: imparare ad accogliere la conoscenza vivente dello Spirito, in modo che nel discepolo che l’accoglie si operi una fecondazione e una trasformazione totale dell’anima. Tutto ciò richiede un sacrificio e una consacrazione: il coraggio di sacrificare il morto sapere, il coraggio di liberarsi del cascame del morto pensare intellettuale e la consacrazione dell’anima alla conoscenza vivente dello Spirito. Il discepolo apprende ad educare il pensiero ideante a farsi con amore forma del Soprasensibile, ad educare l’anima a venerare questa sacra operazione del conoscere. Questo Rito della resurrezione del conoscere dal cadavere della conoscenza morta viene incessantemente rinnovato, con fedeltà consacrata, nella concentrazione, nella meditazione, nello studio devoto della Sapienza Santa, oltre e malgrado ogni ostacolo, sino a far sorgere quel “coraggio dell’impossibile” che è richiesto nella prova suprema. Il secondo difficile passo è quello di realizzare la continuità di questa fedeltà consacrata nell’ascesi solitaria e nell’ascesi rituale comune. Essa deve vivere nel cuore e nell’anima come un intenso clima di devozione per la conoscenza, di appassionato slancio per l’ascesi, di amore per l’Assoluto. Ci è stato insegnato che il sentire è vero solo quando sente il Divino, e poiché il sentire che si accende per l’effimero e l’illusorio è la menzogna che oscura la luce dello Spirito, ottunde il cuore celeste e paralizza il volere, occorre sacrificare un’emotività che è la periferica, superficiale eccitabilità dell’anima a custodire, vegliando, il sentire celeste che, come una siderea fiamma, arde sull’altare stellare del cuore. Verrà un momento, cruciale, nel quale la consacrazione, la fedeltà, il coraggio, l’amore per l’Assoluto daranno la forza di compiere il terzo passo: quello di morire iniziaticamente: di affrontare per Amore – «zelus tuus devoravit me» – quella prova suprema di fronte alla quale si possa dire: «Il mio cuore non trema!».

La Via è difficile, ma anche l’attuale momento lo è. È un momento difficile ed estremamente pericoloso. Lo è per tutti: per i singoli, per i popoli, per le comunità spirituali. Non è concesso di rimandare ulteriormente l’affrontare prove dal cui esito dipende non solo l’ulteriore cammino, ma addirittura l’ulteriore esistere come esseri spirituali.

Questo è un mondo che, coinvolgendo in un apparire illusorio, erode a grande velocità le forze interiori dei singoli e disgrega le comunità spirituali, deviando gli uni e le altre verso quella via egoica, che è la via comoda della rinuncia a lottare per realizzare lo Spirito, quella dell’impossibile adeguamento dello Spirituale ai bisogni della pavida fragilità umana – che non sono i bisogni dello Spirito – che accetta una coesistenza pacifica col male purché gli Ostacolatori lascino indisturbati la torpida inerzia e il sonno comatoso di una “natura” che in noi non vuole saperne di trasformarsi ed attua ogni misura possibile per opporsi al proprio risveglio. Viene ad attuarsi cosí un patto scellerato con le Deità avverse nell’irragionevole speranza di essere poi risparmiati da queste, dopo aver disertato la lotta e aver tradito la propria anima e lo Spirito. Oltre che un’ingenuità questa è una menzogna distruttiva, un’illusione oltremodo pericolosa.

Il rispondere all’Appello del Mondo spirituale è la via eroica: è la via del coraggio e della consacrazione di sé. Questa consacrazione non può che essere integrale: nel pensare, nel sentire, nel volere. È un atto che richiede molta forza. L’ascesi costruisce in noi la forza che supera i limiti di una “natura” labile e paurosa. Ma occorre amare l’ascesi, amare la concentrazione e la meditazione, donandosi ogni volta ad esse con l’impeto e la dedizione di tutta l’anima.

Il rinnovarsi incessante di questa consacrazione è la fedeltà: fedeltà alla Via del pensiero vivente, fedeltà al Rito della resurrezione del conoscere che si attua ogni volta nell’ascesi individuale solitaria e in quella rituale comune. Il rispondere all’Appello dello Spirito è il coraggio della compromissione con l’Assoluto, è lo slancio d’amore al quale risponde a sua volta il Cielo, donandosi con la sua illimitata generosità.

Massimo Scaligero è stato, per taluni di noi, il Virgilio che ci ha tratto dalla selva selvaggia e dalla diserta piaggia; ci ha indicato il cammino alto e silvestro, percorrendo il quale è possibile passare da uno stato di tramortimento e di morte al risveglio spirituale, ad una vita nova dell’anima. Lungo questo aspro sentiero egli ci è stato esempio vivente di come sia possibile volere, comunque, realizzare lo Spirito, qualunque sia per noi il punto di partenza, inevitabilmente inadeguato. Ci ha insegnato che è necessario vivere vivi e non morti, che occorre vivere nello slancio, nell’impeto, nella dedizione assoluta, lottando con entusiasmo per la realizzazione di un’idea, per un ideale vivente, per un essere, per i quali si può con coraggio vivere, gioire, soffrire, compromettersi, anche morire. Che rinunciare a lottare per lo Spirito significa morire nell’anima; significa, per il più turpe dei motivi, per viltà, sentirsi indegni di vera vita.

Massimo Scaligero ci ha mostrato che alla disciplina interiore, alla concentrazione e alla meditazione possiamo dare tutto di noi, e che ad esse possiamo chiedere, per amore dello Spirito, le più audaci trasformazioni interiori. Questa disciplina interiore, l’ascesi del pensiero è la forza vivificante e la ragion d’essere della comunità spirituale, che non deve essere smarrita, non deve essere attenuata o appannata dalle menzogne fuorvianti – intellettuali o sentimentali – che gli Ostacolatori vorrebbero sostituire alla Verità dello Spirito.

L’ascesi del pensiero, la disciplina della concentrazione e della meditazione, sono la risposta all’Appello del Mondo spirituale. Esse attuano la consacrazione e la trasformazione radicale di sé: per questo sono la via eroica, la via solare, la via del coraggio e della fedeltà, la via dell’Amore.

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