ALTRO

RAGIONE E RELIGIONE

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Ciò che credevo fosse per me (in me) attinente alla religione viveva già prima di incontrare la Chiesa, cercai persino di con-fonderlo con essa. Dico sul serio. Da giovanissimo andavo alla compieta e recitavo tutto il rosario; entravo nelle chiese ombreggiate e semi deserte a pregare. Mi comunicavo a digiuno la domenica mattina, ma non credo fosse una colpa se nei raggi della luce e nell’aria il mio cuore incontrava immediatamente il mistero che era nostalgia per la mia anima.

Solo poi (anni dopo), in un drammatico confronto intimo, arrivai ad una scelta radicale nella quale non trovò più posto la via (e le lusinghe) che la Chiesa poteva offrire.

Con questa piccola confessione personale desidero convincere i lettori nostri che non porto alcun risentimento verso la religione tanto che le successive riflessioni appartengono ad una richiesta che mi fu commissionata da un amico sacerdote, il quale mi aveva chiesto qualche riga che riguardasse ragione e religione che per opinione comune sono sempre in dissidio.

Perdonerete le mie riflessioni se vi ricordo che mi trovavo con “anima e corpo” nel mio periodo magico-rituale! Poiché avevo diversi amici sacerdoti, mi scandalizzava il modernismo di quelli che gettavano via il Breviario e, con esso, tutte le cose che ritenevano superate e superflue: il “nuovo corso” della Chiesa…

Per cui, di occulto-palese, nelle mie righe, vi era solo una critica al modo di vedere dei nuovi sacerdoti, seppure limitata nell’uso dei termini (altrimenti avrebbero gettato la paginetta nella spazzatura e amen).Si vede inoltre come allora non avevo ancora affrontato il tema del pensiero e della sua priorità nella coscienza e nella conoscenza: ero solo un giovane, velleitario occultista.

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Le forme e i sistemi religiosi divengono caduchi e corrotti e devono essere distrutti, altrimenti perdono completamente il loro significato profondo: diventando oscuri nella conoscenza e nocivi nella pratica.

A suo modo la ragione ha sostenuto una partecipazione importante nella storia religiosa, facendo crollare ciò che non reggeva e rifiutando le aberrazioni derivate.

Ma nel suo sforzo per sbarazzarsi da ignoranza e superstizione che si sono posate sulle forme e sui simboli religiosi, la ragione intellettuale, non illuminata dalla conoscenza spirituale, non soltanto tende a negare ma, per quanto le è possibile, a distruggere le verità e le esperienze che esse contenevano.

Le riforme che attribuiscono una superiore importanza alla ragione, austeramente virate al negativo, protestanti su ogni cosa, creano nuove regole religiose prive di ricchezza spirituale e di pienezza di emozione. Esse non sono ricche di contenuto: la loro forma ed il loro spirito risultano impoveriti, spogli e freddi.

Inoltre non sono davvero razionali, perché non vivono in virtù del loro ragionamento, che allo spirito razionale appaiono tanto irrazionali quanto quelli dei credi che hanno sostituito, e ancor meno vivono grazie alle loro negazioni, bensì della quantità di fede e fervore dei nuovi devoti.

La fede ed il fervore sono sovrarazionali nell’insieme del loro scopo e contengono certamente pure taluni elementi infrarazionali.

Se tali correnti rinnovate possono sembrare alla mentalità comune meno grossolane di quelle con il loro credo meno interrogativo e critico, ciò avviene spesso perché si avventurano più timidamente o evitano il dominio dell’esperienza sovrarazionale.

C’è poco da fare: nel suo aspetto religioso, la vita degli istinti e degli impulsi non può essere purificata in modo soddisfacente dalla ragione: può esserlo piuttosto mediante una sublimazione che li eleva fino alle illuminazioni dello Spirito.

La linea naturale dello sviluppo religioso procede sempre per illuminazione e le riforme religiose sono più efficaci quando illuminano a nuovo le forme antiche, anziché distruggerle. Quando le sostituzioni avvengono per maggior pienezza di contenuto piuttosto che per maggiore povertà e, in ogni caso, quando purificano il campo con un’illuminazione sovrarazionale, non certo con “chiarimenti” razionali.

Una religione puramente razionale non può essere che un arido deismo e da tali tentativi non si è mai riusciti ad ottenere vita e permanenza: perché essi agiscono contrariamente alla legge naturale e alla legge spirituale: al dharma della religione (Ho riscritto “dharma” al posto di due righe complicate).

Se la ragione viene chiamata a svolgere una parte decisiva, deve essere una ragione che principia dall’intuizione, mai disgiunta dalla visione interiore e dall’intensità spirituale.

Mai si dovrebbe dimenticare che l’infrarazionale ha pure in se verità segrete che non appartengono al dominio della ragione né dipendono dal suo giudizio.

Il cuore ha la sua conoscenza, la vita ha il proprio spirito e divinazioni, irruenze e incendi di energia segreta, di aspirazione e di slancio: che solo lo sguardo dell’intuizione può sondare e che solo il verbo ed il simbolo possono configurare ed esprimere.

Sradicare tali cose dalla religione o purgarla di ogni elemento della sua pienezza col pretesto che il tempo è trascorso, che le forme sono poco moderne o oscure, senza il potere di illuminarle dall’intimo (senza la pazienza di attendere la loro maturazione dentro noi stessi) o senza la capacità di sostituirle con simboli più luminosi, non significa purificare ma solo impoverire.

Tuttavia non è necessario che le relazioni tra spirito e ragione siano ostili o prive di qualsiasi contatto, come spesso accade in pratica.

La religione non è tenuta ad adottare come principio la formula: “Credo perché è impossibile” o quella di Pascal: “Credo perché è assurdo”.

Ciò che è impossibile o assurdo per la religione sola e priva d’aiuto, diventa reale e possibile per la ragione che si eleva oltre il proprio limite mediante il potere dello spirito e viene irradiata dalla sua luce.

Allora essa è dominata dalla coscienza intuitiva, che è il modo umano di raggiungere un’altezza di conoscenza più alta. La spiritualità che scende dall’intuizione non esclude né scoraggia alcuna attività o facoltà umana, ma opera piuttosto per innalzarle tutte fuori dalla loro imperfezione e dalla loro brancolante cecità. Con il suo tocco le trasforma e le promuove a strumenti della luce, della forza e della gioia di Dio, sino alla natura che lo manifesta sino al nostro sguardo.

DEL CORPO SENSIBILE

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Passa un po’ di tempo e qualcuno mi fa osservare che si parla troppo poco di ciò che pare appartenere al mondo sensibile e che pure ci accompagna per tutta la vita: il corpo fisico-sensibile. Limitare il corpo fisico al solo corpo fisico già sarebbe un errore, poiché – come tutti sanno – una pura fisicità nemmeno esiste. Anzi esiste molto più in là dei concetti che ci appartengono e ovviamente alla direzione di queste righe. Essa, sul piano dell’esistenza terrestre sarebbe propriamente il cadavere dell’uomo, mentre l’uomo vivo ha la corporeità permeata dalla vita.

Dunque dovrei parlare di un corpo fisico unito ad un altro corpo: ad un corpo di vita. Nel linguaggio della Scienza dello Spirito chiamiamo tale temporanea unità come fisico-eterica. Perciò scusatemi se nel proseguire questa nota indico la nostra buccia semplicemente come “fisica”. Per il senso delle righe successive, ossia per il poco di cui scrivo, mi pare sufficiente perché va incontro a ciò che mi è stato domandato.

Un grande asceta del secolo scorso scrisse che il corpo fisico non è che uno “strumento e un’ombra”. E per le condizioni attuali ciò può essere sostanzialmente vero.

Il corpo fisico è soltanto lo strumento dell’Io ed è anche solo un’ombra scura se solo lo si confrontasse con la luce del Sole interiore.

Mi chiedo: è tale ombra utile allo sviluppo dell’anima ed è forse possibile che, coltivando lo strumento, esso sia di qualche utilità per le vite che verranno dopo questa?

In generale, ogni volta che l’anima si incarna in un corpo nuovo, viene con l’intento di vivere nuove esperienze che l’aiuteranno nella sua maturazione. Di vita in vita l’entità spirituale si contrae nella forma, diviene a caro prezzo una personalità cosciente e indipendente e che, a gradi sempre maggiori di sviluppo, può scegliere non solo il momento della propria incarnazione, ma il luogo, lo scopo e l’opera da compiere. Chi lo può di più, chi lo può di meno : è un processo evolutivo, cioè in un continuo divenire.

Comunque è il corpo che sostiene la coscienza ordinaria, lo dimostra una martellata sulla testa o meno violentemente, una condizione qualsiasi che provochi un minor afflusso di sangue ossigenato al cervello. Esistono persino dubbie correnti spirituali che operano con un calcolato strozzamento per portare la coscienza su altro piano: queste pratiche sono pericolose per diversi motivi. E tornando alle situazioni comuni, un disturbo organico determina quasi sempre un cambiamento temporaneo di umore, di carattere e indirizza il pensiero su binari particolari.

Quando nasciamo, il rapporto col corpo è tenue: con esso non ci siamo ancora confrontati e la coscienza, nei pochi casi in cui è desta, è diffusa come un alone e vede molto attraverso la madre. Sa molto con estrema precisione, ma poiché non ha ancora nulla su cui riflettersi, non può dire “io” a se stessa, non possiede pensiero autonomo: dunque non può riflettere su nulla di ciò che percepisce: è coscienza che nulla sa di sé.

Immergendosi progressivamente nel corpo, l’essere umano entra nell’oblio, la durata del quale è, anche in quel periodo più soggettiva di quanto si pensi: può essere inframmezzata a risvegli. Poi, come tutti sanno, nel terzo anno di vita, svolte le tre grandi operazioni del verticalizzarsi, del parlare e del pensare, l’essere inizia a riferirsi a sé stesso come ad un io. Sono eventi grandiosi che vanno ben oltre le ordinarie leggi di natura (un intuitivo pedagogista disse che “il più era fatto” per la totale biografia umana.).

Nonostante si sia già in grado di afferrare i concetti universali, la coscienza è semi sognante. Tale condizione, anch’essa in divenire, dura molti anni poiché le forze animiche devono operare nella corporeità, plasmarla: appena dopo due decenni si potrà parlare di una coscienza desta; nel frattempo le attività della veglia e del sogno si frammischiano, tant’è che molti ragazzini vivono più nella fantasia che nel mondo sensibile.

E’ del tutto possibile che in questo lungo periodo, l’entità umana possa, talvolta, percepire da sveglia alcune attività che appartengono allo stato di sogno, ovvero non sogni ad occhi aperti riproducenti le condizioni notturne più arbitrarie, ma immagini e azioni soprasensibili.

Quando l’entità animico-spirituale, secondo forze che variano per ciascuno, termina il suo inserimento nella corporeità, la destità per il percepito (corpo compreso) si fa massima per molti decenni: essa comporta la migliore consapevolezza di sé corrispondente e la più robusta attività nel pensiero ordinario.

Il corpo, salvo malanni passeggeri, è diventato davvero un buon veicolo, utile ma poco percepito: ora è davvero un’ombra di sé. Non percepire troppo intensamente corpo e organi è segno di salute: condiziona il meno possibile le nostre attività, che sono sempre interiori anche quando siano immerse nelle produzioni sensibili.

Allora è giustificata la domanda circa le chiacchiere di questo articoletto?

Ma insisto, poiché sono sempre due gli elementi che concorrono alla nostra adeguata incarnazione.

Quando ci svegliamo dal sonno possiamo anche constatare che sono due i mondi che concorrono al nostro divenire svegli: uno di questi è l’apparente oggettività persistente di quello che ci attornia; l’altro è il mondo del pensiero, dei concetti: altrettanto concreto e reale. Infatti capita a tutti, alle volte, di aprire gli occhi ma per un attimo di non sapere nulla: di chi si sia, di dove si sia, ecc. Poi interviene la mente e tutto va a posto.

Se l’attività interiore non ritrovasse la sua buccia fisica e se la buccia fisica non fosse in grado di accogliere l’attività interiore, di noi in quanto uomini terrestri cosa ne sarebbe?

Voglio, una volta tanto, dirigere l’attenzione sul corpo fisico, così come viene sperimentato nella nostra attuale condizione di consapevolezza e percezione. E rivalutare la sua coltivazione, ragionata e consapevole. Poiché con ciò aiutiamo allo stesso tempo la crescita dell’anima, il suo progresso e la sua illuminazione.

L’educazione fisica consiste nell’immissione di consapevolezza nel corpo. Che lo si sappia o lo si ignori, resta un fatto che ha la sua importanza.

Quando ci concentriamo per far agire i muscoli in accordo con la nostra volontà, quando ci sforziamo di rendere più elastiche le membra, a dar loro una agilità o una forza o una resistenza che è superiore a quanto abbiamo avuto in dote, infondiamo nella sostanza di questo corpo una forma di coscienza che esso non aveva e ne facciamo uno strumento che progredisce mediante questa azione.

Non è l’unica cosa che dia coscienza al corpo, ma è cosa che agisce in modo generale e questo è piuttosto raro. Come, al contrario, non è raro vedere persone (sane) che camminano in maniera disarmonica, che trovano difficoltà nell’esercitare la presa delle dita, che posseggono una sorta di deficit nell’equilibrio e che, persino, non sanno sdraiarsi o alzarsi senza manovre goffe e pesanti.

Per contro, l’artista come il pittore, lo scultore infonde coscienza nelle braccia e nelle mani e mi sembra, a ricordo, che uno tra i primi esercizi dati dal Dottore per la fanciulla che sarebbe divenuta una tra le prime euritmiste fu di farle scrivere con le dita dei piedi. Questa azione che può apparire stravagante, aiuta la coscienza a impadronirsi, in certo qual modo, delle gambe e dei piedi, per i quali, di solito, ci si accontenta che funzionino con automatismi acquisiti.

La cultura fisica ha un’azione generale. Quando i risultati sono visibili, quando si osserva a quale punto il corpo possa venir perfezionato, è anche possibile intuire come ciò possa essere utile all’azione dell’essere animico-spirituale che, possedendo un mezzo organizzato, armonioso, forte e agile ad un gradino superiore, è favorito considerevolmente nel suo lavoro.

Sono poche le persone che praticano l’educazione fisica con questo scopo, ma che lo sappiano o meno, il risultato c’è. Se si è un poco più sensibili dell’ordinario sognante, vedendo i movimenti di un essere che ha fatto molta pratica nella cultura fisica ragionata e metodica, si vede come essi siano pervasi da una luce, un’armonia, una vita che non esiste nelle persone comuni. La grazia di una danzatrice o la possanza di un pesista sono percettibili anche quando i suddetti siedono fermi dal parrucchiere o barbiere. Beninteso, se si guarda.

Ci sono molte persone che vedono (pensano) la cosa esteriormente, astrattamente e dicono che a far forza e muscoli bastano i mestieri pesanti, che almeno sono produttivi, che “servono a qualcosa di utile”.

E’ un’ignoranza bella e buona (tipica negli intellettuali di testa) poiché c’è un’essenziale differenza tra i muscoli che sono stati sviluppati mediante un speciale utilizzo, localizzato e limitato e muscoli coltivati insieme volontariamente e armoniosamente che, secondo un programma d’insieme, non lascia indietro nulla senza disciplina, lavoro ed esercizio controllato.

Le persone che, per la loro occupazione, sviluppano particolarmente certi muscoli hanno sempre una deformazione “professionale”: ciò non aiuta minimamente il progresso interiore.

Da un certo punto di vista l’intera vita aiuta necessariamente il progresso interiore, ma così lentamente che l’entità animico-spirituale dovrà reincarnarsi tantissime volte per giungere ad un grado elevato.

Posso dire, senza troppo rischio, che la cultura fisica è la disciplina ascetica del corpo e che ogni disciplina ascetica aiuta e affretta il passo sulla via della meta.

Tanto più coscientemente venga eseguita, tanto più il risultato è rapido e generale e anche se si fa senza vedere oltre la punta del naso, si dà un aiuto allo sviluppo totale.

Sottolineo che ogni disciplina, qualunque sia, se la si esegue con rigore, con sincerità e volontariamente, è sempre un aiuto considerevole. Disciplinarsi vuol dire affrettare l’avvento di una nuova vita di realtà superiore.

Così com’è, il corpo fisico è ombra, riflesso del principio saturnio e solare, ma quest’ombra possiamo renderla capace di un progressivo sviluppo e l’Io che si rende capace di svilupparla ora ne sarà capace in ogni ulteriore formazione individuale (incarnazione). Finché potrà produrre una condizione in cui la vita fisica e la vita spirituale forgeranno una unità di luce, forza e consapevolezza.

Una nota aggiunta: molti lettori di Eco non sono giovani e ciò potrebbe far loro pensare che quello che ho scritto non li riguardi affatto. Invece, a mio parere, potrebbe interessarli come e più di un giovane. Chi è “malandato” troverebbe grande giovamento dalla “ginnastica posturale”, naturalmente sotto la guida di laureati esperti. Per tutti gli altri, lo stretching, gli esercizi di mobilitazione, di coordinazione, di potenziamento, di equilibrio (importantissimi) e infine con piccoli attrezzi e una regolare passeggiata sull’imitatore di sci di fondo (ellittica) o tapis roulant o cyclette, accompagnati da un miglioramento nella respirazione, porteranno benefici impressionanti nella vita generale. Potreste almeno fare gli esercizi base dell’euritmia con la verga di rame alla sera e le 12 posizioni in sequenza dinamica del Surya Namaskara al mattino: salute accresciuta e benefici assicurati.

Un esempio abbastanza facile può essere questo: prendete dal Hatha Yoga un āsana tra i più semplici: il Vrksāsana o posizione dell’albero. Si tratta di piegare una gamba al ginocchio e di portare il tallone all’attaccatura dell’altra coscia per poi bilanciarsi sulla gamba diritta. Rimanere in equilibrio su una gamba sola per pochi secondi e poi ripetere con l’altra gamba. Può sembrare difficile ma si impara presto. Quando ci riuscite per mezzo minuto vi accorgete che una forte sensazione di equilibrio trapassa dal corpo alla psiche. Così accrescerete un senso interno di stabilità ed equilibrio favorevole alla vita di ogni giorno.

Anche per queste attività, meglio sarebbe non iniziare col “fatevelo da voi” ma sotto la guida di attenti insegnanti (persino un idoneo respirare sotto sforzo deve essere insegnato: tutti respirano ma quasi nessuno sa respirare). Le carenze nell’uomo moderno sono preoccupanti: spesso è necessario un ciclo di propriocezione guidata da figure professionali: persone rovinate da incidenti o ictus vengono riabilitate con spugnette di diverse densità!

Sono tante le cose che andrebbero valutate ed esaminate con cura ma questo Sito non paga abbastanza gli articolisti, perciò rimango sul generico e anzi qui mi fermo.

Insomma, senza eccessi fate qualcosa di disciplinato per il corpo: esso vi sarà grato e vi ricambierà generosamente!

RAMANA

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Cari lettori, avete spesso visto, in testata ad alcuni articoli, una fotografia in bianco e nero di Massimo Scaligero. E’ una delle foto che preferisco perchè più risponde all’uomo che conobbi.

Osservando quella foto osserverete che sul muro alla sua destra si trova appesa una piccola immagine. Un volto con barba e capelli candidi. Non era l’unica che Scaligero aveva appeso sui muri ma è quella che dalla foto non esce mai più. Mi sembra più che giusto che quel volto indistinto (nella foto) non vada da altre parti: non stava lì a caso né serviva a vivacizzare la parete.

E’ l’immagine di un asceta dell’India moderna, Ramana Maharshi (30-12-1879 14-04-1950), dunque per decenni contemporaneo a Massimo Scaligero.

Sarei tentato verso qualche similitudine ma è cosa che non mi piace e che non trovo produttiva, come trovo esempio di volgare superficialità ridurre a brevi battute frammenti di osservazioni di Ramana. Come sdrucciolano i mistici compari: senza ombra di devozione o rispetto davanti a queste grandi anime. Userebbero pure padreterno per farsi pubblicità: incommentabili!

Nella spiritualità (vera) del XX secolo tutti i giganti dello Spirito oltrepassano il ricco terreno delle tradizioni, fatto che Guenon e Evola non notano chissà perché. Esemplare è Aurobindo che rifiuta l’evasione conclusiva del samādhi e tende, con il suo Yoga integrale, allo spirito che trasforma l’uomo storico e la materia terrestre: egli porta i cieli nella zolla di terra che è l’uomo incarnato. Trasformatore di trascendenze che in lui divengono atto immanente.

Rischiando di semplificare, direi che per Ramana questo (formidabile) problema pare non esistere, poiché non vi è contrasto o incompatibilità tra l’esistenza e la liberazione, tra l’illusione e la realtà. Per Ramana c’è un solo ostacolo: l’identificazione dell’Io con l’ego.

Erano tanti coloro che andavano da lui con desideri non appagati, oppure per conoscere la soluzione dei mali del mondo. Velleitari riformatori che udivano l’invariabile risposta: “Hai per prima cosa riformato te stesso?”.

A parole tutti vorrebbero cambiare in meglio il mondo ma ciò è autogratificazione: porre mano alle cose per escludere ciò che sarebbe la prima cosa da farsi: trovare il proprio Soggetto. Il culmine del più vero servizio è l’Autoconoscenza.

Nel Sutra-Bhāsya, il saggio Bāșkali dopo esser stato ripetutamente interrogato, disse: “Noi abbiamo già dichiarato la verità ma tu non hai compreso. L’Io è pace, silenzio.” Ramana parlava poco e avvertiva gli interlocutori che domande e risposte appartenevano all’avidyā (nescienza): erano soltanto indicazioni. E in verità, molti al suo cospetto furono orientati dal suo Silenzio.

Ma se il pensiero rappresentativo si figurasse una figura immobile e staccata cadrebbe nell’errore. Ramana leggeva con cura il giornale (lo ridava al possessore come se non l’avesse mai sfiorato), accudiva agli animali della comunità, era solito a dare una mano in cucina, preparando la cottura dei vegetali. Passeggiava spesso intorno alla sacra collina di Arunachala seguito rispettosamente da tigri ed elefanti e gli uccelli che in cielo lo accompagnavano indicavano alla comunità dei discepoli dove egli si trovasse.

Dava, se richiesto, spiegazioni di testi sacri che gli erano persino ignoti sino a quel momento.

Il bisturi che Ramana propone per aprire un varco sino alla realtà dell’Io è sostanzialmente uno e semplice, si chiama ātma vicāra o jnana vicāra. Discriminazione conoscitiva che giunge al vero essere dell’uomo. In pratica è una domanda rivolta a se stessi: “Chi sono io?”. Domanda non oziosa ma operosa: veicolo che assume varie forme per quanti possano essere gli involucri che nascondono la realtà dell’essere supremo.

Ho visto che in rete vi sono molti Siti che scrivono di Ramana, diversi copiano le stesse cose di gente che ci campa sopra. Per distinguere Eco da essi faccio una cosa ribalda. Poiché ho seguito l’insegnamento di Ramana per tempi non troppo brevi, provo a ricapitolare parte della sua Via attingendo dalla mia esperienza diretta. Mi pare una strada più concreta e meno noiosa.

Si inizia, come per tutte le cose, con quello che si è e che si ha, e pazienza se è poco.

L’apprendistato di base è, in un certo senso, volto alla negazione: il “non questo, non quello” (Neti neti). Ci si chiede: “Io sono questo corpo?”, poi, dal senso/immagine corporea si sale ai comuni contenuti dell’interiorità. “Questi sentimenti sono Io?”. Si giunge al mondo dei pensieri che salgono o entrano nella coscienza e la domanda viene ripetuta. Neppure essi sono l’Io.

Naturalmente il lettore capirà che non ci si trastulla con semplici (automatiche) domande avendo in tasca la facile risposta. Faccio un esempio: la risposta intellettuale non vale nulla. Occorre realizzare quanto profondamente ci identifichiamo nelle sensazioni corporee, come ci riconosciamo allo specchio e nelle foto, come tutti ci riconoscono vedendo il nostro modo di camminare, la nostra figura, i nostri lineamenti che sono unici…

Occorre realizzare tutto questo, conficcarcisi dentro, prima di realizzare che tutto questo non è l’Io. Perciò si medita, si medita a lungo (io, credendo di fare chissà cosa, meditavo per mezz’ora due volte al giorno. Lessi poi che Ramana, consapevole dei tempi limitati dei suoi affacendati discepoli occidentali, consigliava loro il minimo sufficiente: due ore al mattino e altre due alla sera). E si deve giungere ad una persuasione assoluta.

Ho parlato del corpo sensibile, poi le difficoltà aumentano e raggiungono l’apice con il pensiero, sebbene il vicāra e il meditare svolgano un ruolo non secondario. Perché non sono solo i pensieri erratici a turbare la condizione dell’operatore ma soprattutto il pensiero dell’Io: l’Io come pensiero radice e tutte le radici di pensiero andrebbero divelte, rimanendo nell’anima soltanto l’interrogativo implacabile, ormai del tutto privo di parola e forma.

A questo punto possono essere auspicabili degli aiuti per penetrare in una condizione di enstasi attiva. Per me furono utili due esercizi collaterali: il controllo del respiro e la fissazione oculare. E prima di venir lapidato lasciate che mi spieghi in cosa essi consistevano.

Il “controllo del respiro” non era parente del prānāyāma. Aveva una minima affinità formale con il Qigong cinese, breve e semplificato. Si trattava solo di un rallentamento della respirazione che si fa dolce e lieve (dicono i Testi che il respiro non dovrebbe smuovere una piccola piuma). Indipendente dalla meditazione, lo praticavo per una decina di minuti giornalieri. Porta una maggiore calma nel corpo ed acquieta la mente (diversi studi hanno dimostrato che la pratica del Qigong è positivamente terapeutica in diverse malattie).

Il secondo esercizio menzionato, fuori da una desta coscienza meditante e se prolungato oltre ad un minimo, può essere senza dubbio pericoloso. Senza la dedizione completa all’impulso profondo innestato dal vicāra, esso rischia di trascinare a visioni medianiche, al medianismo (credo che il valoroso dott. R. Moody con esperimenti simili abbia imparato cose oscure a proprie spese). Scrivo con spassionatezza di discipline ma non le indico come suggerimenti da imitare: spero che ciò sia chiaro.

Detto questo, la fissazione oculare (guardare nel silenzio un punto luminoso) va fatta per pochissimi minuti. Talvolta basta un attimo.

Il mondo, il corpo, il respiro, le tracce di pensiero: tutto pare congelarsi, tutto si arresta in virtù di “fiamma fredda”. Su questo delicato tema, il Dottore parla di un nesso tra il nervo ottico ed il fuoco kundalini nella O.O. 54 del 1906 . Poi, se la dynamis del vicāra non si arresta, il suo informale dardo prosegue il viaggio oltre la muraglia del sonno (il potente impulso ad un sonno non naturale mi parve l’ostacolo più grande e penoso).

E poi cosa succede? A questo punto, per me che stavo vivendo una serie di fenomeni come vengono descritti da G. Meyrink, niente di più, poiché un tale mi scrisse di abbandonare – in pratica – questa via: ”Ma, caro amico, una volta nella corrente del pensiero vivente, si sa quale asana o tecnica psicosomatica ci può essere utile. Le posso assicurare che si sa tutto, a questo punto si possono buttare i libri. Si può tutto, ma occorre ravvisare la condizione vera, il vero sādhana di questo tempo: è decisiva per la civiltà la distinzione tra pensiero somatico e pensiero vivente: per il pensiero vivente passa tutta la magia antica. Se le è necessario si giovi ancora dei supporti ramaniani ma metta al centro la magia del pensiero e i 5 esercizi come correttivo di tutto. Nel pensiero incorporeo c’è la potenza della folgore. E’ la via dei forti e dei risoluti. (da una lettera di M.S. all’autore, del 9 gennaio 1970). Per conoscenza e ragione essenziale sapevo che Scaligero diceva il vero: così dovetti combattere una breve e feroce battaglia tra inclinazione istintiva e coerenza logica. Non a gradi: abbandonai drasticamente il precedente lavoro con una crisi da contraccolpo (mi parve di essere vuoto in un vuoto senza appigli) per poi dedicarmi all’assurdo pensiero concentrato su una ridicola, insignificante matita. Una disciplina talmente estranea dalla mia condizione animica, tale da dover essere aiutato: da un lampo che conteneva tutto.

Ma l’amore per questo lontano Maestro rimane in me intatto, anche se credo di aver trovato qualcosa di grandemente diverso che, se mi è permessa una battuta, sembra chiedere moltissimo per dare pochissimo.

Ora, per terminare questa nota, trascrivo qualche parola del grande nato-due-volte. Volontariamente evito ciò che piace di più: le fulminee battute, quasi socratiche, che si svolgevano tra Ramana e i devoti. Scelgo piuttosto qualcosa di costruttivo che riguarda cosa sia e cosa non sia la ricerca del Sé, trascritte da un discepolo occidentale a cui va un pensiero di gratitudine: A. Osborne. E rammento di non fermarsi alla semplicità delle frasi: quale sarebbe il senso di farle più complicate?

Quando la mente indaga incessantemente sulla propria natura, trapela la constatazione che non c’è quella tal cosa detta “mente”. Questa è la via diretta ed è per tutti.

La mente non è che un coacervo di pensieri. Di tutti i pensieri, quello dell’io è la radice. Quindi, la mente è solo il concetto io. Donde nasce? Cerchiamo entro di noi: sparisce. Questo è perseguire la Saggezza. Quando l’io svanisce, appare, da solo, un Io-Io. Questo è l’Infinito (purnam).

Quando l’ego è, ogni cosa è. Se l’ego non è, le altre cose non sono: invero l’ego è tutto. Perciò la ricerca di quello che veramente è l’ego è il solo modo di abbandonare tutto.

Lo stato in cui l’io non emerge è lo stato in cui si è QUELLO. Se, non si cerca questo stato nel quale l’io non emerge più è lo stato in cui si è QUELLO. Se non si ricerca, nel quale l’io non emerge più e non lo si raggiunge, come è possibile raggiungere la propria estinzione, dalla quale l’io non rivive? Senza questo raggiungimento, com’è possibile prendere dimora nel vero stato nostro, nel quale si è QUELLO?

Così come, per ripescare qualcosa che è caduto in acqua, occorre tuffarsi, così ci si deve immergere nel nostro intimo, con coscienza acuta e ben concentrata, controllando parola e respiro e trovando dove si origina l’io. La sola ricerca che conduce all’Auto-Realizzazione è quella della fonte della parola io. La meditazione “io non sono questo”, “io non sono quello” è di aiuto nella ricerca ma non è la ricerca. Se uno si chiede “chi sono io” nella mente, il mentale cade umiliato appena si raggiunge il Cuore, e immediatamente si manifesta la Realtà spontaneamente, come Io-Io, e per quanto si manifesti come Io, non è l’ego ma l’Essere Perfetto: il Sé assoluto.

I concetti di legame e di liberazione non sono che modificazioni della mente. Non hanno realtà propria e non possono funzionare per proprio moto. Essendo modificazioni in qualcos’altro, ci deve essere una entità da essi indipendente che ne è sorgente e sostegno comune e se cerchiamo in quella sorgente per sapere di chi è la liberazione o il vincolo, troviamo che essi sono attribuiti a me.

Se si cerca davvero “chi sono io” si vedrà che non esiste nulla che sia io o me. Al vedere che l’io non esiste, rimane qualcosa che è conosciuto immediatamente ed inequivocabilmente come auto-luminoso e sussistente soltanto come Sé. Questa viva presa di Coscienza, che è una diretta e immediata esperienza della Verità Suprema, giunge in modo del tutto naturale, senza alcun aspetto straordinario, a chiunque rimanga com’è, e ricerchi introspettivamente senza permettere alla mente neppure un momento di esteriorizzarsi o di perder tempo in chiacchiere inutili. Non vi è quindi il minimo dubbio riguardo alla certa conclusione che, per coloro che hanno raggiunto questa Realizzazione ed in tal modo risiedono nel nel Sé, ad esso identici, non v’è né legame, né liberazione.

Il Sé è pura Consapevolezza. E tuttavia l’uomo si identifica col corpo, che è insenziente e che di per sé non dice: “io sono il corpo”: chi lo dice è qualcun altro. E neppure lo dice l’illimitato Sé. Chi lo dice allora? Tra la pura Coscienza ed il corpo insenziente sorge un io spurio, che si immagina di essere limitato dal corpo. Cercatelo ed esso svanirà come uno spettro. Quello spettro è l’ego, la mente, la personalità. Tutti gli insegnamenti di saggezza trattano di questo fantasma ed il loro scopo è la sua eliminazione. Lo stato presente è pura illusione, che deve dissolversi.”

L’INCIAMPO DEL DILETTANTE

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Una quindicina di anni fa, un amico che lavorava a Milano e che talvolta ritornava a respirare un po’ d’aria di mare, mi raccontò una storiaccia che girava in quel di Dornach. Più precisamente tra persone che lavoravano nel “polo museale” chiamato Goetheanum.

Queste, avvalorando coscienziosamente la tesi della pericolosità della magia, narravano come a Trieste (Italy), diversi anni prima fosse stato officiato un rito finito tragicamente a causa dell’evocazione di forze che, incontrollate, avevano ucciso tre degli operatori.

Ciò chiacchierato a Dornach ma essendo accaduto in Italia, rimbalzò sino a Milano negli ambienti occultistici e antroposofici ed in questi ultimi l’amico venne a conoscenza della storia.

Tutto ciò mi parve assurdo poiché sarei, in diversi modi, venuto a saperlo. Se non altro per la riconosciuta capacità degli occultisti a mantenere il segreto sui segreti più segreti…

Poi, lentamente, mi affiorò nella mente una specie di déjà vu: un vecchio ricordo o una alterazione della memoria? La chiacchiera favolistica coincideva abbastanza con una delle disavventure in cui inciampai all’alba del mio breve tirocinio magico. E per mancanza di altre vicende simili, non poteva essere se non quella. Avessero saputo a Dornach i precedenti di un loro socio (munito pure di ambedue le tessere)!

Tenendo in considerazione gli sguardi corrucciati di chi mi legge, indico a mia parziale discolpa che il fattaccio avvenne quando fui e fummo molto giovani.

Tutto iniziò in un bel pomeriggio di primavera. Un mio amico – ruvido discepolo dei Tantra – aveva pescato un ragazzo assai suscettibile come soggetto per esperimenti d’ipnosi, durante uno spettacolo del prof. Steno Schaffer (costui fu uomo dalle multiformi capacità: esperto illusionista, per campare collaborava con i medici dell’Ospedale psichiatrico, si esibiva in esperimenti di telepatia e di fascinazione a distanza. Inoltre ho le prove che fosse conoscitore e operatore di vere operazioni magiche: almeno quelle di basso conio che vediamo nei film e che strabiliano i profani).

Così passammo parte del pomeriggio con la nostra cavia in esperimenti davvero interessanti. Esaurito un bel mazzo di questi, tentammo un salto di qualità. Ci sedemmo intorno ad una boccia di vetro riempita d’acqua – noi svegli, lui in trance – e procedemmo ad una invocazione tratta da un testo di Pietro d’Abano. Nessun risultato apparente e la cavia non vide nulla.

Al tramonto tornai a casa, con la sgradevole sensazione di non essere solo. Era una sensazione soltanto, ma perché mentre camminavo, da dietro i muri delle villette più vicine i cani si mettevano ad ululare (i lupi ululano, i cani abbaiano)?

Dopo cena, come al solito mi trovai con gli amici di zona su una strada a quel tempo deserta. Così dimenticai il pomeriggio. Alle dieci di sera eravamo rimasti in tre. Il discorso si incanalò sull’ipnosi e uno dei due mi sfidò a provare con lui. Dopo ripetute sollecitazioni, nel timore di perdere la faccia, acconsentii. In piedi, nell’androne semibuio di una casa isolata. Sentii subito una intensa corrente fluire dalle dita, quasi crepitante e bastarono pochi comandi per portare nella trance l’amico. Mi parve affaticato (una lacrima era scesa da un occhio) e quasi subito iniziai il processo inverso. Lui era scombussolato, perciò lo feci sedere su un muretto mentre parlavo con l’eccitato testimone.

Mi accorsi che l’amico seduto era rimasto immobile e fissava la luna piena. Troppo a lungo. Lo presi per una spalla per scuoterlo e distoglierlo: lui si girò con uno scatto violento, ringhiando.

Valutai in un lampo che la mia forza era superiore alla sua…ordinariamente. Ma quale poteva essere la forza di un uomo-lupo? Mi riavvicinai con maggior prudenza e delicatezza, ripetendo più volte il suo nome. Si alzò ma gli occhi erano fissi e sbarrati. Il volto una maschera congelata. Incominciò a palparsi e ad osservare i propri vestiti. Scoprì le tasche da cui estrasse le poche cose che teneva e le guardò attento. Osservò con attenzione anche una solitaria vettura che passava in quel momento. Sto usando termini inesatti poiché era privo di ogni espressione nel volto e nello sguardo.

Dissi al testimone superstite (che stava tremando) di correre a chiamare gli unici due occultisti che abitavano vicino. Un “vicino” assai relativo ed il poveraccio dovette farsi una maratonina per raggiungerli. Io intanto sorvegliavo e seguivo l’amico perduto che gironzolava intorno.

Arrivarono il prima possibile. L’essere prese un rametto spinoso, lo spezzò e, a gesti, mi fece capire che dovevo impugnarlo nella destra. All’amico del pomeriggio, terribile discepolo della Potenza, diede un fiore. Simbolismo palese: io minacciato, lui coccolato.

Mandammo a casa il corridore che stava cedendo ad una crisi di paura (dormì per sei mesi con la luce accesa). Il terzo “tra cotanto senno” occulto, lanciò intorno a It diversi pentacoli mentali che non suscitarono alcun effetto.

Poi, non ricordo chi, ebbe l’idea di scrivere sul dorso del muricciolo un simbolo magico. Funzionò. Chi era dentro al mio amico, a gesti, volle il pezzo di mattone e iniziò a coprire un tratto del muro con tante figure geometriche di cui riconoscemmo solo la stella a cinque ed a sei punte, una spirale e poco altro. Poi fissò il buio sopra di noi e tracciò un segno zigzagante: un istante dopo crepitò in cielo il primo di molti fulmini non lontani. Pensai per un attimo che fosse stato lui a chiamarli, magari per poi incenerirci.

Forse (di sicuro) esasperato dalla nostra totale ignoranza abbandonò l’impresa di comunicare e, subito dopo, entrò nel cantiere di una casa in costruzione, nel garage che era già finito. Ci ritrovammo tutti e tre con l’essere che ci veniva incontro, ma che, improvvisamente, si arrestò. Vedemmo meravigliati che non poteva superare un’asticella di legno poggiata per terra. Il legno era per lui un ostacolo insormontabile.

Allora, rapido, con una scheggia di mattone, il “pentacologo” disegnò un cerchio intorno a noi tre. Funzionò. Fu impressionante vedere come il mio ex amico trovava un invalicabile impedimento, sia a terra che nell’aria. Ci trovavamo, noi e lui in una classica posizione di stallo alla messicana. Non ricordo chi suggerì, dopo un po’, di lasciarlo entrare. Bastò un segno sul cerchio per annullare la sua difesa. Del resto avevamo avvertito che il senso di rabbia o frustrazione se n’era andato. Sul muro alle nostre spalle, tracciò sopra le teste per ognuno un complicato segno diverso. Poi si sedette su dei mattoni accatastati, noi lo imitammo.

Che potevo fare? Pregai con tutte le mie forze per il ritorno del mio amico. It, come percependo ciò, mi mise una mano sulla nuca e, a gesti mi fece raddrizzare il rametto spezzato che da ore tenevo in mano. Era un ottimo auspicio, come se mi avesse perdonato. Poi si alzò e sfregiò i segni che aveva fatto sopra le nostre teste. Uscì velocemente dal garage mentre i tuoni stavano tambureggiando con maggior violenza. Si fermò accanto ad una buca, si tolse la maglietta e, a gesti, chiese il fuoco di un accendino che avevamo usato per fumare nervosamente qualche sigaretta.

Accese la maglietta e la tenne alta in mano mentre bruciava. Poi la gettò nella buca. Prese una pietra abbastanza grande e piatta, vi incise due segni: riconobbi uno dei due: era simile all’omega greco. Gettò anche la pietra nel buco. Poi, furiosamente, lo riempì di terra con le mani.

E corse. D’istinto lo chiamai per nome. Lui alzò una mano a palmo aperto, come a dire “fermatevi”. Noi lo seguimmo lo stesso e vedemmo che spezzava (annullava) tutti i simboli con cui aveva coperto il dorso del muretto per dieci metri buoni. Bastava un taglio minimo.

Poi si fermò, immobile. Un momento dopo si piegò, come uno che prende un pugno in stomaco. Si raddrizzò nuovamente con l’espressione e gli occhi allegri che ci erano famigliari.

Erano passate quattro ore dall’inizio di questa storia e le sue prime parole furono: “Ma cosa vi succede? Avete gli occhi fuori dalla testa”. Lui, riposato e fresco, non ricordava nulla.

Poi, come succede nei racconti, arrivò una pioggia scrosciante che cancellò parte dei segni, rendendoli irriconoscibili.

Quella notte, credo poco dopo, un maremoto si abbatté contro le rive di una cittadina attigua a Trieste e due persone persero la vita.

Nei giorni successivi vi fu un pellegrinaggio di occultisti che volevano decifrare il muretto. Non credo che qualcuno ne ricavasse qualcosa. Con me furono gentilissimi, prevedendo la mia morte a breve. La connessione logica non l’ho mai trovata appieno ma in quei giorni ero pronto ad accettare il mio destino di colpevole.

Fu una lezione che non dimenticai. Mai più, dissi a me stesso. Coerentemente, l’anno dopo e nello stesso giorno del medesimo mese, dopo una lunga opera di convincimento, la vittima della nostra follia si trovò disteso su di un letto, ben legato e circondato da un vero pentacolo, mentre, con le passate magnetiche, lo trasportavo nella trance profonda. Ma questa è un’altra storia.

Così, narrando questa piccola avventura, regalo un po’ di fieno alla greppia dei fessipedi e solipedi che giudicano non tanto bene chi scrive e questo sito di matti. 

SULLA REINCARNAZIONE

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Una corretta nozione di reincarnazione, svolta dal pensiero cosciente è una “medicina urgente” per l’uomo contemporaneo: di ciò furono ben consapevoli Aurobindo in Oriente e Rudolf Steiner in Occidente.

Non a caso contro tale insegnamento s’è scagliato il materialismo meccanicistico, trovando come energici alleati i grandi (si fa per dire) nomi del tradizionalismo e la Chiesa cattolica. Evidentemente per questa eterogenea ciurma, come osservava Corrado Rocco in un bel librettino vecchio di alcuni decenni, l’idea di reincarnazione è avvertita come straordinariamente pericolosa.

E non c’è da meravigliarsene: ad esempio già su di un piano che sembra più concreto tutto è buono per avversare i bianchi globulini omeopatici: pur essi portatori di riflessioni pericolose sul significato della materia, sull’efficacia vera di scellerati protocolli medici…insomma sui feticci che reggono la menzogna mondiale: solo gli ingenui patentati non comprendono lo “strano” giudizio negativo della Chiesa nei confronti dell’omeopatia!

Scusatemi, questa era una digressione.

Come ho già scritto da qualche parte, in realtà non è vero che tutti gli scienziati siano sul libro paga delle Potenze arimaniche. Invece è purtroppo vero che molti si tappano prudentemente la bocca e che il sudario calato sull’umanità da tali Potenze permette quasi soltanto le comunicazioni a senso unico, dagli stravaganti Accademici di Svezia fino al modesto foglio giornalistico locale.

C’è qualcuno, forse incline al suicidio professionale, che ha il coraggio di comunicare punti di vista diversi: l’altro ieri veniva presto dimenticato, ora prova la povertà, il ludibrio e persino la galera.

Sentite cosa poteva ancora dire un fisico contemporaneo, morto però nel ’46. Parlo di J.J. Hopwood, matematico, fisico e astronomo britannico, insegnante universitario a Cambridge.

“ Trent’anni fa, si pensava o si supponeva che la scienza potesse infine svelare l’ultima realtà delle cose, e che questa realtà fosse di natura meccanica…Oggi si ammette, ed i fisici sono quasi tutti propensi da parte loro per questa opinione, che la corrente scientifica ci conduce ad una realtà per nulla meccanica; l’universo rassomiglia sempre più ad una grande Idea, e non già ad una grande macchina. Lo spirito non sarà più, nel regno della materia, quell’importuno sopraggiunto per caso come lo si riteneva un tempo; noi cominciamo a presentire che egli piuttosto sia il creatore e il signore della materia. Non già, ben inteso, il nostro spirito individuale, ma lo spirito in seno al quale vivono gli elementi atomici del pensiero che compongono il nostro essere personale. La scienza moderna ci obbliga a rivedere le frettolose opinioni che noi ci siamo formate e che ci presentarono il mondo materiale come estraneo e ostile alla vita. L’antico dualismo dello spirito e della materia, causa profonda di questa supposta ostilità sembra voler scomparire. Non, per questo, che la materia divenga meno densa, più eterea di una volta, né che nello spirito si sia rivelato il risultato d’una attività della materia; al contrario, appare a poco a poco che quest’ultima potrebbe essere una creazione e una manifestazione dello spirito.”

Certo che Hopwood non intuisce la propria presenza attiva nella formazione del dato, della cosa ma espone con coraggio e sincerità in quale vicolo cieco la scienza del tutto-materia si sia cacciata. Essa però, cieca e sorda e dotata di enorme potenza inerziale, ora ha acchiappato il bosone…dopodomani, con folli spese, troverà qualcosa di ancora più piccino.

Rubbia, quasi mio concittadino, che tante ne ha dato a bere ma che ha bevuto molto di più per suo conto, spiegava il processo: “Taglio il salame a fette, via via sempre più sottili…” Bravo! Così del salame non ti resterà nulla per riempire il panino e salterai la merenda.

Così, come per l’omeopatia, che nonostante tutto “prende” sempre più medici e tanti pazienti, anche l’idea del karma e della reincarnazione ha iniziato, e non da oggi, ad aprirsi varchi nelle dure teste contemporanee.

Già F. Rittelmeyer, nel suo libro Wiederverkörperung, nota che nel corso di diversi viaggi in Europa e in America conobbe diversi teologi (protestanti) di fama, i quali ritenevano possibile e anche necessaria l’adozione dell’idea della reincarnazione nella concezione cristiana (in tal senso il nostro Paese non fa molto testo, dovendo sopportare la sciagura di avere il Papato e la sua prepotenza politica in casa).

Il vero Occidente ha mantenuto intatte nel corso dei secoli le intuizioni spirituali al riguardo della reincarnazione: nelle epoche così dette “oscure”, nel medio evo dei mistici, poi nei giganti come Goethe, Novalis, Balzac, Lessing, Herder, Wagner, ecc.

Leggendo Montaigne, Emerson ebbe a dire: “Avevo l’impressione d’aver scritto io stesso quel libro nel corso di una precedente esistenza”.

Impressionante è la confessione di un uomo moderno immerso nel mondo delle macchine, come Henry Ford (Ralph Waldo Trine: The power that wins – Conversations with Henry Ford): “Quanto a me, credo che quelli che vengono chiamati doni o talenti, non siano che il frutto di una lunga esperienza, acquistata nel corso di molteplici esistenze. Io credo infatti che noi rinasciamo più volte. Voi e io, noi tutti, viviamo numerose vite nel corso delle quali accumuliamo un ricco tesoro di esperienze…Ciò che ci sembra un dono intuitivo è stato in realtà penosamente acquistato…Voi lo sapete, io sono convinto che la reincarnazione è un fatto” E altrove: “Il tempo non mi dominava più. Non ero più lo schiavo del mio orologio. La scoperta della reincarnazione mi aveva dato la pace interiore.”

E’ possibile dare una perfetta giustificazione logica all’idea della reincarnazione? Nel suo libro Teosofia il Dottore ci offre una rigorosa riflessione sul tema. Così fa anche nella Scienza Occulta dove rimarca con schiettezza che, a livello concettuale ci sarebbe sempre uno spiraglio di incertezza critica se la dimostrazione non divenisse portatrice di un pensiero che, calato nei fatti, porta in sé una forza di realtà che…realmente modifica il rapporto tra l’uomo e gli avvenimenti che sembrano piovergli addosso.

Perciò indica come prova sovrana una sintesi di pensieri che, come ogni altro processo interiore, può divenire valida per qualsiasi uomo e che è accessibile a tutti. Tale processo è però intimo ad ogni singolo uomo che ne deve “fare da sé l’esperienza”. E pure questa è una decisione individuale, libera: sul tracciato dunque della nuova consapevolezza spirituale, il cui fondamento è un di più contro l’abituale passività nella vita.

Nel senso di una più ampia e completa ricerca conoscitiva delle polarità che si esprimono come vita sulla terra e vita nel cosmo valgono due discipline formative: esse sono l’astronomia e l’embriologia nel cui ambito si svolge l’alterna evoluzione dell’uomo.

“Per abbracciare la realtà nel suo insieme, occorrerebbe dedicarsi ad un duplice studio: quello degli astri e quello dell’evoluzione dell’essere umano, in particolare dell’embrione”

Questa idea che lascio qui in sospeso, è sintetizzata da Steiner in queste due righe:

Uomo, tu sei l’immagine condensata del Cosmo,

Cosmo, tu sei l’essere effuso dell’Uomo.

Ciò è proprio quello che, in tutta modestia, porta su Eco il nostro amico Daniel, rubando spazio alla propria mancanza di tempo.

C’è poi il mainstream del pensiero banale che orienta il popolo a credere che l’idea della reincarnazione sia un prodotto della visione orientale esportato l’altro ieri in casa d’altri, cioè in Occidente.

Questo è un falso storico, proprio andando alle radici della nostra civiltà. E i testi non mancano.

Ora scusatemi, faccio un passo indietro poiché davo per scontato che per i lettori di Eco il pensiero della reincarnazione fosse una realtà digerita e forse non è così, perciò consiglio i lettori poco avvezzi, di immergersi con calma profondità nella lettura di Teosofia e Scienza Occulta di Rudolf Steiner e Reincarnazione e Karma di Massimo Scaligero. In quei libri troveranno sequenze di pensieri che possono far avvicinare o dare plausibilità per la coscienza pensante ad un tema che dovrebbe essere molto importante per una visione vasta e soprattutto completa dell’entità umana e del suo divenire. Per l’occidentale la reincarnazione è un’idea difficile e soprattutto inesatta. Non da ieri ma da quando venne “tolta” all’uomo l’idea di Spirito. Ciò ha generato pasticci senza fine in ogni campo della vita al punto che cultura, scienza e religione sono cresciute con un handicap formidabile.

Questo per dirvi che occorrono pensieri rinnovati e ben fondati per comprendere se e come il ritorno sulla terra non sia semplicemente una scusa per addolcire il destino, che pare assai spesso cinico e baro. E ora, scusatemi, ritorno al tema del discorso.

Platone, nel Cratilo fa gioco di parole sul termine soma (corpo): “Secondo alcuni il corpo è il sepolcro (sema) dell’anima che essi considerano come seppellita nella vita presente; e anche perché ogni qualvolta l’anima si vuole esprimere, essa si esprime mediante il corpo; sicché per tale riguardo esso è proprio chiamato un sepolcro. Ed invero i seguaci di Orfeo mi sembra abbiano fissato tale nome perché l’anima soffre nel corpo la punizione delle proprie colpe, ed è circondata da questo recinto che può assumere l’aspetto di una prigione”.

Ippolito (Philosophumena v.6) dice: “I Frigi nei loro Misteri la chiamavano “il morto” poiché essa come in una tomba o sepolcro è sepolta nel corpo”.

Eraclito (parlando di anima non incarnate) dice: “Noi viviamo la loro morte, e moriamo la loro vita”.

Il pitagorico Filolao (citato da Clemente Alessandrino, Strom.III) scrive: “Anche gli antichi teologi e iniziati affermano che l’anima è unita al corpo perché vi soffra punizione; Pitagora stesso ci assicura che qualsiasi cosa noi vediamo durante la veglia è morte, e durante il sonno, un sogno. La vita reale non è in alcuno di questi stati”.

Cicerone, riferendosi ad Orfeo e ai suoi successori dice (Hortensio, Frag., p. 60): “Gli antichi, quelli che erano veggenti o interpreti della mente divina nella tradizione delle sacre iniziazioni, sembra abbiano conosciuto la verità, quando essi affermavano che noi eravamo nati nel corpo per scontare la pena di falli commessi in una precedente vita”.

Agostino (De Civitate Dei XXII, XXVIII) scrive: “Certi gentili hanno affermato che nella rinascita degli uomini vi è ciò che i greci chiamano palingenesi (…) essi insegnavano che vi fosse un’unione della stessa anima e corpo (?) in quattrocentoquaranta anni”.

Ma secondo Platone (Fedone e Repubblica, X) il tempo medio che trascorreva tra due nascite era di mille anni. Virgilio (Eneide, VI, 758) dà il medesimo periodo.

Diogene Laerzio (Vit. Pythag. VIII, 14) asserisce che “egli (Pitagora) si dice che sia stato il primo tra i greci ad insegnare la dottrina che l’anima passando attraverso il “cerchio di necessità” (kiklon anankes) veniva vincolata per varie volte in vari corpi viventi”.

Infatti lo stesso scrittore ci racconta (VIII, 4-6) che Pitagora diede ai suoi discepoli dettagli di alcune sue nascite precedenti.

Su ciò vale forse la pena di specificare questi “dettagli”.

Allora: ai tempi degli Argonauti era stato Etalide, “figlio di Mercurio”, cioè un iniziato. In tale vita aveva acquistato il potere di conservare la memoria durante lo stato intermedio tra due vite. Aveva ottenuto ciò come una grazia da Mercurio e altri poteri ad eccezione dell’immortalità (athanasia).

Tornò quasi subito a reincarnarsi in Euforbio. In tale vita fu ferito da Menelao sotto Troia e così morì. Durante tale vita affermò d’esser stato precedentemente Etalide e insegnò la dottrina della reincarnazione, spiegò il corso che l’anima compie dopo la morte e, nel suo proprio caso, con quali entità del regno vegetale e animale aveva avuto temporaneo rapporto.

In un terzo tempo si reincarnò in Ermotimo e in tale incarnazione andò in pellegrinaggio al tempio di Apollo jonico (Ovidio dice al tempio di Giunone in Argo (Metamorph.,XV) e Tertulliano (DeAnim.) al tempio di Apollo delfico) dove riconobbe i resti dello scudo che aveva usato come Euforbio e che Menelao aveva appeso nel tempio come offerta votiva.

Poi egli fu Pirro, pescatore a Delo, che ricordava le vite trascorse.

Finalmente si incarnò in Pitagora.

Ieronimo (Apol. ad Rufinum) riferisce che il filosofo di Samo sarebbe stato successivamente Euforbio, Callide, Ermotinmo e infine Pitagora.

Aulo Gellio aggiunge alla lista Pirandro e Alice (bellissima donna dai facili costumi).

Certo è che vi fu una notevole confusione intorno alle rivelazioni del Maestro: la confusione spiritualistica è antica, non solo moderna!

Nella Vita di Apollonio di Filostrato troviamo riferimenti alle antecedenti vite di saggi antichi. Per esempio (I, 1) Empedocle (V sec. avanti Cristo) dichiara: “Io fui un tempo una giovane ragazza”. Iarcha dice ad Apollonio di esser stato in tempi remoti un monarca chiamato Ganga, all’epoca in cui gli Etiopi (?) occuparono l’India e che il suo corpo all’epoca era alto dieci cubiti.

Iarcha dice poi al suo ospite greco di averlo visto (Apollonio) come comandante di una nave egiziana e Apollonio risponde che ciò è vero e anzi aggiunge alcuni dettagli.

Proclo si dichiarò convinto di essere stato, in una esistenza precedente, Nicomaco, il pitagorico.

Egli (Tim. v. 330) scrive che ”Non vi è che un modo perché l’anima sfugga al ciclo della generazione ed è di voltar le spalle al pellegrinaggio nella generazione e di dirigersi verso il proprio prototipo spirituale…come dice Orfeo, cessare dal ciclo e distanziarsi dal male”.

Anche Plotino (En. I. XII) dichiara con chiarezza che “è una credenza universalmente ammessa che l’anima commette peccati, li espia, subisce punizioni nel mondo invisibile e poi passa in nuovi corpi”. Egli afferma inoltre (En. IV. IX): vi sono due modi perché l’anima entri in un corpo; uno quando l’anima, essendo già in un corpo, subisce la metensomatosi cioè a dire, passa da un corpo aereo o igneo in un corpo fisico, l’altro quando l’anima passa da uno stato incorporeo in un corpo di determinato genere”.

Nei Misteri la dottrina della reincarnazione era “scientificamente” dimostrata. Così troviamo in Plutarco (De Esu Carn, T. XIII) la spiegazione come l’intera storia di Bacco, l’esser questi fatto a pezzi dai Titani e la successiva distruzione dei secondi da parte di Giove, non fosse altro che “una narrazione sacra riguardante la reincarnazione”.

La superstizione popolare dell’incarnarsi in qualche animale è contemplata solo come un aspetto dello stato intermedio della parte irrazionale dell’anima fra due nascite.

Si fa affermare ad Ermete psicopompo che l’anima non può mai ritornare nel corpo di un animale.

Proclo nei suoi commenti sul primo Alcibiade così scrive: “Ermete governa le diverse schiere di anime e disperde il sonno e l’oblio da cui sono oppresse. Egli provvede alla rimembranza il cui fine è un genuino comprendimento intellettivo delle nature divine”. Questa è la memoria eterna o “memoria del cuore”: ciò che Ermete diede ad Etalide come è stato scritto sopra.

Oltre questi cenni non voglio dilungarmi ancora (il materiale è assai vasto). Segnalo come, dalla saggezza orfica in poi, si evidenzi l’anima e non si accenni mai all’Io come ad un quid indipendente: le personalità ci sono, è evidente, ma sembra mancare un Soggetto superiore. Ai tempi nostri esso (la sua intuizione) è del tutto indispensabile per potersi avvicinare alla visione dei ritorni dell’uomo sulla terra.

L’UOMO MASSA ED IL CINEMA

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Una Avvertenza: la presente nota è un esercizio. Quello di sviluppare un tema partendo da un punto di vista lontano da ciò che ci è congeniale nei termini così come nel contesto. Però il risultato mi pare interessante. 

Prendiamo una frase che pare sensata e accettabile: “Meglio un bel film di un brutto teatro o di un brutto libro”. E saremo tutti d’accordo.

Eppure in ciò c’è odor di zolfo, poiché è un luogo comune. Il luogo comune è simile ad una pietra instabile sul terreno: basta sollevarla per scoprirvi sotto insetti e marciumi. Il luogo comune appartiene all’applicazione della Sindrome di Robinson, ovvero alla deduzione che deriva da una ipotesi di isolamento totale, applicata ad una realtà dove non c’è isolamento.

Per chiarire con esempi si dice: “Meglio una bella fotografia che un brutto dipinto” e talvolta: “Meglio un bel sogno di una brutta realtà”. Il vizio di questo tipo di affermazioni sta nel supporre una irreale coazione a scegliere. Chi mai si trova a dover optare fra leggere un libraccio e vedere un bel film? Forse in carcere ma pure lì rimane, di solito, la possibilità di non fare né l’una né l’altra cosa.

Chi dice: “Se mi trovassi su di un’isola deserta potrei anche…” già si incarta in una efficace magia infera poiché immagina che l’azione non dipenda da lui stesso ma dalle circostanze: si addestra a farsi prigioniero delle circostanze, anche fuori dalle necessità.

Queste sciocche frasi, mancanti del presupposto della coazione di scelta, portano in sé questo significato: “Io ritengo di avere il diritto e il dovere di essere intrattenuto o di essere rallegrato, ecc.”

Il diritto all’intrattenimento è un falso privilegio che poggia sulla fabbrica del falso bisogno. Una civiltà sana insegna a ridurre i bisogni mentre la civiltà malata esorta a fabbricarli artificiosamente.

Ai luoghi comuni sarebbe da rispondere: “Nessuno ti obbliga ad essere intrattenuto, nessuno ti obbliga a fornicare, nessuno ti obbliga a dilettarti”.

Quello che si sente come bisogno o è la maledizione dell’essere afferrati da dura necessità senza scampo o l’obbedienza alla vocazione che è l’essere scelti senza rimedio o lo scegliere d’esser scelti. Tale stortura del diritto e del dovere è semplicemente ciò che gli altri si aspettano dall’individuo. Perduta una obbiettiva consapevolezza di cosa possa essere il bisogno, non rimane che accettare il luoghi comuni senza considerare che sono risposte a domande che nessuno ha mai fatto: reazioni meccaniche a frangenti immaginari e problemi gratuiti.

Per non sembrare troppo astratto prendo uno scenario concreto: il cinema. Il cinema è un teatro dove lo spettatore è disturbato da una presenza che costringe la sua partecipazione, ne irreggimenta l’attenzione: una prosa dove alla metafora viene sostituita la presentazione dell’oggetto. Una pittura che abdica in favore dei quadri viventi. Il suo fascino proviene dal ricordo di quel che potrebbe essere un quadro, un teatro, una prosa: è un non-teatro, un non-quadro, una non-prosa che vive dei suggerimenti di quello che potrebbero essere stati teatro, prosa, quadro.

La funzione del cinema, del disco, della fotografia, sarebbe come un soccorso alla memoria, mentre invece esso si impone come spettacolo per se stesso. Così la facoltà di proiettarci immagini nella mente sarebbe di rivedere e rimeditare cose viste o a determinare cose possibili in vista dell’azione. Mentre il vizio ne fa un’attività fine a se stessa che distoglie dall’azione. Chi crede di ascoltare un concerto ascoltandone la riproduzione meccanica o di vedere una recita proiettandone la pellicola è simile a chi creda di vivere una vicenda immaginandola o ricordandola.

Certo che un disco può agevolare la comprensione di un concerto, ma se lo si sostituisce completamente, se ci cessa di percepire la pena e il fastidio del divario, si piomba nel delirio: come chi non distinguesse più tra sosia e persona, tra perla vera e fabbricata. E il cinema? Il cinema è così “popolare” perché è un’espressione balorda, una biblia pauperum destinata non già agli analfabeti, ma ai decaduti. In esso si incorona nel linguaggio quando accoglie l’illeggibile nella parvenza di espressibilità poiché lo aiuta l’immagine e l’immagine può essere insignificante perché la soccorre la parola e la musica può essere inaudita perché la vicenda le conferisce un senso.

Il rinvio dell’una all’altra arte è simile a un gruppo di uomini che, lavorando in squadra, si illudessero che addizionando rinunce e umiliazioni, per algebra stravolta, ne risulti una somma positiva.

Ogni prodotto meccanico esige, per il suo uso, un prezzo occulto: ben pochi musicisti sanno ancora quale sia il costo spirituale della riproduzione. Montale, nel racconto Il lacerato spirito: “Non ci furono dischi del periodo aureo…chi conosce a memoria un brano e le sue difficoltà riesce ancora a cavarne un senso”. Lancelloti in Alta fidelidad: “Tutto il gusto di una élite di conoscitori gira attorno alla portentosa industria fonoelettrica, senza che appaia, in piena stereofonia, il termine cui tali fenomeni possano condurci. La possibilità di una sordità psichica quanto all’apprensione del senso profondo, musicale dell’opera è già discernibile. Una sinfonia, smaltata nei suoi minimi congegni sonori, è glossata come una esposizione di timbri dove ciascuno, separato dal complesso, acquista il diritto di far sentire integralmente la sua voce”.

Torno al cinema, che varrebbe qualche pena se, a tratti, emergesse dal mercato come arte minore. Se così fosse ci si potrebbe chiedere quale potrebbe essere la fenomenologia afflittiva che spinge chi è capace di leggere si abbassi a guardare un film, problema simile a quello di uomini che preferiscano l’acqua fangosa alla chiara.

Il cinematografo è la consacrazione del vizio, della solitudine coatta: se tale non fosse non chiamerebbe sterminate turbe di solitari dove ai balordi si mischiano coloro che balordi non avrebbero il diritto di essere.

Il maglio è un pugno, il treno un cavallo, la camera oscura un occhio: riproduzioni di facoltà corporee oggettivate, ingrandite. E come vi sono proiezioni di membra e di virtù esistono pure oggettivazioni di vizi. Cosa produce questo stare seduti in sale buie a fissare veloci immagini? La dilettazione morosa, cioè la fucina di ogni vizio: la fantasticheria o sogno di veglia. A questa il cinema pone il sigillo della visibilità e dell’approvazione sociale, come ad un mostro a cui una società barbara allestisce un tempio. Così si accredita ciò che un tempo era cagione di vergogna: il perdersi nei meandri dei mondi dei desideri con rappresentazioni volute e permesse. Attività antisociale perché isolante e sociale perché istituzionalizzata: surrogato della fantasticheria e insieme suo alimento. Musatti, in Cinema e psicoanalisi: “Il cinematografo sfrutta la tendenza delle immagini stereocinetiche per una realtà più intensa della effettiva, nonché la tendenza dell’inconscio ad assimilare piuttosto immagini di tal sorta che non ricordi normali. L’alleato del cinematografo nella psiche è la propensione a velare i propri conflitti, fingendosi spettatori di scene oniriche alle quali non si confessa nemmeno in sogno di partecipare inconsciamente”. Chi esce dalla sala di proiezione continua a ruminare le immagini ricevute, e appena non gli bastino più dovrà correre a rifornirsene. Grazie al rifornimento avrà altre immagini da dipanare, si figurerà di spasimare o sparare senza il disagio del comune sognatore perché la sua solitudine è promiscua: la sala ha radunato una torma di suoi simili. La voce interiore può avvertire il fantasioso: “stai barando, nella realtà l’amara minuziosità dell’accadere non tollera scorciatoie, la sorpresa è costante e non coglie mai quando la si propizia” ma, come per l’ubriaco, non fanno più presa ritegno e coscienza.

Stimolo alla fantasticheria, alla minorazione della coscienza del reale, non sono danni unici. Si è osservato che il cinematografo è apparentato ad uno specifico tipo di sogno: quello di chi guarda ma non partecipa, cioè di chi soffre di inibizioni così ferree da nemmeno osare la manifestazione onirica degli istinti repressi: una sorta di modulo per esseri psichicamente anchilosati fino alla fissità statuaria.

La società non smentisce il sonnambulo poiché riconosce e capisce il sogno in cui è immerso. Reso rispettabile dall’industria, come un tempo un difetto del re diventava prezioso suggerimento. Viceversa un uomo non preoccupato di sognare un ruolo si sentirà trattato, nel migliore dei casi, come di norma va trattato un caratterista un po’ distratto, snob o ridicolo, forse perdonabile. Poiché il compatimento è il crisma che accoglie un po’ tutti nella società dei sognatori.

Queste digressioni non hanno neppure sfiorato la rovina che la scarica di immagini porta alla mente. E poiché alle cose più serie bastano poche parole, ecco la formula malvagia: l’immaginazione sana viene soffocata con l’eccesso, non con la soppressione.

Da sempre si sono avuti apologeti del male: essi salutano come benefico il turbamento, la confusione ed il malessere, così l’aritmia tra suono e immagine, tra musica e rumori, tra rumori e parole “può darci nell’istante tutto lo spessore della coscienza, la sua ambiguità, il suo passato, il suo futuro, la sua vita” J.Masarés, in Cinéma et psycologie.

E sul “piccolo schermo”? Quello che ha intasato i pochi spazi ancora aperti. Beh, qui ho accennato ad una condizione di decadenza e caduta e non a ciò che va oltre la caduta.

Per non annoiare troppo termino con un gioiellino intellettuale di U. Eco in Verso una civiltà della visione?: “…una civiltà democratica si salverà solo se farà del linguaggio dell’immagine una provocazione alla riflessione critica, non un invito all’ipnosi.”

Grande Eco! Come a dire: se si troverà l’alcol che rende sobri e temperanti si sarà salvi dall’alcolismo. Di poco inferiore alla profondità espressa alle sue esequie dal grande Mona Ovadia: “Dio sopporta i credenti ma ama gli atei”.

Ora saluto i lettori e vado a vedermi Il ponte delle spie. Quando non si rimbecillisce con gli effetti speciali, Spielberg non delude.

SPIGOLANDO SULLE MINIME COSE

 Statua_faraone_(Torino_Museo_Egizio)

Continuiamo a rivedere alcune cose che possono essere alla base o meglio sul terreno su cui poggiano i fondamentali. Il terreno è ciò che ordinariamente siamo o sentiamo di essere e, di solito nella vita corrente, non c’è gran differenza tra chi si sente spiritualista e chi afferma di essere materialista. Anzi il materialista sembra avere più solide ragioni per dimostrare ciò che afferma, poiché la corporeità è condizionante e, come dice sempre un mio amico, pure la preziosa coscienza è zoppicante, giacché ogni sonno la confuta spegnendola con un soffio come flebile luce di candela.

La corporeità è condizionante. Perlomeno esistono condizioni di essa che dovrebbero essere combattute o usate o almeno comprese. Secondo le competenze che spettano alle situazioni della vita ed alle capacità di ognuno.

Facciamo subito qualche esempio concreto:

Un’estrema debolezza fisica che risulti da malattie in fase acuta e dolori forti: essa è tale da influire sulla comune autopercezione animica e sembra dissolvere la volontà, anche quando l’individuo ha compreso tutto il meglio nei confronti della disciplina.

In questo caso occorre fare il possibile per ristabilire la salute del corpo. Intanto l’operatore più preparato può, in tali situazioni, abbandonarsi ad una condizione di silenzio prolungato: sto parlando di semplice astensione dalla parola che, se accompagnata da immobilità corporea, può portare frutti assai notevoli.

In casi molto gravi, rimane la possibilità della preghiera che può essere tentata in modo continuato. Ma, e ne abbiamo già scritto, vanno bene preghiere semplici e brevi. Non breviari. Se l’estenuatezza è massima ci si può affidare al Cielo, al Divino, lasciando che sia proprio l’estrema debolezza a guidarci: “Nelle Tue mani, Signore”. E le parole non sono necessarie.

La vita ai nostri giorni comporta per molti troppi impegni pesanti, al punto di non lasciare tempo e energia necessari per una pratica sistematica e continuata. Una disciplina da week-end, anche se protratta per ore, non porta a nulla se non ad un senso di disgusto e disfatta. L’eccesso di impegni può nascondere furbizie e imbrogli: molte persone affette da “angina temporis” dovrebbero soltanto darsi priorità e scuotersi da parecchie attività inutili o abitudini troppo consolidate. Un mio amico ricordava sull’Archetipo come il dott. Colazza, medico di una volta cioè impegnatissimo, praticava le discipline interiori essenziali nel cuore della notte!

Possiamo anche tenere conto della mancanza di una convinzione interiore, solida e intuitiva – quasi una “persuasione” alla Michelstaedter – che la Via del pensiero sia una strada maestra per il senso della propria vita. Se questa convinzione, frutto di coerenza logica ed obbiettivo sentire, mancasse totalmente, non dovendovi essere costrizione di alcun tipo ma consapevolezza e slancio dell’anima, sarebbe forse il caso di abbandonare iniziative fragili, quelle che in pochi giorni si estinguono con tutta la forza della loro debolezza poiché viziate all’origine o premature. In questa situazione sarebbe meglio tornare, con serena semplicità e interiore modestia, all’approfondimento di testi che portano nell’anima il respiro ampio di una visione cosmica dell’uomo e del suo destino, come ad esempio una chiara lettura della  Scienza Occulta.

Queste ultime righe riguardano più la mente che il corpo: sono comunque espressione della mente in quanto subordinata alla corporeità. Occorre abituarsi a scindere l’Osservatore da ciò che chiamiamo mente o psiche: l’Io non è la mente. E. P. Blavatski disse al riguardo: “La mente è un buon servitore ma è un padrone crudele”.

Ricordiamoci spesso quello che non è un’astrazione ma un fatto severo: la psiche asservita al corpo asservito alle forze più basse dell’anima è totalmente ostile ad ogni sforzo che l’uomo compie per domarla.

Chi dice di domarla componendo puzzle o parole incrociate è uno un po’ sciocco che andrebbe lasciato in pace.

Per la disciplina, che inizia dal controllo dei pensieri e si focalizza nella concentrazione vera e propria, non ci si illuda circa l’esistenza di misteriosi supporti interni all’operazione.

Essa però può essere svolta in condizioni circostanti migliori o peggiori. Attenzione: questa non è una regola aurea: può succedere che condizioni difficili stimolino forze più profonde e quella che avrebbe dovuto essere una condizione di sconfitta a priori diviene un’occasione irripetibile di vivificazione della volontà profonda.

Tra gli aiuti (sempre e del tutto) esterni all’operazione, possiamo indicare quelli che l’esperienza ed il buon senso insegnano: sono in genere cose che andrebbero evitate.

  • Non praticare l’esercizio qualora vi sia la certezza di improvvise irruzioni di altre persone;

  • non farlo temporalmente vicini alla pesantezza di attività digestive oppure nel riposo immediatamente successivo ad un eccesso di sforzi muscolari;

  • evitare, per quanto possibile, il rischio di forti rumori improvvisi e inaspettati,

  • evitare la posizione distesa come postura abitudinaria,

  •  evitare, (come tutti sanno?) completamente l’alcol, anche nelle quantità  minime, come nelle paste o nei cioccolatini (Scaligero diceva che anche una sola goccia arretra di molto il lavoro precedentemente svolto. Ciò può sembrare eccessivo: ricordiamoci che un’ individualità, sia pure assai particolare come la von Halle, per subire i sintomi di avvelenamento, le bastò l’alcol usato tra gli eccipienti di un dentifricio messo a contatto con lingua e gengive).

Viceversa può essere di minimo aiuto un leggero stimolante del sistema nervoso centrale come il caffè (non per tutti!), una rinfrescata con acqua corrente al volto e alle mani, meglio sino ai gomiti (in certi casi può servire una breve doccia fresca o a temperatura neutra). Più importante è l’abitudine a vesti comode, ma se la contingenza non lo permette si cerchi di liberare il corpo da cinture, stringhe o in genere da cose che stringono: flusso sanguigno e respirazione non vanno costretti.

La migliore posizione della colonna vertebrale dovrebbe essere naturalmente verticale: a ciò può venire in aiuto un cuscino posto all’altezza delle reni.

Meglio abituarsi ad una posizione che sia mantenuta nel tempo. Le mani possono cadere sui braccioli o poggiate sopra le ginocchia. Alcuni tengono le mani congiunte (destra sulla sinistra).

Le gambe non vanno incrociate e la base del busto non dovrebbe insaccarsi più in basso rispetto all’articolazione della gamba. A farla semplice l’immagine riassuntiva è data dalle ieratiche statue dei Faraoni in posizione seduta.

Queste sono indicazioni di base, che non hanno nulla a che vedere con l’attività interiore messa in moto nell’esercizio, così come il più volte menzionato tubo di rame è cosa diversa dal liquido che in esso scorre.

Quanto ho scritto favorisce soltanto il mezzo su cui l’esercizio, per molto o moltissimo tempo, poggia come il corpo poggia sulla poltrona.

Alcol a parte, nessuna delle indicazioni può o deve costituire una forma di obbligo: dobbiamo piuttosto compenetrarci dalla non facile intuizione che l’attività del pensiero voluto è indipendente da ogni condizione corporea e ciò è assai più importante per lo sperimentatore di tutte le altre indicazioni.

Fuori da Eco, ho ricevuto per altre strade alcune perplessità circa le “cose” più elementari di cui scrivo. Sono cose ovvie, mi è stato comunicato. E l’osservazione è giusta.

Ma non trovo del tutto scontato che si diano per scontate le cose semplici perché molti le conoscono ma altrettanti no.

Come già raccontai, io fui fortunato ad avere relazione con personalità di valore e con amici molto attenti e attivi. E, nonostante questo, non fu certo affare di un giorno il liberarmi dai lacci, alcuni sottili e profondi che mi tenevano tenacemente legato a pregiudizi, soprattutto a quegli inconsci, che non si vedono ma sono svegli e attivi nel tenerti al loro guinzaglio. E più erano “ingenui” e tenui, più erano attaccaticci.

Non suona alcun campanello quando, inerzialmente, scivoliamo da quattro o cinque pensieri chiari a zone di nebbia fitta. Il nostro primo compito dovrebbe essere quello di portare alla luce della coscienza desta ogni pensiero che venga pensato, superando, per attenzione cosciente e dedicata, quei groppi e sfilacci di pensieri che vagano come alghe sotto la superficie frenando o incagliando le eliche della nostra barchetta.

In fondo è quello che fece, a ben altro livello, il Dottore con il primo capitolo della Scienza Occulta: trarre a consapevolezza e rettificare i dubbi e i pregiudizi che possono arrestare o alterare lo studio libero e aperto di quanto si legge nei capitoli successivi.

Inoltre so che esistono persone assai dotate, le cui capacità vengono bilanciate negativamente da una solitudine assoluta. Persone che vivono in minuscoli paesi e che non hanno possibilità di rapportarsi a qualcuno: vedono il vivente nella natura che le circonda ma si arrovellano se sia meglio concentrarsi al chiuso o all’aperto. Alcune di queste hanno bisogno anche del pur scarso dialogo che tento con righe di questo genere.

Questo, amici miei, è reale, mentre baloccarsi col pensiero facile sui massimi sistemi è, da Oriente a Occidente, solo una perdita di tempo e un allontanamento dall’essenziale. Dunque “sapersi sedere” è un essenziale? No certo! Ma anche sì (non a caso Maestro Eckhart scrisse: “Ho conosciuto Dio sedendo”).

Dobbiamo essere scandalosamente veritieri con noi stessi. Capita spesso che persino una frase mutuata da Scaligero, come “Via del Pensiero” (la cito a caso), venga detta, ridetta e difesa (oppure offesa) ad oltranza senza che essa, il suo significato, sia chiaro nella nostra coscienza.

Credere che occorra iniziare da un pensiero raffinato o complicato è una maya come tante. Forse fuori di tema comunico un fatto che molti non conoscono. Scaligero, visto che l’impegno (la forza) interiore dedicato era assai spesso inversamente proporzionale ai personali monumenti del sapere e in genere all’intellettualismo, valutò seriamente di introdurre alla Via del pensiero alcune persone preparate soltanto con le basi dell’euritmia, naturalmente messa in pratica. Senza altre mediazioni intellettuali. Contingenze esterne impedirono questo esperimento.

In ogni caso la concentrazione non può essere un rifugio o un’evasione dal karma individuale e dal dharma generale della vita.

D’altronde superare l’invisibile trama di forze che si oppongono alla pratica della disciplina del pensiero è più difficile che conseguire una…laurea universitaria. Sebbene molti uomini normali siano capaci di completare in modo soddisfacente un corso di studi superiori, non tutti sono capaci di creare in sé stessi qualcosa che prima non era presente, cioè la capacità di concentrarsi, anziché di accontentarsi di un semplice bagaglio mentale.

Mi soffermo ora su ostacoli interiori.

Grosso modo, forse l’ostacolo principale riguardante la concentrazione è la natura emotiva e caratterologica incontrollata dell’uomo comune e impreparato. Troppe volte chiamiamo “spontaneità” ciò che ribolle indisturbato sotto di noi senza venir illuminato,temperato e guidato dalla ragione.

Nella tradizione orientale esiste un termine che indica le tendenze mentali e astrali sedimentate. Il termine è “vāsana” (per Ramana: impressioni latenti, lasciate nella mente dalle esperienze trascorse). Mi sembra pratico, come quelli più popolari, come karma, maya, eccetera. Poi, come tutti i termini davvero intraducibili, non può essere difeso dal mio uso bastardo.

I vāsana possono, nella concezione grossolana di buono o cattivo, essere di ambedue le specie, ma per una ascesi sono tutti ostacoli; sono indesiderabili e andrebbero minimamente arginati e nel tempo, meglio ancora, progressivamente distrutti (i 5 ausiliari, come descritti nel loro primo tempo, possono svolgere una grande opera in questo senso).

In parole povere, siamo capaci di rifiutare di occuparcene, almeno quando ci apprestiamo agli esercizi animici? Quali risultati possiamo aspettarci da questi se siamo del tutto incapaci di frenare o sospendere collera o avidità nei confronti di chicchessia e di conseguenza essere come costretti a pensare e sentire incessantemente al tale o alla tal cosa?

Ho indicato il negativo ma anche un irrazionale attaccamento al benessere di chi ci è vicino porta ansia e tensione: così dimentichiamo che possiamo portare amore ma anche rispetto e fiducia per il destino di ognuno. Anche il bisogno di taluni di riconoscimenti sociali e “sogni di gloria” distorcono ed erodono le forze dell’anima.

Insomma, il risultato è che ci si trova incapaci di arrestare o ammansire i pensieri superflui e persistenti.

Perciò disciplinarsi, dominarsi, vietarsi l’influenza dei vāsana è uno dei lavori più severi che l’operatore deve fare in sé.

Mi pare che ben pochi siano coloro che da tali influenze vorrebbero davvero liberarsi: sono ancor meno di quelli che vogliono fare la concentrazione poiché le considerano alla stregua di proprie articolazioni strutturali. Si è potuto vedere spesso come figure dotate di potenziale valore e capacità siano state buggerate da queste forze, istintive e primitive: l’anima va vuotata oppure è tempo perso. 

Un altro ostacolo, relativamente difficile poiché non esce mai allo scoperto è il “materialismo istintivo”. Sembra una contraddizione ma vi sono anime attratte dalla spiritualità eppure incapaci di pensare o sentire qualunque cosa che non possano toccare o vedere: è cosa che può raggiungere un notevole livello di raffinatezza in quanto tali soggetti possono trafficare con i grafici che presentano l’evoluzione dallo stato saturnio, possono ascoltare conferenze o leggerle…ma quando si staccano da tali forme legate alla percezione sensibile, per essi i mondi interiori non esistono più, il pensiero ridiventa un fenomeno astratto e collaterale.

Finché non si giunga ad avvertire una minima oggettività del pensiero o intuire una visione cosmica dell’uomo, il materialismo istintivo è un ostacolo, immanente o latente.

Essere in potere della superstizione è un altro grave ostacolo. Anzi, è una schiavitù della mente. Essa è costretta a pensare torcendo ogni realtà obbiettiva, popolandola di nessi spettrali. Quasi sempre il fratello della superstizione, il fanatismo, soccorre e nutre l’empia sorella.

Mi ricordo che F.G. si rammaricava per aver ricordato sull’Archetipo l’esercizio della moneta (qui ora non lo spiego). Persone “normali” gli scrivevano per avere delucidazioni e chiarimenti sul “responso della moneta”: chiedevano alla moneta cosa avrebbero dovuto fare nel decorso della giornata e via dicendo!

La faccia di una moneta come sostituto alla propria responsabilità d’azione: uno scambio perfetto.

Un’altra barriera che chiude la porta alla disciplina pratica è la mania di leggere troppi libri. Ciò procrastina l’azione all’infinito. Ci si procura un libro interessante perché sembra dire qualcosa di nuovo, poi terminato quello si procede avanti in una interminabile ricerca. Così è possibile trascorrere l’intera vita. Ci si dimentica che i libri sono realmente più numerosi dei mesi e degli anni da vivere. Quindi a che serve leggerne vagonate e poi morire prima di inverare le cose che si sono conosciute?

In certi casi non è una bulimia che spinge il lettore ma una insoddisfazione per quanto ha sinora incontrato. Questi sono i casi in cui la ricerca deve proseguire.

Gli alcolisti e quanti sono dediti ad altri vizi che creano assuefazione non possono, in tali condizioni, praticare la concentrazione. Senza esaminare il lato occulto, la ragione più evidente è che la loro forza di volontà è prossima allo zero. Se le pessime e distruttive abitudini sono irrinunciabili, dove potrebbe trovarsi una forza interiore bastante per sopraffare la pigrizia e l’apatia mentale?

Altro ostacolo che frena da subito la giusta capacità di tentare positivamente il viaggio interiore è la ricerca di “aiuti” da tutte le parti fuorché in sé medesimi. Vi sono spiritualisti in perpetua ricerca di grucce e bastoni. Qui tutto sembra far brodo. Con un atteggiamento assai tipico nei nostri tempi, si desidererebbe che “altro” facesse tutto al posto nostro. E’ con questo imbelle ed ottuso altruismo rovesciato che ci si trascina da una conferenza all’altra o che si saltabecca da una massima morale ad una “immagine spirituale”, succhiando da ciò quello che costituisce l’inazione individuale. Persino la preghiera, in questo caso, ha solo il significato di dire: “Signore, fai tutto tu perché io non ne ho voglia”!

Termino riprendendo la nozione di vāsana che si applica fin troppo bene alla politica.

Con l’eccezione della lettura del limpido testo omonimo di Aristotele, che consiglio caldamente, la “passione” politica è quanto di più lontano possa esserci da un reale cammino interiore. Se idealmente potrebbe essere diverso, nella realtà essa separa, divide gli uomini, accende “fuochi” di oscura origine, genera ideologia e preconcetti giungendo sino all’odio. Anche quando si veste di nobili intenti. Con ciò non giungo ad additare solo la passione partitica ma anche il “carattere politico” che non fa parte di alcun partito ma di un perverso atteggiamento dell’anima come dimostrato pure nell’antroposofia da molte e pessime figure pubbliche: in primis politici e poi antroposofi di rimessa!

Vedremo di trovare ancora qualcosa di buono che possa implementare volontà, pensiero e destità ai fini di una sana disciplina, cioè quella che insegna all’uomo lo svincolamento dalla sfera senza porte dell”enorme autismo egocentrico che lo imprigiona.

Queste cose sono come la fascia di asteroidi: i mille puntolini che orbitano intorno al concentrarsi e al meditare: spesso quelli utili ruotano lontani e gli inutili tanto vicini che impattano l’esercizio sviandolo dalla retta orbita.

Se così non è, è pur qualcosa di simile: a sentire di tutti quelli che dicono di fare le vere operazione, avremmo ad ogni passo iniziati e il mondo sarebbe guarito e salvo.

La natura dei fondamentali è così “semplice” che in realtà articoletti di questo genere non dovrebbero nemmeno essere scritti.

Eppure mi par di vedere nella boccia della visione che così non è, che la mascalzonaggine così propria alle nostre anime, è ingegnosissima nel trovare scuse, travestimenti, nascondigli che evitino l’atto vero e questo avviene all’infinito!

Del resto questa formidabile attitudine già appare in tutta la sua gloria davanti alla lettura seria, di un testo fondamentale e credo ci sia poco da fare. Il Dottore, in parole povere, chiede una cosa sola: di pensare i pensieri che il libro ti offre l’occasione di pensare.

Mi sa che – abbiate pazienza – devo chiarire, e lo faccio nel modo più semplice: da una parte abbiamo un quid che chiamiamo percezione, dall’altra abbiamo il pensiero che incontra la percezione. Dall’incontro dei due, nella coscienza umana si forma un qualcosa che chiamiamo rappresentazione. Fin qui i fatti che non sono né buoni né cattivi (certo, la faccio semplice ma credetemi: non occorre affatto complicarla). Il brutto da bollino nero giunge quando l’uomo, il cosiddetto ricercatore spirituale, si lascia dominare dalle proprie rappresentazioni, come se queste, anziché essere mediatrici necessarie alla conoscenza (come osservava Goethe), fossero inappellabili demiurghi.

Allora sì che diventa possibile stravolgere o smantellare la FdL senza neppure comprenderla dov’è comprensibilissima: le proprie, inappellabili rappresentazioni, anche quando sono solo dei gusci di noce piccoli e vuoti determinano ogni realtà.

Poiché spesso non sono solo gusci vuoti ma strapieni di sentimentalità e passioni: “egoismo conoscitivo” è una geniale espressione del Dottore. 

Allora ogni esortazione a pensare con un briciolo di oggettività diventa un discorso ai sassi.

Amen…torniamo a livello del suolo. Non sarà mai troppo ripetuto che la concentrazione, quando la si realizza, fa a meno di qualsiasi supporto fisico o psichico e che tale atteggiamento di indipendenza del pensiero dovrebbe essere un tentativo continuo anche quando si lavora per arrivarci. Questa indipendenza già la possediamo naturalmente quando l’attenzione viene completamente assorbita nella lettura o nell’osservazione di un fenomeno.

Ma appena determiniamo volitivamente un pensiero del tutto cosciente, iniziano i dolori: non c’è cosa che non inizi a sbraitare in noi, cominciando dalla corporeità.

Alcol a parte, nessuna delle indicazioni può o deve costituire una forma di obbligo: dobbiamo piuttosto compenetrarci dalla difficile intuizione che l’attività del pensiero voluto debba  essere indipendente da ogni condizione corporea e ciò, in pratica, è assai più importante per lo sperimentatore di tutte le ovvie predicazioni che avete avuto la pazienza di leggere in questa nota.

IL MALE. Riflessioni.

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Di fronte al male, più che restare sorpresi rimaniamo annichiliti. Lo sgomento, il dolore ci avviluppa e pare che nel cuore qualcosa venga spento.

Al minimo, dovremmo pensare, dovremmo fare un tentativo e chiederci quale possa essere l’origine, la natura e persino se ci sia una sorta di “missione del male” nella nostra esperienza umana.

Dovrebbe risultare chiaro – continuamente gli avvenimenti lo confermano – che la coscienza intellettuale, se vissuta come unica realtà, non è mai in grado di rispondere a queste domande. Anzi: occorre che il male giunga ad esploderci in faccia per riconoscerlo.

La scienza moderna ci ha insegnato a comprendere ogni cosa in guisa di fenomeno naturale. Così si è capaci di parlare di patologie, di perversioni, di degenerazioni, ma non di salute e condizione morale. Mancando ogni rapporto di vera distinzione tra cosa è sano e cos’è malato, l’asticella si è abbassata come mai era accaduto. A criteri svaniti è divenuto indistinto ciò a cui l’uomo arriva a soggiacere.

Intanto le forze del male, nel buio di questi anni, afferrano sempre più possentemente il generale divenire, minacciando di trascinare tutta la civiltà in un assurdo gorgo.

Per evitare il disastro, l’uomo deve imparare nuovamente a riconoscere e percepire il male, a sviluppare quanto più possibile le forze per superarlo, onde cancellare i suoi letali effetti per la cultura e la convivenza umana e persino per la propria sopravvivenza intesa come integrità personale.

Il pensiero agnostico non è capace di cogliere i sostrati profondi del male. Il diavolo è per esso una pessima rappresentazione medioevale (superstizione) o, al massimo, una vuota questione tra i balocchi teologici. La massima ammissione è che sia il residuo di una rivelazione del passato, la quale comunque si sottrae all’indagine, dunque estranea alla scienza. E’ il nulla per l’intelletto scientifico.

Questo intelletto, quando si dirige sull’interiorità dell’uomo, abolisce pure la coscienza che poteva ancora valere come coscienza del peccato, così che pure su questo versante una comprensione del male risulta impossibile. Né la conoscenza ordinaria di se stessi né la conoscenza del mondo possono condurre la scienza della natura ad un concetto del male.

Però, al medesimo sguardo al quale il male sfugge, s’impone con orrida chiarezza, la sua azione. Sembra anzi che ogni cosa nell’evoluzione sia fatalmente puntata sulla distruzione.

Cultura e sapere, industrie e professioni, scuola ed educazione, l’indagine e la pratica scientifica, sembrano entrate in permanente servizio presso svariati gradi di opera di annichilimento.

Chi vuole sottrarsi a questa discesa rende se stesso inerme: non armarsi significa cadere in balia del nemico, significa annientarsi. Questi effetti che diventano ogni giorno più grandi sono la conseguenza di una visione/concezione del mondo che non poteva (o meglio) non voleva più riconoscere il male.

Dall’epoca dei “Lumi” in poi, è proprio la scienza agnostica, che credeva di poter eliminare ogni male, a essere quella che ha aperto la porta alla sua incursione, così che esso invade l’umanità continuando a crescere.

Se siamo capaci di immergerci in ciò che resta del passato, nei suoi documenti figurativi e linguistici, vediamo senza dubbio che il male era ancora accessibile allo sguardo. Ora si è sottratto alla vista ma ciò non vuol dire che non agisca: al contrario agisce tanto più quanto si vorrebbe nasconderne la realtà.

Una Scienza dello Spirito rende palese come entità sopra e sub sensibili intervengono negli eventi ed influiscano sull’umanità secondo intenti. Del resto basterebbe un grado minimo di veggente sensibilità per potersi accorgere, senza pregiudizi, dei parassiti (larve, simili nature, demoni) che infestano molti esseri umani.

Ad un superiore livello si può dire che l’uomo consegue la sua umanità solo se riesce a trovare il punto di pareggio tra le forze che lo strattonano. Queste forze, in sostanza, offrono – loro malgrado – la possibilità della libertà per l’uomo. Certo, lo conducono nelle illusioni, negli errori, nelle menzogne: ciò gli permette una severa scuola di conquista: una scuola di verità raggiungibile per forza propria.

Riconoscendo il proprio debito alle forze dell’ostacolo (Lucifero e Arimane), portatrici involontarie di quello che, nello scontro, gemma i più bei fiori dell’umana esistenza, l’esploratore dello spirito si guarderà del designarle come “cattive”.

Le deviazioni ci sono e sono continue: perdiamo continuamente l’equilibrio tra le due forze, forse anche all’estremo. Ma ciò, in ultima analisi non ci rischiara per quanto può consistere nella natura umana, in sé disposta al bene, come propri impulsi all’odio, alla crudeltà, alla violenza e all’assassinio.

L’ordine e l’armonia del cosmo viene turbata quando forze (esseri) agiscono fuori la sfera di propria competenza per agire illegittimamente in altra sfera.

Ponete attenzione a ciò che dice il Dottore: “Il male entra nella vita ed il misfatto esiste nel mondo perché l’uomo fa sommergere la sua natura superiore – non destinata a ciò che è terreno – e sviluppa nel fisico corporeo, che come tale non può essere cattivo, quelle qualità che non appartengono ad esso, ma allo spirituale.

Gli uomini possono essere cattivi perché è loro lecito essere spirituali e, come tali, devono sviluppare qualità che, applicate alla vita fisico sensibile, diventano male. Qualità che estrinsecano nella crudeltà, nella perfidia ed altre simili nel mondo fisico, sono invece nel mondo spirituale qualità che perfezionano l’uomo e lo fanno progredire.

Il fatto che l’uomo applichi nel fisico qualità destinate solamente allo spirituale, conduce al suo male. Ma le qualità che possono renderlo malvagio egli deve averle, altrimenti non potrebbe mai salire nel mondo spirituale per essere ivi un’entità puramente spirituale.

Sarebbe una vera assurdità e un disconoscimento di quanto abbiamo esposto se qualcuno volesse dedurre la conclusione che solo il malvagio progredisca nel mondo spirituale. Le dette qualità sono cattive perché nel mondo dei sensi esse vengono applicate nella direzione dell’ego, non per il bene dell’uomo. Applicate giustamente e al posto giusto passano tosto per una metamorfosi e allora sono forze buone.”

Tramite l’azione luciferica e arimanica, l’uomo è stato attirato entro il sensibile, ma in questo (Scaligero lo chiama: “L’inumana palestra dell’umano”) egli ha sviluppato, come personalità terrena, la coscienza della libertà.

Nel momento storico in cui l’uomo raggiunge il culmine della separazione dal mondo spirituale, attraverso l’astratto intellettualismo, anche le forze della sua natura spirituale si configgono più che mai nel sensibile ove tendono quasi soltanto al godimento e al dominio fisico. Contemporaneamente gli impulsi del male si manifestano nella vita civile moderna con la spaventosa forza delle catastrofi.

Gli esseri degli ostacoli, che erano stati portatori di libertà, diventano ora le potenze causanti delle forze del male: ora esse in questo uomo rovesciato lo inducono a lasciarsi completamente dominare dal fisico sensibile in cui si altera l’elemento animico spirituale.

Chi, quale essere spirituale, rinnega il mondo spirituale, e con il suo sforzo si tende unilateralmente nel dominio e nell’organizzazione del mondo dei sensi, diviene uno strumento infero che crea le forze del male distruttrici della nostra civiltà: ovunque operi, nella vita economica, sociale e spirituale.

Ecco la “missione del male” per il divenire del mondo. Nessuna illusione: le forze del male proromperanno con sempre maggior violenza sull’umanità e poiché esse hanno radici nello spirito e non nel mondo fisico, possono e potranno venir comprese e superate solo nel riconoscimento (non astratto) dello spirito.

Il male, emergendo nel mondo come distruzione, omicidio e orrore – sono queste le cose che il materialismo riconosce – costringe a rivolgersi al mondo spirituale, poiché solo da questo si possono conquistare le forze per opporsi fruttuosamente al male.

Dice il Dottore: “Gli uomini devono imparare ad abituarsi a considerare il prorompere delle forze del male come il prorompere di leggi e forze naturali, per imparare a conoscerle e a sapere cosa viva ed operi nei sostrati profondi. Non bisogna considerare il male in modo da fuggirlo senz’altro in pieno egoismo; questo non si può fare; bisogna compenetrarlo di consapevolezza”.

L’uomo, nella zona di libertà del proprio Io, deve sperimentare come nell’anima cosciente che sta svegliandosi, emergano le tendenze al male. Nel superamento di tali tendenze, egli crea il bene in libertà.

Chi sente sorgere in sé il male, lo riconosce e ne trionfa, non vedrà più in esso qualcosa da condannare, da cui fuggire ma giungerà a scorgervi il mezzo che (dolorosamente) riconduce l’uomo allo spirito da essere libero. Il teatro della lotta è l’anima. Finché ciò non viene riconosciuto egli combatte nemici esterni, con enorme difficoltà a riconoscere che i veri nemici sono attivi nella propria interiorità.

Se accetta la lotta contro se stesso, sui gradini dell’autodisciplina, possono dissolversi magicamente modi e motivi delle lotte esteriori. Se l’uomo accoglie il dono del Rappresentante dell’umanità, trova l’altezza da cui vincere le apocalittiche tribolazioni del tempo…, e un giorno, anche redimere la missione cosmica degli dei dell’ostacolo.

Molto di quanto ho scritto sgorga vivo nelle parole di Antoine Leiris, pur vergate nel momento del dolore più straziante. Ciò che in lui viene a manifestazione è certezza di quanto dia luce e futuro all’anima umana.

Avrete già letto dappertutto la lettera in calce. Potete leggerla ancora una volta sulle pagine di Eco. Per questo sito è semplicemente un onore il ristamparla.

*

«Venerdì sera avete rubato la vita di una persona eccezionale, l’amore della mia vita, la madre di mio figlio, eppure non avrete il mio odio. Non so chi siete e non voglio neanche saperlo. Voi siete anime morte. Se questo Dio per il quale ciecamente uccidete ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà stata una ferita nel suo cuore. Perciò non vi farò il regalo di odiarvi. Sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete. Voi vorreste che io avessi paura, che guardassi i miei concittadini con diffidenza, che sacrificassi la mia libertà per la sicurezza. Ma la vostra è una battaglia persa. L’ho vista stamattina. Finalmente, dopo notti e giorni d’attesa. Era bella come quando è uscita venerdì sera, bella come quando mi innamorai perdutamente di lei più di 12 anni fa. Ovviamente sono devastato dal dolore, vi concedo questa piccola vittoria, ma sarà di corta durata. So che lei accompagnerà i nostri giorni e che ci ritroveremo in quel paradiso di anime libere nel quale voi non entrerete mai. Siamo rimasti in due, mio figlio e io, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. Non ho altro tempo da dedicarvi, devo andare da Melvil che si risveglia dal suo pisolino. Ha appena 17 mesi e farà merenda come ogni giorno e poi giocheremo insieme, come ogni giorno, e per tutta la sua vita questo petit garçon vi farà l’affronto di essere libero e felice. Perché no, voi non avrete mai nemmeno il suo odio».

FUORI DAL CORO E ALTRO

 Fuori dal coro

Spesso mi si rimprovera di magnificare il volere a detrimento delle altre potenze dell’anima. Questo significa solo che non mi spiego bene o sufficientemente o che per molti il volere è un oggetto misterioso. E, in questo caso, non intendo criticare nessuno poiché tanti dei molti sono assolutamente sinceri. Vi sono persino raffinati antroposofi che, mettendo la corona in testa al ”umile intelletto”, vedono nella volizione un carattere ovviamente unilaterale di muscolarizzazione della via allo Spirito. Credo che valutazioni come questa siano nient’altro che opinioni, anche quando esse vengano riccamente guarnite con la dotta accademia di riferimenti steineriani.

Lo dico sempre: quando si hanno a disposizione migliaia di conferenze del Dottore, chi ha buona memoria e un po’ di pazienza può dire ogni cosa con un carattere quasi inappellabile ed è veramente difficile in tali prodotti distinguere ciò che è vero da ciò che è soltanto esatto di forma. Se poi uno conosce il tedesco e possiede i dischetti dell’O.O. può costruire monumenti più fiabeschi del castello di Neuschwanstein.

Ormai sembra inutile ricordare che Steiner si oppose al fatto che le conferenze di Stoccarda finissero a Monaco ecc. A fatto compiuto il Dottore volle che le copie viaggiatrici riportassero in testata la seguente dicitura: “Pubblicato come manoscritto per gli appartenenti alla Libera Scuola di Scienza spirituale del Goetheanum di Dornach. Non viene riconosciuta competenza di giudizio interno a questi scritti per chi non sia in possesso delle cognizioni necessarie richieste dalla scuola – sia per mezzo della scuola stessa – sia per via di altri mezzi da essa considerati equipollenti. Ogni altro giudizio verrà respinto nel senso che si rifiuterà in merito a questi scritti la discussione con i non competenti”. Poi le cose sono finite nella democrazia del diritto universale, beninteso senza doveri.

Sono “reazionario”? No, miei cari o almeno non troppo: le cose sono andate come dovevano andare ma ciò non assolve il fatto che non siano andate granché bene. Come un pasto troppo abbondante carica l’organismo di veleni e ottunde la coscienza, così l’eccesso di spirituali rivelazioni tramortisce il sano impulso alla conoscenza, che nel caso di una scienza dello spirito è fatta soprattutto di approfondimento e mai di dispersione intellettuale.

La lettura a 360 gradi non è lesiva nell’approccio iniziale della ricerca, quando si vorrebbe sapere il più possibile. Saranno poi le stesse letture, come modificatrici dell’anima, a invitare lo studente ad esigere lo studio approfondito delle pietre d’angolo dell’edificio sapienziale. E’ l’anima che alla fine dovrebbe formulare l’assenso, riconoscendo la verità di quanto, a tutta prima, può parere solo asserito.

Quasi tutta la Scienza spirituale comunicata e ricomunicata risulta in un certo qual modo, falsa: poiché viene accolta supinamente, con fede cieca. E’ possibile che all’inizio la situazione sia diversa ma con la complicità dell’abitudine alla passività, si smette presto la fatica di pensare e si accoglie tutto: senza distinzione.

Così è roba di cartapesta che passa da anima ad anima, con la consapevolezza dell’istinto condizionato. Questa è la condizione primaria dei tanti che affermano a sé e al mondo di essere discepoli di qualcuno o della via sapienziale: esoteristi? Ma va là. Cani di Ivan Pavlov, piuttosto.

Tutto quello che non può, che non riesce a venir sperimentato è feccia. Il fatto che l’esperienza possa configurarsi in pensiero e non in misterica veggenza è cosa secondaria o incidentale. Un’obiezione in tal senso mostrerebbe solo che viene pure incompresa l’intima natura del pensiero. Con il pensiero logico e purificato si giunge ad una condizione di equivalenza con ciò che viene chiamato mondo eterico, e chi questo non l’ha capito non comprende il senso delle “comunicazioni” e non sa distinguere il vero dal falso. Come avviene ogni giorno per sostanziale rozzezza, tra i blablatori delle Scienze spirituali.

Quello che a nominarlo gli piglia il furore morale, tra le tante sciocchezze che scolpisce come fossero su pietra mosaica, afferma essere inconoscibile il grado interiore dell’altro. Questa, tra le tante affermazioni vuote o pasticciate, è falsissima: basta seguire l’origine di quanto sottende l’animus di una sola parola udita per avere davanti a sé un vasto panorama. Inoltre se un decente operatore è capace di immergersi nel silenzio interiore può, da tale condizione, persino “vedere” l’atmosfera animica ed i toni qualitativi di questa, emanati dalle persone che lo attorniano. Sono percezioni senza nome: spetta poi al pensiero intenderle, subito o dopo immersione meditativa. Il Nostro, che è ipovedente, ha la stupefacente pretesa di dar per scontato che altri siano almeno orbi.

E se ciò vi sembra strano ditemi allora con quale criterio sceglieste (la vostra anima scelse) di seguire Scaligero e non i molti Egemoni Cosmocrati che affollavano la piazza? Qualcuno risponderebbe di sicuro che fu atto karmico. Non dico che, in fondo, non sia stato così ma per il senso dell’attuale, individuale destità, obbietto: ma voi dove eravate con la vostra coscienza? Da Scaligero o al bar dello sport?

Una retta conoscenza conduce, prima o poi, alle rette discipline. E’ essenziale che, con anima sgombra, si pensino i pensieri nei quali l’Iniziato ha trasfuso l’esperienza sovrasensibile: allora i pensieri possono dare al sentimento una schiarita che si traduce in risveglio animico. Infiniti sono i risvegli, come fossero strati di una cipolla cosmica e già dopo il primo, il dio ti lascia a sbucciare da solo, e l’utensile che ti trovi tra le mani si chiama disciplina. Così continui oppure contempli la cipolla – dita incrociate a girarti i pollici – per il resto della tua vita. Anche questa è libertà, no?

Per non farla troppo lunga sulle tristi sorti dell’uomo davanti la cipolla, vorrei offrire al lettore qualcosa di costruttivo che funziona. Che non viene dall’antroposofia ma dalla galassia teosofica. Si tratta di un esercizio comunicato già negli anni ’30 da E. Wood in un libretto intitolato Concentrazione, poi ripreso in un nuovo testo ampliato e ambiziosamente arricchito dall’Autore, edito dall’Astrolabio nel ’68. Un amico lo riportò sulla Rivista L’Archetipo alcuni anni addietro. Che io sappia non incuriosì nessuno: ed è un vero peccato, poiché potrebbe aiutare chi ha serie difficoltà nell’approccio con l’immateriale. E’ possibile, con questo esercizio, avvertire subito la potenza della mente incentrata in se stessa. Preciso che la descrizione risulta complessa ma se compresa è di facile attuazione. Cercherò di liberare l’esercizio dalla ridondanza di quanto Wood si è sentito di aggiungere nella II edizione.

Preso un foglio di carta bianca e una matita, disegnate un cerchio nel mezzo. Nel cerchio scrivete il nome di un semplice oggetto che vi sia famigliare. Dedicate attenzione all’oggetto inscritto e lasciate che il pensiero sia libero di formulare da sé un concetto connesso (se, ad esempio, abbiamo scritto “vite” è probabile che la connessione sia “cacciavite” o una qualità dell’oggetto: in effetti è una libera associazione dal guinzaglio strettissimo). Tenendo il termine/ immagine “cacciavite” disegnate con la matita una riga o freccia che parta dalla circonferenza del cerchio ad un punto qualsiasi del foglio: lì scriverete “cacciavite”. Poi scivolate lungo la riga con la punta della matita fino al cerchio e, dimenticato il cacciavite, dirigete nuovamente l’attenzione alla vite. Lasciate nuovamente che il pensiero attui una nuova connessione che sorga in voi come, ad esempio, “acciaio”. Ora, tenendo l’”acciaio”, tirate con la matita una nuova riga dal cerchio ad un punto qualsiasi del foglio dove scriverete acciaio. Nuovamente scivolate con la matita dall’acciaio verso il cerchio e osservate nuovamente la vite. Permettete al pensiero una nuova connessione: potrà essere anche “mobile” poiché per voi il mobile è tenuto insieme dalle viti. Disegnate una terza freccia e scrivete “mobile”, poi, insieme alla matita, tornate al cerchio.

Se ora riuscite a scorgere il diagramma (un cerchietto con tanti raggi) capirete anche che è un continuo lasciar libero il pensiero per poi riportarlo sempre all’oggetto-tema. Questo esercizio di riporto va continuato per un certo tempo, con serietà, continuità e senza distrazione. Potete notare che nell’esercizio vi è una parte meccanica ma la sua riuscita dipende esclusivamente dalla costante attenzione immessa, che meccanica non è.

Esso attua, con le facilitazioni date dal sensibile descritto, un atteggiamento della volontà che realizza una atmosfera di concentrazione: come un essere avvolti in una nube di concentrato, forte e denso silenzio. Più all’interno di sé. Percepirete, forse anche dalla prima volta, la potenza del mentale concentrato in se stesso. Quello che ho detto non appartiene ai modo di dire: percepirete questa assorta concentrazione animica come si percepisce un tavolo: ma dentro. Realisticamente. Provate l’esercizio descritto per una settimana o meglio ancora, per un mese. Se l’attenzione supportata permane dedicata in questo prolungato riportare, avrete molti benefici: il realismo dell’esperienza conseguente l’esercizio, una mente addomesticata cioè silente e la capacità di fare una meditazione.

Se vi sentite antropo-ortodossi in conflitto morale, non fate niente di ciò che ho scritto, anche se è solo un esperimento, dimenticatelo e continuate le vostre chiacchierate. Così non correrete alcun rischio e potrete sempre continuare col vostro noiosissimo auspicare e aspirare ad una concezione spirituale che, in senso aristotelico, mai vorreste che fosse atto.

Approfitto di questa breve nota per rispondere alla domanda di un amico di Eco che vorrebbe un particolare punto di vista sulla via della fede.

Mio caro, ognuno ha la sua strada e non dovrebbe tradirla: dalla sua immagino che non occorra perdersi a distinguere tra fede e Fede. Sulla via data dal pensiero, che noi propugniamo, è quanto deve accadere con la concentrazione, non in quanto concentrazione in sé ma quando per suo tramite essa venga superata come “esercizio”, divenendo moto ulteriore orientato verso lo Spirito. Termini non bastano o non ci sono: è un andare oltre l’agonia, cioè si sperimentano gradi di agonia ma da lì basta un passo per superarli.

Così anche la Fede, da come ne parla, essa comporta esperienze non dissimili, poiché si tratta di volere oltre ogni percorso razionale, oltre la massiva rappresentazione della Materia, oltre ogni certezza acquisita precedentemente. Mica facile volere l’inimmaginabile, l’impossibile (ciò che per il mondo è inaudito). Per giungere ad una tensione sovrumana d’impeto della volontà e del sentimento che balzano oltre il saputo, il conosciuto. Titanismo che trascende se stesso per diventare Potenza di trasformazione della realtà.

Slancio sacrificale che tutto spezza tutto infrange.

Però mi permetta di trascrivere le ammonitrici parole di quella magnifica rompiscatole di Santa Teresa: “Proprio una bella maniera di cercare l’amore di Dio! Lo si desidera subito, in tutta la sua perfezione, e ognuno conserva le proprie tendenze. Non si compie sforzo alcuno per suscitare buoni desideri né per riuscire a sollevarli da terra, e poi si ha il coraggio di pretendere molte consolazioni spirituali! Ciò non può avvenire, e simili pigrizie sono incompatibili con l’amore perfetto. Quindi, se Dio non ci concede il tesoro interiore, ciò dipende solo dal fatto che noi non facciamo a Dio il dono assoluto di noi stessi” (Vita: I, 11).

Così, non me ne voglia, tanto per riflettere e gettar acqua sugli ardori suoi e miei.

Cari saluti.

LA SCIENZA DELLO SPIRITO A FLATLANDIA

Molti ma non tutti conoscono il grande Paese di Flatlandia. Esso fu scoperto da un intrepido viaggiatore che si chiamava Edwin A. Abbot nel XIX secolo. In realtà questo Paese era sotto gli occhi di tutti ma, incredibilmente, nessuno ci aveva fatto caso o, forse, nessuno aveva voluto vederlo.

Il carattere saliente di Flatlandia – almeno per noi – è che manca di una dimensione: lì la piattezza non è come da noi un modo di dire. Nossignori! Lì tutto è piatto, perfettamente piatto. Naturalmente anche le persone e le cose sono piatte. A Flatlandia nessuno pensa che vi possa essere un mondo di altezze.

In Flatlandia l’intelletto si misura nel numero di lati che uno possiede. Ciò, a onor del vero, sembra fastidiosamente analogo a quel pensiero mona-dimensionale che da noi giudica il valore di un individuo per quanto appare dappertutto col suo verbo e si pone nella società con un ammirevole bagaglio di parole e frasi tali che possano piacere alla maggioranza.

Il problema delle “quote rosa” a Flatlandia non esiste proprio: le donne sono soltanto linee e come tali, possedendo solo due lati ed un angolo pari a zero…immaginate voi come esse possano venire considerate!

Poiché l’universo è vario ma non perfetto, può incidentalmente capitare anche in un bel posto come il mondo bidimensionale che avvenga l’inaspettato, cioè la fragorosa comparsa di un essere tridimensionale.

Un fatto simile, chiaramente innaturale, in Flatlandia viene rifiutato a priori o almeno vivacemente contestato: oltre l’universo bidimensionale non può e non deve accadere che possa esserci qualcuno o qualcosa che si erga verticalmente (anzi, mi scuso coi gentili lettori per l’ignobile pensiero espresso dal…verticalismo).

Non posso neppure nascondere che i pochi contravventori al giusto e naturale ordine del bidimensionalismo, non siano altro che pazzi fuorilegge: pensate che osano pensare…alto! Essi andrebbero curati o compassionevolmente soppressi. Ma a quel che mi consta, non intaccano minimamente la serena armonia dei sentimenti dei probi cittadini.

Come nel nostro mondo anche a Flatlandia – lo so per certo – gruppi, gruppetti e singoli individui coltivano la Scienza dello Spirito. Potrei dire che rappresentano una specie di élite perché quasi tutti sono caratterizzati da molti lati e non c’è lato che non si adoperi alle tante rivelazioni espresse nella forma più piatta possibile dai divulgatori di tale Scienza.

Essi, assai giustamente, rifuggono dai contenuti che potrebbero risultare pericolosi per le altrui anime: certe indicazioni contengono istruzioni nocive poiché parrebbero alludere a impropri moti verticali.

Per evitare questa disgrazia, i bravi discepoli si offrono di propria iniziativa alla lobotomizzazione indolore di qualche angolo acuto, in maniera che venga resa impossibile persino l’ipotesi di una Via (tr)ascendente.

Così che nessun pensiero molesto e birbaccione venga a turbare la soddisfazione, la gioia soddisfacente e l’amore soddisfatto che, invece, sono il principio ed il fine ultimo della ricerca.

Da ciò deriva che la stessa ricerca, in Flatlandia, è, più o meno, una insensatezza, poiché sembra del tutto sufficiente e corroborante sostituire ai sentimenti disdicevoli, altri sentimenti del tutto positivi di adesione, gentilezza, amicizia, compartecipazione, ecc.

Poi, se alcuni testi paiono riferirsi a fantasiose imprese, basta solo espungere righe e capitoli, purtroppo (mica lo nego) sbianchettando anche molto: ma con abili copia-incolla d’artistica fattura si trovano sempre le parole giuste per il giusto progresso dell’anima.

Insomma: per potersi sentire degni discepoli di selezionati Maestri è più che sufficiente sostituire nell’anima ogni male con ogni bene, beninteso cancellando severamente dalla bidimensionalità ogni sospetto di tridimensionalità che, come già indicato, in Flatlandia (a ragione!) è considerata come una aliena irruzione dell’impossibile.

Da molteplici fatti pare che il modello di Scienza spirituale coltivato in Flatlandia, venga sentito come il migliore possibile da diversi personaggi del nostro mondo tridimensionale, sebbene qui sopravvivano “sacche di resistenza” che si ostinano a credere alla deviata e odiosa convinzione che modificazioni superiori della coscienza ottenibili tramite un pensiero rafforzato (volitivo), siano il gradino necessario indicato dai Maestri. C’è persino chi dice di avere esperienza diretta di simile stoltezza!

Che ciò sia nocivo oltreché inutile e financo incomprensibile lo dimostrano importanti figure che in anni di costante vicinanza, discepolato e stretta amicizia con i massimi Indicatori, hanno tratto l’illuminante certezza e l’evangelico verbo che indica al cuore come basti e avanzi il proprio altruistico sentimento raggiante quando esso sia generosamente riversato nelle altrui anime per portare il sole della verità sulla terra (poco importa che, proprio nel sentire, ognuno sia un mondo a sé: è un dettaglio miserabile, ininfluente, forse falso: di certo goetheanismo della peggior specie).

Le parentesi non sono importanti: questo è ciò che nel mondo appiattito, in Flatlandia, funziona magnificamente.

Vi è poi, nel nostro mondo, un numero notevole di individui, probabilmente una maggioranza, che inconsapevolmente aspira alla più assoluta piattezza e sogna di poter essere assai simile ai cittadini di Flatlandia .

Essi fanno il possibile per saperne nulla di cose verticali e di aspre salite. Tanto meno del fatto che solo il superiore può modificare l’inferiore: legge gerarchica che, disgraziatamente, vale per il cosmo e per l’uomo.

*

Nota: Devo ringraziare un amico venuto da lontano, il quale, del tutto indirettamente, mi ha aiutato a comprendere assai meglio aspetti di un movimento che, di fatto, ha abbandonato l’idea dello Spirito, avendo trovato nella opulenza dell’anima ogni bisogna.

Ed è, in un certo senso, a lui che mi sono ispirato per le pastiche très peu agréable che avete letto ora.

IL CONTADINO DI JASNAJA POLIANA

Tolstoj_boelgakov

(V. Bulgakov e L. Tolstoj – 1910)

*

La storia del conte Lev Tolstoj non può certo venir raccontata e racchiusa in poche pagine, perché la sua anima ha i confini della Grande Madre Russia. Fu scrittore, inventore di “destini”, filosofo rivoluzionario, ma forse anche un nevrotico e un visionario di razza tutta speciale, come solo poteva essere un aristocratico russo del suo tempo.

Il grande amore per il popolo russo, il prodigarsi per alleviare la sua miseria e la sua sofferenza, fanno di quest’uomo una icona da ammirare, ma anche un’anima dalle mille sfaccettature che porta in sé bagliori di un’epoca futura.

Vorrei oggi riportare un episodio inedito della sua vita, riferito a Stoccarda nel 1930 nel corso di una convegno sul grande scrittore, che racconta e illumina la qualità della sua ricerca.

Era giunto a Stoccarda da Parigi il professor Bulgakov, invitato a parlare del “grande vecchio di Jasnaja Poliana”. Venne presentato, con una certa magniloquenza, come amico dello scrittore, ma lui si scher dicendo che i grandi come Tolstoj non hanno amici come lui; egli era semplicemente il suo segretario.

Questa introduzione, pronunciata con uno spiccato accento russo, incuriosì l’uditorio e l’oratore iniziò a parlare dell’infanzia di Tolstoj.
Disse che da ragazzo egli giocava con i suoi fratelli ed era particolarmente legato a Kolia.
Un giorno i bambini stavano sulla collina, alla quale avevano dato il nome fantasioso di “
colle fanfaronico”, quando d’un tratto Kolia disse: “Zitti, ascoltate, ho udito qualcosa.” “Che cosa?” chiesero gli altri. “Sì, qua sotto, in fondo, c’è una bacchetta di cristallo verde sulla quale stanno scritte tre parole…..a chi è capace di udire queste parole si aprono i segreti dell’universo.”
I bambini si misero in ascolto, ma non riuscirono a sentire nulla. Rimasero però fortemente impressionati e si proposero,
nel corso della vita, di scoprire quelle tre parole.
In seguito i fratelli si dispersero e
Tolstoj perse di vista Kolia.

Ma quando questi si ammalò di tisi, Lev lo raggiunse nella Francia meridionale per essergli vicino negli ultimi giorni di vita. L’antico legame che li univa da bambini si riaccese e quando il fratello chiuse gli occhi, a Tolstoj balenò alla mente con una specie di subitaneo sgomento la domanda……!

Egli aveva dimenticato di chiedere al fratello la spiegazione di ciò che, fin dagli anni giovanili, aveva silenziosamente occupato i suoi pensieri: che cosa c’era scritto su quella bacchetta verde? Il fratello adesso era morto portandosi dietro nell’eternità le parole misteriose….

Molti anni dopo, ormai vecchio, il “contadino eretico di Jasnaja Poliana” come molti lo chiamavano, era divenuto sempre più solitario.
“Un giorno – prosegue Bulgakov – la gente era riunita nella sala di soggiorno di Jasnaja Poliana, quando entrò Tolstoj con i begli occhi scintillanti come se gli fosse accaduto qualcosa di grandioso.
“Sapete che cosa ho scoperto? Sapete che cosa s
o?”

E poiché tutti tacevano pieni di aspettativa, disse finalmente:“Ora so cosa c’era scritto sulla bacchetta verde! Che io non lo avessi mai supposto prima! Sono le tre parole che Giovanni, vecchio e debole, ormai quasi incapace di parlare, ripeteva continuamente a Patmos: “Figlioletti, amatevi vicendevolmente”.

Le persone che lo osservavano in quel momento erano illuminate dai suoi occhi seri e chiari davanti ai quali nessuno osava pronunciare parole non veritiere.
In quello sguardo ora vedevano qualcosa di più: l’adempimento della sua vita.

L'ASCESA DELL'ANIMA

Platon_Cave_Sanraedam_1604

Il grande Socrate presenta l’ascesa dell’anima attraverso svariate allegorie, la più celebre delle quali è quella del mito della caverna scritto da Platone nel settimo libro della Repubblica.
Platone, come ben sappiamo, è la voce di Socrate dato che “ il padre della filosofia” ha prediletto il parlare allo scrivere. Di Socrate nessun manoscritto è mai saltato fuori dalla sabbia di qualche deserto o dal fondo di una biblioteca.
Sembra proprio che, nonostante il passare dei millenni, il mito della caverna sia sempre di grande attualità!

Degli uomini incatenati in una caverna con la schiena rivolta all’entrata, non possono vedere che le ombre che si disegnano sul fondo dell’antro che è la loro prigione. Non avendo mai visto altro del mondo esterno che queste ombre, immaginano che che esse costituiscano l’unica realtà.

Uno di questi prigionieri viene slegato, viene fatto girare fino a vedere la luce. Anchilosato e abbagliato, l’uomo comincia a soffrire e a non distinguere più niente.Deve poi scalare  l’interno della montagna per risalire verso un’apertura dalla quale provengono dei raggi della luce del giorno, ascensione difficile e particolarmente terrorizzante ma una volta uscito e arrivato alla luce, non può sopportarne lo splendore.

Deve quindi abbassare gli occhi e cominciare col guardare le ombre, i riflessi, i chiarori lunari e notturni prima di poter affrontare quella luce troppo forte per le sue forze.
Alla fine arriverà a vedere il Sole e comprenderà che esso governa il mondo.
Dopo aver avuto accesso alla visione ed alla comprensione della realtà,
attraverso una progressione lunga e laboriosa, se ritornerà dai suoi antichi compagni per spiegarla, si scontrerà con le loro risate, il loro scherno e ben presto con il loro odio.
Essi, se potranno, lo uccideranno.

Simbolo dell’avventura socratica, l’allegoria mette in evidenza il contrasto tra due realtà:quella delle ombre, che costituisce la realtà ordinaria dell’uomo, e un’altra realtà, incomparabilmente superiore, che permette di illuminare la prima in seguito alla comprensione del mondo soprasensibile al quale si accede solo a prezzo di una lunga e faticosa ascensione.

L’allegoria insiste sulle dure prove della salita e sulla difficoltà di comunicare agli altri la vera realtà che si è contemplata, perché essa si realizza unicamente in un’ esperienza spirituale, non riducibile a dimostrazione empirica.

Quello di Socrate è un invito alla ricerca, l’invito ad un lavoro su se stessi, che intuiamo come diventi sempre più urgente per il bene di tutti.

I veri filosofi, dice il Socrate della Repubblica, sono coloro che amano contemplare la Verità, e questa Verità non potrà mai venir raccontata in parole.

Per cercare di capire cosa intenda qui Socrate, possiamo fare l’esperienza che nessuna descrizione di una vera opera d’arte potrà mai suscitare in noi ciò che provoca il poterla contemplare. Nessuna dotta spiegazione potrà mai paragonarsi al contatto diretto con l’opera.

Si può proprio asserire che “la Verità è uno spettacolo”, e spettacolo può diventare tutto il mondo intorno a noi se guardato con occhi diversi.

La Verità è “il reale”, è la “realtà delle cose”, ma questa realtà si trova oltre la parvenza, si trova quando la parvenza, grazie al pensare, diventa essenza.

La conoscenza autentica non è dunque comunicabile, non può essere dimostrata, dal momento che può venir colta solo in una visione spirituale che presuppone una lunga preparazione.

Solo a pochi grandi iniziati è data la facoltà di saper trasporre in chiari concetti quanto percepito nello spirituale, per poterlo comunicare a chi ha fame e sete di verità.

I MONTI PALLIDI

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Le Alpi, ma particolarmente le Dolomiti, sono lo scenario dove io sono nata, cresciuta e dove sto vivendo: la mia Heimat, la mia terra.

E dell’anima di questa terra vorrei far conoscere un frammento.

Come? Raccontando una fiaba tratta dalla raccolta “I MONTI PALLIDI”.

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Nelle due isole ladine delle Dolomiti e dei Grigioni, ma specialmente nelle vallate tra Bolzano e Belluno, si trovavano ancora, alla fine dell’ottocento, tracce di una antichissima poesia ladina la quale, nel tempo, si diffuse per tutte le Alpi. Documenti meravigliosi di una ingenua poesia pastorale, ma anche scampoli di saggezza e di spiritualità che venivano conservati e tramandati, nel corso dei secoli, da persone umili nate e cresciute nella magia delle Dolomiti: i monti pallidi.

Solo i pastori sentono di più l’incanto delle solitudini e il fascino delle vette, e l’anima di questa gente di montagna aveva saputo trasformare e rendere leggenda il mondo che la circondava.

..Il sorgere del mitico regno dei Fànes, la leggenda del castello reale sui Cunturines, la principessa Dolasilla che dorme incantata nel lago di Braies, la storia di Soreghina “filo di sole”, che muore dolcemente a mezzanotte per un suo perduto amore, il valoroso guerriero Ey de Net….. …

sono solo alcuni dei personaggi e dei fatti che si incontrano nel libro.

Questi racconti vennero raccolti, girando tra le valli delle Dolomiti, da Karl Felix Wolff, poeta, giornalista e antropologo bolzanino che, pazientemente ascoltava, raccoglieva, e ricostruiva i racconti di queste persone umili, dando vita ad un testo che venne presentato al pubblico per la prima volta nel 1913, dieci anni dopo l’inizio della sua ricerca.

Il racconto che ho scelto per voi, amici di Eco, si intitola:

IL PASTORE DEL MONTE CRISTALLO

Sul monte Cristallo, che spicca nel cielo di Cortina d’Ampezzo come possente pallida guglia e che d’inverno, ricoperto di neve, brilla nel sole come puro cristallo, c’era una volta un magnifico castello reale, dalle cui torri si dominava la valle e si vedevano le vette lontane e i ghiacciai della Marmolada.

In quella reggia abitava una principessa bellissima e aggraziata, alla cui mano molti figli di re avevano aspirato: ma tutti erano tornati indietro mortificati e non si erano più fatti vedere.

La principessa si divertiva a respingerli tutti, proponendo loro come condizione del suo consenso un quesito che nessuno sapeva risolvere.

Si trattava di raccontare una storia che la riguardasse, che ella non conoscesse, ma che fosse verosimile. Trovare una simile storia come era possibile?

E poi, appena un pretendente cominciava a narrare, la principessa lo guardava fisso con i suoi begli occhi azzurri così scrutatori, che l’infelice si confondeva, perdeva la testa e il filo del discorso.

Comunque erano sempre favole troppo incredibili.

Vicino a lei, inoltre, stava sempre il cerimoniere di corte, il quale con abili domande sapeva confondere il narratore e farlo cadere in una serie di contraddizioni.

Un giorno, la principessa udì cantare da uno dei cavalieri del castello una canzone che le piacque molto e gli chiese se fosse una sua composizione. Il cavaliere rispose di no; la canzone era di un pastore del quale non si sapeva la provenienza e che diceva di chiamarsi Kristal.

La principessa volle sapere di più su questo pastore e si rivolse al cerimoniere per avere notizie.

“ Sì, rispose questi, lo conosco bene. Era un pastore come tutti gli altri, ma da quando per caso ha visto voi, principessa, cogliere fiori in un prato, è diventato poeta e tutto il giorno va in giro per i boschi componendo canzoni. La gente dice che è innamorato di voi alla follia, e deve essere vero.

Una volta è venuto qui a presentarsi come pretendente, dicendo che sapeva una storia che vi riguardava. Ho dovuto farlo mandare via dalle guardie: non potevo presentarvi, come aspirante alla vostra mano, un pastore!”

La principessa andò in collera e fece al cerimoniere una lavata di capo. Gli disse che non toccava a lui scegliere i suoi pretendenti, che questo riguardava soltanto lei. E per suo ordine Kristal il pastore fu subito avvertito che poteva andare al castello per raccontare la sua storia.

Kristal non se lo fece ripetere due volte e il giorno seguente si presentò alla porta del castello.

Le guardie lo condussero nella grande sala dove la principessa ed il cerimoniere e le sue dame, lo aspettavano con molta curiosità. La principessa fissò su di lui i suoi grandi occhi azzurri ed il suo sguardo era amichevole, senza un’ombra della solita ironia.

Kristal cominciò a parlare:

“Nobile principessa, quel che racconterò è avvenuto in un luogo molto lontano da qui, molto lontano da tutti i paesi della terra: nei campi dei Beati.

Tutti noi, prima di nascere, abbiamo vissuto nei campi dei Beati, ed eravamo felici perché non sapevamo che il nostro destino ci avrebbe chiamato a diventare uomini sulla terra dove avremmo dovuto stentare e soffrire. Lassù ciascuno di noi aveva un dovere da compiere. Voi, nobile principessa, eravate una regina, e tutti i sudditi vi amavano per la vostra bontà e la vostra giustizia. Ma quello che ammiravamo di più in voi erano i vostri meravigliosi occhi, che nessuno poteva guardare senza sentirsi immensamente felice.

Io ero un cavaliere, ma un giorno scelsi di fare il pastore per poter passare ogni giorno con i miei agnelli sotto le finestre del castello, per dare il buongiorno alla mia regina, suonando con il corno un’arietta allegra. Questo era in tutto il giorno la mia gioia più grande e credevamo che sempre sarebbe stato così.

Ma un bel giorno un Angelo venne ad annunziarci che presto saremmo dovuti scendere sulla terra.

Tra coloro che dovevano scendere Egli cercò i più meritevoli e, dopo aver scelto la regina e me, ci permise di esprimere un desiderio che sulla terra sarebbe stato esaudito. Io ero vicino alla regina e vedevo i suoi meravigliosi occhi azzurri d’una luce così bella, che pregai con sincero desiderio:

“Possa ella sulla terra conservare questi begli occhi”.

L’Angelo approvò con un cenno del capo la mia preghiera, e si rivolse alla regina che aveva ascoltato sorridendo. Anch’ella non domandò nulla per sé ma, per ricompensarmi, chiese all’angelo che sulla terra venisse esaudito il mio più grande desiderio.

Di nuovo Kristal s’interruppe, di nuovo riprese:

“Vedete nobile principessa, la mia preghiera è stata esaudita perché voi avete sempre gli stessi occhi che avevate nei campi dei Beati, ma se l’Angelo abbia accolto anche la vostra domanda e voglia esaudire ora il mio desiderio più ardente, io non lo so”.

E Kristal tacque.

Le dame si guardavano di sfuggita, mentre la principessa fissava il pastore in silenzio, meravigliata.

Allora il cerimoniere prese la parola e riconobbe che il racconto non usciva dai limiti delle tre condizioni: riguardava la principessa, era un fatto che lei non conosceva ed era credibile, perché chi può sapere quello che è avvenuto o non è avvenuto nei campi dei Beati?

“Ma, continuò rivolgendosi a Kristal, il tuo racconto ha un a grande lacuna. Tutti noi siamo stati un tempo nei campi dei Beati, perché noi non ricordiamo nulla e tu solo ricordi tutto?”

Kristal rimase un po in silenzio e poi rispose con calma:

“Il ricordo di quei luoghi e di quella vita torna alla mente, quando si rivede l’ultima cosa luminosa che si era vista prima del buio che precede la venuta sulla terra.

L’ultima cosa che io vidi furono gli occhi azzurri della mia regina; e quando li rividi, la prima volta che incontrai la principessa, subito mi tornò la memoria perfetta di quei tempi felici”.

Il cerimoniere ammutolì e, per quanto riflettesse, non poté trovare un argomento per contraddire il giovane. La principessa sorrise e lentamente porse la sua mano all’umile pastore.

Con quel gesto gli donò se stessa e tutto il suo regno.

LA SOGLIA

attraversare

In questi tempi in cui la tecnica ci permette di fare tante cose prima mai sognate, paradossalmente, il mondo interiore degli esseri umani rischia di diventare sempre più povero e arido. Se andiamo indietro di due o trecento anni, la vita esterna era molto più semplice, le cose che si potevano fare ed avere erano molte di meno, quantitativamente parlando, e l’uomo viveva con il sentimento che il mondo fosse ancora tutto da indagare e che il futuro racchiudesse in se molte promesse.

Oggi la vita ha subito una forte accelerazione grazie alla tecnologia e alle scienze, ma questa accelerazione può bruciare prematuramente l’uomol’illusione del “tutto e subito” ha solo portato al vuoto e alla noia.
Che altro c’è di nuovo?”

La globalizzazione dell’informazione ha esteso le coscienze sino ai confini della Terra, strappando l’uomo dal chiuso dei suoi piccoli interessi personali, ma questo bisogno di riempirsi ogni giorno di notizie nuove e possibilmente sensazionali, può diventare solo un paravento che nasconde il vuoto dell’anima.

Sembra di sapere tutto, ormai si è assaggiato un po di tutto e nella domanda: “…Che c’è di nuovo?…”  vive non solo la noia ma anche un elemento di paura, una paura indistinta, forse più subconscia che conscia, dovuta al fatto che tutto appare scontato, manifesto, appiattito.

L’essere umano ha perso la capacità di stupirsi o meravigliarsi per qualcosa; è fiero del suo realismo e così scompaiono lo slancio e la sorpresa.
La frenesia insaziabile che spinge l’uomo moderno ad accelerare sempre più i ritmi della vita fino a stordirsi, fa sorgere la passione per un limite sempre più estremo.

Nella gioventù, in particolare, c’è oggi la tendenza a voler avvicinare sempre più il limite delle forze fisiche. E’ la ricerca del brivido dovuto al pericolo-limite, che si accompagna alla forza, alla velocità, al rischio, qualunque esso sia purché porti in sé un‘emozione intensa.

Il limite assoluto della vita è la morte e dunque in questa spinta verso l’estremo, l’uomo ha il desiderio di far propria anche la soglia di tutte le soglie, quella frontiera che determina il confine fra due mondi: quello sensibile e quello soprasensibile.

L’esperienza di soglia per eccellenza è quella del limite verso lo spirituale!
Questa tensione sarebbe in se stessa profondamente religiosa, ma poiché l’uomo si è estraniato dal religioso, va a concentrarsi e manifestarsi nella ricerca del limite nel mondo fisico.

Nell’inconscio però, permane il desiderio di incontrare “l’altra soglia”, perché questo mondo diventa sempre più angusto e l’anima umana non si può comprimere più di tanto.
Il livello della fede o della pietà tradizionale, non bastano più a chi è riuscito a portare a coscienza il vero bisogno dell’anima che anela a quella soglia: “Ho bisogno di spazi nuovi, luminosi e immensi!”... E mondi luminosi e immensi attendono il risveglio dell’uomo per essere da lui conosciuti e amati.

L’essere umano d’oggi avrebbe bisogno di poter indagare il mondo invisibile che ci circonda, con la stessa scientificità, con la stessa forza penetrante del pensare che il suo spirito ha esercitato ormai da secoli riguardo al mondo visibile.

In un tempo in cui l’umano sembra esaurito nella immagine fisica che la scienza e la tecnologia gli attribuiscono, ogni anima, anche se non lo sa, vorrebbe lasciarsi narrare dagli Angeli quanto è bello e importante essere Uomo… perché lui l’ha dimenticato!

SENZA CATEGORIA, SENZA CASA

 scrivere

La verità non è il conoscere

che si persegue per il sapere

ma il conoscere a cui si subordini

ogni sapere.

(Sataro Don Marco)

***

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Ma per chi scrivi?

Questa domanda sembra innocente, ma chi me l’ha fatta non lo è.

Cosa rispondere di vero a uno che ti parla tra due silenzi e le cui parole provengono quasi sempre da luoghi lontani?

Scrivo perché posso farlo, perché posso attingere da una fonte inesauribile, che sia un fontanone o un rivolo non lo so, ma che scorra incurante del tempo e delle nostre piccole vite e morti, questo lo so e credo di averlo sempre saputo.

Ma per chi scrivo? Per altri viaggiatori, suppongo: per quelli che non vengono contati nei ranghi.

Individui che Colin Wilson quando faceva lo scrittore vero chiamò “outsiders” e che G. C. A. Evola definì “differenziati”.

In pochi tratti so bene cosa siano nell’ambiente comune: naturalmente immuni dalle adesioni emotive ai dibattiti culturali, alle sacrosante istanze socio-economiche, ai diritti dei popoli. Figure in ombra, né buoni né cattivi (non concepiscono lo sfizio di porsi in una categoria), indifferenti a molte cose ma artigliati, come padre Prometeo, dalla sofferenza che fedi e speranze non placano.

Lucidamente disperati: disperati poiché lucidi. Non lietamente ottusi.

Creature capaci di accogliere dentro sé conoscenza pericolosa perché è conoscenza celata, anzi vietata dalla coscienza del mondo.

Disgraziati che si concedono l’imperdonabile lusso dell’orgoglio negandosi agli accattivanti conforti delle ruffiane ideologie e delle fedi avvizzite. Sdegnosi a tendere le braccia ai soccorritori (chi ha il diritto di soccorrermi? Come ha ricevuto un simile diritto?). Nascondono a sé e agli altri l’intuizione della propria primogenitura anche se il mondo li definirebbe fuggiaschi e straccioni.

Stravaganti sotto copertura il cui andare faticoso nella vita non inizia dalla banalità quasi animale della nascita ma dal segreto di una perdita non dimenticata e certo non  finisce nel pietoso disgusto di un corpo che si sfalda ma nel mistero di una battaglia che continua da sempre tra lampi e bagliori e silenzi.

Il mondo non ama questa razza bastarda: anzi cerca di sopprimerla: legalmente con la pubblica istruzione, caritatevolmente con le medicine antiumane e se ciò non basta si può sempre infierire con l’indifferenza il disprezzo la derisione il tradimento.

Il sopravvissuto tra quelli che non si spezzano, colui a cui il cuore non si spegne, intravvede segni e cenni di sentieri, perlopiù ombrati da sconvolte, capovolte geografie.

Poi in momenti inattesi, spesso nelle più fitte oscurità prive di vita e speranza, una Memoria più antica dell’antica tragedia si protende con la velocità della folgore: s’è mossa da lontano ed è già presente in tutti gli attimi dell’ora: un ricordo e un sentiero: che può avere un nome sebbene provenga da fuori del tempo.

Nessun sentiero ha veramente bisogno di nomi: in realtà il “nome” velandolo lo difende : dalle furbesche zampe della canaglia e secondo la misericordia dello Spirito lo sottrae dal goffo slancio di chi abbraccia la sua illusione.

I nomi sono allusioni ad una conoscenza che seguì l’uomo nella arida palestra del mondo: metastorica lungo il divenire della storia.

A mio ininfluente parere i nomi più allusivi e veri sono: “ponte d’arcobaleno” e “filo di spada” o lama di rasoio: evocano un tracciato assai pericoloso dove i piedi si aprono a tagli sanguinanti e ai cui lati c’è solo abisso. E la terrificante possibilità di scivolare e di cadere è solo tua: il tuo regale diritto di essere o di perire.

Il trucco più congruo di questa conoscenza segreta è quello di risvegliare esseri cosmici immersi nel sogno di essere soltanto uomini.

E’ una conoscenza serpentina e morde di veleno come il cobra: avvelena l’uomo ma parimenti corrode le catene che lo tengono prigioniero. Quelle catene con cui ha creduto di amare le cose del mondo che lo hanno sempre complementato con la morte.

Le catene nella cui morsa aspira tuttavia alla libertà del suo essere: subitamente trovando e persino rincorrendo la trista genia di maestri e discepoli, nuovi e zelanti incatenatori, cesellatori di ceppi – antichi e rinnovati – fatti di obbedienza, negazione di sé, di fascinosi simbolismi, di osservanze rituali, di appartenenze…

L’offerta? Lo scotto?

Sempre il medesimo, antico e monotono: “Credimi e sarai un prodigio tra gli altri uomini”.

Inganno di scarsa fantasia eppure sottile: “A me dona il vero che pulsa in te ed io fingerò di ridartelo più ricco e forte”.

Suadente: “Consegnami l’Io e proteggerò la tua anima come una madre protegge i suoi figli”.

E’ a questi anarchici vagabondi a cui cerco, limitato e inascoltato, di parlare. Ma è una faccenda difficile…Allora perché sciupare tempo e fatica?

Mah, forse per amore: come sostanza della stessa Fonte è inesauribile!

I contenti, i soddisfatti, coerentemente, non hanno bisogno di nulla.

Aggiungo con tristezza a queste righe una osservazione calata nella realtà di questi giorni.

Succede, sempre più spesso, che si diano furiosa battaglia opposti modi di vedere certi fatti. Al punto che individualità che si dicono discepoli della Scienza Sacra si scontrino ferocemente  assomigliando piuttosto a manipoli di ammutinati che combattono sulla tolda di una piratesca nave…a insulti (c’è pure del ridicolo in questo).

Forse, anche tutto questo caos fa parte della libertà, ma un po’ ne dubito.

Tanto vorrei sbagliarmi che propongo un facile esperimento, una “cartina tornasole” per l’anima.

In piena vis polemica, fermatevi per dieci minuti e fate un perfetto esercizio di controllo del pensiero, senza che nulla di estraneo al tema entri nella coscienza.

Se l’esperimento non riesce significa, e lo sapete benissimo, che siete stati mossi dall’istintività che vi sta ingannando, sia che vi sentiate nel giusto o su altre posizioni.

E’ una ingenuità quanto ho scritto? E’ possibile. Ma dieci minuti non costano molto, non è vero?

Così, senza strepiti, saprete in cuor vostro se siete o no discepoli, appunto oltre gli esibiti stemmi e vessilli che non valgono. Nell’Occulto essi non valgono un bel niente.

Spero che questa minima proposta venga accettata anche se rispecchia il mio modo di vedere la realtà…però potreste essere un tantinello curiosi, tanto nessuno saprà niente!

Bonne chance.

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