Nome dell'autore: Mar_zia

NATURA E LIBERTA' – RIFLESSIONI

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(Il testimone – Marina Sagramora)

Anche la libertà, come tutti i concetti più alti, porta in se grandi difficoltà di comprensione per chi non si accontenta di una spiegazione superficiale. Il mistero della libertà è che, se non viene capita a un livello più profondo, si trova in una contraddizione assoluta.

Ci si può chiedere: la libertà ha a che fare o non ha a che fare con la natura dell’uomo? E, riflettendo, si può rispondere che la libertà è la natura umana, perché è a lei che ogni essere umano tende con sempre più forza.

Ma sappiamo anche che dove c’è natura non ci può essere libertà, perché la natura porta in se la costrizione più assoluta, e se è libera non può essere natura, questo il grande paradosso.

O la libertà è la natura dell’uomo, e allora l’uomo non è libero di essere libero, perché vincolato dalla natura, oppure la libertà non è la natura dell’uomo, e allora l’uomo libero va contro natura.

Ma la natura umana è un dato di natura o è una conquista della libertà?

A questa domanda, osservando anche la propria esperienza interiore, si può rispondere che la natura umana c’è soltanto nella misura in cui la si conquista liberamente, superando sempre più il livello animale. Ognuno migliora interiormente se stesso per quanto lo vuole!

Ma allora, è libertà o è natura? A questa domanda, a mio avviso, non ci può essere che una risposta:

O è tutti due, o nessuno dei due.

Questa apparente contraddizione si risolve andando un po’ più in profondità.

Gli esseri umani non possono venir creati liberi o non liberi: l’uomo può essere libero soltanto se ha la possibilità di diventare sempre più libero per sua volontà. E per poter diventare sempre più libero, bisogna che ci sia un’evoluzione nel tempo.

Qual è il senso del tempo, quale il risultato più importante dell’evoluzione nel tempo?

La libertà umana!

Cioè la possibilità lasciata agli uomini di diventare sempre più liberi o di diventare sempre meno liberi: tutte le due direzioni devono restare aperte proprio a causa della libertà, perché se l’uomo fosse libero per natura non sarebbe libero liberamente e se non fosse libero per natura mai potrebbe diventare libero.

La natura può diventare libertà solo attraverso un processo di evoluzione.

Il senso della natura umana è di arrivare alla libertà, e il senso della libertà è di essere il punto di arrivo della natura, perché tutti gli esseri della natura attendono la liberazione attraverso la liberazione dell’uomo.

Quindi, superando il tempo che è proprio dell’evoluzione, quello che rimane è che tutto si ricompone e si risolve come tutte le più grandi polarità.

La libertà, non può sorgere da sola: è la natura umana che la pretende e se la deve conquistare!

SCIENZA DELLO SPIRITO

PARADOSSO

 folla

In maniera più o meno esplicita, ma sempre più frequente,

passa nell’aria un messaggio:

“Siamo tutti uguali, siamo tutti uguali! ”

Ma lo siamo davvero, uguali?

Mi guardo intorno:

tu sei diverso da me,

egli è diverso da te

io sono diversa da lui….e non solo nella forma esteriore!

E allora?

Vero è, che siamo tutti unici e diversi!

Dove siamo uguali?

Siamo uguali nel non essere assolutamente uguali!

Questo mistero dell’uomo è un paradosso:

vive di ciò che è universale, ma

l’universalmente valido è la massima individualizzazione!

La scintilla dell’Io vuole essere diversa in ognuno.

O si dà fiducia all’Io singolo

e si mette tutto a disposizione dell’evoluzione individuale,

oppure, non si dà fiducia all’Io singolo

e si fa di tutto per riassorbirlo nei vari tipi di comunanza.

Ma l’Uomo non è un fattore di gruppo,

e sempre più convinto ripete a se stesso:

nella più assoluta universalità umana, sono e sarò sempre di più

un essere, unico, individuale, libero!

SCIENZA DELLO SPIRITO

ESSERE

notte doriente

Ecco è già d’oro l’oriente e ogni tenebra è vinta.

Tutti alzati i profeti i magi i sapienti le sibille in furore,

a sciogliere i testi, le rune,

a cavar dalle branche alla Sfinge i papiri,

a dissolvere i veli,

a scrutare nei cieli l’azzurro fuggire di gemme.

Tutto è chiaro di fuori

per chi si è chiarito di dentro,

e ogni giorno è Natale.

Per un solo nato innocente,

saper l’innocenza passata

per oscure esperienze.

Spalancare il Mistero,

trovare regi i pastori,

scoprire amico il nemico

sullo stesso sentiero.

Esser la via e rintracciar chi s’è perso,

la verità negli errori

e portar l’universo a coscienza;

la vita, e morire.

Ma morire senza compiacersi, per amore…….

*

(Fabio Tombari dalla lirica ESSERE)

 

POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

STRUMENTI

Nella sala l’orchestra tace, e improvviso si leva solitario il suono del violino, un suono che incanta, che invita a seguirlo nella sua magica levità.

Il violinista canta intimamente e sembra comunichi il canto al suo violino che respira con lui, l’archetto sale e scende in una sorta di inspirazione ed espirazione.

Uomo e strumento sono un tutt’uno, ma il primo domina completamente il secondo e solo da questo accordo può nascere una perfetta armonia, generosa di bellezza e di emozioni.

Pochi sanno usare uno strumento con tanta maestria, ma ogni uomo porta in sé, spontaneamente, lo strumento più prezioso che ci sia: il pensare!

Questa attività attende solo di essere conosciuta e approfondita dall’uomo per poter sprigionare la sua forza, e la musica che allora nascerà sarà formata da pensieri puri, viventi.

Normalmente l’uomo, nonostante sia continuamente immerso in questa attività, non la vede, non la conosce, non la sa dominare, anzi è dominato da essa poiché il pensare “suona da solo”, spesso al di là della coscienza di chi lo esercita.

Si può dire che questa facoltà, donata all’essere umano per delle mete altissime, spesso procede da sola, come per inerzia, mossa e usata dalle percezioni, dai sentimenti, dai ricordi, rappresentazioni, brame…

Facoltà figlia del Logos, ma ancora sconosciuta ai più nella sua purezza!

Il pensare si è formato nell’uomo senza la sua partecipazione cosciente e per questo egli non lo può conoscere, dominare, possedere intimamente come può fare con gli strumenti che inventa e crea.

Anche  il violino è nato senza la partecipazione del violinista: qualche altro l’ha costruito per lui, ma poi il musicista ha dovuto studiare ed applicarsi per anni ed anni per poterlo possedere e dominare.

Perché non dovrebbe essere lo stesso per il pensare?

L’educazione scolastica, ad esempio, dovrebbe avere lo scopo di far conoscere ed educare il pensare. Con il liceo e l’università si avrebbe il parallelo degli studi violinistici atti a dominare lo strumento, ma così non è.

Ciò significa che quegli studi sul pensare non tendono in realtà a questo scopo, non sono adeguati e non danno il medesimo risultato: anzi il risultato è un pensare intellettuale sempre più debole!

La strumentalità del pensare si è rivelata molto bene dalla sua contraffazione: il computer.

L’uomo, ad un certo punto, si è trovato ad una svolta storica: o adoperarsi e lavorare per conoscere il suo pensare e dominarlo, o delegarlo ad una macchina, che regola le sue operazioni secondo schemi preordinati, morti: cosa che ha fatto!

Un’attività spirituale come quella del pensare, il cui sviluppo è stato portato avanti per secoli da grandi pensatori e giunta al culmine con Goethe, Schiller, Hegel, non può andare perduta negli ingranaggi di una macchina. A lungo andare l’uomo perderebbe anche se stesso!

E’ la facoltà pensante che lo porta ad essere cosciente di “pensare pensieri” e di riconoscere in essa la capacità di condurre attivamente e coscientemente il proprio processo pensante, fondamento della libertà umana.

Il vero pensare è sempre “voluto”, come quando si adopera uno strumento per suonare: lo si “vuole” fare, mentre le divagazioni dei pensieri sono qualcosa di istintivo, non motivate e tanto meno volute. E’ il violino-pensare che suona da solo, spesso contro la volontà del violinista.

Quando non si vuole fare un’azione, non la si fa, nella norma è così, ma non per i pensieri: essi possono vagare incontrollati, diventando un’abitudine di fondo che sfugge al controllo della coscienza.

Pensieri futili, rappresentazioni ed immagini caotiche che appaiono e scompaiono, distrazioni fastidiose che possono essere vinte: la battaglia può essere lunga e dura e ha come presupposto che questi disturbi vengano prima riconosciuti come tali, e poi che li si voglia eliminare.

Molte sono le indicazioni e gli aiuti che vengono dati dai Maestri per raggiungere questo scopo, molto l’impegno richiesto a chi si accinge a percorrere questa disciplina.

Il fine è di conferire all’Io il dominio sul suo prezioso strumento, sulla sua facoltà pensante, fino ad arrivare al punto in cui, ogni volta l’Io decida di “suonare la sua musica”, il vuoto ed il silenzio interiore, richiamati dalla sua volontà, appaiano come per incanto.

Solo allora, nella coscienza divenuta un “foglio bianco”, si potranno esprimere tutte le melodie-pensiero che lo spirito vorrà creare durante i suoi momenti di raccoglimento interiore.

Bisogna che “l’orchestra taccia”, affinché il pensare possa elevarsi solitario per produrre la musica sua più bella!

SCIENZA DELLO SPIRITO

LA ROSA

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 Ti guardo, piccola rosa bianca

tardiva figlia dell’autunno,

e un senso di limite mi assale

Tu, prigioniera appari di una forma

Io, in silenzio ti contemplo

E all’improvviso si accostano colori,

spirali di colori in movimento

gialli, rossi, arancio, cangianti e luminosi

Si avvolgono in volute sempre più ampie, circolari

E nascono forme, forme viventi….

….sono rose, infinite rose…..

Si accendono o si spengono

in un gioco dolce, leggero, eterno

e una di loro tu sei, piccola rosa!

Non più prigioniera d’incantesimo,

non più una rosa o questa rosa

Ora tu sei LA ROSA ed io ti porto in me!

Hai tu la minima idea di questa magia

piccola rosa bianca?

*

( Marzia )

 

 

ARTE, POESIA

PENSARE CREATORE

LA FILOSOFIA DELLA LIBERTA'

Questo è il tempo di Michael, l’Arcangelo della luce del pensiero. Pochi sanno cosa questo significhi, perché pochi sanno cosa sia veramente il pensare. In un mondo dove il materialismo si impone come greve mantello sull’uomo rendendolo sempre più miope, l’anelito dell’anima assetata di spirito cerca acqua viva, e l’acqua vivente che zampilla sono i pensieri che si tuffano nell’essenza spirituale eterna delle cose per accendere e dare vita alla percezione.

Michael attende che l’uomo comprenda questo mistero!

Credo che il testo che più di ogni altro aiuti l’uomo in questa comprensione sia la “Filosofia della Libertà” e allora, per onorare l’Arcangelo del pensare, nei limiti delle mie possibilità, provo a muovere qualche passo in questa direzione.

La prima parte della “Filosofia della Libertà” viene sintetizzata dal suo autore Rudolf Steiner, anche con le parole “monismo di pensieri”, monismo inteso come unità.

Perché cosa sono e da dove derivano tutti i pensieri che spiegano il mondo?

Sono pensieri che stanno alla base del creato e sono stati pensati dal Pensatore supremo. Gli antichi greci l’hanno chiamato Logos: il Pensatore artistico e creativo per eccellenza.

Anche nel vangelo di Giovanni troviamo questo nome: “Nel principio era il Logos”, all’inizio di tutto ci fu, c’era e c’è sempre il pensare creatore.

Tutto l’apparire del mondo fisico nella sua magnificenza è iniziato da processi di pensiero. Cosa sono le cose? Concetti del Logos, idee del Logos, pensieri del Logos.

Cos’è una margherita? Un pensiero. Cosa sono un leone, un albero, un gabbiano? Pensieri.

Più allarghiamo il bagaglio delle percezioni e più ci addentriamo in questo mondo unitario di pensiero che ne sta alla base e che avvolge il mondo in un velo luminoso, in un monismo di pensieri che crea la realtà. Il credere che la realtà sia data dalla materia percepita è solo maya, illusione.

Anche noi, esseri umani fatti a immagine e somiglianza del Logos, partecipiamo a questa facoltà creativa artistica che è il pensare: un aquilone, una casa, un aereo sono strutture di pensiero realizzate dal pensare umano.

L’allenamento di questa attività, l’uomo lo esercita nel pensare le cose che sono già state pensate dal Logos, si muove nella perfezione dei pensieri divini ed impara a combinare questi concetti dati, in maniera nuova, divenendo a sua volta un dio nel creare nell’elemento della materia.

Se però l’uomo si limitasse a pensare e a muoversi solo nell’ambito fisico materiale, non avrebbe nessuna possibilità di esercitare la sua libertà, la sua creatività, perché questo campo è dominato dalle leggi di natura.

Nessuno è libero di creare una viola a modo suo, ma siamo determinati, in un certo senso, da quella struttura di pensiero che il Logos a messo a base della viola; possiamo al massimo manipolare quello che già c’è ma niente di più, e così è per tutte le cose create.

In questo monismo di pensiero non c’è spazio per la libertà creativa dell’essere umano.

Allora ci deve essere un’altra dimensione, una seconda dimensione del pensare che dà la possibilità a me, creatura del Logos, di immettere qualcosa nel mondo che ancora non c’è.

E che cosa crea l’uomo in assoluto perché prima non c’è mai stato?

Ciò che fa lui individualmente nella sua vita, nei momenti in cui non imita nessuno e non segue alcuna norma generale o comandamento, perché ogni situazione di vita è unica e irripetibile, non ci sono due situazioni di vita uguali.

Si tratta di capire in che modo questa unicità realizza, partendo dal bagaglio dei suoi pensieri e delle sue conoscenze, la realtà della sua vita, come crea, ad esempio, la realtà della Libertà, perché la Libertà è qualcosa che l’uomo crea, e se non la crea lui, non c’è.

Ognuno ha tanta libertà quanto ne crea, quanto ne realizza, non ci sono limiti alla realizzazione della libertà.

L’uomo è l’unico essere continuamente in bilico tra il bene e il male, teso verso un equilibrio sempre precario, sempre da riconquistare. Questo gli da la possibilità di scegliere continuamente tra queste due forze e questa scelta è la libertà.

L’uomo nel suo vivere si sperimenta libero non quando ubbidisce a delle leggi o si rivolge a norme di comportamento generali, perché sarebbe solo un copiatore, un esecutore.

Però l’essere umano sa che ha la possibilità, la potenzialità di cogliere, in determinate situazioni, l’intuizione per creare qualcosa di assolutamente nuovo.

Non necessariamente dovrà trattarsi di qualcosa di straordinario. Anche un incontro tra esseri umani potrebbe diventare una creazione artistica per quanto di attenzione, coscienza, interessamento vero verranno espressi in quel momento. Un incontro così non c’era mai stato, ne mai ci sarà, se creato in quel momento in maniera assolutamente nuova e libera.

Anche in un processo di pensiero voluto e creato dall’energia dell’anima e dall’intuizione pensante si sperimenta la libertà, perché è nel pensare che siamo massimamente liberi.

Ogni intuizione si manifesta alla coscienza per mezzo di un concetto, un concetto come tutti gli altri, ma si saprà di averlo creato intuitivamente in quel momento, non copiando nulla, non ripetendosi, non ubbidendo a nessuno: sarà una creazione dal nulla, nuova.

E questa possibilità, che è una delle più importanti per l’essere umano in quanto gli dà la facoltà di sperimentarsi creatore in modo intuitivo, unico, Steiner la chiama “individualismo etico”.

Due parole che di primo acchito sembrano difficili, lontane, ma che in realtà sono una potenzialità dell’anima umana. Creazione libera, individuale: basta lasciarla fiorire nella Luce del Logos ed esserne coscienti!

MICHELE - La Via del Pensiero, SCIENZA DELLO SPIRITO

SONETTO

rosa-dinverno-

Quelle ore che con delicato lavoro plasmarono
l’amabile sembiante su cui ogni occhio indugia,
saranno implacabili verso la loro opera
ed abbruttiranno quanto magicamente splende:
perché l’inarrestabile tempo guida l’estate
verso l’orrido inverno e ivi la sommerge;
linfa stretta dal ghiaccio e vive foglie cadenti,
bellezze sepolte da neve e squallore ovunque.
Se allora non rimanesse l’essenza dell’estate,
liquida prigioniera fra pareti di vetro,
l’eternarsi della bellezza finirebbe con la stessa
e non ci resterebbe nemmeno un suo ricordo:
ma i fiori distillati, pur colpiti dall’inverno
perdon solo l’apparenza: dolce ne vivrà il profumo.
–
(Shakespeare)

(32) ISIDE-SOPHIA La stessa Via del Pensiero rischia... - Piero Cammerinesi -


ARTE, POESIA

SULLA FIDUCIA

bimbo pugno

Durante la lettura di un testo mi ha colpito questa frase:

“Vivere nel tempo è il coraggio di dare fiducia all’esistenza”.

Mi sono chiesta: quali motivi ho di dar fiducia all’esistenza? Come accetto ogni fatto che la vita mi porta incontro? Ci sono in me delle forze che mi sostengono e mi guidano, o vivo il più delle volte in una sottomissione impotente?

Il concetto moderno di fiducia o di fede è molto rarefatto, quasi inesistente al confronto dell’enorme forza che arrivava all’uomo dell’antichità, quando si affidava alle divinità che lo guidavano dall’esterno e interagivano con lui nella vita e nella morte.

Se invece veniamo al concetto di pìstis, che troviamo nel Nuovo Testamento, si inizia a percepire un’inversione di enorme importanza.

Non si tratta più di aver fiducia in una forza spirituale esteriore all’uomo, ma la fiducia inizia a partire dall’interiorità stessa, diventa una forza, una saldezza interiore che è affine alla posizione salda dello stare in piedi, dell’essere radicati in sé.

Risuonano le parole del Cristo ”… Va, la tua fede ti ha salvato….” , ma in questa fede troviamo ora forze umane, assolutamente nuove, capaci di fare miracoli.

L’esistere, cioè il percorso di vita che va dalla nascita alla morte, porta con sé inevitabilmente molti rischi. Se l’uomo volesse già in partenza assicurarsi di non rischiare nulla, non si incarnerebbe mai, perché ogni incarnazione, dal punto di vista della coscienza normale, è una scommessa pericolosa.

Cosa spinge invece l’uomo a cercare sempre nuove conoscenze, nuove esperienze, nuovi percorsi, persone nuove, luoghi nuovi ? Ci sono motivi validi per farlo o sono solo frutto di impulsi irrazionali, solo brama di vita?

Escludendo il “caso”, che per me è solo una parola senza senso e osservando il mio vissuto posso dire che ogni cosa che mi è venuta incontro nella vita in qualche modo mi apparteneva, e se finora me la sono cavata, se sono ancora qui, questo significa che ci sono in me tutte le forze per orientarmi, soppesare, valutare le cose, a man mano che mi si presentano.

La seconda considerazione mi dice che se io non avessi mai fatto l’esperienza di essere uno spirito pensante, avrei motivo di non aver fiducia, perché avrei l’impressione di brancolare nel buio davanti ad ogni decisione da prendere.

Ma io so di aver a disposizione la luce del pensare, l’ho sempre usata, perché essere uomini significa essere capaci di affrontare con il pensiero qualsiasi fattore, e questo pensare voluto ed esercitato con coscienza, lo riconosco sempre più come l’attività centrale del mio spirito, del mio Io.

Inoltre, in questo pensare, trovo anche una forma di amore di profondità che unisce tutti gli esseri umani….”Solo perché gli individui umani fanno parte di un unico spirito possono vivere gli uni accanto agli altri….”   Capire questo diventa un ulteriore motivo di fiducia!

So anche di fare sempre solo quello che posso, quello che è nelle mie facoltà; ciò che non posso affrontare nessuno lo può pretendere da me.

Dove trovo dunque la fonte della fiducia? In me stessa, nel mio Io, nel mio pensare!

Questo Io che, quando viene portato a coscienza, mi dà la massima fiducia, non è un’invenzione dell’uomo, ma è una forza cosmica che vive in ogni essere umano.

E’ però una forza che non si impone, che rispetta la libertà dell’uomo, chiede però l’impegno cosciente di volerla conoscere ed usare.

In altre parole, ogni essere umano, in quanto Io, o in quanto alberga in se il Logos, ha in mano tutti gli strumenti di cui ha bisogno per affrontare la vita.

La forza dell’Io non sta nel conoscere in partenza quale effetto sortirà da ogni causa, perché allora non si tratterebbe di fiducia. Se io volessi conoscere le conseguenze di ogni mio atto prima di attuarlo, questa non sarebbe fiducia ma sfiducia.

Invece il credere in me, nelle mie potenzialità, questo mi da coraggio e mi rende attiva!

Anche l’interagire con un altro essere umano, richiede principalmente che io abbia fiducia in me stessa, perché non posso sapere cosa salterà fuori dall’altro, e so che potrò pretendere il massimo solo da me. Se dall’altro mi arriverà del bene lo considererò un dono, in ogni caso saprò difendere la mia dignità!

So di avere abbastanza libertà da poter decidere di momento in momento, di situazione in situazione, il modo migliore e unico di pormi di fronte al mondo per interagire al meglio con esso.

Potrò sbagliare una, cento, mille volte, ma alla fine l’importante sarà ciò che avrò imparato da tali errori e il riconoscere di aver sbagliato mi salverà.

L’uomo è strutturalmente l’essere che nell’esistenza terrena se la può cavare sempre se vuole e se non omette di coltivare le forze che sono insite nella natura umana; quindi nella mancanza di fiducia si può vedere anche una sorta di pigrizia, di inerzia: per fare il minimo possibile, per non rischiare nulla.

Solo se avrò conquistato una profonda fiducia in me stessa saprò e potrò dare fiducia all’altro, senza correre il rischio di cercare, in chi mi sta vicino, solo un appoggio passivo.

Non ci dovrebbe mai essere motivo di revocare la fiducia a nessuno, però siamo fatti apposta per incoraggiarci a vicenda e per spronarci a vivere sempre più all’altezza delle possibilità umane.

Ognuno dovrebbe sentire nel profondo, il mistero e la responsabilità di portare in sè un frammento di cielo e se quel cielo ha dato la massima fiducia all’uomo, in quella fiducia e in quella saldezza l’uomo deve trovare il coraggio di vivere.

SCIENZA DELLO SPIRITO

IL CONTADINO DI JASNAJA POLIANA

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(V. Bulgakov e L. Tolstoj – 1910)

*

La storia del conte Lev Tolstoj non può certo venir raccontata e racchiusa in poche pagine, perché la sua anima ha i confini della Grande Madre Russia. Fu scrittore, inventore di “destini”, filosofo rivoluzionario, ma forse anche un nevrotico e un visionario di razza tutta speciale, come solo poteva essere un aristocratico russo del suo tempo.

Il grande amore per il popolo russo, il prodigarsi per alleviare la sua miseria e la sua sofferenza, fanno di quest’uomo una icona da ammirare, ma anche un’anima dalle mille sfaccettature che porta in sé bagliori di un’epoca futura.

Vorrei oggi riportare un episodio inedito della sua vita, riferito a Stoccarda nel 1930 nel corso di una convegno sul grande scrittore, che racconta e illumina la qualità della sua ricerca.

Era giunto a Stoccarda da Parigi il professor Bulgakov, invitato a parlare del “grande vecchio di Jasnaja Poliana”. Venne presentato, con una certa magniloquenza, come amico dello scrittore, ma lui si schernì dicendo che i grandi come Tolstoj non hanno amici come lui; egli era semplicemente il suo segretario.

Questa introduzione, pronunciata con uno spiccato accento russo, incuriosì l’uditorio e l’oratore iniziò a parlare dell’infanzia di Tolstoj.
Disse che da ragazzo egli giocava con i suoi fratelli ed era particolarmente legato a Kolia.
Un giorno i bambini stavano sulla collina, alla quale avevano dato il nome fantasioso di “
colle fanfaronico”, quando d’un tratto Kolia disse: “Zitti, ascoltate, ho udito qualcosa.” “Che cosa?” chiesero gli altri. “Sì, qua sotto, in fondo, c’è una bacchetta di cristallo verde sulla quale stanno scritte tre parole…..a chi è capace di udire queste parole si aprono i segreti dell’universo.”
I bambini si misero in ascolto, ma non riuscirono a sentire nulla. Rimasero però fortemente impressionati e si proposero,
nel corso della vita, di scoprire quelle tre parole.
In seguito i fratelli si dispersero e
Tolstoj perse di vista Kolia.

Ma quando questi si ammalò di tisi, Lev lo raggiunse nella Francia meridionale per essergli vicino negli ultimi giorni di vita. L’antico legame che li univa da bambini si riaccese e quando il fratello chiuse gli occhi, a Tolstoj balenò alla mente con una specie di subitaneo sgomento la domanda……!

Egli aveva dimenticato di chiedere al fratello la spiegazione di ciò che, fin dagli anni giovanili, aveva silenziosamente occupato i suoi pensieri: che cosa c’era scritto su quella bacchetta verde? Il fratello adesso era morto portandosi dietro nell’eternità le parole misteriose….

Molti anni dopo, ormai vecchio, il “contadino eretico di Jasnaja Poliana” come molti lo chiamavano, era divenuto sempre più solitario.
“Un giorno – prosegue Bulgakov – la gente era riunita nella sala di soggiorno di Jasnaja Poliana, quando entrò Tolstoj con i begli occhi scintillanti come se gli fosse accaduto qualcosa di grandioso.
“Sapete che cosa ho scoperto? Sapete che cosa s
o?”

E poiché tutti tacevano pieni di aspettativa, disse finalmente:“Ora so cosa c’era scritto sulla bacchetta verde! Che io non lo avessi mai supposto prima! Sono le tre parole che Giovanni, vecchio e debole, ormai quasi incapace di parlare, ripeteva continuamente a Patmos: “Figlioletti, amatevi vicendevolmente”.

Le persone che lo osservavano in quel momento erano illuminate dai suoi occhi seri e chiari davanti ai quali nessuno osava pronunciare parole non veritiere.
In quello sguardo ora vedevano qualcosa di più: l’adempimento della sua vita.

ALTRO

L'ASCESA DELL'ANIMA

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Il grande Socrate presenta l’ascesa dell’anima attraverso svariate allegorie, la più celebre delle quali è quella del mito della caverna scritto da Platone nel settimo libro della Repubblica.
Platone, come ben sappiamo, è la voce di Socrate dato che “ il padre della filosofia” ha prediletto il parlare allo scrivere. Di Socrate nessun manoscritto è mai saltato fuori dalla sabbia di qualche deserto o dal fondo di una biblioteca.
Sembra proprio che, nonostante il passare dei millenni, il mito della caverna sia sempre di grande attualità!

Degli uomini incatenati in una caverna con la schiena rivolta all’entrata, non possono vedere che le ombre che si disegnano sul fondo dell’antro che è la loro prigione. Non avendo mai visto altro del mondo esterno che queste ombre, immaginano che che esse costituiscano l’unica realtà.

Uno di questi prigionieri viene slegato, viene fatto girare fino a vedere la luce. Anchilosato e abbagliato, l’uomo comincia a soffrire e a non distinguere più niente.Deve poi scalare  l’interno della montagna per risalire verso un’apertura dalla quale provengono dei raggi della luce del giorno, ascensione difficile e particolarmente terrorizzante ma una volta uscito e arrivato alla luce, non può sopportarne lo splendore.

Deve quindi abbassare gli occhi e cominciare col guardare le ombre, i riflessi, i chiarori lunari e notturni prima di poter affrontare quella luce troppo forte per le sue forze.
Alla fine arriverà a vedere il Sole e comprenderà che esso governa il mondo.
Dopo aver avuto accesso alla visione ed alla comprensione della realtà,
attraverso una progressione lunga e laboriosa, se ritornerà dai suoi antichi compagni per spiegarla, si scontrerà con le loro risate, il loro scherno e ben presto con il loro odio.
Essi, se potranno, lo uccideranno.

Simbolo dell’avventura socratica, l’allegoria mette in evidenza il contrasto tra due realtà:quella delle ombre, che costituisce la realtà ordinaria dell’uomo, e un’altra realtà, incomparabilmente superiore, che permette di illuminare la prima in seguito alla comprensione del mondo soprasensibile al quale si accede solo a prezzo di una lunga e faticosa ascensione.

L’allegoria insiste sulle dure prove della salita e sulla difficoltà di comunicare agli altri la vera realtà che si è contemplata, perché essa si realizza unicamente in un’ esperienza spirituale, non riducibile a dimostrazione empirica.

Quello di Socrate è un invito alla ricerca, l’invito ad un lavoro su se stessi, che intuiamo come diventi sempre più urgente per il bene di tutti.

I veri filosofi, dice il Socrate della Repubblica, sono coloro che amano contemplare la Verità, e questa Verità non potrà mai venir raccontata in parole.

Per cercare di capire cosa intenda qui Socrate, possiamo fare l’esperienza che nessuna descrizione di una vera opera d’arte potrà mai suscitare in noi ciò che provoca il poterla contemplare. Nessuna dotta spiegazione potrà mai paragonarsi al contatto diretto con l’opera.

Si può proprio asserire che “la Verità è uno spettacolo”, e spettacolo può diventare tutto il mondo intorno a noi se guardato con occhi diversi.

La Verità è “il reale”, è la “realtà delle cose”, ma questa realtà si trova oltre la parvenza, si trova quando la parvenza, grazie al pensare, diventa essenza.

La conoscenza autentica non è dunque comunicabile, non può essere dimostrata, dal momento che può venir colta solo in una visione spirituale che presuppone una lunga preparazione.

Solo a pochi grandi iniziati è data la facoltà di saper trasporre in chiari concetti quanto percepito nello spirituale, per poterlo comunicare a chi ha fame e sete di verità.

ALTRO

DELLA DIGNITA’ DELL’UOMO

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L’uomo, l’eterno viandante in continua mutazione, colui che costruisce e distrugge, che crea e vive grandezze e miserie, l’unico essere che racconta la sua storia sempre e solo a se stesso in cicli senza fine, quell’uomo, ogni tanto, dovrebbe ricordarsi di risollevare il capo e riconoscersi per quello che veramente è nel suo profondo.

Le scienze umane e biologiche dichiarano l’uomo un ente tra gli enti, un fenomeno naturale qualunque da spiegare, come per tutti gli enti, con vari predicati: la roccia è….la pianta è… l’atomo è… l’uomo è…. prendendo sempre troppo poco in considerazione il fatto che è l’uomo stesso che pone in questione gli enti e che domanda “che cos’è” oppure “chi sono io” e che senza di lui non sorgerebbero ne domande ne risposte.

Accanto ad un modo opaco, banale, piatto, di considerare l’essere umano ente tra gli enti, ce ne può essere un altro dove viene ricercata e posta in luce la sua potenziale grandezza, la sua dignità e la sua bellezza: l’umanesimo.

Un famoso tentativo in questo senso, il primo da prendere in considerazione perché considerato l’umanesimo per antonomasia, è stato fatto nel quindicesimo secolo, nel Rinascimento italiano da Pico della Mirandola, dove l’uomo venne invitato con forza a risvegliarsi a se stesso per diventare artefice e padrone del suo destino.

Venne esaltata la libertà dell’essere umano e ci fu il riconoscimento dell’assenza in lui di una natura stabile e definitiva. Ne emerse un essere che si auto- costruisce attraverso uno sforzo cosciente teso alla propria evoluzione.
Sembra che l’Umanesimo appaia in alcuni momenti storici precisi, in situazioni di crisi; è come una Luce che s
a dare nuovo vigore e linfa al cuore e alle azioni umane. Appare…… e poi sfugge nuovamente dalla coscienza dell’uomo.

Ogni umanesimo comporta , in modo più o meno esplicito, una definizione o un’immagine della natura e dell’essenza umana, un tentativo di conoscerla più in profondità.
Nel nostro tempo,la riscoperta dell’Uomo come centro dell’universo, bussa alle coscienze attraverso l’Antroposofia (saggezza o coscienza dell’Uomo) di Rudolf Steiner, ma pochi, sempre troppi pochi esseri umani sanno comprendere l’importanza e l’urgenza di usare per se stessi e per il mondo questo dono.
Pico, nacque a Mirandola il 24 febbraio 1463 e tutta la sua breve vita fu un inno all’intelligenza umana e alla conoscenza. Dotato di un’instancabile curiosità si interessò a tutte le materie, partendo dai classici greci e latini, restando però massimamente fedele alla Filosofia.

Fu un uomo eccezionale, estremamente dotto, che credette così fortemente nell’umano da venir considerato ancor oggi quasi un “manifesto” dell’Umanesimo Storico.Nulla sfuggiva alla mente e al pensare del giovane prodigio.
Secondo la descrizione del nipote, era di aspetto nobile, alto di statura e col carnato pallido “sparso graziosamente di porpora”, gli occhi grigioazzurri e biondo di capelli.

Fu un allievo diligentissimo e si dedicò ardentemente agli studi umanistici: il suo costante esercizio gli procurò quella straordinaria rapidità di apprendimento e di memoria per cui soltanto viene, disgraziatamente, ricordato dai più.
Ad appena 23 anni, decise di organizzare a Roma una grande disputa (ovvero una sorta di convegno internazionale, a cui dovevano partecipare tutti i più grandi sapienti dell’epoca, invitati anche a sue spese) sul tema della pax philosophica.
Il giovane conte di Mirandola avrebbe dimostrato, alla presenza
di dotte persone e del pontefice invitato per l’occasione, che sarebbe stato possibile, tramite il dialogo e la discussione, mettere tutti d’accordo sia sul piano filosofico che teologico.
Preparò novecento Conclusiones (tesi) poi andò a Roma dove il 7 dicembre 1486 uscirono a stampa le tesi
e fiducioso attese che il pontefice accordasse l’autorizzazione.
La cosidetta Oratio de hominis dignitate, il famoso discorso sulla dignità dell’uomo, doveva costituire la prolusione
al convegno romano.

Queste le parole con le quali Pico avrebbe voluto iniziare il suo lungo discorso:

“Lessi, reverendissimi Padri, in documenti arabi, che, interrogato Abdala Saraceno su che cosa in questa per così dire scena del mondo vi fosse di più straordinario da ammirare, rispose che non vedeva niente di più meraviglioso dell’uomo. E a questa risposta s’accorda pienamente quell’esclamazione di Mercurio: grande miracolo, o Asclepio, è l’uomo!”………

Ma nel gennaio 1487 il permesso alla pubblica disputa venne sospeso. Il papa Innocenzo VIII nominò una commissione per esaminare le tesi. Tredici vennero incriminate: tre dichiarate eretiche e le altre in odore di eresia.
Il 31 maggio Pico tentò una difesa delle tesi, scrivendo una Apologia, ma non riuscì a convincere i suoi interlocutori. Ai primi di agosto, il pontefice condannò le tesi in via definitiva.

A Pico non restò che abbandonare Roma per rifugiarsi in Francia. Nel gennaio 1488, su richiesta del papa, Pico fu arrestato, portato a Parigi e imprigionato nella fortezza Vincennes. A Marzo, grazie all’appoggio dei suoi amici e di Carlo VIII, venne rilasciato: pote così tornare a Firenze, ospite di Lorenzo de’ Medici.

Ora, tornando al discorso di apertura di quel convegno che non pote mai aver luogo, vorrei riportare uno stralcio di quei pensieri, (scritti allora in un dotto latino), che fortunatamente sono giunti fino a noi, per ricordarci come Pico intendeva la vera dimensione Umana che racchiude in se potenzialità infinite, dignità e libertà.

Il Dio Sommo, dopo aver creato il cielo e la terra, si accinge a creare l’uomo e Pico lo descrive con questi pensieri:

<<……..Prese allora l’uomo, opera di aspetto indefinito, e postolo nel mezzo dell’universo, così gli parlò: “Non ti abbiamo dato ne una sede determinata, ne un aspetto tuo proprio, ne alcun dono speciale, o Adamo, perché quella sede, quell’aspetto che tu in sicurezza avrai bramato, tu, per tuo desiderio, per tua decisione ce li possa avere e possedere.
Per tutti gli altri la loro natura già di per s
e definita è costretta entro leggi da noi prescritte: tu, non costretto da nessuna limitazione, di tuo libero arbitrio, sotto la cui potestà ti ho posto, te la determinerai da solo. Ti ho collocato nel mezzo del cosmo perché tu avessi maggior agio di guardarti attorno quel che c’è nel mondo. Non ti abbiamo fatto ne celeste ne terreno, ne mortale ne immortale, affinché di te stesso quasi arbitrario ed onorario plasmatore ed artefice, ti componga nella forma che avrai preferito. Potrai degenerare in quelle inferiori, che sono brute; potrai, per tua intima decisione, rigenerarti nelle superiori che sono divine”.
O somma liberalità di Dio Padre, somma e mirabile fortuna dell’uomo! A cui è dato d’avere quello che desidera, d’essere quello che vuole……..>>

Pico della Mirandola morì il 17 novembre 1494, a soli 31 anni d’età, di una malattia repentina e perniciosa…….molti sussurrarono che fosse stato avvelenato…..forse per aver troppo creduto nell’umano!

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

I MONTI PALLIDI

dolomiti

Le Alpi, ma particolarmente le Dolomiti, sono lo scenario dove io sono nata, cresciuta e dove sto vivendo: la mia Heimat, la mia terra.

E dell’anima di questa terra vorrei far conoscere un frammento.

Come? Raccontando una fiaba tratta dalla raccolta “I MONTI PALLIDI”.

dol

Nelle due isole ladine delle Dolomiti e dei Grigioni, ma specialmente nelle vallate tra Bolzano e Belluno, si trovavano ancora, alla fine dell’ottocento, tracce di una antichissima poesia ladina la quale, nel tempo, si diffuse per tutte le Alpi. Documenti meravigliosi di una ingenua poesia pastorale, ma anche scampoli di saggezza e di spiritualità che venivano conservati e tramandati, nel corso dei secoli, da persone umili nate e cresciute nella magia delle Dolomiti: i monti pallidi.

Solo i pastori sentono di più l’incanto delle solitudini e il fascino delle vette, e l’anima di questa gente di montagna aveva saputo trasformare e rendere leggenda il mondo che la circondava.

…..Il sorgere del mitico regno dei Fànes, la leggenda del castello reale sui Cunturines, la principessa Dolasilla che dorme incantata nel lago di Braies, la storia di Soreghina “filo di sole”, che muore dolcemente a mezzanotte per un suo perduto amore, il valoroso guerriero Ey de Net….. …

sono solo alcuni dei personaggi e dei fatti che si incontrano nel libro.

Questi racconti vennero raccolti, girando tra le valli delle Dolomiti, da Karl Felix Wolff, poeta, giornalista e antropologo bolzanino che, pazientemente ascoltava, raccoglieva, e ricostruiva i racconti di queste persone umili, dando vita ad un testo che venne presentato al pubblico per la prima volta nel 1913, dieci anni dopo l’inizio della sua ricerca.

Il racconto che ho scelto per voi, amici di Eco, si intitola:

IL PASTORE DEL MONTE CRISTALLO

Sul monte Cristallo, che spicca nel cielo di Cortina d’Ampezzo come possente pallida guglia e che d’inverno, ricoperto di neve, brilla nel sole come puro cristallo, c’era una volta un magnifico castello reale, dalle cui torri si dominava la valle e si vedevano le vette lontane e i ghiacciai della Marmolada.

In quella reggia abitava una principessa bellissima e aggraziata, alla cui mano molti figli di re avevano aspirato: ma tutti erano tornati indietro mortificati e non si erano più fatti vedere.

La principessa si divertiva a respingerli tutti, proponendo loro come condizione del suo consenso un quesito che nessuno sapeva risolvere.

Si trattava di raccontare una storia che la riguardasse, che ella non conoscesse, ma che fosse verosimile. Trovare una simile storia come era possibile?

E poi, appena un pretendente cominciava a narrare, la principessa lo guardava fisso con i suoi begli occhi azzurri così scrutatori, che l’infelice si confondeva, perdeva la testa e il filo del discorso.

Comunque erano sempre favole troppo incredibili.

Vicino a lei, inoltre, stava sempre il cerimoniere di corte, il quale con abili domande sapeva confondere il narratore e farlo cadere in una serie di contraddizioni.

Un giorno, la principessa udì cantare da uno dei cavalieri del castello una canzone che le piacque molto e gli chiese se fosse una sua composizione. Il cavaliere rispose di no; la canzone era di un pastore del quale non si sapeva la provenienza e che diceva di chiamarsi Kristal.

La principessa volle sapere di più su questo pastore e si rivolse al cerimoniere per avere notizie.

“ Sì, rispose questi, lo conosco bene. Era un pastore come tutti gli altri, ma da quando per caso ha visto voi, principessa, cogliere fiori in un prato, è diventato poeta e tutto il giorno va in giro per i boschi componendo canzoni. La gente dice che è innamorato di voi alla follia, e deve essere vero.

Una volta è venuto qui a presentarsi come pretendente, dicendo che sapeva una storia che vi riguardava. Ho dovuto farlo mandare via dalle guardie: non potevo presentarvi, come aspirante alla vostra mano, un pastore!”

La principessa andò in collera e fece al cerimoniere una lavata di capo. Gli disse che non toccava a lui scegliere i suoi pretendenti, che questo riguardava soltanto lei. E per suo ordine Kristal il pastore fu subito avvertito che poteva andare al castello per raccontare la sua storia.

Kristal non se lo fece ripetere due volte e il giorno seguente si presentò alla porta del castello.

Le guardie lo condussero nella grande sala dove la principessa ed il cerimoniere e le sue dame, lo aspettavano con molta curiosità. La principessa fissò su di lui i suoi grandi occhi azzurri ed il suo sguardo era amichevole, senza un’ombra della solita ironia.

Kristal cominciò a parlare:

“Nobile principessa, quel che racconterò è avvenuto in un luogo molto lontano da qui, molto lontano da tutti i paesi della terra: nei campi dei Beati.

Tutti noi, prima di nascere, abbiamo vissuto nei campi dei Beati, ed eravamo felici perché non sapevamo che il nostro destino ci avrebbe chiamato a diventare uomini sulla terra dove avremmo dovuto stentare e soffrire. Lassù ciascuno di noi aveva un dovere da compiere. Voi, nobile principessa, eravate una regina, e tutti i sudditi vi amavano per la vostra bontà e la vostra giustizia. Ma quello che ammiravamo di più in voi erano i vostri meravigliosi occhi, che nessuno poteva guardare senza sentirsi immensamente felice.

Io ero un cavaliere, ma un giorno scelsi di fare il pastore per poter passare ogni giorno con i miei agnelli sotto le finestre del castello, per dare il buongiorno alla mia regina, suonando con il corno un’arietta allegra. Questo era in tutto il giorno la mia gioia più grande e credevamo che sempre sarebbe stato così.

Ma un bel giorno un Angelo venne ad annunziarci che presto saremmo dovuti scendere sulla terra.

Tra coloro che dovevano scendere Egli cercò i più meritevoli e, dopo aver scelto la regina e me, ci permise di esprimere un desiderio che sulla terra sarebbe stato esaudito. Io ero vicino alla regina e vedevo i suoi meravigliosi occhi azzurri d’una luce così bella, che pregai con sincero desiderio:

“Possa ella sulla terra conservare questi begli occhi”.

L’Angelo approvò con un cenno del capo la mia preghiera, e si rivolse alla regina che aveva ascoltato sorridendo. Anch’ella non domandò nulla per sé ma, per ricompensarmi, chiese all’angelo che sulla terra venisse esaudito il mio più grande desiderio.

Di nuovo Kristal s’interruppe, di nuovo riprese:

“Vedete nobile principessa, la mia preghiera è stata esaudita perché voi avete sempre gli stessi occhi che avevate nei campi dei Beati, ma se l’Angelo abbia accolto anche la vostra domanda e voglia esaudire ora il mio desiderio più ardente, io non lo so”.

E Kristal tacque.

Le dame si guardavano di sfuggita, mentre la principessa fissava il pastore in silenzio, meravigliata.

Allora il cerimoniere prese la parola e riconobbe che il racconto non usciva dai limiti delle tre condizioni: riguardava la principessa, era un fatto che lei non conosceva ed era credibile, perché chi può sapere quello che è avvenuto o non è avvenuto nei campi dei Beati?

“Ma, continuò rivolgendosi a Kristal, il tuo racconto ha un a grande lacuna. Tutti noi siamo stati un tempo nei campi dei Beati, perché noi non ricordiamo nulla e tu solo ricordi tutto?”

Kristal rimase un po in silenzio e poi rispose con calma:

“Il ricordo di quei luoghi e di quella vita torna alla mente, quando si rivede l’ultima cosa luminosa che si era vista prima del buio che precede la venuta sulla terra.

L’ultima cosa che io vidi furono gli occhi azzurri della mia regina; e quando li rividi, la prima volta che incontrai la principessa, subito mi tornò la memoria perfetta di quei tempi felici”.

Il cerimoniere ammutolì e, per quanto riflettesse, non poté trovare un argomento per contraddire il giovane. La principessa sorrise e lentamente porse la sua mano all’umile pastore.

Con quel gesto gli donò se stessa e tutto il suo regno.

ALTRO

LA SOGLIA

attraversare

In questi tempi in cui la tecnica ci permette di fare tante cose prima mai sognate, paradossalmente, il mondo interiore degli esseri umani rischia di diventare sempre più povero e arido. Se andiamo indietro di due o trecento anni, la vita esterna era molto più semplice, le cose che si potevano fare ed avere erano molte di meno, quantitativamente parlando, e l’uomo viveva con il sentimento che il mondo fosse ancora tutto da indagare e che il futuro racchiudesse in se molte promesse.

Oggi la vita ha subito una forte accelerazione grazie alla tecnologia e alle scienze, ma questa accelerazione può bruciare prematuramente l’uomo e l’illusione del “tutto e subito” ha solo portato al vuoto e alla noia.
“Che altro c’è di nuovo?”

La globalizzazione dell’informazione ha esteso le coscienze sino ai confini della Terra, strappando l’uomo dal chiuso dei suoi piccoli interessi personali, ma questo bisogno di riempirsi ogni giorno di notizie nuove e possibilmente sensazionali, può diventare solo un paravento che nasconde il vuoto dell’anima.

Sembra di sapere tutto, ormai si è assaggiato un po di tutto e nella domanda: “…Che c’è di nuovo?…”  vive non solo la noia ma anche un elemento di paura, una paura indistinta, forse più subconscia che conscia, dovuta al fatto che tutto appare scontato, manifesto, appiattito.

L’essere umano ha perso la capacità di stupirsi o meravigliarsi per qualcosa; è fiero del suo realismo e così scompaiono lo slancio e la sorpresa.
La frenesia insaziabile che spinge l’uomo moderno ad accelerare sempre più i ritmi della vita fino a stordirsi, fa sorgere la passione per un limite sempre più estremo.

Nella gioventù, in particolare, c’è oggi la tendenza a voler avvicinare sempre più il limite delle forze fisiche. E’ la ricerca del brivido dovuto al pericolo-limite, che si accompagna alla forza, alla velocità, al rischio, qualunque esso sia purché porti in sé un‘emozione intensa.

Il limite assoluto della vita è la morte e dunque in questa spinta verso l’estremo, l’uomo ha il desiderio di far propria anche la soglia di tutte le soglie, quella frontiera che determina il confine fra due mondi: quello sensibile e quello soprasensibile.

L’esperienza di soglia per eccellenza è quella del limite verso lo spirituale!
Questa tensione sarebbe in se stessa profondamente religiosa, ma poiché l’uomo si è estraniato dal religioso, va a concentrarsi e manifestarsi nella ricerca del limite nel mondo fisico.

Nell’inconscio però, permane il desiderio di incontrare “l’altra soglia”, perché questo mondo diventa sempre più angusto e l’anima umana non si può comprimere più di tanto.
Il livello della fede o della pietà tradizionale, non bastano più a chi è riuscito a portare a coscienza il vero bisogno dell’anima che anela a quella soglia: “Ho bisogno di spazi nuovi, luminosi e immensi!”... E mondi luminosi e immensi attendono il risveglio dell’uomo per essere da lui conosciuti e amati.

L’essere umano d’oggi avrebbe bisogno di poter indagare il mondo invisibile che ci circonda, con la stessa scientificità, con la stessa forza penetrante del pensare che il suo spirito ha esercitato ormai da secoli riguardo al mondo visibile.

In un tempo in cui l’umano sembra esaurito nella immagine fisica che la scienza e la tecnologia gli attribuiscono, ogni anima, anche se non lo sa, vorrebbe lasciarsi narrare dagli Angeli quanto è bello e importante essere Uomo… perché lui l’ha dimenticato!

ALTRO

I TRE PASSI NELLA CONOSCENZA

FILOSOFIA DELLA LIBERTA' R. STEINER LATERZA 1919.

“La difficoltà principale nella spiegazione delle rappresentazioni viene trovata dai filosofi nella circostanza che noi stessi non siamo le cose esterne, e che tuttavia le nostre rappresentazioni devono avere una forma corrispondente alle cose. A un più preciso esame risulta però che tale difficoltà non esiste per niente. Certo noi non siamo le cose esterne, ma con le cose esterne facciamo parte di un unico ed identico mondo.”

Partendo da questi pensieri della “Filosofia della Libertà” (inizio capitolo VI) vorrei fare delle riflessioni su questo argomento, sempre tenendo presente il principio che dice:

….”ognuno descrive l’albero dal suo punto di osservazione e con i propri pensieri”…

L’uomo, in modo spontaneo, guarda il mondo, lo vede, lo sente, lo tocca, lo annusa e con tutta naturalezza, prima di diventare un filosofo, crede che il mondo materiale che lo circonda sia quello reale.

Questo è un primo modo di conoscere il mondo.

Il bambino gode il mondo proprio così come lo vede e come lo sente….solo che l’evoluzione umana prevede che il bambino cresca e che, divenuto adulto, possano sorgere in lui pensieri, domande e dubbi su quel mondo che lo attornia. Ed inizia a cercare risposte.

Egli può pensare: “Fuori di me c’è il mondo oggettivo che io chiamo mondo della percezione.

Io lo guardo dal di fuori e il pezzo di mondo che, di volta in volta, entra in contatto con me, si imprime in me ed in me rimane come rappresentazione o ricordo.

Del mondo che mi circonda, io posso però cogliere solo l’immagine statica, ed è questa che resta impressa in me, come nella fotografia si imprime solo l’attimo colto dall’obbiettivo.

Di questo mondo materiale non potrò mai raggiungere l’ interiorità, la sua essenza viva, perché mi sento racchiuso nel pezzetto di mondo che chiamo il mio corpo, e questo corpo non potrà mai diventare uno con gli esseri fuori di me. Tra me e il mondo c’è assoluta incomunicabilità.

Io vivo nel mio mondo di rappresentazioni, e posso conoscere solo la fisicità di quanto mi circonda, mai la sua vera essenza.

La “realtà vera” non si concede alla mia conoscenza, non è da me raggiungibile, io ne rimango escluso.

In questo modo però, per me, il mondo si divide, in due parti: il mondo esteriore ed il mondo interiore che ne è la sua immagine riflessa”.

Questo è un secondo modo di conoscere il mondo.

Come gettare un ponte tra queste due realtà? Chi può unificarle?

La risposta, o il grandioso chiarimento che l’uomo attendeva da molto tempo e che ancora oggi solo sempre troppo pochi sanno comprendere, ci viene dato dalla “Filosofia della Libertà”.

E questo può diventare il terzo modo di conoscere il mondo.

Si può pensare: il mio mondo interiore, nel quale ritrovo tutti i posti dove ho vissuto, tutte le persone che ho conosciuto, tutte le esperienze che mi sono venute incontro nella vita, le infinite immagini che ogni momento posso richiamare nella mia coscienza, tutto questo mio mondo di rappresentazioni come lo raggiungo? Lo raggiungo per mezzo della percezione. Esso è per me percezione esattamente come è percezione il mondo esterno, e ambedue devono venir illuminati dal pensare per divenire realtà.

Il pensare è al di sopra di questi due mondi ed è il pensare che crea il concetto di percezione, quando si riferisce al mondo esterno e rappresentazione quando si riferisce al mio mondo interiore.

I concetti che io trovo pensando completano le percezioni che mi vengono incontro sia dalla mia interiorità che dal mondo esterno.

Il pensare, questo tessuto luminoso che abbraccia, riveste, da senso e significato ad ogni percezione, creando così la realtà del mondo, riporta all’unità ciò che per necessità dell’uomo viene frammentato all’infinito nelle percezioni.

Solo il Pensare ricrea, per l’uomo, l’unità originaria fatta di amore e di saggezza….” Egli desta la nascita dello Spirito nel morire della materia”…..

Dunque, il terzo passo sulla via della conoscenza consiste nello “svegliarsi” al pensare, nel riconoscere nel pensare l’elemento vivo nel quale lo spirito dell’uomo e lo spirito dell’universo sono UNO e dove la “cosiddetta materia” può sciogliersi finalmente dall’incantesimo e tornare ad essere Luce!

SCIENZA DELLO SPIRITO

EURITMIA: LA NUOVA ARTE

Avviene talvolta, mentre aspettiamo un treno o un amico, di osservare due o tre persone che parlano tra loro senza poterle udire, perché distanti da noi. Come risaltano, allora, i gesti delle mani, delle braccia, del corpo intero.

In una sala da concerto, se osserviamo sul podio il direttore d’orchestra lo vedremo muovere le braccia, le mani e il tronco, in un gestire che, oltre a dirigere, vuole accompagnare la musica degli strumenti.

Appaiono, questi gesti, come un rattrappito movimento che vorrebbe accompagnare lo scorrere del linguaggio o della musica per rafforzarlo.

Questi movimenti che sfuggono istintivamente alla gente quando parla o quando ascolta o fa musica, appaiono un alcunché di rudimentale, come un residuo atrofizzato di qualcosa di grande.

Ma la loro presenza non può forse alludere ad una forma originaria, in primordiali epoche di evoluzione, quando il corpo, non ancora condensato al livello odierno, si muoveva leggero per accompagnare i movimenti dell’anima?

Potremmo raffigurarcela quest’anima solo candore, solo verginità e calore!

Quali gesti erano degni di accompagnarla mentre esprimeva i sentimenti che sgorgavano da se stessa: meraviglia, devozione, autoaffermazione, amore o nostalgia?

Con quali gesti esprimeva l’irrompere del mondo esterno in lei: il fuoco, il vento, le onde del mare, il lampo e il tuono?

Rudolf Steiner ha individuato l’originario gesto, tutto interiore, da cui si sono sviluppati, nell’udibile, parola e canto e, si potrebbe dire, portando avanti il lavoro della natura, lo ha amorosamente coltivato e sviluppato nella sfera del sensibile secondo leggi oggettive, per donare all’uomo una nuova arte.

Così è nata l’euritmia: parola visibile, musica e canto visibile, gesti che si esprimono usando il corpo umano in movimento, rivestito di veli colorati e leggeri come palpiti di primavera.

Per l’Euritmia ora si trattava di trovare la persona giusta in grado di incarnare e portare nel mondo, per la prima volta, il nuovo dono spirituale.

Ciò avvenne nell’anno 1912 a Berlino.

In una famiglia di antroposofi morì, giovane e inaspettatamente, il padre, un valente ballerino classico.
La moglie Clara Smits, allieva esoterica
di Rudolf Steiner, rimasta sola con la figlia Lory che amava la danza e la ginnastica, si rivolse a Lui per avere dei consigli per la futura vita della figlia.

L’incontro avvenne nella Motzstrasse a Berlino.

Egli chiamò la ragazzina per conoscerla. La osservò a lungo e dal colloquio comprese che attraverso lei il destino chiedeva qualcosa di nuovo.

Fu così che, grazie a una serie di intenti diversi, si potèdare inizio, proprio in quell’occasione, a un’arte del movimento nello spazio, sino ad allora inesistente.

Lory fu subito disposta a qualsiasi sacrificio. Iniziò lo studio dell’anatomia umana, si concentrò sul passo umano, studiò i movimenti dell’antica danza greca, fino ad esercitarsi a scrivere con le dita dei piedi per adattare il suo giovane corpo ad un compito così alto: essere la prima donna ad incarnare l’euritmia!

La scoprirono ad origliare dietro la porta dove il Dottore teneva le conferenze di Antroposofia.

LoriQuando Steiner lo seppe le permise di entrare e di ascoltare il ciclo sulle Gerarchie Celesti….Lory aveva sedici anni!

Nei primi tempi l’euritmia fu praticata ed insegnata in piccolissime cerchie su suggerimenti continui del Dottore, poi la signora Marie Steiner se ne prese cura e, nonostante l’inizio del periodo bellico, la nuova arte crebbe in diffusione ed anche nei contenuti.

Le arti non sono mai nate semplicemente da intenzioni umane concepite intellettualmente, ma sono sempre nate quando vi erano cuori disposti a ricevere impulsi dal mondo spirituale e sentivano la necessità di incarnare questi impulsi, di realizzarli nell’una o nell’altra materia.

Le “ materie” dell’euritmia furono e sono: l’aria e lo spazio……e poi movimenti, colori, suoni musicali, parole e forme….una gioia e una magia anche per lo spettatore!

Chi ha avuto la fortuna di esercitare, anche solo un poco, questa nuova arte, sa che si tratta proprio di quella gioia che pervade corpo e anima di chi la esegue, perché sente che, muovendosi nel modo suggerito ed esercitato con coscienza, corpo e anima si mettono in armonia con le leggi spirituali del cosmo.

Rudolf Steiner, anni dopo, dirà: “ L’Euritmia è davvero cresciuta sul terreno del movimento antroposofico come un dono del destino.”

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ARTE, SCIENZA DELLO SPIRITO,
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