Maggio 2015

TECNOLOGIE ALIMENTARI E ALTRI ORRORI

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La premessa a questa nota è abbastanza semplice. Il punto cruciale rimane sempre il pensare che, integrato alla percezione, produce conoscenza. Sembra quasi che vi siano due tipi di pensiero e altrettanti di percezioni: i primi superiori ai secondi. In parole povere, se il tema che viene afferrato dal pensare si traduce in pensieri che sembrino riguardare lo Spirito, (per gli spiritualisti) va tutto bene mentre pensieri d’altro tipo paiono quasi privi di diritto di cittadinanza. Per l’asceta questo è un equivoco che deve essere chiarito in fretta. Invero non si può essere operatori moderni se l’eco formale della Tradizione domina la nostra anima. Scaligero ha osservato e scritto che il pensiero non muta pensando Dio o una seggiola (e quante volte l’ha ripetuto ad amici e discepoli della Via Solare anche usando termini più crudi!). Il pensiero non è più vero se volge ad un testo antroposofico piuttosto che al manuale del piccolo chimico. Esso è più vero se è più forte, se è più concentrato, se è più cosciente, se c’è “IO” in esso: allora s’avvicina a realizzare la propria, spirituale natura: solo allora lo spettro semiautomatico che si dice uomo prende sostanza e diritto d’umanità. Tenete conto di ciò nel leggere i cenni e frammenti di rigorosi esperimenti scientifici, compiuti in tutto il mondo nell’ultimo decennio e conosciuti da Okinawa a Ottawa grazie alla rete, che non è quella di un ragno, ma, dall’origine, un modo per comunicare veloce tra scienziati. Chinandomi allo spazio tiranno voglio darvi subito qualche ragguaglio circa la realtà di prodotti del tutto comuni e “naturali” che attraversano i labirinti della tecnologia alimentare contemporanea.

Il latte: sino a vent’anni fa tutti accettavano l’indubitabile nozione che il latte faceva bene. Oggi il consumo di latte è accusato di tutto, dalle infezioni croniche al cancro e al diabete. C’è l’intolleranza al lattosio, l’allergia alla caseina. Sebbene alcune fortunate persone siano geneticamente equipaggiate per digerire il latte in tutte le sue forme, quello che si acquista nei negozi andrebbe evitato. E’ dannoso.

Vediamo di capirci. La mucca moderna è un mostro di natura. Un secolo fa le mucche producevano 8 – 12 litri al giorno, quelle di oggi (es.: le Holstein) arrivano a produrre tre o quattro volte tanto. Si è giunti a produrre animali con ghiandole pituitarie anomali attraverso selezioni e alimentazione proteica. La pituitaria non produce solo ormoni di stimolo alla produzione del latte ma anche gli ormoni della crescita. Essi sono presenti nella parte acquosa del latte, non nel grasso. L’eccesso di ormoni pituitari è associato alla comparsa del tumore.

La mucca con pituitaria superattiva è malata: secerne quasi sempre pus nel latte e richiede dosi frequenti di antibiotici. Troppo spesso le mucche sono alimentate con miscele ricche di proteine di soia. Ciò, oltre a stimolare maggior quantità di latte incrementa nell’animale l’incidenza di mastiti, sterilità e problemi epatici.(1)

(L’alimentazione appropriata è l’erba verde, specie quella a crescita rapida di primavera e autunno. Il latte delle mucche alimentate correttamente contiene il fattore Price e l’anticancerogeno CLA, oltre una alta quantità di vitamine e minerali).

Passiamo alla pastorizzazione del latte che, come tutti sanno, ci protegge dalle malattie! Le moderne macchine per produrre il latte, i contenitori in acciaio inossidabile, l’efficiente confezionamento, ecc. rendono la pastorizzazione perfettamente inutile. Ma, peggio, la pastorizzazione non garantisce l’assenza di impurità. Tutti i casi di salmonella dovuti al latte, verificatisi negli ultimi decenni, hanno fonte nel latte pastorizzato (nel 1985, in America, un’epidemia in tal senso colpì oltre 14000 persone ed il ceppo nella partita di latte era resistente alla penicillina e alla tetraciclina). Il latte non pastorizzato contiene batteri produttori di acido lattico, protettivo per eccellenza dai patogeni. La pastorizzazione distrugge tali organismi utili, lasciando il prodotto privo di protezione nel caso di contaminazione. Nel tempo il latte non pastorizzato si acidifica, quello pastorizzato imputridisce. E non solo: il calore altera gli amminoacidi lisina e tirosina, rendendo difficoltoso l’assorbimento del complesso proteico; la perdita della vitamina C supera il 50% mentre la perdita di altre vitamine idrosolubili giunge al 80%; il “fattore Wulzen” o antirigidità è totalmente distrutto, idem per la vit. B12, necessaria per la salute del sangue ed il funzionamento del sistema nervoso; riduce la quantità di calcio, cloruro, magnesio, fosforo, potassio. Alcuni studi indicano che la pastorizzazione altera il lattosio. Ciò, e il fatto che il latte pastorizzato pone sforzo al pancreas per produrre enzimi digestivi, fa collegare, nelle società evolute, il consumo di latte al diabete. La pastorizzazione distrugge inoltre tutti gli enzimi presenti nel latte: la prova della riuscita del processo è l’assenza di enzimi. Questi aiutano il corpo ad assimilare i fattori costruttivi, compreso il calcio; perciò coloro che bevono il pastorizzato possono soffrire di osteoporosi. E arriviamo alle ultime infamie: dopo la pastorizzazione, a volte vengono aggiunte sostanze chimiche per smorzare l’odore e ripristinare il gusto. Sono aggiunte le vitamine sintetiche D2 e D3, la prima è tossica ed è stata collegata alla cardiopatia mentre la seconda è di difficile assimilazione. Alla cardiopatia è stata anche collegata l’omogeneizzazione. Non dimentichiamoci del latte scremato in polvere. I metodi di disidratazione commerciale ossidano il colesterolo nel latte in polvere, rendendolo dannoso per le arterie. L’essiccazione attraverso le alte temperature crea grandi quantità di proteine con legame crociato e di nitrati, potenti cancerogeni, oltre all’acido glutammico libero, tossico per il sistema nervoso. Sembra spaventoso, ma in realtà nelle persone sane tutto questo produce soltanto allergie, fatica cronica e una sequela di malattie degenerative.

Vi prego di continuare a rammentarvi che riassumo, fotografo, brevi spezzoni dimostrativi: in poche pagine non posso fare di più e comunque non sono “l’esperto” che ci vorrebbe.

Ai fini pratici, del tipo “se lo conosci lo eviti”, vorrei spendere alcune righe sui grassi idrogenati che fanno da re in merendine, biscotti, patatine e che sono presenti, in media, nel 40% degli alimenti che trovate nei supermercati (ora stanno venendo sostituiti con olio di palma, economico ma estremamente calorico).

Il punto di partenza sono gli oli più economici (soia, mais, semi di canola, già rancidi a causa del processo d’estrazione). L’idrogenazione è il procedimento che trasforma i polinsaturi, normalmente liquidi a temperatura ambiente in grassi solidi a temperatura ambiente: la margarina e il grasso. Gli oli di cui sopra vengono mischiati con minuscole particelle di metallo, solitamente ossido di nickel. L’olio con il suo catalizzatore (nickel) viene esposto a gas idrogeno in un reattore ad alta pressione e alta temperatura. Nella miscela vengono poi inseriti emulsionanti simili al sapone e amidi per una miglior consistenza; il prodotto è nuovamente soggetto a alte temperature quando è pulito a vapore: serve ad eliminare l’odore sgradevole. Anche il colore, grigiastro, è poco appetibile ma, grazie al cielo (!), è modificato con la varechina. Un’aggiunta di coloranti e aromatizzanti ed è pronto per essere venduto come l’alternativa sana al burro. Le margarine ed i grassi parzialmente idrogenati (noti come: olio idrogenato, olio vegetale parzialmente idrogenato, transgrassi, acidi grassi trans, margarina, margarina vegetale) sono per noi ancora peggiori degli oli vegetali molto raffinati di cui son fatti a causa delle trasformazioni chimiche (alchimie perverse) che si verificano durante il processo di idrogenazione. Nelle alte temperature, il nickel catalizzatore spinge a cambiare gli atomi di idrogeno nella catena degli acidi grassi: prima, nella catena sono presenti coppie di atomi di idrogeno che costringono la catena a piegarsi leggermente creando una concentrazione di elettroni nel punto del doppio legame. E’ detta formazione cis ed è la configurazione più comune presente in natura. Con l’idrogenazione, un atomo della coppia si sposta dall’altra parte e la molecola si raddrizza. Si chiama formazione trans e provate ad indovinare: è raramente presente in natura. I grassi trans da laboratorio sono tossici ma il sistema digestivo non li riconosce come tali e vengono incorporati nelle membrane cellulari come cis. Entrati, i trans con i loro atomi di idrogeno fuori posto creano problemi di metabolismo cellulare.

I grassi idrogenati alterati bloccano l’utilizzo degli acidi grassi essenziali, causando: disfunzione sessuale, aumento di colesterolo ematico e la paralisi del sistema immunitario(7). Il loro consumo è associato al cancro, l’arteriosclerosi, il diabete, l’obesità, la riduzione della vista, la sterilità, difficoltà di lattazione, stati infiammatori a ossa e tendini(8). Parlando di acquisti, la popolarità della margarina parzialmente idrogenata (rispetto al burro) è il trionfo della pubblicità sulla conoscenza. La miglior difesa è evitare alimenti idrogenati o nascosti nella lista degli ingredienti come la lebbra.

Potrei annoiarvi ancora con tante altre sostanze: mi limito a raccomandarvi il Glutammato Monosodico (noto anche come: glutammato di sodio, E 621, glutammato libero, estratto di lieviti, lieviti autolizzati, proteine idrolizzate, Accent) di cui accenno a solo una delle sue caratteristiche: il glutammato è anche una eccitotossina e un alto livello di questa provoca danni al cervello. Il dott. Olney, esperto mondiale di glutammato, scrive: “Penetra facilmente in alcune regioni cerebrali (ipotalamo) distruggendo velocemente i neuroni negli uomini e negli animali”(9). Come “esaltatore di sapidità” è onnipresente nei cibi raffinati.

Infine, per togliervi quel briciolo di certezze che rimane sempre, concludo questa breve passeggiata tra le mine antiuomo di tutti i giorni aprendo il dossier di un efferato killer , chiamato anche: la morte bianca.

Di solito lo chiamiamo zucchero. Cerchiamo di capirci: in quantità modesta è un alimento utile, anzi necessario alla coscienza, al cervello, alle funzioni corporee, ma negli ultimi decenni, nella società occidentale è stato introdotto pressoché in tutti gli alimenti, anche nei cosiddetti alimenti salubri come i cereali poveri di calorie, yogurt, cracker senza grassi e così via. Dunque perché lo zucchero (glucosio, fruttosio, saccarosio, galattosio, maltosio, destrosio e lattosio) fa male? Perché ora l’occidentale nella media assume un kg di zucchero la settimana. Avete letto bene: alla settimana! (sino a un kg e mezzo nei paesi anglosassoni, in Canada voliamo a quote ancora più elevate). In pratica, questa enorme quantità di zucchero fa sfracelli nell’organismo. Favorisce gagliardamente l’obesità, le cardiopatie, il diabete e l’alta pressione. Inoltre, causando rapide fluttuazioni nei livelli glicemici (spinta in alto seguita, mezz’ora dopo, dal crollo glicemico) vi lascia desiderosi di altri alimenti zuccherati (rilascio di dopamina) e così vi trasforma in zucchero–dipendenti. Immaginate che questo sta veramente accadendo per la maggioranza dei giovani e bambini del mondo occidentale e vi sorgerà il sentimento che, per gli effetti futuri, si profila una catena di problemi più gravi di una guerra regionale(10) (11).

Stiamo sfiorando la spuma di un mare oscuro che le tradizioni non prevedevano e gli studi antroposofici di settore conoscevano poco. L’unica difesa che ci rimane è la capacità di pensare autonomamente, senza rifugiarci nel mito. A mio avviso il vero ricercatore di Scienza dello Spirito può, anzi dovrebbe pensare tutto, purché immetta IO nel pensiero che pensa, soprattutto per quanto riguarda la scienza contemporanea. Sia chiaro che posso ammirare gli studi di Hermann Poppelbaum o di Gerhard Schmidt, ma nella velocità dei cambiamenti, essi sono rimasti indietro. Poppelbaum dice: “ Non esistono nell’universo sostanze non appartenenti a nessuno ma per le sostanze sintetiche prodotte dall’uomo forse le cose non stanno così” Ebbene, da quel tempo ad oggi sono state create più di 52 sostanze che non esistevano in natura e che, per forza maggiore, respiriamo, mangiamo, assorbiamo per osmosi. Schmidt, sulla traccia data da Steiner, osserva come l’evoluzione umana sia collegata all’elemento zucchero: vedete nelle righe precedenti e in quelle successive della mia nota a cosa questo binomio stia portando. Ripeto: sono stati lavori molto pregevoli ma ora da essi l’eventuale ispirazione ci porta indietro ad un tempo di certo migliore ma incapace di comprendere le istanze che urgono davanti a noi. Ora.

Le cose cambiano. C’è un divenire. E, se si è avanti nell’età, sembra che tutto (o quasi) vada peggio.

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Quelle che seguono sono semplici indicazioni, suggerimenti generali per il benessere del corpo e della base corporea della mente che si giustificano soltanto alla luce della pura sperimentazione contemporanea.

Attività fisica: essa stimola l’accelerazione del metabolismo, riduce i livelli di insulina, provoca l’aumento del colesterolo buono HDL (riducendo il rischio di cardiopatie) e della resistenza al declino mentale legato all’età, protegge, in misura per ora non quantificabile, dal morbo di Alzheimer.

Controllo dei carboidrati: visti i picchi insulinici forniti dagli eccessi di carboidrati, che causano divisione cellulare, resistenza all’insulina e la glicazione delle proteine, possiamo parlare di moderazione nell’assunzione dei carboidrati.

Parliamo di indice glicemico e carico glicemico (Il c.g. È il prodotto aritmetico dell’indice g. per la quantità di carboidrati). L’indice glicemico misura quanto l’alimento specifico aumenta i livelli glicemici ematici. Più alto è il numero (da 1 a 100) più veloce è la conversione. 100 è rappresentato dal pane bianco o dal glucosio. Si consiglia di mangiare pochi alimenti con IG alto (da 70 a 100) ma principalmente con IG basso (55 o meno). La pasta, piatto nazionale, è di indice 55. I carboidrati fibrosi causano una conversione glicemica molto bassa (cocomero, carota). In sintesi: i carboidrati che meno tendono ad aumentare l’insulina sono meno inclini a stimolare depositi di grasso e le malattie connesse all’invecchiamento. In pratica sarebbero da evitare alimenti contenenti zuccheri nascosti ossia: sciroppo di mais, melasse, fruttosio, destrosio, turbinado, amazake, sorbitolo, polvere di carruba, saccarosio e sciroppo d’acero. Quando valutate i meriti di un pasto sano, sappiate che un cucchiaino di zucchero raffinato è pari a 4 g di zucchero, perciò un prodotto che contiene solo 16 g di carboidrati non fibrosi per porzione contiene 4 cucchiaini di zucchero.

Antiossidanti : le reazioni ossidative fuori controllo sono collegate all’aumento dei radicali liberi, i supercattivi nel nostro corpo (la teoria dei radicali liberi è complessa, in sintesi: ogni tipo di RL è una molecola a cui manca un elettrone nella struttura esterna. Ciò rende i radicali liberi instabili e alla ricerca di un modo per rimpiazzare l’elettrone mancante. Quando incontrano una cellula normale sana rubano un elettrone dalla struttura esterna della parete cellulare, danneggiando così la cellula e innescando una reazione a catena, con ogni molecola cellulare danneggiata che cerca di rimpiazzare il suo elettrone mancante. Il risultato finale è un gruppo di pareti cellulari permanentemente danneggiate che possono condurre a problemi come il cancro, cardiopatia, artrite, ostruzione delle arterie, ecc.) Il sistema di antiossidanti connaturato nel corpo declina con l’età. Inoltre, il cervello, che è composto per la maggior parte di grassi è particolarmente soggetto all’ossidazione e la ricerca dimostra che le persone che assumono una quantità maggiore di antiossidanti sono anche quelle più sane. Il fatto che gli antiossidanti aiutino a preservare la funzionalità cerebrale è già una ragione sufficiente per assumerli e, inoltre, contribuiscono alla difesa dell’organismo contro malattie gravi come il cancro, l’aterosclerosi e la degenerazione cerebrale. Gli antiossidanti sono abbondanti negli ortaggi (cavoli, cavolini di Bruxelles, carote, ecc.) e nella frutta di colore accentuato (fragole, ribes, mirtilli, ecc,). Tra le molte sostanze assumibili come integratori ci sono: betacarotene, vitamina C, vitamina E, selenio, zinco, CoQ10, acido alfalipoico in forma R (R – ALA), gingko biloba, estratto di semi d’uva.

Antiinfiammatori: Data l’influenza dei processi infiammatori in moltissime malattie e traumi, il consiglio è di adottare strategie antiinfiammatorie. Ricordatevi che moltissimi esperimenti, prolungati nel tempo, attestano che l’intervento precoce può arrestare e persino invertire il declino cognitivo associato al binomio invecchiamento e stati infiammatori. Tra gli alimenti vi sono ortaggi come cavolo verde, alghe e altri ortaggi verdi e frutta come mirtilli, olive, avocado, papaia e ananas. Tra le sostanze abbiamo la vitamina C, D, E e gli eccezionali grassi omega – 3. Questi ultimi sono indispensabili alla salute del corpo e dell’attività cerebrale. Inoltre proteggono il sistema cardiovascolare, diminuiscono il rischio di cancro, riducono sensibilmente gli stati depressivi e altro ancora in rapporto alla quantità, in grammi, d’assunzione.

Riduzione delle calorie : Troppo cibo, anche il più salubre, produce quantità enormi di radicali liberi (molecole iperattive come superossido, idrossile, ossigeno singoletto e perossidi) che danneggiano le pareti delle arterie e avviano l’accumulo di depositi di grasso bloccanti il flusso ematico. Si valuta inoltre che la riduzione indiretta dell’assunzione di zucchero, smorzando le calorie, riduca la produzione di insulina e la conseguente divisione cellulare legata al cancro, i danni ai grandi e piccoli vasi ematici e diminuisca la formazione dei glicati avanzati causanti l’invecchiamento prematuro. Sia quel che sia, è saggio abituarsi all’assunzione di nutrienti sufficienti, senza affamarsi, ma anche senza mantenere, da sedentari, un volume di cibo adatto ad un boscaiolo canadese! Il che non è facile se si viene a sapere, come esempio, che il contenuto di una sola lattina di una famosissima bevanda globalizzata, contiene, in zuccheri, più di quanto abbisogna l’organismo per una giornata.

Il sonno: In occidente si stima che il 74% di persone soffre di problemi di sonno, alcune o più notti alla settimana. Si è scoperto che: una sola settimana con carenza di sonno altera i livelli ormonali e la capacità di metabolizzare i carboidrati; aumenta il livello di cortisolo associabile alla resistenza all’insulina e alla perdita di memoria; i livelli glicemici impiegano a calare con il 40% di tempo maggiore e la risposta all’insulina precipita del 30%. Il fabbisogno di sonno è comunque soggettivo ma viene facilmente snaturato da diverse pessime abitudini: ho assistito persone stressate e aggressivizzate che sono ritornate ad un buon equilibrio con un aumento di mezz’ora di sonno associato ad un’integrazione di fosfatidilserina.

In una ancora più generale visione dell’insieme si potrebbe aggiungere qualche strategia nutrizionale controcorrente rispetto ad alcune abitudini inveterate e alle tradizioni familiari: Fare 5 – 6 piccoli pasti al giorno. Fare pasti piccoli e frequenti aiuta ad aumentare il ritmo metabolico (bruciare più grasso), stabilizza i livelli glicemici nel sangue (energia costante durante il giorno), migliora l’assorbimento dei nutrienti. Mangiare di più al mattino e ridurre l’assunzione calorica col progredire della giornata; col procedere del giorno il metabolismo rallenta, quindi fare pasti più piccoli e limitare l’assunzione di carboidrati la sera può essere un passo positivo verso il sano dimagrimento.

Riassumendo: attività fisica, controllo dei carboidrati, antiossidanti, antinfiammatori, restrizione calorica e sonno sufficiente, possono riportarvi al miglior stato di salute fisica e psichica che vi è stato potenzialmente concesso.

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Riferimenti.

1) Enig MG, the cookbook that challenges politically correct nutrition and the diet dictocrats. 2000.

2) Joseph D, MD, and Jerry J., MA, The Kellog Report, 1989, institute of health policy, Annandale, NY,174.

3) Maclaren, N, et al, New England Journal of Medicine, jul. 1992.

4) Fraser, DR, The Lancet, jan 14, 1995.

5) Thomas, MK et al, New England Journal of Medicine, mar 19, 1998.

6) Samuels, JL, “MSG Dangers and Deceptions, Price-Pottenger Nutrition Foundation, 1998.

7) Holman, RT, Geometrical and Positional Fatty Acid Isomera, 1979.

8) Enig, MG, PhD, Trans Fatty Acids in the Food Supply, dec 1991.

9) Olney, JW, Exitotoxins in foods. Neurotoxilogy, Review, 1994.

10) Daly ME, Alberti KG et al, Dietary carbohydrates and insulin sensivity, Am J Clin Nutr, 1997 nov.

11) Mittendorfer B, Sidossis LS, Mechanism for the increase in plasma triacylglycerol concentrations after comsumption of short term, high carbohydrate diets, Am J Clin Nutr. 2001 may.

SALUTE

IL “MISTERO” DEL PENSIERO PURO

Pensare liberato

(Pensare liberato – Marina Sagramora)

Proseguendo il nostro percorso nella “filosofale” opera filosofica di Rudolf Steiner, troviamo indicata l’importanza capitale dell’esperienza del “pensiero puro”, di quella esperienza del “pensiero libero dai sensi”, che fu decisiva per la scelta di Massimo Scaligero – come egli stesso racconta in Dallo Yoga alla Rosacroce – del sentiero da seguire, cui consacrare tutta la sua vita.

Molti, di fronte all’esperienza del pensiero puro, vanno letteralmente in debito d’ossigeno, sentendo quanto esso operi come “dissolvente universale” – per usare l’ermetica espressione degli Alchimisti – delle strutture “naturali”, ossia di quella natura caduta , sulle quali si appoggia l’uomo animale. Perché ancora l’uomo non è veramente “uomo”, e l’Io, come ammonisce ripetutamente massimo Scaligero, non è ancora l’Io ch’egli dice di essere, non potendolo essere sino a che egli si trovi immerso, anzi prigioniero, di una natura animale che lo asserve e lo degrada. Su ciò l’essere umano si fa molte generose illusioni, che possono essere dissolte solo da esperienze molto dolorose, o da una coraggiosa Conoscenza.

Il voler conseguire tale Conoscenza liberatrice, il tentar l’impresa dell’altezza, come la chiama Dante, spinge il ricercatore spirituale all’Ascesi del Pensiero. Ma è necessario essere ben risoluti in tale Ascesi, perché la natura animale in noi si ribella con tutte le sue forze e insidia l’impresa interiore con tutte le astuzie ch’essa può escogitare, attingendo ad una perversa sapienza e alla consumata esperienza di millenni di incontrastato dominio sull’essere umano.

Le “filosofali” opere filosofiche di Rudolf Steiner sono il tracciato di un Rito interiore che l’asceta deve compiere per risvegliare e liberare l’elemento spirituale in lui. I pensieri di opere come Lineamenti di una teoria della conoscenza della Concezione goethiana del mondo, o di Verità e scienza, o della stessa Filosofia della libertà, non sono “spiegazioni” teoretiche, ma rigorose operazioni interiori, che devono essere attuate e vissute concretamente. La chiave del Rito della resurrezione del conoscere, della resurrezione del Pensiero Vivente, del Pensiero-Folgore, dal cadavere della morta riflessità è la Concentrazione, la quale TUTTO può realizzare e da nulla può essere sostituita.

Lo scritto di Hendrik Knobel che, per la prima volta appare in italiano, può essere un aiuto prezioso al ricercatore spirituale, che energicamente si impegni nella pratica della Via del Pensiero. Egli non era un “filosofo”, bensì un praticante interiore ed un energico pensatore.

Importante la sua osservazione sul fatto che le qualità sensibili vengono liberate dal pensiero dal loro legame con la corporeità e assunte nel pensiero libero dai sensi. Ciò spiega l’insistenza di Rudolf Steiner sullo “studio”, rosicrucianamente inteso come gradino dell’Iniziazione, e il suo donare le immagini dell’evoluzione cosmica, nella descrizione della quale – come fa nel IV Capitolo della Scienza Occulta – le immagini provenienti dall’esperienza dei sensi sono veicolo dell’esercitarsi meditativo dell’asceta nel “pensiero libero dai sensi”. Nel successivo V Capitolo, egli indica esplicitamente tale operazione meditativa.

Nel pensare puro le qualità sensibili vengono liberate dalla loro dipendenza rispetto alla mediazione corporea e “incorporate “ nel concetto, del quale nella Concentrazione si giunge a sperimentare la natura eterica indipendente dallo spazio e dal tempo. L’idea di una casa grande non è “grande, e l’idea di un albero verde non è “verde”, come già osservava Platone.

La traduzione di questo scritto non è stata semplice, e mi sono attenuto al principio di essere il più fedele possibile alla lettera dell’Autore, per non tradirne il pensiero, e per renderne con la massima chiarezza il tessuto ideante, che il ricercatore spirituale può percorrere e rivivere.

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IL PENSIERO PURO

di

Hendrik Knobel

Il pensiero come facoltà dell’anima si è sviluppato nell’umanità a partire dall’antichità greca e può essere colto, nella sua evoluzione attraverso i secoli. Non è difficile, nell’epoca attuale, conquistarsi una chiara conoscenza di ciò.

Un’altra cosa è il concetto di pensiero puro, puro nella misura in cui esso sia libero da tutto ciò che come percezione sensoria, che come percezione in genere può impregnare il pensiero.

Ora, questo pensiero puro per concorde autosservazione  – secondo l’opinione di molti – non può esistere. Il pensiero sarà sempre compenetrato di dati sensibili. Senza questi il pensare può avere verun contenuto che si manifesti. In questo caso, la concezione estrema è che il pensare manifesti unicamente forme, forme che ricevono il loro contenuto dalla percezione sensibile. Se si toglie un tale contenuto, rimane come residuo una forma morta, che – considerata in tal modo – si rivela irreale. Tutto ciò che chiamiamo nominalismo, ideologia, nella sua segnatura, si appoggia su questa caratterizzazione. Della morta forma senza contenuto.

Ora, però, è in sé e per sé semplice invalidare una tale concezione. È facile dimostrare come vi siano concetti (forme), che hanno in sé il loro proprio contenuto, senza che in essi venga dato  un contenuto sensibile, per es. i concetti di causa ed effetto. Che qualcosa sia causa di un effetto, nel mondo non è dato da nessuna parte, bensì viene da noi pensato in aggiunta al mondo dato, senza che in verità questo mondo stimoli ad un tale pensare in aggiunta.

L’antichità, per esempio, neppure conosceva questa coppia concettuale nel suo significato esclusivo, così come esso viene applicato nella scienza moderna come omnideterminante. Causa ed effetto si condizionano reciprocamente e l’uno non può essere pensato senza l’altro. Quel che si muove tra loro – in quanto coppia gemella – è la logica.

Ora, tuttavia, una tale discussione rimane fortissimamente arenata nell’astrazione. Si concede, che niente possa essere pensato se non connesso causalmente con altre cose, ma essenziali – reali – in questo caso vengono sentite unicamente le cose sensibili, non la necessità e la concretezza della conformità alla legge.

Dobbiamo ritornare ancora una volta al punto di partenza, cioè che pensieri (concetti) possano essere pensati unicamente, in quanto essi siano legati a fatti sensibili. Ciò non deve essere negato. Ma questi fatti sensibili sono di un’unica specie? Se io ho un concetto e la relativa datità sensibile, per es. il concetto di «sedia» e le relative percezioni sensibili, come marrone, duro ecc., allora io posso distinguere percezioni sensibili, che sono essenziali, come per es. duro e inessenziali come marrone. Ma allorché considero la percezione «duro» come appartenente all’essenza della sedia, ad essa immanente, io sollevo la percezione sensibile fuori dal suo àmbito sensibile e la rendo un concetto, cioè la fondo nel concetto «sedia», essa diviene una parte del concetto «sedia», ricevendo il carattere della concettualità ed arricchendolo. La spoglio perciò del suo carattere sensibile, allargando mediante essa il concetto, cioè quel che io ora penso come «duro», non ha più in sé e per sé un carattere sensibile, bensì un carattere concettuale, cioè esso è libero dai sensi. Quindi affermare che non possa esistere pensiero libero dai sensi, non è soltanto logicamente falso, ma lo è inoltre per il fatto che questo pensiero viene ricercato all’inizio del mio processo pensante – e là evidentemente non può essere trovato –  non alla fine di questo agire. Il pensiero libero dai sensi sorge unicamente nel pensare: mediante il pensare viene eliminato l’elemento sensibile in quanto elemento sensibile, cioè come entità corporea. L’ulteriore errore che qui vien compiuto, non sta nel fatto che l’elemento sensibile in quanto elemento corporeo venga sentito eliminato – questo può esserlo – bensì nel fatto che, incorporandolo nel concetto, si guardi unicamente a questa incorporazione e che quindi la determinatezza qualitativa dell’elemento in precedenza sensibile perda la proprietà «duro», il che tuttavia non riguarda la cosa stessa. La differenza tra pensato sensibilmente e pensato in maniera puramente spirituale non sta nella differenza tra «sensibile» e «spirituale», bensì nel fatto se il sensibile sia soltanto «manifestazione» di una cosa, o se le appartenga essenzialmente.

Ma con questo otteniamo uno sguardo sul conoscere in quanto tale. Non possiamo più vedere come aspetto reale del conoscere l’(astratto) dipanare di pensieri dalla sensibilità, con l’eliminazione dell’elemento sensibile, mediante il quale noi spandiamo intorno a noi come una sorta di argentea ragnatela – cosa che chiamiamo conoscere – bensì consideriamo essere il vero e proprio conoscere quel che riteniamo essere il processo dell’incorporazione dell’elemento corporeo-sensibile nei pensieri, senza perdere il carattere della sensibilità come determinatezza qualitativa. Questo processo nel suo lasciarsi proseguire in sempre più vasti cerchi mediante l’attività pensante, nel sempre incessante nuovo inserimento dell’elemento sensibile – nel senso di cui sopra – nell’elemento puramente concettuale, è ciò che chiamiamo riflessione, o anche – nell’ulteriore corso ed elevazione – meditazione. Nella sua dinamica, esso riposa sulla continuantesi attivazione dei concetti tra «manifestazione» e «essenza». Mediante questa attivazione noi possiamo gradualmente elevarci a fatti puramente spirituali, datità di un mondo, che nel senso dell’Antroposofia si può chiamare un mondo spirituale, venendo le qualità sensibili afferrate come spirituali. Siamo perciò in armonia con le nostre affermazioni sulla percezione pura, cioè la percezione pura concepita come realtà spirituale (vedi il capitolo precedente).

Un pensiero libero dai sensi non è, dunque, un pensiero che abbia eliminato da sé l’elemento sensibile, nel senso di un contenuto che origina dalla corporeità, bensì un pensare dal quale scompare unicamente l’elemento comunicato mediante il corpo e resta conservato il contenuto dell’elemento sensibile, che si trova accolto nella sua essenzialità nel pensare.

Perciò si può accennare ad un’ultima pecularità di questo pensare. Abbiamo visto come il pensiero elimini la dipendenza della percezione sensibile dal corpo e come ne accolga il contenuto nell’elemento spirituale-concettuale. Con ciò è data un’ulteriore metamorfosi del percepito, ovverossia, essa in quanto qualità è divenuto indipendente dal corpo, cioè si è disciolto dalle conformità alle leggi del mondo fisico, così come questo ci attornia giornalmente, e si mostra liberamente emergente nella meditazione. Qui può essere adoperata l’espressione di Rudolf Steiner «sensazione liberamente aleggiante (Anthroposophie, ein Fragment, GA-45, pp108 et seq.). La percezione è in questo caso una libera entità, disciolta da ogni altra componente. Essa ha la sua essenza non più in connessione con il restante mondo, bensì in se stessa (Opere scientifiche di Goethe, Introduzione di Rudolf Steiner, Cap.II, Il fenomeno primordiale). Così essa si lascia adoperare di per sé nella meditazione: il nero della rosacroce, il rosso delle rose. La coscienza meditativo-pensante, potendo adoperare liberamente questo elemento – in connessione con la componente puramente concettuale – risulta la disposizione meditativa dell’anima, la possibilità, nell’utilizzazione di tutti gli elementi, in specialmodo di quelli che nel mondo fisico si contraddicono, cioè sono errori, per penetrare più profondamente nell’essenza del mondo. (Rudolf Steiner, Anthroposophie, Psychosophie, Pneumatosophie, GA-115, pp. 235 et seq.).

SCIENZA DELLO SPIRITO

Kaspar Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL'EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA

Copgenesi

Diamo il via con oggi alla pubblicazione del testo “La Genesi alla luce dell’evoluzione embrionale umana” di Kaspar Appenzeller.

Ringraziamo Silvano Mirami e l’Editrice CambiaMenti, sul cui sito (www.cambiamenti.com/Argomentogenesi.htm) è possibile leggere integralmente introduzione, indice, prefazione e l’intero Capitolo I.

 

Il Chaos dei Filosofi

Che il figlio dei Filosofi ascolti i Saggi che riconoscono tutti indistintamente che bisogna paragonare la nostra Opera alla creazione del mondo. Al principio Dio creò il Cielo e la Terra, ma la Terra era incolta e vacua, le tenebre coprivano l’Abisso e lo Spirito di Dio volava sulle Acque.

Allora Iddio disse: Sia fatta la Luce – e la Luce fu.

Queste parole bastano ai figli dell’Arte. Bisogna, dunque, per la nostra Opera unire il Cielo e la Terra nel letto nuziale dell’amicizia. La Terra è un corpo grave, pesante, matrice dei minerali che conserva segretamente nel suo seno, pur producendo gli alberi, le piante e gli animali. Il Cielo è quella vasta distesa, in cui tutti gli Astri, compresi i due Grandi Luminari, compiono le loro rivoluzioni. E’ esso che, attraverso l’aria, comunica la sua forza agli esseri inferiori; ma al principio, essendo tutte le cose confuse, esse formavano il Chaos.

Eiraeneus Philalethes,

Introitus Apertus ad occlusum Regis Palatium,

Cap. V, De Chaos Sophorum, 1667.

PREFAZIONE

La prima volta che ho incontrato Kaspar Appenzeller, a Milano, sono stato conquistato dalla sua esposizione artistica sulla costituzione dell’uomo e dal suo modo di porgere con umiltà e fermezza la conoscenza, nascostamente sofferta nel suo corpo. Riemerge dalla luce della memoria il capo chino in atteggiamento di reverenza, il capo su cui comparirà il fulmine di una cicatrice, gli occhi chiari fusi in uno sguardo dolce e profondo, la voce dai toni caldi e pacati.

Ora, nel leggere il presente testo, curato con certosina e devota consapevolezza da Silvano Mirami, ho provato la stessa meraviglia della prima volta.

La composizione segue un movimento a spirali sempre più espanse, sia nel tratteggiare i giorni della Genesi sia nel descrivere a più riprese gli stessi fenomeni embriogenetici e fra questi incantevole il processo della fecondazione.

L’idea portante del libro è di e-ducere alla luce di una rinnovata coscienza scientifica gli incroci e le sorprendenti corrispondenze dell’evoluzione embrionale e ontogenetica dell’uomo con l’evoluzione terrestre dalla frotta della Genesi.

I versetti biblici, in particolare quelli del primo capitolo, sono i mantram su cui si applica, nella lingua originale, il pensiero meditativo dell’Autore che tributa con riconoscenza la sua ricerca ai generosi impulsi di Rudolf Steiner nell’ambito delle sue comunicazioni scientifico-spirituali. L’indagine si approfondisce nelle viscere del linguaggio, nel terreno della sua stessa genesi e si effonde nei cieli della sua palingenesi. Ogni parola della Genesi viene scomposta e ricomposta, distillata e infine conquistata con il sudore di un impegno sovrumano. Ad iniziare dalla prima: “Bereschit” , in cui riconosce la musicalità del battito cardiaco corrispondente all’estrema sintesi del corpo umano. Questa stessa parola sarà la stella polare che illuminerà il suo cammino medico verso l’ampiamento delle potenzialità diagnostiche dell’auscultazione cardiaca. Difatti in questo scritto sono contenute le premesse e le basi fisiologiche per comprendere e apprezzare la svolta innovativa nell’ambito diagnostico e la conseguente efficacia nella pratica clinica. Si intravede proprio in questo contesto l’importanza dell’esercitazione costante dell’euritmia, l’arte del linguaggio in movimento, che traspare come il pensiero vivente riverberante dalle forme embrionali e al contempo la Parola conformante.

Appenzeller rielabora fedelmente le lezioni steineriane di fisiologia occulta tramite il racconto mitologico della Genesi, l’embriologia comparata e l’osservazione a ritroso dell’evoluzione embrionale umana: quest’ultima apre nuovi scenari come è il caso del viaggio dalla blastula all’ovocellula.

Un’altra lezione steineriana ben assimilata scorre nella presentazione dell’evoluzione delle teorie cosmologiche, un fil rouge sul quale possiamo ripercorrere spregiudicatamente la connessione fra embriologia e astronomia.

La posizione di Appenzeller scienziato è salda e cristallina non solo in alcune annotazioni di etica medica, ma soprattutto nel riordino del pensiero scientifico, rovesciato rispetto a quello convenzionale. Cito come esempio l’affermazione: “Si dice ripetutamente che il corpo venga edificato a partire dalle cellule. E’ vero il contrario: il corpo plasma le cellule all’interno di sé”. Sfalda i preconcetti della visione materialistica unilaterale dell’uomo. Fa cadere i falsi “idola” dei mattoni-pietre della costituzione organica umana e ci conduce con disarmante chiarezza al superamento del paradigma darwiniano attraverso la differenziazione dell’uomo dalla scimmia a partire dalla blastula.

Assorbe e fa sua la fenomenologia sostanziata dal pensiero metamorfico goethiano, in particolare nel tracciare con lucidità le connessioni fra il rachide e il cranio.

Il percorso conoscitivo del dottor Kaspar va oltre e si arricchisce di una serie di immaginazioni – valga per tutte citare l’uomo embrionale come pianta terrestre – confluenti in un linguaggio dai toni fiabeschi, un reale esempio di anelito alla verità rivestita di poesia. Il fiume sembra a tratti arrestarsi, come in una pausa inspiratoria, e invece trabocca in geniali intuizioni tipo la conchiglia, presentata come archetipo unificato di uccello e pesce. Giunge in cima alle vette himalayane dell’indagine scientifico-spirituale quando coniuga i più profondi misteri della cristosofia con l’embriogenesi cardiaca ritrovandone i presupposti nella composizione del 7° giorno della Genesi.

La medicina antroposofica ritrova nel dottor Kaspar una sapiente guida, fedele al suo nome, a disposizione di tutti i sinceri ricercatori nell’arte medica.

Angelo Antonio Fierro

INTRODUZIONE DEL CURATORE

Kaspar Appenzeller nacque il 13 aprile 1927, come terzo figlio di Susanne e Hans Appenzeller-Zellweger, a Davos in Svizzera. La difficile gravidanza di sua madre ad un certo punto fu veramente a rischio e si dovette alla sapienza e alla perizia del Prof. Löffler – il quale in seguito sarà uno dei suoi insegnanti allorché intraprenderà gli studi universitari di medicina – se malgrado tante difficoltà tale gravidanza poté essere portata facilmente a termine. Kaspar nacque dunque tra quelle montagne svizzere, ch’egli sentì sempre come suo ambiente congeniale, come sua vera patria e anche come protezione. Montagne che amerà profondamente.

Sin dall’infanzia la sua salute fu cagionevole: a due anni e mezzo Kaspar venne colpito da una grave forma d’asma che lo accompagnò costantemente lungo tutta la sua vita e con la quale dovette di conseguenza fare continuamente i conti. All’età di sei anni entrò alla Rudolf Steiner Schule, ma ogni anno i gravi attacchi d’asma lo costringevano per un terzo del periodo scolastico a non frequentare le lezioni. Tuttavia, malgrado tale inconveniente, egli riuscì a seguire senza difficoltà l’iter dell’insegnamento.

A parte i problemi di salute, infanzia e adolescenza si svolsero solari e felici – così egli le ricordava – con i suoi fratelli Heiner e Vreni. Ma anche a scuola egli era amato – da compagni e insegnanti – per il suo carattere gioviale e per il suo particolarissimo umorismo, che ogni volta rallegravano l’ambiente. I suoi compagni poi, ammiravano le sue qualità artistiche, che eccellevano soprattutto nel disegnare e nel suonare il violoncello. Per tutta la vita Kaspar Appenzeller coltivò vari aspetti dell’arte e per le sue notevoli capacità avrebbe potuto diventare un artista riconosciuto ed affermato. Ma sin da piccolo sentì come sua propria missione – e volle ciò in maniera decisa – il diventare medico.

A questa sua peculiare missione di operare terapeuticamente nei confronti della malattia e della sofferenza umana egli si donò senza risparmiarsi, sacrificando qualsiasi ambizione, anche legittima, che avrebbe potuto realizzarsi in campi, sia scientifici che artistici, diversi dalla medicina. Una spinta, ed un aiuto, in tal senso kaspar Appenzeller l’ebbe sicuramente dal suo incontro con la Scienza delo Spirito di Rudolf Steiner, ch’egli conobbe già nell’ambiente familiare, tanto più che medico della famiglia Appenzeller era il Dr. Hans Werner Zbinden, amico fedele di marie Steiner e presidente della Rudolf Steiner-Nachlaßverwaltung, ossia quel Lascito, fondato dalla compagna del Dottor Steiner, che per oltre sessant’anni tanto ha fatto per salvarne e diffonderne l’Opera.

Fu all’epoca degli studi ginnasiali a Flims che Kaspar Appenzeller affrontò l’Opera di Rudolf Steiner (la sua prima lettura fu la conferenza: Il sangue è un succo affatto peculiare) contemporaneamente all’opera e al pensiero di Platone. Nel 1947 si iscrisse alla Facoltà di Medicina all’Università di Zurigo e appena ventenne intraprese lo studio della medicina antroposofica e dell’euritmia curativa. Sin dalle prime fasi del suo studio venne giuidato dal Dr. Zbinden, il quale nutrì una tale fiducia nelle sue qualità, sia professionali e umane che interiori, da affidargli nel 1961 la direzione del Seminario Medico che si svolgeva alla Rudolf Steiner Halde a Dornach. Inoltre nel 1977, una settimana prima della sua morte, il Dr. Zbinden offrì a kaspar Appenzeller di diventare socio dell’Unione del Lascito di Rudolf Steiner, il Nachlaßverein.

Dopo l’Approbation, conseguita nel dicembre 1953, sotto i professori Löffler e Brunner e la Dissertation conclusiva, ossia la tesi c’egli sostenne nella primavera del 1954 su L’encefalite conseguente a morbillo, egli iniziò il periodo di assistentato al Regionalspital di Wattwil sotto la direzione del Dr. Christ, che per tutta lavita rimase per lui una personalità decisiva.

Nel frattempo egli poté realizzare nel giugno del 1954, dopo sedici anni di fidanzamento, quella che definì “la migliore decisione della mia vita” e portare all’altare Johnnie Stokar, ch’egli conosceva sin dall’infanzia e che fu poi la compagna della sua vita.

Nel luglio del 1955 nacerà il primo figlio Peter. A quel periodo risale il primo lavoro da lui pubblicato sul cuore.

Nell’autunno del 1956 egli poté rilevare a St. Moritz lo studio del dr. De Giacomi, appena defunto, studio medico che poté portare avanti per 42 anni. Il trasferimento in Engadina, tra le montagne dei Grigioni, da lui profondamente amate, fu un grande aiuto per la sua salute. Gli esordi non furono facili e nei primi sei anni i magri bilanci non gli permisero l’ausilio di un’infermiera. Ma in segfuito, sebbene il suo ambulatorio fosse aperto soprattutto ai pazienti locali, esso ricevette, sia per il suo talento e la sua pazienza, sia per la conoscenza delle lingue straniere ch’egli coltivava con gioia, pazienti da tutti i continenti.

Nel 1959 nacque il suo secondo figlio Georg.

Nel frattempo divenne medico scolastico a St. Moriz e lo rimase per oltre tre decenni. Ciò gli permise di approfondire, attraverso l’auscultazione cardiaca di migliaia di bambini, la sua conoscenza di tale arte diagnostica, giungendo poi a conclusioni preziose, ch’egli donerà al mondo nei suoi scritti su tale materia.

Nel 1978, dopo la morte del Dr. P.R. Berry, Kaspar Appenzeller venne eletto Presidente dell’Associazione Medica di St. Moritz, ufficio che espletò con grande coscienza e impegno per 20 anni.

La dedizione, veramente sacrificale, a curare le sofferenze umane lo portò a ricevere fino a cento pazienti al giorno, e allorché l’ultimo paziente lasciava l’ambulatorio, egli sidedicava per ore alle sue ricerche sul sangue e sul cuore. All’inizio degli anni 60 giunse a dimostrare sul cuore vivo di un pollo, documentandola con una pellicola da 16 mm, l’affermazione di Rudolf Steiner che il cuore non è una pompa bensì un organo di senso, e che il sangue stesso possiede la forza di muoversi lungo le vie sanguigne.

Naturalmente la sua dedizione al lavoro e allo studio, che lo portavano a non concedersi più di 5 ore di sonno per notte, non potevano non minare la sua salute, e nel 1965 ebbe un attacco di itterizia. Per qualche mese la sua attività ebbe un fermo repentino. Si ristabilì, ma gli rimasero come conseguenza forti emicranie che lo accompagnarono per oltre 25 anni.

Nel 1970, iniziò a tenere a St. Moritz un gruppo di lavoro antroposofico che portò avanti regolarmente sino al 5 novembre 1998, allorché venne colpito da ictus cerebrale. Tenne pure corsi e conferenze pubbliche che ebbero notevole risonanza nell’Engadina. Continuò la sua attività di conferenze al Seminario Medico presso la Rudolf Steiner Halde, a Dornach, e portò la sua parola in conferenze e corsi a Zurigo, Berna, Lugano, Berlino e Milano. Attraverso la collaborazione [1] con l’euritmista Franziska Brem raggiunse una conoscenza approfondita del Corso di Euritmia terapeutica di Steiner.

Al di là di articoli vari, pubblicati su alcune riviste, Kaspar Appenzeller riversò i frutti del suo sapiente lavoro in quattro opere, ch’egli scrisse soprattutto nei periodi di ferie, da lui abitualmente trascorsi in Italia, sulla costa adriatica, o in Ticino.

La prima opera, apparsa nel 1976, fu la Genesi alla luce dell’evoluzione embrionale umana, che qui presentiamo tradotta. Traiamo, traducendola dai risvolti dell’edizione originale, la presentazione – verosimilmente dell’Autore – che ci sembra offrire una mirabile sintesi delle idee esposte in questa opera: “In questo libro il racconto biblico della Creazione viene messo in relazione all’evoluzione embrionale umana. In esso, come risultato di un lavoro di ricerca di lunghi anni, viene mostrato come questo documento biblico nelle sue possenti immaginazioni descriva esattamente quello che la scienza ha da dire oggi sulla nascita del corpo umano. Le immagini della nascita del cosmo del racconto della Creazione diventano per il lettore le immagini dello sviluppo embrionale umano. Egli perviene alla concezione che l’uomo è un piccolo Cosmo, un Microcosmo di fronte al grande mondo, il Macrocosmo. Inoltre questo testo, che in molti punti viene esaminato nell’originaria lingua ebraica, si dimostra una vera meraviglia; giacché non solo secondo il suo contenuto concettuale, bensì sin all’interno dei singoli suoni si estende la concordanza di queste potenti parole con la vita formatrice organica. Attraverso ciò si viene posti a confronto col fatto che lo scrittore di questo testo ha toccato i veri – invisibili, per occhi terreni – impulsi di formazione del cosmo e dell’uomo. L’impulsatore spirituale di questo libro è Rudolf Steiner, il fondatore della moderna Scienza dello Spirito. Lo scienziato spirituale insiste su nuove Vie alle forze originarie dell’evoluzione; egli comprende nella loro profondità i documenti provenienti dall’antica sapienza dei Misteri perché ritrova in essi ciò che egli ha investigato indipendentemente da qualsiasi documento. La sintesi qui realizzata di testo della Genesi ed evoluzione organica comporta un’elevazione di ambedue i rami del sapere. Il testo veterotestamentario diviene, in ogni sua parola, profezia di futuri eventi dell’umanità, così come l’embrione è la promessa di un uomo che in futuro agirà nel mondo – e l’embrione appare, nei suoi cambiamenti di forma, come testimone di processi di creazione cosmica da lungo tempo trascorsi. La profezia della Genesi indica inoltre con chiaro gesto, parola per parola, l’evento del Christo e la Via, che diviene possibile a partire da questo evento, dell’individualità alla mèta terrestre, e l’embrione cela attraverso i suoi gesti di nascita che l’uomo è predisposto ad esssere il portatore della forza dello Spirito, che mediante tale evento si è collegato alla Terra. A chi si rivolge il libro? Nell’introduzione si trova: questo scritto non presuppone alcuna conoscenza specialistica, si rivolge ad ogni lettore per il quale la conoscenza dell’uomo è una questione del cuore”.

Ad esso seguì La Quadratura del Cerchio, del 1979, nella quale viene mostrata la soluzione di tale millenario problema attraverso l’uomo stesso. Il suo terzo libro fu Fondamenti per un nuovo tipo di auscultazione cardiaca, nel quale viene mostrata tutta l’ampiezza diagnostica che si apre ad un medico che voglia veramente approfondire tale arte.

Nella primavera del 1999 appare il suo quarto e ultimo libro: Il Calendario antroposofico dell’anima alla luce dell’evoluzione dell’umanità, che apre un nuovo accesso meditativo a tale opera di Rudolf Steiner. Sempre nel 1999 apparve la traduzione italiana del Calendario dell’Anima di Rudolf Steiner, eseguita da Kaspar Appenzeller con la collaborazione di amici italiani.

A partire dall’aprile 1986 cominciarono ad aggravarsi i suoi problemi di salute. Dapprima una discopatia grave, poi l’ictus cerebrale conseguente alla rottura di un aneurisma per il quale dovette essere operato a Zurigo dal Prof. Iasargil. I problemi alla colonna vertebrale si aggravarono negli anni. Le sue ultime 16 settimane trascorsero al Paracelsius-Spital a Richterswil per un ictus transitorio in conseguenza di un collasso cardiaco. Chi lo incontrò in quegli ultimi tempi lo trovò cosciente, fluido nella parola e vivace nel pensiero come sempre. Affrontò con serenità e contagioso umorismo gli ultimi anni dolorosi della malattia, sino a quel 3 marzo 1999, un mercoledi, nel quale alle 9.37 egli chiuse la lotta della vita. La sua fu una vita eroica. La vita di un nuomo buono, forte, coraggioso e sapiente.

Vogliamo qui ringraziare con tutto il cuore Peter e Georg Appenzeller che con la parola e lo scritto ci hanno fatto non solo conoscere la vita e le qualità di un essere così elevato e luminoso ma ci hanno anche fattivamente aiutato e consigliato nelle temeraria intrapresa della difficile traduzione di questa preziosa opera. Il Dottor Angelo Fierro ci ha simpaticamente dimostrata tutta la sua fraterna amicizia non solo nel voler scrivere la Prefazione, ma anche nel volersi sobbarcare la notevole fatica della rilettura della nostra traduzione, nel darci lumi e consigli e nell’incoraggiarci con gioioso umorismo nei frequenti momenti in cui le difficoltà della traduzione sembravano insormontabili. Per cui ricambiamo con gioia e gratitudine l’amicizia e volentieri vogliamo qui rendergli grata testimonianza della sua generosa sollecitudine. A loro e a Johnnie Appenzeller – la fedele compagna dell’Autore – un grazie di cuore per quanto con grandissima disponibilità e generosità ci sono venuti incontro per rendere finalmente possibile la realizzazione dell’edizione italiana di quest’opera di Sapienza e d’Amore.

Silvano Mirami

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[1] Riportiamo un articolo del Dr. K. Appenzeller, tratto dalla Circolare n°2 della Sezione Medicina, p. 71 – Avvento 1993, che tratta in particolare dell’efficacia degli esercizi di euritmia curativa sul paziente.

Risposte in merito all’euritmia curativa alle domande:

Che rapporto esiste tra l’esercizio di Euritmia terapeutica e l’effetto nel paziente? Quale piano deve essere ricercato, affinché questo rapporto diventi evidente? Come si trova questo piano? Com’è che mi esercito a tale fine?

L’esercizio dell’euritmia curativa ha effetto immediato sul paziente. Allorché attraverso l’esercizio delle A nascenti, una dopo l’altra, e tramite l’esercizio I A O, il paziente si accorda con l’etere cosmico, portando in armonia il proprio essere, può eseguire un suono così da incontrare con la sua attività questo suono nell’etere cosmico. Nella sua dedizione ad un suono, l’etere cosmico gli porta incontro la propria saggezza. Quello che il paziente deve realizzare è che mediante il suo movimento, nello sperimentare la realtà di questo suono, renda possibile e non ostacoli la sua formazione nel corpo eterico. Questo è il lavoro sul suono; esso agisce risanando in maniera immediata, poiché il suono, che nasce dall’etere cosmico, diviene per un momento realtà nel proprio etere. Il lavoro s’invera nel purificare il corpo astrale dalle peculiarità e nell’esercitare uno sviluppo dell’Io libero d’egoismo. Se si realizza questo, il corpo eterico si armonizzerà con l’etere cosmico e potrà imprimere l’azione terapeutica nel corpo fisico. La guarigione attraverso l’Euritmia curativa è sempre un tratto della Via verso l’Iniziazione. L’euritmista terapeuta deve condurre su questa strada il paziente che gli è affidato, portandolo ad essere completamente sincero con sé stesso e con l’euritmista terapeutico. La volontà assolutamente sincera di guarire conduce a questa Via. Giacché guarigione è una   trasmutazione che riguarda il più intimo essere dell’uomo. L’euritmista terapeutico deve intraprendere sforzi per giungere, in rapporto al paziente, a vedere l’etere e deve assolutamente sforzarsi di diventare un rappresentante della causa antroposofica. R. Steiner ha descritto la Via verso tale mèta. Ciò che qui è stato esposto può essere raggiunto unicamente da una stretta collaborazione tra il medico curante e l’euritmista terapeutico.

Dott. med. Kaspar Appenzeller  – CH 7500 St. Moritz

(Continua)

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Kaspar Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA, LIBRI E AUTORI, SCIENZA DELLO SPIRITO

LE DUE STIRPI

 23 GENN 2015 FK 008

TUTTA LA STRUTTURA MINERALE DEL MONDO E’ PERVASA DA FORZE DI GELO.

GELO MORALE, SOTTILE, IMMATERIALE.

PERTANTO ACCADE CHE L’UOMO PERCEPENDO LA REALTA’ MEDIANTE I SUOI SENSI, VENGA INVASO DA TALE GELO.

QUOTIDIANAMENTE, LUNGO TUTTO IL CORSO DELLA VITA, SI VERIFICA UNA CONTINUA ASSUNZIONE DI GELO MINERALE MEDIANTE LA NORMALE PERCEZIONE SENSORIA.

DALLA PERCEZIONE DEL MONDO FISICO L’UOMO RICEVE CONTINUAMENTE FORZE DISUMANE DI GELO CHE SI SEDIMENTANO INAVVERTITE NELLA SUA INTERIORITA’.

ED E ‘ LA CONTINUA ASSUNZIONE DI VELENI MORALI MEDIANTE LA SPONTANEA PERCEZIONE FISICA DEL MONDO.

E’ QUESTO UN EVENTO NUOVO VERIFICATOSI IN MANIERA ACCENTUATA PROPRIO AGLI INIZI DEL 1900.

CONTEMPORANEAMENTE ALL’AVVENTO DELLA MASSIMA INTENSITA’ DI PENSIERO.

IN EPOCHE PRECEDENTI IL GELO MINERALE DEL MONDO ERA MITIGATO NELL’INTERIORITA’ UMANA DAL PARALLELO ACCENDERSI DI ARMONIOSE QUALITA’ ANIMICHE IN CUI PER ATTIMI IL CALORE CHE SORREGGE IL MONDO VENIVA PERCEPITO E AMATO.

L’UMANITA’ RIUSCIVA A MANTENERE UN CERTO EQUILIBRIO NEI RIGUARDI DEGLI ASPETTI PIU’ CRUDI E DESOLATI DELLA REALTA’ FISICA.

POI GLI EVENTI SI RADICALIZZARONO.

CREBBE IL POTERE INTELLETTUALE IN UOMO, IN VARIO GRADO E MISURA MA IN TUTTI.

E LE ANIME SI INARIDIRONO NELLA STESSA PROPORZIONE.

PERTANTO AD OGNI SGUARDO DELL’UOMO VERSO IL MONDO, OGGI, CORRISPONDE UNA DOSE DI VELENO ANIMICO CHE LO ASSALE E GLI RIMANE IN ANIMO, ACCUMULANDOSI NEL PROSIEGUO DELLA VITA.

TALE GELO SPONTANEO E’ IL PROMOTORE DI OGNI DISUMANITA’ IN UOMO.

E’ IL SUGGERITORE DELLA MISTICA FIDUCIA IN UN ORDINAMENTO MECCANICO DEL MONDO.

UN ORDINAMENTO IN CUI GLI UOMINI SIANO SOLO NUMERI.

IN CUI I LORO ORGANI FISICI POSSANO ESSERE SMONTATI E RIMONTATI COME NELLE MACCHINE.

UN ORDINAMENTO IN CUI L’ECONOMIA POSSA ESSERE CAPITA E GUIDATA SOLTANTO MEDIANTE  NUMERI E CALCOLI.

ED IN CUI OGNI LUCE MORALE SEMBRA INGENUA, SOGGETTIVA ILLUSIONE CHE NULLA HA A CHE VEDERE CON L’OGGETTIVITA’ MOSTRUOSA DEL “REALE”.

MENTRE INVECE IL MONDO E’ SORRETTO DA VIVENTI LEGGI MORALI CHE SONO IN RAPPORTO DIRETTO CON L’INTERIORITA’ DELL’UOMO.

E CIO’ MEDIANTE ASCESI DEL PENSIERO E’ INDIVIDUALMENTE VERIFICABILE.

MENTRE L’ASSUNZIONE DISUMANA DELLA REALTA’ DERIVA PROPRIO DAL MANCATO IMPEGNO ASCETICO DI TUTTI GLI ORIENTATORI (POLITICI, SCIENTIFICI, RELIGIOSI, MORALI) DELL’ATTUALE CIVILTA’.

IL GELO MINERALE FINISCE PER PROSCIUGARE, PER INDURIRE L’ANIMA, IL SENTIRE DI TUTTI GLI UOMINI, PRODUCENDO IN ESSI LA CONSEGUENTE ATTITUDINE INTERIORE VOLTA ALLA MECCANICITA’ ED ALLA (PIU’ O MENO) INVOLONTARIA CRUDELTA’.

ACCADE INVECE NELL’ASCESI CHE UN IMPERCEPIBILE FISICAMENTE MA REALE CALORE INTERIORE SI CREI.

UN CALORE INTERIORMENTE PERCEPIBILE.

IMMATERIALE ED AUREO.

E’ IL POLO VERO DELLA REALTA’.

POICHE’ NELLO SFORZO DI CONTEMPLARE IL PENSIERO: SI CREA CALORE.

LA VOLONTA’ CHE LIBERAMENTE SI DECIDE DI USARE PER PRATICARE L’ASCESI DEL PENSIERO :  CREA CALORE.

CREA UN VALORE CHE IMMETTE NELL’ANIMA, NELL’INTERIORITA’ LE ARMONIE SOVRACCEREBRALI.

LA SACRITA’.

IN TALE VALORE VI E’ LA LIBERTA’ RISPETTO AL GELO DEL MONDO MINERALE.

VI E’ LA POSSIBILITA’ DI SPERIMENTARE UNA REALTA’ INTERNA AL PENSIERO.

UNA REALTA’ FONDATA SUL CALORE ANIMICO.

SULLA BONTA’.

SULLA DEVOZIONE.

CIONONDIMENO: UNA REALTA’ OGGETTIVA E UNIVERSALE.

OGGETTIVA E UNIVERSALE TANTO QUANTO IL MONDO FISICO, E PIU’ DI ESSO.

DERIVERA’ DA CIO’ LA NASCITA DI DUE STIRPI UMANE, NETTAMENTE SEPARATE FRA LORO: GLI INTERIORMENTE CONSACRATI ALLA FONTE MORALE DEL MONDO, ED I PLASMATI DAL GELO DISUMANO.

TALE SARA’ LA LOTTA CHE SI SCATENERA’ NEL MONDO.

LOTTA CHE GIA’  ESISTE MA CHE NON E’ INELUTTABILE.

POICHE’ QUANTA PIU’ RETTIFICAZIONE DEL PENSARE UMANO AVVERRA’ MEDIANTE ASCESI, TANTO MENO GELO AVRANNO A DISPOSIZIONE GLI SPONTANEAMENTE IMMALVAGITI PER PROSEGUIRE NELLE LORO POSSESSIONI.

TALE E’ LA DIVISIONE VERTICALE CHE SI STA VERIFICANDO NELL’EPOCA MORALE.

UNA DIVISIONE APPUNTO MORALE, INTERIORE, FRA TUTTI GLI UOMINI.

UNA DIVISIONE DATA DA QUANTO ESSI VORRANNO FARE PER RIASCENDERE AL CALORE MORALE, O PER INABISSARSI NELLA MALVAGITA’ DISUMANA CHE ODIA L’INTEGRITA’ E LA PIETA’.

AMBEDUE SARANNO SCELTE VOLITIVE.

SARANNO STRADE IMBOCCATE IMPIEGANDO LA PROPRIA VOLONTA’.

NELL’ ASCESI DEL PENSIERO LA VOLONTA’ IMPIEGATA NEL TENTARE DI CONTEMPLARE UN INSIEME DI CONCETTI LOGICAMENTE COLLEGATI FRA LORO: PRODURRA’ CALORE IMMATERIALE, VITA COSCIENTE CHE SI INNALZA SINO A DIVENTARE PURO CALORE, CONSACRAZIONE.

L’UNA, LA VIA DEL CALORE, POTRA’ ESSERE PRATICATA MEDIANTE UN RAFFORZAMENTO DELLA COSCIENZA  CHE OLTRE AL CAPIRE INTELLETTUALMENTE UN CONCETTO RIESCA A VIVERE  IN ESSO REDENTORIAMENTE.

TRAPASSANDO DAL LIVELLO IN CUI SEMPLICEMENTE SI RIFLETTE E SI MEMORIZZA NEL PENSARE, AL LIVELLO IN CUI SI VIVE IL MALE CHE LO ATTORNIA E LO SI REDIME. 

L’ALTRA E’ LA VIA SONNAMBOLICA DEL PERVERTIMENTO PRERAZIONALE (OSSIA L’AVVENTO DI UN PROFONDO IMMALVAGIMENTO INTERIORE CUI FA SEGUITO UN ADEGUAMENTO DELLE OPINIONI RAZIONALI CHE FINISCONO PER GALLEGGIARE ENTRO UN MARE DI MALIGNITA’ SUBCONSCIA) VERIFICATOSI MEDIANTE CARENZA DI PRESENZA COSCIENTE NEL MISTERO DEL PROPRIO INTELLIGERE.

IN PRATICA COLORO CHE EVENTUALMENTE INSISTERANNO NEL GELO E NELLA DISUMANITA’ AGIRANNO IN STATO DI EBBREZZA MALIGNA, UN’ EBBREZZA CUI ASSERVIRANNO TUTTA LA PROPRIA INTELLETTUALITA’.

CIO’ POTRA’ ESSERE IN LARGHISSIMA MISURA EVITATO SE COLORO CHE PRATICHERANNO L’ASCESI SARANNO IN NUMERO SUFFICIENTE E SE LO FARANNO IN MISURA SUFFICIENTEMENTE INTENSA.

NULLA E’ PREORDINATO O FATALE.

TUTTO DIPENDE DALL’ATTO LIBERO DELL’INDIVIDUO.

QUINDI L’UMANITA’ POTRA’ DIVIDERSI IN DUE STIRPI, IN DUE RAZZE, SOLTANTO SE QUELLA BUONA NON ASSOLVERA’ BENE IL PROPRIO COMPITO.

ALTRIMENTI TUTTO SI POTRA’ SANARE.

E NEL MONDO POTRA’ DILAGARE IL BENE.

IL LOGOS SOLARE D’OCCIDENTE.

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HELIOS FK AZIONE SOLARE

MARCO VALERIO MESSALLA CORVINO (64 AC 8 DC) URNACINERIS

HELIOS-FUOCO-SOLARE-FK-18-OTT-2012-FK-004

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ARTE, La Poesia di FK AZIONE SOLARE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

PEREGRINANDO INTORNO AL LIMITE

alpinista-

“Vi sono dei limiti che l’uomo non può superare”, “Tutto ha un limite”, “Conoscere i propri limiti”, ecc.

Bene, ma cos’è il limite? Il vocabolario non ci aiuta granché poiché risolve la questione con questa breve definizione:”Linea di confine o di demarcazione” oppure, per l’interiore, qualcosa di simile agli esempi che ho fatto:”I limiti della mente umana”. Dagli altri esempi si capisce che ogni tentativo di superare il limite o è sbagliato o rischioso.

Una volta tanto il VII volume dell’Enciclopedia Cattolica è più esaustivo. Inizia con Aristotele che nella Metafisica definisce il limite come “punto estremo di una cosa: quel punto primo, cioè, al di là del quale non si trova nulla, e al di qua del quale c’è tutto di essa”.

Per Kant il concetto-limite coincide con il noumeno, in quanto esso limita la validità oggettiva dell’intuizione sensibile, non essendo possibile intuizione diversa da quella sensibile: quindi il territorio al di là della sfera dei fenomeni è per noi vuoto: “Il concetto di noumeno è dunque un concetto-limite, atto a circoscrivere le pretese della sensibilità, cioè di puro uso negativo”.

Al geniale filisteo di Königsberg nemmeno ribatto, mentre ad Aristotele, verso cui nutro rispetto, faccio notare il…limite astratto della sua esatta proposizione: è del tutto vero che al limite del bosco il bosco non c’è più, è finito, ma oltre v’è altro, come, ad esempio, il prato che quest’anno con le temperature miti, è già rinverdito e spruzzato di fiori colorati.

Con questa immagine intendo dire che, oltre ogni limite, c’è sempre qualcosa d’altro, di diverso.

Magari non i filosofi che fanno e disfano pensieri, ma molti sportivi lo sanno benissimo. Persino la “quercia austriaca”, tal Schwarzenegger, lo seppe: cito con incerta memoria una sua esperienza: “ Presi la decisione di allenare le gambe sino all’esaurimento. Portai il bilancere sulla riva del fiume e iniziai gli squat (accosciate con il bilancere dietro le spalle): furono ore di agonia, poi improvvisamente avvertii una immensa energia, la sofferenza che avevo sopportato per ore si tramutò quasi in un’estasi e, in questo stato di grazia, potei continuare quasi all’infinito l’esercizio che era stato fin lì durissimo e penoso all’inverosimile”.

Nelle pesantissime accosciate, giunto volitivamente all’estremo, aveva superato il limite della fatica fisica e nervosa.

Ho citato un personaggio noto nelle palestre e nei media, ma sono tanti, corridori su lunghi tratti, atleti di triathlon, alpinisti che si fanno otto/dieci ore di alte vie con zaini strapieni, i quali dopo aver sputato l’anima, vanno oltre il bosco di cui ho parlato sopra.

E che dire di quelli come il compianto Valerj Brumel che superò, per sette volte il limite mondiale di salto in alto: questione di pochi centimetri ma oltre la capacità del mondo intero!

E, fuori dallo sport, prendete un sacco di cemento e fatevi tre piani di scale a piedi, poi ripetete per altre quarantanove o cinquantanove volte lo stesso tragitto con altri sacchi. Non siete braccianti, non siete allenati: già al decimo sacco il cuore inizierà a battere in modo preoccupante e vi sentirete sfiatati come balene dopo una lunga apnea. Al trentesimo sarete certi di non farcela più e sarete, oltre che stanchissimi, sempre più preoccupati, non per la salute ma per la stessa vita.

“Devo smettere, rischio davvero di morire”. Il pensiero si fa angosciante…ma non potete lasciare in strada l’ingombro scaricato dal camioncino con la pioggia che minaccia di fare blocco col cemento. Digitate sul telefonino il numero di qualche amico che possa giungere in aiuto, ma si sa, il cellulare non serve quando se ne ha bisogno.

Poi, dopo che paura e stanchezza hanno raggiunto un livello indescrivibile, quando ci si trascina oltre ogni certezza del possibile, quando tutto è accolto e trabocca, qualcosa vi rivolta come un calzino: improvvisamente subentra una calma mai provata, il corpo si fa leggero (lo sentite come fosse trasparente da levarsi nell’aria), il cuore è in pace e non schizza nel petto.

Avvertite con chiarezza che ciò che urlava e pesava in voi era l’anima, non il corpo e che essa è come scomparsa. La mente è tersa ed è libera dai pensieri: non c’è più nulla che pesi, né fuori né dentro.

Messner scrisse, negli anni ’80, un bel libretto, si intitolava Il limite della vita e narrava le molte esperienze di chi aveva potuto raccontare cosa succede al limite (esaurito e superato) delle forze psicofisiche.

Parlava anche di chi è caduto e ha avuto l’avventura di poter raccontare, poi, quali fossero le esperienze attraversate nella caduta, assolutamente diverse da quelle immaginabili da chi vede la cosa dal di fuori.

Però su questo sto divagando e non vorrei spingere nessuno – non è vero, qualcuno sì – nel tentativo di emulazione dei rari sopravvissuti al volo (e allo schianto) di 60 metri sulle rocce sottostanti.

Come dicevo prima, gli atleti conoscono bene ciò che può succedere quando avviene che riescano a superare il limite che sarebbe assegnato alle loro forze naturali: è stato pure coniato un termine per questa condizione: viene chiamata “esperienza di picco”.

E ciò cosa c’entra con Eco che, sostanzialmente, scrive di esperienze d’anima? Tutto e niente. Mi serviva da analogia, dettagliata, per indicare che il “superamento del limite” è del tutto possibile, realistico. Assai difficile ma non fuori portata dalla capacità umana.

Persino il concetto di analogia, in questo caso, è parzialmente relativo, poiché anche se ho parlato in termini di fisicità e muscolarità negli esempi proposti, di mezzo c’è sempre tutto l’uomo ed in ogni caso i “limiti” – pensateci bene – sono assai più apparentati all’anima piuttosto che al corpo. Anzi, proprio non esistono “superamenti” nei quadricipiti o nelle altre funzionali e organizzate bistecchine di cui siamo dotati.

Il superamento del limite, inutile nasconderlo, si fa più difficile quando abbiamo a che fare direttamente con l’interiorità. Non fosse altro che per abituale estraneità nostra a quel mondo.

In questo caso dovremmo comprendere, fare nostro, essere arciconvinti, totalmente persuasi che, come scrive il Dottore, il pensare sia davvero l’elemento ignorato quando osserviamo il mondo: che esso sia la parte della realtà che dobbiamo trovare ad ogni costo: costi quel che costi: ad ogni costo. Inutile (?) ricordare che si sta parlando dell’ignoto pensare antecedente al suo rifrangersi sminuzzato nelle infinite immagini delle cose del mondo, e che, nella testa, rimbalzano dappertutto: schegge che feriscono.

Non possedendo la forza e l’intensità necessaria per spingerci al limite, possiamo impararla. Nessuna dialettica, nessuna mistica, nessun quadricipite può insegnarcela, né tanto meno gli allegri compagni della minestra dell’amore incondizionato: puro e insensato slogan data l’ordinaria struttura dell’uomo che, per avere uno straccio di autocoscienza deve, in primis, respingere ogni altra cosa, in una occulta tessitura d’odio o se questo termine non piace, chiamatela antipatia strutturale. Per cui l’amore vero, così spesso evocato a parole, è ancora un bellissimo istinto: certo, viene dallo Spirito ma passa per il corpo come istinto. A suo modo, persino la psicologia sa distinguere due condizioni dell’amore: quello captativo e quello oblativo. Quando non sia oblativo – lo è troppo poco o non lo è quasi mai – si guasta o fugge via: ricordatevi gli amori perduti.

Dobbiamo imparare. Da chi? Da noi. Come? Con lo sforzo, ripetuto e progressivo. Se qualcuno vi parla di alternative come i suddetti compagni, vi sta ingannando. Se qualcuno dualizza (col “bene” o col “male”), tenta di ingannarvi. Un tempo pure i bifolchi sapevano che nell’uno c’era il sublime, nel due il male.

Ripeto: non è una questione di studio, di intellettualità, di parole segrete di passo, di tesseramenti…è solo sforzo che tenda ad essere molto più di quanto oggi se ne abbia sentore.

Il resto, se pure colma abbondantemente la vita è, in gran parte ciò che è nato con voi e si consumerà con la vostra morte. Non mi credete? Abituatevi a farvi consigliare dalla morte: evocatela spesso, senza timore ma con rispetto, e lei vi dirà quante sono le cose inutili di cui vi circondate, fuori e dentro. La morte può diventare un’amica fedele. Provateci e vedrete che funzionerà.

Anche il Dottore, che fa sempre comodo citarlo quando l’ortodossia fa comodo, inizia gli otto gradini della conoscenza di sé con una rinnovata ars moriendi: o è meglio non approfondire queste cose turche?

Divago nuovamente (sfido! Ho il dottor Aloysius Alzheimer che mi ispira). Bon alors, revenons à nos moutons: ora vi deludo, perché non esiste una indicazione che ci possa aiutare.

Però eccone una al volo: sedetevi su duro legno ponendo (affinché la scomodità sia perfetta) tra esso e le vostre nobili posterga qualche sassolino.

Ascesi antica, via del dolore? Al contrario: dateci dentro fino al giorno e al momento in cui non sentirete affatto panca e sassi… Impossibile? No! E’ possibile quando ogni cellula della vostra attenzione sarà volta al tema e non ad altro. Quando? Quando andrete oltre il limite, è lampante! Il limite di che cosa? Il limite del dannato senso corporeo di voi stessi: l’unica cosa che l’uomo ama con tutta la sua forza.

L’esempio è (forse) eccessivo ma indica alla grande ciò che si cerca di fare, ciò che va fatto.

Nessuno dovrebbe spaventarsi: è un lavoro progressivo, disciplinato, (magari con diversi tentativi di scatto in avanti: le eccezionalità piacciono agli Dei) persino sistematico, così come nessuno inizia le accosciate con centinaia di chili sulle spalle o una scarpinata di un giorno in quota. Siano accosciate o scarpinate reclamano pazienza.

Ma poiché un giorno si potrà essere capaci di fare cose del genere, perché “pensare” di non farcela con l’attenzione pensante assolutamente concentrata?

Aggiungo una domanda che mi è stata posta da una persona intelligente pochi giorni fa: “Va bene, tengo tutta l’attenzione sull’immagine…ma poi cosa devo fare?” “Questo” gli ho risposto “non è altro che il tentativo estremo del mentale di ingannarti. Non devi fare altro, solo dare tutto e di più a questo non-fare e se mi fai questa domanda mi sembra che tu sia ancora lontano dall’attenzione di cui stiamo parlando”. Totale immobilità del tutto dinamica.

Ad un certo momento che non può essere predeterminato ma di certo suscitato dall’intensità prolungata, sacrificale, si può sperimentare la concretezza della frase, ripetuta da Scaligero, a non pochi praticanti: “La concentrazione è autocorrettiva”. Frase che poté sembrare vuota o beffarda nel lungo rosario dei tempi della disciplina, quando niente ci aiutava nei nostri ingessati sforzi. Esiste nell’esercizio una potenza di saggezza e siamo noi, soltanto noi che possiamo non percepirla o persino rifiutarla. Fenomenologicamente essa ascende dal cuore ma perché essa ascenda è l’essenza del pensare nostro che deve liberarsi dalla testa e scendere verso il cuore: ciò che pigri e testoni non vogliono capire. A ciò si riferisce il dott. Colazza quando scrive del cervello che lascia libero il concetto (Pag. 50 della ristampa di Ur, 1980). In pratica, questo è ciò che manca a chi non supera il mistico nominalismo. Mi sembra evidente, persino esibito, come ho mostrato nel precedente articolo circa l’uso ossessivo di termini o nomi “alti” ma che vivono come primitivi sentimenti religiosi nell’anima. 

Vi pare difficile? Allora mettiamo in chiaro una cosa: esiste uno spiritualismo (teosofico, antroposofico, pseudomistico, magistico, new age, ecc.) che usa paroloni, immagini sacre ma è sterile, vuoto come un guscio di lumaca: lì non v’è nulla da “superare”, basta fingere valori e gonfiare se stessi come mongolfiere.

Comprendo il bisogno di fingere valori e virtù: l’anima priva di disciplina scivola verso il suo elemento animale. Osservate ciò che domina gli animali, siano predatori o prede: nel linguaggio nostro viene chiamata paura. Anche l’animalità umana vive nella paura, solo che nell’uomo essa è come attutita dalle giustificazioni. La dialettica, contro cui Scaligero spese molti capitoli dei suoi libri, è l’intellettuale manifestazione della paura. E dialettici lo siamo tutti.

L’alternativa sapete qual’è: non fingere e darci dentro, nonostante la nostra miserabilità – una tra le poche cose vere che ci appartengono – con rassegnata determinazione, diventando decisamente indifferenti ad aspettative e speranzuccole. La chiave è sempre quella: ferrea determinazione volitiva – arto dell’Io – che non si occupi né si preoccupi, fosse anche l’anima visitata da beata visione o da oscuri pericoli.

SCIENZA DELLO SPIRITO

L'Hacker e l'Anima

Snow

Un capitolo di un libro di fantascienza. Magari richiederà un piccolo sforzo per essere compreso, dato il linguaggio molto “informatico”. Ma fa pensare… 🙂

Da “Snow Crash” di Neal Stephenson:

«Sono qui sul Raft in cerca di un software – di un antivirus, per la precisione – scritto cinquemila anni fa da un sumero di nome Enki, un hacker neurolinguistico.»

«Che cosa vuol dire?» domanda Mr. Lee.

«Una persona capace di programmare le menti di altre persone per mezzo di flussi verbali di dati, noti anche come nam-shub.»

Ng è completamente privo di espressione. Aspira un’altra boccata dalla sigaretta, butta fuori il fumo verso l’alto, come un geyser, lo osserva mentre si diffonde contro il soffitto. «Qual è il meccanismo?»

«Nella testa abbiamo due tipi di linguaggio. Quello che stiamo usando adesso è acquisito. Modella il nostro cervello mentre lo impariamo. Ma c’è anche una lingua che risiede nelle strutture profonde del nostro cervello, che tutti possiedono. Queste strutture consistono di circuiti neurali elementari che sono necessari al fine di permettere al nostro cervello di acquisire forme di linguaggio più alte.»

«Infrastrutture linguistiche» dice Zio Enzo.

«Già. Immagino che “struttura profonda” e “infrastruttura” significhino la stessa cosa. Comunque sia, in particolari condizioni, è possibile accedere a quelle parti del cervello. La glossolalia – il parlare con il dono delle lingue – è l’output, l’effetto che si produce quando le strutture linguistiche profonde si impadroniscono delle nostre lingue e parlano, sostituendo le forme più alte e acquisite di linguaggio. Tutti hanno conosciuto questo fenomeno per un certo periodo.»

«Stai dicendo che esiste anche un aspetto di input?» dice Ng.

«Esattamente. Lavora in modo contrario. In particolari condizioni, le orecchie – o gli occhi – possono collegarsi alle strutture profonde, prescindendo dalle funzioni linguistiche più alte. Ovvero, chi conosce le parole giuste, può pronunciarle, o mostrare dei simboli visivi, e superare così le difese degli individui per raggiungere direttamente il loro tronco cerebrale.

Come un pirata informatico che irrompe nel sistema di un computer, aggira tutti i sistemi di sicurezza ed entra nel cuore della macchina, assumen-done il controllo assoluto.»

«In una tale situazione, i proprietari del computer non possono fare niente» dice Ng.

«Esatto. Perché loro accedono alla macchina a un livello più alto, che è stato ormai superato. Allo stesso modo, una volta che un hacker neurolinguistico entra nelle strutture profonde del nostro cervello, non possiamo più liberarcene, perché, a un livello così elementare, non siamo neppure in grado di controllare il nostro cervello.»

«Cosa c’entra tutto ciò con la tavoletta di argilla della Enterprise?» domanda Mr. Lee.

«Mi segua. Questa lingua – la lingua madre – è eredità di una fase precedente dello sviluppo sociale umano. Le società primitive erano controllate da regole verbali chiamate me. I me erano come piccoli programmi per gli umani. Ebbero un ruolo fondamentale nella transizione dalla società dell’uomo delle caverne verso una società organizzata e agricola. Per esempio, c’era un programma per scavare un solco nel terreno e piantare il grano. C’era un programma per cuocere il pane e un altro per costruire una casa. Esistevano anche me per funzioni di più alto livello, come la guerra, la diplomazia e i riti religiosi. Tutte le abilità necessarie a far funzionare una cultura autosufficiente erano contenute in questi me, che erano scritti su tavolette o trasmessi oralmente. In ogni caso, i me erano custoditi nel tempio locale, che fungeva da archivio dei me, controllato da un sacerdote-re detto en. Quando qualcuno aveva bisogno di pane, andava dall’eri o dai uno dei suoi sottoposti e prelevava il me della panificazione dal tempio. Poi seguiva le istruzioni, avviava il programma e, quando aveva finito, si ritrovava con una pagnotta.

«Era necessario un archivio centrale, tra le altre cose, perché alcuni dei me dovevano essere utilizzati a tempo debito. Se il me dell’aratura e della semina fosse stato eseguito nel periodo sbagliato dell’anno, non ci sarebbe stato raccolto e sarebbero tutti morti di fame. L’unico modo per assicurarsi che i me venissero utilizzati al momento giusto consisteva nel costruire osservatori astronomici per controllare i cambiamenti di stagione nel cielo.

Così i sumeri costruirono torri “con le cime coi cieli” – con diagrammi astronomici in cima. L’ en osservava le stelle e dispensava i me agricoli nelle giuste stagioni dell’anno, perché l’economia funzionasse.

«Mi pare il problema dell’uovo e della gallina» dice Zio Enzo. «Come fece una tale società a organizzarsi, in origine?»

«Esiste un’entità informatica nota come metavirus che causa il contagio dei sistemi informatici con virus personalizzati. Potrebbe trattarsi di un principio fondamentale della natura, come la selezione darwiniana, oppure di un’informazione che fluttua in giro per l’universo sulle comete e le onde radio – non ne sono sicuro. In ogni caso, è questo il suo effetto: qualunque sistema informatico di una certa complessità prima o poi viene infettato da virus – virus generati al proprio interno.

«A un certo punto, in un passato lontano, il metavirus infettò la specie umana e, da allora, non l’ha più lasciata. Per prima cosa, produsse un vero e proprio vaso di Pandora pieno di virus del DNA: vaiolo, influenza e così via. Salute e longevità divennero cose del passato. Un lontano ricordo di questo evento si è conservato nelle leggende della caduta dal paradiso, secondo cui l’umanità fu estromessa da una vita serena e confinata in un mondo infestato da malattie e dolore.

«Alla fine, quell’epidemia si è come stabilizzata. Di tanto in tanto, compaiono nuovi virus del DNA, ma, in generale, i nostri corpi sembrano aver sviluppato una certa resistenza nei loro confronti.»

«Forse,» dice Ng «i virus che attaccano il DNA umano non sono infiniti, e il metavirus li ha già creati tutti.»

«Può darsi. Comunque, la cultura sumerica, la società basata sui me, era un’altra manifestazione del metavirus. Solo che, in questo caso, si presentava in forma linguistica, anziché colpire il DNA.»

«Mi scusi» dice Mr. Lee. «Sta forse dicendo che la civiltà è cominciata come un’infezione?»

«La civiltà nella sua forma primitiva, sì. Ogni me era una specie di virus, derivante dal principio del metavirus. Prendiamo, ad esempio, il me della panificazione. Una volta entrato nella società, è diventato un’informazione auto-sufficiente. È semplicemente un problema di selezione naturale: chi sa fare il pane vivrà meglio e sarà più adatto a riprodursi di chi non lo sa fare. Naturalmente, i me verranno diffusi e chi li propaga funge da portatore di questa informazione autoreplicante. Ciò la connota come virus. La cultura sumerica, coi suoi templi pieni di me, non era che una raccolta di virus vittoriosi accumulatisi nel corso dei millenni. Era una operazione di franchise, solo che aveva le ziggurat al posto degli archi dorati e tavolette di terracotta anziché raccoglitori a tre anelli.

«Il termine sumerico per “mente”, o “saggezza”, è identico a quello per

“orecchio”. Ecco cos’era quel popolo: tante paia di orecchie con attaccati dei corpi. Ricevitori passivi di informazione. Ma Enki era diverso. Enki era un en che, guarda caso, era particolarmente bravo a fare il suo lavoro.

Aveva la rara abilità di scrivere nuovi me – era un hacker. Fu, di fatto, il primo uomo moderno, un essere umano pienamente cosciente, proprio come noi.

«A un certo punto, Enki si era reso conto che a Sumer ci si stava fossi-lizzando. La gente continuava a mettere in pratica gli stessi vecchi me, senza inventarne di nuovi, senza pensare con la propria testa. Ho il sospetto che si sentisse solo, essendo uno dei pochi esseri umani coscienti al mondo – forse l’unico. Si era reso conto che, per far sì che la razza umana progredisse, ci si doveva liberare dalla morsa della civiltà virale.

«Così creò il nam-shub di Enki, un antivirus che si diffuse lungo gli stessi canali dei me e del metavirus. Raggiunse le strutture profonde del cervello e le riprogrammò. Da quel momento in poi, nessuno comprese più la lingua sumerica, o qualsiasi altra lingua che avesse origine nelle strutture profonde. Separati dalle strutture profonde comuni, gli uomini cominciarono a sviluppare nuove lingue che non avevano nulla in comune tra di loro. I me smisero di funzionare e non fu più possibile scriverne di nuovi.

Venne bloccata l’ulteriore trasmissione del metavirus.»

«E come mai non sono morti tutti per mancanza di pane, visto che avevano perso il me della panificazione?» domanda Zio Enzo.

«Qualcuno, probabilmente, è anche morto. Tutti gli altri dovettero usare le funzioni più alte del proprio cervello per trovare una soluzione. Si può dunque dire che il nam-shub di Enki è alle origini della coscienza umana: per la prima volta, abbiamo dovuto pensare con la nostra testa.

Prese anche avvio la religione razionale e, per la prima volta, la gente cominciò a pensare a problemi astratti come Dio, il Bene e il Male. Ed è da qui che proviene la parola “Babele”. Letteralmente significa “Porta di Dio”. Attraverso questa porta, Dio poteva raggiungere la razza umana.

Babele è una porta nella nostra testa, la porta aperta dal nam-shub di Enki che ci ha liberato dal metavirus e ci ha dato la capacità di pensare, che ci ha fatto passare da un mondo materialistico a uno dualistico – un mondo binario, dotato di una componente fisica e di una spirituale.

«Probabilmente, seguì un periodo di confusione e scombussolamento generale. Enki, o forse il figlio Marduk, cercarono di reimporre l’ordine nella società, sostituendo il vecchio sistema dei me con un codice di leggi: il codice di Hammurabi. In parte ebbe successo. In molti posti, però, si continuava a venerare Asherah. Era un culto incredibilmente tenace, una forma di regressione a Sumer, che si diffuse sia oralmente sia con lo scambio di fluidi corporali: c’erano delle prostitute del culto, e venivano anche adottati orfani a cui si trasmetteva il virus tramite l’allattamento.»

«Aspetta un attimo» dice Ng. «Ora torni a parlare di, un virus biologico.»

«Esattamente. Questo è il punto, per quanto riguarda Asherah. È tutte e due le cose insieme. Osservate l’herpes simplex, ad esempio. Quando entra nel corpo, l’herpes punta dritto al sistema nervoso. In parte rimane nel sistema nervoso periferico, ma per il resto si fionda come una pallottola nel sistema nervoso centrale, e si insedia permanentemente nelle cellule del cervello, attorcigliandosi attorno al tronco cerebrale come un serpente attorno a un albero. Il virus di Asherah, che potrebbe essere paragonato a quello dell’herpes, o magari identificato con esso, passa attraverso le membrane cellulari per raggiungere il nucleo e scombussolare il DNA della cellula, proprio come fanno gli steroidi. Ma Asherah è molto più complicata di uno steroide.»

«E quando altera il DNA, cosa succede?»

«Non l’ha studiato nessuno, tranne, forse, L. Bob Rife. Forse, la lingua madre viene spinta a un livello più superficiale, e la gente diviene più adatta a parlare con il dono delle lingue e più suscettibile ai me. Questo virus, inoltre, mi pare che tenda anche a incoraggiare comportamenti irrazionali, o a indebolire le difese delle vittime nei confronti delle idee virali, o a causare la loro promiscuità sessuale, o forse tutte e tre le cose.

«Ma a ogni idea virale corrisponde un virus biologico?» domanda Zio Enzo.

«No. Solo ad Asherah, per quanto ne so io. Ecco perché tra tutti i me e le divinità e le pratiche religiose che furono oggetto di venerazione a Sumer, soltanto Asherah è ancora radicata ai giorni nostri. Un’idea virale può essere sconfitta – come è successo col nazismo, i pantaloni scampanati e le magliette di Bart Simpson – ma Asherah, avendo un aspetto biologico, può rimanere latente nel corpo umano. Dopo Babele, Asherah continuò a di-morare nel cervello umano, e a essere trasmessa di madre in figlio e di amante in amante.

«Siamo tutti soggetti all’azione delle idee virali. Come nell’isteria di massa. Una musica, che ti entra in testa e continui a canticchiarla per tutto il giorno e, alla fine, l’attacchi a qualcun altro. Gli scherzi. Le leggende metropolitane. Le religioni strampalate. Il marxismo. E per quanto intelligenti diventiamo, esiste sempre in noi questa parte irrazionale profonda che ci rende potenziali portatori di informazioni autoreplicanti. Ma essere colpiti fisicamente da una forma grave del virus di Asherah ti rende molto più vulnerabile. L’unica cosa che impedisce a simili fenomeni di impadro-nirsi del mondo è il fattore Babele: il muro di mutua incomprensione che divide in compartimenti stagni la razza umana e blocca il proliferare dei virus.

«Babele ha portato a un’esplosione del numero delle lingue. Faceva parte del piano di Enki. Le monocolture, come ad esempio un campo di grano, sono soggette all’infezione, mentre le colture geneticamente varie, co-me le praterie, sono estremamente resistenti. Dopo qualche migliaio d’an-ni, si è sviluppata una nuova lingua, l’ebraico, dotata di eccezionale flessibilità e forza. I deuteronomisti, un gruppo di monoteisti radicali del VII-VI secolo a.C, furono i primi ad approfittarne. Vissero in un periodo caratterizzato da un nazionalismo e da una xenofobia estremi, e per questo fu per loro più facile respingere idee straniere come il culto di Asherah. Forma-lizzarono le loro vecchie leggende nella Torah e, con essa, fissarono una legge che ne assicurava la diffusione nella storia – una legge che praticamente diceva: “fai una copia esatta di me e leggila ogni giorno”. E fomen-tarono una sorta di igiene informativa, la fede nella duplicazione rigorosa e una grande cura nella gestione delle informazioni che, come avevano compreso, erano potenzialmente pericolose. Con loro, i dati divennero materiale soggetto a controllo.

«Può darsi che siano andati oltre. Ci sono prove dell’accurata pianifica-zione di una guerra biologica contro l’esercito di Sennacherib, quando questi aveva cercato di conquistare Gerusalemme. Quindi, i deuteronomisti potrebbero avere avuto un loro en. O forse conoscevano i virus abbastanza bene da sapere come utilizzare le epidemie naturali. Le abilità coltivate da queste persone furono tramandate in segreto di generazione in generazione e si manifestarono duemila anni dopo, in Europa, tra i maghi della cabala, i ba’al shem, maestri del nome divino.

«In ogni caso, così nacque le religione razionale. Tutte le religioni mo-noteistiche successive – dette dai musulmani, a ragione, “religioni del Libro” – hanno in qualche misura inglobato queste idee. Il Corano, ad esempio, afferma ripetutamente di non essere che una trascrizione, la copia esatta, di un libro che sta in Paradiso. Naturalmente, chiunque ci creda non oserà alterare il testo in nessun modo! Idee come queste furono così effi-caci nel prevenire la diffusione di Asherah che, alla fine, ogni centimetro quadrato del territorio dove aveva prosperato il culto virale – che andava dall’India alla Spagna – fu sottoposto all’influenza dell’Islam, della Cristia-nità o dell’Ebraismo.

«Ma a causa di questa latenza – attorcigliata intorno al tronco cerebrale di chi ha contratto il virus e tramandata di generazione in generazione –

trova sempre il modo di riaffiorare. Nel caso dell’Ebraismo, arrivò con i farisei, che imposero una rigida teocrazia legalistica agli ebrei. Con la sua rigida adesione alle leggi custodite nel tempio, amministrate da specie di sacerdoti rivestiti di autorità civile, assomigliava all’antico sistema sumerico, ed era ugualmente oppressivo.

«Il ministero pastorale di Gesù Cristo si configurò come sforzo di liberare l’Ebraismo da questi condizionamenti: una sorta di eco di quanto aveva fatto Enki. Il vangelo di Cristo è un nuovo nam-shub, un tentativo di far uscire la religione dal tempio, dalle mani del clero, e di portare il Regno di Dio a tutti. Questo è il messaggio pronunciato in modo esplicito nei suoi sermoni, e rappresentato in forma simbolica dalla sua tomba vuota. Dopo la crocifissione, gli apostoli andarono alla sua tomba nella speranza di trovare il corpo di Cristo e invece non vi trovarono niente. Il messaggio era abbastanza chiaro: non dobbiamo fare di Gesù un idolo, perché le sue idee hanno un valore intrinseco, la sua Chiesa non è più accentrata in una persona, ma dispersa tra la gente.

«La gente abituata alla rigida teocrazia dei farisei non poteva sopportare l’idea di un Chiesa popolare e non gerarchica. Volevano papi, vescovi e preti. Così al vangelo fu aggiunto il mito della resurrezione. Il messaggio originario fu mutato in una forma di idolatria. In questa nuova versione dei vangeli, Gesù tornava in terra e dava vita a una Chiesa, che più tardi sarebbe divenuta la Chiesa dell’Impero romano d’Oriente e d’Occidente, u-n’altra teocrazia rigida, brutale e irrazionale.

«Nello stesso periodo, veniva fondata la Chiesa pentecostale. I primi cristiani parlavano con il dono delle lingue. La Bibbia dice: “E tutti erano attoniti e perplessi e dicevano l’un l’altro: ‘Che cosa significa tutto ciò?'”

Be’, credo di avere una risposta. Era un’epidemia virale.

Asherah era sempre stata lì, a covare tra la popolazione, dai tempi del trionfo dei deuteronomisti. Le misure di igiene informativa praticate dagli ebrei la rendevano inoffensiva. Ma agli albori del cristianesimo, deve esserci stato un gran casino, moltissimi pensatori liberi e radicali che se ne andavano in giro a irridere alla tradizione. Si tornò di colpo ai giorni della religione prerazionale. Si tornò a Sumer. E, quasi certamente, si tornò anche a parlare la lingua dell’Eden.

«La linea vincente all’interno della Chiesa cristiana rigettò la glossolalia.

Si limitò a disapprovarla per alcuni secoli e, al Concilio di Costantinopoli del 381, la condannò ufficialmente. Il culto glossolalico sopravvisse ai margini del mondo cristiano. La chiesa era disponibile ad accettare un po’

di xenoglossia purché fosse utile a convertire i pagani, come nel caso di san Luigi Bertrand che, nel XVI secolo, convertì migliaia di indiani diffondendo la glossolalia per tutto il paese più rapidamente del vaiolo. Ma, appena convertiti, si chiese a quegli indiani di tacere o parlare in latino come tutti gli altri.

«La Riforma portò con sé una maggiore apertura. Ma la dottrina della Chiesa pentecostale non prese seriamente piede prima del 1900, quando un piccolo gruppo di studenti di un Bibbia-college nel Kansas cominciò a parlare con il dono delle lingue. Diffusero la pratica anche in Texas. Qui divenne noto col nome di revival movement. Si propagò come un incendio incontrollato in tutti gli Stati Uniti e, poi, in tutto il mondo, arrivando fino in Cina e in India nel 1906. I mass media del XX secolo, l’alto grado di al-fabetizzazione e i mezzi di trasporto ad alta velocità agirono tutti da poten-tissimi vettori dell’infezione. In una sala piena di revivalisti o in un campo di rifugiati del Terzo mondo, la glossolalia si diffonde veloce come il panico, di persona in persona. Negli anni Ottanta, il numero di pentecostali nel mondo si calcolava ormai nell’ordine delle decine di migliaia.

«Infine, arrivarono la televisione e il reverendo Wayne, sostenuto dall’esteso potere mediatico di L. Bob Rife. Il comportamento promosso dal reverendo Wayne nei suoi spettacoli televisivi, volantini e franchise può essere fatto risalire ai culti pentecostali degli inizi del cristianesimo e, ancora più in là nel tempo, ai culti glossolalia pagani. Il culto di Asherah vive. Le Porte del Paradiso del Reverendo Wayne sono il culto di Asherah.»

LIBRI E AUTORI

IL “MISTERO” DELLA PERCEZIONE PURA

Percezione pura

(Percezione Pura – Marina Sagramora)

*

Su Ecoantroposophia è stata molto sottolineata l’importanza dell’esperienza del pensiero puro, del pensiero libero dai sensi, come lo chiama Rudolf Steiner in quelle pagine della sua Scienza occulta nelle sue linee generali, che furono decisive per Massimo Scaligero per il riconoscimento da parte sua della figura e della missione spirituale di colui ch’egli chiamerà il Maestro dei Nuovi Tempi, per la scelta definitiva del Sentiero spirituale al quale consacrare ogni sua energia e tutta intera la sua stessa vita.

Massimo Scaligero stesso ci indicò nella Scienza Occulta, da lui allora posseduta nella bella edizione di Gius. Laterza e Figli, Bari, 1932, le pp. 223-226 nelle quali Rudolf Steiner parla del «pensiero libero dai sensi» e della sua importanza, per il discepolo dell’Iniziazione, che ha il fatto di coltivarlo energicamente al fine di conquistare forza interiore e acquisire quella oggettività, quella sicurezza e quell’equilibrio, assolutamente necessari per non cadere in balia delle innumerevoli illusioni che fatalmente si incontrano nell’esperienza immaginativa, per non venire travolti dal vortice di quella illudente e stordente Luce Astrale, sempre pronta come un drago a divorare lo stolto e sprovveduto “occultista”, il quale – come suol dirsi, “un po’ per celia, un po’ per non morir” – per iscacciar la noia esistenziale e la routine di una in-significante vita borghese, piccolissimo-borghese, si metta a “giuocar” con la Luce Astrale e le Potenze Occulte.

A dissuadere da un cotale sciocco “giuocare” con la Luce Astrale –  che tanto piace agli attuali martinisti, kremmerziani, ecceteriani – dovrebbe esser sufficiente il leggersi con attenzione, e ben meditare, quel che scrive in proposito Sir Edward Bulwer-Lytton nel suo Zanoni, a Rosicrucian Tale, e Stanislas de Guaita nel suo Essais des sciences maudites, il quale ricorda che il novello Edipo deve essere capace di risolvere l’enigma della tetramorfa Sfinge tebana, per non incorrere nei più grandi pericoli, e che per lo stolto, l’arrogante, il debole, l’incostante e il pusillamine, vale l’ammonizione scritta sulla soglia del Tempio: scire nefas, ossia il “sapere” può essere fatale, e in taluni casi anche mortale, per la vana e sciocca curiosità umana.

Più volte è stata sottolineata, sulle pagine di Eco, soprattutto da parte di Isidoro, l’importanza dell’esperienza del pensiero puro, del pensiero libero dai sensi, come garanzia di oggettività dell’esperienza spirituale, come misura di radicale indipendenza dello sperimentare dell’Io da qualsivoglia coinvolgimento con la vicenda corporea, coinvolgimento nella sfera somatica che porta fatalmente al di sotto e non al di sopra della normale coscienza di veglia, e trascina la vita dell’anima tra i liquami e i miasmi attossicanti del guasto sperimentare medianico. Con tutto quel che ne segue.

Solo l’esperienza del pensiero puro, come sottolinea esplicitamente Rudolf Steiner nell’Appendice del 1918 al libro Iniziazione e nelle sopra citate pagine di Scienza Occulta, apre il varco – mediante l’intensificazione volitiva e cosciente del momento genetico del pensare – all’autentica esperienza spirituale. E Massimo Scaligero pone l’esperienza del pensiero puro come essenza aurea della Via del Pensiero Vivente, come completa e insuperata Via eroica all’Iniziazione. Per cui, fu per me un colpo al cuore l’udire con le mie orecchie l’affermazione  che «la Via di Massimo Scaligero è incompleta  e superata», e leggere coi miei occhi che «l’esperienza del pensiero puro-libero dai sensi è un’esperienza spontanea, ma non cosciente e quindi egoistica», quando invece tutta l’opera di Rudolf Steiner e quella di Massimo Scaligero – ma anche la loro vita, la loro ascesi, la loro realizzazione iniziatica – dimostrano ad abundantiam la falsità di tali menzognere affermazioni. Da qui la volontà di alcuni amici di Eco di sottolineare instancabilmente l’esperienza del pensiero puro, e la centralità della Concentrazione, della Meditazione, secondo il canone della Via del Pensiero, indicatoci da Massimo Scaligero.

Ci è stato fatto osservare che in qualche modo, su Eco, abbiamo forse un po’ trascurato il tema della “percezione pura”. Devo dire che una tale osservazione, in effetti, coglie nel segno. Ora, il tema della “percezione pura”, in realtà, è per noi strettissimamente legato a quello del “pensiero puro” e ci è sommamente caro. Tanto più che Massimo Scaligero disse più volte che missione precipua di Rudolf Steiner fu quella di portare in Occidente, e nel Mondo, una Via magica della percezione.  E, nelle sue “filosofali” opere filosofiche, Rudolf Steiner descrive come, nell’atto conoscitivo umano, la realtà del mondo si scinda – per noi – in percezione e concetto, e come ciò che nell’esperienza conoscitiva è inizialmente dato come effettivamente separato venga poi dall’attività pensante del soggetto conoscente altrettanto  effettivamente ricongiunto. A sua volta, Massimo Scaligero ne La logica contro l’uomo, Tilopa, Roma, 1967, nella Seconda Parte, intitolata La Via del Pensiero, nel II capitolo, Lineamenti di una nuova scienza della percezione, pp. 162-199, dà un adamantino e meditativo percorso di pensiero nel quale illustra la natura spirituale della percezione: pagine da meditare e rimeditare a lungo.

Il problema, anzi il còmpito, è quello di avere il pensiero e il percepire allo stato puro. Ossia avere la percezione non decaduta a mera sensazione e non mescolata alla serie dei moti emotivi, istintivi e ad ogni sorta di involontari pensieri, che come un caotico ribollire riempiono la consueta, ma non normale, vita dell’anima. Lo stesso problema, o còmpito, si pone nei riguardi del pensare: avere l’attività del pensare allo stato puro, ossia detersa dal continuo interferire dell’involontaria memoria rappresentativa, di stati d’animo, moti istintivi e passionali. Si può dire che gran parte dell’Ascesi solare, che il discepolo dell’Iniziazione deve diligentemente praticare, sia vòlta ad educarlo alla oggettività del percepire e del pensare, a far tacere radicalmente quel ribollire lunare dell’anima, che generalmente riduce l’uomo ad un essere sognante e dormiente, mancipio e schiavo delle Potenze Avverse che lo dominano e lo muovono come un inerte burattino.

Senza una rigorosa disciplina de-soggettivante del pensare e del percepire, l’essere umano non si svincola dal lunare ribollire astrale dell’anima. Facilmente, percorrendo il sentiero occulto, può cadere nei mille e poi mille inganni che la sfera immaginativa, il mondo astrale tessono come un’avvincente trama d’illusioni di fronte al cercatore spirituale. Potrei riempire interi treni con tutti i visionari, gl’illusi e sinceri “chiaroveggenti”, da me incontrati, che prendono per realtà oggettive le torbide esperienze “astrali”. E potrei riempire navi da crociera con i  mistici, e le mistiche, che, datisi alle “morbide” vie dell’anima, a quel “sentire il sentire”, che Massimo Scaligero sconsiglia energicamente, sono finiti nell’immensa cloaca delle più diverse, e talvolta ridicole, infatuazioni visionarie, con l’inavvertito bramoso condimento di “erotismo astrale”, come lo definisce spietatamente Rudolf Steiner nel Corso di medicina pastorale e in moltissime altre sue conferenze.

Per cui, è veramente necessario avere le idee chiarissime sull’essere autentico della percezione, rendersi conto del “mistero” della percezione pura, dal punto di vista di quanto indica Rudolf Steiner in opere – che sono un vero e proprio “rituale” di magia solare – come Linee fondamentali di una teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo e Filosofia della libertà. Non entrerò in merito, in questo articolo, nella descrizione della tecnica operativa della “percezione pura”, che troviamo esposta in maniera illuminante da Massimo Scaligero in molte delle sue opere. Riporterò, invece, uno scritto di Hendrik Knobel, discepolo di Rudolf Steiner, amico di Marie Steiner, e valente collaboratore di Hella Wiesberger all’interno del Lascito del Dottore. Nel tradurre questo scritto, ho posto ogni diligenza a riprodurre con la massima esattezza, a costo anche di sacrificare la “venustà del periodare” – come la chiamava Arturo Reghini – la trama di pensieri dell’autore. Se letto e meditato con attenzione, questo scritto potrà fornire al ricercatore spirituale, che voglia essere uno sperimentatore, spunti preziosi per cogliere il “mistero” della “percezione pura” dal punto di vista della Filosofia della libertà.

Lo scritto che segue rappresenta il primo capitolo dell’opera di Hendrik Knobel, Die sieben Lebensstufen. Form und Gestalt, Zbinden Verlag, Basel, 1984, pp. 9-13.

***

LA PERCEZIONE PURA

di Hendrik Knobel

Conosciamo dall’Antroposofia, in quanto essa è data filosoficamente, il concetto del pensiero “puro” – che dapprima non dovrà essere qui trattato – e quello della percezione pura. Percezione pura viene qui chiamata la percezione nella misura in cui essa è “pura” di componenti concettuali.

Ora, però viene detto ripetutamente che non esisterebbe affatto percezione pura. Essa non potrebbe esistere già per il fatto che, appunto, si può percepire soltanto là dove si abbia il concetto. Io vedo “blu”, vedo “rotondo”, unicamente per il fatto che posso formare il concetto di “blu”, il concetto di “rotondo” . Se non posso formarli, allora passo oltre, senza accorgermi, al cerchio blu e non ho della impressione blu e rotondo, alcuna conoscenza. Tutte le percezioni sono perciò date in forma di concetto; nella percezione afferrata coscientemente, percezione e concetto non si lasciano separare. Se contemplo un quadro, vedo per esempio raffigurati una donna, un fanciullo (Madonna). Mi distolgo dal quadro e un amico che mi accompagnava, e che è botanico, mi dice: Hai visto le piante nel quadro?. No, non le ho viste. L’amico mi riporta davanti al quadro e mi indica il punto dove, nel quadro, sono raffigurate effettivamente delle piante. Vedo unicamente quel che concepisco, in questo caso le piante attraverso l’indicazione concettuale del mio amico. Io vedo soltanto quello che concepisco. Ciò che non concepisco, non lo vedo, non lo percepisco. Tuttavia, quel che concepisco, lo percepisco, poi, dopo, ne ho una rappresentazione.

Ora, prima che possa essere afferrato il problema vero e proprio, occorre chiarire i concetti. Che io “veda” qualcosa appena ne ricevo, comunicatomi, il concetto, è una designazione inesatta. – Perlopiù si mette il “vedo” pure tra virgolette – dovrebbe essere detto: io vengo reso consapevole di qualcosa, oppure divengo consapevole di qualcosa, e sperimento un’impressione. Si può dire: io non ho ricevuta nessuna impressione, perché soltanto dopoché io ho, oppure ho ricevuto, comunicatomi, il concetto relativo, sono divenuto cosciente della cosa e la posso ricordare? Posso, tuttavia, anche aver ricevuto un’impressione di una cosa, ma trascurare di applicare su di essa il concetto, per es., per mancanza d’interesse, e non averne quindi nessuna coscienza mnemonica (per es., una pietra incontrata sulla mia strada). Ma con ciò, sia pure, non ho ricevuto nessuna impressione? Certo, questo forse lo si ammetterà, ma di ciò io non so nulla, poiché non avendolo nella memoria, non ha per me nessun valore.

Ma d’altra parte deve esser pure detto: senza che io volga realmente alla cosa un senso (per es., l’occhio), il concetto non mi giova a niente. Quindi la percezione, in quanto impressione, è una parte essenziale del mio ricordare. Da percezione e concetto risulta il contenuto della mia coscienza mnemonica, cioè la mia conoscenza, così come Rudolf Steiner l’ha raffigurata nei suoi scritti filosofici. Bene, si dice, ma la parte essenziale della percezione non si lascia portare a coscienza nella separazione dal concetto, al massimo altro che – nella misura in cui qualcuno vi riesce – come stato eccezionale. Perciò, per il conoscere, per il conoscere generale, esso non è accessibile. È come se uno dicesse: l’acqua non può essere H2O, poiché la separazione dell’acqua in H e O è un processo puramente artificiale. In natura esiste soltanto acqua. Il fatto che Rudolf Steiner abbia potuto separare la rappresentazione, in quanto coscienza mnemonica, in percezione e concetto, è l’interessante della sua teoria della conoscenza e giustifica, appunto, il motto della sua Filosofia della libertà, “Risultati di osservazione animica secondo il metodo delle scienze naturali”. Egli si comportò in tutto e per tutto come uno scienziato della natura.

Ora, però, vogliamo accostare più da vicino la domanda: la percezione pura può essere effettivamente prodotta? Per accostare un po’ questa domanda, dobbiamo stabilire che esiste percezione pura assoluta (quindi percezione senza alcuna componente concettuale) e relativa. Io posso, in natura o su un quadro che “vedo” in quanto applico su di esso i concetti di paesaggio, sole e così va, riuscire  a scoprire anche delle macchie marroni, che per me sono soltanto macchie marroni. Quindi, ricevo improvvisamente un nuovo concetto e “vedo” che esse raffigurano alcuni animali. In rapporto a questo stato di cose, degli animali allora io ho dapprima una percezione pura, perché constato delle macchie marroni e nient’altro. In questo caso, la percezione pura è relativa, proprio per il fatto che ho il concetto di “macchie marroni” e designo la cosa come tale, ma non la “vedo” come animali. Ho anche l’impressione (percezione pura senza concetto) in rapporto agli animali, in rapporto alle “macchie marroni” ho una conoscenza come rappresentazione. La stessa cosa si presenta, allorché il bambino cerca di afferrare la Luna. Egli non ha nessun concetto in rapporto alla distanza, in rapporto alla cosa, invece, ha il concetto di “falce aurea”, che cerca di afferrare come fosse un pezzo di pane. Ora, se si riesce a risalire nel lattante sino alle origini, si vedrà che nel primissimo periodo egli ha addirittura percezione pura assoluta. Egli osserva la luce, che si dirige verso di lui, perché egli la “scorge”, ma non ha ancora alcun concetto della luce. Se si riesce, da adulti, a giungere ai confini della coscienza abituale, come il lattante che è appena nato, ad eliminare tutto l’elemento concettuale, che si è accolto nella vita, allora si può giungere a ciò che chiamiamo percezione pura, a ciò che chiamiamo un aggregato sconnesso di impressioni sensoriali.

Come mai ciò è di così grande importanza? In generale, si cerca di eludere il tentativo di giungere alla percezione pura. Si rifugge dall’esperienza della medesima – come, per es., nel caso dell’affermazione, che si “vede” unicamente ciò che si concepisce, nel qual caso il vedere viene scambiato col conoscere – perché si avverte che si entra in un campo nel quale tutto diventa insicuro. La sicurezza nella vita risulta dai concetti conquistati. Potersi mantenere saldi nel campo della percezione pura presuppone interiore forza animica e saldezza nella interiorità, che possono essere conquistate mediante una intensa vita del pensiero – la quale rafforza in sé la forza dell’Io, ma che deve di nuovo venir abbandonata.

A qual fine questo rafforzamento? Su questo punto può portare chiarezza l’essenza della conoscenza. È perciò estremamente importante che, secondo Rudolf Steiner, lo scopo di tutta la conoscenza non sia la “idea”, bensì la percezione. Egli lo afferma nel capitolo Le ultime questioni, nella sua Filosofia della libertà (ed. 1929, p. 315) con la frase: «Soltanto… la percezione (sottolineatura dell’autore) inserentesi nell’universo secondo leggi è la piena realtà». – Quindi, l’Antroposofia non è una scienza dell’idea, bensì una scienza della realtà, cioè scienza dello “spirito”. Lo spirito è più che idea, è esperienza del mondo – pietra, pianta, animale, uomo, cosmo – nella percezione che in se stessa contiene l’essenza che deve essere scoperta. La tesi del “noi vediamo soltanto ciò che concepiamo”, presentata all’inizio, è una svalutazione della percezione. Essa dice: soltanto il concetto ha realtà, la percezione ha valore unicamente nella misura in cui essa si eleva al concetto – e termina in una scienza dell’idea, cioè alla fin fine in un cumulo di astrazioni.

Le impressioni sensorie sono, invece, azioni cosmiche, verde, blu, rotondo, duro e così via. Esse sono le vesti della Divinità, nella misura in cui possano essere afferrate pure, senza la zavorra mentale. Prodotta dall’uomo. In questo senso, quindi, l’Antroposofia non è filosofia, ma scienza della natura (conforme allo spirito). Chiarendo in sé questo fatto, è possibile gettare una luce su un problema storico e scientifico spirituale, che attende ancora soluzione. Pensiamo soprattutto alla questione dell’entità di Kaspar Hauser e del suo significato per la vita spirituale [Vedi a questo proposito: Heyer, Kaspar Hauser, Tradowsky, Kaspar Hauser]. Fino ad oggi non è stato possibile descrivere come fosse Kaspar Hauser nel suo mondo mentale, così come egli viveva in esso all’inizio della sua apparizione a Norimberga. La carcerazione, durata molti anni, non è in alcun modo sufficiente a spiegare il fatto ch’egli possedesse la percezione “pura”, ch’egli mostrasse una inspiegabile acutezza a questo riguardo, che potesse vedere nell’oscurità altrettanto come di giorno, che gli animali avessero un rapporto immediato con lui. In una parola è apparso: è apparso un essere umano ed ha posseduto, come disposizione, ciò che abbiamo chiamato percezione pura. Ora, Rudolf Steiner dice sull’essere di Kaspar Hauser, ch’egli era un atlantideo disperso. Astraiamo dal fatto se ciò possa essere inteso storicamente – il cui caso non sembra si tratti – ma, se prendiamo questa espressione in senso qualitativo, possiamo ricordarci riguardo all’essenza dell’atlantideo: privo di ogni intellettualità, vivente in modo puro nella percezione, chiaroveggente, tutte proprietà che si mostravano in Kaspar Hauser e che solo lentamente si ritrassero nel corso dell’unilaterale educazione intellettuale odierna. Un’altra osservazione di Rudolf Steiner è l’indicazione straordinariamente significativa, che senza Kaspar Hauser, così come ha vissuto, non potrebbe essere trovato un accesso al mondo spirituale per l’epoca attuale. Vi è tra queste due indicazioni una connessione?

Possiamo presumerla, se pensiamo, secondo Rudolf Steiner, che se una individualità ha sperimentato sulla Terra una qualità, da quel momento in poi ognuno può possedere questa qualità. Avendo Kaspar Hauser sperimentata la percezione pura, da allora, è possibile che chiunque possa causare questo stato, cioè possa percepire in maniera pura, sia riguardo alle percezioni del mondo esterno, sia riguardo a quelle dell’interiore esperienza del pensiero (vedi la conclusione del sunnominato capitolo della Filosofia della libertà), sarebbe, cioè, conquistato in modo immediato un accesso al mondo spirituale, mediante il quale sarebbe stato possibile che, pochi decenni più tardi, venisse fondata da Rudolf Steiner un’Antroposofia, una scienza, che fosse basata su una visione del mondo spirituale.

Ora, come mai dall’essenza della percezione risulta un’immediata esperienza del mondo spirituale? Il mondo spirituale è sempre attorno a noi nella percezione sensoria. Che noi non lo si sperimenti come tale è da ascrivere, come è stato già osservato, al fatto che continuamente noi lo ricopriamo di pensieri, di sostanze di pensieri, in una misura tale che noi sperimentiamo il mondo unicamente secondo i pensieri, e perciò minimamente scorgiamo l’essenza del nostro mondo, ovvero questi pensieri (rappresentazioni) sono l’unica cosa che ci fa sperimentare il mondo (Schopenhauer, «Il mondo è la mia rappresentazione»). Se questo pensiero viene eliminato e si riesce a sperimentare il mondo dei sensi, senza concetti aggiunti, allora si disvela il suo carattere sovrasensibile, cui Goethe accennò per primo nella sua dottrina della natura sensibile-morale dei colori. Allora la natura non è più soltanto “sensibile”, bensì anche essenzialmente “morale”, epperò sovrasensibile. L’aver applicato ampiamente questo principio goethiano in tutti i campi della vita, della scienza, dell’arte, della vita sociale, è l’azione di Rudolf Steiner.

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SCIENZA DELLO SPIRITO

OSSESSIONE O STRATEGIA?

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Avevo pubblicato il giorno 24 maggio dello scorso anno un breve articolo intitolato “Slogan esoterici?”. Se vi può interessare lo trovate nell’archivio di Eco in “Scienza dello spirito”: https://www.ecoantroposophia.it/2014/05/scienza-spirito/isidoro/slogan-esoterici/

Avrei voglia di ristamparlo ora, quasi un anno dopo. Esattamente com’era. Ma in quelle righe c’è troppa bonomia ed esse sono, per così dire, generiche. Lì, a modo mio, avevo cercato un filo di ragionamento e un’oncia di cortesia. Ora non ho alcun desiderio di girare intorno alla pesante contraffazione che mi è capitata sotto gli occhi curiosando tra temi cari e famigliari che vedo scorrere nel fiume delle cose pubblicate o lette.

Adesso, se non vi dispiace, svolgo il tema prendendo, posso dire a caso, come esempio, alcune righe tratte dal V capitolo della Scienza Occulta (pag 256 dell’edizione 1969).

Scrive il Dottore: “Vi possono essere anche concentrazioni sopra dei semplici sentimenti; queste sono di particolare efficacia.”

Riscrivo queste due righe dappertutto, le ingrandisco, le coloro, faccio in modo che esse vengano ripetute, rincarate nel tempo: così da divenire – quasi – il senso di un tutto completo. Confidando nei pigri non indico la loro esatta origine, confidando negli ingenui le firmo col nome di garanzia di Rudolf Steiner.

Né mi importa che manchi un sopra o un sotto, la loro concreta articolazione: di pensanti ricercatori non mi interessa punto. Cerco solo di ottenere nei lettori un’impressione animica immediata, meglio se poi, io insistendo, essa perdura nel tempo.

Ora abbiate pazienza: dopo le due righe scritte sopra andiamo a visitare il pensiero complessivo, comprensivo delle due righe estratte: “ Vi possono essere anche concentrazioni sopra dei semplici sentimenti; queste sono di particolare efficacia. Si prenda per esempio il sentimento della gioia per effetto di uno stimolo esteriore. Quando un’anima dotata di sentimenti sani si accorge che un uomo compie un’azione per bontà di cuore, essa potrà provarne soddisfazione e gioia; ma può inoltre riflettere sopra un’azione di quel genere e dirsi: “Chi compie un’azione buona per per bontà di cuore non persegue il proprio interesse, ma l’interesse del suo simile. E una tale azione può essere detta moralmente buona”.

Orbene, l’anima che la contempla può mettere da parte completamente la rappresentazione di quel singolo caso esteriore, che le ha procurato gioia o soddisfazione, e può formarsi un’idea generale della bontà di cuore. Riflettendo su questa, può pensare che la bontà di cuore derivi dal fatto che un’anima assimila, per così dire, l’interesse dell’altra, e lo fa proprio. L’anima può ora sentire gioia per l’idea morale della bontà di cuore. E allora è gioia derivante non da un avvenimento determinato dal mondo dei sensi, ma gioia proveniente dall’idea come tale (il corsivo è dell’Autore, la sottolineatura è mia). Se si cerca di far vivere questa gioia per lungo tempo nell’anima, si ottiene la concentrazione sopra un sentimento…(continua ancora).

Bene, come ho già scritto, trovate la completa trattazione a pag 257 della Scienza Occulta. Qui volevo soltanto evidenziare come estraendo dal contesto le prime due righe, esse oltre che apparire come una specie di indicazione tranchant assai generica, sono completamente fuorvianti, esse paiono indicare un esercizio dell’anima ben grossolano e diverso se non opposto a quanto lo Steiner cerca di far capire.

Passo avanti. Talvolta digito al pc sul motore di ricerca qualche termine usato nelle scienze spirituali, poi leggo a caso cosa riporta sul tema Tizio o Caio o la reincarnazione di Semiramide. Nel caso in questione avevo digitato Iside-Sophia. Oltre la ripetitiva offerta del libro di Scaligero, le personali elaborazioni del signor Bellucci e le follie “copia/incolla” dei mattacchioni, come succede sempre su internet, resta ben poco.

E guarda: trovo una pagina (che poi è facebook) in cui il discepolo (trattasi di Piero Cammerinesi) che per otto anni si abbeverò di continuo alla fonte di via…Scadolini (non è un refuso ma un’opzione ragionevole), imposta, esattamente due giorni dopo il mio scritto, in splendida cornice, come unico materiale visibile anche per chi non è iscritto al social, sotto la scritta “Iside Sophia”, le righe che mi permetto di incollare direttamente:

ISIDE-SOPHIA

La stessa Via del Pensiero rischia di divenire una via dell’orgoglio o del sublime egoismo, se non conduce alla consacrazione di sé al Divino e all’amore illimitato per il prossimo: appunto il ritrovamento della Iside-Sophia.

Massimo Scaligero

Per rafforzare il pensiero di…Scaligero, il seguito consiste in un ritaglio di un dipinto di carattere spirituale con, a lato, le seguenti righe:

La stessa Via del Pensiero rischia di divenire una via dell’orgoglio o del sublime egoismo, se non conduce alla consacrazione di sé al Divino e all’amore illimitato per il prossimo: appunto il ritrovamento della Iside-Sophia.

Massimo Scaligero.

Infine, nello spazio che rimane sotto, troviamo questo:

Iside-Sophia (Massimo Scaligero)

La stessa Via del Pensiero rischia di divenire una via dell’orgoglio o del sublime egoismo, se non conduce alla consacrazione di sé al Divino e all’amore illimitato per il prossimo: appunto il ritrovamento della Iside-Sophia…

Ora, vi prego, ancora uno sforzo: leggete il brano completo, come fu scritto da Massimo Scaligero:

*

“La ricongiunzione del pensiero con l’Io è l’iniziale moto della Volontà magica: l’atto della libertà possibile unicamente all’uomo autocosciente. La pura connessività del pensiero dialettico può portare lo sperimentatore a intuire una simile logica del pensiero vivente: l’autonomia di questo rispetto ai sensi e alla psiche, la sua possibilità di donare l’iniziale esperienza del “corpo sottile”. Ma ciò non è ancora ritrovare il Logos: anzi, questo è il momento in cui l’asceta corre il rischio di usare inconsciamente l’acquisita virtù del puro pensiero contro il Logos: secondo un residuo impulso della radicale natura egoica. Egli può diventare l’istruttore di molti discepoli avidi di dipendenza da un maestro che dialetticamente mostri di possedere la via.

La Via del Pensiero rischia di divenire una via di sublime egoismo, se non viene illuminata dalla luce della Iside-Sophia.

V’è un possibile punto d’arresto nella sfera dell’intellettualismo esoterico, dotato della sua dinamica interiore e persino dei suoi poteri: certamente limitati. Si può parlare di arresto della via, al livello di un intellettualismo esoterico organico ma incapace di connessione radicale con l’Io, ossia con il Logos. E’ la zona che può essere superata soltanto, ove si segua radicalmente l’Ascesi del Pensiero: così che apra la via al cuore, dal quale risorge la Memoria delle cose divine, la Iside-Sophia.

Per superare la zona neutra, in cui è possibile il ritorno alla viltà senziente o al tradimento dell’intelletto, occorre il trasferimento dal sussistente modo di essere dell’anima a un modo di essere originario, perduto: che era necessario perdere, per riconquistarlo da un grado di spontaneità a un grado di libertà: la Memoria delle essenze perenni, che è l’intima struttura dell’anima, smarrita: eliminata dalla coscienza dialettico-sensuale.

L’originario modo di essere dell’anima risorge nella misura in cui essa giunga a contemplare fuori di sé ciò che le è divenuto processo intimo: il formarsi dell’idea, l’imaginare creatore. Questo imaginare è il s e n t i r e liberato, che volge verso la zona in cui può accendersi, come fiamma dell’Amore Divino, la potenza dell’antica fede ridestata, la virtù dell’assoluta consacrazione di sé. Essa viene preparata dal connubio del Pensiero con la Volontà.”

*

Nel confronto si notano subito alcune cose, tra cui l’inserimento di “illimitato amore per il prossimo” che non trovate nel brano originario: nobilissime e vuotissime parole che appartengono al Nostro ma ripetutamente affibbiate a Scaligero. Non ci sta nemmeno l’orgoglio ed il resto è personale sintesi…ma avvalorata dall’autorità di Scaligero (magari mi risponderebbe che “sente” che così avrebbe voluto Scaligero). Sono queste le licenze di “libero pensiero” permesse da chi mette la MORALITA’ davanti a tutto? Forse sarà attorcigliata coerenza se si appartiene a quella rete di personaggi che modificano, con scuse strampalate, persino i capitoli dei libri di Scaligero e macellano le sue conferenze?

Del resto Hugo su ciò si è sgolato. Il problema resta sempre lo stesso: esiste in tali esseri una precisa volontà di attutire o alterare l’insegnamento, anestetizzare o almeno confondere i ricercatori più giovani. Questo, perché? Personalmente sono stufo di scriverlo. Ognuno indaghi e valuti da sé…oppure lasci perdere e continui con studio e disciplina.

Invertendo la celebre frase trasmessa dall’Apollo 13 nel 1970, potrei concludere che a Houston ci dev’essere un problema, abbastanza grosso.

SCIENZA DELLO SPIRITO,

L’ARCHETIPO – MAGGIO 2015

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In questo numero:

Variazioni
A.A. Fierro Variazione scaligeriana N° 75

Socialità
O. Tufelli De Reditu Suo

Poesia
F. Di Lieto Verso l’alto

Botanima
T. Diluvi Politiche comunitarie

AcCORdo
M. Scaligero Il realismo cristico

Il vostro spazio
Autori Vari Liriche e arti figurative

Considerazioni
A. Lombroni La terza via

Il Maestro e l’Opera
I. Stadera Il Karma e la terapia del pensare

Antroposofia
R. Steiner La biografia dell’essere umano

FiloSophia
M. Scaligero Compito eroico dello Spirito nell’azione sociale

Leggende
M. Mazzeo La Sedia del Diavolo

Pubblicazioni
F. Di Lieto Ritorno a Pasidonia

Esoterismo
M. Iannarelli Digressioni sul vero rapporto tra Lucifero e Cristo

Inviato speciale
A. di Furia Tertium non datur?

Costume
Il cronista In quali mani

Redazione
La posta dei lettori

Siti e miti
E. Tolliani La Terra delle Sirene

Arretrati

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