Nome dell'autore: Balin

L'Hacker e l'Anima

Snow

Un capitolo di un libro di fantascienza. Magari richiederà un piccolo sforzo per essere compreso, dato il linguaggio molto “informatico”. Ma fa pensare… 🙂

Da “Snow Crash” di Neal Stephenson:

«Sono qui sul Raft in cerca di un software – di un antivirus, per la precisione – scritto cinquemila anni fa da un sumero di nome Enki, un hacker neurolinguistico.»

«Che cosa vuol dire?» domanda Mr. Lee.

«Una persona capace di programmare le menti di altre persone per mezzo di flussi verbali di dati, noti anche come nam-shub.»

Ng è completamente privo di espressione. Aspira un’altra boccata dalla sigaretta, butta fuori il fumo verso l’alto, come un geyser, lo osserva mentre si diffonde contro il soffitto. «Qual è il meccanismo?»

«Nella testa abbiamo due tipi di linguaggio. Quello che stiamo usando adesso è acquisito. Modella il nostro cervello mentre lo impariamo. Ma c’è anche una lingua che risiede nelle strutture profonde del nostro cervello, che tutti possiedono. Queste strutture consistono di circuiti neurali elementari che sono necessari al fine di permettere al nostro cervello di acquisire forme di linguaggio più alte.»

«Infrastrutture linguistiche» dice Zio Enzo.

«Già. Immagino che “struttura profonda” e “infrastruttura” significhino la stessa cosa. Comunque sia, in particolari condizioni, è possibile accedere a quelle parti del cervello. La glossolalia – il parlare con il dono delle lingue – è l’output, l’effetto che si produce quando le strutture linguistiche profonde si impadroniscono delle nostre lingue e parlano, sostituendo le forme più alte e acquisite di linguaggio. Tutti hanno conosciuto questo fenomeno per un certo periodo.»

«Stai dicendo che esiste anche un aspetto di input?» dice Ng.

«Esattamente. Lavora in modo contrario. In particolari condizioni, le orecchie – o gli occhi – possono collegarsi alle strutture profonde, prescindendo dalle funzioni linguistiche più alte. Ovvero, chi conosce le parole giuste, può pronunciarle, o mostrare dei simboli visivi, e superare così le difese degli individui per raggiungere direttamente il loro tronco cerebrale.

Come un pirata informatico che irrompe nel sistema di un computer, aggira tutti i sistemi di sicurezza ed entra nel cuore della macchina, assumen-done il controllo assoluto.»

«In una tale situazione, i proprietari del computer non possono fare niente» dice Ng.

«Esatto. Perché loro accedono alla macchina a un livello più alto, che è stato ormai superato. Allo stesso modo, una volta che un hacker neurolinguistico entra nelle strutture profonde del nostro cervello, non possiamo più liberarcene, perché, a un livello così elementare, non siamo neppure in grado di controllare il nostro cervello.»

«Cosa c’entra tutto ciò con la tavoletta di argilla della Enterprise?» domanda Mr. Lee.

«Mi segua. Questa lingua – la lingua madre – è eredità di una fase precedente dello sviluppo sociale umano. Le società primitive erano controllate da regole verbali chiamate me. I me erano come piccoli programmi per gli umani. Ebbero un ruolo fondamentale nella transizione dalla società dell’uomo delle caverne verso una società organizzata e agricola. Per esempio, c’era un programma per scavare un solco nel terreno e piantare il grano. C’era un programma per cuocere il pane e un altro per costruire una casa. Esistevano anche me per funzioni di più alto livello, come la guerra, la diplomazia e i riti religiosi. Tutte le abilità necessarie a far funzionare una cultura autosufficiente erano contenute in questi me, che erano scritti su tavolette o trasmessi oralmente. In ogni caso, i me erano custoditi nel tempio locale, che fungeva da archivio dei me, controllato da un sacerdote-re detto en. Quando qualcuno aveva bisogno di pane, andava dall’eri o dai uno dei suoi sottoposti e prelevava il me della panificazione dal tempio. Poi seguiva le istruzioni, avviava il programma e, quando aveva finito, si ritrovava con una pagnotta.

«Era necessario un archivio centrale, tra le altre cose, perché alcuni dei me dovevano essere utilizzati a tempo debito. Se il me dell’aratura e della semina fosse stato eseguito nel periodo sbagliato dell’anno, non ci sarebbe stato raccolto e sarebbero tutti morti di fame. L’unico modo per assicurarsi che i me venissero utilizzati al momento giusto consisteva nel costruire osservatori astronomici per controllare i cambiamenti di stagione nel cielo.

Così i sumeri costruirono torri “con le cime coi cieli” – con diagrammi astronomici in cima. L’ en osservava le stelle e dispensava i me agricoli nelle giuste stagioni dell’anno, perché l’economia funzionasse.

«Mi pare il problema dell’uovo e della gallina» dice Zio Enzo. «Come fece una tale società a organizzarsi, in origine?»

«Esiste un’entità informatica nota come metavirus che causa il contagio dei sistemi informatici con virus personalizzati. Potrebbe trattarsi di un principio fondamentale della natura, come la selezione darwiniana, oppure di un’informazione che fluttua in giro per l’universo sulle comete e le onde radio – non ne sono sicuro. In ogni caso, è questo il suo effetto: qualunque sistema informatico di una certa complessità prima o poi viene infettato da virus – virus generati al proprio interno.

«A un certo punto, in un passato lontano, il metavirus infettò la specie umana e, da allora, non l’ha più lasciata. Per prima cosa, produsse un vero e proprio vaso di Pandora pieno di virus del DNA: vaiolo, influenza e così via. Salute e longevità divennero cose del passato. Un lontano ricordo di questo evento si è conservato nelle leggende della caduta dal paradiso, secondo cui l’umanità fu estromessa da una vita serena e confinata in un mondo infestato da malattie e dolore.

«Alla fine, quell’epidemia si è come stabilizzata. Di tanto in tanto, compaiono nuovi virus del DNA, ma, in generale, i nostri corpi sembrano aver sviluppato una certa resistenza nei loro confronti.»

«Forse,» dice Ng «i virus che attaccano il DNA umano non sono infiniti, e il metavirus li ha già creati tutti.»

«Può darsi. Comunque, la cultura sumerica, la società basata sui me, era un’altra manifestazione del metavirus. Solo che, in questo caso, si presentava in forma linguistica, anziché colpire il DNA.»

«Mi scusi» dice Mr. Lee. «Sta forse dicendo che la civiltà è cominciata come un’infezione?»

«La civiltà nella sua forma primitiva, sì. Ogni me era una specie di virus, derivante dal principio del metavirus. Prendiamo, ad esempio, il me della panificazione. Una volta entrato nella società, è diventato un’informazione auto-sufficiente. È semplicemente un problema di selezione naturale: chi sa fare il pane vivrà meglio e sarà più adatto a riprodursi di chi non lo sa fare. Naturalmente, i me verranno diffusi e chi li propaga funge da portatore di questa informazione autoreplicante. Ciò la connota come virus. La cultura sumerica, coi suoi templi pieni di me, non era che una raccolta di virus vittoriosi accumulatisi nel corso dei millenni. Era una operazione di franchise, solo che aveva le ziggurat al posto degli archi dorati e tavolette di terracotta anziché raccoglitori a tre anelli.

«Il termine sumerico per “mente”, o “saggezza”, è identico a quello per

“orecchio”. Ecco cos’era quel popolo: tante paia di orecchie con attaccati dei corpi. Ricevitori passivi di informazione. Ma Enki era diverso. Enki era un en che, guarda caso, era particolarmente bravo a fare il suo lavoro.

Aveva la rara abilità di scrivere nuovi me – era un hacker. Fu, di fatto, il primo uomo moderno, un essere umano pienamente cosciente, proprio come noi.

«A un certo punto, Enki si era reso conto che a Sumer ci si stava fossi-lizzando. La gente continuava a mettere in pratica gli stessi vecchi me, senza inventarne di nuovi, senza pensare con la propria testa. Ho il sospetto che si sentisse solo, essendo uno dei pochi esseri umani coscienti al mondo – forse l’unico. Si era reso conto che, per far sì che la razza umana progredisse, ci si doveva liberare dalla morsa della civiltà virale.

«Così creò il nam-shub di Enki, un antivirus che si diffuse lungo gli stessi canali dei me e del metavirus. Raggiunse le strutture profonde del cervello e le riprogrammò. Da quel momento in poi, nessuno comprese più la lingua sumerica, o qualsiasi altra lingua che avesse origine nelle strutture profonde. Separati dalle strutture profonde comuni, gli uomini cominciarono a sviluppare nuove lingue che non avevano nulla in comune tra di loro. I me smisero di funzionare e non fu più possibile scriverne di nuovi.

Venne bloccata l’ulteriore trasmissione del metavirus.»

«E come mai non sono morti tutti per mancanza di pane, visto che avevano perso il me della panificazione?» domanda Zio Enzo.

«Qualcuno, probabilmente, è anche morto. Tutti gli altri dovettero usare le funzioni più alte del proprio cervello per trovare una soluzione. Si può dunque dire che il nam-shub di Enki è alle origini della coscienza umana: per la prima volta, abbiamo dovuto pensare con la nostra testa.

Prese anche avvio la religione razionale e, per la prima volta, la gente cominciò a pensare a problemi astratti come Dio, il Bene e il Male. Ed è da qui che proviene la parola “Babele”. Letteralmente significa “Porta di Dio”. Attraverso questa porta, Dio poteva raggiungere la razza umana.

Babele è una porta nella nostra testa, la porta aperta dal nam-shub di Enki che ci ha liberato dal metavirus e ci ha dato la capacità di pensare, che ci ha fatto passare da un mondo materialistico a uno dualistico – un mondo binario, dotato di una componente fisica e di una spirituale.

«Probabilmente, seguì un periodo di confusione e scombussolamento generale. Enki, o forse il figlio Marduk, cercarono di reimporre l’ordine nella società, sostituendo il vecchio sistema dei me con un codice di leggi: il codice di Hammurabi. In parte ebbe successo. In molti posti, però, si continuava a venerare Asherah. Era un culto incredibilmente tenace, una forma di regressione a Sumer, che si diffuse sia oralmente sia con lo scambio di fluidi corporali: c’erano delle prostitute del culto, e venivano anche adottati orfani a cui si trasmetteva il virus tramite l’allattamento.»

«Aspetta un attimo» dice Ng. «Ora torni a parlare di, un virus biologico.»

«Esattamente. Questo è il punto, per quanto riguarda Asherah. È tutte e due le cose insieme. Osservate l’herpes simplex, ad esempio. Quando entra nel corpo, l’herpes punta dritto al sistema nervoso. In parte rimane nel sistema nervoso periferico, ma per il resto si fionda come una pallottola nel sistema nervoso centrale, e si insedia permanentemente nelle cellule del cervello, attorcigliandosi attorno al tronco cerebrale come un serpente attorno a un albero. Il virus di Asherah, che potrebbe essere paragonato a quello dell’herpes, o magari identificato con esso, passa attraverso le membrane cellulari per raggiungere il nucleo e scombussolare il DNA della cellula, proprio come fanno gli steroidi. Ma Asherah è molto più complicata di uno steroide.»

«E quando altera il DNA, cosa succede?»

«Non l’ha studiato nessuno, tranne, forse, L. Bob Rife. Forse, la lingua madre viene spinta a un livello più superficiale, e la gente diviene più adatta a parlare con il dono delle lingue e più suscettibile ai me. Questo virus, inoltre, mi pare che tenda anche a incoraggiare comportamenti irrazionali, o a indebolire le difese delle vittime nei confronti delle idee virali, o a causare la loro promiscuità sessuale, o forse tutte e tre le cose.

«Ma a ogni idea virale corrisponde un virus biologico?» domanda Zio Enzo.

«No. Solo ad Asherah, per quanto ne so io. Ecco perché tra tutti i me e le divinità e le pratiche religiose che furono oggetto di venerazione a Sumer, soltanto Asherah è ancora radicata ai giorni nostri. Un’idea virale può essere sconfitta – come è successo col nazismo, i pantaloni scampanati e le magliette di Bart Simpson – ma Asherah, avendo un aspetto biologico, può rimanere latente nel corpo umano. Dopo Babele, Asherah continuò a di-morare nel cervello umano, e a essere trasmessa di madre in figlio e di amante in amante.

«Siamo tutti soggetti all’azione delle idee virali. Come nell’isteria di massa. Una musica, che ti entra in testa e continui a canticchiarla per tutto il giorno e, alla fine, l’attacchi a qualcun altro. Gli scherzi. Le leggende metropolitane. Le religioni strampalate. Il marxismo. E per quanto intelligenti diventiamo, esiste sempre in noi questa parte irrazionale profonda che ci rende potenziali portatori di informazioni autoreplicanti. Ma essere colpiti fisicamente da una forma grave del virus di Asherah ti rende molto più vulnerabile. L’unica cosa che impedisce a simili fenomeni di impadro-nirsi del mondo è il fattore Babele: il muro di mutua incomprensione che divide in compartimenti stagni la razza umana e blocca il proliferare dei virus.

«Babele ha portato a un’esplosione del numero delle lingue. Faceva parte del piano di Enki. Le monocolture, come ad esempio un campo di grano, sono soggette all’infezione, mentre le colture geneticamente varie, co-me le praterie, sono estremamente resistenti. Dopo qualche migliaio d’an-ni, si è sviluppata una nuova lingua, l’ebraico, dotata di eccezionale flessibilità e forza. I deuteronomisti, un gruppo di monoteisti radicali del VII-VI secolo a.C, furono i primi ad approfittarne. Vissero in un periodo caratterizzato da un nazionalismo e da una xenofobia estremi, e per questo fu per loro più facile respingere idee straniere come il culto di Asherah. Forma-lizzarono le loro vecchie leggende nella Torah e, con essa, fissarono una legge che ne assicurava la diffusione nella storia – una legge che praticamente diceva: “fai una copia esatta di me e leggila ogni giorno”. E fomen-tarono una sorta di igiene informativa, la fede nella duplicazione rigorosa e una grande cura nella gestione delle informazioni che, come avevano compreso, erano potenzialmente pericolose. Con loro, i dati divennero materiale soggetto a controllo.

«Può darsi che siano andati oltre. Ci sono prove dell’accurata pianifica-zione di una guerra biologica contro l’esercito di Sennacherib, quando questi aveva cercato di conquistare Gerusalemme. Quindi, i deuteronomisti potrebbero avere avuto un loro en. O forse conoscevano i virus abbastanza bene da sapere come utilizzare le epidemie naturali. Le abilità coltivate da queste persone furono tramandate in segreto di generazione in generazione e si manifestarono duemila anni dopo, in Europa, tra i maghi della cabala, i ba’al shem, maestri del nome divino.

«In ogni caso, così nacque le religione razionale. Tutte le religioni mo-noteistiche successive – dette dai musulmani, a ragione, “religioni del Libro” – hanno in qualche misura inglobato queste idee. Il Corano, ad esempio, afferma ripetutamente di non essere che una trascrizione, la copia esatta, di un libro che sta in Paradiso. Naturalmente, chiunque ci creda non oserà alterare il testo in nessun modo! Idee come queste furono così effi-caci nel prevenire la diffusione di Asherah che, alla fine, ogni centimetro quadrato del territorio dove aveva prosperato il culto virale – che andava dall’India alla Spagna – fu sottoposto all’influenza dell’Islam, della Cristia-nità o dell’Ebraismo.

«Ma a causa di questa latenza – attorcigliata intorno al tronco cerebrale di chi ha contratto il virus e tramandata di generazione in generazione –

trova sempre il modo di riaffiorare. Nel caso dell’Ebraismo, arrivò con i farisei, che imposero una rigida teocrazia legalistica agli ebrei. Con la sua rigida adesione alle leggi custodite nel tempio, amministrate da specie di sacerdoti rivestiti di autorità civile, assomigliava all’antico sistema sumerico, ed era ugualmente oppressivo.

«Il ministero pastorale di Gesù Cristo si configurò come sforzo di liberare l’Ebraismo da questi condizionamenti: una sorta di eco di quanto aveva fatto Enki. Il vangelo di Cristo è un nuovo nam-shub, un tentativo di far uscire la religione dal tempio, dalle mani del clero, e di portare il Regno di Dio a tutti. Questo è il messaggio pronunciato in modo esplicito nei suoi sermoni, e rappresentato in forma simbolica dalla sua tomba vuota. Dopo la crocifissione, gli apostoli andarono alla sua tomba nella speranza di trovare il corpo di Cristo e invece non vi trovarono niente. Il messaggio era abbastanza chiaro: non dobbiamo fare di Gesù un idolo, perché le sue idee hanno un valore intrinseco, la sua Chiesa non è più accentrata in una persona, ma dispersa tra la gente.

«La gente abituata alla rigida teocrazia dei farisei non poteva sopportare l’idea di un Chiesa popolare e non gerarchica. Volevano papi, vescovi e preti. Così al vangelo fu aggiunto il mito della resurrezione. Il messaggio originario fu mutato in una forma di idolatria. In questa nuova versione dei vangeli, Gesù tornava in terra e dava vita a una Chiesa, che più tardi sarebbe divenuta la Chiesa dell’Impero romano d’Oriente e d’Occidente, u-n’altra teocrazia rigida, brutale e irrazionale.

«Nello stesso periodo, veniva fondata la Chiesa pentecostale. I primi cristiani parlavano con il dono delle lingue. La Bibbia dice: “E tutti erano attoniti e perplessi e dicevano l’un l’altro: ‘Che cosa significa tutto ciò?'”

Be’, credo di avere una risposta. Era un’epidemia virale.

Asherah era sempre stata lì, a covare tra la popolazione, dai tempi del trionfo dei deuteronomisti. Le misure di igiene informativa praticate dagli ebrei la rendevano inoffensiva. Ma agli albori del cristianesimo, deve esserci stato un gran casino, moltissimi pensatori liberi e radicali che se ne andavano in giro a irridere alla tradizione. Si tornò di colpo ai giorni della religione prerazionale. Si tornò a Sumer. E, quasi certamente, si tornò anche a parlare la lingua dell’Eden.

«La linea vincente all’interno della Chiesa cristiana rigettò la glossolalia.

Si limitò a disapprovarla per alcuni secoli e, al Concilio di Costantinopoli del 381, la condannò ufficialmente. Il culto glossolalico sopravvisse ai margini del mondo cristiano. La chiesa era disponibile ad accettare un po’

di xenoglossia purché fosse utile a convertire i pagani, come nel caso di san Luigi Bertrand che, nel XVI secolo, convertì migliaia di indiani diffondendo la glossolalia per tutto il paese più rapidamente del vaiolo. Ma, appena convertiti, si chiese a quegli indiani di tacere o parlare in latino come tutti gli altri.

«La Riforma portò con sé una maggiore apertura. Ma la dottrina della Chiesa pentecostale non prese seriamente piede prima del 1900, quando un piccolo gruppo di studenti di un Bibbia-college nel Kansas cominciò a parlare con il dono delle lingue. Diffusero la pratica anche in Texas. Qui divenne noto col nome di revival movement. Si propagò come un incendio incontrollato in tutti gli Stati Uniti e, poi, in tutto il mondo, arrivando fino in Cina e in India nel 1906. I mass media del XX secolo, l’alto grado di al-fabetizzazione e i mezzi di trasporto ad alta velocità agirono tutti da poten-tissimi vettori dell’infezione. In una sala piena di revivalisti o in un campo di rifugiati del Terzo mondo, la glossolalia si diffonde veloce come il panico, di persona in persona. Negli anni Ottanta, il numero di pentecostali nel mondo si calcolava ormai nell’ordine delle decine di migliaia.

«Infine, arrivarono la televisione e il reverendo Wayne, sostenuto dall’esteso potere mediatico di L. Bob Rife. Il comportamento promosso dal reverendo Wayne nei suoi spettacoli televisivi, volantini e franchise può essere fatto risalire ai culti pentecostali degli inizi del cristianesimo e, ancora più in là nel tempo, ai culti glossolalia pagani. Il culto di Asherah vive. Le Porte del Paradiso del Reverendo Wayne sono il culto di Asherah.»

LIBRI E AUTORI

COSCIENZA DEL DIVERSO

151907

Se è vero che l’Uomo è alquanto in ritardo sull’evoluzione descritta da Steiner è, purtroppo o per fotuna, altrettanto vero che la Terra, invece, procede regolarmente sulla tabella di marcia.

Anche quella parte di evoluzione che collega l’Uomo ed il Pianeta e che si riversa nell’anima con quello che è il sottile senso del “confine” sembra, però, seguire l’evoluzione terrestre anziché quella umana.

I media continuano a riempirsi la bocca con termini quali “globalizzazione” o “comunità globale” ma gli uomini, le singole persone, vivono quasi traumaticamente il lacerarsi dell’anima di gruppo e lo spostamento ed il mescolarsi di tante singole anime diverse.

Colore diverso, razza diversa, gusti sessuali diversi, religioni diverse, che solo pochi anni fa erano separate da distanze notevoli, ad oggi si ritrovano a convivere in pochi metri quadrati. L’inadeguatezza umana porta ovviamente ad un ritorno alla barbarie e spesso, come i tristi eventi di questi giorni confermano, la cosa sfocia in violenze gravi.

Ma la barbarie, il “non Pensare, non Sentire, non Volere” porta sopratutto alla paura. Paura di un cambiamento che sentiamo inevitabile ma che non vorremmo. Come un corpo che sta affogando bramiamo un ritorno alla coscienza di popolo. Vorremmo crogiolarci in quell’ottundimento di cui abbiamo arcaiche rimembranze.

Svariate organizzazioni (politiche e non) stanno ostentando un ritorno ai passati regimi omofobi. E stanno riscuotendo anche un clamoroso riscontro.

Di punto in bianco l’uomo illuminato, l’uomo moderno e cosmopolita, sembra ammettere che il prezzo da pagare per questa sua “libertà” sia troppo alto. Stragi come la Shoah, i gulag, le purghe sembrano perdere il loro terrificante peso di fronte alla tranquillità individuale. Il vivere in uno stato/chioccia dove altri lo proteggono dalla minaccia del diverso diviene imporvvisamente allettante e meraviglioso.

Davanti a queste grottesche illusioni si potrebbe credere che l’Antroposofia possa, perlomeno, fungere da aiuto. Se non è quella forza che Steiner auspicava, si vorrebbe che almeno sia una sacca, una resistenza. Fors’anche un rifugio per chi lotta giorno per giorno, per chi accetta il pensare come unica via.

Illusioni.

Tempi spaventosi che riescono (incredibile) a far tacere anche quel brontolone polemico di Balin non giungono a fermare il prurito sotto le dita di molti “scrittori”. Complici, al solito, l’enorme mole dell’O.O ed il rifiuto ottuso e deciso della FdL, si cerca ancora nelle parole di Steiner la “ricetta” per risolvere i problemi dell’Uomo. Ci si interroga dialetticamente sui diversi, senza capire che il diverso è ora la condizione di assoluta normalità. Come può esistere l’uguaglianza nell’unicità di ogni anima dopo il cammino che l’umanità intraprese con l’Evento del Golgota?

Eppure eccole, le fiumane di parole, accusatorie o prevase da un buonismo di facciata. Omelie da pulpito che, tra una citazione e l’altra, propongono rimedi arbitrariamente decisi.

Davanti a questa enorme mareggiata evolutiva ci schieriamo con antroposofici scudi di cartone…

Perché?

SCIENZA DELLO SPIRITO

LA LETTERA DI REYHANEH

R

Quando mi sono consultato con gli altri, per la possibilità di pubblicare l’ultima lettera alla madre di questa giovane condannata a morte, loro mi hanno, giustamente, chiesto di accompagnare lo scritto con qualche parola.

Mi risulta ovviamente impossibile commentare il fatto in sé e le emozioni che lo scritto mi suscitano. Penso che, quando lo leggerete, anche in voi nasceranno pensieri che andranno a toccare l’intimo. Nulla, credo, che si possa descrivere con le parole. Altresì sono convinto che tutti voi (ognuno a suo modo) troverete “qualcosa” in queste frasi toccantissime.

L’unica cosa che mi sento di aggiungere è una riflessione su come il Pensiero Vivente non solo vada oltre all’enorme atrocità dell’uomo ma  riesca anche a risplendere sopra convenzioni, stati sociali e persino sopra alla parte umana di un culto.

Ma ci rendiamo conto di cosa deve accadere per capire la nostra atrocità?

Vi lascio alla lettura. E forse alla speranza, per flebile che sia.

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Cara madre, oggi ho appreso che ora è il mio turno di affrontare la Qisas ( la legge del taglione del regime iraniano, ndr). Mi ferisce che tu stessa non mi abbia fatto sapere che ero arrivata all’ultima pagina del libro della mia vita. Non credi avrei dovuto saperlo? Perché non mi hai dato la possibilità di baciare la tua mano e quella di papà?
Il mondo mi ha concesso di vivere per 19 anni. Quella orribile notte io avrei dovuto essere uccisa. Il mio corpo sarebbe stato gettato in qualche angolo della città e dopo qualche giorno la polizia ti avrebbe portato all’obitorio per identificare il mio corpo e là avresti saputo che ero anche stata stuprata. L’assassino non sarebbe mai stato trovato, dato che noi non siamo ricchi e potenti come lui. Poi tu avresti continuato la tua vita soffrendo e vergognandoti e qualche anno dopo saresti morta per questa sofferenza e sarebbe andata così.
Ma con quel maledetto colpo la storia è cambiata. Il mio corpo non è stato gettato da qualche parte ma nella tomba della prigione di Evin e della sua sezione di isolamento. E ora nella prigione-tomba di Shahr-e Ray. Ma arrenditi al destino e non lamentarti. Tu sai bene che la morte non è la fine della vita. Tu mi hai insegnato che si arriva in questo mondo per fare esperienza e imparare la lezione e che a ognuno che nasce viene messa una responsabilità sulle spalle. Ho imparato che a volte bisogna lottare.
Tu ci hai insegnato, quando andavamo a scuola, che si deve essere una signora di fronte alle discussioni e alle lamentele. Ti ricordi quanto notavi il modo in cui ci comportavamo? La tua esperienza era sbagliata. Essere presentabile in tribunale mi ha fatto apparire come un’assassina a sangue freddo. Non ho versato lacrime. Non ho implorato. Non mi sono disperata, perché avevo fiducia nella legge. Ma sono stata accusata di rimanere indifferente di fronte ad un crimine. Lo sai, non uccidevo neanche le zanzare e gettavo via gli scarafaggi prendendoli dalle antenne e ora sono diventata un’assassina volontaria. Il modo in cui trattavo gli animali è stato interpretato come un comportamento mascolino e il giudice non si è neanche preoccupato di tenere in considerazione il fatto che all’epoca dell’incidente avevo le unghie lunghe e laccate. Quant’è ottimista colui che si aspetta giustizia dai giudici! Il giudice non ha mai contestato il fatto che le mie mani non sono ruvide come quelle di uno sportivo, specialmente un pugile. E questo paese per il quale tu hai piantato l’amore in me, non mi ha mai voluto e nessuno mi ha sostenuto quando sotto i colpi degli inquirenti gridavo e sentivo i termini più volgari. Quando ho perduto il mio ultimo segno di bellezza, rasandomi i capelli, sono stata ricompensata: 11 giorni in isolamento.
Cara mamma, non piangere per ciò che stai sentendo. Il primo giorno in cui alla stazione di polizia una vecchia agente zitella mi ha schiaffeggiato per le mie unghie, ho capito che la bellezza non viene ricercata in quest’epoca. La bellezza dell’aspetto, la bellezza dei pensieri e dei desideri, una bella scrittura, la bellezza degli occhi e della visione e persino la bellezza di una voce dolce.
Le mie parole sono eterne e le affido tutte a qualcun altro, in modo che quando verrò giustiziata senza la tua presenza e senza che tu lo sappia, ti vengano consegnate. Ti lascio molto parole scritte a mano come mia eredità.
Però, prima della mia morte voglio qualcosa da te, qualcosa che mi devi dare con tutte le tue forze.
In realtà è l’unica cosa che voglio da questo mondo, da questo paese e da te. So che avrai bisogno di tempo per questo. Ti prego non piangere e ascolta. Voglio che tu vada in tribunale e dica a tutti la mia richiesta. Mia dolce madre, l’unica che mi è più cara della vita, non voglio marcire sottoterra.
Non voglio che i miei occhi o il mio giovane cuore diventino polvere. Prega perché venga disposto che, non appena sarò stata impiccata il mio cuore, i miei reni, i miei occhi, le ossa e qualunque altra cosa che possa essere trapiantata venga presa dal mio corpo e data a qualcuno che ne ha bisogno, come un dono. Non voglio che il destinatario conosca il mio nome, compratemi un mazzo di fiori, oppure pregate per me. Te lo dico dal profondo del mio cuore che non voglio avere una tomba dove tu andrai a piangere e a soffrire. Non voglio che tu ti vesta di nero per me. Fai di tutto per dimenticare i miei giorni difficili. Dammi al vento perché mi porti via.
Il mondo non ci ama. Non ha voluto che si compisse il mio destino. E ora mi arrendo ad esso ed abbraccio la morte. Perché di fronte al tribunale di Dio io accuserò gli ispettori, accuserò il giudice e i giudici della Corte Suprema che mi hanno picchiato mentre ero sveglia e non hanno smesso di minacciarmi. Nel tribunale del creatore accuserò tutti coloro che per ignoranza e con le loro bugie mi hanno fatto del male ed hanno calpestato i mie diritti e non hanno prestato attenzione al fatto che a volte ciò che sembra vero è molto diverso dalla realtà.
Cara Sholeh dal cuore tenero, nell’altro mondo siamo tu ed io gli accusatori e gli altri gli accusati. Vediamo cosa vuole Dio. Vorrei abbracciarti fino alla morte. Ti voglio bene.

Reyhaneh

SENZA CATEGORIA

SCIENZA, NON ILLUMINISMO

balin

Spesso, molto spesso, mi ritrovo a seguire e leggere discussioni, articoli, riflessioni pubblicati in altri lidi con i quali mi ritrovo a simpatizzare. A volte sono di carattere scientifico, quella scienza “illuministica” con la quale non mi dovrei ritrovare. Eppure… Eppure proprio in quegli ambienti, troppo “freddi”, decisamente atei, scopro persone che pensano.
Sicuramente non si esprimeranno come Steiner o Scaligero ma, nel loro senso di ricerca, si applicano, si concentrano. E si sacrificano.
È la Filosofia della Libertà che mi par di vedere? Quel qualcosa che va oltre la Scienza dello Spirito “didattica”. Il Pensare, Sentire, Volere.
Che differenza enorme si rileva rispetto a certi ambienti “spirituali” ove il sacrificio e la concentrazione si calcolano col cronometro.

No, la scienza non si pone sempre e comunque come un nuovo Illuminismo. Si è riscoperta la concezione Goethiana senza chiamarla con tal nome. Niente è certo, niente è scontato e tutto viene rimesso in discussione. Analizzato con quel metodo scientifico che, se non è propriamente scientifico-spirituale, perlomeno è più finalizzato della libera (ed allegra) interpretazione che i nostri testi subiscono quotidianamente.

Quanto è bello vedere un risultato pensato e ripensato. Che mi importa in fondo se per me è ancora discutibile? Rimane un prodotto dello spirito e non un passatempo messo insieme in cinque minuti.

Ovviamente, ma lo avrete capito, sto parlando di ragazzi e di studenti. Sto parlando di qualche professore. Non dei personaggi pubblici del mondo scientifico e nemmeno delle grandi aziende della chimica e della matematica. Non serviva scriverlo ma visto che il blog è pubblico meglio specificare. No, questi ricercatori sono un po’ come noi. Osteggiati isolati in un mare di ignoranza e superficialità che è sempre più vasto.

Però quando vedo loro e quando vedo voi; quando vedo gente che “non si accontenta” e che in questo non accontentarsi trova uno scopo, e non un ostacolo, non posso fare a meno di pensare a quanto si perde chi non li imita.

Grazie, a loro, a voi, a chi pensa.

SENZA CATEGORIA

Sotto i Monitor

wpid-old-computers

Visto che, di recente, si è fatto un gran parlare di web, computer et simili anche in campo antroposofico, ho pensato di scrivere qualche articolo per conoscere un po’ meglio questo strano universo. Perlomeno per evitare che si inizi col dichiararlo “il regno di Arimane” per poi arrivare tranquillamente ad abusarne. Alla fine la conoscenza aiuta il pensiero.

Premetto che non voglio entrare troppo nel tecnico e che semplificherò assai le cose. Mi perdonino gli utenti esperti.

Per iniziare vi proporrei di semplificarci un pochino la vita: siamo oramai abituati ad avere windows, facebook, google, ecc. che diamo tutto per scontato. Proviamo invece ad immaginare un computer molto semplice e spartano. Con un sistema operativo minimale.
Ok, ci siamo, lo accendiamo e ci appare uno schermo nero con una scritta che varierà a seconda del tipo di pc ma che dovrebbe assomigliare a questa
C:
Orribile! E dov’è windows bello colorato? Beh fingiamo di doverlo creare noi… Perlomeno accontentiamoci di rendere il nostro computer immaginario un pochino più piacevole. Vogliamo che ci accolga con una scritta allegra.  Dovremmo perciò insegnarglielo parlando la sua lingua. Scrivendo un programma.
{ printf(“Benvenuto nel computer di Isidoron”);
return0; }
Ok, lo schermo sarà sempre nero ma ora il nostro computer ci accoglierà con un bellissimo: Benvenuto nel computer di Isidoro, che perlomeno, dato il personaggio, ci rassicura.
Ora però facciamo un ulteriore passaggio e aggiungiamo un altro pezzo al nostro programma:
{
printf(“Benvenuto nel computer di Isidoron”);
int a, b, c;
a=5;
b=25;
c=a*b;
printf(“%dn” c);
return0;
}

Ora, all’avvio, il nostro pc scriverà la nostra frase e calcolerà il risultato di 5 x 25 scrivendo pure quello:
Benvenuto nel computer di Isidoro
125
Potrebbe essere l’eta del nostro Isidoro, che dite? La cosa interessante avviene però se io elimino l’istruzione del programma che fa stampare il risultato.
{
printf(“Benvenuto nel computer di Isidoron”);
int a, b, c;
a=5;
b=25;
c=a*b;
return0;
}
Il risultato sarà che avremo la stessa scritta. Come nel primo esempio. Però il computer continuerà a calcolare il risultato di 5 x 25 ed a conoscerlo con la sola differenza, rispetto al caso precedente, che noi non vedremo nulla.

Quindi ragionamoci su: con un sistema semplicissimo ed una frasetta già è possibile capire che la macchina può fare un calcolo a nostra insaputa. Pensiamo alla quantità pressoché infinita di calcoli ed operazioni che noi non vediamo in un sistema complesso come windows. E pensiamo a questo blog, oppure a facebook ove addirittura ci sono più computer collegati l’uno all’altro.

Le possibilità sono infinite, oltre a tutti i processi invisibili necessari per la “vita” del sistema ve ne potrebbero essere altri introdotti ad arte (i famosi virus informatici ad esempio). Il processo non è molto dissimile da quello del corpo umano… Tutto succede, tutto si muove, tutto vive. Ma all’esterno non si vede nulla.

A questo punto dovrei tirare qualche conclusione. Ma non lo faccio, lascio ognuno a pensare per conto suo. A me interessava farvi capire la complessità del mondo che sta dietro ai nostri schermi. Sperando di esserci riuscito penso che, per ora, basti così.
Ringrazio per la pazienza chiunque sia arrivato a leggere fino a questo punto senza avermi scagliato addosso anatemi di vario genere.

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ALAN TURING

alan-turing

Il pensiero… Una luce che vuole uscire da un corpo, troppo piccolo per contenerlo, che vuole riversarsi su un mondo troppo grande per non aver voglia di scoprirlo… Di pensarlo.

Un bambino timido con tanta voglia di fare. Che non riesce ad “imparare” nel senso classico, ovvero a farsi inculcare meccanicamente una serie di nozioni. La voglia di capire, indagare e pensare ma soprattutto la voglia di scoprire da sé trasformano il bambino timido in un allievo difficile.

Eppure lui non si arrende, stringe i denti e continua a pensare. In un mondo classico sceglie la scienza, la matematica. Eppure da quei numeri egli estrae poesia viva, un universo gli si dischiude davanti.

Nel frattempo il suo corpo ha voglia di muoversi, lui corre… Corre finché il mostro della guerra non lo ferma.
Però questo mostro lo accoglie. I suoi strani talenti di colpo si rivelano indispensabili. Per lui i misteri ed i segreti del nemico sono un libro aperto. Più di mille bombe la conoscenza eleva i vincitori su un trono di sangue.
La guerra finisce e lui diventa inutile per i vittoriosi monarchi. Il passo è breve, egli ama in modo diverso, questo basta per trasformarlo da eroe a mostro. Questo basta per torturarlo. Ed allora, come per Biancaneve, un morso ad una mela avvelenata (col cianuro) pone la parola fine.

La sua eredità la abbiamo sotto gli occhi in questo momento. Fu lui a creare il mondo che vive dietro lo schermo… Ma forse non è proprio come lui lo aveva pensato…

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HACKER, COMPUTER E SCELTE

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Da molti anni sedicenti “antroposofi” si dilungano sui pericoli arimanici di computer e reti internet, salvo poi essere i primi a rimanere affascinati ed intrappolati nella cosa.

Io vi vorrei proporre un articolo apparso nel 1994 sulla rivista “2600”, un magazine di hacker. Non è dichiaratamente antroposofo ma e sicuramente pensato.

Prendetevi il tempo di leggerlo se vi va. Io non lo commento.

 

ONDATE DI CRIMINALITÀ

 

Un decennio è molto per fare una cosa. Quando abbiamo avviato questo progetto nell’estate 1983 nessuno avrebbe potuto prevedere la nostra crescita od anche la nostra sopravvivenza nel 1994 (sopravvive tutt’oggi ndr). È abbastanza strano ripensare a quei primi giorni quando letteralmente ci infiltravamo negli uffici per far stampare i primi numeri. Mentre oggi ci trovi nelle catene (catene di distribuzione ndr). La realtà è sempre stata strana con noi.

Certo, se avessimo fatto la stessa cosa per dieci anni saremmo degli sfigati. Per fortuna il mondo hacker è tale che puoi starci dentro un sacco senza provare la noia che invece è parte fondamentale della vita dell’americano medio. Succede sempre qualcosa in questo mondo, qualcosa di nuovo da esplorare e da scoprire, nuovi saperi da condividere, altri amici da conoscere. I dieci anni passati sono stati pieni di risate e divertimento ma anche di tristezza e rabbia, paura e determinazione. Non sono stati però una perdita di tempo.

Sappiamo che ogni pagina contiene un rischio. Tutte le volte che condividiamo il sapere. Rischiamo di vederci rovinare la vita da chi ci accusa, che grossi energumeni armati ci portino via gli strumenti del sapere, di essere messi al bando da amici e famigliari perché siamo diversi ed ostracizzati, Di essere accantonati a scuola perché non facciamo le domande giuste o non mandiamo a memoria le risposte giuste.

Chi siamo e cosa facciamo comporta rischi evidenti. Molti di noi li hanno capiti. Ma c’è un rischio assai più grande nel quale incapperanno molti di noi se non verranno avvertiti.

Negli anni abbiamo cercato di sfatare il mito degli hacker come criminali. È stato difficilissimo. La stampa ama strillare che gli hacker possono entrare nel tuo conto corrente, possono fare migliaia di dollari di interurbane, possono entrare in sistemi informatici delicati in tutto il mondo. Non dicono che le falle che permettono la cosa sarebbero ancora lì se non ci fossimo noi.

Quello che la stampa non capisce è la distinzione tra hackerare per puro spirito di avventura e piratare per profitto. Per loto è la stessa pappa. Uno che vende codici telefonici è la medesima persona che manipola la rete telefonica in maniera immaginifica e scatenata. Definirli la stessa cosa significa che rischiamo di essere spinti ad un comportamento criminale a causa di quello che gli altri s’aspettano da noi.

Sapendo ciò, la massiccia crescita della comunità hacker è motivo di preoccupazione. Tanta gente arriva a noi a causa della stessa percezione che hanno i media. È arrivata tanta gente ai nostri incontri convinta che fossimo lì per vendere o comprare codici. Una quantità inquietante di persone impegnata nelle frodi con carta di credito, cioè furto di roba tangibile, cerca di insinuarsi nella comunità. Non è affatto strano. Potrebbero anche coinvolgere qualche hacker, imparando pure qualche nuovo trucco. E, definendosi hacker, giustificare quello che fanno. Cosa buffa, spesso la loro competenza tecnica non va oltre il saper usare una redbox (semplice meccanismo a toni in uso in America per non pagare il telefono pubblico ndr) od inserire un codice.

Questo genere di cose era inevitabile data la recente consapevolezza che ha la gente normale, e quindi anche il normale mondo criminale, dell’esistenza degli hacker. Ci stanno sventolando la carota davanti al naso. C’è d’un tratto una grande richiesta dei nostri cervelli. Potremmo dire che la società ha finalmente un ruolo per noi.

Quindi la cosa più importante come individui è capire perché facciamo quello che facciamo. Vogliamo scoprire cose e spargere conoscenza? Oppure vogliamo riavere quello che, secondo noi, il mondo ci deve? Stiamo cercando di sopravvivere ed entrare in un mondo chiuso? Oppure vendiamo il nostro sapere al più alto offerente?

Le risposte sincere a queste domande sono preziose al massimo. Una volta capite le nostre motivazioni potremo almeno essere onesti con noi stessi. Quelli che usano il sapere hacker per intraprendere una vita criminale potranno almeno ammettere con sé stessi di essere dei criminali, guadagnando un minimo di rispetto. Noialtri avremo un’idea su dove sta la linea di distinzione.

Ma come facciamo a sapere cos’è un comportamento criminale e cosa no?

Purtroppo la legge non sembra una discriminante precisa, non più. In questo caso è una buona idea fidarsi dei propri istinti.

Essere hacker significa che la tua meta primaria dev’essere imparare per il solo gusto di farlo, solo per scoprire cosa succede se fai una certa cosa in un particolare momento ed in condizioni specifiche. Un buon modo per sapere se sei un vero hacker è guardare la reazione dei non hacker attorno a te. Se quasi tutti pensano che tu stia perdendo tempo facendo cose incomprensibili che solo tu apprezzi, benvenuto nel mondo degli hacker. Se invece sei assillato da un sacco di smaniosi sbavanti con una lista di piani per “monetizzare” quello che sai, probabilmente stai per diventare un criminale, lasciando noialtri nell’età dell’innocenza.

Ovviamente iniziare questo viaggio in massa significherebbe la fine del mondo hacker. Faremmo il gioco dei nostri nemici e criminalizzeremmo l’essere hacker per definizione, più che per legge. Nulla sarebbe meglio per le lobby.

Curiosa nota a marcine, in più di un caso la gente che ha aiutato il governo a perseguire gli hacker è stata beccata mentre incoraggiava attivamente un comportamento illegale fra gli hacker stessi. Sarebbe da porsi qualche domanda.

Noi piratiamo perché siamo curiosi. Diffondiamo quello che troviamo perché il nostro nemico comune è il sapere segregato. Significa che qualche opportunista si farà una corsa gratis e che correremeo il rischio di una pessima reputazione. L’unico modo strasicuro per impedire che succeda è fare come le compagnie telefoniche e limitare la diffusione del sapere.

Improponibile.

Non è il nostro lavoro beccare i criminali, però è nostro dovere morale impedire che le nostre nobili, anche se ingenue, aspirazioni siano rovesciate da chi non capisce.

(Articolo Anonimo)

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AUDIOLIBRI

 

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Oggi vi vorrei parlare di un personaggio decisamente fuori dall’Antroposofia ovvero di Silvia Cecchini. Se cercate su google troverete che il suo nome è legato al reiki ed ai fiori di Bach ma, ovviamente, non è di queste sue attività che vi voglio parlare.

Il motivo per cui la ospitiamo in Eco è che la signora, nel corso di questi ultimi anni, si è dedicata alla produzione di audiolibri di buona qualità a prezzi onesti. Infatti per una media di due euro (al massimo cinque per tomi della mole di “Guerra e Pace” con oltre ottanta ore di lettura) si possono avere dei bei lavori letti con una discreta intonazione. Niente di professionale ma decisamente ascoltabili.

Tra i suoi molti lavori spiccano “Storie Zen”, il già citato “Guerra e Pace”, “Delitto e Castigo”, le “Confessioni” di Agostino, il Vangelo di Giovanni, l’Iliade e l’Odissea, la “Bhangavadgita”, “La Passione di Gesù” della Emmerick, “L’Angelo della Finestra d’Occidente”, “La Gerarchia Celeste” di Dionigi, “I Fondamenti Spirituali” di Soloev e molti altri testi di vario genere.

Gli audiolibri sono un prodotto che io considero interessante perché mi tengono compagnia sul lavoro affiancando la musica. Magari, anche per altri motivi, potrebbero interessare pure voi.

Ma come si fa ad acquistare questi? Innanzitutto si tratta di download digitali e quindi avrete dei file audio da ascoltare col pc o con un lettore. Purtroppo sono disponibili nell’Itunes Store di Apple e quindi i lettori di altre marche potrebbero avere problemi, qui dovete informarvi. Rimangono comunque ascoltabili sul computer.

Ovviamente serve una carta di credito per pagarli. Una volta installato gratuitamente Itunes non dovrete fare altro che andare nello store ed usare la ricerca in alto a sinistra per trovare “Silvia Cecchini” ed entrare nella sezione “audiolibri”. Cliccando sulle copertine vi verrà data la possibilità di scaricarli.

Spero di avervi dato un’informazione utile. 🙂

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L'ANGELO VERDE D'OCCIDENTE

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 “Chi possiede la sposa è lo sposo; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è compiuta. Egli deve crescere e io invece diminuire.”

Questa semplice spiegazione fu fornita da Giovanni Battista (quando il Cristo iniziò a battezzare ad Ennòn) ai suoi discepoli che, forse, non erano proprio pronti a seguire ciecamente questo nuovo Messia. Ma Giovanni era pronto eccome, pronto a farsi da parte anche senza lo zampino che Erodiade ci mise poi. Il suo compito era finito.

Più di mille anni dopo un redivivo (e reincarnato) John Dee si ritrovò di fronte lo stesso problema: “qualcosa” doveva diminuire se egli voleva crescere e completare il suo lungo peregrinare. Qualcosa doveva essere cancellato se lui voleva veramente ricongiungersi alla sua Elizabeth e ritrovare la strada per la Engelland. Ma mica eran cose da poco quelle che il nostro alchimista si doveva buttare alle spalle.

Innanzitutto l’Angelo; verde, marmoreo, imponente. Ok aveva i suoi tempi lunghi ma certamente era soprannaturale, occulto, visibile. Appariva a comando e non era reticente a farlo anche davanti ad estranei. Mica è poco, aver la prova comoda per dimostrare di non essere un ciarlatano. E che prova! Annichiliva chiunque.

Poi la Nera Isais. E magari la Medea reincarnata, la principessa Assia. Ok era una succube ma, al di la dei luoghi comuni, sappiamo tutti quanto l’uomo sia debole davanti alla mera carne. E chi è senza peccato… Il senso di potere che dall’unione carnale esplodeva nel mondo reale era inebriante. Ed esplodeva veramente. Anche attraverso l’eterno reincarnarsi.

E poi la dolce Jane. L’amore, quello vero, che ti segue di vita in vita. L’amore che gli esseri umani inseguono per esistenze intere. Servito su un piatto d’argento, recapitato a domicilio.

John sapeva benissimo cosa doveva tagliare. Ma tra il saperlo ed il farlo l’abisso era (ed è) in agguato. Nel contempo quegli “ostacoli” furono indispensabili per arrivare al traguardo. Esattamente come Giovanni Battista fu indispensabile per la venuta del Cristo. Ma fu indispensabile pure la sua scomparsa.

E noi? Riusciamo a diminuire quel che deve essere diminuito. Riusciamo ad eliminare quel che deve essere eliminato?

Chi scrive passo’ non poco tempo (anni) a cercare inutilmente di trovare un ponte tra Steiner e Crowley, tra Steiner ed Amandamurti, tra Steiner ed il neopaganesimo, tra Steiner e Daniel Meurois. Sforzi estremi, inutili, devastanti… Il dottore era sempre lì. Mi attirava come una calmita ma nel contempo mi chiedeva del lavoro. Tanto. Non potevo farlo mentre coltivavo altro.

Però quel “altro” era il risultato di anni di fatica, di lunghe meditazioni (non quelle di cinque minuti), di asana, di pratiche. E di risultati. Avevo pure io i miei “angeli d’occidente”, probabilmente abbastanza per stupire non pochi dei sedicenti gruppi antroposofici. Inoltre la gente mi chiamava, tante persone e non solo gli amici. Ma quell’omino vestito di nero mi chiedeva di dare un calcio a tutto. Ed aveva pure ragione.

Ovviamente questa non è la cronaca di un “lieto fine” perché il finale devo ancora scriverlo. Non si riesce a buttare una vita nello sciacquone in pochi anni. Però mi son reso conto che pian piano devo farlo. E man mano che svuoto gli scaffali questi si riempiono da soli di cose bellissime. Lo sforzo è sempre grande, quello sì.

Ma c’è anche un altro fattore, forse il più subdolo, ovvero che le mie zavorre sono evidentissime a tutti. Ed è stata la cosa più difficile da affrontare. Ma va affrontata. Non so se si può sconfiggere ma si deve perlomeno divenirne consapevoli.

Perché scrivo questo? Perché proprio nel vedere i miei errori (che continuo a commettere) mi specchio anche un po’ in quegli degli altri.

Quando vedo gruppi antroposofici senza direzione non è che mi importa poi molto se chi li presiede mi dice che “non sono gruppi ma solo amici che si incontrano per parlare”. Cosa cambia? Lì c’è l’angelo verde e tu lo sai.

Quando leggo omelie cattoantroposofiche non è che mi importa molto se chi le scrive mi dice che “sono solo discussioni per capirci”. Cosa cambia? Lì c’è l’angelo verde e tu lo sai.

Quando Balin sclera e vuol far l’esperto non è che mi importa molto se poi si dice da solo “ma io ci son passato”. Cosa cambia? Lì c’è l’angelo verde… E lo so.

Io sto provando ad eliminarlo. Auguro buon lavoro di cuore a chi sta facendo la stessa cosa.

SCIENZA DELLO SPIRITO

Forum e Blog… Gabbie dorate.

Gabbia dorata

È sempre difficile parlare di quella cosa “fumosa” quale è un gruppo operante su internet. Indipendentemente dalla forma in cui esso si presenti (un blog, un forum, un social network, una mailing list) ci troviamo sempre davanti ad un qualcosa mai completamente compreso, troppo giovane e troppo complesso per la nostra generazione.

Eliminiamo dunque il primo “grande ostacolo” mi riferisco al famosissimo Facebook. Potremmo riempire pagine su pagine parlando del conosciutissimo social, ma c’è chi lo ha già fatto. Io personalmente non intendo nemmeno dilungarmi troppo sull’uso “antroposofico” dello stesso. Diciamo solo che una gestione di un gruppo con argomenti delicati richiede, su questa piattaforma silicea, mezzi di moderazione e di aiuto al reciproco rispetto che Facebook possiede in forma troppo blanda. Quindi il consiglio ultimo è di non usarlo a questo scopo.

Veniamo però ad analizzare un approccio più regolato quale può essere un blog come questo oppure un forum. Siamo sempre di fronte ad un argomento, la Scienza dello Spirito, che si presta a varie mitizzazioni e leggerezze da un lato, e che risulta estremamente complesso in una situazione impersonale e dialettica come questa dall’altro. Bolliamo subito come improponibile la “forma anarchica” che aveva caratterizzato il primo forum di antroposofia italiano e che lo condusse allo sfacelo. Una moderazione di qualche tipo risulta necessaria.

Ma non è la moderazione il fattore di cui voglio parlare in questo articolo ma proprio l’approccio con cui si affronta, da utente, l’agorà virtuale. Spero mi vogliate perdonare se mi arrogo il diritto di rivolgermi a voi, amici miei, e quindi se dalla mia disamina escluderò i numerosi figuri che affollano la rete spacciandosi per la reincarnazione di Steiner ed altri mitomani affini.

Per una persona normale gli approcci possibili sono due. Il primo è quello didattico o di interscambio, che poi è quello che si propone questo blog. Mentre il secondo è un confronto più intimo e diretto con comunicazione di esperienze personali.
Penso che tutti noi abbiamo avuto una bella dose di quest’ultimo, spesso in forma negativa. Però se lo descriviamo in maniera generica indubbiamente esso sembra il migliore.
Molta gente infatti cerca una sorta di banco di prova, di “test area” per verificare i risultati ottenuti con la pratica antroposofica. Il forum/blog viene visto come un luogo di dialogo, seppur virtuale, dove io descrivo i miei progressi e tu descrivi i tuoi. Dal confronto nascerà la conferma del nostro procedere sulla “retta via”.

Ma pensiamoci un attimo: al di la dei problemi che questa comunicazione anonima crea (esagerazione degli eventi, senso di sfida, volontà di emergere) che cosa ci aspettiamo di ottenere? Nella migliore delle ipotesi, quella che non comporti una rissa virtuale (“flame” in termini tecnici), si avrà un gruppo di persone che si scambia pareri in un linguaggio fiorito ricambiandoli rispettivamente di complimenti. A turno poi qualcuno potrà avere dei problemi preventivamente risolti dagli altri in par condicio.

Il sottoscritto non è sicuramente senza peccato, anzi, spesso ho frequentato forum, antroposofici e non, proprio con questo intento. Al di là dei disastrosi risultati che il mio noto temperamento “ruvidino” mi procurava la domanda rimane: Perché?
Perché mi ostinavo a cercare questo assurdo confronto nonostante gli insuccessi? Per dimostrare al mondo che io ero diverso? Alternativo? In parte probabilmente sì, volevo “essere” farmi vedere, forse esibirmi.
Però volevo innanzitutto sentirmi parte di un “qualcosa” cercavo altre individualità che riempissero il vuoto dentro di me e di contro pretendevo di trovare il mio Io negli altri. Scritto così fa molto zen ma, nella realtà dei fatti, era solo una tristissima e sciapa esperienza.
Però non mi pareva tale. Anzi raggiungevo una sorta di appagamento in questo “gruppo” che si veniva a creare. Era una sorta di carboneria, di gioco di ruolo, che mi portava al di la della routine. Senza nessuno sforzo. Il tutto cullando il mio ego in questa gabbia dorata di circuiti al silicio. Menzionare un certo A. serve veramente oppure la sua firma è talmente palese da rendere inutile la cosa?

Trappola semplice quanto subdola perché sono assolutamente convinto che se questo mio scritto venisse letto da qualcuno nelle mie medesime condizioni la sua reazione sarebbe quella di definirmi un poveretto e di darmi tutta la sua comprensione di persona che invece opera nel pieno autoappagamento in un “competente” gruppo antroposofico. Nessuno è disposto a palesare ed abbandonare quelle che sono le sue dipendenze. Le negherà sempre.

Ma a me che è successo? Una cosa strana… ho incontrato delle persone, molte delle quali sono in questo sito, che si comportavano sui forum in maniera diversa. Dicevano cose semplici ma che suonavano incredibilmente vere anche in quel mare di frottole negate. E per di più, lontani dalla tastiera, stavano facendo “qualcosa”. Stavano vivendo l’antroposofia davvero non stavano fingendo di farlo. Non mi chiesi “che ci faccio qui?” davanti a loro ma li seguii cercando di capire cosa era quel nonsocché che mi sfuggiva. Mi illusi di poterli affiancare nel loro percorso ma ben presto capii che era una vana speranza. Se volevo “viaggiare” insieme a loro dovevo iniziare tutto d’accapo. Non c’era scampo.

Avevo quindi due scelte: o ripartivo da zero o continuavo per la mia strada di menzogna. Solo che ora sapevo di mentire.

 

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