ARTURO ONOFRI

APRIRSI FIORE (di A. Onofri)

(IRIS di Marina Sagramora)

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APRIRSI FIORE

L’anima che si spinge verso l’alto
del suo celeste fremito immortale
s’affranca dal suo carcere di smalto,
per aprirsi in un fiore, che trasale,
al raggio d’una grazia
che sola ormai la sazia.

E se non vuol da sé, schiuder se stessa
con l’energia che in lei freme assopita
rimane imprigionata entro la ressa
del sangue, che ne trae la propria vita,
serrandole ogni forza
nella sua propria scorza.

Ma quando volontà d’uomo è risorta
fino ad aprirsi in calici di fiore,
l’anima che gemeva fredda e smorta
sente su lei discendere il fulgore
del suo rinascere sempre
in rinnovate tempre.

*

ARTE, ARTURO ONOFRI, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

GIORDANO BRUNO, IL GUERRIERO DELL’IO (di F. Giovi)

18082017101647

Dalla sua morte sul rogo, a Roma, in Campo dei Fiori, l’altera figura di Giordano Bruno, che in nome della libertà respinge con il sacrificio supremo ogni compromissione, ha generato nei secoli – quasi che le fiamme del suo supplizio e impregnate dalla sua essenza si fossero riaccese di continuo nei petti umani – l’ideale riferimento per i singoli o i gruppi di pensatori che in ogni tempo successivo hanno tentato di dare al mondo idee nuove, perciò indipendenti dalla oppressione dei precedenti modelli: quelli che immancabilmente divengono poi i tiranni della società che ad essi deve conformarsi.

Ancora oggi chi ha sentito il nome di Bruno lo associa ad un individuo che seppe resistere a testa alta davanti all’ottusa potenza del potere costituito, sia esso secolare, ideale o religioso. Quasi nessuno conosce la sua opera e sa di quanto possiamo essergli debitori quando prendiamo consapevolezza dell’ultimo nato in casa nostra: l’Io. È difficile rendersi conto del contributo di Giordano Bruno nello sviluppo dell’autocoscienza. Del resto è incredibile la cecità degli uomini verso quello che credono di possedere come un semplice dato di fatto: sono malauguratamente troppi coloro i quali, nei confronti della coscienza desta e pensante, hanno la medesima impressione di chi, vedendo un vaso di pregiata fattura, pensasse ad esso come un capriccioso e casuale prodotto di forze naturali. Del resto la banalità che oggigiorno si stima essere in ogni cosa è il prodotto del pensiero banale, ossia del pensiero monco: il pensiero che collassa prima di pensare a fondo le cose e con ciò superando la parvenza di esse.

Ma torniamo a Bruno: il fatto importante della sua vita e della nostra evoluzione è stato lo spezzare i rigidi limiti della volta celeste, infranta la quale ciò che va concepito è l’infinità.

Oltre un secolo prima, già Nicolò Cusano aveva embrionalmente esposto questo terrificante concetto, ma a farlo valere con forza dirompente fu Bruno.

Secondo la concezione tolemaica (che spiritualmente vale ancora e che il sottoscritto ama con passione), il cosmo è formato da sette sfere planetarie e racchiuso dalle stelle fisse, dietro le quali va pensata la Divinità quale motore dell’universo.

In questa concezione il “cielo cristallino” chiude da fuori l’universo.

Il pensiero di spazio di Giordano Bruno si lanciò nella vertigine dell’Infinito-Illimitato. E ciò lo spinse a immaginare mondi molteplici, soli remotissimi, altri sistemi planetari.

Con la cosiddetta “rivoluzione copernicana” la Terra aveva già perduto la posizione centrale, fissa, intorno alla quale orbitava l’intero cosmo: Bruno radicalizzò la visione di Copernico estendendo anche al Sole un ruolo di stella tra altre innumerevoli stelle. Questa totale mancanza di centralità divenne, dai secoli seguenti ad oggi, un contenuto di coscienza.

Non si ha, di solito, contezza del substrato di smarrimento e terrore che si accompagnò a questa dissoluzione di limiti e certezze nell’abisso dell’infinità fisica.

I grandi come Copernico e Keplero furono rivoluzionari, ma per essi era ancora un presupposto indiscutibile il sistema planetario inteso come un’organica unità cosmica, un intero definito. Anzi, Keplero contestò“la fantasticheria sull’infinito” e confessò di provare un tenebroso brivido «al solo pensiero di trovarsi errante in uno smisurato Tutto al quale fossero contestati i confini».

In queste parole confessate dal poeta Arturo Onofri troviamo con chiarezza il sentimento di ogni uomo nei confronti della “perdita del centro”:

…Un tragico silenzio

ottunde la stanchezza che mi duole…

un mutismo irreale, antecedente

alla natività dei mondi,

scava abissi impossibili, i cui fondi

precipitosi, intimano alla mente

un nulla smisurato.

Nei tempi remoti, Terra e uomo, in quanto creazione e mèta degli Dei, furono in assoluto al centro dell’universo, mentre intorno ad essi, quale periferia, si intrecciavano le gesta delle potenze universali. Occorre davvero rievocare nel pensiero e nel sentimento l’antica visione del cosmo per immergersi in essa, averne sensazione. Solo cosí avremo un barlume di quello che abbiamo perduto e cosí potremo anche prendere consapevolezza di quello che abbiamo conquistato.

Il tradizionalismo si è volto all’antico ma, irrigidendosi in ciò, esso ha rifiutato senza condizioni l’arido e detestabile mondo moderno: questo atteggiamento può essere comprensibile ma zoppica nella logica: infatti, a penetrarlo troviamo che esso è soprattutto romanticismo elevato a potenza.

E pigrizia: poiché le anime si sdraiano nella confortante luce degli splendidi tesori delle compiute spiritualità, ma non osano avventurarsi nel mistero del presente, ove la concezione promossa dalle forze propulsive di cui Bruno fu veicolo ci ha guidato al desto sguardo sensibile che si specchia in un mondo privo di Dei, in un cosmo fisico infinito.

Il problema – per molte anime la tragedia – si potrebbe racchiudere in una “semplice” domanda: a cosa può servirci un mondo spoglio e arido, un infinito senza un centro di valore?

Il mondo senza Dei e senza Spiriti è il mondo che può essere visto e contemplato con sguardo sveglio, netto e obiettivo: è il mondo in cui l’uomo può porsi sul primo gradino della destità non condizionato dallo Spirito universale, perciò in piena libertà individuale. In tale mondo senza centro, senza sostegno, l’uomo può essere lui stesso il centro del cosmo, purché intuisca che a ciò è stato eletto: a reggersi su se stesso.

Magari rendendosi conto che gli spiritualismi e gli idealismi appartengono alle certezze del passato: ora divenute le comode grucce per chi non sa stare in piedi.

Tant’è che attraverso la concezione matematica dell’idea dell’infinito, divenuta un mezzo di sperimentazione spirituale, Giordano Bruno giunse alla dottrina delle monadi, le quali costituiscono l’uomo e ogni altro fenomeno: attraverso le monadi che stanno alla base di tutti gli esseri, il divino è attivo e presente all’interno di ogni evento e non supporta da fuori l’esistenza del cosmo, come nella concezione aristotelica: il Deus ex machina.

Secondo quanto scrive il Dottore nel suo libro L’evoluzione della filosofia dai presocratici ai postkantiani, la dottrina delle monadi di Giordano Bruno è il riflesso della lotta combattuta dall’Io per la sua esistenza nell’epoca moderna. Quello che traspare di questa lotta è esprimibile con questa frase: Io sono una monade e una monade è increata e imperitura.

È da questo punto realizzato che, come ancora Onofri ci rivela nei suoi versi, possiamo contemplare a nuovo le sfere celesti, la nuova conoscenza dell’universo:

O musica di limpidi pianeti

che nel sangue dell’Io sdemoniato

articoli i tuoi cosmici segreti:

nella tua chiarità, che ci riscatta

dalla tenebra morta del passato,

la densità ritorna rarefatta.

.

Franco Giovi

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per gentile concessione de http://www.larchetipo.com/2014/set14/

ARTURO ONOFRI, SCIENZA DELLO SPIRITO

Una Volontà Solare (di A. Onofri)

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L’alto movente, ch’ eccita ogni stasi

del passato a riprender contatto

col volere che intima nuove fasi

in avanti alla terra, urta di scatto

le resistenze nere

illuse di volere.

 

Volontà d’ uomo è solo movimento

verso il proprio rinascere immortale

e il desisterne è morte, è il fuoco spento

d’antichi dei, nel corpo minerale

ove l’ uomo è feticcio

irreale e terriccio.

 

Dal cherubico volto di Michele

splende in mondialità, senza arrestarsi,

l’ uomo che crea divine parentele

fra il suo futuro e gli esseri scomparsi,

che fu lui stesso, ma

senza sua volontà.

 

Raggia, da quel divino aspetto, il fuoco

della parola-dio, che uccide il mostro

superstite nel nostro sangue fioco;

e in quel volto risuscita, ma nostro,

l’ onnipotente aiuto

già da noi ricevuto.

 

Ora il nostro risveglio umano è l’ atto

che induce, fatto spada eccelsa, stasi

del passato a riprender contatto

col voler nostro, ch’ eccita altre fasi

in avanti alla terra.

E santa è questa guerra.

*

Arturo Onofri

ARTE, ARTURO ONOFRI, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

NUOVO RINASCIMENTO COME ARTE DELL’ IO (di F. Di Lieto)

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(www.larchetipo.com/pubblicazioni.pdf)

In un’intervista rilasciata a una TV che si occupa di recensioni librarie, il famoso scrittore Tom Clancy, statunitense, da poco scomparso, tenne a precisare che mentre scriveva i suoi romanzi di azione sulla testa non gli aleggiava alcuna Musa che lo ispirasse. In ogni caso, aggiungeva, la letteratura in genere, la sua come quella di altri autori, nulla deve alla dimensione trascendente, essendo frutto di tecnica pura e semplice, esito cioè del talento personale e del mestiere che nel tempo si affina per arrivare all’eccellenza. Il soffio dello spirito creativo, concludeva, è solo una favola.

Un’idea, la sua, comune ormai alla maggioranza degli artisti, siano essi scrittori o poeti, sceneggiatori, drammaturghi o coreografi, pittori, scultori o musicisti. Circola infatti, nella variegata famiglia dei creativi a livello nazionale e globale, un comandamento che, se non proprio impone, tuttavia suggerisce agli artisti di operare in regime di freedom and not genius, ossia di totale libertà esecutiva, di modo che il prodotto artistico non abbia nulla di induttivo, che non venga cioè ispirato dall’alto, da una dimensione che si rapporti col soprannaturale, ma derivi da intuito personale. Il genio che testimonia dell’immanenza dello spirito nella realtà fisica del mondo non è da considerarsi essenziale nel concepimento iniziale e nella realizzazione finale dell’opera d’arte.

Lo stato di grazia che viene elargito dal divino come rivelazione del sublime da trasfondere nell’oggetto plasmato, nel segno tracciato, nella parola trasfigurata, è tenuto in sospetto di magheggio, di esercizio sciamanico. Ne consegue che certe astruse installazioni passano per opere d’arte, mostruosità architettoniche per templi della forma, musiche e canti monotonali neganti l’effusione melodica per inni esemplari.

Stampare e diffondere, in tali temperie farisaiche, il Nuovo Rinascimento di Arturo Onofri non è pertanto solo un’operazione editoriale di pregio, oltre che di coraggio, ma soprattutto una nobile azione terapeutica per i fruitori di poesia e non solo, e per certi aspetti uno strumento tale da esorcizzare i fluidi tossici di certe massime etiche diffuse dai guru delle nuove filosofie comportamentali, tipo il «be hungry be foolish» di Steve Jobs, adottato da schiere di giovani e meno giovani che, prendendo alla lettera la massima, hanno follemente trasgredito senza imbastire metodiche utili a saziare la fame di sublime che mai come in questa epoca l’umanità avverte, in particolare i giovani.

Tali metodiche sono chiaramente esposte nel capitolo del libro di Onofri che riguarda la tecnica poetica, ma per esteso finiscono per riferirsi a ogni procedimento creativo, il cui fine ultimo è l’accesso dell’artista al fiume degli archetipi da cui attingere, nuovo Prometeo, il soma dell’ispirazione sorgiva e farne dono espressivo.

La pseudo libertà di cui parla il nuovo verbo materialistico potrebbe semmai nobilitarsi concretizzandosi in quella che Rudolf Steiner assegnava alla conoscenza spirituale, e che affranca l’artista dalla pania dei sensi consentendogli di trasferire l’opera dall’ambito personale all’universale, alla dimensione atemporale.

Le parole di Onofri valgono da regola dell’arte intesa spiritualmente e fissano il ruolo dell’artista quale celebrante di un rito mediante il quale collega l’umanità all’eterno: «Si può affermare che il poeta realizza un corpo verbale perfetto quando si attiene assolutamente allo spirito della poesia che vuole manifestarsi attraverso di lui. …Il problema della tecnica tratterebbe dunque della capacità di accogliere coscientemente, nella propria volontà umana, un certo spirito di rivelazione superiore, eliminando, in quel momento, tutto ciò che non è esso, astraendo da tutto il resto del mondo, sia umano sia non umano. …Uno stato di concentrazione volontaria, astratta da tutto il resto, è l’atto fecondatore per il quale, con la parola umana, si può mettere al mondo una rivelazione divina. …Una vera scienza del Verbo, una logologia (per usare una parola di Novalis) dovrà sorgere via via nell’avvenire… Questo metodo è indicato nelle prime linee del Vangelo di Giovanni, quando il Verbo divino viene chiamato il principio creatore di tutte le cose e di tutte le creature…».

arturo onofri scrittore giovannetti olympia

 

Il Nuovo Rinascimento di Arturo Onofri, pubblicato un secolo fa, allora segnale di un anelito umano al sovrannaturale nella temperie nichilista imperante, si ripropone oggi con la stessa urgenza.

 

Fulvio Di Lieto

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per gentile concessione de 

www.larchetipo.com/pubblicazioni.pdf

L’Archetipo – Novembre 2013

Pubblicazioni

Arturo Onofri

 

Arturo Onofri Nuovo Rinascimento come arte dell’Io a cura di Michele Beraldo corredato di uno scritto di Geminello Alvi: “Onofri, poeta wagneriano e michelita”

Campanotto Editore, Pasian di Prato (UD) 2013

Il libro può essere acquistato in libreria, nelle librerie on line e anche rivolgendosi direttamente al curatore, alla seguente e-mail: micheleberaldo@gmail.com

Pagine 176 – Prezzo € 20,00

ARTURO ONOFRI, SCIENZA DELLO SPIRITO

ZOLLA RITORNA COSMO

all-ombra-del-cielo

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ZOLLA RITORNA COSMO

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Fantasma che muore nel mondo,

io poggio i miei piedi su queste

lievi erbe, ma vivo secondo

la vita d’un uomo celeste,

che sol si traveste

d’un sé moribondo.

Tutt’altro che a corpo somiglia

la luce che m’agita il petto,

e suscita la meraviglia

sublime di un sole in me stretto,

ch’è il ritmo perfetto

cui l’anima è figlia

E’ un ritmo che immagina canti

d’eroi sovrumani e di sfere

in suoni e colori parlanti

figure di popoli e d’ere,

in quanto è il volere

ch’io voglio in avanti.

*

Arturo Onofri

 

ARTURO ONOFRI, POESIA
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