Nome dell'autore: Valentina

Ars Medica

DavidApollo

L’incontro tra Medico e paziente è, nel microcosmo umano, la traccia dell’ Incontro Archetipico Macrocosmico.

La relazione tra i due, a maggior ragione se su un percorso di realizzazione interiore, può divenire il teatro del disvelamento delle Forze che ciascuno porta, più o meno consapevolmente, in sé.

Attraverso la Luce della comprensione delle dinamiche disarmoniche, osservate su entrambi i fronti, ereditario ed individuale, con il sostegno del Calore animico della compassione per la sofferenza del malato e di quello spirituale del Pensiero diretto all’aiuto concreto, per tramite della Parola rivelatrice della realtà della malattia e utilizzando i giusti Rimedi, questo incontro può portare alla guarigione, su piani diversi.

Fondamentale, in questo raccordo di intenti, è la volontà del paziente di oltrepassare e superare i limiti che hanno portato alla malattia, che sono sempre limiti interiori i quali chiedono di essere superati, sempre più consapevolmente e a seconda delle forze di ciascuno.

In questo processo, il Medico è un catalizzatore che non travalica la libertà del malato, anche quella di non guarire, ma può permettergli, attraverso le Forze che suscita in sé, di oltrepassare il guado e trasformare una debolezza in una forza.

Questo rapporto si instaura su entrambi i fronti, Medico e paziente crescono nel prendersi cura l’uno dell’altro; sì, perché il paziente si prende cura del Medico, attraverso la gratitudine nei confronti del suo impegno e anche perché la sua storia, può essere vista come uno spunto ulteriore per una comprensione, sempre più profonda, delle dinamiche di salute e malattia.

Ciò che conta è, impersonalmente, il disvelarsi della Meraviglia per il creato, in ogni più piccolo andito, di cui la storia del paziente è un frammento che dice il Tutto, senza il quale quelle comprensioni non sarebbero state possibili.

E questo modo di guardare alla malattia, come fonte di benedizione e comprensione, è parte del processo di guarigione che nell’ Arte Medica si può inverare.

Il Medico, come pedagogo e artista, che dipinge sulla tela del destino del paziente, i colori dell’incontro tra due individualità in divenire.

SALUTE

L’ ATTO DI VOLONTA’

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L’ importanza del II dei VI è, fino ad un certo punto, difficilmente comprensibile, proprio perché la corrente della Volontà si muove sotterranea e lontana dai margini della coscienza ordinaria.

Finché non se ne fa esperienza diretta è difficile anche riconoscere il modo giusto, in quanto il punto non è “fare l’esercizio” ma volerlo in tutta la sua interezza; non è agirlo come un compitino da svolgere e spuntare in una ipotetica “lista della spesa”, ma volerlo fare mentre lo si fa, immettendo consapevolmente volontà nell’ azione che si è, preventivamente, scelto di compiere.

L’ azione costantemente ripetuta fa decadere, poco a poco, anche le ultime fisime circa il cosa fare, che azione scegliere, per quanto tempo compierla. Quel che conta è fare, fare volitivamente e incessantemente, con un moto che può immergersi sempre di più nell’azione, sempre più strenuamente. Paradossalmente, per la coscienza ordinaria almeno, questo volere l’azione lo si riporta, in maniera diversa, nel I esercizio, laddove si smette di attendere un risultato qualsiasi e si agisce attraverso le immagini, permanendo nella volontà di agirle per se stesse, per il compito che ci si è posti.

In tempi come quelli odierni in cui impera la ricerca del risultato imemdiato, in cui non deve esistere nemmeno uno iato tra azione e riconoscimento esteriore, pena la nullità esistenziale, un esercizio come questo è pressoché incomprensibile, oltreché avversato, anche perché mette di fronte alla incapacità di agire per coerenza interiore e non aspettandosi la pacca sulla spalla ad ogni passo.

Fondamentalmente siamo un’ umanità ancora adolescente, nella perenne attesa di qualcuno che risolva i nostri piccoli e grandi problemi, ancora tenacemente attaccati alle gonnelle di qualcuno che ci nutra e, perlopiù, incapaci di nutrirci da noi stessi.

Gli esercizi ti cambiano, gli esercizi svellono e scardinano le certezze e le fossilizzazioni, ti mettono di fronte ai limiti, alle possibilità e alle potenzialità. Gli esercizi ti pongono di fronte alla responsabilità di ciò che puoi e vuoi portare nel mondo. Sono la lama attraverso cui vieni trafitto, fin nelle fondamenta della incoerenza quotidiana. E perciò sono temuti, dimenticati, edulcorati.

SCIENZA DELLO SPIRITO

Mergor ut emergam

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Ci sono attimi, che sembrano durare un’ eternità, in cui tra le vicissitudini della vita interiore ed esteriore, le luci a poco a poco si spengono e tutto piomba nel buio più profondo ed impenetrabile.

Istanti in cui ci si inabissa talmente tanto da non riuscire più a scorgere un senso a nulla, in cui gli stessi appigli che fino a poco prima, ti avevano docilmente cullata nell’ illusione, si rivelano ad un tratto disgustosi e anche se dentro tutto grida e si oppone e vorresti solo riafferrarli per lasciar finire il tormento, la disperazione t’ insegna che non valgono nulla.

E’ in quegli attimi che emerge un tenue bagliore, una voce flebile che dice: “Ricorda”… E’ la memoria del primo Sì, uno scritto, un’ immagine, una parola, un incontro che ha acceso dentro la prima scintilla, il primo barlume che poi è divampato a scaldare tutto il gelo.

La memoria di quel Sì è ciò che va protetto, sempre e comunque, nonostante i venti contrari, impetuosi a tal punto da non credere di potercela fare. Un ricordo che va custodito e alimentato e rinnovato ogni giorno perché possa continuare ad ardere e non si spenga nell’ appattimento quotidiano.

Gli abissi sono profondi, più di quanto umanamente crediamo possibile, ogni volta un pò più giù, ci si immerge per riemergere, spesso a prima vista più deboli, in realtà solo più leggeri, ma sempre sul filo del rasoio, sempre in bilico su quella minuscola corda tesa.

La memoria come filo rosso che ci lega a quanti hanno già tentato una simile impresa, quel “Voglio farne parte anch’ io” che inconsapevolmente, almeno agli inizi, ti guida su sentieri che mai avresti osato immaginare, che ti sferza da ogni lato, distruggendo tutte le certezze acquisite e lasciandoti sempre più contuso esteriormente, donando al contempo ad ogni passo, ad ogni pur piccolo superamento, una sempre più solida base interiore.

Questo può comprenderlo solo chi ha tentato e tenta, quotidianamente, di sciogliere i legacci del condizionamento, gli altri si limitano a dire che è impossibile, sbagliato, egoista o unilaterale. Ma anche questo fa parte dell’ allenamento, smettere di aver bisogno della comprensione e del sostegno altrui e contemporaneamente imparare a comprenderne le motivazioni, conoscendo le proprie resistenze interiori all’ aprire il Varco. Allora ogni ostacolo, ogni caduta possono diventare il combustibile per alimentare il fuoco della Volontà che, imperterrita, continua a chiamare e imparare a scegliere, nella difficoltà, tra il resistere e lo stare.

SCIENZA DELLO SPIRITO

BUONI O CATTIVI?

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Accadono momenti, nella vita di ciascuno, in cui l’assenza di una figura forte che ci ha sorretti o aiutati, implica e ci porta incontro la necessità del superamento di una condizione di figliolanza a favore di un processo che potremmo definire “diventare padri di se stessi”. In questo senso, crescere, è lasciare un approdo certo per imparare a navigare senza la costante ricerca di una terraferma che è sempre estranea alla rotta interiore e individuale e ci fa scambiare parole non nostre per nostre verità.

Nelle mani di chi rimettiamo il potere su noi stessi? A chi tentiamo, talora disperatamente, di conferire le chiavi dell’ interiorità ancora misconosciuta? Chi assurge dentro di noi a ruolo di padre-padrone che, per quante parole suadenti possa proferire, rimane comunque un appoggio fittizio che ci allontana sempre, costantemente, dal compito prefisso?

La società così  com’è volutamente configurata, spinge a rimanere figli a vita, a restare ancorati ad una passività in ogni ambito, primo fra tutti e per ragioni ben precise, alla passività del pensare, del rimanere vincolati ad un già dato e costruito ad arte per perpetrare le catene invisibili che ci fanno schiavi in un gioco al massacro.

Tutto è costruito per tenere l’ uomo soggiogato alla sempre crescente soddisfazione di bisogni che non sono più primari, ma servono solo a nascondere e velare il senso d’ inquietudine sottostante, la necessità interiore di essere altro che semplici consumatori passivi. Non ci si accorge perché non si vuole, perché non si è stati educati, che ciò che neghiamo e bramiamo al contempo, non è l’oggetto in sè, non l’ultimo modello di palmare, o il vestito firmato o l’auto di lusso ma è l’esperienza di noi stessi che si compie nell’ oggetto.

E così il focus resta continuamente spostato verso l’esterno, invece che verso ciò che ci spinge all’ azione e al soddisfacimento di un appagamento che non potrà mai essere completo finché non se ne scorge la vera origine. Se l’ appagamento dei bisogni primari è sacrosanto diritto di ogni essere umano, anche questo sempre più consapevolmente e colpevolmente messo a rischio al giorno d’ oggi, indurre attraverso tecniche subdole la creazione di nuovi e fittizi bisogni, non fa altro che perpetrare la presenza incontrollata di una società madre e mammona, in cui il vero scopo dell’ esistenza di un uomo è totalmente stravolto a favore della ricerca di un sentimentalismo imperante, i cui nefasti effetti abbiamo sotto gli occhi ogni giorno.

Anche chi ritiene di star perseguendo un percorso di crescita, non avvedendosi delle dinamiche malate che si mettono in atto quando il sentimento la fa da padrone su tutti gli aspetti interiori, rischia di cadere in facili critiche proprio di quegli esercizi che ristabiliscono pian piano le giuste impostazioni interiori. Non è tanto il pensare a spaventare, quanto il volere, perché volere il volere, purificato da qualunque valenza antica, sociale, familiare, individuale, è accettare di non essere graditi, di stare soli con le azioni che si ritengono giuste, anche se incomprensibili ai più. Accettare di affermare se stessi e ciò che si sente essere la propria verità, indipendentemente da quel che altri possano pensare.

C’è la tendenza a considerare la constatazione di uno stato di fatto interiore comune a molti, come un giudizio o una critica a livello personale, perché incapaci di avere quel distacco necessario per accorgersi che la propria situazione interiore rispecchia quanto descritto. Ciò di cui si è deficitari è l’ esperienza diretta del proprio stato interiore al momento presente, ciò che rende quanto affermato da Scaligero, ad esempio, comprensibile almeno in parte.

Questo non implica aver superato certi scogli o voler assurgere a qualsivoglia forma di maestria sull’ altro, ma essere in grado di riconoscere che, quanto da Scaligero descritto nei testi fondamentali del suo lavoro, corrisponde all’ effettivo stato delle cose interiori, almeno per quanto riguarda l’ esperienza individuale vissuta fino a quel momento. Solo da questa comprensione si può criticare o meno certi scritti, se manca l’ esperienza reale quel che, necessariamente, ne consegue è l’ avversione che prende le mosse non dall’ Io ma da ciò che si ritiene essere Io e in realtà ne sta usurpando la legittima reggenza interiore.

Non ci si accorge di star avversando ciò che si crede di perseguire, perché non ci si accorge di essere altro da “chi” avversa… Se così non fosse, si sarebbe in grado di trovare sempre l’accordo, anche partendo da posizioni opposte, in quanto l’ esperienza riporterebbe tutti al medesimo punto: e cioè che, ad oggi, certe forze sono ancora depositarie della sovranità interiore che crediamo possedere mentre invece ne siamo posseduti.

SCIENZA DELLO SPIRITO

Una Volontà Solare (di A. Onofri)

arturo onofriscrittoregiovannetti olympia

L’alto movente, ch’ eccita ogni stasi

del passato a riprender contatto

col volere che intima nuove fasi

in avanti alla terra, urta di scatto

le resistenze nere

illuse di volere.

 

Volontà d’ uomo è solo movimento

verso il proprio rinascere immortale

e il desisterne è morte, è il fuoco spento

d’antichi dei, nel corpo minerale

ove l’ uomo è feticcio

irreale e terriccio.

 

Dal cherubico volto di Michele

splende in mondialità, senza arrestarsi,

l’ uomo che crea divine parentele

fra il suo futuro e gli esseri scomparsi,

che fu lui stesso, ma

senza sua volontà.

 

Raggia, da quel divino aspetto, il fuoco

della parola-dio, che uccide il mostro

superstite nel nostro sangue fioco;

e in quel volto risuscita, ma nostro,

l’ onnipotente aiuto

già da noi ricevuto.

 

Ora il nostro risveglio umano è l’ atto

che induce, fatto spada eccelsa, stasi

del passato a riprender contatto

col voler nostro, ch’ eccita altre fasi

in avanti alla terra.

E santa è questa guerra.

*

Arturo Onofri

ARTE, ARTURO ONOFRI, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

Quo vadis?

Bivio

 

Negli ultimi anni si sta assistendo al fiorire di molteplici discipline che tentano di conoscere, spiegare, curare e superare conflitti e malattie legate alla corrente ereditaria. L’ impressione è che, da un certo punto della storia in poi, tutta l’attenzione di studiosi, psicologi, ricercatori stia convergendo nel considerare effetti e cause di malattie da un punto di vista generazionale. E’ solo di qualche giorno fa la notizia che alcuni ricercatori hanno scoperto porzioni di DNA nelle quali sarebbero codificati traumi risalenti ad almeno tre generazioni antecedenti.

Per la scienza ufficiale, quindi, il problema risiede ancora e soltanto a livello genetico, mentre invece in altri campi si fa un gran parlare di una sorta di “inconscio famigliare” che trasmetterebbe, in una qualche forma, impulsi e deviazioni a livello trans-generazionale. Lo studio e la ricerca in tal senso stanno avendo una decisiva accelerazione negli ultimi decenni, nel tentativo di arrivare a codificare e curare nodi e conflitti che si riverberano sul piano fisico (con conseguenti malattie) ma anche su quello relazionale e lavorativo.

La spinta verso il miglioramento delle condizioni di vita o di un’ idea ancora molto confusa di benessere, è fortissima. A volte è possibile anche ravvisare l’ effettivo aiuto che la comprensione  e il superamento di certi blocchi, apportano alle persone. Si arriva, però,  anche a chiedersi fino a che punto il curare una personalità disfunzionale abbia un senso, dato che il problema a monte, che è l’asservimento della Forza primigenia al dato di natura, resta invariato e inconosciuto.

“Che senso ha conquistare il mondo, se poi si perde l’anima?”

Ci sono momenti in cui si arriva ad intuire che il modo usuale di guardare alle cose non basta più a spiegarne la complessa complessità che ci si rivela; che, in qualche modo, si cerca di tradurre (e tradire) certe intuizioni spiegandole in base ad una logica che fa acqua da tutte le parti, tentando di dar loro una parvenza di codificazione che non fa altro che snaturare la realtà intrinseca del problema stesso, evidenza che si ha sempre sotto gli occhi, incapaci di vederla e riconoscerla.

E’ un moto di disillusione continuo e perciò doloroso e critico che non può non atterrire per la vastità di quel che si presagisce esservi dietro, che non può non essere doloroso per quel tanto che all’ illusione ci aggrappiamo, per timore del baratro dell’ incertezza che comporta mollare tutti gli appigli, le forme usuali di una Forza di cui continuamente chiediamo al mondo di farsi carico, in nostra vece.

Alla fin fine facciamo tutto da soli, 10, 100, 1000 volte sempre lo stesso errore perché non osiamo ammettere che la libertà ci spaventa più delle catene. Liberi da cosa? Ma, soprattutto, liberi per cosa?

La lingua tedesca ha un termine specifico per designare certi momenti interiori: Weltschmerz, la sensazione che si prova quando l’ idea di mondo idealizzato crolla di fronte alla realtà. Le strutture e i  castelli in aria vengono distrutti, uno ad uno, senza pietà ma con un senso di compassione sottostante che è difficile comprendere appieno. Come certe parole dure di chi ha già attraversato il baratro, che sono un monito costante e scomodo a guardare oltre il dito che indica la luna.

Tanto vasti i Cieli, così profondi gli abissi. E siamo grandi, ancora troppo ingombranti, per contenere tale vastità.

SENZA CATEGORIA

Socialità

Soul search

In un mondo in rapido e frettoloso cambiamento, il terreno di scontro più duro, per ciascuno, è il rapporto con l’altro. La spinta verso l’ individualismo, se da un lato ci permette di fare e pensare cose che, fino a soli pochi decenni fa, erano inimmaginabili, dall’ altro ci pone sempre più di fronte alla necessità di imparare a stare in noi stessi ma insieme agli altri, nella maniera corretta.   

Il dilemma è sempre tra il lasciarsi sopraffare dal cosiddetto senso comune e il perseguire, ostinatamente, un individualismo fine a se stesso. Eppure nel mondo bisogna viverci, per quanto si cerchi o si scelga di sottrarsi ai riti di massa, il tempo degli eremitaggi è concluso. Qual è, allora, il giusto modo di rapportarsi agli altri?

Qualche anno fa, acquistai alcuni libri di Scaligero; rimasero lì, nella libreria, per parecchio tempo, provavo ad aprirli e mi sembravano incomprensibili, a volte m’ infastidiva anche solo guardarli o toccarli. Un forte senso di avversione mi possedeva e m’ impediva di andare oltre. Eppure, allo stesso tempo, avvertivo un’ attrazione fortissima e mi scervellavo per capire  e sanare quella frattura interiore.     

 Anche quando, tempo dopo, iniziai molto timidamente a leggere qualche riga, uno strano sentimento veniva evocato, misto d’imbarazzo, indegnità, incapacità di capire e dolore, un dolore a tratti così intenso da essere incapace di sostenerlo.

Solo molto tempo dopo tutta la faccenda ha iniziato a chiarirsi e le sue parole più belle e terapeutiche, per me, sono state: “Si comincia da quel che si è”. Parole che, tuttora, continuano a lavorarmi dentro, ricollegando esperienze incomprese, sanando concetti errati e giudizi impietosi nei quali si è continuamente impastoiati.

Questa esperienza è servita come pietra di paragone per tutto il resto: quanta dell’avversione che provo per un mio simile, è dovuta a mie proiezioni? Quanta parte giocano i non visti di me, nel propendere o meno verso una comprensione e accettazione piena dell’altro?

In fondo, il giudizio che do di me stessa è sempre, di gran lunga, peggiore di quello che temo da parte altrui, ma se manca questa consapevolezza, continuerò a colpevolizzare l’altro e alimentare lo scontro.

In definitiva lo spirito di avversione siamo noi a stimolarlo nell’altro, non accettando fino in fondo la sua personale esperienza di vita, le sue tempistiche ma pretendendo, a volte esigendo addirittura, che l’altro accetti quanto diciamo per una supposta e nascosta (spesso solo a noi…) pretesa di superiorità.  Quanto conta, in ciò che diciamo, il bisogno di approvazione? Che ruolo ha, nell’ interazione con l’altro, la necessità di essere riconosciuti?

Il gioco è tutto qui: l’altro mi porta me stesso in tutte le sue sfaccettature e, lungi dall’ illusione di poter controllare alcunché, non saprò mai fino in fondo cosa ho stimolato in lui con le mie parole o i miei atti. Posso solo crescere nella responsabilità che ciò che penso, dico e faccio ha effetti precisi per me e per il mondo.

L’errore è previsto, fa parte del percorso, ma ciò a cui è necessario prestare attenzione è la fascinazione rispetto all’errore, il sentimento di autocommiserazione e colpevolezza che blocca qualunque iniziativa per porvi rimedio e, automaticamente, ci vincola ad esso, sancendo l’incapacità di renderlo mattone da costruzione invece che pietra d’ inciampo.

SENZA CATEGORIA

SPINE

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La vita non inizia quando tutti i problemi sono risolti, quando si è in pace col mondo e con se stessi, traguardo sempre troppo posposto, quando tutte le tessere del puzzle sono al loro posto. Vivere è sperimentarsi e avventurarsi nell’ ignoto che ti fa più paura, mollare gli ormeggi che ti ancorano saldamente al suolo, per accorgersi che questo suolo non lo si è mai toccato realmente. Piccole sortite per tacitare la coscienza che urla, finché il dolore arriva a strapparti dall’immobilità e dalle false certezze.

La verità è che il dolore ci fa paura, per presunta incapacità di affrontarlo e vincerlo, per timore del cambiamento, per diseducazione sociale o pseudoreligiosa. Questa società aborrisce il dolore, in funzione di una sola polarità che ci rende distonici e nevrotici, magnificando il benessere ad ogni costo, la bellezza esteriore perenne, la giovinezza eterna che sa tanto d’infantilismo. Continuamente privati e provati dalla costante, affannosa e illusoria ricerca di una felicità spicciola e superficiale che sempre ci sfugge di mano.

Ma il dolore è medicina per le piaghe che continuamente suppurano, non viste nè ascoltate. Il dolore è farmaco potente che ci ricollega al senso di questo nostro calcare la terra, a quell’ umanità reale che ci alberga dentro e preme per essere ascoltata. E’ la fragilità che spezza gli schemi di pensiero e le illusioni su ciò che non siamo; rimette in moto meccanismi inceppati che ci vorrebbero sempre più asserviti a destini non più umani. Il rifiuto nevrotico di un lato della nostra esperienza terrena non fa che ingigantire i problemi, renderci deboli e incapaci di agire concretamente per risolvere le sfide che la quotidianità e il nostro percorso individuale ci pongono.

Confrontarsi con la ferita originaria, con l’impotenza e il senso di colpa e indegnità, apre il varco a nuove energie che hanno bisogno di essere continuamente sollecitate e rielaborate a livelli diversi affinché divengano attitudini alla vita. Permettersi la fragilità, scendere nel proprio inferno per illuminarlo e trarne nuovi stimoli a continuare il percorso. Lasciarsi attraversare volutamente da disarmonie che chiedono nuove partiture, difficile ma anche foriero di importanti capovolgimenti. Fino a scoprire che la libertà non attende premi o punizioni, non idolatra falsi padri e madri; la libertà sa, con ogni fibra, che è sempre necessario scegliere e che ogni scelta comporta conseguenze alle quali non ha intenzione di sottrarsi. E così, man mano si accresce e diventa sempre più in grado di comprendere, discernere e agire le scelte più giuste, sulla strada verso la nuova umanità che siamo chiamati a costruire.

SCIENZA DELLO SPIRITO

ELOGIO DELLA FOLLIA

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Ogni “paese che si rispetti” ha i suoi matti, conosciuti, coccolati, derisi, presi come termine di paragone, nutriti e accuditi come figli e fratelli di tutti.

E’ buffo osservare le reazioni che suscitano: ci sono quelli che li accolgono sempre a braccia aperte, offrono caffè e cibo, scambiano quattro chiacchiere e due sorrisi. Oppure quelli che se ne discostano, li additano da lontano, ne hanno paura e preferiscono non averci nulla a che fare. Eppure, volenti o nolenti, i matti non lasciano indifferente nessuno, hanno la rara capacità di metterti di fronte a te stesso, nudo e senza appigli. E questo spaventa e affascina al contempo.

La funzione del matto di paese è la stessa antica del giullare di corte: spezza i limiti delle convenzioni e dei pregiudizi sociali, mostra apertamente che oltre la barriera ereditata di cosa è giusto e sbagliato, del “abbiamo sempre fatto così’”, ci sono altre vie, altri modi sconosciuti e temibili di vivere. Strade senza indicazioni e, come tali, strade per folli che decidono di uscire dal seminato, dal già visto e già fatto ed esplorano territori vergini, mettendo in campo tutto ciò che sono, fino a perdersi per ritrovarsi diversi e sempre più reali.

Il matto è metafora vivente di possibilità ignote e per questo riverito e temuto. E’ esorcizzazione visibile di quella paura dell’ ignoto che ciascuno si porta dentro, non vista né, spesso, presagita. E’ un capro espiatorio e un perenne monito delle debolezze che non ci permettiamo di affrontare né superare. Il senso ultimo della lotta per la normalità che, in definitiva, non esiste se non come idea errata che, continuamente e inconsapevolmente, facciamo nostra e ci àncora alla stessa illusoria realtà, giorno dopo giorno.

Il matto ci sfida, è lui che ci deride; attore di un ruolo tragicomico nel quale paventiamo di riconoscerci, senza sapere che è porta di accesso ad altri piani in cui solo i più coraggiosi sono pronti ad avventurarsi. Emblema della libertà da schemi comportamentali e, perciò, familiari e sociali, rigidi e meccanici, che intrappolano dentro ruoli e convinzioni formali e stereotipate. Simbolo di quella terra di mezzo, ponte sospeso tra genio e follia, istmo interiore mai vissuto fino in fondo, che regola i ritmi e traccia una parvenza di percorso per arrivare alla libertà e comprendere cosa farne.

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