Paolo Pistoletti

MASSIMO SCALIGERO – IL TRATTATO DEL PENSIERO VIVENTE. “V’È UN PENSARE CHE NON È STATO ANCORA PENSATO ”. (di P. Pistoletti)

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Massimo Scaligero – Il Trattato del pensiero vivente. “V’è un pensare che non è stato ancora pensato”

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Un breve prologo, trentanove paragrafi, un’appendice. Così è strutturato il “Trattato”. In un precedente post avevamo pubblicato il primo paragrafo del libro. Oggi, dopo aver riportato di nuovo il prologo, proseguiamo col secondo, brevissimo, passaggio a seguire.

Ma perché tutta questa parsimonia con i testi di Scaligero? Ma perché è importante porsi di fronte a questi pensieri con il massimo dell’attenzione, per poterne percepire tutta la forza, la luce, l’immensa grazia. Ricercando senza posa ogni volta il giusto assetto interiore, motivati da un senso di profonda e crescente gratitudine.

Poche frasi ogni volta, quindi, potrebbero davvero bastare, se comprese e accolte in nuce per quello che sono, ossia, come portatrici [in potenza e in atto] di tutto il pensiero. Come in un frammento l’intero, già in un testo brevissimo, un assaggio della più piena libertà. Un anticipo di ogni ulteriore possibilità.

Una via questa che certo sottintende sempre, ricordiamolo, la pratica della retta concentrazione e meditazione, secondo i canoni indicati dallo stesso Scaligero.

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Da

Massimo Scaligero, Trattato del pensiero vivente. Una via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen (Tilopa 1961)

Il presente trattato, anche se logicamente formulato e accessibile, propone un còmpito attuabile forse da pochissimi. La sua concatenazione di pensieri è congegnata in modo che il ripercorrerla comincia a essere l’esperienza proposta: esperienza che, in quanto si realizzi, risulta non una tra le varie possibili all’uomo, ma quella della sua essenza interiore, che lo spirito esige da lui in questo tempo. Il trattato non è filosoficamente confutabile, essendo fondato su tale esperienza: che va compiuta, se si vuole disporre dei mezzi per porla in questione. Ma chi possa compierla, comincia a vivere in un pensare che non ha nulla da porre in questione, perché penetra il mondo.

E’ il pensare che è la verità di tutte le teorie e di nessuna, essendone la sostanza predialettica. Chi percepisca la distinzione tra il seguire logicamente un discorso e il muovere nel pensare che ne tesse la struttura logica, può verificare l’esperienza proposta: vivendo i pensieri di queste pagine, può sperimentare la potenza della « concentrazione», o la tangibile presenza dello spirito: la via al pensiero vivente, la trascendenza comunque presente, ma sconosciuta, in ogni pensiero che pensa.

da p. 8

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V’è un pensare che non è stato ancora pensato: un pensare che non può darsi come pensiero, finché è pensante nel processo della riflessità e limita la sua attualità al momento dialettico, che è già determinazione. E’ il pensare che può sorgere solo nella contemplazione dell’atto pensante: il pensiero pensante se stesso, reale perciò in quanto esprimente il proprio essere.

Pensiero che non ha bisogno del momento riflesso, per manifestare la propria vita: sperimentabile perciò senza mediazione dialettica. Un tale pensare non è ancora conosciuto dall’uomo, perché non può scaturire in lui se non come originario potere del pensiero: come potere di vita. Potere di vita che non è imagine filosofica, ma percezione dell’essere radicale del mondo, nascente come forza-pensiero non vincolata ad oggetto, avente in sé tutto il pensabile, dall’essenza: essendo essa l’essenza.

Massimo Scaligero, Trattato del pensiero vivente. Una via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen (Tilopa 1961)

buddha – foto di Patrizio Yoga su Pixabay

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Massimo Scaligero – Il Logos e i nuovi misteri. Il disincanto dell’apparire (di P. Pistoletti)

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Massimo Scaligero – Il Logos e i nuovi misteri. Il disincanto dell’apparire

La via del Pensiero vivente è il tema centrale anche di questo testo di Massimo Scaligero. Il pensiero che è connesso alla vera libertà. Quanto si trova scritto qui, quindi, è idoneo ad introdurre e poi condurre lo sperimentatore motivato a una esperienza interiore. Un’esperienza reale, che può trasformarsi in liberazione dal pensiero celebrale [riflesso] – disincantando così l’apparire, il miraggio dell’illusoria esteriorità. Ci si muove in un processo inverso, quindi, rispetto all’ordinario – verso l’interiorità –, risalendo il pensiero fino a qualcosa d’altro – poiché “v’è un pensare che non è stato ancora pensato”. Quindi, anche qui, come in ogni altro testo di Scaligero, va sempre sottinteso [anche quando non sia espressamente richiamato] l’imprescindibile primato da attribuire alla disciplina interiore [la “concentrazione” e la “meditazione”], secondo i canoni proprio da lui indicati. Con tutto ciò che ne consegue.

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Da

Massimo Scaligero, il Logos e i nuovi misteri (Teseo, 1973)

pp. 47-48

La libertà è il momento del pensiero che muove secondo il proprio Principio, attuandolo però entro i limiti postigli dalla mediazione cerebrale, che lo isola bensì dall’anima antica, ma lo derealizza sul piano dialettico: onde non v ‘è libertà di cui l’uomo possa legittimamente parlare, prima della indipendenza del pensiero dalla mediazione cerebrale.

La libertà che l’uomo crede trovare fuori di sé, in eventi o strutture esteriori, non è che un miraggio, perché è sempre proiezione del vincolo della psiche: il vincolo che tende ad affermarsi come impulso libero, illegittimamente. Il cercatore della libertà deve scoprire che qualsiasi limite trovi ad essa fuori di sé, è un limite che gli è interno.

Libero può essere solo il pensiero, o lo Spirito: la libertà di un desiderio o di un istinto, è la vera prigionia dell’uomo. Il pensiero razionale non è libero, ma ha la possibilità della libertà: reca riflesso il potere sintetico originario, lo ha come momento d’indipendenza dalla relazione metafisica, ma simultaneamente come possibilità di indipendenza dalla relazione fisica, che suscita l’opposizione al metafisico. Esso però ignora tale possibilità, scambiando per normale condizione la menomazione riflessa. In sostanza esso si determina come opposizione alla scaturigine metafisica, ma, nella reificazione dell’alterità fisica, annienta il momento di libertà: ignora il moto originario della relazione, servendosi tuttavia di esso: attinge a un potere che gli rimane sconosciuto. In effetto è libero, ma non esce dalla mediazione cerebrale che lo asserve inconsciamente agli istinti, ossia alla naturaumano-animale.

La realtà costringe, la parvenza lascia liberi. L’uomo moderno, nel disconoscere la realtà metafisica, ha l’iniziale momento della libertà, ma non lo afferra, perché non lo afferra dove sorge: onde esso non coincide con il momento della realtà epperò della verità. Egli bensì volge le spalle alla realtà metafisica, ma, non conoscendo la dipendenza del pensiero dalla mediazione cerebrale, si lega alla realtà fisica, ossia alla parvenza della realtà. Questa non lo costringe, lo lascia libero, perché consente l’illimitatezza della soggettività: egli non afferra la libertà dove sorge, bensì dove si aliena, riflessamente correlata all’aspetto sensibile dell’apparire.

Perciò egli non può distinguere l’a p p a r i r e dal s e n s i bi l e. La vita degli istinti è correlata all’apparire. L’apparire sorge mediante il sensibile, ma non è sensibile esso stesso, essendo la proiezione della relazione originaria. Il vero Sovrasensibile è il disincantamento dell’apparire, o il superamento della condizione riflessa. La coscienza sensibile muove dalla relazione originaria, ma, nel suo limitarsi all’apparire, che lascia libero il suo essere soggettivo, non può non opporsi ad essa. Tuttavia l’uomo ha nella dimensione della libertà l’esigenza di un principio che non necèssiti, per essere, di sostegno fisico né metafisico, essendo in sé l’assoluto originario, capace di disincantamento dell’apparire, epperò di reale dominio fisico: di reale reintegrazione degli istinti. I quali dominano la psiche là dove il pensiero riflesso, credendosi libero, subisce la mediazione cerebrale. Invero, la libertà dell’uomo attuale, inconsapevole della propria interna dipendenza, è una libertà animale, in cui l’elemento animale subisce una corruzione, che l’animale medesimo non conosce.

Massimo Scaligero, il Logos e i nuovi misteri (Teseo, 1973) pp. 47-48

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MASSIMO SCALIGERO – LA CONCENTRAZIONE DEL PENSIERO. L’IO E LA TECNICA CELESTE (di P. Pistoletti)

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Massimo Scaligero – La concentrazione del pensiero. L’Io e la tecnica celeste

 

Riportiamo qui le indicazioni per un primo approccio alla Concentrazione del pensiero – quindi il primo paragrafo per intero del libro di Scaligero. E poi, la prima parte del secondo, che contiene, in senso stretto, il metodo [la tecnica]. Non si aggiunge altro, per ora. La prosa dell’autore è piana, estremamente logica, rigorosa, priva di qualsiasi suggestione facile. Insomma il contrario di ogni modalità a cui, nell’ordinario, siamo abituati.

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Da Tecniche della concentrazione interiore, di Massimo Scaligero (Edizioni Mediterranee 1975), pp. 9-12; 13-15

 

I. L’identità sconosciuta

L’uomo conosce e in qualche modo domina il mondo, mediante il pensiero. La contraddizione è che egli non conosce né domina il pensiero. Il pensiero permane un mistero a se stesso. La filosofia, la psicologia, traggono alimento da esso, ma, da quando esistono, non mostrano di aver afferrato il senso del suo movimento, il contenuto ultimo del processo logico, del quale si giovano per le loro strutture dialettiche. Ritengono che il pensiero sia la dialettica, coincida con la dialettica: nasca e finisca come dialettica.

Ai fini del Sapere, l’oggettività esteriore sorge come sistema di valori nella coscienza umana, ma questa ignora di istituire il fondamento di quella e di determinare l’oggettività come concetto, prima della consapevolezza dialettica del concetto medesimo. Logicamente l’uomo sa che cosa è un concetto, ma ignora che cosa esso sia come forza e come nasca e quale il suo potere di compimento nel reale: che è più che il suo apparire dialettico e logico: il potere medesimo della Vita.

Anche se non esistesse il Materialismo, come metafisica del tempo presente, l’attitudine materialista, come incapacità del pensiero a conoscere se medesimo, non potrebbe non essere la misura dell’attuale coscienza: che, mediante il conoscere, decreta reale il mondo esteriore, e tuttavia lo crede esistente fuori del conoscerlo: mentre è il mondo che sorge dalla presenza dell’Io nel percepire e dalla simultanea correlazione con il pensiero.

Una delle prime esperienze del Sovrasensibile dà modo di scoprire che, se l’Io non si estrinsecasse corporeamente, sino a ≪ toccare ≫ il fisico, mediante gli organi dei sensi, non sorgerebbe percezione, né coscienza dell’Io: la percezione si presenterebbe come nell’animale, secondo reazione senziente impersonale, trascendente, propria a un Io di gruppo, non secondo reazione di un Io individuale, immanente. L’individuale, come presenza dell’Io nel percepire, è il segreto del pensiero, ma parimenti del superamento della natura umano-animale.

Il mondo fisico sta dinanzi all’osservatore, come una massiccia realtà: una realtà che invero appare preesistente all’osservazione, alla ricerca, a colui stesso che la contempla. Appare potente come e s s e r e, ma di una potenza che in realtà gli è conferita dall’intima essenza della coscienza, dove il pensiero è forza di correlazione e, come tale, uno con l’essenza del mondo. ≪ L’essere è ≫, è l’assenso del pensiero alienato, che simultaneamente assume e lascia dominante quella realtà: simbolo di un dominio non posseduto, anzi perduto, dell’Io.

Certo, egli non può attraversare un muro o non poggiare sulla terra per camminare: tuttavia, tale preesistenza materiale e la sua massiccia alterità, sono la correlazione dovuta al fatto che egli è inserito in una corporeità non dominata dal pensiero originario: corporeità costituita della stessa sostanza della massiccia alterità, suscitante il concetto della correlazione: ma il concetto alienato. La Materia invero nasce come realtà obiettiva, in conseguenza di una alienazione dello Spirito: segretamente però dominata dallo Spirito. Tali dominio e alienazione coesistono parimenti nel mentale umano. Se nel pensiero fosse in atto la forza originaria, il corpo non costituirebbe alterità al pensiero: sarebbe sua manifestazione. L’ i d e n t i t à, che si attua nel momento originario del pensiero, si realizzerebbe, con il suo illimitato potere, a ogni grado della coscienza, cioè a ogni grado della ≪ manifestazione ≫.

Il concetto alienato al proprio contenuto originario, epperò smarrente l’identità superatrice della dualità, non può non avere come opposto a sé il proprio supporto corporeo, simbolo dell’alienazione, e tuttavia necessario all’iniziale superamento dell’alienazione: non può concepire l’attraversare il muro con tale essere corporeo o il non poggiare sulla terra per incedere in essa: può imaginarlo, ma come un irreale. E tuttavia in questo imaginare e l’embrionale inizio del superamento della dualità. La correlazione con la massiccia realtà del mondo, muterebbe, se il concetto della correlazione cessasse di essere alienato: l’osservatore non potrebbe attraversare con il corpo la materia fisica, il muro, o la roccia, ma ne intuirebbe la possibilità, in relazione a una restituibile potenza originaria del Pensiero. La correlazione attuale, come concetto, non gli viene imposta dal mondo, ma si svolge soltanto in lui: non gli giunge dall’esterno, movendo a lui dall’essere, ma muove da lui. L’essere che gli appare, è già la correlazione in atto.

Tutto lo sforzo dell’antico Yoga consisteva nell’afferrare come forza sopramentale la correlazione. Il moderno uomo razionale l’ha immanente ma non cosciente nell’esperienza matematica del mondo fisico. La correlazione si svolge in lui, secondo un’edificazione interiore del mondo, improntata ai limiti delle ≪ leggi di natura ≫, che non sono la natura, ma appunto la correlazione del pensiero alienato con il mondo. I limiti appaiono all’esterno, ma appartengono al pensiero correlato al percepire: appartengono a un rapporto di lui con il pensiero estraniato al proprio momento intuitivo. Momento originario in cui si attua una identità con l’essere, di cui l’indagatore moderno, malgrado il suo empirismo, non mostra di percepire l’esistenza. E l’identità per la quale non potrebbe esistere alterità.

La conquista cosciente di questa identità e il senso ultimo dell’esperienza terrestre dell’uomo, in quanto, realizzata la coscienza della terrestrità, può cessare la direzione della ≪ caduta ≫, aver inizio la riascesa. L’antico Yoga ha preparato occultamente questa possibilità: che può essere realizzata dall’uomo pervenuto allo stadio della completa immedesimazione nel fisico, ossia dall’uomo moderno: la cui autocoscienza si desta là dove l’identità dell’Io con il sensibile è compiuta. In questa identità, da cui sorgono il percepire e il pensiero, si esprime l’Io: da essa simultaneamente nasce l‘ego, la forza riflessa dell’Io avversa allo Spirito. La medesima identità e simultaneamente l’atto profondo, organico, dell’Io mediante la corporeità, e la forza dell’ego ignara della propria radice metafisica.

L’asceta moderno deve andare alla radice di questa identità, se vuole ritrovare l’Io: essere l’Io di cui di continuo pronuncia il nome.

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II. La concentrazione

Delle tre facoltà, pensare, sentire, volere, che l’uomo moderno ha unicamente riflesse dal fisico, una sola può essere da lui ripercorsa a ritroso sino alla radice metafisica: il pensare. Il sentire e il volere, ripercorsi, lo riportano comunque a una radice fisica, non perché la loro essenza non sia metafisica, ma perché questa viene estromessa dal loro risonare nell’anima secondo il vinco-lamento della coscienza pensante alla corporeità fisica. Il vincolamento dell’anima alla cerebralità, epperò alla corporeità fisica, riguarda il pensiero, non il sentimento né la volontà, che semplicemente subiscono le conseguenze di tale necessità del pensiero: la ≪ caduta ≫ del pensiero nella cerebralità, necessaria alla formazione della coscienza individuale e al processo inferiore della libertà. Il pensiero può ripercorrere il proprio processo: con ciò attua il proprio autentico movimento, il m o v i m e n t o  p u r o, indipendente dalla cerebralità: restituisce al sentire e al volere le rispettive legittime connessioni metafisiche. Nella sfera sopramentale, pensare sentire volere costituiscono una unità, normalmente smarrita nella sfera mentale.

Mediante la conversione del pensiero, tale unità viene restituita. Il pensiero riacquisisce il potere dell’automovimento, in quanto venga concentrato su un tema semplice, facilmente dominabile. Non è il tema che importa, bensì il pensiero impegnato in esso: che e sempre l’identico pensiero, sia che pensi la sedia, sia che pensi l’Apocalisse. Inizialmente il tema deve essere un oggetto costruito dall’uomo, o un contenuto matematico, in quanto l’impersonale pensiero che ne e alla base, rivissuto, ha il potere di liberare il principio cosciente dalla psiche soggettiva, legata alla corporeità: dà la garanzia di non deviare nell’inconscio, o nel medianico, o nel mistico. Questo pensiero è il concetto, indipendente dall’oggetto medesimo. Il concetto, ricostituito, diviene, a conclusione dell’esercizio, oggetto di contemplazione.

I. Concentrazione. Il discepolo si concentra su un oggetto, del quale considera la forma, la sostanza, il colore, l’uso, ecc., la serie delle rappresentazioni che ne esauriscono la struttura fisica, sino a che al suo luogo rimanga il contenuto di pensiero. Questa operazione non deve impegnare l’attenzione cosciente del discepolo meno di cinque minuti: al termine di essa, l’oggetto deve essere dinanzi alla coscienza di lui come un simbolo, o un segno, o una sintesi, avente in sé indialetticamente tutto il contenuto di pensiero elaborato.

Questo e l’esercizio tipico della concentrazione, il cui processo, esigendo la cooperazione — sia pure momentanea — dei principi costitutivi dell’uomo, Io, anima, corpo sottile, corpo fisico, secondo gerarchia originaria, e fondamentale per lo sperimentatore moderno. Come esercizio tipico, esso è completo e può da solo, se rigorosamente praticato, condurre al reale equilibrio interiore e in seguito all’esperienza sopranormale.

L’importanza di questo esercizio consiste nella sua semplicità, che consente la massima intensità del pensiero cosciente. Il materiale chiamato alla costruzione di esso — rappresentazioni, ricordi, nozioni, forma discorsiva, ecc. — non è la forza-pensiero, ma ciò di cui questa normalmente si veste per esprimersi, senza mai lasciar afferrare se stessa.

L’esercizio tende a far affiorare nella coscienza questa i n a f f e r r a b i l e forza-pensiero.

Ci si porta del tutto entro l’oggetto, considerandolo in sé, secondo le determinazioni che esso contiene, correlate all’unità che il pensiero già in se possiede e perciò può ricostruire. Colui che crede di compiere un esercizio più aristocratico, pensando un simbolo sacro, o un deva, o un mantram, o un ≪ mistero ≫, non si avvede di non sfuggire alla propria personale natura, in quanto e già vincolato con il sentire subconscio al tema evocato: mentre può rendersi realmente indipendente dalla natura, ove muova con pensieri non imposti da questa, ma dalla impersonale obiettività del tema.

Massimo Scaligero, Tecniche della concentrazione interiore (Edizioni Mediterranee 1975)

foto di Patrizio Yoga su Pixabay

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Massimo Scaligero – Il pensiero vivente. Una via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen (di P. Pistoletti)

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Massimo Scaligero – Il pensiero vivente. Una via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen

Un testo fondamentale per chiunque intenda inoltrarsi lungo la via, verso il pensiero vivente. Qui, Scaligero, consegna alla libertà di ciascuno un altissimo aiuto. Un percorso che sottintende, va detto, la pratica della retta concentrazione e della meditazione, secondo i canoni indicati dallo stesso Scaligero.

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Dal Trattato del pensiero vivente, pp. 4-7

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Il presente trattato, anche se logicamente formulato e accessibile, propone un còmpito attuabile forse da pochissimi. La sua concatenazione di pensieri è congegnata in modo che il ripercorrerla comincia a essere l’esperienza proposta: esperienza che, in quanto si realizzi, risulta non una tra le varie possibili all’uomo, ma quella della sua essenza interiore, che lo spirito esige da lui in questo tempo. Il trattato non è filosoficamente confutabile, essendo fondato su tale esperienza: che va compiuta, se si vuole disporre dei mezzi per porla in questione. Ma chi possa compierla, comincia a vivere in un pensare che non ha nulla da porre in questione, perché penetra il mondo. E’ il pensare che è la verità di tutte le teorie e di nessuna, essendone la sostanza predialettica. Chi percepisca la distinzione tra il seguire logicamente un discorso e il muovere nel pensare che ne tesse la struttura logica, può verificare l’esperienza proposta: vivendo i pensieri di queste pagine, può sperimentare la potenza della « concentrazione», o la tangibile presenza dello spirito: la via al pensiero vivente, la trascendenza comunque presente, ma sconosciuta, in ogni pensiero che pensa.

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L’Io che l’uomo dice di essere non può essere l’Io, se non nel pensiero vivente: ancora da lui non conosciuto. Egli conosce solo il pensato, o pensiero riflesso, ma non sa come lo conosce. Deve prima pensare, per conoscere il proprio pensiero: non conosce il pensare. L’uomo conosce ed opera secondo il pensato, che, esaurito nella sua determinazione, non ha vita. Non avviene mai che in lui il pensiero operi direttamente come vita, essendo ogni moto vitale un processo a sé, traentesi dalla inconosciuta vita dell’organismo corporeo: processo che attinge direttamente al pensiero soltanto nei movimenti volontari: a un pensiero comunque riflesso.

Al massimo oggi l’uomo giunge a concepire il « pensiero pensante » come « atto », o momento dinamico del pensiero: ultima positiva intuizione della filosofia occidentale. Egli filosoficamente intuisce il« pensiero pensante », tuttavia senza possibilità di percepirlo direttamente, come fa con il pensiero pensato, che può ogni volta conoscere, ripensandolo: facendolo risorgere come pensiero pensante. In effetto, il pensiero pensante gli sidà nella misura in cui egli non l’abbia, attuandosi esso solo in quanto rivolto a un oggetto, ossia pensante qualcosa, non pensante come tale: come · puro pensiero. E’ pensante in quanto possa essere per un tema, senza il quale non saprebbe essere pensiero, svolgendosi nei vari sistemi logici come una teorica del suo svolgersi solo per un tema, in vista dei fondamenti e dei metodi della scienza. Pensante, dunque, secundum quid: non secondo se stesso.

Conoscendo solo il pensato, l’uomo veramente non può dire di conoscere: in realtà non ha il conoscere, ma il conosciuto, privo del momento interiore per virtù del quale è conoscenza. II pensiero deve prima venir pensato, cadere nella riflessità, per essere da lui conosciuto. Ma, conosciuto, cessa di essere conoscenza. Così la morte del pensiero è la condizione del suo dialettificarsi in forme diverse, solo in apparenza contrastanti. Onde se all’uomo venisse oggi comunicato il segreto dell’essere, gli sarebbe inutile, perché non saprebbe pensarlo: potrebbe pensarlo solo a condizione di ridurlo a quella riflessità, o astrattezza, al cui livello non è possibile si dia qualcosa dell’essere. L’uomo, però, può trovare la forza del pensiero che pensa, ove giunga a scorgere l’essere del mondo fluente in lui come vita: vita dell’idea, che è vita della realtà percepita, nascente in lui come dal centro del mondo. Apice dell’ascesi del pensiero, che sia capace di portarsi oltre le posizioni idealistiche, oltre la dialettica del « pensiero pensante », oltre realismo fisico e metafisico.

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Massimo Scaligero, Trattato del pensiero vivente. Una via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen(Tilopa 1961)

foto di Nico Franz su Pixabay

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Massimo Scaligero – Dell’amore immortale. Prologo (di P. Pistoletti)

OLTRE

Massimo Scaligero – Dell’amore immortale. Prologo

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A chi ha suscitato l’essere vivo
di queste pagine. Al nome pronunciato
nel segreto dell’anima.

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Con Massimo Scaligero entriamo in un altro piano di pensiero, seguendo il suo. Lo dico a bassissima voce, e solo per quelli che vorranno. Qui vi è qualcosa di immenso e sacro, di assoluto.

Certo, è vero, non è questo il testo più adatto dal quale partire per seguire la via indicata. Ossia, bisognerebbe, quanto meno, aver praticato prima [per molto tempo] la concentrazione del pensiero [e la meditazione], secondo i canoni indicati proprio dallo stesso Scaligero. Però questo testo ha uno splendore così originario, e poi nel suo prologo, come un richiamo da lontano, lontanissimo – tanto che, per i lettori de Il Cipresso Bianco, ho scelto, tra i 27 libri di Scaligero, di iniziare proprio da questo qui.

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PREFAZIONE

Questo libro non va letto, né studiato: forse neppure meditato, ove il meditare non sia il muoversi stesso del pensiero nel suo contenuto. Va messo da parte, in attesa che una situazione senza uscita, o una crisi, lo renda veicolo delle forze di risoluzione proiettate nelle imagini e nei pensieri.

Può essere conosciuto anche prima di simili situazioni, ma a condizione che il lettore, per determinazione volitiva, dissuggelli quel che nelle parole è stato racchiuso, tenendo conto che la struttura del discorso, indipendentemente dalla sua necessità dialettica, è stata tratta dall’immediato movimento epperò dalla sonorità delle idee evocate.

La logica di un simile discorso è la forma stessa di ciò da cui deriva il processo logico identificabile dai logici come forma inseparabile dai vari contenuti, compreso quello «spirituale» che non è mai lo spirito.

La possibilità di una simile lettura, perciò, appartiene parimenti al destino come alla volontà che cominci a valere come un potere di destino. Se la virtù delle idee evocate è tale che opera già nel mondo, in quanto è parte della sua vita, non può non rispondere alla richiesta di uno spirito che giunga al punto in cui il suo volere e il suo destino coincidono. Ciò che è stato ideato allora si riaccende, germina di ulteriori forme, continua ad essere sostanza del divenire umano.

DEL VOLERE CHE AMA

L’amore è l’essere dello spirito: lo spirito che opera nell’umano, ordinariamente dandosi come evento corporeo: talora risorgendo come evento incorporeo: manifestando così la sua vita più alta, epperò più profonda.

Anche il più oscuro e ottuso amore, è in sé vita sovrasensibile: che si altera nelle forme sensibili: senza speranza, perciò, di penetrarle. La vita in ogni suo grado segretamente chiede all’amore revivere secondo il mistero della origine, essendo l’amore la possibilità del suo immediato ricongiungersi con tale mistero: in ogni punto e in relazione a questo. Mistero che l’amore sempre sfiora, evoca e smarrisce: per ritrovarlo. Senza mai ritrovarlo, finché esso stesso non riviva di quella sostanza immortale di cui la vita, in quanto vita egoica, necessariamente si priva e si va privando, sino ad esaurirsi.

Non v’è evoluzione che non si compia come ricongiungimento della forma creata con il suo principio. Essenziale moto d’amore: apertura del limite che limita la forma in cui necessariamente l’essere, in quanto creato, si separa dall’essere originario e si reclude.

Il limite che resiste, il limite che si spezza, è il dolore: che unicamente si dà per ciò in cui ha segrete radici: per l’amore in cui ogni volta, spezzandosi il limite, possa estinguersi. Ma lo spirito che si attua, ogni volta ritrovando se stesso oltre il limite, si riconosce in quella forma di sé che è «l’altro»: nel creato, nelle creature: in una creatura che le riassuma tutte.

Nel riconoscersi, comincia a conoscere la sua storia: da fuori del tempo, nel tempo. E intende il senso della sua solitudine: la ravvisa come il lungo preludio all’incontro con l’essere il cui nome ha sentito pronunciarsi nel segreto dell’anima. Ma è simultaneamente l’incontro con se medesimo: con il soggetto che sperimenta il nuovo moto di vita. Egli è colui che può infine essere con l’altro, perché ritrova se stesso nella sua illimitata solitudine: nel cui segreto è il segreto della solitudine di ogni essere: della profonda unità degli esseri. Che un giorno l’amore renderà manifesta.

Massimo Scaligero, Dell’amore immortale (Tilopa 1963), pp 4-5

Massimo Scaligero, pseudonimo di Antonio Massimo Sgabelloni (Veroli, 17 settembre 1906 – Roma 26 gennaio 1980)

foto di Bernard Hermant su Unsplash

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