Agosto 2023

L’ARCHETIPO-SETTEMBRE 2023

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

FIGURE INTOCCABILI NEL PANORAMA ANTROPOSOFICO (di F. Giovi)

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Sembrano esserci, nel panorama antroposofico, figure che sono intoccabili, che se le sfiori con un pensiero che non sia di devota adesione, sei condannabile per blasfemia! Persino se scrivi e riscrivi che i Testi, ben oltre la lettura, sono operativi e dunque da trattare con rispetto e non con bramosia culturale infastidisci Tizio o Caio o chi non può fare a meno di gridare in piazza.
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Amici, documentatevi con cuore ed intelletto: e scoprirete che i migliori discepoli di Steiner furono quelli che seppero mantenere una ferma (persino feroce!) autonomia e capacità critica nei confronti suoi e dell’opera sino a quando la loro stessa esperienza confermò le indicazioni del Dottore: ma è questione di autonomia interiore, di intuirne il valore. Se questa manca parlo al vuoto.
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Però il polverone è conturbante e potrebbe essere esaminato alla luce delle abbondanti indagini del dottor Freud riguardanti le pulsioni verso das Mutter più che con i mezzi della Scienza dello Spirito.
Comunque, a chi sta davvero fuori dalle beghe di bottega, pare piuttosto che si tratti di un fenomeno di antroposofismo misticizzato e inchiodato, ridotto (pure quello!) a chiesismo: chiesismo ruzzolato nei settarismi esasperati dove ricerca e conoscenza sono astrazioni dissacrate, ammazzate e ben sepolte.
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Ho potuto constatare nel nostro Paese, un po’ dappertutto, come tante anime intrise di cattolicesimo, scivolino senza alcun mutamento interiore verso ammaestramenti scientifico-spirituali: il risultato è un ircocervo che trasmette il peggio del primo nei secondi.
Si è giunti ad un punto tale di ipogeica bassezza che chi ascoltò per molti anni il verbo della saggezza, oggi irride chi sa meditare nella propria stanza o, se volete, nella yurta o nel teepee (all’aria aperta, probabilmente, il giudizio non cambierebbe) snaturandone la realtà come se chi medita contemplasse inebetito il proprio ombelico.
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Però vige ancora e sempre la speranza che arrivi qualcuno che sia portatore di una rinascenza, come un vento di freschezza giungente magari da Berlino o da Singapore. Che arrivi da fuori e da lontano. Mi dispiace.
Così l’Io che si è, anche se non pare molto, viene sempre lasciato indietro: certamente sembra che non abbia dato granché…eppure piano piano una consapevole dedizione e una grandissima pazienza sarebbero già il miracolo che non arriva mai quando lo si cerchi fuori e a caso: meglio il tripudio panico no?
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Se si attinge al coraggio di guardare la situazione come essa sia, senza fantasie consolatorie, non dovrebbe essere impossibile realizzare quanto la via sia stata percorsa poco e male. E chi ha svolto poco e male il compito dovrebbe tacere!
Piuttosto pare che l’idea dell’azione consista nel tenere ben chiusi gli occhi davanti le stramberie e lo strame accumulati dal bulimico ossesso di turno sui Testi di Steiner, di Scaligero – in effetti su qualunque malcapitato tema, riuscendo persino a sfregiare e ridicolizzare le discipline della Scuola Esoterica – ed invece a fare da appassionati campioni degli “occultologi fuori di testa” (termine apparso su giornali) e dei volponi venditori di corsi di puzze fritte. Questa è l’azione?
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Amici interdetti si chiederanno in cosa queste ultime righe abbiano a che vedere con gli scritti di Steiner e Scaligero: potrei rispondere: poco o molto o niente del tutto: dipende dal punto d’osservazione.
Questo ambaradan di cui certo malamente scrivo, si presenta come parte del quadro che davanti la conoscenza (Steiner) o nell’esperienza (Scaligero) non dovrebbe neppure esistere: adesione alle fantasie della psiche e fede in ciò che è il rifiuto o l’oblio della conoscenza o esperienza che, in alcuni momenti in talune figure, forse almeno come direzione, inizialmente ci furono.
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Oggi però costoro paiono ricordare ciò che resta dopo aver bevuto a garganella dalla spumeggiante acqua del Lete. Il pensiero della testa, nel vero esoterismo, non è sufficiente.
Cercare costantemente in altro ciò che urge nell’Io è il capovolgimento dell’assunto apicale della moderna Scienza dello Spirito.
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A meno che non risulti una strutturale incapacità di discriminare tra ego e Io, tra anima e spirito. Allora si sparano continue bordate contro l’uno o l’altro solo per questioni di carattere, che, per analogia è soltanto la carta, la confezione e non l’oggetto. Con quale metro si invalida tutto? E dietro una sottile facciata di comprensione più falsa di Giuda, vedi tutti i colori umorali che si sventagliano dal risentimento per passare all’antipatia sino al livore più radicale.
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Il nocciolo del problema resta sempre una questione di livello: rigorosamente distinto dalla sfera in cui si esplica il proprio inutile monologo discorsivo, vuoto di morale poiché si bramerebbe moralisticamente che il proprio modo di sentire potesse venir riversato nelle altre anime.
Genericamente, i detrattori grandi e piccini della via del pensiero, mancano di disciplina interiore, né conoscono neppure l’ombra di cosa sia il volere transpersonale.
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Questo lo scrivo con sicurezza certa: sbertucciatemi pure ma so che è così: se non avessi realizzato il silenzio dell’anima potrei semplicemente percepire un distaccato disgusto verso i plotoni di pupari e pupi: corrotti dalla lunga frequentazione (fornicazione intrecciata) di personalismo e antroposofismo: scienza dello spirito subordinata ai propri fini.
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Con le chiacchiere si è così lontani dalla vera Scienza dello Spirito che nemmeno si concepiscono le esperienze che il ricercatore trova lungo il cammino interiore che – santa pazienza! – è davvero un cammino su gradini illuminativi di percezione verso il riequilibrio degli eteri presso il cuore: da dove ascende in quieto, gioioso e inarrestabile impeto la potenza cosmica del Logos: mahâkâly ânanda.
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E’ la forza che fluisce nel centro come nelle lontananze: si sperimenta nella più intima realtà di noi stessi come essa sia l’illimitata portatrice di salvezza, redenzione e trasformazione dell’uomo e del mondo sino alla mineralità di questi: giungere ad essa è azione vera, tentare di giungere ad essa è azione vera.
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Le discipline portano l’operatore ascetico ben oltre i limiti e i luoghi conosciuti dagli uomini ma non ci mondano interamente dalla nostra infamia quotidiana: lo fa la Forza che si dona, che sboccia: qui, in Occidente, possiamo chiamarla col nome antico di Misericordia.
Le discipline che investono tutto l’essere divengono la retta domanda: solo alla retta domanda risponde il Cielo.
Ma anche nel suo minimo, nei più timidi vagiti, è questione di spirito, non di anima quando e se questa viene confusa con il calderone di istinti, vitalismi e passioncelle personali e talvolta di volgare benché astuto plagio. Che confusione, amici miei!
E’ sempre una questione di livello, ma chi è prigioniero della propria anima, non sa di che parlo.

SENZA CATEGORIA

PUO’ L’ UOMO USCIRE DAL TURBINE…? (di F. Giovi)

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Riesce dunque l’uomo ad opporsi o a sfuggire alle immagini (e ai sentimenti) che lo assalgono con la furia e la velocità dei predatori naturali, piombando in lui da luoghi oscuri ed ignoti, o piuttosto trascorre la vita subendo l’incessante dominio di forze scaturenti fuori dalla sua coscienza e comprensione?
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Secondo l’osservazione della vita animica dell’uomo in quanto desto e autoconsapevole, la pratica della Concentrazione può configurarsi come l’istanza conoscitiva più estrema: guadagnare una condizione da cui sia possibile vedere cosa sia il conoscere, ed afferrarlo.
La Concentrazione non è tanto una sorta di esercizio mistico o magico, quanto l’urgere di una coerenza epistemologica che ancora non c’è o va perdendosi poiché manca l’umano. Invero domina il subumano a cui siamo stancamente abituati, fatto salvo un senso d’irrealtà e disagio morale verso la sceneggiata quotidiana, quale che sia la sua parenza di valore.
Siamo immersi in una sfera di sottocoscienza in cui libertà, impulsi morali, conoscenza, il vero o il falso sono le rappresentazioni fantasmatiche di una entità umana che non pensa ma viene pensata, che non sente ma viene sentita, i cui istinti sono scambiati per volizioni.
È un livello in cui non può reggere alcuna verità e alcun giudizio sull’azione che l’uomo compie, poiché, ad essere sinceri, non sappiamo da chi e perché le azioni sono state compiute.
Tutti sono innocenti, anche gli esseri più abbietti, dato che essi, al pari dell’uomo dabbene, sono mossi dallo sconosciuto altro-da-sé. L’essere umano contemporaneo è, di norma, un medium inconsapevole della propria medianità.
L’ordinario fatto che tutti combattano tutti a fin di bene e con giusta causa, traendo il senso di sé dal risentimento e dall’avversione, persino nelle cosiddette comunità spirituali, dovrebbe almeno indurre a qualche riflessione che difficilmente trova coincidenza con le magnifiche e progressive sorti.
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Quando il ricercatore dello Spirito inizia l’esercizio interiore, si muove da una situazione animica non dissimile, poiché non è più desto degli altri uomini, né possiede organi per conoscere la giustezza della sua scelta. L’ottemperanza alle minime regole interne alla tecnica della concentrazione porta l’uomo interiore a modificazioni essenziali che (ben oltre gli occasionali fenomeni estranormali) verranno colte quali trasformazioni dell’anima dopo tempi lunghi di maturazione.
Predeterminare una linea di pensieri o un unico pensiero da pensare, limitando solo a ciò tutta l’attenzione cosciente di cui si sia capaci, attiva il circuito di una forza celata dal volere e mai prima avvertita, in spazi d’anima sconosciuti a qualsiasi precedente autosservazione. Il dazio da pagare per chi si rende capace di ripetere tale operazione sarà sempre un pesante tributo alle difficoltà generali che sembreranno moltiplicarsi o assumere carattere di sacrificio.
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L’uomo, dal momento in cui si predispone ad una definita coscienza terrestre, è privo della capacità di concentrarsi volitivamente, almeno in una misura degna di nota. Molti credono di concentrarsi quando vengono afferrati da un’idea che s’impone nell’anima trasportandoli lontano dalle sensazioni immediate. Allo stesso modo, quando l’imponenza e la bellezza di forme e colori naturali cattura la coscienza nel percepito, alcune nature giudicano a posteriori d’avere vissuto una esperienza mistica o cosmica: non impossibile ma improbabile, almeno per chi si attiene alla robusta concretezza dei veri mistici, che non sono fantasiosi. Osserva con sagace senso pratico Teresa d’Avila, nel suo Castello interiore: “Sono convinti che si tratti di arrobamiento (estasi) ma io lo chiamo abobamiento (ottusità).
Al contrario, chiunque potrebbe provare in qualsiasi istante che gli è impossibile mantenere l’attenzione per un significativo periodo di tempo su un qualsiasi particolare di quanto lo attornia. Come se qualcosa lo obbligasse a spostare di continuo occhi e coscienza da un particolare ad un altro, a un altro ancora. Senza posa.
Numerose Logge, Congreghe, Officine, Conventi ecc. detengono tecniche, tra loro assai simili, capaci di scantonare nei riguardi delle forze di coscienza dei nuovi tempi e di quanto a queste possa o debba corrispondere. Quando il tutto non si riassuma in una liturgia di simboli noti e persino ingenui, e in riassunti di approfondimento su incastri alfanumerici, beninteso gabbati come preziose reliquie dell’“antica Sapienza egizia”, il nocciolo del lavoro interiore corrisponde sempre a sistemi propizianti l’ipnosi o la trance autoindotta. Il restante, quello che gira liberamente e con ampia diffusione, è in unico blocco l’espressione tout-court della trionfante riforma spiritualistica dipendente dal subumano.
A chiarimento di cosa si stia parlando, prendo,  purtroppo a caso, una rivistina patinata e di buona grafica che impudicamente si titoleggia in copertina come “Itinerari dello Spirito”, riportando l’incipit dell’articolo principale: «Ho incontrato molte persone che mi hanno detto: “Ho provato a fare meditazione ma non ci riesco”. Impossibile, dico io, meditare è la cosa piú facile che ci sia. Il problema è che c’è un enorme malinteso. Meditare non vuol dire concentrarsi, costringere la propria mente a pensare questo o quello. Gli esercizi di concentrazione servono, in teoria, a prepararci a meditare, ma non sono meditazione. Anzi secondo me sono inutili, se non dannosi. Inutile tentare di impedirsi di pensare, è una cosa impossibile. Se penso di non pensare sto comunque pensando…lo scopo della meditazione è quello di rilassare il cervello, farlo riposare… pensando ci sforziamo. Bisogna smettere di sforzarsi a pensare. Essere pigri, sonnolenti, sornioni…».
Il tanto suesposto vale per tutta la marea del consimile su cui considero perfettamente inutile il giudizio. Per giungere a tali realizzazioni basterebbe un buon sonno o qualche molecola della famiglia delle benzodiazepine, ma giacché la coscienza comune chiama sognare sé ed il mondo col nome di veglia, l’ardimentoso spiritualismo confezionato per tale coscienza osa di più: vorrebbe fare dell’uomo un essere che dorma da sveglio. L’occultista sa che questa è una spaventosa ma realistica possibilità. L’alternativa comune all’uomo non ancora robotizzato consiste nel venire continuamente dominato da una sorta di natura emotiva autonoma che è il centro motore dei suoi pensieri ed azioni; essendo per giunta del tutto impreparato a dominarla.
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Cosa potrebbe fare allora il povero apprendista mago? Egli cammina, come tutti gli altri uomini, per le strade della vita, subendo una impollinazione incrociata tra sogno e veglia, e ciò avviene anche quando, seduto in silenzio, crede di meditare. Forse, prima di concentrarsi con sperabile profitto, il nostro motivato apprendista dovrebbe sospettare che il suo attuale mondo è sognato; a dirla tutta, anche per quanto crede di sapere sui mondi occulti, soprattutto su quanto concerne lo Spirito.
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Come fa a svegliarsi da sé uno che sogna? È un mistero. Ma forse, se il sognatore si addensasse in se stesso, se non temesse per attimi di dirsi io, IO e nient’altro? Proprio così. Distinguendosi, con uno scatto intimo, da pensieri, valori, abitudini, caratteri ai quali si attribuisce sempre una identità con se stessi, questo potrebbe essere il piccolo germe di un risveglio.
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Se qualcuno decidesse, con studio, comprensione e dedizione, di tentare la strada dell’Infinito e della Libertà, gli occorrerebbe, quanto prima e sempre troppo tardi, realizzare la più ovvia delle verità, ossia l’indiscutibile fatto che il dominatore e la cosa dominata non possono essere identici.
Con un’immagine presa a prestito: cavaliere e cavallo sono due, non una cosa sola. Finché non si impara a dominare il cavallo, non sarà possibile riconoscere con chiarezza chi è il cavaliere. Il cavallo (l’animale) è certamente forte ed esigente: non gli bastano tutti i pensieri del mondo. Non è disposto a cedere quei pochi minuti che con la disciplina interiore si cerca di sottrarre al suo avido potere.
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Non appena evocato un tema di concentrazione, uno sciame di pensieri aggredisce lo sperimentatore portandolo a dimenticare il tema proposto (e anche cosa sta facendo lì seduto). Il carattere di tali pensieri è la capacità di farsi pensare con l’urgenza prepotente dei più importanti pensieri del mondo. In quel confuso campo di battaglia della nostra sbrindellata coscienza, dove il buon cavaliere perde sempre, è forse possibile un barlume di resistenza, una futura rivincita? In una sola esistenza? Forse sì o forse no. Personalmente lo credo possibile, ma sono solo un pessimista che esercita la positività.

SCIENZA DELLO SPIRITO

LA BIODINAMICA DA STEINER AL VINO (di F. Giovi)

A proposito dei vini antroposofici.

Non tutti gli antroposofi vedono nelle bevande alcoliche il vero nemico dello Spirito. Mi ricordo che il compianto Salvatore Colonna, invitato ad un meeting internazionale, ci riferì, scandalizzatissimo, che molti tra i partecipanti non disdegnavano il ‘cicchetto’!
È un problema che riguarda sia la Madre che le Figlie – soprattutto le seconde, che spesso ignorano i contenuti antroposofici. Le prove limite me le fornì un buon amico assai attivo nella Società, che riesce a volermi bene nonostante le mie posizioni paurosamente anarchico-eretiche.

Mi raccontò di una visita ad un consorzio agricolo (biodinamico) estero. Tale entità funziona talmente bene da esser divenuta una vera industria, economicamente florida e in ulteriore sviluppo. Entusiasmato per cotanto successo, chiese al manager se vi fosse l’intenzione di stampare testi antroposofici, in particolare dello Steiner. La secca risposta dell’imprenditrice fu, all’incirca: «Steiner chi? Antroposofia? Noi con l’agricoltura biodinamica facciamo ottimi affari, mica libri!».

Non è mia invenzione, e da questo mi sembra di vedere la produzione vinicola come la più lieve delle preoccupazioni. Sinceramente, lo scorretto uso dell’immagine del Dottore è poco a paragone di tutto quello che, ingiustificatamente, è stato scagliato contro la Sua figura.

Fu accusato d’essere massone e antimassone, di essere cripto-cattolico, persino gesuita, e anti-cattolico, filo-ebraico ed anti-ebraico, poi pagano, razzista, filo-germanico e anti-germanico… e se dimentico qualcosa vogliate scusarmi. L’ignoranza, la stupidità e l’avversione non hanno limiti. Forse che la difficile possibilità di intervento sui media possa correggere le… qualità elencate?

Intanto cerco di ricordare che Rudolf Steiner proibì (ai discepoli della Scuola Esoterica) soltanto una cosa: l’alcol.
In tempi più recenti Massimo Scaligero dedicò a questo unico precetto un breve capitolo del suo Manuale pratico della Meditazione.

I ricercatori, mediamente adulti, per coerenza e maturità, si sobbarchino poi l’onere delle proprie azioni. Non siamo, per così dire, nati ieri e sappiamo che non pochi si difendono dicendo: «Io non faccio gli esercizi, dunque questa regola per me non vale; poi la scienza dimostra che un po’ di vino fa bene».

Mentre le Vie allo Spirito hanno sempre saputo, sperimentalmente, che, al di là di particolari e preparatissimi atti rituali, tutto quello che è altro (hetheron) è una privazione per l’Essere, una corruzione che rimanda a uno stato di imperfezione.

Inoltre l’alcol e le droghe sono entità attive: esercitano attivamente una propria azione in contrasto con le forze dell’Io. Allora l’individuo non consiste ma cede e moltiplica le molte passività che lo allontanano da se stesso. Anche senza esercizi (ma si potrebbe rilevare che un’attenta lettura di contenuti spirituali è già un esercizio formativo per l’uomo interiore!).

Forse è più proficuo ricordare due precetti: il primo, antico, ammonisce di non permettere che quello su cui nulla possiamo possa qualcosa su di noi. Il secondo lo troviamo nell’Iniziazione di Steiner e dice che «se sono in collera o mi irrito, erigo un bastione nel mondo animico…». Questa osservazione, del tutto vera, è davvero terribile: basta pensare che possiamo passare intere giornate in uno stato di irritazione anche senza quasi accorgercene.

Per mutare tale stato, spesso cronico, non bastano i buoni propositi. Occorre preparare una zona di calma interiore (mai come atteggiamento ma come risultato, ad esempio, della pratica dei 5 esercizi) per separare la giusta riprovazione dall’avversione e dall’odio che a questa s’accompagnano.

Il Dottore descrive una disciplina assai importante nel suo scritto I gradi della conoscenza superiore, dove indica come tutto quello che viene percepito come falso o ingiusto debba venir sentito e sofferto con intensità, ma separandolo dagli uomini che l’hanno formulato.

Il tipo di calma ‘magica’ conseguente a questa pratica aiuta il divenire dei fatti alla correzione. Da tali attività interiori, che sono esteriormente silenzio, prendono le mosse tutte le più reali forze rettificatrici. Poiché le cause dei fatti sono sempre spirituali, il problema più urgente consiste nella formazione di operatori spirituali che possano sanare le deviazioni alla loro origine.

SCIENZA DELLO SPIRITO
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