Giugno 2015

L’ASCESI DEL RISVEGLIO E L’OTTUPLICE SENTIERO DEL BUDDHA SHAKYAMUNI

buddha shakyamuni

Negli incontri che ritmicamente negli anni settanta del trascorso secolo avevo con Massimo Scaligero – incontri per i quali non ringrazierò mai abbastanza il Cielo e i Numi – talvolta egli affrontava il tema delle ascesi d’Oriente, ricreandone ogni volta con la sua magica parola la viva immagine e l’arcana atmosfera davanti agli occhi della mia anima. Di quelle antiche Vie, egli mi illustrava gli aspetti più luminosi, che avevano valore di perennità, separandoli da quegli aspetti traseunti, oggi non più attuali, dovuti all’inevitabile adattamento del linguaggio dello Spirito alle esigenze delle diverse civiltà e della varietà di tipi umani che in esse si manifestavano. Massimo Scaligero curava di mostrarmi altresì come quei luminosi contenuti di perennità (come amava definirli) potessero ancora parlare all’uomo più moderno, all’uomo attuale, quello più radicalmente immerso nell’esperienza immanente del mondo.

Una particolare importanza, egli dava alla Via del Buddha, che non si era esaurita nelle varie forme storiche ch’essa aveva assunto lungo un millennio in India, e neppure nelle successive manifestazioni estremo-orientali del Buddhismo, in Cina e in Giappone, e nemmeno in quelle tibetane, che maggiormente hanno risentito delle influenze indiane. Egli vedeva nell’operare del Buddha un impulso “cosmico” che, al di là delle forme “storiche” assunte in Oriente, poteva manifestarsi nell’Occidente moderno in forme inaspettate, difficilmente ravvisabili dagli stessi orientalisti e storici delle religioni, i quali difficilmente riescono a scorgere, a causa dell’ipnosi prodotta in loro dall’arido dato filologico e archeologico, l’imprevedibile elemento spirituale vivente, generatore di impensate forme novelle, che difficilmente può scorgere chi si nutra unicamente di sia pure eruditi studi accademici.

Più volte Massimo Scaligero mi dette concrete indicazioni operative, invitandomi espressamente a sperimentarle nella mia pratica ascetica, traendole da insegnamenti del Buddha, che mi mostrava in una luce per me davvero inaspettata. Traeva quelle preziose indicazioni sia dalle opere del Canone pâḷi del Buddhismo più antico, sia da quelle del più recente Buddhismo Mahâyâna. Di un autore, da me molto amato, come Nâgârjuna, arrivò a dirmi che: “egli era stato uno dei primi asceti, un autentico precursore, della Via del Pensiero, come la concepiamo noi”. Mi indicò pure un punto nel quale il Buddha Shakyamuni parla apertamente dell’esperienza del pensiero vivente.  Più di una volta mi espresse il pensiero che se, all’inizio del Novecento, invece che i teosofi, avesse avuto di fronte degli asceti formati nelle Vie dell’Oriente, Rudolf Steiner avrebbe donato contenuti di ben altra radicalità e dirompenza spirituale. 

Nella seconda metà degli anni settanta, Massimo Scaligero volle darmi un suo scritto, un estratto da un numero di East and West, la bella rivista del Is.M.E.O., ch’egli curava come redattore, recensore di testi di orientalistica, e direttore responsabile. L’articolo ivi pubblicato era in inglese, ma avendo smarrito il dattiloscritto originale in italiano, mi pregò – oltre che di studiarlo con attenzione e di meditarlo bene – di tradurlo in italiano: poi lui lo avrebbe rielaborato in una forma tale da poter essere messo a disposizione degli amici impegnati nella Via. A quell’epoca, purtroppo, le mie conoscenze della lingua d’Albione erano meno che modeste (e ben modeste le mie competenze linguistiche lo sono tuttora), per cui non riuscii ad adempiere onorevolmente, prima della sua scomparsa (avvenuta non molto tempo dopo), il compito affidatomi.

Ma non desistei. Ne feci, nel tempo, due successive traduzioni, che invero mi soddisfacevano molto poco. Vi sono ritornato sopra in questi giorni, mettendoci la massima buona volontà. Naturalmente, l’argomento, estremamente delicato, anche per chi ben lo comprenda, non è facile da tradurre. Ma l’impresa più difficile, in quest’opera di retroversione dall’inglese all’italiano, è rendere lo stile e l’efficacia della parola di Massimo Scaligero, parola che, nelle opere da lui pubblicate, manifesta tutta la magia mantrica del suono e l’aurea trama del suo luminoso tessuto ideale. Comunque vi ho messo tutto l’impegno possibile per non tradire il suo pensiero. Per cui sono da imputare solo a me tutti i difetti, che una inabile traduzione non mancherà di mostrare, per i quali chiedo in anticipo la benevola indulgenza del candido lettore.

Non farò l’esegesi delle parole di Massimo Scaligero, ché di ben altre forze e sapienza dovrei essere provvisto per un tale arduo compito. Tuttavia non rinuncio a indicare come il tema della “liberazione della memoria”, della indipendenza dai condizionamenti di una natura inferiore, sia stata trattata anche dal Dott. Giovanni Colazza, che di Massimo Scaligero fu amico e Maestro, nella conferenza da lui tenuta a Milano, l’8 dicembre 1940, recante il titolo “La ricerca dell’Io nel periodo dell’anima cosciente”, trascritta dagli appunti dell’ottima Fanny Podreider. In quella conferenza, come del resto in questo scritto di Massimo Scaligero, viene indicata operativamente una ascesi di liberazione conoscitiva, basata sulla Filosofia della libertà di Rudolf Steiner, secondo la quale l’esperienza spirituale del momento originario del pensiero, dell’esperienza cosciente e vivente dell’idea è l’azione trasfiguratrice, anzi radicalmente trasmutatrice, dell’intera vita dell’anima. Per cui dall’esperienza del “pensiero puro”, del “pensiero vivente”, scaturiscono forze morali, e non viceversa. Come viene mostrato da Massimo Scaligero in questo scritto, che vede qui la luce, per la prima volta in lingua italiana.

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Massimo Scaligero, What the Eightfold Path may still mean to mankind, tratto da East and West, Year VII, N. 4 – January 1957, pp. 365- 372.

 CHE COSA L’OTTUPLICE SENTIERO PUO’ ANCORA SIGNIFICARE PER L’UMANITA’

Il ricordo dell’Ottuplice Sentiero nella nostra mente è collegato ad un gruppo di regole morali semplicissime, che nella nostra epoca, hanno un sapore leggermente antiquato, pur rappresentando esse, come viene riconosciuto, i contenuti fondamentali del Buddhismo. Potremmo sentire che, se paragonato, all’aristocratica esperienza delle Upanishad e alle altezze metafisiche raggiunte dai suoi ascetici autori, l’Ottuplice Sentiero, assieme alle Quattro Nobili Verità e alla Dodecupla Catena della Pratîtya Samutpâda, non sia altro che una versione pratica di verità sovrasensibili, talmente allontanatasi da quelle altezze da dimenticare il nucleo essenziale dell’uomo, l’Ātman-Purusha.

Ci dovrebbe essere consentito pensare che taluni mutamenti i quali, nello scenario spirituale dell’umanità,  si presentano col succedere di ogni epoca di evoluzione alla precedente, debbano avere a che fare con le modificazioni interiori dell’uomo stesso. Riforme religiose  e lotte filosofiche dovrebbero forse essere fatte risalire alle forme mutanti dell’esperienza umana, all’emergere di una nuova relazione organica con la sfera sovrasensibile. Questo può spiegare perché nell’ambito di un dato sistema, pensatori tradizionali si trovino a fianco dei rappresentanti di nuove prospettive e dei precorritori di future concezioni. Per la mancanza di coscienza della novità di talune esperienze, quest’ultimi aderiscono alle antiche espressioni; ciò porta a fraintendimenti e a conflitti. La grande polemica tra Realisti e Nominalisti all’interno della corrente ascetica aristotelica nel Medioevo non potrebbe essere spiegata altrimenti. I due gruppi avevano una diversa esperienza degli Universali e chiamavano con lo stesso nome l’oggetto della loro contrastante esperienza interiore.

In maniera simile potrebbe spiegarsi la divergenza tra il Nyâya-Vaiśeṣika e le dottrine buddhiste.

Chiunque guardi imparzialmente alla vita umana nel corso dei secoli, alla storia dello spirito umano, dovrebbe essere capace di rilevare, là dove ve ne siano, i cambiamenti ch’essa presenta. L’umanità è rimasta sempre la stessa? Come può avvenire allora ch’essa afferri e riconosca se stessa persino sotto condizioni che sono sprofondate e sepolte nella coscienza? Il mondo antico non è certo la proiezione dell’intelletto attuale, che tenta di ricostruire qualcosa di diverso da sé, un qualcosa che mai esistette. Esso si rivela, invece, nella forza del suo proprio essere in quanto obbiettiva realtà alla quale il mondo moderno deve anelare per arrivare ad una comprensione.

Quanto all’Ottuplice Sentiero dovremo vedere se esso sia una formula meramente morale, che dia per scontata una serie di “beatitudini”, che non possono essere postulate, ma che dovrebbero piuttosto essere prima conquistate, o non sia piuttosto la formulazione morale di un’esperienza metafisica, che già contenga in sé, in uno stato di estrema purezza, la sapienza ultima delle Upanishad, circa il tradurla in un metodo di vita, in uno stile umano, e che indaghi ulteriormente in profondità. Una interpretazione strettamente morale potrebbe dunque essere il risultato della comprensione del mero suono esteriore delle parole, e non dei contenuti cui esse semplicemente alludono.

Guardiamo più da vicino alla “retta visione, al retto pensiero, alla retta parola, alla retta azione, al retto metodo di vita, al retto sforzo, alla retta esperienza, alla retta meditazione”, ossia alla formulazione verbale dell’Ottuplice Sentiero. Gli otto punti sono ovviamente attitudini ed esercizi che non possono essere separati l’uno dall’altro. Il segreto del loro reale significato sta nella loro struttura, nel loro accordo, nei sottili legami tra essi. 

Una virtù, una qualsiasi attitudine interiore, per l’uomo moderno è anzitutto e soprattutto  un qualcosa di astratto, quasi uno slogan. L’esperienza razionale è quella che rende l’uomo capace di edificare la scienza e la visione scientifica del mondo. Ma il metro di misura della mera conoscenza non può in alcun modo essere applicato alla visone dell’uomo antico. Studiosi come Eliade, Kerenyi, Dumézil hanno dato un’immagine viva della differenza tra l’esperienza antica e quella moderna della natura e del mondo. I veri organi di conoscenza erano altri. L’uomo antico, un essere prerazionale e prefilosofico, non sperimentava astrattamente il pensiero, in quanto la corrente vivificatrice della volontà scorreva direttamente nel suo pensare. Una virtù non avrebbe potuto essere pensata astrattamente – là dove l’uomo moderno, invece, può essere razionalmente persuaso, con ottime ragioni, a condannare un modo di vivere nei confronti del quale, in effetti, egli non è abbastanza forte da liberarsene – ma una volta introdotta nell’anima come pensiero, quella virtù avrebbe mostrato sin dal principio la sua forza trasformatrice.

L’importanza attribuita a dhâraṇâ e a dhyâna, ossia alla concentrazione e alla meditazione, nei testi tradizionali può essere scorta nell’esperienza attraverso la quale l’uomo realizzava il suo essere: nel pensiero egli viveva, per così dire, come in un organismo sottile non limitato alla testa, bensì pervadente l’intero suo corpo e la sua anima.

Lo Yoga, la dottrina dei chakra, la nozione delle nâdî, e il lato pratico dello shaktismo sono intesi nell’Induismo a “corporificare lo spirito e a spiritualizzare il corpo”, e possono essere giustificatamente messi in relazione con l’idea dell’antica identità tra l’essere e il pensare. Il mistico realizzava se stesso nel pensare e sentiva ch’egli non era, allorché era cosciente unicamente del suo corpo; egli si sentiva disperdere e quasi svanire nel processo sensorio, laddove invece egli sentiva il proprio essere integrale, mentre era impegnato nel pensare meditativo. Per lui l’essere era pensare e il pensare essere. Al di fuori dell’attività interiore suscitata dal pensare egli non era. All’interno di essa, egli percepiva il proprio essere, la propria vita. Nella meditazione l’uomo viveva realmente. In altre parole, le astrazioni erano ignote all’asceta antico, poiché il pensiero era volontà, al tempo stesso che jñâna era autorealizzazione.

Solo dopo la nascita del pensiero riflesso, dialettico e filosofico, l’essere e il pensare si scissero in due funzioni distinte. La vita e le idee vennero tenute separate, finirono in posizioni contrastanti, e sorse il problema della loro relazione, che da allora è stato il secolare problema della filosofia, sino alle sue ultime manifestazioni. L’esistenzialismo solleva nuovamente il problema non con l’intenzione di risolverlo, bensì con quella di soffiare nuovamente sulla mala fiamma della dualità mediante una dialettica trincerata, esasperata.

La disputa, lungamente condotta, sembrò  trovare la sua soluzione in un momento dell’evoluzione del pensiero occidentale, allorché Cartesio pronunciò il suo cogito, ergo sum. Ciò portò a ulteriori discussioni, ma non cambiò nulla, in quanto quel “cogitare” e quel “esse” erano in se stessi espressione della frattura tra “speculare” e “vivere”, ch’egli intendeva risanare. Se un discepolo del Buddha avesse potuto parlare a Cartesio, avrebbe potuto dirgli: “Tu non puoi essere nel tuo pensare, perché  il tuo pensiero non è, poiché esso è un mero riflesso. Perciò, quando pensi, tu non sei, proprio come l’immagine riflessa da uno specchio non è, anche se essa appartiene ad un oggetto reale”. Cogito qui significa “non entia coagito, ergo non sum”. (Michelstaedter).

È una questione vitale, scottante, che sta alla base dei più tormentosi problemi attuali, in quanto noi vediamo ancora l’essere fuori del pensare, cosicché si cade inevitabilmente o in un realismo materialista, o in un realismo metafisico, i quali riconfermano ambedue la dualità, l’astrattezza,  e il limite.

L’Idealismo, e i suoi sviluppi sino a Giovanni Gentile, sembrarono avere bandito l’ “essere” come oggetto di ogni discussione razionale. Esso potrebbe al massimo essere oggetto per il meditare, o la molla per un nuovo tipo di azione, basata sulla forza di alcune intuizioni razionali già acquisite. Ma l’esistenzialismo lo risollevò nuovamente come problema centrale del suo orientamento, e Martin Heidegger poté riscoprirlo e riportarlo alla luce, come se nessuno lo avesse prospettato e dialetticamente risolto prima. La ragione per cui questo problema viene sempre riproposto di nuovo e non viene trovato alcun indizio alla sua soluzione, deve essere scorto nello stato attuale del pensiero umano: pensiero disanimato, privo della dimensione della profondità, anche se può brillantemente dissertare sulla profondità.

Indubbiamente Hegel toccò il soggetto, sebbene non lo portasse alle sue estreme conseguenze. “L’essere”, dice egli nella Scienza della logica, “è una pura intuizione, e tale è anche il nulla in quanto semplicemente identico all’essere”. Ovviamente, pura intuizione qui è intesa a significare un pensiero che si esaurisce completamente nel suo oggetto ideale. Ma questa è precisamente la ragione per la quale esso non si esaurisce, bensì riemerge oltre la contraddizione e nel suo ri-emergere, anche se in un lampo che è breve se misurato in tempo umano, è uno con l’eternità. L’ulteriore manifestazione nella quale l’essere è pensiero che percepisce l’essere, non può essere considerato implicito nella dialettica di Hegel, né nell’autocoscienza di Fichte, né nell’identità di Schelling. Tuttavia, l’intera filosofia dell’idealismo è un anelito sublime verso una sintesi di essere e di pensare, tuttavia soltanto un anelito, senza il costante perseguire il fine della sua realizzazione.

Quella realizzazione, ovviamente, non può essere il frutto di un’ulteriore speculazione. Il sentiero delle ragioni e delle argomentazioni dilegua nell’indefinito della razionalità, mentre tutto annuncia che lo Spirito deve divenire esperienza o vanificare nel regno degli fantasmi. L’idealismo o la filosofia, che è la stessa cosa, in quanto non c’è filosofia che nella sua essenza non sia idealismo, dovrebbe esser capace di concordare postulato che il pensiero non sia una funzione meramente soggettiva, in quanto nel suo esser prima di venire assunto dal soggetto, l’uomo, esso è una forza universale, cosmica, sovraindividuale, una realtà spirituale, essere; essere nel quale l’uomo può essere, senza il quale egli non può essere; e in effetti egli non è, poiché il pensiero è pensiero riflesso, poiché egli è sempre proteso verso fondamenti esteriori, miti, esseri o rivelazioni, senza realizzare che quelli, nella misura in cui sono oggetti del suo pensiero, sono pensiero essi stessi. Pensando, io non sono al di fuori della realtà, in quanto i pensieri appartengono alle cose, anche se essi sorgono dentro di me: l’anima delle cose trova la sua espressione in me attraverso il mio pensiero, certamente non attraverso il pensiero riflesso, bensì attraverso il retto pensiero, che può essere identificato con quello che Shri Aurobindo chiama “Pensiero Paracleto”. Affinché l’anima delle cose possa rivelarsi in me come pensiero, quel pensiero non devo sfuggirlo, bensì devo soffermarmi in esso. Devo fermare il flusso concretamente reale del pensiero, accoglierlo in me come forza, vivere con esso. Questo è ciò che significano concentrazione e meditazione. Saltare da un pensiero all’altro, in un permanente divagare, in una continua incapacità di controllare e contemplare, cosicché solo la superficie delle idee ci attraversi sorvolando come astrazione o l’ombra dello spirito: questo è il pensare volatile, riflesso, divagante, infecondo, irreale, al quale devo necessariamente opporre un essere un “Dasein”, un esistere, una materia, una realtà, che mai estinguerà la mia sete, in quanto non possedendo il tipo di pensiero che loro appartiene, sono per questo tagliato fuori dalle cose, dall’esistere, dalla vita.

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È ovvio che, se quel tipo di pensiero impotente usualmente rivolto ad una vita irreale, si volge ora a considerare l’Ottuplice Sentiero, non può vedere in esso altro che una serie di regole, apprezzabili unicamente dal punto di vista morale, cosa che oggi lascia più che altro freddi. Il pensare non è l’essere, l’essere non è il pensare. Perciò il pensiero, per es. quello della retta azione, può dar via soltanto ad astrazioni circa il giusto modo di fare le cose. Tuttavia se ammettessimo che un discepolo del Buddha potesse mettersi in quella condizione nella quale il pensare era una forza vivente, diverrebbe allora comprensibile come per lui il meditare sulla retta azione significasse cogliere al tempo stesso il principio dinamico necessario a compiere quel tipo d’azione.

Chiunque studi testi come l’Anguttara, il Majjhima Nikâya e l’Abhidharmakośa troverà ovvia questa identità tra l’essere e il pensare. Attraverso di essa, l’asceta poteva avvertire nel suo pensare la corrente della vita, e con ogni pensiero egli accoglieva  un elemento di potenza della volontà. Vasubandhu, per esempio, afferma che l’atto del pensare (vitarka) è l’espressione dell’organo del pensiero. Egli traccia, inoltre, una distinzione tra il pensiero sottile e quello ordinario. Quello è una sorta di pensiero spirituale. Tale distinzione è ancor oggi necessaria per indicare fino a che punto i contenuti sperimentati in una regola ascetica possano accordarsi al livello di coloro che si conformano ad essa.

Se accettiamo la validità di questa osservazione nei confronti di qualsiasi dottrina spirituale, essa può condurci a distinguere chiaramente il valore di un principio morale basato sulla sua realizzazione e sulla sua pratica concreta da qualsiasi altro, prodotto dalla umana capacità di astrazione. Quanto all’Ottuplice Sentiero, non ci deve trarre in inganno la sua semplicità. Nel caso esso venisse esposto da qualcuno che lo avesse realizzato in se stesso, dovrebbe essere valutato secondo il metro dato sopra, ovverossia in quanto espressione di un mondo spirituale, piuttosto che di logica umana. Il retroscena interiore delle otto attitudini dovrebbe essere sperimentato mediante meditazione, onde possa scaturire il senso del loro accordo. Quel accordo, una volta conquistato mediante intuizione, se afferrato e richiamato spesso alla mente nella sua luminosità fulgurea, può improvvisamente fluire nell’anima del ricercatore come forza di determinazione interiore: proprio il tipo di determinazione interiore necessaria a seguire regolarmente ognuno degli otto sentieri.

L’Ottuplice sentiero non scaturisce dalla moralità, bensì forze morali scaturiscono da esso. Grazie al Sentiero l’uomo non è legato ad una regola, bensì deve egli stesso creare la regola in ogni singolo caso. Dunque è soltanto un metodo verso la conseguimento della Sapienza. In questo senso sono da ricordarsi le parole di Aśvaghoṣa: “La Sapienza ha la facoltà di penetrare i dharmâ così come essi sono, e la funzione di disperdere la tenebra dell’illusione che avvolge i dharmâ e cela la loro essenza”. Chiaramente questo riconoscimento dei dharmâ porta alla conoscenza della legge del karma, così come indicheranno in seguito gli Yogacârin trattando dell’âlayavijñâna. D’altronde, le antiche dottrine buddhiste parlano dei “tre segreti”, del pensiero della parola e dell’azione, e li concepiscono come limite alla trama e al tessuto invisibile del karma. Ogni “fatto” o karma viene visto come un “atto” spirituale. Nei “fatti” il karma si mostra e al contempo si cela. Un essere umano, impigliato nella rete della mâyâ, scambia i “fatti” per la verità evidente e perde la possibilità di osservarli dall’altezza di un “atto” interiore. Ma grazie ad un “occhio interiore” dischiuso, l’iniziato può osservarle come lettere di un alfabeto sovrasensibile attraverso il quale il karma trova la sua espressione, rivelando il segreto della sua precedente incarnazione e il suo sentiero futuro. La via che porta alla liberazione può essere vista solo con occhi chiarificati, ὅσον τ΄ ἐπἱ θυμὸς ἱκάνοι. [hòson t’epì thymòs ikànoi, “sin dove l’animo giunge”] (Parmenide, I).

Appare, dunque, come unicamente una serie di “atti” interiori possa smascherare la catena dei “fatti”, della quale l’esistenza samsarica è intessuta, quest’ultima essendo la catena senza fine di fronte alla quale ogni individuo si ritrova con la stessa avversione e con gli stessi problemi, con tutte le situazioni ricorrenti di sofferenza e di impotenza. L’uomo necessita della pratica paziente, persistente, di atti interiori mediante i quali egli può lottare libero da avijjâ, da memoria samsarica, da tutto ciò che lo vincola al suo apparente strumento corporeo (skandha, vâsanâ, saṃskârâ), e rivivere in se stesso la propria memoria spirituale (l’ἀνάμνησις [anàmnesis] di Platone), cioè il ricordo della sua natura primordiale, conducendo alla liberazione. Questo è il senso dell’Ottuplice Sentiero: che abitudini mentali, complessi, routine, costituiscono una “memoria” che lega l’essere umano ad una natura inferiore, che non è il suo destino, con la quale egli si identifica ciecamente. Persistere per mesi, per anni, in una serie di atti mentali, voluti indipendentemente dalla propria natura, può spezzare la catena di abitudini e rendere il discepolo capace di estirpare la falsa memoria, rivivendo in suo luogo la reale memoria dell’uomo. Così l’Ottuplice Sentiero implica la creazione di nuove “abitudini”, che portano a rivivere lo “stato primordiale” dell’uomo.

Il termine “memoria” non è stato scelto a caso. Da una parte, esso riflette l’idea che un gruppo di abitudini inconsce, che tendono a ripetersi ciecamente – i vâsanâ e i saṃskârâ della dottrina buddhista – dall’altra, esso è spesso usato dalla moderna psicologia nello stesso senso riguardo all’azione di “riflessi condizionati” e alla vita dell’“inconscio”. Delay la chiama “memoria inferiore”, il che equivale affermare la mancanza di una “memoria superiore”, la quale caratterizza, invece, il vero essere umano.

A questo punto, l’uomo moderno può trovare una via per comprendere e, nel caso, praticare l’Ottuplice Sentiero, per quel che di verità vivente esso ancor oggi contiene. Esso conduce ad un risveglio della memoria spirituale, che già è sveglia nella sfera sovrasensibile di ogni essere e dorme nell’incoscienza, sopraffatta da una falsa memoria che impone, da una zona più profonda, tutte le “associazioni” e persino pensieri. Quella dimensione interiore, che manca alla moderna psicologia, l’uomo potrebbe trovarla nell’Ottuplice Sentiero, così come egli potrebbe rivivere nel suo pensiero la relazione reciproca, che le otto attitudini hanno tra di loro, sino a che essa non scaturisca improvvisamente nell’anima come una forza alla quale egli potrebbe attingere per praticarle una per una.

Per raggiungere ciò, l’occidentale dovrebbe, come ho detto sopra, meditare sulle singole otto attitudini, così da averle continuamente presenti nella sua coscienza, sino a che esse possano, ad un determinato momento, muoversi e combinarsi da sé nella sua anima, disvelandogli così la loro reciproca relazione interiore, la loro natura univoca, come fossero raggi irradianti da un unico centro. Naturalmente, un tale esercizio è inteso a superare la scissione tra “essere” e “pensare”, cui ho accennato più sopra, e che non era un problema per i discepoli del passato. Il nostro pensiero disanimato attingerebbe ad una nuova sorgente di vita mediante la meditazione. Così la corrente della  volontà fluisce nel pensare e lo solleva al di sopra dei consueti processi cerebrali. Così vengono poste le condizioni per le rette attitudini.

Per esempio, se l’uomo moderno volesse seguire il sentiero del “retto giudizio” e tentare di rettificare ogni suo giudizio, attraverso lo sforzarsi a quel pensare cosciente cui ho alluso, noterebbe che il giudizio può essere all’altezza della verità del suo oggetto, unicamente allorché può affermare l’elemento eterno che l’oggetto contiene. Un tale giudizio non potrebbe più condannare alcunché, in quanto inevitabilmente sposerebbe l’essenza di bontà e di bellezza presente comunque in ogni cosa oltre la sua apparenza.

Il sentiero del retto giudizio implica, dunque, un’atteggiamento di positività nei confronti di tutti gli esseri e di tutte le cose.  Una tale modo di pensare dovrebbe essere nutrito attraverso una costante percezione del lato buono e luminoso dei fatti, delle cose e delle persone, in particolar modo quando ciò è arduo a trovarsi. Non intendo dire che l’occasionale lato oscuro di una cosa dovrebbe essere trascurato, ma che la critica “spontanea” dovrebbe essere smorzata e l’attenzione deliberatamente diretta  verso gli aspetti positivi. Questa volontà rafforza la nostra facoltà di guardare al lato favorevole, costruttivo, che non può mancare e non deve essere creato dalla nostra immaginazione, bensì osservato e afferrato nella sua concretezza, oltre il lato negativo che generalmente ci colpisce per primo. Questo sarà il principio di un comportamento in armonia con lo spirito, attraverso il quale non possiamo accostare alcunché in maniera svalutativa, in quanto ogni complessità [poliedricità] può essere ricondotta ad un tutto armonioso.  Lamentarsi del lato negativo delle cose è tipico del punto di vista umano e deriva dal nostro atteggiamento generale verso l’esperienza. È una inconscia ed egoistica severità con il mondo, dominata da idee preconcette che nascono dalle esperienze passate. Colui che possa liberarsi di quelle idee, sarà capace di formarsi ed avere un giudizio autonomo, i.e. un retto giudizio: egli non giudicherà secondo la nostra consueta deviazione, che ci esclude da un contatto diretto con la realtà.

Gli stimoli del nostro temperamento, della nostra educazione, le relazioni stabilite nella nostra gioventù e la prospettiva delle cose formatasi a quell’epoca, disgraziatamente ci portano a  a guardare le cose e le persone secondo modelli fissi e ci predispongono a giudizî, che dovrebbero sempre essere rivisti alla luce di una sempre rinnovata ragione. Essi sono così profondamente radicati da attendersi da noi soltanto una sorta di reazioni obbligate, il cui automatismo ha acquisito la forza dell’impersonalità. Attraverso la pratica del retto pensare ci liberiamo di essi e guardiamo alle cose in un modo nuovo, tale da arrivare alla loro intima realtà.

A questo punto può dischiudersi l’ “occhio spirituale” e può essere raggiunta la visione diretta attraverso la quale può delinearsi il segreto del karma degli esseri che contempliamo. Ciò è inevitabile in quanto l’attitudine al giudizio spassionato e all’immergersi nella realtà interiore delle cose oltre il loro apparire ci rende capaci di cogliere la relazione sottile tra la loro essenza e la loro esistenza. Il giudizio positivo getta luce su tutto ciò che un essere umano alberga di bene, e ci conduce a vedere il dharma, che opera nei “livelli inferiori”, saṃskṛta, cioè le forze che trattengono quell’elemento positivo dal venire alla superficie. Ci porta a vedere i retroscena che impediscono ad un uomo di muovere lungo la propriaa direzione creativa, secondo il suo dharma superiore (asaṃskṛta, nirvanico). Così noi progrediamo verso la comprensione degli altri e arriviamo ad una più profonda e più costruttiva pratica della verità, e a rendere concreta la pratica dell’amore verso il prossimo (maitrî).

Il sentiero della “retta visione” è simile. Esso porta ad una disciplina delle nostre rappresentazioni, affinché esse possano riprodurre fedelmente la realtà degli esseri e delle cose. Ciò implica soprattutto di non accettare niente in quanto precedentemente giudicato e sistemato, e di rivedere tutte le nostre rappresentazioni e prospettive attraverso il ritornare in contatto con gli oggetti. Se qualcuno, per es. ascolta un giudizio che ha già sentito altrove, dovrebbe osservarlo come se ora lo udisse per la prima volta, e meravigliarsi se questa volta non gli rivelasse qualcosa di nuovo o non gli apparisse in una nuova luce. Questa pratica dimostrerà se alcunché di nuovo è nato in noi stessi, se possiamo capire meglio e più profondamente che non nel passato.

Seguire questo sentiero significa raggiungere una “purificazione” della memoria, in quanto tratterremo ciò che è vero e vivo,  e ci libereremo di quella memoria ingannevole, che è la stratificazione delle nostre reazioni soggettive. Se a qualcosa ci sta dinanzi in un dato momento, e noi vi opponiamo una nozione già acquisita, ci riferiamo automaticamente ad un contenuto della nostra memoria, rinunciando all’esperienza viva. Se, quando ci viene detto qualcosa di nuovo, attingiamo al deposito di idee che abbiamo raccolto in circostanze simili in passato, ci tagliamo fuori da ogni giudizio realmente attivo. Se, invece, decidiamo di riesaminare l’evento in maniera nuova, il giudizio presente, maggiormente obbiettivo, si paleserà di fronte alla percezione. Questo è il metodo per controllare l’ “area”, dalla quale emergono i contenuti della memoria che usualmente affiorano a rafforzare i nostri giudizi stereotipi. Detergere quest’area dalla quale il passato impone le sue esigenze al presente, significa in certo qual modo liberarsi del determinismo del tempo: “il tempo diventa spazio”, ovverossia vediamo il tempo come se fosse disteso nello spazio e a nostra portata nel presente. Il ricordo cessa di essere una morta eco de passato e lascia cadere ogni configurazione che nel passato possa averlo incrostato. Ciò è d’importanza vitale, in quanto noi possiamo rimuovere dalla nostra coscienza un veleno pericoloso, la catena delle menzogne che tratteniamo come memorie. Ma la memoria spirituale, libera dai ricordi ingannevoli, è la forza stessa mediante la quale l’anima realizza il tempo come spazio in se stessa e muove in esso a volontà come in un continuo presente.

Le altre sei attitudini vengono illuminate dal retto giudizio e dalla retta visione. Grazie a quelle, gli ideali della vita vengono riconosciuti per quello che realmente sono, in quanto essi non possono più coincidere con ciò che è impermanente o non affondi le sue radici nell’eternità, e l’anelito umano trova infine il suo scopo. La retta aspirazione diviene una forza che libera l’uomo da ogni miraggio ingannevole, e dai suoi miti inferiori sui quali vengono disperse tante energie umane.

Da ciò nasce l’impulso a non agire più secondo propensione individuale, ma unicamente accogliendo l’interiore richiesta degli esseri e delle cose, il che significa “volere” allo stato puro, vale a dire non aver bisogno di agire sotto lo stimolo del proprio vantaggio o delle proprie preferenze, ma unicamente per amore dell’oggetto. L’oggetto a sua volta, come ho detto sopra,  può essere compreso nella sua realtà grazie al retto giudizio e alla retta visione. La volontà, allorché liberata dai motivi egoico-sentimentali, che sono i suoi stimoli abituali, diviene forte in se stessa e si collega con la sorgente impersonale del suo potere. Il volere umano, si dovrebbe dire, a questo punto quasi coincide col volere degli Dèi.

Il retto volere si realizza nella retta azione, per così dire, in una ora rigorosamente ricorrente corrispondenza tra “potenza” e “atto”. Diviene al contempo chiaro che viene richiesta una maniera interiore d’agire, che è infine retta meditazione, espressa nel mondo visibile nella retta azione. L’azione, in realtà, è di una sola specie: atto dello spirito che a volte porta come veste la contemplazione – o retta meditazione – e a volte l’azione. La sintesi di tutto è nella retta maniera di vivere, che conduce ad un ininterrotto accordo tra retta meditazione – nella quale confluiscono retto pensare, retta visione e retto volere –  e retta azione.

Ma la catena di queste sette movenze dell’anima può penetrare nelle profondità dell’essere solo mediante il retto sforzo, cioè attraverso una resistenza paziente portata avanti per mesi ed anni, con impeto imperterrito, e attraverso risoluta devozione, sino a che infine essa non operi come la natura stessa.

A questo punto appare evidente come l’Ottuplice Sentiero non agisca in quanto imperativo morale o sociale, ma per il fatto che esso sia intessuto di una serie di atti interiori, condotti sempre mediante un particolare modo di pensare, che è retto pensiero o pensiero puro. La sorgente dell’intuizione è chiamata sempre a scaturire nell’anima sì da generare le varie attitudini indipendentemente dagli antichi vâsanâ, epperò persino oltre il limite della conoscenza o della sapienza acquisita. Per l’uomo moderno, la chiave dell’intero processo è nella riconquista del pensare in quanto uguale all’essere. Fuori di un “pensiero vivente”, gli otto sentieri non possono restare altro che astratte direttive etiche, le forme esteriori di una saggezza, intesa a celare l’egoismo umano sotto la cornice di una qualche dignità.

Qui la moralità in realtà non è il presupposto, bensì una conseguenza, che non viene neppure posta come un fine, e quindi non è neppure voluta, in quanto l’Ottuplice Sentiero ed il pensiero trasparente, non più legato ad alcuno strumento fisico, divengono il sentiero verso la realizzazione di ciò che la filosofia moderna designa intuitivamente come il “fondamento”: quello che non ha altro supporto che se stesso. In questo senso, il suo conseguimento, come afferma il Buddha a proposito della verità nel Saṃyutta Nikâya, è oltre “ciò che è” e “ciò che non è”, oltre la dualità, cioè oltre quello “stato umano” mediante il quale, secondo Eraclito  “ ἄνθρωπος ἐν εὐφρόνῃ φάος ἅπτεται ἑαυτῷ” [ànthropos en euphròne phàos àptetai heautô, “l’uomo nella notte accende a sé una luce”, in Clemente Alessandrino, Stromata, IV,141, 2].

Alcuni secoli più tardi, Nâgârjuna parlò del Madhyamika, come di un sentiero ugualmente distante dall’essere e dal non-essere, che illustra con precisione intuitiva l’ “area spirituale” dell’esperienza interiore, che può liberare veramente l’uomo dai vâsanâ, dall’antica natura, dal saṃsâra, così come da ogni forma di conoscenza, o anche di saggezza ad essi legata.

Nei confronti dell’uomo, l’Ottuplice Sentiero può essere tradotto in una psicologia aristocratica – o piuttosto che in una psicologia – in una vera scienza dell’anima. Ognuno degli otto sentieri porta alla liberazione di un aspetto della memoria, vale a dire, di ciò che, in quanto “passato”, è presente nell’uomo ed esige dispoticamente da lui determinate abitudini ed una particolare visione del mondo. Allorché è libero dalla falsa “memoria”, l’uomo può guardare indietro alla sua vita e risalire obbiettivamente la catena dei suoi ricordi. Può così volgere all’inizio della sua attuale vita terrena, là dove egli non si troverà di fronte al nulla, bensì ad un Essere reale che viveva in lui prima della sua nascita. Lucidamente, egli può raggiungere la soglia di un’esperienza dell’Io Superiore, di un Essere che gli sta di fronte in maniera reale, indipendente da nascita e morte. Proprio questa esperienza può conferire un senso alla sua vita e rivelargli che l’Ottuplice Sentiero ancora non è stato conosciuto dall’uomo, in quanto esso deve ancora essere percorso.

Massimo Scaligero

MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

GIUSEPPE GARIBALDI ( parte prima )

giuseppe_garibaldi_1866 

PRIMA PARTE

Introduzione

Singolarissima figura, semplice nell’apparenza, ma nel fondo così complessa, dotato di virtù e capace di passioni così rare a trovarsi congiunte in un uomo che, vivo ancora, egli può essere giudicato a volta a volta dagli stessi giudici su cento modi dissimili, apparire ai lontani, sotto certi aspetti, infinitamente diverso da quello che è, rivelare anche a chi gli vive accanto da anni, con parole inaspettate e atti imprevedibili, lati nuovi e mirabili di se stesso, essere nel suo paese medesimo adorato, odiato, benedetto, vilipeso, levato al cielo come il più alto benefattore del suo popolo e segretamente desiderato morto come un flagello vivente, come una calamità incarnata della sua patria.

Edmondo de Amicis

*

La vita di Giuseppe Garibaldi fu straordinaria.

“Quando noi diciamo «uomo straordinario», intendiamo rispetto alla media comune degli uomini; ché, rispetto alla storia, nessun uomo e nessun fatto sono straordinari: tutto rientra nelle leggi naturali che si elevano a necessità storica…”.(1)

In realtà Garibaldi si fece tramite di eventi extra-ordinari nella vita socio-politica e culturale che modificarono il mondo. Alla sua figura si sono legati i destini di interi popoli; alcuni dei più grandi sconvolgimenti geo-politici del secolo XIX; l’ammirazione e gli entusiasmi unanimi di milioni di persone. L’Italia ne onora ancora il ricordo, nonostante il fervido istinto iconoclasta degli ultimi decenni che ha portato ad una feroce dissacrazione per un personaggio proposto per lo più come eroe nazionale, icona dell’unità italiana. La Chiesa cattolica sembra aver dimenticato le sue invettive contro Papa e preti. Fascisti, comunisti, liberali lo hanno rivendicato quale loro musa ispiratrice.

“Garibaldi è l’unico personaggio che, negli anni al culmine della guerra fredda, sia apparso tanto in un francobollo americano quanto in un francobollo sovietico”.(2)

Nessun straniero, mai, ha sollevato in Inghilterra l’entusiasmo suscitato da Garibaldi con la sua campagna di Sicilia nel 1860 e con la sua visita a Londra nel 1864. Eroe nazionale ed ancora osannato nell’Uruguay, la sua fama vive anche nell’Argentina che pure lo incontrò da nemico. Tuttavia ogni tentativo di celebrazione o di analisi storica risulta essere necessariamente limitante. La figura di Garibaldi è in certo qual modo riuscita a scivolare, in questo secolo, via dalle mani dei suoi estimatori e dei suoi detrattori.

Sugli altari e nell’immaginario popolare è a tutta prima assurta una figura incompleta e parziale che è in realtà ben lontana da ciò che fu Giuseppe Garibaldi. Accanto “all’Eroe dei due Mondi” che segue l’archetipo del condottiero e a cui si può facilmente accostare un Cesare, un Alessandro o un Napoleone, accanto all’uomo pubblico incantatore di donne, esempio di coraggio e portatore di tutte le migliori qualità umane, un altro Garibaldi aleggia ed inquieta. Garibaldi ci risulta inquietante e non perfettamente comprensibile sostanzialmente per tre motivi.

Innanzi tutto, la sua vita non ci appartiene, non fu una vita accostabile a quelle dei suoi contemporanei e ancor meno e afferrabile da noi uomini del duemila. La più vivida fantasia di un Salgari o di un Verne, l’anelito romantico sette e ottocentesco non hanno partorito nella fantasia una vita più avventurosa, più fortunata, più segnata da incontri decisivi e imprese formidabili di quella che visse, realmente, lui. Una vita che naturalmente si prestò ad essere romanzata, alla cui mitizzazione contribuì per primo lo stesso Garibaldi, e che nelle varie edizioni autobiografiche perde la valenza storica e che entra nella letteratura dei romanzi d’avventura. Eppure fu una vita che seppure riletta negli ultimi decenni da una analisi storica rigorosa che ne ha decimato l’aneddotica, rimane comunque eccezionale.

Un altro aspetto che fa riflettere e l’assoluta contraddizione con cui onesta vita fu vissuta.

“Fin da ragazzo ebbe subito una infinita pietà per ogni sorta di sofferenza e mai sarebbe riuscito a sopportare la vista di un uomo o di un animale sofferente…. Per tutta la vita fu un uomo di guerra, pronto a combattere una battaglia dopo l’altra, e spesso combattendo un tipo di guerra particolarmente atroce,  e guidando soldati, molti  dei  quali  ancora ragazzi…, fu sempre profondamente toccato, però, davanti a soldati feriti o moribondi.

Presiedette uno dei primi congressi internazionali per la pace…, ma scrisse poi nelle sue memorie: “La guerra es la verdareda vida del hombre ”, la guerra è la vera vita dell’uomo. Fu deciso nemico della pena capitale, ma i suoi soldati sapevano come fosse capace di ordinare una fucilazione senza nemmeno togliersi il sigaro di bocca”.(3)

“Lo credono i più d’animo incerto, pieghevole a tutte le passioni di chi lo circonda, operante quasi sempre più per impulso altrui che di moto proprio; ed è invece così tenace nelle sue idee e forte nella sua volontà, e sta così fieramente in difesa dell’indipendenza loro, che il discutere con lui anche per chi egli più stima ed ascolta, è la più ardua, la più erculea delle imprese”.( Edmondo de Amicis)

Eppure le sue idee, le sue intenzioni iniziali furono il più delle volte in assoluto contrasto con la sua azione. Ebbe una vita di pensiero molto particolare, a tratti modesta, talvolta assolutamente utopica e teorica; venne considerato un pessimo politico ed un mediocre stratega, uno scrittore ed un poeta a tratti piacevole e a tratti pedante; la sua volontà, il suo destino, cambiarono invece il mondo. Questa incredibile disunità di pensiero, sentimento e volontà disorientarono ed impressionarono le persone che lo conobbero.

“Garibaldi aveva, come disse George Sand, qualche cosa d’arcano che faceva pensare; la irradiazione dei grandi predestinati, il riflesso della visione interna di un mondo. [….] Dante gli avrebbe dedicato un canto, Michelangelo una statua, Galileo una stella”. (Edmondo de Amicis)

Un terzo aspetto suscita inquietudine. Mi riferisco al suo rapporto, alla sua appartenenza massonica. In realtà molto è stato scritto riguardo a Garibaldi massone, soprattutto da parte della stessa massoneria, la quale lo ha, al pari delle fazioni politiche, voluto prepotentemente fare suo.

“Le Premier Maçon du Monde” fu sempre strettamente legato alla Massoneria ottocentesca. Proprio questa sua fedeltà fa sì che oggi su di lui sia caduto un velo di indifferenza e silenzio quale risposta imbarazzata della società italiana ad un movimento che da sempre, ma ancor più negli ultimi quindici anni, ha suscitato diffidenza nell’opinione pubblica. Il sottile filo massonico che  unisce  l’indipendenza  americana  e  la rivoluzione francese all’impresa dei Mille, pone la spinta nazionalistica del secolo scorso in una luce che suscita non poche perplessità e domande. Il rapporto tra Garibaldi e la massoneria fu più complesso di quanto molto spesso le logge non lo abbiano voluto rappresentare.

“La Massoneria……. lo piange come padre e come figliuolo …..”.(4)

E’ ben vero che gli aiuti politici ed umani dei fratelli massoni furono realmente determinanti per lo svolgimento della sua azione; ma Garibaldi non fu mai solo il buon figliuolo che perseguì e realizzò gli ideali politici della massoneria, egli fu insieme critico ed innovatore: il suo impulso modificò profondamente la massoneria.

Il presentimento che egli usò la massoneria più di quanto essa fece con lui, che per una sorta di predestinazione, “Garibaldi doveva essere il Gran Maestro, il Sovrano Gran Commendatore, la Guida”(5) è un’impressione che ebbero diverse personalità massoniche. Una biografia straordinaria,  una personalità  speciale  ed  un  lato “esoterico”, rappresentano muri contro i quali si infrange, da un secolo a questa parte, ogni analisi storica.

Va detto che l’istituzione massonica, attualmente in stato di decadenza, e talvolta di grave degenerescenza in Italia e  nel mondo, presentava nel Settecento, e in parte in alcuni luoghi anche nell’Ottocento, aspetti migliori di quelli attuali, in special modo in Italia. Vi erano nel nostro paese sopravvivenze di antiche tradizioni misteriche, di origine dionisiaca, orfica, pitagorica, neoplatonica, tradizioni, che nel Medioevo riemersero tra i “Fedeli d’Amore” e, poi nel Rinascimento e all’inizio dell’evo moderno, sotto la forma di Accademie Platoniche. Queste accademie nel Settecento presero la forma, secondo un impulso del tempo, di logge massoniche e coltivarono in forme nuove l’antica sapienza. In particolare a Napoli, a Firenze e a Venezia, esse si richiamarono ad origini da loro definite “eleusine”. A Napoli, ad opera di personalità come Raimondo di Sangro, Principe di Sansevero, sorse un milieu che, attingendo ad antiche tradizioni partenopee ancora presenti, sorse l’Ordine o Rito di Misraim, dal carattere apertamente occulto e iniziatico nel senso migliore del termine.

E’ degno di particolare nota il fatto che Giuseppe Garibaldi abbia sentito il bisogno di ricollegarsi proprio a questo Rito massonico dichiaratamente “occultista”, di origine puramente italiana e indipendente dalle influenze francesi, inglesi e tedesche. E che – stando a quel che scrive nel suo libro sulla storia dell’Ordine di Misraim Gastone Ventura, storico qualificato di tale corrente massonica – a metà Ottocento, all’epoca dell’impresa dei Mille, fossero presenti “nel 1860 una loggia di Palermo ed una loggia di Napoli: nella prima sarebbero stati iniziati numerosi ufficiali garibaldini già appartenenti alla Massoneria dell’Alta Italia ai quali, in maggioranza, sarebbe stato conferito il grado di Filosofo ermetico; la seconda sarebbe stata posta in sonno per sfuggire alle rappresaglie della polizia borbonica, dopo la battaglia di Calatafimi”. Mentre, in un suo studio su “i Riti egiziani della Massoneria”, così scrive: “A Napoli la loggia misraimita colà esistente si era posta in sonno con la costituzione del Grande Oriente e del Supremo Consiglio di Palermo da parte di Garibaldi che ne era stato proclamato Gran Maestro ad honorem mentre ai suoi ufficiali erano stati riconosciuti gradi elevati del Rito di Misraim e decorazioni in quello di Memphis”.

Rudolf Steiner parlò ripetutamente di Garibaldi  e con lui degli altri artefici del Risorgimento Italiano. Soprattutto essi rappresentano uno dei fili conduttori che Rudolf Steiner dipana in diversi cicli di conferenze che tenne prima a Dornach e poi in giro per l’Europa nel 1924 e che sono conosciute come “Considerazioni esoteriche su nessi karmici” (O .O 235 – 240). Naturalmente le comunicazioni che fece R. Steiner pongono la biografia di Garibaldi in una luce del tutto particolare. Elevato dal senso storico materialistico ed inserito in un amplissimo contesto metastorico, l’uomo appare ora quale interprete di un corso di eventi prima ancora che fisici, spirituali.

Se molti aspetti della vita di Garibaldi e dei  suoi rapporti con gli altri artefici del Risorgimento si chiariscono, altri enigmi più profondi  si presentano. Quali servitori dello spirito di popolo italiano, ma ancor più preparatori della reggenza di Michele, Garibaldi ed i suoi compagni ci impongono una rilettura dei moventi spirituali del Risorgimento e l’analisi dei compiti presenti e futuri dell’Italia. D’altro canto proprio la figura di Garibaldi pone in maniera sorprendente una serie di problematiche circa le indagini karmiche di R. Steiner.

I primi due settenni.

Giuseppe Maria Garibaldi nacque a Nizza alle 6 del mattino del 4 luglio 1807.

Nacque suddito dell’imperatore Napoleone I e quando fu battezzato nella chiesa di San Martino in Nizza, il 19 luglio 1807 il suo nome fu scritto in francese, Joseph Marie.

“Napoleone era allora al culmine della potenza. Il giorno della nascita di Garibaldi, era a Tilsit sulla frontiera russa, a concludere quella serie di incontri con lo zar Alessandro I, che avrebbe portato, due giorni dopo, al trattato d’alleanza con il quale la Russia si sarebbe impegnata a seguire una politica di neutralità filo – francese ed anti – britannica. Al di là dell’Oceano, quello stesso giorno, i sette milioni di cittadini statunitensi celebravano il trentunesimo anniversario della Dichiarazione di Indipendenza”(6).

“Non posso incominciare a raccontare la mia vita senza prima far cenno ai miei buoni genitori che fecero tanto per la mia educazione morale e fisica, cercando di inculcarmi il loro carattere ed il loro amore”. (7)

Contrariamente a quanto affermato dalla tradizione, il padre di Giuseppe, Domenico, non era un povero pescatore, ma un marinaio ed un piccolo commerciante, ricco abbastanza da poter disporre di una nave , la “Santa Reparata” di 29 tonnellate. Il  nome  Garibaldi  fa  pensare  ad  una  origine  tedesca  della  famiglia, sebbene alcuni biografi abbiano rintracciato un Garibaldo che era duca di Torino nel VII secolo.

“Jessie White Mario……amica e biografa di Garibaldi, credeva di trovare tracce dell’origine teutonica di lui nel colore biondo – rossiccio dei suoi capelli, nel suo incedere lento e solenne, nel suo modo di parlare calmo e pacato e senza gesti, e nella sua predilezione della vita di campagna, rispetto a quella di città”(8).

“E’ mia madre! Io asserisco con orgoglio che essa, Rosa Raimondi, può servire di modello alle madri. E credo che questo d’aver detto tutto” (9).

Rosa Raimondi era una ragazza di Loano quando nel 1794 sposò Domenico. Dal loro matrimonio nacque nel 1797 una prima figlia, Maria Elisabetta, che sarebbe morta solo due anni dopo. Nel 1804 nacque un maschio che ebbe il nome del nonno, Angelo. Tre anni dopo nacque Giuseppe. Nel 1810 nacque suo fratello Michele. Quando aveva 5 anni e mezzo, nel 1813 vide la luce un altro fratello, Felice e nel 1817, a maggio, nacque una sorella, Teresa.

“I figli di Rosa e Domenico si fecero, ognuno a suo modo, onore, sebbene tendessero a morire precocemente. Angelo emigrò negli Stati Uniti, divenne un ricco uomo d’affari a New York e chiuse la sua carriera come console del regno di Sardegna a Filadelfia, dove morì nel 1853 a 49 anni. Michele divenne un ottimo capitano marittimo del Mediterraneo: morì nel 1866 a 56 anni. Felice fu il meno ambizioso, s’accontentò di trovare successo con le donne; fu impiegato in una compagnia di navigazione a Napoli e qui morì nel 1855 a 42 anni.

Giuseppe, il futuro rivoluzionario, il futuro soldato d’America e d’Europa, visse una vita molto più avventurosa di quella dei suoi fratelli, eppure fu l’unico ad arrivare alla vecchiaia. Quando morì nel suo letto, a quasi 75 anni, già era chiamato l’eroe dei due mondi.”(10)

Nel 1814, rovesciato Napoleone, il Congresso di Vienna sancì la restaurazione dei vecchi regimi e dei vecchi confini; così Nizza tornò ad essere parte del Regno di Sardegna ed il settenne Joseph divenne a tutti gli effetti  Giuseppe,  sebbene  in  casa  lo  avessero,  da  sempre,  chiamato Peppino.

Garibaldi crebbe in riva al mare – abitava infatti nel porto di Nizza – ed il destino suo e quello dei suoi fratelli fu inizialmente quello di seguire le orme paterne e del nonno per mare.

“Da ragazzo, spesso, gli bastava attraversare la strada per trovarsi nel porto, tra le navi,  e qui parlava con i marinai, e imparava da loro ad arridare le vele, o a serrare nodi; e chiedeva ai pescatori d’andare con loro alla festa della tonnara a Villefranche, o ai banchi di sardine di Limpia, o alla cattura delle ostriche. Ma altre volte, eccolo steso tra gli ulivi, a leggere un libro; o a vagare tutto solo nelle colline sopra Nizza, camminando per ore ed ore solitario nei boschi, sognando ad occhi aperti ed imparando ad amare la natura e gli animali.”(12)

Garibaldi fu allo stesso tempo eccellente marinaio ed esperto in terra ferma, sia per mare che per terra fu contemporaneamente guerriero e uomo di pace, marinaio, cacciatore e buon pastore. Tra gli otto e nove anni, mentre andava a caccia con un cugino salvò una donna che stava annegando in uno stagno.

“Dodicenne si gettò al salvamento di alcuni ragazzi, la cui barca s’era rovesciata e li trasse dal mare; fattosi adulto, e divenuto nuotatore formidabile avrebbe salvato in altre tre occasioni ragazzi e uomini che stavano per annegare.”(13)

Sempre a dodici anni una spaventosa tragedia colpì lui e la sua famiglia. Il 17 gennaio 1820 morì in un incendio la piccola sorella Teresa di 2 anni e otto mesi con la nutrice che dormiva con lei. Non fu possibile soccorrerle perché la nutrice aveva chiuso l’uscio dall’interno. Questo fatto toccò profondamente Garibaldi, anche se ne parlò pochissime volte e mai permise che i suoi ospiti si chiudessero a chiave in casa sua…

In realtà i suoi genitori non volevano fare di Giuseppe un marinaio e per farlo studiare lo affidarono  a tre  precettori  privati,  due  dei  quali ecclesiastici ed il terzo laico, il signor Arena. Quest’ultimo insegnò per primo a Garibaldi l’italiano poiché egli parlava quel misto di provenzale ed italiano che si parlava a Nizza ; gli insegnò anche la matematica.

Garibaldi, che fu sempre un acceso anti – clericale, ricordò come buona l’educazione ricevuta da Arena e pessima quella ricevuta dai due preti; tuttavia espresse simpatia per uno dei due che gli insegnò l’inglese e si rammaricò di non averlo imparato meglio, visto lo speciale rapporto che ebbe per tutta la vita con gli inglesi.

Fu sempre portato per le lingue e, a parte il francese e l’italiano, in Sud America imparò lo spagnolo ed il portoghese. Theodore Bent, esploratore inglese che fu ospite a Caprera, riferì che parlava anche un ottimo tedesco. Non fu un buon alunno e a tante chiacchiere accademiche preferì imparare da solo le materie che gli sarebbero servite per ottenere il diploma di capitano marittimo e in particolare fu attratto dall’astronomia. Altre materie fu la vita ad insegnargliele.

“Io imparai la ginnastica arrampicandomi sugli alberi e lasciandomi scorrere per le corde della nave; la scherma, col difendere la mia testa e cercando del mio meglio per rompere quella degli altri e l’equitazione imitando i primi cavalieri del mondo, vale a dire i gauchos!”. (14)

Divenne inoltre un nuotatore eccezionale. Per assicurargli una educazione migliore il padre lo mandò a studiare a Genova. La voglia di andare per mare era tanta e poiché i suoi genitori erano contrari decise, un giorno in cui era in vacanza a Nizza, di salpare per il Levante di nascosto con tre o quattro ragazzi della sua età. Vennero fermati al largo di Monaco dalla Guardia Costiera informata da un abate che aveva scoperto il loro piano. Garibaldi si convinse che l’essere stato ripreso fu una fortuna e in una edizione delle sue memorie scrisse:

“Vedete che combinazione: un abbate, l’embrione di un prete, contribuiva forse a salvarmi ed io tanto ingrato  da perseguire quei poveri preti. Comunque un prete è un impostore; ed io mi devo al santo culto del vero”. (15)

Finalmente divenne marinaio ed il suo nome fu iscritto negli archivi marittimi di Nizza il 12 novembre 1821, quando aveva quattordici anni. Nonostante ciò, il suo primo viaggio lo fece solo più di due anni dopo, il 20 gennaio 1824 ad Odessa.

Con questo primo viaggio iniziò la vita avventurosa di Giuseppe Garibaldi.

Terzo settennio

1821 -12 novembre -14 anni: iscrizione nei registri dei marinai.

1824 – 29 gennaio -16 anni: primo viaggio verso Odessa sulla nave “Costanza” con il capitano Pesante.

1824 – novembre – 17 anni: secondo viaggio, questa volta con suo padre  sulla “Santa Reparata” lungo la costa francese.

1825 – 26 marzo -17 anni: partenza con il padre per Roma dove rimane un mese. La seconda volta che mise piede a Roma fu nel 1848 a combattere per la Repubblica Romana. Scrisse nelle sue memorie che qui ebbe una visione della Roma del futuro, capitale di un’Italia unita, libera dalla soggezione papale.

1826/28 – 18/20 anni: attività su navi mercantili sia verso Gibilterra sia verso Oriente. Ha diverse avventure a causa di ripetuti arrembaggi dei pirati greci. Dopo uno di questi venne mandato a terra sull’isola di Citrea a cercare aiuti : “mentre si recava   alla Capitaneria si imbatte in un  soldato semplice inglese che, vedendolo scalzo, gli diede un paio di scarpe”. E’ la prima cortesia ricevuta da un inglese. La seconda pochi giorni dopo: furono salvati da una nave britannica dopo l’ennesimo abbordaggio dei pirati.

Primo amore di Garibaldi: Francesca Roux, promessa di matrimonio al suo ritorno dal viaggio in oriente: tornerà solo dopo 4 anni e troverà Francesca già sposata.

1828 -13 marzo: attracco a Smirne; un marinaio cade in mare e viene salvato da Garibaldi.

1828 -24 agosto-21 anni: arrivo a Costantinopoli. Garibaldi si ammala e la malattia dura più del previsto. Rimane a Costantinopoli dove fa il precettore ai tre figli della signora Timoni in italiano, francese e matematica. Impara il greco e guarda con ammirazione alla guerra di indipendenza della Grecia contro la Turchia.

Quarto settennio

1828/31: attività su navi mercantili

1832 – 27 febbraio: ha il primo comando di una nave.

– marzo: in un viaggio come secondo sulla nave “Clorinda” viene ferito alla mano destra di striscio durante un conflitto a fuoco con i pirati.

1833 – 22 aprile – viaggio verso Costantinopoli con 13 sansimoniani guidati da Barrault che regala a Garibaldi il libro “II nuovo Cristianesimo” che conserverà per tutta la vita. E’ il primo incontro con il socialismo, ma Garibaldi rimane impressionato dalla sincerità e dall’idealismo di Barrault e indignato dalla persecuzione di cui i sansimoniaci erano vittime.

– 22 novembre: fine della carriera nella marina mercantile.

– dicembre: primo incontro con Mazzini, si affilia alla Giovine Italia insurrezionale a Genova (incontro che in realtà fu molto improbabile; incontro sicuro fu nel 1848).

– 26 dicembre: si arruola per servizio di leva nella marina da guerra sarda a Genova.

1834 – 3 febbraio: si imbarca sulla fregata Des Geneys.

– 4 febbraio: fallita l’insurrezione a Genova fugge a Marsiglia.

– 3 giugno: condannato a morte in contumacia dal Consiglio di guerra divisionario di Genova:

“Qui cominciava la mia vita  pubblica e pochi giorni dopo leggevo per la prima volta il mio nome su un giornale; era una condanna a morte nei miei confronti riportata dal “Popolo Sovrano” di Marsiglia”.

2° viaggio ad Odessa e vari viaggi su navi mercantili con il nome di Joseph Pane.

1835 – infermiere a Marsiglia durante l’epidemia di colera.

Partenza per Rio de Janeiro.

Quinto settennio

1836 – arriva a Rio. Fa numerosi proseliti alla Giovane Italia; acquista una lancia per il commercio costiero.

1837 – 30 anni – 4 maggio: ottiene di combattere quale corsaro per la Repubblica di Rio Grande del Sud contro il Brasile.

– 7 maggio: prima cattura: lo schooner Luisa, ribattezzato Farropilha.

– 15 giugno: combattimento navale contro gli uruguayani, è ferito gravemente alla carotide.

– 23 giugno: sequestro della Farropilha e prigionia sulla parola a Galeguay.

– novembre; tenta la fuga, ripreso viene torturato.

1838  – ricomincia la guerra corsara contro il Brasile con varie catture di navi.

1839  – 17 aprile: combattimento del Galpon de Charguenda a Brejo de Comaguà.

-14 luglio: naufragio con la Farropilha II.

– agosto; primo incontro con Anita.

– 23 ottobre: Anita si imbarca a Laguna sulla sua nave.

– 15 novembre: incendia ed affonda le sue navi per sottrarle al nemico.

-14 dicembre: combattimento del Passo di Santa Vittoria sul fiume Pelotas.

1840  –  33 anni -16 settembre; nascita del figlio Menotti a Saint Simon.

1841  – primo incontro con Francesco Anzani e ritorno a Montevideo dove vive facendo il piazzista e l’insegnante.

1842  – gennaio: assume il comando della marina da guerra dell’Uruguay in lotta contro il tiranno argentino De Rosas.

–  26  marzo; matrimonio religioso con Anita a Montevideo.

–  23 giugno: partenza per la spedizione al Paranà con tre navi: prime catture.

– 16/17 agosto: combattimento navale di Costa Brava, per non arrendersi brucia le navi.

– 21 novembre: riprende il comando navale con altre forze.

– dicembre: per la terza volta brucia le sue navi.

Sesto settennio

1843     – nasce a Montevideo la Legione Italiana

– 20 aprile: nasce a Montevideo la “Camicia Rossa” della Legione Italiana

– 10 giugno: battaglia del Cerro.

– 17 novembre: combattimento delle Tre Croci.

1844     – 28 marzo; secondo combattimento del Cerro.

– 6 settembre: occupazione isola Martin Garcia – 37 anni.

– 3 novembre: occupazione del Salto.

– 6/23 novembre; battaglia vittoriosa del Salto.

1846   – 8 febbraio: battaglia di Sant’Antonio.

1847   –

1848   – 15 aprile: salpa da Montevideo con 63 legionari per l’Italia.

–  23 giugno: sbarca a Nizza: accoglienza trionfale.

– 29 giugno: a Genova, ha ora 150 legionari.

– 5 luglio: incontra a Roverbella re Carlo Alberto: gli offre la sua spada.

– 14 luglio; il governo provvisorio di Milano lo assume come generale

– 14/26 agosto prima campagna di Lombardia (Luino, Bodero, Morazzone)

– 27 agosto: ripara in Svizzera.

– 6 ottobre: eletto deputato di Chiavari al Parlamento Subalpino.

– 8 dicembre: è invitato, con i suoi legionari, dalla Repubblica Romana.

1849     – 20 gennaio: è eletto deputato di Rieti al Parlamento di Roma.

– 5 febbraio: arriva a Roma, presenzia all’apertura della Costituente, è colpito da un grave attacco reumatico.

– 24 aprile: viene richiamato a Roma da Rieti dove era accasermato e nominato generale di brigata della Repubblica Romana.

– 25 aprile; sbarco dei francesi a Civitavecchia per attaccare Roma.

– 27 aprile: entra in Roma con le sue truppe.

– 30 aprile: primo vittorioso combattimento a Roma contro i francesi; è ferito all’addome.

– 6/17 maggio: campagna napoletana (Palestrina, Valmontone, Velletri).

– 2 giugno: ripresa dell’attacco francese contro Roma.

– 30 giugno: ultimo combattimento e caduta della Repubblica Romana.

– 2 luglio: esce da Roma con Anita e le sue truppe, deciso a continuare la lotta.

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(Continua)

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Note

1) G. Bovio – dal discorso commemorativo tenuto a Bari, in “ Scritti filosofici e politici” Napoli, Ernesto Anfossi Editore – Librajo 1883

2) J. Ridley “ Garibaldi “ A. Mondadori Editore 1975

3) Ibidem

4) C. Gentile “ G. Garibaldi” Edizioni Bastogi, 1981

5) Ibidem

6) J. Ridley “ Garibaldi” A. Mondadori Editore 1975

7) G. Garibaldi “Autobiografia”

8) J, Ridley A. “Garibaldi” A. Mondadori 1975

9) G. Garibaldi “ Autobiografia”

10) J. Ridley “Garibaldi” A. Mondadori 1975

11) Ibidem

12) Ibidem

13) Ibidem

14) G. Garibaldi “ Autobiografia” Trad. Speranza von Schwartz

15) Ibidem

GIUSEPPE GARIBALDI, SCIENZA DELLO SPIRITO

ISIDE SOPHIA-DODICESIMA Lettera (Parte I)

Denderah

DODICESIMA LETTERA

Marzo 1945

LA NATURA DEL MONDO PLANETARIO:

MARTE

(Continuazione)

Nella nostra ultima Lettera abbiamo descritto in dettaglio la natura e la sfera del Pianeta Marte. Ora proveremo ad illustrare questa conoscenza in un certo numero di cieli di nascita storici. In una tale considerazione , abbiamo bisogno di tener conto non soltanto del momento reale della nascita, bensì anche del periodo dello sviluppo embrionale prenatale. Sebbene la posizione di Marte al momento della nascita dia il quadro decisivo della natura di Marte di un essere umano, i movimenti e i gesti di questo Pianeta durante lo sviluppo embrionale sono pure importanti. Essi mostrano l’evoluzione interiore delle forze animiche nei confronti della manifestazione finale della natura di Marte. Per comprendere la qualità essenziale di Marte in relazione alle dodici Costellazioni dello Zodiaco, dobbiamo partire con la Costellazione della Vergine.

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Marte in Vergine: quando nacque Giovanna d’Arco, il 6 gennaio 1412, Marte aveva lasciato la Costellazione del Leone ed era sul punto di entrare nella Vergine. Questo esempio ci dà un’impressione di come un essere umano percepisca il mondo e di come questo mondo risvegli la coscienza nell’anima. In questo caso Marte, che non era ancora pienamente entrato nella Vergine dopo esser passato attraverso le Costellazioni dai Pesci al Leone durante lo sviluppo embrionale, era ancora libero dall’influenza della Caduta che era avvenuta durante l’evoluzione dell’Antica Luna e che abbiamo descritto nell’ultima Lettera. Esso aveva ancora una qualità simile al Sole e non era ancora ostacolata dall’influsso oscurante delle Potenze “ribelli” nell’Universo. Il corpo animico era ancora in uno stato di innocenza cosmica. Questo ci aiuta a comprendere lo strano potere che era vivo in Giovanna d’Arco e che la rendeva capace di intervenire in maniera così decisiva nel corso della Storia. Non era solo entusiasmo ciò che le dava forza e impavidità, ma era la certezza incrollabile della sua vocazione spirituale. Essendo le forze della sua anima al di là delle Potenze oscuranti e indebolenti dell’Ostacolo dovute alla Caduta, la magia solare del suo apparire operava come un miracolo strano e irresistibile sul popolo del suo tempo.

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Quando nacque Friedrich Nietzsche, il famoso filosofo (il 15 ottobre 1844), Marte era già entrato nella Vergine. Era entrato nella regione dello Zodiaco che riflette l’entrata nella grande epoca cosmica durante la quale la ribellione di cui abbiamo parlato ebbe luogo. Anche questo Marte di Nietzsche passava attraverso le Costellazioni dai Pesci alla Vergine. Ciò indica che anche nel corpo animico di Nietzsche viveva qualcosa come l’innocenza cosmica che abbiamo trovato in Giovanna d’Arco, tuttavia nel suo caso questa innocenza cosmica divenne la vittima delle Potenze superumane distruttive. La vita di Nietzsche è una delle più grandi tragedie. Marte sulla sua via dai Pesci alla Vergine non poté vincere un’opposizione di Saturno nella seconda metà dello sviluppo embrionale di Nietzsche. La potenza animica innocente, solare, che era nascosta in Nietzsche e che in maniera timida tentò di irrompere in alcuni dei suoi scritti, così come nella relazione con Richard Wagner, non poté discendere dalle sue altezze spirituali nelle realtà della vita terrena. Così il suo essere animico venne straziato, e divenne folle nel 44° anno della sua vita.

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Marte in Bilancia: Marte entrò in Bilancia quando Tommaso Moro nacque il 7 febbraio 1478. Qui Marte ha già fatto un passo ulteriore nella regione che riflette la Caduta entro l’evoluzione dell’Antica Luna. Da quel che conosciamo del suo destino, se proviamo a metterci al posto di Tommaso Moro, troviamo che egli era circondato da un mondo nel quale impulsi oscuri operavano ad opporsi alla manifestazione della verità spirituale. Comunque, Tommaso Moro stava eretto in mezzo a questa tenebra. Era una così grande individualità, e il suo corpo animico o di coscienza era così ricolmo di luminose forze solari, che egli fu capace finalmente di essere vittorioso sulle prove del destino. Possiamo trovare questo potere animico riflesso nel movimento prenatale di Marte. All’epoca del suo concepimento Marte era in Toro, e poi si mosse attraverso le Costellazioni dei Gemelli, del Cancro, del Leone e della Vergine fino a che finalmente non passò in Bilancia. Troviamo qui di nuovo la cosmica innocenza delle forze di Marte che abbiamo trovato pure nei due esempi dati sopra. Ciò dette a Tommaso Moro la sua grande forza di carattere.

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Marte in Scorpione: Marte in  Scorpione è il preciso riflesso cosmico della Caduta entro l’evoluzione dell’Antica Luna. Esso è un’espressione delle forze animiche che sono sommerse, in una maniera o nell’altra, dalle conseguenze dell’evento che abbiamo descritto; quell’evento che dopo lunghi periodi di evoluzione infine fece apparire la Terra puramente materiale.

Quest’influenza di Marte in Scorpione possiamo trovarla in cieli di nascita come quello di Bacone da Verulamio, nato il 22 gennaio 1561 e dell’Arciduca Rodolfo d’Austria, nato il 21 agosto 1858. Bacone da Verulamio, in special modo verso la fine della sua vita, fu sconfitto dall’impulso che condusse alla moderna concezione della scienza naturale. Egli è stato persino chiamato il padre dell’empirismo, che divenne così importante nel metodo scientifico. Questo è un empirismo che non prende in considerazione la presenza di veruno spirito in Natura. Esso considera i fenomeni della Natura semplicemente come il risultato delle reazioni più o meno meccaniche di sostanze materiali. Così quelle forze che avevano la loro origine nella Caduta portarono l’umanità al punto più profondo dell’intero corso della sua evoluzione, onde l’umanità giungesse a sperimentare il mondo come pura materia.

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L’Arciduca Rodolfo d’Austria divenne così insoddisfatto della vita ristretta e veramente materialistica, che come erede della corona austriaca e ungherese egli era obbligato a vivere, da suicidarsi. Ciò mostra che l’impulso di Marte della Caduta, se non fermato, può addirittura distruggere una vita umana.

Marte in Sagittario: Marte in Sagittario riflette una condizione del corpo astrale che porta agli esseri umani un’esperienza del conflitto del mondo materiale con la scintilla dello Spirito dentro di loro. Quando Goethe nacque, il 28 agosto 1749, Marte era entrato nella Costellazione del Sagittario. All’epoca del suo concepimento Marte stava in Vergine. Da lì esso muoveva attraverso la Bilancia e lo Scorpione e negli ultimi mesi dell’evoluzione embrionale di Goethe fece un nodo in Scorpione e in Sagittario.

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A causa della natura individuale del corpo animico di Goethe l’effetto della Caduta potrebbe esser visto pienamente in questa personalità, ed egli riconobbe dentro di sé il conflitto dovuto a questo evento cosmico. Egli parla delle due anime che vivevano in lui. Una tendeva sempre a trascinarlo giù nella regione nella quale i sensi hanno trovato modo di sperimentare un mondo di pura materia, e l’altra lo richiamava al Mondo Celeste in cui vivono quegli Spiriti che sono i sublimi antenati dell’essere proprio dell’umanità. Possiamo pure sperimentare che Goethe, nella sua lotta tra queste forze nel suo corpo animico, vinse le conseguenze della Caduta. Egli purificò la coscienza delle sue esperienze sensorie. Poté vedere lo Spirito operante nella Natura e lo descrisse nei suoi scritti sulla pianta Archetipica. Egli percepiva questa come il prototipo sovrasensibile di tutta la vita vegetale esistente, che appare modificata nelle peculiarità dei tipi visibili del mondo vegetale.

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Un’altra personalità che aveva quasi gli stessi gesti di Marte nel suo cielo di Nascita e durante il suo sviluppo prenatale è il conte Leone Tolstoj, nato il 9 settembre 1828. Se leggiamo le sue biografie, i suoi diari e i suoi libri, molti dei quali rivelano la lotta della sua vita, possiamo scoprire in lui quella discordia che origina dalla Caduta causata dallo sviluppo del corpo astrale umano. Egli si sentì continuamente lacerato tra un mondo di materia , che lo afferrava attraverso i suoi sensi, ed un mondo che era la manifestazione dell’evoluzione spirituale dell’umanità e dell’Universo. Egli soffrì violentemente a causa di questa discordia, tuttavia anche lui in grande misura vinse quella Caduta. Questo è rivelato non tanto dalle sue azioni e dai suoi scritti, bensì dalla maniera in cui alla vita animica dell’umanità egli oggi appare come essere umano. Il semplice suono del suo nome ha un certo peso nella vita culturale di oggi, e ciò non può essere facilmente messo da parte.

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Marte in Capricorno: Marte in Capricorno riflette una condizione del corpo animico umano che lo rende capace di vincere le conseguenze della Caduta. Ora, l’essere umano può infine redimere la dualità creata dalla tentazione dell’umanità dalle forze della grande Caduta cosmica.

Allorché nacque Richard Wagner, il 22 maggio 1813, Marte era entrato nella Costellazione del Capricorno. All’epoca del suo concepimento esso stava in Leone. Così esso si mosse durante lo sviluppo prenatale attraverso Leone, Vergine, Bilancia, Scorpione e Sagittario finché non entrò in Capricorno. Questo significa, per così dire, un lungo viaggio di queste forze prima che esse raggiungano la loro mèta finale. Possiamo trovare ciò confermato nella vita di Richard Wagner. Vi era nella sua natura animica qualcosa che era come l’eredità di un’innocenza solare, derivata da stadi passati dell’umanità, allorché essa non era ancora entrata così profondamente nell’abisso della separazione dal Mondo Spirituale. Troviamo ciò riflesso nella posizione di Marte in Leone. Poi lo vediamo entrare nelle Costellazioni che riflettono la Caduta. Questo è in relazione con un lungo periodo di lotta interiore e difficoltà. Comunque, più tardi nella sua vita egli raggiunse la mèta del suo anelare. Egli trovò ciò che chiamava “pace dai poteri dell’illusione” nella sua propria anima, e a partire da questa pace dell’anima poté creare la musica del suo ultimo grande dramma: il Parsifal. Marte in Capricorno anela alla pacificazione delle forze animiche, che erravano attraverso la valle profonda del rinnegamento umano dello Spirito e della solitudine entro il mondo materiale, risultanti dallo sviluppo del corpo animico umano dalla ribellione entro l’evoluzione dell’Antica Luna.

Marte in Acquario: Con Marte in Acquario qui sorge il problema se l’essere umano possa non soltanto anelare alla purificazione della natura di Marte, bensì addirittura redimere la dualità entrata nell’anima come risultato della Caduta. L’anelito alla redenzione della discordia nel corpo animico umano è per lo più collegato – visto da un punto di vista superficiale – con catastrofi nella vita umana. Da un punto di vista più spirituale esso è per lo più una lotta tra le forze della testa e quelle del cuore. Nella testa sono attive quelle forze del corpo astrale che attraverso i sensi sono atte a collegare l’umanità troppo fortemente col mondo della materia, mentre quelle forze che operano mediante il cuore vogliono stabilire attraverso il potere dell’Amore il collegamento dell’umanità con l’Universo. La testa e i sensi sono aperti alla tentazione ahrimanica; il cuore deve guardarsi dalla tentazione di Lucifero.

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Ciò può addirittura condurre, in certe circostanze, a malformazioni fisiche. L’astrologo Alan Leo riporta il caso di un bambino che era nato “senza sviluppo craniale cerebrale posteriore, in realtà meramente una maschera frontale”. Allorché nacque questo bambino, Marte era in Acquario. Naturalmente ciò non fu il solo fatto nel cielo di nascita che indicava la causa di questa malformazione. Abbiamo come esempio storico il cielo di nascita di Maria, Regina di Scozia. Quand’ella nacque, il 7 dicembre 1542, Marte era appena entrato in Acquario. All’epoca del suo concepimento esso stava tra la Bilancia e lo Scorpione, ove cominciò a formare un nodo.

Abbiamo così un ottimo esempio di una personalità che attraverso il suo corpo astrale era coinvolta nella Caduta. La posizione di Marte in Acquario all’epoca della sua nascita indica che ciò era soltanto un lato della sua natura. La storia della sua vita prova che ella fu continuamente assorbita dalla lotta tra la sua coscienza della testa e quella del suo cuore. Possiamo comprendere soltanto in questa maniera il caos attraverso il quale ella dovette passare in certi periodi. L’ultimo atto che avvenne nella sua vita, la decapitazione, è come un simbolo della lotta gigantesca entro questa personalità.

Da un punto di vista esteriore può apparire che ella non riuscì nel riconciliare le forze della testa e quelle del cuore, in quanto la sua testa fu recisa dal cuore. Nonostante ciò, durante la sua lunga prigionia, ella gradualmente stabilì dentro di sé la pace tra le forze opponentisi nella sua anima. Alla fine rimase come vincitrice sul campo di battaglia del suo proprio essere, e i dettagli della sua morte sono come una distorta caricatura riflessa dipinta dalle potenze della gelosia che si oppongono spiritualmente.

(Continua)

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ISIDE SOPHIA - Introduzione all'Astrosofia - Willi Sucher, LIBRI E AUTORI

SUL CANTO DEL BEATO

Peter Brooks Mahabharata Krishna talks to Prince Arjuna - (2)

I seguaci dell’antroposofia fin troppo spesso nulla sanno di quanto non sia strettamente legato ad essa. Ma su ciò dovrei correggermi. Vedo sedicenti antroposofi conoscere a menadito Osho, l’AMORC, le Kabbale, Krishnamurti, poi le cloache chiamate canalizzazioni e altre (infinite?) sciocchezze.

Neppure un timido un balbettio sugli autorevoli critici, vuoto pneumatico con gli autentici testi della tradizione. Poi Steiner e Scaligero, ma leggeri come i saldi di fine stagione: ottimi per libertine e esibizionistiche discussioni.

Che questo sia il futuro che avanza? Che ci sia una nuova scuola esoterica molto, ma molto a sud di Ushuaia?

Lascio ai lettori la meditazione sul senso del verbo avanzare, invito tutti a corsi di geografia esoterica, e riprendo il filo.

Va bene, anzi benissimo, seguire il pensiero scientifico-spirituale sulle “Basi occulte della Bhagavad Gita”, però esiste pure la Bhagavad Gita per se stessa e, se non erro, nell’”Iniziazione” Steiner stesso la indica come un testo che è cibo per l’anima.

Allora, è conosciuta o no?

Sfrondata da studi filologici ed esegesi, non è mica un grosso testo ed è rintracciabile in qualunque libreria, anche in edizioni di pochi soldi. Dunque di facile acquisto e ognuno poi fa quello che vuole.

Però mi stupirebbe se nelle fornite biblioteche personali di figure a vasto raggio di interessi spirituali, ça va sans dire, questo aureo volumetto non ci fosse proprio.

Non smetto di ritenere che riassunti o bignamini non comunichino nulla di buono: le Opere dettate dalle altezze (di qualunque tempo), qualora le anime sappiano riconoscerle, dovrebbero essere avvicinate e “trattate” con un minimo di rispetto, anche quando manchi una devozione sincera.

Farle a pezzi non è rispettarle”, come diceva il capo ispettore Abberline nei riguardi delle povere vittime di Jake the Ripper. Eppure i festoni di budella appese sono il prodotto dell’encomiabile fatica quotidiana di chi, credendo d’essere l’attuale incarnazione del maestro del maestro, lancia alla canaglia indefinibili pezzi di cose alte o sacre: così va il mondo dell’illusione elevata a potenza.

Purtroppo chi fa ciò come nobile arte di sottoscala si autogiustifica sempre e comunque: in nomine diaboli, puto.

Qui, da parte mia, preferisco dunque limitare le prossime righe alla cornice in cui si situa “Il Canto del Beato”, confidando nell’interesse dei lettori per l’ulteriore proseguimento.

La Bhagavad Gitā è un un episodio del Mahābhārata, narrazione epica di una visione della grande India unificata in cultura e vita politica, completata tra il V e il I secolo avanti Cristo e che si traduce letteralmente come “La grande India”.

Quando Dhritarāshtra, il re cieco dei Kuru diviene vecchio decide di cedere il trono non a suo figlio Duryodhana ma a Yudhishthira, il figlio maggiore di Pāndu, suo fratello minore.

Duryodhana, uomo di inclinazioni cattive, mediante scaltrezza e tradimenti, si impadronisce del trono e cerca ogni mezzo per annientare Yudhishthira e i suoi quattro fratelli.

Krishna, divinità incarnata, tenta di conciliare le parti: in nome dei cinque Pāndava chiede per essi cinque villaggi ma Duryodhana rifiuta brutalmente e dice che senza battaglia non cederebbe nemmeno uno spillo di terra. Diviene inevitabile battersi per la giustizia e il diritto.

Tutti i principi dell’India si uniscono ad una delle due fazioni. Krishna, amico imparziale, offre una scelta e Duryodhana sceglie per sé il potente esercito di Krishna e Krishna entra nel campo opposto, non come combattente ma come auriga del carro di Arjuna (uno dei cinque pāndava).

Drona, il maestro di ambedue, sceglie Duryodhana perché il suo nemico Drupada ha scelto l’altro campo. Bhīshma, parente di ambedue i capi delle opposte fazioni, l’uomo più forte dell’India seppure anziano e che aveva tentato la riconciliazione, dopo un scrupoloso esame di obblighi e doveri e visto che nemici s’erano schierati a fianco dei pāndava, decide di combattere con Duryodhana per dieci giorni e poi di ritirarsi in morte volontaria ottenuta cioè con mezzi iperfisici.

L’auriga del carro del vecchio re cieco e spodestato svolge per lui la cronaca degli avvenimenti della lotta mai superata in importanza nella storia dell’antica India: qui inizia la Bhagavad Gitā, ossia il Canto del Beato, perché ripete le parole di Krishna, il divino incarnato e perché insegna all’uomo come elevarsi alla coscienza divina, realizzando nella sua vita terrestre il Regno dei Cieli.

Dei cinque fratelli pāndava, il maggiore è il più puro e virtuoso (sattvico), il minore è il più forte (rajasico) mentre Arjuna, terzo dei fratelli, è in equilibrio in forza e purezza: per questo viene scelto dal Divino per essere il suo principale strumento nella grande guerra che doveva determinare, nel mondo, un ciclo, yugāntara, e per essere il discepolo a cui dare il messaggio divino della via allo Spirito.

Se pensiamo l’insegnamento antico come staticamente immerso nel suo proprio splendore, la figura di Arjuna e il momento dell’insegnamento infrangono tale pensiero.

Arjuna è un uomo attivo, osservante delle leggi che regolano la vita dell’uomo giusto, posto nel mezzo della sua più profonda e violenta crisi. Il suo temperamento è indicato dall’inizio del libro ed è conservato fino alla fine: consapevole del grande massacro (di cui è destinato ad essere il principale strumento!), quello che sorge nella sua anima non è ragione filosofica o spirito riflessivo ma da uomo pratico e d’azione scopre di colpo di venir privato di tutto il fondamento della fiducia in sé e nella vita.

Egli, vissuto finora seguendo la legge (dharma) e mettendo in pratica le nozioni di diritto e virtù, scopre improvvisamente che esse l’hanno condotto a diventare il protagonista di un massacro terrificante e inaudito, di una mostruosa guerra civile che incendia tutte le nazioni, prepara la strage dei più valorosi eroi e minaccia la rovina della civiltà.

Allora Arjuna, gettando lontano l’arco divino e la faretra inesauribile che gli erano stati dati dagli dei, esclama: “ è meglio che io mi lasci massacrare, disarmato e senza resistenza, dai figli armati di Dhritarāshtra. Non combatterò”.

Non è il dubbio di un pensatore ma piuttosto la rivolta elementare di tutto il suo essere: non solo il suo pensiero ma anche il cuore e gli impulsi vitali non trovano più regole d’azione, nessun valido dharma.

Egli chiede allora a Krishna una regola sconosciuta, mentre il Maestro lo condurrà verso il segreto che Arjuna non cerca né conosce. Il Divino non vuole condurlo ad una legge qualsiasi (inevitabilmente umana) e chiede piuttosto che rinunci a tutti i dharma, tranne a quello, ben diverso da tutti, che consiste nel vivere coscientemente nel Divino e nell’agire secondo questa consapevolezza.

Il Maestro deve dare al discepolo una nuova legge di vita e d’azione che vada oltre l’insufficiente regola dell’esistenza ordinaria con l’infinita serie di contraddizioni e conflitti, di dubbi e certezze illusorie, così che liberi l’anima dai legami dell’azione senza impedirle di agire e con forza conquistare l’immensa libertà del suo essere divino.

Anche il Canto del Beato, come ogni altro testo, può essere mal tradotto. Basta poco per farne oggetto di erudizione oppure nel dare più luce alle parti preferite mettendo in ombra il resto. Spesso è stato detto, nella critica positiva, che la Gitā sarebbe, essenzialmente, l’insegnamento dello yoga dell’azione (karma-yoga). Ciò non è falso ma solo limitativo, come se da un pugno di sabbia si pretendesse di conoscere l’immensa spiaggia che scivola nell’oceano. Forse è più semplice: il Canto vuole che si viva nel Divino – “sebbene nel mondo, tuttavia in Dio” – . Esso vuole che l’uomo, oltre a vivere nella carne, nel cuore e nell’intelletto, viva nello Spirito. L’uomo, che vive nel mutevole corso del tempo, giunga a vivere nell’Eterno.

Ancora un rilievo: Arjuna è un uomo d’azione, è un uomo concreto e, nel drammatico momento dell’imminente combattimento, è anche uomo interiormente lacerato, confuso, ma è già amico di Krishna: riconoscerà in pieno, durante il dialogo l’infinita natura divina dell’amico, ne prenderà a poco a poco consapevolezza ma, è questo che voglio sottolineare, il Dio è con lui sul suo carro: è già suo amico. Tra i due c’è amicizia già prima che il Divino gli si riveli. Non è cosa di poco conto, non vi pare? E ognuno tragga da ciò qualche conclusione.

La Gitā non è arma di battaglie dialettiche,

è una porta che si apre sull’intero mondo di Verità,

di esperienza spirituale, e la visione che offre comprende

tutti i domini del piano supremo. Essa traccia il cammino,

ma non innalza mura o barriere per confinare la nostra visione.

(S.A.)

TRADIZIONE

E SOLLEVA

24 MARZ 2015 FK 002

CONTORTA E RIPUGNANTE SUPERBIA DEL MAGNETE.

RAFFINATA INTELLIGENZA SPREZZANTE E GELIDA
ALLA CUI BASE VI E’ SOLO POTENZA.

NON PENSA MA SOLTANTO VUOLE.

IMMERSA IN UN MARE DI SUPERBIA
FRA TESISSIME E INDURITE CARNI OCCULTE
DA CUI TRAE LA POTENZA DEL MENTIRE.

CERTA DI POTER NEGARE IL VERO.
CERTA DI IMPRIMERE OLTRAGGIO E PENA.
CERTA DI ESSERE TANTO IMPERIOSA
DA POTER INFLIGGERE VERGOGNA E DEBOLEZZA.

VERGOGNA E DEBOLEZZA SONO IL SENSO ED IL SIGNIFICATO
DEI NODI DI ENERGIE CHE PRESIEDONO AL VIGORE INTELLETTIVO
CHE ALBERGA E VIVE NEI FAVORITI DA ARIMANE.

LE FURIOSE SENSIBILITA’ DEGLI ANCORATI AI POTERI FISICI DEL MONDO.

I SENZA CIELO.

I TORREGGIANTI NEL VIGORE DENSO E COMPRESSO
CHE DISPREZZA E SI MINERALIZZA.

ROCCE DI CARNE PENSANTE FRA RAFFINATE BLASFEMIE
IN CUI L’ANIMA E’ SOSTITUITA DAL PESO CHE SI AGGRUMA
E DAL GHIGNO CHE ATTERRISCE MENTRE SENZA PAROLE :
IMPONE LA DEMENTE CERTEZZA CHE NEL BENE VI SIA SOLO OTTUSITA’.

I DISEGNI DI FORZE INTENSISSIME E DENSE E MALIGNE.
FRA I GIGANTI DEL CORPOREO INSUPERBIRE CEREBRALE.

INTELLETTO DI DEMONI CHE GIUDICA INERMI I MENO MALVAGI.

MA INFINE :
TALI RAFFINATE E OPEROSE SPIRALI DI SUPERBO DISPREZZO PENSANTE :
VENGONO POSTE AL COSPETTO DEL POTERE UNITIVO CHE CONTEMPLA I CONCETTI E NE VIVE IL VALORE.

E PER ATTIMI ETERNI IL POTERE DI ROCCIA E SUPERBIA : FRANTUMA.

UN SILENZIO CHE ATTINGE AL VALORE SOLARE
IN CUI L’ALTISSIMA IDEA  – MANTENUTA E VOLUTA- CONDUCE E RESPIRA :
CONTEMPLA E DISVELA QUEL MISERO ORGOGLIO INFERNALE
E LO PLACA POICHE’ NE DECIFRA IL MENTIRE.

LO PLACA POICHE’  STRUTTURATA DI SOVRAMENTALE COERENZA AL PURISSIMO UNIRE :
ATTRAVERSA IL DISPREZZO TENACE E ODIOSISSIMO
CHE NE RESTA SCONVOLTO.

AVVIENE L’IMPRIMERSI ESTREMO DI UN SOTTILISSIMO BENE.

L’ARMONIA DEL RICORDO RISPLENDE NELL’ATTIMO DESTO IN CUI SOVRUMANO VALORE LAMPEGGIA.

L’AFFACCIARSI DELL’ESSENZA DAI TRATTI DIVINI
NELL’ATTIMO AUREO
IMPRIME IL VALORE CHE DISTRUGGE UN RITO DI OLTRAGGI E MENZOGNE
CHE MUOVEVA DESTINI E PENSIERI.

E FRANA ED ARRETRA LA COMPLESSA STRUTTURA DI ENERGIA
NEL SUPERBO STRIDORE DI PIETRE E MAGNETI
CHE NON RIESCONO PIU’ A FARSI MENZOGNA.

TORTUOSI PROCESSI MENTALI PERDONO FORZA E CERTEZZA.

E’ L’AVVENTO DI UN APICE PURO CHE PER ATTIMI
SANA RICREA ED INNALZA.

SONO ATTIMI ETERNI.

LAMPI DI AURORA CELESTE
IN CUI RISORGONO LEGITTIME ALTEZZE DEL VERO VALORE.

CIELI RINATI FRA ABISSI MENTALI
CHE VENGONO SMOSSI E PERCORSI DA LUCI RISORTE.

VERO VOLTO SI IMPRIME
SOTTILISSIMO E NETTO.
QUALE VESTE DEL SOLO VALORE CHE SOSTIENE IL REALE.

ESSENZA DEL LOGOS
CHE NEL PENSARE DARDEGGIA DALL’IO.
E SOLLEVA.

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HELIOS FK AZIONE SOLARE

Copia-di-APR-MAG-2015-FK-0031

HELIOS-FUOCO-SOLARE-FK-18-OTT-2012-FK-0041

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ARTE, La Poesia di FK AZIONE SOLARE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

SPIGOLATURE

Rudolf-Steiner-

Ogni parola di Steiner tornava a noi più profonda, immensamente arricchita quando Lui la pronunciava”

Questa è una di quelle frasi che molti discepoli del Dottore hanno scritto rievocando una impressione comune per coloro che ebbero in sorte la possibilità di essere presenti e di udire la sua voce. Un ricordo, ma uno di quei ricordi che non abbandonano più l’anima per il resto del suo cammino.

Perché dentro c’è tanto. Ma che a mettere in parole è assai difficile, forse troppo difficile. E vale anche per me che ormai do per scontate fin troppe cose. Ora (se qualcuno lo ignorava…) insisto più volentieri a sottolineare il carattere precipuo dell’esercizio interiore, poiché i grandi ostacoli vengono dall’anima: l’anima comune che svolge funzioni naturali e necessarie, ma che nello spiritualismo mi pare fin troppo celebrata. Quell’anima in cui ci identifichiamo e che desidera l’omeostasi, la stabilità della propria condizione.

Al contrario, è proprio quando le sue funzioni naturali vengono sospese o deviate o invertite, si apre il varco interiore in cui si libera il percorso tra la volontà e il pensiero: condizione che non è il “risultato” o un risultato esotico e isolato, ma è la pietra angolare della reintegrazione.

Vista la situazione interiore di quando si comincia, di come si comincia, che è come una trama di nebbie fitte, tutte le situazioni umane che ho potuto osservare nel corso di molti decenni (compresa la mia) mi hanno indicato che il capire questo percorso è cosa difficilissima e che la semplice comprensione intellettuale o peggio ancora una acritica adesione sentimentale non vale un centesimo bucato (ho scritto “comprensione intellettuale” e così ho detto una stupidaggine poiché il comprendere è cosa serissima, sacra, persino rara. Credo che la comprensione abbia poco o niente a che fare con ciò che nel mondo passa con questo termine). Neppure una onesta ma astratta decisione riesce a mandare avanti qualcosa. Queste sono le buone intenzioni che illuminano il cielo della coscienza di una realtà simile all’effimera fioritura di un fuoco d’artificio.

Per fare qualcosa (di vero) serve che tutto l’uomo risponda all’appello. Non è necessario che lui ne sia completamente consapevole. Anzi, se si muovesse solo quello che c’è nella consapevolezza faremmo ben poco.

Ad un certo momento –  dopo molto ma anche subito – rivedendo il proprio percorso più essenziale di vita o abbandonandosi a una particolare condizione meditativa oppure attraverso una percepibile irruzione delle profondità sollecitata da una richiesta altrettanto profonda, ascende attraverso gli strati oscuri dell’anima una causa: è senza nome ma possiamo chiamarla karma prenatale, Io superiore, grazia divina, Tao…oppure anche stare zitti: succede che ci viene data la bicicletta e pedalare è poi affar nostro.

Possiamo anche gettare la bici (scusate la grossolanità dell’analogia) in un fosso e vivere come non fosse successo niente. E’ il bello di quella eccezionale condizione di libertà che possediamo nella sfera terrestre.

Quando Scaligero era presente, buttare l’evento interiore nel fosso era assai più difficile. Non perché vi fosse coercizione, ma perché ogni sua parola si formava come un involucro dello Spirito.

Talvolta la “testa” non afferrava, ma il cuore sì; esso riconosceva con stupita devozione la consonanza. Lo Spirito riconosceva lo Spirito.

Le sue, alle volte assai parche parole, praticamente le vedevi entrare nel mondo come fosse la prima volta oppure come rarità preziose: erano epifanie. Spesso intervallate dal silenzio. Anche il suo grande mentore, il dott. Colazza, faceva del silenzio un’arte: illuminante per alcuni, insopportabile per altri. Chi lo conobbe coniò il termine “silenzio attivo”, intuendo che il suo lavoro spirituale si svolgeva ben oltre la dottrina, la logica, i suoni e i rumori.

Come ho scritto sopra, bastava che una singola parola del Dottore venisse pronunciata da Scaligero ed era come la sentissi per la prima volta: diventava una porta aperta su altezze e profondità di cui mai ti saresti accorto: intuivi a malapena quale potesse essere il vero livello del discorso. Toccavi con mano la tua distanza, l’abisso che ti separa dalla vera comprensione dell’Opera del Dottore e dell’interiore tenore – sopramondano – di Massimo Scaligero.

Racconto un fatto narratomi da persona che poi fu molto vicina a Scaligero: andò da lui quasi con rabbia avendo conosciuto fin troppi spacciatori di spiritualità: “Forza! Proviamo a conoscere anche questo…tanto…, uno in più…”. Palesemente aggressiva si impose di ascoltare anche Scaligero.

Massimo, in tutta calma, le espose la costituzione interiore dell’uomo. Non aggiunse nulla.

Però la persona in questione, uscita poi in strada, sentiva a malapena il selciato: “Camminavo ma era come se non toccassi il terreno e, a tratti, forse non lo toccavo”.

A me, che spremevo tante concentrazioni ma poche meditazioni (nessuna), un giorno chiese: “Fai meditazione?” gli risposi di no e lui: “E’ persino più facile della concentrazione”. Un lieve sospiro, (che tradussi in un: “che lavoraccio con queste teste dure”) poi disse: “Ti mostro come si fa”. Pronunciò una parola, per niente misteriosa e feci…la meditazione più intensa e perfetta della mia vita. Fu un suo dono.

Non possiamo “imitare” Massimo Scaligero, come, sbattendo le braccia, non si può volare nel cielo tra le aquile; questo è certo. Ma potrebbe essere realistico ricordare il livello dello Spirito e delle Virtù che generosamente donava imparzialmente a tutti.

Ma poi occorre coraggio dell’azione individuale, tutta nostra.

*

Come scrisse un amico, la corda va tesa, senza curarsi se si spezza: che si spezzi!

Esiste per l’uomo anche il coraggio di conoscere ciò che egli è, che si è: il coraggio nella umana desolazione, quello crudo e senza fingimento. Lì intorno, il riduzionismo antroposofista che si traveste di ampiezza è il porto sicuro della menzogna. Il pannicello protettivo che cela la realtà, che ottunde, che travia.

In un commento, un valido collaboratore ora passato su posizioni piuttosto diverse, osservò come dietro ai sermoncini di qualcuno, alle assai più dotte conferenze o scritti di altri, ci fosse l’impulso inconscio di frantumare, diluire, soffocare l’atto più conseguente: pensare liberamente e volitivamente il pensiero originale dell’Iniziato.

Esso è lì, in attesa di essere nuovamente pensato sino alla consumazione della sua necessaria forma dialettica: da lì si può risalire…oppure ci si curva in spiegazioni, deduzioni, nessi culturali. Cosa non impossibile che accresce persino l’aura di autorevolezza di alcuni personaggi, ma che, a guardarci negli occhi, è solo fuga, paura e vergogna.

L’eterno soliloquio, il moto perpetuo del pensiero insignificante, va dominato, va arrestato: occorra pure un tempo quasi infinito. Un tempo si attenuava con molti mezzi la sua attività: ora questa strada butta a mare centinaia di anni di evoluzione e offre il quasi certo rischio di uno stato in cui la presenza dell’Io viene appannata sino allo sconfinamento in quella landa tra veglia e sonno chiamata trance o rêverie. Ora occorre immergersi con coraggio nel fiume del pensiero con un pensare più vigoroso, più intenso del suo corso naturale, ma non è cosa facile: è un’azione faticosa e dolorosa: afferra, in concreto, tutto l’uomo: tutto l’essere ne è coinvolto.

E’ possibile avvertire la ribellione dell’ordinario pensiero psichico che vuole contrastare con ogni mezzo la rinascenza di ogni singolo pensiero voluto dall’Io e certo, non è una scaramuccia ma una lunga guerra: una contesa tra due soggetti. Guerra che si svolge sul terreno della libertà umana: è il luogo dove maestri o dei non hanno accesso. Nemmeno le vittorie vengono vinte una volta per tutte: ciò che oggi si è conquistato può venir perduto domani. Ciò spiega gli strani – tragici – arretramenti di figure notevoli che ripiegano su posizioni di rendita personale o persino antitetiche alla strada originariamente intrapresa.

*

Ho scritto che tutto, dell’uomo, viene coinvolto. Allora qualcuno potrebbe, a ragione, chiedersi a cosa andrebbe incontro ciò che si sente come proprio. Nell’anima, ciò che sentiamo come maggiormente nostro riguarda la sfera del sentimento: lo avvertiamo come un mondo che appartiene solo a noi stessi, dunque per ogni individuo è cosa preziosissima.

Il problema che si pone è questo: da un simile atteggiamento non è possibile qualsiasi altro passo: grossolano o raffinato che sia, il sentire tende ad alimentare se stesso, a vivere in sé. Questa è la condizione che possiamo chiamare naturale.

Ma l’operatore, il ricercatore, l’asceta vuole evolvere ed è assolutamente possibile portare il sentimento in tale evoluzione. Purché non entrino in gioco e si rafforzino rappresentazioni comuni ma errate. Sono quelle che derivano dalla tendenza naturale indicata sopra. Parlo della “nobilitazione dei sentimenti”. Sentite, in ogni uomo normale convivono molte cose diverse: alcune (o molte) belle e splendide, altre (o molte) vergognose e brutte. In questo senso vi sono davvero uomini migliori e uomini peggiori…poi magari, in momenti particolari tutto si ribalta e dal migliore scaturiscono pessime azioni mentre il peggiore agisce con generosità ed eroismo. Ho conosciuto tanto velleitarismo ma scarsissimo prodotto: tuttalpiù abit-udini, cioè abiti: roba indossata.

La rappresentazione più corretta ci indica non il nobilitare, ma il trasformare. La differenza tra i due si misura col metro della realtà. Può apparire come immagine di gradini di sviluppo.

Il primo è indiretto (tutti sono indiretti se non si voglia, come ha sottolineato un collaboratore di Eco, cadere nella stupidità astratta di parlare di “sentire il sentire”). Si consegue con il lavoro che permetta di coniugare il pensiero con la volontà: in ogni suo momento il sentire è presente, ma nella apparente forma negativa: è il non-sentire: il sentire vuoto. Qui in realtà la potenza del sentire è superiore ma l’abitudine al “pieno” rende difficoltoso tale riconoscimento (pure nella percezione di correnti eteriche si sperimenta come esse si presentino come correnti di “vuoto” rispetto alle percezioni di natura). Dal sentire ordinario trae forza il sé inferiore, l’io psichico. Più l’Io si fa strada nell’immanenza, più retrocede l’io inferiore col suo mondo sentimentale.

Il carattere di imperturbabilità dell’Io permette l’acquisizione di un dominio di sé tale da essere in grado di percepire la gamma dei sentimenti senza che questi travolgano la vita dell’anima. Inizia la capacità di sperimentarli ma senza esserne invasi e catturati: questo è il secondo gradino.

Il terzo gradino va pari passo con l’autonomia dell’Io che, di solito, è relazionata ai momenti in cui il pensiero dialettico viene completamente estinto anche nei suoi riflessi: qui vige il silenzio, vivo e pieno. Allora, in questo silenzio, possiamo accorgerci che gioia o dolore giungono a noi come fossero sostanza di altri. L’esperienza è netta, possiamo persino stupirci della sua inusitatezza. Allora il piacere e dispiacere ci giungono come ogni altro oggetto del mondo: possiamo contemplarli e chiedere a noi stessi cosa essi vogliano comunicarci: sono diventati organi di percezione di qualcosa, come lo sono gli occhi sensibili che permettono di vedere le cose che stanno fuori.

Queste sono condizioni che mutano, purtroppo a tratti, l’organamento dell’anima nella sua realtà. Comunque il “travaso” che avviene sulla psiche è pur esso assai notevole: porta a diversi cambiamenti che modificano la precedente “visione del mondo” ed in particolare il nostro rapporto con le indicazioni del Dottore,  financo il significato e lo svolgimento dei cinque ausiliari che tutti credono di conoscere.

SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO – GIUGNO 2015

san-giovanni

In questo numero:

Variazioni
A.A. Fierro Variazione scaligeriana N° 76

Socialità
L.I. Elliot Anime in fuga

Poesia
F. Di Lieto Dendrologia

Medicina
F. Burigana Meravigliosa complessità

AcCORdo
M. Scaligero La musica degli Angeli

Il vostro spazio
Autori Vari Liriche e arti figurative

Considerazioni
A. Lombroni Sokrates muß sterben!

Tripartizione
M. Scaligero La Tripartizione dell’organismo sociale

Il Maestro e l’Opera
I. Stadera Il Karma e la terapia del pensare

Inviato speciale
A. di Furia Questo ponte non s’ha da fare

Esoterismo
M. Iannarelli Digressioni sul rapporto tra Lucifero e Cristo

Antroposofia
R. Steiner Approccio al Cristianesimo della Scienza dello Spirito

Costume
Il cronista Panic room

Redazione
La posta dei lettori

Siti e miti
E. Tolliani Tuscania

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