GIUSEPPE GARIBALDI

GIUSEPPE GARIBALDI ( parte ultima )

giuseppe_garibaldi_1866

CONCLUSIONE

*

Rapporto col mondo inglese, francese ed irlandese.

Nessun straniero ha suscitato in Inghilterra un tale entusiasmo quanto Garibaldi. Da quando, giovane e appena sfuggito ai pirati, incontrò un militare inglese che gli donò un paio di scarpe, ebbe sempre un rapporto privilegiato con questa nazione.

Era spiritualmente legato a quei popoli, si unì a loro anche animicamente quando entrò nella massoneria. Persino fisicamente: “I suoi modi calmi, i suoi movimenti relativamente lenti, i suoi capelli e la sua barba quasi sassoni, parevano caratteristici d’un europeo del nord, piuttosto che del sud; pure i suoi occhi, la sua voce e il suo portamento erano essenzialmente italiani”.

Gli inglesi accorsero in suo aiuto per tutta la vita e alcune delle formidabili condizioni che accompagnarono la spedizione dei mille furono, a detta di molti, pagate a caro prezzo in sterline. L’appartenenza alla massoneria spiega in parte ciò, l’entusiasmo e la simpatia popolare trascendono questo aspetto ed hanno radici più profonde.

Di contro, fin dai tempi in America, Garibaldi fu animato da una avversione per la Francia. Nato sotto il giogo di Napoleone, vide sempre Nizza in bilico tra due nazioni, fino al definitivo passaggio, con la Savoia, alla Francia. Il  sostegno  incondizionato  al  Papa  e  quello  ai  suoi  nemici  in  America segnarono le sue antipatie. Fu sempre nemico dei francesi fino alla battaglia di Mentana. Nel 1870 si schierò a favore della Terza Repubblica e combatté per essa. Le polemiche per la restituzione del vessillo tedesco e per l’abbandono di Digione rinfocolarono il suo astio.

Se l’Inghilterra lo adorò, l’Irlanda l’odiò. Gli irlandesi, pur continuando a vivere un cristianesimo pratico e vitale, dopo l’opera di San Patrizio, divennero papisti e quindi  anti – inglesi. Come fedeli di Roma non vollero tollerare le continue invettive di Garibaldi contro i preti.

Artù-Bohort

 

Garibaldi fu un Artù, egli primo tra i dodici trasmetteva il cristianesimo celtico ai suoi discepoli. Iniziato ai misteri d’Ibernia si mise al servizio del Cristo eterico per purificare i corpi astrali dei discepoli e preparare un nucleo di vera cristianità nel cuore dell’Europa.

Nell’869 si fusero le correnti del Graal da oriente, in cui l’impulso Cristo viveva nel cuore degli iniziati, e quella di Artù, da occidente, in cui si percepiva l’aura eterica del Cristo e si preparò il cristianesimo esoterico.

L’iniziazione del Parsifal è ora congiunta con quella di Galvano, la via microcosmica e quella macrocosmica divengono entrambe possibilità per l’uomo moderno, si preparano i nuovi misteri.

La leggenda di Parsifal, la cerca del Santo Graal si innesta quindi sui personaggi arturiani ad indicare anche il cambiamento a cui essi devono andare incontro. Nella “Cerca del Santo Graal”, manoscritto anonimo cistercense, la trattazione è leggermente diversa ed i cavalieri assumono connotazioni diverse dal “Parzifal” di Wolfram von Eschenbach. Qui diversi cavalieri partecipano alla cerca ed ognuno di essi assume un valore simbolico – archetipico e rappresenta una modalità di approccio diverso al Graal e alla moderna iniziazione cristiana.

Bohort è uno dei tre predestinati che portano a compimento la Cerca. È il rappresentante della  via eroica; è il solo a non essere vergine, ma casto; è quindi l’immagine della conoscenza del proprio corpo terrestre e lo sforzo ascetico per dominarlo e sorpassarlo (58).

Diversi avvenimenti lo portano al Graal, vediamo schematicamente quali

 

1) eremo: adotta una disciplina ascetica (si nutre di pane ed acqua)

2) tentazioni da vincere: libera la terra dalla dama della torre – mondo terreno

3) libera damigelle minacciate da violenze – combatte suo fratello Lyonnel e falsi eremiti    nella foresta – abbazia dei monaci bianchi: gli spiegano il significato  dei suoi sogni e delle visioni. – mondo eterico

4) combattimento: sfida con Lyonnel  vengono separati dalla folgore – incontro con il piccolo guardiano 

5) nave di Salomone e cavalcata solitaria per 5 anni  –  oltre la soglia

6) il castello del Graal: gli viene affidata la spada spezzata e rinsaldata di Galaad. Vede il Cristo. – Incontro con il grande guardiano.

7) Bohort è l’unico che ritorna indietro al castello di Artù – decisione del sacrificio per il bene dell’umanità – ulteriore incarnazione.

Sono ovviamente descritte le tappe iniziatiche che si svolgono nell’interiorità e nei mondi spirituali, dalla  purificazione delle forze dell’anima, all’incontro con il piccolo guardiano e la separazione del proprio io inferiore (Lyonnel) fino al grande guardiano. In questo senso è la via alchemica che trasmuta il piombo in oro.

Garibaldi la percorre interiormente come monaco irlandese del IX secolo e ciò che visse spiritualmente si ripresentò come avvenimenti esteriori nella vita successiva. Eccolo cavalcare solitario, guidato dalle sue visioni e dalla voce interiore. Libera terre spogliate, damigelle minacciate da violenza e attraversa foreste desertiche nel corso di cavalcate dure ed interminabili.

Bohort è il cavaliere “terrestre” divenuto “celeste”; Garibaldi dovette ritornare “terrestre” per le condizioni del tempo in cui scelse di vivere.

Seguì allora la profezia del Cristo ai dodici eletti della Tavola del Santo Graal: “Voi morirete tutti in servizio, ad eccezione di uno solo tra voi”.

Il significato di questa incarnazione è profondamente legato  alla  sfera arcangelica di Michele e Raffaele, come vedremo. Se unilateralmente Garibaldi è un rappresentante della via eroica di Bohort, in quanto maestro iniziato è legato alla figura di Artù.

Due aspetti della sua figura mi preme sottolineare. Artù è in qualche modo legato all’Italia ed in particolare all’Italia meridionale. Nella cattedrale di Otranto c’è un mosaico del 1165 in cui si vede Artù che ha in mano uno scettro e cavalca una capra. In Sicilia fiorirono numerose leggende secondo le quali Artù sarebbe stato ancora vivo in una caverna sotto l’Etna. Il miraggio che si vede nei pressi di Messina è noto come fata Morgana (la sorellastra di Re Artù).

Nel centro Italia visse l’enigmatica figura di san Galgano. Anche nel nome il riferimento a Galvano è  evidente. Egli infisse la sua spada nella roccia ripercorrendo proprio questa via iniziatica. Il castello di Klingsor, il mago nero malvagio con cui si confronta Galvano è il castello di Caltabellota in Sicilia. In un certo senso le profezie circa un ritorno di Artù in  Sicilia si concretizzarono nel 1860 con lo sbarco dei Mille.

Un altro aspetto si ritrova nel nome stesso di Artù – Arturo che è anche il nome della stella che Garibaldi, come abbiamo visto, si scelse come protettrice. Arturo è una brillante stella rosso – arancione che fa parte della costellazione di Boote. Il nome Arcturus viene dal greco e significa Guardiano dell’Orsa, mentre Boote è il mandriano che guida l’Orsa Maggiore attraverso il cielo; essendo essa una costellazione circumpolare è collegata con le tradizioni del nord e dell’ovest.

Nelle antiche tradizioni esoteriche si conosceva il rapporto di quella corrente con il male e la morte. Per i Persiani, ad esempio, l’Orsa era un feretro che trasportava i defunti. Nel mondo arabo c’è il  detto: “L’amicizia con l’orso è fonte di guai”. Numerosi altri motivi della vita di Garibaldi si riallacciano alle tradizioni del mondo celtico.

Caccia e astronomia

Sono due passioni di Garibaldi che si rifanno al mondo del Nord, da un lato la figura dell’eroe guerriero che prova la sua audacia e la sua bravura, dall’altro il Druido Sacerdote che regola le attività sociali ed agricole secondo l’andamento delle stagioni.

Nave

Il motivo della nave e dell’acqua è un motivo centrale nella cultura celtica.

Proprio per il legame con il mondo eterico i celti veneravano le acque e quindi gli esseri elementari e gli angeli che vi si manifestavano. I grandi “santuari” celtici sono i laghi e le fonti sacre. Tutti i popoli del nord – ovest erano dei grandi marinai e poterono tenere sotto controllo il continente americano utilizzando al  meglio questa possibilità.

Nella tradizione esoterica la nave ha assunto il simbolo da un lato del vagare dell’iniziando nel mondo astrale che ancora non domina e dall’altro è il veicolo che traghetta l’uomo nei mondi spirituali e in quello dei defunti.

Garibaldi, Cavour, Mazzini e Vittorio Emanuele

Furono i quattro artefici dell’unità d’Italia. Nacquero tutti nel Regno di Sardegna tra il 1805 e il 1820. Avevano caratteri completamente differenti, concezioni politiche opposte  e  non  andarono  quasi  mai d’accordo. Tuttavia, per usare un termine medico, si comportarono come una unità funzionale, tesa al raggiungimento del fine ultimo: l’unità d’Italia. Appare invero miracoloso che queste quattro personalità abbiano potuto cambiare il corso della storia italica se non si tiene conto delle indicazioni di Steiner. Cavour, Mazzini e Vittorio Emanuele furono discepoli, in una vita precedente, di Garibaldi e arrivarono dai quattro angoli del mondo per apprendere l’insegnamento del  Maestro in  una di  quelle colonie monastiche che, come si è detto, fertilizzarono l’Europa centrale nella seconda metà del primo millennio. Confluirono tutti nella corrente occidentale e fino ad un certo grado percorsero l’iniziazione cavalleresca come l’abbiamo intesa precedentemente.

Senza entrare nei particolari, si può vedere come anche nelle vite di questi personaggi qualcosa tesse alle loro spalle; alcuni archetipici propri del mondo celtico affiorano dietro le quinte della loro vita.

Analizziamoli molto brevemente.

Vittorio Emanuele era un uomo bello, brillante. Era conosciuto in tutta l’Italia come il Re Galantuomo. Andava volentieri a caccia, preferiva curiosamente i rustici piatti contadini con aglio, ai banchetti regali e allo stesso tempo preferì una donna del popolo alla nobiltà di corte. Questo fu un suo aspetto caratteristico; balzato al trono improvvisamente al posto di Carlo Alberto, non sembrò sempre a suo agio in quel ruolo.

Garibaldi gli rimase fedele in maniera incondizionata anche quando questi  lo tradì palesemente; spesse volte lo trattava da suo pari o addirittura sembrava che il sovrano fosse lui, scandalizzando ovviamente il parlamento subalpino.

Dietro di lui si staglia la figura del cavaliere Galvano, che rappresenta lo stadio di apprendistato pre – iniziatico. È il cavaliere terrestre contrapposto a quelli celesti Parsifal e Galaad.

“Nel corso del suo peregrinare, Galvano incrocia un giorno una Dama e tralascia di salutarla. Costei oltraggiata dalla dimenticanza, gli lancia un sortilegio, augurandogli di assomigliare al primo cavaliere che incontrerà. Galvano incrocia allora il nano di Estrangore, un tempo figlio del re, che aveva assunto questa forma per i malefici di una maga. È d’altronde probabile che sarà a seguito di un’avventura analoga, che egli farà il voto di salutare e rispettare le Dame”(59).

Galvano divenne quindi il cavaliere galantuomo (!). Galvano è l’appoggio, il sostegno di re Artù; Galvano rappresenta infatti le forze lunari che traggono forza e vitalità dal sole. Vittorio Emanuele è il discepolo a cui Garibaldi è più legato, in particolar modo, per il legame con lui, il Maestro sente l’obbligo di reincarnarsi, e Vittorio Emanuele è il Galvano che fu primo a fare il voto di entrare nella Cerca, seguito da tutti.

Il simbolo di Galvano è l’aquila bipenne ed egli porta ed usa sia la spada nella roccia che Excalibur; sono simboli da un lato di uno status regale temporale, dall’altro dell’inizio della lotta per la purificazione delle forze dell’anima.

Se Galvano ricevette in sogno la visione dei cavalieri della Tavola Rotonda come 150 tori, Vittorio Emanuela pose la sua tavola Rotonda nella città del toro, Torino. Pur essendo di nobili origini, Galvano ebbe la visione nella notte di Santa Maria Maddalena, un chiaro simbolismo della presa di coscienza del lavoro ancora da compiere sulla propria anima, un evento che lo avvicina al popolo. Vittorio Emanuele era amante dell’arte e a differenza di Garibaldi e Cavour sapeva trattare con la gente grazie alla sua sincera partecipazione emotiva.

Cavour era conte e proprietario terriero, aveva passato alcuni anni quale paggio reale alla corte sabauda; alla carriera militare preferì dedicarsi allo sviluppo dell’agricoltura nei suoi possedimenti. Fu sempre fedele al Regno di Sardegna più che a quello d’Italia; riteneva che per conseguire l’unità d’Italia fosse più utile costruire delle ferrovie piuttosto che attuare un assassinio politico. Aveva una figura inelegante, la faccia tonda e grassa, i suoi occhiali, i suoi abiti trasandati lo facevano assomigliare più ad un mercante che ad un aristocratico.

Dotato di un grande senso pratico fu un ottimo amministratore, e un diplomatico molto abile e privo di scrupoli. Non era però un grande pensatore e come statista aveva notevoli debolezze. Poteva andare a scoppi emotivi che oscuravano il suo giudizio, ed era spesso influenzato da preconcetti e da antipatie personali; e non sempre trattava le persone con il tatto dovuto. In lui si intravede la figura di Keu, il siniscalco.

Keu è il siniscalco sarcastico, fratellastro di Artù non ne riconosce la grandezza spirituale e pur tuttavia lo serve fedelmente. È espressione del pensiero morto, preda delle passioni e negatore delle verità spirituali. Per il suo carattere non docile in alcune tradizioni lo si chiama Kai olo Grenant (Keu il brontolone).

A Mazzini si può accostare la figura di Sagremor, l’altro fratellastro di Artù, che pretende dapprima di fargli da maestro e poi successivamente lo serve fedelmente. È caratterizzato dall’impetuosità ed è l’espressione della volontà non ancora purificata, delle passioni.

Mazzini finissimo pensatore, non partecipò mai ad una attività politica pratica, anzi i tentativi di insurrezione ispirati alle sue teorie fallirono sempre in bagni di sangue.

Riepilogando:

 

  • GARIBALDI – MAESTRO – ARTU’ – RAGGIUNGE IL GRADO DI ARTU’ attraverso la via eroica di Bohort.
  • MAZZIN I- PENSIERO – SAGREMOR
  • VITTORIO EMANUELE – SENTIMENTO – GALVANO
  • CAVOUR – VOLONTÀ – KEU

 

Un grande percorso iniziatico

 

Proprio grazie alla nave, al suo essere marinaio, Garibaldi ripercorre fisicamente le tappe della iniziazione ai misteri d’Ibernia. Prima raggiunge l’Oriente, va a Costantinopoli. È il polo luciferico: lì ha una gran febbre che lo costringe a letto e dopo svolge una attività didattica, vive nel pensiero. Poi la nave gli serve per raggiungere l’America, il polo arimanico: qui è tutto volontà, diviene corsaro e incontra la guerra.

Il centro dovrebbe per lui essere Roma, è ossessionato dalla liberazione della Città Santa (o Roma o Morte), ma in realtà la potenza franco – papalina glielo impedisce. Il suo equilibrio lo troverà a Caprera, dove troverà pace.

 

ORIENTE CENTRO OCCIDENTE
COSTANTINOPOLI CAPRERA AMERICA
CAPO SIST. RITMICO VOLONTA’

 

“Bardo”

 

Accanto a questo percorso “iniziatico” nello spazio egli compie un percorso temporale, in cui vengono riprese le figure della società celtica.

A COSTANTINOPOLI: Parte come marinaio (Guerriero), la guerra, più che altro la subisce e diventa insegnante (Bardo)

A NAPOLI:  il popolo in festa lo acclama chiamandolo “Bardo”, in realtà è al culmine del suo essere guerriero, è addirittura Dittatore (Re)

A CAPRERA:       Si dedica all’agricoltura e alla pastorizia. Come parlamentare e Gran Maestro Massonico assume il ruolo di guida etica, sociale e spirituale (Druido). Per tutti, però, è il grande guerriero.

Questi due percorsi portano con sé diversi aspetti:

= A differenza di un percorso iniziatico interiore accaduto nel mondo e non nell’anima del ricercatore.

= Non sono tappe di un percorso interiore cosciente e volontario,Garibaldi è trascinato dagli eventi di destino che gli si fanno iincontro.

= Non è un percorso che modifica tanto l’interiorità di Garibaldi, quanto modifica invece le persone, le società e le nazioni nel cui contesto esso si trova.

È la via del Galvano di Wolfram von Eschenbach, ma questa è presentata, come deve essere, connessa a quella interiore di Parsifal. Si crea così una situazione sbilanciata e non consona ad uomo moderno. Come mai ?

Tristano ed Isotta

 

Il suo incontro con Anita avviene in circostanze straordinarie. Ancora una volta sono le forze del karma che conducono per mano Garibaldi. Le modalità con cui questo incontro avviene lo uniscono in un contesto che va ben oltre le comuni vicende della vita.

Per comprenderlo bisogna guardare oltre, avventurarsi in grandi incontri tra innamorati descritti nelle antiche culture. Essi narravano, però, non solo avvenimenti terreni: erano anche descrizioni in cui l’amata (l’anima) veniva sottratta al marito (io inferiore) e fuggiva con il bel principe (l’io superiore). Il racconto celtico di Tristano e Isotta è in questa dimensione.

L’incontro di Garibaldi ed Anita ripercorre queste tappe, ma qui tutto è nel mondo fisico. I due amanti, come rapiti in un incantesimo, si incontrano e si riconoscono. Fuggono dal marito di lei; novello re Marco, e danno vita ad una stupenda storia d’amore che culmina con la morte di Anita.

Garibaldi vede per la prima volta Anita attraverso un cannocchiale.

Isotta è in lingua celtica Adsiltia (colei che è guardata!) e in tedesco medievale Isolde (fermezza di ghiaccio), qualità che ben si adattano alla storia ed al carattere di Anita.

In realtà quella di Tristano ed Isotta è una storia che si rifà all’antico racconto mitologico greco di Perseo ed Andromeda; quando ancora il mondo greco celebrava la via eroica del guerriero. E cosi vediamo Anita cercare il marito tra i morti sul campo di battaglia come le donne di Ilio nel poema omerico.

La vita amorosa di Garibaldi continua, imprevedibile, ad intrecciarsi alle vicende di Tristano. Questi nel poema decide, consigliato dall’eremita Ogrin, di restituire Isotta a Marco e così pure Garibaldi deve, costretto dalla vita, abbandonare la sua Anita, morta, alla famiglia Ravaglia per la sepoltura. Dopo molte peripezie Tristano in preda all’angoscia per aver perduto la sua amante acconsente a sposare Isotta dalle Bianche Mani, proibendosi però di consumare il matrimonio. Lei lo porterà alla morte.

Questo motivo si ritrova in tutto il mondo nordico: Sigfrido è costretto a dimenticare Brunilde e a sposare Crimilde; secoli dopo Shakespeare ne riprenderà alcuni elementi per il suo “Romeo e Giulietta”.

Garibaldi prova a consumare un matrimonio “borghese”, ma anche la sua

Isotta dalle Bianche Mani (Giuseppina Raimondi) lo delude ed il matrimonio ha la durata di un giorno. Invece di condurlo a morte, però, la vicenda fa da preludio alla impresa dei Mille. Garibaldi ritrova in un certo senso la sua amata quando dalla torre di Faro guarda attraverso il cannocchiale  le sponde della Calabria che di lì a poco avrebbe conquistato.

Ferite e malattia  

Il tema delle ferite è molto importante nella tradizione culturale celtica e la loro descrizione e la parte anatomica colpita non sono mai arbitrarie, ma richiamano la connessione del corpo fisico dell’uomo con le forze spirituali che lo edificano. In questo senso possiamo leggere anche le ferite di Garibaldi.

La prima ferita grave avviene il 15 giugno del 1837, poco prima di compiere trent’anni. Una pallottola si infila nel collo e miracolosamente si ferma sulla carotide. Il tema della ferita al capo e della decapitazione è frequentissimo nel ciclo arturiano. In particolare ricorda l’episodio dell’incontro di Galvano con il Cavaliere Verde (Sir Gawain and the Green Knight). È lo scontro con la forza della Natura: perdendo il capo, il mondo fenomenico dei sensi e mettendosi nelle sue mani ci si svela il mondo spirituale che opera in essa e comincia così il mondo iniziatico.

Garibaldi vive anche le potenti forze elementali del Sud America, quando è ferito. È giunto nel Rio Grande del Sud per fare il commerciante, diviene dopo un anno corsaro e questa ferita, nel suo primo vero combattimento lo inizia alla guerra. Le successive ferite sono elementi ancor più archetipici.

Le ferite alla caviglia e alla coscia in Aspromonte fermarono il suo spirito rivoluzionario ed egli consegnò definitivamente l’Italia nelle mani del re

Vittorio Emanuele II. E’ la ferita nel tallone di Achille e nella coscia di Artù, per entrambi il segno della fine della loro attività.

Anche la malattia reumatica che lo accompagnò per buona parte della sua vita nasconde un segreto. Certo i reumatismi in un marinaio non sono rari, ma al di là delle cause fisiche, in una vita come quella di Garibaldi è necessario vedere quale aspetto della sua attività spirituale si presenta qui.

I reumatismi compaiono durante la sua esperienza in America. È l’incontro dell’antico iniziato irlandese con la statua maschile. Egli doveva provare uno stato di irrigidimento fisico di inverno nel corpo.

Così, prima, a Costantinopoli sorse la febbre, quale eco della sensazione di calore che l’iniziando dei Misteri d’Hibernia doveva suscitare in  sé  davanti alla statua femminile.

Questa iniziazione così particolare produsse quella strana combinazione tra l’idealista fantasioso, ma inconcludente nel pensiero ed il vecchio marinaio che, bloccato dai reumatismi doveva essere portato in giro a braccia. In mezzo a ciò, però, sorse in lui la figura del Cristo ed egli poté comunque agire come cavaliere di Michele.

Un momento emblematico si ha nel giorno della morte della madre, l’antica chiaroveggenza di cui il Maestro era, nella vita precedente, dotato, ritorna in quanto si ripresentano quelle condizioni favorevoli, la tempesta (la forza degli elementi) e l’attacco reumatico (la particolare capacità di irrigidimento fisico) che furono gli elementi tipici dell’antica iniziazione celtica.

Il ciclo epico irlandese

 

Anteriormente alla saga di Artù, diversi altri racconti celebravano il mito del re eroe e guerriero. Sono questi racconti in cui si evidenzia maggiormente l’elemento pagano, quella vivida religiosità che già prevedeva l’evento del Golgota.

Si avvicinano molto alle celebrazioni degli eroi del mondo greco antico, per esempio Ercole o Achille. In realtà la matrice indoeuropea è comune ed ambedue traggono origine dalle precedenti epoche della storia umana, in particolare dal mondo persiano. Anche in oneste saghe traspaiono alcuni elementi archetipici che si ritrovano nella vita di Garibaldi e dei suoi discepoli.

Garibaldi ricorda insieme Cù Chulainn, l’eroe irlandese e Fergus Mac Roich il maturo e saggio guerriero.

Vittorio Emanuele sia il re Couchobor Mac Nessa che lo stesso Cù Chulinn in quanto giovane che deve venire condotto all’iniziazione.

Cavour incarna invece Sencha Mac Ailella, il saggio consigliere e l’arbitro delle dispute.

Mazzini ricorda Bricriu Nemhthenga “Lingua velenosa”, colui che esaspera le inimicizie e semina discordia tra gli amici.

In Cù Chulainn abbiamo sia il motivo del cambio del nome che lo avvicina a Garibaldi, sia quello del confronto con il toro, come abbiamo già visto per Galvano, che li accomuna a Vittorio Emanuele.

Accanto a questo “ciclo dell’Ulster” particolare interesse rivestono pure i racconti legati alle “Fiana”. “La Fiana è una confraternita di uomini privi di radici che hanno troncato le proprie affiliazioni tribali per abbandonarsi alla pericolosa libertà della vasta terra di nessuno che si estende al di là dei confini della società organizzata. E costoro vagano, con fenomenale velocità e agilità, per le terre indomite dell’Irlanda e della Scozia gaelica,  combattendo, cacciando e mercanteggiando” (60).

Questo superamento dei limiti imposti dai legami di sangue è, naturalmente, un impulso michaelita e rappresenta la fase precedente nel cui contesto dopo l’evento del Golgota compaiono le figure dei cavalieri della Tavola Rotonda. Quanto sono simili le gesta dei Fiana alle intenzioni da Garibaldi espresse a Londra nel 1854!

“Che c’è di meglio della mia idea, che c’è di meglio che raggrupparsi ad alcuni alberi di nave, e scorrazzare l’oceano temprandosi nella dura vita del mare, nella lotta con gli elementi, con il pericolo?  Una rivoluzione navigante, pronta ad attraccare a questa o a quella sponda, indipendente ed irraggiungibile”.

Il cavaliere della carretta

Garibaldi intraprende il suo esilio in Sud America quando legge la notizia della sua condanna a morte sul giornale: è l’incontro di Galvano con il cavaliere della carretta. La carretta era il mezzo con cui venivano trasportati i condannati a morte, ed infatti Galvano, spaventato da questa immagine di morte, rifiuta di salirci.

I condannati a morire sono gli uomini che si incarnano, il carro, con le sue ruote, rappresenta il karma che tesse. Garibaldi salì sulla carretta. Quando fu condannato a morte in Italia andò a cercarla e a vincerla in America.

Inoltre Garibaldi si reincarna per adempiere ad un compito che è connesso con la responsabilità che ha nei confronti dei suoi discepoli. Il sacrificarsi incarnandosi per gli altri contraddistingue i veri iniziati cristiani; in questo senso Garibaldi si pone nella “Imitatio Christi” e può adempiere al compito più grande che gli assegna S. Michele.

Il cavaliere vermiglio

Il 20 aprile 1843 a Montevideo per la prima volta Garibaldi e i suoi soldati indossano la camicia rossa. Meglio di qualsiasi altro, questo simbolo rappresenterà le azioni e gli uomini legati a lui. Da allora per i nemici diverrà il “Diavolo rosso” ed egli si presenterà con quella veste a tutte le sedute del Parlamento a cui prenderà parte. La veste rossa contraddistingueva la casta dei guerrieri – re nel mondo celtico, prima e poi divenne il simbolo dei cavalieri – monaci Templari. Nel ciclo del Graal compare come armatura rossa. Dapprima è il cavaliere vermiglio ad indossarla.

Quando Parsifal giunge alla corte di Artù, si presenta anche costui che ingiuria il re e la regina. Parsifal raccoglie la sfida e lo uccide con un colpo di giavellotto. Spogliatolo però non è in grado di indossarne l’armatura e pertanto la fa trasportare dal suo cavallo. In questo contesto dunque l’armatura rossa rappresenta le forze del sangue legate ai tempi antichi che devono essere trasformate.

Sarà Galaad, il cavaliere iniziato ai misteri del Graal, a presentarsi con la croce rossa in campo bianco. Simbolo della trasformazione cristica del sangue e della riunificazione della corrente regale (rosso) con quella sacerdotale (bianco). La veste rossa è quindi connessa con l’impulso di Michele che accende la volontà e modifica i vincoli di sangue: il segno esteriore che la vita di Garibaldi si pone al servizio dell’Arcangelo del tempo e prepara le condizioni perché l’ulteriore sviluppo dell’Italia sia possibile.

L’impulso di Michele

Perché un iniziato ai misteri di Irlanda si è incarnato in Italia ed è stato l’artefice della sua riunificazione? In parte Steiner dà la risposta quando ci parla del legame che unisce il Maestro ai discepoli nella corrente di Artù.

Cavour, Mazzini e Vittorio Emanuele, da soli, non avrebbero potuto adempiere a questa missione. Tutti e quattro insieme, invece, pur scontrandosi quasi sempre sulla teoria, hanno potuto, forti nell’unitarietà dello scopo, portarlo a termine. È chiaro che così si sposta però solo il problema su tutti e quattro ed occorre indagare le reali  motivazioni  spirituali  che agiscono  nella riunificazione dell’Italia.

Le spinte nazionalistiche che investono il mondo tra le fine del 700 e il XX secolo traggono origine da reali impulsi provenienti dal mondo spirituale. In realtà le rivoluzioni che portano a questi sconvolgimenti politici in America, in Francia e poi in Italia rispondono da un lato ad un progressivo risveglio della coscienza individuale e nazionale connesso con il compito della nostra quinta epoca post – atlantica. Dall’altro recano alcuni elementi sovra – nazionali ed universali che li collocano nel periodo di reggenza di Michele.

Tuttavia ogni medaglia ha il suo rovescio e qualcosa degli avvenimenti in questione pare stridere con le fonti morali archetipiche da cui hanno tratto spunto. Le grandi rivoluzioni d’America e di Francia immettono anticipatamente nel subcosciente gli ideali di libertà nella cultura, uguaglianza nel diritto e fraternità economica che l’uomo può iniziare a comprendere e piano piano a cercare di portare a compimento soltanto con la fine del Kali – Yuga e l’inizio della reggenza di Michele nel 1879.

In realtà questi ideali angelici vengono immessi con il sangue nella civiltà umana dalle logge occidentali, delle quali la Massoneria è buona rappresentante. Ne scaturiscono alcuni elementi caricaturali drammatici in Francia, il Terrore, e il contraccolpo da essi generato porta alla dittatura napoleonica.

Come sempre Michele deve confrontarsi con il drago. La sua reggenza si prepara già nel IX secolo dopo Cristo. Le correnti dei misteri cristianizzate si pongono al suo servizio nel già ricordato incontro nell’869. Le dure correnti confluiscono nel centro dell’Europa, si pongono in un sano equilibrio dinamico che è la forza stessa del Cristo. Accanto a questo avvenimento evolutivo ne originano altri due che ne rappresentano una deformazione demoniaca.

Nel nord la corrente misterica del sud si impianta direttamente in Inghilterra, dando origine alla Massoneria, la quale però nel tempo tende a fenomeni di degenerazione. Nel sud la corrente dei cavalieri si impianta direttamente nella chiesa romana, la quale a sua volta nella sua estrema degenerazione dà origine al gesuitismo.

Così al Nord la penetrazione dell’impulso luciferico penetra nel regno arimanico portando alla degenerazione quelle correnti massoniche che si allontanano dall’impulso cristico, mentre al Sud l’impulso arimanico che penetra nel regno luciferico porta a corruzione le correnti religiose nelle quali è andato sempre più perdendosi il collegamento con l’evento del Golgotha. Nell’Europa centrale viene a manifestarsi l’impulso cristico autentico nella corrente rosicruciana.

Massoneria degenerata, e Gesuitismo sono entrambe delle deformazioni del sano sviluppo michaeliano. Mentre, però, l’impulso di Michele è sovranazionale e fraternità, libertà, uguaglianza sono ideali che gradualmente devono venire in libertà conquistati da tutta l’umanità, queste due correnti non attraggono lo spirito individuale degli uomini, ma si impiantano nella loro anima inferiore ed assumono un aspetto nazionale e nazionalistico.

Paradossalmente Gesuitismo e Massoneria degenerata non riconoscono l’identità comune dei loro scopi nella loro unilateralità e si combattono, almeno in teoria, strenuamente. Garibaldi in parte viene in contatto con ambedue queste forze.

Lui è un uomo del Nord e pertanto si sente attratto dalla Massoneria come tutte le anime delle grandi personalità del Nord. Dalla Massoneria accoglie nella coscienza la dottrina spirituale, però in realtà immette in essa una quantità impressionante di nuovi impulsi che conducono ad una sua profonda modificazione. In particolare vede la necessità per la Massoneria di uscire dal settarismo per riportare i suoi impulsi nel sociale e quindi cristianizzarsi realmente e di aprirsi alle donne, cosa che poi proprio grazie a lui avvenne. Fu anche promotore e artefice della riunificazione dei diversi rami della Massoneria e venne da essi unanimemente proclamato “Il primo Massone del mondo”.

Garibaldi si rivolse, come tante grandi individualità del ‘700 – ‘800 alla Massoneria perché trovava unicamente lì, l’eco della antica spiritualità perduta nel materialismo. Ciò si spiega con la particolare costituzione animico – spirituale di Garibaldi. Egli mai percorse la via di iniziazione dell’uomo moderno.

L’io dell’uomo è oggi al contempo Parsifal e Galvano, deve poter unire il microcosmo al macrocosmo, la via di progresso interiore ed il risanamento sociale. Per le condizioni di educazione del tempo, ci dice Steiner, Garibaldi non poté percorrere appieno il percorso dei nuovi misteri in coscienza desta e per scelta libera.

Tuttavia è un soldato di Michele, sceglie cristianamente il sacrificio della sua via di Parsifal per poter aiutare i suoi discepoli a compiere la missione di reimmettere l’Italia nel giusto corso della storia, gettando le basi per lo sviluppo dell’anima cosciente.

SPIRITO : Sviluppa l’impulso di Michele

ANIMA: Segue l’impulso michaeliano come via di Galvano. E tutto protetto all’esterno, gli impulsi spirituali gli giungono dalla vita. Diviene il tramite per la creazione di un nuovo stato sociale, tanto in America del Sud, quanto in Italia. Il lato interiore non segue la via di Parsifal, ma trova conforto nella Massoneria. Il vero compito che ha Garibaldi venne espresso da Steiner a Dornach il 20 ottobre 1918, quando disse :

“E in Italia? Da dove attinge l’Italia moderna la forza impulsiva con la quale l’elemento nazionale si impone fino a chiamarsi “sacro egoismo”? Bisogna spesso cercare in profondità le ragioni degli avvenimenti del mondo, e se si risale a quel decisivo momento della storia precedente l’inizio dell’epoca dell’anima cosciente, si vede che la forza dell’Italia moderna, nei suoi diversi aspetti, proviene da quanto il popolo romano ha immesso nell’anima italiana.

L’importanza del papato per l’Italia, risiede proprio nel fatto che esso ha instillato la sua essenza nell’anima italiana, anche se, come spesso avviene agli apprendisti stregoni, ne è risultato proprio quanto non si voleva, cioè il distacco dell’Italia moderna dal papato stesso. Spesso l’intenzione cozza coi risultati ottenuti.

Le forze di sentimento e di entusiasmo, esistenti pure in Garibaldi, sono residui del vecchio entusiasmo cattolico che, invertendo la direzione, si è rivolto contro il cattolicesimo. In Italia la possibilità di poter sviluppare l’anima cosciente dovette seguire una strada particolare. Garibaldi quale iniziato ai misteri di Hibernia aveva già acquisito fino ad un certo grado l’anima cosciente. Dovette, per sacrificio sociale, immergersi fino in fondo nell’anima senziente italiana ed iniziare a trasformarla. Per fare questo dovette rinunciare ad uno sviluppo regolare in condizioni sociali migliori”.

Egli non solo si rivolse all’Italia, ma anche contribuì a portare l’America del Sud ad un maggiore grado di coscienza. Rinunciò alla vita contemplativa spirituale per immergersi da vero cavaliere michaelita nella materia. Perché individualità legate all’Irlanda dovettero sentire questo legame con Roma da un lato e con l’America dall’altro. Questo è in relazione al momento dell’evento del Golgota e che gli irlandesi poterono percepire nel corpo eterico della Terra.

In realtà in quel momento percepirono non solo la morte di Gesù sulla croce; ebbero la loro più grande immaginazione legata alla loro particolare scuola di iniziazione essi videro in America e a Roma, connessi con l’avvento del Cristo si ebbe lo scuotersi delle potente luciferiche ed arimaniche.

Compito dei nuovi Misteri è ricondurre anche queste popolazioni nel vero impulso cristiano. Garibaldi e i suoi discepoli si assunsero questo compito e combatterono per portarlo a termine. Se la storia è, come disse Hegel: “Il progredire dell’umanità nella coscienza della libertà”, allora Garibaldi vi prese parte non in uno, ma in due Mondi.

 

________________________________________________________

Note

58) G. de Sorval, Missione cavalleresca, I libri del Graal.

59) D. Viscaux, L’iniziazione cavalleresca nella leggenda di re Artù, Ed. Mediterranee.

60) Proinsiac Mac Cana, Il cielo epico irlandese.

GIUSEPPE GARIBALDI ( parte terza )

giuseppe_garibaldi_1866

TERZA PARTE

La figura di Garibaldi si inserisce legittimamente in ciò che Steiner intendeva dire.

Il punto di partenza era la domanda:  dove sono oggi gli antichi iniziati?

“Ho spesso accennato che anticamente esistevano degli iniziati, persone molto sagge che avevano raggiunto un alto gradino di evoluzione; a questo riguardo mi fu osservato: Se gli uomini tornano sempre a rinascere, dove sono attualmente quegli antichi iniziati? Non ve ne sono fra gli uomini del nostro tempo, fra quelli attualmente incarnati? Fra quelli ai quali sta bene dover sperimentare la loro incarnazione nel nostro tempo?” (25)

Steiner disse che inizialmente non provava alcuna simpatia per la vita di Garibaldi.

“Egli mi diventò più simpatico solo nel corso delle ricerche karmiche sul suo conto, perché alcuni aspetti, prima che ne riconoscessi i nessi karmici, mi sembrarono innaturali, ampollosi, ma in realtà egli non fu tale”.(26)

Steiner parla di Garibaldi in sei conferenze del ciclo: a Dornach, a Stoccarda e a Praga dal 22 marzo al 9 aprile del ‘24 e a Bratislava l’11 giugno. Nel corso di queste conferenze prende le mosse da diversi avvenimenti della vita di Garibaldi perché in essi nei quali ravvisa maggiormente l’influenza di un tessere del mondo spirituale che avviene  dietro la sua figura. (27)

La scelta degli avvenimenti di vita nell’indagine del karma non è dunque arbitraria;  proprio  da  singoli  aspetti ed accadimenti al veggente si presentano le intuizioni sulle precedenti vite del soggetto.

Vediamo quindi quali avvenimenti colpirono Steiner:

1. La nascita di Garibaldi nel 1807. Il fatto che esplicò la sua azione oltre     la metà del secolo diciannovesimo.(28)

2. In una ristretta zona geografica (Regno di Sardegna) ed in pochi anni    nascono: Garibaldi a Nizza nel 1807, Camillo Benso di Cavour nel    1810 a Torino, Vittorio Emanuele II a Torino nel 1820 e Giuseppe    Mazzini a Genova nel 1805.

3. Domenico  Garibaldi: “uomo  povero,  che  prestava  servizio  sui bastimenti”. (29)

4. Garibaldi aveva scarsa inclinazione allo studio, preferiva trascorrere il suo tempo in spiaggia o nei boschi, molte volte immerso nella lettura di qualche libro che gli piaceva.

5. Prima visita con il padre alla città di Roma: visione di Roma capitale.

6. Viaggi nell’Adriatico e sue avventure con i pirati.

7. Condanna a morte in contumacia. Garibaldi lesse la notizia su un giornale di Marsiglia. Fu la prima volta che vide pubblicato il suo nome.

8. Incontro con Anita. Egli la vide dalla sua nave attraverso il cannocchiale. Sbarcato ne conosce il padre.

9. Anita, credendolo morto, lo va a cercare sul campo di battaglia.

10. Per evitare la morte per assideramento del figlio, Anita se lo lega al petto.

11. Gelosia di Anita. Garibaldi si taglia i capelli a zero per lei.

12. Il 24 gennaio 1860 Garibaldi sposa Giuseppina  Raimondi. Il matrimonio dura un giorno.

13. Garibaldi, fervente repubblicano, si adoperò, tuttavia, per unificare l’Italia sotto il monarca sabaudo Vittorio Emanuele II.

14. Il 7 novembre 1860 Vittorio Emanuele entra in Napoli accompagnato da Garibaldi. In realtà fu un tentativo di Cavour per sfruttare la popolarità di Garibaldi, allora dittatore della città, a favore del re.

15. Pessimi rapporti di Garibaldi con i generali piemontesi, soprattutto con Fanti e Farini ed in seguito anche con Cialdini.

16. Garibaldi partecipa alla guerra franco-prussiana. E l’unico a conquistare un vessillo tedesco che poi restituirà per testimoniare il valore dei nemici, suscitando le ire dei francesi.

Dall’indagine di Steiner risulta che la vita precedente di Garibaldi fu in Alsazia. Garibaldi fu iniziato ai misteri in Irlanda: “Egli aveva accolto quanto descrissi come sapienza dei misteri d’Ibernia, l’aveva accolto in altissimo grado. Prima aveva dimorato in Irlanda, dove era la sede principale di quei misteri e più tardi aveva guidato la colonia venuta a stabilirsi sul continente” (30). Visse nel IX secolo d. C. e quella fu quasi certamente la sua ultima incarnazione.

Nei misteri irlandesi l’iniziato che aveva raggiunto un certo gradino dell’iniziazione sottostava a un ben determinato obbligo. L’obbligo di continuare per tutte le vite successive a contribuire ai progresso dei suoi discepoli, a non abbandonarli” (31).

Suoi discepoli nella vita precedente furono proprio Mazzini, Cavour e Vittorio Emanuele.

“Fu anzitutto l’individualità di Vittorio Emanuele che Garibaldi dovette sentire legata a lui” (32).

Essi vennero in Alsazia per farsi suoi discepoli dai loro diversi luoghi di origine: “uno dal nord, l’altro dal lontano oriente, il terzo dal lontano occidente” (33).

Garibaldi non manifestò la precedente iniziazione in quanto, inserito nelle condizioni del secolo diciannovesimo, non gli fu possibile (34).

Egli quindi non poté vivere la sua spiritualità in maniera pienamente cosciente perché: “L’uomo è costretto ad usare il corpo che gli dà quella certa epoca. I corpi dei tempi antichi erano più duttili, più plastici per lo spirito…”

Per cercare di ampliare l’analisi circa la vita di Garibaldi è importante, dunque, considerare cosa avvenne nelle sedi dei misteri d’Ibernia e come si dipanò la corrente ad essi legata nel corso dei secoli.

I Misteri d’Ibernia

L’Ibernia, l’antica Irlanda, era la sede di iniziati legati direttamente all’oracolo solare dell’antica Atlantide. Era l’oracolo maggiore e più importante nel periodo atlantico e perciò più che in altre correnti poté venire conservata l’antica saggezza in una forma più pura (35).

Alcuni elementi caratteristici erano propri di quell’antico centro misterico, prima dell’avvento del cristianesimo. Gli organi chiaroveggenti dei grandi iniziati erano sempre, per così dire, rivolti al Sole e dagli esseri spirituali che vi dimoravano traevano la loro saggezza. Guardavano il mondo e l’universo intero da una prospettiva solare. Possedevano cioè una visione eliocentrica spirituale.

L’universo visto attraverso il sole si esplica nella saggezza della visione zodiacale del mondo. Il  rapporto quindi dell’uno con il dodici rappresentava il centro di quella conoscenza iniziatica. Questa visione propria dell’estremo occidente è strettamente connessa con quella presente nel Medio Oriente, propria della civiltà persiana.

Zarathustra insegnò la via verso Ahura Mazdao, la grande “Aura Solare” e tutta la civiltà caldaico – babilonese era regolata dalla visione zodiacale del mondo. Il fatto di trarre la visione spirituale dalla medesima fonte e che questa fonte fu il Cristo stesso, legò queste correnti tra loro e quando le popolazioni indoeuropee si spostarono ad ovest si integrarono facilmente dando origine alla cultura celtica.

Gli antichi iniziati d’Ibernia potevano scorgere il mondo spirituale, di cui il sole era portatore, quando l’azione fisica di questo veniva trattenuta dalla materia. I Druidi utilizzavano cioè l’ombra dei dolmen per scorgere l’irradiazione spirituale del sole.

In questa “tecnica” iniziatica risiedeva un mistero più alto. Gli iniziati irlandesi si confrontavano con la materia, con l’oscurità e proprio da questo confronto potevano accedere alla luce spirituale del Cristo. Era la via di Michele, in perenne lotta con il drago, e l’Arcangelo solare era per l’appunto lo spirito di popolo in Ibernia.

Un terzo elemento era che, sebbene la via di iniziazione si rivolgesse alternativamente ad elementi del macrocosmo e del microcosmo, in realtà era molto più proiettata verso il mondo esterno. Seguendo l’avvicinamento del Cristo alla sfera terreste, fu possibile attingere sostanza spirituale dalle forze eteriche stesse della terra, e pertanto, da un certo punto in poi, il mondo elementare divenne la fonte primaria di investigazione per gli iniziati.

Questi tre elementi :

1) Visione del Cristo – Sole,

2) Incontro con le Potenze dell’Ostacolo,

3) Accesso alla soglia attraverso il  mondo  elementare,

erano gli aspetti caratteristici dei “grandi” e più nascosti Misteri d’Ibernia. Il discepolo veniva condotto di fronte a due statue: una era di aspetto maschile, di sostanza elastica con il sole sopra il capo, l’altra di aspetto femminile di sostanza plastica e molle, legata ad una immagine lunare.

Al cospetto delle due statue, dopo una lunga e severa preparazione, il discepolo aveva diverse esperienze immaginative. Accanto alla figura maschile veniva posta la parola “SCIENZA”. L’incontro con questa statua suscitava nel discepolo un irrigidimento animico fino ad una paralisi corporea, si sentiva al di fuori del corpo ed accolto nei suoi organi di senso. L’unità del suo io si perdeva e appariva moltiplicato per dodici. Aveva l’esperienza di paesaggi invernali fino a che non era preso nel turbine di una tempesta di neve ed acquisiva la coscienza della sua vita pre-terrena e dell’evoluzione passata della Terra.

La statua femminile, accanto alla quale era posta la parola “ARTE”, suscitava in lui uno stato febbrile, di intenso calore. Grazie ad una profonda esperienza volitiva si sentiva saldamente concentrato,  raccolto  come in un’unità nel proprio cuore. Aveva l’esperienza di onirici paesaggi estivi da cui sorgevano le possibilità future della terra e la visione della vita dopo la morte.

Posta tra questi due opposti sorgeva in mezzo la figura del Cristo. Iniziatori ammonivano il discepolo con queste parole:

“Accogli nel tuo cuore

la parola e la forza di questo essere.

 E ricevi da lui

 ciò che ti volevano dare le due figure:

Scienza ed Arte”.

Al discepolo diveniva così chiaro che solo l’impulso del Cristo avrebbe consentito l’ulteriore evoluzione dell’uomo. La concezione tripartita del mondo metteva in evidenza il centro quale elemento risanatore in equilibrio dinamico tra polarità unilaterali. Tale concezione divenne norma regolatrice di tutta la vita di queste popolazioni.

La società stessa era strutturata secondo questo principio; accanto alla casta dei guerrieri con i re e a quella dei giudici sacerdoti, i druidi, esistevano i bardi, portatori dell’elemento ritmico, animico, cantori e medici. Se la casta guerriera trovava il compimento del proprio essere nella “lotta eroica” e  curava le attività venatorie come espressione simbolica della propria attività bellica i druidi,  invece,  guidavano l’agricoltura e l’allevamento del bestiame.

La convivenza sociale era altresì retta dai bardi, cantori al contempo della spiritualità elementale di boschi ed acque e delle gesta degli eroi.

Il confronto con le unilateralità che si cercava di investigare e al contempo tenere in equilibrio, fece sì che gli antichi Misteri d’Ibernia assumessero un particolare rapporto con il problema del male. Abituati ad occuparsi dei problemi connessi con il superamento della Soglia, divennero essi stessi, per la loro posizione geografica, guardiani di una Soglia importante per l’umanità europea.

Per millenni conservarono il segreto dell’esistenza dell’America in quanto il  continente in cui maggiormente le forze tellurico-magnetiche di Arimane possono esprimersi sarebbe stato distruttivo per la giovane civiltà europea che si andava formando.

La venuta del Cristo quindi era ampiamente prevista e il Mistero del Golgotha venne percepito nell’aura spirituale della Terra quale involucro rappresentato dal Suo spirito vitale (36).

Con l’avvento del Cristo le antiche tradizioni celtico-irlandesi mutano nella forma. A sud della Gran Bretagna inizia a prendere piede la figura di Artù e dei suoi cavalieri della Tavola Rotonda. Nel mito e nella figura di Artù rivivono quegli elementi archetipici del mondo irlandese. Artù e i suoi cavalieri sono gli annunciatori e i portatori dell’impulso Cristo nella sfera eterica e si confrontano con il problema del male: “Poi inviavano i loro messi in tutta l’Europa per combattere quanto era selvaggio nei corpi astrali delle popolazioni, per purificarle e civilizzarle, poiché questo era il loro compito” (37).

Coglievano lo spirituale nel gioco degli elementi: “Diventare paganamente religiosi  significa essere dediti agli dèi  della natura che dappertutto giocano, si rafforzano, operano e intessono nell’essere, nel tramare della natura” (38); e dopo l’avvento del Cristo iniziarono a leggere nel suo spirito vitale e ad accogliere il significato del mistero del Golgotha attraverso di esso.

Quale che sia il dibattito circa l’esistenza di un Artù storico e del ruolo che ebbe in questa corrente il  castello Tyntagel, diverse esperienze caratterizzate da questi elementi distintivi vi furono realmente in seno al mondo celtico-irlandese. Sebbene il ciclo arturiano si riferisca chiaramente alla trasformazione che la venuta del Cristo impresse alla casta dei guerrieri-re, in realtà tale cambiamento avviene molto lentamente e fino al periodo carolingio, ed ancor più con l’avvento della cavalleria monastica, non si può parlare di cavalleria cristianizzata.

Fu invece il monachesimo irlandese che inizialmente assunse in sé questi aspetti e pertanto maestri e santi di questa corrente furono i primi reali Artù che guidarono i successivi passi della nobiltà celtica e franca (la figura di Giovanni Scoto Eriugena è in questo senso emblematica).

 

Il monachesimo irlandese

 

La più antica attività missionaria irlandese di cui abbiamo testimonianze riguarda la fondazione, in Britannia, dei monastero di Jona nel 563 d.C. da parte di San Columba (Colum Cille). Da Jona il messaggio cristiano venne recato da missionari irlandesi nel nord dell’Inghilterra e, a partire dalla loro nuova base fondata nel 635 d.C. a Lindisfarne (Holy Island), i missionari crearono, nella metà settentrionale dell’Inghilterra, un sistema di organizzazione ecclesiastica assai simile al loro.

Dall’Inghilterra settentrionale i missionari si spostarono progressivamente a sud fino a varcare la Manica ed a porre la loro attività sul continente europeo, benché le prime missioni iniziarono già immediatamente dopo la morte di San Columba, quando nel 597 d.C. da Bangor il monaco Colombano partì con dodici compagni alla volta della Borgogna. Qui fondò tre monasteri (Luxenil, Fontaine e Annagray) che divennero importanti centri di influenza irlandese sulla chiesa franca nel VII e VIII secolo.

Una seconda ondata di pellegrini irlandesi si ebbe a partire dal VII secolo. Erano a volte viaggiatori solitari, ma per lo più si muovevano insieme a compagni, nello stesso numero degli apostoli come avevano fatto Columba e Colombano.

Uno dei primi fu Fursa, fondatore del monastero irlandese di Peronne in Piccardia (Perrona Scottorum), che prima aveva operato in Inghilterra, dalla quale era stato espulso. Altri seguirono. Primi furono i  suoi due fratelli Ultàn e Foillàn, che fondarono monasteri a Laguy, nei pressi di Parigi e a Fosses, presso Namur.

Ben presto si istituì una rete di strette relazioni tra i monasteri (paruchia) che influenzarono profondamente la società franca. Il centro di Nivelles fu il monastero di famiglia dei primi Carolingi. I monaci non si stanziarono soltanto nella Francia meridionale, alcuni di essi raggiunsero i popoli germanici alle frontiere orientali ed occidentali dei regni franchi.

Marianus e Amianus erano monaci operanti in Baviera, probabilmente nella prima metà del VII secolo. A Würzburg si ricorda ancora oggi il monaco Kilian seppure i particolari della sua vita siano completamente perduti. Accanto a questi centri più strutturati sorsero un po’ ovunque delle piccole cerchie di oranti intorno a singoli monaci eremiti (cenobi). Tali cenobi erano profondamente diversi  dalle successive esperienze monastiche. Erano composti da dodici discepoli presso un maestro ed essi conducevano vite separate, ritrovandosi spesso solo per le orazioni.

La regola dei monaci irlandesi fu la prima ad essere redatta ed era particolarmente rigida. I monaci portarono dunque l’antica sapienza d’Ibernia nell’Europa continentale. Avevano pratiche rituali e liturgiche che si rifacevano direttamente agli antichi misteri,  portavano la tonsura druidica e calcolavano la Pasqua in maniera autonoma.

Il compito arturiano di propagare in Europa un cristianesimo non solamente legato ai fatti di Palestina venne da loro adempiuto in maniera mirabile. Portatori di una tradizione celtica che, come abbiamo visto era abituata a confrontarsi con la materia ed il male (39), entrarono in stretto contatto con il mondo politico del tempo come già avevano fatto, primi, San Columba e San Colombano.

“L’iniziativa spirituale tra le libere genti franche venne favorita dalla penetrazione dell’elemento celtico. Il celtismo divenne maestro e guida dei Franchi, spiritualmente meno attivi” (40). “Tutto ciò rese possibile che il Cristianesimo a quel tempo non fosse il riflesso di condizioni esteriori, bensì, non costretto da pressioni materiali, si sviluppasse in un terreno libero” (41 ).

Inizialmente i Franchi accettarono di buon grado la cultura che veniva loro incontro dal mondo irlandese.

“Anche il mondo ideale di Platone trovò accesso in questa vita spirituale. Ciò avvenne soprattutto ai monaci scozzesi ed irlandesi, e in particolare a Scoto Eriugena con il suo De divisione naturae , un opera che rappresenta un momento culminante nella storia del pensiero”.

I monaci irlandesi erano dotti e traghettarono il mondo aristocratico-guerriero verso un mondo culturale che prima era stato da esso rifiutato completamente. Fu un processo particolarmente lungo e lento, in realtà per molti secoli la società medioevale fu spaccata in due. Da un lato i monasteri detentori del sapere e dall’altro oltre ai servi ed ai contadini, anche principi, duchi, re che non sapevano né leggere né scrivere e praticavano caccia, guerra e agricoltura. Nei monasteri la cultura irlandese si integrò con la sapienza del sud portata in particolare dai benedettini e costituì la base per il successivo sviluppo della Scolastica.

Questo fatto fu in realtà una delle conseguenze di importanti avvenimenti spirituali che accaddero proprio nel IX secolo. Steiner ci dice che Garibaldi visse in Alsazia nel IX secolo. Posta tra la Francia e la Germania, l’Alsazia rappresentò, e rappresenta tuttora il cuore dell’Europa. Proprio lì si ebbe la prima tappa per la nascita dello spirito europeo.

Il mondo franco nel 700 d. C. cambia faccia. I Carolingi, pur accettando inizialmente il messaggio spirituale irlandese, con il tempo si rivolgono sempre più agli aspetti temporali della Chiesa pensando di trarne profitto. Si rivolgono sempre più quindi alla Chiesa romana.

“Sulle isole britanniche operavano illustri dotti… poi monaci in serio raccoglimento. Qui si è davvero lavorato per la riassunzione del platonismo e per la sua fusione con il Cristianesimo… Vediamo irraggiare da qui una mistica, una dogmatica, ma anche un entusiasmo, un fervore appassionato. Da qui provengono i primi missionari: Colombano, Gallo, Bonifacio che convertì i tedeschi.

Questi primi missionari, non avendo di mira altro che l’elemento spirituale del Cristianesimo, non erano propensi ad adattarsi alle condizioni delle genti franche. Essi costituirono una forza propulsiva ed esercitarono, specialmente con Bonifacio, la loro maggior influenza presso i Germani orientali. Di contro a ciò prese piede nel regno dei Franchi una crescente influenza da parte di Roma (42).

Roma rappresenta un altro punto nodale nella tarda storia del monachesimo irlandese. L’Europa era attraversata da pellegrini irlandesi; oltre a rappresentare un vero e proprio “gregge di filosofi”, come furono dipinti, intenti alla evangelizzazione dell’Europa, molti di essi avevano come meta finale Roma, “Limina apostolorum“. Molti irlandesi riferiscono che due ecclesiastici di Leinster del VI secolo, Fiachira Goll ed Emivè, “uno die quieverunt in Roma” (morirono a Roma nello stesso giorno). Erano solo l’avanguardia di una corrente ininterrotta di Irlandesi diretti alla Città Eterna (43).

Di contro la chiesa romana avversò in ogni modo il monachesimo irlandese. Il Papa divenne sempre più il rappresentante di una società temporale che perpetrava modelli sociali imperiali romani, avverso allo sviluppo dell’anima cosciente nell’umanità che si andava preparando nell’Europa centrale.

Proprio a tal fine nel  IX secolo dovette avvenire un importante avvenimento spirituale. L’anno 869 fu centrale per l’ulteriore sviluppo della spiritualità europea. La corrente misterica nord-occidentale di Artù si fuse con quella sud-orientale del Graal. Esse sparirono esteriormente, ma costituirono un’aura spirituale nell’Europa che servì al nuovo sviluppo del Cristianesimo.

Erano due esperienze diverse ed unilaterali del Cristianesimo. Da un lato la corrente di Artù coglieva l’essere Cristo nel mondo circostante; il Cristianesimo sorgeva dall’incontro con il mondo elementare e viveva nella organizzazione della società stessa. Dall’altro la corrente del Graal aveva vissuto direttamente gli eventi di Palestina e le forze del Cristo erano riposte nel sangue e nel cuore degli uomini.

Gli antichi misteri di Horus rivivevano in forma cristianizzata nei percorsi meditativi degli iniziati. Questi aspetti si incontrarono e si completarono a vicenda, da allora la via macrocosmica e quella microcosmica furono poste nelle potenzialità evolutive dell’uomo. Questo avvenimento si ripercosse a diversi livelli nella società medioevale di allora.

Vediamo schematicamente come:

1. Il  monachesimo irlandese e quello benedettino progressivamente si fondano: da questo incontro nasce poi il movimento cistercense legato alle esperienze templari: i guerrieri divengono ai contempo monaci.

2. Nasce il ciclo del Graal. Parsifal arriva al Graal, ma è contemporaneamente cavaliere di Artù. Galvano svolge i propri compiti nella società come cavaliere di Artù, ma al contempo è alla ricerca del Graal. Si tratta in realtà dei due aspetti ora congiunti nella medesima persona (lato notturno- Parsifal;  lato diurno-Galvano). Galaad incarna la nuova spiritualità. E’ contemporaneamente cavaliere di Artù e giunge al castello del Graal. Anche Bohort, come vedremo, rappresenta una figura importante.

Contro questi impulsi di evoluzione spirituale altre correnti si destano per impedirne lo sviluppo:

1. nell’ 869 a Costantinopoli viene negata l’esistenza dello spirito quale entità distinta. La tripartizione dell’uomo, base della spiritualità celtica scompare dalla conoscenza umana.

– IMPULSO ROMANO.

2. Sempre nell’ 869 nei mondi spirituali avviene un “incontro” tra diverse individualità: Aristotele,  Platone, alcuni cavalieri di Artù e l’individualità vissuta come Harun al Raschid a Baghdad. Si pongono le basi per l’ulteriore sviluppo spirituale cristiano dell’Europa (Chartres e la Scolastica), ma Harun al Raschid non accetta di porsi al servigio del Cristo. Si reincarnerà come Francesco Bacone dando vita al moderno materialismo.

– IMPULSO ARIMANICO (44).

Quando avvennero questi avvenimenti, non sappiamo se l’individualità spirituale di Garibaldi fosse in vita, o meno, ma comunque lo dovettero interessare direttamente. E’ estremamente difficile fare delle ipotesi circa la precedente sua incarnazione. Piccoli centri di spiritualità irlandese a cui afferivano discepoli da ogni luogo sorsero in moltissimi luoghi e nella quasi totalità dei casi i nomi dei monaci sono a noi ignoti. Inoltre su tutto ciò che si riferisce alle correnti di Artù e del Graal si posa un velo spirituale che le occulta e ne rende difficile l’investigazione (45).

Tuttavia non appare primariamente così importante conoscere nei dettagli la vita precedente di Garibaldi, quanto piuttosto respirarne l’atmosfera con cui si può ampliare la nostra comprensione circa la sua vita nel XIX secolo. Anche Cavour, Mazzini e Vittorio Emanuele vissero in quel periodo come suoi discepoli.

Alcune suggestioni riecheggiano dalla Cronica Anglosassone quando “riferisce che nell’ 891 d.C. tre irlandesi giunsero da re Alfredo su una imbarcazione priva di remi… perché  desideravano  andare  in pellegrinaggio per amor di Dio, non importa dove” (46).

Altre sorgono da una lettera conservata a Bamberga, in Baviera “in cui si riferisce come durante il viaggio verso il continente tre irlandesi fecero tappa alla corte di re Mervyn Vrych nel Galles dove furono sfidati a decifrare una scritta segreta. Gli irlandesi consultarono i loro libri e riuscirono a scoprire il codice secondo cui tale scritta era stata compilata e annunciarono il loro trionfo in una missiva al loro mastro in Irlanda” (47). Sono appunto soltanto suggestioni, ma permettono di immaginarci tutto il fervore religioso e la dedizione al maestro che dovettero avere anche i discepoli di Garibaldi.

Per quanto riguarda Garibaldi, Steiner dà soltanto una piccola indicazione quando dice che come maestro monaco, ora sconosciuto svolse una funzione più importante del più noto Bonifacio nell’evangelizzare le popolazioni dell’Europa centrale (48).

Steiner parlò di Bonifacio fin dal 1904, quando teneva le lezioni di storia all’Università Popolare di Berlino. Parlò del diverso modo di portare il Cristianesimo ai popoli germanici al confine con i regni franchi. Da un lato i Franchi si fecero portatori dell’impulso romano ed imposero con la forza a quelle popolazioni il cattolicesimo. Bonifacio, il fondatore del monastero di Fulda, svolse un ruolo di primaria importanza in questo processo. Per contro il monachesimo irlandese portava un Cristianesimo spirituale che  “non viene inculcato nella loro anima come qualcosa di estraneo: i luoghi di culto, le usanze sacre, i costumi e le persone vengono rispettate a tal punto che si  utilizzano vecchie istituzioni per riversarvi il nuovo contenuto. Interessante è come l’ antico diventi la veste, il nuovo, l’ anima”.

Un esempio di ciò viene descritto nella stessa conferenza poco dopo:

“Di quell’epoca possediamo, proveniente dalla tribù sassone, un racconto della vita di Gesù: viene assunta la figura di Gesù, ma tutti i particolari vengono rivestiti di elementi germanici. Gesù appare come un duca tedesco, il rapporto con i discepoli assomiglia ad un’assemblea di popolo. Così viene descritta la vita di Gesù nell’ Heliand ” (49).

“L’Heliand è un poema in 5983 versi in allitterazione, composto in lingua basso sassone da un monaco anonimo che ne aveva ricevuto l’incarico intorno all’anno 830 dall’imperatore Ludovico il Pio” (50).

Arturo

“La notte del 26, sulla strada di Marineo, Garibaldi cavalcava silenzioso, a fianco gli era Türr, le stelle brillavano di intensa luce, ad un tratto Garibaldi, guardando il ciclo, mormorò: “Bizzarrie della vita, noi tutti abbiamo una stella, io scelgo Arturo”. “Ebbene ­- fece Türr – Arturo risplende,   voi entrerete a Palermo”. “Certamente!”, rispose Garibaldi…” (51).

Garibaldi, disse Steiner, non fu in grado di essere cosciente del suo ruolo di grande iniziato a causa delle condizioni del tempo in cui visse. Il secolo diciannovesimo fu improntato dal materialismo, anche se il Kali-yuga volgeva al termine, il rapporto dell’uomo con i mondi spirituali era da riallacciare. I corpi stessi degli uomini avevano ormai ridotte al minimo le possibilità di essere plasmati al servizio degli impulsi spirituali. La concezione del mondo che si iniziò ad insegnare ai giovani divenne distruttiva per le possibilità di sviluppo spirituale.

“Così è impossibile che attraverso un corpo, che fino ai diciassette o diciott’anni è stato educato secondo le vedute della civiltà odierna, si manifestino le condizioni di saggezza degli antichi tempi nella forma in cui ci si aspetterebbe di vederle” (52).

Al contempo, come abbiamo visto, l’eccezionalità della vita di Garibaldi è indice di un operare del mondo spirituale che si rivolge alla volontà stessa del Generale.

“Era stato iniziato e aveva accolto in una precedente vita impulsi volitivi che portò poi a compimento nella vita come Garibaldi” (53). “Tutto quello che si manifesta in Garibaldi è impulso volitivo” (54).

Gli avvenimenti che gli accaddero assumono quindi un aspetto archetipico che fece dire a Rudolf Steiner:

“Ciò a cui m’interessai soprattutto nella vita di Garibaldi fu l’aspetto karmico, il fatto che in lui vi fosse una personalità la cui vita è difficilmente spiegabile, perché in un certo senso Garibaldi è la verità stessa” (55).

La domanda che sorge ora è quale fosse questo elemento archetipico a cui per certi versi si conformò una vita di per sé cosi anticonformista? Si può rispondere considerando a quale corrente spirituale appartiene l’individualità che si incarnò come Garibaldi. Le vite dei grandi iniziati di ogni corrente misterica hanno da sempre svolto un ruolo archetipico. La vita dell’iniziato rappresenta la via dell’iniziazione stessa in quanto incarnazione di verità spirituali.

Il forte valore simbolico della vita fa sì che la saga, il mito, l’opera che la narra diventi leggibile a più livelli e che normalmente nel corso dei secoli si sia da un lato persa la comprensione degli avvenimenti spirituali che si narrano, e contemporaneamente si sia persa la capacità di discernere se quella vita fu realmente vissuta o abilmente inventata. Da Gilgamesh a Sigfrido, da Ercole a Cù Chulainn fino a Parsifal, la reale comprensione di ciò che è raccontato andò perduta.

Anche tutto ciò che riguarda la corrente dei misteri occidentale subì, dunque, questa sorte. In realtà gli scritti inerenti al mondo celtico – irlandese sorsero ben dopo 1’869 d. C. quando cioè quella corrente che era espressione di un cristianesimo unilaterale non esisteva più. Il nuovo impulso cristiano esoterico si stava organizzando ed effondeva la sua aura come una nuvola spirituale che avvolgeva l’Europa, nuove possibilità erano donate agli uomini.

In realtà un ciclo arturiano compiuto non può ritenersi anteriore al X secolo; anzi fino al XII secolo la leggenda di Artù sorge in maniera frammentaria dalla poesia gallese. È proprio a causa dei fatti del IX secolo che dallo scrigno dei bardi poté essere tratta la figura di Artù, che risaliva alla tradizione misterica.

Una difficoltà nell’analisi deriva dal fatto che le opere del ciclo arturiano si rifanno più ad una tradizione gaelica e bretone, sono molto tarde nella loro realizzazione e la stesura e raccolta avviene grazie ai monaci legati alla chiesa cattolica, con tutte le possibilità di cambiamenti che ciò comporta. Accanto al ciclo arturiano si stagliano altri racconti ben più antichi che, sebbene raccolti  e compilati anch’essi in “scriptoria” monastici, presentano quella dimensione ancestrale ed archetipica del mondo celtico pagano; in particolare: il “ciclo dell’Ulster”, il “ciclo di Cù Chulainn” e il “ ciclo dei Fiana”.

Proprio il passaggio da questi antichi personaggi, iniziati nella casta dei re-guerrieri e cantati dai bardi, alla figura della Tavola Rotonda presuppone il mistero del Golgotha e inserisce quest’ultima nella spiritualità cristiana. Accanto al primo Artù cantato nella poesia gaelica, prende piede il grande ciclo di Parsifal e Galvano, portato da Wolfram von Eschenbach. Tale tradizione diviene da un lato la base della iniziazione temporale cavalleresca e quindi innestata nelle cerimonie iniziatiche regali anche se oneste sono sempre meno capite, in realtà si rivolge a tutta l’umanità a testimonia degli avvenimenti di 400 anni prima.

Nel corso dei secoli, poi, Artù divenne piuttosto un grande personaggio letterario e il prototipo delle cavallerie nobili di tutta Europa. Il tentativo di cogliere dietro le sue avventure elementi archetipici  di esperienze iniziatiche avvenne sostanzialmente nel nostro secolo, con la rinascita di una certa indagine spirituale. Ovviamente l’avvento psicoanalitico da un lato, la spinta comparativa con la tradizione indiana dall’altro, e in sostanza la scarsa capacità di discernimento spirituale, rendono molte opere sull’argomento enigmatiche ad una analisi che voglia tener conto di realtà superiori.

Garibaldi come si evince dalle parole che scrisse a Türr si sentiva in qualche modo collegato con Artù, grazie alla sua “volontà visionaria”, come la definì Steiner. Anche un altro grande personaggio italiano, forte dell’intuizione del poeta, presagì questo legame. Giovanni Pascoli scrisse un poema sul grande Maestro. Pascoli definisce qui Garibaldi, “monaco rosso” e “cavaliere templare” in azione su una nuova Terra Santa.

 “Esci dalla foresta e fa la nave

 per questa Italia e per la sua fortuna:

giovine Italia, grande, libera, una.

Tu lascia squadre e mazze: ecco la spada.

Il caval nero pasce erba e rugiada

nel cimitero, il lenzuolo morto indosso.

 Montavi ancora su, monaco rosso!

Galoppa ancora, cavalier templare!

in questa Terra Santa fa volare

 sul saio rosso il gran bianco mantello!

 Popolo avanti! Teco è Dio! – Fratello!-

Il giovin fulvo si lanciò, s’apprese

alla sua mano, l’abbracciò, gli chiese:

– Chi è? – Tu? – Garibaldi – Egli, Mazzini” (56).

 

Altrettanto impressionò il poeta il viaggio con i dodici sansimoniani, “i dodici esuli in veste bianca”, ed egli scrisse:

 

     “Sovra coperta un gruppo era adagiato a tondo,

      di dodici stranieri in lunghe vesti bianche.

      Avean bordone al lato ed una corda all’anche.

      Avanti loro, dritto e grave, era il Secondo”(57).

 

Nella vita di Garibaldi sono riscontrabili una serie di elementi tipici ed archetipici che sono in qualche modo legati alla tradizione cavalleresca celtico-irlandese. Non tanto eccezionali se presi singolarmente, la contemporaneità di essi in una singola vita fa riflettere.

(CONTINUA)

________________________________________________________

Note

25) Rudolf Steiner, Considerazioni sui nessi karmici, Vol. I Conf. del 23/3/1924

26) O.O. 239 – conf. dell’11/6/1924

27) “Gli uomini altamente evoluti in tempi passati possono per conseguenza solo venir riconosciuti da chi guardi alle manifestazioni della vita che si presentano piuttosto dietro l’uomo che non per lui stesso”, in O.O. 235 .- conf. del 23/3/1924.

28) O.O. 235 – conf. del 22/3/1924

29) Ibidem

30) Conf. del ciclo Considerazioni esoteriche sui nessi karmici.

31) Ibidem

32) Ibidem

33) Ibidem

34) Ibidem

35) Per una descrizione più dettagliata si veda: B. Lievegoed, Correnti dei Misteri in Europa, Ed. Antroposofica,  e R. Steiner, Sedi dei Misteri antichi.

36) O.O. 340

37) Ibidem

38) Ibidem

39) Rudolf Steiner, La nascita dello spirito europeo. Lezioni di storia medioevale, O.O. 51,Ed. Tilopa

40) Ibidem

41) Ibidem

42) Ibidem

43) Daibhì O’ Croinin, Le missioni irlandesi.

44) O.O. 240

45) Ibidem

46) Daibhì O’ Croinin, Le missioni irlandesi.

47) Ibidem

48) O.O. 51

49) Ibidem

50) Nota di G. Roggero in O.O. 51, Ed. Tilopa

51) L’Opera di Stefano Türr nel Risorgimento italiano, a c. di Stefania Türr, Firenze, 1925, 4°, p. 49.

52) In Considerazione sui nessi karmici,  O.O. 235 – 240

53) Ibidem

54) Ibidem

55) Ibidem

56) G. Pascoli, Il credente.

57) G. Pascoli, I dodici esuli.

GIUSEPPE GARIBALDI ( parte seconda )

 giuseppe_garibaldi_1866

SECONDA PARTE

Introduzione

Settimo settennio

1849 – 31 luglio: arriva a San Marino, scioglie la legione e riparte con soli 250 fedelissimi. Anita ha un attacco febbrile, probabilmente malaria, ma continua a seguire Garibaldi.

– 1° Agosto: Anita a Cesenatico: s’imbarca coi suoi tredici bragozzi, diretto a Venezia.  Avvistato e cannoneggiato dagli austriaci, approda a Magnavacca, con Anita gravissima e 30 compagni.

– 4 agosto: morte di Anita

– 8 agosto: il compagno di Garibaldi, padre Ugo Bassi, sacerdote barnabita e massone,  per i clericali “prete rinnegato”, ed il capitano Livraghi senza processo vengono condannati a morte e fucilati a Porta Sant’Isaia a Bologna. Ugo Bassi fu a lungo torturato dalle autorità ecclesiastiche.

Bassi cadde vittima dei preti, che guidarono le palle austriache. Infami preti! Mercanti d’Italia! Voi vendeste la vita di Bassi, come avete venduto la vita d’Italia. Ma la vostra religione! Ah si! Non  essere che la religione dell’inferno!…… Il Papa è Lucifero… la  parola d’ordine , il giorno della vendetta sarà: Bassi!”

– agosto: fuga di Garibaldi attraverso l’Appennino soccorso dalla “filiera” montana di Romagna e Toscana.

– 4 settembre: Garibaldi giunge in Liguria.

– 6 settembre: arrestato e portato a Genova. Il capo di accusa è di essersi introdotto illegalmente nel Regno di Sardegna, avendo lui perso la cittadinanza sarda. A favore di questa tesi si schierò anche Cavour. Secondo lo Statuto del 1848 ogni suddito sardo avrebbe perso la cittadinanza se avesse servito nelle forze armate d’uno stato straniero.

-16 settembre: partenza da Genova per l’esilio. La Marmora dopo averlo visto scrisse: “Garibaldi non è un uomo comune, la sua fisionomia, comunque rozza, è molto espressiva. Parla poco e bene: ha inoltre penetrazione, sempre più mi persuado che si è gettato nel partito repubblicano per battersi e perché i suoi servigi erano stati rifiutati. Né lo credo ora repubblicano di principio. Fu grande errore il non servirsene. Occorrendo una nuova guerra, è uomo da impiegare. Come sia riuscito a salvarsi quest’ultima volta, è veramente un miracolo”.

– 25 settembre –  6 ottobre: arriva per la prima volta alla Maddalena. “La Maddalena e Caprera…, possono avere suscitato qualche ricordo sentimentale perché somigliavano in modi diversi a Laguna, la città natale di Anita”.

  • 14 novembre: arrivo a Tangeri dopo una sosta a Gibilterra. Si ferma 7 mesi.  “Ero fisicamente esausto, tormentato dai reumatismi  e dall’artrite”.

Scrive le sue memorie nella loro prima stesura.

1850 – giugno: partenza da Tangeri per gli Stati Uniti via Liverpool.

– 30 luglio: arrivo a New York

Subito dopo aver lasciato Liverpool, Garibaldi era stato colto da un  violento  attacco reumatico  che  gli  aveva impedito di camminare; dovette essere portato a braccia giù dalla nave”.

Il Dwight, che per primo pubblicò le sue memorie, ricorda che la forma reumatica gli indebolì il braccio destro. Per vivere Garibaldi fece il lavorante di candele nella fabbrica del fiorentino Antonio Meucci. Giocava a bocce, a domino ed andava spesso a caccia. Fallimento finanziario.

-11 novembre – 7 dicembre: viaggio a Cuba.

1851 – 28 aprile -12 settembre: viaggia nelle Americhe, prima a Chagres e poi a Panama. Qui cadde seriamente malato di febbre tropicale.

– ottobre: continua il viaggio a Lima. Qui partecipa ad una rissa con il francese Charles Ledo, che lo aveva precedentemente schernito.

1852 – 19 marzo : morte della madre. Garibaldi sta andando a Canton su la “Carmen”. Quella notte di tempesta, sofferente per un attacco di reumatismi ha la visione di sua madre e di una processione funebre.

– Aprile – dicembre: viaggio in Cina, Australia e Nuova Zelanda come capitano di navi mercantili.

1853 – settembre; torna in America; altri guai finanziari.

– novembre: parte per Londra con la nave “Commonwealth

1854 -11 febbraio: arriva a Londra ed incontra Mazzini. Conosce il rivoluzionario russo Alexandr Herzen il quale lo definì: “un eroe dell’antichità; una figura dell’Eneide”. Dissidio con Mazzini circa il suo modo di fomentare le insurrezioni. A Londra ricevette anche una spada, un  telescopio ed  un  diploma di benvenuto.

– 7 maggio: arriva a Genova durante l’epidemia di colera. Si offre volontario agli ospedali, ma non viene accettata la sua offerta. Lo coglie un violentissimo attacco reumatico. Si reca a Nizza: gioca a bocce e a dama. Non ama invece gli scacchi, persuaso che occorresse più tempo a divenire buon scacchista che non un buon generale.

1855  – 8 agosto: è nominato capitano marittimo di prima classe.

– 11 novembre: morte del fratello Felice: eredità.

– 29 dicembre: acquista metà dell’isola di Caprera

1856  – viaggi marittimi.

Ottavo settennio

1856  – 8 agosto: è a Torino dove incontra per la prima volta Cavour.

1857  – viaggi marittimi, ha un naufragio. A Caprera Garibaldi porta anche Battistina Ravello perché cucinasse e tenesse casa per lui; fu amante di Garibaldi. Conosce Maria Speranza von Schwartz che tradusse le sue memorie in tedesco.

1858  – si stabilisce definitivamente a Caprera dove diventa agricoltore e allevatore.

– agosto: chiede a Speranza di sposarlo: lei chiede tempo per riflettere. Mentre camminavano sottobraccio egli lo ritrasse nei pressi della casa, spiegando che le donne della sua casa avevano l’abitudine di spiarlo con un cannocchiale. Ha un incontro con Cavour: accordo per i volontari.

– 31 dicembre: nasce per sua richiesta l’inno di Garibaldi. Parole di Mercantini, musica di Olivieri.

1859  – febbraio; e a Torino incontra per la prima volta Vittorio Emanuele.

– 11 marzo; è nominato maggior – generale piemontese, comandante del Corpo Cacciatori delle Alpi: incomincia ad addestrare i volontari.

– 25 aprile: si prepara a partire; ha un violento attacco reumatico al ginocchio.

– 27 aprile; dichiarazione di guerra all’Austria, con la Francia alleata del Piemonte.

– 21 maggio: passa la Sesia.

– 23 maggio : passa il Ticino.

– 26 maggio: combattimento di Biumo Inferiore e Malnate.

– 27 maggio: battaglia di San Fermo: conosce e si innamora di Giuseppina Raimondi.

– 9 giugno: Vittorio Emanuele gli conferisce la medaglia d’oro al valor militare.

– 14 giugno: battaglia dei Tre Ponti.

– 11 luglio: armistizio di Villafranca.

– 1° agosto: si dimette da generale sardo.

– 17 agosto: viene nominato vice-comandante in capo dell’Esercito dell’Italia Centrale.

– settembre: lancia la sottoscrizione  “un milione di fucili” per l’unità d’Italia (Fondo Garibaldi)

– 16 novembre: si dimette da generale dell’esercito toscano.

1860- 4 gennaio: incontra Alexandre Dumas.

– 24 gennaio: sposa a Fino Mornasco Giuseppina Raimondi. Il matrimonio durò un giorno, lei era l’amante del giovane ufficiale Luigi Caroli. Non le avrebbe parlato mai più.

– 24 marzo: cessione di Nizza alla Francia. Garibaldi fonda un “Comitato per Nizza” ed entra in politica.

– 12 aprile: è eletto al Parlamento.

– 6 maggio: partenza dei Mille dallo scoglio di Quarto; sono 1150 uomini su due vapori: il Piemonte ed il Lombardo della compagnia Rubattino.

– 7 maggio: sbarco a Talamone.

– 11 maggio: sbarco dei Mille a Marsala.

– 13 maggio: occupa Salemi, proclama la leva in massa e assume la dittatura in nome di Vittorio Emanuele.

– 15 maggio: battaglia di Calatafìmi: guida l’assalto sotto il fuoco nemico incurante delle pallottole.

– 27 maggio: entra in Palermo.

– 6 giugno: resa dei Borbonici a Palermo ed evacuazione delle truppe.

– 10 luglio: battaglia di Milazzo

– 24 luglio: firma della capitolazione delle truppe borboniche di Milazzo.

– 27 luglio: occupazione di Messina.

– 6 agosto: raggiunge Punta Faro con le truppe.

Almeno una volta, e spesso due volte al giorno, saliva in cima al faro, e guardava la Calabria con il cannocchiale. Talvolta stava tutto il giorno e tutta la notte lassù, nella torre, in una angusta stanzetta che conteneva solo un lettuccio pieghevole, due sgabelli ed una cassa. A un chiodo era appesa la sua sciabola, e ad un altro una camicia ed un paio di pantaloni”.

– 18 agosto: salpa da Taormina per lo sbarco in Calabria.

– 19 agosto: sbarca a Melito.

– 21 agosto: battaglia di Reggio Calabria.

– 22 agosto: occupazione di Villa San Giovanni.

– 30 agosto: resa delle ultime truppe borboniche: la Calabria è libera.

– 31 agosto: arrivo a Cosenza.

– 7 settembre: ingresso trionfale a Napoli; al balcone del palazzo reale fece per la prima volta il “segno di Garibaldi”. Levò, cioè, un dito – l’indice – della mano destra a significare “una Italia”.  Andò nella cattedrale dove il sangue di san Gennaro si liquefece in suo onore. Il popolo gridava: “Viva Garibardo” e presto fu chiamato “Bardo”.

– 7 settembre – 8 ottobre: fu dittatore su tutto il Regno di Napoli.

– 30 settembre: battaglia del Volturno.

– 2 ottobre: battaglia di Caserta.

– 26 ottobre: incontro a Teano con Vittorio Emanuele II.

– 9 novembre: imbarco per Caprera dove tornarono i reumatismi.

1861- 27 marzo: è eletto deputato di Napoli al nuovo parlamento italiano.

– aprile: è bloccato a Torino da un attacco reumatico che gli impedisce di prendere parte alle sedute parlamentari.

– 15 maggio: alle sedute partecipa in poncho e camicia rossa.

Si sposa la figlia Teresita con Stefano Canzio.

– 6 giugno: muore Cavour pochi giorni dopo un violento attacco di Garibaldi nei suoi confronti. In quei giorni Cavour lo definì un orso incerto su quale preda divorare.

– luglio: si interessa della guerra civile americana, ma decide di rifiutare l’offerta di Lincoln di prendervi parte: ci sarà comunque una “Guardia Garibaldi” di volontari in camicia rossa.

1862 – 14 maggio: Sarnico: arresto di volontari garibaldini pronti ad invadere il Tirolo.

– giugno: parte da Caprera per Palermo onde liberare Roma e Venezia. Conia il motto “O Roma o morte”.

– 29 agosto: sull’Aspromonte scontro con l’esercito regio agli ordini del colonnello Pallavicino.

Mentre Garibaldi stava davanti ai suoi uomini esortandoli a non sparare, una pallottola sparata dai soldati in avvicinamento colpì un albero, rimbalzò e penetrò nella sua caviglia destra. Quasi nello stesso istante, un’altra pallottola lo colpì alla coscia sinistra; ma egli rimase diritto davanti alla linea, e alzandosi in tutta la sua statura continuò a gridare ai suoi uomini di non sparare”.

– 31 agosto: prigionia nel forte di Varignano (La Spezia).

– 5 ottobre: amnistia.

– 23 novembre: il dottor Zanetti estrae la pallottola dal piede senza amputazione. Garibaldi teneva la mano di Jessie White Mario e masticava un sigaro toscano. Per più di un anno poté camminare solo con l’aiuto delle stampelle.

Nono settennio

1864 – 19 marzo: partenza per la visita in Inghilterra, dove incontra Mazzini; è accolto trionfalmente. Disraeli si rifiutò di incontrarlo e Carlo Marx ridicolizzò il benvenuto tributatogli. Incontra Mc Adam, suo uomo di fiducia nei rapporti con la massoneria britannica. Viene accolto nella loggia “egiziana”, di lingua francese, di rito memphitico, “Les Philadelphes” del Rito Massonico Orientale di Memphis, diretta da Jean-Philippe Berjeau, che gli rilascia per l’occasione un diploma.  Si reca in Cornovaglia; a causa di disturbi di salute e per evitare di essere usato sia dai politicanti che dal governo inglese anticipa il rientro in Italia.

Maggio: è a Caprera.

I865 – ammiratori inglesi acquistano e gli donano la residua metà dell’isola di Caprera.

1866- 10 giugno: lascia Caprera per la campagna del Trentino.

– 24 giugno: stabilisce il suo quartier generale a Salò.

– 3 luglio: battaglia del Monte Suello. Mentre dirige le operazioni fu raggiunto da una pallottola alla coscia e deve ritirarsi; seguirà le operazioni in carrozza.

– 21 luglio: battaglia di Bezzecca

– 25 agosto: riceve l’ordine di ritirata; risponde a La Marmora con il famoso telegramma, “Obbedisco”, suscitando le ire dei mazziniani.

1867 – 16 febbraio: nasce la figlia Clelia da Francesca Armosino.

– 24 febbraio: va a Venezia, poi gira il Veneto liberato.

A Verona una donna usci dalla folla, presentandogli il suo bimbo di tre settimane e chiedendogli che lo battezzasse.

        Io ti battezzo in nome di Dio e del legislatore Gesù. Possa tu  divenire un apostolo del vero: ama il tuo simile; assisti gli  sventurati; sii forte a combattere i tiranni dell’anima e del corpo. Sii degno del bravo Chiassi di cui ti impongo il nome”.

Questo suscitò ovviamente le ire della Chiesa.

– 22 settembre: arresto a Sinalunga, mentre prepara l’invasione per liberare Roma; viene rinchiuso nella fortezza di Alessandria.

– 26 settembre: è liberato, ma confinato a Caprera

– 13 ottobre: alle 22 Garibaldi, da solo, si mette in mare con i remi fasciati per attutire il rumore ; fugge da Caprera.

– 16 ottobre: galoppa, a sessant’anni per 17 ore consecutive.

– 19 ottobre: è in Toscana.

– 23 ottobre: arriva a Monterotondo: si ricongiunge con il figlio Menotti.

– 3/5 novembre: battaglia di Monterotondo e Montana contro i franco – papalini, in una ambulanza inglese è presente H. P. Blavatsky. Sconfitto, viene arrestato  ed imprigionato  nel forte di Varignano.

– 25 novembre: liberato si ritira a Caprera. Qui inizia la sua attività di romanziere.

1868- scrive “Clelia, o il governo dei preti” e “Cantoni, il volontario

1869- 10 luglio: nasce la figlia Rosa da Francesca Armosino.

Decimo settennio

1870 – settembre/ottobre: si offre di aiutare la Francia repubblicana durante la guerra franco – prussiana.

– 7 ottobre: sbarca a Marsiglia.

– 25, 26 novembre: battaglia di Digione.

– 1° dicembre: battaglia di Autun.

1871 – gennaio: occupazione di Digione; è immobilizzato da un attacco reumatico. Il giorno di Capodanno muore a Caprera sua figlia Rosa di 17 mesi. Garibaldi è in condizioni disastrose per i reumi.

– 31 gennaio: abbandona Digione.

– 13 febbraio: rassegna le dimissioni dall’esercito francese, tra le polemiche del parlamento parigino circa la sua condotta bellica.

1872- segue gli avvenimenti dell’Intenzionale socialista. Muore Mazzini.

1873- pubblica il suo terzo romanzo. “I Mille”.

–  23 aprile: nascita del figlio Manlio.

1874- novembre: è eletto deputato a Roma.

– 19 novembre: ottiene una pensione annua dal governo: la rifiuta.

1875- 25 gennaio: arriva a Roma per presenziare all’apertura del parlamento.

– agosto: muore di malaria la figlia sedicenne Anita, cresciuta da Speranza von Schwartz e che non andò mai d’accordo con il padre.

1876 – 9 aprile: è costretto ad accettare, per bisogno, la pensione governativa.

– 26 maggio: presenta alla Camera un progetto di deviazione del Tevere per bonificare l’agro romano.

1878 – muore Vittorio Emanuele.

Undicesimo Settennio

1880 – 14 gennaio: la Corte di Appello di Roma annulla il matrimonio con la marchesa Raimondi.

1881 – 26 gennaio: sposa civilmente Francesca Armosino, mamma di Clelia e di Manlio.

1882 – 2 giugno: ore 18.22 muore a Caprera dopo un attacco di bronchite.

Garibaldi vide una nave passare davanti alla finestra e chiese se era quella che portava Ricciotti e Teresita: gli risposero di no; però sorrise quando gli dissero che era una nave diretta in Sicilia. Due capinere entrarono dalla finestra aperta, ed egli mormorò ai suoi amici di non mandarle via, perché erano forse le anime delle due bambine, le due Rose, che venivano a prenderlo”.

Note fisiche e caratteristiche

Dell’aspetto fisico di Garibaldi non abbiamo nessun ritratto o fotografia prima del 1842, quando cioè aveva 34 anni; le sue fattezze vennero però annotate in quattro occasioni nei registri della Regia Marina Mercantile di Nizza e Genova: “Altezza: oncie 39, ¾; capelli castagni o biondi; sopracciglia bionde; occhi : castano – chiari; fronte: alta; naso: regolare; bocca: media; volto: rotondo; barba: bionda; faccia: ovale; colorito: buono; segni particolari: nessuno”. Lontano dai tratti liguri suscitò dunque, a ragione in molti, l’impressione di una origine nordica. Ciò che più colpiva in lui era il suo portamento semplice e dignitoso. La sua calma franchezza, la sua spontanea sincerità e la sua quieta cortesia. Tutte qualità che però, in caso di ingiuria o di insulto, erano pronte a trasformarsi in una collera violenta.

Bartolomè Mitre, futuro presidente dell’Argentina, conobbe Garibaldi mentre rifugiato a Montevideo era maggiore nell’esercito della città. Mitre diede una descrizione dell’aspetto di Garibaldi cosi come era l’ultima volta che lo vide, il 17 novembre 1843.

Garibaldi aveva allora 36 anni; era basso e tarchiato, con spalle rotonde, l’incedere un po’ dondolante del marinaio, i lunghi capelli rossi e la barba lo facevano somigliare alla raffigurazione tradizionale di Cristo”.

Come tanti altri osservatori, Mitre trovò “gli occhi di Garibaldi azzurri e non castani, come realmente erano” (16).

Anche Mitre rimase stupito ed affascinato dal suo carattere e fu colpito da quella dissociazione tra pensare, sentire e volere che in molti notarono. Garibaldi aveva “un cuore ed un cervello in dissintonia”, tuttavia fu “un vero eroe in carne ed ossa, con un ideale sublime, con idee eccessive e distorte circa la libertà, ma con le virtù necessarie a grandi cose”.(17).

La stranezza del suo carattere venne sottolineata anche dallo storico Jasper Ridley, il quale scrisse:

Il suo carattere aveva però due facce: da adulto, fu un uomo d’azione fortunato e, insieme, un idealista, un utopista. Seppe prendere rapide decisioni, e ottenere grandiosi risultati, mentre i politici ed i teorici perdevano tempo in chiacchiere; ma talvolta, nel bel mezzo dell’allegria e del trambusto di un ricevimento o di una riunione mondana, era capace di restare con lo sguardo perduto chissà dove, assolutamente dimentico di ciò che accadeva intorno.  Era nato così: una strana combinazione d’idealista sognatore e di generale vittorioso.”( 18).

Dove si posasse quello sguardo è uno degli enigmi per la storiografia tradizionale.

Il visionano sognatore

Parea di là guardarlo, allora apparso, Arturo

e Garibaldi assorto era nel ricordare

di qual Argo il timone esso reggea, securo,

in una sacra notte, in un ignoto mare”.(19).

 

Della spiritualità di Garibaldi si sa molto meno che delle sue imprese guerresche. Accanito anti – clericale fu comunque sempre indulgente nei confronti della fervente religiosità materna. Fu un sostenitore della Religione del Vero e in qualità di Gran Maestro della Massoneria ci sono pervenuti diversi scritti, tanto che da essi si è potuto estrapolare un pensiero massonico di Garibaldi (20) che non sembra essere particolarmente geniale e apparentemente poco si discosta dalla “ortodossia” massonica. In realtà ciò che fu il mondo spirituale di Garibaldi va ricercato tra le pieghe della sua vita.

Comunque, è singolare che, al di là del collegamento formale con la Massoneria più esteriore, in parte già impegnata nei sommovimenti relativi agli eventi politici del Risorgimento italiano e a quelli del nascente movimento sociale operaio e contadino, egli abbia cercato una connessione profonda con due Riti massonici, ai quali era propria, soprattutto a quell’epoca, una visione spirituale di tipo occulto e misterico: il Rito Egiziano di Misraim e il Rito Orientale di Memphis. E come lui, che per un tempo ne fu Gran Maestro, molti dei suoi seguaci, specialmente ufficiali garibaldini, si fecero iniziare di questi due particolari Riti. Alcuni suoi ufficiali, come il generale Avventore Solutore Zola, portarono poi il rito di Memphis in Egitto, dove aderirono molti italiani e francesi colà residenti, e le più distinte personalità del mondo egiziano.

Diverse esperienze spirituali sono riportate nella sua biografia; tuttavia egli molto difficilmente parla degli avvenimenti intimi del suo animo se non hanno un significato epico – simbolico, utile al messaggio che vuole dare (21).

Possedeva una qualche forma di chiaroveggenza; la prima esperienza documentata si ha durante la prima visita a Roma, quando ebbe la visione di Roma capitale; possiamo però supporre che fin da piccolo poté sentire le forze elementari della natura, tanto che spesso si rifugiava per ore nei boschi solitario.

Anche il legame con la madre portò ad esperienze particolari:

Ho, abbenché non superstizioso certamente non di rado, nel più arduo della strepitosa mia esistenza, sorto illeso dai frangenti dell’oceano , dalle grandini del campo di battaglia… mi si presentava genuflessa, curva, al cospetto dell’infinito, l’amorevole mia guaritrice, implorando per la vita del nato dalle sue viscere!… Ed io benché poco credente dell’efficacia della preghiera, n’ero commosso! Felice! O meno sventurato!” (22).

Il  19  marzo  1852  Garibaldi è in  viaggio sulla “Carmen” nel Pacifico diretto a Canton. Nella notte la nave si imbatte in un tifone molto forte; era scossa dalla tempesta, e Garibaldi, sofferente per  un  attacco reumatico, giaceva nella sua cuccetta, quando ebbe una visione di sua madre e di Nizza, e di ciò che gli parve una processione funebre. Un anno dopo venne a sapere che proprio quella notte era morta Rosa Garibaldi.

Questa chiaroveggenza innata si unì all’iniziazione massonica che ebbe nel 1844 e divenne fino ad un certo grado più cosciente.

E’ l’anima che presentiamo, che noi vediamo con l’occhio dell’immaginazione” (23).

Divenuto Maestro Massone la sua visione spirituale lo portò a presagire, come vedremo, le sue origini spirituali. Le capacità chiaroveggenti non furono tuttavia così chiare;  però paradigmatica è la situazione che si ebbe sulla nave a Canton, perché la visione che sorse dalla furia degli elementi e dall’attacco di reumatismi riecheggia, come si vedrà, antiche tradizioni iniziatiche.

Al di là del quadro di chiaroveggenza cosciente che raggiunse, il mondo spirituale che in altre epoche gli stette davanti come sublime saggezza, in questa vita si riversò nelle sue membra e lo guidò a mutare i destini di “due mondi”.

Non si può cogliere appieno la vita di Garibaldi se non considerando quanto disse di lui Rudolf Steiner. Steiner parlò ampiamente di Garibaldi in diverse occasioni durante gli ultimi anni della sua vita. In particolare il Generale fu oggetto dell’indagine karmica di Steiner, in risposta ad una domanda che gli venne posta (24). Diverse volte, dunque, egli tratta di Garibaldi nei cicli di conferenze ora racchiuse nei volumi “Considerazioni esoteriche su nessi karmici” che rappresentano  un  eccezionale  lascito  sulla  evoluzione  del  mondo occidentale e sugli impulsi spirituali che ne stanno alla base.

Nelle 81 conferenze tenute in diverse città europee nel 1924 vengono, come è noto, trattati una moltitudine di temi e diverse biografie vengono presentate ed analizzate in relazione alle loro precedenti incarnazioni. Tra i diversi temi trattati molti ricorrono in più conferenze ed in particolare ciò che preme a Steiner di lasciare alla Società Antroposofica sono questi 4 punti:

1 – RIPRENDERE ED APPROFONDIRE LA MODALITÀ DI AZIONE E DI  INVESTIGAZIONE DEL KARMA.

2 – LA PRESENZA IN EUROPA DI CORRENTI INVOLUTIVE  LEGATE DA UN LATO ALL’ARABISMO MATERIALISTA E DALL’ALTRO AGLI IMPULSI IMPERIALI ROMANI.

3 – LA PRESENZA IN EUROPA DI CORRENTI CRISTIANE ESOTERICHE CHE  SI PONGONO SOTTO LA GUIDA DI  MICHELE.

4 – IL KARMA DELLA SOCIETÀ ANTROPOSOF1CA E SUOI  COMPITI NEL FUTURO.

(CONTINUA)

________________________________________________________

Note

16) J. Ridley, Garibaldi. A. Mondadori 1975

17) Ibidem

18) Ibidem.

19) Da: Giovani Pascoli, I dodici esuli.

20) G. Gentile,  Giuseppe Garibaldi –- ed. Bastogi.

21) La scarsa obiettività nelle sue memorie ha fatto sì che esistano quattro versioni differenti, olto romanzate. Per esempio in una di esse non nomina Mazzini in quanto deluso dal suo comportamento. Ben evidente è anche la ritrosia a parlare dei suoi drammi familiari; non fa cenno né alla morte della sorella Teresita, né a quella della figlia Rosita. Anche sui nomi e date il pensiero di Garibaldi fu estremamente debole.

22) Dwight, Scritti II 18 – 19 :

23) G. Gentile,  Giuseppe Garibaldi –- ed. Bastogi

24) Si veda “ Considerazioni esoteriche su nessi karmici” volume quinto. A pag. 53 è scritto : “ Quando un giorno mi venne rivolta la domanda: quali potrebbero essere i nessi karmici di quella personalità?”.

GIUSEPPE GARIBALDI ( parte prima )

giuseppe_garibaldi_1866 

PRIMA PARTE

Introduzione

Singolarissima figura, semplice nell’apparenza, ma nel fondo così complessa, dotato di virtù e capace di passioni così rare a trovarsi congiunte in un uomo che, vivo ancora, egli può essere giudicato a volta a volta dagli stessi giudici su cento modi dissimili, apparire ai lontani, sotto certi aspetti, infinitamente diverso da quello che è, rivelare anche a chi gli vive accanto da anni, con parole inaspettate e atti imprevedibili, lati nuovi e mirabili di se stesso, essere nel suo paese medesimo adorato, odiato, benedetto, vilipeso, levato al cielo come il più alto benefattore del suo popolo e segretamente desiderato morto come un flagello vivente, come una calamità incarnata della sua patria.

Edmondo de Amicis

*

La vita di Giuseppe Garibaldi fu straordinaria.

“Quando noi diciamo «uomo straordinario», intendiamo rispetto alla media comune degli uomini; ché, rispetto alla storia, nessun uomo e nessun fatto sono straordinari: tutto rientra nelle leggi naturali che si elevano a necessità storica…”.(1)

In realtà Garibaldi si fece tramite di eventi extra-ordinari nella vita socio-politica e culturale che modificarono il mondo. Alla sua figura si sono legati i destini di interi popoli; alcuni dei più grandi sconvolgimenti geo-politici del secolo XIX; l’ammirazione e gli entusiasmi unanimi di milioni di persone. L’Italia ne onora ancora il ricordo, nonostante il fervido istinto iconoclasta degli ultimi decenni che ha portato ad una feroce dissacrazione per un personaggio proposto per lo più come eroe nazionale, icona dell’unità italiana. La Chiesa cattolica sembra aver dimenticato le sue invettive contro Papa e preti. Fascisti, comunisti, liberali lo hanno rivendicato quale loro musa ispiratrice.

“Garibaldi è l’unico personaggio che, negli anni al culmine della guerra fredda, sia apparso tanto in un francobollo americano quanto in un francobollo sovietico”.(2)

Nessun straniero, mai, ha sollevato in Inghilterra l’entusiasmo suscitato da Garibaldi con la sua campagna di Sicilia nel 1860 e con la sua visita a Londra nel 1864. Eroe nazionale ed ancora osannato nell’Uruguay, la sua fama vive anche nell’Argentina che pure lo incontrò da nemico. Tuttavia ogni tentativo di celebrazione o di analisi storica risulta essere necessariamente limitante. La figura di Garibaldi è in certo qual modo riuscita a scivolare, in questo secolo, via dalle mani dei suoi estimatori e dei suoi detrattori.

Sugli altari e nell’immaginario popolare è a tutta prima assurta una figura incompleta e parziale che è in realtà ben lontana da ciò che fu Giuseppe Garibaldi. Accanto “all’Eroe dei due Mondi” che segue l’archetipo del condottiero e a cui si può facilmente accostare un Cesare, un Alessandro o un Napoleone, accanto all’uomo pubblico incantatore di donne, esempio di coraggio e portatore di tutte le migliori qualità umane, un altro Garibaldi aleggia ed inquieta. Garibaldi ci risulta inquietante e non perfettamente comprensibile sostanzialmente per tre motivi.

Innanzi tutto, la sua vita non ci appartiene, non fu una vita accostabile a quelle dei suoi contemporanei e ancor meno e afferrabile da noi uomini del duemila. La più vivida fantasia di un Salgari o di un Verne, l’anelito romantico sette e ottocentesco non hanno partorito nella fantasia una vita più avventurosa, più fortunata, più segnata da incontri decisivi e imprese formidabili di quella che visse, realmente, lui. Una vita che naturalmente si prestò ad essere romanzata, alla cui mitizzazione contribuì per primo lo stesso Garibaldi, e che nelle varie edizioni autobiografiche perde la valenza storica e che entra nella letteratura dei romanzi d’avventura. Eppure fu una vita che seppure riletta negli ultimi decenni da una analisi storica rigorosa che ne ha decimato l’aneddotica, rimane comunque eccezionale.

Un altro aspetto che fa riflettere e l’assoluta contraddizione con cui onesta vita fu vissuta.

“Fin da ragazzo ebbe subito una infinita pietà per ogni sorta di sofferenza e mai sarebbe riuscito a sopportare la vista di un uomo o di un animale sofferente…. Per tutta la vita fu un uomo di guerra, pronto a combattere una battaglia dopo l’altra, e spesso combattendo un tipo di guerra particolarmente atroce,  e guidando soldati, molti  dei  quali  ancora ragazzi…, fu sempre profondamente toccato, però, davanti a soldati feriti o moribondi.

Presiedette uno dei primi congressi internazionali per la pace…, ma scrisse poi nelle sue memorie: “La guerra es la verdareda vida del hombre ”, la guerra è la vera vita dell’uomo. Fu deciso nemico della pena capitale, ma i suoi soldati sapevano come fosse capace di ordinare una fucilazione senza nemmeno togliersi il sigaro di bocca”.(3)

“Lo credono i più d’animo incerto, pieghevole a tutte le passioni di chi lo circonda, operante quasi sempre più per impulso altrui che di moto proprio; ed è invece così tenace nelle sue idee e forte nella sua volontà, e sta così fieramente in difesa dell’indipendenza loro, che il discutere con lui anche per chi egli più stima ed ascolta, è la più ardua, la più erculea delle imprese”.( Edmondo de Amicis)

Eppure le sue idee, le sue intenzioni iniziali furono il più delle volte in assoluto contrasto con la sua azione. Ebbe una vita di pensiero molto particolare, a tratti modesta, talvolta assolutamente utopica e teorica; venne considerato un pessimo politico ed un mediocre stratega, uno scrittore ed un poeta a tratti piacevole e a tratti pedante; la sua volontà, il suo destino, cambiarono invece il mondo. Questa incredibile disunità di pensiero, sentimento e volontà disorientarono ed impressionarono le persone che lo conobbero.

“Garibaldi aveva, come disse George Sand, qualche cosa d’arcano che faceva pensare; la irradiazione dei grandi predestinati, il riflesso della visione interna di un mondo. [….] Dante gli avrebbe dedicato un canto, Michelangelo una statua, Galileo una stella”. (Edmondo de Amicis)

Un terzo aspetto suscita inquietudine. Mi riferisco al suo rapporto, alla sua appartenenza massonica. In realtà molto è stato scritto riguardo a Garibaldi massone, soprattutto da parte della stessa massoneria, la quale lo ha, al pari delle fazioni politiche, voluto prepotentemente fare suo.

“Le Premier Maçon du Monde” fu sempre strettamente legato alla Massoneria ottocentesca. Proprio questa sua fedeltà fa sì che oggi su di lui sia caduto un velo di indifferenza e silenzio quale risposta imbarazzata della società italiana ad un movimento che da sempre, ma ancor più negli ultimi quindici anni, ha suscitato diffidenza nell’opinione pubblica. Il sottile filo massonico che  unisce  l’indipendenza  americana  e  la rivoluzione francese all’impresa dei Mille, pone la spinta nazionalistica del secolo scorso in una luce che suscita non poche perplessità e domande. Il rapporto tra Garibaldi e la massoneria fu più complesso di quanto molto spesso le logge non lo abbiano voluto rappresentare.

“La Massoneria……. lo piange come padre e come figliuolo …..”.(4)

E’ ben vero che gli aiuti politici ed umani dei fratelli massoni furono realmente determinanti per lo svolgimento della sua azione; ma Garibaldi non fu mai solo il buon figliuolo che perseguì e realizzò gli ideali politici della massoneria, egli fu insieme critico ed innovatore: il suo impulso modificò profondamente la massoneria.

Il presentimento che egli usò la massoneria più di quanto essa fece con lui, che per una sorta di predestinazione, “Garibaldi doveva essere il Gran Maestro, il Sovrano Gran Commendatore, la Guida”(5) è un’impressione che ebbero diverse personalità massoniche. Una biografia straordinaria,  una personalità  speciale  ed  un  lato “esoterico”, rappresentano muri contro i quali si infrange, da un secolo a questa parte, ogni analisi storica.

Va detto che l’istituzione massonica, attualmente in stato di decadenza, e talvolta di grave degenerescenza in Italia e  nel mondo, presentava nel Settecento, e in parte in alcuni luoghi anche nell’Ottocento, aspetti migliori di quelli attuali, in special modo in Italia. Vi erano nel nostro paese sopravvivenze di antiche tradizioni misteriche, di origine dionisiaca, orfica, pitagorica, neoplatonica, tradizioni, che nel Medioevo riemersero tra i “Fedeli d’Amore” e, poi nel Rinascimento e all’inizio dell’evo moderno, sotto la forma di Accademie Platoniche. Queste accademie nel Settecento presero la forma, secondo un impulso del tempo, di logge massoniche e coltivarono in forme nuove l’antica sapienza. In particolare a Napoli, a Firenze e a Venezia, esse si richiamarono ad origini da loro definite “eleusine”. A Napoli, ad opera di personalità come Raimondo di Sangro, Principe di Sansevero, sorse un milieu che, attingendo ad antiche tradizioni partenopee ancora presenti, sorse l’Ordine o Rito di Misraim, dal carattere apertamente occulto e iniziatico nel senso migliore del termine.

E’ degno di particolare nota il fatto che Giuseppe Garibaldi abbia sentito il bisogno di ricollegarsi proprio a questo Rito massonico dichiaratamente “occultista”, di origine puramente italiana e indipendente dalle influenze francesi, inglesi e tedesche. E che – stando a quel che scrive nel suo libro sulla storia dell’Ordine di Misraim Gastone Ventura, storico qualificato di tale corrente massonica – a metà Ottocento, all’epoca dell’impresa dei Mille, fossero presenti “nel 1860 una loggia di Palermo ed una loggia di Napoli: nella prima sarebbero stati iniziati numerosi ufficiali garibaldini già appartenenti alla Massoneria dell’Alta Italia ai quali, in maggioranza, sarebbe stato conferito il grado di Filosofo ermetico; la seconda sarebbe stata posta in sonno per sfuggire alle rappresaglie della polizia borbonica, dopo la battaglia di Calatafimi”. Mentre, in un suo studio su “i Riti egiziani della Massoneria”, così scrive: “A Napoli la loggia misraimita colà esistente si era posta in sonno con la costituzione del Grande Oriente e del Supremo Consiglio di Palermo da parte di Garibaldi che ne era stato proclamato Gran Maestro ad honorem mentre ai suoi ufficiali erano stati riconosciuti gradi elevati del Rito di Misraim e decorazioni in quello di Memphis”.

Rudolf Steiner parlò ripetutamente di Garibaldi  e con lui degli altri artefici del Risorgimento Italiano. Soprattutto essi rappresentano uno dei fili conduttori che Rudolf Steiner dipana in diversi cicli di conferenze che tenne prima a Dornach e poi in giro per l’Europa nel 1924 e che sono conosciute come “Considerazioni esoteriche su nessi karmici” (O .O 235 – 240). Naturalmente le comunicazioni che fece R. Steiner pongono la biografia di Garibaldi in una luce del tutto particolare. Elevato dal senso storico materialistico ed inserito in un amplissimo contesto metastorico, l’uomo appare ora quale interprete di un corso di eventi prima ancora che fisici, spirituali.

Se molti aspetti della vita di Garibaldi e dei  suoi rapporti con gli altri artefici del Risorgimento si chiariscono, altri enigmi più profondi  si presentano. Quali servitori dello spirito di popolo italiano, ma ancor più preparatori della reggenza di Michele, Garibaldi ed i suoi compagni ci impongono una rilettura dei moventi spirituali del Risorgimento e l’analisi dei compiti presenti e futuri dell’Italia. D’altro canto proprio la figura di Garibaldi pone in maniera sorprendente una serie di problematiche circa le indagini karmiche di R. Steiner.

I primi due settenni.

Giuseppe Maria Garibaldi nacque a Nizza alle 6 del mattino del 4 luglio 1807.

Nacque suddito dell’imperatore Napoleone I e quando fu battezzato nella chiesa di San Martino in Nizza, il 19 luglio 1807 il suo nome fu scritto in francese, Joseph Marie.

“Napoleone era allora al culmine della potenza. Il giorno della nascita di Garibaldi, era a Tilsit sulla frontiera russa, a concludere quella serie di incontri con lo zar Alessandro I, che avrebbe portato, due giorni dopo, al trattato d’alleanza con il quale la Russia si sarebbe impegnata a seguire una politica di neutralità filo – francese ed anti – britannica. Al di là dell’Oceano, quello stesso giorno, i sette milioni di cittadini statunitensi celebravano il trentunesimo anniversario della Dichiarazione di Indipendenza”(6).

“Non posso incominciare a raccontare la mia vita senza prima far cenno ai miei buoni genitori che fecero tanto per la mia educazione morale e fisica, cercando di inculcarmi il loro carattere ed il loro amore”. (7)

Contrariamente a quanto affermato dalla tradizione, il padre di Giuseppe, Domenico, non era un povero pescatore, ma un marinaio ed un piccolo commerciante, ricco abbastanza da poter disporre di una nave , la “Santa Reparata” di 29 tonnellate. Il  nome  Garibaldi  fa  pensare  ad  una  origine  tedesca  della  famiglia, sebbene alcuni biografi abbiano rintracciato un Garibaldo che era duca di Torino nel VII secolo.

“Jessie White Mario……amica e biografa di Garibaldi, credeva di trovare tracce dell’origine teutonica di lui nel colore biondo – rossiccio dei suoi capelli, nel suo incedere lento e solenne, nel suo modo di parlare calmo e pacato e senza gesti, e nella sua predilezione della vita di campagna, rispetto a quella di città”(8).

“E’ mia madre! Io asserisco con orgoglio che essa, Rosa Raimondi, può servire di modello alle madri. E credo che questo d’aver detto tutto” (9).

Rosa Raimondi era una ragazza di Loano quando nel 1794 sposò Domenico. Dal loro matrimonio nacque nel 1797 una prima figlia, Maria Elisabetta, che sarebbe morta solo due anni dopo. Nel 1804 nacque un maschio che ebbe il nome del nonno, Angelo. Tre anni dopo nacque Giuseppe. Nel 1810 nacque suo fratello Michele. Quando aveva 5 anni e mezzo, nel 1813 vide la luce un altro fratello, Felice e nel 1817, a maggio, nacque una sorella, Teresa.

“I figli di Rosa e Domenico si fecero, ognuno a suo modo, onore, sebbene tendessero a morire precocemente. Angelo emigrò negli Stati Uniti, divenne un ricco uomo d’affari a New York e chiuse la sua carriera come console del regno di Sardegna a Filadelfia, dove morì nel 1853 a 49 anni. Michele divenne un ottimo capitano marittimo del Mediterraneo: morì nel 1866 a 56 anni. Felice fu il meno ambizioso, s’accontentò di trovare successo con le donne; fu impiegato in una compagnia di navigazione a Napoli e qui morì nel 1855 a 42 anni.

Giuseppe, il futuro rivoluzionario, il futuro soldato d’America e d’Europa, visse una vita molto più avventurosa di quella dei suoi fratelli, eppure fu l’unico ad arrivare alla vecchiaia. Quando morì nel suo letto, a quasi 75 anni, già era chiamato l’eroe dei due mondi.”(10)

Nel 1814, rovesciato Napoleone, il Congresso di Vienna sancì la restaurazione dei vecchi regimi e dei vecchi confini; così Nizza tornò ad essere parte del Regno di Sardegna ed il settenne Joseph divenne a tutti gli effetti  Giuseppe,  sebbene  in  casa  lo  avessero,  da  sempre,  chiamato Peppino.

Garibaldi crebbe in riva al mare – abitava infatti nel porto di Nizza – ed il destino suo e quello dei suoi fratelli fu inizialmente quello di seguire le orme paterne e del nonno per mare.

“Da ragazzo, spesso, gli bastava attraversare la strada per trovarsi nel porto, tra le navi,  e qui parlava con i marinai, e imparava da loro ad arridare le vele, o a serrare nodi; e chiedeva ai pescatori d’andare con loro alla festa della tonnara a Villefranche, o ai banchi di sardine di Limpia, o alla cattura delle ostriche. Ma altre volte, eccolo steso tra gli ulivi, a leggere un libro; o a vagare tutto solo nelle colline sopra Nizza, camminando per ore ed ore solitario nei boschi, sognando ad occhi aperti ed imparando ad amare la natura e gli animali.”(12)

Garibaldi fu allo stesso tempo eccellente marinaio ed esperto in terra ferma, sia per mare che per terra fu contemporaneamente guerriero e uomo di pace, marinaio, cacciatore e buon pastore. Tra gli otto e nove anni, mentre andava a caccia con un cugino salvò una donna che stava annegando in uno stagno.

“Dodicenne si gettò al salvamento di alcuni ragazzi, la cui barca s’era rovesciata e li trasse dal mare; fattosi adulto, e divenuto nuotatore formidabile avrebbe salvato in altre tre occasioni ragazzi e uomini che stavano per annegare.”(13)

Sempre a dodici anni una spaventosa tragedia colpì lui e la sua famiglia. Il 17 gennaio 1820 morì in un incendio la piccola sorella Teresa di 2 anni e otto mesi con la nutrice che dormiva con lei. Non fu possibile soccorrerle perché la nutrice aveva chiuso l’uscio dall’interno. Questo fatto toccò profondamente Garibaldi, anche se ne parlò pochissime volte e mai permise che i suoi ospiti si chiudessero a chiave in casa sua…

In realtà i suoi genitori non volevano fare di Giuseppe un marinaio e per farlo studiare lo affidarono  a tre  precettori  privati,  due  dei  quali ecclesiastici ed il terzo laico, il signor Arena. Quest’ultimo insegnò per primo a Garibaldi l’italiano poiché egli parlava quel misto di provenzale ed italiano che si parlava a Nizza ; gli insegnò anche la matematica.

Garibaldi, che fu sempre un acceso anti – clericale, ricordò come buona l’educazione ricevuta da Arena e pessima quella ricevuta dai due preti; tuttavia espresse simpatia per uno dei due che gli insegnò l’inglese e si rammaricò di non averlo imparato meglio, visto lo speciale rapporto che ebbe per tutta la vita con gli inglesi.

Fu sempre portato per le lingue e, a parte il francese e l’italiano, in Sud America imparò lo spagnolo ed il portoghese. Theodore Bent, esploratore inglese che fu ospite a Caprera, riferì che parlava anche un ottimo tedesco. Non fu un buon alunno e a tante chiacchiere accademiche preferì imparare da solo le materie che gli sarebbero servite per ottenere il diploma di capitano marittimo e in particolare fu attratto dall’astronomia. Altre materie fu la vita ad insegnargliele.

“Io imparai la ginnastica arrampicandomi sugli alberi e lasciandomi scorrere per le corde della nave; la scherma, col difendere la mia testa e cercando del mio meglio per rompere quella degli altri e l’equitazione imitando i primi cavalieri del mondo, vale a dire i gauchos!”. (14)

Divenne inoltre un nuotatore eccezionale. Per assicurargli una educazione migliore il padre lo mandò a studiare a Genova. La voglia di andare per mare era tanta e poiché i suoi genitori erano contrari decise, un giorno in cui era in vacanza a Nizza, di salpare per il Levante di nascosto con tre o quattro ragazzi della sua età. Vennero fermati al largo di Monaco dalla Guardia Costiera informata da un abate che aveva scoperto il loro piano. Garibaldi si convinse che l’essere stato ripreso fu una fortuna e in una edizione delle sue memorie scrisse:

“Vedete che combinazione: un abbate, l’embrione di un prete, contribuiva forse a salvarmi ed io tanto ingrato  da perseguire quei poveri preti. Comunque un prete è un impostore; ed io mi devo al santo culto del vero”. (15)

Finalmente divenne marinaio ed il suo nome fu iscritto negli archivi marittimi di Nizza il 12 novembre 1821, quando aveva quattordici anni. Nonostante ciò, il suo primo viaggio lo fece solo più di due anni dopo, il 20 gennaio 1824 ad Odessa.

Con questo primo viaggio iniziò la vita avventurosa di Giuseppe Garibaldi.

Terzo settennio

1821 -12 novembre -14 anni: iscrizione nei registri dei marinai.

1824 – 29 gennaio -16 anni: primo viaggio verso Odessa sulla nave “Costanza” con il capitano Pesante.

1824 – novembre – 17 anni: secondo viaggio, questa volta con suo padre  sulla “Santa Reparata” lungo la costa francese.

1825 – 26 marzo -17 anni: partenza con il padre per Roma dove rimane un mese. La seconda volta che mise piede a Roma fu nel 1848 a combattere per la Repubblica Romana. Scrisse nelle sue memorie che qui ebbe una visione della Roma del futuro, capitale di un’Italia unita, libera dalla soggezione papale.

1826/28 – 18/20 anni: attività su navi mercantili sia verso Gibilterra sia verso Oriente. Ha diverse avventure a causa di ripetuti arrembaggi dei pirati greci. Dopo uno di questi venne mandato a terra sull’isola di Citrea a cercare aiuti : “mentre si recava   alla Capitaneria si imbatte in un  soldato semplice inglese che, vedendolo scalzo, gli diede un paio di scarpe”. E’ la prima cortesia ricevuta da un inglese. La seconda pochi giorni dopo: furono salvati da una nave britannica dopo l’ennesimo abbordaggio dei pirati.

Primo amore di Garibaldi: Francesca Roux, promessa di matrimonio al suo ritorno dal viaggio in oriente: tornerà solo dopo 4 anni e troverà Francesca già sposata.

1828 -13 marzo: attracco a Smirne; un marinaio cade in mare e viene salvato da Garibaldi.

1828 -24 agosto-21 anni: arrivo a Costantinopoli. Garibaldi si ammala e la malattia dura più del previsto. Rimane a Costantinopoli dove fa il precettore ai tre figli della signora Timoni in italiano, francese e matematica. Impara il greco e guarda con ammirazione alla guerra di indipendenza della Grecia contro la Turchia.

Quarto settennio

1828/31: attività su navi mercantili

1832 – 27 febbraio: ha il primo comando di una nave.

– marzo: in un viaggio come secondo sulla nave “Clorinda” viene ferito alla mano destra di striscio durante un conflitto a fuoco con i pirati.

1833 – 22 aprile – viaggio verso Costantinopoli con 13 sansimoniani guidati da Barrault che regala a Garibaldi il libro “II nuovo Cristianesimo” che conserverà per tutta la vita. E’ il primo incontro con il socialismo, ma Garibaldi rimane impressionato dalla sincerità e dall’idealismo di Barrault e indignato dalla persecuzione di cui i sansimoniaci erano vittime.

– 22 novembre: fine della carriera nella marina mercantile.

– dicembre: primo incontro con Mazzini, si affilia alla Giovine Italia insurrezionale a Genova (incontro che in realtà fu molto improbabile; incontro sicuro fu nel 1848).

– 26 dicembre: si arruola per servizio di leva nella marina da guerra sarda a Genova.

1834 – 3 febbraio: si imbarca sulla fregata Des Geneys.

– 4 febbraio: fallita l’insurrezione a Genova fugge a Marsiglia.

– 3 giugno: condannato a morte in contumacia dal Consiglio di guerra divisionario di Genova:

“Qui cominciava la mia vita  pubblica e pochi giorni dopo leggevo per la prima volta il mio nome su un giornale; era una condanna a morte nei miei confronti riportata dal “Popolo Sovrano” di Marsiglia”.

2° viaggio ad Odessa e vari viaggi su navi mercantili con il nome di Joseph Pane.

1835 – infermiere a Marsiglia durante l’epidemia di colera.

Partenza per Rio de Janeiro.

Quinto settennio

1836 – arriva a Rio. Fa numerosi proseliti alla Giovane Italia; acquista una lancia per il commercio costiero.

1837 – 30 anni – 4 maggio: ottiene di combattere quale corsaro per la Repubblica di Rio Grande del Sud contro il Brasile.

– 7 maggio: prima cattura: lo schooner Luisa, ribattezzato Farropilha.

– 15 giugno: combattimento navale contro gli uruguayani, è ferito gravemente alla carotide.

– 23 giugno: sequestro della Farropilha e prigionia sulla parola a Galeguay.

– novembre; tenta la fuga, ripreso viene torturato.

1838  – ricomincia la guerra corsara contro il Brasile con varie catture di navi.

1839  – 17 aprile: combattimento del Galpon de Charguenda a Brejo de Comaguà.

-14 luglio: naufragio con la Farropilha II.

– agosto; primo incontro con Anita.

– 23 ottobre: Anita si imbarca a Laguna sulla sua nave.

– 15 novembre: incendia ed affonda le sue navi per sottrarle al nemico.

-14 dicembre: combattimento del Passo di Santa Vittoria sul fiume Pelotas.

1840  –  33 anni -16 settembre; nascita del figlio Menotti a Saint Simon.

1841  – primo incontro con Francesco Anzani e ritorno a Montevideo dove vive facendo il piazzista e l’insegnante.

1842  – gennaio: assume il comando della marina da guerra dell’Uruguay in lotta contro il tiranno argentino De Rosas.

–  26  marzo; matrimonio religioso con Anita a Montevideo.

–  23 giugno: partenza per la spedizione al Paranà con tre navi: prime catture.

– 16/17 agosto: combattimento navale di Costa Brava, per non arrendersi brucia le navi.

– 21 novembre: riprende il comando navale con altre forze.

– dicembre: per la terza volta brucia le sue navi.

Sesto settennio

1843     – nasce a Montevideo la Legione Italiana

– 20 aprile: nasce a Montevideo la “Camicia Rossa” della Legione Italiana

– 10 giugno: battaglia del Cerro.

– 17 novembre: combattimento delle Tre Croci.

1844     – 28 marzo; secondo combattimento del Cerro.

– 6 settembre: occupazione isola Martin Garcia – 37 anni.

– 3 novembre: occupazione del Salto.

– 6/23 novembre; battaglia vittoriosa del Salto.

1846   – 8 febbraio: battaglia di Sant’Antonio.

1847   –

1848   – 15 aprile: salpa da Montevideo con 63 legionari per l’Italia.

–  23 giugno: sbarca a Nizza: accoglienza trionfale.

– 29 giugno: a Genova, ha ora 150 legionari.

– 5 luglio: incontra a Roverbella re Carlo Alberto: gli offre la sua spada.

– 14 luglio; il governo provvisorio di Milano lo assume come generale

– 14/26 agosto prima campagna di Lombardia (Luino, Bodero, Morazzone)

– 27 agosto: ripara in Svizzera.

– 6 ottobre: eletto deputato di Chiavari al Parlamento Subalpino.

– 8 dicembre: è invitato, con i suoi legionari, dalla Repubblica Romana.

1849     – 20 gennaio: è eletto deputato di Rieti al Parlamento di Roma.

– 5 febbraio: arriva a Roma, presenzia all’apertura della Costituente, è colpito da un grave attacco reumatico.

– 24 aprile: viene richiamato a Roma da Rieti dove era accasermato e nominato generale di brigata della Repubblica Romana.

– 25 aprile; sbarco dei francesi a Civitavecchia per attaccare Roma.

– 27 aprile: entra in Roma con le sue truppe.

– 30 aprile: primo vittorioso combattimento a Roma contro i francesi; è ferito all’addome.

– 6/17 maggio: campagna napoletana (Palestrina, Valmontone, Velletri).

– 2 giugno: ripresa dell’attacco francese contro Roma.

– 30 giugno: ultimo combattimento e caduta della Repubblica Romana.

– 2 luglio: esce da Roma con Anita e le sue truppe, deciso a continuare la lotta.

.

(Continua)

________________________________________________________

Note

1) G. Bovio – dal discorso commemorativo tenuto a Bari, in “ Scritti filosofici e politici” Napoli, Ernesto Anfossi Editore – Librajo 1883

2) J. Ridley “ Garibaldi “ A. Mondadori Editore 1975

3) Ibidem

4) C. Gentile “ G. Garibaldi” Edizioni Bastogi, 1981

5) Ibidem

6) J. Ridley “ Garibaldi” A. Mondadori Editore 1975

7) G. Garibaldi “Autobiografia”

8) J, Ridley A. “Garibaldi” A. Mondadori 1975

9) G. Garibaldi “ Autobiografia”

10) J. Ridley “Garibaldi” A. Mondadori 1975

11) Ibidem

12) Ibidem

13) Ibidem

14) G. Garibaldi “ Autobiografia” Trad. Speranza von Schwartz

15) Ibidem

Torna in alto