ZEN

UN MAESTRO: EIHEI DOGEN ZENJI (di F. De Pascale)

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Al fine di insistere – con inumana compassione, direbbero i terribilissimi Maestri della Scuola della Meditazione, o dello Zen – sull’assoluta necessità della pratica interiore, è forse buona cosa riportare l’episodio decisivo della vita interiore di un Maestro così eccezionale come Eihei Dogen Zenji.

Al Tempio di Tien-tong-szu, diretto da Jou-tsing, i monaci meditavano letteralmente giorno e notte. Ed il Maestro rampognava aspramente coloro che battevano un po’ – solo un po’ – la fiacca, o in preda alla stanchezza talvolta si addormentavano.

Una volta, i monaci che erano a lui più vicini gli fecero osservare: “Quando i monaci sono riuniti nella Sala di Meditazione e si addormentano perché sono affaticati o perché cominciano ad ammalarsi, la loro mente non è minacciata da una regressione nella Via del Risveglio? Ciò non è dovuto alla lunghezza della meditazione seduta, lo Zazen, e non sarebbe bene accorciarne la durata?”.

Il Maestro li rimproverò molto aspramente e disse: “No, non si tratta affatto di questo. Se dei praticanti che non hanno lo spirito della Via vengono a fare presenza nella Sala di Meditazione, essi si addormenterebbero persino se la seduta di pratica venisse accorciata della metà e persino di più. Coloro che, invece, hanno lo spirito della Via e sono animati dalla volontà di praticare, si rallegreranno tanto più quanto più la meditazione sarà lunga. Quando ero ancora giovane, fui Superiore successivamente in diversi monasteri situati in varie regioni e colpivo così fortemente i monaci che si addormentavano, che quasi mi rompevo il pugno. Ora che è giunta la vecchiaia, le mie forze si sono indebolite e non picchio più così forte. Allora i buoni monaci non vengono più da me. E se il Buddhismo declina, è perché i Maestri si mostrano troppo teneri quando dirigono gli esercizi della meditazione Zazen. Dunque, bisogna picchiare più forte”.

Ora – era un mattino dell’estate del 1225 – al momento dell’aurora Dogen meditava nella Sala di Meditazione con gli altri monaci. Jou-tsing andava in su e in giù per sorvegliarli, quando si accorse di un monaco che si era addormentato seduto. Si levò una scarpa e cominciò a colpirlo rimproverandolo così: “La ricerca dello Zen deve essere l’abbandono del corpo e della mente. Dove pensi di arrivare dormendo così tutto il tempo?”.

Dogen, che si trovava seduto accanto al povero confratello sonnolento, era immerso nella meditazione più profonda. Al sentire le parole di Jou-tsing che ingiungevano di “abbandonare il corpo e la mente”, Dogen fu come percosso da un fulmine e sperimentò quell’Illuminazione folgorante, che è la ragion d’essere della Via che il Buddha Shakyamuni ha prima conquistato e realizzato, e poi donato al mondo. Si dona solo ciò che si è realmente conquistato e realizzato, non le chiacchiere verbose, che gli umani spendono con troppa facilità!

Un vecchio Maestro fiorentino, da molto tempo defunto, iniziato nelle Vie dell’Antica Sapienza e amico di Massimo Scaligero, osserverebbe argutamente che “Maestri come Jou-tsing e Dogen sono di difficile contentatura”, ed avrebbe ragione. Ma non per questo, egli avrebbe praticato e consigliato una Via meno austera.

Massimo Scaligero avrebbe fatto osservare, con sottile sagacia, che il “sonno” al quale oggi voluttuosamente si dànno i sedicenti seguaci della Scienza dello Spirito è quello della comodità borghese, del perbenismo convenzionale, quello che si inchina temente e reverente di fronte alla “immane potenza del convenzionale”, alla pubblica opinione accertata, alle varie “ortodossie” (o contortodossie) antroposofazziche o confessionali o politiche o culturali.

Un tale voluttuoso “sonno” dell’anima – avida di tamasica inerzia, direbbe Massimo Scaligero – spegne la “memoria” spirituale, soffoca il “fuoco” che arde nella volontà, ottunde il cuore, raffredda l’entusiasmo e rende opaca l’anima, uccide lo slancio interiore. Questa è la peggiore sciagura che ad un praticante interiore possa capitare, e spiega poi come si cerchino dei surrogati nella politica, nella cultura, nelle manifestazioni pubbliche, negli intrallazzi paraesoterici.

Spiega pure come, inoltre, quasi a giustificare e celare il fallimento della propria impresa interiore, ci si volga talvolta – spinti da una sorta di “invidia metafisica” (“ciò che io non oso realizzare, gli altri non devono realizzare”) – a calunniare il Maestro, e diffamare coloro che, magari in maniera animosa e imperfetta, con generosità si dànno ad una intensa pratica interiore, ed invitano gli altri a fare altrettanto.

Aveva ragione un Maestro terribile come Jou-tsing: bisogna picchiare più forte!
Per fedeltà e compassione.

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SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE, ZEN

IL GUERRIERO E LO ZEN

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Porto nell’immaginario Presepe di Eco un piccolo dono senz’altro stravagante. Ma che volete farci: non è colpa vostra. Riprendo un vecchio articolo breve che trattava di uno stile di vita poco conosciuto in Occidente, ovvero del Bushidô, cioè del portato interiore ed esteriore del guerriero nipponico. Tento un modesto approfondimento del legame tra il combattente tradizionale e quella tersa, essenziale ascesi che è conosciuta con il nome di Zen, e non me ne vogliate se mi permetto qui di dire qualcosa su di un fenomeno, conosciuto anche nel passato europeo (penso ai Templari, monaci guerrieri) ma che in Giappone è stato un fatto unico, durato il tempo di divenire quasi la spina dorsale di una cultura complessa e che, per certi versi, si è estinto abbastanza recentemente.

Di cosa sto parlando? Dell’anima guerriera, divenuta inconcepibile nei nostri poco luminosi giorni, sfrattata dai luoghi comuni dei molti “maître à penser” contemporanei che l’hanno portata al biasimo collettivo o persino al disprezzo e all’orrore (mi sovviene l’irrisione degli straccioni brechtiani verso gli eroi).

Dell’anima guerriera che incontra felicemente lo Zen.

Nel XII secolo la nobiltà guerriera delle province con i vassalli, costituiti da bushi (guerrieri) o samurai, si affermò sulla nobiltà di corte e impose il costume virile e marziale che manterrà tali caratteristiche sino al XIX secolo.

Al contempo cresceva e si affermava la corrente buddhistica dello zen, altrettanto severa e virile nella disciplina ascetica, libera da speculazioni dottrinarie e da ritualismi.

L’incontro fu spontaneo: il tipo guerriero trovò nello zen un percorso interiore congeniale alla sua natura, d’altra parte lo zen trovò tra i samurai, più che in altre classi sociali, individui disciplinati nel “tirare avanti diritti, senza voltarsi indietro e senza porsi alcun problema”.

Da allora lo zen divenne in prevalenza la via interiore del samurai: il bushi, abbracciando lo zen, diede come risultato, un carattere unico e irripetibile nella storia del genere umano.

Nel periodo Kamakura (e nel successivo, detto degli Ashikaga), allo spirito giapponese si offrirono due strade: la via del monaco e la via del guerriero (di fatto, pure l’occidente ebbe una stagione simile). Poi la seconda, se non finiva precocemente con la morte in battaglia, confluiva naturalmente nella prima: i grandi guerrieri si ritiravano nei monasteri, terminando la vita in meditazione e contemplazione.

In tempi (secoli) di continue guerre, il bushi dal monacale cranio rasato, assai spesso continuava a servire il proprio signore, mentre anche i monaci armati (come i “cavalieri della montagna” della setta Tendai) guerreggiavano per proprio conto.

A questo punto il lettore può chiedersi dove fosse finita la compassione e l’amore universale che sono ancora la bella bandiera del buddhismo.

Allora andrebbe chiarita l’esistenza di un buddhismo popolare, devoto e religioso e lì accanto il più impercepito ramo del buddhismo iniziatico e reintegrativo. Lo zen, in quanto dottrina jiriki (il “fare da sè” senza appoggi esterni, sensibili o metafisici), appartiene al buddhismo operativo.

Il buddhismo originario (e in ciò Evola non ha torto) fu prevalentemente dottrina di classi guerriere: l’ascesi richiede un animo kshatriya (forse che ora sia del tutto diverso?). Il Buddha storico fu di stirpe regale e anche il grande Bodhidharma, secondo le leggende, fu di stirpe regale: giunto in Cina, insieme agli insegnamenti del Buddha, insegnò pure a combattere a mani nude. Inoltre è noto che la “retta condotta” non venne considerata come una morale autonoma ma uno stadio preparatorio che si abbandona “come una zattera” lungo una via che supera le antitesi di “bene” e “male”.

E, ritornando alla specifica ascesi, valeva il detto: “Quando esci di casa dimentica moglie e figli, quando impugni la spada dimentica il corpo”.

Troviamo maggiori specifiche nell’Hagakure (testo del XVII secolo) che significa “Nascosto sotto le foglie”, indicativo di modestia e segretezza. “…quando stai sul campo di battaglia chiudi la mente al ragionare, se ti dai al ragionare sei perduto. Il ragionamento ti priva di quella forza con la quale puoi aprirti la strada che porta diritto alla meta”; “Nessuna opera grande è stata mai compiuta senza il “divenire pazzo”…che non significa abbaiare alla luna ma rompere le funzioni della coscienza ordinaria per affidare l’azione all’Io sovraindividuale in una coscienza illuminata.

Quando la dominante idea della morte perde il suo potere, la “mente spirituale” può penetrare entro l’oggetto e supera l’inganno della dualità.

Suzuki sostiene che, ad un livello inferiore, dominare l’idea della morte era l’attrattiva maggiore che lo zen offriva al guerriero, senza le sovrastrutture di religione, morale e ritualismo.

Scrive il principe di Mito: “La gente delle altre classi si occupa di cose visibili, i samurai di cose invisibili, insostanziali” e Aoyama Shigeyoshi (maestro di dottrine segrete) dice: “spesso le battaglie in realtà si ingaggiano entro il tama (essenza spirituale) dei guerrieri combattenti…una Forza superiore può agire nel Kendô, nel Judô e nel Karate, e in altre arti marziali meno conosciute”.

Un grande guerriero e monaco del XVI secolo, Uesugi Kenshin, così esortava: “ Quelli che si attaccano alla vita, muoiono; e quelli che sfidano la morte, vivono. La cosa essenziale è la “mente” (shin); guardate in questa Mente e prendete stabile possesso. Voi comprenderete allora che c’è qualcosa in voi al di là dalla morte e dalla vita”.

L’andare “al di là dalla morte e dalla vita”, significa per chi ha percorso il Sentiero, superare la divisione del mondo in soggetto ed oggetto.

Il mondo della diversità (shabetsu) è tale perchè l’ignoranza (mumyô) e la mania delle passioni (bonnô), ottenebrano nell’io che crediamo di essere – mentre è quasi solo un aggregato di impermanenze immerse nell’angoscia del divenire – la capacità di vedere la natura originale. Questa “natura” è il volto dell’Io Superiore, chiamato “Cuore di Buddha”.

Ritrovare tale “cuore”, consumando le aggregazioni caduche ed effimere dell’io illusorio è il compito dell’ascesi.

Lasciando la presa sull’effimero, si dissolvono ignoranza e mania e ci si apre alla visione intuitiva (né concettuale, né psicologica, né intellettuale) della identità assoluta (byôdô) risolvente ogni antitesi e dualismo. Questa conoscenza intuitiva suprema è prajna. Risvegliarsi a questa conoscenza è il satori, l’illuminazione, il fine ultimo dello zen.

In questa esperienza, il supremo paradosso consiste nella visione metafisica che prajna è immanente in ogni uomo e che alterità ed identità sono cosa unica: il mondo del divenire e l’Assoluto coincidono. In sede pratica può essere ricordata questa frase: “Non essere attaccati a nulla è contemplazione; se avete capito questo (il termine “capire” ha sempre il significato di “realizzare”), nell’andare, nello stare, nel sedere e nel giacere non cesserete mai di essere in contemplazione”.

Da una diversa angolatura, il risveglio di prajna è chiamato mushin che, tradotto, sarebbe il vuoto mentale (attenzione, qui non si intende una ipotetica cancellazione della mente che, per un pensiero assai superficiale sarebbe persino “pensabile”, ma il dominio e la cancellazione delle funzioni della mente). In codesta condizione viene raggiunta l’identità perfetta tra volontà ed azione: punto d’arrivo delle vie marziali (budô) e arti marziali (bugei) nel segno dello zen. Tutto l’addestramento tende a questa meta che non si possiederà se lo stato di mushin non verrà raggiunto. Ma chi raggiunge questo stato è già sulla via della Liberazione: l’arte non gli serve più: qui si incontrano zen, budô e bushidô.

Per concludere, voglio citare per intero il credo del Samurai. Esso descrive la condizione del Samurai, educato dal Bushidô e radicato nel mushin.

Non ho genitori: il Cielo e la Terra sono i miei genitori.

Non ho casa: il saika tanden (il centro vitale) è la mia casa.

Non ho poteri divini: la lealtà (chûgi) è il mio potere divino.

Non ho mezzi: l’obbedienza è il mio mezzo.

Non ho poteri magici: la forza interiore è il mio potere magico.

Non ho né vita né morte: l’Assoluto è la mia vita e la mia morte.

Non ho corpo: l’impassibilità adamantina è il mio corpo.

Non ho occhi: la luce del lampo è i miei occhi.

Non ho orecchie: la sensibilità è le mie orecchie.

Non ho membra: la prontezza è le mie membra.

Non ho legge: l’autodifesa è la mia legge.

Non ho l’arte della guerra: sakkatsu jizai (libero di uccidere e di restituire la vita) è la mia arte della guerra.

Non ho miracoli: il Dharma è i miei miracoli.

Non ho principî: l’adattabilità a tutte le circostanze è i miei principî.

Non ho tattiche: la vacuità e la pienezza è la mia tattica.

Non ho capacità: la prontezza di spirito è la mia capacità.

Non ho amici: la Mente è i miei amici.

Non ho nemici: la disattenzione è i miei nemici.

Non ho armatura: la sensibilità ed il senso del dovere è la mia armatura.

Non ho castello: la Mente imperturbata è il mio castello.

Non ho spada: mushin è la mia spada.

Sembrerà assai lontano, alieno, quello che vi ho esposto. Forse è vero. Ma chi agogna alla trascendenza sentirà qualcosa che gli è familiare. C’è chi, leggendo questo credo avverte commozione e c’è chi è pronto allo scetticismo e alla risata profanatoria: un bel discrimine!

Ma gli avventurieri dal cuore coraggioso che praticano gli infiniti superamenti che la disciplina interiore (quella vera, essenziale e povera) esige ogni giorno, forse si sentiranno parenti lontani di questi implacabili e splendidi guerrieri. Ormai il loro ciclo si è chiuso, i nuovi tempi abbisognano di nuove conoscenze e nuove forze…ma l’eroismo, nell’oggi, è ancora più necessario di un tempo. Per chi contempla l’umanità nel suo intero questo è un fatto sicuro ed evidente.

Auguro agli amici lettori che ora, nel tempo del buio, albeggi la luce dell’Io-Sole: nell’anima, nella coscienza e divenga azione liberatoria nella pietraia del mondo.

SCIENZA DELLO SPIRITO, ZEN

OLTRE IL GIARDINO ( di Arlana )

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Un giovane apprendista di un monastero Zen in Giappone era molto zelante nello studio della dottrina dell’Ottuplice Sentiero, nella recita dei sutra, nella ripetizione delle sacre sillabe dei mantra e nella pratica della meditazione. Si impegnava altresí a fondo nell’assolvere ad ogni mansione pratica affidatagli quotidianamente dall’anziano Maestro che lo istruiva.

Quel giorno toccava alla pulizia del giardino. Era un compito che necessitava di grande cura e attenzione, dato che non si trattava di un giardino comune, ma di un luogo nato come espressione ideale, sul piano terrestre, di uno spazio celeste, atto al ristoro della mente, delle membra e del cuore. La superficie non era vasta, ma molto differenziata. Vi cresceva una vegetazione che, se pure ben ordinata, appariva spontanea. Faggi e betulle svettavano alti, sovrastando edere e felci, e specchiandosi in un fiumicello. Brevi radure si alternavano a fitti cespugli. Grandi pietre levigate dall’acqua sembravano montagne in miniatura. L’autunno inoltrato aveva cosparso il terreno di foglie gialle e rossastre che le abbondanti piogge degli ultimi giorni avevano ammassato.

Bisognava tutto ripulire, badando a sradicare le erbacce che insidiavano, con il loro disordinato moltiplicarsi, l’armonia dell’insieme. Anche il ponticello in legno che congiungeva le due rive erbose era invaso da foglie e pietrisco. Occorreva liberarlo dalla vegetazione marcescente, perché rischiava di diventare sdrucciolevole. Su quel ponte transitava spesso il Maestro, durante le sue solitarie passeggiate all’aperto. Il discepolo l’aveva visto incamminarsi verso l’altra sponda, ma a metà strada si era sempre sottratto alla sua vista, per ricomparire dopo un certo tempo senza che si potesse scorgere da dove. Il giovane non aveva fatto domande, ma aveva compreso che quel ponte congiungeva due dimensioni, delle quali una gli era ancora preclusa. Molte volte egli vi si era avventurato, ma nulla era successo: aveva solo raggiunto l’altra riva, che in nessun modo si differenziava dalla prima.

La giornata di alacre lavoro, iniziata all’alba, era trascorsa velocemente sarchiando, rastrellando, riordinando. Nel pomeriggio inoltrato, il luogo appariva trasformato. Tutto era pulito, netto. Nulla sembrava piú offrire all’occhio l’immagine d’abbandono che solo poche ore prima emanava dal giardino. L’anziano monaco uscí all’aperto per osservare l’operato del suo allievo. Stette un po’ in silenzio, poi si avviò lentamente verso un grande albero rosseggiante al sole del tramonto. Scosse un ramo basso, poi un altro. Una pioggia di purpuree foglie si riversò sul terreno sottostante. Il Maestro si allontanò, poi tornò ad osservare. «Adesso è perfetto», disse, e si avviò sul ponte, celandosi alla vista del discepolo.

Nei giorni che seguirono, il giovane apprendista aveva meditato a lungo sull’importanza della “naturalezza” di un paesaggio rielaborato dall’uomo, finché giunse a sentire in sé la bellezza dell’eterno divenire di nascita, sviluppo, decadenza, trasformazione e rinascita. Il Maestro non gli aveva assegnato compiti pratici, ma solo consigliato una quieta e raccolta osservazione della vegetazione, nel giardino ora cosí ben curato. Quel pomeriggio, un riverbero di sole traspariva tra le foglie degli alberi, facendole accendere di barbagli d’oro. Il ragazzo aveva contemplato per ore, immobile, la natura che lo attorniava. Ad un tratto gli sembrò di scorgere, oltre il ponte, un paesaggio circonfuso d’un chiarore ineffabile. Si alzò e prese a camminare, lentamente. Il Maestro si era affacciato alla soglia del monastero. Lo guardò allontanarsi, giungere a metà dell’arcuato ponticello, scomparire nella luce.

 

Gemma Rosaria Arlana

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SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE, ZEN

CONOSCENZA E MORALITA'

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Nell’uomo, in ogni uomo, è insito l’impulso umano alla conoscenza, come viene chiamato, già nel titolo, nel secondo capitolo della Filosofia della Libertà. Sì, ma conoscenza di che cosa? Conoscenza della realtà: della realtà “così com’è”, yathâbhûtam, come affermano, per esempio, i buddhisti di tutte le Scuole, ma anche tutta intera la tradizione iniziatica d’Oriente e d’Occidente.

Ma già qui sorge una grandissima difficoltà, e viene da chiedersi: l’uomo conosce, o è capace di conoscere, la realtà  “così com’è”,  yathâbhûtam,  ossia oggettivamente, senza distorcerla, senza trasformarla tutta intera in un sogno soggettivo, o addirittura in una illusione, nella Grande Illusione, la Mahâ Mâyâ delle metafisiche e delle “Vie di liberazione” di tutta l’India, in definitiva in una immane una menzogna?

La risposta, ben amara per molti, non potrebbe non essere altro che molto poco confortante. Perché se è certo che l’uomo, ogni uomo, è capace di conoscere, giacché l’impulso alla conoscenza è insito in ogni uomo, è altrettanto certo che, generalmente, l’essere umano sfugge una tale conoscenza. Sfugge la conoscenza del mondo e di se stesso. Anzi prima, e più di tutto, egli sfugge – si dovrebbe dire ch’egli,  addirittura a gambe levate, fugge – di fronte alla conoscenza di se stesso. L’essere umano non ama la conoscenza di se stesso, la evita in tutte le maniere possibili, e su se stesso si fa, e ama farsi, le illusioni peggiori.

E questo spiega il monito del Dio di Delphi:  γνῶθι σεαυτόν, gnôthi seautón, ossia “conosci te stesso”, e aggiunge: “e conoscerai l’Universo e gli Dèi!”.  Infatti, è detto:

τὸ γνῶναι ἑαυτὸν οὐδὲν ἄλλο ἐστὶν ἢ τοῦ σύμπαντος κόσμου φύσιν γνῶναι,

to gnônai heautòn oudèn àllo estìn e tou sýmpantos kòsmou phýsin gnônai

«conoscere se stesso non è altro che conoscere la natura dell’universo».

Ma raramente e difficilmente l’uomo si lascia sedurre da un così savio e benefico consiglio del Dio luminoso. Spesso, troppo spesso, l’essere umano, per turpe viltà, piuttosto che la Conoscenza, brama e preferisce l’oscurità dell’ignoranza e l’inerzia più pigra e ottusa.

Per sfuggire ad una salutifera conoscenza di sé – e di conseguenza delle cose, della vita e dei suoi reali valori, del mondo – l’essere umano fa accompagnare l’ignoranza, la brama, e la torpida inerzia, ossia gli âsava,  i tre veleni intossicanti dei quali parla il Buddha Śâkyamuni, dalle loro solerti figlie e ancelle: la paura e l’avversione. Paura e avversione nascono dall’ignoranza, dalla avidyâ, e portano a temere non solo l’ignoto, bensì qualsiasi cambiamento che scuota dalla turpe inerzia, e ad avversare violentemente tutto ciò che possa ostacolare l’appagamento della brama, della inestinguibile “sete”, come la chiamano i buddhisti, o addirittura rischi di portare alla sua “estinzione”, al  nirvâṇa, e spinga quindi all’azione liberatrice, dissolvendo la paralizzante inerzia.  

A questa Conoscenza liberatrice, che è la folgore del Pensiero Vivente, l’uomo resiste, avvinghiandovisi come nello spasmo di un tetanico crampo,  con ogni pensiero possibile, con tutti i suoi stati d’animo, con ogni suo istinto più virulento. In queste condizioni davvero disperanti, l’impresa di realizzare una tale Conoscenza è davvero una impresa “eroica”, perché tale impresa deve con energia titanica, “prometeica”, disciogliere il crampo tetanico, che tiene dolorosamente avvinti alla inconsistente, ma insinuante e travolgente sfera delle soggettive illusioni, precipitando così, ottusi e ipnotizzati, nello spalancato abisso della Mâyâ.  

Uno dei più frequenti narcotici cui si dànno molti di coloro che, pur sentendo l’attrazione dello spirituale, voglio sottrarsi alla Conoscenza dello Spirituale stesso, presentendo che una tale Conoscenza sia dissolvitrice della ignorante, ignave, ottusa condizione, è il mito, l’idolatrico feticcio, del moralismo. Si pensa, e ci si vuole convincere, che sia sufficiente essere delle “brave persone”, “comportarsi bene”, per realizzare lo Spirito. Naturalmente senza il faticoso incomodo di doverlo conoscere. Ovvero, si può rimanere in uno stato di coscienza trasognato o dormiente, e tuttavia mettere in atto, in maniera meccanica o vegetativa, comportamenti “morali”. E questo, per usare il linguaggio di matematici e geometri, a loro dire, sarebbe “condizione necessaria e sufficiente” per la realizzazione dello Spirito. Cioè, oltre al comportarsi bene, magari sforzandosi pure di comportarsi sempre meglio, non vi sarebbe altro da fare. O poco altro, perché troppa Conoscenza – a loro dire – può far male, anzi malissimo. Quanto alla Concentrazione, questa, poi, fatta troppo, farebbe malissimo. Sempre a loro dire.

A volte questo atteggiamento di ottusa e passiva resistenza, può accompagnarsi ad un’ aperta e virulenta azione di contrapposizione rabbiosa e di contrasto più o meno bellicoso nei confronti della Via del Pensiero, della intensa pratica della Concentrazione, dalle quali soltanto, oggi, può scaturire autentica Conoscenza liberatrice. E i metodi adoprati contro gli ostinati, pertinaci seguaci della Via del pensiero – a onta della “virtuosa moralità” proclamata ed esaltata addirittura con idolatrico culto – possono essere davvero sudicetti assai.

Il moralismo non è la moralità: né è, anzi, la caricaturale contraffazione. Moralità autentica può scaturire solo dalla Conoscenza, e non dal conformarsi a comportamenti “virtuosi”. Verace moralità scaturisce unicamente dalla Conoscenza, perché essa è atto attivo dell’Io, e non può scaturire dalle passive movenze dell’anima stordita, poco consapevole, o sognante. Moralità è espressione dell’autocoscienza dell’Io, ossia atto producente dell’Io spiritualmente sveglio nell’anima cosciente, mentre il moralismo “virtuoso” è un fatto prodotto che si verifica nell’anima, ma non un atto coscientemente, attivamente, volitivamente operato dall’ anima. Quando poi non è soltanto ipocrita e interessata recitazione – a profitto degli illusi – da parte di sepolcri imbiancati.

Nella Filosofia della Libertà vien detto che non può essere libera un’azione se colui che la compie non sa perché la compie. Il bello – o, se si vuole, il brutto – è che, il più delle volte, quello che dovrebbe essere il soggetto cosciente dell’azione, non solo non conosce il perché la compie, o le forze che lo spingono all’azione stessa, ma neppure sa che la compie. È proprio il caso di dire che gli umani vivono alquanto distratti e che nesciunt quod faciunt!

E se ascoltiamo la parola del principe Siddhârtha Gautama,  il Buddha Śâkyamuni  nel Dhammapada, l’Orma della Disciplina, come limpidamente traduce Eugenio Frola, ove nell’Appamâda-vagga, vien detto :

La vigilanza è la via per non morire, la distrazione strada alla morte.

I vigilanti non muoiono, i negligenti son come morti. […]

Attraverso la vigilanza, l’attenzione, la restrizione e il controllo

Il saggio si costruisce un’isola che i flutti non sommergeranno. […],

Come chi vada cogliendo fiori, così la Morte coglie la vita degli uomini distratti,

come un’inondazione che si abbatte su un villaggio addormentato,

forse dovremmo prendere molto sul serio, ancor dopo 2600 anni, le parole ammonitrici dell’Asceta degli Śâkya. Anzi, forse, lo si dovrebbe fare oggi più che allora.

Nella condizione estracorporea, sperimentabile nella Concentrazione portata sino all’assolutezza, si attua quel morire prima di morire, senza morire, che è al contempo una condizione di immortalità e di innatalità. Perché, da una parte, nel fuoco dell’attenzione volitiva – in quello che Massimo Scaligero chiama calor cogitationis – “ardono” e si consumano tutte le tare, le storture, le deformazioni che l’anima ha accumulato in quello che a lei pareva un vivere, ed invece è l’inesausta consunzione di un logorante morire. Questo volitivo “ardere” attua attivamente e volitivamente quel devastante processo che, normalmente, l’essere umano sperimenta, passivamente, solo dopo la morte. In questo volitivo e cosciente “ardere”, attuantesi nella Concentrazione,  il morire del mero vivere biologico si trasforma nel rivivere di un elemento di luminosa immortalità. Per altro verso, nella Concentrazione portata a radicalità, si ritrova quella condizione pura dell’anima, anteriore alla nascita che, appunto, è tale prima che le esperienze della vita abbiano impresso su di lei traumi, ferite e cicatrici, ossia quella condizione che, in Estremo Oriente, gli audaci e luminosi asceti del Ch’an o dello Zen chiamavano: “il tuo volto prima di nascere”.

In tale esperienza di innatalità ed immortalità, conseguente alla Concentrazione profonda, l’asceta si apre alla forza-folgore del pensiero vivente, nella quale pensare, sentire e volere sono, come mostra Massimo Scaligero nel Trattato del Pensiero Vivente, un’unica forza, un’unica fulgurea corrente di vita. Il bene è questa forza una, integra come corrente di forza e di vita, veste di Luce e di Calore del Logos. Il male è la frantumazione di questa forza di Luce-Vita in un pensare riflesso, che è smorzata ed evanescente luce senza vita, e in una volontà, che è oscura vita bramosa senza luce, e in mezzo un sentire continuamente dilaniato nell’oscillazione tra l’anemico e disanimato pensare  e l’insorgere ingovernabile del volere istintivo. Il bene è che l’uomo si innalzi al livello di coscienza dell’Io, ritrovi la forza una del pensiero vivente, il male è che l’essere umano tramortito sia alla mercé nell’anima del fatuo accendersi del pensiero riflesso, del divampare incontrastato delle pulsioni della volontà istintiva, della consunzione del sentire emotivo.

Perduta l’esperienza vivente del pensiero-folgore, l’essere umano perse la comunione con lo Spirituale, e perse altresì la capacità di essere spontaneamente in armonia col sopramondo, con l’ordine cosmico o, come direbbero i Cinesi, col Tao. Perduta tale comunione spontanea con lo Spirituale, e le Gerarchie, l’essere umano è stato travolto  dalle caotizzate forze dell’anima caduta. Semplicemente per arginare la travolgenza di tale chaos istintivo, l’essere umano – incapace di ritrovare la comunione spontanea con l’essere uno del pensiero-folgore – ha cercato un “surrogato” in una serie di comportamenti “virtuosi”, in conformità rituali, che sono un ben misero surrogato dello stato primordiale smarrito, ed anche, col volger delle età, un sempre meno efficace rimedio. Sino ad esser giunti oggi  al “virtuismo” o al “moralismo”, ossia ad una vera e propria caricatura di quel che, ancor secoli fa, con qualche dignità poteva essere forza minimamente ordinatrice.

Che l’essere umano di questa meravigliosa e sciagurata epoca non debba farsi molte illusioni circa la facile “virtù”, la quale sarebbe, more geometrico, condizione assolutamente necessaria quanto sufficiente per una realizzazione iniziatica, è mostrato ad abundantiam dalle parole di Massimo Scaligero alle pp. 179-180 dell’Avvento dell’uomo interiore, nell’edizione di Sansoni, Firenze, 1959, che mi è particolarmente cara, dove parlando dello svincolamento interiore, conseguente all’ascesi della Via del Pensiero, dice:

«E’ un guardare che può essere meritato e che, a un dato momento, diviene condizione di una precisa visione trasfigurane, in quanto si sia abbastanza svincolati dalla propria natura da poterne vedere il guasto radicale […]

Occorre aver conseguito la «stabilità» insieme con la indipendenza dalle consuete «velleità», per poter contemplare in se stessi, senza venirne sconvolti, le profondità della «natura malvagia»: la tortuosità, l’odio, l’amore di sé, la paura, l’invidia, dominanti dal profondo di una loro «sede», che al suo rivelarsi, mostra il carattere della irresistibilità, quasi di un’assolutezza contro cui sembra impossibile reagire. Eppure  il «guardare» è già il principio del superamento. E’ un guardare che si forma con l’esercizio dell’«osservazione pura», con la capacità di guardare i pensieri: è un guardare che libera, perché fa riconoscere ciò che non si è.

L’uomo ordinario non avrebbe forze sufficienti per sopportare un simile scenario e ciò gli evita di vederlo: egli deve potersi illudere circa virtù e principî morali che gli diano una qualche sicurezza e il senso della buona coscienza per muoversi agevolmente in quella esistenza che egli assume come realtà. L’educazione metafisica ha il compito di formare l’uomo sino a fornirgli l’interna saldezza perché, a un dato momento, posa sostenere la visione di questa realtà, mai sospettata. Contemplare tale scenario libera e rapporta al centro le facoltà in colui che contempla: la coscienza ora si estende per l’Io a una realtà con la quale era confusa e si riduceva quasi sempre anch’essa a «fenomeno».

Queste parole di Massimo Scaligero mostrano, con una chiarezza che non ha pari, che la possibilità di una autentica «moralità» dipende dalla liberazione del pensiero conseguibile attraverso la intensa e fervida pratica della Concentrazione, e che forze morali scaturiscono dalla Conoscenza, ossia dall’esperienza del Pensiero Vivente, e non viceversa. A queste considerazioni vogliamo accostare quanto Massimo Scaligero dice nell’articolo, che è stato pubblicato recentemente su questo blog, Che cosa l’Ottuplice Sentiero può ancora significare per l’umanità (https://www.ecoantroposophia.it/2015/06/scienza-spirito/hugo-de-pagani/lascesi-del-risveglio-e-lottuplice-sentiero-del-buddha-shakyamuni/), ove dice:

«A questo punto appare evidente come l’Ottuplice Sentiero non agisca in quanto imperativo morale o sociale, ma per il fatto che esso sia intessuto di una serie di atti interiori, condotti sempre mediante un particolare modo di pensare, che è retto pensiero o pensiero puro. La sorgente dell’intuizione è chiamata sempre a scaturire nell’anima sì da generare le varie attitudini indipendentemente dagli antichi vâsanâ, epperò persino oltre il limite della conoscenza o della sapienza acquisita. Per l’uomo moderno, la chiave dell’intero processo è nella riconquista del pensare in quanto uguale all’essere. Fuori di un “pensiero vivente”, gli otto sentieri non possono restare altro che astratte direttive etiche, le forme esteriori di una saggezza, intesa a celare l’egoismo umano sotto la cornice di una qualche dignità.

Qui la moralità in realtà non è il presupposto, bensì una conseguenza, che non viene neppure posta come un fine, e quindi non è neppure voluta, in quanto l’Ottuplice Sentiero ed il pensiero trasparente, non più legato ad alcuno strumento fisico, divengono il sentiero verso la realizzazione di ciò che la filosofia moderna designa intuitivamente come il “fondamento”: quello che non ha altro supporto che se stesso».

L’esperienza del Pensiero Vivente, dal quale scaturiscono retto pensiero, retto giudizio, e retta visione, attraverso il superamento dello stato di cadavericità del pensiero riflesso, costituzionale per l’uomo moderno, è il presupposto del sorgere di una moralità vivente. Si è morali perché si è liberi, e non viceversa, perché – come è scritto nella Filosofia della Libertà«la libertà è la maniera umana di essere morali». E la prima libertà che l’uomo può conquistare è la liberazione del pensiero dal cervello, dal sistema nervoso, dall’abietto servaggio alla vita somatica, che è un vivere per la consunzione e per la morte. Altrimenti parole come «virtù», «moralità», sono soltanto flatus vocis, mere parole, dialettica, retorica, recitazione ed autoinganno. Infatti, sempre nel medesimo articolo, Massimo Scaligero scrive:

«Una virtù, una qualsiasi attitudine interiore, per l’uomo moderno è anzitutto e soprattutto  un qualcosa di astratto, quasi uno slogan. L’esperienza razionale è quella che rende l’uomo capace di edificare la scienza e la visione scientifica del mondo. Ma il metro di misura della mera conoscenza non può in alcun modo essere applicato alla visone dell’uomo antico. […] L’uomo antico, un essere prerazionale e prefilosofico, non sperimentava astrattamente il pensiero, in quanto la corrente vivificatrice della volontà scorreva direttamente nel suo pensare. Una virtù non avrebbe potuto essere pensata astrattamente – là dove l’uomo moderno, invece, può essere razionalmente persuaso, con ottime ragioni, a condannare un modo di vivere nei confronti del quale, in effetti, egli non è abbastanza forte da liberarsene – ma una volta introdotta nell’anima come pensiero, quella virtù avrebbe mostrato sin dal principio la sua forza trasformatrice.

L’importanza attribuita a dhâraṇâ e a dhyâna, ossia alla concentrazione e alla meditazione, nei testi tradizionali può essere scorta nell’esperienza attraverso la quale l’uomo realizzava il suo essere: nel pensiero egli viveva, per così dire, come in un organismo sottile non limitato alla testa, bensì pervadente l’intero suo corpo e la sua anima.

Lo Yoga, la dottrina dei chakra, la nozione delle nâdî, e il lato pratico dello shaktismo sono intesi nell’Induismo a “corporificare lo spirito e a spiritualizzare il corpo”, e possono essere giustificatamente messi in relazione con l’idea dell’antica identità tra l’essere e il pensare. Il mistico realizzava se stesso nel pensare e sentiva ch’egli non era, allorché era cosciente unicamente del suo corpo; egli si sentiva disperdere e quasi svanire nel processo sensorio, laddove invece egli sentiva il proprio essere integrale, mentre era impegnato nel pensare meditativo. Per lui l’essere era pensare e il pensare essere. Al di fuori dell’attività interiore suscitata dal pensare egli non era. All’interno di essa, egli percepiva il proprio essere, la propria vita. Nella meditazione l’uomo viveva realmente. In altre parole, le astrazioni erano ignote all’asceta antico, poiché il pensiero era volontà, al tempo stesso che jñâna era autorealizzazione».

Tornando a quanto Massimo Scaligero scrive a p. 180 dell’Avvento dell’Uomo Interiore, troviamo:

«La visione, in quanto sia possibile, è liberatrice ed è previsto che si abbia, se le condizioni a ciò necessarie siano acquisite: è l’inizio di un «essere liberi dal male» nel suo germe, ed in tal senso le sue conseguenze positive sono valide, oltre il limite individuale, per l’umanità. L’impressione della radicale malvagità e del selvaggio attaccamento a se stessi desta, insieme con la conoscenza di sé, l’umiltà – in quanto si sa di essere ancora legati a ciò che si guarda – e la compassione per gli altri esseri che ignorano la loro miseria: umiltà e compassione vere, non quelle che si cercano per sentirsi migliori. In effetto, non possono darsi vera compassione, vera tolleranza per l’altrui errore, vera comprensione per l’isolamento degli esseri, prima della esperienza di questa condizione radicale della natura umana.

Chi abbia una simile esperienza, contempla una realtà inconoscibile a chi sia legato ad essa in modo da non potersene separare, essendogli essa interno motivo di vita, supporto inalienabile: condizione dell’uomo ordinario, ma anche del ricercatore dello spirito sino alla soglia della visione penetrante a cui si è accennato. Presso la quale viene insegnato che vigila un essere detto Guardiano della Soglia».

Si dirà che queste parole di Massimo Scaligero sono troppo dure, sconsolanti, e che l’austerità dell’impegno ascetico che richiedono non sono sopportabili per molti cercatori dello Spirito. Personalmente ritengo che la più desolante e disperante realtà sia ben migliore della più rosea illusione.  Per cui conviene – come ammoniva quel paganaccio impenitente, dal grandissimo cuore, che era Arturo Reghini – di mettere al bando, senza veruna misericordia, ogni illusione, e di guardare romanamente in faccia la realtà. Questa potrà non piacere ma, appunto, è reale, con essa dobbiamo fare rigorosamente i conti, e solo da essa possiamo partire per giungere a quella che il Buddha chiama l’Eccelsa Mèta.

Coloro che, rinunciando all’impresa interiore, scelgono di sostituire all’austerità della Via dello Spirito, alla Via eroica, una illudente “via dell’anima”, ossia la comodità della via egoica, oggi hanno a disposizione, per stordirsi rispetto all’angoscia interiore, e beatamente sognare, i narcotici e gli stupefacenti del misticismo, del sentimentalismo, dell’intellettualismo culturale ed estetizzante, del moralismo, del “virtuismo”, che in taluni ambienti è diventato un vero e proprio mito idolatrico, dell’attivismo, dell’obbligatorietà dell’impegno “sociale”.  

Quanto sia possibile manipolare ed illudere le “anime belle”, può essere illustrato da un episodio, che è un esempio tipico di una “intelligente” operazione di “trasbordo ideologico inavvertito”, mediante il quale le persone vengono sedotte ad una “via sostituita”, come la chiamava un tempo un esoterista francese. Tale voie subtituée non è altro che un deviare i ricercatori sinceri, ma troppo ingenui, su un “binario di scambio”, e poi su un “binario morto”. Indi poscia, al treno viene pure staccata la locomotiva, in attesa che poi dalle alture circostanti – come direbbe il mio ottimo e sapiente amico C. – scendano gli Apache Chiricahua a fare scempio dei malcapitati e lauto bottino. L’intelligente autore di cotale “nobile” (si fa per dire…) impresa – perfettamente riuscita – anni fa, affermò ai suoi fidenti ascoltatori che, in questa epoca, non è più tempo di giungere all’esperienza della Soglia individualmente. Ciò, a suo dire, non sarebbe più necessario, e sarebbe anzi eccessivamente pericoloso. Alla Soglia, e al suo superamento si può giungere comunitariamente, ovvero “tutti insieme appassionatamente”, come nel bellissimo film di Robert Wise, con Julie Andrews e Christopher Plummer. In luogo del troppo austero e silente Rito della meditazione in comune, indicato da Massimo Scaligero, vennero proposte al fidente gruppetto, trasformato in un “Club di Lettura e Conversazione”, delle più interessanti “sedute di autocoscienza”, in stile anni sessanta.

Quanto, in luogo dell’audace ricerca della Via assoluta, certi “surrogati” siano ben miseri, e certi “rimedi” proposti siano dei narcotici illudenti e dei placebo sempre meno efficaci, lo affermò già 2600 anni fa Laotzu, con parole che più eloquenti e chiare non si potrebbe, per es, nel XXXVIII capitolo del Taotehking, ove dice:

« XXXVIII – SULLA VIRTU’

La virtù somma non si fa virtù per questo ha virtù, la virtù inferiore non manca di farsi virtù per questo non ha virtù. La virtù somma non agisce, ma non ha necessità di agire; la virtù inferiore agisce, ma ha necessità di agire. La somma carità agisce, ma non ha necessità di agire; la somma giustizia agisce, ma ha necessità di agire; il sommo rito agisce, e se non viene corrisposto si denuda le braccia e trascina a forza. Fu così che, perduto il Tao, venne poi la virtù; perduta la virtù, venne poi la carità; perduta la carità, venne poi la giustizia; perduta la giustizia, venne poi il rito: il rito è labilità della lealtà e della sincerità e foriero di disordine».

Oggi, pur di non affrontare l’impresa spirituale, si giunge in maniera insana e improvvida ad attuare, con una alchìmia inversa e perversa, a trasmutare, anzi a degradare, l’oro della Sapienza in volgarissimo piombo, quando non in strame. E invece di cogliere l’invito, del sapientissimo Maestro del Celeste Impero, Laotzu, di esser «dritti nel curvo, interi nel frammento», si fa di tutto per esser curvi nel dritto e di mandare in frantumi l’intero, ciò che, nella essenza spirituale, è uno.

Ma per chi cerchi di conoscere la realtà – yathâbhûtam, ossia “così com’è” – e non i sogni, che prima o poi da rosei e consolanti si trasformano in incubi opprimenti e disperanti – l’unica Via, la Via vera, la Via per “conoscere se stessi, gli Dèi, l’Universo e la Natura”, è la Via del Pensiero, la Via della Concentrazione. Da essa scaturisce la Conoscenza folgorante delle “cose che sono e non appaiono”, la Conoscenza liberatrice e risvegliatrice dal millenario sonno, dall’abietto servaggio dell’anima alla tombale prigione corporea.

È verissimo che la Via dell’Ascesi pensante è dura, che la Concentrazione è una pratica decisamente non grata alla natura caduta dell’uomo, che ad essa si ribella e si sottrae in ogni modo possibile, ma è altresì vero che tale Via «eroica» è l’unica terapia, l’unica Via di salvezza per l’uomo, che rischia la degradazione nel subumano e lo sfracellarsi nell’abisso. Surrogati e rimedi palliativi sono come dare su una nave che, sull’oceano in tempesta, sta affondando, ansiolitici, sedativi e sonniferi a chi rischia di affogare tra le onde, e sia nell’angoscia per tema di dover affrontare vigorosamente le onde.

Nella prima edizione, ormai introvabile, dell’Avvento dell’Uomo Interiore, Massimo Scaligero pose, nella seconda di copertina, queste parole, che sono una mirabile sintesi dell’intera Via del pensiero. Queste parole del Maestro, purtroppo, non vennero riprodotte nella riedizione, apparsa negli anni settanta dello scorso secolo, come L’Uomo Interiore ad opera delle Edizioni Mediterranee. Le trascrivo per offrirle alla diligente meditazione degli amici innamorati della Via Vera, e della Concentrazione:

«Chiave del senso della presente epoca e del valore attuale della Iniziazione, quest’opera è dedicata a coloro che hanno ancora il coraggio di volere l’uomo. Viene indicata una «via spirituale»  che, mentre è di là dalle tradizioni, attinge a un segreto e imperituro insegnamento: che un tempo agì attraverso le metafisiche dell’Oriente, oggi opera, inconosciuto, nell’anima dell’occidente, per chi giunga a scorgerla. La tecnica dell’esperienza soprasensibile descritta in questo volume già reca in sé quanto di essenziale operò nello Yoga, nel Taoismo, nella «via» del Buddha, nello Zen nel Tantrismo, ma si trae precipuamente dall’attivazione di un ulteriore elemento interno, che può sorgere soltanto nello svincolamento del pensiero razionalistico e astratto dai contenuti finiti e sensibili, valsi unicamente alla sua formazione. Per l’uomo moderno, è questo pensiero disanimato, che, risorgendo come magica forza , diviene veicolo della resurrezione cosciente del «sopranaturale» in lui, epperò virtù risolutrice degli urgenti problemi del tempo».

MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE, ZEN, , ,

Sesshū Tōyō e la pittura Zen

 “Come può il pittore penetrare nello spirito della pianta, ad esempio se vuole dipingere un ibisco, come fece Mokkei (Mu-chi) nel XIII secolo nel suo famoso quadro del Tempio di Daitokuji a Kyoto? Il segreto deve essere svelato dalla pianta stessa.”

D.T. Suzuki

enso-shinko-isan

Nel mostrare un fiore
il suo segreto è rivelato.
Kashyapa si apre in un sorriso:
l’intera assemblea non sa cosa fare.

Mumonkan

Un rotolo di carta di fibra di riso.

Delicatissima.

Sfondo bianco, yohaku, a rappresentare il Vuoto che tutto riempie;  che nulla essendo, tutto è.

All’artista e al suo pennello il compito di far sorgere visivamente le forme materiali  incessantemente alternantisi in dinamico diveniente equilibrio, rivestendone l’eterna immutevole mutevole essenza con schizzi di china nelle infinite sfumature del nero, indicando l’indicibile.

E’ Zenga, la pittura Zen.  

Le origini di questa manifestazione del possono essere fatte risalire al XIV secolo, allorché si diffuse tra un numero sempre crescente di monaci e devoti del Buddhismo Zen l’arte della pittura monocromatica che prenderà il nome di Sumi-e (ove sumi sta ad indicare l’inchiostro di china nera, utilizzato in differenti concentrazioni).

L’arte esercitata dai Gasō (monaci pittori) è a tutti gli effetti parte costitutiva della disciplina interiore da essi coltivata, ed il pennello costituisce l’equivalente dell’arco, della spada, della tazza da thé e degli altri strumenti caratteristici di altri approcci alla Via. Se è vero che nel tempo  Zenga non è stata di esclusivo appannaggio monacale (esiste per esempio una corrente che possiamo definire “laica”) è altresì corretto affermare che non possa esistere pittura Zen separata dalla disciplina interiore, essendo il possesso e l’affinamento di particolari doti tecniche qualità necessaria ma non a sé e da sé sufficiente. 

Vediamo in breve alcuni aspetti pratici: bisogna innanzitutto considerare che la ruvidità e la sottigliezza del tipo di carta utilizzato la rendono estremamente ricettiva nei confronti della china, tendendo dunque ad impregnarsene rapidamente. Lo stesso dicasi per il pennello. Ne consegue che, terminata la lunga fase di preparazione (la quale prevede un meticoloso rito di approntamento di inchiostro e pennelli e durante la quale l’artista deve raggiungere un elevato grado di concentrazione mantenendo al contempo salda e chiara l’immagine del soggeto che andrà di li a poco a trasporre) l’esecuzione dovrà essere rapida e precisissima, onde non ritrovarsi con il lavoro rovinato da un’eccessivo flusso di inchiostro. La rapidità e la precisione che necessitano sono l’immediato portato della culminazione del processo meditativo/concentrativo.

Tradizionalmente i soggetti della pittura Zen sono: paesaggi (sansui-ga), calligrafia, ritratti e caricature (doshaku quando raffiguranti monaci o personaggi popolari, o chinso quando riguardanti maestri o monaci di rango; in quest’ultimo caso se essi recavano uno scritto autografo del soggetto raffigurato sottintendevano il raggiungimento del satori da parte del discepolo). 

Uno degli artisti maggiormente rappresentativi per quanto riguarda la pittura Zen è Sesshū Tōyō.

sesshu

Nato nel 1420 ad Akahama, villaggio della provincia di Bitchū (odierna parte occidentale della Prefettura di Okayama) Sesshū Tōyō è stato uno dei più importanti maestri giapponesi di  Sumi-e  del medio periodo Muromachi (1336-1573). Nato nella famiglia Oda, di tradizione Samurai o contadina a seconda delle fonti, fu cresciuto ed istruito per diventare un monaco Rinzai. Il nome Tōyō (Salice) gli fu assegnato nel 1431, all’età di 10 anni, in occasione dell’inizo del suo noviziato presso il tempio Zen Hōfuku-ji; il nome proprio prima di tale data è ignoto (mentre altri nomi che assunse o gli furono assegnati nel corso della sua vita furono Unkoku e Bikeisai). Fin dalla più tenera età mostrò spiccate attitudini per le arti visive, che più tardi sotto l’egida del maestro Tenshō Shūbun germogliarono fino a renderlo uno dei più grandi artisti giapponesi della sua epoca, in grado di adattare elementi artistici marcatamente cinesi al gusto ed alla sensibilità estetica ed artistica giapponese, sviluppando uno stile caratterizzato dalla forza impressa ai tratti  nonché da una grande intensità espressiva, per una produzione incentrata soprattutto su paesaggi, temi inerenti al Buddhismo Zen e decorazioni a tema floreale o animale.

Sebbene i templi Zen dell’epoca esplicassero anche funzioni culturali, inizialmente il maestro più importante per il giovane artista fu la natura, particolarmente generosa e spettacolare nei dintorni del tempio Hōfuku-ji. Un certo atteggiamento nei confronti della natura era  d’altronde  elemento che già informava di sé il comune sentire orientale e giapponese in particolare (basti solo pensare alle divinità shintoiste – kami – che nell’estrinsecarsi del loro armonico rapporto con uomini e natura si identificavano tanto con defunti e figure umane storiche quanto con le diverse espressioni dei regni della natura). Non fu dunque difficile l’incontro tra tale sentire e l’importanza data dallo Zen alla meditazione sulla natura, sulla sua mutevolezza e illusorietà a cui consegue tra le altre cose il “samadhi della gioia”; illusorietà e gioia che già troviamo appaiati nel Buddhismo Mahayana, e che, come possiamo leggere in Zen buddhist landscape arts of early Muromachi Japan di Joseph D. Parker, “rifiutando nel profondo il portato di un mondo stabile che fornirebbe le basi a delusione e attaccamento..risultarono ideali per i propositi euristici e soteriologici dei monaci delle Cinque Montagne”.

Ritornando al giovane Tōyō, un aneddoto  narra della sua non soddisfacente applicazione allo studio dello Zen, dovuta al troppo tempo dedicato al disegno e alla pittura, che gli valse come punizione l’essere legato ad un pilone all’ingresso del tempio, cosa che non gli impedì di disegnare un topo sul pavimento, usando i piedi e le sue lacrime al posto dell’inchiostro, rendendolo in maniera talmente realistica da far trasalire il suo maestro allorché la sera stessa si avvicinò per liberarlo.

Intorno al 1440 Tōyō  lasciò Bitchū  e si stabilì nel tempio Zen Shōkoku-ji  a Kyoto (al tempo capitale non solo politica ma anche  culturale ed artistica del Giappone), studiando col famoso maestro Zen Shunrin Suto. Il tempio era adiacente al palazzo imperiale degli shogun Ashikaga, e la supervisione dell’edificio e degli ambienti circostanti era affidata a Tenshō Shūbun, che era il pittore più conosciuto dell’epoca e che divenne presto maestro di pittura di Tōyō. Anche lo stile e la scelta dei soggetti di Shūbun, così come quello di molti altri pittori Zen nipponici, erano influenzati dagli artisti di epoca Sung (960-1279), le cui opere erano altresì altamente apprezzate e ricercate anche da artisti e collezionisti. Sebbene non vi siano lavori che possano essere fatti risalire con certezza a questo periodo dell’attività artistica di Tōyō risulta  probabile che essi siano state eseguiti in accordo con tale stile.

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Tenshō Shūbun – Leggendo in un boschetto di bambù

Dopo 20 anni di permanenza a Kyoto, Tōyō fu affidata la responsabilità del tempio Unkoku-ji, nella Prefettura di Yamaguchi sita nella parte occidentale dell’isola di Honshu. Fu in questo periodo che assunse anche il nome di Sesshū  (barca innevata), com’era consuetudine per i monaci giunti ad un certo grado di evoluzione spirituale, contravvenendo però all’usanza che voleva che l’appellativo scelto contenesse almeno una sillaba del nome del maestro, giacché egli preferì riferirsi ai pittori Josestu e Shūbun. Yamaguchi, oltre ad essere diventata un importante centro artistico e culturale, era anche un punto di partenza per numerose spedizioni alla volta della Cina, e nel 1468 , aggregandosi ad una spedizione dietro invito di Norihiro Ōuchi (Signore di Yamaguchi e non soggetto all’autorità dello Shogun per gli affari con la Cina in quanto possessore di uno speciale permesso commerciale), Sesshū poté finalmente recarvisi. La sua missione consisteva nel reperire opere artistiche cinesi per conto di benestanti committenti giapponesi, nonché nel compiere visite e studi presso templi Zen. Più che le espressioni artistiche dell’epoca, che sotto la dinastia Ming si erano molto allontanate dallo spirito e dall’estetica che avevano caratterizzato quelle di era Song, furono questi ultimi assieme alla natura cinese ad impressionare positivamente Sesshū, la cui opera artistica  si ritrovò comunque in breve tempo a conseguire crescenti riconoscimenti (pare, ma non è storicamente accertato, che avesse ricevuto anche alcuni incarichi dal Palazzo Imperiale a Beijing; in particolare si narra di un invito a decorare i muri delle hall del Ministero dei Riti).

Nel 1469 Sesshū fece ritorno in patria, stabilendosi a Kyūshū (nella prefettura di Ōita) giacché a causa della guerra di Ōnin non poté stare a Yamaguchi. Qui aprì un suo studio (Tenkai Zuga-rō – Padiglione di pittura creato dal Cielo) dove dipinse ed insegnò, non tralasciando al contempo di effettuare diversi viaggi in varie zone del Giappone. La scelta di non tornare a Yamaguchi o a Kyoto fu probabilmente dettata anche dall’esigenza di preservare la propria tranquillità e soprattutto quell’indipendenza dal potere politico e/o religioso che, primo fra gli artisti giapponesi, era riuscito a garantirsi (fu inoltre il primo ad apporre firma e sigillo alle sue opere, seppur cominciando a farlo solo in età avanzata ed in maniera discontinua). Nel 1478, invitato da Kanetaka Masuda (Signore della Provincia di Iwami) si recò a Masuda, nella Prefettura di Shimane, dove creò due giardini Zen, per tornare successivamente di nuovo a Yamaguchi dove ricostruì il suo studio, vedendosi pure riconosciuta l’indipendenza creativa allorquando la famiglia Ōuchi gli concesse una sorta di vitalizio non condizionato ad alcuna esclusività riguardante la sua produzione artistica.

Per molte delle svariate opere d’arte attribuite a Sesshū Tōyō si pone un serio problema di veridicità. Alcune sono a lui attribuite sulla base dell’alto livello qualitativo, della provenienza o di particolari iscrizioni. Per molte altre, recanti la sua sigla o firma, potrebbe anche trattarsi di lavori aventi la sua impronta stilistica ma eseguiti da suoi studenti. La parte più corposa di lavori a lui attribuibili con certezza è custodita presso il Tokyo National Museum. Oltre a due paesaggi relativi al periodo di permanenza in Cina sono ivi presenti tre dei lavori più significativi della maturità: due sono kakemono (rotoli da appendere)  rappresentanti l’autunno e l’inverno, mentre il terzo è un paesaggio dipinto utilizzando la tecnica Haboku (che prevede sovrapposizioni di strati e schizzi di inchiostro che lasciano i contorni non ben definiti).

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Il Rotolo lungo delle Quattro Stagioni (Sansui Chōkan), dipinto probabilmente nel 1486, viene generalmente considerato il capolavoro di Sesshū Tōyō nonché la più importante opera della pittura ad inchiostro giapponese. Si tratta di un makimono (rotolo orizzontale) lungo 15 metri ove è rappresentato il succedersi delle quattro stagioni, a cominciare dalla primavera fino ad arrivare all’inverno, eseguito come offerta orante in onore del tempio Ruriko-ji di Yamaguchi. L’iscrizione che chiude il rotolo recita: nel diciottesimo anno di Bunmei (epoca compresa tra ōnin e Chōyō, il cui diciottesimo anno risulta essere il 1486), in un pacifico giorno di Kahei (dodicesimo mese dell’anno), l’anziano Tōyō Sesshū, che occupò la prima sedia al tempio Tendo (il riferimento qui è ad un episodio accaduto durante il viaggio in Cina), dipinse nel suo sessantesimo anno di età. E’ interessante notare come laddove la traduzione riporta il termine “dipinse”, nell’iscrizione originale il termine utilizzato è hitsu-ju, il quale fa riferimento all’atto del ricopiare sutra o preghiere.  Sebbene sia evidente l’influenza cinese in quanto a temi e stile, il rotolo mostra cionondimeno il suo pieno carattere giapponese grazie a tratti più marcati, a contrasti più netti fra tonalità chiare e scure ed effetti spaziali più appiattiti rispetto a quanto era in uso nella pittura Sung. Custodito a Hōfu (piccolo centro nei dintorni di Yamaguchi) fu dichiarato in epoca Meiji patrimonio nazionale ed oggi viene esposto al pubblico solo durante il mese di novembre.

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E’ d’uopo segnalare altre due opere paesaggistiche: una è il rotolo orizzontale della Collezione Asano (Odawara), eseguita nel 1474 su richiesta dell’allievo Tōetsu, caratterizzata da uno stile più libero e tenue; l’altra, conosciuta come rotolo “Amano-Hashidate”, eseguita nel 1502 circa e custodita presso il Kyōto National Museum e che risulta molto realistica e ricca di dettagli, tanto da rasentare la resa topografica di un luogo particolare.

Tra le opere di Sesshū si annoverano anche dipinti direttamente correlati al Buddhismo Zen, il più noto dei quali fu eseguito nel 1496 e consiste in un rotolo raffigurante Hui K’o nell’atto di recidere sacrificalmente il proprio braccio per dimostrare la sua serietà a Bodhidharma.

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Sebbene l’influenza dell’era Sung abbia caratterizzato maggiormente il lavoro di Sesshū, in alcuni casi sono rintracciabili anche espressioni ad essa non ascrivibili, come nel caso di uno dei suoi migliori pannelli decorativi, ornato con uccelli e fiori e facente parte della collezione Kosaka di Tokyo, il quale si fa notare per l’uso delicato di colori nonché per l’abilità nell’armonizzazione fra rappresentazione realistica e aspetto decorativo; elemento quest’ultimo molto affine alla tipologia di pittura decorativa che fiorì in Cina nel corso dell’epoca Ming.

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Tra i vari eminenti pittori nella storia del Giappone Sesshū Tōyō è da molti considerato il più valido e importante, tanto per motivazioni prettamente artistiche quanto per altre attinenti al suo status di monaco  ed uomo di cultura, capace di valorizzare e rendere al meglio la pittura sumi-e e gli elementi di Buddhismo Zen che la informavano, trasformando altresì una forma di espressione artistica importata dalla Cina nel XIV Secolo in un qualcosa di tipicamente giapponese.

Salutato già in vita come uno dei più grandi del suo tempo, tale riconoscimento è perdurato, tanto che molti altri artisti hanno tratto palese ispirazione dalla sua opera (talvolta firmandosi direttamente con il suo nome) ed alcuni si sono riuniti nella Unkoku School onde perpetuarne la tradizione.

Sesshū Tōyō ripose per sempre il pennello, congedandosi da questo mondo l’8 agosto del 1506.

ZEN

IL VUOTO

asceta zen 4

*

Negli anni ’60 del secolo scorso , con le traduzioni di alcune Opere di Teitaro Suzuki, il racconto affascinante di Eugen Herrigel sull’esperienza del tiro con l’arco, la stimolante raccolta di Nyogen Senzaki e Reps di “101 storie zen” e, in fondo scala gli scritti superficiali di C. Humphreys e altri, l’Occidente scoprì un filone nuovo (per la nostra cultura) della corrente buddhista. Col solito schiamazzo confuso: già l’austero professor Suzuki, pasticciando da entusiasta ma con intellettuale astrattezza (T. Suzuki fu professore di filosofia) tra oriente e occidente, credette di trovare identità tra l’illuminazione zen (satori) e l’inconscio junghiano (ancora oggi diverse pseudo-tradizioni vedono nella psicologia junghiana e nel suo promotore un esempio scientifico di spiritualità a passo coi tempi. C’è da rabbrividire! Indubbiamente Carl Jung flirtò anche troppo con la magia –  la sua discepola Marie Luise von Franz affermò che il suo Maestro era capace di predire il futuro – tale da renderlo una  sorta di apprendista stregone mancato, ma in sostanza temette lo Spirito, come certifica la sua vergognosa ritirata a pochi chilometri e a poche ore dall’incontro con Ramana).

Così lo zen divenne talmente attuale da diventare una via che porterebbe all’ “identificazione di sé con la sfera dell’inconscio che circonda la nostra consapevolezza quotidiana”. E’ davvero curioso, ed i tradizionalisti a ragione parlerebbero dei “segni dei tempi”, che anche in sede astratta, cioè senza alcuna esperienza concreta, seri pensatori e frichettoni dell’occulto si alleino a corteggiare “l’inconscio” quasi fosse un dato di fatto inequivocabile, mentre non riescono proprio a partorire una minima, possibile ipotesi di un superconscio. I predatori, chiamati anche psicoterapeuti, dato il loro condizionamento, hanno felicemente risucchiato lo zen immaginario nei loro sistemi ed ecco che frasi come “Uccidere il Buddha”, allusiva al superamento incondizionato dell’alterità , anche quella che si presenta come simbolo/valore più alto, diventa per essi “superamento dell’autorità paterna , processo di individuazione, ecc.” (vi sono delle eccezioni di cui, ad esempio, fa parte R. Assagioli che però conobbe Decio Calvari, Evola, Zanfrognini, Jasink, ecc.  e, per così dire, si fece le ossa nel Gruppo Teosofico di via Gregoriana a Roma).

Cos’è lo zen? Storicamente è una scuola buddhista nipponica, portata dalla Cina dove fiorì con il nome di ch’an e trasmessa al Giappone nel 1215 da Eisai e nel 1227 da Dogen. In sostanza si ispira al mahayana e se ne distingue perché abbandona quel grandioso edificio culturale e metafisico mantenendo l’essenziale: la prassi etica e la contemplazione vuota di oggetti (dhyāna). Non si tratta di “egoistico isolamento”, ciò è un nonsenso perché il fine precipuo dell’ascesi (satori) è il superamento della dualità cosmo – coscienza umana. Dunque il discepolo dello zen guarda con profonda intensità (simpatia) la natura che lo circonda: la goccia di rugiada o il volo della farfalla sono, per la coscienza vuotata dall’io fenomenico e imperdurante, la porta al superamento di ciò che esse appaiono dapprima come manifestazioni di alterità. Alterità che la coscienza vuota non nega nel rifiuto ma risolve nell’esperienza dell’identità metafisica.

La scuola soto raccomanda la pratica zazen, ossia stando seduti (in occidente pure Maestro Eckart scrive: “Ho conosciuto Dio stando seduto”) nella classica asana del loto, disciplinare il soffio, sciogliere il mentale della testa e rintracciare il punto vuoto nell’addome. Individuato il quale, compito essenziale dell’asceta è non impedirgli di crescere, come il feto nel grembo materno e ben oltre affinché la potenza del vuoto, che è il “pieno” dello Spirito, trasmuti sino al sensibile l’operatore che permane come proiezione o lieve simbolo percettibile della completa realizzazione.

Per un approfondimento conoscitivo di base di questa via mi permetto di consigliare il libro di K. G. Durckeim: Hara. Il centro vitale dell’uomo secondo lo zen. In questo libro l’Autore sottolinea con plausibile evidenza critica il ruolo debole ed anti spirituale della coscienza legata alla testa, non avvedendosi però di quanto raffinatamente egli stesso, da occidentale qual è, usi tale coscienza e la razionalità ad essa indissolubilmente legata: chiaramente non avvertendo che il problema, il nodo da sciogliere è interno al sistema di forze che simultaneamente usa e rifiuta (con superiore maestria, Massimo Scaligero approfondisce e supera i limiti della descritta contraddizione nel VI capitolo di Kundalini d’Occidente).

Nella scuola rinzai è invece importante la pratica del koan che moltissimi, anche in occidente, conoscono almeno per sentito dire. Il koan appare come un enigma o un problema insolubile o un paradosso logico o persino un’improponibile bestemmia.

Secondo la volgarizzazione di Masumi Shibata, “il koan è un problema che il maestro dà da risolvere ai discepoli: esso significa documento pubblico” poiché serve a provare l’autenticità dell’illuminazione del discepolo. Da cui poco s’intende; proviamo piuttosto dare al lettore una dettagliata testimonianza diretta dell’esperienza:

Presi il koan “Tutte le cose sono riconducibili all’Uno, dove ritorna l’Uno?” e lo tenni diligentemente. Dapprima la mente s’affollava di pensieri, ma a poco a poco ebbe luogo un cambiamento, finché non fui in grado di sgombrare la mente di tutto tranne il koan. A questo punto non riuscivo ad andare oltre. Tutto sembrava perduto. Mi sentivo inutile, smarrito. Ma ero deciso e mi ritirai in solitudine, in montagna, dove lavoravo e camminavo fino a sentirmi fisicamente spossato, tenendo tutto il tempo in mente il mio koan.

Un giorno mi fermai sulla sponda di un fiume e sedetti spossato. All’improvviso udii, a quanto pareva non con le mie orecchie, il sibilo del vento fra gli alberi. Immediatamente passai dal mio stato di spossatezza a quello che in cui ero talmente rilassato da sentirmi aperto al flusso totale, sopra, intorno e attraverso il mio corpo che era assai più che il mio corpo. Tutto era pervaso di luce bianco – calda ed era come se vedessi l’intero cosmo via via liquefarsi. Come ci può essere tanta luce? Strati di luce su strati di luce, all’infinito. Tutto è illuminazione.

L’impressione dominante era di entrare nell’essenza stessa dell’esistenza – nessuna forma, nessuna personalità, nessuna deità, solo beatitudine. Non so per quanto tempo rimasi in quello stato. Ma, quando ridivenni conscio delle cose che mi circondavano, esse mi apparvero differenti – più vive, non oggetti ma piuttosto processi, costantemente divenenti. Fui preso da un travolgente desiderio di ballare, correre e cantare e gridare, ma riuscii a controllarmi e fui nuovamente colpito da quella intensa illuminazione e beatitudine, più capace, per così dire, d’osservarne il processo in cui ora posso entrare a volontà. Quando tornai nella mia baracca, questi versi sgorgarono da me spontaneamente:

Il sibilo del vento nell’albero

Contiene un altro vento

Che è il sibilo del vento nell’albero.

Nell’albero il sibilo del vento

Contiene un altro albero

Che è il sibilo del vento nell’albero.

Questa è la testimonianza della pratica di un koan e del conseguimento di un “satori di metà percorso” piuttosto notevole poiché vissuta ai nostri giorni, da un occidentale, persino con il canto (gāthā) conclusivo , del tutto conforme alle più antiche tradizioni!

Il koan, in sintesi, è una frase meditativa priva della possibilità di svolgimento razionale e di soluzione logica. La possibilità di venir pensata s’arresta al limite di sé stessa. La fiumana del pensiero dialettico, appena manifestato trova subito un totale sbarramento e la sua enorme pressione naturale è costretta a risalire immediatamente il suo corso. Spesso l’operatore sperimenta la sgradevole impressione che la testa gli stia letteralmente scoppiando! Ed è proprio ciò che avviene spiritualmente. Il discepolo abbandona la testa e scende in un centro diverso, oppure (è solo il punto di vista che cambia) si espande  compenetrandosi con l’immensità lucente del cosmo eterico. Poiché siamo di poche righe sotto la descrizione di un’esperienza che non avete, spero, già dimenticata, vorrei sottolineare che quando si parla di vento o di luce o di esperienze consimili, si parla proprio di vento, di luce, ecc. Certo, non sono quelli di tutti i giorni, ma anzi, una loro caratteristica è quella d’essere più reali. Mi piace ricordare a tal proposito la frase finale di un breve racconto di Fabio Tombari: “Via via ch’egli veniva a coscienza, entrava in , in una luce sonora fra cattedrali di musica: in una dimensione unica; ma tanto solida, che le montagne di  pietra sono materia di sogno”.

Vale anche fare attenzione al fatto che dopo l’esperienza illuminativa, il narratore vede il mondo circostante con maggior vividezza unita ad un’impressione di fluidità e divenire: anche il discepolo della Scienza dello Spirito sperimenta momenti in cui le “cose” assumono una sorta di realtà più intensa dell’ordinario, come affioranti da un substrato scintillante e se il pensare liberato le sgrava dalla densità simultaneamente dona loro una superiore trasparenza e chiarezza. Insomma il mondo noto non sparisce ma si apparenta alla forza del pensiero. Tutto ciò che ci attornia diventa, seppure mutato qualitativamente, persino più reale e concreto di prima. Tanto da concludere che chi pare immerso in profondi pensieri ma trova difficile aprire e chiudere una porta è assai difficilmente ciò che suppone di essere.  Al contrario svaniscono nel nulla tutte le astrazioni e le immagini di comune fantasia; quello che prima ci attirava come stimolo alla ricerca spirituale, ossia i comparativismi, i filologismi, i simbolismi e, non per ultimi, i deduzionismi spiritualistici che allietano i lettori e li erudiscono sui veri segreti dell’esoterismo di piacevole fine giornata, vengono avvertiti come ombre prive di essere, provocanti, al massimo, un certo disgusto o malessere animico Potrei concludere dicendo che, paradossalmente, l’esoterico diventa talmente concreto da superare (in concretezza)  il più tetragono materialista!. Egli segue “naturalmente” una diversa direzione: si esercita a pensare ciò che vede e sente (insomma, quello che c’è), secondo la disciplina del pensare oggettivo, spesso indicata da Rudolf Steiner.

Ma lo zen (perché di quello trattavamo) si lega in una certa misura alla Scienza dello Spirito? Le sue tecniche possono aiutare in qualche modo il discepolo della Via Solare? Se le domande sono di questo tipo, la risposta è una sola, semplicissima: no!

In pratica lo zen, con i suoi zazen e koan è ancora valido per alcune strutture estremo – orientali poggianti la coscienza su un insieme di forze espresse dal ventre (vi ricordate le statuine di panciuti buddha sorridenti?) e non dalla testa, e non basta, ancora capaci di intuire il reale metafisico all’interno di tale insieme. Ricordiamoci che, se l’uomo si sente come un enigma, la chiave per risolverlo si trova sempre dove si situa la coscienza che è anche la coscienza di essere un enigma e mai nelle estrovertite rappresentazioni, anche se nobili e sacre, di mantra, chakra, deva, tanden, prāna, ecc. e tanto meno nella sfera delle sensazioni inusuali.

Eppure lo zen può nondimeno insegnare qualcosa anche a chi si dice discepolo occidentale della Scienza Sacra.

Anzitutto ci insegna l’ essenzialità. “In un piccolo granello di sabbia trovi l’intero universo” Come? Modificando la coscienza che contempla il granello di sabbia  e farla universale.

La coscienza può essere rovesciata come un guanto (l’immagine è analogica ma indica un’operazione del tutto letterale). Però se il guanto è pieno l’impresa è impossibile. Allora lo zen ci insegna il vuoto. Moltissimi desidererebbero vedere la luce spirituale, ma, amici, non c’è spazio: siamo pieni, stracolmi. Vi sono degli esseri (interiormente) grassissimi che non smettono di divorare libri, conferenze, nozioni, indiscrezioni. Mi chiedo se sappiano distinguere la brama bulimica dalla conoscenza. E, visto e considerato che alla fine alcuni di essi (indefessi studiosi!) non distinguono nemmeno la naturale capacità di formarsi immagini da quello stato del tutto diverso di coscienza, chiamato dalla Scienza dello Spirito “coscienza immaginativa” e le sensazioni date dal sistema nervoso turbato, dall’esperienza spirituale del “corpo di vita” o “corpo eterico”; vi sembra forse troppo offensivo se dalla contemplazione di  siffatte tipologie osservo anche qualcosa che è  di parecchio sotto l’umano comune? Casi limite a parte, sono davvero pochi coloro che si avvedono quanto urga vuotare l’anima, sgombrare la coscienza. Non c’è esercizio indicato dallo Steiner: l’osservazione animica del crescere e del deperire, il confronto tra la pietra e l’animale, la contemplazione del seme e della pianta, ecc…, che non riconduca alla capacità di “eliminare dall’anima tutto il resto”.

All’ingrosso: se non siete impostori nati, qualche esercizio lo dovreste fare, magari il primo e il secondo degli ausiliari (controllo del pensiero e atto puro) e, quando il vento è favorevole, una meditazione o qualcosa di simile. Allora vi sedete ed eliminate la percezione del movimento, poi chiudete gli occhi per cancellare gli oggetti che vi circondano, probabilmente avete precedentemente chiuso porta e finestre per ridurre al massimo suoni e rumori. Se a questo punto vi abbandonate al rilassamento di tipo “training autogeno”, siete pronti a tre soluzioni: a) vi addormentate; b) vi fate trascinare nel sogno; c) restate svegli e incapaci come sotto anestesia. Se avvertite che queste forme scientifiche di auto–cretinismo non hanno nulla da spartire con il sano lavoro interiore ciò che vi resta è solo pensiero da attivare e attenzione da concentrare, in cui non trova (non dovrebbe trovare) albergo nulla, assolutamente nulla (nome, indirizzo, sesso, età, carattere, ricordi, umori, funzioni e cariche sociali, desideri, angosce, brame, ecc.) di quanto forma una specie di corpo biografico con cui ci si identifica nella vita comune. Pure l’io “che dite di essere” va fuori questione poiché non potete ripetere a voi stessi “io,io,io” e dedicarvi totalmente all’Immaginazione di Michele o alla descrizione di un portacenere. Insomma dovete energicamente dimenticarvi di voi stessi. Ed è la più elementare condizione di vuoto. Che non è un vuoto fatto di niente perché nasconde (protegge) l’avvento di forze animiche diverse. Già in questo modesto “meno” ci si accorge, chi prima e chi poi , che v’è un “di più”: iniziando gli esercizi l’ego si rafforza e più si rafforza più diviene capace di donare ad altro da sé la propria forza fino a comprendere, in questo dare, anche sé stesso. Gli istanti del suo annullamento sono attimi di una libertà nuova. Perché il “vuoto” si colma di Essere: ciò che all’uomo dolorosamente sfugge durante la vita. Estinguere l’ego per essere, attualizzando il limite del vuoto pensiero astratto; per non rimanere incatenati a quell’insopportabile dualismo personale che Tagore descrive col suo canto d’offerta:                 

Esco solo per andare al mio convegno.

Ma chi è che mi segue nell’oscurità silenziosa?

Mi tiro da parte per lasciarlo passare,

ma non riesco a fuggirlo.

Con la sua superbia solleva la polvere,

ad ogni parola che dico

fa eco la sua voce sonora.

O mio Signore, egli è quel misero me stesso,

senza pudore, ed io mi vergogno

di venire al tuo uscio in sua compagnia.”

Lo zen insegna il silenzio e la sobrietà. Se tali virtù fossero familiari dalle nostre parti, riuscite ad immaginare quante conferenze, seminari, adunate, ecc. verrebbero fatte? E quanti libri sull’occulto verrebbero stampati? Nella globalizzazione del pensiero ottuso (che è peggio del pensiero profano), uno dei tanti slogan criminosi che hanno ostruito le coscienze  è il seguente: “Più è meglio”. Naturalmente basterebbe l’osservazione dei processi della realtà per comprendere che tale affermazione, nella prassi, dovrebbe essere mobile, cioè coerente solo acerti processi e in momenti determinati. Un bravo allenatore di atletica questo lo sa benissimo. Molti ricercatori spirituali invece non lo sanno e non l’imparano mai perché hanno la testa piena di simili sciocchezze e rifiutano la correzione della realtà. Sapete quante opere di Rudolf Steiner occhieggiavano dagli scaffali delle italiche librerie il 27 febbraio 1924, quando Arturo Onofri terminò la sua bella prefazione alla prima edizione italiana della Scienza Occulta? Otto! E posso testimoniare, per conoscenza diretta delle personalità superstiti di quei giorni, quanto intensamente fossero state accolte in quelle anime le vene auree, essenziali, della comunicazione scientifico – spirituale del Dottore. Ora si discute troppo, si legge troppo e tutto è diluito in nozioni che non sono comprensioni. La scena è così ampia e la visione così frantumata che si ignora quale sia il nocciolo dell’Insegnamento: che, inafferrato, porta il ricercatore a svilire tutte le comunicazioni, parificate indistintamente in una sorta di stravagante enciclopedismo da cui attingere “dati” e “curiosità spirituali”. Ho letto persino che un noto scrittore contemporaneo di cose spirituali è esperto in “dottrina delle Gerarchie”, ossia (Gerarchie a parte) nella parente più gradevole del dogmatismo e del catechismo; sintomo significativo di un’antroposofia espulsa dal pensiero e costretta a presentarsi come un concluso assemblaggio di nozioni. Occorre davvero il continuo esercizio di virtù forti come il silenzio e la sobrietà individuale per fronteggiare una simile caduta e seguire ciò   che insegna l’adamantina Via spirituale del Maestro dei Nuovi Tempi con saldo ottimismo, quello che viene dal mondo dello Spirito, quello che permetteva all’antico maestro zen di cantare:

Il tetto della mia capanna

Ha preso fuoco e s’è bruciato.

Nulla è rimasto;

Finalmente posso sedermi nella mia capanna

E vedere le Stelle.

                                                                                                                  

                                                                                                                

SCIENZA DELLO SPIRITO, ZEN
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