Renzo Arcon

Lettera APOCRIFA di Goethe dal suo Viaggio in Italia (di R. Arcon)

(UN “FALSO” PRELIBATO (SPECIALMENTE PER CHI CONOSCE QUALCOSA DI SCRITTI GOETHIANI.
E SE VI PIACE RINGRAZIATE RENZO ARCON, NON ME. Franco Giovi)
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Lettera APOCRIFA di Goethe dal suo Viaggio in Italia
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Mentre sempre più chiaro si delinea ai miei occhi quanto in questo viaggio ho appreso intorno al mondo minerale e vegetale, mentre ormai le meraviglie di bellezza che finalmente ho potuto ammirare sono parte di me e da me rifluiscono come forze vive che daran frutti al mio ritorno, trovo il tempo ancora di sviluppare le mie osservazioni sulla natura per sciogliere gli ultimi veli di cui essa pudicamente s’avvolge.
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Ho raccolto, malgrado il mio proposito di non gravarmi di pesi di tal genere, svariati campioni di minerale ed osservato che la conoscenza di essi non può che limitarsi al mero constatarne la presenza, la pluralità e le intrinseche qualità che pongono ciascun aspetto di essi in relazione agli altri, sicché il fenomeno della loro esistenza si esaurisce in rapporti spaziali e nulla di più è dato sapere di essi se non ch’essi esistono e interagiscono tra di loro.
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Non così mi si presenta quanto a ciò che riguarda l’essere delle piante, della vegetazione. Già vi scrissi come s’andò formando in me il pensiero che vi sia alla base d’ogni aspetto e d’ogni fenomeno riguardante il mondo vegetale una tal “pianta primigenia”, la quale va trasformandosi in infinite metamorfosi, dando origine e alle singole parti d’una specie e alla loro diversità in relazione all’ambiente in cui viene ad agire. Sicché, come già vi dissi, con questa pianta primordiale posso ben comprendere ogni essere vegetale e inventarne di nuovi che, ove certe condizioni d’ambiente lo permettessero, potrebbero bene configurarsi e svilupparsi ed essere del tutto reali.
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In una lettera ricordo d’avervi detto che questa mia teoria non solo giustifica l’aspetto e la diversificazione delle piante, ma è applicabile agli altri organismi come gli animali e infine anche all’uomo. È l’“animalità” nell’animale che produce le varie specie, che io intendo essere appunto specializzazione di certi caratteri sugli altri in maniera più o meno perfetta, e da cui mi par cogliere il motivo per il quale vi sono esseri complessi e semplici, tutti dotati di precise caratteristiche, così che ad esempio ci par il cavallo nato per la corsa, il pesce per il nuoto, gli uccelli per il volo e il cane per fiutare.
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Né mi sfugge che l’uomo stesso deve essere connesso a questo “tipo” o entelechia animale e che in quanto essere organico porti a sviluppo ed armonia quelle caratteristiche che la totalità delle specie animali esprime, così che la sola capacità di ragione è nell’uomo privilegiata e le altre concorrono tutte a dar spazio e giustificazione a questa.
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M’è altrettanto chiaro che la ragione, che dagli altri esseri organici distingue l’umano nell’uomo, è fondata sulla capacità di formare giudizi, e che questi son risultato della capacità di pensare. Ma questo pensare mi pare assomigliare a quel diversificarsi della pianta primigenia ove unico è il fondamento e complesse e diverse le sue determinazioni: noi passiamo da un concetto al successivo dimenticando i precedenti e tuttavia in ogni seguente determinazione accogliendo tutto lo svolgimento del processo, sicché il pensare è come un essere di continuo germogliante secondo un’entelechia interna al pensare stesso.
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Ma questo svolgersi dei concetti l’un dopo l’altro e il contenuto degli stessi dipende strettamente e dall’oggetto cui si volge il pensare e dal soggetto che pensa, così che, nel suo apparire, diverso sembra il pensiero da un uomo all’altro, pur uguale permanendo la sua scaturigine.
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Che quest’osservazione sia vicina al vero mi par evidente dalle matematiche, ove essendo presupposto uguale l’oggetto ed il soggetto facendosi uno con esso non v’è ragione che non concordi con esso e in esso non riconosca un identico processo. Se noi constatassimo come la foglia sia nell’essere vegetale il principio di tutte le metamorfosi, e come ogni aspetto di esso non sia che modificazione di quella, avremmo trovato la matematica relativa al mondo vegetale.
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Ma l’entelechia nei vegetali non è già la foglia bensì ciò che la determina ed il principio interno che la fa esser tale e ne produce i mutamenti. Così è nel pensare. Io credo che qui l’uomo possa afferrare la sua umanità ove scopra dove il “pensare primo” agisce nel passare da un concetto al successivo esprimendo se stesso secondo necessità del suo stesso essere: dove l’uomo è un essere per così dire divino.
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Renzo Arcon

IL VELO (di R. Arcon)

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Pensare il mondo (dal Viridarium di D. Stolcius von Stolcenberg, Francoforte 1624)

Dal mondo immediatamente vicino a quello percepibile mediante i sensi ordinari ci separa soltanto un velo. Si ha spesso l’impressione che basterebbe davvero uno sforzo minimo per strapparlo ed entrare cosí, con intatta lucidità, in un altro piano dell’essere. Ci accorgiamo però presto che questa istintiva consapevolezza è ingannatrice. In realtà non riusciamo mai, nel corso ordinario della vita, a lacerare quel velo ed è già un grande risultato poterne avvertire la presenza quando addirittura non se ne riesca anche ad avere diretta percezione. Se, nei rari momenti di consapevolezza dell’imminente presenza di quel mondo che si estende oltre il velo, facciamo attenzione a quanto vive nella nostra anima, ci accorgiamo che vi è una resistenza e che l’ostacolo al nostro irrompere dall’altra parte non è dovuto tanto ad una barriera invisibile che ci separa da esso quanto ad una profonda, costituzionale forma di rifiuto che noi stessi inconsapevolmente opponiamo alla nostra aspirazione ad attraversare la soglia. Siamo immediatamente distratti dalla potenza di apparire del mondo fisico, e i nostri piú elevati sentimenti, cosí come la nostra piú sottile capacità di riflessione, hanno in sé il limite che questo stesso mondo continuamente impone alla coscienza, riempiendo della sua forza quello che a noi appare come una nostra capacità di autonomia rispetto a quell’apparire.

Eppure sappiamo anche che proprio quell’apparire costituisce la base per questa illusoria libertà e per la consapevolezza di noi stessi in quanto esseri che si distinguono come entità dal mondo percepito. Ché se questo ci venisse tolto nella sua totalità ben presto ci accorgeremmo che pensieri e sentimenti perderebbero la loro apparente vita e svanirebbero precipitandoci nel sonno. Siamo individui in quanto sperimentiamo, di fronte alla potenza del mondo, la nostra capacità di pensarlo, ma dipendiamo anche totalmente da esso perché ne facciamo il contenuto di tutto ciò che vive dentro di noi: dalla piú astratta formula matematica al pensiero piú nobile e pervaso di un caldo sentire per la divina maestà dei cieli. Nella vita quotidiana viviamo questa esperienza di pensiero senza una chiara consapevolezza di dove questa vita si pone come una realtà nella nostra coscienza. Adoperiamo la capacità di pensare il mondo per confrontarci con esso nel tentativo di farne parte, perché in realtà desideriamo la sua potenza, bramiamo ad ogni pensiero sul mondo di afferrarne la massività e farla nostra: amiamo il mondo che ci domina. È chiaro però a chiunque che non ci riuscirà mai di avere la potenza del mondo. Sappiamo che non riusciremo a ripetere in noi quella forza di apparire che il mondo fisico ci impone ma oscuramente speriamo di trovarla nel prossimo pensiero, nella rappresentazione successiva, nell’osservazione di un ulteriore apparire. Questa brama di diventare parte della potenza del mondo costituisce la base di quel rifiuto profondo che vive in noi e che ci impedisce di lacerare il velo che ci separa da un altro mondo.

In realtà, non ci accorgiamo che il mondo ci appare mediante un percepire per il quale ogni oggetto di esso è equivalente a tutti gli altri, mentre è quanto noi riusciamo a mettere in moto osservandolo e ricavandone dei concetti che costituisce il punto di superamento del suo apparire. Parimenti è inutile cercare di strappare il velo inseguendo delle rappresentazioni che il mondo ci impone con la sua potenza distraendoci di continuo dall’unica capacità che abbiamo di dominarlo davvero. Non è la ricerca di infinite rappresentazioni che può svincolarci da questo mondo per portarci in quell’altro che pure oscuramente sappiamo esistere. Se la forza che impieghiamo per conoscere il mondo è un fatto oggettivo indipendente da esso, sarà ritrovabile piú facilmente in una sola rappresentazione che nell’infinita e disordinata, spesso affannosa e frustrante, ricerca di ulteriori rappresentazioni.

Qualora vi sia in noi un’onesta aspirazione a svincolarci dalla potenza dominante del mondo che appare, dobbiamo riconoscere che la tecnica della concentrazione donataci da Rudolf Steiner e da Massimo Scaligero è l’unica via percorribile per portare la nostra coscienza ordinaria davanti a quella soglia, e qui, con un atto che impegna tutta la nostra capacità di essere consapevoli di noi stessi, tentare di lacerare il velo. Coloro i quali pongono questa aspirazione come la massima della loro vita, si trovano però davanti ad una serie di ostacoli che spesso inducono a sconforto e che possono far dubitare seriamente sulla veridicità di quanto viene loro indicato dai Maestri. Non ci riferiamo qui al banale prurito che ci distrae, alla mosca che vola nella stanza oppure al devastante sorgere in un angolo della coscienza di una canzoncina alla moda. Diamo pure per scontato – ma non è poi cosí scontato – che anni di attività interiore ci abbiano educati a superare quegli ostacoli che si incontrano quasi subito ma che necessitano comunque di infinito e ripetuto sforzo per dominarli e che ancora, spesso, insorgono malignamente a coglierci impreparati quando ci sentiamo piú maturi e piú forti di un’illusoria maturità e di un’illusoria sicurezza.

Viene un momento nel quale cominciamo a percepire chiaramente la gravità. Avvertiamo con chiarezza che il corpo fisico pesa. Pesando ci trattiene. Ma non è il corpo, è la coscienza che ad esso continuamente si vincola bramandone la consistente realtà, la potenza di esistere: amiamo il nostro respiro che esiste anche se non lo vogliamo, amiamo sapere che il corpo ha una sua saggia autonomia e ci affidiamo ad essa. Nell’attimo nel quale avvertiamo questo pesare possiamo accorgerci che l’avvertiamo perché c’è qualcosa che non pesa. Non pesando non può essere il corpo, non essendo il corpo non può essere qualcosa di fisicamente sensibile. Allora possiamo insistere, possiamo sviluppare una volontà maggiore mediante la quale svincolarci dal mondo che pesa. L’ulteriore movimento porta ad eliminare dalla nostra coscienza qualsiasi percezione proveniente dal mondo conosciuto ed anche quanto ci portiamo dietro, nella nostra coscienza ordinaria, come una sua ombra. Si entra cosí nel vuoto. L’esperienza del vuoto è già un passo avanti, ma è proprio a questo punto che ci si ferma, e spesso per anni. La coscienza ordinaria non regge il vuoto. Il vuoto non regge la coscienza ordinaria. Cosí siamo rimandati indietro e qui, di solito, l’esercizio finisce. Sembra che manchi un nulla per riuscire a superare questo vuoto, come se esso fosse rappresentabile in forma di un precipizio della larghezza di pochi centimetri ma profondo come l’universo. Ci coglie una paura che a tutta prima non riconosciamo come tale e che viene scambiata per inadeguatezza personale se non addirittura con un sentimento di sfiducia negli esercizi. Avviene però, a volte, anche qualcosa d’altro. Insistere con assoluta dedizione sulla permanenza in questo vuoto può portarci a intravedere cosa c’è oltre. Avviene che per una ineffabile grazia, sempre immeritata, possiamo dare una fuggevole occhiata dall’altra parte. Allora ci si presenta proprio il contrario del vuoto che abbiamo sino a qui, sia pure in rari momenti, sperimentato. In un attimo di folgorante brevità il velo si apre con l’impressione di terrore che ci darebbe un cielo limpido che si squarciasse per rivelare un mondo di proporzioni impensabili ed impossibili. Intravediamo un mondo che è costituito da esseri in continuo movimento, un mondo cosí pieno, cosí potente e consapevole di sé che diventiamo immediatamente consci che un ulteriore passo avanti ci annienterebbe. La nostra coscienza sarebbe spazzata via e saremmo davvero fortunati ad addormentarci.

Il mondo dei sensi quale lo conosciamo ci ha permesso, in millenni di evoluzione, di diventare capaci di pensarlo. La sua potenza non era tanto grande da impedirci di sviluppare la nostra autocoscienza pensante. L’altro mondo ci risulta essere immediatamente non affrontabile dalla nostra ordinaria coscienza. È troppo forte, troppo reale. Gli oggetti del mondo si lasciano percepire, essi sono immobili davanti alla nostra osservazione. Nel mondo immediatamente superiore al nostro non c’è che movimento e il movimento è costituito dall’irraggiare di una forza che non viene mediata dall’apparire sensibile che la rallenta, la limita, la fissa nel tempo. Per dirla con un’immagine: non c’è nulla su cui lo sguardo possa posarsi. Se dunque togliendoci ogni percezione sensibile ben presto ci addormenteremmo, qui la nostra coscienza sarebbe spazzata via dalla potenza troppo grande nella quale veniamo immersi totalmente come se fossimo diventati interamente un organo di percezione. Siamo immediatamente rimandati indietro. Ci troviamo dunque in un momento della nostra vita nel quale non apparteniamo piú a nessuno dei due mondi. Il mondo fisico non ha piú la confortante consistenza ed esclusività che aveva nella vita ordinaria e l’altro mondo ci respinge. Nemmeno riusciamo a sostenere il vuoto.

Non c’è un segreto esercizio per superare questo momento. Tutto dipende infatti non dalla quantità di operazioni messe in opera ma dalla qualità di un’unica operazione. Risulta evidente che c’è un unico modo per superare quella soglia ed entrare nel mondo che abbiamo potuto scorgere per attimi indicibili: rafforzare ulteriormente la coscienza. L’ordinario pensiero riesce a reggere l’impatto con la potenza del mondo fisico: può pensarlo ma non può sapere quanto di quel mondo lo pervade, lo guida, lo condiziona. Il pensiero rafforzato mediante la concentrazione può portarci fuori da questo mondo, può renderci capaci, sia pure per infrequenti attimi, di renderci autonomi rispetto all’apparire del mondo per farci rimanere coscienti in un vuoto che ordinariamente ci addormenterebbe. Il mondo immediatamente superiore richiede una forza ancora maggiore, una destità piú grande. Non ci sono qualità da sviluppare, magismi da attuare, ma soltanto l’apparente banale rafforzamento della coscienza sino a limiti mai prima sperimentati. Cosa mai può rafforzare la coscienza se non lo sforzo di farla permanere davanti a quanto vuole ottunderla, assopirla? Se il mondo oltre il velo ha la potenza di respingerci, ebbene dobbiamo decisamente ripresentarci davanti a quella soglia con ripetuta, coraggiosa determinazione. Come i muscoli si sviluppano soltanto con un ripetuto sforzo, cosí la coscienza si rafforza mediante un ritmico insistere nel punto dove essa naturalmente tenderebbe a svanire. La concentrazione è l’unica tecnica che ci permette di sviluppare una coscienza rafforzata. Non c’è mondo superiore che potremmo affrontare se non mediante concentrazione: dall’immediato piano eterico al piú alto mondo spirituale tutti richiedono una sempre maggiore destità, una sempre piú forte capacità di pensarli: esattamente come pensiamo il nostro mondo ordinario. Percepirli, infatti, senza poterli pensare ci darebbe una quantità di meravigliose esperienze ma esse sarebbero simili ai sogni e non sapremmo affatto cosa stiamo sperimentando. Perciò possiamo affermare che non c’è Gerarchia Superiore che non conosca il canone della concentrazione al suo livello, ché altrimenti non sarebbe cosciente di sé e del mondo nel quale opera e dei mondi che la sovrastano.

La concentrazione sviluppa destità, non ci porta di per sé oltre la soglia, ma senza questa rafforzata destità inutile sarebbe attraversarla. Per lacerare il velo ci sono altre tecniche oppure, persino, la paziente attesa che l’evoluzione stessa ci porti ad un gradino piú alto o, ancora, che si attui una condizione inconoscibile per la quale ci sia concesso entrare nel mondo che ci accompagna ad un livello piú alto. Eppure ognuno di noi potrebbe conoscere ugualmente, e con maggiore precisione, il mondo spirituale nel quale è continuamente quanto inconsapevolmente immerso. La destità rafforzata non ci mostra direttamente un altro mondo, questo non appare con la sconvolgente potenza di un’immagine oppure, piú spesso, con la forza di un’impressione totale della sua presenza al di là d’ogni confronto con il mondo dei sensi, nondimeno può verificarsi che la conoscenza di esso sia possibile e persino con maggiore precisione di quanta ne avrebbe una veggenza di tipo tradizionale.

L’ascesi del pensiero, ove sia pazientemente seguita, a volte per molti anni, porta ad un punto nel quale il pensare viene intessuto completamente di volontà. La volontà trasforma il pensiero ordinario in potenza, la potenza si manifesta come una forza che non può essere confusa col pensare ordinario, col modo mediante il quale pensiamo il mondo. Cosí, dal punto di vista del pensare ordinario, quanto si sperimenta non è piú pensiero. Pensiero ordinario e pensiero pervaso di volontà non possono convivere contemporaneamente nella coscienza, uno accanto all’altro: uno sostituisce l’altro. Perché il pensiero rafforzato possa fluire, la coscienza deve essere vuota, deve cioè eliminare da sé ogni possibile percezione che provenga dal mondo nel quale il pensare ordinario si forma, dal quale esso trae i suoi contenuti. Nel vuoto rimane soltanto la capacità di percepire alla quale si dà di contro, come una folgore, il pensiero pervaso dalla volontà, il quale si manifesta come pura forza fluente. Il pensare-folgore viene percepito in una frazione di tempo brevissima perché a tutta prima non siamo capaci di volere per molto tempo il vuoto dove si manifesta. In quella percezione però c’è già tutto. Essa è fuori dal tempo ma può essere portata nel tempo. Qualsiasi percezione pervasa di puro pensiero, ossia del pensare pervaso di volontà, si comporta come il pensare ordinario si comporta nel mondo della percezione fisico-sensibile: forma rappresentazioni. Queste rappresentazioni però, non provenendo dal mondo fisico-sensibile, sono a tutta prima irriconoscibili e questo spiega come la memoria ordinaria non possa portarle con sé quando l’esperienza della quale si parla ha fine. Sembra allora che gli esercizi non funzionino, non diano risultati. È allora possibile che nel corso del tempo, spesso di molto tempo, queste rappresentazioni vengano per cosí dire “tradotte” in immagini riconoscibili, in simboli, oppure mediante immagini prese dal contenuto ordinario della memoria. Questo è il nuovo modo di entrare nella coscienza immaginativa, la quale dunque non è basata su visioni o percezioni sognanti bensí su un processo interamente controllabile dalla nostra sana capacità di giudizio. Non c’è infatti momento nel quale qualcosa sfugga dalla coscienza, e i risultati possono essere controllati nel confronto con la vita pienamente cosciente di ogni giorno.

Questo processo può allora costituire la base per una conoscenza nuova, lontana dai visionarismi e dalle fantasticherie. Spesso ci si pone delle domande tra le quali occorre distinguere quelle che hanno una realtà, che derivano da una sana richiesta e non già da un ozioso gioco intellettuale. Sorgono spesso, nel corso della vita, domande che hanno in sé una propria vita, che manifestano una sana sete di conoscenza. Per avere una risposta altrettanto viva si dovrà procedere esattamente secondo quanto appreso dal “canone” della concentrazione. Spesso questa ricerca occupa molti anni. Occorre acquisire la maggiore quantità possibile di rappresentazioni che si riferiscono all’argomento del quale ci si occupa. Chi compie un’indagine di questo tipo non potrà mai e poi mai essere un dilettante! Dovrà necessariamente far sua una grande quantità di rappresentazioni e di concetti, dovrà decisamente pensare sull’argomento. Alla fine dovrà giungerà ad una sintesi, ad un essenziale percorso di pensieri riguardanti la cosa. Lascerà allora agire su di sé, nel silenzio della sua attenzione, questi pensieri, queste rappresentazioni. Alla fine, ma occorrono molti mesi o addirittura anni, otterrà un quid che potrà contemplare in fluire di volontà sino al vuoto. Da questo emergerà poi la risposta in forma di immediata, potente percezione.

Tra tutte le domande possibili, le piú vive riguardano la prassi quotidiana, quanto costituisce il nostro comportamento sociale, in poche parole il nostro essere morali. Qualora le circostanze della vita lo consentano si procederà nell’identico modo, ma quando avvenga che le decisioni debbano essere prese alla svelta non si potrà aspettare una risposta. Allora occorre decisamente agire mediante un sano buon senso e partire dall’osservazione di quello che la nostra azione ha prodotto come modificazione del mondo che ci circonda e della nostra stessa coscienza. Questa osservazione, portata incontro al pensare rafforzato, costituisce la base di una moralità libera che nasce da se stessa e che non viene condizionata da nulla di quanto possa provenire dal mondo esterno o dal bagaglio di sentimenti, rappresentazioni e ricordi che la vita ci ha imposto nel corso della nostra esistenza.

RENZO ARCON

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per gentile concessione http://www.larchetipo.com/2000/ott00/

Immagine: Pensare il mondo dal Viridarium di D. Stolcius von Stolcenberg, Francoforte 1624

L’AMOR CORTESE (di R. Arcon)

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L’amore è un dono. È il dono di sé ad un altro essere che diventa piú importante di noi stessi. Donare significa però avere qualcosa da donare: non dona nulla chi non ha nulla. Donare se stessi significa essere se stessi, ed essere se stessi significa conoscersi ed accettarsi. “Conosci te stesso”, era scritto sul tempio di Apollo a Delfi. Il segreto del donare se stessi è racchiuso in questa frase: soltanto chi conosce se stesso può “essere” e quindi donare. Conoscere se stessi vuol dire vedersi da fuori, come fossimo un osservatore esterno: senza illusioni ma anche senza mortificazioni, umiliazioni e pregiudizi. Chi non si ama non può amare. Amare se stessi è l’opposto dell’egoismo, perché è conoscenza. Conoscere vuol dire pensare, chi pensa non ricorda se stesso nell’atto del pensare: il pensiero è dunque la piú immediata ed inavvertita forma di amore, amore che si dà all’oggetto della conoscenza mediante un atto cosciente di sé. Occorre intensificare la propria coscienza per conoscere ed essere e quindi per donare, dunque amare.

L’amore non nasce come un sentimento. L’amore nasce come un’osservazione, pura conoscenza. Dante non canta Beatrice iniziando con un sentimento, non dice «Amo Beatrice…» ma comincia il suo sonetto col dire: «Tanto gentile e tanto onesta pare  la donna mia quand’ella altrui saluta….» Dante vede Beatrice ed osserva il suo portamento, quanto di limpido traspare dai gesti, dalle parole. Nota l’ammirazione degli altri (il Vero Amore non conosce gelosia! Nessuno mai potrà privarci dell’essere veramente amato) e allora, alla fine, sorge in lui il sentimento: «Che dà per gli occhi una dolcezza al core che intender non la può chi non la prova». Il sentire che nasce da questo processo lucidamente vissuto è indicibile, è troppo grande per essere cantato, perché quella Dolcezza è la Vita che risorge nella zona del cuore. I tre versi successivi rappresentano il miracolo dell’Incontro. Dante percepisce lo Spirito, l’Essere vero dell’altro, di Beatrice, che è l’Essere dell’Amore. «E par che dalla sua labbia [viso] si muova uno spirto soave e pien d’amore che va dicendo all’anima: sospira». Incontrare l’altro al di là del suo apparire è un invito all’abbandono di sé: il sospiro rappresenta fisicamente proprio un lasciare la presa, quel continuo ed ossessivo afferrare il mondo per affermare la propria personalità. Tutto ciò avviene in ogni incontro, in ogni innamoramento. Se fossimo capaci di mantenere vivo quel momento, allora nulla potrebbe privarci dell’amore: nemmeno la persona amata. Beatrice toglie il saluto a Dante ma poi l’aspetta in Paradiso.

Il vero tradimento è la dimenticanza. È dimenticare l’attimo nel quale è sorto l’amore, come una folgore. Resta soltanto un tuono lontano che si disperde nell’aria e noi ci ritroviamo soli, abbiamo perduto il Sommo Bene e ce ne lamentiamo dolenti: abbiamo ragione di farlo.

Eppure esiste un modo per non perdere l’attimo e proprio Dante, in quella canzone, ce lo insegna. Si può ripercorrere il momento dell’innamoramento, si può volere, pensiero dopo pensiero, quanto abbiamo osservato nell’essere amato, quanto s’è trasformato, come per un miracolo, in amore. La canzone di Dante ci mostra proprio questo: il poeta ripercorre in breve tutto ciò che forma il contenuto dell’incontro. Alla fine gli viene restituito l’attimo della dolcezza.

La dolcezza è Luce. L’essere amato risorge nel nostro cuore come Luce, come Figura di Luce imperitura: per quanta durezza il mondo geloso della luce possa gettarci addosso nel tentativo di distrarci, di farci perdere ciò che è piú forte di lui. L’antico serpente rinnova la sua tentazione, ma quando i due si incontrano nella rispettiva luce ne viene incantato e non può piú nulla.

Allora fioriscono le rose, il giardino si ammanta di fiori e le stelle cantano. Allora ciò che è unito sulla Terra si unisce in Cielo, poiché l’uomo che ama veramente viene accolto dai Cieli. Le Vere Nozze non sono una cerimonia ma uno stato, un essere inesprimibile che perennemente si rinnova: per volere di coloro che amano. Tentare una simile prova è la ragione della vita di coloro che sentono sorgere in sé l’amore. Occorre farlo giorno dopo giorno, con calma lucidità, con la stessa oggettività che abbiamo osservato in quei gesti, in quelle parole, in quel portamento e nel cogliere attraverso questi la limpidezza di un’anima, la sua onestà e la sua modestia. Che è quanto ha fatto sorgere in noi l’amore.

Il sesso non è che un gesto. Prima viene la donazione, poi il sesso, che sarebbe soltanto una funzione animale se mancasse del moto iniziale di donazione di sé. Ma la donazione di sé non è il sesso: è la Luce ritrovata. Il sesso non è il Male: è naturale. Diventa male quando dimentica l’attimo del donarsi, quando il piacere ci travolge facendoci perdere l’essere amato: anche il piacere va donato. Il piacere è sempre un trattenere, un conservare egoisticamente la sensazione corporea di sé, questa deve necessariamente esserci, ma il segreto è non restarne vittime, non esserne incantati al punto da cercarlo per sentirci e dunque dimenticare l’altro. Quando il destino impedisce qualsiasi forma di incontro che sia piú coinvolgente di un semplice abbraccio, questo deve bastare perché c’è già tutto.

Nell’abbraccio che proviene dall’anima, e non dal corpo, c’è completa la donazione di sé sino all’apparire fisico e ci si sente tutt’uno con l’altro, lucidamente e senza lo stordimento di un piacere nel quale l’altro viene dimenticato.

La Fedeltà è il riconnettersi al momento sorgivo dell’amore secondo un ri-cordo (cuore) che non sia memoria ordinaria ma un ritrovare la via del cuore, la sorgente viva, cosí che ogni volta è innamorarsi di nuovo, rinnovare l’incontro. Che questa fedeltà divenga anche fedeltà all’impegno preso non è dato da una costrizione che ci si sia imposti ma da un muoversi secondo libertà: la decisione immancabile presa ad ogni istante, perché è il senso di tutto il nostro amare.

Allorché avvenga che il destino ci separi dall’essere amato, il ritrovare in noi l’attimo dell’incontro significa superare ogni avversità, ogni distanza. Quando veramente si sia giunti ad amare non c’è separazione. Questa diventa soltanto forma apparente perché si estende nel tempo, trascorso il quale, sino ai suoi limiti, si è uniti di nuovo.

 

Renzo Arcon

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(Immagine: «Dell’amor cortese» miniatura del XIV secolo, Staatsbibliotek Bamberg)

per gentile concessione de www.larchetipo.com/2002/mar02/etica.htm

DEL PENSIERO IN MOVIMENTO (di R. Arcon)

(Michael Maier, Atalanta fugiens, incisione 1618)

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DEL PENSIERO IN MOVIMENTO

Il pensiero col quale pensiamo le cose risponde all’apparire di esse, ossia obbedisce al grado di caduta della coscienza dell’uomo nella mineralità. Le cose si manifestano alla coscienza per mezzo della percezione. Questa trapassa immediatamente nell’osservazione mediante la quale il pensare fornisce alla coscienza un parallelo di quanto viene percepito. Vediamo una rosa, per la percezione essa non si distingue dal caos del mondo che ci circonda. L’osservazione ne fa un oggetto particolare nel quale vengono distinti ulteriori oggetti particolari: le foglie, le radici, il fusto, il fiore e cosí via. In seguito vediamo una viola. Anche di essa possiamo osservare la composizione in ulteriori particolari che sono gli stessi di quelli della rosa. Dal confronto tra questi due insiemi di particolari la coscienza comune forma un quid astratto che chiama “pianta”. Quando a questa astrazione si unisce l’immagine di una pianta, abbiamo una rappresentazione che ci portiamo nella memoria. Del concetto si potrebbe persino dare una definizione prendendola a prestito dalla matematica con le parole: “estratto caratteristico della totalità di insiemi equivalenti” che in sostanza dimostra il suo potere di sintesi. Ma il pensiero del quale stiamo parlando non esce dalla condizionante potenza dell’apparire inorganico delle cose, si lascia determinare da queste, non è che un’ombra di esse. Può, invero, giungere ad astrazioni sempre piú raffinate sino a concepire l’esistenza di qualcosa di organico, all’idea di vita, di evoluzione e ad altri concetti astratti coi quali formare il contenuto di una filosofia, oppure di una descrizione mistica del mondo. Un tale pensiero dipenderà sempre da quanto arriva alla coscienza mediante percezione sensoria, e dunque mediante fenomeni percepiti nel loro essere in un determinato momento.

La cosa risulta specialmente evidente quando ci occupiamo di giudicare il nostro prossimo. Percepiamo chi ci sta di fronte, ascoltiamo le sue parole, cerchiamo di capire quanto ci dice e ci formiamo, in base ad una sorta di “estratto” di tutte queste cose, un giudizio sulla persona, anche se in questo possiamo sforzarci di tenere fuori antipatie e simpatie. Arriviamo cosí a dire che una determinata persona è, per esempio, superficiale. Ognuno può osservare quanto sia difficile liberarsi di un tale giudizio. Esso viene immediatamente afferrato dal sentire e diventa una realtà alla quale crediamo ciecamente come ad un dato inamovibile che sarebbe pienamente giustificato qualora parlassimo di una pietra, di un essere inorganico. Quando la persona di cui si tratta dovesse manifestare, dopo qualche anno, di essere maturata al punto da non essere piú per nulla superficiale, arduo sarebbe convincerci che il giudizio espresso prima era giusto ma deve essere modificato. Un pensare che risponda soltanto al dato inorganico, all’osservazione limitata a quanto appare ai sensi, non può comportarsi altrimenti. Anche il giudizio successivo, che sembra correggere il primo, risponde a sua volta ad un insieme di percezioni per cosí dire congelate in un determinato momento, cosí che i due giudizi sono giustapposti, non fluiscono uno nell’altro: semplicemente sembra che chi ci sta di fronte, dopo anni di distacco, sia diverso, sia un altro.

È facile comprendere che un simile pensiero non può dar conto di un organismo, non ha la capacità di seguirne l’evoluzione che avviene sempre mediante metamorfosi, ossia mediante il trapasso da una forma all’altra, dove quello che conta non è la singola forma ma ciò che tutte le determina e che rimane costante, cosí che una pianta non diventa qualcos’altro semplicemente perché passa dalla forma di seme a quella di fiore.

Da cosa deriva il fatto che l’uomo possiede un pensiero di questo tipo, un pensiero incapace di dar conto di quanto manifesta un organismo? Dal Dottor Steiner sappiamo che nei tempi antichi l’uomo viveva immerso in una coscienza pervasa dalla potenza della consanguineità. Il sapere dei padri, si può dire, veniva ereditato dai figli senza soluzione di continuità. I patriarchi ebrei dell’Antico Testamento arrivavano ad un’età di secoli! Questa affermazione che troviamo nelle Scritture non significa affatto che essi potessero davvero prolungare la loro vita per tanto tempo, ma indica chiaramente che quel particolare sangue si continuava, come coscienza collettiva degli eredi, sino a secoli di distanza dall’antenato. A quel tempo i pensieri venivano afferrati dalla coscienza come piovessero dall’alto, come se fossero esseri volanti che finivano imprigionati nel cuore degli uomini. Se uno aveva un problema da risolvere non ricorreva all’osservazione o alla logica, ma veniva ispirato, ossia penetrava nella sua coscienza una soluzione che egli applicava senz’altro alla realtà. Questi esseri-pensiero si imprimevano profondamente nell’uomo, penetravano sino al sangue di chi li sperimentava e potevano essere trasmessi per via di consanguineità. Questo è anche il motivo per il quale la consanguineità stessa era sentita come importante e irrinunciabile, e perché quello che chiamiamo progresso, sempre piú veloce nella nostra epoca, fosse allora lentissimo e le modificazioni pratiche della vita di ogni giorno fossero irrisorie, ripetendosi lo stesso modello per secoli e secoli. Soltanto quando altre individualità, piú progredite, riuscivano ad immettere nel sangue nuovi pensieri, per via del processo di ispirazione anzidetto, si avevano delle modificazioni importanti. Nel periodo greco questo processo divenne sempre piú individuale, tanto che si dovettero costituire quelle sedi dei Misteri che avevano lo scopo di svincolare singoli individui dalla consanguineità facendoli accedere direttamente, sebbene con coscienza del tutto diversa da quella attuale, ai mondi dove gli esseri-pensiero venivano elargiti dagli Dei.

Ad un certo punto, come sappiamo, col mistero del Golgotha quanto procedeva per via di consanguineità venne interrotto, e a questo processo se ne sostituí un altro che gli corrisponde perfettamente. Gli uomini potevano acquisire pensieri intorno alle cose autonomamente, ma non sarebbero potuti mai pervenire ad una coscienza di veglia simile all’attuale se non fosse intervenuto dell’altro. Gli uomini dell’epoca successiva a quella governata dalla consanguineità, dalla coscienza basata sul sangue che si trasmetteva di padre in figlio, non avrebbero potuto sviluppare null’altro se non una ripetizione puntuale, un compiuto riflesso, della realtà. Avrebbero potuto arrivare al massimo a ripetere in pensieri la realtà che i sensi manifestavano loro come uno specchio riflette esattamente quanto gli sta di fronte. Questo avrebbe impedito ogni ulteriore sviluppo. Cosa accadde, dunque, che indirizzò gli uomini al cosiddetto progresso? Accadde proprio qualcosa di simile alla consanguineità di prima: invece di trasmettere i pensieri per via del sangue questi vennero trasmessi per via del sistema nervoso, il quale deve servirsi della parola e, piú tardi, della scrittura. Per farla breve, ognuno di noi si porta dietro i pensieri pensati da infinite generazioni di uomini che non gli sono consanguinei ma che erano dotati di un sistema nervoso capace di tramandare i pensieri. Facciamo un esempio pratico. Prendiamo un qualsiasi oggetto del quale la nostra civiltà si vanta come di una sua realizzazione. Prendiamo una macchina qualsiasi. Se osserviamo i suoi particolari, possiamo affermare che ognuno di essi fu pensato da qualcuno. Non possiamo affatto ritenere che i minimi particolari di essa manifestino nel mondo fisico i pensieri pensati da un solo uomo, ma nemmeno dal concorso di piú uomini contemporaneamente. È ben vero che la collaborazione di piú uomini che intendono risolvere un problema può andare a vantaggio della soluzione stessa, ma spesso questo procedimento, che oggi viene massimamente esaltato coi gruppi di lavoro, con incontri e discussioni, in realtà non produce soluzioni nuove, bensí non fa che coordinare soluzioni già conosciute. Quello che conta infatti è che i pensieri vengono ereditati dal sistema nervoso per mezzo della comunicazione, altro idolo dei nostri tempi. Se in una macchina osserviamo la presenza di un particolare anche insignificante, come ad esempio dei fori di aerazione, questo non significa che chi li ha praticati ne sia l’ideatore, e nemmeno chi ha progettato quella macchina lo è. Entrambi non fanno che dare una forma alla somma di pensieri pensati sino a quel momento, immettendovi ben poco di nuovo e non conoscendo affatto la provenienza di quel nuovo pensiero, perché esso viene immediatamente inserito nello stesso sistema diventando a sua volta un oggetto del quale si darà comunicazione e che fornirà la base per ulteriori pensieri dello stesso genere. Il progresso funziona cosí. In realtà di nuovo c’è ben poco, esattamente quanto poco di nuovo c’era nella vita di quegli antichi uomini inseriti nel processo della consanguineità. Soltanto i patriarchi e, piú tardi, gli iniziati ai Misteri, portavano qualcosa di realmente nuovo, pensieri capaci di essere poi l’origine di reali modificazioni di quella che poi, vista esteriormente, è la storia. Se vogliamo caratterizzare questo processo all’estremo, possiamo dire che, ad esempio, le singole specie animali manifestano un solo pensiero e dunque ripetono all’infinito sempre lo stesso modello: una volta per tutte. Eppure nel processo di pensiero che abbiamo visto sostituire la consanguineità esiste qualcosa capace di ulteriore sviluppo. Infatti, non sarebbe possibile un reale progresso, un mutamento delle condizioni sia pure materiali degli uomini, se sempre nuovi pensieri non venissero immessi in questo processo esattamente come nei tempi antichi gli Dei immettevano nel sangue quegli esseri-pensiero che guidavano le antiche comunità. Che questa sia una realtà è evidente. La macchina di prima è bensí formata da quelle che possiamo chiamare generazioni di pensieri basati sul sistema nervoso che le tramanda per via di “comunicazione”, ma esiste qualcosa che precede tutto il processo ed è che un uomo almeno ha pensato in maniera diversa. Quest’uomo ha per cosí dire concepito non già i singoli componenti della macchina per i quali si serve anche lui, come tutti, di pensieri già pensati, ma un pensiero che gli fa intravedere un futuro, uno sviluppo, una crescita. Questi pensieri, che stanno alla base di ogni progresso umano che non sia semplicemente una ripetizione meccanica di modelli già conosciuti, sono diversi dai soliti, sono per cosí dire organici, capaci di crescere, di avere in sé un elemento di vita. Essi mostrano a chi li sperimenta nella sua coscienza una possibilità, uno sviluppo ulteriore, come un seme sappiamo racchiudere in sé la pianta che ne nascerà. Se, invece di usarli immediatamente, fossimo capaci di osservare questi pensieri, essi manifesterebbero tutta la loro potenza intesa come tutto ciò di cui potranno o potrebbero divenire atto. Avremmo davanti a noi un pensiero che non è piú fermo, bloccato dal sistema nervoso in un propagarsi orizzontale, basato sul mero fatto di esser comunicato, ma un pensiero che si muove, che si trasforma, che è della stessa natura di quanto chiamiamo organico.

A questo punto chiunque potrebbe dire che l’osservazione dimostra come quel pensiero creativo, vivo, apparso nella coscienza di qualcuno e che produce qualcosa di realmente nuovo, non è qualitativamente diverso da ogni altro pensiero. In realtà è cosí. Ciò che differenzia il ripetere di pensieri già pensati da generazioni di uomini e un pensiero veramente nuovo non è dato dalla natura del pensiero, ma da come la coscienza di chi lo sperimenta si pone davanti allo stesso pensiero. Molti ripetono meccanicamente gli stessi modelli, applicano gli stessi pensieri alla realtà, ma a qualcuno capita di cogliere in uno di questi pensieri un elemento capace di crescita e, dunque, come un essere vivente, di metamorfosi. Se è cosí, allora qualsiasi pensiero racchiude in sé questa possibilità, purché si sia capaci di trovarla superando la meccanica ripetizione di esso basata sul sistema nervoso. A tutta prima non siamo affatto capaci di compiere esperienze di questo genere. Siamo trattenuti dal sistema nervoso nella sfera della ripetizione, dal riflesso dello specchio, come gli antichi padri erano trattenuti dalla forza della consanguineità. Occorre imparare a muovere i pensieri. Occorre ridare vita a qualcosa che ci appare come inerte, incapace di sviluppo, di crescita. Questo vale soprattutto nel campo della vita sociale dove, come si è visto nell’esempio del giudizio che diamo sulle persone che incontriamo, un pensiero per cosí dire inorganico non è capace di seguire le metamorfosi che fanno della vita sociale degli uomini un grande essere vivente. Pensieri che siano soltanto riflessi della realtà e che vengano tramandati per via di comunicazione da una generazione alla successiva non potranno mai comprendere il processo sociale, essi si cristallizzeranno sempre in comunicazioni incapaci di evoluzione che formeranno quelle che oggi si chiamano leggi, che formano a loro volta le Costituzioni e i Codici, qualcosa che non essendo capace di crescere insieme agli uomini li costringe a non crescere.

Come si può operare nel senso di acquistare la capacità di pervenire a pensieri che siano vivi, che siano capaci di movimento, dunque di metamorfosi? Chi ha presente la prefazione di Rudolf Steiner a La filosofia della libertà sa che non esiste una ricetta valida per tutti e per tutto, che non esistono risposte teoriche “da portare poi con sé come una semplice convinzione conservata nella memoria”. Non sarebbero risposte vive e vere, ma solo le solite astrazioni che potrebbe fornire un qualsiasi scienziato, filosofo, medico, tecnico ecc.

Piuttosto sarebbe preferibile portare e far vivere in sé una domanda, una richiesta, un anelito che dia frutti in futuro, che trovi nel tempo i suoi riscontri. La risposta teorica è qualcosa di finito, un processo giunto a conclusione, una vita che è morta, un quid in cui non esercitiamo piú la nostra attività e quindi, essendo sostanza di pensiero, un quid in cui si è spenta la nostra destità, in cui non vi è piú la nostra presenza che per esserci deve volersi continuamente e costantemente essere in azione.

Al fine di una risposta autenticamente soddisfacente non bastano nemmeno gli esercizi esoterici, perfino quelli consigliati dalla Scienza dello Spirito secondo la Via pertinente ai tempi attuali, se essi verranno praticati con lo stesso spirito con il quale l’impiegato-impiegato timbra il cartellino in ufficio o il religioso-impiegato va a messa la domenica o il militare-impiegato va all’alza-bandiera ogni mattina e chi piú ne ha piú ne metta.

Non ci si può limitare ad essere degli apparentemente corretti e tuttavia meri esecutori di esercizi, creando una schizofrenica separazione tra sé e l’attività in atto: in questo caso l’esercizio diverrebbe una sorta di mantram ipnotico che, invece di ridestare la coscienza, l’addormenterebbe. Non si farebbe altro che tentare di trasportare su un piano che non è il suo la medesima situazione del mondo fisico: un soggetto di contro a un oggetto. Invece, in un mondo di forze tutto deve essere una forza, anche il soggetto, che non deve estraniarsi timidamente, bensí partecipare coraggiosamente al processo vitale.

A conclusione, Leo in Barriere, UR 1927, ci ricorda: «Tutti gli esercizi di sviluppo interiore saranno paralizzati se non si rompe il guscio-limite che la vita quotidiana forma intorno all’uomo e che anche a visione mutata persiste nel subcosciente umano».

Renzo Arcon

www.larchetipo.com/2000/ago00/antroposofia.htm

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