L’ARCHETIPO – MARZO 2016
Anno XXI n. 3
Marzo 2016

In questo numero:
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Anno XXI n. 3
Marzo 2016

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Sapete cosa sono gli iconoclasti? Certamente sì poiché l’istruzione è un fatto (quasi) universale. Così, gli iconoclasti dell’altro ieri e di oggi, saturi di verità vera, giustizia vera e furore, anche quello verissimo, fanno la barba al mondo, distruggendo sapienza, arte e bellezza.
Come tutti gli esseri che cadono sotto il giogo dell’ipnosi di massa, per gli iconoclasti è del tutto impossibile volgersi verso sé medesimi – mica hanno un soggetto proprio che potrebbe farlo – e dunque non possono accorgersi dei tantissimi oggetti (sculture, quadri, libri, mazze da baseball, bandiere, cubi di Rubik, ecc.) che ingombrano la loro stessa interiorità a guisa di un strampalato e maltenuto museo.
Aristotele ci direbbe che, essendo uomini gli iconoclasti, tutti gli uomini sono – chi più e chi meno – iconoclasti.
Però, come ho già scritto, ben pochi sembrano capaci di rivolgere gli occhi all’interno di se stessi, fosse almeno per sgomberare (far fuori) il caotico magazzino che intasa la mente. Perciò scalcionano tutto quello che è fuori di loro.
Gli uomini completamente rivolti all’azione mondana sono quasi sempre privi di interesse o incapaci a prender tempo con l’interiore ma neppure i caratteri misticheggianti, sebbene rivolti all’animaccia propria, amano riordinare il caos degli oggetti sepolti dentro la loro buccia.
Questo genere di persone preferirebbe stipare ancora di più il poco spazio libero dell’anima, ritenendo ogni gingillo, anche vecchio e sgualcio, un inestimabile tesoro: in parole povere, amano ciò che hanno, amano smodatamente ciò che sono, con l’aggravante dello spiritualismo. E da lì non si schiodano.
Gli addetti alle pulizie (se il mondo fosse migliore) in definitiva dovrebbero essere dei puri scienziati, dei puri filosofi, dei veri artisti…in pratica dei cultori dell’arte dell’Io.
Non ho menzionato gli antroposofi, poiché dopo oltre cinquant’anni di ininterrotta militanza (ma da tempo assai rarefatta) in tali nobili schiere, non ho ancora capito, in senso generale, se essi siano carne o pesce o altro.
Per mio limite, non sono troppo convinto che parlare, cinguettare o blaterare di antroposofia (specie “In relazione a…”) abbia la concretezza e la ragionevole funzionalità posseduta, ad esempio, dal mio portacenere.
Anzi, a dire il vero, ben poco scorgo in essi dell’afflato dell’Intelletto che, per l’ottimo Charles de Bouelles è più antico della materia e non è da essa generato. Secondo uno schema rinascimentale, per questo autore sono cinque le condizioni attuali create da Dio: sostanziale, vitale, sensitiva, razionale e intellettuale o angelica. Quest’ultima è immateriale, non ha nulla in comune con la materia, non è parte o manifestazione del sensibile: l’esistenza attua la pietra, la vita attua la pianta, il senso attua l’animale e la Ragione attua l’uomo. Mentre l’Intelletto è l’atto che permette all’uomo l’eccelsa condizione di immortalità e visione celeste propria dell’atto angelico.
Linguaggio desueto, diranno i miei pochi lettori, ma credo che l’osservazione sia giusta, è solo il modo che ha dovuto cambiare: “Solo agli uomini è stato concesso di stare in piedi, d’avere diritta statura, di guardare le cose celesti. Ne deriva che i primi gradi sono di esseri acefali, privi non solo di testa, ma anche di ogni differenziazione di parti e d’ogni ornamento di membra; radicati nelle viscere della terra…Gli altri esseri sono forniti di testa, di parti differenziate. La testa dei vegetali è tuttavia radice ed è nascosta in terra né può scostarsi o separarsi dalle mammelle della madre”.
Questo veniva pubblicato nel 1509 e ditemi, cinquecento anni dopo, escludendo il Dottore, se c’è qualcuno che abbia la stessa limpidezza nel guardare così l’anima e il mondo.
Mi correggo: qualcuno c’è ma preferisce il silenzio.
Oggidì si pensa molto e male. E’ il mondo della quantità, inversamente proporzionale alle altezze che danno le vertigini e alle profondità che fanno paura.
La croce senza asse verticale che croce potrà mai essere? Il legno orizzontale non sta su per forza divina ma cade a terra per primordiale legge fisica: somigliando perfettamente al cristianesimo che nelle Chiese e nelle belle parole gira senza il Christo.
Già, cos’è il Christo per l’anima umana? Per il mio ininfluente parere Esso è esperienza – anche ammesso che vi siano molti gradi di esperienza – o non è nulla o è altro da quello che si dice sia. Nel mezzo trovi solo le variopinte penne di pavone ossia gli atteggiamenti del sentimento di Tizio, Caio e Sempronio che, essendo soltanto sentimenti personalissimi, vanno bene solo per Tizio, Caio e Sempronio.
Per piacere, leggetemi con un briciolo d’attenzione: non ho detto che ciò è “ il male” ma solo che tra gli alti sentimenti personali e l’esperienza obbiettiva c’è sempre un largo fiume senza ponti nonostante l’invadente presenza di tanti zelanti pontefici di corta taglia che pontificano sui ponti che non esistono.
In effetti provo una leggera nostalgia, probabilmente senile, verso il ricordo degli occultisti che conobbi da giovane.
Erano forse una massa poco raffinata, Atena latitava ma – per Giove – erano sperimentatori e se qualcuno tra essi chiacchierava, lo faceva dopo l’esperienza. Il parler pour parler era visto con giustificato sospetto.
D’accordo, erano esperienze ben poco elevate, assai spesso si traducevano in esperimenti di veggenza con la stimolazione delle placche del dott. Calligaris, con i viaggi in astrale, con cerimonie magico-spiritiche, ecc.
Però vorrei vedere che strizza prenderebbe ora chi avvertisse come l’intero senso di sé si inclinasse a 75° e scivolasse fuori dal corpo fisico-sensibile…con tutte le avventure e disavventure seguenti e conseguenti.
Non convenite che discettare sulle alte mete verso cui l’uomo si protrae è un pochino più sicuro? Ecco perché importa non far niente: immaginare alla buona non costa e la ghirba rimane ben ancorata ad un lembo di tranquillità.
Però qualche granello di scomodità potrebbe persino fare del bene: sarebbe come una camminata in salita in cui si sbuffa e si suda: gli esperti dichiarano che sarebbe un toccasana per tutti i sistemi del nostro organismo.
Pari pari, qualche contraddizione che scuotesse un tantino il nostro impietrito palazzo concettuale potrebbe fare un gran bene all’anima.
Di questi tempi si assiste ad un rifiorito interesse nei confronti dei 5 ausiliari, magari non molto sereno. E fioccano le interpretazioni alcune piuttosto stravaganti. Ma questo è secondario, accidentale, perché ognuno, se vuole, può recarsi alla fonte più sicura.
Quello che non mi piace è che si tiri Scaligero per la proverbiale giacchetta. Se qualcuno afferma che Massimo Scaligero indicava a tutti i 5 esercizi come una condizione assoluta e necessaria, rispondo che ciò, nella prassi, non era assolutamente vero.
Vedete, chi abitava lontano da Roma, appena uscito da via Cadolini, si fiondava nel più vicino bar d’angolo e trascriveva tutto quello che riusciva a ricordare. Così potei leggere, nel tempo, più di una ventina di riassunti: bene, solo in un caso Scaligero invitò un giovane amico a praticare intensivamente il controllo del pensiero e l’atto puro. Ciò ha senso: “L’accordo del pensiero con la volontà è la base dell’equilibrio e della forza dell’anima”. Seppure infastidisce gli sbandieratori del proprio sentire spiritoso.
A tutti gli altri, oltre la Concentrazione che non mancava mai, diede altro; cioè meditazioni ed esercizi che poi apparvero in suoi scritti come Yoga Meditazione Magia e Tecniche della Concentrazione interiore.
Chi scrive, quando incontrò per la prima volta Scaligero, faceva già ciò che credeva fosse l’esercizio di Concentrazione. Scaligero, dopo essersi gentilmente espresso su ciò, caricò ulteriormente il meschino con due discipline che si trovano nei volumi di Ur e con una terza, di cui chiarì poi il significato in Tecniche senza però indicarne (nel medesimo testo) la forma pratica, che viene considerata avanzata.
Ci fu persino il caso di un giovane artista a cui, davanti a richieste specifiche, Scaligero rispose letteralmente: “Tu che sei Poeta, puoi fare tutto quello che vuoi”.
Poi, se ad altri mille venne suggerita una rigorosa pratica dei 5 ausiliari, io non lo so e certamente non è impossibile. Vorrei solo che non si pensasse ad essi come ad un imperativo universale. Perché questo non è vero. E’ solo ortodossia antroposofica.
Come è procustiano il continuo tentativo di spacciare i 5 secondo una fisionomia di “moralità” che è stata loro appiccicata in tempi in cui la solare via occulta ed il borghesismo spiritual- cattolicheggiante hanno, di necessità, preso strade diverse!
Non faccio le pulci ai termini, ma mi chiedo come non ci sia proprio nessuno che sappia dire che lo scopo dei cinque è accendere una importante sequenza di correnti eteriche nei veicoli dell’uomo incarnato, per poter accedere a stati non dialettizzabili? Esse – le correnti – sono reali: uno può “vederle” nella forma di luce argentea, un altro percepisce un raggio o rivolo vuoto che fluisce lungo il pieno che percepiamo di solito in noi, ecc. Quello che vale per tutti è la direzione che prendono se si permette loro di funzionare. Certo che provocano cambiamenti, ma essi non sono miserie psicologiche.
C’è una cosa che mi disgusta: le volgarizzazioni e le schegge che troncano la completezza dell’informazione (che non ci appartiene, è del Dottore): esse sono pensiero leso, respiro troppo corto per dare vita, caos concettuale.
Che la situazione sia, all’incirca questa, lo si nota di continuo nella (patologica?) incapacità di distinguere la Concentrazione dal controllo del pensiero…e su questo ammutolisco! Perennemente sbigottito. Pure il grande pubblicista, nelle poche intemerate su temi riguardanti la scienza spirituale strambotta di concentrazione e meditazione come primo dei 5 ausiliari: sì, come il Duca quando canta “Questa o quella per me pari sono”. Già, timbro tenorile ma senza tenore.
Non c’è uno che non indichi come assoluti i “tempi” della disciplina: che non esistono giacché sono individuali, non appartengono all’orologio e, sia detto genericamente, sono piuttosto calibrati su elementi qualitativi, talvolta inversamente proporzionali alla continuità e intensità dell’Opera. Come a dire che il discepolo che fa di più può giungere, per maestria nella intensificazione, ai primi risultati dell’esercizio in tempi passabilmente brevi e pure questa non è regola perché la coscienza pensante polarizzata non lavora nel tempo comune.
In definitiva, affinché l’anima possa almeno lambire la possanza solare, regole e ricette (utilissime nella cottura delle uova sode e di cibi più complicati) servono come un tempo serviva l’asta e filetto per passare alla scrittura.
Già una quarantina di anni fa, Scaligero indicò a dei giovani che avevano da poco iniziato il cimento con “l’esercizio a sé sufficiente” un approccio di cui ho già scritto ma che sembra necessario ricordare: iniziare la giornata con una ricostruzione rigorosa, pedante dell’oggetto, per poi, durante il giorno, ridurre al minimo la ricostruzione e persino non compierla, polarizzando tutte le forze sull’oggetto. Atto immediato che qualcuno tra i pochi sa fare bene.
Ci sarebbe da aggiungere che le ricostruzioni, consigliate o pensate con la testa propria, sono a misura umana cioè sempre complicate, complesse: piuttosto si pensi di essere come un bimbo di II elementare, poco dotato, che butti giù un tema sullo spillo. Perché perdere energie e attenzione oltre i quattro o cinque concetti subordinati o immagini sufficienti?
E, già che ci siamo, persino lo scrivente conosce l’indicazione di risalire dall’immagine estranea che ci ha distolto…solo che il pensiero, spesso e velocemente, per un infinitesimale blackout della destità, ci ha trascinati su pianeti lontani e rifare l’esatto percorso per il ritorno è impossibile perché l’Io era mancato. Allora non sarebbe meglio iniziare l’esercizio daccapo? Con più attenzione, più dedizione e così ci diamo da soli un colpo di bastone, cosa che fa più che bene. Destità dell’Io è un altro nome per il nostro cammino.
In sintesi, vedo come sbuchi dal terreno sempre la stessa, vecchia storia. Sembra che si parli per non comunicare, per celare addirittura il senso più genuino del severo sentiero Occulto che, mi crediate o meno, non è una passeggiata corroborante in un giardino fiorito ma piuttosto sa di passi stentati nel deserto.
Il moderno discepolato occulto non toglie nulla a nessuno, ma nei brevi momenti operativi toglie invece tutto: sarebbe impossibile fare qualcosa di reale se si volesse portare nelle discipline l’immagine di sé e la potenza della propria ricca impotenza.
Ogni minimo passo comporta, come sottolinea il dott. Colazza, un mutamento di coscienza…che mai avverrà se non si smuovono mattoni, muri e pilastri del museo (mausoleo) che riempie la nostra anima…con radicale spregiudicatezza.
Amici cari, credo di avere le prove provate che la via dell’Occulto muove da esperienza a esperienza mentre la sistematica del sapere, pastorizzato e filtrato e sempre più manomesso, appartiene all’Accademia della Disgrazia e della Grande Inutilità. E se, come è giusto che sia in piena libertà, chi legge sente disaccordo con ciò che ho scritto ed è contento, buon per lui e…contenti tutti.
L’Iniziato è in grado di sperimentare fatti ed esseri del Mondo Spirituale, ma allo stesso tempo quello che sperimenta corrisponde a forme di esistenza ed intensità assolutamente diverse da quanto appare comprensibile quando si è immersi dentro il confine della sfera sensibile. A tale riguardo, una sana vita interiore induce l’apprendista a sentire con sufficiente chiarezza che il pensiero somatizzato non ha nulla in comune con le esperienze sovrasensibili: il tentativo di avvicinarsi al sovrasensibile con un simile mezzo trova soltanto la fantasticheria o il limite del buio e del vuoto. L’indagatore spirituale, se vuole portare alcunché dell’esperienza sovrasensibile in se stesso, quale uomo terrestre deve compiere un doloroso percorso a ritroso: dall’intuizione all’ispirazione e da questa all’immaginazione, per trasfonderla poi in pensieri pensabili nella coscienza sensibile di veglia. Un percorso opposto al cammino ascetico del discepolo esoterico.
che si manifesta con alcuni caratteri affini al ricordo. Come è già stato scritto, l’uomo incarnato è cosciente in corrispondenza di un certo livello sensibile, continuando però ad essere, con i suoi arti costitutivi, immerso nello Spirito. Salvo che per la coscienza della testa, egli è contessuto allo Spirito e alle Entità spirituali. Nel momento in cui accoglie nel suo pensiero attivo il contenuto sovrasensibile in forma di pensiero, cade per lui il limite del sonno, dell’incoscienza che gli nasconde il Mondo spirituale. Ciò che in ogni uomo vive come realtà occulta si congiunge con la coscienza di tale realtà. Quanto era dormiente trova la sostanza formativa di un organo di risveglio. Per il ricercatore volonteroso che stimoli con energia il pensiero, la lettura dei testi diviene tanto meno un ‘sapere’ quanto un organo di conoscenza, ossia un mezzo mediante il quale l’anima può rendersi consapevole di una realtà. Quando il contenuto spirituale rivive in forma di pensiero nella coscienza, è un organo sovrasensibile che si forma, permettendo l’accesso consapevole al mondo sperimentato dall’Autore. Chi ha vissuto in questo modo il cammino conoscitivo dell’Antroposofia, ha conosciuto l’assenso alla verità comunicata poiché riconosciuta come il vero della propria anima.applicarsi allo studio dei testi quando ciò sia reso possibile dalla condizione di calma interiore non distratta da avvenimenti e interruzioni esterne;
tendere ad una coerente onestà conoscitiva che sbarri con severità la strada a giudizi anticipati, pregiudizi, sentimenti personali (poco importa se favorevoli o contrari), iniziando sempre da una sorta di sereno zero animico;
impegnarsi a non evitare o a scansare alcun paragrafo, riga o singola parola. Come quando nella concentrazione la coscienza tramortita prende altre strade, si ritorni a ritroso al punto in cui il pensiero coincideva esattamente con la lettura o si interrompa la sessione di studio;
infine, pagando l’inevitabile costo di una lettura lenta o lentissima o ripetuta, afferrare sempre nella coscienza il concetto corrispondente ad ogni parola o immagine, non permettendo che la parola scritta rimanga un insieme di lettere alfabetiche riconosciuto automaticamente dalla memoria. Qualora l’Io e l’anima tentino almeno di farsi carico, con determinazione, delle condizioni elencate, giungendo ad un certo piano di risultati qualitativi, possiamo completare con un secondo livello operativo (il secondo gradino dell’iniziazione rosicruciana) gli elementi di questa nota, dedicandoci alla formazione di immagini spirituali.
Franco Giovi
Immagine: Jacob Böhme «Theosophische Werke» Amsterdam 1682
All’inizio del settimo libro della sua Politèia, il cui titolo ormai da secoli viene tradotto con Repubblica, Platone narra il mito della caverna, uno dei più conosciuti e suggestivi. In esso Platone, esprimendosi col linguaggio simbolico e allegorico del mito – quella allegoria che il mio amato Dante chiama “bella menzogna” – descrive un sentiero di conoscenza, che mena dalla maya sensibile, dal mondo delle cose che meramente appaiono e divengono, ma non “sono”, su verso la contemplazione di quel sovrasensibile mondo delle idee e degli archetipi, i quali non divengono bensì perennemente “sono”, e poi, ancora più in alto, sino alla contemplazione dell’Uno-Tutto, di quel Uno-Unissimo, che come idea del Bene, tutto pervade, muove e vivifica.
Per Platone non si tratta semplicemente di una “gnoseologia”, ossia di una sia pur interessante “teoria della conoscenza”, bensì – in maniera identica alle opere “filosofiche”, o meglio “filosofali”, di Rudolf Steiner come le Opere scientifiche di Goethe, la Teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo, o Verità e scienza, la Filosofia della Libertà, la Concezione goethiana del mondo, ed altre dello stesso genere – di un’Ascesi che richiede ardore, slancio, tenacia e dedizione estrema. Una tale ardente Ascesi conduce dantescamente dalla “selva selvaggia” e dalla “diserta piaggia”, attraverso un “cammino alto e silvestro”, alla mirabile visione, ossia a contemplare quella “giustizia senza schermi”, che è il Bene di Platone, ovvero quel “Amor che muove il Sole e l’altre stelle”. Strumento di una tale Ascesi è, naturalmente il pensiero – che come afferma Hegel, “fa sì che l’anima, di cui anche l’animale è dotato, divenga spirito”, e suo strumento è – lo ripeteremo sino a sgolarci – la Concentrazione, il cui calor cogitationis, è un “fuoco”, che, come afferma Aristotele, “ha il suo luogo naturale in Alto”, ed è dunque strumento dell’ascesa. L’immagine, particolarmente bella, che propongo alla intelligente considerazione del lettore è del pittore neerlandese Jan Pietersz Saenredam (Zaandam, 1565-1607), che la incise nel 1604, anno fatidico per il movimento rosicruciano del tardo Rinascimento, intitolandola Antrum Platonicum.
In questo mirabile dialogo platonico, Socrate, vero filosofo, ossia “amante di Sophia”, ritiene che colui ha contemplato la Verità nel sovrasensibile, iperuranio, mondo delle idee e degli archetipi creatori debba tornare – a rischio della propria vita – fra gli uomini, per liberarli dalle catene della conoscenza illusoria del mondo sensibile. E Socrate affrontò con tragica serietà la sua missione sacrale di indicatore della vera Sapienza, e affrontò coraggiosamente il martirio, per testimoniare che l’uomo deve “seguir virtute e conoscenza”. In questo dialogo, Socrate ha come suo interlocutore l’amico Glaucone.
* * *
[514 a] – In séguito, continuai, paragona la nostra natura, per ciò che riguarda educazione e mancanza di educazione, a un’immagine come questa. Dentro una dimora sotterranea a forma di caverna, con l’entrata aperta alla luce e ampia quanto tutta la larghezza della caverna, pensa di vedere degli uomini che vi stiano dentro fin da fanciulli, incatenati gambe e collo, sì da dover restare fermi e da [b] poter vedere soltanto in avanti, incapaci, a causa della catena, di volgere attorno il capo. Alta e lontana brilli alle loro spalle la luce d’un fuoco e tra il fuoco e i prigionieri corra rialzata una strada. Lungo questa pensa di vedere costruito un muricciolo, come quegli schermi che i burattinai pongono davanti alle persone per mostrare al di sopra di essi i burattini.
– Vedo, rispose.
– Immagina di vedere uomini che portano lungo il muricciolo oggetti [c] di ogni sorta sporgenti dal margine, e statue e altre [515 a] figure di pietra e di legno, in qualunque modo lavorate; e, come è naturale, alcuni portatori parlano, altri tacciono.
– Strana immagine è la tua, disse, e strani sono quei prigionieri.
– Somigliano a noi, risposi; credi che tali persone possano vedere, anzitutto di sé e dei compagni, altro se non le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna che sta loro di fronte?
– E come possono, replicò, se sono costretti a tenere immobile il [b] capo per tutta la vita?
– E per gli oggetti trasportati non è lo stesso?
– Sicuramente.
– Se quei prigionieri potessero conversare tra loro, non credi che penserebbero di chiamare oggetti reali le loro visioni?
– Per forza.
– E se la prigione avesse pure un’eco dalla parete di fronte? Ogni volta che uno dei passanti facesse sentire la sua voce, credi che la giudicherebbero diversa da quella dell’ombra che passa?
– Io no, per Zeus!, [c] rispose.
– Per tali persone insomma, feci io, la verità non può essere altro che le ombre degli oggetti artificiali.
– Per forza, ammise.
– Esamina ora, ripresi, come potrebbero sciogliersi dalle catene e guarire dall’incoscienza. Ammetti che capitasse loro naturalmente un caso come questo: che uno fosse sciolto, costretto improvvisamente ad alzarsi, a girare attorno il capo, a camminare e levare lo sguardo alla luce; e che cosí facendo provasse dolore e il barbaglio lo rendesse incapace di [d] scorgere quegli oggetti di cui prima vedeva le ombre. Che cosa credi che risponderebbe, se gli si dicesse che prima vedeva vacuità prive di senso, ma che ora, essendo piú vicino a ciò che è ed essendo rivolto verso oggetti aventi piú essere, può vedere meglio? e se, mostrandogli anche ciascuno degli oggetti che passano, gli si domandasse e lo si costringesse a rispondere che cosa è? Non credi che rimarrebbe dubbioso e giudicherebbe piú vere le cose che vedeva prima di quelle che gli fossero mostrate adesso?
– Certo, rispose.
[e] – E se lo si costringesse a guardare la luce stessa, non sentirebbe male agli occhi e non fuggirebbe volgendosi verso gli oggetti di cui può sostenere la vista? e non li giudicherebbe realmente piú chiari di quelli che gli fossero mostrati?
– È cosí, rispose. – Se poi, continuai, lo si trascinasse via di lí a forza, su per l’ascesa scabra ed erta, e non lo si lasciasse prima di averlo tratto alla luce del sole, non ne soffrirebbe e non s’irriterebbe [516 a] di essere trascinato? E, giunto alla luce, essendo i suoi occhi abbagliati, non potrebbe vedere nemmeno una delle cose che ora sono dette vere.
– Non potrebbe, certo, rispose, almeno all’improvviso.
– Dovrebbe, credo, abituarvisi, se vuole vedere il mondo superiore. E prima osserverà, molto facilmente, le ombre e poi le immagini degli esseri umani e degli altri oggetti nei loro riflessi nell’acqua, e infine gli oggetti stessi; da questi poi, volgendo lo sguardo alla luce delle stelle e della luna, [b] potrà contemplare di notte i corpi celesti e il cielo stesso piú facilmente che durante il giorno il sole e la luce del sole.
– Come no?
– Alla fine, credo, potrà osservare e contemplare quale è veramente il sole, non le sue immagini nelle acque o su altra superficie, ma il sole in se stesso, nella regione che gli è propria.
– Per forza, disse.
– Dopo di che, parlando del sole, potrebbe già concludere che è esso a produrre le stagioni e gli anni e a governare tutte le cose del mondo visibile, e ad essere [c] causa, in certo modo, di tutto quello che egli e i suoi compagni vedevano.
– È chiaro, rispose, che con simili esperienze concluderà così.
– E ricordandosi della sua prima dimora e della sapienza che aveva colà e di quei suoi compagni di prigionia, non credi che si sentirebbe felice del mutamento e proverebbe pietà per loro?
– Certo.
– Quanto agli onori ed elogi che eventualmente si scambiavano allora, e ai primi riservati a chi fosse piú acuto nell’osservare gli oggetti che passavano e piú [d] rammentasse quanti ne solevano sfilare prima e poi e insieme, indovinandone perciò il successivo, credi che li ambirebbe e che invidierebbe quelli che tra i prigionieri avessero onori e potenza? o che si troverebbe nella condizione detta da Omero e preferirebbe “altrui per salario servir da contadino, uomo sia pur senza sostanza”, e patire di tutto piuttosto che avere quelle opinioni e vivere in quel modo?
– Cosí penso anch’io, rispose; [e] accetterebbe di patire di tutto piuttosto che vivere in quel modo.
– Rifletti ora anche su quest’altro punto, feci io. Se il nostro uomo ridiscendesse e si rimettesse a sedere sul medesimo sedile, non avrebbe gli occhi pieni di tenebra, venendo all’improvviso dal sole?
– Sí, certo, rispose.
– E se dovesse discernere nuovamente quelle ombre e contendere con coloro che sono rimasti sempre prigionieri, nel periodo in cui ha la vista offuscata, prima [517 a] che gli occhi tornino allo stato normale? e se questo periodo in cui rifà l’abitudine fosse piuttosto lungo? Non sarebbe egli allora oggetto di riso? e non si direbbe di lui che dalla sua ascesa torna con gli occhi rovinati e che non vale neppure la pena di tentare di andar su? E chi prendesse a sciogliere e a condurre su quei prigionieri, forse che non l’ucciderebbero, se potessero averlo tra le mani e ammazzarlo?
– Certamente, rispose. […]
(Platone, Opere, vol. II, Laterza, Bari, 1967, pagg. 339-342)
* * *
Come dice Socrate a Glaucone, questi strani prigionieri somigliano in tutto e per tutto a noi, e noi, suoi lontani discendenti, potremmo aggiungere che essi ancor più assomigliano all’uomo attuale, il cui pensiero razionalistico e astratto, o psichico, sentimentale e istintivo, è prigioniero della natura corporea, avvinto da bronzee catene nell’oscurissimo antro cerebrale.
Questo pensiero esangue è in uno stato cadaverico, esanime, ma all’attuale uomo, colto o incolto che sia, la cosa non suscita né sofferenza – anche se è all’origine di tutto il suo affannato soffrire – né problemi, ch’egli non si pone. Egli non conosce altro pensiero, non lo concepisce, e neppure sospetta che il suo pensare possa partorire qualcosa di diverso da quei morti aborti che sono i suoi esangui e pallidi pensieri. Crede che i suoi pensieri siano solo i riflessi delle sue percezioni sensorie, che ritiene essere realissime. Ma Rudolf Steiner ammonisce che: pensieri degli uomini sono ombre, mentre i pensieri degli Dèi sono esseri viventi. Inoltre, le sue “realissime” percezioni sensibili non sono che ombre esse stesse, pallido riflesso delle idee o archetipi viventi del Mondo Spirituale. Per cui i suoi esangui pensieri riflessi, essendo pallidissime ombre delle soggettive sue percezioni, ombre esse stesse, da lui scambiate per verace e consistente “realtà”, vengono ad essere ombre di ombre: stravolgimenti di una inconsistente irrealtà. Beh, se questa è – come effettivamente è – la “conoscenza” dell’orgogliosissimo uomo razionale moderno, una tale “conoscenza”, annaspante tra le ombre, è cosa miseruccia e vile assai!
Un ben difficile còmpito si pone colui che voglia restituir la VITA a un tale smorto, cadaverico, pensare. A lui si prospetta una risalita su una ripida e aspra china: risalita che scoraggia molti, anzi i più, i quali trovano preferibile rinunciare a cotal tanto faticosa ascesa, e permanere, vilmente e comodamente, nella condizione di prigionia. Le catene, se uno resta immobile, non implicano faticoso sforzo, mentre il lottare per liberarsi dalle catene è sicuramente faccenda faticosa e dolorosa. Comodità e viltà suggeriscono che un tale lottare è inutile, ed anche pericoloso, e che la condizione di prigionia sia l’unica concessa all’uomo, che sia “follia”, “presunzione superuomistica”, “prometeica” aspirare ad una libertà, la quale sarebbe solo “patologica fantasia” ed “evasione”. Una tale concezione avvilente – proprio nel senso che rende l’uomo vile – tuttalpiù si pone il problema di come render piacevole e meno monotona la prigionia, di come eccellere sugli altri prigionieri dimostrando una più raffinata “conoscenza” intellettuale delle ombre sensibili, dichiarate queste esser l’unica realtà. A rendere sopportabile la condizione degli incatenati, e per i meno fortunati – per quelli che non “eccellono” – vi sono le “consolazioni” della religiosità sentimentale, della moralità “virtuosa”, del buonismo, dell’attivismo sociale e politico, dei magismi rituali, del misticismo, della cultura, della psicanalisi, e financo di un fallace “esoterismo” facente appello alle morbide “vie dell’anima”.
Per coloro che, invece, hanno sete d’incondizionato, per coloro nei quali sorge dal profondo – come dice Rudolf Steiner – un “urlo interiore”, si apre una Via eroica, indubbiamente “aspre e forte”, faticosa: la Via della resurrezione del Conoscere dal cadavere del morto pensare, l’impresa della realizzazione del Pensiero Vivente, del Pensiero Folgore. Mentre gli incatenati giungono all’abiezione di amare la tenebra che li avvolge, a temere di abbandonarla, innamorati come sono della loro prigione, i coraggiosi osano tentare la via dell’Altezza, e temerariamente abbandonano il vile giaciglio e le catene, delle quali i loro compagni sono innamorati. E gli Dèi amano tali audaci e li soccorrono nella loro temeraria impresa: gli ostacoli e le prove, che con generosità essi disseminano sul loro cammino verso l’l’Altezza e la Luce, li liberano dal morto cascame che si portano addosso e li fortificano nella volontà e nella capacità di mirare l’inesprimibile, abbagliante, Luce.
Strumento aureo di una tale ascesa – di tale Ascesi – è il Rito della conversione del pensiero nella sua originaria Luce: la Concentrazione, che è l’esercizio del neofita principiante, del praticante avanzato, dell’Iniziato. Ad ogni stadio del cammino ascendente, la Concentrazione rivela più vasti e più profondi livelli, talché non si finisce mai di apprenderla, poiché è un aprirsi all’Infinito. E chi giunga alla liberazione del pensiero dalla prigionia somatica – e tutti possono giungervi, se veramente lo vogliono – contempla non più le ombre illudenti e sempre deludenti di un inafferrabile esistere, sempre roso dal veleno della brama, della paura e dell’avversione, MA l’Essere puro, le “cose che sono e non divengono”. Una tale Conoscenza è fonte inesauribile della Gioia, del Coraggio, della Generosità.
Ancora più audace e veramente eroico è, poi, chi, una volta conquistata e realizzata la Conoscenza, ha la generosa temerarietà di voler nuovamente ridiscendere nell’oscurissimo antro, ove ancora giacciono, incatenati, i suoi antichi compagni di prigionia, per tentare di liberarli dalle catene che li avvincono alla loro avvilente e abietta condizione. Egli vuole liberarli dalle catene somatiche, dissolvere il cupo “realismo” che fa sì ch’essi credano vere le ombre che li illudono. Impresa temeraria la sua, perché sovente gli ottenebrati temono e odiano la Luce, e ritengono pericolosa illusione la Verità liberatrice, che l’audace conquistatore della Luce vuole portare loro. Essi temono perdere le loro catene e sono innamorati dei veleni della brama, della paura, dell’avversione che li intossicano, veleni che temono perdere. Facilmente temeranno e odieranno, come sagacemente ammonisce Platone, colui che vorrà liberarli dalle amate catene, dai bramati veleni, e cercheranno di metterlo in condizione di “non nuocere”, talvolta addirittura di ucciderlo. La storia dell’umanità offre numerosi esempi di tali martiri. Ma, come affermava coraggiosamente Arturo Reghini, “i Sapienti si preoccupano di come vive l’anima, e non di come muore il corpo”, che è solo una transitoria ombra.
Infinita gratitudine dobbiamo, quindi, a Maestri spirituali come Rudolf Steiner, Giovanni Colazza, Massimo Scaligero, i quali ci hanno indicato La Via eroica della Conoscenza, quel platonismo magico – autentico idealismo magico – che è la Via del Pensiero Vivente, l’aurea Via Regia della liberazione del pensiero.
Questi pensieri mi sono sorti nell’anima nel 36° anniversario del disciogliersi di Massimo Scaligero dall’apparire sensibile, nel ricordo delle parole incitatrici e liberatrici ch’Egli rivolse ad alcuni di noi la sera della vigilia, parole che restano – a lettere di fuoco nella mia anima – come pegno di fedeltà alla Via ch’Egli volle donare a tutti noi.
Hugo de’ Paganis
Tra gli uomini che hanno operato per la storia dell’anima nei tempi moderni si presenta quale figura importante il dottor Sigmund Freud, considerato padre della psicoanalisi.
In genere il suo ricordo fu fissato, quasi imbalsamato dai suoi adepti. E le rappresentazioni che seguirono non escono mai da questo sulfureo “santino”. Divenuto una sorta di mito poi si seguono narrazioni manipolate, persino ucroniche, comunque distanti dalla realtà o sottomesse al mainstream della convenzionalità.
Seguendo gli interessi che animano i lettori di questo Sito, cerco di disegnare qualche (più che insufficiente) cenno biografico relativo a Freud che dia conto dell’uomo e del ricercatore che egli fu anche alla luce di indiscrezioni sfuggite a suoi discepoli.
Freud nacque a Freiberg da famiglia ebraica. Intellettualmente assai dotato, si iscrisse all’università a soli 17 anni. Egli raccontò che il suo primo indirizzo era il Diritto poiché attratto dalla politica. Poi, affascinato dagli studi di Darwin e da una conferenza su l’inno goethiano Alla natura, decise di dedicarsi allo studio dell’Arte medica. Non ebbe alcun impulso a fare il medico e curare i suoi simili: “i pazienti sono gentaglia, gli torcerei il collo a tutti”. I discepoli poi testimoniarono che non era minimamente interessato alla professione di medico. In realtà si considerava uno psicologo e, intelligente com’era, terminò l’università con tre anni di ritardo.
Ritardo dovuto agli interessi, assai ampi e assai diversi da ciò che il suo corso richiedeva: l’evoluzionismo darwiniano, le lezioni di filosofia di Franz Brentano (di Brentano, Steiner scrisse con grande interesse in Enigmi dell’anima. Egli fu filosofo e attento psicologo: la sua intuizione si ferma là dove Steiner completa l’osservazione della tripartizione dell’organismo umano).
Una nota (quasi) fuori contesto: quando Freud studiava non sopportava la musica. Per essa non ebbe alcuna attrazione: era del tutto a-musicale.
Laureatosi, le condizioni economiche non gli permisero la pura ricerca scientifica, perciò lavorò nell’Ospedale di Vienna ma si dedicò allo studio delle malattie nervose e conquistò, a 29 anni, la libera docenza in neuropatologia.
Fu una dimostrazione che la relativa povertà e l’origine ebraica non avevano potuto ostacolarlo. Del resto si sentiva come un essere speciale con compiti speciali. Di ciò scrisse più volte alla fidanzata: “Sono consapevole di avere una missione”. E’ un presentimento che risale alla sua infanzia e qualcuno parla anche di profezie. Comunque era “segnato” dalla nascita: un tempo il bimbo che nasceva avviluppato nell’involucro amniotico era speciale: da questo la frase ancora usata “nato con la camicia”.
Nel suo trentesimo anno d’età iniziano a profilarsi i punti fermi del suo percorso di destino: l’incontro con Charcot a Parigi, con Breuer a Vienna e con Fliess a Berlino.
Il dottor Karl König (Die Schicksale Sigmund Freud und JosefBreuer. Verlag Freies Geistesleben, 1962) vede in tali incontri tre tappe (da superare) per iniziare la discesa alle Madri.
Freud, nel 1885 si trasferì a Parigi per studiare neuropatologia alla Salpétrière con J.M.Charcot. Così imparò a conoscere il potere dell’ipnosi nella cura delle malattie nervose e gli incredibili fenomeni che questa pratica svelava.
Ricordiamoci che quello che ora chiamiamo ipnosi appartenne in antico ai Misteri e fece l’ingresso nella medicina semi-ufficiale all’inizio ottocento. Charcot, forte del vasto materiale umano a sua disposizione e di molta autonomia, poté svolgere esperimenti straordinari (a mio parere nemmeno più eguagliati o superati), evocando forze reali ma incomprensibili per l’ordinaria osservazione scientifica.
Freud ne fu molto colpito e Charcot lo accolse nella sua cerchia con amicizia. Quando però il primo ritornò a Vienna gli studi prodotti furono accolti con scetticismo e disprezzo. Ciò lo allontanò dalla vita accademica: dedicandosi ai fenomeni isterici ed ipnotici si staccò per sempre dalla medicina ufficiale e percorse un sentiero isolato ma non antitetico all’agnosticismo ufficiale: volle comprendere fenomeni nuovi con idee antiche.
Josef Breuer, più anziano di Freud di 14 anni, era era uno spirito eclettico e geniale. Era medico di famiglia e vero scienziato. Il giovane Steiner lo conobbe presso la famiglia dove abitò come precettore: “Per me il dottor Breuer era una personalità attraente. Ammiravo il suo modo di assolvere i compiti di medico. Ma anche ad altri campi il suo spirito era grandemente interessato. Parlava di Shakespeare in modo tale che se ne riceveva uno stimolo fortissimo. Era anche interessante sentirlo parlare, con un atteggiamento che era assolutamente quello di un medico, di Ibsen o magari della Sonata a Kreuzer di Tolstoj. Quando egli parlava di tali argomenti con la mia amica, madre dei bambini di cui ero precettore, spesso io ero presente con grandissimo interesse. Allora la psicoanalisi non era ancora nata: ma i problemi che tendevano in quella direzione esistevano già. I fenomeni ipnotici avevano conferito al pensiero medico una particolare colorazione” (La mia vita. Ed. Antroposofica).
Steiner menziona ancora Breuer nel ’17: “Fu particolarmente interessante per lui, che con tanta profondità si immergeva nei fenomeni patologici, un certo caso che lo occupò in modo speciale”. Si trattava di una giovane sonnambula che Breuer curò con l’ipnosi. Essa manifestava tali sintomi isterici che suscitarono in Breuer, sia come medico che come uomo, il massimo interesse per un mondo celato.
Freud e Breuer si incontrarono nel 1879, quasi un incontro tra padre e figlio. Freud alla fidanzata scrisse: “Parlare con Breuer è per me come star seduto al sole: effonde luce e calore. Egli è una personalità luminosa. Non so cosa abbia trovato in me per trattarmi con tanta amicizia. Non lo si caratterizzerebbe giustamente se si dicessero di lui solo cose buone: bisogna soprattutto sottolineare che la malvagità in lui è del tutto assente”.
Breuer aiutò Freud anche economicamente e quando questi ritornò da Parigi gli mandò pazienti con problemi neuropsichici.
Nel periodo che intercorse tra il 1887 e il 1895 Freud, con l’apporto prezioso di Breuer, stabilì le osservazioni ed i fondamenti della psicoanalisi. Poi, la rottura dell’amicizia con Breuer. Secondo König il dissidio trasse origine dal trattamento della giovane sonnambula più sopra ricordata. Il fatto: essa venne posta in sonno ipnotico e da tale condizione affiorarono le cause profonde. Ciò che in questa situazione venne rivelato atterrì Breuer che non volle insistere nella buia sfera dell’uomo notturno. Va ricordato che Breuer era massone e forse non poté comunque rivelare pubblicamente certi fenomeni legati all’ipnosi.
Freud, crudelmente spregiudicato, volle capire anche le tenebre e continuò in solitudine la ricerca. Steiner, riguardo alla rottura tra i due indagatori, dice: “Si potrebbe pensare che, se Breuer avesse ottenuto una cattedra universitaria e avesse potuto seguire la via della psicoanalisi, quest’ultima avrebbe forse assunto tutt’altra forma. Così invece fu principalmente il dott. Freud ad occuparsene”. Si può notare anche che Steiner e Freud partirono con un atteggiamento formalmente simile: osservazione animica col metodo delle scienze naturali. Le direzioni furono opposte. Steiner investigò la natura spirituale dell’anima, Freud denudò la sua vita sub-umana.
Estraniandosi da Breuer, Freud fece amicizia con Wilhelm Fliess. Costui, studioso dei rapporti organici, aveva scoperto una identità di ciclo nella donna e nell’uomo e così trovò certi principi che rimandavano alla natura androgina dell’entità umana. Un suo scolaro, tal Swoboda divenne paziente di Freud e gli fece conoscere gli studi di Weininger, autore di Sesso e carattere.
La psicoanalisi di Freud abbandonò in gran parte l’ipnosi, preferendo la tecnica dell’ascolto dei pazienti, prima con metodo interrogativo, poi tramite la libera associazione. Egli invece si sottopose a due processi: l’autoanalisi e e un’acuta indagine sulle esperienze di sogno. Scoprì molte cause inconsce che si manifestano nel dimenticare, nel lapsus linguae, ecc. Le rivelazioni dei processi inconsci dell’anima lo portarono ad un più profondo isolamento. Così ruppe i rapporti anche con Fliess. Liberatosi da questi rapporti umani e d’amicizia, Freud distrusse ogni ponte con l’umanesimo e forse con una certa parte dell’umano in lui stesso. Iniziò ad avere alterigia e disprezzo per gli altri, una irreligiosità pressoché assoluta, una inflessibilità nel lavoro, una vita scandita con ferrea regolarità.
La missione che gli proponeva l’investigazione dell’anima notturna lo aveva reso spietato e cieco per quanto potesse riguardare altre parti della natura umana, sapendo nonostante se stesso che ciò che aveva svelato non si sarebbe tradotto in una soluzione positiva per gli ammalati. Un giorno, rispondendo ad una domanda sulla “cura psicoanalitica”, rispose che questa era un processo che non poteva terminare mai.
Fu adorato ciecamente dai discepoli: devozione assai analoga a quella tributata dalle folle a certi personaggi storici. La diffusione nel mondo occidentale della psicoanalisi fu più forte dove la tradizione religiosa aveva dovuto ritirarsi dinnanzi la cieca fede nel progresso scientifico: specie nei paesi di lingua inglese la psicoanalisi divenne una religione acritica con Freud come profeta.
Una stravaganza del Nostro era quella di circondarsi di statuette di bronzo o argilla che raffiguravano dei e animali sacri nel tempo antico. Qual’era il muto dialogo tra questi e lo scienziato?
Freud, avendo tra i suoi oggetti anche pietre preziose, ne fece montare sette in corrispondenti anelli: uno per sé e sei per i suoi discepoli più intimi. Scrive Sachs nel 1920: “D’ora in avanti noi sette dovevamo formare un gruppo coordinato ma del tutto anonimo. Perché l’avvenire della psicoanalisi non doveva essere lasciato nelle mani del caso, né doveva dipendere dagli interessi di certi gruppi o da ambizioni personali. Il nostro gruppo aveva il compito di dirigere, secondo un piano comune ed in reciproco accordo, il movimento psicoanalitico. Per ottenere ciò, noi sette dovevamo valerci del nostro influsso personale e della nostra solidarietà (…) Per poter eseguire indisturbati questo lavoro, era necessario che questo nostro accordo restasse un segreto ben custodito. Il nostro doveva venir considerato come un cerchio chiuso ora e sempre: nuovi membri non potevano aggiungervisi”.
Dunque una sorta di gruppo iniziatico segreto, cioè più affine al vecchio occultismo che a un movimento scientifico.
Freud, continuando nelle indagini, ordinò istinti e pulsioni in due sfere principali: Eros e Thanatos. Mentre l’impulso al sesso, alla vita vorrebbe lanciarsi nell’immortalità, l’impulso opposto vira all’irrigidimento, all'(auto)annientamento.
Non credo sia una particolare forzatura interpretativa dire che con Eros si intende l’azione luciferica e con Thanatos il dominio di Arimane. Secondo König, Freud consacrandosi nell’isolamento freddo della sfera arimanica, riuscì a svelare parte dell’azione luciferica. Vita e morte e nient’altro: da ciò Freud e discepoli formarono un fronte che potrebbe essere considerato come anticristico. Ci fu persino chi battezzò la psicoanalisi come una rivolta mondiale contro il contenuto dei Vangeli.
Negli ultimi anni di vita Freud interpretò il cristianesimo come una visione raccapricciante in cui la Cena era un pasto funebre che commemorava l’assassinio del padre: “Il padre dell’orda primordiale, despota assoluto, pretendeva tutte le donne per sé. Ma un giorno tutti i figli si unirono, lo sopraffecero, lo uccisero e lo mangiarono tutti insieme (…). Il convitto funebre è una solenne commemorazione di questo fatto mostruoso da cui deriva la coscienza di colpa dell’umanità”.
Questa visione mi pare coerente con le parole esclamate in vista della costa americana (1909): “Ignorano la peste che sto portando loro”. Freud muore a Londra nel settembre del ’39, all’inizio della seconda guerra mondiale.
König chiude il suo saggio su Freud con le parole di Emil Bock: “Nel cielo dello spirito regna sull’uomo il mondo degli archetipi luminosi, puri, creatori e salutari. Se questo mondo viene dimenticato, allora nel profondo dell’inconscio umano si generano con estrema facilità i contro-tipi, oscuri, generatori di malattia. Il mondo soprasensibile dimenticato diventa nel singolo uomo causa di malattia e nell’epoca in ora cui viviamo diventa causa di drammatiche, apocalittiche catastrofi”.
Sigmund Freud ed il suo movimento come oscura controimmagine di forze spirituali che, nell’epoca di Michele, cominciano a manifestarsi.
Cari lettori di Eco, rimaniamo sulla scia de L’Archetipo di questo mese di febbraio proponendo la lettura di uno dei suoi articoli.
Anni fa un antroposofo si cimentò in quella che voleva essere una critica sapiente del linguaggio di Massimo Scaligero: critica che venne presentata e sviluppata in una piattaforma del web.
Egli prese come campione, secondo lui molto rappresentativo, uno dei tanti “accordi” di Scaligero, ponendo l’indice contro il romantico, antiquato, pomposo e ridondante linguaggio che l’Iniziato usava per questo tipo di scritti, tra l’altro privati, in quanto lettere destinate a un discepolo.
Dei contenuti poco o nulla si interessò questo antroposofo, così come ignorò volutamente l’importante Opera di Massimo Scaligero, composta da testi – a dir poco – non suscettibili affatto di essere considerati semplice espressione o esercitazione di forma, di mera e stucchevole retorica, ma piuttosto esemplari di rari apici dialettici al servizio totale di alti contenuti scientifico spirituali assolutamente conformi al pensiero centrale di Rudolf Steiner, pensiero che in tali testi viene altresì sviluppato.
C’è anche da sottolineare che, all’opposto, ma forse più comprensibilmente, molti lettori, per lo più giovani, al primo approccio di lettura dell’opera di Scaligero, hanno giudicato il linguaggio dei suoi maggiori testi di difficile e oscura interpretazione, un muro ritenuto invalicabile, o quantomeno scoraggiante.
Tra questi due opposti giudizi “assoluti” rimane un vuoto, che questi opinionisti non hanno riempito.
Sappiamo molto bene che questa epoca moderna ha abituato l’uomo a trovare esposti concetti pronti e di immediata e facile assimilazione. Cosa può significare ciò per chi desidera di intraprendere la Via indicata dal Dottore dovrebbe esser chiaro: attivare il proprio Sè in primis. Svelare e risvegliare il Chi, colui che viene riconosciuto, che “agisce”, che non è passivo, e non il ricadere e ripetere ad oltranza l’esperienza delle emozioni, dei sentimenti e degli istinti che possano spingere, ritenuti motori primi, a temporanei comportamenti di fratellanza e “amore incondizionato”, ossia proprio tutto ciò che l’antroposofo ha voluto lasciarsi dietro da precedenti e insoddisfacenti militanze cattoliche o simili.
Sappiamo anche molto bene a cosa si è ridotta certa Antroposofia, a bearsi cioè di narrazioni e descrizioni, e a dimenticare, ad ignorare, a mancare di cercare l’esperienza del potente contenuto di “Filosofia della libertà”, un testo, quest’ultimo, divenuto semplice oggetto di conversazione in ritrovi, conferenze e riunioni, per poter illudersi, o ostentare una equivoca aurea di devoto alla Via.
Noi semplicemente proponiamo la lettura dell’ultimo “Accordo” pubblicato nella storica rivista antroposofica “L’Archetipo”, e insistiamo anche noi, assolutamente senza temere di lasciare in ombra libri come, ad esempio, “La logica contro l’uomo”.
Noi crediamo semplicemente che, chi volesse cimentarsi seriamente nella critica al linguaggio di un autore scientifico spirituale come Massimo Scaligero, previamente si periterà di leggerne con attenzione e obiettività tutta l’opera, e non solo le sue lettere a discepoli. Non sarebbe nemmeno opportuno dimenticare che Scaligero possedeva talento poetico, ha infatti composto delle poesie. Con tutto ciò, anche ascoltando le registrazioni delle sue conferenze, leggendone le trascizioni, e unendo alla fine il tutto, si potrà con evidenza constatare e convenire tutti che Scaligero sapeva bene quando e come usare un determinato linguaggio.
Invito Isidoro, Hugo, tutti i collaboratori di Eco, anche i nostri i nostri utenti, se lo desiderano e riterranno utile, a dire la loro sia su questo “Accordo” di Massimo Scaligero, sia su altro che possa essere ritenuto utile in merito agli argomenti accennati.
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VINCERE LA MORTE
“Intensa esigenza di purificazione, di indipendenza dalla sfera degli istinti, perché sia alleviato il male generale del mondo, perché subisca l’impeto della luce dissolutrice e chiarificatrice. Sono ogni momento poste le cause possenti di un mondo in cui non sia possibile sopraffazione da parte del mondo infero.
Questo combattere è un esercizio di lucidezza della coscienza, perché là dove c’è sforzo c’è aderenza all’Ostacolo: questa aderenza deve essere dissolta: quindi è un combattere per cessare di combattere, cioè per vincere realmente.
Il Calore-Luce può rinascere spiritualmente sulla Terra, come forza individuale d’Amore, grazie al processo d’incarnazione del Christo. Egli ha dovuto debellare la Morte, ma prima assumerne la forza, perché come forza stimolatrice della vita fosse trasmessa agli uomini. Da allora ciascuno si avvicina alla Morte per vincere: il Christo ha assunto la Morte a parte hominis: poteva sgominarla dalla zona divina, ma cosí sarebbe stata sempre sopraffattrice dell’uomo. È questo il senso di ogni sfiorare l’esaurimento della vita, la Morte!
La potenza dell’ekagrata supera ogni contraddizione, ritrova il livello del perfetto “risveglio”, superato il livello dell’addormentamento normale. Ekagrata impetuoso, scattante, energico, continuo: è necessario perché il mondo della bontà s’inveri e l’Amore trionfi sulla Terra. Perciò una grande purezza attraversata da una grande concentrazione. E questa concentrazione ritrovi la confidenza mirabile con il Logos, il segreto della perennità, della assoluta fedeltà all’Opera.
Assorti nel Logos e nel suo opus terrestre, la fraternità umana può iniziare ad affermarsi sulla Terra, ma necèssita di una donazione assoluta priva di attaccamento egoico, cosí che l’uomo abbia la luce e la gioia del Christo, e la Terra divenga una contrada santa, un luogo di Resurrezione delle forze: il luogo della Pentecoste.
È tutto da meritare, con un lungo e sacrificale operare: con l’ala della intuizione pura che arde il male del mondo e lo restituisce luce creatrice.
Volontà solare, offerta al Christo: il massimo del coraggio, per il Logos vittorioso sulla Terra: l’assoluta purità, l’assoluta forza, l’assoluta audacia della conoscenza, per servire il Christo. Questo è il còmpito che rende necessario l’accordo piú alto dell’anima, cosí che essa riconosca il sentiero del San Graal, come la direzione già assunta sin dall’inizio.”
Massimo Scaligero
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