L’ARCHETIPO-LUGLIO 2016
Anno XXI n. 7
Luglio 2016



Ha sempre esercitato su di me un particolare fascino la conoscenza della storia dei movimenti spirituali, ed in particolare la biografia – sia ch’essa mi giungesse per tradizione orale diretta, oppure mediata dalla forma scritta – di alcune personalità del mondo esoterico e occultistico. Il motivo del mio interesse verso una tale conoscenza storica non era tanto l’appagamento di una comprensibile curiosità, che pur vi era e vi è in me, e forte, curiosità che cerco di “moderare” molto, quanto il fatto che la conoscenza di eventi interiori – nella misura in cui, naturalmente, sia dato di conoscerli – e di varie contingenze della vita di tali personalità in me fa vivere, o rivivere, tutta una magica atmosfera, estremamente lontana dalle aride elucubrazioni di un intellettualismo astratto e dialettico.
La conoscenza della biografia di tali personalità ha il potere di suscitare in me – ma so che anche altri amici hanno la stessa esperienza – tutto un clima di fattività interiore, di fervore di ascesi iniziatica, di slancio verso l’incondizionato, di volontà di concreta realizzazione spirituale. E non poche volte, l’attingere ad una tale conoscenza della “storia interiore” del movimento spirituale ha avuto in me il potere di fluidificare la volontà la quale, nel faticoso cammino che percorre il dantesco “pellegrino d’Amore”, attraversa inevitabilmente momenti di oscurità e di dolorosa contrattura.
Inoltre, la conoscenza “storica” della quale ci stiamo occupando, può essere importante anche per rendersi conto se il movimento spirituale proceda verso la mèta originariamente prefissa; se – come è facile che accada nel tempo – esso si sia diluito, afflosciato, irrigidito, sfigurato, spento; o se, addirittura, in maniera insana e improvvida, non abbia deviato o tradito. Dunque, una conoscenza importante e preziosa sia per il cammino individuale che per quello dell’associazione spirituale, in particolare di quella che Massimo Scaligero chiamava Comunità Solare.
Di varie di queste personalità, tutte legate alla Scienza dello Spirito, mi parlava – negli incontri che riuscivamo ad avere nelle mie un tempo frequenti incursioni in Svizzera – Hella Wiesberger. E devo dire, che proprio lei stessa, la mia cara Hella, era ai miei occhi, in maniera esemplare, uno di quegli esempi “storici”, la cui conoscenza esercitava un’azione energicamente impulsante sulla mia volontà, e decisamente snebbiante sul mio pensiero. Inoltre, Hella – vera memoria storica del movimento antroposofico – era una fonte inesauribile di notizie su singole personalità, su varie cerchie esoteriche, e le sue descrizioni, sempre precise, coglievano invariabilmente l’essenza di un essere, di un ambiente, di un avvenimento. Mi descriveva personalità di elevato rango spirituale come Adolf Arenson, Carl Unger, Michael Bauer, Günther Schubert, Hans Werner Zbinden, Emil Leinhas ed altri discepoli fedeli di Rudolf Steiner nonché amici stretti di Marie Steiner. Conosceva bene pure i rapporti di Giovanni Colazza – e attraverso di lui quelli del Gruppo Novalis di Roma – con Rudolf Steiner e Marie Steiner, e me ne parlava. Mi descriveva anche alcune personalità oltremodo problematiche come Albert Steffen, Günther Wachsmuth ed altre, la cui azione fu fatale e – a mio, e non solo mio, modo di vedere – oltremodo distruttiva nei confronti del movimento spirituale.
Una delle personalità che più mi hanno interessato – e che trovavo straordinariamente simile per vari aspetti ad Hella Wiesberger – fu Martina von Limburger, una dei primi discepoli di Rudolf Steiner, la quale, come Hella, era grande praticante interiore, donna estremamente volitiva, asciutta, pratica, il cui sentimentalismo era molto vicino allo zero, se non addirittura – in particolari situazioni – scendeva al di sotto dello zero di varie misure.
Martina von Limburger, nata von Hoffmann, vide la luce il 1° maggio 1869 a Lipsia, in una aristocratica famiglia sassone dal ben singolare destino. Il padre della nostra Martina, il barone Oskar von Hoffmann, era nato il 22 ottobre 1832, a Trieste – cosa che forse farà piacere ad un lupaccio tergestino di mia conoscenza – città che, a partire dai tempi dell’imperatrice Maria Teresa, era sotto dominio austriaco. Per motivi anagrafici, il barone – “Freiherr” – Oskar von Hoffmann fu certamente – anche a detta del Dottore – il ricercatore spirituale più anziano che scelse di divenire discepolo di Rudolf Steiner. Egli proveniva da una famiglia molto attiva in campo finanziario e bancario in Germania, in Inghilterra e in America. Egli stesso fu attivo in tale campo sino al suo 32° anno, poi sempre di più si allontanò da una partecipazione attiva ad esso. In particolare, non gli piaceva affatto vivere in America, per cui rientrò in Europa, dove nel 1864 sposò Eveline Becker, anch’essa proveniente da una famiglia di banchieri. I due coniugi, essendo ambedue alla ricerca di una Via spirituale, si rivolsero dapprima alla “Teosofia”, così come essa veniva rappresentata dalla neonata Società Teosofica. Addirittura i coniugi Hoffmann ebbero la ventura di conoscere personalmente nel 1884 Helena Petrovna Blavatsky, fondatrice – assieme a Henry Steel Olcott, William Quan Judge, il 17 novembre 1875, a New York – della stessa Società Teosofica, ad Elberfeld ove quest’ultima si era brevemente trattenuta dopo la fondazione della prima associazione teosofica tedesca, la cosiddetta Societät Germania.
L’adesione di Oskar ed Eveline von Hoffmann alla Teosofia blavatskyana fu convinta ed entusiastica. Ma nel tempo fu chiaro che essi in realtà ricercavano un impulso spirituale non solo più radicale e profondo, ma anche più autentico, che sarebbe venuto loro solo dalla Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner. Un momento, anzi una “realizzazione” importante fu la traduzione, che Oskar von Hoffmann fece, dell’aureo libretto di Mabel Collins, The Light on the Path, testo che ebbe notevole importanza e che fu apprezzato molto dalla parte sana del movimento teosofico, ma anche calunniato da coloro che tale parte sana avversavano.
Personalmente conobbi tale libretto della Collins in anni ormai lontani, attraverso una cara amica, B.F.M., che per decenni aveva partecipato alla Società Teosofica e alla sua Scuola Esoterica, quando queste in Italia erano guidate da Roberto Hack. La mia amica era stata la collaboratrice più stretta di Roberto Hack, e per volontà di lui avrebbe dovuto ereditare la direzione della Scuola Esoterica della Società Teosofica in Italia. Roberto Hack aveva liberato in Italia la Scuola Esoterica da tutto il ciarpame che soprattutto Annie Besant, Charles Leadbeater, C. Jinaradasa, vi avevano introdotto, e vi aveva sostituito l’insegnamento upanishadico dell’Atman, del Sé, e la meditazione quotidiana della Bhagavadgita, cosa che io trovavo semplicemente meravigliosa. Ma la mia amica aveva già superato la forma “teosofica”, ancorché relativamente sana, ed era alla ricerca dell’autentica Via dell’Io, e per questo aveva rinunciato a raccogliere l’eredità che Roberto Hack, prima di morire, voleva trasmetterle. La incontrai per la prima volta nell’autunno del 1971, e poco dopo la portai da Massimo Scaligero. Fu lei a donarmi una mirabile traduzione italiana de La Luce sul Sentiero di Mabel Collins, che meditai per anni e che ancora conservo.
Oskar von Hoffmann tradusse in tedesco il testo della Collins col titolo Licht auf dem Weg, che venne pubblicato da Grieben nel 1888 a Lipsia, ove oramai gli Hoffmann vivevano stabilmente con le loro figlie, una delle quali era appunto Martina von Limburger. In seguito, Oskar von Hoffmann tradusse in tedesco, nel 1889, un’altra opera di Mabel Collins, un romanzo occulto intitolato The Idyll of the White Lotus, che apparirà anche in italiano, nel 1944 per i tipi del benemerito editore Fratelli Bocca, col titolo de L’Idillio del loto bianco.
Che Rudolf Steiner desse un particolare valore all’aureo libretto di Mabel Collins, che negli ambienti teosofici era ritenuto ispirato da un Maestro, lo si può rilevare dal fatto che già nel suo giovanile periodo viennese – prima ancora di manifestare pubblicamente la propria missione di Istruttore spirituale – egli consigliasse lo studio e la meditazione de La Luce sul Sentiero, poco dopo la sua pubblicazione in tedesco, ad alcune persone sue amiche. Inoltre, non appena all’interno della Società Teosofica alcune persone si rivolsero a lui per riceverne direttive per il cammino spirituale, egli dette nuovamente tale scritto della Collins come testo di Schola iniziatica, del quale fece un ampio commento, sia orale che scritto, e ne dette vari aforismi come mantram da usare nelle meditazioni quotidiane.
Hella Wiesberger, riferendo una comunicazione di Martina von Limburger, fa notare come fosse in un certo senso fatale che proprio l’opera della Collins per così dire conducesse l’anziano Oskar von Hoffmann ad incontrare la figura di Rudolf Steiner. Infatti, così scrive in una delle sue opere dedicate alla storia della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner:
«Che il Maestro Hilarion sia stato l’ispiratore dello scritto di Mabel Collins, La Luce sul Sentiero, era universalmente noto nella T.S. [Theosophical Society]. La figlia di Oskar von Hoffmann, il quale tradusse in tedesco The Light on the Path, tramandò la comunicazione di Rudolf Steiner, fatta a lei personalmente, che il Maestro Hilarion aveva aiutato suo padre ispirandolo nella traduzione. Questi sarebbe stato un greco, da qui la bella lingua della traduzione che sarebbe mantricamente addirittura più efficace dello stesso testo originale inglese». Nota di H.W. in Zur Geschichte und aus der Inhalten der ersten Abteilung der esoterischen Schule 1904-1914, GA 264, Dornach, 1996, p. 205.
Ma la stessa Mabel Collins trovò, lei pure, la Via alla Scienza dello Spirito. Fu attorno al 1910 che Mabel Collins scoprì Rudolf Steiner e l’Antroposofia. Divenne amica intima di Alice Sauerwein, già discepola del Dottore. Così come Edith Maryon – l’artista che aiutò Rudolf Steiner nello scolpire la statua del Rappresentante dell’Umanità – Daniel Nicol Dunlop, e molti altri provenienti dagli Ordini occulti della Golden Dawn e della Stella Matutina, Alice Sauerwein e Mabel Collins parteciparono alle riunioni settimanali di studio sulla cristologia di Rudolf Steiner, che si tenevano nell’atélier del pittore e avvocato Harry Collison nella primavera del 1912. Mabel Collins espresse con calde parole il suo entusiasmo per l’incontro con la cristologia del Dottore in un articolo A Rosicrucian Ideal, pubblicato in The Occult Review, vol. XV, n° 3, marzo 1912, p. 147. Un secondo articolo la Collins lo pubblicò l’anno dopo col titolo Some Views of Dr. Rudolf Steiner on Human Evolution, in The Occult Review, vol. XVII, n° 5, maggio 1913, p. 282. Nei suddetti articoli ella afferma che la concezione del Logos, come Essere cosmico, costituisce il “cuore” della concezione e dell’insegnamento rosicruciani di Rudolf Steiner.
In quel periodo, Mabel Collins fondò una loggia teosofica chiamata La Luce sul Sentiero, cui parteciparono personalità di rango spirituale come Daniel Nicol Dunlop, che diverrà poi discepolo e amico intimo del Dottore. All’interno di questo gruppo si svolsero le conferenze del barone Alphonse Walleen sulla cristologia rosicruciana di Rudolf Steiner. Nel maggio del 1913 ebbe luogo la conoscenza personale di Mabel Collins con Rudolf Steiner e Marie Steiner, conoscenza avvenuta allorché il Dottore si recò a Londra due giorni dopo la fondazione della prima Società Antroposofica, avvenuta dopo la separazione dalla Società Teosofica di Adyar, trascinata ormai da Annie Besant e da Charles Leadbeater sulla via del fanatismo visionario, della infatuazione ritualistica e di una subdola complicità tra esoterismo e politica. Sappiamo che Mabel Collins ebbe, in tale occasione, con Rudolf Steiner e Marie Steiner conversazioni molto intense e prolungate. E stando a quanto comunicò Hella Wiesberger la Collins iniziò tutta una corrispondenza con Rudolf Steiner e Marie Steiner, attualmente conservata nell’Archivio della Rudolf Steiner-Nachlassverwaltung. Sempre secondo quanto afferma Hella Wiesberger, Mabel Collins aderì pienamente alla neonata Società Antroposofica: cosa per me oltremodo credibile, viste le espressioni usate dalla Collins in quel periodo in una opera, The Story of the Year, nella quale ella loda il «metodo di Steiner», che trovava estremamente differente da quello di «certi eminenti teosofi londinesi, i quali praticano lo spiritismo e pretendono di ricevere i messaggi dei Maestri attraverso i medium». Lei stessa aveva lottato e lottava per superare quella chiaroveggenza atavica che possedeva naturalmente, e cercava la nuova Via dell’Io. Infatti così scrive, in A Rosicrucian Ideal, op. cit., p. 148 e segg.: «Io sono assolutamente dell’opinione del Dr. Steiner allorché dice che ogni conoscenza, ogni istruzione, non possano essere dati o ricevuti altro che in piena coscienza. Nessun medium deve essere utilizzato al fine di apportare la verità al mondo. La ricerca della verità deve essere preceduta da un rafforzamento della coscienza».
Tornando ad Oskar von Hoffmann, il lodato e ispirato traduttore in tedesco de La Luce sul Sentiero, egli dovette la sua conoscenza dell’opera e della persona di Rudolf Steiner a suo fratello Alphons che scrisse a lui e a sua moglie Eveline da Londra: «Voi leggete e scrivete sempre di Annie Besant, e tuttavia avete voi stessi una personalità molto più importante, avete un Rudolf Steiner», in Thomas Meyer, Nachwort des Herausgebers, in Collins, M.: Light on the Path – Licht auf dem Weg. Zweisprachige Ausgabe mit den Kommentaren Rudolf Steiners. Basel 2000.
Gli Hoffmann andarono a Berlino ad ascoltare Rudolf Steiner e ne ritornarono entusiasti. Dopo la successiva conferenza pubblica di Rudolf Steiner a Lipsia – avvenuta il 31 gennaio 1906 – Oskar von Hoffmann, che ormai aveva già superato i 73 anni, fece la conoscenza personale con Rudolf Steiner attraverso la propria più importante collaboratrice: la signora Elisa o Elsa Wolfram. Secondo quanto scrive Martina von Limburger in Aus Gesprächen mit Rudolf Steiner [Da colloqui con Rudolf Steiner], pubblicato in Mitteilungen aus der anthroposophischen Arbeit in Deutschland, 1952, Nr.19, il giorno dopo, Rudolf Steiner andò a trovarlo ed invitò lui, sua moglie, e sua figlia Martina, da poco vedova, a partecipare a futuri incontri mensili con lui in una piccola cerchia. Hoffmann, basandosi su sue precedenti brutte esperienze, rispose: «Sì, ma non diventiamo membri!». Al che il Dottore lo rassicurò sorridendo: «Ma non è affatto necessario!». Tuttavia, nell’autunno del 1906, dopo che la loro figlia Martina era divenuta membro della Società Teosofica, ambedue gli Hoffmann – Eveline ed Oskar – si iscrissero anche loro alla Società Teosofica. Negli anni successivi, sino alla morte di Oskar von Hoffmann, ogni volta che Rudolf Steiner passava a Lipsia, andò sempre a visitare gli Hoffmann.
Rudolf Steiner volle commemorare, il 7 maggio 1912 a Colonia, la scomparsa del barone Oskar von Hoffmann con le seguenti toccanti parole, riportate nel volume Unsere Toten [I nostri morti], GA-261, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1984, p. 321: «Tra coloro che negli ultimi tempi hanno lasciato il piano fisico, vi è anche una personalità che forse i soci che da non molto tempo sono collegati col movimento teosofico, conoscono solo poco, ma che coloro che invece si sono interessati estesamente del movimento tedesco hanno proprio imparato ad amare e ad apprezzare. Il traduttore di uno scritto in lingua tedesca – uno scritto che per molti teosofi è diventato straordinariamente prezioso – il nostro amico barone von Hoffmann in questi giorni ci è stato portato via in tarda età. Egli ha realizzato attraverso la sua meravigliosamente bella traduzione, così poetica della Luce sul Sentiero un grande servizio al movimento teosofico tedesco. Grati dobbiamo commemorare colui che ha tradotto questo scritto con così mirabile magia poetica. Il barone von Hoffmann negli ultimi giorni ha lasciato il piano fisico. Anche a lui serberemo amore e fedeltà nel mondo spirituale».
Martina nacque, come abbiamo visto, il 1° maggio 1869, ed era la seconda delle tre figlie della coppia Hoffmann. La famiglia agiata le permise una educazione raffinata. Nel 1894 sposò Paul Bernhard von Limburger, il proprietario di una grande casa di commercio di Lipsia. Dal loro matrimonio felice nacque, come unico figlio, Oskar Bernhard. Purtroppo nel 1905 Paul Bernhard morì per una tubercolosi polmonare, che gli era stata diagnosticata già nel 1903, e le consuete, stantie, parole consolatorie pronunciate in chiesa lasciarono la sua anima fredda e vuota. Ma poco prima di tale tragedia familiare, lo zio Alphons, come abbiamo visto, aveva fatto conoscere alla famiglia di Martina la figura di Rudolf Steiner, e già durante la prima conferenza del Dottore che ascoltò, il 31 gennaio 1906, ella interiormente seppe: «È proprio questo ciò di cui hai bisogno, ciò che hai cercato da sempre. Questa è la Guida della mia vita!».
Nel luglio del 1906 divenne membro della Società Teosofica (e dal 1913 della Società Antroposofica), e sul suo esempio lo divennero pure i suoi genitori. Ricevette da Rudolf Steiner esercizi e indicazioni di meditazione ch’ella esercitò ed elaborò interiormente durante l’intera sua vita. Molto di quel che Rudolf Steiner disse nei colloqui in occasione delle sue venute a Lipsia, durante le quali invariabilmente passava a visitare la famiglia Hoffmann, Martina, oramai vedova von Limburger, lo fissò per iscritto. Su preghiera di Marie Steiner, della quale era molto amica, all’inizio degli anni cinquanta dello scorso secolo, Martina von Limburger trascrisse i suoi appunti di quei preziosi colloqui col Dr. Steiner e trascrisse altresì le indicazioni sulla meditazione da lei ricevute sia personalmente sia all’interno della Scuola Esoterica.
La nostra Martina fu in condizione di poter ascoltare molte conferenze singole e di seguire interi cicli di esse, tenuti da Rudolf Steiner in varie città. Inoltre, partecipò alle ‘lezioni esoteriche’ tenute dal Dottore nella Prima Classe della prima Scuola Esoterica, ai rituali che venivano eseguiti nella Mystica Aeterna, ossia nella Seconda e Terza Classe della Schola. Sino alla fine della sua vita, elaborò interiormente quanto ricevuto. Viaggiò molto, sino a tarda età, in molti paesi europei. Per lunghi anni si occupò e tradusse l’opera del francese Antoine Fabre d’Olivet, del quale tradusse la monumentale La Langue hébraïque restituée etc., del 1815, opera addirittura mitica nel milieu dell’Occultisme ottocentesco.
La sua generosità la portò a sostenere finanziariamente varie iniziative antroposofiche. In particolare fece una generosa donazione per coprire i costi di una delle finestre del Goetheanum, tutte eseguite da Assja Turgenieva, l’artista russa amicissima di Marie Steiner. Sino al 1945 visse in una sua proprietà nelle vicinanze di Lipsia. Soccorse, anche economicamente, tutte le persone bisognose che si rivolgevano a lei, e durante la I Guerra Mondiale, si prodigò assieme alle sue sorelle nella cura dei feriti, nel soccorso ai ciechi di guerra e ai senzatetto.
Nel corso della II Guerra mondiale presentì la capitolazione. Nelle ristrettezze e nell’assillo causati da tali tragici eventi, Martina trasse la sua forza interiore dall’Antroposofia. Ma con il caos, e i pericoli, provocati dal crollo della Germania alla fine della II Guerra Mondiale, dovette spostarsi in Germania occidentale: dapprima a Reutti, dalle parti di Ulm, dove viveva suo figlio, infine a Haus Hohenstein, nella casa di riposo della Christengemeinschaft a Murrhard, ove venne trattata con profondo rispetto, e addirittura con venerazione, come persona che conobbe personalmente Rudolf Steiner, del quale era intima amica..
Jürgen von Grone, uno dei discepoli diretti di Rudolf Steiner, nella sua rievocazione, in Martina von Limburger, Mitteilungen aus der anthroposophischen Arbeit in Deutschland, 1956, Nr. 36, la descrive come una personalità amabile, profondamente degna di venerazione, dall’intelletto acuto, dalla volontà energica, e dal vivace temperamento. Mette in evidenza anche il suo carattere assolutamente non sentimentale – völlig unsentimental – dotata di un fresco senso dell’humour, nonché di una buona dose di autoironia. Avere a che fare con lei non era cosa facile per tutti, pur essendo lei persona sempre accessibile e disponibile nei confronti di tutti. A coloro che si trovavano in difficoltà nella vita donava forza e aiuto, ma non solo: orientava col suo consiglio coloro che si scoraggiavano, invitandoli a non evitare enigmi e difficoltà, che l’esistenza poteva presentare loro nel cammino della vita.
In lei rimase sempre vivo il legame col suo defunto marito, e gioiva per la certezza interiore di ricongiungersi con lui una volta superata la soglia della morte. Martina von Limburger trapassò calma, serena e senza lotta, il 2 aprile 1956, nel mondo spirituale.
Queste note biografiche, vogliono essere, oltre che una breve rievocazione di una eccezionale personalità di asceta praticante e del milieu che ruotava attorno a lei e a Rudolf Steiner, anche una sorta di introduzione ad uno scritto di Martina von Limburger – già tradotto e in fase di revisione – che raccoglie, in uno stile semplice e scarno – molto simile a quello che possiamo trovare nelle comunicazioni orali o scritte di Giovanni Colazza – tutta una serie di indicazioni sul meditare datele da Rudolf Steiner, sia individualmente, sia all’interno delle lezioni esoteriche, che venivano tenute nella Scuola. Tale scritto, tradotto con ogni diligenza possibile, verrà pubblicato su questo temerario blog in un prossimo articolo, del quale questo è in un certo senso la premessa storica e la giustificazione. Poiché Martina von Limburger raccolse per iscritto e trasmise quelle indicazioni ascetiche su esplicita richiesta di Marie Steiner, noi abbiamo motivo essere profondamente grati a tutte e due queste Donne fedeli e coraggiose.

(Cammino evolutivo – Marina Sagramora)
Ciò che nella tradizione ermetica si chiama la “separazione dei misti”, nella tradizione indú del Sâmkhya viene designato come distacco del purusha dalla prakrti ossia distacco di ciò che nella personalità è natura, necessità, divenire, per l’identificazione, o liberazione del principio virile fatto di pura coscienza che, immobile, ma attivo nella sua immobilità, è il centro di ogni movimento. La separazione del principio purushico è un trarre fuori dal tramortimento di una semicoscienza – che corrisponde allo stato di veglia dell’uomo cosiddetto normale – il vero principio dell’autocoscienza, e ad essa corrisponde una tecnica tradizionale che si ritrova nello yoga d’intonazione sâmkhya del Patanjali, come pure nella Bhagavad-gîtâ.
Questo metodo può essere applicato in una forma veramente creativa se si afferra in profondità il suo autentico senso occulto. Apparentemente il distacco sembra un’operazione semplice: l’uomo, infatti, ha l’illusione di sperimentarsi come coscienza di essere in quanto si sente vivere immerso nei suoi pensieri, nei suoi sentimenti e nelle sue sensazioni, ma in sostanza la sua coscienza è sprofondata in essi, anzi si può dire che è tessuta di essi; non lui, dunque, ma qualcuno “al difuori” o “al disopra” di lui ha veramente coscienza di quel che avviene in lui: questo qualcuno appare come il suo stesso Io, allorché si riconosce al disopra della immedesimazione.
Una volta compreso ciò, si è sulla via per discernere la possibilità di un distacco reale e positivo da un distacco puramente intellettuale. Infatti, inizialmente, tale distacco viene realizzato soltanto sul piano mentale – e mentale è altresí la sensazione di essersi separati dal mondo emotivo e da quello volitivo-impulsivo, perché noi veramente, se possiamo dire di sperimentare chiaramente i nostri pensieri allo stato di veglia, non possiamo dire la stessa cosa circa il mondo dei nostri sentimenti e della nostra volontà e istintività, del quale noi conosciamo solo i riflessi nella coscienza piú esteriore e, appunto, cogitativa. Cosí è possibile, a quei pochi che iniziano una tale esperienza, scambiare per l’autentico distacco ciò che è raggiungibile in modo relativamente facile, cioè la separazione del principio purushico da quella che si può chiamare la prakrti mentale, cioè dall’insieme delle modificazioni, dei movimenti, dei flussi che compongono l’ordinaria vita psichica individuale. La tecnica del «silenzio» e il ricongiungimento con la forza originaria che agisce dietro il pensiero possono già condurre a tanto. A questo punto si raggiunge una libertà che ha un valore effettivo, ma che può dare alla coscienza non completamente integrata l’illusione di un distacco anche dai piani che degradano verso la natura piú profonda ed organica, e di un realizzato dominio su di essi, mentre, in realtà, si è solo raggiunta una facoltà di controllo su di essi semplicemente attraverso il sistema nervoso centrale, anzi attraverso qualche centro nervoso piú particolarmente legato alla vita mentale. Si tratta dunque di un controllo indiretto, riflesso e periferico, che ha solo un valore preliminare.
A tale riguardo, possiamo dire qualcosa che noi stessi abbiamo sperimentato e che dal punto di vista del metodo ci sembra di fondamentale importanza. È dunque raggiungibile un punto, in cui si è liberi dal dominio della prakrti, senza però che l’Io si sia ancora realizzato nella vera, assoluta natura purushica. Questo è un punto che noi possiamo chiamare “neutro”, perché si è in un certo modo “liberati”, ma non ancora capaci di “liberare”, ed è un punto realmente pericoloso, non soltanto perché il discepolo può cadere nel compiacimento e nell’abuso di una certa libertà conquistata, ma soprattutto perché, proprio in tale stato, si verifica nella vita fisio-psichica di lui un arresto della direzione naturale di ogni suo processo vitale, ossia si verifica una interruzione nel ritmo di quella vita fisica intesa nel senso normale che, non disturbata da un’esperienza trascendente, passa generalmente da un rigoglio di giovinezza ad una vigoria nella maturità e ad un lento decadimento dopo l’età matura.
Avvenendo tale arresto, l’individuo ha la sensazione di un vacillare pauroso delle proprie forze fisiche e sente impellente la necessità di attingere energie vitali per sorreggere ed animare la propria esistenza corporea. Egli si riconosce, da quel momento, come un “lottatore contro la morte”. E qui si presenta il pericolo di una insufficiente conoscenza, perché due vie gli si offrono per alimentare con ancora energia vitale le radici della sua vita fisica: una via dal basso e una via dall’alto. Ma quella dal basso è piú facile e molti metodi magici, a questo punto, sono pronti ad aiutare il “lottatore contro la morte”, il quale, continuando a mantenere la sua posizione di distacco, potrà salvare la propria vitalità fisica venendo ad un “patto” con delle forze “infere”, dalle quali potrà effettivamente assorbire calore ed energia tanto da superare l’interruzione. E questo può essere il principio di gravi deviazioni.
Ma c’è l’altra via, quella solare, la via per cui “Il lottatore contro la morte” porta a compimento il distacco ricongiungendosi con quella forza, che è la vera essenza originaria del suo Spirito, che è il purusha correlativo non ad una prakrti particolare e mentale, ma all’intera prakrti, il che vale a dire, piú o meno, a tutto l’ordine manifestato. Allora il punto neutro egli può superarlo, perché dall’alto gli viene una forza capace di compensare lo squilibrio, di sostenere ed animare la sua vita, producendo una trasformazione profonda di tutto l’essere. Chi ha provato il pericolo dello sprofondamento nelle tenebre da cui in effetti possono giungere calore e luce tenebrosi, ed ha avuto la forza di resistere al fascino di questo calore e di questa luce che lo spingerebbero ad un fruimento dionisiaco, il quale gli diverrebbe poi una necessità continua per la vita e il gusto della vita, può veramente comprendere quale sia la direzione solare, la direzione purushica, e cercar di attingere su di essa l’autentico calore e l’autentica luce.
Può aggiungersi un’altra considerazione: se il provvisorio «io» mentale dell’uomo distaccatosi soltanto dalla dinamica mentale intendesse affrontare con i suoi soli mezzi il mondo delle emozioni, dell’angoscia, della paura, del desiderio, degli attaccamenti organico-istintivi alla vita fisica, avrebbe grande probabilità di esser sopraffatto o giocato. Soltanto riconnettendosi ad una forza superiore, la quale non combatte piú sullo stesso piano dell’avversario, il discepolo può divenire il guerriero capace di ridurre all’obbedienza il nemico. Qui l’isolamento del purusha mentale costituisce solo l’inizio. Da un certo punto di vista, è solo una preparazione. È necessario, in piú, un “contatto”.
Non altro è il senso piú profondo dell’insegnamento cattolico, secondo il quale solo mediante la “grazia” è possibile combattere positivamente contro il “peccato” e contro le “tentazioni”. Nelle tradizioni indú – in alcune tradizioni indú, per lo meno, che figurano anche nella Bhagavad-gîtâ – si parla, parimenti, della opportunità di integrare la via semplicemente conoscitiva con una bhakti, nella bhakti – termine che i piú traducono con “devozione”, ma che significa piuttosto un orientamento dell’animo fervidamente trascendente, verso l’alto, il punto di vista teistico avendo notoriamente in India un significato assai subordinato – intendendosi la forza capace di portare il discepolo oltre quel “punto neutro”, nel quale è quasi inevitabile la deviazione e il pericolo di un rivolgimento titanico-dionisiaco. Là dove invece esistano forme regolari di iniziazione, già la trasmissione rituale e gerarchica delle “influenze spirituali” va ad integrare i risultati dell’opera puramente personale di “separazione”, tali influenze andando appunto a vivificare e a trasfigurare il nucleo purushico già isolato, tanto da propiziargli il ritorno al suo stato primordiale, la realizzazione della vera forza e della vera vita. E questo stesso è il punto in cui ogni dualismo cessa e in cui si può sviluppare in profondità l’opera della vera trasmutazione secondo l’Arte Regia e solare.
Maximus
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da Introduzione alla Magia quale Scienza dell’Io, UR, XI, Ed. Mediterranee, pp. 378-382

Vi sono dei sogni tormentosi, anche angosciosi, in cui si stende la mano ma non riesce di afferrare l’oggetto, o in cui si tenta di parlare ma la voce non esce dalla gola o ancora, non si riesce a ritrovare la strada che prima si era percorsa.
L’uomo moderno, sovente è tale sognatore e non trova la via, non sa dire la parola liberatrice, e quello che è peggio, ignora quale sia l’impedimento.
Forse egli vive suggestionato da dogmi paralizzanti, forse si irrigidisce per prestare loro una strana fede: come se un’invisibile Inquisizione glieli imponesse con uno spietato sgherro attento che il prigioniero non fugga. E certamente non fugge: connivente col carceriere.
Vi fu un tempo, solo in parte mitico, in cui le Vie dello spirito incoraggiavano, per devota imitazione o per indicazioni dirette, l’anima umana ad apprezzare nella vita tutto quello che adombrava l’immutevole.
Di cosa parlo? Di oggetti armoniosi, come i cristalli, di piante che crescono secondo norma e legge, del respiro su cui si modellano i versi poetici, degli edifici eretti da sezioni auree, dei rapporti simbolici che appaiono tra fenomeni diversi. A questo genere di osservazioni fa riscontro una disposizione contemplativa, la calma e l’armonia delle facoltà: dei sentimenti, delle immagini, dei pensieri.
Ora il piatto della bilancia dell’esperienza generale si è inclinato sul lato opposto. Ha il suo significato questo fatto e non va eluso o avversato ciecamente, però è anche un fatto che tale opposta inclinazione si è allontanata dall’essere, da ciò che manifesta la durata: il divenire si è imposto su quello che non muta.
Questo stato di cose, resosi eccessivo, impone come condizione sana il turbamento e innalza sugli altari l’antitesi di quanto è perfetto: fatti umani banali, mortali, provvisori, oggetti che suggeriscano la polemica, la discussione, una labile temporaneità. Sia chiaro, non è il trionfo dell’evoluzione ma del progresso indefinito, avente qualche giustificazione nella sfera degli oggetti meccanici e nessuna nell’ambito della pura condizione umana.
Ad esempio nell’arte si sente dire che un artista è valido perché “inserito nel suo tempo”, o con mineraria metafora, “in un filone attuale”. La ricerca deve aggettivarsi con “inquieta” e l’esperimento con la condizione di “sofferto”.
Da sempre, nell’arte, l’uomo si è teso verso un ideale superiore, di bellezza o di divinità. Porre al loro posto il caos delle pulsioni subconscie sembra – e forse lo è davvero – la confessione di non essere umani ma solo e semplicemente dei bruti.
L’artista, nel dogma del progresso infinito, vale per quanto sia scadente, per quanto appare e non è: infatti esso “provoca” o “segue una corrente”, invece di tirarsi fuori dal gioco delle circostanze.
Così è venuta a mancare la tradizione di gusto e perizia: infatti più nessuno è capace di comporre un poema, pochi sanno scrivere un credibile romanzo ed i buoni ritrattisti, ammesso che ce ne siano ancora, vengono soppiantati da compiacenti fotografi del pennello.
Chiedete ai preti del progresso il motivo per cui, tra il culto della storicità e quello dell’eternità, deve essere doveroso optare per il primo. Chiedete loro quale senso abbia il continuo votarsi alla corrente delle cose di oggi e già domani precipitate nella dissoluzione.
Essi rispondono, in linea di massima, che è una necessità che ogni opera, ogni sentire debbano dipendere dal mutevole sociale del contesto storico. Come a dire che se l’uomo dipende dal respirare e dal mangiare ne deriva che in lui niente può sussistere oltre i movimenti polmonari e digestivi.
Sono d’accordo che in ogni nascita sia insito il declino, che ogni atto piglia il colore della storia che lo precedette, ma questo modo di vedere e di sentire, quando è univoco, fomenta solo labilità, storicità, mortalità mentre altre cose (ad esempio i cristalli e le monodie gregoriane) portano all’idea della durata, della intemporalità, della permanenza perenne.
Posso non parteggiare: solo affermo che il soggetto che possegga una naturale capacità di contemplare sia il crescere che il deperire è venuto a mancare. E senza di esso manca appunto l’elemento permanente, quello che domina il divenire. Religioni e gnosi si adeguano, con ignominiosa leggerezza alla mutevolezza, alle mode dei tempi che casuali non sono: mosse da spiriti di potente intelletto e votati a trascinare l’uomo in una realtà mozzata, privata da quella armonia, bellezza e sacralità ancora presente in molte anime sino alla metà del secolo scorso.
All’uomo di oggi sfugge l’evasione dal tempo che si manifesta quando egli incontra lo stupore ammirativo.
Non si appartiene a questo tempo se non ci si aggiorna “adeguando le strutture” o “indicando nuove prospettive di ricerca e sperimentazione”.
Abbiamo letto di comunità spirituali (l’antroposofia, che sia figlia o madre, ci sta in pieno) che considerano superate o da superarsi le indicazioni spirituali che hanno dato un senso al loro esistere, perché “sorpassate”. Sorpassate da chi o da cosa? Che ci sia un superamento è certo: quello dell’involuzione dei nuovi araldi verso il proprio lieto coacervo di confusione e demenza .
Dove manca la percezione qualitativa, la qualità (valore) si riduce a quantità e la quantità si dissolve in statistica, cioè in astrazione. L’astrazione non è capace di confrontare i fatti contingenti con un giudizio che possa relazionarli con i valori perenni: così tutto si fa utopico, rinviando al futuro immaginario la soluzione di ogni problema. Si scarica sul futuro tutto quello che avrebbe bisogno – nel presente – di pensiero capace di afferrare le idee rispondenti agli enigmi percettivi.
Verrebbe da dire, con la rustica furbizia di Sancho Panza: “E se vi ascolto e mi adeguo ai tempi, che cosa mi offrite in cambio, che cosa ci guadagno?” Fate questa domanda ai propugnatori dell’effimero e nessuna risposta soddisfacente vi verrà data.
A compenso, sono così tanti ad essere d’accordo nel parlare di “crollo dei valori” che già la quantità di queste brave persone appare sospetta. A ragione. Poiché questo crollo dei valori non è un fatto ma un atto.
Nessuno impedisce ad un soggetto reale di valutare ciò che, via via, si presenta all’attenzione per quello che è in quanto privo di radici nell’eterno: persino quando la Bestia mimetica si appropria di parole che appartennero alla Luce. Chiunque è libero di porre rifiuto e riverenza alla moda, all’attualità acefala, alla saggezza degli psittacidi di umana sembianza.
Certo, la valutazione di un essere libero non avrà, probabilmente, eco sociale, ma essa per essere vera non aspetta risonanze, solo oggettività. In caso diverso è misero calcolo politico. Il critico menzognero ha già abbandonato l’idea della qualità a favore della quantità cioè di quanti possano ammirarlo. Egli ha disdegnato la gioia del conoscere perché non sa conoscere, ignora il lampo spirituale che lo aprirebbe all’eterno. Di fatto, teme l’eterno.
Basterebbe uno scatto, uno scatto regale o fatale, per affrancarsi. Ma lo scatto gli risulta impossibile, come a chi nel sogno non riesce a cacciar fuori la voce, a ritrovare la via.
Per chi è in combutta col suo carceriere, per chi si lascia sommergere totalmente nel flusso indifferenziato del divenire, nulla rimane che possa orientarsi verso la realtà dell’essere. Eppure senza uno spiraglio nell’essenza anche il tentativo di molti di operare per il bene è inganno. Riccardo da San Vittore ammoniva: “I demoni sollecitano allo zelo dell’altrui salvezza. Eccitano e infiammano a convertire ed edificare gli altri per togliere la pace dal cuore e distogliere dal pensare quanto si dovrebbe alla personale utilità e salvezza”.
Già: spiritualizzare gli altri! E Rosmini ha dato, per queste smanie, una regola aurea: “L’indifferenza a tutte le opere buone” spiegando che: ”santa può essere l’opera in sé medesima, ma non è l’opera santa in sé medesima che Iddio vuole, ma quella che è santa per noi. Perché Iddio vuole da noi la nostra santità, e non vuole altro che la nostra santità”.
C.S.Lewis spiega la demonia del mutamento. Scrive Lewis che il reale è un bene e pienamente reale è soltanto il presente. Tuttavia chi guarda al passato può, se non fantastica, affermare qualcosa di determinato. Chi ha occhi solo per il futuro è esposto in pieno alla irrealtà satanica, al massimo del non essere, perché il futuro è la temporalità schietta ed irrimediabile, il luogo della speranza e del timore, l’ignoto, ciò che non assomiglia affatto all’eterno: mentre il presente, se lodato o portato con rassegnazione, si illumina di indizi o primizie di eternità.
Non a caso, proprio nei Vangeli è così ripetuta l’esortazione al presente e raccomandata l’incuria del futuro.
Perciò, spiega il demonio di Lewis, l’apriorismo dell’evoluzione, l’umanesimo scientifico e in genere le dottrine che inchiodino al futuro, sono satanicamente incoraggiate: timore, avarizia, ambizione, sono radicate nell’avvenire, mentre la gratitudine e la lode sono volte al passato e l’amore è tutto presente.
Il tempo che succhia la vita ha bisogno, talvolta, di essere fermato. Noi tentiamo di fermarlo con la meditazione e con quello che essa, intuitivamente, insegna all’anima.
Chi medita è oggetto di pesanti ironie, così come viene dimostrato il fatto inequivocabile che questi non è immune da problemi e difetti. Egli pare più colpevole dei comuni criminali: è il tripudio dei bruti che, pare, pretenderebbero da lui una santità da evento mediatico.
Essi ignorano e sempre ignoreranno che il meditare può, all’inizio e non solo, portare sembianze di turbamento: la solitudine dell’asceta può provocare ansia, paura di non si sa che cosa. La resezione dell’io può dare frustrazioni, ire, che potrebbero mascherarsi e sfociare nel fanatismo persecutore e zelante, o può far piombare nella depressione.
Coloro che non esercitano alcun freno su se stessi si compiacciono a vedere queste prove di chi ha preso l’opposta via e ignorano che esse sono come lo scricchiolare delle giunture quando, dopo una lunga inerzia, si tenta di nuovo il movimento.
Assai incerta e tortuosa è la via per liberare dalle tenebre la parola, per ritrovare la strada smarrita, ma assumendosi il rischio e uscendo dal sogno, è comunque la via possibile.

L’uomo mangia regolarmente alimenti vegetali e alimenti animali. Vi ho già detto una volta che io non propendo per alcun regime alimentare, ma spiego semplicemente come agisce questo regime.
E’ successo spesso che qualche vegetariano venga da me per parlarmi della sua tendenza a perdere leggermente conoscenza, ecc. ed io allora dico: “beh, ciò dipende dal fatto che lei non mangia la carne.” Bisogna considerare le cose in maniera obbiettiva, vero? Non bisogna voler arrivare ai propri fini con la forza.
Ma cosa significa considerare in maniera obbiettiva quanto riguarda l’alimentazione vegetale e l’alimentazione carnea?
Dunque signori, prendiamo in considerazione la pianta. La pianta giunge a sviluppare il suo seme, che è nascosto nella terra, in modo che esso formi foglie verdi e petali colorati. E paragonate ciò che raccogliete della pianta – sia che cogliete la spiga o l’intero cavolo da cucinare – paragonatelo dunque con la carne, con la massa muscolare di un animale. La sostanza è completamente differente, vero? Ma che legame c’è tra queste due sostanze?
Sapete bene che ci sono animali che si comportano come vegetariani, essi non mangiano carne. E nemmeno i cavalli sono carnivori, essi non mangiano che vegetali.
Ora, bisogna rendersi conto che l’animale non si accontenta di ingurgitare del nutrimento, ma si sbarazza anche in continuazione di ciò che si trova nel suo organismo. Voi sapete che, per esempio, gli uccelli mutano le penne; ogni anno le perdono e devono rimpiazzarle con delle nuove. Sapete che i cervi perdono ogni anno i loro palchi. Voi stessi quando vi tagliate le unghie constatate poi che esse ricrescono. Ma ciò che in questi casi appare in modo visibile, accade continuamente in modo impercettibile! Noi eliminiamo continuamente la nostra pelle, l’ho già spiegato in altre occasioni e nel giro di sette, otto anni noi eliminiamo tutto il nostro corpo e lo rimpiazziamo con un corpo nuovo. Lo stesso succede con gli animali. Fermiamoci un momento a considerare una mucca o un bue: ebbene, se voi lo prendete qualche anno più tardi, la carne che lo costituisce è completamente cambiata.
C’è un po’ di differenza tra il bue e l’uomo; la rigenerazione è più rapida nel bue. La sua carne si è dunque rigenerata; ma da che cosa si origina questa carne? E’ questo che dobbiamo domandarci. All’origine ci sono solo materie vegetali. Il bue ha prodotto da sé la sua carne a partire da materie vegetali. Questa è la cosa più importante che dobbiamo rilevare: l’organismo animale è dunque in grado di trasformare i vegetali in carne. Ebbene, Signori, potete far cuocere un cavolo quanto volete, ma non riuscirete mai a trasformarlo in carne mettendolo in pentola o in casseruola, come non è possibile trasformare in carne la torta che abbiamo appena fatto. Non c’è una tecnica che permetta questa trasformazione. Ma tuttavia ciò che non si può ottenere con la tecnica, avviene nell’organismo animale. E’, molto semplicemente, la carne prodotta dal corpo dell’animale, ma le forze necessarie a quest’operazione devono prima essere presenti nell’organismo. Tra tutte le forze tecnologiche di cui disponiamo, non ci sono quelle in grado di trasformare i vegetali in carne. Non ne abbiamo. Anche il nostro corpo, come quello animale, possiede dunque le forze capaci di trasformare le sostanze vegetali, le materie vegetali in materia carnea.
Consideriamo ora una pianta. Essa si trova ancora in un prato o in un campo e fino a questo momento le forze che hanno agito su di lei , hanno fatto spuntare le foglie verdi, le bacche etc. Supponiamo ora che una mucca mangi questa pianta. Una mucca o un bue che mangi questa pianta, la trasformerà in carne. Ciò significa che il bue possiede in sé le forze che gli permettono di trasformare questa pianta in carne. Immaginiamoci ora che il bue venga voglia di dirsi: ” Ne ho abbastanza di passeggiare e non far altro che mangiare erba ! Un altro maiale può farlo per me ed io mi mangerò questo animale!” Dunque il bue si metterebbe a mangiare la carne e tuttavia egli stesso è in grado di fabbricarsi la carne! Tutte le forze che in lui potrebbero produrre la carne si troverebbero “disoccupate”.
Prendiamo una fabbrica qualunque che dovrebbe produrre una cosa qualunque e supponiamo che non si produca niente , ma che si metta ugualmente in moto tutta la fabbrica – immaginate un po’ l’enorme spreco di forze che ci sarebbe! Si sprecherebbe una grande quantità di energia . Ora, Signori, la forza che viene sprecata nel corpo dell’animale non può dissiparsi all’esterno. Il bue trabocca di questa forza; in lui allora essa fa qualcos’altro che trasformare le materie vegetali in materie carnee. Essa agisce in maniera differente e produce in lui ogni sorta di rifiuti. Al posto di carne vengono fabbricate delle sostanze dannose. Il bue si riempirebbe dunque di tutte le tossine possibili se improvvisamente diventasse carnivoro. In particolare si riempirebbe di acido urico e di urati. Ora gli urati hanno l’abitudine di avere un debole per il sistema nervoso e per il cervello. Se il bue mangiasse direttamente della carne, ne risulterebbe una secrezione di una quantità enorme di urati che si depositerebbero nel cervello e il bue diventerebbe folle. Se potessimo fare l’esperimento di nutrire tutta una mandria di buoi offrendo loro come cibo delle colombe, otterremmo una mandria di buoi completamente pazzi. E’ così che succederebbe. Malgrado la dolcezza delle colombe, i buoi diventerebbero folli.
Vedete dunque che questo fatto contraddice il materialismo, perché se i buoi non mangiassero che colombe, dovrebbero diventare dolci come colombe, se contasse solo l’azione della materia – ma se c’è una cosa che non farebbero, è proprio quella; essi al contrario diventerebbero degli essere terribilmente focosi e scatenati. Pensate solamente che i cavalli confermano già questo fatto: diventano focosi alla minima quantità di carne che gli si dà; si eccitano perché non sono abituati all’alimentazione carnea. Bene, Signori, tutto ciò non è senza riferimento all’uomo. La storia ci insegna una cosa molto interessante, e cioè che una buona parte della popolazione asiatica, è strettamente vegetariana. Quei popoli sono in effetti degli esseri dolci e poco bellicosi. E’ solo a partire dal Medio Oriente, che si comincia a mangiare la carne ed è proprio là che cominciò il furore guerrafondaio. Ciò si spiega col fatto che, quei popoli asiatici che non mangiano carne, usano le loro forze per trasformare le materie vegetali in materie carnee, forze che resterebbero inutilizzate, incoscienti. Ne risulta che questi popoli restano dolci, mentre gli altri non lo sono altrettanto. Orbene, bisogna sapere che quegli uomini non hanno potuto abbandonarsi che pian piano a queste riflessioni, che facciamo noi ora. Perché quando gli uomini cominciarono a mangiare la carne, non era possibile abbandonarsi alla riflessione come noi abbiamo appena fatto. Essi erano guidati dal sentimento e dall’istinto. Vedete, il leone mangia sempre la carne, non è vegetariano. Il leone ha un intestino molto corto. E gli animali che sono erbivori hanno gli intestini molto lunghi. I loro intestini sono molto lunghi.
Si trova lo stesso fenomeno nell’uomo. Un uomo discendente da una razza o da un popolo in cui tutti gli antenati mangiavano carne, ha già gli intestini più corti. I suoi intestini sono diventati troppo corti per un’alimentazione esclusivamente vegetariana. E’ allora necessario che l’uomo passi per tutto ciò che lo rende adatto a conservare – malgrado tutto – la sua salute, se non mangia che vegetali.
Certo, oggigiorno è veramente possibile essere vegetariani. E ciò porta molti vantaggi. Più precisamente, mangiare solo vegetali e non carne è vantaggioso nella misura in cui ci si stanca meno velocemente dall’interno perché giustamente si evita la secrezione di urati e di acido urico. Ci si affatica meno velocemente e si conserva la testa più chiara , di conseguenza si pensa più facilmente, se mai si pensa. Per chi non può pensare, naturalmente non è vantaggioso avere la testa libera degli urati perché è indispensabile che tutto il complesso umano sia in accordo. In breve è possibile all’uomo diventare vegetariano se fa uno sforzo su se stesso. Allora egli usa delle forze che semplicemente restano inutilizzate dalla maggior parte degli uomini che oggigiorno mangiano carne.
Rudolf Steiner
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(Estratto da -Salute e Malattia – conferenza di Rudolf Steiner del 13 gennaio 1923 (pg.329-333) Editions Anthroposophiques Romandes). Traduzione a cura di Mariolina Stefanoni dal sito www.agribionotizie.it

IL PRIMO GIORNO
2. La via verso l’origine
Avviciniamoci con le immagini, ormai acquisite, alle prime fasi della Genesi. A colui che lasci agire su di sé una blastula umana, diventando cosciente che ha davanti a sé la prima differenziazione del giovane embrione, può presentarsi in maniera immediata davanti all’anima, potente, la frase della Genesi: “In principio Dio creò il Cielo e la Terra”. E nei suoi pensieri cresce potentemente la sferula embrionale, la sua vôlta si dilata nell’incommensurabile. Cielo e Terra sorgono davanti al suo occhio interiore, così come ancora se li rappresentava l’antico greco: la Terra come grosso disco, sul quale in forma di semisfera si distende il Cielo. Cielo e Terra, così come, peraltro, li sperimenta il bambino, persino l’uomo adulto, nonostante egli sempre di nuovo inculchi a se stesso il fatto che la Terra sia tonda e che il Cielo si incurvi anche “sotto”, sull’altro lato della Terra, ove non si riesce a vedere.
Tuttavia la blastula non sta affatto al principio dell’evoluzione embrionale. Per cui, questa prima fase deve poter essere confrontata ulteriormente con una evoluzione embrionale ancora più precoce. Noi sappiamo, a dire il vero, che prima della formazione della blastula non hanno luogo mutamenti di forma che possano paragonarsi con questa, e dobbiamo quindi presumere che anche la Genesi con la sua prima frase non faccia ancora creare nulla sotto forma di “Cielo” e “Terra”, così come ce li rappresentiamo nel nostro uso linguistico abituale. Dobbiamo piuttosto presumere – e questa supposizione corrisponde ai dati della Scienza dello Spirito (1), che qui sia intesa dapprincipio una specie di primo orientamento, che vengano separati l’uno dall’altro un regno celeste ed uno terrestre. Siamo tanto più giustificati nel fare questa supposizione, in quanto la Genesi configura per così dire plasticamente il Cielo e la Terra soltanto nel secondo e nel terzo giorno della Creazione.
La prima frase sfolgora come in lettere d’oro attraverso tutta la Genesi. Vedremo che la si può applicare ad ogni stadio dello sviluppo dell’embrione, così come risplende anche da ogni singolo giorno della Creazione, identico ad un possente gesto che orienta il mondo. Nella blastula abbiamo una forma nella quale sono per la prima volta evidenti, per le nostre usuali rappresentazioni, “Cielo e Terra”. Tuttavia se vogliamo confrontare sistematicamente la Genesi con l’evoluzione embrionale, ora dalla blastula dobbiamo ripercorrere l’evoluzione all’indietro, fino a che non troviamo quel punto nel quale, per la prima volta, incontriamo il principio “Cielo e Terra”, così come può essere inteso nelle prime frasi della Genesi.
Arriviamo dapprima alla morula. In essa troviamo quello che nella blastula chiamavamo Terra, che sta al centro, e vediamo questo centro terrestre circondato dall’altra parte, che abbiamo trovato nella blastula formata come vôlta terrestre. Nella morula vi è dunque la “Terra” al centro e attorno ad essa il “Cielo”; la Terra viene completamente avvolta dal Cielo.
Come sopra descritto, il complesso cellulare interno ed esterno alla morula si distinguono esclusivamente attraverso una differenziazione sostanziale sinora sconosciuta(2). Da esperimenti su animali risulta che non solo tali cellule possono essere scambiate tra di loro, senza disturbare in modo sostanziale lo sviluppo dell’embrione, bensì si riesce, per esempio, nel caso di embrioni di riccio di mare, ancora allo stato octocellulare, a cltivare embrioni interi a partire da singoli frammenti.
Nel caso della salamandra (triturus) da un unico nucleo cellulare di uno stadio di 16 cellule si è riusciti persino a coltivare un embrione intero, per la verità aggiungendo il medesimo ad una porzione di citoplasma(3) separata dalla cellula madre prima della strozzatura centrale (prima divisione cellulare dell’ovocellula). Viene realizzata nel caso di ascari e anfibi anche la fusione di due stadi bicellulari in un unico embrione; si ottiene allora una larva gigante (vedi D.STARCK: Embriologia, 1965). Un’unica cellula della morula è per principio nella condizione di produrre di nuovo un’intera morula e quindi un embrione intero, anche se forse un po’ più piccolo. I concetti di “Cielo” e “Terra” perciò non possono più essere qui messi in relazione con le singole cellule o gruppi di cellule. Ora però si sa che le cellule interne della morula si differenziano nel vero e proprio embrione, quelle esterne nei tessuti nutritivi di queste. Perciò si deve presumere che l’informazione per l’ulteriore differenziazione di questi due gruppi di cellule sia tale da orientarli dapprima circa la loro posizione nell’embrione. Come ciò avvenga ancora non lo si sa. Per le nostre considerazioni è anche sufficiente sapere che la sostanza della morula si orienta per così dire nello spazio, che per la sua differenziazione è essenziale se essa sia all’esterno o all’interno. Perciò, nel caso dei nostri concetti di “Cielo” e “Terra” non si tratta più di qualcosa che si vede esteriormente, bensì piuttosto del loro contenuto dinamico nel senso del “celeste” e del “terrestre”. Si allontanano i concetti di “Cielo” e “Terra” da un rapporto concepibile sensibilmente.
Il “Cielo” diventa l’esterno, addirittura un esterno che spinge al movimento, od un campo di forza che si vuole sviluppare verso l’esterno – vedremo in seguito come il trofoblasto si espanda prestissimo ad enorme grandezza – e la “Terra” diventa ciò che all’interno vive embrionalmente e preme per la conformazione. “Cielo” e “Terra” diventano ciò che si potrebbe chiamare “un qualcosa che si rivela esteriormente, un qualcosa che si annuncia verso l’esterno” ed “una vivacità interna, un elemento interiore vivente”. Queste sono formulazioni di RUDOLF STEINER, da lui adoperate per la caratterizzazione di questi concetti nel primo versetto della Genesi, che tuttavia non si riferiscono espressamente all’evoluzione embrionale (vedi RUDOLF STEINER, I misteri della storia biblica della creazione).
Tuttavia neppure la morula è ancora l’inizio dell’evoluzione embrionale. Tornando indietro, risaliamo all’ovocellula fecondata. In essa non vi è ancora alcun sostrato sostanziale del quale si possa dire: questa parte si svilupperà verso l’esterno nel trofoblasto, quella verso l’interno nell’embrioblasto. I concetti di “Cielo” e di “Terra”, nel senso di ciò che potremmo chiamare “ciò che anela all’esterno” e “ciò che vive nell’interno”, qui si riferiscono ancora unicamente al luogo, ovverosia il loro unico rapporto con la materia è quello che essi non possono essere pensati in un qualsivoglia luogo, bensì unicamente qui proprio nell’ovocellula.
Ma poiché all’interno dell’ovocellula non può esser presente più alcuna relazione materiale, questi concetti non sono più applicabili allo spazio dell’ovocellula, bensì si riferiranno a concetti relativi allo spazio come tali, possiamo anche dire allo spazio cosmico, nel quale l’ovocellula ormai è il suo punto di riferimento. Chi volesse vedere nel citoplasma e nel nucleo cellulare dei correlati per “Cielo” e “Terra”, dovrebbe fraintendere per principio ciò che qui viene inteso. “Cielo” e “Terra” superano qui i limiti dello spazio ovocellulare e divengono così possenti nella loro potenza, che a tutta prima non si sa, se voglia nascere un mondo oppure un uomo.
Ma l’ovocellula fecondata non è ancora l’inizio ricercato. Risaliamo ancora più indietro e giungiamo alla fecondazione stessa. Ivi giungono dal regno dell’ “esterno” le cellule seminali e si congiungono con l’ “interno” nell’ovocellula. Dal principio del “Cielo” che agisce verso l’esterno si riflette il principio della fecondazione. Nel movimento dei semi riconosciamo un movimento contrario al movimento del “Cielo”. La fecondazione è l’incontro e l’unificazione del principio maschile e di quello femminile. Ma qual’è la natura di questi due principi? L’uomo ha in se stesso la forza di agire verso l’esterno, sia attraverso la propria edificazione corporea che mediante l’inclinazione intellettuale della sua mente; egli plasma, forma e impronta verso l’esterno. Ma la donna possiede la forza di vivificare lo spazio interno, di racchiudere nel proprio corpo la vita, di essere lo spazio vitale per il bimbo che nasce e cresce. Se questi principi si incrociano anche nella vita, tuttavia non sono falsi se li si considerano separati. Così la forza del “Cielo” che tende verso l’esterno è affine all’elemento maschile, la forza della “Terra” che reca nel suo interno la vita è affine all’elemento femminile. Ma ciò che tende l’un verso l’altro, un tempo era riunito. Così come l’elemento maschile e quello femminile, così pure il “Cielo” e la “Terra”.
Se troviamo il momento nel quale il principio di “ciò che tende verso l’esterno” e di “ciò che vive nell’interno” vengono una volta separati da un’unità preesistente e divisi come dualità nella manifestazione, abbiamo allora trovato pure l’inizio dell’evoluzione della Terra e dell’uomo terrestre, alla cui ricerca siamo. – Tuttavia dapprima vediamo: ciò che tende l’un verso l’altro in precedenza deve essere stato uno. Questo è un lato della cosa.
E l’altro: ciò che tende l’un verso l’altro può di nuovo incontrarsi, può nuovamente essere uno. E poiché i due principi si sviluppano ulteriormente nel loro tendere l’un verso l’altro diventano, per la loro riunificazione, un nuovo elemento dell’esistenza. E la suddivisione in due dell’unità è il presupposto per la nascita di un terzo.
Dall’unità del Dio creatore provenne la dualità di “Cielo” e di “Terra”. Attraverso ciò poté sorgere il terzo elemento, l’uomo. – Il principio del “Cielo” non si esaurisce dunque in “ciò che tende verso l’esterno”, bensì si completa unicamente nella “riflessione”.
Ed il principio della “Terra” non si esaurisce nella “vita nell’interno”, bensì la sua realizzazione si trova nell’ “aprirsi verso l’esterno”.
Alla stessa maniera si completano e si realizzano il principio maschile e quello femminile.
Vediamo volgersi l’un verso l’altro i regni embrionali di “Cielo” e “Terra” anelanti reciprocamente nella fecondazione.
Se ora, procedendo ulteriormente a tastoni, risaliamo indietro, troviamo un processo notevole al più alto livello. L’ovocellula, proveniente dal buio dell’ovario che, sino ad allora, durante il suo intero sviluppo, si era comportata in maniera passiva, comincia improvvisamente ad agitarsi. Il nucleo cellulare abbandona il centro della cellula, da lui ereditato da tempi antichi, e si sposta nei pressi della periferia. Qui esso si scinde in due parti, delle quali una abbandona l’ovocellula ed arriva a stare come cellula autonoma, praticamente costituita dal nudo nucleo (senza citoplasma degno di essere nominato), come cosiddetto corpuscolo polare (vedi Tavola I) tra ovocellula e zona pellucida, mentre l’altra parte come nuovo nucleo cellulare ritorna al centro della cellula.
Che cosa è accaduto? La sostanza del centro cellulare, come nel caso di un vulcano, viene espulsa dall’ovocellula,e in seguito la mano espellente si ritrae poi nell’interno della “Terra”. La sostanza si muove dal centro alla periferia e dalla periferia al centro.
Questo processo esige come un’aratura della sostanza dell’uovo, uno scavare nel protoplasma elementare. Inoltre i movimenti vanno nella direzione delle forze del Cielo e della Terra, ma sono movimenti rozzi e informi. Abbiamo il presagio che qui abbiamo a che fare come con una eco della potente voce del Cielo e della Terra.
Ma poiché l’eco segue la voce, dobbiamo ancora una volta volgerci indietro, se vogliamo incontrare il reale principio primordiale dell’umanazione corporea.
Perciò ora vediamo qui l’ovocellula, come se avesse appena cominciato a risvegliarsi da un lungo sonno, nel quale essa è rimasta nell’ovario materno, prima che la voce giungesse su di lei.
In essa era adagiata in un legame cellulare, era una tra molte, fino a che negli ultimi mesi e settimane essa non venne gradatamente preparata a qualcosa di completamente nuovo – all’entrata di un nuovo spazio. Ora risuona la Parola:
Bereschit bara Elohim et ha-schamajim vet ha-aretz –
IN PRINCIPIO DIO CREO’ IL CIELO E LA TERRA
E sorge una goccia di sostanzialità vivente, una piccola sferula nel libero spazio del corpo materno, che forma il primo punto di partenza per le forze creatrici, la cui Parola creerà un corpo umano. Con un embrione di uovo – ora possiamo rappresentarcelo così – si congiunge la forza di ciò che tende verso l’esterno e la forza di ciò che si agita in maniera vivente nell’interno, la forza del Cielo e quella della Terra.
E poi risuonano le parole:
ve ha-aretz hajta tohu va-bohu, ve choschek al-pĕné tehom, ve ruach Elohim mĕrachephet al-pĕné ha majim
E LA TERRA ERA DESERTA E VUOTA
E LA TENEBRA ERA SULLA FACCIA DELL’ABISSO;
E LO SPIRITO DI DIO ALEGGIAVA
SULLA FACCIA DELLE ACQUE. (4)
(1) Vedi RUDOLF STEINER : I Misteri della storia biblica della creazione, (ciclo di conferenze tenuto a Monaco, 1910, O.O. 122)
(2) E’ possibile che ciò avvenga attraverso una polarizzazione strutturale (Cfr. nota II, a p. 346)(1) Vedi RUDOLF STEINER : I Misteri della storia biblica della creazione, (ciclo di conferenze tenuto a Monaco, 1910, O.O. 122)
(3) La sostanza organica, di cui è costituita una cellula, è chiamata protoplasma. Nel protoplasma si distingue il citoplasma e il carioplasma. Il citoplasma è la sostanza della cellula al di fuori del nucleo cellulare, il carioplasma è la sostanza del nucleo cellulare.
(4) Secondo Lutero: “sull’acqua”. Per la prima Parola, Lutero scrive: “Am Anfang”, “All’inizio”. A meno che non venga rilevato diversamente, come traduzione testuale viene adoperata quella secondo Lutero.
(Continua)
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