Maggio 2018

L’ARCHETIPO GIUGNO-2018

ISIDE SOPHIA-QUINDICESIMA Lettera (Parte I) – Continuazione

Denderah

QUINDICESIMA LETTERA

Giugno 1945

LA NATURA DEL MONDO PLANETARIO:

IL SOLE 3

(Link alla parte precedente)

Il conte Leone Tolstoj nacque il 9 settembre 1828 nuovo stile [calendario gregoriano]. In questo giorno il Sole era nella Costellazione del Leone, vicinissimo al punto di transizione dal Leone alla Vergine. All’epoca del suo concepimento il Sole era nello Scorpione. Così lo “spazio aperto” comprende le Costellazioni della Vergine, della Bilancia e parte dello Scorpione, ma la Vergine è la Costellazione dominante. Questa è la Costellazione opposta ai Pesci, che abbiamo trovato così fortemente collegata con Tommaso Moro. Perciò, l’anelito all’esperienza del Sole Spirituale nella Terra era vivo in Tolstoj in maniera abbastanza diversa che in Tommaso Moro, ma fu allo stesso livello, poiché cercava lo Spirito Solare all’interno dell’ordinamento sociale. Tommaso Moro sperimentava il Divino della Terra nella visione di uno Stato perfetto che è guidato interamente dalla religione. L’essere umano singolo è accolto nell’influenza di questa religione obbiettiva, che ordina la sua esistenza all’interno della comunità.

Per Tolstoj l’anelito per una comunità giusta ed armoniosa rivelò proprio il problema opposto. Egli non poté partire da un’obbiettiva istituzione religiosa che fosse capace di accogliere l’essere umano nelle sue braccia orientatrici e protettive. In effetti, ad una certa epoca della sua vita egli recise tutti i suoi legami che lo legavano alla Chiesa Ortodossa. Dovette partire dal suo proprio essere interiore. Per lui la domanda era ” Come posso trovare in me stesso la ’religio‘ eterna, come posso io trasmutare il mio essere imperfetto?”. Possiamo trovare questa ricerca del vero “umanesimo” nei primi libri come I Cosacchi. Arrivò così all’esperienza del Divino nella vita delle comunità, nei rapporti dell’umanità persino là dove essi confinano stranamente col caos sociale. Tutti i suoi romanzi lo dimostrano, in special modo il libro Resurrezione.

Tommaso Moro nella sua visione di Utopia guardò in faccia il Divino come esso si rivelava nell’ordinamento sociale. Tolstoj doveva discendere nelle insondabili profondità della natura umana al fine di trovare, oltre la caricatura dell’uomo, l’immagine splendente del Divino realizzata nella fratellanza umana. Egli trovò così lo Spirito Solare della Terra, ovvero la Terra nella Vergine, la “rivelazione segreta” dell’enigma della vita. Vi fu inoltre un’altra rivelazione a lui dello Spirito della Terra che portò l’esperienza della Vergine ad un superiore compimento.

Tramite il suo destino egli era stato portato alla convinzione che l’equilibrio dell’anima fosse la medicina della quale abbiamo bisogno per divenire realmente umani. Nella sua gioventù egli aveva vissuto la vita sfrenata e selvaggia di un giovane nobile russo, fino a che non riconobbe l’effetto rovinoso di questo tipo di vita sulla sua vera umanità. Da quel momento lo vediamo anelare e lottare per l’equilibrio, e in molte immagini dei suoi romanzi possiamo trovare questo equilibrio realizzato in descrizioni meravigliose. Esse sono i centri risanatori dentro al tumulto degli eventi. E’ la realizzazione della ricerca dello Spirito Divino della Terra, che viene indicata nella posizione della Terra in Bilancia, come ha luogo nell’oroscopo di Tolstoj. Inoltre dovette sempre combattere duramente per l’equilibrio nella sua anima. Sempre di nuovo dovette attraversare crisi nelle quali tutto quello che aveva raggiunto sino ad allora sembrava essere lacerato in pezzi e diventare indegno. Ma sempre di nuovo egli si risollevò e salì a più alti stadi di umana perfezione. Queste continue esperienze di morte divennero la fonte della sua tremenda attività e produttività. E’ l’esperienza della Terra nello Scorpione. La Costellazione opposta alla Terra nel Toro, ereditando l’anelito alla rivelazione del Divino nella molteplicità della creazione, accende l’impulso a cercare la manifestazione dello Spirito Solare nell’indomabile Spirito creativo che sorge dalla morte e dalla distruzione.

Il famoso astronomo Ticho de Brahe nacque il 14 dicembre 1546, allorché il Sole era nella Costellazione del Sagittario. All’epoca del suo concepimento esso era appena entrato nei Pesci. Perciò, il Sole non era stato nelle Costellazioni del Sagittario, del Capricorno e dell’Acquario, ed esse formano lo “spazio aperto” ovvero l’aspetto della Terra del suo cielo di nascita.

Ticho nacque in una nobile famiglia danese. Il padre cercò di allevare suo figlio affinché entrasse nella carriera politica e così, sotto la guida di un tutore, lo inviò all’università per gli studi di giurisprudenza. Tutta la severità del tutore non poté impedire a Ticho di percorrere la sua via. Mentre i Tutore era addormentato, Ticho si arrampicava sul tetto della casa ed osservava le stelle con strumenti molto primitivi. All’età di 16 anni aveva già fatto importanti scoperte. Nessuno poteva impedirgli di diventare matematico e astronomo. Dopo molti viaggi, con l’aiuto del re di Danimarca, egli si stabilì sulla piccola isola danese di Hveen. All’età di 30 anni costruì lì un osservatorio, e per un lungo, pacifico periodo riuscì a compiere estese osservazioni astronomiche. Produsse, tra le altre cose, un catalogo contenente le esatte posizioni di circa mille Stelle sino ad allora non registrate.

La determinazione con la quale questa individualità percorse la sua vita sin dalla prima Gioventù, ci mostra la direzione della sua ricerca dello Spirito Solare sulla Terra. E’ la Terra nel Capricorno che lo compenetrava con l’impulso a cercare lo Spirito in ciò che il suo occhio poteva rivelargli della moltitudine delle Stelle sopra di lui. Nella Costellazione opposta del Cancro abbiamo incontrato, in relazione con Emerson, l’esperienza del Calice nel quale fluivano azioni, colpe e speranze umane nel corso della Storia. Ticho de Brahe osservò e divenne l’Alto Sacerdote dell’altro Calice nel quale le anime umane vanno al momento della loro morte e dal quale esse provengono quando nascono: il Calice del Cosmo nel quale la Terra è incastonata. Nella rivelazione accordata tramite l’attività del suo occhio, egli sperimenta lo Spirito Divino della terra. L’Universo al di sopra di lui sicuramente non era soltanto un Mondo meccanico. Per lui era un Essere vivente, col quale egli poteva fluttuare attraverso lo spazio cosmico, il cui cuore batteva e il cui linguaggio poteva comprendere.

Non era soltanto quello che oggi chiameremmo un astronomo, era anche un astrologo, sebbene dobbiamo immaginare che a quel tempo ciò avesse implicazioni diverse che non oggi. Predisse la morte del sultano turco Solimano, quasi nello stesso giorno in cui ciò avvenne realmente. Predisse pure altri eventi che si avverarono dopo la sua morte. In questa relazione interiore con le Stelle, e nella percezione del loro linguaggio, scopriamo ancora un’altra esperienza dello Spirito Solare indicata dalla Terra in Acquario, tuttavia ciò non comprende interamente il carattere universale di questa personalità. C’era ancora dell’altro. Il suo osservatorio sull’isoletta di Hveen era un edificio stranissimo. Sul tetto di questo, ove venivano fatte le osservazioni astronomiche, stavano gli strumenti usati per la misura delle angolazioni delle posizioni Stellari. Ma nel seminterrato della casa vi era qualcosa di simile al laboratorio alchemico, nel quale le sostanze della Terra venivano bollite ed esaminate tenendo conto della loro relazione con le Stelle. Quest’anelito ad una conoscenza della natura cosmica delle sostanze della Terra rivela ancora un’altra relazione con lo Spirito Solare che aveva collegato Se Stesso con la Terra. Ciò è indicato nella posizione della Terra in Sagittario che realmente si presentava nell’oroscopo di Ticho come abbiamo fatto notare più sopra.

Ci sono soltanto pochi esempi che possono mostrare come l’anima che discende da altezze cosmiche sperimenti la Terra come l’unico luogo ove egli può incontrare lo Spirito Solare del nostro Universo.

Quando l’anima passa attraverso la sfera del Sole nella vita tra morte e nuova nascita, ha un’esperienza dolorosa. Trova il Sole abbandonato dal suo Spirito dirigente di un tempo, poiché il Christo si è unito alla Terra. Perciò, l’anima viene colmata dal desiderio di ritornare alla Terra per sperimentarvi lo Spirito della Terra. Le rivelazioni del Divino Spirito della Terra sono molteplici, e l’essere umano può riceverle secondo le condizioni di “percezioni” acquisite in precedenti incarnazioni. La direzione di queste possibilità viene indicata nello “spazio aperto” dell’oroscopo e in ciò che avviene in esso. Ciò comprende, naturalmente, solo una parte della dodecupla rivelazione dell’Essere del Christo. E’ la “libbra” (ovvero i “talenti” secondo la parabola dei Vangeli), che ci fu data dal Signore del Destino, ma è nostro còmpito incrementare il dono, ed esso deve diventare l’ideale cristiano di sperimentare sempre più in maniera comprensibile la rivelazione dello Spirito Solare.

Non c’è bisogno di dire, che è impossibile dare regole definite circa il carattere della relazione dello Spirito della Terra nelle varie Costellazioni. Questo è appunto il carattere distintivo del terzo “Mistero Solare”, che possiamo soltanto accostare allorché diventiamo attivi e creativi nelle nostre anime. Nulla accadrebbe se sedessimo soltanto ed aspettassimo che qualcosa giungesse a noi, altrimenti il “talento” che abbiamo ricevuto potrebbe esserci portato via.

Se impariamo a guardare il cielo di nascita, l’oroscopo, dal punto di vista della nostra propria attività spirituale; se possiamo scorgere l’indicazione verso la perfezione e il compimento della nostra esistenza come esseri umani, allora possiamo giungere ad una cognizione interamente diversa dell’ “oroscopo”. Non esisterà più allora l’oscuro, persino crudele dominatore sulle nostre vite, bensì la mano orientatrice del nostro Amico in cielo che ci mostra la Via alla vera cristianità umana.

GLI EVENTI IN CIELO

Siamo stati testimoni nei pochi mesi passati delle scene finali di un dramma storico che era iniziato già vent’anni fa. Se avessimo guardato con occhi conoscitori gli eventi in Europa Centrale nell’anno 1933 e dopo, avremmo visto che essi portavano entro se stessi i semi della distruzione. Gli eventi nel 1944 e nel 1945 furono soltanto la rivelazione del gigantesco spazio vuoto che era stato creato ove una volta esisteva la Germania. Spessissimo abbiamo chiesto a noi stessi: “Come è stata possibile questa distruzione, e che cosa ha provocato questa decadenza?”.

La scrittura Stellare può aiutarci a trovare la risposta a queste domande. Ma non dobbiamo cercarle negli attuali eventi in Cielo. Le cause reali giacciono molto più indietro nel tempo. Per dirlo in maniera chiara, molte delle tendenze che iniziarono in Europa Centrale nel 1933 avevano le loro radici negli eventi collegati con la conquista del Messico al principio del XVI secolo. Non tutti, ma molti di essi avevano la loro origine lì. La scrittura delle Stelle lo può chiarire.

Hernando Cortès salpò dall’isola di Cuba il 18 novembre 1518 per conquistare il Messico. Sbarcò sulla costa del Messico nel marzo 1519 e fondò la città di Vera Cruz. Esattamente in quel momento il Pianeta Saturno entrò nella Costellazione del Capricorno. Cortès bruciò le navi con le quali lui e il suo piccolo esercito avevano attraversato il mare, cosicché nessuno potesse sfuggire alla lotta che era di fronte a loro. Presto gli spagnoli giunsero in vista della bella Città del Messico che era costruita su un’isola in mezzo al lago e dove risiedeva l’imperatore Montezuma. Dopo molte avventure ed imprese disperate contro varie tribù indie, Cortès dovette fronteggiare un’insurrezione dello stesso impero di Città del Messico.

Egli sconfisse un enorme esercito di Messicani il 7 luglio 1520, e sebbene avesse soltanto un esiguo esercito a sua disposizione, aveva il vantaggio delle armi da fuoco alle quali gli indiani d’America non erano affatto abituati. In seguito a questa battaglia, Città del Messico fu assediata e conquistata il 15 agosto 1521. Ciò fu seguìto dal terribile sterminio degli indiani americani. Per tutto questo tempo il Pianeta Saturno fu nella Costellazione del Capricorno.

Anche alla fine del 1932 e al principio del 1933 Saturno era entrato nella Costellazione del Capricorno. Così abbiamo in quegli eventi un riflesso della Storia dell’inizio del XVI secolo. A prescindere da ciò, un’indagine mostrerebbe che i fili karmici di certuni degli attori principali nel dramma del 1933 riportano all’inizio del XVI secolo e al Messico.

Molto è stato detto contro la crudeltà con la quale Cortès e i suoi uomini distrussero e sterminarono l’impero messicano. Essi sembravano agire soltanto come un mucchio di avventurieri e desperados che non avevano nulla da perdere e che erano guidati dalla estrema avidità per l’oro e le ricchezze dei messicani.

Dobbiamo altresì immaginare la situazione cui si trovarono di fronte gli spagnoli, sebbene essi possano esser stati in generale di basso carattere morale. Gli ultimi resti di rituali, che ad una mente europea dovevano apparire come l’estremo limite dell’umana crudeltà, venivano praticati nei templi messicani. Non solo in questi luoghi venivano eseguiti sacrifici umani, ma addirittura gli organi interni di corpi viventi, perlopiù di prigionieri di altre tribù, venivano asportati e sacrificati alle immagini degli Dèi indios.

E’ un argomento troppo vasto per noi spiegare l’origine di quei rituali decadenti che erano divenuti la porta per culti di magia nera.

Gli spagnoli, dal punto di vista della loro civiltà europea, sentivano un incomprensibile disgusto e distrussero queste cerimonie, ma il loro Cristianesimo era ancora troppo debole per sradicare le cause profonde dei segni di questo completo declino di civiltà, che era collegato con antichissimi e insondabili misteri del sangue. L’azione degli spagnoli osservata dal punto di vista del Cristianesimo fu un insuccesso. E quale fu il risultato? Nel XX secolo quelle forze oscure degli antichi misteri del sangue risorsero di nuovo ed esercitarono la loro crudeltà, ed ora furono colmate con l’odio estremo per la civiltà dell’umanità cristiana.

Perciò, una conoscenza della scrittura Stellare può insegnarci, e può divenire una chiave per la cognizione e la comprensione degli eventi terrestri. Ma può essere pure un severo ammonimento…

 (Continua)

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IL VELO (di R. Arcon)

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Pensare il mondo (dal Viridarium di D. Stolcius von Stolcenberg, Francoforte 1624)

Dal mondo immediatamente vicino a quello percepibile mediante i sensi ordinari ci separa soltanto un velo. Si ha spesso l’impressione che basterebbe davvero uno sforzo minimo per strapparlo ed entrare cosí, con intatta lucidità, in un altro piano dell’essere. Ci accorgiamo però presto che questa istintiva consapevolezza è ingannatrice. In realtà non riusciamo mai, nel corso ordinario della vita, a lacerare quel velo ed è già un grande risultato poterne avvertire la presenza quando addirittura non se ne riesca anche ad avere diretta percezione. Se, nei rari momenti di consapevolezza dell’imminente presenza di quel mondo che si estende oltre il velo, facciamo attenzione a quanto vive nella nostra anima, ci accorgiamo che vi è una resistenza e che l’ostacolo al nostro irrompere dall’altra parte non è dovuto tanto ad una barriera invisibile che ci separa da esso quanto ad una profonda, costituzionale forma di rifiuto che noi stessi inconsapevolmente opponiamo alla nostra aspirazione ad attraversare la soglia. Siamo immediatamente distratti dalla potenza di apparire del mondo fisico, e i nostri piú elevati sentimenti, cosí come la nostra piú sottile capacità di riflessione, hanno in sé il limite che questo stesso mondo continuamente impone alla coscienza, riempiendo della sua forza quello che a noi appare come una nostra capacità di autonomia rispetto a quell’apparire.

Eppure sappiamo anche che proprio quell’apparire costituisce la base per questa illusoria libertà e per la consapevolezza di noi stessi in quanto esseri che si distinguono come entità dal mondo percepito. Ché se questo ci venisse tolto nella sua totalità ben presto ci accorgeremmo che pensieri e sentimenti perderebbero la loro apparente vita e svanirebbero precipitandoci nel sonno. Siamo individui in quanto sperimentiamo, di fronte alla potenza del mondo, la nostra capacità di pensarlo, ma dipendiamo anche totalmente da esso perché ne facciamo il contenuto di tutto ciò che vive dentro di noi: dalla piú astratta formula matematica al pensiero piú nobile e pervaso di un caldo sentire per la divina maestà dei cieli. Nella vita quotidiana viviamo questa esperienza di pensiero senza una chiara consapevolezza di dove questa vita si pone come una realtà nella nostra coscienza. Adoperiamo la capacità di pensare il mondo per confrontarci con esso nel tentativo di farne parte, perché in realtà desideriamo la sua potenza, bramiamo ad ogni pensiero sul mondo di afferrarne la massività e farla nostra: amiamo il mondo che ci domina. È chiaro però a chiunque che non ci riuscirà mai di avere la potenza del mondo. Sappiamo che non riusciremo a ripetere in noi quella forza di apparire che il mondo fisico ci impone ma oscuramente speriamo di trovarla nel prossimo pensiero, nella rappresentazione successiva, nell’osservazione di un ulteriore apparire. Questa brama di diventare parte della potenza del mondo costituisce la base di quel rifiuto profondo che vive in noi e che ci impedisce di lacerare il velo che ci separa da un altro mondo.

In realtà, non ci accorgiamo che il mondo ci appare mediante un percepire per il quale ogni oggetto di esso è equivalente a tutti gli altri, mentre è quanto noi riusciamo a mettere in moto osservandolo e ricavandone dei concetti che costituisce il punto di superamento del suo apparire. Parimenti è inutile cercare di strappare il velo inseguendo delle rappresentazioni che il mondo ci impone con la sua potenza distraendoci di continuo dall’unica capacità che abbiamo di dominarlo davvero. Non è la ricerca di infinite rappresentazioni che può svincolarci da questo mondo per portarci in quell’altro che pure oscuramente sappiamo esistere. Se la forza che impieghiamo per conoscere il mondo è un fatto oggettivo indipendente da esso, sarà ritrovabile piú facilmente in una sola rappresentazione che nell’infinita e disordinata, spesso affannosa e frustrante, ricerca di ulteriori rappresentazioni.

Qualora vi sia in noi un’onesta aspirazione a svincolarci dalla potenza dominante del mondo che appare, dobbiamo riconoscere che la tecnica della concentrazione donataci da Rudolf Steiner e da Massimo Scaligero è l’unica via percorribile per portare la nostra coscienza ordinaria davanti a quella soglia, e qui, con un atto che impegna tutta la nostra capacità di essere consapevoli di noi stessi, tentare di lacerare il velo. Coloro i quali pongono questa aspirazione come la massima della loro vita, si trovano però davanti ad una serie di ostacoli che spesso inducono a sconforto e che possono far dubitare seriamente sulla veridicità di quanto viene loro indicato dai Maestri. Non ci riferiamo qui al banale prurito che ci distrae, alla mosca che vola nella stanza oppure al devastante sorgere in un angolo della coscienza di una canzoncina alla moda. Diamo pure per scontato – ma non è poi cosí scontato – che anni di attività interiore ci abbiano educati a superare quegli ostacoli che si incontrano quasi subito ma che necessitano comunque di infinito e ripetuto sforzo per dominarli e che ancora, spesso, insorgono malignamente a coglierci impreparati quando ci sentiamo piú maturi e piú forti di un’illusoria maturità e di un’illusoria sicurezza.

Viene un momento nel quale cominciamo a percepire chiaramente la gravità. Avvertiamo con chiarezza che il corpo fisico pesa. Pesando ci trattiene. Ma non è il corpo, è la coscienza che ad esso continuamente si vincola bramandone la consistente realtà, la potenza di esistere: amiamo il nostro respiro che esiste anche se non lo vogliamo, amiamo sapere che il corpo ha una sua saggia autonomia e ci affidiamo ad essa. Nell’attimo nel quale avvertiamo questo pesare possiamo accorgerci che l’avvertiamo perché c’è qualcosa che non pesa. Non pesando non può essere il corpo, non essendo il corpo non può essere qualcosa di fisicamente sensibile. Allora possiamo insistere, possiamo sviluppare una volontà maggiore mediante la quale svincolarci dal mondo che pesa. L’ulteriore movimento porta ad eliminare dalla nostra coscienza qualsiasi percezione proveniente dal mondo conosciuto ed anche quanto ci portiamo dietro, nella nostra coscienza ordinaria, come una sua ombra. Si entra cosí nel vuoto. L’esperienza del vuoto è già un passo avanti, ma è proprio a questo punto che ci si ferma, e spesso per anni. La coscienza ordinaria non regge il vuoto. Il vuoto non regge la coscienza ordinaria. Cosí siamo rimandati indietro e qui, di solito, l’esercizio finisce. Sembra che manchi un nulla per riuscire a superare questo vuoto, come se esso fosse rappresentabile in forma di un precipizio della larghezza di pochi centimetri ma profondo come l’universo. Ci coglie una paura che a tutta prima non riconosciamo come tale e che viene scambiata per inadeguatezza personale se non addirittura con un sentimento di sfiducia negli esercizi. Avviene però, a volte, anche qualcosa d’altro. Insistere con assoluta dedizione sulla permanenza in questo vuoto può portarci a intravedere cosa c’è oltre. Avviene che per una ineffabile grazia, sempre immeritata, possiamo dare una fuggevole occhiata dall’altra parte. Allora ci si presenta proprio il contrario del vuoto che abbiamo sino a qui, sia pure in rari momenti, sperimentato. In un attimo di folgorante brevità il velo si apre con l’impressione di terrore che ci darebbe un cielo limpido che si squarciasse per rivelare un mondo di proporzioni impensabili ed impossibili. Intravediamo un mondo che è costituito da esseri in continuo movimento, un mondo cosí pieno, cosí potente e consapevole di sé che diventiamo immediatamente consci che un ulteriore passo avanti ci annienterebbe. La nostra coscienza sarebbe spazzata via e saremmo davvero fortunati ad addormentarci.

Il mondo dei sensi quale lo conosciamo ci ha permesso, in millenni di evoluzione, di diventare capaci di pensarlo. La sua potenza non era tanto grande da impedirci di sviluppare la nostra autocoscienza pensante. L’altro mondo ci risulta essere immediatamente non affrontabile dalla nostra ordinaria coscienza. È troppo forte, troppo reale. Gli oggetti del mondo si lasciano percepire, essi sono immobili davanti alla nostra osservazione. Nel mondo immediatamente superiore al nostro non c’è che movimento e il movimento è costituito dall’irraggiare di una forza che non viene mediata dall’apparire sensibile che la rallenta, la limita, la fissa nel tempo. Per dirla con un’immagine: non c’è nulla su cui lo sguardo possa posarsi. Se dunque togliendoci ogni percezione sensibile ben presto ci addormenteremmo, qui la nostra coscienza sarebbe spazzata via dalla potenza troppo grande nella quale veniamo immersi totalmente come se fossimo diventati interamente un organo di percezione. Siamo immediatamente rimandati indietro. Ci troviamo dunque in un momento della nostra vita nel quale non apparteniamo piú a nessuno dei due mondi. Il mondo fisico non ha piú la confortante consistenza ed esclusività che aveva nella vita ordinaria e l’altro mondo ci respinge. Nemmeno riusciamo a sostenere il vuoto.

Non c’è un segreto esercizio per superare questo momento. Tutto dipende infatti non dalla quantità di operazioni messe in opera ma dalla qualità di un’unica operazione. Risulta evidente che c’è un unico modo per superare quella soglia ed entrare nel mondo che abbiamo potuto scorgere per attimi indicibili: rafforzare ulteriormente la coscienza. L’ordinario pensiero riesce a reggere l’impatto con la potenza del mondo fisico: può pensarlo ma non può sapere quanto di quel mondo lo pervade, lo guida, lo condiziona. Il pensiero rafforzato mediante la concentrazione può portarci fuori da questo mondo, può renderci capaci, sia pure per infrequenti attimi, di renderci autonomi rispetto all’apparire del mondo per farci rimanere coscienti in un vuoto che ordinariamente ci addormenterebbe. Il mondo immediatamente superiore richiede una forza ancora maggiore, una destità piú grande. Non ci sono qualità da sviluppare, magismi da attuare, ma soltanto l’apparente banale rafforzamento della coscienza sino a limiti mai prima sperimentati. Cosa mai può rafforzare la coscienza se non lo sforzo di farla permanere davanti a quanto vuole ottunderla, assopirla? Se il mondo oltre il velo ha la potenza di respingerci, ebbene dobbiamo decisamente ripresentarci davanti a quella soglia con ripetuta, coraggiosa determinazione. Come i muscoli si sviluppano soltanto con un ripetuto sforzo, cosí la coscienza si rafforza mediante un ritmico insistere nel punto dove essa naturalmente tenderebbe a svanire. La concentrazione è l’unica tecnica che ci permette di sviluppare una coscienza rafforzata. Non c’è mondo superiore che potremmo affrontare se non mediante concentrazione: dall’immediato piano eterico al piú alto mondo spirituale tutti richiedono una sempre maggiore destità, una sempre piú forte capacità di pensarli: esattamente come pensiamo il nostro mondo ordinario. Percepirli, infatti, senza poterli pensare ci darebbe una quantità di meravigliose esperienze ma esse sarebbero simili ai sogni e non sapremmo affatto cosa stiamo sperimentando. Perciò possiamo affermare che non c’è Gerarchia Superiore che non conosca il canone della concentrazione al suo livello, ché altrimenti non sarebbe cosciente di sé e del mondo nel quale opera e dei mondi che la sovrastano.

La concentrazione sviluppa destità, non ci porta di per sé oltre la soglia, ma senza questa rafforzata destità inutile sarebbe attraversarla. Per lacerare il velo ci sono altre tecniche oppure, persino, la paziente attesa che l’evoluzione stessa ci porti ad un gradino piú alto o, ancora, che si attui una condizione inconoscibile per la quale ci sia concesso entrare nel mondo che ci accompagna ad un livello piú alto. Eppure ognuno di noi potrebbe conoscere ugualmente, e con maggiore precisione, il mondo spirituale nel quale è continuamente quanto inconsapevolmente immerso. La destità rafforzata non ci mostra direttamente un altro mondo, questo non appare con la sconvolgente potenza di un’immagine oppure, piú spesso, con la forza di un’impressione totale della sua presenza al di là d’ogni confronto con il mondo dei sensi, nondimeno può verificarsi che la conoscenza di esso sia possibile e persino con maggiore precisione di quanta ne avrebbe una veggenza di tipo tradizionale.

L’ascesi del pensiero, ove sia pazientemente seguita, a volte per molti anni, porta ad un punto nel quale il pensare viene intessuto completamente di volontà. La volontà trasforma il pensiero ordinario in potenza, la potenza si manifesta come una forza che non può essere confusa col pensare ordinario, col modo mediante il quale pensiamo il mondo. Cosí, dal punto di vista del pensare ordinario, quanto si sperimenta non è piú pensiero. Pensiero ordinario e pensiero pervaso di volontà non possono convivere contemporaneamente nella coscienza, uno accanto all’altro: uno sostituisce l’altro. Perché il pensiero rafforzato possa fluire, la coscienza deve essere vuota, deve cioè eliminare da sé ogni possibile percezione che provenga dal mondo nel quale il pensare ordinario si forma, dal quale esso trae i suoi contenuti. Nel vuoto rimane soltanto la capacità di percepire alla quale si dà di contro, come una folgore, il pensiero pervaso dalla volontà, il quale si manifesta come pura forza fluente. Il pensare-folgore viene percepito in una frazione di tempo brevissima perché a tutta prima non siamo capaci di volere per molto tempo il vuoto dove si manifesta. In quella percezione però c’è già tutto. Essa è fuori dal tempo ma può essere portata nel tempo. Qualsiasi percezione pervasa di puro pensiero, ossia del pensare pervaso di volontà, si comporta come il pensare ordinario si comporta nel mondo della percezione fisico-sensibile: forma rappresentazioni. Queste rappresentazioni però, non provenendo dal mondo fisico-sensibile, sono a tutta prima irriconoscibili e questo spiega come la memoria ordinaria non possa portarle con sé quando l’esperienza della quale si parla ha fine. Sembra allora che gli esercizi non funzionino, non diano risultati. È allora possibile che nel corso del tempo, spesso di molto tempo, queste rappresentazioni vengano per cosí dire “tradotte” in immagini riconoscibili, in simboli, oppure mediante immagini prese dal contenuto ordinario della memoria. Questo è il nuovo modo di entrare nella coscienza immaginativa, la quale dunque non è basata su visioni o percezioni sognanti bensí su un processo interamente controllabile dalla nostra sana capacità di giudizio. Non c’è infatti momento nel quale qualcosa sfugga dalla coscienza, e i risultati possono essere controllati nel confronto con la vita pienamente cosciente di ogni giorno.

Questo processo può allora costituire la base per una conoscenza nuova, lontana dai visionarismi e dalle fantasticherie. Spesso ci si pone delle domande tra le quali occorre distinguere quelle che hanno una realtà, che derivano da una sana richiesta e non già da un ozioso gioco intellettuale. Sorgono spesso, nel corso della vita, domande che hanno in sé una propria vita, che manifestano una sana sete di conoscenza. Per avere una risposta altrettanto viva si dovrà procedere esattamente secondo quanto appreso dal “canone” della concentrazione. Spesso questa ricerca occupa molti anni. Occorre acquisire la maggiore quantità possibile di rappresentazioni che si riferiscono all’argomento del quale ci si occupa. Chi compie un’indagine di questo tipo non potrà mai e poi mai essere un dilettante! Dovrà necessariamente far sua una grande quantità di rappresentazioni e di concetti, dovrà decisamente pensare sull’argomento. Alla fine dovrà giungerà ad una sintesi, ad un essenziale percorso di pensieri riguardanti la cosa. Lascerà allora agire su di sé, nel silenzio della sua attenzione, questi pensieri, queste rappresentazioni. Alla fine, ma occorrono molti mesi o addirittura anni, otterrà un quid che potrà contemplare in fluire di volontà sino al vuoto. Da questo emergerà poi la risposta in forma di immediata, potente percezione.

Tra tutte le domande possibili, le piú vive riguardano la prassi quotidiana, quanto costituisce il nostro comportamento sociale, in poche parole il nostro essere morali. Qualora le circostanze della vita lo consentano si procederà nell’identico modo, ma quando avvenga che le decisioni debbano essere prese alla svelta non si potrà aspettare una risposta. Allora occorre decisamente agire mediante un sano buon senso e partire dall’osservazione di quello che la nostra azione ha prodotto come modificazione del mondo che ci circonda e della nostra stessa coscienza. Questa osservazione, portata incontro al pensare rafforzato, costituisce la base di una moralità libera che nasce da se stessa e che non viene condizionata da nulla di quanto possa provenire dal mondo esterno o dal bagaglio di sentimenti, rappresentazioni e ricordi che la vita ci ha imposto nel corso della nostra esistenza.

RENZO ARCON

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per gentile concessione http://www.larchetipo.com/2000/ott00/

Immagine: Pensare il mondo dal Viridarium di D. Stolcius von Stolcenberg, Francoforte 1624

L’ARDITISMO DELL’ASCETA

LUPO FEROCE

Durante la prima guerra mondiale – immane tragedia che sconvolse la vita di interi popoli e di decine di milioni di esseri umani: tragedia che travolse stati apparentemente solidi e vecchi di molti secoli, mettendo fine alle rosee illusioni di un fallace ottimismo positivista, nonché alle mire di un tradizionalismo passatista – si formarono nel Regio Esercito italiano alcuni corpi di «sfegatati», di coraggiosi pronti a tutto,  che in seguito presero il nome di «arditi», individui che Massimo Scaligero avrebbe volentieri chiamato «prepotenti generosi». Questi ultimi, nella giovinezza di Massimo Scaligero – come egli stesso ricordava in discorsi privati, e persino in un articolo, Dioniso, apparso in Testimonianze su Evola, Edizioni Mediterranee, Roma, 1974 –  erano dei simpatici maneschi tipacci, suoi amicissimi, i quali lo aiutavano a difendere altri suoi amici, di lui sodali in campo esoterico e non, dalle aggressioni che alcuni tristi personaggi dell’allora imperante regime – vere figure di gangsters – vigliaccamente mettevano in atto, con metodi squadristici, aggredendo in molti contro uno solo. Mi sono talvolta chiesto se cotesti «prepotenti generosi» non avessero davvero nelle loro vene, essi pure, un po’ di verace sangue di lupaccio etrusco. Mi piace pensarlo. A Massimo Scaligero era chiarissimo che in cotali evenienze non si può restare a vedere, con le mani in mano, e magari con uno sguardo di ipocrita rimprovero. Per cui ogni volta egli agì secondo l’oggettiva richiesta degli eventi.

Io stesso mi son ritrovato, in momenti particolarmente critici, a dover affrontare – per così dire: manu militari – la malvagia arroganza di chi pensava di poter distruggere impunemente persone deboli e indifese. In uno di quei critici momenti – passabilmente agitati – uno di cotali arroganti, alleandosi con suoi pari, di lui degni e come lui altrettanto indegni, aveva fatto una sorta di calcolo algebrico, dal suo punto di vista perfetto. Aveva messa su una sorta di equazione polinomiale, nella quale si sommavano, come monomi di un tipo particolare, il cinismo dei malvagi, l’indifferenza degli opportunisti, e la vigliaccheria dei cosiddetti “buoni”. Costui aveva dimenticato di mettere in conto nel suo astuto calcolo il pessimo carattere di alcuni – non molti, ma particolarmente mordaci – lupacci cattivissimi, ai quali non importava un tubero (come direbbe la nostra cara Savitri) di apparire “buoni”, lupacci che non conoscevano, e tuttora non conoscono, ragioni di opportunità, che non si spaventano punto di fronte alle esigenze di una lotta dura e di lunga durata, e alle relative, inevitabili, e perciò previste, pesanti conseguenze, ma che, invece, sono ostinatamente fedeli ai patti di fede giurata, alla verità, all’onore, all’amicizia, alle persone care. Conciosiacosaché molto mal gliene incolse al suddetto arrogante, e ai suoi squallidi “compagni di merende”, i quali tra l’altro avevano sulla coscienza – ma avevano costoro una coscienza? – la morte di una persona a me molto cara.

Le timorate “anime belle” obbietteranno sicuramente che il branco di lupacci cattivissimi, che nei su menzionati eventi fecero passare autentici momentacci all’algebrico arrogante calcolatore, e ai suoi fetentissimi alleati, nella fattispecie non furono – e, a dire il vero, neppure ora sono – “cristiani”. Il branco dei turbolenti lupacci cattivissimi non hanno veruna difficoltà a confessare una sì nobil colpa! Del resto, mica potevano aspettare di trasformarsi in figurini “morali”, per tentare di fermare poi l’azione distruttiva di quella gentaglia senza coscienza e senza cuore: se una cotale mirabil trasformazione fosse stata veramente necessaria per agire, i cattivissimi lupacci avrebbero, forse, dovuto attendere eoni, o intere ere cosmiche, prima di mettersi in azione, ma nel frattempo è certissimo che la proterva malvagità della parte avversa avrebbe continuato indisturbata la sua perversa opera di distruzione. Perché quando coloro che son coscienti della verità, e ben svegli, non agiscono risolutamente contrastandolo, il Male dilaga.

Più volte Massimo Scaligero ci ribadì esplicitamente che «non si deve essere “cristiani” prima del tempo», ossia che non si deve essere “buoni” perché deboli, o “pacifisti” – o pacifinti, se vogliamo – per mollezza etica, o per opportunismo. Sono molti che mascherano codardia e opportunismo dietro uno stucchevole – oramai ovunque imperante – “buonismo”, il quale – al di là di ogni scontata retorica di pragmatica – si risolve sovente in una comoda forma di “coesistenza pacifica” col Male: “coesistenza pacifica” con lo strapotere dell’Oscuro Signore, che si rivela essere, in verità, una vile diserzione, una latitanza, e oggettivamente in una sorta di ben mascherata “intelligenza col nemico”. Un tempo, quando vigevano i rigori del codice militare di guerra, la cosa, davvero poco onorevole, era da fucilazione alla schiena.

Che senso può avere la velleità, allora, di voler essere “cristiani” – con tutta la susseguente retorica di “amore universale”, di “autotrasformazione nell’anima dell’altro”, di “gioiosa comprensione e perdono”, etc., etc., quando non si sia capaci, non dico della forza e del coraggio di lottare per la verità e la giustizia, per quel che si ama, per chi si ama, ma nemmeno dell’atarassia stoica, o del distacco buddhico, che furono la grandezza morale del mondo antico in Occidente e in Oriente?! Nel migliore dei casi, tale velleità rimane una nobile quanto sterile aspirazione. Nel peggiore dei casi, essa non è altro che cinico opportunismo e menzognera ipocrisia. Della “dolcezza” di una sì ardente cristianissima “carità” ho avuto modo di fare a lungo ampia e amara esperienza sulla mia propria pelle di lupaccio cattivissimo, ed ho fatto eziandio tesoro dell’eloquente esperienza che altre persone, a me molto care, han dovuto fare sulla loro pelle.

Ma tornando al nostro tema, durante la prima guerra mondiale furono organizzati dei temerari gruppi d’assalto, gli «arditi» appunto, i quali operavano fuori delle trincee, direttamente contro le linee nemiche, o addirittura dietro di esse. I primi reparti furono organizzati, per operare in Valsugana, dal capitano, che più tardi giunse ai gradi di colonnello, Cristoforo Baseggio, con la sua “Compagnia della Morte”. Il Baseggio, milanese, sul quale le notizie che si trovano in rete sono le seguenti:

«Cristoforo Baseggio nacque a Milano nel 1869. Figlio di un avvocato triestino, scelse fin dall’adolescenza la carriera militare. Uscito dall’Accademia Militare di Modena, col grado di sottotenente a 21 anni, conseguì il grado di tenente nelle truppe alpine. Lasciò la divisa nel 1898 dopo aver partecipato alle campagne in Sudan e nel Transvaal con le truppe britanniche; si spostò in Marocco ed infine in Libia arruolandosi come volontario. Lasciato nuovamente l’esercito si dedicò all’ingegneria civile realizzando opere pubbliche in Egitto e in Libia. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, vi prese parte col grado di tenente, riuscì a farsi assegnare il comando di un nucleo di 70 volontari alpini denominato “Chieti”, divenendo al tempo stesso ufficiale d’ordinanza del gen. Graziani. Il 16 ottobre 1915 fondò a Strigno la “1° Compagnia Volontari Esploratori” o “Compagnia della Morte” della quale facevano parte gli “arditi” e si meritò numerose ricompense al valore fra cui diverse medaglie d’argento, una croce di guerra francese e una croce d’argento inglese».

Un coraggioso, dunque, e un uomo molto risoluto. Coraggiosi e risoluti furono pure i suoi uomini, i quali non si risparmiarono, neppure di fronte all’estremo sacrificio. 

«Il Baseggio comandò per qualche tempo una compagnia di Volontari Alpini e diresse numerose esplorazioni, piccole azioni di guerriglia. Nel settembre del 1915 decise di far qualcosa che “rappresentasse veramente un’utilità per l’Esercito e per le operazioni di Guerra”. Propose al Generale Farisoglio, comandante la 15° Divisione Fanteria con sede al Castel Ivano, di costituire una “compagnia autonoma per eseguire imprese ardite” e azioni di sorpresa. Questa compagnia sarebbe servita anche da retroguardia o di rinforzo nell’azione di maggiori reparti. Aveva imparato per studio e per esperienza che nella guerra specialmente di montagna, la manovra e la sorpresa hanno talvolta ragione delle posizioni più formidabili e che il morale delle truppe e lo spirito offensivo sono gli elementi principali della vittoria, quando siano temperati dalla prudenza e dal sangue freddo dei Comandanti e dalla loro conoscenza delle qualità topografiche del campo di battaglia”.

Fra le truppe si era radicata la “leggenda delle posizioni imprendibili”. Era necessario sfatarla con azioni guerresche anche di poca importanza dal punto di vista militare, ma tali da sollevare lo “spirito del soldato”.

La sua proposta fu accolta con favore dal Generale Farisoglio, appoggiata dal Generale Andrea Graziani e dal Generale Clerici del Comando della 1°Armata, che fornirono i mezzi per la costituzione della Compagnia.

Così nacque i primi di ottobre Strigno, in Valsugana, presso il “Casermone” la “Compagnia Esploratori Volontari Arditi Baseggio” e per la prima volta fu così costituito un “Reparto Autonomo Arditi di Guerra”. Composta da 13 Ufficiali, 450 graduati e truppa, da 120 soldati conducenti, fu dotata di due sezioni di Mitragliatrici, di una colonna di Salmerie di 120 muli ed un completo equipaggiamento. Fu aggregata per ragioni di vettovagliamento al Comando della 15° Divisione, amministrativamente autonoma e dipendente dal Deposito del 29° Regg.Artiglieria in Firenze e tatticamente alla diretta dipendenza del Comando di Corpo d’Armata. Gli scopi dovevano essere “l’esecuzione di imprese ardite e difficili compiti di avanguardia, di rinforzo e di sostegno”. Ad essa potevano accedervi militari che ne avessero fatta domanda e che possedessero i requisiti fisici e morali a giudizio del Comandante.

In pochi giorni fu radunata, armata ed equipaggiata; vi affluirono militari di ogni ordine e grado, di ogni età e di ogni arma e corpo: Carabinieri, Alpini, Bersaglieri, Guardie di Finanza, Artiglieri, Genio e perfino Veterinari. “Era una mescolanza variopinta e tumultuaria, tenuta assieme dal pugno fermo del Comandante… tutti distintisi in cento azioni e parecchi di essi morti gloriosamente; tutti indistintamente animati da un elevatissimo e sano spirito militare e da una febbre di combattere e di sacrificarsi. Era quello lo “spirito ardito” sopito nel soldato Italiano…” ».

Le perdite della “Compagnia della Morte” in combattimento furono elevatissime: solo nell’ultimo attacco su 200 soldati ne caddero 146. Ma furono fatti anche altri tentativi sul fronte più orientale del Veneto e del Friuli. La fondazione organica della specialità degli «arditi» all’estate del 1917, grazie all’azione congiunta del generale Capello, del generale Grazioli e del tenente colonnello Bassi, con sede operativa a Sdricca di Manzano, nell’udinese. L’addestramento era durissimo, con armi vere e sotto il fuoco non simulato, in condizioni il più possibilmente realistiche. Nel corso degli eventi bellici, gli Arditi divennero un corpo speciale d’assalto. Il loro compito non era più quello di aprire la strada alla fanteria verso le linee nemiche, ma la totale conquista di queste ultime. Per fare ciò, venivano scelti i soldati più temerari, che ricevevano un addestramento affatto realistico, con l’uso di granate e munizionamento reale, e con lo studio delle tecniche d’assalto e del combattimento corpo a corpo. Rispetto a quest’ultimo, vedremo subito l’apporto di un figlio dell’Estremo Oriente. Operativamente, gli Arditi agivano in piccole unità d’assalto, i cui membri erano dotati di petardi “Thévenot“, granate e pugnali, utilizzati in assalti alle trincee nemiche. Le trincee venivano tenute occupate fino all’arrivo dei rincalzi di fanteria. Il tasso di perdite naturalmente era estremamente elevato.

HARUKISHI SHIMOI ARDITO

Di queste unità speciali di ardimentosi guerrieri – è giusto chiamarli così, e non “soldati”, questi «prepotenti generosi» che rischiavano la dura pellaccia per amor di patria, e non certo per il magro “soldo” – fece parte un personaggio particolarissimo, del quale sulle pagine di questo blog si ebbe modo di parlare: Harukichi Shimoi, nobile figlio del Sol Levante.

Di lui, in questa sede, ci interessano al momento solo alcuni dati biografici, che vengono riportati qui di seguito. Harukichi Shimoi, – per gli appassionati degli studi yamatologi ne riportiamo il nome trascritto con i tradizionali kanji sino-giapponesi 下位春吉 –  nacque nella provincia di Fukuoka, il 20 ottobre 1883, ove pure morì il  1º dicembre 1954. Apparteneva ad un’antica famiglia di samurai, dopo aver ottenuto una laurea in anglistica presso la scuola magistrale di Tokyo, Shimoi si specializzò in lingua italiana e intraprese la professione d’insegnante presso un locale liceo femminile. In seguito all’intercessione dell’ambasciatore italiano in Giappone, il marchese Guiccioli, Shimoi ottiene  il trasferimento in Italia presso il Reale Istituto Orientale di Napoli. Dopo gli studi effettuati in patria, spinto soprattutto da quelli di italianistica, Shimoi si trasferì in Italia proprio per studiare a fondo l’opera di Dante, per poi divenir docente di giapponese presso l’Istituto Universitario Orientale di Napoli. Qui, coadiuvato da Gherardo Marone e Vincenzo Siniscalchi,  Shimoi intraprese altresì una vasta opera di diffusione della poesia Giapponese, grazie soprattutto alle pubblicazioni partenopee La Diana e L’Eco della cultura. L’insegnamento  e la collaborazione con gli orientalisti italiani cessò nel ‘15, in seguito allo scoppio della prima guerra mondiale avvenuto l’anno prima e all’entrata in guerra dell’Italia a fianco delle forze dell’Intesa. Nel 1917, durante la prima guerra mondiale, memore delle tradizioni della sua famiglia di samurai, si arruolò nell’esercito italiano, impegnato contro gli Imperi Centrali e, venuto a conoscenza della costituzione dei corpi speciali, gli «Arditi» appunto, divenne egli pure un Ardito, insegnando ai suoi commilitoni le nobili arti  del jiu-jiutsu e del karate.

Ora che è passato un secolo dai tragici eventi della prima guerra mondiale, chiediamoci che cosa possono, oggi, significare per un asceta operante nella Via del Pensiero le sopra riportate considerazioni? Molte cose, e non di poco conto. Almeno a mio orsolupesco avviso.

Anzitutto che è salutare dare il bando alle illusioni, che porterebbero molti ad andare alla ricerca dell’«isola felice», nella quale vivere il roseo sogno di una vita esteriore e interiore indisturbata dai drammi e dalle tragedie, nei quali verrebbe coinvolto il resto dell’umanità. Una tale posizione oltre che cinica è veramente oltremodo sciocca. L’ottimismo che una menzognera filosofia positivista aveva ingenerato in una Europa da belle époque – un ottimismo da “ballo Excelsior” come usa dire il mio terribilissimo amico C., animoso “asceta di altra dottrina”, come lo definirebbe con benevolenza e simpatia il Buddha Shakyamuni – ottimismo e filosofia che promettevano la liberazione dell’uomo dal bisogno, dall’ignoranza, dallo sfruttamento, da ogni forma di oppressione, venne spazzato via dal sangue di milioni di persone. E non è affatto detto che tali tragici momenti non ritornino a scuotere dal comodo sogno materialistico la vecchia e imbelle Europa. Che non è certo l’Europa spirituale prefigurata dal veggente e Iniziato Novalis in Cristianità o Europa, bensì l’Europa delle banche, dei formaggi fabbricati con polvere di latte e additivi chimici, dell’economia speculativa, della precarietà, dell’arroganza dei burosauri di Bruxelles, e quant’altro. Massimo Scaligero denunciò apertamente, e non poche volte, come il falso spiritualismo sia il primo responsabile di una tale decadenza dell’attuale mondo, sempre più stupido e immondo. Basta leggere con l’intelletto del cuore – giusto per citare un solo suo testo – quanto è scritto nel primo capitolo de Il Logos e i Nuovi Misteri, intitolato La responsabilità dell’esoterismo, per levarsi di dosso tutto un cascame di illusioni sentimentali e ipocrisie moralistiche, che tutto sono fuorché morali.

Sulla Via dell’Iniziazione, da sempre, si è trattato di traslare determinati elementi, eventi, o qualità, dal mondo esteriore a quello interiore. Nell’India primordiale, l’elemento esteriore del fuoco, simboleggiato nel dio Agni, il cui mirabile inno apre il Rig Veda, e l’ardore del fuoco sacrificale, tapas, erano fondamentali nei sacrifici che i brahmana eseguivano, per ricollegare il visibile mondo sensibile con l’invisibile mondo sovrasensibile: col mondo degli Dèi. Per gli asceti brahmana, come per i flamini della Roma Arcana, il calore di tale sacrificio vedico era creante, o ri-creante, o con-creante l’Universo. Ma venne un tempo in cui il sacrificio esteriore non fu sufficiente: occorreva riportare il tutto nel mondo interiore. Per cui, per i luminosi asceti delle Upanishad (così li definiva Massimo Scaligero), Agni – l’ignis latino – e il tapas – il tepor latino – divennero il fuoco e l’ardore dell’ascetica azione interiore. Tali asceti cercavano, con ogni loro forza, la “liberazione” dal samsara, e l’esperienza vertiginosa dell’Atman, del Purusha, dell’Uomo Cosmico, non caduto nella frantumazione della molteplicità illusoria, nella maya. E, appunto, con «ardore» essi si davano, si impegnavano senza residui, nell’interiore ascesi liberatrice.

Tra «ardire» e «ardore», come tra «ardito» e «ardente» vi è sicuramente connessione: non solo linguistica. Un “ardente ardore” – come un “ardente amore” – rende veramente “arditi”. Ed è notevole che, nella lingua italiana, «ardente» sia participio presente di ambedue i verbi: «ardire» e «ardere»: mirabile sapienza del Genio della lingua! Ora, la Scienza dello Spirito vuole suscitare nel discepolo dell’Iniziazione proprio questo “ardente ardore”.

L’Arcangelo Michael dal Maestro dei Nuovi Tempi viene chiamato «il fiammeggiante principe del pensiero». Michael genera quello che Massimo Scaligero chiamava calor cogitationis, ossia quel “fuoco”, quel “tapas”, quell’ardente calore sacrificale nel pensare volitivo, che discioglie i pensieri dalla testa e li porta nel cuore. Ma questo non è certamente il facile cuore emotivo, alla cui comoda ricerca si volgono tante “anime belle”, che vogliono sentirsi “buone” a buon mercato. È qualcosa, invero, di molto più radicale. Molte di tali “anime belle” trovano, anzi, che l’ardente fuoco di un tale pensare volitivo sia piuttosto raggelante e inaridente nei confronti delle debordanti reazioni emotive e delle insorgenti pulsioni istintive. Hanno pienamente ragione. Come avevano pienamente ragione quegli Ermetisti cultori della Ars Regia, e della poco amata via secca, i quali affermavano di “lavare col fuoco e bruciare con l’acqua”, e aggiungevano che il loro “fuoco” – appunto un raggelante fuoco sidereo – “congelava l’oro e l’argento nelle viscere della terra”.

Nei confronti delle tempeste emotive e delle insorgenze istintive nulla possono il cerebrale pensiero razionale o l’ondeggiante sentire mistico. Ma dei due, quello più pericoloso, perché più illudente nella sua passività, è proprio il sentire mistico. Almeno il disanimato pensiero razionale può sempre essere volitivamente pensato, e poi ripensato, ostinatamente ripensato: sino a che esso non si animi – come insegna Massimo Scaligero – della sua interna forza. Il disanimato pensiero riflesso ha perlomeno il merito di isolare tutto ciò che proviene dalla psiche ribollente, coi suoi moti emotivi e le insorgenti pulsioni istintive.

Nei confronti dell’arrogante natura inferiore è assolutamente necessario essere “arditi”: risolutamente “arditi”. Perché se si aspetta che sia una pacifica e neghittosa “evoluzione naturale” a portare al superamento dell’abietto servaggio, bisogna proprio dire che ci si illude grandemente, e molto poco saviamente. La stupidissima e pericolosa illusione è quella che, col più mordace sarcasmo, Arturo Reghini bollava a fuoco come ironico contenuto del popolare adagio etrusco “col tempo e con la paglia, maturan le sorbe e la canaglia!”. La natura inferiore nell’essere umano è sì decadente e guasta, ma è anche potente, nonché fornita di una antica e perfida “sapienza”, la quale domina incontrastata nell’anima dell’attuale uomo poco consapevole: uomo spesso avido di comodo e indisturbato servaggio. Detto in parole povere: non si può migliorare la peste. Catastrofi e dolore sono l’unico rimedio, il farmaco d’urgenza alla pigra comodità dei pavidi, che i Numi donano con una generosità, che trova poco gradimento da parte degli umani.

Per parafrasare l’espressione che mi rivolse, molti anni fa, una sagace, e sapiente, amica, occorre essere «essere sempre all’attacco, degli “arditi” sempre all’offensiva». Ed è giusta la “violenza” che l’essere spirituale – l’Io – deve incessantemente esercitare nei confronti della infida natura inferiore. L’arte – perfida e mefitica arte – degli Dèi distruttori, è quella di convincere gli umani che il loro potere sia basato su “posizioni inespugnabili”. Come, nella prima guerra mondiale, i nostri Arditi si avventavano temerariamente contro posizioni austriache ritenute imprendibili, inespugnabili, così nella solare Via del Pensiero l’asceta con la Concentrazione assalta, espugna e dissolve il fatale potere della guasta, decadente, lunare, natura inferiore, attraverso la quale l’Oscuro Signore fonda il suo potere. Parafrasando un’antica espressione orientale, che mezzo secolo fa, purtroppo, venne strumentalizzata in Cina a scopi politici, l’ardimento interiore dell’asceta dimostra che il potere dell’Oscuro Signore è una “tigre di carta”, la quale può spaventare con le sue forme e colori i bambini piccoli, ma che infallibilmente brucia incontrando il fuoco. Il raggelante fuoco della Concentrazione.

Ci si può chiedere perché l’Antroposofia, sorta agli inizi dello scorso secolo, dopo la morte di Rudolf Steiner, malgrado l’azione coraggiosa di pochi discepoli fedeli, sia finita miseramente nei tradimenti dei suoi dirigenti, nella mediocrità – quella orribil cosa che George Orwell chiamava “conglomerated mediocrity” – della stragrande maggioranza dei suoi seguaci, nella degradazione dei suoi contenuti ad un livello New-Age, che suscita sovente sorriso e disprezzo negli autentici cercatori dello Spirito. Ci si può chiedere altresì perché, dopo la morte di Massimo Scaligero, il rinascente movimento spirituale, da lui potentemente impulsato a prezzo di suoi immani sacrifici, sia finito, o rischi di finire nella stagnazione, o il contenuto del suo messaggio venga alterato, a pro’ del noto “trasbordo ideologico inavvertito”. Ovvero spento a pro’ della parte avversa d’Oltretevere.

Certo, il come tutto ciò sia avvenuto è sin troppo chiaro agli orsolupeschi occhi di coloro che in tali vicende hanno voluto, e vogliono, vederci chiaro. Infatti, malgrado le attuali, volute, alterazioni in corso delle opere di Massimo Scaligero – a volte, qua e là, singole parole, altra volta un intero capitolo – e il ripetuto rifiuto di pubblicare e diffondere testi operativi di Rudolf Steiner, testi che sarebbero preziosi per il libero cercatore che voglia essere un praticante interiore, e malgrado il “riscrivere la storia all’indietro” su Massimo Scaligero e non solo, da parte di chi ha un senso della verità “a geometria variabile”, allo sguardo di coloro che non vogliono illudersi il “gran giuoco” – per dirla alla Rudyard Kipling di Kim – di costoro è ben evidente sin nelle più intime trame, e nelle celate finalità: meschine trame e squallide finalità. Da questo punto di vista ben poco differisce, in atti e metodi, l’agire passato e presente dell’Innominato, e dei suoi famuli, da quel che fecero un Albert Steffen, un Guenther Wachsmuth & Co., nei confronti dell’Opera di Rudolf Steiner – per saccheggiarla, distorcerla, affossarla – nei confronti di quei discepoli del Dottore che si opponevano a un tale scempio, e persino nei confronti della stessa Marie Steiner. E ben poco differisce, nei modi e nei contenuti, l’agire dell’Innominato da quello dell’astuto algebrico calcolatore, che – con il generoso ausilio di altri lupacci cattivissimi – dovetti affrontare anni fa. Le analogie sono eloquenti, ma la cosa non desta affatto stupore: nihil sub sole novi!

Se il come, ad uno sguardo sagace e veramente spregiudicato, emerge evidente, ci vuole invero un sguardo audace, ben penetrante, per cogliere il perché di un così palese venir meno ad impegni sacri, ai patti di fede giurata, al culto della verità, all’amicizia, alla fraternità, alla gratitudine verso i Maestri, sino a scendere alle bassezze del tradimento, della menzogna, della calunnia, del sabotaggio, delle minacce legali e fisiche, dello spergiuro, della persecuizione, della derisione sacrilega del Rito della meditazione in comune, delle congiure, degli intrighi.

Purtroppo, la risposta ad una tale domanda, pur non facile per molti da trovarsi, è semplice nella sua scarna nudità. Il perché di tutto ciò è che è mancato, o è venuto meno, il coraggio! È mancato, o è venuto meno, quello “ardente ardire” che spingeva, un secolo fa, quei temerari guerrieri ad assaltare le “imprendibili”, le “inespugnabili” posizioni austriache fortificate. È mancato quel coraggio che spingeva – fedeli al motto “maxime audere semper” – taluni sfegatati a forzare le formidabili difese dei porti della flotta austriaca nell’Adriatico, o anche affrontando – ancor più pericolosamente – in mare aperto, con mezzi che erano davvero fragili “gusci di noce”, giungendo ad affondare corazzate nemiche temibili per strutture e volume di fuoco. Riscuotendo persino la stupita ammirazione dell’Ammiraglio Horty, il comandante ungherese della nemica flotta austriaca. 

Ora, alcuni di quei temerari audaci erano eziandio dei coraggiosi praticanti interiori, che portavano nell’azione spirituale lo stesso impeto che mettevano nell’esteriore azione bellica. Taluni di loro furono dei concreti “realizzatori” spirituali, perché – come affermava Massimo Scaligero – “il Logos ama chi si compromette!”. Questa massima audacia, questo dare – ogni volta – l’assalto ai limiti interiori, è ciò che è mancato – salvo eccezioni – e manca tuttora ai più, nella Comunità Solare. Si è giunti persino – da parte dell’ineffabile Innominato – a scoraggiare ogni intenso impegno interiore nella Via del Pensiero – da costui dichiarata, com’è noto, essere una “Via incompleta e superata” – e a sconsigliare quell’estremismo interiore al quale ci spingeva, sin negli ultimi incontri che Massimo Scaligero ebbe con i giovani della mia città, perché al dire dell’Innominato – e non solo di lui – “bisogna stare attenti a fare troppa concentrazione, perché può far male”, perché “nella vostra città di concentrazione ne è stata fatta anche troppa!”.

È, dunque, viltà conoscitiva, la mancanza di coraggio, o il venir meno del coraggio, che almeno in taluni, e talune, un tempo era pur presente, il perché dell’opposizione – mascherata o aperta – alla Via del Pensiero, l’avversione alla Concentrazione, il deridere e calunniare il Rito della Meditazione in comune. Questa mancanza di coraggio, o il suo venir meno, può portare ad una forma di nihilismo spirituale, il quale – una volta che vi sia rinuncia alla realizzazione spirituale – genera una forma di “invidia metafisica”, perché quel che per viltà, e fiacchezza della volontà, si è rinunciato a realizzare, altri NON devono realizzare.

E, invece, malgrado ogni affermazione contraria dei malevoli interessati, la paura può, volendo, essere vinta; attraverso l’Ascesi può essere generata e consacrata una volontà forte e cosciente; si può voler volere oltre i limiti personali, oltre gli stessi limiti del karma: come ammoniva Massimo Scaligero; si può osare l’inosabile! Tutti siamo, come esseri naturali, deboli, e in tutti noi vi è paura, terrore, di fronte alla travolgenza incandescente sello Spirito: chi pensi il contrario, bisogna dire proprio che si fa pericolose illusioni su se medesimo. Ma la Scienza dello Spirito – la Via del Pensiero – dà modo di costruire la forza – la “forza, forte di tutte le forze”, come è chiamata nella ermetica “Tavola di Smeraldo” – dà modo di generare la possente volontà che va oltre la natura, la volontà che alla natura manca.

La Concentrazione può essere attuata da chiunque: quale sia il suo punto di partenza, e la sua debolezza. La Concentrazione, gradualmente, può essere portata oltre ogni limite: può essere attuata in qualsiasi situazione, anche nella meno propizia. Si può essere “Arditi” dello Spirito, assaltatori di ciò normalmente sembrano “posizioni nemiche imprendibili”, “fortezze inespugnabili”. Non esistono a livello spirituale simili “fortezze inespugnabili” per una volontà decisa “a tutto osare”: osare con coraggio, in libertà, e per amore: unendo, come faceva l’«ardito» samurai Harukichi Shimoi, “forza” e “gentilezza”, “coraggio” e “sapienza”. Soprattutto come faceva Massimo Scaligero, il cui coraggio si attuò veramente oltre ogni limite umano, e che ci indicò la Via aurea del supremo ardimento: la Concentrazione.

Per noi la pratica instancabile della Concentrazione, e l’aurea Via del Pensiero, saranno – come per i mitriasti, gli iniziati ai Misteri di Mitra – militia sacra super terram”. 

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