L'ARCHETIPO – SETTEMBRE 2015
Anno XX n. 9 – Settembre 2015
Anno XX n. 9 – Settembre 2015
APPUNTI SULLA RICERCA DELL’IO
di Massimo Scaligero
(Architrave anno I n° 9 Ottobre 1948)
Il compito non consiste tanto nell’orientarsi secondo un nuovo ordine di pensieri, quanto in un agire psichicamente, ossia nel compiere un atto della coscienza mediante l’energia sottile di cui è sostanziato il pensiero: l’io deve poter giungere a sentire se stesso non come una entità che è in quanto si pronuncia nel pensiero riflesso, ma deve potersi sperimentare di qua dal pensiero riflesso, sentire se stesso prima del suo precipitarsi nel pensiero, aver coscienza di sé non soltanto in quanto si pensa, ma in quanto è, non condizionato dalla sua attività pensante. Alla quale assiste come un testimone che non disturba. Il suo precipitarsi in pensieri per sentirsi io, deve realizzarlo come una necessità che in ogni punto gli sottrae la sua vera essenza, traendolo in una coscienza virtuale.
E’ questa coscienza virtuale che poi per la sua presunzione di universalità, pur accogliendo il mondo in una forma che è soltanto il suo apparire, è portata ad affermare come assoluta e definitiva una unilateralità.
Le tradizioni inerenti all’ascesi spirituale oggi non si presentano più con la veste della ineffabilità: ciò non significa che il mistero sia accessibile ai più, ma soltanto che esso retrocede verso il suo senso più intimo, epperò il suo ultimo valore rimane adialettico. Al ricercatore occorre una virtù nuova di esaurimento in sé persino della dialettica iniziatica. Attraverso meditazione e concentrazione e, per alcuni individui, attraverso chiara auto-contemplazione, è raggiungibile uno stato speciale in cui l’io, essendosi sperimentato col dissociarsi dalla caotica attività del pensiero e avendo perciò stesso proiettato un ordine nel proprio mondo mentale, realizza la coscienza di essere in una prima forma di libertà, disancorato dal proprio divenire animico-fisico, pur permanendo con capacità di controllo e di autoconoscenza entro questo divenire.
L’insistenza nella disidentificazione dalla funzione cogitativa può condurre l’io al senso non semplicemente concettuale ma attuale dell’alterità della natura corporea e psichica, come di un mondo a cui esso può restituire la sua originaria armonia, proprio in quanto non sia immerso nella sua necessità, così da farla sua: la dualità ha tuttavia funzione strumentale epperò transitoria, il senso vero dell’esperienza essendo che l’io, svincolandosi dal piano della semicoscienza, si ricongiunga con quella sua originaria essenza all’altezza della quale può veramente compiere la sintesi, venendo a dissolversi nella autocoscienza ogni coscienza di separazione. In questa ricongiunzione con la originaria essenza, l’io si identifica con quella causa sui che è altresì principio del mondo animico-corporeo che temporaneamente nella costruzione della propria autocoscienza gli appare come alterità.
Normalmente l’uomo nella propria natura corporea si trova immerso e concluso entro una serie di forme di “necessità” che giungono sempre ad assumere per la sua coscienza dialettica valori di idealità e di spiritualità, permanendo, comunque, in ogni piano, immutato il rapporto di passiva adesione dell’io a tale necessità. Qualsiasi concezione detta metafisica dall’uomo non può che essere pseudo-metafisica se viene escogitata, nonostante ogni assunzione ideale semplicemente discorsiva, entro i limiti delle determinatezze proprie alla immedesimazione nel mondo vitale-corporeo: limiti entro i quali non è realmente possibile concepire nulla che sia fuori o al di sopra di essi, se non nella forma della indefinita discorsività.
Lo scioglimento della coscienza dell’io dalle determinatezze della natura corporea attive nella psiche – senza che per questo si perda il contatto con la coscienza corporea, il quale anzi verrà energizzato dalla trasmissione di un ordine originario che andrà a ristabilirsi con i caratteri dell’assoluta spontaneità – può avviare l’anima cosciente, per via di graduali interiorizzazioni delle sue funzioni, al contatto e all’unione con la propria essenza, per così dire, trascendente. Nel punto in cui questa essenza trascendente viene riconosciuta dall’anima umana come la propria origine, sì che per essa sparirvi significa in sostanza ritrovare se stessa, essendo essa risalita dal pensiero riflesso al pensiero cosciente, dal pensiero cosciente alla coscienza del pensiero e per ultimo essendosi mantenuta intrepidamente in quell’inconcepibile stato di vuoto, all’altezza del quale o si precipita nell’abisso della consueta semicoscienza o ci si libra tranquilli nell’aria di luce: in quel punto l’uomo può veramente dire di se stesso IO, o meglio, tenendo conto del senso che sino ad allora aveva presentato l’io: “Non io, ma l’Essere solare in me”.
In quel punto e in quell’attimo che redime il suo valore temporale, in quanto realizza uno stato che non ha un “prima” né un “dopo”, l’uomo sa finalmente chi è, in quanto egli stesso diviene colui che era oggetto della sua ricerca. E due possibilità ormai gli si offrono, inerenti al grado del risveglio cosciente che egli ha saputo trasfondere alla sua individualità inferiore, la quale può aver partecipato sotto forma di conoscenza illuminatrice alla nascita dell’Io nell’anima, senza per questo venir risoluta nella organica profondità delle determinazioni sensitivo-istintive: permanere nello stato di fissa folgorazione dell’Io, in quanto le stesse categorie della natura corporea sono state arse e purificate (ma ciò stesso implica l’assunzione in una a-dimensione che lo fa sparire all’umano o lo può ricondurre all’umano per una missione che è mistero); oppure ritornare, nella misura in cui ciò viene reso necessario dal grado di risveglio; ritornare entro i limiti della individualità per ritentare indefinitamente la prova, ormai possedendo una direzione che è il ricordo di continuo evocabile della esperienza avuta. (diciamo “evocabile” perché non può essere richiamato nell’anima come un qualsiasi ricordo, senza che perda di intensità e di significato, rendendosi necessario ristabilire ogni volta le condizioni animiche richieste, almeno fino a che queste non siano talmente possedute da divenire normali).
Per comprendere il senso sottile della ricerca dell’io giova rendersi conto in quale momento la meditazione, la concentrazione, o l’autocontemplazione, che fin lì erano state un appoggio necessario, debbano venir lasciate in quanto esse stesse, rappresentando una forma individuata di pensiero legata alla coscienza da trasformare, a un tratto si presentino come qualcosa che va trasceso mediante la stessa attività animica messa in atto, sempre più sottilizzata: la meditazione lascia il posto a una direzione interiore, a-concettuale, verso l’origine trascendente – l’Io – mentre la concentrazione si risolve e si illimpidisce in un’attitudine a fissare in ogni passaggio, di là da ogni possibile decentrazione, lo stato di coscienza raggiunto. L’autocontemplazione continua, sino a perdere la sua funzionalità nell’affiorare dell’essenza segreta dell’ascesi che è la forza stessa di Colui che inizialmente si contempla: contemplatore, contemplato e contemplazione divengono uno, per via di trasparente attualità.
In questa fase, dunque, l’uomo acquisisce per propria virtù una rivelazione che opera nella totalità dei suoi complessi psichici come un dissolvente di quanto è cristallizzato: è una forza che penetra in ciò che è denso per scioglierlo e illimpidirlo, in una semplicità assoluta che è diafaneità innanzi alla luce di Colui che è: egli sa, sia pure essendo tornato ad appoggiarsi ai modi semplicemente umani di essere, egli sa che quell’essere sopraindividuale nel quale, per via di segreta ascesi ha riconosciuto la vera essenza di sé (in una “durata” che fuori delle condizioni umane è eternità, ma che per la misura terrestre del tempo può essere soltanto un attimo) era sì, l’oggetto della sua lunga e ritmica ricerca, attraverso Scienza dello Spirito, o il shastra, o la Tradizione rispondente alla sua individualità storica, ma che tale Essere, in verità, era il soggetto che guidava la ricerca. Tale acquisizione ha un valore decisivo per un orientamento ancora più conforme al senso assoluto della ricerca, offrendo al ricercatore un’ulteriore chiave per il compimento dell’opera. Il valore di ogni mezzo dialettico, di ogni meditare, di ogni agire psichicamente, sarà riconosciuto come subordinato non tanto a colui che ricerca, quanto a colui che segretamente dirige il ricercatore, il quale perciò quanto più in un modo di ricercare recante l’impronta umana potenzia la sua empirica individualizzazione, tanto più (nonostante che parli di Iniziazione e si dia un atteggiamento per così dire esoterico, che sarà sempre una forma retorica) si allontanerà dalla identificazione con il Sé che pretende ritrovare, contrapponendo ad esso la sua soggettività e confermando la dualità in una nuova forma.
Nell’uomo, in ogni uomo, è insito l’impulso umano alla conoscenza, come viene chiamato, già nel titolo, nel secondo capitolo della Filosofia della Libertà. Sì, ma conoscenza di che cosa? Conoscenza della realtà: della realtà “così com’è”, yathâbhûtam, come affermano, per esempio, i buddhisti di tutte le Scuole, ma anche tutta intera la tradizione iniziatica d’Oriente e d’Occidente.
Ma già qui sorge una grandissima difficoltà, e viene da chiedersi: l’uomo conosce, o è capace di conoscere, la realtà “così com’è”, yathâbhûtam, ossia oggettivamente, senza distorcerla, senza trasformarla tutta intera in un sogno soggettivo, o addirittura in una illusione, nella Grande Illusione, la Mahâ Mâyâ delle metafisiche e delle “Vie di liberazione” di tutta l’India, in definitiva in una immane una menzogna?
La risposta, ben amara per molti, non potrebbe non essere altro che molto poco confortante. Perché se è certo che l’uomo, ogni uomo, è capace di conoscere, giacché l’impulso alla conoscenza è insito in ogni uomo, è altrettanto certo che, generalmente, l’essere umano sfugge una tale conoscenza. Sfugge la conoscenza del mondo e di se stesso. Anzi prima, e più di tutto, egli sfugge – si dovrebbe dire ch’egli, addirittura a gambe levate, fugge – di fronte alla conoscenza di se stesso. L’essere umano non ama la conoscenza di se stesso, la evita in tutte le maniere possibili, e su se stesso si fa, e ama farsi, le illusioni peggiori.
E questo spiega il monito del Dio di Delphi: γνῶθι σεαυτόν, gnôthi seautón, ossia “conosci te stesso”, e aggiunge: “e conoscerai l’Universo e gli Dèi!”. Infatti, è detto:
τὸ γνῶναι ἑαυτὸν οὐδὲν ἄλλο ἐστὶν ἢ τοῦ σύμπαντος κόσμου φύσιν γνῶναι,
to gnônai heautòn oudèn àllo estìn e tou sýmpantos kòsmou phýsin gnônai,
«conoscere se stesso non è altro che conoscere la natura dell’universo».
Ma raramente e difficilmente l’uomo si lascia sedurre da un così savio e benefico consiglio del Dio luminoso. Spesso, troppo spesso, l’essere umano, per turpe viltà, piuttosto che la Conoscenza, brama e preferisce l’oscurità dell’ignoranza e l’inerzia più pigra e ottusa.
Per sfuggire ad una salutifera conoscenza di sé – e di conseguenza delle cose, della vita e dei suoi reali valori, del mondo – l’essere umano fa accompagnare l’ignoranza, la brama, e la torpida inerzia, ossia gli âsava, i tre veleni intossicanti dei quali parla il Buddha Śâkyamuni, dalle loro solerti figlie e ancelle: la paura e l’avversione. Paura e avversione nascono dall’ignoranza, dalla avidyâ, e portano a temere non solo l’ignoto, bensì qualsiasi cambiamento che scuota dalla turpe inerzia, e ad avversare violentemente tutto ciò che possa ostacolare l’appagamento della brama, della inestinguibile “sete”, come la chiamano i buddhisti, o addirittura rischi di portare alla sua “estinzione”, al nirvâṇa, e spinga quindi all’azione liberatrice, dissolvendo la paralizzante inerzia.
A questa Conoscenza liberatrice, che è la folgore del Pensiero Vivente, l’uomo resiste, avvinghiandovisi come nello spasmo di un tetanico crampo, con ogni pensiero possibile, con tutti i suoi stati d’animo, con ogni suo istinto più virulento. In queste condizioni davvero disperanti, l’impresa di realizzare una tale Conoscenza è davvero una impresa “eroica”, perché tale impresa deve con energia titanica, “prometeica”, disciogliere il crampo tetanico, che tiene dolorosamente avvinti alla inconsistente, ma insinuante e travolgente sfera delle soggettive illusioni, precipitando così, ottusi e ipnotizzati, nello spalancato abisso della Mâyâ.
Uno dei più frequenti narcotici cui si dànno molti di coloro che, pur sentendo l’attrazione dello spirituale, voglio sottrarsi alla Conoscenza dello Spirituale stesso, presentendo che una tale Conoscenza sia dissolvitrice della ignorante, ignave, ottusa condizione, è il mito, l’idolatrico feticcio, del moralismo. Si pensa, e ci si vuole convincere, che sia sufficiente essere delle “brave persone”, “comportarsi bene”, per realizzare lo Spirito. Naturalmente senza il faticoso incomodo di doverlo conoscere. Ovvero, si può rimanere in uno stato di coscienza trasognato o dormiente, e tuttavia mettere in atto, in maniera meccanica o vegetativa, comportamenti “morali”. E questo, per usare il linguaggio di matematici e geometri, a loro dire, sarebbe “condizione necessaria e sufficiente” per la realizzazione dello Spirito. Cioè, oltre al comportarsi bene, magari sforzandosi pure di comportarsi sempre meglio, non vi sarebbe altro da fare. O poco altro, perché troppa Conoscenza – a loro dire – può far male, anzi malissimo. Quanto alla Concentrazione, questa, poi, fatta troppo, farebbe malissimo. Sempre a loro dire.
A volte questo atteggiamento di ottusa e passiva resistenza, può accompagnarsi ad un’ aperta e virulenta azione di contrapposizione rabbiosa e di contrasto più o meno bellicoso nei confronti della Via del Pensiero, della intensa pratica della Concentrazione, dalle quali soltanto, oggi, può scaturire autentica Conoscenza liberatrice. E i metodi adoprati contro gli ostinati, pertinaci seguaci della Via del pensiero – a onta della “virtuosa moralità” proclamata ed esaltata addirittura con idolatrico culto – possono essere davvero sudicetti assai.
Il moralismo non è la moralità: né è, anzi, la caricaturale contraffazione. Moralità autentica può scaturire solo dalla Conoscenza, e non dal conformarsi a comportamenti “virtuosi”. Verace moralità scaturisce unicamente dalla Conoscenza, perché essa è atto attivo dell’Io, e non può scaturire dalle passive movenze dell’anima stordita, poco consapevole, o sognante. Moralità è espressione dell’autocoscienza dell’Io, ossia atto producente dell’Io spiritualmente sveglio nell’anima cosciente, mentre il moralismo “virtuoso” è un fatto prodotto che si verifica nell’anima, ma non un atto coscientemente, attivamente, volitivamente operato dall’ anima. Quando poi non è soltanto ipocrita e interessata recitazione – a profitto degli illusi – da parte di sepolcri imbiancati.
Nella Filosofia della Libertà vien detto che non può essere libera un’azione se colui che la compie non sa perché la compie. Il bello – o, se si vuole, il brutto – è che, il più delle volte, quello che dovrebbe essere il soggetto cosciente dell’azione, non solo non conosce il perché la compie, o le forze che lo spingono all’azione stessa, ma neppure sa che la compie. È proprio il caso di dire che gli umani vivono alquanto distratti e che nesciunt quod faciunt!
E se ascoltiamo la parola del principe Siddhârtha Gautama, il Buddha Śâkyamuni nel Dhammapada, l’Orma della Disciplina, come limpidamente traduce Eugenio Frola, ove nell’Appamâda-vagga, vien detto :
La vigilanza è la via per non morire, la distrazione strada alla morte.
I vigilanti non muoiono, i negligenti son come morti. […]
Attraverso la vigilanza, l’attenzione, la restrizione e il controllo
Il saggio si costruisce un’isola che i flutti non sommergeranno. […],
Come chi vada cogliendo fiori, così la Morte coglie la vita degli uomini distratti,
come un’inondazione che si abbatte su un villaggio addormentato,
forse dovremmo prendere molto sul serio, ancor dopo 2600 anni, le parole ammonitrici dell’Asceta degli Śâkya. Anzi, forse, lo si dovrebbe fare oggi più che allora.
Nella condizione estracorporea, sperimentabile nella Concentrazione portata sino all’assolutezza, si attua quel morire prima di morire, senza morire, che è al contempo una condizione di immortalità e di innatalità. Perché, da una parte, nel fuoco dell’attenzione volitiva – in quello che Massimo Scaligero chiama calor cogitationis – “ardono” e si consumano tutte le tare, le storture, le deformazioni che l’anima ha accumulato in quello che a lei pareva un vivere, ed invece è l’inesausta consunzione di un logorante morire. Questo volitivo “ardere” attua attivamente e volitivamente quel devastante processo che, normalmente, l’essere umano sperimenta, passivamente, solo dopo la morte. In questo volitivo e cosciente “ardere”, attuantesi nella Concentrazione, il morire del mero vivere biologico si trasforma nel rivivere di un elemento di luminosa immortalità. Per altro verso, nella Concentrazione portata a radicalità, si ritrova quella condizione pura dell’anima, anteriore alla nascita che, appunto, è tale prima che le esperienze della vita abbiano impresso su di lei traumi, ferite e cicatrici, ossia quella condizione che, in Estremo Oriente, gli audaci e luminosi asceti del Ch’an o dello Zen chiamavano: “il tuo volto prima di nascere”.
In tale esperienza di innatalità ed immortalità, conseguente alla Concentrazione profonda, l’asceta si apre alla forza-folgore del pensiero vivente, nella quale pensare, sentire e volere sono, come mostra Massimo Scaligero nel Trattato del Pensiero Vivente, un’unica forza, un’unica fulgurea corrente di vita. Il bene è questa forza una, integra come corrente di forza e di vita, veste di Luce e di Calore del Logos. Il male è la frantumazione di questa forza di Luce-Vita in un pensare riflesso, che è smorzata ed evanescente luce senza vita, e in una volontà, che è oscura vita bramosa senza luce, e in mezzo un sentire continuamente dilaniato nell’oscillazione tra l’anemico e disanimato pensare e l’insorgere ingovernabile del volere istintivo. Il bene è che l’uomo si innalzi al livello di coscienza dell’Io, ritrovi la forza una del pensiero vivente, il male è che l’essere umano tramortito sia alla mercé nell’anima del fatuo accendersi del pensiero riflesso, del divampare incontrastato delle pulsioni della volontà istintiva, della consunzione del sentire emotivo.
Perduta l’esperienza vivente del pensiero-folgore, l’essere umano perse la comunione con lo Spirituale, e perse altresì la capacità di essere spontaneamente in armonia col sopramondo, con l’ordine cosmico o, come direbbero i Cinesi, col Tao. Perduta tale comunione spontanea con lo Spirituale, e le Gerarchie, l’essere umano è stato travolto dalle caotizzate forze dell’anima caduta. Semplicemente per arginare la travolgenza di tale chaos istintivo, l’essere umano – incapace di ritrovare la comunione spontanea con l’essere uno del pensiero-folgore – ha cercato un “surrogato” in una serie di comportamenti “virtuosi”, in conformità rituali, che sono un ben misero surrogato dello stato primordiale smarrito, ed anche, col volger delle età, un sempre meno efficace rimedio. Sino ad esser giunti oggi al “virtuismo” o al “moralismo”, ossia ad una vera e propria caricatura di quel che, ancor secoli fa, con qualche dignità poteva essere forza minimamente ordinatrice.
Che l’essere umano di questa meravigliosa e sciagurata epoca non debba farsi molte illusioni circa la facile “virtù”, la quale sarebbe, more geometrico, condizione assolutamente necessaria quanto sufficiente per una realizzazione iniziatica, è mostrato ad abundantiam dalle parole di Massimo Scaligero alle pp. 179-180 dell’Avvento dell’uomo interiore, nell’edizione di Sansoni, Firenze, 1959, che mi è particolarmente cara, dove parlando dello svincolamento interiore, conseguente all’ascesi della Via del Pensiero, dice:
«E’ un guardare che può essere meritato e che, a un dato momento, diviene condizione di una precisa visione trasfigurane, in quanto si sia abbastanza svincolati dalla propria natura da poterne vedere il guasto radicale […]
Occorre aver conseguito la «stabilità» insieme con la indipendenza dalle consuete «velleità», per poter contemplare in se stessi, senza venirne sconvolti, le profondità della «natura malvagia»: la tortuosità, l’odio, l’amore di sé, la paura, l’invidia, dominanti dal profondo di una loro «sede», che al suo rivelarsi, mostra il carattere della irresistibilità, quasi di un’assolutezza contro cui sembra impossibile reagire. Eppure il «guardare» è già il principio del superamento. E’ un guardare che si forma con l’esercizio dell’«osservazione pura», con la capacità di guardare i pensieri: è un guardare che libera, perché fa riconoscere ciò che non si è.
L’uomo ordinario non avrebbe forze sufficienti per sopportare un simile scenario e ciò gli evita di vederlo: egli deve potersi illudere circa virtù e principî morali che gli diano una qualche sicurezza e il senso della buona coscienza per muoversi agevolmente in quella esistenza che egli assume come realtà. L’educazione metafisica ha il compito di formare l’uomo sino a fornirgli l’interna saldezza perché, a un dato momento, posa sostenere la visione di questa realtà, mai sospettata. Contemplare tale scenario libera e rapporta al centro le facoltà in colui che contempla: la coscienza ora si estende per l’Io a una realtà con la quale era confusa e si riduceva quasi sempre anch’essa a «fenomeno».
Queste parole di Massimo Scaligero mostrano, con una chiarezza che non ha pari, che la possibilità di una autentica «moralità» dipende dalla liberazione del pensiero conseguibile attraverso la intensa e fervida pratica della Concentrazione, e che forze morali scaturiscono dalla Conoscenza, ossia dall’esperienza del Pensiero Vivente, e non viceversa. A queste considerazioni vogliamo accostare quanto Massimo Scaligero dice nell’articolo, che è stato pubblicato recentemente su questo blog, Che cosa l’Ottuplice Sentiero può ancora significare per l’umanità (https://www.ecoantroposophia.it/2015/06/scienza-spirito/hugo-de-pagani/lascesi-del-risveglio-e-lottuplice-sentiero-del-buddha-shakyamuni/), ove dice:
«A questo punto appare evidente come l’Ottuplice Sentiero non agisca in quanto imperativo morale o sociale, ma per il fatto che esso sia intessuto di una serie di atti interiori, condotti sempre mediante un particolare modo di pensare, che è retto pensiero o pensiero puro. La sorgente dell’intuizione è chiamata sempre a scaturire nell’anima sì da generare le varie attitudini indipendentemente dagli antichi vâsanâ, epperò persino oltre il limite della conoscenza o della sapienza acquisita. Per l’uomo moderno, la chiave dell’intero processo è nella riconquista del pensare in quanto uguale all’essere. Fuori di un “pensiero vivente”, gli otto sentieri non possono restare altro che astratte direttive etiche, le forme esteriori di una saggezza, intesa a celare l’egoismo umano sotto la cornice di una qualche dignità.
Qui la moralità in realtà non è il presupposto, bensì una conseguenza, che non viene neppure posta come un fine, e quindi non è neppure voluta, in quanto l’Ottuplice Sentiero ed il pensiero trasparente, non più legato ad alcuno strumento fisico, divengono il sentiero verso la realizzazione di ciò che la filosofia moderna designa intuitivamente come il “fondamento”: quello che non ha altro supporto che se stesso».
L’esperienza del Pensiero Vivente, dal quale scaturiscono retto pensiero, retto giudizio, e retta visione, attraverso il superamento dello stato di cadavericità del pensiero riflesso, costituzionale per l’uomo moderno, è il presupposto del sorgere di una moralità vivente. Si è morali perché si è liberi, e non viceversa, perché – come è scritto nella Filosofia della Libertà – «la libertà è la maniera umana di essere morali». E la prima libertà che l’uomo può conquistare è la liberazione del pensiero dal cervello, dal sistema nervoso, dall’abietto servaggio alla vita somatica, che è un vivere per la consunzione e per la morte. Altrimenti parole come «virtù», «moralità», sono soltanto flatus vocis, mere parole, dialettica, retorica, recitazione ed autoinganno. Infatti, sempre nel medesimo articolo, Massimo Scaligero scrive:
«Una virtù, una qualsiasi attitudine interiore, per l’uomo moderno è anzitutto e soprattutto un qualcosa di astratto, quasi uno slogan. L’esperienza razionale è quella che rende l’uomo capace di edificare la scienza e la visione scientifica del mondo. Ma il metro di misura della mera conoscenza non può in alcun modo essere applicato alla visone dell’uomo antico. […] L’uomo antico, un essere prerazionale e prefilosofico, non sperimentava astrattamente il pensiero, in quanto la corrente vivificatrice della volontà scorreva direttamente nel suo pensare. Una virtù non avrebbe potuto essere pensata astrattamente – là dove l’uomo moderno, invece, può essere razionalmente persuaso, con ottime ragioni, a condannare un modo di vivere nei confronti del quale, in effetti, egli non è abbastanza forte da liberarsene – ma una volta introdotta nell’anima come pensiero, quella virtù avrebbe mostrato sin dal principio la sua forza trasformatrice.
L’importanza attribuita a dhâraṇâ e a dhyâna, ossia alla concentrazione e alla meditazione, nei testi tradizionali può essere scorta nell’esperienza attraverso la quale l’uomo realizzava il suo essere: nel pensiero egli viveva, per così dire, come in un organismo sottile non limitato alla testa, bensì pervadente l’intero suo corpo e la sua anima.
Lo Yoga, la dottrina dei chakra, la nozione delle nâdî, e il lato pratico dello shaktismo sono intesi nell’Induismo a “corporificare lo spirito e a spiritualizzare il corpo”, e possono essere giustificatamente messi in relazione con l’idea dell’antica identità tra l’essere e il pensare. Il mistico realizzava se stesso nel pensare e sentiva ch’egli non era, allorché era cosciente unicamente del suo corpo; egli si sentiva disperdere e quasi svanire nel processo sensorio, laddove invece egli sentiva il proprio essere integrale, mentre era impegnato nel pensare meditativo. Per lui l’essere era pensare e il pensare essere. Al di fuori dell’attività interiore suscitata dal pensare egli non era. All’interno di essa, egli percepiva il proprio essere, la propria vita. Nella meditazione l’uomo viveva realmente. In altre parole, le astrazioni erano ignote all’asceta antico, poiché il pensiero era volontà, al tempo stesso che jñâna era autorealizzazione».
Tornando a quanto Massimo Scaligero scrive a p. 180 dell’Avvento dell’Uomo Interiore, troviamo:
«La visione, in quanto sia possibile, è liberatrice ed è previsto che si abbia, se le condizioni a ciò necessarie siano acquisite: è l’inizio di un «essere liberi dal male» nel suo germe, ed in tal senso le sue conseguenze positive sono valide, oltre il limite individuale, per l’umanità. L’impressione della radicale malvagità e del selvaggio attaccamento a se stessi desta, insieme con la conoscenza di sé, l’umiltà – in quanto si sa di essere ancora legati a ciò che si guarda – e la compassione per gli altri esseri che ignorano la loro miseria: umiltà e compassione vere, non quelle che si cercano per sentirsi migliori. In effetto, non possono darsi vera compassione, vera tolleranza per l’altrui errore, vera comprensione per l’isolamento degli esseri, prima della esperienza di questa condizione radicale della natura umana.
Chi abbia una simile esperienza, contempla una realtà inconoscibile a chi sia legato ad essa in modo da non potersene separare, essendogli essa interno motivo di vita, supporto inalienabile: condizione dell’uomo ordinario, ma anche del ricercatore dello spirito sino alla soglia della visione penetrante a cui si è accennato. Presso la quale viene insegnato che vigila un essere detto Guardiano della Soglia».
Si dirà che queste parole di Massimo Scaligero sono troppo dure, sconsolanti, e che l’austerità dell’impegno ascetico che richiedono non sono sopportabili per molti cercatori dello Spirito. Personalmente ritengo che la più desolante e disperante realtà sia ben migliore della più rosea illusione. Per cui conviene – come ammoniva quel paganaccio impenitente, dal grandissimo cuore, che era Arturo Reghini – di mettere al bando, senza veruna misericordia, ogni illusione, e di guardare romanamente in faccia la realtà. Questa potrà non piacere ma, appunto, è reale, con essa dobbiamo fare rigorosamente i conti, e solo da essa possiamo partire per giungere a quella che il Buddha chiama l’Eccelsa Mèta.
Coloro che, rinunciando all’impresa interiore, scelgono di sostituire all’austerità della Via dello Spirito, alla Via eroica, una illudente “via dell’anima”, ossia la comodità della via egoica, oggi hanno a disposizione, per stordirsi rispetto all’angoscia interiore, e beatamente sognare, i narcotici e gli stupefacenti del misticismo, del sentimentalismo, dell’intellettualismo culturale ed estetizzante, del moralismo, del “virtuismo”, che in taluni ambienti è diventato un vero e proprio mito idolatrico, dell’attivismo, dell’obbligatorietà dell’impegno “sociale”.
Quanto sia possibile manipolare ed illudere le “anime belle”, può essere illustrato da un episodio, che è un esempio tipico di una “intelligente” operazione di “trasbordo ideologico inavvertito”, mediante il quale le persone vengono sedotte ad una “via sostituita”, come la chiamava un tempo un esoterista francese. Tale voie subtituée non è altro che un deviare i ricercatori sinceri, ma troppo ingenui, su un “binario di scambio”, e poi su un “binario morto”. Indi poscia, al treno viene pure staccata la locomotiva, in attesa che poi dalle alture circostanti – come direbbe il mio ottimo e sapiente amico C. – scendano gli Apache Chiricahua a fare scempio dei malcapitati e lauto bottino. L’intelligente autore di cotale “nobile” (si fa per dire…) impresa – perfettamente riuscita – anni fa, affermò ai suoi fidenti ascoltatori che, in questa epoca, non è più tempo di giungere all’esperienza della Soglia individualmente. Ciò, a suo dire, non sarebbe più necessario, e sarebbe anzi eccessivamente pericoloso. Alla Soglia, e al suo superamento si può giungere comunitariamente, ovvero “tutti insieme appassionatamente”, come nel bellissimo film di Robert Wise, con Julie Andrews e Christopher Plummer. In luogo del troppo austero e silente Rito della meditazione in comune, indicato da Massimo Scaligero, vennero proposte al fidente gruppetto, trasformato in un “Club di Lettura e Conversazione”, delle più interessanti “sedute di autocoscienza”, in stile anni sessanta.
Quanto, in luogo dell’audace ricerca della Via assoluta, certi “surrogati” siano ben miseri, e certi “rimedi” proposti siano dei narcotici illudenti e dei placebo sempre meno efficaci, lo affermò già 2600 anni fa Laotzu, con parole che più eloquenti e chiare non si potrebbe, per es, nel XXXVIII capitolo del Taotehking, ove dice:
« XXXVIII – SULLA VIRTU’
La virtù somma non si fa virtù per questo ha virtù, la virtù inferiore non manca di farsi virtù per questo non ha virtù. La virtù somma non agisce, ma non ha necessità di agire; la virtù inferiore agisce, ma ha necessità di agire. La somma carità agisce, ma non ha necessità di agire; la somma giustizia agisce, ma ha necessità di agire; il sommo rito agisce, e se non viene corrisposto si denuda le braccia e trascina a forza. Fu così che, perduto il Tao, venne poi la virtù; perduta la virtù, venne poi la carità; perduta la carità, venne poi la giustizia; perduta la giustizia, venne poi il rito: il rito è labilità della lealtà e della sincerità e foriero di disordine».
Oggi, pur di non affrontare l’impresa spirituale, si giunge in maniera insana e improvvida ad attuare, con una alchìmia inversa e perversa, a trasmutare, anzi a degradare, l’oro della Sapienza in volgarissimo piombo, quando non in strame. E invece di cogliere l’invito, del sapientissimo Maestro del Celeste Impero, Laotzu, di esser «dritti nel curvo, interi nel frammento», si fa di tutto per esser curvi nel dritto e di mandare in frantumi l’intero, ciò che, nella essenza spirituale, è uno.
Ma per chi cerchi di conoscere la realtà – yathâbhûtam, ossia “così com’è” – e non i sogni, che prima o poi da rosei e consolanti si trasformano in incubi opprimenti e disperanti – l’unica Via, la Via vera, la Via per “conoscere se stessi, gli Dèi, l’Universo e la Natura”, è la Via del Pensiero, la Via della Concentrazione. Da essa scaturisce la Conoscenza folgorante delle “cose che sono e non appaiono”, la Conoscenza liberatrice e risvegliatrice dal millenario sonno, dall’abietto servaggio dell’anima alla tombale prigione corporea.
È verissimo che la Via dell’Ascesi pensante è dura, che la Concentrazione è una pratica decisamente non grata alla natura caduta dell’uomo, che ad essa si ribella e si sottrae in ogni modo possibile, ma è altresì vero che tale Via «eroica» è l’unica terapia, l’unica Via di salvezza per l’uomo, che rischia la degradazione nel subumano e lo sfracellarsi nell’abisso. Surrogati e rimedi palliativi sono come dare su una nave che, sull’oceano in tempesta, sta affondando, ansiolitici, sedativi e sonniferi a chi rischia di affogare tra le onde, e sia nell’angoscia per tema di dover affrontare vigorosamente le onde.
Nella prima edizione, ormai introvabile, dell’Avvento dell’Uomo Interiore, Massimo Scaligero pose, nella seconda di copertina, queste parole, che sono una mirabile sintesi dell’intera Via del pensiero. Queste parole del Maestro, purtroppo, non vennero riprodotte nella riedizione, apparsa negli anni settanta dello scorso secolo, come L’Uomo Interiore ad opera delle Edizioni Mediterranee. Le trascrivo per offrirle alla diligente meditazione degli amici innamorati della Via Vera, e della Concentrazione:
«Chiave del senso della presente epoca e del valore attuale della Iniziazione, quest’opera è dedicata a coloro che hanno ancora il coraggio di volere l’uomo. Viene indicata una «via spirituale» che, mentre è di là dalle tradizioni, attinge a un segreto e imperituro insegnamento: che un tempo agì attraverso le metafisiche dell’Oriente, oggi opera, inconosciuto, nell’anima dell’occidente, per chi giunga a scorgerla. La tecnica dell’esperienza soprasensibile descritta in questo volume già reca in sé quanto di essenziale operò nello Yoga, nel Taoismo, nella «via» del Buddha, nello Zen nel Tantrismo, ma si trae precipuamente dall’attivazione di un ulteriore elemento interno, che può sorgere soltanto nello svincolamento del pensiero razionalistico e astratto dai contenuti finiti e sensibili, valsi unicamente alla sua formazione. Per l’uomo moderno, è questo pensiero disanimato, che, risorgendo come magica forza , diviene veicolo della resurrezione cosciente del «sopranaturale» in lui, epperò virtù risolutrice degli urgenti problemi del tempo».
Cari amici lettori, dopo qualche intemperanza torno serio e perciò dico e ridico sempre le stesse cose, speziandole un tanto per variarne – poco davvero – il sapore. Questa noterella potrebbe iniziare volgendosi esaustivamente all’eccezionale fenomeno che consiste nella capacità di comprendere le cose che cadono sotto la nostra osservazione poiché, seppure mediate dallo spazio e dal tempo e dagli organi del nostro corpo (e già a questo punto dovrebbe aprirsi un ampio capitolo sulla presunzione di oggettività di tali mediazioni: ciò è stato compiuto con assoluta profondità da Rudolf Steiner nel IV capitolo della Filosofia della Libertà e da Massimo Scaligero con Segreti dello Spazio e del Tempo), esse, prese di per sé, non offrono al nostro sguardo il loro significato di realtà, avendo il carattere di un tutto indiviso e incomprensibile.
La norma che permette di distinguere i caratteri di un ente dagli accidentali generali e dal resto del mondo già appartiene alla nostra attività pensante e non al percepito indiscriminato che senza dubbio c’è ma mai si saprebbe cosa sia. Già la III dimensione non si dà ma viene data dall’attività del soggetto. Questo fatto è intuibile a chiunque sia capace di pensare e dunque minimamente presente a due mondi: a quello sostenuto dal pensare e a quello indeterminato poiché privo di pensiero.
Nella sua indagine, Rudolf Steiner osserva che persino “in due oggetti dello stesso genere non vi è nulla di veramente comune se ci si attiene soltanto all’esperienza dei sensi”. Prendiamo l’esempio elementare di due triangoli: uno isoscele e l’altro scaleno, oppure uno piccolo ed il secondo grandissimo…potremo continuare all’infinito.
Occorre compiere uno sforzo riflessivo per realizzare che fermandoci alla mera esperienza sensoria (cioè priva di pensiero) non esiste alcun triangolo uguale ad un altro e non esisterebbe nemmeno la possibilità di riconoscere un secondo triangolo dopo il primo (a dire il vero non esisterebbe nemmeno la comprensione per il primo triangolo, ossia la possibilità di riconoscere che un triangolo è un triangolo). Normalmente invece riconosciamo la loro comune identità poiché portiamo loro incontro nel moto pensante la luce del concetto di triangolo: solo allora riconosciamo tutti i triangoli del mondo.
Ma in tale caso abbiamo oltrepassato la mera esperienza sensoria e il contenuto del concetto (di triangolo) dove siamo andati a coglierlo? Semplificando al massimo, la risposta è questa: dal mondo del pensiero.
Ci siamo avventurati in quel settore di realtà (teoricamente rifiutata dal positivismo filosofico, dal materialismo becero e dall’esoterismo di mezza tacca) senza la quale nulla delle cose del mondo sarebbe da noi compresa e comprensibile perché, per la nostra costituzione, manca nel puro mondo sensibile. Questa è l’esperienza interiore assolutamente necessaria alla comune condizione umana ed è parimenti quella meno avvertita consapevolmente.
In quanto uomini, l’esperienza interiore del pensiero è ciò che ci colloca al vertice di quelli che sino a ieri furono chiamati “regni della natura”. Ci distinguiamo dal resto della natura non perché ci muoviamo o respiriamo ma nemmeno per il fatto che qualcosa susciti in noi odio o amore con una fenomenologia quasi simile alla pioggia che cadendo modifica la precedente compattezza o morfologia del terreno.
La luce del pensiero genera l’uomo in quanto entità completa, e dalla interiorità di lui essa sgorga incessantemente donando compiutezza al mondo, ancora senza che lo si sappia, poiché per ora una consapevolezza desta non esiste ancora, o meglio, l’atto non viene avvertito durante il suo processo: dandosi, a posteriori, come riverbero (riflesso): la consapevolezza si riaccende solo dopo, nel riverbero, in cui coglie il compiuto, il mondo già fatto ed il pensiero come fosse soltanto un riflesso di questo: per moltissime anime tale pensiero viene sentito come una copia sbiadita e sicuramente più incerta del mio “oggettivo” portacenere.
So bene che le precedenti righe sono insoddisfacenti rispetto al tema ma da esse potrebbe risultare sufficientemente chiaro che tento di indicare, ripetitivamente, che la prima e più importante tra le esperienza interiori è la coscienza pensante: il chiaro pensiero del soggetto. Ciò dovrebbe essere una conquista, eppure rimane sempre il fatto più negletto, non solo in anime strutturalmente primitive ma assai spesso nei cenacoli dove, nelle intenzioni, andrebbero curate e aiutate le forze attinenti la difficile alba della cosiddetta “anima cosciente”. Ogni ulteriore esperienza interiore vera che si definisca occulta dovrebbe essere oggetto della pura coscienza pensante come in natura ogni cosa percepita abbisogna di un sano organo percepente.
A molti, tutto questo potrebbe apparire semplicemente ovvio, ma se davvero fosse così il mondo esoterico sarebbe una riproduzione fedele del cielo in terra.
Purtroppo così non è, la confusione regna e per “esperienza interiore” si intende proprio di tutto, essendo di sufficiente soddisfazione per la presunzione e l’orgoglio umano, l’esperienza di qualsiasi cosa che possa essere sentita e giudicata diversa o straordinaria se per una minuta briciola appare soltanto estranea all’ordinario vissuto. Spesso Rudolf Steiner ha rimarcato il desiderio di molti spiritualisti di ritrovare, nelle esperienze interiori, somiglianze con le cose che ci sono famigliari nel mondo sensibile. Ciò non inficia quello che ho scritto, poiché quasi tutte le esperienze vantate sono soltanto quantitativamente diverse dal menzionato portacenere: viene aumentata la quantità delle “cose” se posso anche vedere colori o udire suoni inesplicabili che semplicemente aggiungo a quanto mi è famigliare nell’esperienza comune. C’è chi giudica spirituale persino un sentimento: come se questo non ascendesse – o fosse mediato – dalle profondità dell’organismo sensibile, dunque si confonde l’esperienza animica con l’esperienza spirituale: carenza pensante!
E’ un errore tra i più profondi laddove si volesse chiamare esperienza interiore quanto può esser sperimentato dualisticamente, cioè con le caratteristiche del mondo sensibile e nel mondo sensibile, dove il prodotto della nostra attività supercosciente si arresta nella passività cosciente.
Trattare di esperienze “superiori” quando ancora non si abbia chiara e sperimentata la funzione (e persino l’esistenza) del pensiero, permette tutte le illecite illazioni che poi divengono chiese, scuole sapienziali, correnti spiritualistiche.
Anche l’imponente castello antroposofico patirebbe (patisce) le più malsane correnti se non avesse a proprio fondamento una esigenza di obbiettività scientifica.
Nonostante tutta la cura profusa dal Dottore, è un fatto visto e rivisto come troppo spesso l’antroposofia divenga comunque suggestione, atto di fede e persino vociare pettegolo senza attività di pensiero, dunque miserabile verbalismo, inferiore alla stessa dialettica in cui esiste ancora moto di pensiero. Così, usando la stessa terminologia antroposofica, pare del tutto legittimo a molte anime il tradurre la visione esoterica in misticismo luciferico che nell’uomo moderno trapassa in supina resa all’ envoutement arimanico: come a dire che spingendo proditoriamente in su un piatto della bilancia, l’altro scende vistosamente in basso. Situazione corrente.
Per questa devianza e anche per altri motivi più intimi e delicati, preferiamo usare il termine Scienza dello Spirito quando ci riferiamo alle comunicazioni spirituali: esse, dati i presupposti, si dichiarano obbiettive. Appunto: come risultati di attività scientifica.
La chiave del discorso scientifico è la pura, spassionata osservazione.
Ebbene, nel divenire scientifico è quasi una stravaganza storica e metastorica dover constatare che soltanto uno semisconosciuto ma promettente giovane filosofo, nel 1894 si portasse alla radice epistemologica, indicando come, alla radice dell’osservazione scientifica mancava, sino a quel momento, l’osservazione del fenomeno che sta alla base di ogni possibile osservazione.
Tra l’altro osservo che egli scrisse il suo chef d’oeuvre con un linguaggio spregiudicatamente piuttosto semplice, essenzialmente fruibile anche ai non addetti. Eppure il carattere dell’indagine e del tema portò allo Scritto un interesse inversamente proporzionale ad una sua completa comprensione.
E pare che le illuminanti aggiunte all’edizione del 1918 siano ben poco penetrate nelle dure teste degli uomini.
La Filosofia della Libertà (taccio per comodo Verità e Scienza e Linee fondamentali di una concezione goethiana del mondo) si presenta come un puro risultato di osservazione scientifica, e infatti Steiner volle sottotitolare il libro come “Risultati di osservazione animica secondo il metodo delle scienze naturali”.
In che modo ciò è possibile? Troviamo la più stringata risposta in Verità e Scienza: “Io separo dalla mia immagine del mondo tutte le determinazioni di pensiero ottenute mediante il conoscere, e fisso soltanto quello che si presenta senza il mio intervento sull’orizzonte della mia osservazione”.
Non è facile capire la gigantesca portata di questa frase, poiché se pure immersa in un contesto di forma filosofica, essa indica un operare tanto radicale che per l’anima umana significa il portarsi allo zero di sé: annientamento cosciente e voluto, che sottende una disciplina straordinaria.
E questo, se non sbaglio, è uno dei momenti culminanti del percorso Reale sulla Via iniziatica.
Però è così, allo stesso tempo, che le due esigenze dell’uomo contemporaneo vengono soddisfatte: il bisogno di scientificità e di (vera) spiritualità.
Certamente, per il nostro essere quotidiano la via è poi dura, difficile o molto difficile: la chiamiamo Scienza dello Spirito ma è strada in salita. Forse per la stessa ragione, i molti preferiscono i mercatini dove si incarta antroposofia…cosa volete che costino otto righe di saggezza altrui?
Trovo, per farmi qualche risata, che uno swami pavoncello mette in guardia i suoi ammiratori circa l’abuso di disciplina interiore…Abuso? Eccesso? Dove, chi, quando? Evidentemente, immolati ad Atagartide i resti della sensatezza e di una infiacchita virilità, il povero swami forse crede che qualcuno possa davvero eccedere in ciò che è mortalmente difficile… Certo è che raglia su ciò che lui non conosce se non a parole. E come uno Svengali dell’antroposofismo mistico, così ha pure intortato pazzi da legare e persone ingenue (raccolta indifferenziata). Mah!
A proposito della Filosofia della Libertà si può osservare come siano amate le conferenze e gli scritti che la esaminano da tutte le parti, perquisiscono ogni sua riga: notevoli esibizioni di raffinata cultura e di intelligenti riflessioni. Esse sembrano virtù. Anzi: “umile” lavoro intellettuale (espressivo di kulturaristokatie). Possibile che siano pochi a rendersi conto che questo poderoso armamentario sposti nel limbo indefinito delle cose lontane proprio ciò che è oggetto di tante attenzioni?
Anche questo è un evitare e far evitare il lavoro personale, il confronto del proprio pensiero (e della propria anima) con il percorso del Testo, la sua organicità e la possibile sperimentazione del suo fondamento, cioè il senso per cui era stato scritto.
Ma forse a ciò lo sforzo ordinario potrebbe essere non sufficiente. Per chi ne è capace (nessuno può saperlo prima di tentare), forse sarebbe cosa migliore, parallelamente allo studio severo, abusare, per un tempo non limitato, della disciplina posta a fondamento e colonna di ogni attività d’attenzione consapevole, almeno nei casi in cui si sappia distinguere quando si dorme e quando no.
Nello stesso modo in cui esprimiamo i moti dell’organo del pensiero, in cui li manifestiamo coi gesti, li concretiamo in azioni, in cui in genere ci muoviamo e ci fermiamo ad arbitrio, uniamo e singolarizziamo i nostri movimenti, nello stesso modo dobbiamo anche imparare a muovere, frenare, collegare e singolarizzare gli organi interiori del nostro corpo.
Tutto il nostro corpo è senz’altro capace di esser messo dallo spirito in qualsiasi movimento. Gli effetti della paura, del terrore, della tristezza, della collera, dell’invidia, del pudore, della gioia, della fantasia ecc. sono indicazioni sufficienti.
Oltre questo però esistono abbastanza esempi di uomini che hanno raggiunto una padronanza arbitraria su parti del corpo comunemente sottratte all’arbitrio. In tal caso ciascuno sarà il proprio medico e potrà acquistarsi un sentimento completo, sicuro e preciso del proprio corpo; allora soltanto l’uomo sarà effettivamente indipendente dalla natura e forse persino in grado di restaurare membra perdute, di uccidersi con la sola propria volontà e di raggiungere, solamente con questo mezzo, vere rivelazioni sul corpo, l’anima, il mondo, la vita, la morte e il mondo degli spiriti.
Forse dipenderà soltanto da lui la possibilità di animare una sostanza. Egli costringerà i propri sensi a produrgli la forma da lui voluta e potrà vivere nel suo mondo nel piú vero significato della parola. Allora sarà capace di staccarsi dal corpo nel momento in cui lo crederà opportuno; egli vedrà, udrà e sentirà ciò che vorrà, come vorrà, e nel nesso che gli piacerà.
L’uso degli organi non è altro che pensiero magico, taumaturgico, o uso arbitrario del mondo dei corpi; infatti la volontà non è altro che magica, energica capacità di pensiero.
–
Novalis
Da: «Frammenti», Ed. Rizzoli, Milano 1987, pp. 432-33
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per gentile concessione di www.larchetipo.com
Perdona
la solitudine della quercia
che vive la sua estate
e attorno non ha
che note dimesse
nel canto della cicala,
la crudele lussuria
dei rovi,
i bagliori della pietraia.
Certe ore del giorno
sono una terra estrema,
un approdo oltre il quale
avvertiamo l’ignoto,
un ultimo scoglio
nel mare del tempo…
Perdona
queste ore che tessono
le tele fatue
che altre ore disfanno,
il canto del nostro cuore
dimesso.
(Fulvio Di Lieto)
Accidenti se fa caldo! In realtà un pensiero molesto zampetta ai bordi della coscienza: “ma non t’accontenti mai…sei delicato come il culetto di un bebè…ti squagli come un gelato…”.
Poi, vicino al Tribunale dove trovo sempre un parcheggio salato, mi si avvicina un africano, uno di quelli che cercano di rifilarti opuscoli sulla negritudine per qualche spicciolo, ma senza prepotenza, direi con garbo. Era la “sua” zona di lavoro da parecchie ore, sotto un sole che cuoceva uova e cervelli. Io cammino veloce. Ma ora rallento, forse perché in questo momento siamo compagni di cottura, e mentre cerco nelle tasche qualche cosa che somigli ad un euro, lo guardo con attenzione. E’ più cotto di me. Già magro, sputa acqua da ogni poro.
Addolcisco il grugno e gli chiedo: “ Tu arrivi dall’Africa, no? Come mai patisci tanto il caldo? E’ contento che qualcuno scambi con lui due parole, sorride e potrebbe fare il testimonial di qualsiasi dentifricio.
Mi risponde, un po’ in italiano e un po’ in dialetto e se la cava bene.
“Da noi non fa questo caldo e poi, di sera, xe fresco.”
Ricordo allora quello che è un assioma per un fine intellettuale italiano che conosco: “Gli africani venuti in Italia hanno portato da noi anche il loro clima”. Ma si sbaglia per difetto: forse hanno aggiunto il loro caldo al nostro, così contribuendo ad alleggerire – nella quantità – il peso delle pensioni. Davvero benemeriti.
Sia come sia, la temperatura nel mio studio bollirebbe tutte le aragoste del Maine, perciò vado giù leggero e, sperando che ai lettori di Eco piacciano le storie, ne racconto una.
*
Tanto tempo fa c’era un ragazzo, non ancora maggiorenne, che trafficava con ogni sorta di sapienza più o meno occulta. Essendo molto giovane fu facilmente sedotto dalla magia (quella più o meno tradizionale) che prometteva poteri e conoscenze straordinarie. Leggeva avidamente il poco che (si) trovava. Poi un giorno, già tormentato dal dilemma – che serpeggia in ogni occultista – tra il sapere e il fare, decise di passare alla pratica.
Laboriosamente mise insieme gli strumenti dell’opera. In realtà poca roba, ma che pareva tanta per uno sbarbatello squattrinato: un tripode con superficie concava per bruciare i profumi e qualche metro di lino bianco.
Per la purificazione della stanza usò fiori di zolfo, inizialmente eccedendo al punto che la colonna di fumo riempì sovente così tanto la stanza da dover aprire porta e finestra per non rimanere purificato forse, ma soffocato certo: ecco i primi pericoli della magia fai-da-te!
Poi i profumi: un mix di incenso, foglie di eucalipto e benzoino (quest’ultimo comperato sotto gli occhi severi del farmacista e lui annichilito dalla domanda “a cosa ti serve?”).
Invece il lino servì a tre cose. La prima fu una rozza tunica, stile KKK senza cappuccio, cucita da una santa donna (“ma a cosa ti serve?”), poi una striscia a cingere reni e pancia come simbolo di castità e purezza, infine quel che rimaneva per avvolgere rispettosamente la bacchetta. La bacchetta non sarebbe servita al rituale. Biforcuta, poteva venir utile solo in casi estremi come arma dissuasiva contro entità moleste. Non fu necessaria in questo caso, ma in un episodio di un’altra storia, funzionò davvero.
La parte importante del rituale fu la preparazione che sarebbe durata 40 giorni. Nella magia le analogie simboliche sono importanti. Per quarant’anni il Popolo Eletto dovette vagare nel deserto e persino Gesù si ritirò nel deserto per quaranta giorni. Il numero 40 è simbolo di espiazione, purificazione, preparazione.
Al sorgere del sole e al tramonto, il nostro aspirante mago – in successione – puliva o rovinava, a seconda del punto di vista, il pavimento di marmo con acqua marina, accendeva i mistici aromi e, con il pollice della mano destra tracciava nei punti cardinali, in immagini dorate, i glifi della lingua angelica. Poi recitava a bassa voce una lunga invocazione al Sole e un preciso salmo davidico.
Vi sembra poco o facile? Magari per qualche giorno sì ma questo ripetuto lavoro, cammin facendo, si inspessì e gravò sull’anima e nel corpo.
Verso il mondo esterno la segretezza non si incrinò, ma alcuni rapporti col mondo vennero temporaneamente sacrificati. Il maghetto troncò, senza bugie ma pure senza la possibilità di una spiegazione sensata, l’interessante liaison che stava sbocciando tra lui e una bella ragazza, ahimè ben disponibile a focose iniziative. A ruota dovette abbandonare anche le dure sessioni della lotta greco-romana perché non gli fu possibile accollarsi, praticamente alle medesime ore, due fatiche impegnative così diverse. Inoltre cercava di mangiare in solitudine, onde evitare la condivisione coi famigliari, per i possibili rischi di contagiarli con le forze occulte suscitate (?) durante le operazioni magiche.
Se con la cabina telefonica del dottor Who torno a quei tempi, direi che il giovane amico operò (tutto sommato) correttamente, ed i sacrifici – vi ricordo che parliamo di un diciassettenne – furono in pratica pesanti ma necessari.
Mentre nel nostro mondo la preparazione al rito si faceva quasi innaturalmente gravosa, nei mondi dell’invisibile dovette suscitare un gran baccano: almeno in basso, tra baronti, larve e sedicenti spiriti-guida creava preoccupazioni e malcontento.
Prova ne sia che si presentarono alla sua porta, in giorni diversi, due persone, del tutto sconosciute, teleguidate dai propri spiriti per dissuaderlo a continuare. E non erano matti casuali. Sapevano tutto (non nei particolari) quello che l’amico stava facendo. Lo supplicarono di fermarsi – (Nota mia: mai fermarsi durante un rito!) – vaticinando lutti e rovina, lo accusarono di praticare la più empia delle magie…finché (vedo la scena dalle finestrelle polverose del Tardis), il nostro apprendista, persa la pazienza, minacciò, con un tagliacarte molto appuntito, di infilzare lo spirito-guida del secondo missionario. Funzionò: il tipo guadagnò svelto la porta, ululando che il gesto era la comprova di un’anima tenebrosa, volta al male. (Nota mia: in effetti le punte ferrose fanno paura e feriscono i cosiddetti “spiriti” dell’inframondo).
Che io sappia, come lontano testimone degli avventati avvenimenti in questione, il nostro apprendista non cercava poteri mondani ma alate intuizioni di alti spiriti. Mi pare che l’aspirazione di dialogare con gli Dei fosse molto ingenua, esagerata ma onesta.
Come tutte le cose del mondo anche il tempo passò trascinando via i 40 giorni. Per quanto mi è stato concesso di sapere l’ultima settimana fu soggetta ad una tentazione continua: “Questa preparazione è un incubo”, “Puoi smettere quando vuoi” o semplicemente: “Oggi smetti, falla finita”.
Se c’è del vero nel detto: “Dio tace, è il diavolo che parla”, la condizione dell’anima del nostro apprendista rispondeva appieno a questa perla di saggezza.
Poi, analogo ai sette giorni della Creazione, ci fu il rito vero e proprio. Mi dispiace ma in ciò la riservatezza non guasta. Accenno alla poca diversità dalla lunga preparazione, sostanzialmente implementata da una invocazione precisa indirizzata al Dio Alato che è Messaggero tra gli Dei e l’uomo.
(Nota mia: ho sempre detto che in queste operazioni si è come ciechi. Sai poco o nulla delle forze che ti ruotano intorno o che smuovi dentro i tuoi occulti veicoli: per queste cose occorre determinazione, rigore nell’azione ma soprattutto una ineffabile dose di incoscienza. Fai cose che non conosci, cerchi di attirare forze che non conosci…insomma salti ma non sai dove vai a finire. Perciò cerco di dissuadere quelli che vorrebbero tentare: credo che difetti l’incoscienza e la grinta. Per la salute dell’anima nessuno dovrebbe giocare con simboli e invocazioni: funzionano anche oggi e nell’invisibile c’è sempre qualcosa o qualcuno che risponde. Attenzione: per l’amico Meyrink anche la preghiera non è esente dal rischio di venire ascoltata dagli Abissi e non da Dio).
L’amico mi riferì che, tolte alcune incerte, fantasmatiche apparizioni tra veglia e sonno, nei primi sei giorni non accadde nulla. Fu nella notte del settimo giorno che avvenne una intensa successione di esperienze. Leggiamo alcune righe dal suo diario magico: “Mi svegliai in piena notte a causa di un suono. Era come se una indefinibile quantità di palline d’argento (suono argentino) fluisse, cozzando le une con le altre, lungo l’interno della mia schiena (…). Mi trovai (fuori dal mio corpo) in uno spazio stranissimo: era come un cielo infinito azzurro pallido illuminato dappertutto come da puntini di luce dorata. Non avevo alcun timore. Poi, come da un orizzonte lontanissimo, mi accorsi che qualcosa si avvicinava velocemente: vidi avvicinarsi una immensa creatura di fiamma (o di fiamme). Non ebbi paura in un senso fisico ma non potevo sopportare l’intensità che arrivava travolgente. Così, d’istinto, scappai (ma non è il vocabolo giusto) introflettendomi. E’ come essere un calzino consapevole di sé che si rivolta in se stesso (…) non sapevo che si poteva fare questa cosa. (…) …a ogni introflessione si passa a luogo o mondo diverso (…) ero in un luogo scuro da cui si alzavano fiamme senza luce: probabilmente l’inferno dei cattolici ma sono certo che stavo vedendo il chakra di base, il muladhara che si stava attivando. Fuoco buio? Da questa impressione poi (…) e passai immediatamente al senso corporeo di me stesso. Questo fu tutto”. Mi era mancata la forza necessaria (…).
*
Ma, che io sappia, oltre a non rimetterci la salute (in questo genere di cose l’amico era come il classico topo nel formaggio), forse ci fu un successo indiretto ed imprevisto. Forse Atena, talvolta compassionevole dea, mandò il suo gufo a bubulare nel modesto intelletto del nostro apprendista…fatto è che pochi giorni dopo gli capitò tra le mani un vecchio libro di Paul Brunton che si intitolava Il sentiero segreto. Così conobbe, per interposto scrittore, il grande Ramana ed il suo limpido essenziale percorso a cui aderì con slancio: il più lontano possibile dai bric-à-brac della magia.
(Nota mia: molti anni dopo, del tutto convertito a ciò che La filosofia della libertà esprime, il personaggio di questa storia mi confidò un segreto cruccio antico ovvero di non essere riuscito, almeno, a conquistare il potere di formare piccoli fulmini globulari: da lanciare sulle posterga di chi sa lui).
Qui la storia di questa breve avventura finisce, sperando che, pur sforbiciata qua e là, non abbia anche (s)finito i pazienti lettori di Eco.