Hugo de Paganis

REALIZZARE IL SÉ REALE (di F. De Pascale)

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“Perché il mondo è così avvolto nell’ignoranza?”

Preoccupati di te stesso, lascia che il mondo abbia cura di sé. Pensa al tuo Sé. Se tu sei il corpo, c’è anche il mondo grossolano. Se tu sei spirito, tutto è soltanto spirito.

“Sarà valido per l’individuo, ma per gli altri?”

Prima fallo e poi vedi se sorge la questione.

“La mia realizzazione aiuta gli altri?”

Sì, certamente. E’ il migliore aiuto possibile. Ma non ci sono altri da aiutare, poiché un essere realizzato vede soltanto il Sé, proprio come l’orafo stimando l’oro in vari gioielli vede soltanto l’oro. Quando ti identifichi col corpo, soltanto allora le forme sono presenti. Ma quando trascendi il corpo, gli altri scompaiono assieme alla tua coscienza di esso.

“Quale credi che sia la causa della sofferenza del mondo? E come possiamo essere d’aiuto per modificarla, come individui o collettivamente?”

Realizza il Sé reale. E’ tutto ciò che è necessario.
Ci sono uomini che lavorano per il bene pubblico e che non riescono a risolvere il problema della miseria del mondo.
Essi sono accentrati sull’ego, e questo spiega la loro incapacità. Se rimanessero nel Sé, sarebbero diversi.

“Perché i Mahatma non offrono il loro aiuto?”

Come sai che non aiutano? Discorsi pubblici, attività fisiche e aiuto materiale sono tutti superati dal silenzio dei Mahatma. Essi realizzano più degli altri.

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A queste asciutte ed illuminanti parole dell’Asceta di Tiruvannamalai, non possono non essere accostate le parole di Massimo Scaligero nel capitoletto de LA LOGICA CONTRO L’UOMO, intitolato L’equivoco dell’azione pratica, che sarebbe lungo – ma che il cercatore spirituale dovrebbe bene e ripetutamente meditare tutto – ritrascrivere tutto, ma del quale voglio riportare solo alcune brevi frasi:

“E’ la ragione per cui, secondo l’opinare corrente, viene attribuita all’azione, o all’attivismo, una vitalità che si suppone mancare al pensiero, non riuscendosi a vedere nell’intima genesi del sentire e del volere una radice ideale[…]. La distinzione tra teoria e pratica è un’astrazione moderna, necessaria al meccanicismo del sapere escludentesi dalla propria fonte di pensiero”.

Nei colloqui e nelle lettere che Massimo ci inviava, invitava noi, allora giovani, a ridurre e addirittura ad eliminare ogni forma di attivismo esteriore, perché “la vera azione è soltanto interiore”, perché “la contemplazione è la più alta forma di azione: quella più efficace, quella più potente, quella vittoriosa”. E metteva in evidenza come solo un asceta, portatore di un vivente modo interiore di forze di conoscenza, di idee-forza realizzate nella contemplazione interiore, può essere positivamente attivo con il suo agire nel mondo esteriore. Rudolf Steiner stesso comunicava ad Adelheid Petersen come “un discepolo, che nella solitudine della sua stanza, medita per es. il ciclo sul Vangelo di Giovanni, pareggia molto del karma del mondo”.

Alcuni individui – portatori reali e non recitanti di concrete forze di conoscenza spirituali e di concreta moralità – possono avere il compito di operare con azioni e compiti precisi nel mondo: ma sono azioni e compiti indicati e affidati dal Mondo Spirituale, e non escogitazione dialettica o ambiziosa velleità di un individuo, che si butta nell’attivismo esteriore per evitare di impegnare a fondo la sua fiacca volontà nella decisa ed energica azione interiore.

Si potrebbe obiettare:

“Se il pensiero non viene liberato, quali possono essere le molle dell’azione? Se l’illusione corporea non è stata vinta, quale realtà avranno le altre cose?”

Si obbietti: “Punto fermo, conditio sine qua non già dichiaratamente data per scontata “, a noi pare francamente una – ancorché in sé giustissima – mera petizione di principio. Perché la storia della Comunità Solare ha ampiamente mostrato, da quando Massimo ci ha lasciati, tutta intera la diserzione e la latitanza dall’impegno ascetico di moltissimi sedicenti discepoli “scaligeropolitani”, lo sfrangiamento e lo sfilacciamento della tensione volitiva (a Roma direbbero l’ammosciamento della volontà), l’appannamento della cruda visione della tragicità dei tempi, la sordità interiore, l’opacità dell’anima, la deconcentrazione e la dispersione delle forze in molte dilettevoli antroposufiche attività collaterali, deliziosamente irrilevanti, o addirittura la caduta nella più volgare profanità esteriore, con scomposti cedimenti morali, che molte brave persone, della Scienza dello Spirito o della Via dell’Iniziazione, non hanno mai sentito parlare.

Proprio perché si viene meno – nella maniera più poltrona, stupida e vigliacca, a quella che Massimo ne Il LOGOS E I NUOVI MISTERI chiama la responsabilità dell’esoterismo, è necessario porre come non mai l’accento sulla tragicità dei tempi, sulla assoluta necessità di una intensa pratica interiore, sulla assolutissima centralità della Via del Pensiero e della concentrazione. Non si realizza – nel colpevole ottundimento interiore – che l’umanità sta ballando sull’orlo dell’abisso nel quale rischia di irreversibilmente sfracellarsi, che oggi ancor più che non ai tempi di Rudolf Steiner è valido l’ammonimento, contenuto nelle Massime Antroposofiche, di una tutt’altro che impossibile caduta nel subumano, che l’esperimento uomo potrebbe anche fallire.

Non saranno certo pifferi, acquerelli, danze cosmiche, et similia, che al Principe dell’Oscuro Pensiero, Angra Mainyush, fanno il solletico, a salvare l’umanità dallo sfracellarsi nell’abisso! E non è affatto vero che l’opera di Massimo Scaligero sia per pochi – tanto più quando i ‘pochi’ latitano, disertano, si “sbracano”, si “ammosciano” – bensì essa è stata data per tutta l’umanità. Io conosco trucidissimi praticanti della concentrazione e della meditazione, che nella vita fanno i muratori, i lattonieri, gli idraulici, persone che conoscono “interiormente” il Trattato del pensiero Vivente, meglio dell’intera plètora di chiacchieroni laureati e discettanti glossatori, che ogni volta si dimostrano fiacchissimi praticanti.

Siamo in ritardissimo coi tempi: in colpevole, irresponsabile, criminale ritardo rispetto alla richiesta del Mondo Spirituale. Mancano – tragicamente mancano – i consacrati, i volitivi pensatori, gli intuitori dello Spirito, i votati alla concentrazione e alla meditazione, i guerrieri della Schiera di Michele. Già avviene che – di fronte alla irresponsabile ed imbelle diserzione dei chiamati – il Mondo Spirituale si rivolga a persone che nulla sanno dell’Antroposofia, ed il rischio è che i pavidi e accidiosi “eletti” vengano da Esso abbandonati e recisi. Io prenderei molto sul serio una tale infausta eventualità, e ne trarrei TUTTE le logiche conseguenze operative!

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SCIENZA DELLO SPIRITO,

ANCORA SULLA DIFFERENZA TRA IL PRIMO ESERCIZIO E LA CONCENTRAZIONE (di F. De Pascale)

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Questione difficile perché la Concentrazione è una faticosa scala che arriva sino al Cielo, della quale non ci è concesso di saltare nessun gradino, nessun piolo!

E poi Massimo Scaligero dice che nella Concentrazione il discepolo non deve essere aiutato troppo, perché sono gli sforzi individuali che fanno procedere nella Via del pensiero. Diceva che descrivere ad alta voce una Concentrazione eseguita è un grave errore, perché nel discepolo poi la cosa si meccanizza. Semmai è importante tornare spesso alle descrizioni che Massimo fa nella “Logica contro l’uomo”, nel “Manuale pratico della meditazione”, in “Yoga, Meditazione, Magia”.

Il controllo del pensiero, sostanzialmente, si realizza nella descrizione dell’oggetto, descrizione nella quale la concatenazione dei pensieri non deve subire deviazioni arbitrarie, né distrazioni. Per cui è un esercizio di grande attenzione. La fase ulteriore viene determinata dall’immissione della volontà nel processo del pensiero.

Certamente, la volontà è già attiva nell’esercizio del controllo del pensiero come l’attenzione continua ad essere presente nella Concentrazione, ma questa volontà diviene decisiva allorché non vi sono più significati da elaborare ma vi sono soltanto attenzione assoluta e volontà impegnata in maniera crescente, sino ad essere illimitata, nell’atto del pensare che non deve “significare” proprio niente, bensì “essere” qualcosa: un atto dello Spirito, un atto di volontà individuale nel quale fluisce l’essere sovraindividuale del volere dello Spirito.

Questo deve essere voluto, sino al punto che la volontà “sparisce” di fronte al volere dello Spirito. A questo bisogna consacrare la vita. E meno se ne parla, meglio è e sarà!

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SCIENZA DELLO SPIRITO,

LA MENTE ORIGINARIA (di F. De Pascale)

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Liberando il mentale dai pensieri dialettici e riflessi, il mentale torna ad essere la Mente originaria, svuotando il cuore dalle emozioni inferiori questo torna ad essere il Cuore originario, e liberando la volontà dalle tensioni e dalle pulsioni egoiche questa torna ad essere il Volere cosmico che scorre in noi.

Abbattute queste tre barriere, che sono tre condizioni di menzogna che ammalano l’uomo, e spazzato via il miserabile ego, che è la caricaturale contraffazione dell’Io originario, si ritorna – come afferma il Taoismo – alla Sorgente, a quell’Uno-Tutto, o “En-kai-Pan”, o “En-to-Pan”, l’antichissima e suggestiva espressione ellenica.

In tale condizione, non è più il miserabile ego a pensare in noi, ma è il pensare cosmico, il pensare originario a pensare in noi. O, se vuoi, è l’Uno-Tutto o il Tao a pensare in noi. E nel nostro cuore non vi saranno più le emozioni deformate di un’anima prigioniera, illusa e sofferente, ma sarà il sentire cosmico a risuonare in un’anima limpida, fattasi una con l’Uno-Tutto. E il nostro volere non sarà più mosso da brama, paura e avversione, ma “vuoto” di tensioni egoiche, sarà il volere dell’Uno-Tutto che si attua in noi.

La libertà è attuare audacemente l’annientamento del mentale egoico, del deformato sentire egoico, dell’oscuro e bramoso volere egoico. Ed è la Concentrazione, che si faccia Concentrazione profonda e Contemplazione concentrativa dell’essere del pensiero, ad attuare l’estinsione della “natura” caduta e dell’ego in noi.

Ogni forma di resistenza e di avversione nei confronti della pratica della Concentrazione, della sua centralità nell’Ascesi e nella Via dell’Iniziazione, è il segno del dominio del miserabile ego e della natura inferiore in noi. Contro di essi va condotta una lotta a morte. per questo la Via del Pensiero è una Via eroica, o – come la chiamava Afredo Rubino, il fedelissimo discepolo di Massimo Scaligero – la Via Vera.

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SCIENZA DELLO SPIRITO,

FISIOTERAPIA DELL’ANIMA (di F. De Pascale)

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Non c’è nessun errore nel “desiderare di realizzare lo Spirituale”. Magari l’essere umano ne fosse capace!

Come più volte ci indicò Massimo Scaligero, si tratta di dare al desiderio un oggetto divino: solo il Divino, l’Assoluto, è degno di essere desiderato. E aggiungeva, che il sentire sbaglia sempre quando non sente il Divino.

Realisticamente, dobbiamo essere coscienti che a sentire il Divino, a desiderare di realizzare lo Spirito, l’anima deve essere educata. Anzi: “rieducata” attraverso una vera e propria fisioterapia dell’anima.

Perché il lungo servaggio nella prigionia corporea l’ha resa largamente inerte e sorda al richiamo dello Spirito, del Divino.

Altrimenti sarebbe semplice: conoscere intellettualmente la verità, sarebbe al tempo stesso realizzarla. Il che non è, perché proprio a causa del servaggio dell’anima, il pensiero intellettuale è morto pensiero riflesso. E senza una fervida ed energica disciplina della Concentrazione il pensiero non esce dal suo stato di morte, e l’anima dal suo paralizzante servaggio.

È la Concentrazione che educa l’anima a sentire il Divino, a desiderare di realizzare lo Spirito.

Non vi è altra Via. La Via del Pensiero è la Via vera: l’unica. La Via Regia!

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SCIENZA DELLO SPIRITO,

SULLA TRIPARTIZIONE SOCIALE (di F. De Pascale)

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Considerazioni all’articolo da parte di Ecoantroposophia.

Nella mia ignoranza in campo Politico ed Economico – ignoranza anche in altri ambiti – non ho mai insistito, pur interessandomene molto, nello scrivere e parlare di Tripartizione sociale secondo Steiner.  Il nostro blog è uno spazio dedicato agli insegnamenti di Steiner, Scaligero e Colazza, in gran parte, non va nello specifico delle figlie della Sds e di altro.

Sappiamo però che se i tempi per l’applicazione della Tripartizione potevano essere maturi all’indomani del primo conflitto mondiale, a maggior ragione essi lo sono oggi.

Purtroppo non sono maturi gli uomini, più sprofondati di allora nel materialismo.

Eppure ciò non dovrebbe impedire che questa materia sociale specifica si studi, si approfondisca, venga spiegata, divulgata, così come si parla (e si insegna) di pittura, di danza, di poesia, di terapie mediche varie, di educazione Waldorf, tutte discipline  che in più anche si praticano.

Certo rimane al di sopra di tutto la Via del Pensiero, e nel senso di ri-conquista della tripartizione interiore.

Non è però anatema, nè eresia, approfondire nel frattempo e poter conferire frequentemente, di Tripartizione sociale insieme – e allo stesso titolo – a tutte le discipline altre (che, appunto, in più si praticano).

I testi base ci sono, il Dottore ne ha “scritto” molto e in maniera specializzata.

Poichè parliamo tutti di Politica nel senso di morale, ignoranza, egoismo, prevaricazione etc… ma nessuno che pensi di portare, con metodo, nei vari consessi e raduni antroposofici, conferenze dedicate e approfondite in merito alla Tripartizione sociale.

A qualcuno persino scandalizza intrattenersi sull’argomento dopo un semplice accenno ritenuto più che sufficiente. Il silenzio su questo argomento può essere solo giustificato da ignoranza sulla materia. L’avversione per il parlarne non la trovo giustificata in nessun senso: non fosse altro che per il solo considerare il sacrificio del Dottore stesso e la fatica e la passione che vi ha dedicato.

Si sbrindella e si dissacra  il Graal su Facebook tutti i giorni, si massacrano e si strumentalizzano i testi di Scaligero e le conferenze del Dottore, si accostano i Maestri a nomi di non raccomandabili e ci si fa vanto! Ma ci si scandalizza e ci si irrita se si accenna alla Tripartizione Sociale: credo che se ne possa quantomeno parlare e studiare tanto quanto si parla di costituzione interiore, di astrale, di eterico, di Spirito, di chiaroveggenza, di auree iniziatiche, di massaggi ritmici, di euritmia, di pedagogia Waldorf, di alimentazione, di cereali, di vegetarianesimo, di acquarello steineriano, di biodinamica, di architettura, di medicina antroposofica… etc (oltre che delle questioni Obama, Biden, Trump, Zelensky, GAZA… Cina, Russia…: tutte conseguenze del più  grande conflitto di interesse mondiale mai visto prima di oggi sulla Terra).

Ci sono delle realtà di studio, gruppi, associazioni, troppo poche e relegate, nemmeno di nicchia, proprio snobbate, che meritatamente – magari anche in maniera imperfetta,  con grande ostracismo e/o disinteresse nell’ambiente – studiano e divulgano la Tripartizione sociale; troppo poche: ma tanto di cappello.

In tutto l’ambiente antroposofico, e poi anche fuori, in attesa di poter applicare la Tripartizione sociale, questa si potrebbe far conoscere e studiare seriamente e con competenza, con la stessa serietà e lo stesso intento, con la stessa insistenza e frequenza che si usano per divulgare le altre materie scientifico spirituali, con lo stesso interesse che si ha per la politica e le questioni mondiali che tanto ci preoccupano e ci allarmano: tutti fenomeni che cerchiamo di interpretare coi mezzi scientifico spirituali che abbiamo ma che riusciamo appena a percepire nella loro vera trama appena dietro il velo: attività sterile se considerata da sola mentre non riusciamo nemmeno lontanamente a dare vita dentro di noi ad una immagine di organismo sociale sano secondo gli insegnamenti del Dottore.

Studiamo e facciamo studiare: per non esser impreparati ma pronti: oggi, o domani; in questa vita, o nella prossima.

ADMIN

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Rudolf Steiner era sapiente e sagace, al punto di conoscere molto bene il valore delle persone che aveva attorno. Sapeva bene che, a parte una ben ristretta élite di decisi praticanti interiori, molti prendevano l’Antroposofia un po’ come una apprezzabile visione del mondo, e un po’ come una forma religiosa o semireligiosa. Che mancasse drammaticamente l’impegno interiore ascetico può essere scorto da vari segni.

Oggi molti, per esempio, lamentano il fatto che la Tripartizione dell’organismo sociale – il mirabile dono del Mondo Spirituale – non si sia attuata. Anche allora, in Germania, subito dopo la Prima Guerra Mondiale, quando nel disfacimento della struttura statale dell’Impero tedesco sembrava che la Tripartizione avesse grandi possibilità di attuarsi, e tali grandi possibilità in effetti vi erano, e molte speranze in tal senso si erano manifestate, Rudolf Steiner si impegnò con tutte le sue forze con conferenze pubbliche, alle quali accorrevano migliaia di operai. Rudolf Steiner contattò pure personalità che avevano responsabilità nello Stato e nella Società, ed espose con grande chiarezza quanto richiedevano i tempi. La cosa non si realizzò.

Quando, tempo dopo, alcuni discepoli chiesero al Dottore il perché della non realizzazione della Tripartizione in Germania, dove essa aveva suscitato così tanto interesse e speranze, Rudolf Steiner rispose: “Perché in Germania non vi sono 100 discepoli della Scienza dello Spirito che abbiano fatto dell’Ascesi del libro Iniziazione lo scopo della propria vita. La Tripartizione non si è realizzata, perché non esistono 100 antroposofi consacrati alla pratica interiore del libro Iniziazione”. A quell’epoca gli antroposofi erano già venti o trentamila persone.

Ad Adelheid Petersen, il Dottore disse, che un giorno l’intellettualismo degli antroposofi dipingerà tutto grigio su grigio, e l’intellettualismo sarà la morte dell’Antroposofia. Disse, inoltre: “Potrebbe accadere che il movimento spirituale dell’essere vivente dell’Antroposofia si separi dalla Società Antroposofica!”.

A Giovanni Colazza – e questo mi fu riferito personalmente più volte da Massimo Scaligero – Rudolf Steiner, nell’ultimo colloquio avuto con lui, disse profeticamente: “Un giorno l’Antroposofia rinascerà in Italia, in una forma giovane, radicalmente rinnovellata, totalmente slegata dalle forme istituzionalizzate, una forma vivente”.

Per me, e non solo per me, questa rinascita dell’Antroposofia è nella Scienza dello Spirito come ce l’ha trasmessa Massimo Scaligero. La vivente Scienza dello Spirito è tutta nell’opera di Massimo Scligero, nel suo aver ritrovato l’aureo “filo d’Arianna” della Via del Pensiero Vivente, nel suo porre al centro l’esperienza ascetica della Filosofia della Libertà, nel porre al centro e al vertice della pratica interiore la concentrazione portata sino alle sue estreme conseguenze di liberazione del pensare dal servaggio corporeo.

Partendo dalla Via del Pensiero si ritesse l’invisibile trama aurea, michaelita, che un giorno porterà alla realizzazione in una dimensione più vasta dello Spirito, ad una trasformazione della coscienza umana, e di conseguenza anche alla realizzazione della Tripartizione.

Le personalità di rango spirituale delle quali parla il Dottore sono presenti, ma la loro azione sfugge agli schemi precostituiti dell’intellettualismo antroposofico, e come tale sfugge allo sguardo miope della dirigenza burocratica di coloro che hanno – anche ufficialmente – trasformata la creazione di Rudolf Steiner in una impresa commerciale, registrata all’Ufficio Svizzero del Commercio.

La fiducia è nell’audacia del pensare, nello slancio e nella fedeltà della volontà consacrata.

FdP

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SCIENZA DELLO SPIRITO, TRIPARTIZIONE SOCIALE,

NELLA TEMPESTA È IL RIFUGIO (di F. De Pascale)

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Malgrado le mie caustiche considerazioni a taluno possano far sembrare il contrario, io NON sono affatto pessimista. Perché conosco bene che cosa significhi VOLERE. Certo, volere non è desiderare. Desiderare è un’emozione passiva, uno stato d’animo istintivo, il cui entusiasmo facilmente svanisce, evaporando di fronte alle prime serie difficoltà. Il volere, invece, è sempre mosso dalla Conoscenza, e quindi dal pensare cosciente. Già per il pensare cosciente è necessario un attivo e fervido volere.

Io NON sono affatto pessimista – pur non nascondendomi punto la gravità della situazione generale umana, e quella ancor più grave delle comunità sedicenti spirituali, le quali in molti casi latitano o tradiscono – non sono affatto pessimista perché Massimo Scaligero in “Kundalini d’Occidente” scrive che nelle epoche più oscure e antispirituali, nei momenti di pericolo per la storia umana, il Mondo Spirituale proietta nell’umano le sue forze più potenti, e ai volitivi sperimentatori sono possibili audaci realizzazioni, che in epoche “più spirituali” sono maggiormente difficili, perché l’essere umano in tali epoche facilmente si addormenta nel sogno della “tradizione”, e scambia una “natura spirituale” per lo Spirito.

Anche il principe Siddhartha – il Buddha Shakyamuni – affermava che “NELLA TEMPESTA E’ IL RIFUGIO!”. Le difficoltà e le tragedie che l’umano sta attraversando non possono impedire la realizzazione dello Spirito, anzi possono favorire tale realizzazione, perché lo Spirito è “atto” e non un “fatto”. Come ammonisce Massimo Scaligero ne “L’Uomo Interiore”, nello Spirito non si “sta”, nello Spirito si “è”! E nel “Trattato del Pensiero Vivente” afferma che il pensiero volitivo di pochi asceti può operare positivamente e vittoriosamente per la generale condizione umana, perché “è un solo pensare quello che pensa nei pensieri dei molti”. Un tale pensare volitivo – anche di pochi asceti sconosciuti operanti in silenzio e in solitudine – evita tragedie più grandi e, pur tra mille strazi e difficoltà, restituisce luminosità e positivo svolgimento alla vicenda umana.

Un’audace – apparentemente paradossale – affermazione di Massimo Scaligero, da me molto amata, è che “noi siamo condannati a vincere, perché noi abbiamo il pensiero”.

Occorre consacrarsi – in maniera “unicitaria”, come direbbe la mia amica cinese Fang-pai – alla Via del Pensiero, e soprattutto alla Concentrazione. Occorre – nella Concentrazione – volere, volere intensamente, volere a lungo, volere sino a infrangere il limite umano. Occorre rendere incandescente il volere con il “freddo” pensare, e non con la tiepida sentimentalità delle “anime belle”.

E di tali asceti – pur non essendo essi folla – ve ne sono, e operano in maniera consacrata nell’ascesi individuale solitaria e nel Rito dell’ascesi individuale fraternamente svolta nella meditazione in comune con altri.

Rudolf Steiner, nell’ultimo colloquio avuto con Giovanni Colazza – Maestro di Massimo Scaligero, che più volte me ne riferì – affermò che se l’Antroposofia avesse fallito la sua missione in Germania, sarebbe rinata in Italia in novella forma, giovanile e non legata a strutture organizzative cristallizzate e burocratiche.

Circa il fatto che nel novembre del 1923, Rudolf Steiner – di fronte alla inadeguatezza dei discepoli della Scienza dello Spirito, che in vari casi – in maniera insana e improvvida – giunsero in Germania a contestare la fondatezza della sua visione spirituale e il suo operare, volesse ritirarsi in un villaggio svizzero, costituendo con pochissimi discepoli “provati” un Ordine occulto rigorosamente chiuso – “streng geschlossen” dicono i testi in lingua tedesca – lasciando al suo destino la Società Antroposofica e movimento antroposofico, mi fu riferito personalmente più volte da Massimo Scaligero, e dopo la sua dipartita da Hella Wiesberger del “Lascito” di Rudolf Steiner, la quale mi dette anche le probanti testimonianze scritte della cosa. Furono le preghiere e le accorate richieste di Marie Steiner e di Ita Wegman a farlo desistere e a compiere quello che lui stesso definì un “azzardo” – “ein Wagnis”, dicono i testi tedeschi – di unire attraverso la sua persona movimento antroposofico e Società Antroposofica. Ma avvertì che da quel momento in poi “egli sarebbe stato responsabile di fronte al Mondo Spirituale per tutto quel che sarebbe accaduto, e che per gli errori e tradimenti della Società Antroposofica egli avrebbe pagato di persona”. Furono le inadeguatezze, le facilonerie, le superficialità, gli errori, le viltà, e in taluni casi il tradimento – sono le sue stesse parole – che lo condussero alla tomba, più che non il veleno che la parte avversa gli propinò al “Rout” del 1° gennaio 1924.

Egli affermò che se la “Fondazione di Natale” non fosse stata accolta entro sei mesi dalla Società Antroposofica, essa sarebbe stata ritirata dal Mondo Spirituale. Ed io ho la testimonianza scritta del fatto che nel giugno 1924, prima di entrare nella sala delle conferenze, egli disse a Ina Schuurman – persona vicina a Marie Steiner e al “Lascito” – che “la Fondazione di Natale è stata ritirata dal Mondo Spirituale”.

La grandezza spirituale di Massimo Scaligero è anche nell’aver donato al mondo in forma novella e rigenerata la Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner, mettendo al centro – come filone aureo di essa – la Via del Pensiero Vivente, e la concreta realizzazione ascetica attraverso gli esercizi: soprattutto la Concentrazione, da lui definita più volte “l’esercizio a sé sufficiente”.

A tale indicazione di Massimo Scaligero – che viene vilmente attaccata da coloro che meno dovrebbero – alcuni amici hanno deciso di rimanere risolutamente, ostinatamente, cocciutamente fedeli.

Niente è impossibile ad una volontà realmente consacrata.

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SCIENZA DELLO SPIRITO,

COSCIENZA E AUTOCOSCIENZA (di F. De Pascale)

Il sonno di Gesù -Fontana Lavinia-(Bologna 1552 – Roma 1614)

Anzitutto è necessario intendersi bene sui termini. O meglio su come certi termini si usano nella Scienza dello Spirito. Secondo la “teoria della conoscenza”, che sta alla base della Scienza dello Spirito, viene fatta una notevole differenza tra coscienza e autocoscienza, e, francamente, non è sempre agevole spiegare in poche parole semplici in cosa consista una tale differenza.

L’uomo comune, nell’ordinaria vita di veglia ha coscienza, ma raramente possiede anche autentica autocoscienza. E questo per l’immediatezza con la quale egli si identifica con la serie di esperienze sensorie, emotive, e istintive, dalle quali difficilmente distingue la propria attività pensante. Questa attività pensante è spesso un mero riflesso sia della sua esperienza sensoria, sia delle emergenze emotive e istintive, le quali emergono da zone ripettivamente sognanti e dormienti della sua poco consapevole anima.

Egli comincia ad avere “autocoscienza”, allorché con una energica azione volitiva nel pensare, si distacca sia dalla passiva esperienza sensoria, che da quella, altrettanto passiva, esperienza emotivo-istintiva. Diviene autocosciente nella misura in cui egli giunge a sperimentare sempre più nel pensare il momento dinamico del pensare e del percepire medesimo. Ma come ho avuto modo di dire in altro articolo, la cosa non è un immediato “dato” di natura – immediatamente “dato”, per la spontaneità con la quale la natura invera in lui l’ordinario percepire e pensare, gli ordinari sentire e volere. L’autocoscienza che si realizzi nel pensare e nel percepire, è il risultato di un volitisvo sforzo, di quell’addestramento interiore che gli antichi Greci avrebbero chiamato “àskesis”, e i Romani “exercitium”. Dunque, l’autocoscienza è il frutto – in un forma o nell’altra, di una certa Ascesi. Va da sé, come essa sia cosa ardua e tutt’altro che facile da conquistare.

Nel sogno – rigorosamente parlando – l’essere umano ha senz’altro “coscienza”, ma non ha “autocoscienza”, almeno non nel significato che la Scienza dello Spirito dà, secondo la propria teoria della conoscenza, a questo termine. Rudolf Steiner fa degli esempi calzanti nella sua Scienza Occulta di come nel sogno l’essere umano abbia coscienza ma non autocoscienza. Addirittura, si può avere nell’esperienza del sogno uno sdoppiamento della personalità, come per esempio quando nel sogno un insegnante pone una domanda alla quale l’allievo interroganto non sa rispondere, e alla quale risponde poi, invece, l’insegnante stesso. E’ ovvio che allievo e insegnante sono due diversi “alter ego” del sognante medesimo, il quale ha bensì coscienza delle immagini del sogno, ma non ha coscienza alcuna di come, da fonte ignota, tali immagini scaturiscano. Naturalmente per l’Iniziato, come per l’occultista avanzato, la cosa si pone diversamente. Ma stiamo parlando dell’uomo ordinario.

Nel sonno profondo non vi è, ovviamente, nessuna forma di autocoscienza, tuttavia vi è una forma ottusissima, estremamente attenuata di coscienza, tant’è che l’essere animico continua a svolgere funzioni vegetative e animali nelle profondità dell’organismo corporeo. Anche in questo caso, diversa è l’esperienza dell’Iniziato, e quella dell’occultista avanzato. Confermo la concretezza del senso di “beatitudine”, di “felicità”, che il sonno procura. Ne parla moltissimo un grande asceta dell’India – l’unico che abbia indicato l’esperienza dell’Io – Shri Ramana Maharshi, e lo fa in tutte le sue opere, e in moltissimi colloqui che di lui sono trascritti: è l’esperienza dell’ànanda, della beatitudine, cosciente nell’Iniziato e nell’Illuminato, incosciente nell’uomo comune, il quale però ne riceve come una sorta di risonanza nella vita di veglia, allorché questi si dèsta dal sonno.

Quanto all’esperienza scientifica autentica, essa – se condotta sino alle sue ultime istanze – conduce molto lontano dalle conclusioni del materialismo. Personalmente, vengo da una formazione scientifica. Mi si creda, quanto più si approfondisce rigorosamente la scienza, tanto più il materialismo appare quell’ingenuo, sciocco, dilettantismo che è.

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SCIENZA DELLO SPIRITO,

SULLO STATO INTERIORE DI ‘PANICA’ CONTEMPLAZIONE CHE PERVADE L’INTERA NATURA (di F. De PASCALE)

plotino - plotinus🪷

“Tutti gli esseri, non solo i ragionevoli, ma anche gli animali irragionevoli e la natura che è nelle piante e la terra che li produce aspirano alla contemplazione e tendono a questo fine: tutti lo raggiungono entro le possibilità offerte dalla loro natura.

Ogni azione tende alla contemplazione, tanto l’azione necessaria che fortemente attira la contemplazione verso le cose esterne, quanto quella detta ‘volontaria’ che l’attira meno ma che si compie egualmente per desiderio di contemplazione…

La natura, che alcuni dicono priva di rappresentazioni e di ragione, ha in sé contemplazione e produce quelle cose che produce mediante la contemplazione che, a quanto dicono, essa non ha.

Poiché la natura opera rimanendo immobile e, rimanendo immobile, è una ragione, essa è anche contemplazione.

Difatti le azioni pratiche, pur essendo conformi alla ragione, sono evidentemente diverse da essa: ché la ragione, in quanto è presente all’azione e vi presiede, non è l’azione.

Se dunque non è azione ma ragione, essa è contemplazione; e per ogni ragione v’è una ragione ultima che deriva dalla contemplazione ed è contemplazione nel senso di oggetto contemplato.

La ragione superiore varia col variar degli esseri ed è come l’anima, non come la natura, ma quella che è nella natura è la natura stessa.

Anche questa deriva da una contemplazione? Certamente, da una contemplazione; poiché anch’essa è simile a un essere che si contempla: è infatti il risultato di una contemplazione ed è in quanto un essere contempla.

Ma come essa contempla?

Essa non possiede la contemplazione che deriva da un pensiero discorsivo, da quel pensiero cioè che esamina ciò che contiene in sé.

E se essa è vita, perché non è anche ragione e potenza operante?

Forse perché ricercare vuol dire non possedere ancora?

Ora, poiché la natura possiede, essa, in quanto possiede, anche agisce.

Per lei, essere ciò che è, è lo stesso che agire; essa è contemplazione, e oggetto di contemplazione, poiché è ragione.

Ed in quanto è contemplazione, oggetto di contemplazione e ragione, e soltanto per questo, essa produce.

Così dimostriamo che la produzione è contemplazione; essa infatti è il risultato di una contemplazione che rimane pura contemplazione senza fare null’altro, ma produce perché è contemplazione.”

(Enneadi III, 8, 1-3)

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Quel che il mio Plotino dice sulla contemplazione! Sullo stato interiore di ‘panica’ contemplazione che pervade l’intera Natura, ossia dell’afflato che avvolge, permea, pervade quella Natura, che è il sacro peplo di Iside, l’Unica Dea! Invero, tutta la Natura, tutti gli esseri della Natura, sono in stato di stupefatta contemplazione del Divino, dell’Uno, del Fondamento e, malgrado le tempeste e i furori che possono agitare l’apparire, essi riposano in tale stupefatta e mirabile contemplazione. 

Massimo Scaligero, parlando una volta a noi giovani, ci disse che Giovanni Colazza, suo Maestro, chiamava questo stato di contemplante abbandono al Divino, immobile pur nel furore di apparenti scatenamenti di lotte cosmiche, il “riposo divino”! 

Come in un immenso ossimoro cosmico, in tale mirabile stato si manifestano al contempo l’immobile riposare nell’identità con il Divino nella contemplazione e il più audace, dinamico e impetuoso donarsi all’azione più trasportante: la contemplazione come immobile principio dell’azione, e l’azione che della contemplazione segretamente si alimenta, manifestandola nell’impeto dell’agire più travolgente e temerario!

Ma come realizzare una tale contemplazione? I vecchi esoteristi ed occultisti d’anteguerra affermavano che ogni insegnamento è un errore finché non si traduce in una pratica corrispondente, ogni conoscenza è illusoria, ossia è mero sapere, se non si incarna in un agire, se – come insegnava Cagliostro – colui che conosce non diviene la cosa conosciuta. 

E questo ‘divenire’ è un atto che sempre ‘è’, e non un fatto, una cosa che già c’è, ossia che passivamente, inattivamente, meramente esiste. Questo spiega il fallimento, il tradimento, l’insufficienza, la latitanza, l’inadeguatezza delle Comunità spirituali. 

In un momento tragico – di concreto e di estremo pericolo per l’umanità – esse (o i componenti delle medesime se si vuole) si dànno allo spasso, al diporto, al divertissement come lo chiamava Blaise Pascal, ossia – nel senso più etimologico del termine – al di-vertimento, alla dis-trazione. Ma come ammonisce Massimo Scaligero, “il bene è l’idea che si realizza, e il male è l’idea che non si realizza“: in questo sta tutta la nostra responsabilità! 

Ammoniva in Ur un amico di Massimo, Abraxa, che “o la vita è un rito o non è nulla“, ossia l’intera vita deve trasformarsi in un esercizio spirituale, in un Rito, e la pratica interiore – e più di tutto la concentrazione – deve essere il centro dell’esistere, la spinta all’esistere, il fine dell’esistere. Perché non è possibile – come fanno taluni, troppi, quando poi lo fanno – vivere 23 ore e 50 minuti della propria giornata nella totale dispersione esteriore e poi pretendere di attuare in 10 minuti uno stato di concentrazione interiore. 

Se la pratica interiore, se la concentrazione in primis sono qualcosa di ‘periferico’, di ‘contingente’, di ‘occasionale’ nella propria vita e nella propria giornata, non potranno essere qualcosa di ‘centrale’, di ‘assoluto’, di ‘incondizionato’, la cui forza abbia la capacità di trasformare veramente l’anima, il cui impeto sia così potente da travolgere la mediocrità e la labilità umana. 

Come ho avuto già modo di dire ci si alza alle 03.00 la notte per partire a fare una gita o un viaggio qualsiasi, ma non si è capaci di alzarsi mezzora o un quarto d’ora prima per fare una concentrazione in più! Mi diceva Massimo che le Intelligenze Celesti e i Maestri darebbero tutto all’uomo, ma che vengono disgustate e delusi dalla fiacchezza dell’uomo, del sedicente “spiritualista”, dalla banalità del suo stato interiore, dalla tiepidezza del suo cuore, dalla sua approssimazione, dalla sua sfilacciata volontà!

Per molti la Via spirituale è un piacevole passatempo, che porta un po’ di brio e di diversità nella noiosa routine della vita borghese: questi avrebbero bisogno o di passare qualche anno della loro vita a lavorare in una fonderia come quella di Porto Marghera, oppure di molta disperazione. Allora comincerebbero a ‘sfrondarsi’ del troppo inessenziale che ammala il loro spento esistere, e comincerebbero nella fatica e nel dolore a veramente ‘vivere’.

Altri decidono di vivere vivi e non morti, e per questo scelgono – liberamente scelgono – la Via diretta, la più difficile e la più semplice, la più dura e la più faticosa, la più temeraria e la più saggia: l’incessante pratica interiore! La pratica della concentrazione portata al suo estremo: l’estremismo interiore come continua mobilitazione della volontà contro il sonno della coscienza, l’ardore da rinnovare ogni volta nella concentrazione, e poi ancora nella concentrazione, e infine nella concentrazione senza fine.

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SCIENZA DELLO SPIRITO,

SULLA CONCENTRAZIONE (di F. De Pascale)

(CONCENTRAZIONE di Marina Sagramora)

Forse è il caso che venga caratterizzata meglio l’indicazione ascetica che Massimo Scaligero dette in anni lontani a me in incontri individuali, ma anche in quelli ai quali andavo assieme ai miei giovanissimi, che mi accompagnavano negli incontri con lui. E’ bene essere estremamente chiari, per non alterare il modello-archetipo della concentrazione, che rimane una operazione unica, che non patisce arbitrarie alterazioni.

Dico questo perché Rudolf Steiner, nella Scuola Esoterica da lui fondata e diretta a partire dal 1904, afferma esplicitamente che gli esercizi che vengono dati al discepolo della Iniziazione NON sono escogitazione “umana”, che NON sono esercizi e pratiche una sua ‘intelligente’ elaborazione personale, bensì sono ‘rivelati’ e ‘comunicati’ dal Mondo Spirituale, dalle Entità divino-spirituali, dai Maestri Invisibili della Iniziazione.

E aggiunge Rudolf Steiner, che tali esercizi e pratiche devono essere eseguiti ‘wortwoertlich’, ossia ‘ad litteram‘, senza alterazione veruna da parte del discepolo praticante, che NON è lecito al discepolo dell’Iniziazione inventare ‘esercizi’ di sua fattura – se di Iniziazione trasmutatrice dell’umano si tratta, e non di tuttaltro che innocue pratiche in stile ‘new-age’, o forme di training autogeno, oppure le scempiaggini banalizzate, edulcorate, poetizzate, intellettualizzate, emotivamente sentimentalizzate, che vengono in maniera sciocca, insana e improvvida, vengono date per es. a medici – con tanto di ‘obbligo’ di relazione via e-mail degli eventuali risultati ottenuti, e successiva discussione comune di essi, secondo il pessimo costume yankee dei verbosi talk-shows.

L’indicazione di Massimo Scaligero circa la modalità di esecuzione della concentrazione – la quale resta una operazione interiore assolutamente unica – fu che la concentrazione nella fase della ‘descrizione’ – eseguita con attenzione volitiva su ogni pensiero – dell’oggetto, mero pretesto per tale volitivo e concentrativamente attento pensare, può essere eseguita ‘con parole ed immagini’, ‘con sole parole’, ‘con sole immagini’ e, solo quando il processo della concentrazione è veramente dominato e MOLTO a lungo esercitato, evitando di formulare i pensieri della ‘descrizione intuitivamente presenti e posseduti, ‘senza immagini e senza parole’. Ma è una operazione difficile – come il saltare attraverso abissi e voragini – che Massimo ‘alpinisticamente’ paragonò – ne ho ancora fresco nell’anima il ricordo – al “saltare di picco in picco, come uno stambecco”: questa la sua ardita e calzante ‘immagine’.

Non si tratta, dunque, del come “se si trattasse di concentrarmi sul fatto che sono concentrato….spiando la mia volontà, la sua forza di restare “uno” con il pensare con calma e massima determinazione… osservare solo questo nel silenzio interiore più profondo….”, anzi nella radicalità della concentrazione volitiva è proprio questo ‘sdoppiamento’ tra soggetto pensante ed atto pensante che va energicamente abolito. L’atto della concentrazione è tanto più efficace ed energico, quanto più con vera dedizione, abnegazione, e persino immolazione, ci si immerge, ci si sommerge volitivamente in esso con ogni forza, senza riserve, senza residui, senza risparmio.

In genere la prima fase della concentrazione – la ‘descrizione’ volitiva – viene vista come faticosa, come poco o punto gratificante, e molti cercano di arrivare rapidamente, dopo un’affrettata e sommariamente eseguita prima fase, alla seconda fase vista come più ‘appagante, in sostanza – a loro vedere – più ‘riposante’. E’ un errore clamoroso: se non si è capaci di illimitata dedizione alla prima fase della concentrazione – quella della ‘faticosa’, ‘ingrata’ e ‘prosaica’ descrizione volitiva – non si sarà neppure capaci di trarre frutto alcuno dalla seconda fase: quella ‘contemplativa’.

La concentrazione non va affrontata con comodo misticismo, bensì con energica volontà, che deve dare TUTTO di se stessa, TUTTA INTERA la propria energia, spendere TUTTA la propria forza, se vuole che nell’atto volitivamente pensante il Mondo Spirituale riversi la VITA, la prima vita che sia veramente ‘viva’, diversa da quella consunzione della vita animale e biologica, che è sin dalla nascita votata alla morte. Se nella prima fase della concatenazione volitiva di pensieri della ‘descrizione’ – eseguita da ‘teppisti’, mi scrisse in una lettera Massimo – si dà tutto se stessi, sino all’oblio di se stessi, si giunge poi alla immobilità metafisica della contemplazione: ma questo stato del pensiero puro bisogna espugnarlo con feroci, ripetuti, innumerevoli combattimenti interiori alla ‘baionetta’. E’ una operazione o un atto eroico, eseguito con coscienza, libertà, dedizione, amore!

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SCIENZA DELLO SPIRITO,

CONCENTRAZIONE E MEDITAZIONE (di F. De Pascale)

Ho sempre pensato – in maniera oltremodo estremista – che la concentrazione sia una “tecnica”, e che la meditazione sia invece un’ “arte”.

Ciò implica che la concentrazione sia essenzialmente un’operazione della volontà nella corrente del pensare, ed essa deve essere attuata con precisione scientifica, eseguita con modalità esatte, con energia, senza verun sentimentalismo, addirittura brutalmente quando necessario.

La meditazione è, al contrario, un’operazione interiore più “delicata”, implicante uno stato interiore di “degnità” interiore. Tale “degnità” non è richiesta come prerequisito della concentrazione: semmai ne è indiretto e prezioso risultato. La concentrazione richiede coraggio, energica volontà, salda risoluzione, e infinita tenacia. Perciò la concentrazione è una operazione attuabile da ogni tipo umano, anche il più “indegno”, se costui ha ferma volontà di una radicale trasformazione interiore.

La fase iniziale della concentrazione è decisamente brutale: è l’azione dell’Io come ego, che giunge ad essere così potente da attuare il volitivo annientamento della forma “ego” dell’Io: non la si può attuare senza volontà risoluta e crescente energia. Se tale sforzo interiore non viene pavidamente evitato, se non ci si risparmia, se si dà veramente tutto di noi stessi, allora la fase successiva della concentrazione si attua come atto di una volontà più sottile, più “delicata”, e in questo più affine alla meditazione.

La meditazione in quanto “arte” è un’operazione spiritualmente più “esigente”, in quanto già presuppone il conseguimento di un almeno minimo dominio del pensare, che normalmente è frutto di una intensa e prolungata disciplina della concentrazione. La meditazione si alimenta di un’energica disciplina della concentrazione. Essendo un’operazione spirituale essenzialmente non egoica, la meditazione presuppone che con l’ego si siano già fatti risolutamente i conti nella concentrazione: sino ad arrivare ogni volta sempre più al dissolvimento della forma egoica dell’Io. Questo dissolvimento dell’ego va attuato senza sconti, senza attenuazioni, senza misericordia: oggi soltanto la Via del Pensiero, come Via dello Spirito OLTRE e MALGRADO l’anima, dà concretamente questa possibilità. Non è affatto sano e consigliabile farsi troppe illusioni che attraverso le comode “vie dell’anima” si possa giungere a un dissolvimento dell’ego, e ad un’autentica azione spirituale, indipendente dal coinvolgimento nei melmosi e oscuri meandri dell’anima ferreamente legata alla natura corporea.

Il consiglio di Massimo Scaligero di una non contiguità tra la concentrazione e la meditazione, secondo la mia esperienza di sperimentalista selvaggio, è motivato dall’esigenza che sia nella concentrazione che nella meditazione l’asceta deve tendere a dare tutto se stesso, impegnandosi senza residui con tutta la sua volontà, sino al superamento del limite personale.

La concentrazione che deve essere tenuta temporalmente distinta dalla meditazione, è quella che intensificandosi diviene concentrazione profonda ed infine contemplazione ed esperienza della pura forza-pensiero vuota di pensieri. In quanto tale, la concentrazione profonda è essa stessa “meditazione”. Meditazione e concentrazione hanno lo stesso scopo: divenire esperienza della forza fulgurea del cosmico pensare pre-individuale, che si fa individuale in noi nella contemplazione meditativa e concentrativa, senza tuttavia cessare di fluire in noi nella sua purezza sovraindividuale.

Tuttavia, per esperienza personale, un breve esercizio di concentrazione può essere efficacemente introduttivo alla meditazione profonda: Una breve concentrazione può disperdere il “fatuo accendersi dei pensieri”, riducendoli al silenzio ed instaurando quel clima interiore che è necessario all’attuarsi della meditazione. Essendo quella del meditare una “arte” sottile e spirituale, pur dovendo essere sempre estremamente rigorosi, non si può essere in essa legnosamente rigidi seguendo ottuse regolette filistee. E Massimo Scaligero consigliava pratiche diverse a persone diverse, a seconda della reale esigenza interiore ogni volta riscontrata. Questo non significa affatto che nel meditare si possa fare come più aggrada, ossia quel che compiace ogni volta all’ego. Anche un savio medico darà farmaci diversi a pazienti diversi, e ciò ovviamente non autorizza un paziente ad assumere a suo libito i farmaci più diversi: gli effetti sarebbero sicuramente disastrosi.

L’arte della meditazione si alimenta della concentrazione e dello studio rituale della Via del Pensiero, altrimenti facilmente può prendere ambigui “sentieri laterali”. La Concentrazione – parola di Massimo Scaligero – perseguita con coraggio, tenacia, fedeltà e volontà consacrata, da sola, può portare all’Iniziazione. La meditazione, senza la Concentrazione, porta facilmente alla follia.

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SCIENZA DELLO SPIRITO,

GIORDANO BRUNO: L’UOMO È EMANATO DALL’UNO (di F. De Pascale)

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Giordano Bruno non è solo colui che infranse una immagine del mondo che gli umani, adagiati sull’abitudine, avevano in campo astronomico. Giordano Bruno fu anche un asceta del pensiero che cercò – e secondo me pure raggiunse – l’unione con l’Anima del Mondo. Il suo neoplatonismo magico lo portò a ricercare nell’Ermetismo classico le vie dell’esperienza spirituale e dell’Iniziazione ad una vita spirituale superiore all’ignoranza e alla labilità umana. 

Quel che i rappresentanti della Potenza Straniera d’Oltretevere, i “predicatori di ciance” come li chiamava Dante, che ancora occupano illegittimamente il suolo della Terra d’Ausonia, non possono tollerare è che l’essere umano con il suo coraggio di conoscere, con i suoi propri sforzi e la consacrazione della sua volontà, possa giungere a superare la cecità spirituale umana e ad innalzarsi all’esperienza spirituale diretta. Come diceva anni fa il Cardinal Ratzinger: “E noi, la Chiesa, cosa ci stiamo a fare?!”. Giusto, voi preti che cosa ci state a fare? 

Il loro terrore è di perdere tutti i clienti! Né più né meno che i politici italiani e non solo italiani. La Chiesa Cattolica da sempre ha come suo precipuo scopo – e questo lo dice Rudolf Steiner – prima l’anestesia e poi la distruzione dell’anima cosciente dell’uomo. 

L’essere umano – e su questo l’allora Cardinal Ratzinger fu quantaltri mai chiarissimo – è composto di corpo e anima soltanto, e non anche di spirito, perché lo spirito gli viene somministrato dalla mediazione liturgica della Chiesa, che la esercita attraverso i sacramenti, dei quali pretende il monopolio. Ossia, la costituzione occulta dell’uomo – secondo lui – è corpo, anima e Chiesa, non corpo, anima e spirito. E questo perché – secondo i predicatori di ciance che abitano di là dal Tevere – l’uomo è creato – a suo libito e senza un perché – dal nulla da un Creatore, che in qualsiasi momento lo può – libito licito – distruggerlo, ed una cosa è buona sol perché Dio la vuole, e non Dio la vuole proprio perché buona. 

Mentre per Giordano Bruno – ed anche per Rudolf Steiner che a Giordano Bruno dedicò la prima stesura del libro Teosofia – l’uomo è emanato dall’Uno, e non creato dal nulla, e poiché dall’Uno è stato emanato, ancorché caduto in un immemore stato di abiezione, pure all’Uno, liberamente e coscientemente, egli può nuovamente innalzarsi ed unirsi, ripercorrendo i gradini della discesa nella frantumazione dionisiaca della molteplicità apparente e nell’illusione sensibile e materiale. Nelle profondità di sé l’uomo ha un fuoco, che cova sotto la cenere che lo ricopre ma non lo spegne, e questo fuoco egli può, coscientemente, liberamente, con le sue stesse forze, far nuovamente divampare a fiamma, se sol conosce l’Arte di nutrirlo e di rianimarlo. Quell’Arte che Rudolf Steiner e Massimo Scaligero hanno mirabilmente insegnato con la Via del Pensiero, con la Via della Iniziazione. 

Ma a cotal spirituale fuoco i predicatori di ciance d’Oltretevere hanno preferito il fuoco che distrusse la Biblioteca di Alessandria ove insegnava la nostra Ipazia, il fuoco che distrusse la sede dei Misteri – il Telesterion – ad Eleusi, il fuoco dei roghi, il fuoco che distrusse il primo Goetheanum – perché è verissimo e certissimo che furono loro ad incendiarlo, dopo avere arrogantemente annunciato sui giornali basilesi che l’avrebbero fatto, ed altresì organizzato una riunione “operativa” alla Taverna Ochsen di Arlesheim, la sera prima dell’appicamento, nel quale arse pure l’incendiario esecutore da loro incaricato in quella sciagurata riunione – ed anche il fuoco di rivoltelle adoprate nel tentativo di sopprimere nell’Italia degli Anni Venti del passato secolo alcune voci dell’esoterismo italiano. 

Il tutto perché loro ritengono di essere creati dal nulla per l’imperscrutabile volontà di un Dio ridotto all’assurdo. Ho avuto modo di dire celiando – sed quis vetat ridendo dicere verum?: non è forse possibile dir la verità, sia pur con umorismo? – che sarebbe auspicabile che i creati dal nulla non si occupassero delle cose degli emanati dall’Uno, e li lasciassero in pace. Ma si sa – al di là del diolciastro e ‘caritatevole’ buonismo cristiano – la politica e la strategia della Chiesa Cattolica nei confronti dell’esoterismo e delle comunità spirituali autonome, possono riassumersi in queste poche parole: “Noi vi chiediamo tolleranza in nome dei vostri principi, e ve la neghiamo in nome dei nostri principi”. Semplice, nella sua cinica perfidia, no?! Alla bisogna, poi, ritorna ai “vecchi” sistemi violenti, come nel Messico degli anni venti del Novecento, ove tramite i “Cristeros”, i “Guerriglieri di Cristo Re” si assassinavano spregiudicatamente gli avversari politici ed ideologici, pratica in uso anche nella penisola iberica. Le mie simpatie – ça va sans dire – vanno tutte al Presidente Calisto Plutarco Calles che con energia giacobina librò il Messico per un tempo di quella mala genìa!

Quella di Giordano Bruno fu la voce di chi ebbe il coraggio di conoscere, di indicare a chi voleva conoscere la Via della Reintegrazione nell’Uno attraverso la platonica Estasi Filosofica, la quale portata alla sua estrema istanza sfoci nella Via del Pensiero e nella Concentrazione. Vogliamo ricordare – e raccomandare – questi pensieri a coloro che, ingenuamente e in buonissima fede – confidano nelle “tenerezze” che molti catto-esoteristi – anche sul Colle del Gianicolo – hanno per la Potenza Straniera d’Oltretevere, e le cui “quinte colonne” sulla “rete” inquinano babelicamente a più non posso il panorama spirituale. Ma verrà un giorno il Veltro che la farà morir di doglia!

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SCIENZA DELLO SPIRITO,

LA CONDIZIONE UMANA È SUPREMA (di F. De Pascale)

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“IN QUESTO CORPO ALTO SEI PIEDI, DOTATO DI PERCEZIONE E DI CONOSCENZA, È CONTENUTO IL MONDO, L’ORIGINE DEL MONDO, LA FINE DEL MONDO, E COSI’ PURE IL SENTIERO CHE CONDUCE ALLA FINE DEL MONDO”.

Gautama Buddha. Anguttara Nikaya, IV, 45.

La condizione umana – per quanto attualmente sciagurata e miserevole – è suprema, al punto che viene dichiarato esplicitamente essere “l’UOMO la mèta degli Dèi”. E questo perché solo l’essere umano – e non gli Dèi – fa l’esperienza della morte. Solo l’essere umano – e non gli Dèi – rinchiuso in questo “soma-sema”, o “corpo-prigione”, o “corpo-tomba”, può realizzare Autocoscienza, Libertà e Amore. Gli stessi Dèi anelano a tale suprema realizzazione, della quale NON sono capaci. Anzi Essi attendono – con struggente nostalgia – che l’UOMO realizzi coraggiosamente Autocoscienza, Libertà e Amore. Gli Dèi attendono tale realizzazione dall’UOMO, realizzazione che l’essere umano NON può ottenere dagli Dèi. Massimo Scaligero arriva a scrivere – ed è una severa ammonizione, che le “anime belle” farebbero bene a ben meditare – che “delude gli Dèi, l’uomo che vuole dipendere dagli Dèi”!

L’essere umano – e in particolare il praticante interiore – dovrebbe ringraziare ogni giorno al suo risveglio il Cielo, i Numi, e il Destino, per il dono di quel corpo fisico che gli permette l’esperienza della percezione sensibile, del pensare cosciente e della volontà libera. Conducendo audacemente nell’Ascesi alla loro ultima istanza queste tre possibilità donate dall’incarnazione nel corpo fisico, esse trasfigurano e trasmutano nell’esperienza della “percezione pura”, del “pensiero libero dai sensi”, della “volontà solare”. E queste tre pratiche interiori si fondono – tutte e tre – nel dono mirabile della Via del Pensiero, ossia nella Concentrazione, l’esercizio a sé sufficiente, perché in sé ha tutto in un solo atto in atto: percezione, coscienza pensante, e volontà!

Il corpo è il punto di partenza, in quanto è inevitabile partire dalla sola coscienza che abbiamo a libera disposizione: la coscienza di veglia, mediata dal sistema nervoso. L’ascesi libera il moto volitivo del pensare dalla mediazione somatica, in quanto nella Concentrazione il moto cosciente del pensare diviene solo supporto e unica mediazione a se stesso.

Il corpo diventerà altresì punto d’arrivo, in quanto l’esperienza spirituale estracorporea ha la fulgurea potenza di trasformare – CONOSCENDOLA – la corporeità da ottusa alterità in arto cosciente dello Spirito, restituendola al suo essere immortale originario. Ossia, come affermavano Gerard Dorn e Robert Fludd: “Transmutatemini in viventes lapides philosophicos”, “trasmutatevi in viventi pietre filosofali”.

Unica Via per la realizzazione dell’autentico Uomo Interiore, dell’Uomo Spirito, è la Via del Pensiero, la Concentrazione: la Via del concreto annientamento di ogni egoismo.

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SCIENZA DELLO SPIRITO,

LA VOLONTÀ E IL CORAGGIO NELLA VIA DEL PENSIERO (di F. De Pascale)

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Da una parte, io conosco – con certezza assoluta – il “magico” potere della volontà. Avendola sperimentata in mille e mille occasioni, conosco per diretta esperienza questa – mi si passi la parola – la “magia” della volontà, che tutto può realizzare: senza alcun limite, TUTTO può realizzare, nulla è impossibile a chi conosce il VERO, ed ha la volontà e il coraggio di volere il BENE. Occorre volere, volere intensamente, volere a lungo, e tramite tale volere mèta e realizzazione possono essere raggiunte.

Naturalmente, non si tratta del volere dell’ego, ossia delle velleità di una natura inferiore, che noi non siamo, ma alla quale torpidamente ci identifichiamo, e che crediamo essere l’Io, ed invece è solo quel miserabile ego, che tutti vezzeggiano, viziano, adorano, e nutrono soddisfando le sue letali velleità. No, davvero, non si tratta punto delle velleità di un tale ego stratosferico, che persino dei frutti dell’occultismo, e dell’esoterismo, come della religiosità, vuole nutrirsi per enfiarsi: sino ad una sorta di “inflazione” di questo stratosferico ego.

La Via è proprio quella del superamento del corpo astrale – che non è affatto l’originario corpo astrale di purezza stellare – ossia la Via del superamento delle velleità di un ego, che non è altro che la caricatura astrale dell’Io.

E’ una Via percorribile da chiunque veramente voglia: da chiunque abbia il coraggio di “voler volere”! Non importa il proprio punto di partenza, che può benissimo essere una natura sfasciata, decadente, debole, provvista di pochissime forze. La radicalità della Via di Michele – che è dire della Via dell’Io – è quella di prescindere – appunto “radicalmente” – dallo stato della natura personale: quale che essa sia. In questa Via le forze le si costruiscono oltre, malgrado, e oserei dire: a dispetto della natura personale.

Addirittura, oserei dire – e mi baso sull’esperienza di cinque decenni – che è più facile superare una natura debole, sfasciata, piena di colpe e di difetti, che non la natura di molte “anime belle”, piene, appunto, di belle qualità, che fanno (e lo dico sinceramente, senza alcuna ironia) loro onore. E questo perché il discepolo dell’Iniziazione che possegga una natura debole, piena di difetti, una natura che gli pone mille difficoltà, di appoggiarsi su di una tale infida natura non si fiderà, e lavorerà sodo per conseguire sempre più una totale indipendenza da essa, ed ha, perciò, grandi probabilità di riuscirci. Mentre un’anima “bella, sovente, sulla propria natura personale si appoggerà spontaneamente, e talvolta di essa si accontenterà: non sarà spinta a “forzare” oltre il limite personale, per superarlo. E in molti casi, verrà il momento in cui tale natura personale – ossia quella dell’ego astrale, fingente di essere l’IO, senza punto esserlo – tradirà l’anima “bella”, e questo tradimento sarà per questa il primo di molti momenti difficili, amaramente disilludenti.

Il lavoro che si compie nella Via di Michele, ossia nella Via del Pensiero Vivente, nella Concentrazione, è autenticamente realizzativo, ed è attuabile da chiunque veramente voglia: indipendentemente da qualsivoglia insufficiente punto di partenza.

Un altro motivo per il quale questo lupaccio cattivissimo è tutt’altro che pessimista, è che in cinque decenni di pratica ho visto moltissimi giovani e non più giovani fervidamente cercare la connessione con una autentica Via spirituale, e trovarla all’interno di cerchie informali di amici, dediti ad una alacre, fervida, pratica degli esercizi: della Concentrazione e della Meditazione.

Certo da organizzazioni – sedicenti “spirituali” – burocratiche, formali, e cristallizzate come può essere la Società Antroposofica, non vi è nulla da sperare, ed è bene starne lontani. E questo perché – fra pochi anni sarà un secolo – nella dirigenza di essa nei vari paesi (tolte alcune onorevoli eccezioni di un passato, che non è più) vi è una sorta di “pavor metaphysicus”, ossia la paura nei confronti della concreta esperienza spirituale, la paura che la pratica interiore degli esercizi si riveli “pericolosa” per la sopravvivenza dell’ego, conciosiacosaché tale pratica viene negletta, minimizzata, spesso apertamente scoraggiata, sconsigliata, persino osteggiata e calunniata.

Ma vi sono, per fortuna, anche moltissime anime assetate di Conoscenza spirituale, che magari dopo un affannoso cercare nei paludosi meandri dei vari “occultismi”, la trovano. E  assicuro, che tali anime non sono poche. Per esempio, residenti nella mia città, o fuori di essa, ma saldamente collegati con noi, sono decine le persone che hanno scelto di percorrere – arditi e ardenti – coraggiosamente la Via Solare, la Via del Pensiero Vivente, e che si dedicano con tutto loro stessi allaa disciplina della Concentrazione, al meditare sia nell’ascesi individuale che in comune con amici fraterni.

Per fare ciò, non vi è bisogno di strutture formali esteriori, di sedi costose, di tessere, burocrazie, di istituzioni cristallizate: inevitabilmente morte. Non vi è bisogno di congressi, e complesse manifestazioni “artistiche”, o “culturali”, come vengono eseguite con impeccabile organizzazione, da parte della Società Antroposofica, a Dornach e altrove. Vi è bisogno solo dello Spirito, che colà, purtroppo manca, della risoluta volontà dell’Io, della sincera consacrazione dell’anima, e dell’amore per la Verità.

Ora, questi animosi individui che vogliono sperimentare la concretezza dello Spirito, che vogliono realizzare non le miserabili velleità dell’ego, ma il volere, e i fini, dello Spirito, vi sono, e soprattutto quotidianamente operano, e aiutano, come possono, coloro che intraprendono, o vogliono intraprendere, questo arduo, difficile, Sentiero. E vi sono anche Ausiliari celesti che aiutano, proteggono, e sovvengono alle necessità di questi animosi temerari, che si sono messi in testa nientepocodimenoché di realizzare lo Spirito!

Per cui non vi è motivo di temere: vi è solo da operare con fervore, in libertà e per amore. La Via di Michele è la Via dei coraggiosi!

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SCIENZA DELLO SPIRITO,

STABILIRE UN “ASSE DI LUCE” (di F. De Pascale)

(L’uomo nuovo-Marina Sagramora)

La Concentrazione è fondamentalmente una operazione volitiva: è una intensa azione del volere nel pensare. E’ lo stabilire un “asse di luce” tra il pensare cosciente in alto e il volere, coscientemente voluto, in basso.

Il più delle volte, nella vita quotidiana di molti, il volere agisce – come diretto da una sorta di “pilota automatico” – incoscientemente, in stato di sonno profondo. Nella Concentrazione, invece, il volere viene portato ad agire coscientemente nel pensare, così come nell’Ascesi della volontà, a sua volta, il pensare viene coscientemente portato ad immergersi nel volere.

E’ verissimo che nella pratica della Concentrazione, il sentire non viene chiamato in causa. Ma dovrei dire, più che il sentire, l’emotività, ossia la superficiale, periferica, eccitabilità dell’anima, normalemente incapace di “concentrarsi” volitivamente su un oggetto, se a tale azione essa non venga passivamente attratta da un interesse emotivo. Una tale emotività deve venire spazzata via, con rude spartana energia. Ma il sentire – l’autentico sentire – è un’altra cosa.

E’ verissimo che il sentire non viene chiamato in causa, ma si tratta di capire perché. Massimo Scaligero sottolinea più volte come l’autentico sentire sorga dalla radicale estinsione di quella emotività, la quale è soltanto la caricaturale deformazione del verace sentire. Ma questo sentire – che non deve intervenire nell’esecuzione della Concentrazione – in realtà risulterà esserne il risultato: uno dei più bei risultati.

Mentre normalmente, il fare appello all’emotività porta facilmente a situazioni animiche di recitazione, di menzogna, di ipocrisia, la Concentrazione che, invece, fa appello unicamente alla più energica attenzione volitiva nel pensare, ha come risultato a posteriori il sorgere di un novello sentire: diversissimo dall’automatica, passiva, emotività. E questa è un’esperienza, molto concreta, che può sorgere rapidamente a chi si dedichi con intensa alacrità ad un energico lavoro di Concentrazione, e al contempo allo studio concentrativamente meditativo delle opere di pensiero di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero.

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SCIENZA DELLO SPIRITO,

SULLA REALIZZAZIONE DELLA TRIPARTIZIONE SOCIALE (di F. De Pascale)

(Tripartizione – Marina Sagramora)

Rudolf Steiner era sapiente e sagace, al punto di conoscere molto bene il valore delle persone che aveva attorno. Sapeva bene che, a parte una ben ristretta élite di decisi praticanti interiori, molti prendevano l’Antroposofia un po’ come una apprezzabile visione del mondo, e un po’ come una forma religiosa o semireligiosa. Che mancasse drammaticamente l’impegno interiore ascetico può essere scorto da vari segni.

Oggi molti, per esempio, lamentano il fatto che la Tripartizione dell’organismo sociale – il mirabile dono del Mondo Spirituale – non si sia attuata. Anche allora, in Germania, subito dopo la Prima Guerra Mondiale, quando nel disfacimento della struttura statale dell’Impero tedesco sembrava che la Tripartizione avesse grandi possibilità di attuarsi, e tali grandi possibilità in effetti vi erano, e molte speranze in tal senso si erano manifestate, Rudolf Steiner si impegnò con tutte le sue forze con conferenze pubbliche, alle quali accorrevano migliaia di operai. Rudolf Steiner contattò pure personalità che avevano responsabilità nello Stato e nella Società, ed espose con grande chiarezza quanto richiedevano i tempi. La cosa non si realizzò. Quando, tempo dopo, alcuni discepoli chiesero al Dottore il perché della non realizzazione della Tripartizione in Germania, dove essa aveva suscitato così tanto interesse e speranze, Rudolf Steiner rispose: “Perché in Germania non vi sono 100 discepoli della Scienza dello Spirito che abbiano fatto dell’Ascesi del libro Iniziazione lo scopo della propria vita. La Tripartizione non si è realizzata, perché non esistono 100 antroposofi consacrati alla pratica interiore del libro Iniziazione”. A quell’epoca gli antroposofi erano già venti o trentamila persone.

Ad Adelheid Petersen, il Dottore disse, che un giorno l’intellettualismo degli antroposofi dipingerà tutto grigio su grigio, e l’intellettualismo sarà la morte dell’Antroposofia. Disse, inoltre: “Potrebbe accadere che il movimento spirituale dell’essere vivente dell’Antroposofia si separi dalla Società Antroposofica!”.
A Giovanni Colazza – e questo mi fu riferito personalmente più volte da Massimo Scaligero – Rudolf Steiner, nell’ultimo colloquio avuto con lui, disse profeticamente: “Un giorno l’Antroposofia rinascerà in Italia, in una forma giovane, radicalmente rinnovellata, totalmente slegata dalle forme istituzionalizzate, una forma vivente”.

Per me, e non solo per me, questa rinascita dell’Antroposofia è nella Scienza dello Spirito come ce l’ha trasmessa Massimo Scaligero. La vivente Scienza dello Spirito è tutta nell’opera di Massimo Scligero, nel suo aver ritrovato l’aureo “filo d’Arianna” della Via del Pensiero Vivente, nel suo porre al centro l’esperienza ascetica della Filosofia della Libertà, nel porre al centro e al vertice della pratica interiore la concentrazione portata sino alle sue estreme conseguenze di liberazione del pensare dal servaggio corporeo.
Partendo dalla Via del Pensiero si ritesse l’invisibile trama aurea, michaelita, che un giorno porterà alla realizzazione in una dimensione più vasta dello Spirito, ad una trasformazione della coscienza umana, e di conseguenza anche alla realizzazione della Tripartizione.

Le personalità di rango spirituale delle quali parla il Dottore sono presenti, ma la loro azione sfugge agli schemi precostituiti dell’intellettualismo antroposofico, e come tale sfugge allo sguardo miope della dirigenza burocratica di coloro che hanno – anche ufficialmente – trasformata la creazione di Rudolf Steiner in una impresa commerciale, registrata all’Uffico Svizzero del Commercio.

La fiducia è nell’audacia del pensare, nello slancio e nella fedeltà della volontà consacrata.

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Spada del cavaliere templare, XII secolo (4163/N) - spade - Europa medievale s. VI-XV - Denix

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRIPARTIZIONE SOCIALE,
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