Settembre 2014

AUREO SIGNORE DELLE FOLGORI (29 SETT. 2014)

29 SETT  2014 FK 047

1/18006

AUREA CONNESSIONE

TUTTO INTRISTISCE NEL LIVORE CHE – IMMOTIVATO –  LIEVITA DAL BASSO
E SANCISCE IL DOMINIO DEL PLAUSIBILE NEGARE.

SI ESPANDONO LE OCCULTE NEBBIE DEL GIALLASTRO RADDENSARE.
E UN INVISIBILE INTRICO DI ENERGIE IMPONE UN ODIO CHE NON C’ERA.

PERDUTA LA LUCE ETERICA: INFINE SCOMPARE ANCHE IL SUO RICORDO.

RESTA LA COSCIENZA IMMERSA IN UN PANTANO ODIANTE
DI CUI NON CONCEPISCE NEPPURE L’ESISTENZA
MA DAL QUALE TRAE ORMAI OGNI SENSIBILITA’ CHE GENERA OPINIONI.

TALE LA MORTE CONOSCITIVA DI CHI E’ PERDUTO AI CIELI.

NAUSEA DISGUSTO E RABBIA ATTENDONO SOLTANTO UN’AUREA BELTA’ DA MALEDIRE.

MA ANCHE NEL PIU’ PROFONDO OLTRAGGIO PUO’ GIUNGERE –VOLUTA- L’IMMATERIALITA’ D’IDEA.

DALL’ESSENZA DI UN CONCETTO CONTEMPLATO DAL PENSARE :
SI TRAE UN VALORE CHE SCUOTE L’INFERO DILEGGIO DELLA NAUSEA.
E LA CONSUMA.

OVUNQUE ESSA AGISCA E INFETTI LA SVELA E LA DISSOLVE.

REIMPRIMENDO L’AUREA CONNESSIONE AI CIELI DEL CONCEPIRE.

FOLGORE SOTTILISSIMA NEL CUORE DEL PENSARE.

E SI ILLUMINANO DI SOVRUMANITA’ LE OSCURE STANZE CEREBRALI DEI PRECIPITATI.

MENTRE SI REINNALZANO I LIVELLI DELL’ACUME.

NEL FERREO DELINEARSI DEL VALORE DA CUI RISORGE L’AUREO.

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2/18007

LUCE DELL’IO

LE ESSENZE DEL NEGARE IMPRIMONO IL FASTIDIO.
IMPONGONO IL RIGETTO E LA CHIUSURA CONTRO OGNI LUCE MORALE.
PROFONDE GIALLASTRE PROPENSIONI ALL’INCREDULITA’ BLASFEMA.
ATTORTE POTENZE CEREBRALI IN CUI ABITA LA PERSONALITA’ MALIGNA.

IL SEMPLICE VIVERE NEL TROPPO UMANIZZATO
ACCOGLIE QUELLE POTENZE
E LE SUBISCE QUALE MOTORE OCCULTO
DEL PROPRIO PERDERE L’ANIMA CELESTE.
LIVIDA SOLFUREA PATINA DEL PROPRIO ACCOGLIERE SENSIBILITA’ INVERTITE.

LA TESTARDAGGINE NEL MALE SOLO DAL SOVRUMANO PUO’ ESSERE DISSOLTA.

MA SPENTA E SEPOLTA L’ANTICA DEVOZIONE :  RESTA SOLTANTO L’ATTO DEL PENSARE.

NELL’ESTREMA VOLONTA’ CHE CONTEMPLA UN CONCETTO RICORDATO :
SI ACCENDE INFINE UN VALORE CHE DISSOLVE QUEL NEGARE.

IL RITO DEL PENSARE PUO’ SCIOGLIERE GLI INFERNI.

SOLFUREITA’ NATE DALLA RABBIA VENGONO PERCORSE DALLA NUOVA DEVOZIONE.

NELLA FERREA INSISTENZA DELL’IDEA SORGE IL NUOVO AMORE.

SORGE E SI AFFERMA LA POSSIBILITA’ DEL VERO ESISTERE.

APICI IN CUI
UNIFICATI NELLA VOLONTA’ DINANZI AL PROPRIO SOLE INTERIORE
LA VERA ESSENZA DELL’IO RESPIRA NEL SOVRUMANO.
RESPIRA NEL FUOCO DELL’ARCANGELO.

E REDIME.

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3/18008

FERRO DI METEORA

OVE LA SCIMMIA CEREBRALE INSEGUE IL SUO LIVORE
E TENACEMENTE NEGA OGNI LUCE IMMATERIALE.

LE CEREBRALITA’ RAPPRESE INCOLLANO AL NEGARE
OGNI POSSIBILE NUOVO CONCEPIRE.
AFFINCHE’ OGNI VERITA’ SIA CAPOVOLTA E AVVELENATA.

MASSE DI DERELITTI ACQUISTANO POTENZA INTELLETTIVA
ATTINTA OVE IL MENTIRE VIVE DEL LORO INSUPERBIRE.

ORDE DI NON PENSANTI ESEGUONO DISEGNI DI VOLONTA’
CUI NON SANNO DI OBBEDIRE
MA A CUI CEDONO IL PROPRIO VIVERE INTERIORE.

LA CONTROISPIRAZIONE MUOVE DAL BASSO E DISTRUGGE LE FORZE MORALI.
GUIDA VERSO IL CONTRARIO DEGLI ETERNI VALORI.

MA LA CALPESTATA SANITA’ TORNA –IMPOSSIBILE- A RIVIVERE.

PER ATTIMI SENZA TEMPO L’IMPOSSIBILE ACCADE.

NEL PENSARE CHE CONTEMPLA LA FORMA DEL CONCETTO
SI ACCENDE LA NUOVA SANITA’ CHE RICONSACRA.

APICI ETERNI VENGONO RINNOVATI E SI IMPRIMONO NELL’ILLIMPIDITO DECORSO DEI DESTINI.

CIO’ CHE APPARE IMPREVEDIBILE ED IMPOSSIBILE  ACCADE :
IL RINNOVARSI ED IL RISORGERE DEL BENE FRA LE ESSENZE.

ATTO INCANCELLABILE CHE SANA.

E MOLTE COSCIENZE INABISSATE TROVANO DEI LIMITI AL DECADERE.

POICHE’ DEL FERRO DI METEORA IMPRIME LA VOLONTA’ DIVINA
LIBERAMENTE IN ALLEANZA D’UOMO RICREATA.

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4/18009

CONCEDONO IL SANARE

SENZA ASPIRAZIONI POICHE’ COMPLETAMENTE APPAGATI DALLA RABBIA.
I PIATTI.
I SENZA IDEALI.
I NEMMENO BRAMOSI.

AMANO SOLTANTO L’ODIO SOCIALE CHE LI NUTRE.
INABISSANDOLI.

L’ODIO PER LORO NON HA PIU’ SCOPO.
E’ FINE A SE STESSO.

TANTO ELEMENTARI DA DIVENTARE ZOLFO DEL NULLA.

SOLO LA CORRENTE DELL’ODIARE LI MANTIENE IN VITA.
E AD ESSA VOLGONO GLI ANELITI.
ALTRIMENTI NON AVREBBERO ESISTENZA NE PULSIONI.

L’ARIMANE CALUNNIATORE DEI TOTALMENTE IDEOLOGIZZATI NELLA FEDE.

EPPURE POSSONO ESSERE SVUOTATI DEL CALCARE E DEL VELENO.

POSSONO RIAVERE L’ANIMA PERDUTA.

POSSONO SUBIRE LO SPEGNERSI DELL’ODIO
SE DINANZI ALLO SGUARDO DELL’IDEA
E’ CONCESSO L’ALTO DILAVARE CHE CANCELLA IL MALE.

SE NELLO SVELARE S’ATTUA IL REDIMERE.

SE SUFFICIENTE INTENSITA’ D’ASCESI PERMETTE CHE IN ALTO SIA CONCESSO
AI VIZIATI DALL’ODIO IL POTER SOFFRIRE.

COSICCHE’ MOLTA DI QUELLA RELIGIONE INVERSA : MUORE.

L’ANIMA RISORGE AL NUOVO GIORNO.

RIAPPARE E VIVE UN SUO TENUISSIMO GERMOGLIO.

LUNGO I SENTIERI DELLE FOLGORI CHE CONCEDONO IL SANARE.

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5/18010

ORO DELL’IO

S’INNALZA OLTRE IL CAOS L’ATTIMO D’ARGENTO.
E NEL RINNOVATO ACUME
LA POTESTA’ DEL LAMPO IMPRIME VITA IMMATERIALE CHE CONSACRA.

SI LACERANO I VILUPPI DELLA DENSITA’ NEL CARNEO
E L’ANTIPENSIERO CHE NEGAVA : TACE DILAVATO.

ENERGIE SOLFUREE DELLA RIBELLIONE E DEL DEFORME :
VENGONO SQUARCIATE NEGLI APICI DEL VALORE LIMPIDO.

IMMATERIALITA’ REIMPRIME LE ESSENZE DELLA NORMA.

MENTRE LA VERITA’ INSISTE NELL’UNIRE.
RISORGENDO.

AVE DELLE AUREE VETTE NITIDO BAGLIORE CHE REDIME.

INSISTE NELL’INSEGUIRE L’ESSENZA DEL CONCETTO :
INSISTE IL CONTEMPLARE ESTREMO.
E PER ATTIMI RACCOGLIE SCINTILLE DI ARMONIA.

OTTENENDO IL RISTORO LAMPEGGIANTE CHE REINNALZA I LIVELLI DI PENSIERO

POTENZE DELLA FORMA SCACCIANO GLI INFERNI.
E MOSTRANO LE VIE DELL’ASSOLUTO.

MOSTRANO GLI ALLORI DEL LONTANISSIMO ORO DELL’ALTARE.
LONTANISSIMO E PRESENTE.
LONTANISSIMO E VIVENTE.

ORO DELL’IO NEL CUORE DELL’ARCANGELO.

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HELIOS FK AZIONE SOLARE

HELIOS FUOCO SOLARE FK   18 OTT 2012 FK 004

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ARTE, MICHELE - La Via del Pensiero, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

CORAGGIO MICHAELITA

Michele

«E nel corso del XX, quando sarà trascorso il primo secolo dopo la fine del Kali Yuga, l’umanità sarà o alla tomba di ogni civiltà, oppure sarà al principio di quella èra nella quale nelle anime degli uomini, che congiungeranno nei loro cuori l’intelligenza con la spiritualità, sarà condotta a termine la battaglia di Michele in favore dell’impulso di Michele».

Rudolf Steiner, 2° conferenza di Arnheim, 19 luglio 1924, ne Il Karma della Comunità Solare.

«Questa risoluzione di lasciarsi afferrare dai pensieri riguardanti lo Spirituale altrettanto concretamente come attraverso qualcosa di fisico è la forza di Michele! Avere fiducia nei pensieri dello Spirito, quando si ha la predisposizione ad accoglierli, soprattutto in modo da sapere:

«Tu hai questo o quello impulso dallo Spirituale. Tu ti abbandoni ad esso, ti rendi strumento della sua realizzazione!».

Viene un primo insuccesso – non importa! E se vengono cento insuccessi – non fa niente! Perché nessun insuccesso è decisivo per la verità di un impulso spirituale, del quale se ne scorge e se ne comprende l’efficacia».

Parole d’incoraggiamento di Rudolf Steiner, da Mitteilungen des Anthroposophischen Vereins in der Schweiz, Jahrg. XXIII.

MICHELE - La Via del Pensiero, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA FESTA D'AUTUNNO

autumn

Ci siamo introdotti attraverso la soglia di San Giovanni nell’elemento infuocato (quest’anno, a onor del vero, alquanto bagnato) dell’estate il 24 Giugno.

Ora penetriamo i misteri legati all’autunno passando per la porta di  San Michele, il 29 settembre.

Il giorno di San Michele cade in un periodo divenuto incolore e privo di festività per il mondo moderno.

La liturgia cattolica, dopo la Pentecoste, sfila le domeniche con monotonia,  la vita esteriore si cruccia tra evasioni e rientri.

All’esaurimento di questo viavai ecco apparire l’equinozio di autunno: un gran vuoto triste… dalle mie parti con il grande vento e le foglie che cadono: molte foglie d’alberi e non poche foglie di… imposte mal fissate.

Ma questo vuoto, un po’ prima, è stato un crogiolo dove bollivano  e si calcinavano i rifiuti della immane solforizzazione che, in estate, debordava dalla natura.

Feste severe ma belle contrassegnano la presenza di Mikael nel cielo d’autunno:

– festa della condensazione delle forze della natura nelle spighe raccolte e nell’uva vendemmiata,

– festa di penitenza per l’uomo (Yom Kippur), d’interiorizzazione e di rientro in se stessi.

La circolarità dell’anno non deve rimanere incompleta e portare con sé vuotaggine o svista sul suo perimetro: mentre fuori la luce decresce, gli uomini debbono (dovrebbero) celebrare la luce interiore che rinasce in loro.

Questa luce è una presa di coscienza che mostra l’alta figura dell’Arcangelo solare che punta verso le profondità un gladio del tutto particolare.

Fuori, nel mondo, le meteore saturano l’atmosfera di un apporto metallico, di cui sarebbe di riconoscerne l’importanza: il ferro meteoritico, emesso non dalla terra ma dal sole.

Verso dentro, questa pioggia di ferro dona al sangue il supporto necessario affinché il coraggio sappia tornare nel cuore dell’uomo.

Egli – Volto del Signore – può allora ritornare nell’uomo: nella chiarità del pensiero cosciente, riprendendo la sfera in cui stava insediandosi il dragone sulfureo.

Il coraggio morale di trovare entro sé la luce, nel mezzo delle tenebre della vita e del mondo, può venire a noi nel tempo di San Michele più che in altri momenti dell’anno.

Comunque ciò che chiamiamo “via di Michele” è via trascendente: va verso l’Essere che trascende, nell’infinito, spazio e tempo: per l’asceta ogni attimo può essere l’immisurabile che incontra la forza di Michele.

MICHELE - La Via del Pensiero, SCIENZA DELLO SPIRITO

DAI COLLOQUI CON ECKERMANN

 Goethe

Parva selecta:

J. W. von Goethe

DAI COLLOQUI CON ECKERMANN

A settantacinque anni non si può fare a meno di pensare talvolta alla morte. Questo pensiero mi lascia del tutto tranquillo perché ho la ferma convinzione che il nostro spirito sia un essere di natura indistruttibile, sempre operante di eternità in eternità: simile al sole, il quale solo ai nostri occhi mortali sembra tramontare, ma che effettivamente non tramonta mai e continua invece a splendere senza fine.

§

L’uomo deve percorrere diversi gradi: e ciascun grado porta con sé le sue particolari virtù e i suoi errori: i quali, nell’epoca in cui si producono, si devono considerare conformi a natura, e in qualche modo giusti.

Nel grado successivo, l’uomo è divenuto un altro: più nessuna traccia delle prime virtù e difetti, ma al loro luogo sono subentrati altri modi e altri trasmodamenti. E così via, sino all’ultima trasformazione: dopo la quale non sappiamo quello che saremo.

§

La capacità di ammettere il Superiore è molto rara, e nella vita ordinaria è quindi sempre bene di tenersi tali idee per sé, o scoprirne soltanto quanto è necessario per essere di qualche vantaggio agli altri.

§

Nel mezzo della vita di un uomo si produce generalmente una svolta: e come nella gioventù tutto gli andava a seconda e tutto gli riusciva, ora, ad un tratto, tutto si cambia, e una disgrazia succede a un sinistro, una sciagura ad una sventura.

Ma che cosa penso in proposito? Che è necessario che quell’uomo perisca!

Ogni uomo straordinario ha una certa missione che è chiamato a compiere. Quando l’ha compiuta, non è più necessario che egli duri sulla terra in quella forma, e la Provvidenza lo impiega a qualche altro fine.

Ma poiché in questo mondo tutto procede per via naturale, così i dèmoni gli dànno uno sgambetto dopo l’altro, talché alla fine egli viene sopraffatto.

Così accadde di Napoleone e di molti altri: Mozart morì a trentasei anni e Raffaello alla stessa età; Byron visse soltanto un poco di più.

Ma tutti avevano perfettamente assolta la loro missione ed era tempo che se ne andassero, così che anche agli altri rimanesse qualcosa di duraturo da compiere.

§

Ogni produttività veramente alta, ogni intuizione importante, ogni scoperta ogni grande idea che reca frutti e conseguenze, non è in dominio degli uomini e sta, sublime, sopra ogni potenza terrena.

Doni del genere l’uomo li riceve solamente dall’alto, e sono da riguardare come puri figli di Dio, che egli deve accogliere con liete azioni di grazie e deve adorare.

Tali doni sono parenti di quel Demonico il quale fa dell’uomo, prepotentemente, ciò che gli piace ed al quale l’uomo si arrende senza saperlo, mentre si illude di agire per proprio impulso.

In questi casi l’uomo è da riguardare piuttosto come uno strumento di un alto governo del mondo, come un eletto vaso riconosciuto degno d’accogliere un influsso divino.

Dico ciò considerando come spesso un’idea abbia dato un’altra fisionomia a secoli interi: come singoli uomini con l’opera loro abbiano impresso alla loro età un’impronta che restò riconoscibile anche nelle generazioni seguenti e che continuò ad operare beneficamente.

SCIENZA DELLO SPIRITO

IL DOMINIO DI SE’ (di M.Scaligero)

M. SCALIGERO

🟠

Non è una drammatica e sterile contrapposizione ai propri istinti quella che può condurre al dominio di sé.
La via ascetica o mistica, d’altro canto, salvo rare eccezioni, non fa che sospendere le tensioni e rimandare indefinitivamente il problema, quando non giunga a potenziare sotterraneamente, ossia sotto la serie dei pretesti moralistici, quanto v’è di meno regolare nella coscienza.

La via che si può additare come la più adatta agli uomini di questa epoca, è una “via della conoscenza”: si tratterebbe di realizzare oggi il contenuto di un antico oracolo: “conosci te stesso”.

Occorrerebbe conoscere, oggettivandolo innanzi a sé, il proprio mondo istintivo, sino a scoprire in se stessi un secondo individuo, tessuto d’istinti, che tende continuamente a sostituirsi all’io, ossia a prendere il posto dell’essere spirituale vero.
Tale individuo istintivo non vive soltanto nella sfera della volontà inferiore, ma anche nei sentimenti incontrollati e nelle abitudinarie cerebrazioni, in tutte quelle attività mentali che si svolgono sotto il segno dell’automatismo.

Un suo modo di essere dominante è la paura, anzi si può dire che la paura è quella forza sottratta alla volontà cosciente, di cui esso si alimenta di continuo, per rimanere identico a sé: esso è infatti un possente conservatore di sé, non ha altro fine che vivere, ripetendo i medesimi movimenti.

Ma occorre notare che il fenomeno della paura non è quello in cui simile modo di essere si esaurisce, ossia la paura non si presenta soltanto come tale, ma normalmente si mimetizza in tutta la coscienza ordinaria, passando per la sfera del sentire nella quale si presenta come apprensione, sentimentalismo, antipatia, avversione, sino a giungere nella sfera mentale in cui assume la veste di critica negatrice, di dubbio, pigrizia intellettuale, pensiero materialistico.

La paura è la forza con cui l’individuo istintivo difende se stesso in noi.

Ciò spiega perché la contrapposizione ai propri istinti è una infeconda lotta, impostata su una inconsapevole finzione: è infatti una parte dell’anima compenetrata dalla paura che si contrappone all’altra parte in cui la paura e gli istinti congeniali direttamente si manifestano.

Occorre destare in sé le forze di una conoscenza che sollevi l’io all’altezza del suo vero dominio: una conoscenza che evochi nell’anima il terso splendore dello spirito.
Questo conoscere, esigendo un soggetto del suo compiersi, un soggetto realmente autonomo, in quanto conforme alle leggi del puro pensare e perciò con le stesse forze regolatrici del mondo, un simile conoscere, potenziandosi, è in grado di riassorbire in sé le energie che originariamente gli appartengono, ossia redimere il mondo degli istinti, riesprimendoli come veicoli della sua centralità e della sua libertà.

E’ chiaro che un simile conoscere è qualcosa di ben diverso da ciò che normalmente si intende con tale termine: esso fa appello a quel “pensare indipendente dai sensi”, a quel pensare vivente, a cui si è accennato in precedenti scritti.

E’ soltanto un’attività cosciente e affermativa del pensare che può isolare la coscienza centrale dalla invadenza degli istinti e da tutte le loro secondarie impressioni, da tutti i loro interni travestimenti.
Si tratta di opporre alle diverse forme ossessive, assunte in noi dagli istinti, una ossessione cosciente, ossia un monoideismo voluto.

Una conoscenza che sia mediata dal limitato pensare razionalistico, porta inevitabilmente a cercare gli impulsi della volontà non nel mondo spirituale da cui essi veramente traggono origine, ma nella sfera degli impulsi.
Questa è la tragedia dell’uomo attuale.
Il cosiddetto “uomo volitivo” dei tempi moderni è in sostanza soltanto un istintivo: la sua ostentata dinamicità è soltanto una apparenza di forza, che del resto risponde a un modello concepito secondo un’anima e una cultura prodotta dalla riflessità passiva della coscienza.

L’educazione del pensiero, la meditazione, coltivata secondo il metodo accennato, danno il modo di afferrare la coscienza centrale, quella in cui si può vivere effettivamente lo spirito, e di distinguerla dalla coscienza riflessa, intellettualisticamente in superficie, ma nella sua interna realtà tessuta di forze istintive.

Non vi è altra via per cessare di essere lo zimbello del gioco degli istinti, per divenire individui veri, per non cadere nell’autorecitazione moralistica e in tutte le analoghe ipocrisie.
L’uomo deve finalmente volere, non più per scambiare per sua volontà ciò che gli viene sotto varie forme del mondo istintivo: deve poter percepire la sua volontà prima che divenga istinto. Sino a creare istinti che gli obbediscano, in quanto obbediscono allo spirito in lui.
E’ evidente che questa stessa è la via della libertà, per l’uomo.

Massimo Scaligero

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MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

SULLA PSICOLOGIA DELLA FRASE (Conf. di R. Steiner)

floatingonthedeadsea

Presento agli amici lettori questo breve stralcio del Dottore. Esso è piuttosto semplice ma ricco di osservazioni che ogni buon ricercatore potrebbe giustificatamente approfondire. Poiché lungo la strada della conoscenza si incontrano inciampi di tutti i tipi. A dire il vero, il discepolo della via dei Nuovi tempi dovrebbe essere abbastanza capace di evitare la magia soporifera su cui si pone l’attenzione di Steiner: perché il discepolo della Scienza spirituale si educa al pensiero in piena autonomia.

Così dovrebbe essere ma poi l’osservazione del reale mostra quanto spesso l’educazione del pensiero sembra mancare, e ciò accade dove non dovrebbe accadere: pare che una mistica malia stia vigile alle porte della coscienza pronta a fermare il pensiero o intricandolo in una tela di veti e contro veti. L’ortodossia che, per paura, teme l’eresia, è solo un serio guasto nell’organo del pensiero: se il pensiero non pensa a fondo, affonda. Se affonda rimangono i luoghi comuni e con essi si campa nelle paludi della falsità.

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di Rudolf Steiner

Sulla psicologia della frase

Si assumerebbe certamente un compito ragguardevole chi volesse intraprendere un’esauriente descrizione della potenza delle “frasi fatte”. Vi sono poche cose al mondo che operano altrettanto suggestivamente e con effetti così misteriosi.

Quel che più importa è che la “frase fatta” è sulla bocca di tutti: ognuno la pronuncia con una certa importanza, senza accompagnarla con alcun pensiero, e in modo altrettanto scevro di pensiero, ognuno l’ascolta con altrettanta importanza.

Basta che colui che parla, come colui che ascolta, sia ben persuaso del peso di quelle parole. Al tempo stesso deve apparire stolto chi chieda il senso della “frase fatta”: poiché così facendo, ne distruggerebbe l’effetto. E dovrebbe di necessità distruggerlo: poiché, naturalmente, un senso la “frase fatta” ce l’ha.

Semplicemente perché ogni parola ha un senso in bocca a chi la usa per primo in una certa connessione. L’effetto, però, non risiede nel senso della “frase fatta”, ma in qualcosa che col senso non ha nulla a che vedere.

Un uomo politico intelligente usa una parola. Questa, nel complesso della sua argomentazione, ha senso e piena giustificazione. Ora si dà il caso che, nel Paese a cui quell’uomo politico appartiene, per un certo tempo in ogni discorso politico s’incontri quella frase. Quando il primo uomo politico intelligente ne ha fatto uso, essa agì in modo elettrizzante, perché illuminata dal resto del discorso. Ma a quel senso non pensano più affatto gli innumerevoli altri che pronunciano la stessa frase.

Bismarck tiene un discorso autorevole: un discorso che è un’azione politica. Egli dice: “Noi tedeschi temiamo Dio e null’altro al mondo”. Queste parole hanno un senso nel contesto del suo discorso. Ma continuano ad essere usate. Diventano “frase fatta”. Possiamo risentirle in innumerevoli altri discorsi. E possiamo benissimo promettere una mancia competente a chi, in quelli innumerevoli altri discorsi, trova un senso in quelle parole. Eppure la massima parte di quei discorsi dovrà l’effetto che produce, alla circostanza che l’oratore abbia adoperato quelle parole.

Si può tranquillamente affermare che una frase deve perdere il suo significato prima di diventare “frase fatta”. Perché la gente nulla ama quanto le frasi: e nulla le riesce ostico quanto l’intenderne il senso. Gli organi della favella sono animati da un’enorme smania di attività: gli organi del pensiero sono i più pigri che un organismo possieda. Gli uomini vogliono parlare assai e pensare pochissimo. Perciò occorrono molte “frasi fatte” che producano forti effetti senza obbligare a pensare.

A chi sappia osservare la fisionomia degli uomini potrà capitare spesso di assistere a un fatto di questo genere: due si intrattengono tra loro; cercano di intendersi in modo sensato, e così continuano per un certo tempo. Ad un tratto, ad uno di essi questa sensatezza viene a noia. Gli salta in mente una “frase fatta” con la quale può metter fine alla conversazione. Allora su ambedue i visi si esprime la gioia di poterla finire. La “frase fatta”, priva di senso, pone termine a una lunga conversazione, forse tutt’altro che insensata.

Una lontana somiglianza con la tendenza ad agire mediante “frasi fatte” ha la mania di corroborare le asserzioni con le citazioni. Per lo più le citazioni non hanno senso, perché adoperate fuori del contesto originario. Ne troviamo per ogni dove: sopra bandiere, monumenti, portoni di casa, articoli di fondo, teste di pipa, bastoni da passeggio, ecc. Il leggere quelle citazioni ci spinge ogni volta a dimenticare il senso che hanno avuto all’origine.

Con tutto ciò, non voglio dir nulla contro i luoghi comuni, né contro l’uso delle citazioni. Perché spesso i modi di dire più spiritosi provengono dall’impiegare una citazione in senso contrario a quello originale. Sarebbe nondimeno istruttiva una raccolta di osservazioni sul modo in cui agiscono le “frasi fatte”. Chi scrivesse questo capitolo della psicologia popolare potrebbe prendere due piccioni ad una fava: perché scriverebbe al tempo stesso un brano notevole di un altro capitolo della dottrina dell’anima, dal titolo: La spensieratezza della gente. L’uso delle “frasi fatte” rivela nel modo più chiaro quanto la gente cerchi di evitare di pensare.

Vi sono giornalisti che erigono tutta la loro esistenza su questa qualità delle masse. Scrivono, diciamo, tutte le settimane, un articolo che contiene qualche parola atta a esser ripetuta otto giorni di seguito. Con ciò i lettori hanno per otto giorni il mezzo di parlare di una cosa senza far uso dei loro pensieri. Ad ogni occasione ornano il loro dire con l’ultimo motto del giornalista X. Molti giornalisti possono registrare grandi successi solo perché possiedono l’arte l’arte di coniare parole che, oltre il loro senso, hanno in sé anche qualcos’altro che esercita una azione suggestiva, che le fa agire quando sono state spogliate del loro senso. La psicologia della “frase” dovrà investigare che cosa sia questo “qualcosa” che residua quando da una frase si è distillato il senso, e che ha poi la forza magica di rendere quella frase una potenza che domina gli uomini. Questa psicologia della frase sarà un contributo importante alla psicologia delle masse.

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Nota: non potendo rintracciare il probabile ciclo di conferenze a cui quanto sopra appartiene, indico la provenienza: Antroposofia, rivista mensile di scienza dello spirito – Anno I – N. 1. Gennaio 1946.

SCIENZA DELLO SPIRITO

VERSO IL SANTO GRAAL (di Savitri)


(“Il Guardiano del Regno” di Marina Sagramora)
*
*****

Sogna la meta
il pensiero smarrito,
una volontà in germe
tenta di sostenerne un movimento di vita.

Miracolo d’amore
a superumano connubio
viene innalzato,
una luce si accende:
comincia a guarire, a destare.

Questa la prima azione di vita
da risvegliare
per capire che nessun sacrificio,
nessun perdono,
nessun amore è vano,
che tutto può essere assunto
e compreso in libertà
fin nella nostra più intima essenza.

(hierós gámos-verso Il Santo Graal)
( S. S. )

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ARTE, PENSARE MASSIMO (poesie di Savitri), POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

OSSERVAZIONI

Cannoni_Miramari

Ora che Eco ha terminato di pubblicare gli scritti di Massimo Scaligero e di Rudolf Steiner, che comunque possono essere riletti negli archivi dedicati di questo blog, permettetemi di esprimere alcune impressioni in sostanza molto semplici su questi brevi saggi che, tra le carte che possiedo in disordine, mi sembravano importanti  per il contenuto e perché erano testi scritti.

Ho sempre considerato gli Scritti, per molti versi, più importanti di altre cose: certamente la vivacità, in questi, è smorzata o addirittura non esiste, ma essi altresì non dipendono da contingenze e dagli interrogativi di qualche singola anima. Essi sono stati curati e prodotti per tutti i lettori o almeno per tutti i ricercatori che provano interesse per i percorsi della Scienza dello Spirito, sebbene un po’ meno per chi in questa cerca emozioni di qualunque tipo.

Poi non è secondario il fatto che gli scritti i quali discendono da una fulgida visione spirituale possano essere pensati dai lettori, anzi lo scopo del veggente che abbia avuto la capacità ed il permesso di scrivere è sostanzialmente questo: che ogni sua parola possa venir pensata, che ogni nesso tra questa e quella possa offrire da guida a fare altrettanto: ciò diventa un movimento meditativo nostro, che si dipana nella nostra anima: il suo pensiero diventa nostro pensiero, perché possiamo volerlo in libertà e piena consapevolezza. E se per lui lo scritto è esperienza spirituale tradotta in pensieri interconnessi in modo particolare, così – in perfetta chiarità – possiamo risalire il suo percorso. Una caratteristica del pensiero è di non essere qualcosa che uno possiede solo per sé medesimo. Il pensiero è universalmente condivisibile.

Mentre li trascrivevo per Eco, ho osservato, quasi a posteriori (potete credermi, poiché ero in primo luogo attento alla trascrizione, lavoro che a dirla tutta mi è faticoso) che, in realtà, Steiner e Scaligero, seppure in maniera diversissima, non si rivolgevano affatto al lettore onnivoro, al “turista (spirituale) per caso”, ma a tipologie animiche non proprio comuni (secondo la terminologia di Evola: differenziate), comunque, in un certo qual modo, particolari.

Come spesso accade all’impressione dei lettori, il linguaggio del Dottore, poiché incurante delle ortodossie terminologiche, sembra forse più semplice, mentre quietamente apre le porte alle conoscenze più elevate – più ardite – che possano essere avvertite sul limitare del pensiero sveglio e consapevole. Certo, Egli invita a prestare la massima attenzione verso tutte le facoltà dell’anima, ma per poter fare ciò è necessario che l’indagatore non ne sia in queste sommerso: dunque è bene vivere appieno i moti dell’anima ma è al pari importante procurarsi la forza per poterli contemplare in assoluta indipendenza.

Scaligero sfida, nei quattro scritti presentati, la difficoltà di offrire i mezzi per comprendere la situazione in cui si trova immancabilmente il pensiero ordinario, sia esso esotico o esoterico, il suo limite e dunque il modo per il suo trascendimento. Operazione non facile, perché il lettore non può non usare se non il livello di pensiero che dovrebbe superare: la comprensione di tale superamento – possibile a tutti ma difficile a molti – è uno dei motivi della ripetitività di alcuni concetti fondamentali che riappaiono costantemente nella lettura dei suoi scritti.

Scaligero, come ho già evidenziato in una noterella precedente, si rivolge agli esoteristi di qualsiasi appartenenza o scuola per svegliare in essi l’idea di una priorità epistemologica ed operativa ignorata, nonostante la loro passione: che molte volte si avverte geniale, impetuosa, ma che essi credono venire dalle profondità della tradizione abbracciata: una splendida audacia “naturale” che diviene, proprio a causa del pensiero discorsivo che l’avvolge, il limite che andrebbe eroicamente superato.

Eppure, almeno a mio parere, non è soltanto la Scienza spirituale ad unire nell’essenza tali grandi figure, non sono solo i contenuti, ma anche il rapporto che c’è o potrebbe esserci tra questi ultimi ed i lettori.

Senza pregiudizi è facile notare ciò che non c’è: ambedue trattano di esperienze spirituali, di realtà operative senza darsi alcuna pena per quanto vive nel contingente sensibile quando esso si riflette nell’anima, mentre informano l’indagatore su quali possono essere le vie da intraprendere al massimo delle forze. Fondamentalmente si appellano all’impulso alla trascendenza.

Permettetemi un siparietto che già in sé spiega qualcosa. Mi è stato raccontato da un amico che, andato un giorno a incontrare Scaligero, questi, appena esauriti i saluti, impassibilmente gli chiese ragguagli sulla salute del suo gatto. Avuta risposta (il gatto stava benissimo), Scaligero continuò ponendo domande su cose di tenore più o meno simile. Ottenute monosillabiche e stupite risposte in merito, Scaligero con più vivacità esclamò: “Ma allora oggi possiamo parlare di spirito!”. Poi, mantenendo un lieve umorismo raccontò qualcosa della valanga di frattaglie settimanali postegli sul tavolo dai tanti deferentissimi amici.

Morale della storiella è che se le condizioni del gatto o di ogni altra cosa si presentano come il prius interiore, diventa impossibile concedere se stessi ai momenti di disciplina, questa iniziando da una lettura in pensieri desti di un testo spirituale e che poi potrebbe giungere fino alla contemplazione. Itinerario impossibile per chi non riesce a dominare le sue preoccupazioni e le banalità che sempre infesteranno l’anima: abbiano pur esse una giustificazione o siano frutto di fantasia: c’est toujour la même chose.

In questo genere di cose Scaligero si è mostrato (quasi sempre) molto paziente, compassionevole e gentile. Anzi, ho potuto constatare che, se nel tempo qualcuno deludeva la propria potenzialità di ascesi, verso costui aumentava in Scaligero la gentilezza. Del resto chi fu presente e desto in quegli anni alle riunioni settimanali potrà convenire circa la sua santa capacità di incamerare in alte tematiche domande che forse avrebbero imbufalito anche Sorella Mitezza.

Più severo fu il suo Maestro, il dott. Colazza, capace (a fronte di certi incontri e domande) di rimanere in silenzio per due o tre minuti per poi indicare con il massimo risparmio di parole, la porta d’uscita (nell’estrema decadenza animica dei giorni nostri, tale modo di comportamento apparirebbe incivile ed insensibile). Colazza, per tutta la vita, in quanto dedicata all’antroposofia, randellò senza patemi anche amici carissimi e di gran caratura (ho copia di lettere personali che lo confermano) quando questi scivolavano in ciò che per lui era uno dei grandi nemici della Scienza sacra: il sentimentalismo spiritualistico.

Non a caso, tra le costanti accuse che gli furono sempre rivolte dai sodali della Società, capeggiava il suo rarefatto menzionare il Cristo e l’amore.

Negli scritti di Scaligero che avete letto su Eco avete trovato – nonostante le difficoltà contingenti – una formula essenziale che, sulla via di Michele, va dal pensare al Logos.  Tutto qua? Infatti, cosa volete che ciò sia per chi ha un ego di gran taglia? L’ascesi attiva è proprio quello che sembra interessare pochissimi tra i pochi. Gli altri sconigliano via lesti. E questa non è solo una sensazione: dovreste vedere come diminuiscono i lettori interessati!

Passiamo oltre: sulla stessa linea, Steiner è ancora più sintetico: nel titolo del suo quarto saggio trovate tutto l’essenziale: “Coraggio e paura dell’anima”: tutte le vicende singole, i drammi attraversati da ognuno, si contendono il campo della vita interiore, a qualsiasi livello, tra ciò che questi due termini significano per l’intera entità umana ed il suo destino.

Aggiungo che, contrariamente alla comune abitudine interpretativa, il coraggio e la paura non sono, all’origine, sentimenti, ma potenze sovrapersonali.

E’ sempre una questione di livello: Steiner e Scaligero scrivono di operazioni interiori, esperienze e realizzazioni che sono difficili o difficilissime, che però possono essere intuite ed è dunque anche possibile, per ogni essere umano, afferrarne il senso per poi ad esse tendere o rifiutarle.

In questo tendere o rifiutare gioca anche la libertà umana: dunque la scelta, quale possa essere, mi pare comprensibile, onestamente accettabile, non fosse altro, per il rispetto dovuto al dharma del singolo.

Provo un rispetto – sacro – per la figura metafisica – incarnata o disincarnata – di ogni essere umano: è lo sfondo reale che, di fatto, stempera di molto le asperità dei giudizi che non mancano in queste righe.

Però, fate ancora uno sforzo per seguirmi. Nemmeno so a che possano servire – non i miei articoletti, sciapi e rozzi – i brevi e densi saggi dei Maestri che avete finito di leggere su Eco.

Perché parlo così? Perché non li si vuole, perché urtano, perché offendono quelli che imbrogliano le carte, perché disturbano chi vorrebbe trasformare a propria misura – piccina e bislacca – l’Opera e l’Insegnamento di Steiner e Scaligero ( vengo a sapere che vi sono pure gli sciocchi ai quali i contenuti interessano assai poco o niente rispetto al dedurre che potrebbero essere solo tentativi di contrapposizione. Santiddio! A cosa? Va a sospettare che pure i Maestri siano, in qualche modo “arroccati e unilaterali” con la “sindrome di Fort Alamo”!).

Però è involontariamente vero un aspetto, colto da tale indecenza d’anima storta: sono di per sé praticamente opposti a ciò che viene esposto e trangugiato nelle mense collettive dello spiritualismo diffuso (confuso). Su tale piano sono incomprensibili. Fanno paura.

Esiste inoltre un problema a cui non si è abituati: nel comune comprendere, il compreso entra senza grandi difficoltà nell’archivio della memoria: è un processo naturale e lecito. Con le comunicazioni riguardanti lo spirituale le cose cambiano: chi legge può comprendere logicamente lo scritto, i cui nessi interni però scompaiono, come per magia, nel ricordo. Rimane il sentimento dell’aver compreso ma una corretta riproduzione in retti pensieri è impossibile.

Da qui il giudizio sbagliato che fa dire che “Steiner è facile e Scaligero è difficile”. Mentre semmai è vero il contrario.

I Nostri hanno scritto in tempi diversi, osservate ad esempio come, agli inizi del XX secolo il Dottore avvertiva ben poco il pericolo dialettico: non era una priorità che andava affrontata per le anime dell’epoca. Poi il Tempo galoppa ed il verbale astratto (dopo la II Guerra mondiale) afferra la coscienza umana ed è contro questa nullificazione che principia l’insegnamento di Scaligero (credo che ora, dopo solo poco più di trent’anni, Scaligero stesso si esprimerebbe già  diversamente). Comunque egli, vedendo l’incapacità degli antroposofi e dell’umano generale, di risalire oltre la forma delle descrizioni e delle conseguenti impressioni, a dir poco primitive (nei Paesi di lingua tedesca fioccarono grafici o persino artistiche stampe riassumenti tutta l’evoluzione cosmica, dall’antico Saturno in poi e testi riassuntivi facilitati), elaborò un linguaggio che porta alla massima tangenza l’esperienza interiore nel modo della forma. Ciò sfugge, e di solito non resta nulla nel cervello fisico: la “difficoltà” di cui tanto si ciancia risale all’incapacità di volere il pensare, che non è un prodotto della materia e nemmeno una sorta di eco vocalica. Occorre muovere il pensiero, ossia tendere a sperimentare.

Il comune “ricordare”, nel campo in cui si tratti di Spirito, fa un male della malora: lo si estrae dalla corporeità contaminato da molto del buio che c’è in questa (l’odio del doppio arimanico). Poi ci si domanda del perché degli eterni contrasti personali che fanno da sfondo fisso tra discepoli, magari della medesima scuola. E’ del tutto possibile che impiegando più energia nei processi conoscitivi e nel lavoro di ascesi questi scontri si esaurirebbero per motivi di lavoro e di livello.

*

E qui, scusate, passo ad altro tema:  chiedo, seppure nella contingenza delle cose del mondo dove si scambiano sempre apparenze per sostanze, se per caso  mi è forse stato proibito esprimere al minimo un giudizio? Chi non me lo permette? Dovrei infilarmi in testa e in bocca una mordacchia per non urtare la dogmatica orba di Tizio o Caio?

Il giudizio, non proprio positivo, che ho espresso su parenti di Scaligero, beninteso per quanto si svolse in tempi successivi alla sua scomparsa, ha infuriato molti. Vi sono state pressioni un tantinello ardite (forse eccessi di buona volontà per farmi convertire a conversioni verso cui non convergo): tutta roba ridicola, spero, e che tengo in nessun conto .

Tali reazioni ad un’opinione fondata, se non fosse altro, sulle tombali parole di Scaligero, che si vogliono dimenticare o non tenere in alcun conto, dimostrano almeno in parte l’assennatezza dell’iconoclastia che mi si contesta.

Sembrano esserci, nel panorama antroposofico, figure che sono intoccabili, che se le sfiori con un pensiero che non sia di devota adesione, sei condannabile per blasfemia! Già quello che dissi, in semplice onestà, ovvero che sulla signora berlinese sospendevo ogni giudizio mentre ero rimasto basito dalla scolastica simil-guenoniana dei suoi difensori, ha sollevato il polverone della “lesa maestà” e volgari critiche su quanto mai avevo né pensato né scritto ma che mi sono state cucite addosso da chi mi fu amico fin l’altro ieri e che ora, per motivi a me estranei, pare traboccare di avversione distillata.

Ragazzi, documentatevi con cuore ed intelletto: e scoprirete che i migliori discepoli di Steiner furono quelli che seppero mantenere una ferma (persino feroce!) autonomia e capacità critica nei  confronti suoi e delle discipline sino a quando la loro stessa esperienza confermò le indicazioni del Dottore e la sua grandezza: ma è questione di autonomia interiore, di intuirne il valore. Se questa manca parlo al vuoto.

Però il polverone è conturbante e potrebbe essere esaminato alla luce delle abbondanti indagini del dottor Freud riguardanti le pulsioni verso das Mutter  più che con i mezzi della Scienza dello Spirito. Comunque, a chi sta davvero fuori dalle beghe di bottega, pare piuttosto che si tratti di un fenomeno di antroposofismo misticizzato e inchiodato, ridotto (pure quello!) a chiesismo, chiesismo ruzzolato nei settarismi esasperati dove ricerca e conoscenza sono astrazioni dissacrate, ammazzate e ben  sepolte. Ho potuto constatare nel nostro Paese, un po’ dappertutto, come tante anime intrise di cattolicesimo (e pure da ismi di lega inferiore), scivolino senza alcun mutamento interiore verso ammaestramenti scientifico-spirituali: il risultato è un ircocervo che trasmette il peggio del primo nei secondi.

Si è giunti ad un punto tale di ipogeica bassezza che chi ascoltò per molti anni il verbo della saggezza, oggi irride chi sa meditare nella propria stanza o, se volete, nella sua yurta o nel teepee (all’aria aperta, probabilmente, il giudizio non cambierebbe) snaturandone la realtà come se chi medita contemplasse inebetito il proprio ombelico. Però vige ancora e sempre la speranza che arrivi qualcuno che sia portatore di una rinascenza, come un vento di freschezza giungente magari da Berlino o da Singapore. Che arrivi da fuori e da lontano. Mi dispiace.

Così l’Io che si è, anche se non pare molto, viene sempre lasciato indietro: certamente sembra che non abbia dato granché… eppure nel lungo termine una incrollabile dedizione e una grandissima pazienza a opera dell’Io cosciente sarebbero già il miracolo che non arriva mai quando lo si cerchi fuori e a caso. Se si attinge al coraggio di guardare la situazione come essa sia, senza fantasie consolatorie, non dovrebbe essere impossibile realizzare quanto la via sia stata percorsa poco e male. E chi, sedotto da nebbie mistiche o  da viziate svogliatezze, ha svolto poco e male il compito, con quale diritto sfrutta la dabbenaggine della gente?

Piuttosto pare che l’idea dell’azione si traduca, a conti fatti, nel fare da appassionati campioni degli “occultologi fuori di testa” (termine felice apparso sui quotidiani nazionali) e dei volponi venditori di corsi di puzze fritte. Questa è l’azione? Ma va?

Lettori interdetti si chiederanno in cosa queste ultime righe abbiano a che vedere con gli scritti di Steiner e Scaligero: potrei rispondere: poco o molto o niente del tutto: dipende dal punto d’osservazione.

Molto di questo ambaradan –  certo malamente – di cui ho scritto, si presenta come parte del quadro che davanti alla conoscenza (Steiner) o nell’esperienza (Scaligero) non dovrebbe neppure esistere: adesione alle fantasie della psiche e fede in ciò  che è il rifiuto o l’oblio della conoscenza o esperienza che, in alcuni momenti in talune figure, forse almeno come direzione, inizialmente ci furono. Oggi però costoro paiono ricordare ciò che resta dopo aver bevuto a garganella dalla spumeggiante acqua del Lete.

Il pensiero della testa, nel vero esoterismo, non è sufficiente. I sentimenti della zona mediana, nel vero esoterismo, non sono sufficienti. Mentre cercare costantemente in altro ciò che urge nell’Io è il capovolgimento dell’assunto apicale della moderna Scienza dello Spirito.

A meno che non risulti una strutturale incapacità di discriminare tra ego e Io, tra anima e spirito. Allora si sparano continue bordate contro l’uno o l’altro solo per questioni di carattere, che, per analogia è soltanto la carta, la confezione e non l’oggetto. Con quale metro si invalida tutto? E dietro una sottile facciata di comprensione o accondiscendenza  più falsa di Giuda, vedi tutti i colori umorali che si sventagliano: dal risentimento per passare all’antipatia sino al livore ed all’avversione più radicale.

Il nocciolo del problema  resta sempre una questione di livello: rigorosamente distinto e distintivo rispetto alla sfera in cui si esplica il proprio inutile monologo discorsivo, vuoto di morale poiché consistente nella brama moralistica di riversare il proprio modo di sentire nelle altre anime. Genericamente, i detrattori grandi e piccini della via del pensiero (nonché i finti estimatori), mancano di disciplina interiore, né conoscono neppure l’ombra di cosa sia il volere super-personale. Questo lo scrivo con sicurezza certa: so che è così (ne uscirebbe un trattato). Sono intontite frange di pupari e pupi: corrotti dalla lunga frequentazione (fornicazione intrecciata) di personalismo e antroposofismo. Così tutto va ridotto al corpo morto della  scienza dello spirito subordinata ai propri fini.

Con le chiacchiere si è così lontani dalla vera Scienza dello Spirito che nemmeno si concepiscono le esperienze che il ricercatore trova lungo il cammino interiore che – santa pazienza! – è davvero un cammino su gradini illuminativi di percezione verso il riequilibrio degli eteri presso il cuore: da dove ascende in quieto, gioioso e inarrestabile impeto la potenza cosmica del Logos: mahâkâly ânanda.

E’ la forza che fluisce nel centro come nelle lontananze: si sperimenta quasi oltre la più intima realtà di noi stessi come essa sia l’illimitata portatrice di salvezza, redenzione e trasformazione dell’uomo e del mondo sin dentro la mineralità di questi: giungere ad essa è azione vera, tentare di giungere ad essa è azione vera:  le discipline portano l’operatore ascetico ben oltre i limiti e i luoghi conosciuti dagli uomini ma non ci mondano interamente dalla nostra infamia quotidiana. Perciò, alla fine è la Forza ciò che si dona, che sboccia:  qui in Occidente possiamo chiamarla col nome antico di Misericordia divina: l’Avvocatessa che interviene a salvare l’anima dal giudizio schiattante degli Dei.

Le discipline che investono tutto l’essere divengono la retta domanda: solo alla retta domanda risponde il Cielo.

Ma anche nel suo minimo, nei più timidi vagiti, è questione di spirito, non di anima  quando e se questa viene confusa  con il calderone di istinti, vitalismi e passioncelle personali e talvolta di volgare benché astuto plagio. Che confusione, forcuti amici miei!

E’ sempre una questione di livello ma chi è prigioniero della propria anima non sa di che parlo.

MICHELE - La Via del Pensiero, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA VITA DELL'ANIMA (4° SCRITTO)

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L’ESSERE ANIMICO NEL CORAGGIO ANIMICO

E NELLA PAURA ANIMICA

Le abitudini di pensiero ormai vigenti nella moderna conoscenza della natura sono giunte al riconoscimento di non poter fornire nella conoscenza animica alcun risultato soddisfacente. Quello che si vuole cogliere, con queste abitudini di pensiero, deve o dispiegarsi nella quiete dinanzi all’anima, oppure, se è in agitazione, l’anima stessa deve sentirsi saltar fuori da tale agitazione. Poiché, partecipare all’agitazione di ciò che viene conosciuto significa perdersi in esso, in certo qual modo sommergersi in esso.

Ma come deve l’anima afferrare se stessa in una conoscenza in cui dovesse perdersi? L’anima può attendersi l’autoconoscenza solo da un’attività in cui, passo per passo, essa conquisti se stessa.

Questa può essere unicamente un’attività che sia creatrice. Ma allora, per il conoscitore sorge subito una incertezza: egli crede di cadere nell’arbitrio personale.

Proprio a questo arbitrio nella scienza egli rinuncia.

Egli esclude se stesso e lascia dominare in sé la natura. Cerca la sicurezza là dove non può giungere col proprio essere animico. Nell’autoconoscenza non può comportarsi così. Ovunque voglia conoscere, egli deve condurre se stesso con sé. Non può perciò, sulle sue vie, trovare la natura. Perché là, dove essa lo incontrasse, egli non ci sarebbe già più.

Ma questo ci dà appunto quella sensazione che ci occorre di fronte allo spirito. Non si può attendere nient’altro se non di trovare lo spirito là dove la natura, nell’autoattività, in certo qual modo si dissolve. Là dove ci si sente tanto più forti quanto si sente di questo dissolversi della natura.

Se perciò si colma l’anima con qualcosa che più tardi si rivela simile al sogno nel suo carattere illusorio, e si sperimenta interamente l’elemento illusorio nella sua piena essenza, allora si rafforza il proprio sentire. Nei confronti del sogno, pensando, noi correggiamo la nostra credenza nella realtà del sogno stesso. Nell’attività della fantasia non si ha bisogno di questa correzione, perché non si ha questa credenza. Nell’attività meditativa dell’anima, a cui ci si dedica per la conoscenza spirituale, non ci si può accontentare della mera correzione del pensiero. Bisogna correggere, sperimentando. Bisogna creare il pensiero illusorio in una attività, ed estinguerlo poi in un’altra attività altrettanto forte.

Entro l’attività estinguente si desta poi l’altra, l’attività conoscitrice dello Spirito. Se infatti l’estinzione è reale, la forza per attuarla deve provenire da tutt’altra parte che non dalla natura. Ciò che questa può dare, si è volatilizzato nell’esperienza dell’illusione; ciò sorge durante la volatilizzazione non è più natura.

In questa attuazione deve presentarsi qualcosa che nella conoscenza della natura non entra neppure in questione: coraggio interiore. In virtù di questo si deve trattenere ciò che emerge interiormente. Nella conoscenza della natura non si vuole trattenere nulla interiormente. Ci si fa trattenere da quello che è esteriore. Non occorre il coraggio interiore. Perciò in essa lo si disimpara. Questo disimparare produce l’paura, allorché lo Spirituale deve penetrare nella conoscenza. Si ha paura di fronte al fatto di poter afferrare nel vuoto, quando non si può più tastare la natura.

Questa paura si erge alla soglia della conoscenza spirituale. E questa paura fa sì che di fronte a questa conoscenza si indietreggi. E allora si diventa creativi, anziché nell’avanzare, nel l’indietreggiare. Non si lascia che lo Spirito formi in sé una conoscenza produttiva: si inventa una logica apparente che contesti la legittimità della conoscenza spirituale. Sorgono ogni sorta di ragioni apparenti per risparmiarci di riconoscere lo spirituale, perché di fronte ad esso, angosciosamente, si indietreggia.

In luogo della conoscenza spirituale, dalla creatività che ormai si manifesta nell’anima, quando questa si ritrae dalla natura, affiora la nemica della conoscenza spirituale: dapprima il dubbio verso ogni conoscenza che sia  al di là della natura: poi, quando la paura cresce, la contro-logica che vorrebbe relegare ogni conoscenza spirituale nella sfera del fantastico.

Chi ha appreso a muoversi, conoscendo, nello Spirito, scorge spesso nelle confutazioni di questa conoscenza le più forti dimostrazioni. Gli appare infatti chiaro come il confutatore soffochi via via nell’anima la sua paura di fronte allo Spirito, e come egli in tale soffocamento produca la sua logica illusoria. Con un tale confutatore non è, dapprima, affatto il caso di discutere. Poiché la paura, che lo assale, affiora nel subcosciente. La coscienza vuole salvarsi da questa paura. Essa sente, in un primo tempo, che se sopravvenisse questa paura, sull’intero essere interiore si riverserebbe debolezza nello sperimentare.

D’altronde l’anima non può fuggire di fronte a questa debolezza, giacché la si sente ascendere dall’interiorità. Anche fuggendo essa ci accompagnerebbe ovunque. Chi progredisca nella conoscenza della natura e, dedito ad essa, debba conservare il proprio sé, sente sempre, se non è capace di riconoscere lo Spirito, questa paura. Essa lo accompagnerà se egli non vorrà sospendere, oltre alla conoscenza dello Spirito, anche quella della natura. Nel procedere nella conoscenza della natura, egli deve in qualche modo disfarsi della paura. In realtà non lo può farlo. Perché essa si genera nel subcosciente nella conoscenza della natura. Essa vuole sempre dal subcoscio ascendere nella coscienza. Perciò lo scienziato confuta entro la sfera del pensiero ciò che non può eliminare dalla realtà del suo sperimentare animico.

E questa confutazione è un illusorio strato di pensieri posti sopra la paura subcosciente. Il confutatore non ha trovato il coraggio di lottare nella vita meditativa contro l’elemento illusorio dove avrebbe dovuto estinguere l’illusione per giungere alla realtà spirituale. Perciò egli insinua in questa, ora emergente, sfera della sua vita animica, le ragioni apparenti della confutazione. Esse placano la sua coscienza: non sente più la sua paura, pure permanente nell’essere subconscio.  

Il rinnegamento del mondo spirituale è un voler fuggire di fronte al proprio essere animico. Ma ciò rappresenta una impossibilità. Si deve restare in se stessi. E poiché pur fuggendo non si può fuggire se stessi, si cura, nel procedere della fuga, di non vedere più se stessi. Avviene però, animicamente, con tutto l’essere umano, quello che avviene con l’occhio quando viene affetto da cataratta. Allora l’occhio non può vedere. Si è ottenebrato in se stesso.

Così si ottenebra colui la sua anima che confuta la conoscenza dello Spirito. Egli opera questo offuscamento mediante le ragioni illusorie nate dalla paura. Evita la sana illuminazione dell’anima: si crea un malsano ottenebramento dell’anima. Il rinnegamento della conoscenza dello Spirito ha la sua origine in una specie di malattia catarattogena dell’anima.

Così, in ultima analisi, si viene ricondotti all’intima forza spirituale dell’anima, allorché si vuole investigare la giustificazione della conoscenza spirituale. E la via ad una tale conoscenza può essere percorsa soltanto mediante il rafforzamento dell’anima.

L’attività meditativa dell’anima, preparatrice della conoscenza dello Spirito, è una graduale vittoria dell’anima sulla «paura di fronte al vuoto». Ma questo vuoto è soltanto un «vuoto della natura», entro il quale può rivelarsi «la pienezza dello spirito», se la si voglia cogliere. E in questa «pienezza dello spirito», l’anima non si immerge con l’arbitrio che le è proprio quando è attiva, mediante il corpo, nell’esistenza naturale: essa vi si immerge quando lo Spirito le mostra il volere creatore, di fronte al quale l’arbitrio sussistente unicamente all’interno dell’elemento naturale si dissolve così come la stessa natura.

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Rudolf Steiner

LA VITA DELL'ANIMA. Scritti di Rudolf Steiner, MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

CHRISTUS MUNDI REDEMPTOR di Mara Maria Maccari – ICONA del ROVETO ARDENTE

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Ogni riproduzione anche parziale di testi e immagini è vietata

ICONA del ROVETO ARDENTE

Icona del Roveto ardente

Icona del “Roveto ardente

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Nel “Roveto Ardente” confluiscono elementi dell’Antico Testamento e Nuovo Testamento, all’esterno c’è la rivelazione fatta ai profeti (qui non ci sono).
Le immagini convergono al centro e dal centro dipartono, un’unità in se conchiusa che raccoglie la storia dell’uomo e il suo rapporto con il mondo spirituale.

– Partendo dal centro, vediamo, rappresentato nel fanciullo incoronato, il Logos. Egli è posto nel seno della Vergine Madre, che, avvolta in un manto di nubi, simboleggia anche la terra; entrambe hanno accolto nel loro seno il Cristo, ed Egli si è fatto uomo, così lo troviamo in braccio alla Vergine vestito della luce spirituale dell’oro. Dal centro della loro sfera irraggiano nell’oro il pensiero divino alle sfere circostanti.

– Da Essi le Virtù ricevono il potere sugli elementi del mondo nella seconda sfera verde irraggiata d’oro.

– Nella stella blu agli estremi sono rappresentati gli Arcangeli. E come dice l’iconografia tradizionale l’Arcangelo Michele rappresenta/porta la A, l’Arcangelo Gabriele la D, l’Arcangelo Raffaele la A, l’Arcangelo Uriele la M, e l’Arcangelo Uriele che pronuncia il nome di ADAM, viene rappresentato dalla Trinità e posto in una posizione centrale rispetto agli altri.

– Nella stella successiva gli Evangelisti rappresentanti negli animali le quattro direzioni cosmiche come punti cardini della fascia zodiacale.

– Posti nel cerchio esterno racchiusi dalle nubi gli Arcangeli avvolgono la Terra operando nelle stagioni, la loro attività è indicata nelle braccia scoperte. Le loro funzioni sono duplici (in questa immagine) perciò essi vengono rappresentati due volte (in questo ultimo cerchio) 30 in perfetta comunione tra loro e diametralmente opposti.

Nella stella blu è il presidio della stagione.

Estate

Sopra l’immagine della Trinità alla sinistra sta l’Arcangelo Uriele, avvolto in una atmosfera di fuoco. Illumina l’essere interiore umano (il fanciullo nel braccio) come luce e calore che irradia dall’esterno.

Alla sua destra l’Arcangelo Gabriele (verde) tiene alle mani due coppe, apportando nutrimento al corpo fisico ed eterico.

Le due immagini si corrispondono in un armonico interiore “Gabriele” esteriore “Uriele”. In estate quando nel cielo compare l’immagine dell’ l’Arcangelo Uriele, l’atmosfera terrestre viene pervasa del calore del pensiero divino e all’interno dell’uomo vengono apportate le forze della crescita e del nutrimento.

Autunno

Successivamente nella stella blu entriamo nel campo d’azione dell’Arcangelo Michele, Egli tiene un mano un fanciullino con gesto di protezione.
Nell’immagine sottostante in una atmosfera celeste rivestito da
un’armatura Michele trae dalle forze del cuore la spada della Luce
Divina.

Nell’immagine sovrastante in un’atmosfera giallo ocra è presente l’Arcangelo Raffaele. In autunno quando nel cielo compare Michele, l’atmosfera esteriore è pervasa dalle forze cosmiche dell’Arcangelo Michele e nel nostro interno l’Arcangelo Raffaele restaura ferite e dolori.

Inverno

Nella stella successiva l’Arcangelo Gabriele, incede portando in mano il turibolo per aspergere di incenso il frutto del divino amore.

Nell’immagine sottostante, in una atmosfera verde, l’Arcangelo Gabriele, con il nuovo Adamo racchiuso in un uovo, rappresenta le forze di generazione fisica da Lui tutelate.
Di presso l’Arcangelo Uriele con il fanciullo rinchiuso nel tempio; la sua opera di luce è ora all’interno del corpo umano. In inverno nell’atmosfera dell’Arcangelo Gabriele riceviamo dall’esterno le forze di nutrizione e generazione e all’interno le forze di un intelletto maggiore.

Primavera

In fine, nella stella blu l’Arcangelo Raffaele che tesse dalle sue mani un arcobaleno.

Nell’immagine sottostante (giallo) l’Arcangelo Raffaele tiene in mano un caduceo ed un vaso, simboli della medicina.
Nell’immagine superiore (celeste) l’Arcangelo Michele, tiene in mano il fuoco divino che porta nell’uomo forza intrepida e volontà.
A primavera nell’atmosfera dell’Arcangelo Raffaele operano all’esterno le forze di rinascita, rinnovamento e nell’interiorità umana il fuoco divino di Michele.
Il tutto riassunto in questa immagine: la Madre Terra (le nubi sulla veste lo evidenziano) circondata da questa atmosfera celeste che opera per la salvezza umana e ci ricongiunge al Cristo indicandoci una scala nelle braccia della Vergine Madre.

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OSTERN
Das Mysterium zu Ephesus
(libera traduzione ritmica)

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Nato dal cielo, fatto sei di luce
dal Sole forza trai, virtù da Luna,

Marte ti dona il suono creatore
e Mercurio l’alato movimento,

Giove t’irradia lume di saggezza
E Venere l’amore e la bellezza,

Che lo spirito antico di Saturno
Te allo spazio, e al tempo consacri!

Rudolf Steiner
(da “Wahrspruchworte” O.O. n 40)

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Per chi volesse riprendere le fila della pubblicazione ricordiamo il link che porta all’inizio della pubblicazione di questa Opera di Mara Maccari:

https://www.ecoantroposophia.it/2013/11/art…-maria-maccari/

Troverete inoltre e comunque tutto il materiale relativo a questa artista nella sezione categoria ” Mara Maria Maccari”

ARTE, MARA MARIA MACCARI, PITTURA

L'AMORE PER LO SPIRITO

 Medit e mirac

Nel terzo volume di Introduzione alla Magia quale Scienza Dell’Io edita dai Fratelli Bocca nel 1955, testo complessivo rimaneggiato da J. Evola rispetto all’originale del 1927 – 1929, a pagina 378 troviamo una nota intitolata: Appunti sulDistacco”. L’articolo in questione è già di per sé un sintetico riassunto di quanto, nella pratica, investe anni e decenni di strenua disciplina interiore, perciò ridurlo a poche righe utili ai fini della nostra nota è impossibile (comunque è consultabile in rete nel numero di giugno 2003 dell’Archetipo). Nel suo nocciolo descrive quel lungo e pericoloso periodo in cui l’asceta, raggiunto con il silenzio e la forza–pensiero la separazione dalla comune vita psichica, realizza un’autonomia, per così dire, neutra, perché se pure parzialmente liberata dalle istanze oppressive della natura, rimane incapace di ricongiungersi alla Forza che dall’alto scende, sostiene e trasforma l’essere sino alle tenebre delle sue radici e dunque viene indicata l’opportunità (la necessità) di integrare la “ via conoscitiva” con la bhakti, ossia con “un orientamento dell’anima fervidamente trascendente”.

Proprio coloro che svolgono con dedizione e fedeltà il retto lavoro volto alla liberazione del pensiero, indissociabile dalla rianimazione della volontà pura, possono avvertire con una chiarezza che non concede alibi o fraintendimenti, l’oscura tragedia che monta nel loro essere: la consapevolezza di un limite insormontabile anche per l’io ascetico.

“Ma come”, mormoreranno i lettori più fedeli ed attenti, “Non sei tu che sottolinei sempre come anche la sola concentrazione è la via verticale e diretta dalla terra al Cielo?”. E’ vero ed è proprio così; ma nella prassi, nel tempo misurato con l’orologio della terra, è anche altrettanto vero che la strada è lunga o lunghissima. Gli strati di tenebra da superare sono tantissimi come, alla pari, esistono molti gradi o gradini di liberazione.

E durante tale tragitto, cadute, arretramenti, angoscianti stagnazioni e strazianti incapacità ci sferzano con la brutale violenza di tempeste monsoniche. Questo accade paradossalmente perché siamo (stiamo diventando) assai più forti e svegli delle legioni di robottini che intorno a noi sognano il mondo: siamo così forti da disturbare (turbare) moltissimi esseri anche quando ci limitiamo a respirare. La nostra è la fragilità (il rischio) dell’alpinista forte che s’arrampica più in alto, per altezze che fanno paura: anche alla nostra anima. Quasi fossimo Titani risorgenti avvertiamo talvolta l’eterno, lancinante dolore di Prometeo, fratello nostro.

Ho scritto: “strati di tenebra da superare” e quando li si supera? Attenti amici! Quando li si supera ci si scopre mancanti di un pezzo di quel noi stessi che eravamo prima. Avvertiamo una sottrazione e la tentazione di ripigliarci qualcosa che assomigli al pezzo perduto è fortissima essendo un istinto costituzionale. Quanti di coloro che indicano i 5 ausiliari come una panacea universale (e hanno ragione), conoscono in corso d’opera cosa viene tolto alla brama che continuativamente esige sentirsi come sensazione, sentimento e soggetto ? Poiché questa, cari lettori, è la normalità umana: la rovesciata controfigura di Corpo, Anima e Spirito.

Nel 1977, per le Edizioni Mediterranee uscì un nuovo libro di Massimo Scaligero. Il titolo, a lungo meditato, era Meditazione e Miracolo. Ero da Massimo quando, terminata la bozza, stava soppesando il titolo possibile. Con amichevole gentilezza mi rese partecipe del dilemma: “Ho pensato di intitolarlo Appello ai Disperati. Tu che ne pensi?” Io, d’istinto, arricciai il naso; Massimo vide e continuò “Non convince neppure me, dobbiamo trovargli un altro titolo”. E lo trovò.

Ho notato che Meditazione e Miracolo non è stato uno di quei testi che, come si dice, abbia fatto e faccia “furore”: mai citato, poco letto… e direi che è del tutto giusto che sia così, almeno secondo una logica di verità interiore.

Fatto salvo che chiunque potrebbe studiarlo e meditarlo con estremo profitto, è essenzialmente dedicato ai “disperati” del testo ancora manoscritto, coloro che non sognano il mondo felici e contenti ma che, aggrappati alle colonne tra la Terra e il Cielo, guardano in alto una vetta irraggiungibile e vedono in basso l’enormità della caduta: nati non per strisciare ma privi d’ali per volare liberi.

Insomma quelli che fanno (che sanno fare) gli esercizi interiori e non giustificano in alcun modo la presenza continua della propria miseria. Vige per i praticanti non illusi una contraddizione giornaliera che sembra protrarsi all’infinito: da una parte momenti di riallineamento della propria struttura complessiva, nel Silenzio, ove per attimi il pensiero si trasfigura in Potenza e talvolta squarcia il mondo sensibile nelle vivificanti e trasmutatorie forme della Luce Vivente; dall’altra l’amaro rosario di fatti e corrispondenti reazioni che dominano e polverizzano non soltanto gli assetti interiori più nobili ma persino il modesto e ordinario equilibrio dell’anima.

Possiamo chiamare col nome di “crisi” i grani di tale rosario. La crisi è l’assoluta impotenza: poiché sembra perduta ogni possibilità d’azione e le forze sono scomparse. Subentrano, sottili e pervasive, la paura e l’angoscia e anche quando queste temporaneamente sembrano placarsi, permane un fondo di disperazione. E’ un quid percepito anche dalle anime più coraggiose e pure.

Qui, imperfettamente (a modo mio), ho tentato di descrivere alcuni aspetti animici alla cui soluzione si indirizza il contenuto di Meditazione e Miracolo. Tessuti nel discorso del libro troverete una gran quantità di indirizzi operativi d’assoluta potenza (chi ha pratica di concentrazione provi, ad esempio, l’efficacia delle meditazioni estratte da immagini di fenomeni naturali dinamici come, ad esempio: “Il vento solleva i corpi leggeri”).

Tra le tante v’è una pratica che non viene percepita o forse scivola immediatamente nell’oblio. La ripropongo copiandola fedelmente dal testo: “…V’è un’altra via, ugualmente valida; se si può intuire l’azione diretta dell’Io spirituale e la sua possibilità di risolvere qualsiasi oscurità, grazie al suo assoluto dominio della Materia e perciò a fortiori dell’animico e dell’eterico, si può anche comprendere a questo punto la via della preghiera continua nel cuore. Occorre imaginare di essere nel cuore come in un tempio, in cui genuflessi s’incontra vivente il Divino e si merita di accogliere il dono della sua Forza infinita. Può essere pronunciata una preghiera continua, breve, tale da potersi ritmizzare con il respiro: la frase orante può essere divisa in due tempi, venendo accordata con l’inspiro e l’espiro.(…) La  preghiera del cuore può preparare l’evento donato dalla connessione con il Logos. Il Potere che domina la Terra può in qualunque momento entrare in azione, se l’uomo si congiunge in sé con esso.”

In queste righe Massimo Scaligero espone un possibile adattamento (ce ne sono tanti e tutti ammissibili) di una antica forma d’orazione cristiana, già in uso presso alcuni Padri del deserto e che in seguito venne trascritta in un Corpus di due compilazioni della chiesa greca con il titolo di Filocalia (da philokalìa che significa “amore del bello”). La prima consiste in una selezione di scritti di Origene curati nel 359 da Basilio e Gregorio Nazianzeno mentre la seconda, più famosa, è un’antologia di scritti mistici e ascetici che vanno dal 300 al 1400, curata da Macario e Nicodemo del monte Athos e pubblicata per la prima volta a Venezia nel 1782. In questa seconda antologia viene esposto con rigore e ampiezza di particolari l’Esicasmo (da hesychìa che significa quiete) che fonda l’opera ascetica sulla ripetizione incessante della “preghiera di Gesù”(preghiera monologica) di cui l’esempio più conosciuto è: “Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me”; poi vi sono diverse varianti anche più semplici e brevi. Si valuta che essa derivi dal precetto paolino “pregate senza interruzione” (Tessalonicesi 5, 17). La preghiera continua viene ritmata dal respiro e tradizionalmente inizia mormorata con la voce, poi per forza propria diviene mentale e infine “scende” nel cuore, accompagnata da fotismi (percezioni di luce) sino all’esperienza della Luce Increata Divina, detta anche Taboritica (in riferimento alla Trasfigurazione del Christo avvenuta sul monte Tabor). Storicamente la Filocalia riguardante l’esicasmo viene tradotta in slavo – ecclesiastico nel 1793 da Paisij Veličkovskij, poi in russo nel 1876 da Teofano il Recluso (sulle date le fonti sono discordi) per raggiungere poi una singolare “notorietà” mistico – letteraria con l’anonimo capolavoro: Racconti di un pellegrino russo. La prima edizione di quest’ultimo, stampata a Kazan’, praticamente introvabile, si situa negli stessi anni e anzi il testo cita la data di una Pasqua che in quel periodo cadde solo nel 1860; mentre è certa la data della seconda edizione che, corretta e completata da Teofano, è del 1881.

In Italia, dopo la pubblicazione di quattro edizioni incomplete, sotto la sensibilissima cura di Cristina Campo, nel 1973 il testo è stato pubblicato, per la prima volta in Occidente, in maniera assolutamente completa. Dall’introduzione di Cristina Campo: “…non lui prega la Preghiera, ma dalla Preghiera è pregato, non lui ne vive ma ne è vissuto, non il suo cuore scandisce le parole divine ma ne è divinamente scandito…” E’ un romanzo picaresco, un fiabesco poema e un grande trattato di ascesi spirituale: una storia di anime vive, quasi in opposta simmetria alle Anime morte di Gogol.

Vedo alquanto triste e bizzarro che gli spiritualisti europei, giustamente aperti ad accogliere la saggezza taoista e la grandezza vedantica e ora, seguendo con dubbia autonomia una certa corrente del  tempo, persino scoprenti l’elevazione nel prostrarsi nella direzione della Mecca (e, all’interno dell’edificio di Dornach, tempo fa, ascoltare compunti le fantasticherie di un Carneade islamico), sembrino non riuscire a scrollarsi di dosso quella antipatia anticristiana che, sul piano della chiara coscienza pensante, è frutto di un perdurante (e grossolano) equivoco. Equivoco in cui cadde l’imperatore Giuliano ed acuti pensatori moderni come Nietzsche ed Evola (equivoco che la loro serva di casa forse avrebbe superato con un po’ di buon senso). Tutti loro hanno coerentemente lottato contro la stoltezza e la depravazione degli uomini e delle istituzioni che nei secoli si sono dichiarate cristiane e che in realtà hanno usurpato, ottusamente o artatamente, i luoghi dell’anima preposti alla comprensione del Logos, cosmico e spirituale perciò non pertinente all’abuso, via via sanguinario o stolto, del suo Nome storico. Questa però è una valutazione bonaria che deriva dalla mia dichiarata simpatia per gli amici paganeggianti (di solito ho trovato più rettitudine e forza in chi anela alla “virilità olimpica” rispetto a coloro che si soddisfano con una conferenza o con un paio di “Credo” e di “Pater”…).

Però, gli amici neo-pagani dovrebbero pur essi praticare l’arte del risveglio per accorgersi, più prima che poi, che cercare di farsi “individui assoluti” è solo un buon esercizio per sentirsi eroici senza arrivare a niente. Poiché (e torniamo al tema della nota) anche la più possente quercia pur possedendo in germe la sua maestosità, senza il Sole e i suoi raggi rimarrebbe solo un’ipotesi di grandezza.

Il fatto è che essi sono interiormente solo adolescenti, indubbiamente dotati di nobili sentimenti ma passivamente alimentati dall’esotico semi–incomprensibile a patto che questo mantenga intatta la natura comune, comodamente trattenuti in profondità dalla paura del mutamento di cui si parla solo con parole: non si osa entrare nell’agone degli atleti dello Spirito. Non sono asceti.

L’asceta è il disperato coraggioso. Coraggioso poiché avanza nell’impossibile; disperato perché è consapevole che la sua forza è limitata anche quando cammina lungo i confini del Mondo, in territori impensabili (impraticabili) alla semi–totalità degli uomini.

Lì trova il suo severo guardiano che è lui stesso e le sue catene che sono le stesse nel buono e nel cattivo, nel dotto e nell’analfabeta, nel filosofo e nel carrettiere. Con il cuore sanguinante e con matematica chiarezza appare allora evidente la necessità di appellarsi (non per debolezza ma per slancio coraggiosissimo) ad una Forza più forte che anzi (si intuisce) dovrebbe (deve!) essere Assoluta : tale da trarre l’asceta oltre le acque infere simultaneamente annientando tutto il potere della natura inferiore, del guasto originario.

Allora sgorga, come una corrente sostanziale, la devozione vera e la preghiera; non c’è nulla di “sentimentale” in ciò! E’ quella che fluisce da Aurobindo, da Ramana, da Maître Philippe, da Madre Teresa, ecc. per il Divino. Il grande Śaņkara nel suo commento sul Brahmāsūtra scrive: “Il conseguimento della liberazione diviene possibile tramite la conoscenza che, in verità, è frutto della grazia di Dio.” E con queste righe, riprese dalla nota di Ur citata all’inizio, chiudiamo il cerchio: “Non altro è il senso profondo dell’insegnamento cattolico (cristiano), secondo il quale solo mediante la “grazia” è possibile combattere contro il “peccato” e contro le “tentazioni”.

Se qualcuno leggendo queste righe oppure riprendendo la lettura di Meditazione e Miracolo, trova possibile avventurarsi nell’esperienza indicata della preghiera continua, non temendo d’essere salvato, potrà trovare qui appresso alcune indicazioni pratiche, utili se non fosse altro a far tacere l’io solito che s’inventa problemi immaginari per consumarci a risolverli così da “farla franca” ancora una volta.

La Via Solare è imprescindibile dall’accordo profondo del pensare con il volere che temporaneamente annienta l’ordinario sentire. La vera forza del Sentire si attua dopo la cessazione dell’attività impropria della sfera mediana. Il vero Sentire è un organo, non la cassa di risonanza per l’ego.

Il Sentire è l’organo di percezione del Divino. L’assenza di percezione del Divino è la prova diretta del guasto e dell’errore di quello che nell’assurdo quotidiano crediamo giustificare come nostro sentimento.

La disciplina di cui stiamo trattando rimanda imprescindibilmente al possesso di una capacità di realizzare una concentrazione del pensiero e della volontà e di presentire il Sacro come una realtà superiore dell’anima e del mondo.

La preghiera, tradizionalmente corta può essere semplificata ulteriormente (es: Figlio di Dio, salvami) o essere cortissima se si pronuncia soltanto il Nome. Se nella veglia o nel sonno un Messaggero vi offre la preghiera che per voi è stata formulata in Cielo, accoglietela con gratitudine e fissatela senza commenti impropri nella vostra interiorità.

Quanto dura una preghiera continua? Tutto sia molto semplice e sensato: fermatevi quando siete stanchi.

Non cercate posture mistico-ieratiche, non siete sul palcoscenico e la disciplina è interiore: l’elevazione che comporta suggerisce da sé la dignità del portamento.

Siate riposati e tranquilli: se seguite il ritmo respiratorio questo non può essere affannoso e concitato. Non sforzate in alcun modo sul respiro: se un inspiro e un espiro non bastano non modificate volontariamente il ritmo; usate piuttosto quattro fasi respiratorie.

Per chi può, esiste un veicolo più potente del respiro. Si tratta del ritmo cardiaco stesso. E’ difficile sentire il battito cardiaco: è più facile percepirlo in generale; poi, da qualsiasi zona venga percepito (in genere si tiene con le dita di una mano la vena pulsante sul polso dell’altra mano), con la pratica vi porta diritti al cuore.

Infine, conformemente all’indirizzo dato da Scaligero, se nel concentrarsi e nel meditare siete stati capaci di superare del tutto il supporto della parola e persino della forma, potreste sentire come più alto e puro uno stato di adorazione silenziosa che, quasi formandosi da sé, chiede soltanto d’essere alimentato con assoluta semplicità e silenzio.

SCIENZA DELLO SPIRITO

ISIDE SOPHIA – NONA Lettera (Parte II)

Denderah

NONA LETTERA

Dicembre 1944

LA NATURA DEL MONDO PLANETARIO:

SATURNO

(Continuazione)

Possiamo ora volgere lo sguardo su Saturno in questa maniera: l’immensa sfera del Saturno del nostro sistema solare è il regno o la regione in cui dimorano gli Archetipi di tutte le formazioni animiche. Dietro questi Archetipi è celata la Volontà che proveniva dagli Spiriti della Volontà. Questa Volontà è il nucleo spirituale di ogni vita animica. Essa è l’essenza della vita animica umana allorché questa tende verso la perfezione. Questa Volontà essendosi separata dalla sua origine nell’Essere dei Troni, ed essendosi impiantata nell’individuo, giunse sotto la grande legge cosmica menzionata più sopra. Poi, essendo passato l’individuo attraverso i vari stadi del suo progresso verso la perfezione, l’originaria sostanza animica di Volontà si ritirò, ovvero si desquamò come una conchiglia e divenne sostanza fisica. Perciò, se guardiamo questa Volontà o l’attività di Saturno, dobbiamo distinguere tra i suoi rapporti col Mondo Animico; per esempio, il Mondo Animico dell’umanità e la sua influenza sulla sostanza fisica.

Vogliamo dapprima considerare come gli Archetipi del Mondo Animico – o Saturno – operano come Volontà nel Mondo Animico degli esseri umani. Essi operano in special modo nella sfera dell’umano volere, ma in questa sfera essi sono ancora in sonno profondo. Noi siamo pienamente svegli nel nostro pensare. Nel sentire ci siamo già maggiormente allontanati dalla chiara luce della nostra coscienza diurna: in essa noi sognamo. Quanto al volere, noi non possiamo affatto afferrarlo con la coscienza diurna, essendo esso un mare profondo di impulsi ignoti, di emozioni, brame e desideri. Questa incapacità della mente umana di penetrare queste profondità della vita animica umana ha portato a molti giudizi erronei sulla natura dell’essere umano. Se cerchiamo la controparte cosmica del regno dell’umano volere, giungiamo a Saturno. La particolare posizione di Saturno al tempo della discesa di un’anima umana nella vita terrena, è sempre un’immagine di quei profondi domini della Volontà. Esso può essere nella Costellazione del Leone o dei Pesci, può essere in congiunzione o in opposizione ad altri Pianeti, ma ovunque sia, esso rivela i segreti del volere della persona che ha rapporto con esso. Dobbiamo esser capaci di leggere il linguaggio di Saturno in quanto attraversa le dodici Costellazioni dello Zodiaco, e queste Lettere vennero scritte per dare una comprensione di questo linguaggio. Per esempio, se una persona è discesa nella vita terrena allorché Saturno era in Leone, possiamo allora prendere quel che è stato detto su questa Costellazione, e al tempo stesso ascoltare, per così dire, i profondi impulsi volitivi della persona in quesitone. Molti destini nella vita potrebbero venir corretti, se si facesse questo senza egoismo. Percepiremmo, allora, il compito superiore e il fine spirituale individuale della nostra vita sulla Terra.

Può essere il compito superiore e il più profondo impulso vitale di una tale persona sperimentare ed ascoltare la celata armonia cosmica di tutti gli esseri esistenti nel cuore dell’Universo, e portare questa “percezione cardiaca” in equilibrio con le forze della testa. Ciò può comportare una gigantesca lotta nella vita, ma sicuramente essa dovrà essere diversa in ogni caso individuale secondo il linguaggio degli altri Pianeti. Una quantità di posizioni di Saturno sono date nella Lettera Quinta e Sesta.

Saturno, comunque, nel cielo di nascita di un individuo può rivelare molto di più. In precedenza abbiamo menzionato il compito superiore dell’essere umano nella vita così come esso appare nell’immagine di Saturno, sebbene il compimento di questo compito sia sempre difficilmente completato entro il tempo breve di un’unica vita. Molte vite terrene od incarnazioni sono necessarie all’ “Io” umano per completare quel che è richiesto da esso, ed è Saturno che tesse il filo da un’incarnazione all’altra. Così, nell’immagine di Saturno, all’epoca della discesa di un’anima in un’incarnazione, appare non solo il più intimo còmpito o la vocazione dell’anima, ma anche il retroscena delle passate incarnazioni.

Saturno è, per così dire, non soltanto la “Stella” dell’anima al di sopra della porta della nascita, esso è presente nuovamente al momento della morte e raccoglie i frutti delle vite terrene degli individui. Alla porta della nascita esso distribuisce i còmpiti superiori della vita che sta di fronte; alla soglia della morte riunisce o raccoglie i frutti della vita che é trascorsa, siano essi buoni o cattivi, siano essi la realizzazione del còmpito della vita oppure un fallimento. Ed ora, entrando l’anima umana nel Mondo Spirituale, Saturno porta l’immagine, l’Archetipo dell’anima, di fronte ad essa come un continuo giudizio della caricatura ch’essa ha, più o meno, fatto di esso durante le passate vite sulla Terra. Poi, dopo un certo tempo, l’anima decide di discendere in una nuova vita sulla Terra, e adesso passa attraverso la porta della nascita: Saturno sta lì di nuovo e solleva l’Archetipo dell’anima con i nuovi aspetti e le risoluzioni che sono stati aggiunti ad esso durante la vita tra l’ultima morte e questa nuova nascita. Sicuramente molte persone, mentre vivono sulla Terra, non hanno alcuna coscienza di questa presenza di Saturno prima del momento della nascita, ma esso è attivo nell’organizzazione umana come ignote forze volitive nella profondità dell’anima.

Bacone

Un esempio renderà quest’aspetto di Saturno più chiaro. Francesco Bacone da Verulamio nacque il 22 gennaio 1561. Allora Saturno stava nella Costellazione del Toro. Questa posizione rivela il retroscena della sua precedente incarnazione. Ricordiamo quel che dicevamo sul Toro in precedenti Lettere. Esso è collegato con la possente Parola Creatrice, con la Parola Cosmica. Possiamo vedere dietro ad esso il regno degli Spiriti del Movimento il cui còmpito fu quello di creare a partire dal movimento interiore, o moto animico, il movimento esteriore: la molteplicità dell’apparire nel mondo fisico. Perciò, il Toro è una sfera nell’Universo dalla quale emanano grandi forze di movimento e di potenza.

Ciò è concentrato in Saturno. Esso indica che Francesco Bacone era stato una potente personalità nella sua vita precedente, che aveva il potere di compenetrare il mondo attorno a lui con moto interiore, una personalità che ebbe rapporto in modo speciale col mondo, cioè letteratura, scienza ecc. Questo Saturno aveva in opposizione Marte che stava in Scorpione. Ciò da a Saturno un’altra faccia. Abbiamo menzionato in Lettere precedenti che lo Scorpione una volta era l’Aquila, è collegato col declino del Pianeta Marte nell’Universo. Perciò, questa opposizione di Saturno e Marte indica un potente, persino brillante, dirigente di qualche nazione, tuttavia con una certa oscurità nel suo splendore, essendo in rapporto con le decadenti forze di Marte.

Saturno può persino diventare una guida nel trovare l’intervallo di tempo durante il quale quest’anima era nel Mondo Spirituale. Nel caso di Francesco Bacone, esso ci può riportare indietro al IX secolo d.C. come al tempo della sua ultima vita sulla Terra. Ciò viene confermato dalle indicazioni di Rudolf Steiner il quale, secondo conoscenza spirituale, rivelò che quest’anima fu incarnata al principio del IX secolo d.C. come un potente principe che fu collegato con la culminazione della civiltà araba.

In queste Lettere non abbiamo ancora raggiunto il punto in cui possiamo elaborare pienamente questo aspetto di Saturno, che riporta a precedenti vite sulla Terra, dal loro punto di vista qualitativo così come rispetto al tempo, ma volendo parlare della natura di Saturno dovevamo menzionare ciò.

Saturno è il grande storico dell’Universo, come lo chiama Rudolf Steiner. Esso è la grande memoria dell’Universo; perciò, qualsiasi cosa appartenga alla sfera della storia è compenetrato dall’attività di Saturno: la biografia spirituale dell’essere umano, il rapporto tra le generazioni, le storie delle nazioni, e persino la storia dell’Universo è viva nella memoria di Saturno. E’ realmente la Volontà di Dio che amana da questo Pianeta. Nel ricordare gli stadi passati di evoluzione nell’Universo e nell’umanità, esso riporta il presente indietro dal suo errante sentiero: al Sentiero del grande piano di evoluzione voluto da Dio, anche se esso conduce attraverso tragedie e catastrofi.

Così l’attività di Saturno, ovvero la sfera degli Archetipi del Mondo Animico, è evidente nel volere dell’anima umana. Può essere trovata pure nel mondo fisico questa attività che giunge in essere come Volontà allontanatasi dalla sua origine – gli Spiriti della Volontà – e divenne la regione degli Archetipi di ogni formazione animica. Abbiamo tentato di spiegare questo sviluppo più sopra, là dove abbiamo trovato che la creazione dell’individuo necessita il portare in essere delle “opere”.

Possiamo trovare la presenza di Saturno ovunque nel mondo fisico. Saturno deve essere la sua più intima essenza, poiché abbiamo trovato che l’originaria Volontà dei Troni venne condensata in calore fisico che più tardi divenne la base di ogni sostanza fisica. Ma la Volontà è in qualche modo celata nella sostanza fisica, non possiamo percepirla con i nostri sensi. Ora: molti dei nostri lettori hanno avuto l’esperienza di rocce assolutamente aride, per esempio in montagne elevate o su una spiaggia, ove nessuna pianta può vivere. Se ascoltiamo molto attentamente il linguaggio di una tale esistenza, abbiamo l’esperienza di una austera Volontà, assolutamente immobile, che sta al centro di un tale paesaggio, ma se rievochiamo una tale esperienza nella nostra memoria, essa rivela in special modo la sua potenza e la sua superiorità. Ciò non è soltanto un riflesso oggettivo nell’anima umana e, quindi, senza alcun significato o realtà. Essa ha una “realtà animica” e rivela l’origine dell’esistenza fisica nella Volontà derivata dai Troni. Ciò è evidente in special modo in aridi paesaggi rocciosi e, in realtà, è presente in qualsiasi cosa che abbia un’esistenza fisica, corporea. In questo fenomeno animico è il regno dell’attività di Saturno che stiamo affrontando.

Possiamo percepire questa Potenza di Volontà inerente nella sostanza fisica con le nostre facoltà animiche, perché nel nostro corpo fisico siamo in rapporto con essa. Nella natura la percepiamo specialmente in rapporto col regno minerale, che è come il duro scheletro dell’intero organismo della Terra. Ed avendo le forze di Saturno la loro più pura manifestazione in questo Regno, esse sono attive nel fondamento dinamico dello scheletro umano e animale.

Fondamentalmente, lo scheletro delinea il corpo fisico. Non possiamo immaginare che il corpo umano sarebbe simile a come è senza lo scheletro. Le configurazioni principali del corpo – testa, tronco e arti – sono accennate dallo scheletro e riempite di materia morbida. Questa potenza configurante, che porta dentro di sé l’idea Archetipica dell’esistenza umana sulla Terra, proviene dal Pianeta e dalla sfera di Saturno. Essa forma la testa, in special modo il cranio, cosicché appare essere un’immagine dell’Universo sferico sopra di noi. E’ come un seme che si è distaccato dall’Universo e che assomiglia ancora alla sua origine. Da questa testa l’organismo cresce in basso verso la Terra. Nella testa la sostanza morbida è racchiusa nel cranio, ma scendendo verso il basso troviamo che le ossa inferiori sono circondate da sostanza morbida.

La tendenza sferica del cranio è trasmutata in una tendenza irradiante che si orienta verso il centro della Terra. Nell’animale la direzione dello scheletro è più o meno orizzontale alla superficie della Terra. Nell’essere umano questa linea è verticale, in una posizione eretta. In questa tendenza fisiologica, a dirigere l’esistenza da quel che appare essere un’immagine dell’intero Universo e a ruotare nella posizione eretta nell’essere umano, è celata una gigantesca Potenza di Volontà. Essa lega l’umana esistenza all’Universo spirituale.

E’ l’espressione fisiologica della Volontà del Padre che libera l’essere umano come un seme del Cosmo, cosicché esso può crescere entro l’esistenza terrestre, per così dire come una pianta rovesciata al fine di realizzare un còmpito voluto da Dio. In tal modo, incontriamo l’attività di Saturno nella natura così come l’abbiamo incontrata nella nostra vita animica. Esso è il Guardiano della Soglia e conduce il nostro essere animico nell’esistenza fisica. Custodisce il filo che ci collega con la nostra origine spirituale, col nostro Archetipo, e così ci richiama dalla regione terrena al Mondo Spirituale nel momento della morte.

(Continua)

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ISIDE SOPHIA - Introduzione all'Astrosofia - Willi Sucher, LIBRI E AUTORI, SCIENZA DELLO SPIRITO
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