L’ARCHETIPO – GENNAIO 2016
Anno XXI n. 1
Gennaio 2016
Anno XXI n. 1
Gennaio 2016
Cari lettori, premetto che, come quasi sempre, non offro nulla. Perlomeno nulla di nuovo. Se Eco lo permettesse riproporrei dieci volte note già apparse. E questo vi allontanerebbe. Ma sarebbe, dati i particolari temi di cui questo sito si occupa, l’atto più coerente. Perché qui – guardiamoci idealmente negli occhi – l’arte si chiama approfondimento, non divertimento.
L’approfondimento, in senso nostro, non significa partire da qualcosa per poi erigere monumenti di pensiero sopra, sotto e oltre quel qualcosa ma entrare e rientrare ancora e poi ancora: verso un punto. Ciò è l’opposto di quello che si desidera trovare nei Siti che suppongono di trattare temi riguardanti lo spirituale. Non dovrebbe essere impossibile comprendere che un corso di notizie ed di nobili esortazioni spirituali in continuo scorrimento non aiuta nessuno, salvo il portare a vizio la voracità, il piacere animico per le impressioni fuggevoli e cose del genere.
Ciò non è “impulso alla conoscenza”, piuttosto ottunde quel minimo che, nell’anima, dovrebbe sorgere come elementare bisogno per lambire quella che diviene intima ricerca di verità. La ricerca della verità principia da domande: non esiste proprio che possa iniziare da facili risposte: queste servono a paralizzare il nascente moto interiore. Qualsiasi forma esso abbia temporaneamente usato, viene condotto in un recinto per restarci a languire e talvolta ad estinguersi.
Perciò quanto viene scritto va interpretato soltanto come stimolo alla ricerca, invito a valutare, chiedere al proprio sé quanto di ciò può essere un problema della propria anima.
Sembra che l’approccio disciplinare verso la sfera del sentimento sia ancora più ostacolato e confuso di quello che dovrebbe essere l’esercizio di fondamento ossia la concentrazione, anche quando essa sia vista riduttivamente come una decente padronanza del mondo dei pensieri senza l’assistenza temporanea delle cose sensibili.
In Eco scrivo spesso (sennò che avrei da sottolineare?) riguardo l’asse dinamica che si costituisce tra pensiero e volontà e che, sebbene un po’ alla buona (però non c’è limite alla sua intensificazione), può essere interpretata, almeno finché non si sia capaci di…permanenza nella vera concentrazione, come la risultanza del potenziale che si sviluppa nell’interazione tra il I ed il II dei cinque esercizi ausiliari (controllo del pensiero e atto puro).
A dire il vero, non faccio mistero del fatto di essere più che convinto che la concentrazione sia completamente sufficiente (e sino ad un certo punto assolutamente necessaria) per giungere alla massima reintegrazione concepibile e concessa all’uomo di questo periodo storico e spirituale. In questo senso, non indico la disciplina come l’alfa e l’omega della reintegrazione interiore ma semplicemente come il suo più diretto veicolo: essa non è la realizzazione spirituale: offre l’occasione all’atto fulgureo dello Spirito. Questo dovrebbe esser chiaro ma pare che non lo sia, specie a tacchini e pavoni che, dal canto loro, dopo decenni di amorevole osservanza, fanno una confusione da bar dell’occulto tra controllo del pensiero e concentrazione e meditazione, che per essi sono cose ignote.
Basterebbe essere d’accordo sul fatto che la concentrazione non debba venire rappresentata come un liscio (e infecondo) palo telefonico: essa è piuttosto un albero vivo con i suoi rami: se c’è il tronco (concentrazione), crescono di pari passo pure i rami, come ad esempio il silenzio con i suoi diversi gradi, a cui segue un certo distacco dall’inerimento col sensibile che dà mobilità al corpo eterico, condizione che a sua volta permette di cogliere il quid creativo che si scioglie dalla fissità delle cose create: perciò l’inizio di esperienze che vengono definite col termine di percezione pura, sia verso fuori che verso dentro, ecc.
E’ un linguaggio che l’anima non ha mai pronunciato prima. Inoltre è dalla concentrazione che risultano altre eccelse attività dell’anima, come ad esempio la meditazione, che non viene compresa o fatta male specialmente per la carenza di quanto si può formare nell’anima con la concentrazione. Qualora sia possibile distinguere la meditazione dal rumine del soliloquio o da una impressione emotiva qualsiasi, ditemi come può trovare luogo e permanenza un contenuto meditativo nell’ordinario flusso della psiche?
Ma questa è una parentesi, abbastanza condivisa da altri amici che seguono la pratica. Su ciò, quello che scrivo non è di necessità quello che altri fanno. Mica siamo tutti uguali e certamente vi è chi ha trovato esperienze diverse che vanno meglio per i caratteri della propria individualità.
Ritornando al problema del sentire, riferito agli esercizi di preparazione iniziatica, a mio parere le cose si complicano. Sempre che non si consideri l’”equanimità” come una sorta di placido e saggio atteggiamento cerchiobottista verso le opposte fasi della vita pratica. Ma per questo ruolo mi pare giochi molto il carattere (flemmatico) e l’immaginazione personale, per cui ci si vede come bonari arbitri che, stando alla finestra, sanno dare ragione a tutto e a tutti. Questo è carenza d’anima o solo ipocrisia congenita.
Il solo parlare del III dei 5 esercizi può rendere l’idea ma, in un certo senso, è anche una indicazione grossolana: uno potrebbe prendere la strada di quei suggerimenti operativi che il Dottore ha dato come “Cultura pratica del pensiero” e potrebbe giungere a grandi soluzioni che riguardino il sentire. Credete che contemplare le modificazioni giornaliere di fenomeni naturali sia del tutto fuori tema?
Questione di scelte…il solo “ma” è dato dalle grandi difficoltà che si hanno, che sorgono appena si tenti di far fare onestamente una virata “innaturale” al corso ordinario delle potenze dell’anima. Allora si avverte di essere entrati in zone pericolose, dove manca il terreno sotto i piedi e soffiano fortissimi venti contrastanti. Infatti i tentativi di dominare direttamente la zona del sentire che è condominio di possenti forze extra-umane di vita che ci subaffittano un certo uso, è pura follia: la zona toracica è intessuta alla corporeità che è per il soggetto ordinario una inavvertita sostanza di brama.
L’immagine estremo-orientale del “cavalcare la tigre” è drammaticamente appropriata. Vale sottolineare che un noto esoterista scrisse persino un libro (inteso come un manuale pratico) con questo titolo ma avrebbe dovuto supporre – e questo proprio non lo credo – che i lettori fossero consumati asceti: tali da suscitare il corrispondente potenziale interiore nel tuffarsi in situazioni distruttive. Così le indicazioni contenute nel testo fecero davvero vittime tra gli entusiasti estimatori che fluirono nell’agone: problemi psichici e constatati casi di ricovero.
La sostanza di brama di cui per buona parte si è fatti, non è avvertita, tanto che uno può giudicarsi assai poco bramoso di questo e quello, anche di ogni cosa, eppure essa è manifesta come è manifesto il bisogno di respirare: dal primo vagito all’ultima espirazione. Non a caso, nella concentrazione profonda, nella meditazione profonda o nella contemplazione succede che il respiro si riduca al minimo e persino cessi per brevi momenti. Ancora oltre, esso cessa completamente poiché si accende il misterioso circuito della respirazione interiore. Swedenborg, ad esempio, conseguì una vasta veggenza in concomitanza a tale accensione.
Se qualcuno ha letto le indicazioni del Dottore date per gli “Esercizi principali” della Scuola esoterica, ha potuto osservare come i brevi mantra da polarizzare su specifiche zone corporee siano sostenuti da una specie di controllo del respiro, suddiviso in porzioni di tempo praticamente inverse rispetto al pranayama tradizionale e alle sue salutistiche traduzioni moderne. A rispettarne i tempi, specie nella seconda versione, ci si scontra con l’auto-soffocamento: lì avvertiamo in noi l’urlo incontrastabile della immensa potenza della brama di vita. Essa si concentra nel torace. Da lì entriamo nel terrestre e da lì ne usciamo dopo l’ultimo respiro.
Il cuore delle discipline che riguardano il sentimento è sempre un prudente, progressivo e indiretto arresto del passivo sentire personale. Perché sentiamo questo caos così prezioso? A causa di un equivoco: poiché è indissolubilmente intrecciato con la nostra percezione della vita, allora lo confondiamo con il fondamento di noi stessi e in tale misura lo valutiamo d’istinto come una specie di verità inconfutabile. Ciò al punto che nello sfascio della conoscenza antroposofica è sorta una mistica del sentimento che parla a sproposito del “pensiero del cuore”, incapace com’è di distinguere (persino logicamente) una precisa condizione iniziatica dalle emozioni personali.
In effetti l’impersonale sentire ( sentire, non venir sentiti: il termine stesso indica una peculiare attività e non la passività comune) è il grande organo di percezione: se liberato dalla deformata contrattura personale esso percepisce la vita dell’Infinito e le Forze e gli Esseri che a buon diritto agiscono creativamente nel cosmo. Come il raggio di un faro nel buio della notte, esso illumina lo “spazio” dello Spirito. E’ un organo elettivo di percezione dello Spirito.
Esso diviene attivo anche nei mistici, in cui non essendosi operata la netta separazione tra coscienza pura e personalità, tra potenza extracorporea del pensare e le forze organiche, diviene una capacità spuria, nella quale la visione obbiettiva e la vicenda personale (sensazioni e sentimenti) sono mescolate. Ciò al punto che, come in basso lo scoppio dell’ira ci porta via, così in alto, nel mistico, l’eccesso emotivo cancella l’Io dall’apice dell’esperienza.
Rileggete con attenzione le parole dello Steiner nei riguardi dell’equanimità: “L’anima deve soltanto arrivare a dominare l’espressione della gioia e del dolore, del piacere e del dispiacere”.
A meno di non atteggiarsi formalmente ad un atteggiamento di imperturbabilità, se si tenta davvero una simile disciplina, la si avvertirà come una dolorosa limitazione nella natura delle manifestazioni dell’anima, anche per molto tempo, prima di giungere a essere dotati dell‘intima calma di cui il Dottore scrive in qualche riga successiva, necessaria per poter giungere ad una condizione in cui si diviene “più ricettivi di quanto prima non si fosse,per tutta la gioia e il dolore che ci attorniano”. Nessuno pensi a una condizione percettiva in tale senso come realizzabile nelle condizioni comuni. Essa, per l’appunto, non è possibile fintanto non ci si renda capaci di sollevarsi oltre il proprio astrale bramoso. Inoltre, seppure non piaccia a molti, questo diventa un lavoro inutile o impossibile senza la guida della disciplina del pensiero: solo il pensare, dapprima arido e disciplinato, poi saturo di volere, possiede la chiave della impersonalità necessaria. Impersonalità che non è una parola ma una condizione più alta dell’anima: fare dell’anima un organo dello Spirito significa darle le caratteristiche che, ad esempio, possiedono gli occhi nel vedere. Ciò che le Potenze hanno fatto con gli occhi, noi dobbiamo farlo con una parte della nostra entità animica. Gli occhi non vedono ciò che vogliono ma ciò che il Soggetto vuol vedere. E’ da qui che inizia quella inegoità di cui si parla a vuoto.
Scaligero consigliava di iniziare provando ad avvertire l’irrealtà delle tragedie, commedie o farse umane, in maniera di separare quello che succede intorno a noi dal nostro sentimento personale, lasciando che ogni cosa possa scorrere secondo la sua propria dinamica davanti all’anima che vede ma lascia che tutto accada poiché così deve accadere. Più che un semplice esercizio – pochi minuti e via – è un lento lavoro di separazione dell’essere dal divenire o della luce dal fuoco, che va fatto all’interno, senza metterci le mani ossia senza grucce “psicologiche”. Il delicato lavoro di “separazione del sottile dal denso” può durare tutta la vita.
Però è possibile ed augurabile, come scrive Scaligero nelle poche pagine di un libretto che circolò dappertutto, dare un breve stop alla reazione emotiva. Pure ciò non è per niente facile, per la qual cosa sarebbe meglio prepararsi con brevi e vivaci immaginazioni di situazioni in cui si possa rimanere come testimoni distaccati, dove non ci si permetta l’immancabile reazione. Del resto Scaligero mi disse che tutti gli esercizi che si volgono verso la (pre)potenza allucinatoria del mondo esteriore avrebbero dovuto essere preparati meditativamente, creativamente immaginati per settimane o mesi.
L’idea di una vera equanimità, se la si osserva seriamente, senza fantasie in rosa, può essere avvertita come un impoverimento per la propria anima, o persino come una brutale limitazione: però se viene compresa a fondo, non è rinuncia (se non per la psiche) ma via di conoscenza: divenire tanto tersi da poter non essere afferrati dalle forze che stanno dietro le passioni. Faccio il più classico degli esempi: finché aderisco col mio sentire all’ossessivo attaccamento umano generale alla natura inferiore (Prakŗti), finché mi sento coinvolto e leso dall’ingiustizia, dalla falsità, finché prendo sul serio la cattiveria e le passioni altrui, rimango giocato dall’illusione più coercitiva. Ciò consiste nel fatto che non riesco a cogliere le realtà che mi vengono incontro, nella misura in cui la mia reazione cali un velo di cecità sui miei organi percettivi interiori.
Abituarsi dunque alla solitudine ed al silenzio, e da questa profondità dell’anima volgersi verso fuori. Osservare, con una crescente meraviglia (il cui frutto può essere l’indulgenza: stare accorti al rischio del disprezzo che potrebbe sorgere se si percepisce dell’altro solo la superficie e la meccanica psichica), la ferrea immedesimazione degli uomini nella illusione rappresentativa. Sorge allora il senso della vacuità dei sentimenti incontrollati ma, da un punto di vista diverso, controllati da altro di sé perché obbliganti secondo leggi non dissimili dalle oggettive leggi naturali.
E’ vero che le azioni degli altri possono giovarmi o nuocermi, ma questo sempre più non è il motivo per il quale debba, per forza, provare dei sentimenti verso di essi.
Scaligero ricordava spesso una frase di Lao-Tzë: “Il saggio è buono coi buoni, buono coi cattivi”. Questo non significa, come i superficiali pensano, insieme ai ciecobuonisti – ma che Bernardo di Chiaravalle ben sapeva e insegnava – che le carezze debbano sostituirsi agli sganascioni ma piuttosto che questi vengano somministrati con conoscenza e compassione commisurata all’energia del loro impatto.
Così, lentamente, i moti paralizzanti della psiche abbandonano la sfera del sentire e la sua forza, non alterata, si ridesta come una potenza pura, originaria, in cui l’autocoscienza può espandersi. In effetti non più come “emozione” ma come “manifestazione di vita” del nostro essere, in comunione con enti celesti che operano magicamente nelle altezze e negli abissi cosmici della nostra anima e dell’infinito.
Ecoantroposophia.it
porge di vero cuore a tutti gli amici e a tutti i lettori gli auguri di
BUON NATALE!

Nell’antica Roma, il 17 dicembre cominciavano i Saturnalia istituiti, come racconta Tito Livio, ad opera dei consoli A. Sempronio e M. Minucio, ed erano festeggiamenti appunto in onore dell’italico dio Saturno – che ha caratteri in parte diversi da quelli del dio Kronos-Chronos ellenico – festeggiamenti che si concludevano il 23 dicembre. E proprio il 17 Dicembre dell’anno 498 a.C., si svolse a Roma la consacrazione del Tempio di Saturno, situato nel Foro al termine della Via Sacra. Il tempio di Saturno – il più antico di Roma dopo quelli di Vesta e di Giove, e del quale ci restano sei magnifiche colonne ioniche – era ai piedi del colle del Campidoglio. In questo luogo si trovava un antichissimo altare, da collegare, secondo la tradizione romana, ben prima di quella romulea sul Palatino, alla mitica fondazione sul colle capitolino da parte di Saturno della città originaria, che da lui prese il nome di Saturnia. Tali festeggiamenti erano preceduti dalla festa del Sol Indiges, che si celebrava l’11 dicembre in onore del Sole Natio, festa di origine sabina e non latina, che era stata introdotta a Roma dal Re Tito Tazio, che regnò assieme a Romolo.
Tali festeggiamenti, che duravano sette giorni nei quali coloro che si incontravano si scambiavano il saluto augurale Io Saturnalia!, e si porgevano come doni augurali le strennae, includevano il solstitium hiemale, ossia il giorno del solstizio invernale nel quale il Sole, nel giorno più corto del ciclo annuale, ha una sorta di stasi e, per così dire, “muore” e “rinasce”. Il 21 dicembre, giorno del solstizio, erano celebrati i Divalia o Angeronalia, ovverossia le celebrazioni e i riti in onore della Diva Angerona. Pochi giorni dopo, il 25 dicembre, era celebrato il Dies Natalis Solis Invicti, nel quale era celebrata la nascita, o la rinascita del Sole, ma al contempo quella del dio Mithra, che dal Sole veniva distinto, e collegato, ma, talora, addirittura ad esso identificato.
Questi erano – e sono – giorni tra i più sacri nel ciclo dell’anno, e nell’antica Roma erano giorni nei quali, lontano dagli sguardi profani, si celebravano i sacra e gli initia, ossia quelle cerimonie che nella Iniziazione aprivano ai coraggiosi, ai puri, e ai degni, il varco all’esperienza cosciente del Mondo Spirituale. Quei mysteria venivano accuratamente celati agli sguardi profani, talché mentre della religiosità ellenica molto ci è giunto, e dei vari Misteri eleusini, frigi, orfici, samotraci, isiaci, dionisiaci e simili, pur se nessuno in duemila anni mai ne tradì l’intimo segreto, qualche esteriore notizia pure ci è giunta, dei Misteri romani, invece, i più – quasi tutti – ne ignorano tuttora persin l’esistenza. Ciò fu dovuto alla cura somma e gelosa con la quale – e ben a ragione – ne venne custodito l’arcano, che fu efficacemente difeso da ogni profanazione.
Massimo Scaligero, parlando della spiritualità romana, mette in evidenza come essa fosse molto più profonda di quella ellenica. Egli fa notare come alle origini la spiritualità e la religiosità romane, contrariamente all’efflorescenza della mitologia religiosa ellenica, fossero scarne, pressoché prive d’immagini e di miti. E ciò, non per una “povertà” di contenuti, bensì per il loro derivare da una sorgente spirituale “più alta” e soprattutto “più pura”, di tipo ispirativo-intuitivo, rispetto a quella immaginativa, e immaginifica, ellenica. Di ciò erano coscienti le stesse élite spirituali e politiche della Roma repubblicana, le quali parlavano, in termini chiaramente non proprio elogiativi, della graecula fabulositas, come di qualcosa che era il segno di uno sfaldarsi della tenuta interiore e dell’integrità spirituale. Anche l’incontro dell’austero e severo costume romano con la ormai decadente accozzaglia filosofica greca destò il fastidio e la diffidenza dei Romani nei confronti di quei filosofastri scettici, che nel foro facevano sfoggio della loro vuota dialettica, dimostrando che gli uomini erano rane, che le rane erano alberi e che gli alberi erano uomini! Non era più ormai l’aurea età dei Pitagorici, di Platone e di Aristotele. E se i romani ebbero una simpatia filosofica, l’ebbero per i Pitagorici e per gli Stoici, il cui ethos consonava pienamente con l’aristocratico e austero mos maiorum, col costume della romanità più antica.
Non che da allora i tempi siano poi granché cambiati. Se lo sono, lo sono sicuramente in peggio e in pessima, ruinosa, direzione. L’intellettualismo oggi è una marea dilagante, e la dialettica – mala arte capace di dimostrare tutto e il contrario di tutto, nonché di giustificare forbitamente ogni tradimento, ogni spergiuro, ed ogni menzogna – viene usata e abusata persino nelle cerchie sedicenti “spirituali” ed “esoteriche”, che dovrebbero proprio guardarsene bene, le quali, invece, come affermava Giovanni Colazza, sono sovente ridotte a congreghe di “chiacchieroni dello spirito”. Oggi sono tutti, proprio tutti – parola di Massimo Scaligero – fastidiosamente intelligentissimi e dialettici, e mai l’intelligenza discorsiva è stata così inflazionata come nella nostra epoca: oggi son tutti intelligentissimi furbastri e nessuno, quasi nessuno, è saggio. La saggezza viene dal silenzio e non dalla dialettica. Il silenzio è l’estinzione della dialettica: di ogni dialettica.
Non per niente la Diva Angerona, preposta ai sacra, era una Dea del Silenzio sacro. Anzi, come fa notare, in UR-1928, quel paganaccio – incorreggibilissimo paganaccio – di Arturo Reghini, erano ben tre le Dee romane preposte all’Iniziazione, alle quali era sacro il silenzio. Tra queste notiamo: «la Musa Tacita di Numa (Plutarco, Numa, 8), la dea Muta di Tatius (Ovidio, Fast., II, 583), la dea Angeronia del Velabro, rappresentata con un dito sopra la bocca ed in atteggiamento silenzioso (ore obligato signatoque)».
L’italico Saturno era un dio dell’età dell’oro, e lo stesso Virgilio – il mio amato Virgilio – nella quarta Ecloga o Bucolica collega l’aureo Saturno all’età dell’oro:
Ùltima Cùmaeì | venìt iam càrminis aètas;
màgnus ab ìntegrò | saeclòrum nàscitur òrdo
Iàm redit èt Virgò, | redeùnt Satùrnia règna,
iàm nova prògeniès | caelò demìttitur àlto.
Questi ritmici versi, tradotti nella bella lingua di Dante, ci direbbero che: «L’ultima età, cantata dalla Sibilla Cumana, ormai è giunta; novellamente nasce il grande ordine dei secoli. Torna ormai anche la Vergine, ritornano i regni di Saturno, e già una nuova stirpe scende dall’alto cielo».
Quella di cui parla il sapientissimo Virgilio, è una vera e propria trasmutazione: una trasmutazione al contempo sia macrocosmica e storica, che microcosmica e umana. In Alchìma il piombo, il pesante e opaco metallo di Saturno – il più esteriore, lontano e lento dei sette pianeti dell’antica cosmologia – è considerato “oro decaduto”, “oro lebbroso”, che deve essere riportato al suo stato originario. Il “piombo” è un decaduto “oro terrestre”, così come il Dio Saturno è un dio “caduto”, che fu prima “cacciato” dall’Olimpo, e poi si nascose nel Lazio. I Latini facevano derivare il nome Latium da latère, che ha il significato di “occultare”, “celare”, “nascondere”. Ma egli è altresì il dio dell’Età dell’Oro, che può riportare l’uomo e il mondo a tale aurea età. Ciò significa, tra l’altro, che l’oro alchemico, del quale vanno in affannosa cerca i discepoli di Hermete, è nascosto, celato, ben occultato nella terra. Per cui passare – secondo l’antico simbolismo astronomico-astrologico tolemaico – da “Saturno” alla “Terra”, è lo stesso che dire passare, ambulando ab intra, dall’esterno all’interno. E si rifletta sul fatto che nella religiosità romana Saturno, rifugiandosi e occultandosi nel Lazio, portò agli Aborigeni, a coloro che ab origine abitavano quella terra, la peritia ruris, l’agricoltura, traendo così gli umani da uno stato selvaggio di barbarie, così come altrettanto fece nell’Ellade la Dea Demetra che a Trittolemo ad Eleusi insegnò l’agricoltura, e Demetra è una Dea identica alla romana Cerere, la donatrice dei cereali.
Questa sapiente coltivazione della “terra”, di cosa ha particolarmente bisogno? Che cosa di particolarmente importante portò Saturno affinché la “terra” potesse germinare? Egli portò quel calore saturnio, quel fuoco, senza il quale la “terra” rimane “fredda” e non fa germinare il grano e le altre piante! E anche la pianta “uomo” necessita, su tutti i piani, di un tale “calore” e “fuoco”. Esiste una “agricoltura celeste”, che è capace di far sbocciare, fiorire e fruttificare la pianta umana, così come con l’Arte Regia ermetica si fa trasmutare il lento e opaco “piombo” umano nell’Oro della Sapienza.
I sapienti Latini parlavano di una triplice cultura, che non era in quei tempi lontani quanto di narcisistico e corrotto va a giro nel mondo attuale sotto tale nome. Vi era la cultura agrorum, la coltivazione dei campi; vi era la cultura animi, ovvero la coltivazione ed educazione dell’animo umano sotto ogni aspetto; vi era, infine, la cultura o il cultus deorum, ossia la pratica di quella religio, che collega il visibile all’invisibile, l’umano al Divino. Lo stesso buon Orazio Flacco, in una sua Ode, si confessa colpevole, perché parcus deorum cultor et infrequens, ovvero: tiepido, incostante e negligente “cultor degli Dèi”, e si ripromette saviamente di cambiar rotta. E ancor oggi si parla di “uomo colto”, di “coltivar le arti o le scienze”, “coltivare odio” (malapianta questa…), “coltivare amicizie”, “coltivare sentimenti elevati”, ed infine di “culto divino”, ossia della liturgia e dei riti religiosi. Per i Latini era intuitivo poter parlare di cultura animi, o di cultura hominis, in quanto per loro homo e humanus erano parole correlate ad humus, lo strato vitale della terra. Ed anche nel racconto della Genesi, Adam, l’uomo, è tratto da adamàh, la terra rossa e vitale.
Cosmogonicamente, il mondo generato dal Logos è scaturito dall’originario “fuoco” saturnio, perché la Parola, il Verbo stesso, è “fuoco” generatore, “fuoco” che nel trascorrere successivo degli stati cosmici, sempre più “densi”, di “Saturno”, “Sole”, “Luna”, ed infine “Terra”, sempre più si volge alla manifestazione creativa, allontanandosi dall’Uno-Tutto, differenziandosi, specializzandosi – ossia, alla latina, manifestando species, apparenze diverse – e recludendosi nella frantumata, illusoria molteplicità. Nella “terra”, nella “pietra”, è celato il saturnio “fuoco” originario: vi dorme celato, ma da esso è novellamente ridestabile, pronto a divampare come brace da sotto la cenere, e a dissolvere l’esteriore apparire illusorio. Per cui dagli Ermetisti è detto: Omnia ab Uno, et in Unum omnia, cioè “tutte le cose provengono dall’Uno e all’Uno esse tutte ritornano”. Ciò che dal “fuoco” è scaturito, nel “fuoco” di nuovo verrà dissolto: ma ciò che viene dissolto è l’illusorio apparire, la maya, ossia ciò che il tempo dal suo seno ha generato e che poi il tempo – come nel mito di Saturno – divora, mentre ciò che permane è ciò che è “originario”, che è ab origine, ossia l’elemento eterno.
A tale proposito, possiamo volgere il nostro meditare a due logia gnostici del Vangelo di Tommaso, che trascriviamo nella mirabile traduzione dal copto di Luigi Moraldi, ove nel primo, il n° 10, il Logos afferma: «Ho gettato fuoco sul mondo, ed ecco, lo custodisco finché divampi», mentre nel secondo, il n° 82, dice: «Colui che è vicino a me è vicino al fuoco. Colui che è lontano da me, è lontano dal Regno». Questi due logia rimandano a quanto è scritto nel Vangelo di Luca, Cap. XII, 49, «Fuoco sono venuto a gettare sulla terra, e come anelo che divampi!».
Ora il Logos dichiara di esser l’Alpha e l’Omega, ossia il “principio” e la “fine”. E ciò è comprensibile perché, come nel serpente οὐροϐóρος-urobòros, la “fine” coincide col “principio”, essendovi nell’Uno, da cui tutto proviene e a cui tutto ritorna, quel “fuoco” al contempo generatore e dissolvitore della frantumata molteplicità. Ma il Logos dichiara altresì di essere “pietra”, la “pietra” su cui tutto si fonda come solida roccia, e Paolo lo conferma scrivendo – trascrivo il latino della Vulgata di Girolamo – “petra autem erat Christus”. E tutta l’Alchìmia rosicruciana identifica la “pietra”, il lapis philosophorum, con il Logos.
Ora, come nella profonda tenebra del Solstizio d’inverno si occulta il Sole, per “morire e rinascere”, come nel plumbeo metallo saturnio si cela quell’oro dal quale si deve “togliere” l’oscurante “ombra”, così nella “pietra” si celano la “luce” e la “folgore”. Poiché – secondo l’aureo tema di meditazione donatoci da Massimo Scaligero – “ogni pietra ha la sua folgore”, e poiché, inoltre, – come ammoniva Basilio Valentino – occorre visitare interiora terrae per invenire, ossia trovare, quello occultum lapidem, che è veram medicinam, della quale ha urgente bisogno l’uomo caduto per trasmutarsi da bestia stupida, vigliacca e arrogante, in Angelo, è necessario operare sulla “pietra” o sul “piombo” saturnio col “fuoco”, togliere ad essi la “tenebra”, quella “ombra” oscurante, che ci rende schiavi dell’in-significante menzognero apparire.
Nei Misteri Mitriaci – tanto amati dai Romani al punto di disseminarne i mitrei dal Vallo Adriano, ai confini con celtica Scotia sin nella Mesopotamia, sulle rive dell’Eufrate e del Tigri – il 25 dicembre, nel dies natalis Solis Invicti, si festeggiava non solo la nascita, o la rinascita del Sole vincitore della profonda tenebra solstiziale, ma anche la nascita del Dio Mitra, che del Sole era amico e alleato, o che con lo stesso Sole veniva talvolta identificato. Il Dio nei suoi sacra e mysteria veniva chiamato Mithra petrogenos, ossia generato, sorgente, scaturente, in maniera fulgurea, dalla petra genetrix. Balzando fuori dalla pietra che lo ha generato, Mitra tiene in una mano un ferreo gladio e nell’altra una face accesa: dunque ferro e fuoco. Egli è, dunque, il portatore – come Michael – di una ardente spiritualità marziale, e ciò spiega il grandissimo amore che i legionari di Roma avevano per i suoi mysteria. E come non pensare – sia pure in altro, contesto apparentemente molto diverso, ma neanche poi tanto – all’audacissimo Conte di Cagliostro il quale, nel suo egiziaco Rituale, scrive: Qui agnoscit Martem, cognoscit artem, o qui agnoscit mortem, cognoscit artem : “chi conosce Marte o la Morte, costui conosce l’Arte Regia”. Ora il marziale gladio è di ferro – o di fiero acciaro, dicevano un tempo i Poeti: l’Acciaio dei Saggi dei Figli di Hermete – e col gladio si fa pugna e si dà la morte, o nella pugna si trova la morte. L’oro venne considerato, in ogni tempo e in ogni luogo, essere il più puro e il più nobile dei metalli, al contempo indistruttibile ed eterno – al punto che gli alchimisti affermavano che era più facile “fare” l’oro che distruggerlo o “disfarlo” – in quanto è l’ultima, più “matura”, e culminante realizzazione tra quelle che si attuano nel seno della Madre Terra o Petra Genitrix. L’oro, essendo il raggiungimento della “perfezione” – nel senso latino di perfectio e di perfectum, da perficere, e in quello greco di τέλειος-tèleios e di τελετή-teletè – simbolicamente rappresenta “sapienza”, “immortalità” e il conseguimento della “beatitudine celeste”: esattamente come nella “rigenerazione” fisica e morale, ovvero la preparazione della “pietra filosofale” e il “pentagono mistico”, della quale parlava il Conte di Cagliostro nel suo “egiziaco” sistema. Chi abbia sguardo sagace, può intendere tali simboli sub specie interioritatis, scorgendone, come direbbe Dante, “l’ascosa significazione”.
La spiritualità mitriaca è dunque, come quella michaelita, una spiritualità pugnace, battagliera. E Massimo Scaligero, in Kundalini d’Occidente, scrive che “a viva forza il discepolo espugna il pensiero puro”, il che dimostra – una volta di più – come sia menzognera e ad arte fuorviante l’affermazione dell’anonimo articolista di una sedicente “scaligeropolitana” rivista romana, il quale in maniera insana e improvvida afferma essere “l’esperienza del pensiero puro-libero dai sensi un’esperienza spontanea, ma non cosciente e quindi egoistica”.
Ora, chi affronta la pratica fervida, intensa, fedele della Concentrazione, chi ad essa con tutto se stesso si consacri, sa che in essa l’audace sperimentatore coraggiosamente sfida la Morte e il suo potere. Egli sa di quanto slancio, di quanto impeto, di quanta fredda determinazione, di quanta ardente consacrazione, egli deve essere capace per far risorgere nella Concentrazione il pensare cadaverico dal suo stato di morte. Egli sa che non v’è altra Via, se non quella del combattimento eroico per giungere ad aprire il varco alla travolgenza del Pensiero Vivente, al Pensiero-Folgore capace di dissolvere e rinnovare radicalmente l’umano. Il resto – le morbide “vie dell’anima”, gli stucchevoli mistici languori, le emozioni e i sentimentalismi delle “anime belle”, e via dicendo – è solo illusione, menzogna, vigliaccheria, consapevole o inconsapevole inganno di sé e degli altri.
Ho voluto sollevare appena un lembo sugli arcani di un’antica misteriosofia, e tuttavia qualcosa prezioso penso di averlo celato tra le righe, qualcosa che l’audace e diligente “pellegrino d’Amore”, come lo chiama il mio sempre più amato Dante, saprà ritrovare. E forse “ho detto più che non lice…”. Per concludere, voglio trascrivere una traduzione un po’ più esatta di quella, veramente un po’ troppo approssimativa, che circola negli ambienti “scaligeropolitani”, del primissimo mantram che Rudolf Steiner donò nel 1906, al Solstizio d’inverno. Qui potest capere, capiat, e a tutti i nostri affezionati lettori di Ecoantroposophia auguro di tutto cuore un buon Dies Natalis Solis Invicti!
Die Sonne schaue
Um mitternächtige Stunde.
Mit Steinen baue
Im lebenlosen Grunde.
So finde im Niedergang
Und in des Todes Nacht
Der Schöpfung neuen Anfang,
Des Morgens junge Macht.
Die Höhen laß offenbaren
Der Götter ewiges Wort,
Die Tiefen sollen bewahren
Den friedensvollen Hort.
Im Dunkel lebend
Erschaffe eine Sonne.
Im Stoffe webend
Erkenne Geistes Wonne.
***
Contempla il Sole
Nell’ora di mezzanotte.
Con pietre edifica
nel fondo senza vita.
Cerca così nel baratro
e nella notte di morte,
nuovo principio della creazione,
la giovane potenza del mattino.
Fa’ che le Altezze rivelino
l’eterna Parola degli Dèi.
Le profondità devon custodire
il tesoro colmo di pace.
Vivendo nella tenebra
crea un Sole.
Tessendo nella materia
conosci la beatitudine dello Spirito.
Rudolf Steiner
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PROLOGO DI NATALE
Eco degli Angeli che cantano Exultasti
Nasce il silenzio da molte quiete
Così la luce delle stelle si tesse in corde
Con cui le Potenze di pace fanno dolce armonia.
Rallegrati, o Terra, il tuo Signore
Ha scelto il suo santo luogo di riposo.
Ecco, il segno alato
Si libra sopra quella crisalide santa.
L’invisibile Spirito della Stella risponde loro:
Inchinatevi nel vostro canto, potenze benigne.
Prostratevi sui vostri archi di avorio e oro!
Ciò che conoscete solo indistintamente è stato fatto
Su nelle corti luminose e azzurre vie:
Inchinatevi nella vostra lode;
Perché se il vostro sottile pensiero
Non vede che in parte la sorgente di misteri
Pure nei vostri canti, siete ordinati di cantare:
“Gloria! Gloria in excelsis
Pax in terra nunc natast”.
Angeli, che proseguono con il loro canto:
Pastori e re, con agnelli e incenso
Andate ed espiate l’ignoranza dell’umanità:
Con la vostra mirra rossa fate sapore dolce.
Ecco, che il figlio di Dio diventa l’elemosiniere di Dio.
Date questo poco
Prima che egli vi dia tutto.
(Ezra Pound)
Continuiamo a rivedere alcune cose che possono essere alla base o meglio sul terreno su cui poggiano i fondamentali. Il terreno è ciò che ordinariamente siamo o sentiamo di essere e, di solito nella vita corrente, non c’è gran differenza tra chi si sente spiritualista e chi afferma di essere materialista. Anzi il materialista sembra avere più solide ragioni per dimostrare ciò che afferma, poiché la corporeità è condizionante e, come dice sempre un mio amico, pure la preziosa coscienza è zoppicante, giacché ogni sonno la confuta spegnendola con un soffio come flebile luce di candela.
La corporeità è condizionante. Perlomeno esistono condizioni di essa che dovrebbero essere combattute o usate o almeno comprese. Secondo le competenze che spettano alle situazioni della vita ed alle capacità di ognuno.
Facciamo subito qualche esempio concreto:
Un’estrema debolezza fisica che risulti da malattie in fase acuta e dolori forti: essa è tale da influire sulla comune autopercezione animica e sembra dissolvere la volontà, anche quando l’individuo ha compreso tutto il meglio nei confronti della disciplina.
In questo caso occorre fare il possibile per ristabilire la salute del corpo. Intanto l’operatore più preparato può, in tali situazioni, abbandonarsi ad una condizione di silenzio prolungato: sto parlando di semplice astensione dalla parola che, se accompagnata da immobilità corporea, può portare frutti assai notevoli.
In casi molto gravi, rimane la possibilità della preghiera che può essere tentata in modo continuato. Ma, e ne abbiamo già scritto, vanno bene preghiere semplici e brevi. Non breviari. Se l’estenuatezza è massima ci si può affidare al Cielo, al Divino, lasciando che sia proprio l’estrema debolezza a guidarci: “Nelle Tue mani, Signore”. E le parole non sono necessarie.
La vita ai nostri giorni comporta per molti troppi impegni pesanti, al punto di non lasciare tempo e energia necessari per una pratica sistematica e continuata. Una disciplina da week-end, anche se protratta per ore, non porta a nulla se non ad un senso di disgusto e disfatta. L’eccesso di impegni può nascondere furbizie e imbrogli: molte persone affette da “angina temporis” dovrebbero soltanto darsi priorità e scuotersi da parecchie attività inutili o abitudini troppo consolidate. Un mio amico ricordava sull’Archetipo come il dott. Colazza, medico di una volta cioè impegnatissimo, praticava le discipline interiori essenziali nel cuore della notte!
Possiamo anche tenere conto della mancanza di una convinzione interiore, solida e intuitiva – quasi una “persuasione” alla Michelstaedter – che la Via del pensiero sia una strada maestra per il senso della propria vita. Se questa convinzione, frutto di coerenza logica ed obbiettivo sentire, mancasse totalmente, non dovendovi essere costrizione di alcun tipo ma consapevolezza e slancio dell’anima, sarebbe forse il caso di abbandonare iniziative fragili, quelle che in pochi giorni si estinguono con tutta la forza della loro debolezza poiché viziate all’origine o premature. In questa situazione sarebbe meglio tornare, con serena semplicità e interiore modestia, all’approfondimento di testi che portano nell’anima il respiro ampio di una visione cosmica dell’uomo e del suo destino, come ad esempio una chiara lettura della Scienza Occulta.
Queste ultime righe riguardano più la mente che il corpo: sono comunque espressione della mente in quanto subordinata alla corporeità. Occorre abituarsi a scindere l’Osservatore da ciò che chiamiamo mente o psiche: l’Io non è la mente. E. P. Blavatski disse al riguardo: “La mente è un buon servitore ma è un padrone crudele”.
Ricordiamoci spesso quello che non è un’astrazione ma un fatto severo: la psiche asservita al corpo asservito alle forze più basse dell’anima è totalmente ostile ad ogni sforzo che l’uomo compie per domarla.
Chi dice di domarla componendo puzzle o parole incrociate è uno un po’ sciocco che andrebbe lasciato in pace.
Per la disciplina, che inizia dal controllo dei pensieri e si focalizza nella concentrazione vera e propria, non ci si illuda circa l’esistenza di misteriosi supporti interni all’operazione.
Essa però può essere svolta in condizioni circostanti migliori o peggiori. Attenzione: questa non è una regola aurea: può succedere che condizioni difficili stimolino forze più profonde e quella che avrebbe dovuto essere una condizione di sconfitta a priori diviene un’occasione irripetibile di vivificazione della volontà profonda.
Tra gli aiuti (sempre e del tutto) esterni all’operazione, possiamo indicare quelli che l’esperienza ed il buon senso insegnano: sono in genere cose che andrebbero evitate.
Non praticare l’esercizio qualora vi sia la certezza di improvvise irruzioni di altre persone;
non farlo temporalmente vicini alla pesantezza di attività digestive oppure nel riposo immediatamente successivo ad un eccesso di sforzi muscolari;
evitare, per quanto possibile, il rischio di forti rumori improvvisi e inaspettati,
evitare la posizione distesa come postura abitudinaria,
Viceversa può essere di minimo aiuto un leggero stimolante del sistema nervoso centrale come il caffè (non per tutti!), una rinfrescata con acqua corrente al volto e alle mani, meglio sino ai gomiti (in certi casi può servire una breve doccia fresca o a temperatura neutra). Più importante è l’abitudine a vesti comode, ma se la contingenza non lo permette si cerchi di liberare il corpo da cinture, stringhe o in genere da cose che stringono: flusso sanguigno e respirazione non vanno costretti.
La migliore posizione della colonna vertebrale dovrebbe essere naturalmente verticale: a ciò può venire in aiuto un cuscino posto all’altezza delle reni.
Meglio abituarsi ad una posizione che sia mantenuta nel tempo. Le mani possono cadere sui braccioli o poggiate sopra le ginocchia. Alcuni tengono le mani congiunte (destra sulla sinistra).
Le gambe non vanno incrociate e la base del busto non dovrebbe insaccarsi più in basso rispetto all’articolazione della gamba. A farla semplice l’immagine riassuntiva è data dalle ieratiche statue dei Faraoni in posizione seduta.
Queste sono indicazioni di base, che non hanno nulla a che vedere con l’attività interiore messa in moto nell’esercizio, così come il più volte menzionato tubo di rame è cosa diversa dal liquido che in esso scorre.
Quanto ho scritto favorisce soltanto il mezzo su cui l’esercizio, per molto o moltissimo tempo, poggia come il corpo poggia sulla poltrona.
Alcol a parte, nessuna delle indicazioni può o deve costituire una forma di obbligo: dobbiamo piuttosto compenetrarci dalla non facile intuizione che l’attività del pensiero voluto è indipendente da ogni condizione corporea e ciò è assai più importante per lo sperimentatore di tutte le altre indicazioni.
Fuori da Eco, ho ricevuto per altre strade alcune perplessità circa le “cose” più elementari di cui scrivo. Sono cose ovvie, mi è stato comunicato. E l’osservazione è giusta.
Ma non trovo del tutto scontato che si diano per scontate le cose semplici perché molti le conoscono ma altrettanti no.
Come già raccontai, io fui fortunato ad avere relazione con personalità di valore e con amici molto attenti e attivi. E, nonostante questo, non fu certo affare di un giorno il liberarmi dai lacci, alcuni sottili e profondi che mi tenevano tenacemente legato a pregiudizi, soprattutto a quegli inconsci, che non si vedono ma sono svegli e attivi nel tenerti al loro guinzaglio. E più erano “ingenui” e tenui, più erano attaccaticci.
Non suona alcun campanello quando, inerzialmente, scivoliamo da quattro o cinque pensieri chiari a zone di nebbia fitta. Il nostro primo compito dovrebbe essere quello di portare alla luce della coscienza desta ogni pensiero che venga pensato, superando, per attenzione cosciente e dedicata, quei groppi e sfilacci di pensieri che vagano come alghe sotto la superficie frenando o incagliando le eliche della nostra barchetta.
In fondo è quello che fece, a ben altro livello, il Dottore con il primo capitolo della Scienza Occulta: trarre a consapevolezza e rettificare i dubbi e i pregiudizi che possono arrestare o alterare lo studio libero e aperto di quanto si legge nei capitoli successivi.
Inoltre so che esistono persone assai dotate, le cui capacità vengono bilanciate negativamente da una solitudine assoluta. Persone che vivono in minuscoli paesi e che non hanno possibilità di rapportarsi a qualcuno: vedono il vivente nella natura che le circonda ma si arrovellano se sia meglio concentrarsi al chiuso o all’aperto. Alcune di queste hanno bisogno anche del pur scarso dialogo che tento con righe di questo genere.
Questo, amici miei, è reale, mentre baloccarsi col pensiero facile sui massimi sistemi è, da Oriente a Occidente, solo una perdita di tempo e un allontanamento dall’essenziale. Dunque “sapersi sedere” è un essenziale? No certo! Ma anche sì (non a caso Maestro Eckhart scrisse: “Ho conosciuto Dio sedendo”).
Dobbiamo essere scandalosamente veritieri con noi stessi. Capita spesso che persino una frase mutuata da Scaligero, come “Via del Pensiero” (la cito a caso), venga detta, ridetta e difesa (oppure offesa) ad oltranza senza che essa, il suo significato, sia chiaro nella nostra coscienza.
Credere che occorra iniziare da un pensiero raffinato o complicato è una maya come tante. Forse fuori di tema comunico un fatto che molti non conoscono. Scaligero, visto che l’impegno (la forza) interiore dedicato era assai spesso inversamente proporzionale ai personali monumenti del sapere e in genere all’intellettualismo, valutò seriamente di introdurre alla Via del pensiero alcune persone preparate soltanto con le basi dell’euritmia, naturalmente messa in pratica. Senza altre mediazioni intellettuali. Contingenze esterne impedirono questo esperimento.
In ogni caso la concentrazione non può essere un rifugio o un’evasione dal karma individuale e dal dharma generale della vita.
D’altronde superare l’invisibile trama di forze che si oppongono alla pratica della disciplina del pensiero è più difficile che conseguire una…laurea universitaria. Sebbene molti uomini normali siano capaci di completare in modo soddisfacente un corso di studi superiori, non tutti sono capaci di creare in sé stessi qualcosa che prima non era presente, cioè la capacità di concentrarsi, anziché di accontentarsi di un semplice bagaglio mentale.
Mi soffermo ora su ostacoli interiori.
Grosso modo, forse l’ostacolo principale riguardante la concentrazione è la natura emotiva e caratterologica incontrollata dell’uomo comune e impreparato. Troppe volte chiamiamo “spontaneità” ciò che ribolle indisturbato sotto di noi senza venir illuminato,temperato e guidato dalla ragione.
Nella tradizione orientale esiste un termine che indica le tendenze mentali e astrali sedimentate. Il termine è “vāsana” (per Ramana: impressioni latenti, lasciate nella mente dalle esperienze trascorse). Mi sembra pratico, come quelli più popolari, come karma, maya, eccetera. Poi, come tutti i termini davvero intraducibili, non può essere difeso dal mio uso bastardo.
I vāsana possono, nella concezione grossolana di buono o cattivo, essere di ambedue le specie, ma per una ascesi sono tutti ostacoli; sono indesiderabili e andrebbero minimamente arginati e nel tempo, meglio ancora, progressivamente distrutti (i 5 ausiliari, come descritti nel loro primo tempo, possono svolgere una grande opera in questo senso).
In parole povere, siamo capaci di rifiutare di occuparcene, almeno quando ci apprestiamo agli esercizi animici? Quali risultati possiamo aspettarci da questi se siamo del tutto incapaci di frenare o sospendere collera o avidità nei confronti di chicchessia e di conseguenza essere come costretti a pensare e sentire incessantemente al tale o alla tal cosa?
Ho indicato il negativo ma anche un irrazionale attaccamento al benessere di chi ci è vicino porta ansia e tensione: così dimentichiamo che possiamo portare amore ma anche rispetto e fiducia per il destino di ognuno. Anche il bisogno di taluni di riconoscimenti sociali e “sogni di gloria” distorcono ed erodono le forze dell’anima.
Insomma, il risultato è che ci si trova incapaci di arrestare o ammansire i pensieri superflui e persistenti.
Perciò disciplinarsi, dominarsi, vietarsi l’influenza dei vāsana è uno dei lavori più severi che l’operatore deve fare in sé.
Mi pare che ben pochi siano coloro che da tali influenze vorrebbero davvero liberarsi: sono ancor meno di quelli che vogliono fare la concentrazione poiché le considerano alla stregua di proprie articolazioni strutturali. Si è potuto vedere spesso come figure dotate di potenziale valore e capacità siano state buggerate da queste forze, istintive e primitive: l’anima va vuotata oppure è tempo perso.
Un altro ostacolo, relativamente difficile poiché non esce mai allo scoperto è il “materialismo istintivo”. Sembra una contraddizione ma vi sono anime attratte dalla spiritualità eppure incapaci di pensare o sentire qualunque cosa che non possano toccare o vedere: è cosa che può raggiungere un notevole livello di raffinatezza in quanto tali soggetti possono trafficare con i grafici che presentano l’evoluzione dallo stato saturnio, possono ascoltare conferenze o leggerle…ma quando si staccano da tali forme legate alla percezione sensibile, per essi i mondi interiori non esistono più, il pensiero ridiventa un fenomeno astratto e collaterale.
Finché non si giunga ad avvertire una minima oggettività del pensiero o intuire una visione cosmica dell’uomo, il materialismo istintivo è un ostacolo, immanente o latente.
Essere in potere della superstizione è un altro grave ostacolo. Anzi, è una schiavitù della mente. Essa è costretta a pensare torcendo ogni realtà obbiettiva, popolandola di nessi spettrali. Quasi sempre il fratello della superstizione, il fanatismo, soccorre e nutre l’empia sorella.
Mi ricordo che F.G. si rammaricava per aver ricordato sull’Archetipo l’esercizio della moneta (qui ora non lo spiego). Persone “normali” gli scrivevano per avere delucidazioni e chiarimenti sul “responso della moneta”: chiedevano alla moneta cosa avrebbero dovuto fare nel decorso della giornata e via dicendo!
La faccia di una moneta come sostituto alla propria responsabilità d’azione: uno scambio perfetto.
Un’altra barriera che chiude la porta alla disciplina pratica è la mania di leggere troppi libri. Ciò procrastina l’azione all’infinito. Ci si procura un libro interessante perché sembra dire qualcosa di nuovo, poi terminato quello si procede avanti in una interminabile ricerca. Così è possibile trascorrere l’intera vita. Ci si dimentica che i libri sono realmente più numerosi dei mesi e degli anni da vivere. Quindi a che serve leggerne vagonate e poi morire prima di inverare le cose che si sono conosciute?
In certi casi non è una bulimia che spinge il lettore ma una insoddisfazione per quanto ha sinora incontrato. Questi sono i casi in cui la ricerca deve proseguire.
Gli alcolisti e quanti sono dediti ad altri vizi che creano assuefazione non possono, in tali condizioni, praticare la concentrazione. Senza esaminare il lato occulto, la ragione più evidente è che la loro forza di volontà è prossima allo zero. Se le pessime e distruttive abitudini sono irrinunciabili, dove potrebbe trovarsi una forza interiore bastante per sopraffare la pigrizia e l’apatia mentale?
Altro ostacolo che frena da subito la giusta capacità di tentare positivamente il viaggio interiore è la ricerca di “aiuti” da tutte le parti fuorché in sé medesimi. Vi sono spiritualisti in perpetua ricerca di grucce e bastoni. Qui tutto sembra far brodo. Con un atteggiamento assai tipico nei nostri tempi, si desidererebbe che “altro” facesse tutto al posto nostro. E’ con questo imbelle ed ottuso altruismo rovesciato che ci si trascina da una conferenza all’altra o che si saltabecca da una massima morale ad una “immagine spirituale”, succhiando da ciò quello che costituisce l’inazione individuale. Persino la preghiera, in questo caso, ha solo il significato di dire: “Signore, fai tutto tu perché io non ne ho voglia”!
Termino riprendendo la nozione di vāsana che si applica fin troppo bene alla politica.
Con l’eccezione della lettura del limpido testo omonimo di Aristotele, che consiglio caldamente, la “passione” politica è quanto di più lontano possa esserci da un reale cammino interiore. Se idealmente potrebbe essere diverso, nella realtà essa separa, divide gli uomini, accende “fuochi” di oscura origine, genera ideologia e preconcetti giungendo sino all’odio. Anche quando si veste di nobili intenti. Con ciò non giungo ad additare solo la passione partitica ma anche il “carattere politico” che non fa parte di alcun partito ma di un perverso atteggiamento dell’anima come dimostrato pure nell’antroposofia da molte e pessime figure pubbliche: in primis politici e poi antroposofi di rimessa!
Vedremo di trovare ancora qualcosa di buono che possa implementare volontà, pensiero e destità ai fini di una sana disciplina, cioè quella che insegna all’uomo lo svincolamento dalla sfera senza porte dell”enorme autismo egocentrico che lo imprigiona.
Queste cose sono come la fascia di asteroidi: i mille puntolini che orbitano intorno al concentrarsi e al meditare: spesso quelli utili ruotano lontani e gli inutili tanto vicini che impattano l’esercizio sviandolo dalla retta orbita.
Se così non è, è pur qualcosa di simile: a sentire di tutti quelli che dicono di fare le vere operazione, avremmo ad ogni passo iniziati e il mondo sarebbe guarito e salvo.
La natura dei fondamentali è così “semplice” che in realtà articoletti di questo genere non dovrebbero nemmeno essere scritti.
Eppure mi par di vedere nella boccia della visione che così non è, che la mascalzonaggine così propria alle nostre anime, è ingegnosissima nel trovare scuse, travestimenti, nascondigli che evitino l’atto vero e questo avviene all’infinito!
Del resto questa formidabile attitudine già appare in tutta la sua gloria davanti alla lettura seria, di un testo fondamentale e credo ci sia poco da fare. Il Dottore, in parole povere, chiede una cosa sola: di pensare i pensieri che il libro ti offre l’occasione di pensare.
Mi sa che – abbiate pazienza – devo chiarire, e lo faccio nel modo più semplice: da una parte abbiamo un quid che chiamiamo percezione, dall’altra abbiamo il pensiero che incontra la percezione. Dall’incontro dei due, nella coscienza umana si forma un qualcosa che chiamiamo rappresentazione. Fin qui i fatti che non sono né buoni né cattivi (certo, la faccio semplice ma credetemi: non occorre affatto complicarla). Il brutto da bollino nero giunge quando l’uomo, il cosiddetto ricercatore spirituale, si lascia dominare dalle proprie rappresentazioni, come se queste, anziché essere mediatrici necessarie alla conoscenza (come osservava Goethe), fossero inappellabili demiurghi.
Allora sì che diventa possibile stravolgere o smantellare la FdL senza neppure comprenderla dov’è comprensibilissima: le proprie, inappellabili rappresentazioni, anche quando sono solo dei gusci di noce piccoli e vuoti determinano ogni realtà.
Poiché spesso non sono solo gusci vuoti ma strapieni di sentimentalità e passioni: “egoismo conoscitivo” è una geniale espressione del Dottore.
Allora ogni esortazione a pensare con un briciolo di oggettività diventa un discorso ai sassi.
Amen…torniamo a livello del suolo. Non sarà mai troppo ripetuto che la concentrazione, quando la si realizza, fa a meno di qualsiasi supporto fisico o psichico e che tale atteggiamento di indipendenza del pensiero dovrebbe essere un tentativo continuo anche quando si lavora per arrivarci. Questa indipendenza già la possediamo naturalmente quando l’attenzione viene completamente assorbita nella lettura o nell’osservazione di un fenomeno.
Ma appena determiniamo volitivamente un pensiero del tutto cosciente, iniziano i dolori: non c’è cosa che non inizi a sbraitare in noi, cominciando dalla corporeità.
Alcol a parte, nessuna delle indicazioni può o deve costituire una forma di obbligo: dobbiamo piuttosto compenetrarci dalla difficile intuizione che l’attività del pensiero voluto debba essere indipendente da ogni condizione corporea e ciò, in pratica, è assai più importante per lo sperimentatore di tutte le ovvie predicazioni che avete avuto la pazienza di leggere in questa nota.
Sul numero di dicembre 2013 di una rivista romana, che si presenta come “antroposofica”, ma che ha la celata (molto mal celata, anzi sempre più esplicita…) intenzione di “ortopedizzare” in senso confessionale il pensiero e l’opera di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero, ritenuti ambedue pericolosamente dirompenti, uscì un articolo – non firmato, ma con ogni verosimiglianza attribuibile ad una persona precisa – che ha lasciato tutti oltremodo perplessi. Alcuni amici, che come me avevano avuto modo di leggerlo, mi hanno chiesto di affrontare varie affermazioni contenute in tale articolo, e di dire coram populo senza infingimenti quel che ne pensassi, soprattutto alla luce della Scienza dello Spirito e della Via del Pensiero che Rudolf Steiner e Massimo Scaligero ci hanno trasmesso.
L’invito fattomi da questi amici è maliziosamente birbonissimo, perché costoro sanno molto bene come io la pensi in proposito, e conoscono quanto io sia oltremodo polemico per carattere e collerico per temperamento. Costoro sanno altresì benissimo com’io, presentandosene l’occasione, giammai rifugga dal mettermi nei guai con l’azzuffarmi una volta sì e l’altra pure, anzi come i guai, io – saepe et libenter – li vada sconsideratamente cercando e, a loro dire, dentro voluttuosamente vi sguazzi. Ma, in fondo, perché deluderli, questi simpatici amici così birbonissimamente maliziosi? Che cos’altro potrei oramai perdere, dopo che per decenni sono stato fatto oggetto delle “premurose” e “caritatevoli” attenzioni – cristianissime, si capisce – di coloro che hanno sempre sulla bocca espressioni come “autotrasformazione nell’anima dell’altro”, “guardare sempre al punto di luce nel cuore dell’altro”, “mitezza”, “mansuetudine”, “compassione”, “disponibilità”, ed altre “virtuose” espressioni, altamente commendevoli peraltro, mentre che nella mano gli stessi “caritatevolmente” stringono quel pugnale, preventivamente immerso nel veleno, col quale darti il Dolchstoß, ossia quella pugnalata inferta rigorosamente alle spalle, tra le scapole o nelle reni, che solo da “fraterni amici” puoi ricevere, anche se non te la dovresti o vorresti aspettare?!
E siccome, oramai da decenni, il look e la reputazione me li sono irrimediabilmente rovinati, mi posso ben permettere una libertà di parola che altrimenti non userei. Evidentemente non tutto il male vien per nuocere, e persino le più grandi sciagure possono presentare notevoli e inaspettati vantaggi, ed avere addirittura talvolta persino lati divertenti. Ma veniamo al nostro argomento. Leggendo il suddetto articolo, ci è capitato di soffermarci in modo particolare sulle parole:
«La partecipazione ai riti religiosi è anch’essa una scelta libera, come in un àmbito del tutto profano, la partecipazione alle competizioni elettorali, la militanza in un partito, ecc. Lo è anche l’accedere ai sacramenti, la cui natura rinnovellatrice chiede all’asceta la consapevolezza di ripercorrere con essi, in forma simbolica e talvolta comunitaria, esperienze relative al meditare di profondità, al puro percepire, al volere consacrato, al sentire celeste. Sono queste esperienze a rendere facoltativa la loro pratica, ma in quanto condizioni o gradi di coscienza ricevuti in dono possono essere testimoniati, non per sola fede o pia attitudine come d’ordinario, là dove le circostanze lo richiedano. Essi sono l’occasione per dar prova di un discepolato e di un culto sovrasensibile indipendenti, perché antecedenti, dal magistero e dalla mediazione formale».
Quando lessi queste parole, confesso che mi si gelò letteralmente il sangue nelle vene. A parte il fatto che la politica – nell’attuale immondo mondo, ogni tipo di politica, sia essa di destra, di centro o di sinistra, moderata o radicale – è cosa sudicetta assai, ed oramai sempre di più se ne accorgono anche le persone semplici e meno edotte in materia, come dimenticare la più che giustificata avversione di Massimo Scaligero per la politica tutta intera, senza eccezioni di sorta? Egli affermava apertis verbis che i politici erano dei medium, posseduti da forze impersonali le quali, dopo averne scalzato l’io, li usano come pupazzi, come burattini svuotati di ogni sostanza interiore autentica. Egli insisteva sul fatto che nella politica vengono ad espressione i più bassi e peggiori istinti dell’uomo animale, rivestiti di una illudente verbosa dialettica, la quale può fingere la presenza di qualsiasi idealità, ma che nella sostanza è veicolo del più mendace e spietato cinismo. Ogni politica, e qualsiasi ideologia, di qualsivoglia orientamento e colore, è la manifestazione e lo strumento del Principe dell’Oscuro Pensiero: non vi è mai, in realtà, nella politica una lotta tra bene e male, bensì una lotta tra mali di segno contrario, ossia una lotta tra dèmoni, sempre tra loro segretamente concordi, sia pur nell’apparente discordia, al fine di eccitare, ovunque e sempre, brama, paura ed avversione, e spingere così i rispettivi seguaci al reciproco massacro. Quello messo in atto da tali dèmoni si chiama “giuoco delle parti”. E mi ricordo bene quel che A.V., discepolo di Massimo Scaligero sin dall’immediato dopoguerra, mi raccontava a proposito di come questi levasse brutalmente la pelle di dosso a lui e ad E.E. perché con giovanile foga si erano dati alla politica attiva, nell’illusione sentimentale di servire i propri ideali. Un episodio analogo me lo raccontò M.D., che assieme a D.E., allora adolescenti ambedue, si erano dati ad un entusiastico attivismo politico: in questo caso Massimo Scaligero procedette al loro decorticamento non in un incontro personale, bensì pubblicamente, all’interno di quella riunione del martedì, ch’egli teneva a Roma nel suo studio di Via Cadolini, con il gruppo dei giovanissimi. Per Massimo Scaligero l’esoterismo era ed è affatto incompatibile con ogni forma di politica.
Per cui mi stupii alquanto, allorché anni fa mi giunse da oltre oceano la telefonata di una persona, la quale perorò, come cosa doverosa, una mia auspicata compromissione con la politica e quella della Comunità spirituale, “perché noi – a suo dire – dobbiamo portare lo Spirito nella politica”. Gli obbiettai che a mio parere quel ch’ei proponeva mi sembrava l’esatto contrario, ovverossia un portare la politica, e le sue sozzerie, nella Scienza dello Spirito. Ora, se già è inaccettabile, oltre che inutile, il versare acqua pura di fonte in uno stagno putrido, ché ciò servirebbe solo a sporcare l’acqua versata e a smuovere il fango del fondo, lo è ancor più il versare graveolenti e sozzi liquami di fogna nelle pure linfe di un’acqua di sorgente. E proprio questo sarebbe stato il risultato della sua proposta indecente, se accolta e attuata. Naturalmente rifiutai e la lunga telefonata – come facilmente intuibile – finì a male parole. Il rifiuto fu motivo, una volta di più, delle suddette “premurose” e “caritatevoli” attenzioni, sempre cristianissime, ovviamente.
Ben più indecente e ben più pericolosa è, invece, la proposta avanzata, anzi – come vedremo – imposta, dall’anonimo articolista sopra citato. Ci vien detto, abbastanza esplicitamente, che la Via del Pensiero non sarebbe l’assolutamente nuovo nell’evoluzione spirituale dell’uomo e del mondo, l’elemento radicalmente diverso e mai prima venuto ad esistenza nell’universo, e quindi ignoto anche agli Dèi, i quali ne attendono dall’essere umano la realizzazione e il dono come Autocoscienza, Libertà e Amore. Ci viene, invece, affermato che quel che l’asceta cerca nell’individuale meditare profondo, nella percezione pura, nell’ascesi della volontà e in quella del sentire – la disciplina della Concentrazione non viene neppure nominata, ma già sappiamo come per l’anonimo articolista essa possa essere una pratica potenzialmente molto pericolosa la quale, se non proprio abolita, dovrebbe essere perlomeno alquanto limitata nella durata e nella frequenza – già si troverebbe presente, a suo dire, nei sacramenti della liturgia della chiesa cattolica, i quali avrebbero una mirabile “natura rinnovellatrice”, la cui “virtù” l’asceta “sacerdotalmente consapevole” è chiamato a testimoniare, anche comunitariamente, ove “le circostanze sociali lo richiedano”.
Beh, se così fosse, non si vede proprio il motivo di impegnarsi in un’ascesi individuale, oltremodo esigente, nonché indubbiamente molto dura e faticosa, se quel che si va cercando fosse già presente in sacramenti e riti, vecchi di molti secoli, della chiesa cattolica. Che quel che per la Scienza dello Spirito è l’assolutamente nuovo, sia in essi presente è cosa di cui – a parer mio, ma non solo mio – è lecito dubitare fortemente. Ma non solo di una tale presenza, come vedremo, è lecito e savio fortemente dubitare. Infatti, una tale libera scelta – l’accostarsi ai sacramenti e partecipare alle liturgie comunitarie o meno – in realtà non esisterebbe, e l’innominato autore dell’articolo citato lo mette in evidenza, poche righe dopo, con parole che non lasciano soverchie illusioni circa “compassione”, “mansuetudine” e “mitezza” da adoprarsi nei confronti di chi operi una tale hàiresis, ovvero una scelta diversa da quella dogmaticamente prescritta dal Sacro Soglio pontificio. Infatti, così come l’infallibilissimo papa Pio IX, proclamato beato da uno dei suoi successori (che a Roma e altrove non pochi “scaligeropolitani”, in maniera insana e improvvida, anni fa proclamavano entusiasticamente “essere antroposofo”, mentre in realtà è ben documentata la sua attiva opera di distruzione dell’esoterismo in generale e dell’Antroposofia in particolare), nella enciclica Quanta cura del 1864 e nell’annesso Sillabo, dichiarò ex cathedra essere “delirio, cioè la libertà di coscienza e dei culti”, e così il nostro articolista in maniera sommessamente minacciosa, ma neanche poi tanto sommessa, afferma:
«Si può parimenti decidere di non accedervi proprio per non turbare, in determinate circostanze, il succitato tenore interiore, ma sarebbe proprio per questo mortificante sottrarvisi a causa di un pregiudizio ideologico scampato al setaccio autoconoscitivo o per una interpretazione superba, e caparbia, della libertà. Soprattutto occorre verificare, con sacra onestà e sincerità, che la ripulsa, in questo caso del rito cattolico – ma sarebbe la stessa cosa nei confronti di altre chiese, e perfino di altre religioni – non celi in realtà l’opposizione segreta al Cristo, per l’impossibilità pagana – non certo dello spirito olimpico commovente ed eccelso dei Misteri, di un Socrate, Plutarco, Apuleio, o Seneca – di concepirne l’incarnazione la morte e la resurrezione, ossia il passaggio della trascendenza attraverso l’immanente, compiuto per un inconcepibile impulso d’amore dissipante l’autorità dei vecchi dei, questi sì ordinanti l’uomo in una rigida chiesa interiore».
Queste parole, messe nero su bianco dal nostro anonimo articolista, mostrano quanto poco sinceramente, a mio modesto giudizio, egli creda nella libertà – la stessa concessione nei confronti di altre chiese cristiane o di diverse religioni, nella fattispecie orientali, naturalmente è puramente formale e di facciata – ed evidenzia quanto poco egli riesca a concepirla se non come adeguamento alla norma dogmaticamente prescritta, perché per lui scegliere, more haeretico, di sottrarsi ad essa in nome di quel “delirio”, “errore velenosissimo”, che per Pio IX, come per il suo predecessore Gregorio XVI, è la libertà di coscienza, è naturalmente cosa perversa, che il beatificato pontefice, spietato carnefice di innumerevoli italiani, dall’altezza della sua dogmaticamente proclamata infallibilità, alla quale tutti i cattolici devono obbligatoriamente credere, nella suddetta enciclica Quanta cura, così stigmatizzava: «E mentre affermano ciò temerariamente, non pensano e non considerano che essi predicano la libertà della perdizione».
Già il suo predecessore, Gregorio XVI, nell’enciclica Mirari vos, del 15 agosto 1832, con tono apocalittico, così tuonava contro la libertà di coscienza: «Da questa corrottissima sorgente dell’indifferentismo scaturisce quell’assurda ed erronea sentenza, o piuttosto delirio, che debbasi ammettere e garantire per ciascuno la libertà di coscienza: errore velenosissimo a cui appiana il sentiero quella assoluta e smodata libertà d’opinare che va sempre aumentando a danno della Chiesa e dello Stato, non mancando chi osa vantare con impudenza sfrontata, provenire da siffatta licenza alcun comodo alla Religione. “Ma qual può darsi morte peggiore dell’anima che la libertà dell’errore?” diceva sant’Agostino. Tolto infatti ogni freno che contenga nelle vie della verità gli uomini già volgentisi al precipizio per la natura inclinata al male, potremmo dire con verità essersi aperto il pozzo dell’abisso […]. Di là infatti proviene l’instabilità degli spiriti, di là la depravazione della gioventù, di là il disprezzo nel popolo delle cose sacre e delle leggi più sante, di là in una parola la peste della società più di ogni altra funesta».
Personalmente, mi fa una notevole impressione il papale richiamarsi di Sua Infallibilità ad Agostino di Ippona, l’attivo e solerte persecutore di pagani, cristiani ariani, e manichei – quest’ultimi da lui vilmente traditi, derisi, infamati e calunniati con la coscienza di mentire, come gli rimproverò apertamente il suo antico amico, il manicheo Secondino – contro i quali chiese e ottenne l’uso del braccio secolare del Proconsole romano d’Africa. E contro i manichei egli fece impiegare la tortura talché, come egli stesso scrive, “diligenter investigati, vix confessi sunt”, ovverossia, i poveri manichei, fatti torchiare per benino, a malapena, e faticosamente, il torquator, torturatore e torcitore delle loro povere membra, riuscì nell’impresa di farli confessare. Né ciò bastò al solerte vescovo di Ippona: egli volle che il torquator, con le sue male arti e “competenze” professionali, trasformasse i malcapitati manichei da rei confessi in “pentiti collaboranti”, ossia che venissero trasformati, aut spinte aut sponte, in delatori dei propri compagni di fede, senza omissione alcuna di nomi od omertoso occultamento di fatti. In quegli stessi anni, a cavallo tra il III e il IV secolo d.C., avvenivano a Roma e in tutto l’Impero, per volontà dell’imperatore Teodosio e dei suoi pii ed augusti successori, la proibizione, pena la morte, di ogni culto pubblico e privato degli antichi Dèi, la chiusura dei Misteri di Eleusi prima e, in seguito, la distruzione nel 396 del Telesterion, del Tempio di Demetra, la Cerere Eleusina dei Romani, da parte dei Goti di Alarico, guidati da “cristianissimi” monaci nerovestiti. Ad Alessandria d’Egitto, in quegli stessi tragici anni, avvenne la confisca dei beni e l’espulsione degli ebrei, la distruzione del Tempio di Serapide, il rogo della sua mirabile biblioteca, l’assassinio da parte di altri monaci nerovestiti, con modalità particolarmente efferate e raccapriccianti, della sapiente filosofa, Iniziata e Ierofantide, Ipazia, la figlia del matematico Teone.
Ma perché, ci si potrebbe chiedere, tanto accanimento, sin dalle origini della chiesa, soprattutto nei confronti di coloro che, pagani o cristiani che fossero, non si piegavano a conformarsi a credere i dogmi prescritti e alla “osservanza”, ossia alla disciplinata partecipazione ai sacramenti e alla liturgia, di cui la chiesa pretende in privativa l’esclusivo monopolio? Le ragioni sono molte, ma in definiva son tutte riconducibili alla fatale opposizione di Scienza o Conoscenza e fede, della quale ho avuto modo di scrivere nel mio precedente articolo. Entrando più a fondo nel retroscena spirituale si tratta dell’opposizione, della radicale contrapposizione, tra Jahvè e il serpente del giardino dell’Eden, serpente caro agli gnostici ofiti o naasseni, il quale col frutto dell’Albero della Conoscenza dona agli esseri umani, tramite Eva, madre dei viventi, quella Gnosi o Conoscenza che rende “come gli Dèi, conoscitori del bene e del male”: “Eritis sicut dii, scientes boni et mali”. La cosa suscita apprensione, invidia e gelosia in Jahvè-Adonai, il quale – come ho avuto già modo di scrivere – mal vede la nascente autocoscienza e libertà dell’uomo, al punto di dire nel noto passo del Sepher Bereshith ebraico, o della Genesis greca e latina: «Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, quanto a conoscenza del bene e del male. Guardiamo ch’egli non stenda la mano e prenda anche del frutto dell’albero della vita, e ne mangi, e viva in perpetuo». È lo stesso contrasto fatale che si presenta, sino a diventare aperto conflitto, tra Caino e Abele, tra Hiram e Salomone, tra Promèteo ed Epimèteo.
Ed è notevole che Rudolf Steiner non solo parli in termini altissimi degli antichi gnostici, dei quali elogia la profondissima sapienza, ma è ancor più notevole addirittura ch’egli dia come temi di meditazione e mantram, invocazioni tratte da un testo attribuito agli gnostici valentiniani, la Pistis Sophia – in GA-165, p. 132 – e addirittura un salmo – in GA-40, p. 183 – di quegli gnostici ofiti (dal greco ὄφις-òphis, “serpente”) o naasseni (dall’ebraico נָחָשׁ , nachash, ugualmente “serpente”, variamente trascritto come nahas o naas). Questi gnostici, non solo gli ofiti o naasseni, ma anche i cainiti e i perati ad essi affini, del II secolo d. C., non disprezzavano affatto il serpente del giardino dell’Eden, tanto vituperato nell’Antico Testamento, e anzi lo veneravano come essere divino, e precisamente come essente l’Anima Mundi, cioè come quella Anima del Mondo che, similmente alla Mente del mio amato Virgilio – secondo il quale in Eneide, VI, 727, Mens agitat molem, ovvero che lo Spirito tutto anima, vivifica e muove, compresa la materia apparentemente inerte – e lo veneravano come colui che, inviato di Sophia (la quale, ad insaputa del malvagio Demiurgo del mondo materiale, aveva instillato negli uomini una scintilla divina), ha donato ad Eva e ad Adamo, col frutto dell’Albero della Conoscenza, quella Gnosi, che libera l’uomo dalla schiavitù alla fatale necessità del mondo fisico, fattura dell’arrogante Demiurgo, ch’essi identificavano con lo Jahvè dell’Antico Testamento.
La cosa giunse presto all’orecchio dei Padri della nascente chiesa cristiana, i quali ne lasciarono ampia polemica e calunniatrice testimonianza, ed iniziarono una lotta feroce al fine di estirpare la Gnosi, lotta che dapprima fu solo verbale, ma a partire dal IV secolo, una volta impadronitisi i cristiani del potere politico, anche sanguinosamente violenta. Abbiamo, a proposito della loro concezione, la testimonianza – una tra le tante – di uno dei primi Padri della chiesa, Ippolito, il quale ci riporta un testo di questi ofiti-naasseni (Refutationes V, 16,9 s.):
«Questo Serpente universale è anche la Parola sapiente di Eva. Questo è il mistero dell’Eden: questo è il fiume che scorre dall’Eden. Questo è anche il segno con cui è stato marcato Caino, il cui sacrificio non fu accettato dal dio del mondo, mentre egli accettò il sacrificio sanguinoso di Abele: perché il signore di questo mondo si diletta del sangue. Questo Serpente è quello che apparve in forma umana negli ultimi giorni al tempo di Erode …».
È evidente che sia al serpente dell’Eden che a Caino viene dato dagli gnostici ofiti e cainiti un significato “pneumatico”, ossia un significato spirituale elevato, e in qualche modo il serpente dell’Eden viene identificato con la Sapienza e con la Parola, ossia con il Logos stesso. Del resto, là dove nell’unico punto dove nel Vangelo di Giovanni, Cap. III, 14-15, si parla del serpente, il Signore ne parla in termini più che positivi: «E come Mosè innalzò nel deserto il serpente, così bisogna che il Figliuol dell’uomo sia innalzato, affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna». Il riferimento è al libro dei Numeri, XXI, 8-9, dove gli ebrei ribelli sono afflitti da serpi velenose, per cui vien detto nella traduzione ottocentesca del Martini: «E il Signore gli disse: Fa un serpente di bronzo, e ponlo come segno: chiunque essendo ferito lo mirerà, avrà vita. Fece adunque Mosè UN SERPENTE DI BRONZO, e lo pose come segno: e mirandolo quelli che eran piagati, ricuperavan la sanità». E nel libro della Sapienza, XVI, 4-7, viene ricordato che: «Perocché conveniva che irremediabil rovina venisse sopra di quelli che la facevano da tiranni: a questi poi solamente si dimostrasse in qual guisa straziati fossero i loro nemici. E allora quando contro di questi infierirono bestie crudeli, eglino erano messi a morte per le morsicature di velenosi serpenti. Ma non per sempre durò il tuo sdegno, ma per poco tempo furono spaventati per loro emendazione, avendo ricevuto il segno di salute, perché si ricordassero de’ comandamenti della tua legge. Al qual segno chi si rivolgeva, diventava sano, non in virtù dì quel ch’ei vedeva, tua per grazia di te salvatore di tutti». Il Signore, nel dialogo notturno con Nicodemo, stabilisce un parallelo ben preciso tra quel segno di salvezza – ossia il serpente di bronzo innalzato sulla croce a forma di Tau – e «il Figliuol dell’uomo innalzato». Quanto alla somiglianza con le parole che il serpente rivolge ad Eva, in Giovanni, X, 34-35, il Signore dice: «Rispose loro Gesù: Non è egli scritto nella vostra legge: Io dissi: siete dii? Se dii chiamò quelli a’ quali Dio parlò, e la scrittura non può mancare, a me, che il padre ha santificato, e mandato al mondo, voi dite: Tu bestemmi: perché ho detto: Son Figliuolo di Dio?».
Va da sé che se, come l’Ulisse dantesco, noi non “vogliamo viver come bruti”, ma al contrario “seguir virtute e canoscenza”, per realizzare Autocoscienza, Libertà e Amore, è assolutamente necessario che gustiamo il frutto dell’Albero della Conoscenza e che tendiamo la mano pure al frutto dell’Albero della Vita, ma un tale atto non è gradito al geloso ed arrogante Demiurgo, il dio di questo mondo, il quale considera l’uomo – direbbero in India –“un animale utile agli Dèi”, e l’umanità “bestiame” parimenti “utile”, ed egli non vuol certo perdere capi di bestiame o intere mandrie. Né tampoco un tale atto può risultare gradito ad una chiesa per la quale i fedeli sono “agnelli”, “pecorelle” e “gregge” da pascolare, mungere e tosare, per cui è chiaro che se i “fedeli” conquistano Scienza e Conoscenza e – per usare una espressione di Dante – cominciassero ad essere “uomini e non pecore matte”, la chiesa perderebbe tutti i clienti: per lei sarebbe davvero un pessimo affare. Per cui non è tollerabile per Jahvè e per la chiesa che l’uomo voglia affrancarsi da ogni vincolo, che voglia non credere, bensì conoscere, che voglia essere unica legge a se stesso, e libero.
E ciò porta alla concezione che la chiesa cattolica ha del cosiddetto “peccato originale”, ossia di quella colpa – a parer mio, e non solo mio, felicissima culpa – compiuta dai nostri progenitori Adamo ed Eva, con l’accettare l’invito fatto dal serpente nel giardino dell’Eden a gustare il frutto dell’Albero della Conoscenza. Infatti, si può leggere nel mai abrogato Catechismo di S. Pio X, alla domanda n° 70, le seguenti parole: «Che peccato fu quello di Adamo? II peccato di Adamo fu un peccato grave di superbia e di disubbidienza». Ecco perché l’ignoto articolista attribuisce il non accostarsi ai sacramenti della chiesa cattolica – delle altre chiese e religioni diverse, malgrado altisonanti affermazioni in senso contrario, in realtà, come direbbe la mia amica S., non gliene importa un tubero – a colpa grave e per lui sarebbe «mortificante sottrarvisi a causa di un pregiudizio ideologico scampato al setaccio autoconoscitivo o per una interpretazione superba, e caparbia, della libertà», il non voler partecipare alla liturgia della medesima.
Curioso, poi, è l’uso da parte dell’anonimo articolista dell’aggettivo verbale “mortificante”. Infatti, tale participio alla lettera significa “che fa morire”, “che dà o provoca la morte”. E chiunque abbia letto il libro mosaico della Genesi, sa bene che a destinare l’uomo alla morte non è il serpente, che donandogli il frutto dell’Albero della Conoscenza, gli dona al contempo la Gnosi liberatrice, bensì il geloso, vendicativo, e dispettoso Jahvè, il quale non tollera il fatto che «ecco, l’uomo è diventato come uno di noi quanto a conoscenza del bene e del male. Guardiamo ch’egli non stenda la mano e prenda anche del frutto dell’albero della vita, e ne mangi, e viva in perpetuo». Perciò Jahvè cacciò via l’uomo dal giardino d’Eden, e pose ad oriente del giardino d’Eden un Angelo con la spada fiammeggiante sguainata, «per custodire la via dell’albero della vita». E la chiesa, per non esser da meno dell’invido Demiurgo, per molti secoli ha condannato coloro che, ad essa disobbedienti, facevano una “scelta”, hàiresis, da lei giudicata appunto “eretica”, prima alla morte corporea tra le fiamme fisiche del rogo e poi – a suo dire – a quella spirituale tra le fiamme dell’Inferno. Beh, arrivato oramai alla mia non più verde età, ancora devo capire qual male vi fosse nel voler divenire, come gli Dèi, conoscitori del bene e del male, e soprattutto liberi.
Invece, nel Vangelo di Giovanni, XIV, 6, il Signore dice: «Io sono la Via, la Verità e la Vita», cioè Egli, ovvero l’Io Sono, principio e fondamento dell’autocoscienza dell’Io, contrariamente al Demiurgo arrogante e geloso, non condanna affatto alla morte, bensì apre il varco ed è la Via per giungere a conoscere la Verità e gustare il frutto dell’Albero della Vita. Infatti, nel precedente Cap. VIII, 32, Egli proclama: «Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». Per me, semmai, oltremodo “mortificante” – al contrario di quanto afferma l’anonimo articolista – è il rinunciare all’impresa spirituale, l’intrupparsi in un gregge, l’obbedire disciplinati e fidenti, senza fare domande inopportune ed importune, ad un pastore, il calunniare coloro che non si piegano alla mediocrità e alla meschinità del gregge, il diffamare la Via del Pensiero, la Concentrazione, chi le pratica, e il Maestro che ce le ha donate.
Non è vero che l’anonimo articolista, malgrado le comode affermazioni di facciata, metta alla pari, ossia, per così dire, sullo stesso piano la Scienza dello Spirito e Via del Pensiero, che Rudolf Steiner e Massimo Scaligero ci hanno mostrato, e la partecipazione alla vita sacramentale e liturgica della chiesa cattolica. Infatti, in un numero precedente della suddetta rivista, egli – proponendo, come rimedio di salvezza, una orripilante e agghiacciante “circoncisione eterica” – scriveva che «l’esperienza del pensiero puro-libero dai sensi è un’esperienza spontanea, ma non cosciente e quindi egoistica», il che è apertamente contro quanto Rudolf Steiner indica per es. nel V capitolo della Scienza occulta nelle sue linee generali, e Massimo Scaligero nel Trattato del Pensiero Vivente, nonché nell’intera opera di ambedue. Del resto, io stesso ebbi modo di udire dalla sua bocca – suis ipsissimis verbis – che «la Via di Massimo Scaligero è una via incompleta e superata», e che «la Via del Pensiero può diventare la via del sublime egoismo» – frase che, come uno slogan o un ritornello, sappiamo essere il cavallo di battaglia dei fans della «via dell’anima».
Infatti, il nostro anonimo articolista cerca, con consumata e suadente arte dialettica, di dare per scontato che il cristianesimo e la religione coincidano con la chiesa cattolica e la sua liturgia, sfumando in uno stile passabilmente contorto i molti punti problematici, che invero potrebbero lasciare perplessi i lettori più avvertiti. E, con ragionamenti contorti, cerca altresì di instillare sottilmente nei lettori una “salutare” diffidenza nei confronti di un esoterismo e di una Via del Pensiero, ed eziandio nei confronti di coloro che non ne vogliono saperne di piegarsi disciplinatamente alla contortodossia di una chiesa, da sempre nemica di qualsiasi gnosi, e di ogni esoterismo che portino all’esperienza e alla conoscenza diretta del Mondo Spirituale. Il nostro articolista, inoltre, cerca di far passare l’idea che l’esoterismo, compreso quello rosicruciano e antroposofico, non siano altro che la continuazione e il prolungamento – il completamento, a suo parere – di quanto vi sarebbe già nell’insegnamento della chiesa, mentre è vero esattamente il contrario. Qualsiasi volontaria autonomia o, peggio, qualsiasi critica da parte di impenitenti esoteristi nei confronti del magistero ecclesiatico, dal nostro articolista viene stigmatizzata come grave e nefanda colpa, che cela una consapevole o inconsapevole avversione al Christo, e da lui additata alla pubblica riprovazione. Egli – peraltro amico e frequentatore di ambienti che si definiscono “cattolico-tradizionalisti”, e che in realtà sono, in àmbito religioso e sociale, quanto di più reazionario, integralista e fondamentalista, con tentazioni “politiche” alquanto problematiche – rimprovera alla chiesa cattolica unicamente quello che gli ambienti più reazionari di essa le rimproverano da tempo, e pure con parole assai più dure delle sue. Ma il nostro articolista è uso ad esprimersi con una – chiamamola così… – prudenza benedettina, come nel seguente passo:
«A ben vedere, dunque, la responsabilità delle chiese, anche dal punto di vista storico, incomincia quando, a seguito di una lettura psicologica o sociologica dei Vangeli, esse si volgono con convinzione, e inevitabile rozzezza, alle molteplici applicazioni del pensiero che è stato chiamato “spaziale”, recidendo le radici platoniche e aristoteliche dal cui coinnestarsi, fin dalla stagione più luminosa della loro storia, sarebbe potuto nascere il tronco del riconsacrato Albero della Conoscenza, i cui frutti, al contrario del Pomo fatale, avrebbero avuto il sapore di cielo e terra insieme».
A parte la poetica “venustà del periodare”, come la chiamerebbe quel paganaccio di Arturo Reghini, la degenerazione – e il tradimento spirituale – della chiesa, non risale certo ai tempi recenti del modernismo del primo Novecento, scomunicato da papa Pio X, o a quelli recentissimi della fumosa teologia della liberazione, ma è ben più antica. Infatti, risale – già secoli prima dell’infamissimo Costantino – alla calunnia dei Misteri del mondo classico, alla calunnia e alla lotta contro la Gnosi ed ogni forma d’Iniziazione cristiana, e una volta impadronitisi del potere politico, alla persecuzione e allo sterminio degli Iniziati pagani, dei cristiani ariani, dei manichei, della crociata contro i catari nell’Occitania medievale e in Italia (roghi con centinaia di “eretici” a Montségur e nell’arena di Verona, per menzionarne solo due tra migliaia di casi), lo sterminio dei Templari, gli orrori dell’Inquisizione, lo sterminio di intere popolazioni in America latina, la Guerra dei Trent’Anni che in Germania portò allo sterminio di metà della popolazione (otto milioni di morti, una intera città come Halle passata a fil di spada…) proprio al fine di annientare l’impulso rosicruciano appena allora affacciatosi, le guerre di religione e la “notte di San Bartolomeo” in Francia, l’assassinio per combustione sul rogo di esseri luminosi come Francesco Stabili, detto Cecco d’Ascoli (e per poco il suo amico Dante Alighieri non fece la stessa fine), Jan Hus, Giordano Bruno, la persecuzione e l’assassino “lento”, o forse invece repentino, di Alessandro Conte di Cagliostro, la “crociata” del Cardinal Ruffo e dei suoi sanfedisti contro l’eroica Repubblica napoletana del 1799, affogata – con episodi di autentica “matta bestialità” – nel sangue per le strade e sui patiboli di Piazza del Mercato, a Napoli, la violenta persecuzione dei patrioti italiani, la loro diffamazione e la recente falsificazione del Risorgimento da parte clericale, che oggi ha la sfrontatezza di rivendicarne paternità e attuazione, per dirne solo pochissime: tutte cose delle quali per il nostro anonimo articolista non si deve parlare. Per lui è preferibile rivolgere accuse all’esoterismo:
«È tuttavia singolare, da questo punto di vista, che vi siano ambienti esoterici che rimproverano alla chiesa quello che potrebbero altrettanto giustificatamente rimproverare a se stessi. Della chiesa, essi che avrebbero dovuto percorrere il sentiero più alto e difficile, riproducono le dinamiche interne: essi che di quell’Albero avrebbero dovuto sorvegliare e incoraggiare la crescita, pur avendolo visto, non riescono a valicare il confine spaziale della conoscenza e a stabilire da anima ad anima la relazione resa possibile dalla comune frequentazione del lόgos [sic] nel pensare».
Dal nostro solerte, indubbiamente intelligente e abile – sin troppo – anonimo articolista, viene risolta e risolta, invero, con disinvolta eleganza ed una audace petizione di principio, la situazione di progressiva degenerazione e decadenza della chiesa cattolica. Ecco come si esprime qualche riga dopo la precedente considerazione di accusa delle cerchie esoteriche, che non si allineano alle posizioni del magistero ecclesiale e non intendono riconoscerne l’autorità:
«È inevitabile, e sotto certi aspetti perfino comprensibile, che già al secondo anello di trasmissione di un magistero, tanto più quanto più esso sia stato di incomparabile fattura, il pensare, anche per sincera devozione, tenda ad adagiarsi orizzontalmente sulla sua autorevolezza, consegnando agli anelli successivi una forza progressivamente meno viva. Ciò non era grave ai tempi in cui l’attuale funzione del pensare era assolta dalla ripetitività dei riti, il cui principale obiettivo era distruggere e ricreare il cosmo, annientare lo spazio e rinnovare l’atto originario; non è stato grave sino a pochi decenni addietro, quando per esempio la tradizione cattolica risolveva le sue molte contraddizioni con la fiducia assoluta nei sacramenti, consapevole di trasmettere con essi qualcosa di non toccato dall’umanità dei trasmissori, al riparo dalla loro inadeguatezza e partecipato dalla fede vivificante dei semplici, in uno scambio tra officianti e officiati che poteva non eccezionalmente evocare il sacerdozio invisibile di entità aiutatrici. L’affievolirsi di tale certezza, che nei secoli ha nutrito l’essenza della fede antica e sostanziato la vita morale e di pensiero del cattolico, edificato le cattedrali gotiche e la filosofia scolastica, ispirato poemi e opere d’arte, animato ordini monastici e cavallereschi, ha lasciato man mano prevalere la dialettica della mediazione e della strategia politica – nella cui forma il Cattolicesimo si era calato già dal suo approdo nella città dei Cesari – fino a depotenziarsi nell’adesione alla communis opinio dei grandi temi sociali. Da Chiesa dello spirito, a Chiesa dell’anima e infine dei corpi».
A tutto questo bel discorso, una volta spogliato dagli artefici dialettici e dalle figure retoriche, vi è molto da eccepire. Rudolf Steiner è chiaro che più non si potrebbe esserlo, sul fatto che fine e mèta che la chiesa cattolica si propone è la paralisi, la narcosi e l’annientamento dell’anima cosciente nell’uomo, mostrando apertamente la Schattenseite, il lato tenebroso della decadente liturgia cattolica. E questo sin dai suoi inizi, quando ancora era molto lontana dal mettere le sue mani grifagne sul potere politico romano. Strumento per realizzare paralisi, addormentamento e distruzione dell’anima cosciente, un tempo e ancor oggi, è la ritualità, della quale essa fa un uso magico, e non sacrale e religioso. Come mette in rilievo Rudolf Steiner nel ciclo Il mistero della Trinità, GA-214, nella conferenza del 23 luglio 1922, la chiesa attraverso un collegio pontificale segreto, tenuto in Italia nel III-IV secolo, iniziò la lotta per combattere col ferro e col fuoco il principio della Iniziazione, per distruggere ogni traccia di quei testi che non erano per lei accettabili, per modificare a suo libito e comodo gli altri, dichiarando infine che la rivelazione doveva considerarsi definitivamente chiusa, e che all’esperienza spirituale diretta doveva da allora in poi sostituirsi il dogma. La chiesa agì decisamente con azione di saccheggio: rubò e confiscò la morale agli ebrei, la filosofia ai greci, la religione e i suoi riti a romani ed egiziani. Tutta la liturgia è tratta dai riti delle religioni classiche, dalle cerimonie dei Misteri soprattutto eleusini, mitriaci, isiaci e romani. Persino il titolo di pontifex maximus del quale si fregia il capo della chiesa cattolica è stato rubato, anzi violentemente scippato, alla sacertà della antica religio romana. Questo è ampiamente ammesso nell’insegnamento all’interno delle pontificie facoltà di teologia, ma non deve essere detto al popolo, che deve rimanere, ignorante e ciuco.
Quanto ai sacramenti della chiesa primitiva, persino il padre Antoine Dondaine, il domenicano scopritore del Liber de duobus principis, da molti attribuito al cataro bergamasco Giovanni di Lugio, riconosce apertamente che i riti della “Chiesa d’Amore” catara erano di origine apostolica, ed i soli praticati dalla chiesa primitiva, prima delle successive stratificazioni rituali dovute al saccheggio delle religioni e dei Misteri del Mondo Classico, ovverossia la traditio orationis con la trasmissione rituale del pater noster, il consolamentum o battesimo spirituale con l’imposizione delle mani, la fractio panis come simbolo del panis supersubstantialis, la lettura in comune della parola evangelica come presenza e nutrimento spirituale da parte del Verbum o del Logos, e questo nella sua spartana semplicità era tutto. Come scrive, nel Seicento, alla fine della Prefazione al suo Novum Lumen Chemicum l’Adepto rosicruciano Michele Sendivogio, Simplicitas sigillum Veritatis.
Quanto poi alla “confessione”, posso testimoniare che Massimo Scaligero a molti di noi disse esplicitamente che era “una turlupinatura”. Mentre per quanto riguarda la messa cattolica, voglio riportare un colloquio avvenuto nel 1919, subito dopo la fine della prima Guerra Mondiale, tra Rudolf Steiner e il conte Ludwig Polzer-Hoditz, suo discepolo molto intimo, e perché non si dica ch’io m’invento le cose – questo tipo di pratiche le voglio lasciare tutte a chi agisce “creativamente” sull’opera di Giovanni Colazza e di Massimo Scaligero con “chirurgici” interventi editoriali, di tipo “cosmetico” a fini ideologici e confessionali, con eliminazione di parti e trapianto di altre, nonché col raccontare la loro storia in maniera altrettanto “creativa” – riporterò alla lettera il testo tedesco di parte dell’interessante colloquio, e la sua traduzione:
Rudolf Steiner: Da habe ich gewusst, dass wir den Michael-Dienst wieder aufrichten müssen nach dem Krieg. Denn die katholische Messe gehört einer untergehenden Epoche an, das hat man in Gutau doch wieder gesehen. Aber Riten brauchen wir, denn sie haben Formen, und Formen sind ein Ausdruck des Ewigen. Suchen wir in der Form das Ewige, so finden wir es. Und Sie, mein guter Polzer, werden dann Lehrer in der Esoterischen Schule sein, und den Menschen den Weg zu dem Christus weisen.
Ludwig Polzer-Hoditz: Aber kann man den Christus nicht auch in der katholischen Messe finden?
Rudolf Steiner: Ich habe ihn dort nicht gefunden.
«R.S.: Poiché ho conosciuto che dobbiamo nuovamente istituire il Culto Michaelita [n.d.t: il Dottor Steiner allude ai rituali della Mystica Aeterna, che venivano eseguiti all’interno della II e III Classe della Scuola Esoterica, che allo scoppio della prima Guerra Mondiale egli aveva dovuto sciogliere per gli attacchi da parte cattolica e di quelli del partito militarista in Germania]. Giacché la messa cattolica appartiene ad un’epoca decadente, il che lo abbiamo visto a Gutau. Ma noi abbiamo bisogno di riti, poiché essi hanno forme e le forme sono un’espressione dell’eterno. Se nella forma cerchiamo l’eterno, allora lo troviamo. E Voi, mio buon Polzer, diverrete istruttore nella Scuola Esoterica, e mostrerete agli uomini la Via al Christo.
L.P.-H.: Ma non si può trovare il Christo anche nella messa cattolica?
R.S.: Là io non ce L’ho trovato».
Il Dottore mette in evidenza sin dalle prime conferenze del ciclo tenuto ad Amburgo sul Vangelo di Giovanni, come la concezione teologica cattolica della “transustanziazione” sia crassamente materiale e, come tale, occultamente all’origine del successivo materialismo scientifico e positivista. Mentre, nei suoi scritti relativi alle Opere scientifiche di Goethe, egli espone una concezione altamente spirituale, in questo molto simile a quella catara, con le parole:
«Chi riconosce al pensiero la facoltà di percepire oltre ciò che possono scorgere i sensi, deve necessariamente attribuirgli anche degli oggetti che stiano oltre la realtà puramente sensibile. Ora gli oggetti del pensiero sono le idee. In quanto il pensiero s’impossessa dell’idea, esso si fonde con la base primordiale dell’esistenza cosmica; ciò che agisce fuori, penetra nello spirito dell’uomo; esso diventa uno con la realtà obiettiva alla sua più alta potenza. La percezione dell’idea nella realtà è la vera comunione dell’uomo».
Parole che ricordano quelle di Massimo Scaligero che, nel Trattato del Pensiero Vivente, scrive: «L’ideare umano è il fiorire dell’Alberto della Vita».
Il nostro anonimo articolista afferma temerariamente che i sacramenti della chiesa cattolica, alla cui frequentazione egli apertamente invita, sarebbero intoccati dalle colpe, dai crimini, dalle perversioni, dalla malvagità degli officianti i riti. Beh, questa è una petizione di principio, una sorta di “autocertificazione” interessata, che i rappresentanti della chiesa sono costretti a fare, altrimenti dovrebbero strapparsi tutti i capelli. Infatti, nella storia, sin dal IV secolo, essi hanno perseguitato, e persino sanguinosamente sterminato, coloro che in àmbito cristiano sostenevano il contrario.
Per il nostro articolista, teologicamente dogmatizzante in materia liturgica, il valore e l’efficacia di sacramenti e riti officiati – quelli della chiesa cattolica, naturalmente, perché gli altri, nella fattispecie quelli delle altre chiese non cattoliche, protestanti o riformate, non varrebbero un tubero, anzi quelle chiese per l’attuale pontefice emerito (ipse apertis verbis hoc dixit) non sarebbero neppure chiese – non sarebbero affatto dipendenti dallo stato di purità, di moralità, di sapienza, di giustizia, di grazia, e di santità dell’officiante il rito, bensì dipenderebbero unicamente dai mezzi operati, agenti in maniera per così dire meccanica, ossia dalle parole, dai gesti, dai segni, dai simboli nella loro oggettiva aseità, e così via. Avrebbero, dunque, non un valore spirituale ex opere operantis, ossia secondo un concreto atto cosciente dello Spirito di chi compie il rito, bensì essi agirebbero ex opere operato, perciò alla stregua di un mero fatto meccanicamente costringente. Questa non è una concezione spirituale, iniziatica o religiosa, bensì una meccanica concezione magica: certamente non di una magia solare o divina, ma proprio di una inferiore magia di potenza, attuata per scopi tutt’altro che spirituali: una forma – ci si passi questa espressione paradossale – di materialismo magico. Lo Spirito è unico presupposto a se stesso, non avendo niente fuori di sé. Quindi non si fa costringere proprio da un bel niente, neppure da un sia pur potente ed efficace rito magico, e non si fa usare come strumento per fascinare, dominare, e manodurre le anime per gli scopi mondani di una struttura di potere com’è la casta – e lasciamo perdere quanto sia casta la casta… – che governa nella chiesa cattolica.
Per la chiesa cattolica, l’essere umano non è – come affermavano Paolo di Tarso, e gli stessi primi Padri della Chiesa – corpo anima e spirito, bensì unicamente corpo e anima. Potremmo affermare ironicamente che, secondo l’infallibile e supremo magistero cattolico, dopo il Concilio di Costantinopoli dell’869, l’essere umano sia composto di corpo, anima e chiesa, in quanto l’elemento spirituale non apparterrebbe all’uomo, il quale lo riceverebbe unicamente attraverso la mediazione sacramentale e liturgica della chiesa, beninteso s’egli è “in comunione”, deferente e obbediente, con essa. Da una tale “comunione”, coloro che, “per una interpretazione superba, e caparbia, della libertà” (come si esprime il nostro articolista), operano un’hàiresis, una scelta “diversa”, “eretica”, o anche solo nel loro opinare dissentono, da pontefici e vescovi possono venire esclusi e, a loro dire, privati dell’elemento spirituale, ossia scomunicati e, di conseguenza, condannati alla dannazione eterna. Perché, sempre a loro dire, extra Ecclesiam nulla salus. La chiesa si serve di sacramenti e liturgia per asservire le anime, e non per liberare lo spirito.
Il nostro anonimo articolista, con abile ma insincera mossa, rivendica la continuità tra rosicrucianesimo e chiesa cattolica. Ecco cosa troviamo scritto nero su bianco sulle pagine della suddetta rivista:
«La via rosicruciana non esclude, anzi comprende, la via cristiana. La rende possibile come mai prima di questo tempo. La completa, perché ai misteri della Morte aggiunge quelli della Resurrezione».
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Naturalmente, per il nostro intelligentissimo articolista, la via cristiana è quella cattolica e viceversa, del che è lecito fortemente dubitare. Come un tempo, con i riti delle religioni classiche e delle antiche misteriosofie, la chiesa cattolica cerca, ora, di annettersi l’esoterismo rosicruciano, come del resto sta già facendo nei confronti delle vie d’Oriente. Peccato che, sin dal XVII secolo, il movimento rosicruciano si sia sempre rifiutato ad un tale mortale abbraccio. Basta leggere la letteratura rosicruciana del Seicento, cercare nella Fama Fraternitatis e nella Confessio Fraternitatis Rosae Crucis, per vedere quali espressioni dure – e risparmio al candido lettore le espressioni più forti, che potrebbero apparire ingiuriose, usate dai seguaci del rosicrucianesimo – vengano usate nei confronti dell’arrogante potenza straniera d’Oltretevere e dei suoi rappresentanti. Voglio riportare solo due brevi citazioni, a mio parere molto eloquenti, una dalla Fama : «Noi anche crediamo fermamente, che se i nostri fratelli e padri avessero vissuto nella luce chiara del momento presente, avrebbero trattato molto più rudemente il Papa, Maometto, gli scribi, gli artisti, i sofisti e si sarebbero mostrati molto più pronti ad aiutare, non semplicemente con sospiri, e augurandosi la loro fine e consumazione», e l’altra dalla Confessio : «Noi condanniamo sia l’Oriente che l’Occidente, (ovverossia il Papa e Maometto) entrambi blasfemi contro il Nostro Signore Gesù Cristo». La continuità sovrasensibile e storica della via rosicruciana è nei confronti dell’iniziazione cristiano-gnostica, di quella cristiano-kabbalistica, del cristianesimo cataro, dell’esoterismo templare, della via ermetica, e persino delle antiche misteriosofie del mondo classico, sapiente e pagano, ma certamente non della chiesa cattolica. Ci viene fatta la proposta, davvero indecente, di rendere omaggio feudale ad una istituzione che si è resa responsabile della persecuzione e diffamazione di Rudolf Steiner, del suo avvelenamento, dell’incendio del Goetheanum, della chiusura della benemerita casa editrice Fratelli Bocca per fare sparire le opere del Dottore stampate in italiano, della denigrazione e della persecuzione personale di Massimo Scaligero – cosa che io seppi dalla sua stessa bocca – e di altre “simpatiche” intraprese, nonché la proposta, altrettanto indecente, di accostarci con devota compunzione ad una liturgia dalle origini davvero poco limpide e molto controverse, della quale quella istituzione – e del livello “morale” (si fa per dire…) di molti suoi rappresentanti è meglio tacere – si serve per scopi tutt’altro che spirituali. Ma via! |
Per chi ha cuore e sensibilità di fronte a ciò che vede nell’arte (architettura, scultura, pittura, ecc.), ecco un discorso chiaro e nel quale sono assenti le elucubrazioni che vengono partorite dall’eccesso di onanismi intellettualistici i quali mascherano tutte le nullità, o peggio, le oscenità galleggianti nell’artificioso bacino di molta parte della cosiddetta arte contemporanea.
Nell’epoca della omologazione globalizzata può risultare difficile, persino faticoso l’essere costretti a nuotare controcorrente. Non per stizza o contraddizione aprioristica ma per opporsi necessariamente ad una deriva che si spinge verso il basso e poi più in basso ancora. E non si creda, ingenuamente, che ciò derivi solo da una “beata” incoscienza. V’è, ad esempio e proprio ora, una corrente di architettura che nel suo “manifesto” si oppone ad ogni idea di trascendenza o almeno di bellezza: il suo scopo dichiarato è costruire in nome del brutto e del disgustoso.
Qui propongo un piccolo anticorpo: un breve intervento tenuto a Roma nel 1952 di Hans Sedlmayr (1896-1984), uno tra i più importanti storici dell’Arte del XX secolo.
Certamente ciò che esprime può essere non condivisibile (la sua biografia porta le stimmate del tradizionalismo, del nazismo e del cattolicesimo: che sottendono, nell’esteriore, il bisogno interiore di un “centro” perduto), ma il filo del suo pensiero mi pare, come ho detto nelle prime righe, assai chiaro e di un certo valore. Ho simpatia (che, credo sarebbe condivisa per i contenuti che seguiranno, anche da C.S. Lewis: qualcuno ricorda i dipinti appesi nella stanza iniziatica del dott. Frost in Questa orribile forza?) verso chi parla con conoscenza non raffazzonata, sebbene non possa essere indipendente da un certo punto d’osservazione: condizione inevitabile per ogni uomo che non si finga angelo.
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In quali condizioni un’opera d’arte o l’arte di un artista o di un’ epoca può essere chiamata demoniaca (che significa, come avevamo convenuto, cacodemoniaca, ossia derivante dallo spirito maligno), diabolica o infernale.
Sul piano di una storia dell’arte che abbia pretese di autonomia, e dunque di estetismo puro, è impossibile stabilire utilmente un concetto di arte demoniaca. Di più: su tale piano non si riesce neppure a percepire quale sia il senso esatto del termine ‘arte demoniaca’; termine peraltro indispensabile a penetrare realmente i fenomeni artistici e a discernere efficacemente i diversi spiriti che si manifestano nelle arti. Per giungere a tale discernimento è indispensabile fare quello che l’estetismo non fa: prendere sul serio le opere d’arte.
A tale scopo è necessario considerarle come enunciazioni, enunciazioni plastiche riguardanti stati di cose reali e ontologici, enunciazioni che possono essere vere o false (o insensate) al pari delle enunciazioni verbali.
Procedendo così, difenderemo la seguente tesi: un’opera d’ arte è demoniaca, diabolica, quando conferma con l’immagine un’enunciazione ontologicamente falsa su Dio, gli angeli, l’uomo, il mondo, la natura ecc.; ossia quando esprime tale enunciazione sotto una forma artistica che impegni lo spettatore ad approvare e accettare la falsa asserzione. Tale opera d’arte è un ‘rovesciamento’, divenuto forma, non solo dell’ordine dei valori, ma anche dell’ordine ontologico, e ciò corrisponde peraltro al senso primo del termine diabolus, diabolico. Dal punto di vista oggettivo, in rapporto all’essere e a ciò che è, si tratta di una menzogna, proprio come il diabolus è il ‘padre della menzogna’. E dal punto di vista soggettivo, in rapporto allo spettatore, si tratta di ‘seduzione’, proprio come Satana è il ‘seduttore delle origini’.
Ecco alcuni esempi per illustrare la tesi.
Un pannello murale della biblioteca del college di Dartmour negli Stati Uniti dovrebbe raffigurare un ‘Cristo’, opera del messicano Orozco, pittore espressionista della seconda scuola. Il personaggio si solleva in aria, i fianchi cinti da un lenzuolo, e sopra il grembiule di cuoio da operaio, con le stigmate che indicano in lui il Cristo. Ha le gambe divaricate, il pugno sinistro teso in avanti, nella mano destra stringe una grande ascia. Il volto, dallo sguardo di una fissità demoniaca, ricorda la fisionomia nota come quella di Lenin. Sullo sfondo, ai piedi di un’immensa piramide formata da armi belliche, fucili, cannoni, carri armati ecc., giacciono gli idoli rovesciati: la Colonna greca e l’immagine di Buddha. Ma giace a terra anche la Croce, rozzamente intaccata. Il Cristo-Operaio l’ha distrutta con l’ascia.
Il quadro costituisce indubbiamente la rappresentazione plastica più radicale del mito del proletario, vero uomo-Dio, che non partecipa del peccato originale dello sfruttamento, che scaccia le potenze delle tenebre, abbatte gli idoli, porta la Salvezza con l’azione e annuncia l’era nuova. L’opera è nata dallo spirito dei manifesti di propaganda dei senza-Dio sovietici, evocati anche dal carattere pubblicitario dello ‘stile’, che spesso addirittura la superano quanto a veemenza blasfema. Infatti, dal punto di vista cristiano, il quadro di Orozco è blasfemo. Ontologicamente parlando, non si tratta solo di una falsa enunciazione: poiché un Cristo che fa a pezzi la sua croce con l’ascia non potrebbe in alcun modo essere il Cristo; è il Ribelle, diabolicamente travestito, con la maschera del Cristo. Ci troviamo qui in presenza del ‘rovesciamento’ insensato di tutte le immagini concepibili del Cristo. Un rovesciamento, evidenziato appassionatamente dallo stile dell’autore, che ci invita con sguaiataggine a dichiarare la nostra appassionata adesione. Il diabolico dell’opera prendendo le parole alla lettera: la confusione volontaria dell’immagine del Cristo con quella del Ribelle si manifesta apertamente e senza veli. Quanto scompiglio degli spiriti anche nel nostro tempo! Basti pensare al fatto che il quadro è stato dipinto per la biblioteca universitaria di un Paese in fin dei conti cristiano.
Un’incisione di James Ensor porta il titolo Diavoli che bastonano angeli e arcangeli. Se la tela di Orozco è il rovesciamento di una raffigurazione del Cristo, questo disegno è il rovesciamento del vecchio tema occidentale della caduta degli angeli ribelli e del loro capo Lucifero. La plasticità dell’incisione, non priva di grande fascino grafico, porta tutti i tratti del caos incarnato. Nel disegno angeli e arcangeli sono provvisti degli stessi elementi di deformazione, bruttezza, perversione e oscenità dei diavoli vittoriosi. Ecco un esempio eclatante d’immaginazione demoniaca.
Ma non facciamoci illusioni: una tavola come l’Angelus Novus di Klee appartiene alla stessa famiglia di prodotti attraenti d’una immaginazione diabolica, checché ne dica un’ interpretazione ad usum delphini dell’arte di Klee. Infatti, qualunque forma possa assumere l’immagine di un angelo nella rappresentazione umana, mai potrebbe rivestire quei tratti grotteschi e idioti. Il leggero tocco di umorismo sardonico, piuttosto che attenuare, accentua l’orrore dell’apparizione.
Un quadro di Max Ernst, tra i protagonisti del sedicente surrealismo, mostra la Vergine che bastona il Bambino Gesù coricato sulle sue ginocchia. La freddezza glaciale dell’esecuzione accentua il carattere blasfemo del soggetto fino al livello di ironia sacrilega.
Accanto al ‘rovesciamento’ dell’immagine del Cristo, degli Angeli, della Vergine, quasi tutte le scuole di ‘arte moderna’ fanno apparire una deformazione dell’immagine dell’uomo, del volto umano e del mondo familiare che circonda l’uomo, deformazione tendente al demoniaco.
Le varianti di tale demonificazione sono sterminate, come le negazioni della verità, ma è possibile raggrupparle in alcuni cicli infernali.
L’uomo viene sfigurato sotto le sembianze: dell’insetto (Ensor); della maschera vuota senza sguardo (Picasso); del fantoccio cavo (George Grosz); del congegno (de Chirico); del robot (Archipenko); della macchina (Duchamps); della chimera (Max Ernst); del mostro (Picasso, Moore, Dalì); del demonio (Max Ernst, Dalì e soci). .
Ciò significa che, attraverso l’immagine, si trasferiscono sull’uomo tutti quei tratti che la concezione occidentale dell’inferno aveva attribuito agli esseri dalle smorfie sataniche che popolavano il luogo di dannazione. E ciò che fa subire all’uomo, l’immaginazione dell’arte moderna può ugualmente applicarlo al mondo che ci circonda e a ogni creatura solidale con l’uomo. L’universo dell’uomo si perverte in un tipico paesaggio infernale (basti ricordare i ‘paesaggi’ dei surrealisti).
Se parliamo, a giusto titolo, di deformazione, non intendiamo una deviazione dal canone naturalista. Nel quadro stesso di un’arte sovra-realista si osservano deformazioni della figura umana: in tal caso si tratta di veicoli che devono sollecitare lo spirito, attraverso l’immagine, a elevarsi su un piano superiore a quello ‘meramente umano’. Pensiamo all’Angelo dell’Apocalisse di Bamberga, che scaglia la macina in mare: la sua mano, quattro volte più grande di quella di un uomo, simboleggia la potenza sovrumana del gesto. Pensiamo all’Angelo dell’Apocalisse di Dürer: le sue gambe sono colonne fiammeggianti, il corpo rilascia raggi immateriali, ma la testa è puro volto d’uomo. Assimilare tali figure agli angeli di Ensor o di Klee equivarrebbe a rinnegare e falsare le distinzioni più certe. E tale osservazione vale in maniera assolutamente generale.
Ci sono poi deformazioni dell’essere umano, della sua figura, del suo volto, che restano ancora nella sfera dell’umano.
Ontologicamente parlando, l’uomo nello stato di decadenza è al tempo stesso sublime e infranto, grande e miserabile, piacevole e brutto. Se dunque altri artisti moderni mostrano l’uomo afflitto da tutti i segni della sua miseria deformato, sfigurato, infranto, talvolta sul punto di decomporsi, segnato da tratti oscuri del nulla dove si trova proiettato, stilizzato sotto le apparenze del criminale, dell’idiota o dell’alienato ciò è unilaterale, ed è molto rischioso mostrare all’uomo immagini simili del suo essere. Ma non è ontologicamente falso, e dunque non è illegittimo. È infatti pregiudizio meschino credere che l’uomo debba abbellire una realtà presunta oggettiva.
Se il Rinascimento e il Barocco hanno mostrato, unilateralmente, l’uomo nella sua nobiltà, magnificenza e divinità astraendo dalla morte e dal peccato, e questo comportava a sua volta dei rischi non è meno legittimo farlo apparire nella sua condizione infranta e precaria. Il Medioevo conosce bene l’immagine del Cristo sfigurato dalla sofferenza e persino brutto, un Uomo-Dio il cui aspetto è privo di bellezza.
Ma le deformazioni dell’uomo sopra menzionate sono di tutt’altro ordine. Si tratta di enunciazioni ontologicamente false, sotto forma d’immagine e attraverso l’immagine, che si rapportano alla natura, all’essenza stessa dell’uomo. Rimproverare tale deformazione verso l’infra-umano alle tendenze dell’arte moderna che la rappresentano, non significa volerla misurare secondo il canone naturalista dell’immagine umana, come insiste a ripetere chi difende tali tendenze. Quella deformazione corrisponde invece a una falsa enunciazione attraverso l’immagine.
Poiché, per quanto in basso sia caduto, mai e poi mai neanche nelle sue degradazioni estreme l’uomo è diventato insetto, maschera, manichino, congegno, macchina, robot, fantasma, chimera, demone.
Tuttavia bisogna riconoscere che questi sono altrettanti pericoli che aspettano al varco l’essere umano; essi non sono apparsi mai così visibili come ai nostri giorni. Ma se dovessimo interpretare in tal senso tutti quei dipinti, le deformazioni plastiche e grafiche dell’uomo dovrebbero venir mostrate con tono di lamento, compianto o minaccia. Ebbene: nella maggior parte dei casi, è proprio quel che non accade.
Da: Avvenire-Agorà,2007.