I SAGGI DI ANTONIO

I SAGGI DI ANTONIO – N. 4: IL LOGOS E IL PENSIERO

 

Si possono praticare gli yoga più rigorosi, possedere le tecniche segrete del Tantrismo, essere partecipi di catene occidentali operanti secondo canoni ritualmente ineccepibili, conoscere le più sottili distinzioni del “tradizionale” dal non-tradizionale: tutto ciò serve ben poco allo sperimentatore di questo tempo, se egli non avverte che il pensiero da cui muove e mediante il quale comunque regola se stesso e fa le sue scelte interiori, non è il vero pensiero, ma il riflesso di una luce originaria che non gli è cosciente, e che tale riflesso, come processo dialettico, dipende in gran parte dall’organo cerebrale, che normalmente, come uno specchio deformante, lo altera, asservendolo ad influssi ascendenti dalla natura corporea. Un tale pensiero riflesso gli può concedere tutte le soddisfazioni dialettiche e persino esoteriche, ma non lo lascia uscire dal limite umano, soggettivo, luciferico, in realtà materialistico.

Un tale pensiero riflesso può anche apparire sagace e sublilmente filologico nella identificazione del “tradizionale”, severo nella sua tensione critica, fedelmente echeggiante lo stile dei maestri della Tradizione: può mettere a posto tutti, dando a ciascuno la lezione che merita riguardo al suo tipo di allineamento, e tuttavia non afferrare la benché minima particella del mondo sovrasensibile in nome del quale parla. Il riflesso in realtà, non è luce.

L’arte del cercatore di questo tempo è risalire dal riflesso alla luce, dal pensiero morto al vivente. Morto è invero il normale pensiero intellettuale, o razionale: effettivamente gli è vietata la connessione con il Logos, con il Mistero perenne della Iniziazione, cioè “secondo Melchisedec”.

Non sarà mai abbastanza sottolineata l’importanza che ha per lo    s p e r i m e n t a t o r e  l’ascesi del pensiero, ai fini di un accesso non erroneo al dominio del Logos. Tale ascesi ha come oggetto lo svincolamento del mentale, e perciò di tutta la vita interiore, dalla mediazione cerebrale, per il fatto che eccezionalmente si realizzi l’indipendenza del pensiero logico dalla mediazione, sino alla percezione di qualcosa che cessa di essere pensiero: è piuttosto forza-pensiero.

Si tratta della prima percezione interiore autentica, cioè lucida come una normale percezione sensoria. Nell’adepto moderno, infatti, il lucido stato di veglia della normale esperienza autocosciente, logica o matematica, è la misura della regolarità della percezione sovrasensibile. Ogni forma di sperimentazione che dia luogo a sonno, o sonnolenza, o condizione sognante, non è spirituale, ma medianica, anche se il suo contenuto presenti caratteri di grandiosità.

Una condizione sognante poteva legittimamente accompagnare determinate esperienze magiche, o mistico-estatiche, ancora alla fine del 1800, attingendo esse ai sopravviventi residui di una connessione del corpo vitale superiore con le forze pre-dialettiche del pensiero: non più oggi, date le operazioni compiute dai Maestri iniziatori – secondo l’Ordine dell’Iniziatore perenne – nell’aura della Terra, in rapporto all’inevitabile stato di ottusità di coscienza della generalità umana, determinatosi con la ulteriore caduta nel materialismo, cioè con la definitiva discesa della coscienza al
livello del pensiero riflesso, la cui regolarità è esclusivamente logico-matematica.

E’ il livello all’altezza del quale è inevitabile il materialismo, ma è parimenti il primo livello in cui l’uomo può accogliere l’Io allo stato di veglia. Ma occorre che questo stato di veglia sia reale. La coscienza dialettica è già semisognante. E’ importante rendersi conto che si tratta della forma più bassa della manifestazione dell’Io, inizialmente incapace di distinzione di sé dalla sfera degli istinti, ma proprio perciò capace di potere individuale. E’ inevitabile che l’autocoscienza nasca dapprima come inferiore individualismo.

Tuttavia, non si tratta di evirarsi, rinunciando al potere dell’individualità, bensì di liberare questa dall’inconscia identità con gli istinti. La forza degli istinti appartiene all’Io: deve essere recuperata da questo. Grazie alle giuste discipline, che occorre riconoscere, riconoscendo il Maestro dei nuovi tempi, gli istinti, purificati, risorgono come poteri dell’Io. L’operazione è simboleggiata dal fiorire delle “rose rosse” dalla croce nera: segno, questo, dell’ordine originario dei quattro elementi riaffermantesi sul caos, presente appunto nell’uomo come dominio degli istinti sottraentisi all’Io. L’Io è in sé l’Io superiore.

Il cercatore di questo tempo deve rendersi conto che sperimentare lo Spirituale significa non avere sensazioni eccentriche o evocare simboli pre-interpretati, bensì percepire concretezze assolutamente sovrasensibili, altrettanto obbiettive quanto quelle sensibili, anzi assai più reali di queste. E’ proprio tale realtà che contrassegna l’obbiettività dell’esperienza e del suo potere solare. Se vuole sperimentare il Sovrasensibile, il pensiero deve afferrare se stesso non in una ipotetica sua determinazione, bensì là dove il momento della indeterminazione è quello della sua attività più lucida e originaria, in quanto processo produttivo di concetti e idee: qui la coscienza può attuare una sua realtà che normalmente le sfugge, pur presupponendola di continuo.

Lo strumento interiore che consente all’indagatore di concepire il Sovrasensibile è il pensiero. Quale che sia l’esperienza della coscienza a cui possa accedere e che giunga a formulare, non essendogli possibile dapprima se non mediata, da pensiero a pensiero, da idea a idea, così da essere in verità sostanziata di pensiero, esige che egli ponga l’esperienza predialettica del pensiero alla base della ricerca. Egli può dapprima avere il Sovrasensibile come contenuto noetico “tradizionale”, praticamente come contenuto di pensiero: il passo ulteriore è la percezione di tale contenuto, mediante un’attività interiore talmente intensificata da potersi attuare essa stessa come contenuto.

L’indagatore apprende che non si tratta di elaborazione razionale di un contenuto estrarazionale, bensì di penetrazione interiore del moto puro della razionalità. Il pensiero è lo strumento della coscienza e della coscienza di sé. La coscienza si manifesta bensì mediante il supporto dei centri corticali, del tronco encefalico e l’incontro degli organi sensori con il mondo sensibile, ma essa può sapere di tale mediazione grazie a un atto di pensiero, indipendente dalla mediazione stessa. Nel momento in cui la coscienza di tale atto sorge, l’uomo ha il reale rapporto con il mondo e con se medesimo.

E’ legittimo parlare: a) di una forza-pensiero esistente prima della mediazione cerebrale; b) del suo farsi cosciente grazie a tale mediazione; c) della sua possibilità di attuarsi cosciente fuori della mediazione, in quanto la conosca e la superi. Si può dire che il pensiero moderno si è inceppato nella seconda fase, che ha senso unicamente in ordine alla prima e alla terza. Coloro che oggi contestano la civiltà tecnologica, inconsapevolmente tendono alla terza fase, ma permangono prigionieri nella seconda, perché non dispongono di sufficienti forze di coscienza per intenderla: cadono nell’equivoco di un’azione volta contro strutture economico-tecnologiche il cui esistere è in sé un valore neutro: è illegittimo soltanto alla posizione del pensiero, soggiacente senza saperlo alla mediazione cerebrale e perciò incapace di quella identità con sé che sola può decidere del giusto uso della tecnologia.

Chi osservi il processo razionale, in effetto constata come ordinariamente il pensiero divenga cosciente di sé nel momento del suo determinarsi dialettico, che è il momento della mediazione cerebrale. Come antecedente di tale momento, mediante la concentrazione, può intuire il puro moto del pensiero: che può dirsi metadialettico. Questo moto è tanto più sollecitato a divenire cosciente, quanto più il pensiero è capace di di volgere non alla propria dialettica, ma a se medesimo: che è a dire, non alla comprensione del proprio essere, ma al proprio essere medesimo: che non ha bisogno del proprio essere compreso, per essere.

Da una simile osservazione si ricava in primo luogo che il pensiero ogni volta diviene cosciente, in quanto determina se stesso da un prius indeterminabile, che è il suo essere. Di continuo si pensano pensieri di cui non si ha preventiva coscienza e di cui non si presuppone il contenuto. Non c’è nessun nume che predisponga i pensieri che l’uomo pensa: ogni pensiero ha in sé la propria essenza. Lo sperimentatore in tale direzione può riconoscere il punto in cui sorge il suo essere libero, come pensiero. Tale libertà egli può attuare come percezione del momento originario del pensiero, o come visione interiore del suo determinarsi. E’ la via cosciente al Logos.

Quando volitivamente si rivolge al pensiero l’attenzione cosciente, come nella concentrazione, si constata che esso scaturisce da una “zona” di cui inizialmente non si deve avere coscienza, se si vuole trarre da essa tale attenzione, che è una con il momento originario del pensiero. Risulta qui una direzione verso la quale occorre dirigere la ricerca, se si vuole incontrare la soglia della coscienza e sperimentare ciò che significa il mondo intuibile oltre essa. Si è sulla Soglia mentale del Sovrasensibile, ossia là dove si ha la possibilità di percepire dinamicamente la diversità profonda dello Spirituale dallo psichico.

Il problema del Sovrasensibile postula il metodo della penetrazione della struttura del pensiero. Occorre che il pensiero realizzi il proprio essere metadialettico, perché possa attuare in sé le funzioni estracoscienti o supercoscienti dell’Io, grazie al quale dominare la subcoscienza, o l’inconscio emozionale-istintivo. Tra il supercosciente dell’Io e l’inconscio fisiopsichico deve essere sperimentata dall’indagatore una distinzione essenziale, se egli non vuole essere tratto su un sentiero illusorio, e perciò patologico, dalla mistione ordinaria delle forze psichiche: in quanto non sappia distinguere la cosa dal concetto della cosa, l’inconscio dal concetto di inconscio; concetto in cui già l’inconscio comincia a essere dominato.

Quanto poco una simile distinzione sia speculazione filosofica o introspezione psicologica, si può ricavare dal fatto che l’operare mediante il concetto implica non la comprensione o l’elaborazione di un determinato significato, bensì la percezione della sua dinamica: come di un contenuto che non ha bisogno di venir capito, per essere nostro. Il capire infatti è già un uso determinato del concetto, in relazione a qualcosa di cui si vuole il significato. La filosofia può dare la dialettica del concetto, ma in quanto filosofia cosciente dovrebbe indicare, come sua ultima istanza, la osservazione del pensiero, fuori dal suo significare qualcosa. Tale

osservazione, o contemplazione, conduce a percepire in un primo momento l’identità con sé dl pensiero e, in un secondo momento, l’unità originaria del pensare con il sentire e il voler, connessa con le Gerarchie del Cosmo. Si tratta della sfera supercosciente dell’Io.

L’esperienza del concetto è un’operazione pre-iniziatica. E’ importante rendersi conto che il concetto è in realtà non è una sintesi di rappresentazioni, ma anzitutto un quid adamantino che si serve di tale sintesi.

L’esperienza del concetto dà modo all’indagatore di enucleare un puro potere di pensiero capace di identità con le forze profonde del sentire e del volere. Egli ha a che fare con qualcosa di più del pensiero dialettico: con la forza-pensiero che sempre lo produce in relazione a un dato. Il dato viene tolto alla sua immediatezza dal pensiero in movimento: questo pensiero può essere ravvisato come un dato esso stesso e come tale percepito. In tale direzione è possibile incontrare le forze da cui normalmente scaturisce la vita dell’anima. Potendo avere obbiettiva innanzi a sé la corrente del pensare nella quale normalmente è immedesimato, l’indagatore riesce a percepire le forze cosmiche interne al pensare: il puro sentire, il puro volere. Le sente fluire dall’Universo, animare la natura e in lui farsi veicoli dell’Io Superiore.

Se può sperimentare il pensiero non come pensiero di qualcosa, ossia non come forma di un qualsiasi contenuto sensibile o interiore, ma come forza formatrice non vincolata ad oggetto, egli si trova dinanzi a un contenuto in sé, fatto di puro pensiero e dotato di interna vita. Se giunge a contemplare tale contenuto, lo sperimenta come affiorare di una corrente di vita indipendente dal sentire e dal volere ordinari, ma in sé recante le forze originarie di questi, il Logos fluente dal Cosmo. Interiormente egli può sperimentare una distinzione decisiva, tra il sentire-volere necessitante la coscienza mediante la forma richiesta dalla natura soggettiva, e le forze originarie del sentire e del volere, che egli percepisce grazie all’esperienza liberatrice del pensiero.

Può scoprire che a questo livello si svolge la vera relazione del pensiero con il sentimento e la volontà, in quanto il pensiero muove secondo il suo immediato potere di estrasoggettività, o di universalità. A un tale grado, il discepolo si trova alla Soglia del Mondo Spirituale. Comprende il vero senso della Via del Pensiero. Il pensiero deve essere posseduto, sino a che dalla sua estinzione nasca la forza di luce di cui esso è alienazione: ma a questo punto egli sa che la Luce viene dal perenne Iniziatore degli Iniziati.

Nell’epoca dell’autocoscienza, una guida spirituale può aiutare il discepolo soltanto se gli dà modo di attingere in sé le forze per l’accesso al Sovrasensibile, che è a dire per l’incontro con il proprio Maestro iniziatore. Non lo abbaglia con dottrine presupponenti una specifica visione del mondo o con interpretazioni già fatte di simboli e miti, bensì lo aiuta a essere egli stesso il liberatore del pensiero dalla maya dialettica e l’interprete diretto dei simboli Un simbolo già interpretato può divenire un ostacolo alla identificazione del suo contenuto trascendente, salvo che l’operatore abbia già realizzato l’indipendenza del pensiero da qualsiasi dialettica, sia pure formalmente esoterica.

L’attuale periodo è reso ancora più saturo di insidie dal fatto che la dialettica di taluni “maestri” può essere formalmente esoterica, grazie ad un padroneggiamento del pensiero, che tuttavia non è superamento del limite dialettico: perché tale superamento può avvenire solo grazie a un ben determinato metodo, all’interno del pensiero stesso, come atto non dialettico, che congiunge il puro mentale individuale con l’Intelligenza cosmica. In verità chi trova Melchisedech, trova il Logos. Se non trova il Logos, è perché non ha potuto ancora incontrare Melchisedech. Occorre meritare di conoscere, o riconoscere, il metodo giusto.

Antonio Massimo

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Nota di Isidoro:

Allora, cari amici, i quattro scritti precedenti, che sono nell’ordine: Scienza dell’Io e Concentrazione, L’illuminazione, Concentrazione e Liberazione, Il Logos e il Pensiero, furono scritti da “Antonio” per ambienti di esoterismo tradizionale. Scritti quando il suo nome riuscì a varcare le fortificate muraglie di ambienti che, di solito, tra la rappresentazione dell’Antroposofia e la morte avrebbero indiscutibilmente scelto la seconda. Perciò appartengono ai tempi della sua avanzata maturità. Senza polemizzare con questo o quello, “Antonio” in questi quattro articoli dice tutto quanto è necessario. Anzi, notate come in poche righe di “Concentrazione e Liberazione” indica l’operazione fondamentale, capita da pochi e favoleggiata da troppi.

Ho scritto “dice tutto quanto è necessario”, cioè senza damaschi o arabeschi. Non nasconde nulla e anzi, troverete che sovente ripete più volte gli stessi concetti, perché vuole che le cose siano capite.

Potete studiare questi Saggi, perché è fatale che interi brani non vengano compresi. Ma, per favore, non pensate neppure per un attimo che siano troppo difficili, e che perciò dunque non vi riguardino. Faccio un esempio facile: si parla di “anima cosciente” o di livello “matematico o logico”: allora uno pensa di essere già fuori dal gioco. Così non è: riuscite a misurare i lati di un tavolo, indipendentemente da passioni, simpatie, opinioni? Fate vostra per qualche attimo la condizione interiore che avete messo in moto mentre misuravate, la “condizione” vostra e del vostro pensiero in quel momento. Fatto? Bene! Eravate nella condizione che viene chiamata “anima cosciente” e avete applicato tutta la matematica e tutta la logica del mondo!

Continuate così, date concretezza ad ogni frase, riferitela a voi, alla vostra vita e se qualcosa proprio non passa, quello è un mistero per il futuro, è l’impulso propulsivo per i giorni che verranno…se ci date dentro con la disciplina di pensiero. Nemmeno Padreterno potrebbe spiegare razionalmente tutta una serie di esperienze che sono anche di un pelo sopra la razionalità.

“Antonio” ha detto tutto il necessario per chi volesse tentare (due settimane, vent’anni, chissà).

Già che ci siamo, per molti sarà chiaro che qualche pedata la molla al Barone e al Francese, ma se avete gli occhi aperti, certe osservazioni valgono per tutte le figure che non danno il retto aiuto ai discepoli, per tutti i Movimenti che, formalizzandosi, razionalizzano lo spirituale che c’era e che se c’era, se l’è svignato da un pezzo e per coloro che hanno preferito fare qualche passo indietro verso un più facile settarismo, fideistico e simil-mistico: alla fin dei conti notevolmente peggiore rispetto all’interminabile “studio” praticato da diversi antroposofi.

Ah! Mi stava sfuggendo: m’è parso che l’Autore sottolinei un tantino spesso il prius del pensiero. Strano! Proprio ora in cui s’è arrivati (come disciplina esoterica del volere) al sacrificio di saltare il bicchiere di vino a pranzo…

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I SAGGI DI ANTONIO – N. 3: CONCENTRAZIONE E LIBERAZIONE

 

La concentrazione del pensiero dell’asceta dell’attuale tempo, contiene una possibilità di liberazione dell’anima dalla natura fisiopsichica, che nessuna ascesi trascorsa ha potuto conoscere, proprio per il fatto che mai il pensiero si è legato alla natura inferiore come in questo tempo. In effetto l’indagine esclusivamente fisica del reale si compie a spese di un pensiero che entra nel sensibile, a condizione di ignorare il proprio autonomo movimento: non riconosce il proprio spirituale intuire le verità fisico-matematiche, che crede perciò gli giungano da fuori, dai fenomeni e dai calcoli. Continuamente l’elemento interiore del pensiero, irriconosciuto, viene annientato.

Ove questo pensiero, mediante retta ed energica concentrazione, realizzi il proprio autonomo movimento, conquista se stesso in una profondità del sensibile, al cui livello, come uno stato di sonno catalettico, questa costituisce per esso la più profonda degradazione. Non è la Scienza della quantità la degradazione, ma il pensiero che si vincola ad essa. Il Materialismo in realtà è una simile degradazione.

L’ekâgrata dell’asceta di questo tempo perciò non può non essere una disciplina ardimentosa.

Non vi è altra via per debellare il Materialismo. Il Materialismo non si vince con persuasioni spiritualistiche o dialettiche, ma con un’azione interiore rigorosa, precisa come una operazione matematica. Ma occorre tale tipo di azione, occorre conoscere che cosa è realmente il canone della retta concentrazione, oggi.

Si tratta di una liberazione del pensiero dal vincolo più sottile, il meno consapevole, che non viene risolto dall’essere cultori dell’idea tradizionale, ma soltanto dalla realizzazione della indipendenza del principio pensante da qualsiasi condizione, anche da quella tradizionale. L’essere assolutamente liberi da qualsiasi dogma, da qualsiasi mito, da qualsiasi principio, che non sia l’assoluto a priori della coscienza, è il presupposto vero. Qualsiasi nome assuma un altro presupposto, è un inganno.

Il pensiero più degradato oggi è quello stesso che, mediante concentrazione di profondità, può diventare il pensiero più potente, sintesi delle forze dell’anima, in quanto il più coincidente con la tenebra della materia. Oggi, la possibilità del samadhi, della “visione penetrante” e dell’azione sovrasensibile è insita nel tipico pensiero razionale rivolto al sensibile.

L’esperienza sensibile-razionale è il grado iniziale, epperò il più basso, di una esperienza cosciente del Sovrasensibile. Lo stato di sogno e di sonno profondo del pensiero che s’immerge nel sensibile, risponde ai gradi superiori della coscienza, cui l’asceta antico si elevava evadendo dal sensibile. Questi gradi di coscienza, rispondenti allo stato di sogno e di sonno al livello sensibile, il pensiero cosciente li contiene in sé e solo penetrando in sé può sperimentarli: nell’Autocoscienza esso ha l’inizio di tale possibilità.

E’ la realizzazione della coscienza di sé indipendente, che esso ha preparato come senso ultimo del proprio movimento: l’identità assoluta e impersonale con un contenuto che non è valido in sé, ma come segno di una operazione di profondità: il sentiero nuovo dell’anima, volta in forma cosciente al ritrovamento del Logos.

Il moto non cosciente del pensiero che s’immerge nell’oggetto sensibile, è in sé la forza di superamento della soggettività e della psichicità: il discepolo moderno ha la possibilità di realizzare coscientemente tale forza. Suo compito è sperimentare obbiettivamente il pensiero mediante cui sperimenta il sensibile, per entrare veramente in un superiore segreto di sé e del mondo.

Sembra che il pensiero riflesso sia tale in quanto aderisce al sensibile: in realtà il pensiero riflette il sensibile grazie alla coincidenza di profondità con il sensibile della sua parte non cosciente. Il pensiero tuttavia è uno. Il pensiero riflesso è soltanto l’ a p p a r i r e  del pensiero. Da questo apparire occorrerebbe non trarre la cultura, ma far sorgere il reale pensiero.

Ove il profondo potere d’identità del pensiero non venga attuato da un minimo numero di indagatori coscienti, né venga vissuto in sé come il senso reale dell’esperienza sensibile, tale potere viene perduto per la collettività umana: esso scende nella corporeità, divenendo vita istintiva: di un tipo che degrada ulteriormente l’umano.

Lo sperimentatore opera in modo che l’incorporeità del riflesso divenga veicolo dell’incorporeità del potere di profondità del pensiero. L’incorporeità dominatrice della corporeità è  o r i g i n a r i a al pensiero, come  p o t e r e  d i  i d e n t i t à.

Lo sperimentatore non deve fare nulla che non sia già compiuto nel moto immediato del pensiero rivolto all’oggetto sensibile: deve realizzare v o l i t i v a m e n t e quel poter d’identità.

Deve realizzare questo medesimo immediato moto riguardo al pensiero riflesso, allorché giunge ad averlo obiettivamente dinanzi a sé.

Così contemplato, con la stessa determinazione sollecitata dall’oggetto sensibile, grazie alla più semplice dedizione ad esso, il pensiero, come contenuto non sensibile, fa appello all’immediata Vita della Luce.

Tale immediatezza, come potere del pensiero originario, afferra ora l’oggetto non sensibile: non avendo di contro a sé un oggetto sensibile, non ha bisogno di dar luogo a un riflesso, ma estrinseca indipendentemente dalla forma riflessa la propria forza. Risolve la forma riflessa nel potere della sua Luce.

Nel pensiero riflesso è presente ma sconosciuto l’Io: se si penetra il riflesso, si trova l’Io. Come i n t e n t a m e n t e si guarda un oggetto sensibile, occorre giungere a guardare intentamente il pensiero. Si tratta di un’operazione più radicale che la semplice obbiettivazione del pensiero nella concentrazione, essendo il suo senso ultimo la penetrazione del mistero del mondo minerale.

La mineralità terrestre cela il segreto dell’originaria struttura  saturnia e solare della Terra. In ordine alla metafisica della Terra “solare”, la contemplazione ascende per diversi gradi a sempre più pure essenze di liberazione nella misura in cui il pensiero più profondamente realizzi la penetrazione della terrestrità.

In ogni forma dell’essere, la corrente radicale del pensiero muove attuando la sintesi correlativa alla particolare determinazione onde distingue ogni oggetto dagli altri. La particolarità appartiene alla percezione, il superamento di essa al pensiero. L’ e s s e r e sorge da questa sintesi,  che è compito del discepolo  possedere via via,    c o n o s c e n d o il proprio conoscere.

Questa sintesi, allorché egli l’attua direttamente in sé secondo l’ascesi solare, assumendo il pensiero come oggetto, epperò come essenza della oggettività, gli dà modo di incontrare l’essenza nel pensiero. Il pensiero, immergendosi nel proprio momento noetico, opera in sé con sé la sintesi, ma in realtà unisce le due correnti dell’essere, la interiore (metafisica) giungente attraverso il pensiero, e la esteriore (cosmica) giungente attraverso la percezione liberata dal dato sensibile.

L’uomo vive in idee, ma lo ignora: procede con il potere dell’idea, estinguendo di continuo in essa la fattualità sensibile, ma lo ignora. L’istanza ultima dell’esperienza sensibile è per l’uomo afferrare la volontà con cui muove nell’idea, là dove comincia ad esaurire il peso della materia fisica: là dove l’ e s s e r e  s o r g e   c o m e  p e n s i e r o , come sintesi iniziale, che esige essere conosciuta per essere proseguita.

La disciplina gli deve dare modo di cogliere la volontà presente ma non cosciente nel pensiero: l’identica volontà che mediante la percezione incontra radicalmente la mineralità. L’arte è l’entelécheia di tale sua volontà  u n a con il pensiero, che gli consente di sperimentare l’essere come pensiero: la realtà iniziale del mondo, in cui egli è creatore non in quanto pensa, ma in quanto realizza l’essere del pensiero.

Giova osservare che l’esperienza di tale essere originario dell’intima anima e del mondo risponde a un momento superiore di  a n n i e n t a m e n t o del pensiero dialettico. La vera Magia è l’attuarsi del pensiero come essere, onde l’essere scompare come alterità: il pensiero ritorna a essere, sia pure per attimi, il lampo primordiale che attraversa la mineralità.

L’essere del mondo che sorge come pensiero, in quanto pensare che sorge come essere, non è quello dell’idealismo, bensì l’essere del  p e n s i e r o  s o l a r e , sintesi della corrente originaria del pensare nella coscienza umana con la potenza pensante del Cosmo. Ciò che appare come essere del mondo non è alterità, oggetto estraneo e conoscibile al pensiero, che se lo trova innanzi come opposto, ma iniziale sintesi del pensiero penetrante in esso con il suo primo moto. Tale sintesi non è cosciente al pensiero riflesso: al cui meccanismo occorre l’alterità del mondo, per sentirsi fondato sul concreto.

Il vero concreto è l’assoluto fondamento che il pensiero della concentrazione ritrova in sé: ma non è più pensiero, bensì un originario volere magico.

Questo volere magico viene ritrovato nella segreta Operatio Solis del pensiero. Qui avviene la connessione essenziale con ciò che fu smarrito: qui la Tradizione riprende come operazione volitiva di profondità, indipendente dalla mâyâ delle mediazioni di qualsiasi tipo, culturale, filologico, rituale, ecc. L’equivoco della Tradizione soggettivamente assunta, senza coscienza del limite noetico della soggettività, cessa: essa non è un’integrazione, bensì un’ulteriore forma della interruzione. Sinora è stato inevitabile che, rispetto all’assunto metafisico dell’Io, il cosiddetto “organismo” indicato come mediatore della Tradizione risultasse conforme a condizioni e modalità pragmatiche, in realtà contraddicenti il carattere metafisico di essa, ossia la possibilità di valere indipendentemente dal binario rituale o cerimoniale.

La conoscenza tradizionale, efficacemente ripresentata nella forma critica “moderna”, può essere utile come oggetto di meditazione e stimolo al “ricordo”, ma l’accettarla come direzione metafisica non dovrebbe impedire di sapere che cosa si vuole veramente da essa: occorrerebbe non ignorare l’Io da cui si muove per la ricerca, allo stesso titolo che con qualsiasi altra ricerca.

La relazione con essa, infatti, inizialmente riguarda l’astrale, non l’Io  n o n  a n c o r a  r e a l i z z a t o  e che, per realizzare se stesso, tende a essere presente a tale relazione come a qualsiasi altro processo di conoscenza. Riguardo a ogni processo di conoscenza, l’intento metafisico dell’Io è sperimentate le forze del corpo astrale in atto come relazione di questo col mondo: in realtà, nel vedere, nell’udire, nel pensare, nell’immaginare, è l’Io che sperimenta.

La relazione deve passare dall’astrale all’Io, il cui compito è solo percepire mediante l’anima, al livello sensibile, contenuti che esso già possiede al proprio livello sovrasensibile. Senza la presenza dell’Io, il percepire, il pensare, il conoscere, permarrebbero allo stato di  r e l a z i o n e  s o n n a m b o l i c a  dell’anima con il mondo. Nel pensiero cosciente l’io ha l’iniziale incontro puro con l’astrale, con l’anima: l’ordine interiore viene, sia pure per breve momento, restituito.

Il Divino contemplato nei domini della Tradizione è vivente nelle normali attività della coscienza. L’uomo è invero il “tempio del Divino”, ma non può scoprire le forze superiori attive nei processi del percepire e del conoscere, finché mediante essi cerca tali forze fuori di sé: nei segni del passato, negli impulsi esauriti dell’anima. Il primo atto di resurrezioni dell’Io si realizza nel pensare che si liberi dalla soggezione al corpo astrale ed esprima l’autonomia del suo principio sovrarazionale.

La Tradizione vera è la trasmissione imprevedibile: l’accensione non imposta allo Spirituale da alcuna regola o formula, o rito, o appartenenza a u determinato organismo tradizionale. Lo Spirito oggi può realizzarsi nell’anima cosciente come ciò che non ha bisogno di alcun appoggio in altri enti, per operare al centro dell’umano, in quanto ha in sé l’assoluto fondamento.

E’ importante scoprire quanto l’impedimento allo Spirituale dipenda dal non attingere ad esso la pura autonomia che è possibile già sperimentare, sia pure al livello più basso, nel pensiero cosciente. Là dove non è più necessario pensare per conoscere perché il pensiero diviene puro volere dell’Io possessore di ciò che prima doveva conoscere, comincia l’identità con l’elemento perenne ritrovato della Tradizione: anche se non si è mai neppure conosciuto il nome di Tradizione. Il nominalismo di questo nome può essere il grande impedimento, malgrado l’imponente apparato filologico-storico, anzi mediante questo.

Antonio Massimo

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I SAGGI DI ANTONIO – N. 2: L'ILLUMINAZIONE

Presupposto dell’Illuminazione è il realizzare, mediante ascesi, l’accordo della natura animico-fisica con l’essere animico-spirituale. Normalmente l’uomo ha nel pensiero il veicolo di tale accordo. In quanto il pensiero giunga a pensare secondo il proprio puro movimento, implica la cooperazione eterica dei due sistemi di forze, animico-fisico e animico spirituale: perciò reca potenzialmente la connessione dell’Io con il cuore, ossia con il centro delle correnti eteriche: nel quale il Divino e umano s’incontrano. La forza magica che in tal modo si sviluppa, si può ravvisare come un potere di donazione assoluta dell’Io, tanto più essenziale quanto più centrifugo. Essa nasce da l’ ”etere del calore” del cuore, allorché l’accordo tra l’uomo inferiore e l’uomo superiore viene realizzato dall’Io.

In realtà viene restaurata, sia pure temporaneamente, una gerarchia continuamente violata, sino a inversione di essa, dalla esperienza quotidiana, inevitabilmente influenzata da eccesso di sensazioni prive di elaborazione interiore.

Tale elaborazione è possibile all’asceta anche a posteriori, nel momento del raccoglimento: avviene allora una purificazione del sangue mediante il pensiero, analoga a quella che si compie nei polmoni mediante l’ossigeno. Nel cuore il sangue dell’uomo inferiore e il sangue dell’uomo superiore si incontrano, determinando un equilibrio, per virtù del quale il sangue occultamente comincia a realizzare l’Archetipo dell’uomo integrale.

Nel cuore, in realtà, il sangue parzialmente si smaterializza o si eterizza, trapassa in flusso eterico, resurrettore di vita, secondo un processo inverso a quello per cui, da una condensazione dell’etere cosmico e dalla conseguente differenziazione di esso in quattro eteri, nacque la forma fisica. L’uomo può accendere la forza del Sole nel cuore: mediante il centro eterico del cuore, egli può produrre volitivamente l’etere del calore. Ciò equivale a dire che egli può immettere forze rinnovatrici nel mondo.

Una simile possibilità, nell’uomo moderno, è quotidianamente contrastata dal pensiero dialettico, che per la sua struttura riflessa, esprimendo la direzione opposta allo Spirituale, di continuo sbarra il passo alla luce eterica ascendente dal cuore. Si può dire che la sintesi dei quattro eteri nell’uomo corrisponde a quella che lo Yoga Tantrico chiama corrente di Kundalini. Tale sintesi può essere realizzata dal pensiero che non soltanto liberi se stesso mediante lo ekâgrata assoluto, ma giunga ad attingere alla propria Luce di Vita, scaturente dal cuore.

Movendo dall’etere del pensiero, l’uomo può accendere nel cuore le forze creatrici del Sole: può ripercorrere a ritroso, mediante illuminazioni via via più intense, il processo cosmico grazie al quale egli da una natura sidereo-divina si è degradato a una natura terrestre-animale.

L’uomo non discende dall’animale. La concezione dell’origine animale dell’uomo, è invero un pensiero patologico, germe di malattia e di impulsi intellettuali distruttivi. Gli animali sono le forme vitali-fisiche, che l’uomo espulse da sé per incarnare la propria forma. E’ decisivo per il destarsi dell’elemento solare del cuore, l’atto della conoscenza, grazie al quale nell’uomo non si vede un essere animale asceso alla forma umana, bensì il contrario: l’azione di un principio trascendente che ha potuto assumere la forma vitale-fisica, in quanto ha escluso da sé la natura animale. Ove tale principio conquisti coscienza di sé, continua la sua opera di superamento dell’animalità vitale-fisica. Riconoscere questo principio è già metterlo in movimento: il suo moto si attua nell’etere del cuore.

E’ importante comprendere una distinzione radicale di metodo. Mentre l’asceta antico muoveva dal sistema sanguigno per agire sul sistema nervoso, mediante il respiro, l’asceta di questo tempo muove necessariamente dal sistema nervoso, ma non può operare sul sangue mediante il respiro, bensì mediante il pensiero svincolato dal sistema nervoso, cioè affrancato dalla natura animale.

Normalmente ogni attitudine psichica o psicologica, o pseudoyoghica, oggi tende a revivificare il dominio antico del sangue sul sistema nervoso, cioè ad alimentare il mondo delle brame e degli istinti contro l’Io. E’ importante per l’asceta di questo tempo riconoscere la via eterica verso il sangue come la Via del Pensiero liberato, che restituisce l’unità degli eteri disintegrati. Solo possedendo la Via del Pensiero, egli può ritrovare la via metafisica del respiro.

L’autonomia che consente al principio interiore di operare etericamente sul sangue – cioè sugli istinti e sulle passioni – è l’autonomia che il pensiero può conseguire rispetto all’organo cerebrale e perciò al sistema nervoso. Come insegna la reale Scienza Iniziatica, la vera sede del pensiero è il corpo eterico (linga sharira): qui esso è una corrente di Vita sovrasensibile. Nel processo dialettico il pensiero si deteriora sino all’annientamento dell’elemento di Vita. Normalmente la dialettica nasce da tale annientamento.

Non v’è individuo, oggi, che in tal senso non sia giocato dalla propria dialettica, cioè dal pensiero cerebrale, in cui risuona la sua natura inferiore, onde gli è inevitabile asservire il pensiero all’errore. L’errore è la dialettica, non il pensiero. Il vero pensiero non può errare. Un errore è sempre parvenza di pensiero. Un errore veramente pensato cessa di essere errore: ma ritorna errore, se il pensiero non è capace di ricreare ogni volta di nuovo il proprio momento di verità, o momento eterico, indipendente dal corpo eterico-fisico. In realtà nel corpo fisico, gli eteri sono mossi, anche se non penetrati, dagli Ostacolatori dell’uomo.

Il corpo minerale dell’uomo appartiene alla Terra, il corpo eterico appartiene all’elemento solare che domina la terrestrità. Giova non dimenticare che il mondo eterico è “fuori” dello spazio fisico, in quanto è lo spazio interiore degli enti e dei mondi: il vero spazio. Nella dialettica, l’elemento terrestre viene portato a prevalere sull’elemento solare: questo prevalere, esprimendo la degradazione degli eteri, è la causa del male umano. Colui che sa estinguere la dialettica e riesce tuttavia a continuare a pensare con deliberata determinatezza, in sostanza comincia a muovere nel corpo eterico superiore, là ove l’Io può operare sugli istinti e le passioni, in senso inverso a quello mediante il quale gli istinti e le passioni normalmente si trasformano in dialettica, asservendo il pensiero.

Per naturale costituzione, l’Io è fondato sulla corporeità, illegittimamente mosso dagli istinti e dalle passioni, ossia da ciò che genera il male umano e la necessità della distruzione corporea. Il fondamento è l’Io, non il corpo. L’esercizio della soppressione della dialettica, mediante la concentrazione pura del pensiero, realizza l’indipendenza del principio interiore dalla psiche e dal corpo: porta la corporeità a fondarsi sull’Io, restituendo ai quattro eteri la funzione creatrice originaria.  Viene realizzata, per tale via, la sintesi degli eteri scissi nella sfera della manifestazione sensibile.

L’Io, in quanto metta in moto il potere del proprio Archetipo cosmico, suscita la sintesi degli eteri, impronta della propria virtù il corpo eterico, rendendolo indipendente dalla  specifica correlazione che necessariamente lo oppone alla forma degli enti. Mediante tale animazione del corpo eterico, l’asceta riproduce volitivamente l’etere del calore, trasformandolo in forza d’amore, in quanto è capace di superare il limite soggettivo e di trapassare nell’altro: l’amore diviene il potere magico dell’Io, rispondendo  alla sua originaria funzione redentrice rispetto agli eteri degli elementi impegnati nella struttura corporea. Il corpo viene permeato dalla propria originaria potenza dal Fuoco mediante il quale la coscienza ridesta in sé, come pensiero vivente, la virtù saturnia: virtù del primordiale elemento della creazione.

Antonio Massimo

I SAGGI DI ANTONIO, MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

I SAGGI DI ANTONIO – N. 1: SCIENZA DELL'IO E CONCENTRAZIONE

Non v’è indagine legittima del “tradizionale”, che non supponga l’esperienza sovrasensibile, piuttosto che la somma delle conoscenze, cioè il sapere tradizionalistico. Questo sapere può essere un grosso inganno, se non è giustificato dalla reale percezione estracosciente, o super cosciente.

E’ più importante tale percezione che la problematica del valore tradizionale: questo, per essere autentico, presuppone appunto un percepire sottile, che è muovere nell’anima secondo il fondamento.

Dal punto di vista della percezione sottile, è lecito parlare di zone dell’anima che nell’uomo moderno si sottraggono alla coscienza ordinaria, non in quanto esistano come un “estracosciente” codificabile da una coscienza che rimane quale è a livello dialettico, incapace di afferrare se stessa,  bensì riferibili ad un Io che sperimenta: che è a dire al reale soggetto umano.

Esse sono sperimentabili nella misura in cui si possegga la dinamica del pensiero, epperò mediante questa si abbia di esse una percezione diretta, meglio che una deduzione in base a semplici nozioni o rappresentazioni spirituali.

Il pensiero è l’immediato veicolo dell’Io, l’immediato puro, ma come tale non conosciuto dall’uomo ordinario, che al massimo lo riconosce filosoficamente come mediazione. Sia Evola che Guénon non mancano di indicare come fondamentale per la ricerca interiore, la disciplina liberatrice, o trasformatrice (Evola), la ascesi dell’intelletto puro (Guénon), in definitiva la concentrazione. Qualsiasi tipo di concentrazione è in sé un’operazione di pensiero. In tal senso la concentrazione è la chiave di ogni tecnica interiore, sia di tipo yoghico, sia vedantico, sia sufico.

Il pensiero, quale viene quotidianamente sperimentato dal moderno uomo razionale, è il continuo sbrindellamento, ora deduttivo-induttivo, ora istintivo-cerebrale, di una forza superiore, che è in sé una corrente sintesi di Luce e di Vita. Qui il pensare ha interno a sé il volere, il volere ha interno a sé il sentire. In una zona supercosciente, le tre facoltà dell’anima, pensare, sentire, volere, sono solo una splendente forza.

Se, come tale, cioè con il suo originario potere di Luce di Vita, simile forza scendesse nell’organismo umano, lo distruggerebbe.

Per incarnarsi, perciò, questa forza si scinde in tre correnti, delle quali una soltanto, il pensare, diviene cosciente: ma diviene cosciente a spese del suo riflettersi nell’organo cerebrale. Rinunciando al proprio elemento sottile di vita, il pensiero diviene smorto riflesso, ombra esanime, dotata di moto in cui non c’è più anima, o luce interiore: è il moto dialettico, così caro ai moderni filosofi, materialisti o spiritualisti: il pensiero dell’impotenza.

Le altre due correnti, il sentire e il volere, mantengono bensì il loro elemento di vita, ma a condizione di vincolarsi alla subconscia sfera somatica, cioè al corpo senziente e al corpo vitale, o eterico, così che la loro dynamis si altera e ascende alla coscienza rispettivamente sotto forma di flusso emotivo e di flusso istintivo.

Normalmente l’uomo si trova in stato di sogno rispetto al vivo sentire e in stato di sonno profondo rispetto al vivo volere: è sveglio soltanto nel pensiero privo di vita. Questa privazione rende il pensiero indipendente dalla sua corrente sintetica originaria, onde l’uomo è bensì libero nel pensiero, ma di una libertà astratta, retorica, priva di spirito. Il vuoto guscio di questa libertà normalmente si riempie di contenuto istintivo: per tale ragione l’uomo giustamente si ritiene libero, ma viene sostanzialmente manovrato dagli istinti.

Non essendo cosciente dell’originaria forza sintetica, il pensiero non riesce a distinguere sé dal contenuto istintivo, così come non riesce a compiere un reale sintesi della molteplicità del mondo che gli viene incontro mediante le percezioni sensorie: non riesce se non a compiere astratte sintesi concettuali, non riesce a a muovere se non secondo relazione dialettica. Lo sbrindellamento del pensiero viene appena sanato dalla logica astratta, cioè dal moto riflesso, o dialettico del pensiero. La reale forma-pensiero invero si scinde in una serie continua di rappresentazioni, il cui piccolo caos viene appena ordinato dal pensiero logico. Gli istinti e gli stati emotivi in realtà spadroneggiano nella coscienza, grazie a questa impotenza del pensiero.

La concentrazione restaura, sia pure ogni volta per breve momento, il dominio dell’Io nell’anima, in quanto esige dal pensiero il movimento secondo il potere sintetico originario: ciò consegue mediante un tema non imposto dai bisogni o dai doveri quotidiani, ma voluto per sé, come mezzo per l’unificazione e l’intensificazione della corrente del pensiero normalmente dispersa. Mediante l’attenzione rivolta illimitatamente a un tema o ad un’ immagine o a un concetto, che deve campeggiare esclusivamente nella coscienza, il pensiero ritrova la propria unità originaria, la forza dell’Io.

L’errore generale umano, così come l’errore di taluni che tendono a ritrovare la dimensione sovrasensibile, senza rendersi conto di muovere da una coscienza dialettica, consiste nel fatto che la  presenza reale dell’Io nell’uomo non è diretta, ma continuamente riflessa dal corpo senziente, o psiche, rispondente a ciò che induisticamente viene chiamato kâma rûpa, e dall’esoterismo occidentale “corpo astrale”, cioè dal corpo animico vincolato alle categorie corporee. Nell’uomo comune, in effetto, all’impulso metafisico dell’Io, continuamente si sostituisce l’impulso psichico del corpo astrale. Mediante il corpo astrale, la corporeità fisica, con le sue potenze istintive e le sue demonie emotive, giunge a manovrare il pensiero.

Una simile situazione caratterizza specificatamente l’uomo moderno, il cui pensiero è caduto talmente nella cerebralità, da giungere persino a dubitare di una propria autonomia rispetto all’organo cerebrale e di costruire dottrine e teorie fondate sulla persuasione di una priorità dei processi cerebrali sul pensiero: che è la condizione del mondo animale. L’animale infatti non pensa, ma opera mediante un “pensare” adialettico, la cui immediatezza muove dalla sua corporeità fisica, sorretta da forze della propria incorporea “anima di gruppo”.

La dimensione esclusivamente razionale degrada l’uomo al livello animale: la sua intelligenza infatti è mondialmente mobilitata a soddisfare bisogni fisici e ad attuare un ferreo sistema di organizzazione economico-sociale conforme alla visione fisico-animale del mondo. Se v’è un momento primordiale della evoluzione umana, in cui l’uomo originario come entità spirituale supera il caos, occorre dire che l’attuale imporsi dell’organizzazione fisico-animale della società, è un ritorno del caos sotto forma tecnologico-scientifica. Nuovamente lo Spirito è chiamato a fronteggiare il caos, l’avvento sistematico del demoniaco. Il dramma del presente tempo consiste nel fatto che l’Io non dispone del potenziale di profondità di cui invece dispone il demoniaco.

La concentrazione dà modo al pensiero di estrinsecare la propria forza pura, indipendente dalla psiche. Il pensiero eccezionalmente si sottrae al dominio del corpo astrale, che di continuo lo assoggetta alla corporeità animale, cioè alla sfera delle potenze istintive. Tali potenze sono in realtà forze dell’Io, cioè forze del volere di profondità deviate verso la necessità strutturale corporea. L’Io le subisce come opposte e deviatrici, finché è un Io riflesso o dialettico, privo della propria indipendenza rispetto a corpo astrale e perciò del potere di presa su esso. L’esercizio della concentrazione, in realtà movendo dall’Io, comincia a restituire all’Io il dominio originario sul corpo astrale.

Il pensiero è l’arto immediato dell’Io. Dominando il pensiero attraverso il corpo astrale, le potenze corporeo-istintive s’impongono all’Io. Liberando il pensiero dalla soggezione al corpo astrale, l’Io riprende i comandi dell’anima e perciò del corpo, domina e trasforma le potenze corporeo-istintive. Queste sono in sostanza forze originarie smarrite dall’Io, che l’Io ha il compito di recuperare. Il recupero ha inizio mediante la retta concentrazione del pensiero: occorre dar modo al pensiero di manifestare la propria obbiettiva forza indipendente dal corpo astrale e perciò capace di veicolare la pura potenza dell’Io nell’anima. Colui che aspira all’Iniziazione nel presente tempo, deve anzitutto sperimentare il pensiero come forza pura indipendente dall’oggetto o dal tema mediante cui si manifesta, epperò come attività estra-psichica.

Il senso dell’esperienza è l’autonomia della coscienza dell’Io rispetto alla propria base corporea: autonomia che le consente la prima forma di conoscenza non dialettica, del Sovrasensibile, e perciò della reale fenomenologia della coscienza in rapporto alla funzionale “localizzazione” corporea dei movimenti tipici dell’anima.

Si comincia in tal modo a constatare come l’attività si svolga mediante il supporto cerebrale: la coscienza razionale si manifesta nel capo, basalmente stimolata dal percepire sensorio. La vita dei sentimenti invece ha come sede il torace: suo supporto è la forza che si esplica nei ritmi del respiro e della circolazione sanguigna. Il potere della volontà ha come veicolo i dinamismi metabolici del sistema del ricambio e del movimento degli arti. Allo stesso modo che i tre sistemi, neurosensorio, ritmico, metabolico, s’interpenetrano nell’organismo fisico, avendo tuttavia ciascuno una funzione predominante nella propria sede, così le tre funzioni, pensare, sentire, volere, operano in continua combinazione o collusione, secondo una mutevolezza che supera quella funzionale dei corrispettivi processi corporei.

L’uomo è in realtà un essere tripartito. La vecchia psicologia razionale aveva intuito tale trinità della vita dell’anima, ma non la sua rispondenza alle tre sedi corporee, che è un portato della Scienza dello Spirito occidentale. Le tre sedi, differenziate anche nelle loro strutture fisiche, mentre rispondono ai tre accennati tipi di attività della coscienza, simultaneamente risultano in relazione dinamica con i quattro sistemi della organizzazione corporea: osseo, ghiandolare, nervoso, sanguigno. Diciamo “relazione dinamica”, in quanto la tripartizione in sede della testa, del torace, del ricambio e delle membra, rispondente alla treità pensare, sentire, volere, si attua mediante lo stesso principio di sintesi psicosomatica che governa i quattro sistemi corporei simultaneamente presenti e cooperanti in ciascuna delle tre sedi.

Un ordine settenario governa metafisicamente i “quattro” e i “tre”. Si tratta di una sintonia basale, non meccanica, in quanto ciascuno di tali sistemi, guardato in sé, può essere riconosciuto operante secondo un tipo di forza che gli corrisponde dinamicamente: all’elemento minerale-osseo rispondono le forze radicali della struttura fisica, donanti degno di sé nella percezione sensoria: il sistema ghiandolare può essere riconosciuto veicolo delle forze vitali, o eteriche formatrici dell’organismo; il sistema nervoso supporto delle attività senzienti-psichiche (astrali); il sistema sanguigno portatore del principio Io, che si esplica come autocoscienza nel sistema della testa, mediante un particolare rapporto con l’organo cerebrale.

L’uomo moderno, con la sua ossessione materialista, sta intaccando con forze di caos l’ordine settenario: perciò la nevrosi e la malattia mentale, stanno diventando il male generale umano. Infatti, i quattro principi interiori, Io, astrale, eterico, fisico, sono presenti in simultaneo e interdipendente movimento in ogni esplicazione delle tre attività dell’anima, pensare, sentire, volere, mentre organicamente sono le forze originarie compenetranti le rispettive sedi di quelle: superiore, mediana, inferiore, rispondenti appunto ai tre sistemi, della testa, del torace, del ricambio e arti. L’equilibrio della vita dell’anima si può ravvisare come attuazione dell’ordine gerarchico che commette il principio dell’Io su l’ astrale, l’eterico, il fisico, attraverso l’armonico rapporto pensare-sentire-volere. Il principio Io in sé opera come centro originario delle forze. Ove tale principio venga contraddetto, il caos comincia a regnare nella struttura umana.

All’indagine della Scienza dello Spirito, la vita dell’anima risulta legata non soltanto al sistema nervoso, ma anche ad altri sistemi, con rapporti differenziati, che la coscienza ordinaria non registra, ma di cui ha di continuo le manifestazioni: alle cui cause  può risalire non con il ripercorrere intuitivamente il processo, ché un simile percorrere non può superare il limite della natura vitale-animale, ma con il ritrovare in sé  il principio indipendente dalla manifestazione. Al sistema nervoso può essere ascritta unicamente l’attività pensante e neuro-sensoria: perciò il pensiero è l’unica attività della coscienza capace di risalire il proprio processo pre-cerebrale.

Il sentire e il volere rimandano non ad organi, ma a supporti in movimento, come il ritmo sanguigno-respiratorio e l’attività del ricambio, che non offrono all’Io, come il sistema nervoso, una base per la coscienza di veglia. Il sentire e il volere, infatti, pur essendo attività di cui talune manifestazioni sono percepibili sensibilmente, si svolgono su piani che per la coscienza di veglia rispondono rispettivamente allo stato di sogno e di sonno profondo.

Quella che normalmente si attua come coscienza di veglia, sorge nella sede in cui si produce il pensiero: anche quando si muove per contenuti emotivi o istintivi. Dei moti del sentire e del volere, tale coscienza non ha percezione diretta, come può averla del pensiero. Il sentire e il volere, svolgendosi mediante altri supporti, possono venir avvertiti mediante il sistema nervoso, che non è il loro veicolo, bensì il veicolo mediante il quale giungono a coscienza.

Dal fatto che i moti istintivo-volitivi ed emotivi-senzienti si ripercuotono nel sistema nervoso sino alla zona cerebrale, i moderni psicofisiologi automaticamente deducono che la vita dei sentimenti, degli istinti e degli impulsi volitivi si svolge mediante tale sistema. In realtà le manifestazioni del sentire e del volere, pur giungendo a farsi percepire mediante l’attività dei nervi, non si compiono mediante questa. L’indagine scientifico-spirituale attesta che una evoluta o autonoma vita della coscienza, può dar modo all’uomo di percepire sentimenti, o stati d’animo, o impulsi, prima del loro entrare nella rete nervosa, ossia grazie a un preventivo incontro interiore con essi, onde accolga il loro obbiettivo contenuto, facendo valere tempestivamente una discriminazione, un consenso, o un rifiuto.

A ciò, tuttavia, è necessaria una specifica ascesi del pensare e del percepire, di cui è preparatrice appunto la concentrazione.

In realtà, i processi del sentire e del volere si svolgono mediante supporti corporei con i quali la coscienza ordinaria non ha connessione diretta. Ma neppure dove ha tale connessione con il proprio legittimo supporto nervoso, la coscienza è in grado di percepirla, se a ciò non educa se stessa mediante adeguata disciplina. La connessione esiste su un piano che sfugge all’ordinaria coscienza razionale, incapace di sperimentare se stessa indipendentemente dal supporto.

La coscienza può, grazie ad un atto interiore diretto, giungere all’origine dell’attività pensante e avere contezza di cooperare al sorgere del pensiero: questo procedimento, verificandosi a una sua indipendenza, sia pure temporanea, dal sistema nervoso, le dà modo di attuare un distacco e un controllo obbiettivo riguardo ai contenuti emotivi ed istintivi, i quali si danno normalmente come sensazioni in sé già compiute, avendo già coinvolto l’Io, avendo cioè già uno svolgimento fisiopsichico prima di venir percepiti, onde si presentano con un carattere di necessità e di obbligatorietà, che costituisce il reale problema della esperienza interiore.

Da quanto si è osservato, è intuibile la priorità della disciplina di pensiero ai fini di una liberazione delle facoltà animiche e di una elevazione della coscienza alla percezione di ciò che di primordiale unisce l’umano e il cosmico. La Tradizione non può essere afferrata dal pensiero dialettico: nella sua corrente metafisica può cominciare a muovere soltanto il pensiero liberato. Ma il pensiero non si libera mediante ad un tipo antico di ascesi, cui era estraneo l’impedimento del pensiero razionale-dialettico e che perciò non necessitava di conversione del pensiero dialettico. Tale conversione è indispensabile al cercatore moderno che inizialmente non dispone di altra possibilità di contatto con la Scienza del Sacro, se non quella dell’intelletto razionale, anche quando dietro a tale intelletto urge un’anima metafisicamente qualificata, cioè già consonante con l’impulso superiore dell’Io.

Soprattutto nel caso di effettiva qualificazione interiore, è necessaria la disciplina che eviti il guasto delle forze superiori per via del pensiero riflesso. In realtà, sul piano della coscienza ordinaria traente il senso di sé dai supporti corporei, le forze sovrasensibili, rispetto alle quali tale coscienza è immersa in stato di sogno o sonno, subiscono un rovesciamento, o un riflesso, che soltanto la interiorità di veglia può affrontare e gradualmente ripercorrere, nella misura in cui, malgrado il limite proprio alla condizione dialettica, muova secondo la direzione superiore dell’Io. Vere discipline del pensiero sono quelle che danno modo al pensiero di operare, al livello razionale-dialettico, secondo la direzione metafisica dell’Io.

Antonio Massimo

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