Marzo 2016

LA PASQUA COSMICA – F. Giovi

Alfa-e-Omega

La Pasqua non sta mai ferma. Salta qua e là sul calendario. Ma per chi si sente antroposofo pare sia un tempo di ciclica fissità interiore. Intendiamoci: è un bene che l’antropo­sofia dia il suo alto contributo per conferire un profondo senso spirituale a ciò che, nel divenire delle cose del mondo, pare consumarsi da una parte nella liturgia delle chiese non piú colme, mentre nella vita di ogni giorno si riduce ad un tramestío di uova colorate o di uova di cioccolato e, se il tempo tiene, ad una abbuffata fuori porta.

Il Dottore si è speso tante volte per indicare l’essenza e il mistero che la festa pasquale vuole porre davanti alla coscienza umana: la morte e la
resurrezione del Verbo nella inconcepibilità della sua straziante condizione – Lui, un dio – di farsi, per un attimo di eterna ripercussione, uno di noi, sino alla piú estrema conseguenza.

Se voglio avvicinarmi a questa enormità, non posso utilizzare nulla che sia fatto di parole. Può farlo, forse e talvolta, il Poeta: cosa che io non sono. Allora devo rivolgermi, sulla strada del silenzio, al luogo dell’anima che chiamiamo meditazione: la quale mi reca una fluenza ignota, in cui ogni significato mio è violazione di domicilio. Ciò smuove un temporaneo mutamento interiore e poiché, con prudenza, evito di mescolare il fuoco con l’acqua, non resta proprio nulla che possa tradursi in cose da dire o da scrivere.

Mi sembra che in molti le Feste che non siano feste ma Misteri, accendano una galvanica scintilla cerebrale inducente un torrente di parole come «…in relazione a…» oppure «…dall’antica Lemuria…» o ancora, agli intimismi speranzosi «…ed il mio cuore si apre gioioso…» o nostalgici «la nonna raccontava che…». Smog intellettuale o animico: si respira a fatica o si cambia strada.

Credo che tutti sappiate del giudizio assai positivo che il Dottore diede dopo aver ascoltato due conferenze di un agricoltore. Una sul Cristo e una sul letame. Vista la sua approvazione, chi gli era vicino volle sottolineare la cosa osservando come fosse notevole, da parte di un contadino, dire cosí belle parole sul Signore, ma Steiner contraddisse vigorosamente i presenti: gli era assai piaciuta la conferenza sullo stallatico, quella che, per cosí dire, aveva estratto concetti pieni di vita dall’esperienza e dalla realtà.

Cosí si capisce dove vado a parare e comunque chiedo: ma qualcuno ha imparato qualcosa da queste vivaci e sintomatiche narrazioni? Eppure sono piccole istantanee che potrebbero far riflettere in grande quando si vorrebbe alzare colonne che non siano ghiottoneria di consensi, poiché se sono solo pensieri pensati, sono niente piú di precari scenari da pièce teatrale dove si auspica in eterno l’arrivo di Godot.

Ne parlavo con una cara amica che mi sopporta e che spreme l’anima per aiutare l’Archetipo ad uscire mese dopo mese: col tempo, l’età e le discipline, l’essere interiore converge naturalmente (o sopra-naturalmente) verso l’essenziale. Le potenze dell’anima, come i tre cavalli matti del cocchio, imparano a seguire talvolta il polso dell’auriga. Quando l’Io domina, la natura dell’anima segue l’inconcepibile moto verso ciò che nel mondo è senza nome, e forse possiamo chiamarlo tao senza offendere nessuno. Scrivo tao poiché lí almeno l’autore ci dice subito che: «Il tao che può essere detto non è l’eterno Tao». C’è assonanza con un altro incipit che dice: «L’Io che l’uomo dice di essere non può essere l’Io, se non nel pensiero vivente: ancora da lui non conosciuto».

Converrete che siano parole forti, da conflitto per la prosaica ragione, e come tutti gli scandali nella tradizione borghese perbenista, vanno allontanate, esorcizzate dalla comunità: pensieri scorretti che non dovrebbero scorrere poiché indicano scelte fatali.

Ma in questo senso l’abilità diabolica offre il modo di fare di piú e meglio. Come? Neutralizzando l’impeto sovvertitore che esse possono procurare all’anima già incarognita per suo conto nella ottusa datità del sensibile percepito come realtà a senso unico.

Faccio un esempio grossolano tra i molti piú subdoli: ogni tanto affiora una curiosa interpretazione che riguarda la lettura dei testi. Vengono suggerite regole respiratorie che ne favorirebbero la comprensione. Sono regole che nessuno penserebbe di usare né sfogliando il giornale, né leggendo i romanzoni di Wilbur Smith. In tutti i casi in cui l’attenzione è dedicata, ci si dimentica anche di star mantenendo una postura scomoda e persino tempo e spazio, a momenti, spariscono. Ciò è esperienza comune ma non è banale. Ci indica come, pur nella vita ordinaria, l’attività pensante tende a togliere di mezzo il mondo sensibile. Purtroppo è anche sperimentabile che senza una lunga ed intensa disciplina ciò si rivela impossibile quando lo si tenti volontariamente con una coscienza di sé desta.

Eppure a questo tende con fatica e pazienza chi intraprende la via della Scienza sacra.

Ai fini di una ascesi compatibile con l’organizzazione umana attuale, il rafforzamento del­l’attenzione cosciente è polarizzazione dell’attività pensante verso un pensiero: il pensare che pensa un pensiero deliberatamente voluto è il primo, ineludibile gradino. Dovrebbe essere chiaro che il pensiero del pensiero non può poggiare che su se stesso: non prende nulla da fuori. Il percepire ed il percepito sono, in questo unico caso, della medesima natura. Il suo carattere è quello di essere del tutto indipendente dall’ordinario appoggio corporeo, mentre il togliere parte dell’attenzione e portarla sul respiro (sull’invadenza fisica del respiro!) è una delle maniere certe per uccidere il momento puro della conoscenza: il lampo dello Spirito nell’anima.

Ecco quanto poco basta per mandare a ramengo ciò che può essere l’incontro del filo aureo donato da Scaligero con l’architettura aurea del nostro eterico.

In generale la resistenza leviathanica verso l’autentico Opus solare è massima, e sembra annidata non solo tra i superficiali e gli ignoranti che dicono le barzellette: «Scaligero è troppo difficile», oppure «Tal dei Tali me l’ha sconsigliato». Ho letto persino: «Non leggo Scaligero perché è contro le donne». Non c’è senso a dare ulteriori esempi di anime il cui impulso alla conoscenza tende stabilmente allo zero, oppure sofferenti di guasti che friggono il germe dell’organo interiore ancora prima che possa formarsi.

Chiederei piuttosto ai lettori se appare cosí limpido e assimilato quanto pubblicato mensilmente sulla rubrica che è stata intitolata AcCORdo. Lí trovate le parole di Scaligero scritte di suo pugno, sebbene rivolte specificatamente a discepoli, dove incontrate spesso frasi come quella che riporto dalla Rivista del mese scorso: «La potenza dell’ekagrata supera ogni contraddizione, ritrova il livello del perfetto “risveglio”, superato il livello dell’addormentamento normale. Ekagrata impetuoso, scattante, energico, continuo: è necessario perché il mondo della bontà s’inveri e l’Amore trionfi sulla Terra».

Mi sapete dire cosa ciò significhi? Perché chiedere sempre soluzioni a curiosità e sciocchezze che nulla risolvono e non affrontare il nodo dell’essenziale che potrebbe risolvere tutto?

Se la Pasqua è morte e resurrezione sono ben certo che, assai concretamente, la sua vicenda nella nostra anima dovrebbe cominciare proprio da lí. Esiste in noi la capacità di portare a radicale compimento la morte del pensiero che conosciamo e che è già morto nella vita ordinaria, dove si fa funzionale soltanto a ciò che appare morto fuori di noi, per farlo rinascere santificato, trasformato.

Ed è in questo travaglio di morte e resurrezione che incontriamo il Logos vittorioso. Perché “vittorioso”? Perché la Sua vittoria sulla potenza della morte diventa anche nostra, per quanto si sia in grado di accogliere la serena, dolce e personale possanza dell’infinito nella nostra misura.

Già, la nostra misura: scarsa se non riusciamo a distoglierci dall’amore per noi stessi, e che invece sparisce quando deleghiamo all’oblio il comune soggetto. Trucco che non riuscirà ad alcun erudito o al mago comune.

Ma può riuscire a chi opera afferrando l’essenza della disciplina interiore.

Chi ha usurato gli anni della sua vita in un rosario di sconfitte può pensare che parlare di vittoria è soltanto un bel parlare e che la realtà sia ben diversa. Ma questa è misura corta: non tiene conto che la realtà dell’uomo è cosmica. Essa non si esaurisce in segmenti di tempo né nel breve cammino di una vita. E l’ekagrata di cui scrive Scaligero non si spiega pensandolo in manciate di minuti: è puro diamante che sogno, sonno e morte non possono scalfire.

L’uomo lo può portare nell’eterno, come dall’eterno, per dedizione e fedeltà interiore, può trarlo in ognuna delle condizioni che il suo proprio essere attraversa sulla terra e nei cieli: con la certezza dell’incondizionato sostegno del Logos.

Questo è l’aspetto vittorioso della Pasqua cosmica.

 

Franco Giovi

 

PASQUA, SCIENZA DELLO SPIRITO,

DUE TEMI DI MEDITAZIONE INEDITI DONATI DA MASSIMO SCALIGERO

M. SCALIGERO

In occasione dell’Equinozio di Primavera, per festeggiare l’entrata dell’Invitto Sole nel segno d’Ariete e del Risveglio della Natura, voglio donare agli amici di Eco due pensieri di Massimo Scaligero. Egli era uso scrivere su foglietti di carta dei temi di meditazione, che donava ad alcuni di noi su nostra richiesta. Poiché i due temi di meditazione, tuttora inediti, che trascriverò qui di seguito, non hanno natura personale, ma sono pensieri di valore universale, e soprattutto per il loro legame interiore con la Filosofia della Libertà, della quale sono una mirabile sintesi, desidero farne partecipe gli amici che vorranno farne oggetto della loro pratica interiore. Consiglierei loro di meditarli a lungo, ché sicuramente ne coglieranno aurei frutti.

Nel primo pensiero, Massimo Scaligero ha indicato il superamento ascetico di ogni forma di “realismo”, che non sia il realismo – sperimentato in maniera cosciente e vivente – del moto dinamico del pensare che diviene estraformale “forma” di se stesso. Al contempo, egli indica all’asceta sperimentatore il superamento del dualismo tra percezione e pensiero nell’esperienza contemplativa, nell’atto del pensare vivente, del momento genetico della forma del percepito e del pensato, che nulla sono fuori di tale folgorante atto del pensare vivente.

***

Il primo aureo tema di meditazione è il seguente:

«La Via è dominare in modo cosciente

il momento dinamico del pensiero,

che dà a se stesso la forma di concetto,

e nella percezione diviene oggetto».  

***

Come il primo tema di meditazione dona una mirabile sintesi ascetica della prima parte della Filosofia della Libertà, il secondo tema dona – a chi sappia scorgere in profondità – il segreto della seconda parte della Filosofia della Libertà. Eccolo:

«Il segreto dell’idea è il suo sorgere da un proprio centro, da cui attinge potere di vita: senza il quale non potrebbe valere nella coscienza.

Con l’idea, la coscienza si trova dinanzi a un ente dotato di vita autonoma, avente in sé il fondamento, la scaturigine del proprio essere.

Tale scaturigine è l’Io medesimo che contempla l’idea e in essa attua la propria vita cosciente».

***

A tutti gli amici di questo “blog” dinamico e coraggioso il mio augurio più fervido e sincero che il Sole in Ariete porti loro, una volta di più, Luce, Forza, Coraggio, Sapienza, Gioia e Realizzazione Interiore.

Hugo de’ Paganis

MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

L’UOMO MASSA ED IL CINEMA

 soli-al-cinema

Una Avvertenza: la presente nota è un esercizio. Quello di sviluppare un tema partendo da un punto di vista lontano da ciò che ci è congeniale nei termini così come nel contesto. Però il risultato mi pare interessante. 

Prendiamo una frase che pare sensata e accettabile: “Meglio un bel film di un brutto teatro o di un brutto libro”. E saremo tutti d’accordo.

Eppure in ciò c’è odor di zolfo, poiché è un luogo comune. Il luogo comune è simile ad una pietra instabile sul terreno: basta sollevarla per scoprirvi sotto insetti e marciumi. Il luogo comune appartiene all’applicazione della Sindrome di Robinson, ovvero alla deduzione che deriva da una ipotesi di isolamento totale, applicata ad una realtà dove non c’è isolamento.

Per chiarire con esempi si dice: “Meglio una bella fotografia che un brutto dipinto” e talvolta: “Meglio un bel sogno di una brutta realtà”. Il vizio di questo tipo di affermazioni sta nel supporre una irreale coazione a scegliere. Chi mai si trova a dover optare fra leggere un libraccio e vedere un bel film? Forse in carcere ma pure lì rimane, di solito, la possibilità di non fare né l’una né l’altra cosa.

Chi dice: “Se mi trovassi su di un’isola deserta potrei anche…” già si incarta in una efficace magia infera poiché immagina che l’azione non dipenda da lui stesso ma dalle circostanze: si addestra a farsi prigioniero delle circostanze, anche fuori dalle necessità.

Queste sciocche frasi, mancanti del presupposto della coazione di scelta, portano in sé questo significato: “Io ritengo di avere il diritto e il dovere di essere intrattenuto o di essere rallegrato, ecc.”

Il diritto all’intrattenimento è un falso privilegio che poggia sulla fabbrica del falso bisogno. Una civiltà sana insegna a ridurre i bisogni mentre la civiltà malata esorta a fabbricarli artificiosamente.

Ai luoghi comuni sarebbe da rispondere: “Nessuno ti obbliga ad essere intrattenuto, nessuno ti obbliga a fornicare, nessuno ti obbliga a dilettarti”.

Quello che si sente come bisogno o è la maledizione dell’essere afferrati da dura necessità senza scampo o l’obbedienza alla vocazione che è l’essere scelti senza rimedio o lo scegliere d’esser scelti. Tale stortura del diritto e del dovere è semplicemente ciò che gli altri si aspettano dall’individuo. Perduta una obbiettiva consapevolezza di cosa possa essere il bisogno, non rimane che accettare il luoghi comuni senza considerare che sono risposte a domande che nessuno ha mai fatto: reazioni meccaniche a frangenti immaginari e problemi gratuiti.

Per non sembrare troppo astratto prendo uno scenario concreto: il cinema. Il cinema è un teatro dove lo spettatore è disturbato da una presenza che costringe la sua partecipazione, ne irreggimenta l’attenzione: una prosa dove alla metafora viene sostituita la presentazione dell’oggetto. Una pittura che abdica in favore dei quadri viventi. Il suo fascino proviene dal ricordo di quel che potrebbe essere un quadro, un teatro, una prosa: è un non-teatro, un non-quadro, una non-prosa che vive dei suggerimenti di quello che potrebbero essere stati teatro, prosa, quadro.

La funzione del cinema, del disco, della fotografia, sarebbe come un soccorso alla memoria, mentre invece esso si impone come spettacolo per se stesso. Così la facoltà di proiettarci immagini nella mente sarebbe di rivedere e rimeditare cose viste o a determinare cose possibili in vista dell’azione. Mentre il vizio ne fa un’attività fine a se stessa che distoglie dall’azione. Chi crede di ascoltare un concerto ascoltandone la riproduzione meccanica o di vedere una recita proiettandone la pellicola è simile a chi creda di vivere una vicenda immaginandola o ricordandola.

Certo che un disco può agevolare la comprensione di un concerto, ma se lo si sostituisce completamente, se ci cessa di percepire la pena e il fastidio del divario, si piomba nel delirio: come chi non distinguesse più tra sosia e persona, tra perla vera e fabbricata. E il cinema? Il cinema è così “popolare” perché è un’espressione balorda, una biblia pauperum destinata non già agli analfabeti, ma ai decaduti. In esso si incorona nel linguaggio quando accoglie l’illeggibile nella parvenza di espressibilità poiché lo aiuta l’immagine e l’immagine può essere insignificante perché la soccorre la parola e la musica può essere inaudita perché la vicenda le conferisce un senso.

Il rinvio dell’una all’altra arte è simile a un gruppo di uomini che, lavorando in squadra, si illudessero che addizionando rinunce e umiliazioni, per algebra stravolta, ne risulti una somma positiva.

Ogni prodotto meccanico esige, per il suo uso, un prezzo occulto: ben pochi musicisti sanno ancora quale sia il costo spirituale della riproduzione. Montale, nel racconto Il lacerato spirito: “Non ci furono dischi del periodo aureo…chi conosce a memoria un brano e le sue difficoltà riesce ancora a cavarne un senso”. Lancelloti in Alta fidelidad: “Tutto il gusto di una élite di conoscitori gira attorno alla portentosa industria fonoelettrica, senza che appaia, in piena stereofonia, il termine cui tali fenomeni possano condurci. La possibilità di una sordità psichica quanto all’apprensione del senso profondo, musicale dell’opera è già discernibile. Una sinfonia, smaltata nei suoi minimi congegni sonori, è glossata come una esposizione di timbri dove ciascuno, separato dal complesso, acquista il diritto di far sentire integralmente la sua voce”.

Torno al cinema, che varrebbe qualche pena se, a tratti, emergesse dal mercato come arte minore. Se così fosse ci si potrebbe chiedere quale potrebbe essere la fenomenologia afflittiva che spinge chi è capace di leggere si abbassi a guardare un film, problema simile a quello di uomini che preferiscano l’acqua fangosa alla chiara.

Il cinematografo è la consacrazione del vizio, della solitudine coatta: se tale non fosse non chiamerebbe sterminate turbe di solitari dove ai balordi si mischiano coloro che balordi non avrebbero il diritto di essere.

Il maglio è un pugno, il treno un cavallo, la camera oscura un occhio: riproduzioni di facoltà corporee oggettivate, ingrandite. E come vi sono proiezioni di membra e di virtù esistono pure oggettivazioni di vizi. Cosa produce questo stare seduti in sale buie a fissare veloci immagini? La dilettazione morosa, cioè la fucina di ogni vizio: la fantasticheria o sogno di veglia. A questa il cinema pone il sigillo della visibilità e dell’approvazione sociale, come ad un mostro a cui una società barbara allestisce un tempio. Così si accredita ciò che un tempo era cagione di vergogna: il perdersi nei meandri dei mondi dei desideri con rappresentazioni volute e permesse. Attività antisociale perché isolante e sociale perché istituzionalizzata: surrogato della fantasticheria e insieme suo alimento. Musatti, in Cinema e psicoanalisi: “Il cinematografo sfrutta la tendenza delle immagini stereocinetiche per una realtà più intensa della effettiva, nonché la tendenza dell’inconscio ad assimilare piuttosto immagini di tal sorta che non ricordi normali. L’alleato del cinematografo nella psiche è la propensione a velare i propri conflitti, fingendosi spettatori di scene oniriche alle quali non si confessa nemmeno in sogno di partecipare inconsciamente”. Chi esce dalla sala di proiezione continua a ruminare le immagini ricevute, e appena non gli bastino più dovrà correre a rifornirsene. Grazie al rifornimento avrà altre immagini da dipanare, si figurerà di spasimare o sparare senza il disagio del comune sognatore perché la sua solitudine è promiscua: la sala ha radunato una torma di suoi simili. La voce interiore può avvertire il fantasioso: “stai barando, nella realtà l’amara minuziosità dell’accadere non tollera scorciatoie, la sorpresa è costante e non coglie mai quando la si propizia” ma, come per l’ubriaco, non fanno più presa ritegno e coscienza.

Stimolo alla fantasticheria, alla minorazione della coscienza del reale, non sono danni unici. Si è osservato che il cinematografo è apparentato ad uno specifico tipo di sogno: quello di chi guarda ma non partecipa, cioè di chi soffre di inibizioni così ferree da nemmeno osare la manifestazione onirica degli istinti repressi: una sorta di modulo per esseri psichicamente anchilosati fino alla fissità statuaria.

La società non smentisce il sonnambulo poiché riconosce e capisce il sogno in cui è immerso. Reso rispettabile dall’industria, come un tempo un difetto del re diventava prezioso suggerimento. Viceversa un uomo non preoccupato di sognare un ruolo si sentirà trattato, nel migliore dei casi, come di norma va trattato un caratterista un po’ distratto, snob o ridicolo, forse perdonabile. Poiché il compatimento è il crisma che accoglie un po’ tutti nella società dei sognatori.

Queste digressioni non hanno neppure sfiorato la rovina che la scarica di immagini porta alla mente. E poiché alle cose più serie bastano poche parole, ecco la formula malvagia: l’immaginazione sana viene soffocata con l’eccesso, non con la soppressione.

Da sempre si sono avuti apologeti del male: essi salutano come benefico il turbamento, la confusione ed il malessere, così l’aritmia tra suono e immagine, tra musica e rumori, tra rumori e parole “può darci nell’istante tutto lo spessore della coscienza, la sua ambiguità, il suo passato, il suo futuro, la sua vita” J.Masarés, in Cinéma et psycologie.

E sul “piccolo schermo”? Quello che ha intasato i pochi spazi ancora aperti. Beh, qui ho accennato ad una condizione di decadenza e caduta e non a ciò che va oltre la caduta.

Per non annoiare troppo termino con un gioiellino intellettuale di U. Eco in Verso una civiltà della visione?: “…una civiltà democratica si salverà solo se farà del linguaggio dell’immagine una provocazione alla riflessione critica, non un invito all’ipnosi.”

Grande Eco! Come a dire: se si troverà l’alcol che rende sobri e temperanti si sarà salvi dall’alcolismo. Di poco inferiore alla profondità espressa alle sue esequie dal grande Mona Ovadia: “Dio sopporta i credenti ma ama gli atei”.

Ora saluto i lettori e vado a vedermi Il ponte delle spie. Quando non si rimbecillisce con gli effetti speciali, Spielberg non delude.

ALTRO, TRADIZIONE

NUOVA RESURREZIONE E SOLO ALTARE

 Copia di ALBA AURORA 5  263715 

L’ENTE GIURIDICO HA UN CUORE DI CALCE CHE NE ISPIRA LE ESSENZE.
NE PROMUOVE LE AZIONI.
PLASMA LE SENSIBILITA’ INTERIORI DEI SUOI ESECUTORI.
.
PERCEZIONI SOTTILI AVVENGONO NEGLI ANIMI AVVOLTI DALLA LEGALITA’ INTELLETTIVA.
PERCEZIONI DI UN BENE E DI UN MALE INERENTI ALLO STILE E ALLA LETTERA
DEL COSMO GIURIDICO NON SOLO STUDIATO MA SOPRATUTTO EVOCATO.
PERCEZIONI PROFONDE E MEDIANICHE IN CUI L’INNOCENZA ANIMICA ED IL SUO CALORE SUSCITANO ODIO E DISPREZZO.
.
NELL’ESSENZA L’ENTE EVOCATO E’ MENO CHE UMANO
E TENDE A TRAVOLGERE GLI INERMI CHE ANCORA ATTINGONO AI CIELI IL PROPRIO INTUIRE.
TENDE A CALPESTARE IL CUORE E IL SUO CALORE.
IL CUORE IMMATERIALE E IL SUO CREARE LUCE NEL VIVENTE CONCEPIRE.
.
NELL’ADEPTO DEI CODICI : L’ESTREMO SFORZO INTELLETTIVO SI IMMERGE NELLO STUDIO DEL DIRITTO
E NE TRAE UN INGIGANTIRSI DELLA VOLONTA’ RAZIOCINANTE
CHE GIUNGE A FARSI POTENZA INTERIORE EDUCATA E NUTRITA DAL GELO IN CUI SI E’ IMMERSA E FORGIATA.
.
L’ACUTIZZATA POTENZA RAZIONALE E L’ACUME MNEMMONICO INFINE RISPETTANO E CELEBRANO I FASTI DI UN ENTE DI CALCE SPIETATA ERETTO A DIVINA PRESENZA.
UNA FEDE ARIMANICA CHE NEL PROFONDO CHIEDE IL DOLORE.
PRETENDE LACERARE GLI INERMI.
.
LA FEDE NELLA LETTERA SCRITTA ERETTA A DIVINA PRESENZA :
PUO’ SOLO CALCARE LE VIE DELL’ETERNO DOLORE.
PUO’ SOLO NEGARE L’AVVENTO DI UN ELEMENTO VIVENTE CHE POSSA AGIRE PER DIRETTA FULGUREA PRESENZA NEL MAGICO ATTIMO IN CUI L’IO RESPIRA NEL SOLE.
.
L’ENTE IMPIETRATO CHE ALITA E VIVE NEL GELO FRA VESTIGIA DI ANTICHE INTUIZIONI : PUO’ SOLO PROCEDERE POTENZIANDO SE STESSO MEDIANTE LA VITA INTERIORE SOTTRATTA AI PROPRI FEDELI DAI QUALI PRETENDE ADESIONE ED A CUI CHIEDE DI LASCIARSI PLASMARE.
.
TALE ENTE ASSUME LE VESTI DELL’ANTICO SAPERE MORALE MA NE DISTORCE L’ESSENZA POICHE’ VIVE SOLTANTO PER IMPEDIRE L’AVVENTO DEL SOLE COSCIENTE CHE QUALE AURA DEL LOGOS ORA SI ACCENDE NEL POTERE PENSANTE CHE SOLITARIO E INFINITO ILLUMINA L’UOMO MODERNO IN EUROPA.
.
TALI GIURISTI :
MA ANCHE I MASSONI DI TUTTE LE SCUOLE :
E LE RELIGIONI IMPIETRATE FRA LE PAGINE SCRITTE IN CUI FROTTE DI SAGGI
HANNO AMMASSATO UNIVERSI DI CENERI ACUTE NELL’OTTUSO INSUPERBIRE RITUALE :
ATTENDONO DI ESSERE LAVATI E REDENTI 
TRAVOLTI 
DALL’ATTO VIVENTE DI UN PENSARE CHE IMPOSSIBILE AGISCE PER DIRETTA ATTINZIONE NEL COSMO MORALE IN CUI L’IO RESPIRA NEL LOGOS E OTTIENE IL SOLO METRO DEL BENE.
.
ATTO DEL PENSARE CHE IN VARIO GRADO E MISURA MA FULGUREAMENTE 
LIBERAMENTE VOLUTO 
SFIORA LA SOVRUMANITA’.
E LA IRRAGGIA.
.
NELL’ATTIMO MAGICO IN CUI L’APICE ESTREMO DEL PENSARE CONTEMPLATO GIUNGE A FARSI VALORE SOVRUMANO CHE IN VARIO GRADO E MISURA TRASMUTA IL REALE E LO IMMETTE NELVIVENTE CONSACRARE.                                                             
.
GLI ANTICHI RITI ( RIFUGGENDO DAL PRICIPIO COSCIENTE DELL’IO) FUNZIONANO ANCORA
MA SOLO NEL MALE.
.
ENORMI CORRENTI DI VOLONTA’ NELLA PSICHE ALTERATA 
RIDICOLE NELLE SCATURIGINI UMANE DA CUI SI DIPANANO
RACCOLGONO ENORMI POTENZE ELARGITE DAGLI OSTACOLATORI
NEL GELO E NEL MALIGNO LANGUORE.
COERENTI SOLTANTO NEL  CREARE IL DOLORE DEL QUALE SI NUTRONO.
APPIATTENDO E DESERTIFICANDO AFFINCHE’ COMMOZIONE LUCE E CALORE ABBANDONINO L’UOMO.
.
MA APPUNTO GLI ANTICHI RITI RIFUGGONO L’IO ED IL SOLE COSCIENTE CHE DAL LOGOS LO IRRORA.
TEMONO IL POTERE MORALE DI CUI IL MODERNO OCCIDENTE
IN EUROPA
DISPONE E DAL QUALE PUO’ ATTINGERE LUCE.
.
L’ULTIMA LUCE.
LA PIU’ POSSENTE.
L’ULTIMO RITO ED IL SOLO LEGITTIMO.
IL RITO DEL PENSARE CHE NELL’ASCESI DEL CONCETTO CONTEMPLATO PERMETTE AL LOGOS SOLARE DI PLASMARE (MEDIANTE LIBERTA’)LA VITA INTERIORE DEGLI UMANI.
.
NUOVA RESURREZIONE CHE PERENNEMENTE RICONFERMATA
QUOTIDIANAMENTE ACCESA
IMMETTE NELL’ETERE DEL LOGOS GLI ATTI DELL’UMANO.
CONSACRANDO.
.
SOLA FONTE DI RICONNESSIONE CON L’ETERNO.
..
ULTIMA VERITA’ COSCIENTE 
CHE SI PALESA  COME MANIFESTAZIONE DI UN VALORE.
ORO SOLARE DALL’ETERNO.
ORO SOLARE DALL’ETERE INCORROTTO DEL PENSARE.
ORO SOLARE IN CUI L’IO RESPIRA SOVRUMANITA’.
E SOLLEVA.
INNALZA.
SMATERIALIZZA IL DENSO.
ANTICIPA E LENISCE LE CATASTROFI CAUSATE DAGLI ATTI DEGLI EBETI MALIGNI.
.
IL RITO DEL PENSARE ATTENDE I SUOI LIBERI SPERIMENTATORI.
AFFINCHE’ L’UNICO VALORE SOVRASTI DISSOLVA  E RIDIFICHI IL REALE.
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FRA LE ARMONIE RISORTE DEL SOLARE.
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ETERNAMENTE RICREATE E AMATE NELLA PERENNE RICONFERMA PERENNEMENTE PERSEGUITA.
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NELLA LIBERTA’ CHE ATTUA IL TRASMUTARE.
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HELIOS FK AZIONE SOLARE
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HELIOS-FUOCO-SOLARE-FK-18-OTT-2012-FK-004

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ARTE, La Poesia di FK AZIONE SOLARE, PASQUA, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

IL DISVELAMENTO "INOPPORTUNO"

iside

Nelle moltissime malinconiche notti, pervase di dolcissima e cronica insonnia – che, a quanto pare, divertono moltissimo i cari Savitri e Isidoro, i quali invece la notte dormono e ronfano saporitissimamente – mi ritrovo ad avere molto tempo a disposizione per leggere, meditare, e alquanto pensare. Il molto tempo, diurno ma soprattutto notturno, dal Cielo e dai Numi così benignamente concessomi, mi permette di pensare e di scavare in profondità in quel che leggo, di portare uno sguardo attento e non frettoloso fin nei meandri meno evidenti delle realtà espresse o inespresse, che stanno dietro a parole, a discorsi, a ricordi di eventi talvolta da lungo tempo trascorsi.

Insistendo con diligenza e pazienza in tale opera di “scavo”, giunge spesso il “felice” momento nel quale la mia Amata, la glaucopide Dea della Celeste Sapienza, generosamente manifesta, e disvela al suo cronicamente insonne innamorato, parole e discorsi dagli aspetti davvero sorprendenti, talvolta ben celati, che si collegano ‘stranamente’ con altre parole ed altri discorsi, nonché con eventi nel tempo vicini o lontani. Quando Ella decide che il disvelamento si operi, la ierofania allora avviene in tutto il suo travolgente, abbagliante splendore: questo è appunto il significato originario, misterico e pagano, della parola ellenica ἀποκάλυψις, apokàlypsis (tratta dal verbo καλύπτειν, kalýptein, “velare”), e significante appunto il sollevamento del ‘velo’ che ‘celava’, a Sais e in altri Suoi Templi, in Egitto e altrove, il volto della mia Amata agli occhi degli inscienti, dei non iniziati, dei profani, ossia di tutti coloro che erano tenuti a rimanere fuori dell’Iseum, del Tempio dell’Unica Dea.  

In tale disvelamento, i frammenti dispersi – come le disjecta membra di Osiride, il Dio di Abido, raccolte dalla sua fedelissima sposa, la sapientissima dea-maga Iside – vengono irresistibilmente ricomposti in una folgorante, e inaspettata, sintesi che non manca mai di sorprendere e di suscitare lo stupore di colui allo sguardo del quale, ogni volta, il mistico velo viene sollevato. Quel che in tali momenti il disvelamento manifesta è sovente l’esatto contrario di ciò che la pragmatica, e imperante contortodossia ha “interesse” ad ammannire come “rivelazione” al fidente e ingenuo popolo catecumeno. Non si riflette quasi mai al fatto che ri-velare, alla lettera, in realtà significa “velare ripetutamente”, ossia “velare due volte”: quindi proprio il contrario di quel che generalmente si crede. Ma, ‘cosa’, ‘a qual fine’, e ‘perché’ si vuol “ri-velare”, velare due o anche più volte, appunto per ben nasconder qualcosa, onde ciò che è stato così accuratamente celato non venga, molto “inopportunamente”, prima rinvenuto e poi dis-coperto? È quanto cercheremo, nel tempo, gradualmente, di dis-velare. Sarà comunque una impresa ben temeraria, che esigerà da parte del candido lettore, oltre una buona dose di pazienza, la più grande spregiudicatezza, perché il sollevare il velo mostrerà quanto la verità appaia molto poco verosimile e ancor meno gradita alla pigra e torpida comodità della natura umana, la quale di massima preferisce permanere nell’ignoranza ed evitare di scontrarsi con “inopportune”, quanto importune, demolizioni dell’interessata vulgata ufficiale, al colto e all’inclita a gran voce continuamente predicata e affermata. Ma cominciamo intanto con la degustazione di qualche saporita “primizia”, cui nel tempo ne seguiranno alquante altre.

Nella Introduzione alla recente riedizione dell’opera di Massimo Scaligero, Dallo Yoga alla Rosacroce, ci sono considerazioni abilmente rivestite di consumata dialettica, ma le cui implicite proposte – ancorché molto prudentemente espresse, e quindi tali da sfuggire allo sguardo non attento ed esercitato di molti – comportano tutta una serie di conseguenze nefaste, le quali possono rivelarsi sommamente esiziali per i singoli individui e per la Comunità Solare. Tale Introduzione, non firmata e presumibilmente attribuibile a chi firma la Prefazione unicamente con le sole iniziali B.M., può leggersi alle pp. 11-55 del volume pubblicato nel 2012 dalle romane Edizioni Mediterranee, e riprende pressoché alla lettera, con variazioni minime, quanto scritto in un articolo, parimenti non firmato, apparso, nel giugno 2000, col titolo «Il coraggio è un’abitudine». Ricordo di Massimo Scaligero a vent’anni dalla scomparsa, alle pp. 3-39 del numero 69-70, di una rivista romana della quale ho già avuto più volte occasione di occuparmi a proposito dell’ormai famigerato e mai troppo infamato “trasbordo ideologico inavvertito”. Soprattutto inavvertito: specialmente nel suddetto articolo e nell’Introduzione, che si vorrebbero far credere esser “fedelmente biografici” – rispetto alla vita e all’operare di Massimo Scaligero – scritti dal presunto unico, anonimo, estensore dei due sunnominati scritti. Ma veniamo a quel ch’egli scrive, con identica formulazione, alle pp. 18-19 della sua Introduzione e alle pp. 9-10 dell’articolo pubblicato nella su accennata rivista romana. Facendo riferimento al rivolgersi di Massimo Scaligero ai “disperati”, come a coloro che possono percorrere con radicalità e assolutezza la Via dell’Io, l’anonimo così scrive:   

«Egli [Massimo Scaligero] di costoro fu l’antesignano, l’avanguardia, il preparatore. Diceva: “Noi siamo i preparatori dei preparatori dei preparatori”, e su di ciò converrà riflettere, finalmente giunti a questo punto di svolta. Nella progressione da lui indicata si nasconde una verità che non ammette indugi: né quelli della nostalgia, né quelli derivanti dalla troppa passiva assunzione della sua opera. Vi è infatti un solo modo di rimanervi fedeli: proseguirla. Il solo modo in cui essa possa continuare a vivere. Ossia la sua opera deve diventare l’opera dei prosecutori, i quali opereranno per quel che sarà loro dato, senza pretesa alcuna di ripeterne il livello, ma con il fermo proposito di aggiungervi qualcosa: anche pochissimo, comunque qualcosa. In quel piccolo passo in più è il senso solare di una tradizione che non si interrompe, di una ricerca che accompagna la manifestazione mutante nel tempo.

Sui continuatori incombe la severa responsabilità di non ingessarne l’opera, tradirla, disperderla. L’assunzione piena e consapevole di questa responsabilità fa di ognuno un continuatore. È parimenti la responsabilità a rendere ognuno preparatore di quanti, a loro volta, intendessero assumere la stessa responsabilità. Il senso di responsabilità, in realtà sintesi di immaginazione e di moralità, è lo strumento più efficace per correggere gli errori che la singola personalità inavvertitamente immette nella ricerca, sperimentazione, mediazione dell’ideale ascetico. Esso pone il continuatore in rapporto con l’essere interiore di chi lo ha preceduto senza fissarlo nell’inchiostro dei suoi scritti, né riguardo al ricordo troppo umano dei suoi giorni terreni, di questi lasciandogli cogliere l’aspetto essenziale, l’immagine indipendente da vita e morte e quindi di rinnovata vita.

Anche a questo proposito soccorre il modello incarnato dallo stesso Scaligero rispetto all’opera di Rudolf Steiner, da lui accolta e vivificata nella direzione essenziale e secondo la libertà noetica sopra indicata».

Il candido lettore, pur preso ed edificato dall’elegante e fluido periodare del nostro anonimo scrittore, può non aver del tutto chiaro a ‘cosa’ concretamente si riferiscano i “generosi” avvertimenti ed eziandio le indicazioni “operative”, così sibillinamente offerte. Ma poiché ritengo – mi si perdoni la selvaggia e lupesca presunzione – di ben conoscere per diretta esperienza vissuta, nonché accurata, estremamente diligente, verifica, quale sia la “ascosa significazione” delle su riportate parole, a quali non evidenti realtà esse si riferiscano, e soprattutto quali siano le segrete, prudentemente inespresse, intenzioni dell’anonimo, non sarà poi così difficile dissipar la nebbia che le avvolge. Ma, ci si chiederà – ed è comprensibilissimo – come faccia io a conoscere cotali segrete ed inespresse intenzioni del nostro anonimo scrittore. Beh, a parte una certa selvatica ‘fiutoveggenza’ ch’ogni lupaccio appenninico in abbondanza istintivamente possiede e mantiene in costante esercizio per la propria sopravvivenza, vi è pure il generoso aiuto della glaucopide Dea, la quale usa sovente mezzi straordinari ed eziandio piuttosto stravaganti per far conoscer, a chi Ella vuole, i contenuti più celati. Ma procediamo con ordine.

Esattamente venti anni fa – tempus, heu, celeriter fugit! – ebbi un ‘incontroscontro’ a casa mia con una persona che da vari anni operava in campo editoriale pubblicando libri vari ed una rivista relativi, anche se non sempre, ai temi della Scienza dello Spirito. Con lui avevo un rapporto estremamente polemico, non condividendo spesso le sue idee e scelte editoriali, e soprattutto molte azioni, che allora – piuttosto ingenuamente, lo confesso – giudicavo essere solo sciocche e controproducenti, ma non ancora volutamente e intenzionalmente ostili alla Scienza dello Spirito e a Massimo Scaligero, e di conseguenza demolitrici e fuorvianti. Mi ostinavo a volergli essere amico, e a voler pensare ch’egli pure lo volesse essere nei miei confronti: una serie di incontri mi dimostrarono, nella maniera più eloquente, quanto clamorosamente mi sbagliassi. I discorsi che faceva questo innominato sono straordinariamente simili e concordanti con quelli dell’anonimo introduttore della recente edizione di Dallo Yoga alla Rosacroce, presumibilmente autore pure di molti articoli non firmati apparsi sulla suddetta rivista romana. Questo per spiegare il ‘perché’ del racconto di alcuni eventi, da chi scrive vissuti in prima persona e taciuti per decenni.

Per oltre quindici anni, dopo che Massimo Scaligero ci aveva lasciati, avevo ripetutamente invitato nella mia città tale innominata persona, ma ella molto elegantemente declinava ogni invito, facendo capire con educata malgrazia quanto poco gliene calesse. Ma siccome noi lupacci, anche se in taluni casi possiamo risultare un tantinellino ingenui (il candido lettore tenga conto, però, che noi lupacci impariamo molto in fretta…), siamo altresì ostinatamente testardi, mi ero ficcato nella mia lupesca testaccia l’idea di farlo venire nella mia città, e di averlo una volta mio ospite. Pensavo che di fronte ad un piatto di spaghetti affogato nella rubiconda italica pommarola, dopo aver bevuto il “nero e rio caffè”, e fumando poi, belli comodi comodi, ottimi sigari d’etrusca fattura, sarebbe stato molto più facile parlare, chiarire ed appianare divergenze e malintesi.  

Mai idea, invero, fu più “felice” – nel senso latino e romano, e non in quello attuale, sentimentale e banale, del termine – e mi resi conto solo in séguito come un birbonissimo Àngelos, abile messaggero e fedele ministro della mia sapientissima Amata, mi avesse maliziosamente ispirato cotale ideaccia, non precisamente “platonica”, e come poi abbia fatto in modo che gli eventi si svolgessero in maniera per me sorprendentemente disvelatrice – oltre che alquanto ‘inopportuna’ per chi so io – dei segreti pensieri e delle occulte intenzioni di costui. In effetti, il risultato – cui, in verità, non avrei mai pensato prima di allora di pervenire – fu l’esatto opposto di quello da me atteso e financo auspicato e desiderato. Risultato per me, paradossalmente, ‘felice’, ossia molto ‘fortunato’, in quanto ho sempre ritenuto migliore e infinitamente preferibile la conoscenza della più tragica realtà al poetico sogno di qualsivoglia rosea illusione. In precedenza, a dire il vero, dubbi più che giustificati e forti ne avevo avuti molti e da lunga pezza, ma la persona in questione ai miei occhi non aveva ancora superato quella che gli anglosassoni chiamano “redline”, ossia quella linea rossa oltrepassata la quale non vi è più ritorno possibile. Lo fece precisamente in quel memorabile ‘incontro-scontro’. Ulteriori colloqui, e tutto il suo comportamento successivo, non fecero altro che confermarmi quanto si manifestò in quel ‘fatale’ incontro.

Per farlo muovere dall’Urbe, e decidere di venirmi a trovare, gli promisi una cosa cui sapevo non avrebbe saputo resistere. Avevo in mio possesso – fattomi generosamente pervenire dalla mia sapientissima Amata – un testo di Rudolf Steiner, inedito persino in tedesco. Si trattava delle conferenze – come ho già scritto nell’articolo su Giovanni Colazza – da lui tenute nel marzo del 1909, a Palazzo del Drago, ospite della nobildonna bolognese Angelica Spada Veralli, dei Principi Potenziani, divenuta col matrimonio Principessa d’Antuni del Drago. L’aristocrazia felsinea può riservare, ad un sincero e leale ricercatore, molte mirabili sorprese! Il testo di quelle conferenze – che pur si sapeva essere state tenute – era ignoto persino al Lascito di Rudolf Steiner, a Dornach, e quando le portai al Lascito, una trentina d’anni fa, la mia cara amica Hella Wiesberger mi coprì di benedizioni, di ringraziamenti, e di doni. L’innominato, che sarebbe stato mio ospite, non solo ignorava del tutto l’esistenza di quelle conferenze romane di Rudolf Steiner ma, a quel tempo, non sapeva neppure chi fosse, quale fosse il suo nome, e ancor meno conosceva la biografia di colei che, negli ambienti antroposofici dei primi del Novecento, veniva familiarmente chiamata “Elika” d’Antuni del Drago, essendo “Elika” non il suo nome di battesimo, bensì solo un semplice diminutivo di “Angelica”, usato da familiari ed amici, a Bologna e a Roma, come affettuoso vezzeggiativo.

Il testo in questione recava – scritta a matita, e quasi cancellata dall’usura del tempo, ma ancora leggibile – la dedica, molto delicata, firmata dalla nostra Principessa, ad un’amica (che io penso essere, per una serie di motivi, la baronessa Emmelina de’ Renzis), così formulata: Alla mia compagna ed amica, seguendo la Via, Elika d’Antuni”. E, subito sotto, recava come titolo, Conferenze tenute dal Dr. R. Steiner al Palazzo del Drago nel marzo 1909, e come sottotitolo Appunti presi per desiderio di Sua Eccellenza la Principessa d’Antuni. Questo testo era rilegato, in un grosso quaderno miscellaneo formato A-4, con altro materiale sapienziale, di estremo interesse, alcune parti del quale riguardanti la dottrina e mantram vari della Sezione cultico-simbolica della Mystica Aeterna, ossia della Seconda Classe della prima Scuola Esoterica, fondata da Rudolf Steiner negli anni 1905-1906. Addirittura, su ben due di quelle parti, vi era l’avvertenza autografa di Giovanni Colazza – la cui calligrafia è per me riconoscibilissima, possedendone moltissimi specimen – che diceva: Riservato per lo studio nelle logge R.+C.. Anche questi testi, assolutamente inediti in tedesco, li portai a Hella Wiesberger, al Lascito di Rudolf Steiner a Dornach, ricevendo da lei ulteriori benedizioni, ringraziamenti e doni.

Per suscitare, anzi per attizzar vieppiù, in maniera birbonissima, la curiosità dell’innominato, gli dissi – naturalmente senza comunicargli minimamente di che cosa si trattasse – che gli avrei dato un testo di Rudolf Steiner, sino ad allora inedito persino in tedesco. Avrebbe avuto quindi in mano una “primizia” che, pubblicata in Italia in anteprima mondiale, avrebbe costituito un evento di notevole importanza. L’innominato, pur affettando – come suo solito – una sorta britannico “distacco”, s’incuriosì assai e quella volta, dopo innumerevoli e inutili inviti, accettò la proposta di venirmi a trovare. Poco dopo il suo arrivo, quella sera stessa, lo portai alla nostra riunione rituale di meditazione, che si svolgeva in una stanza liberalmente messami a disposizione al suo studio da mio fratello, anche lui discepolo di Massimo Scaligero, dopo che anni prima in conseguenza di una serie di azioni – come scoprii in séguito – freddamente programmate, in quel di Roma, dallo stesso innominato e da qualcun altro, indi brutalmente attuate nella mia città da condiscendente e volenterosa “manovalanza indigena” eterodiretta, ero stato cacciato dalle case, ove per lunghi anni avevo tenuto le riunioni. In questa casa tu non potrai più fare riunioni, mi fu più volte detto, ed io “scossi la polvere dai miei calzari”.

La riunione di meditazione, estremamente scarna di forme ma intensa di forze, si svolse come sempre con tutto il rigore rituale al quale, con la necessaria gradualità, nel corso degli anni, Massimo Scaligero ci aveva condotti. Io sapevo che tale forma rituale e il correlativo rigore erano quelli attuati da Rudolf Steiner e da Giovanni Colazza nelle loro rispettive cerchie interne, nonché – come mi confermò personalmente Massimo Scaligero – nel Gruppo di UR, alla cui cerchia “operativa”, negli anni Venti dello scorso secolo, parteciparono qualificati discepoli del Dottore come Giovanni Colazza, Giovanni Colonna di Cesarò, Arturo Onofri, e altri. Una volta giunti a casa mia, l’innominato ospite fece delle osservazioni assai beffarde – per me oltremodo offensive – alle quali tuttavia non diedi spazio per rispetto dei doveri dell’ospitalità. Tra le varie cose, disse: Ma che cose strane fate voi quaggiù!. Gli risposi soltanto che quelle “cose strane” erano quanto ci aveva indicato Massimo Scaligero e che io, in quanto orientatore, attuavo perché convinto non tanto, o non solo, dall’autorevolezza della sua indicazione, che pure tenevo in estremo conto, quanto da personali e radicali esperienze interiori. In seguito, mi resi conto quanto e perché il silente Rito della meditazione in comune al mio innominato ospite stesse – per usare un’espressione decente – “sull’anima”.

Già anni prima erano venute alcune persone da Roma, le quali, una volta tornate nell’Urbe, molto slealmente – e rigorosamente alle spalle – avevano calunniato la modalità rituale trasmessaci, cercando in tal modo di metterci in cattiva luce con persone a noi molto amiche, per esempio con Alfredo Rubino, il quale ovviamente non si “bevve” le velenose menzogne. Anni dopo, falliti tali grossolani attacchi dall’esterno, si passò ad attacchi più mirati e attuati – “dall’interno della cittadella”, per usare un’espressione di Massimo Scaligero stesso – da parte di una disponibile “manovalanza indigena” della mia città, cui venne commissionato il “lavoro sporco” da farsi. Mi resi presto conto che il “progetto” in questione, sia pure nella sua scellerata perfidia, era molto “intelligente” e ben pensato. Non “robetta” da dilettanti, bensì un vero e proprio “progetto”, abilmente pensato da gente astuta, di grande esperienza, e soprattutto priva di qualsivoglia genere di scrupoli: quindi molto pericolosa.  

Da una parte, mettendo in atto una melliflua strategia di seducenti parole, si cercò di trasformare quella che doveva essere una Comunità spirituale in un brillante “Club di Lettura e Conversazione”. Mentre dall’altra, si procedeva, sempre da parte della suddetta “manovalanza indigena”, molto “cristianamente”, alla demolizione morale – dapprima rigorosamente alle spalle, poi sempre più apertamente e sfacciatamente, davanti a tutti gli amici – di colui che a un tale progetto scellerato si prevedeva si sarebbe opposto con tutte le sue forze.

Da una parte, furono usati tutti i discorsi che potevano compiacere la pigrizia di molti che trovavano dura e faticosa – ed indubbiamente lo è – l’intensa pratica di un’ascesi così impegnativa com’è la Via del Pensiero. Perciò, sia a Roma che nella mia città, fu data la stura a discorsi del tipo da voi di concentrazione ne è stata fatta abbastanza, anzi troppa”, “bisogna stare attenti a farne troppa di concentrazione, perché può far male”, “la Via del Pensiero può diventare la via del sublime egoismo, ed altre simili sconce menzogne delle quali ho avuto ripetutamente occasione di parlare sul blog di “Eco”. E per gratificare le velleità dialettiche di taluni, ossia la loro vanità oratoria, invece, veniva proposto di trasformare le riunioni rituali di meditazione, ritenute troppo austere, in liberi dibattiti – sorta di talk-shows all’americana – nei quali si discuteva su un testo letto o su un qualsivoglia altro argomento. A chi, un giorno, propose di tornare alle forme scarne e spartane di un tempo, fu brutalmente risposto che per molti un’assoluta austerità era insopportabile, ossia – dico io – era insopportabile alla loro infingarda, pigra, paurosa, sciocca e vanitosa natura inferiore. Ma, per tutti i Numi dell’Olimpo, io dico: a cotal gente, non l’aveva mica prescritto obbligatoriamente il medico, o ordinato e costretto un militare col fucile mitragliatore puntato, di fare per forza un cammino iniziatico così duro, difficile ed estremamente esigente, come la Scienza dello Spirito e la Via del Pensiero: ci sono tanti altri modi belli, divertenti, interessanti, e consolanti  – ma soprattutto innocui e molto meno faticosi – di sciupare in maniera del tutto innocente e “creativa” il proprio tempo…

Dall’altra, fu deciso di occuparsi di colui che, non volendo adeguarsi a cotali equivoche “sperimentazioni”, si ostinava nella “eretica pravità” di voler perseguire l’ideale ascetico indicato costantemente a noi tutti da Massimo Scaligero. A tale ideale persino nell’ultimo incontro del 25 gennaio 1980, poche ore prima di lasciare la spoglia corporea, egli chiese – con parole che l’eretico ostinato porta scritte a lettere di fuoco nella mente, nel cuore, e nell’anima – di essere fedeli ad ogni costo. Perciò contro l’ostinato nemico delle mirabili innovazioni si ritenne necessario dover usare i sistemi tipici dell’arsenale politico e clericale: non rispondere alle argomentazioni, ma squalificare sotto ogni aspetto chi le portava, infamandolo prima alle spalle e poi, una volta sufficientemente delegittimato agli occhi degli amici ingenui e stupiti, anche pubblicamente. L’eretico depravato veniva dipinto agli ingenui amici – secondo una ben sperimentata prassi leninista e gesuitica – a tinte fosche come pagano, buddhista, orientaleggiante, esseno, come individuo anticristico, antigraalico, invasato nientepocodimenoché dagli Asura, nonché psichicamente squilibrato e clinicamente paranoico ecc. ecc., e quindi qualunque cosa ch’ei dicesse non aveva alcun valore.   

Nei loro “cristianissimi” intenti, egli avrebbe dovuto o piegarsi e adeguarsi, e – dopo le salutari umiliazioni e penitenze, come fu detto qualche secolo fa al mio amato Principe – accettare di essere eterodiretto, o in caso contrario andar incontro all’isolamento personale, all’ostracismo e alla distruzione delle sue amicizie, degli stessi rapporti familiari, alla rovina totale anche economica, all’esecrazione della sua memoria.

La massima prova di forza – da parte della disponibile “manovalanza indigena”, tanto per esser chiari – fu tentata alla fine di settembre del 1990. Fu da loro organizzata una riunione di tutti gli amici in stupito ascolto, ai quali furon dapprima ammanniti suadenti discorsi, in stile “sessantottino”, del tipo: bisogna andare incontro democraticamente alle esigenze della base”, “bisogna intervenire socialmente sul ‘territorio’, e non chiudersi in maniera astratta ed egoistica nella pratica spirituale”, “la funzione spirituale dell’orientatore è superata e superflua”, “siamo tutti orientatori. Dopo vari simili infervorati discorsi, svolti con un’abile programmazione dei vari interventi, si passò alle accuse aperte, alle quali mi guardai bene dal rispondere, tanto erano infami: si pretendeva ch’io facessi una sorta di maoistica “autocritica davanti alle masse”, come nella Cina delle Guardie Rosse all’epoca della “Rivoluzione Culturale”. Vi fu un momento parossistico nel quale, di fronte all’indifferente e divertito distacco dell’eretico pertinace e del pagano incallito sotto accusa, uno degli intervenuti pensò che fosse venuto il momento di passare alle vie di fatto, cercando persino di mettere le mani addosso al corrigendo peccatore, il quale – non volendo dar sfoggio delle un tempo molto ben apprese Arti Marziali estremo-orientali – ritenne savio mostrare algida indifferenza di fronte a cotale manifestazione di tanta plebea volgarità, e lasciar sfogar inutilmente nel vuoto l’esagitata violenza.

In tali drammatici eventi, vi è talvolta un momento in cui la situazione dal tragico vira decisamente al comico, e vengon fuori allora aspetti circensi delle persone così buffi da muovere al riso persino chi si nutrisse quotidianamente dell’apàtheia, e dell’ataraxìa, ossia dell’impassibilità e dell’imperturbabilità stoiche, o dell’upeksha e del vairagya,  ossia della equanimità e del distacco predicati dal Buddha Shakyamuni. Infatti, ad un certo punto di quella tragicomica riunione una persona, appartenente alla solerte e disponibile “manovalanza indigena” di cui sopra, evidentemente incaricata di intervenire, secondo un copione già preparato, in quel momento, rivolgendosi alla “base”, le cui “esigenze creative” erano state in precedenza così altamente decantate, disse: «Chi è d’accordo con me sul fatto che alle riunioni si parli, si commenti e si discuta, alzi la mano!». In quel momento, io mi volsi e ficcai fisso lo sguardo negli occhi della persona che sapevo essere in loco l’occulta ‘regista’, incaricata da qualcuno in quel di Roma dell’esatta esecuzione di una sceneggiatura già scritta. La persona in questione, accortasi del mio divertito sguardo provocatorio, non ebbe l’animo, né il fegato, di unire la sua mano alla selva di braccia alzate, cui solo pochi irriducibili coraggiosi non si unirono. E così, io che mi ero preparato nell’animo a vedere una tragedia di Sofocle, mi ritrovai invece ad assistere ad un’autentica sceneggiata, ad una sorta di commedia napoletana di Eduardo Scarpetta. Pensai, col buon Orazio Flacco, Odi profanum vulgum, et arceo, scossi ancora una volta “la polvere dai miei calzari”, e me ne andai.

Per dare un’idea di quel che può accadere allorché, in maniera cinica e furbastra, si trasferisce la spregiudicatezza dal campo conoscitivo – ove essa è qualità altamente lodevole e auspicabile – al campo dell’agire “morale” (si fa per dire…), si pensi che una persona, la “regista indigena” di cui sopra, particolarmente legata al mio innominato ospite, e persona di sua fiducia, si permise financo – ovviamente senza chiedere il permesso a nessuno – di andare a “bracare”, come dicono nella vetusta Etruria, allo studio di mio fratello, nella stanza che questi generosamente mi aveva concesso per le riunioni dopo il mio decretato ostracismo, e dove tenevo una parte della mia biblioteca scientifica, filosofica ed esoterica. Il fatto mi venne descritto dalla segretaria di mio fratello, la quale – persona semplice d’animo, ma dal cuore puro e dalla moralità limpida – mi riferì come la sunnominata persona una volta entrata nello studio, senza dire una parola, per non dover dare spiegazioni di sorta, si fosse fiondata direttamente nella mia stanza, e avesse preso a perquisirla diligentemente, aprendo cassetti, guardando libri, fogli, documenti, appunti e quaderni personali. Evidentemente, era alla ricerca di “prove” di una mia scellerata colpevolezza, per giustificare il “teorema” costruito e insistentemente predicato al fidente popolo catecumeno. Allorché la solerte “regista” indagatrice, fu da me apertamente interrogata in proposito, dapprima negò sfrontatamente il fatto, poi – di fronte alla possibile testimonianza della segretaria di mio fratello – con un’arroganza senza pari rivendicò un suo diritto a cercare “con ogni mezzo”, anche non lecito, di trovare sul sottoscritto le notizie che io non le davo. Il mezzo illecito, a suo dire, diventava lecito e “giustificato” in forza di un superiore principio o una spirituale necessità o urgenza, della quale naturalmente era lei unica giudice assoluta e irresponsabile. Esattamente come fece Albert Steffen, il quale per giustificare la spoliazione da lui operata di Marie Steiner, oltre che del conto in banca e della casa editrice da lei fondata e finanziata, anche del suo diritto a difendere l’opera di Rudolf Steiner, davanti al giudice civile del Tribunale di Solothurn, si appellò ipocritamente ad un  fantomatico Mysterienrecht, ossia ad una sorta di un mai udito prima “Diritto o Giurisprudenza dei Misteri”, che divertì moltissimo giudice, avvocati e pubblico, ma che ovviamente non gli venne riconosciuto. Leggendo gli atti del processo di Solothurn, donatimi con i suoi appunti ad essi relativi da Hella Wiesberger, sorrisi amaramente vedendo come, una volta di più, una tragedia con certi figuri si muti in farsa.

Se è per questo, all’inizio di questo novello millennio, un amico romano, R., mi raccontò – relata refero – come colui, che era stato mio ospite, avesse inviato in casa sua una certa persona, da lui incaricata di asportare e poi farsi consegnare un pacco di quaderni riservati, senza chiedere al mio amico verun permesso, nonché come il committente di tale abile “esproprio esoterico” si fosse poi rifiutato di restituire quei quaderni al loro legittimo proprietario, che insistentemente glieli richiedeva. Evidentemente, sia nell’Urbe che nella mia città, vi sono persone che della moralità hanno una concezione, per così dire, molto “creativa” e “a geometria alquanto variabile”. In seguito sia la “regista indigena” che l’esoterico “espropriatore” fecero ben di peggio. Sed de hoc satis, almeno per il momento.

Il mio innominato ospite non volle ch’io andassi a riceverlo alla stazione dei treni, come faccio sempre con chi arriva nella mia città, bensì volle che andassi a prenderlo a casa della suddetta “regista”, sua fiduciaria nella mia città, con la quale voleva un conciliambolo prima d’incontrarmi, evidentemente per definir con lei, prima di vedermi, una “opportuna” linea di condotta. Era una sgarberia bella e buona, che già prometteva malissimo, ma – per dirla con il mio ottimo amico C. – bevvi, ancorché a stomaco vuoto, un paio di bicchieroni di “menefrego”, che in cotali evenienze aiutano moltissimo, e andai avanti. Quella sera lo portai alla riunione meditativa con gli amici, e al ritorno a casa mia l’innominato fece i suoi beffardi commenti sul Rito, che Massimo Scaligero ci aveva donato. Quello fu il primo grave errore dell’innominato. Il secondo errore, ancor più grave del precedente, l’innominato lo fece il giorno dopo a tavola.

Stavamo consumando con gusto il primo piatto – buona pasta arrossata dall’italico pomodoro – e parlavamo tranquillamente in conviviale allegria. Una delle poche gioie, concessemi dal mio spartano stile di vita, è il ritrovarmi ogni tanto – more pythagorico atque platonico – al sacro desco con amici ‘simposiasti’, e parlar di cose belle, nonché proseguire poi tali amabili conversari, dopo aver trangugiato, ancor bollente, un forte e nero caffè, fumando comodamente buoni sigari in salotto. Nel nostro conviviale discorrere, stavo per l’appunto dicendo al mio ospite delle differenze di stile nello scrivere di Rudolf Steiner, che gli amici della Scienza dello Spirito normalmente possono leggere solo nelle ottime traduzioni di un tempo e in quelle più recenti, spesso molto meno felici, mentre le opere scritte di Massimo Scaligero, in Italia, noi le possiamo leggere direttamente nella bella lingua di Dante, ch’egli adoprava in maniera veramente magistrale: opere nelle quali la sua esperienza spirituale, e la vita estraformale dell’idea, venivano ad espressione e si manifestavano con una immediatezza ed una corrispondenza perfetta tale da trasformare le opere di Massimo Scaligero in un immenso mantram di cinquemila pagine.

La stessa armonia tra idea vivente e parola mi era stata fatta notare, negli anni ottanta dello scorso secolo, da Amleto Scabelloni, suo cugino, col quale consideravamo, nelle nostre ‘filosofiche passeggiate’ a Monteverde, come le ottime vecchie traduzioni italiane delle opere di Steiner, eseguite da Emmelina de’ Renzis, da suo figlio Giovanni Colonna di Cesarò (che le firmava con l’eteronimo di Saro Giadice), da Ida Levi Bachi, e pochi altri, ci tramettessero fedelmente l’ideale trama aurea del pensiero di Rudolf Steiner, ma come  fatalmente esse mancassero di quel elemento ‘mantrico’, invece presente nelle opere del Dottore da lui scritte direttamente in tedesco.  

Dal punto di vista dell’Ascesi del Pensiero è di estrema importanza che con l’atto pensante si possa seguire fedelmente la trama ideale di pensiero dei Maestri, sino a poter ascendere, per volitiva intensificazione dell’atto pensante stesso, al momento genetico di quei luminosi pensieri, cioè sino a poter inverare, nell’individuale pensare dell’asceta meditante, la potenza estraformale del pensare universo, dal quale quei luminosi pensieri erano scaturiti. In questo lo studio, rosicrucianamente inteso, rimanda all’arte della Concentrazione. E può esser di grandissimo aiuto che determinate opere possano essere lette direttamente nella lingua originale, perché in tal caso alla trama aurea delle idee, possedente già una sua particolare forza, viene ad aggiungersi la potenza spirituale del ‘suono’, che agisce come forza ‘mantrica’ nell’anima del meditante. Precisamente per questo motivo, Hella Wiesberger mi aveva consigliato di meditare i mantram e di studiare, pure meditativamente, le opere di Rudolf Steiner direttamente in tedesco, cosa che faccio ormai da oltre tre decenni, e – avendone sperimentata l’efficacia – sarò sempre grato con tutto il cuore alla mia amata Hella per un così prezioso consiglio.

All’udir quelle mie considerazioni, l’innominato venne fuori con una frase che mi gelò letteralmente il sangue nelle vene: «La Via di Massimo Scaligero è una via incompleta e superata!». Un’altra persona era presente a quel fatidico ‘incontro-scontro’, e se ‘ricorda’ e se lo ‘vuole’, può sempre testimoniare la veridicità del mio racconto. A quelle parole, un lampo abbagliante mi attraversò l’anima, e in meno di un femtosecondo tutte le tessere di un immenso mosaico andarono perfettamente al loro posto: parole sue e di altri, avvenimenti che mi avevano lasciato alquanto perplesso, decisioni ed azioni sue e di altri delle quali, sino a quel momento, non ero riuscito ancora a scorgere il ‘perché’. Ora era tutto maledettamente chiarissimo, e l’innominato nei miei confronti aveva oramai passato la redline, il punto di non ritorno.

Chiesi al mio ospite – che con quelle parole aveva compiuto l’errore, ben ‘grave’ dal suo punto di vista, e ‘felice’ dal mio punto di vista, di gettare la maschera – come potesse essere “superata” una Via, qual era quella indicata da Massimo Scaligero, che non era stata ancora, se non minimamente, veramente percorsa, e ancor meno realizzata. Chiesi chi potesse giudicare di aver interamente percorsa e superata l’Ascesi del Pensiero Vivente indicataci da Massimo Scaligero, che poi è quella donataci da Rudolf Steiner stesso, e come – senza aver compiuto quel percorso di realizzazione ascetica – si potesse avere i mezzi per giudicare “superata” una Via, che io ritenevo invece insuperata e insuperabile, e chi potesse quindi, senza una tale realizzazione, presumere di mostrar ciò che, a suo dire, era “oltre” quanto indicato da Massimo Scaligero. L’innominato, accortosi di esser così inabilmente inciampato, oramai non poteva più fermarsi a metà strada, e ritenne di dovermi in ogni modo “convincere”.

Parlò per ben sei ore, apertis verbis, rispondendo alle molte domande con le quali lo incalzavo. Disse chiaramente che non si trattava tanto di “andare oltre” la Via indicata da Massimo Scaligero, con “ulteriori” conseguimenti ascetici nella medesima Via, quanto del fatto che la Via da lui indicataci, a suo dire, era errata, e che quindi si dovesse avertere semitam’, ossia cambiar radicalmente sentiero, ché la stessa ascesi perseguita da Massimo Scaligero era “orientale”, “yoghica”, “buddhista”, e quindi non solo “superata” da nuove mirabili forme di spiritualità, ma anche “incompleta” in quanto gravemente mancante, sempre a suo dire, dell’impulso del Logos, e soprattutto dell’impulso del Graal. Di fronte a tali enormità io strabuzzai più volte gli occhi, e volli capire sino in fondo dove volesse andare a parare col suo ‘presumere’ di giudicare l’ascesi stessa di Massimo Scaligero, ed egli, rispondendo a quanto gli chiedevo, si spinse ben oltre e mostrò chiaramente quanto grande fosse questa sua ‘presunzione’, cominciando a parlare in termini ingenerosi e poco eleganti – per usare un eufemismo – oltre che assolutamente falsi e calunniosi, della personalità di Massimo Scaligero, della sua intelligenza, della sua capacità di muoversi nel mondo, della sua stessa moralità. Questo fu il terzo micidiale errore compiuto dall’innominato.

Poi si dilungò alquanto nella descrizione dell’altra via, quella “cristica” e “graalica”, che – a suo dire – nella mia città avremmo dovuto tutti entusiasticamente abbracciare, dopo aver rinnegato gli “errori” nei quali – sempre a suo dire – ci aveva “indotto” il “cattivo maestro”, sino a quel momento da noi seguito. Si trattava – la cosa era affatto evidente da tutta la sua descrizione – di una forma di occultismo cattolico, di un “cattoesoterismo” abbastanza esplicito, che nella fattispecie mi ricordava molto da vicino tutta una serie di pratiche devozionali di visualizzazione sentimentale in uso quando, bambino e appena adolescente, mi trovavo in collegio, la ripugnanza verso le quali mi portò verso i 13-14 anni alla ricerca delle vie orientali, e ad innamorarmi allora perdutissimamente dello Yoga, del Buddhismo e del Taoismo. ‘Amor’, che sia pure ‘metamorfosato’, in me ancor perdura.

Naturalmente, il mio innominato ospite dichiarò esplicitamente, che quanto veniva esponendomi non era sua personale “sapienza”, e che lui era soltanto un “indegno portavoce” di chi a lui tale eccelsa “sapienza” aveva benignamente trasmessa, e dichiarò altresi, con un certo lirismo, quanto una tale “personalità iniziatica” fosse incomparabilmente superiore a Massimo Scaligero: mirabile “sapienza” davvero, quella di tale “personalità”, la quale – lei sì, e Massimo Scaligero invece no – era, a suo dire, l’autentica portatrice dell’impulso del Logos e di quello del Graal, mancante in Massimo Scaligero.  

Pur nella drammaticità di tali “abbaglianti” rivelazioni, mi dette un senso oltremodo curioso e strano il fatto che le accuse che l’innominato rivolgeva a Massimo Scaligero erano le medesime, ed espresse con lo stesso lessico ricercato, che a Roma e nella mia città molti rivolgevano alla mia lupesca e selvaggia persona. Non ch’io ambisca minimamente esser paragonato a Massimo Scaligero – e lo dico assolutamente senza quella stucchevole, e nauseante, “umiltà” recitata, tipicamente “cristiana”, ma solo con la serena percezione dei miei limiti – ma mi stupiva assai udire sulla bocca dell’innominato quello stesso e identico lessico ricercato, che avevo udito usare spesso da parte di persone, cui mancava assolutamente quella preparazione culturale minima, che serve almeno a capire il significato di quelle parole, da loro ripetute a mo’ di slogans. Il che mi chiarì la ragione e l’origine di tanti discorsi fatti nella mia città, e di taluni eventi ad essi correlati. Esauriti i sacri obblighi dell’ospitalità, accompagnai l’innominato al treno.

Tornò l’anno dopo e, in maniera molto più aggressiva e dialetticamente ancor più organica, mi ripeté, per altre sei ore, gli stessi ragionamenti dell’anno precedente, ma anche quella volta la sua capacità di persuasione nei miei confronti fu pari a zero. Lo rividi poi nel 1998, e l’innominato fece un quarto grossolano errore nei miei confronti. Una persona di Roma, che stimo moltissimo e alla quale sono da sempre affezionatissimo, volle mettermi in guardia nei confronti della ‘levantina’ – così la definì – capacità di simulazione dell’innominato. Ma io avevo già le idee affatto chiare su di lui. Tanto più ch’egli era venuto meno alla promessa sacra che mi aveva fatta. Allorché gli donai il ciclo inedito delle conferenze tenute nel 1909 da Rudolf Steiner a Palazzo del Drago, gli posi come unica condizione che tale ciclo non venisse smembrato, bensì che venisse pubblicato, tutto intero, in un volumetto in modo da valorizzarlo pienamente: condizione che l’innominato accettò e promise. Nel Celeste Impero, ossia nella Cina d’un tempo – come mi riferiva di recente la mia cara amica Fang-pai, figlia di quello che i poeti d’Oriente una volta chiamavano il ‘Regno di Mezzo’ e ‘maestra’ in molte cose – vi era il detto che “la parola di un uomo nobile è ‘oro’, ed egli non può venirvi meno sotto nessun pretesto”, ma evidentemente il nostro innominato non la pensava affatto così, e riteneva col Frosini – con un’espressione che Arturo Reghini, con giusto sarcasmo, riferì ad onta di chi la pronunciò – “che simili ‘principî’ vanno bene per i piccoli uomini ed i macachi”. Conciosiacosaché, in barba ad ogni formale promessa, il ciclo venne pubblicato vilmente smembrato nei vari numeri della suddetta rivista e, con un miserabile sotterfugio, il fedifrago non volle riconoscere neppure la paternità del dono. Da molto tempo so per personale esperienza, purtroppo, che è più facile trovare la pietra filosofale che lealtà e gratitudine nel cuore degli uomini.

Nell’incontro che ebbi con lui nell’Urbe, nel 1998, egli tentò con me – questo il suo quarto errore – la carta più sbagliata che gli potesse venire in mente. Cercò di “sedurmi” ad unirmi alla sua cerchia, e al suo “progetto”. E per “convincermi” –ossia per “comprarmi” – dopo molte melate parole, aggiunse: “Cosa devo fare per dimostrarti la mia stima e la mia fiducia? Ecco, guarda, se vuoi ti apro tutto l’archivio di Massimo Scaligero”. A parte il fatto che io sono un lupaccio cattivissimo, di una razza non disposta a “vendersi” per nessun motivo, la sola proposta di un tale squallido “commercio” – denotante, come direbbe il mio ottimo amico C., “una volgare mentalità bottegaia: da mercanti di birra e venditori di trippa” – a me fa semplicemente vomitare e mi offende profondamente. Inoltre, oltre che moralmente indegno e spregevole, sarebbe stato terribilmente ingenuo da parte mia (ma, come detto più sopra, noi lupacci impariamo molto in fretta…), solo il credere ch’egli avrebbe rispettato la promessa abbinata alla sua “seducente” proposta, perché – direbbe sempre la cara, e da me molto stimata nobile amica, Fang-pai – “la sua parola non è certo ‘oro’, giacché essa non viene da lui onorata”, mentre, secondo che ammonivano i sapienti Latini, “chi ha già tradito una volta, di nuovo tradirà”.   

Ora, vi è una straordinaria somiglianza e concordanza, per non dire assoluta identità – sia di contenuti che di forma – tra pensieri e parole del mio innominato ‘ospite’, da me ascoltati – ex suo ore ipso – per vari decenni, e quanto scrive l’anonimo redattore di molti articoli della rivista di cui sopra, nonché della citata Introduzione, e forse anche della Prefazione, alla seconda edizione di Dallo Yoga alla Rosacroce di Massimo Scaligero. Ma in fondo, è cosa relativamente secondaria, anche se non senza importanza, l’appurare e verificare quale relazione vi sia tra l’innominato e l’anonimo, giacché dal punto di vista di quel idealismo magico, che sta alla base della Via del Pensiero, sono molto più importanti, nella loro dinamica azione creativa o distruttiva, nelle singole anime e nel mondo, idee e pensieri in sé che non le personalità che le veicolano. Infatti, l’azione di idee e pensieri opera nel mondo molto al di là del singolo individuo, ed agisce sia spazialmente anche molto lontano da lui, che temporalmente per lungo tempo dopo la scomparsa dell’originario loro pensatore dallo scenario sensibile. Anzi, proprio le opere di Rudolf Steiner di Massimo Scaligero sono esempi, dal punto di vista spirituale – alla faccia dei molti, troppi ostacoli incontrati – di una tale azione spazialmente vasta e temporalmente duratura, della quale tali opere contengono persino la giustificazione gnoseologica e filosofica, espressa in limpidi e luminosi pensieri.  

Nella Introduzione e nell’articolo commemorativo sopra citati, l’anonimo invita coloro ch’egli chiama “prosecutori” dell’opera di Massimo Scaligero – della Via da lui indicata – a farlo in una maniera affatto particolare e, per così dire, “creativa”, cosa che a coloro che, come noi, più che presumere di “proseguirla”, vorrebbero consacrarsi a sperimentare una tale opera, e a percorrere, “osando l’impossibile”, una tale Via, non può che lasciare alquanto perplessi. L’anonimo parla – esattamente come fece varie volte, apertis verbis, l’innominato – di una “nostalgia” e di una “troppo passiva assunzione della sua [di Massimo Scaligero] opera”. Infatti, egli intende spiegarci – con un ‘gentil’ atteggiamento pedagogico, come farebbe una maestrina nei confronti di allievi particolarmente “lenti” – una “verità”, a suo dire, nascosta nelle parole di Massimo Scaligero da lui citate, e da noi “ottusi” punto compresa, ovverossia che: “Vi è infatti un solo modo di rimanervi fedeli: proseguirla. Il solo modo in cui essa possa continuare a vivere”. Ciò è stato, con ogni evidenza, scritto ad uso e consumo di quei “nostalgici”, i quali – a suo modo di vedere, son davvero alquanto “tardi” a comprendere – a causa della loro “troppo passiva assunzione”, si ostinano a pensare che rimanere fedeli all’opera del Maestro si realizzi solo con lo sperimentarla asceticamente, e che “preparare i preparatori”, significhi appunto prepararli asceticamente e trasmetter loro la Via del Pensiero per sperimentare il momento originario del conoscere, o pensiero vivente, quale e come ce l’hanno trasmessa Rudolf Steiner e Massimo Scaligero, e non un’altra cosa, diversa e opposta.

Ovverossia, sempre secondo gli ostinati “zucconi”, è un cinico tradimento nei confronti dei Maestri, ed un perfido tentativo di disperderne l’opera, l’attuare surrettiziamente un “trasbordo ideologico inavvertito”, col sostituire ai contenuti di Sapienza celeste dei Maestri e ai metodi ascetici da loro trasmessi, altre dottrine, puramente dialettiche e sentimentali, e altri metodi e pratiche individuali e comunitari, diversi e opposti a quelli che ci aveva trasmesso direttamente Massimo Scaligero. Tali metodi “innovativi” conducono ‘lento pede ac pedetemptim’, ossia insensibilmente ma certissimamente, nell’ovile e nelle “accoglienti” braccia della chiesa cattolica.   

Il nostro anonimo articolista e introduttore afferma che “la sua opera [di Massimo Scaligero] deve diventare l’opera dei prosecutori, i quali opereranno per quel che sarà loro dato, senza pretesa alcuna di ripeterne il livello”, ma abbiamo visto che il proseguirne l’opera si realizza con la dedizione all’ascesi volitiva della Concentrazione e la consacrazione alla Via del Pensiero Vivente, e non certo, una volta abbandonato l’aureo sentiero da lui indicatoci, “con il fermo proposito di aggiungervi qualcosa: anche pochissimo, comunque qualcosa”. Perché quel “qualcosa”, quel “pochissimo”, che dovrebbe aggiungersi, in realtà, si risolve in un inavvertito smarrire l’originario sentiero intrapreso, mentre “quel piccolo passo in più” è l’incauto inoltrarsi in una mefitica palude meotide, satura di attossicanti miasmi; ed è infine perire, miseramente naufragando, sotto la fascinazione di un seducente canto delle sirene. Il contenuto contraffatto, surrettiziamente proposto, la “manifestazione mutante nel tempo”, è finalizzato segretamente proprio a provocare l’interruzione della continuità di quella “tradizione solare”, che a parole egli ostenta difendere.

Infatti, egli poi attacca gli “ostinati reprobi” che, a suo dire, Massimo Scaligero vogliono “fissarlo nell’inchiostro dei suoi scritti”, e di “ingessarne l’opera, tradirla, disperderla”. A mio immodesto e lupesco parere, credo che l’opera del Maestro la tradisca e la disperda, non certo chi, pur facendo una vita molto, ma molto difficile, si scuoia vivo per venire ai ferri corti con se stesso, e si costringe a seguire la Via del Pensiero, a praticare la Concentrazione anche nelle condizioni più impossibili. Semmai la tradisce e la disperde eventualmente l’‘ignoto’ che, la notte stessa in cui Massimo Scaligero ci lasciò, violò il suo studio, ne cambiò la serratura, cominciò il saccheggio delle sue cose, facendo pure “opportunamente” sparire il suo testamento e impedendo così l’attuazione della sua dichiarata volontà. Sempre secondo il mio selvaggio modo di vedere, tradiscono e disperdono l’opera del Maestro, semmai vari infami ‘incogniti che andavano e tuttora vanno a giro per l’Italia – così sono venuto a sapere – a descrivere, in maniera derisoria, Massimo Scaligero come “ingenuo”, “sprovveduto”, e “non abile a muoversi nella vita e nel mondo” (mentre posso testimoniare che era vero esattamente il contrario…), offendono la sua intelligenza, la sua ascesi, la sua moralità, e gettano palate di letame persino sulla sua esperienza graalica. Cotali ‘ignoti’ e ‘incogniti’ vengano pure a raccontare le loro sozze menzogne su Massimo Scaligero nella tana del lupaccio cattivissimo, e poi vediamo cosa succede…

Non si può poi certamente dire, invece, che “ingessi” o “fissi nell’inchiostro” l’opera di Massimo Scaligero chi si permette di alterarne gli scritti o inserisca nelle sue opere parti o capitoli che ad esse non appartengono, e giustifichi tale arbitrio con spiritose affabulazioni. Né che sia un fedele “prosecutore” della sua opera l’anonimo che, nella innominata rivista, numero 81-82 del giugno 2003, p. 18, contrappone a “l’esperienza del pensiero puro-libero dai sensi, che è un’esperienza spontanea, ma non cosciente, e quindi egoistica, dell’uomo di questo tempo”, una mistica “circoncisione eterica”, che a me fa semplicemente accapponare la lupesca pelle e il pelo. È vero, invece, esattamente il contrario: per chi sia autenticamente “figlio di questo tempo”, non vi è altra possibilità di essere veramente cosciente e libero, e di conseguenza morale, che lottare energicamente, per realizzare l’esperienza del pensiero puro, del pensiero libero dai sensi, tutt’altro che spontanea e gradita all’infingarda natura egoistica dell’uomo attuale e sperimentare, per volitiva intensificazione consacrata dello stesso atto conoscitivo, la folgorante travolgenza del pensiero vivente. Né, tampoco, ritengo che sia un leale “prosecutore” dell’opera di Massimo Scaligero, anzi ne sia un livido e cinico affossatore, chi diffama il Rito della meditazione in comune da lui trasmesso, o cerca di scoraggiare, in vari modi, l’intensa e fervida pratica della Concentrazione, oggi UNICA via cosciente all’esperienza spirituale.

Per adesso, mi fermo qui, perché l’articolo si è già troppo allungato, ed io volevo per il momento – anche se vi è moltissimo altro da dire, e sicurissimamente, presto, sarà pure detto – commentare solo quelle poche frasi dell’anonimo “introduttore”. Ma il benevolo lettore non disperi, e non dubiti, ché molti altri “incomodi”, “inopportuni”, ed “importuni” disvelamenti avranno luogo su questo temerario ‘blog : ci può contare! 

SCIENZA DELLO SPIRITO
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