Kaspar Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA

KASPAR APPELLENZER, L’AUDACE CERCATORE DEL LOGOS (di F. DE PASCALE)

Era il 2007 quando apparve sulla storica rivista L’Archetipo di Marina Sagramora la presentazione per l’uscita del libro “LA GENESI” di Kaspar Appellenzer, che trascriviamo di seguito, a firma di Eugenio Luri, in realtà pseudonimo di F. De Pascale. Pochi anni dopo, il nostro blog ottenne dall’editore di CambiaMenti e dai proprietari dei diritti del testo originali la licenza di pubblicare nel tempo i vari capitoli in puntate. Di questo lavoro se ne sta occupando il nostro amico e autore Daniel e, in archivio, tramite ricerca nel menu alla home page di questo sito, se ne troverà facilmente itinerario interno. Abbiamo ultimamente ottenuto il permesso da parte del sig. Rolando De Pascale, fretello di Franco, e del sig. Andrea Di Furia di rendere noto che Silvano Mirami, il curatore e traduttore dell’opera, è altro pseudonimo di Franco De Pascale.

Il nostro caro amico Franco, nonchè amico amatissimo di molti, tra le sue tante virtù aveva anche quella della modestia. Nonostante con alcuni determinati pseudonimi abbia firmato scritti, curato e tradotto testi importanti, Franco De Pascale veniva  chiamato abitualmente Hugo, e così firmava i suoi articoli nel nostro blog, e di Hugo ci chiedevano i lettori attraverso tante mail alle quali lui prontamente dava risposte per  poi donare la sua amicizia.

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KASPAR APPELLENZER, L’AUDACE CERCATORE DEL LOGOS

“È da poco uscito – pubblicato dalla casa editrice bolognese CambiaMenti, con la traduzione, l’introduzione e le note del curatore dell’opera, Silvano Mirami, e con la prefazione del dottor Angelo Antonio Fierro – il libro di Kaspar Appenzeller La Genesi alla luce dell’evoluzione embrionale umana. Si tratta sicuramente dell’opera piú importante di tale Autore, antroposofo, medico, musicista, cultore di varie scienze naturali, poeta e pensatore svizzero (1927-1999); l’opera che piú a lungo impegnò la sua amorevole dedizione ed i suoi tenaci sforzi.

Non si tratta affatto di un testo erudito, scritto a partire dalla sua sia pur vasta cultura, bensí del frutto di un’incessante elaborazione meditativa, portata avanti con tutte le forze dell’anima per decenni, del tema dell’azione del Logos Creatore in rapporto alla nascita dell’Universo e dell’uomo. Anche se l’esposizione viene da lui portata avanti, in maniera veramente magistrale, con tutte le necessarie verifiche, sia filologiche sul testo biblico della Genesi – ma l’autentica, originaria, philologia non è forse amore per il Logos? – sia scientifiche di laboratorio attraverso osservazioni dirette, le piú severe e serie, fatte dall’Autore e da altri ricercatori in campo biologico e medico, Kaspar Appenzeller trae i contenuti di quel che, con prosa avvincente, va comunicando al lettore dalla sua propria, immediata esperienza spirituale.

Il che, invero, è alquanto raro che accada, e ciò rende particolarmente preziosa la sua opera al sincero ricercatore spirituale. Nella sua profonda coscienziosità ed umiltà, Kaspar Appenzeller cerca di non far trasparire la profondità della Luce interiore alla quale attinge e, celandosi dietro la figura spirituale grandiosa di Rudolf Steiner, si sforza di non far emergere la vastità e la ricchezza dell’esperienza interiore che viveva nella sua anima. Nella sua onestà, egli cosí agiva per far sí che il lettore fosse libero da ogni suggestione e potesse in maniera indipendente trovare e verificare nella propria esperienza le verità contenute nella sua opera. Ma per chi si sforzi di procedere sul difficile ed erto sentiero che conduce all’Iniziazione, è evidente – vorremmo dire: luminosamente evidente – che Kaspar Appenzeller non è affatto un intellettuale dialettico che esprime con altre parole quello che ha letto nelle opere di Rudolf Steiner o di altri, bensí che è un audace, diretto sperimentatore dello Spirito.

Questo libro colpisce, dunque, sia per la statura spirituale, davvero eccezionale dell’Autore, sia per la profondità dei contenuti che la sua lettura offre, contenuti oggi difficilmente rinvenibili altrove. Il lettore diligente troverà nel libro alti misteri e profondi segreti – volutamente non messi in evidenza dall’Autore ma, sia pur accuratamente celandoli, egli mostra la Via che mena ad essi – che spetterà, appunto, all’audace volenteroso disvelarli a se stesso.

Kaspar Appenzeller espone un coerente parallelismo tra il racconto biblico della Creazione dell’Universo e dell’uomo – cosí com’è possibile leggerlo nei primi due capitoli della Genesi, che l’Autore analizza anche nell’originale testo ebraico – e il miracolo della formazione dell’essere umano nel seno della madre. I vari Giorni della Creazione vengono ripercorsi e messi in rapporto con le successive fasi della formazione dell’embrione umano. Viene messo continuamente in evidenza come, per azione della Parola Creatrice, ossia del Logos, si attui sempre di nuovo, a vari livelli, l’incontro delle forze della Luce, ha-schamàjim e di quelle della Terra, ha-àretz. Continuamente avviene, sempre di nuovo ad ogni livello, l’abbraccio del Cielo e della Terra, la cui segnatura riporta al mistero dell’Androgine Celeste.

È lo stesso Mistero che, nel Medioevo, Arnaldo da Villanova esponeva nel Semita Semitae o nel Flos Florum, che l’Alchímia rosicruciana del Seicento additerà attraverso autori come Ireneo Filalete nel suo Introito al Palazzo chiuso del Re (che non a caso il curatore ha scelto come motto all’edizione italiana), o il Santinelli nella sua Ode Alchemica, o il Cosmopolita nel suo Novum Lumen Chemicum, o Michael Maier nella sua Atlanta Fugiens o infine Eugenio Filalete, che nella sua opera Anthroposophia Theomagica userà per la prima volta in un libro, attingendo ad Enrico Cornelio Agrippa, il termine Antroposofia a designare la Sapienza Spirituale.

Kaspar Appenzeller ha offerto al mondo il dono di questa sua opera come indicazione affinché l’uomo ritrovi la Via che ricongiunge la sua manifestazione terrestre con la sua originaria essenza celeste. In questa Via diviene vivente la sintesi meditativa di cosmogenesi e antropogenesi: il Microcosmo umano e il Megacosmo celeste divengono uno, per azione dell’Io-Logos, della Divina Parola Creatrice.

E questa Via non può essere che una via di Sapienza e d’Amore.”

 

Eugenio Luri

Per gentile concessione de L’Archetipo – maggio 2007

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Kaspar Appenzeller, La Genesi alla luce dell’evoluzione embrionale umana, Editrice CambiaMenti – www.cambiamenti.com – Bologna 2007

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Spada del cavaliere templare, XII secolo (4163/N) - spade - Europa medievale s. VI-XV - Denix

 

ANNUNCI, Kaspar Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA, MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

K. Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA – Il Terzo Giorno – P. 2

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IL TERZO GIORNO

2. L’orientamento nello spazio terrestre.

Collegamento alla parte precedente

Poco dopo l’implantazione11 comincia la differenziazione all’interno dell’embrione. Sulla parte inferiore dell’embrioblasto si forma una radura dapprima a forma di fenditura; questa cresce fino ad uno spazio a forma di crescente lunare, la cavita amniotica. L’embrioblasto, che è appunto il tessuto primordiale dell’intero corpo successivo, giace come disco (disco embrionale) tra la maggiore cavità rotonda della blastula, che ora viene chiamata cavità del sacco vitellino e quella piccola cavità amniotica a forma di crescente lunare (vedi Tavole III e IV). Il corpo embrionale disciforme è ancora circolare. Ora però in un punto del medesimo si forma, vicino al bordo periferico di esso, una delicata condensazione piatta, la placca cordale. Questa contrassegna il capo dell’embrione e determina perciò al contempo l’asse corporeo. La posizione di quest’ultimo diviene visibile subito dopo come sottile striscia sulla parete inferiore dell’embrione. Finora, per l’embrione esisteva soltanto un sopra e un sotto. Mediante questa prima differenziazione, esso riceve tutto in una volta un davanti e un dietro, una sinistra ed una destra. La prima cosa che dunque viene conferita al giovane embrione umano per la sua forma terrena, è il suo orientamento nello spazio terrestre. Nella dualità di sopra-sotto l’uomo si orienta nei confronti di Cielo e Terra, in mezzo ai quali egli sta come un terzo elemento; il suo orientamento sulla Terra è quadripartito.

Nel corso dell’implantazione dell’embrione le cellule embrioblastiche, sino ad ora accalcate in un mucchio, si ordinano in un’unica disposizione disciforme (vedi tavola III, uno stadio intermedio tra le Fig. 1 e 2). Nel frattempo, poi, al di sotto sorge la scissura amniotica, sulla parte superiore si forma, mediante scissione cellulare, da quest’unico strato cellulare embrioblastico una seconda più sottile. Con ciò il disco embrionale viene bistratificato (vedi Tavola III, Fig. 2 e 3, come pure Tavola IV).

TAVOLA IV

Formazione della disposizione del Chorion e della vescica embrionale. Fig. 1: 12 giorni dopo la fecondazione. Ulteriore evoluzione di tutti gli strati; il coelom estraembrionale si dilata, è ancora permeato dal mesenchima (punteggiato finemente). Il sinciziotroboflasto viene sempre più pervaso da lacune blu, che conducono il sangue materno, e viene alimentato dal seno capillare della mucosa materna. Sch: coagulo di chiusura. Fig. 2: 13 giorni dopo la fecondazione. La parte esterna del vecchio arco della blastula è diventato il trofoblasto, che si forma come chorion, quella interna come parete del sacco vitellino; nel frattempo si espande potentemente il coelom estraembrionale C, che da ogni lato è separato da ogni lato del mesenchima (finemente punteggiato). Dal sacco vitellino DS si è distaccato l’exocoelciste E. I ectoderma, II endoderma; 1 sinciziotrofoblasto, 2 citotrofoblasto, 3 mesenchima del chorion, 4 gambo peduncolare, 5 mesenchima del sacco vitellino, nel quale si formano in seguito le isole sanguigne.Il coagulo di chiusura non può più essere scorto, l’epitelio uterino si stende senza cicatrici sul mistero che si sviluppa nell’interno. Il circoletto indicato da una freccetta mostra l’effettiva grandezza di quel che si scorge nella raffigurazione. – LO spessore dell’epitelio uterino diminuisce sempre più dalla Tavola III alla V, via via che aumenta l’età dell’embrione. La misura di ciò si lascia valutare, perché in realtà l’epitelio ha sempre lo stesso spessore (liberamente, secondo LANGMAN).

 

Il primo strato, quello inferiore, si chiama ectoderma, da esso provengono il sistema nervoso e gli organi dei sensi. Quello superiore, che proviene da quello inferiore tramite scissione, si chiama entoderma, e da esso provengono l’intestino e gli organi digestivi. Così come nella scissione cellulare i cromosomi si dispongono e si raddoppiano sul piano mediano tra i due emisferi cellulari, e poi le loro metà si allontanano una dall’altra, così vi è la prima raddoppiantesi disposizione cellulare dell’embrioblasto tra le cavità polari del sacco vitellino e dell’amnion. Anche queste metà un giorno si separeranno – esse un giorno si troveranno l’una di fronte all’altra come sistema dei nervi e sistema del ricambio, come testa e ventre. E chi disperde questa formazione? In questo allontanamento vive la stessa forza del processo della scissione cellulare, vale a dire la forza del Cielo penetrata nell’interno dell’embrione-Terra nel senso della rappresentazione più sopra riportata. Vediamo subito l’inizio di questo processo in ciò che segue. Parimenti, scaturendo dall’ectoderma, si forma ora un terzo strato cellulare, che si insinua tra il primo e il secondo. Esso è mosso sin dal suo primo sorgere ed è anche il plasmatore di tutti gli organi del movimento. Da esso nasce dapprima l’elemento più mosso, il sangue; poi in sostanza le membra, ossia i muscoli, ossa, tessuti connettivi. Questo terzo strato di chiama mesoderma.

Come avviene in particolare la formazione del mesoderma? Nell’ectoderma la massa cellulare protoplasmatica si trova in movimento e da ogni parte fluisce dalla periferia dell’embrione al centro e alla linea mediana posteriore. Ivi le cellule s’incontrano, si gonfiano un po’ insieme, scivolano poi però all’interno della placca embrionale, ed ora, in quanto strato intermedio tra ectoderma ed entoderma, dapprima migrano nuovamente alla periferia, piegano poi in avanti e si dirigono alla placca cordale, ove il movimento termina (vedi Fig. 7). In luogo della linea mediana posteriore, ove all’interno scompaiono le cellule migranti, nasce dapprima una stria (stria primitiva), poi attraverso il rigonfiarsi d’ambo i lati dell’ectoderma si forma, mediante rigonfiamento del davanti, una scanalatura (scanalatura primitiva), sulla sua terminazione anteriore, all’incirca al centro del disco embrionale, il nodo primitivo.

Figura 7. Rappresentazione schematica di un disco embrionale durante il sorgere del canale primitivo 1, del nodo primitivo 2 e della placca cordale 3. Si vede dalla cavità amniotica all’ectoderma. Le masse cellulari a1, b1 e c1 migrano verso la scanalatura primitiva, lì penetrano in profondità e scorrono ulteriormente come strato intermedio a2, b2 e c2 (mesoderma, invisibile all’osservatore, perciò punteggiato). Da b1-b2 si forma la disposizione della colonna vertebrale (nella Tavola V si trova una rappresentazione schematica di questo processo di ripiegamento in sezione).

 

Questo è il punto di svolta per un particolare piede cellulare che viene dal davanti, che qui in egual maniera penetra all’interno dell’embrione, poi però proprio alla linea centrale tende in avanti in direzione della placca cordale. Da questa corda centrale sorge presto un bastone rotondo, «cartilagineo», la chorda dorsalis, che forma la base per la colonna vertebrale. Durante questo evento l’embrione cresce fortemente, in modo particolare la sua parte anteriore, ed ora ha assunto una forma piuttosto allungata, leggermente appuntita all’indietro.

Tutto il materiale afferrato dal movimento scorre via dall’ectoderma e si dirige come fluido strato intermedio alla placca dorsale. Ad eccezione della migrazione cellulare assiale, tutte le correnti cellulari sfociano nella regione della placca dorsale, ove giungono a quiete. In tale luogo pochi giorni dopo sorge, da questo materiale dello strato intermedio, dal mesoderma, la prima disposizione del cuore. Dall’ectoderma, dal quale originano le correnti, sorge la prima disposizione del cervello.

Ma lasciamo adesso parlare la Genesi:

E DIO DISSE:

SI RACCOLGA L’ACQUA SOTTO IL CIELO

IN UN LUOGO, CHE APPAIA ASCIUTTO.

E FU COSÌ.

E DIO CHIAMÒ L’ASCIUTTO TERRA,

E LA RACCOLTA DELLE ACQUE CHIAMÒ MARE.

E DIO VIDE CHE CIÒ ERA BUONO.

Nella massa cellulare-plasmatica del mesoderma scorrente come acqua vivente riconosciamo l’«acqua sotto il Cielo». Essa si raccoglie «in un luogo12», la regione della placca cordale. Lì, ove defluisce la corrente, l’«asciutto» diviene visibile, la prima disposizione del cervello. Nell’«asciutto» riconosciamo la sostanza nervosa primordiale; essa diviene la «Terra» per il primo sviluppo embrionale. Lì, ove fluisce il mesoderma, nasce il cuore. Nel cuore sfoceranno in seguito tutte le correnti sanguigne del corpo, perciò nel luogo della «raccolta» delle «acque» mesodermali, nello spazio del cuore, può essere visto il «mare». L’«acqua» stessa è il rappresentante del sangue. Ancora non è nato alcun sangue, ma il mesoderma, che più tardi formerà l’intero sistema del circolo sanguigno incluso quello del cuore, esegue alla sua nascita una sorta di movimento ritmico, che ricorda il successivo movimento sanguigno. In maniera archetipica esso presenta la sua immagine della funzione posteriore. Tuttavia questo primo «fluire» è un processo affatto lento, un poco del tipo dello scorrere dei succhi delle piante.

Nella parola «raccogliere» vi è uno scorrere concentrato. E poiché anche questo impulso opererà ulteriormente attraverso l’ulteriore evoluzione, questa parola ci indica il futuro circolo venoso e scorgiamo ovunque il raccogliere e il forare insieme di tutti i futuri circoli sanguigni che fluiscono al cuore. Nella parola «raccolta» il movimento giunge a quiete. Ma è una quiete agitata, la quiete della quale appunto il sangue è capace. È il presagio per la quiete del sangue nel cuore durante la diastole. In queste due parole «raccogliere» e «raccolta» vive il pensiero del sangue scorrente, che nel cuore giunge ad una sorta di quiete. Abbiamo di fronte a noi la prima diastole13 del futuro cuore in un momento nel quale né sangue né cuore sono formati. Già all’interno del tessuto primordiale vive la funzione dei successivi organi. Per il sangue il movimento concentrato delle masse mesodermali, per il cuore la congestione del medesimo nel «luogo» – makòm. Makòm porta dapprima il movimento alla quiete. È interessante considerare il significato delle parole che cominciano con la stessa coppia di consonanti come la parola makòm («luogo»), e che perciò sono interiormente affini con questa: luogo consacrato, ciò che è santificato, luogo di rifugio, asilo, cavità, profondità; assemblea; speranza, fiducia; martello, scaturigine, sorgente, punto d’inizio. Tutte queste parole si addicono alla caratterizzazione del cuore e risultano collettivamente un’ampia descrizione della funzione del cuore. Anche il cuore come sorgente e punto d’avvio di un ulteriore movimento del sangue sta all’interno della parola, anche se sino ad ora viene descritto il decorso del movimento del sangue soltanto fino alla sua raccolta. Di passaggio, inoltre, venga [ora] menzionata la parola che l’ebreo adopera per il cuore. Essa suona Lev e significa pure coraggio, sentimento, pensiero, sapere, interiorità, centro. Appartiene ad un gruppo di termini nel quale vi sono parole col significato di fiamma, leone ed anche splendore. Perciò si ha quasi tutto insieme quel che può essere riferito al cuore. Lev descrive il cuore secondo il suo lato animico-spirituale, makòn secondo quello organico-fisiologico. La Genesi descrive l’aspetto corporeo, giacché l’elemento animico-spirituale è ancora intessuto dentro alla corrente formatrice organica.

La Terra non nasce attiva, bensì al principio quiescente. Attraverso ciò viene a manifestazione il fatto che l’acqua agitata l’abbandona. Prima, l’elemento agitato e quello quiescente formano un’unità in questo dominio. Ora essi vengono separati, come un tempo vennero separati Luce e Tenebre. Ma l’acqua che si raccoglie in un luogo costituisce anche la via dal movimento alla quiete. E dell’«asciutto» vien detto che esso diviene «visibile». Ora, tuttavia, nella parola teraeh (divenir visibile, apparire) è racchiuso inoltre un altro significato, vale a dire quello del contrapposto guardarsi e perciò del vedere, del mirare. L’asciutto, il terrestre, comincia a divenire organo di senso; comincia dunque fuori della sua quiete, a considerare processi di movimenti che avvengono ed entra perciò in un rapporto percipiente con questi. La Parola creatrice dà a ciò che è mosso la tendenza alla quiete, a ciò che è quiescente la tendenza al movimento. Un elemento riceve il seme dell’altro. Con ciò riconosciamo l’autentica polarità di questi esseri neocreati: terra e mare. Essi si contrappongono ancora. Il mosso tende al quiescente, il quiescente fa avvicinare ciò che è mosso come percezione. Perciò questo necessiterà di un nuovo atto di creazione, che una polarità possa trapassare nell’altra secondo l’archetipo del Giorno, che attraverso la Sera penetra sin nelle profondità della Notte, e quello della Notte, che attraverso il Mattino tocca il Giorno. Poi l’Acqua riceverà la facoltà della riflessione speculare, della vitrea quiete, e la Terra il dono di far crescere piante in se stessa e così muoversi interiormente. E allorché il sangue nascente nell’organismo si è separato dalla sostanza nervosa, il sangue riceve la facoltà della quiete diastolica nel cuore, il sistema nervoso nondimeno la facoltà di farsi muovere dal pensiero.

 


11«Implantazione» dell’embrione nella mucosa uterina. Usuale è anche l’espressione nidazione, annidamento. 

12Secondo Lutero: «in luoghi particolari». Nel testo ebraico vi è la parola makòm: luogo, al singolare. 

13Diastole= dilatazione del cuore (riempimento sanguigno), sistole=contrazione del cuore (svuotamento sanguigno).

(Continua)

Tutti i diritti di riproduzione, di traduzione o di adattamento sono riservati per tutti i Paesi. E’ vietata la riproduzione dell’opera o di parti di essa con qualsiasi mezzo, compresa la stampa, copia fotostatica, microfilm e memorizzazione elettronica, se non espressamente autorizzata dall’editore.

Kaspar Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA

K. Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA – Il Terzo Giorno – P. 1

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IL TERZO GIORNO

1. La via alla Terra.

Collegamento al Capitolo precedente

Fino allo stadio della blastula, l’embrione, come abbiamo visto, dapprima si sviluppa liberamente nella cavità del dotto ovarico, poi nell’utero. Ora però, sei giorni e mezzo dalla fecondazione, è giunto il momento nel quale la blastula maturata viene accolta nell’alveo dell’utero. Dapprima essa si fissa con il suo polo terrestre sulla mucosa. Dal polo terrestre crescono nelle profondità, delle terminazioni sottili, mobili; come radichette, con l’aiuto delle quali l’embrione lavora attivamente nella mucosa uterine (vedi Tavola III, fig. 1, poi figg 2 e 3) , fino a che non è completamente avvolto da essa.

TAVOLA III

Implantazione dell’embrione (liberamente, secondo LANGMAN). Fig. 1: la blastula penetra attivamente nella mucosa uterina (da sei a sette giorni dopo la fecondazione). Fig. 2: implantazione giunta alla metà del processo; il trofoblasto è cresciuto fortemente e si è differenziato nei citotrofoblasti generativi e i sinciziotrofoblasti, verosimilmente derivati da quelli, che entrano in rapporto con la mucosa materna. L’embrioblasto si è differenziato in ectoderma ed entoderma (7 giorni e mezzo dopo la fecondazione). Fig. 3: 9 giorni dopo la fecondazione. Implantazione praticamente completata; il coagulo di chiusura chiude le porte alla cavità uterina. Il frutto appiattitosi nel corso del processo d’implantazione diviene nuovamente sferico; il trofoblasto si è potentemente sviluppato. La cavità amniotica già visibile nella Fig. 2 è divenuta più grande e attorno al blastocele si è formata la membrana di HAUSER; perifericamente rispetto a questa sorge il coelom estraembrionale, la cavità corporea posta al di fuori dell’embrione vero e proprio. Il punto, indicato dalla freccetta sotto la Fig. 3, mostra l’effettiva grandezza dell’uovo (embrione e trofoblasto), che è disegnato nella Fig. 3.

All’interno di questa Terra materna l’embrione umano ora può svilupparsi, fino a che esso non è abbastanza forte da venir abbandonato alle forze della Terra esteriore. Anche la Terra esteriore un tempo era diversa. Anch’essa si è evoluta: da una sostanzialità più sottile sulla sua superficie è divenuta «pesante» e dura come una roccia. Secondo la Genesi, anche la Terra una volta fu un campo di forze immateriali, come la «Terra» del giovane embrione umano, giacché la Genesi descrive ambedue le evoluzioni: quella umana e quella della Terra. Questo processo di condensazione che la Terra poté compiere nel corso di miliardi di anni, il corpo umano ora, in una certa maniera, deve eseguirlo durante il suo sviluppo embrionale. Così lo sviluppo embrionale è una sorta di evoluzione cosmica svolgentesi in tempo breve. E allorché le ossa del corpo in formazione cominciano a solidificarsi, allora quest’ultimo si è conformato ed è maturo per la nascita. L’uomo si sviluppa per la Terra. Il suo corpo viene plasmato per la vita sulla Terra, riceve delle ossa ed un corrispondente peso. A tal fine lo aiutano le forze terrestri. Finora noi conosciamo l’elemento della Terra, ha-haretz, soltanto come ciò che è vivente-attivo nell’interno e sta di fronte alle forze del Cielo, ha-schamajim, che tendono verso l’esterno. Ciò porta, in relazione all’elemento sostanziale che va costituendosi sempre di più alla maniera di concepire, che ha-schamajim operi maggiormente all’assottigliamento ed alla volatilizzazione, ha-haretz invece alla condensazione e all’indurimento: che con ha-schamajim l’elemento sostanziale tenda dal centro verso la periferia, che con ha-haretz invece la sostanza si condensi nel corpo dell’embrione. Nella relazione dinamica di esterno ed interno abbiamo trovato la Terra dentro. Ma dopo che, nel secondo giorno della Creazione, le forze del Cielo, come espressione di un nuovo atto di Creazione, si sono immerse nell’elemento fluido, sorse nello spazio della Terra il  «sopra» e il «sotto». Nella regione inferiore ora presagiamo la Terra. Con ciò è stato fatto pure il primo passo nella gravità. La Terra non è più unicamente un elemento che si attiva in maniera vivente nell’interno; d’ora in avanti al concetto Terra inerisce anche quello della gravità. E d’altro canto, nel concetto Cielo penetra ciò che possiamo caratterizzare come ciò-che-tende-verso-l’alto.

Con l’immergersi della blastula nell’utero abbiamo un’immagine su come ora l’embrione si ponga nella sfera delle forze di questa nuova Terra sottoposta alla gravità. Tuttavia ora il suo successivo essere umano dipenderà proprio dal fatto che esso superi sin dal principio questa gravità. Che esso riesca a farlo, lo vediamo per esempio nel fatto che l’embrioblasto, che appunto rappresenta il polo gravitazionale, rimanga ancora costantemente incluso nella sfera del trofoblasto. Avviene diversamente nel caso della scimmia. Anche la scimmia (macacus) ha una bellissima blastula (vedi Fig. 6), ma la differenza morfologica tra trofoblasto ed embrioblasto è già grandissima, quest’ultimo appare goffo e pesante nei confronti del primo che invece appare delicato, quasi come un’esilissima parete (überdünnwandig).

Nel caso dell’uomo, sia l’embrioblasto come i suoi successivi stadi di sviluppo rimangono molto più pervasi dalle forze delle sfere celesti, che superano la gravità. Con ciò viene toccata una differenza essenziale, affatto generale, tra l’uomo e l’animale. Attraverso tutta la sua struttura, l’animale è molto più fortemente legato alla Terra che non l’uomo, il quale conquista il suo esser umano proprio attraverso la facoltà di stare eretto, attraverso il superamento della gravità. Per la verità, anche una scimmia può talvolta stare eretta, ma questo è sempre un ergersi esteriore, giacché il corpo della scimmia è organizzato per la gravità. Allorché l’uomo si erge eretto, questo stare eretto corrisponde alla sua organizzazione. Per lui la stazione eretta non è niente di esteriore, bensì qualcosa di profondamente fondato nel suo essere. Accanto alle forze della gravità, sono quelle della stazione eretta le plasmatrici del suo corpo. Perciò in lui il principio della stazione eretta è all’interno di tutti gli organi, e ciò si lascia dimostrare addirittura sin nella fine struttura di essi¹. Ergersi eretto non significa sottrarsi alle forze della Terra. Significa non farsi sopraffare dalle forze della Terra, ricercare nel corpo terrestremente pesante le forze del Cielo e farle essere presenti. Il poter fare ciò necessita di una speciale organizzazione.

Fare questo è una faccenda che riguarda la personalità umana.

Nel momento in cui ora le forze della Terra cominciano ad essere attive in maniera vera e propria nell’embrione, vediamo le forze del Cielo sviluppare ora più che mai la loro attività. L’embrione vive tra le forze della Terra e quelle del Cielo.


¹Vedi RUDOLF STEINER: per esempio in Scienza dello Spirito e medicina, ciclo di conferenze per medici e studenti di medicina, tenuto a Dornach nel 1920, Editrice Antroposofica O.O.98-99.

(Continua)

Tutti i diritti di riproduzione, di traduzione o di adattamento sono riservati per tutti i Paesi. E’ vietata la riproduzione dell’opera o di parti di essa con qualsiasi mezzo, compresa la stampa, copia fotostatica, microfilm e memorizzazione elettronica, se non espressamente autorizzata dall’editore.

Kaspar Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA

K. Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA – Il Secondo Giorno – P. 2

 

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IL SECONDO GIORNO

2. Viene eretta la vôlta celeste

Collegamento al paragrafo precedente

Attraverso la scissione cellulare si ripartisce la sostanza dei centrioli e perciò la forza di ha-schamajim su tutto il corpo. A poco a poco non sta più in primo piano la cellula o un complesso cellulare, bensì la totalità dell’embrione, la sua figura, la sua forma vivente. La cellula deve subordinarsi alla concezione totale. Attraverso il processo di suddivisione cellulare, ogni cellula ha sperimentato per se stessa in piccolo l’atto di creazione della formazione della volta celeste da parte di ha-schamajim, per così dire come preparazione di una più grande esperienza comune – così come in un’orchestra il singolo musicista si esercita da solo, per poter poi dare origine nell’armonia di tutte le voci alla grande esperienza.

Come si fa valere ha-schamajim nel Macrocosmo? Per vedere ciò dobbiamo dapprima seguire le vie sulle quali la Luce percorre la sostanza terrestre dell’ovocellula. Ve ne sono due di tali vie, una esterna ed una interna. La Luce proveniente da ha-schamajim appare nell’incontro di seme ed ovocellula sulla superficie del corpo dell’uovo. Lo spazio intorno a questo corpo è illuminato. Ora si separano le vie della Luce. Con la penetrazione di uno spermium irradia Luce nell’interno dell’ovocellula. Questa è la via interna. Troviamo l’altra, quella esterna, se ci diciamo: con la suddivisione cellulare si formano vie che dallo spazio esteriore conducono tra le cellule figlie; e quante più cellule figlie nascono, tanto più si ramificano queste vie dello spazio esteriore nell’interno dell’antico spazio ovulare; gli spazi intercellulari della morula sono perciò vie della Luce proveniente da ha-schamajim , per così dire bidimensionali, giacché il suo corpo, come morula appare ormai racchiuso come dall’immissione di piani di Luce nell’ovocellula. La Luce attraversa, solca il corpo ovulare. – La via interna della Luce descrive la formazione delle pareti cellulari all’interno. Laddove nella scissione cellulare si trovano i coni di Luce del fuso, nascono le sottili membrane separatorie delle cellule. Queste devono il loro sorgere, come tutto quello che sorge nuovamente tramite la scissione cellulare, ai centrioli, e perciò al raggio di Luce proveniente da ha-schamajim. Ora sulle sottili membrane si incontrano la Via interna di Luce e quella esteriore, così come in seguito nel polmone sulle membrane degli alveoli si incontreranno il sangue e l’aria respiratoria. E lì, così come l’aria si congiunge al sangue e dona a questo la nuova forza della pulsazione, così si congiungono anche qui le due vie della Luce. Le forze della Luce dello spazio cellulare interno irradiano nel regno della Luce dello spazio intercellulare – dalle cellule si riversa del fluido nello spazio intercellulare, e con ciò si forma sempre più uno spazio interno che si distacca dalle cellule . Questo è il frutto germinante, che si gonfia, di ha-schamajim. Ora ha-schamajim diventa attivo all’interno dell’embrione. E, ingrandendosi la superficie intercellulare col crescente numero di cellule, cresce la forza di ha-schamajim all’interno della morula. Gradualmente questa forza si concentra; ed anche in seguito lo vedremo sempre di più: allorché l’elasticità ha raggiunto una certa misura, comincia l’espansione. Sorge dapprima uno spazio all’interno della morula a forma di fessura; però questa si estende sempre di più. Le cellule vengono spinte alla periferia, attraverso la suddivisione diventano sempre più piccole e possono disporsi più vicine una accanto all’altra. Lo spazio all’interno dell’embrione diviene una volta. E’ nata la blastula. E con piena forza scaturiscono ora le Parole della Genesi:

E DIO DISSE:

VI SIA UNA DISTESA TRA LE ACQUE

E QUESTA SIA UNA SEPARAZIONE TRA LE ACQUE.

DIO FECE ALLORA LA DISTESA.

E DIVISE L’ACQUA SOTTO LA DISTESA DALL’ACQUA

SULLA DISTESA.

E FU COSI’.

E DIO CHIAMO’ LA DISTESA CIELO.

Qui viene eretta, con un potente gesto all’interno delle «acque», della massa cellulare protoplasmatica, una vôlta. La Genesi fa sorgere davanti ai nostri occhi dalla morula la blastula. – Questo processo diventa sperimentabile in maniera particolarmente forte attraverso la vigorosa traduzione di Martin Lutero:

Dio disse:

vi sia una vôlta in mezzo alle acque

ed essa sia la separazione delle acque dalle acque.

così Dio fece la vôlta

e divise l’acqua sotto la volta e l’acqua al di sopra della volta.

E ciò fu.

E Dio chiamò la volta: Cielo!

L’«acqua sotto il Cielo» è l’embrioplasto, che noi abbiamo chiamato Terra; da esso si sviluppa l’uomo corporeo. L’«acqua sopra il Cielo» è il trofoblasto, da esso provengono le membrane ovulari e la placenta. All’inizio delle nostre considerazioni abbiamo chiamato Cielo questa parte della blastula, poiché essa s’incurva come un «Cielo» sulla parte terrestre dell’embrione. Dopo tutto quello che adesso sappiamo di ha-schamajim, non possiamo più rivolgerci al trofoblasto stesso come Cielo, sebbene come immagine ciò sia assolutamente giusto, bensì con ciò designamo la forza all’interno dell’embrione che edifica la vôlta e dalla terra tende verso l’esterno. La sostanza cellulare del trofoblasto si ordina in questa sfera di forze. In seguito da questa medesima sfera di forze viene formato il sacco vitellino, poi il chorion e sfere sempre più grandi, sino alla vôlta dell’utero e all’inarcamento del corpo materno. Ma nella misura in cui queste forze del Cielo agiscono dall’interno all’esterno e si separano dalle forze della Terra, ne irradieranno, da quelle forze che tendono verso l’esterno, altre nel senso delle forze della Luce. Sono queste forze riflettentisi che formano e plasmano l’embrione.

3. Arare e seminare 

La prima aratura avvenne come scaturita da un’azione di eco in seguito al primo Appello divino. La Luce non era ancora creata, solo l’idea vivente del Cielo ha-schamajim si distacca dall’attività creatrice – barà – della Divinità. In barà accanto al significato di generare, formare, creare, vi sono anche quelli di purezza, chiarezza, bor – e altresì quello di innocenza, bar. La stessa parola bar significa anche figlio (in aramaico bar, in ebraico ben) e anche granoBarà scritto in una maniera un po’ diversa significa mangiare, nutrirsi, barut, pasto, barà anche ingrassare. Per cui sono affini le parole benedire, berakà, ed anche folgorare, fulmine, splendore, baràk. Anche la parola grandine, barad, appartiene a questa serie. In tutte queste parole vive la segnatura della Luce, dell’irradiare-dal-Cielo-alla-Terra. Se rovesciamo la succesisone dei suoni, riceviamo quel che sperimentiamo, allorché dalla Terra guardiamo il Cielo: ab, padre.

Già la prima aratura della sostanza ovulare – tohu va-bohu – ha luogo nelcrepuscolo di una prima azione innata della Luce – barà. Poi appare la Luce, e con essa la forza del seme penetra nella Terra vivente dell’uovo. Con ciò viene rappresentato il motivo primordiale dell’arare e del seminare. Il seme primordiali è penetrato come Luce nella Terra primordiale e d’ora in avanti si sviluppa ulteriormente in questa.

Fin qui si svolge la sfera del primo giorno. Poi si può sperimentare una specie di baratro tra questo primo giorno e il secondo. L’esatta traduzione dell’ultimo versetto del primo giorno suona: «E fu sera, e fu mattino, un giorno» (secondo WOHGELMUTH e BLEICHRODE). Le parole «un giorno» formano, come se qui la creazione fosse compiuta, la chiusura della sfera, nella quale la Luce nasce ed incontra la terra primordiale.

Nel corso della nostra esposizione vedremo sempre più chiaramente che nel primo giorno della Creazione è contenuto tutto ciò che vi è nel mondo. Ivi c’è un possente seme dal quale cresce fuori tutta la Creazione. La Genesi è realmente sin dal primissimo inizio un tutto. Da un punto germinale scaturisce un pensiero dopo l’altro, fino a che non diviene visibile la figura matura della Creazione. Il primo giorno è il seme dei giorni successivi; tuttavia esso scaturisce dal seme del primo versetto, questo dal seme della prima Parola, questa dal seme del primo suono beth , dalla casa della Terra, che alberga lo Spirito (qui risiede l’elemento dimensionale, il punto, dimora nello spazio terrestre) – questo è Dio.

Se guardiamo all’Abisso, che si apre tra il primo e il secondo giorno della Creazione, scorgiamo: unicamente e soltanto la Luce ci trasporta dal primo al secondo giorno, la Luce che è capace di agire nello spazio terrestre. Soltanto con questa Luce congiunta alla Terra possiamo lasciarci dietro l’abisso e proseguire il cammino.

Si ripete ora, su piani superiori, il motivo dell’aratura e della semina. Per così dire risuona dapprima spiritualmente la nuova Parola creatrice «Vi sia una distesa in mezzo alle acque», e come una eco risuona diffondendosi ovunque nello spazio terrestre e riflettendosi centinaia di volte e moltiplicandosi nella suddivisione cellulare. Con ciò la Terra embrionale viene nuovamente arata. – Abbiamo descritto più sopra la formazione della blastula, l’innalzamento della vôlta interna da parte delle forze del Cielo, le quali come seme della Luce avanzano fin nello spazio intercellulare e poi partendo da qui giungono all’azione espansiva. Questo, tuttavia, è ora soltanto un lato dell’evento, si potrebbe dire quello fisiologico. Tuttavia perché si giunga ad un nuovo atto di creazione, all’aratura, che è l’azione dell’eco, deve diventare attiva la voce stessa, che si unisce al creato, divenire carne. Ciò accade attraverso la semina, ed è il lato spirituale dell’evento, che nella singola vita è impresso dalle forze del Destino, dell’individualità.

Perciò possiamo caratterizzare il contenuto del secondo giorno all’incirca così: dopo che il corpo terrestre dell’ovocellula è stato solcato e arato dalle forze della Luce, dopo che queste forze sono penetrate in tutti gli angoli della sostanzialità, la zolla può ricevere il seme celeste. Come vôlta, esso si affonda nella sostanzialità elementare delle acque. Attraverso ciò nasce nello spazio terrestre un sopra e un sotto. – E se ora spingiamo una volta lo sguardo in avanti nell’ultimo mese della vita embrionale e ci volgiamo all’organo polmonare, vediamo che gli alveoli polmonari si formano, per l’aspetto, come le singole cellule di una morula. Anche qui, come per l’intero corpo, la sostanza terrestre viene «arata». E quando poi si giunge alla nascita, risuonano le Parole: «e Dio gli soffiò l’alito vivente» e per la prima volta il polmone si riempie d’aria. L’organo polmonare si gonfia, e viene eretta una vôlta all’interno dello spazio toracico. E quindi il cuore e l’intero corpo si riempiono per la prima volta con sangue pervaso di aria propria. Con ciò abbiamo di fronte a noi la più elevata intensificazione corporea della semina di un seme divino.

Da ciò risulta quanto segue. Abbiamo visto: ogni volta, allorché risuonano le Parole  «e Dio disse», gli Elohim donano alla evoluzione della Terra, che è anche l’evoluzione dell’uomo, un nuovo pensiero della Creazione, un nuovo impulso creativo. Ognuno di questi impulsi pervasi dalle forze del Cielo, ha-shamajim, viene elevato dalla terra, ha-aretz, fino a che il medesimo non diventa parte della stessa. E così la Terra, anche se è intessuta delle forze del Cielo, dopo un certo periodo di elaborazione, può di nuovo essere chiamata Terra, anche se poi non si tratta più della stessa Terra, bensì di una Terra di un gradino superiore. Poi la novella Terra è di nuovo matura per accogliere un nuovo impulso, un nuovo seme divino. Perciò non stupirà se nel prosieguo noi scambieremo sempre di nuovo nell’applicazione concetti come  «Terra» «Cielo» o  «Luce» in rapporto ad un sostrato organico.

Inoltre la Terra non viene nominata nel secondo giorno, udiamo soltanto parlare  «dell’acqua sotto il Cielo». Si presagisce come venga preparata qui una Terra che già si avvicina un po’ al concetto che è rapportato all’elemento sensibile. Se volgiamo lo sguardo alla blastula, qui ora il suo polo embrionale è diventato più pesante di tutta la sua restante parte. Davanti a questo pesante polo terrestre si accosta ora il germe della mucosa terrena.

E FU SERA E FU MATTINO L’ALTRO GIORNO

Nella Genesi, un giorno corre dalla sera sino di nuovo alla sera. Nella Tenebra, nella notte cosmica, comincia la Creazione. Distaccandosi il Sole dal corpo della Terra primordiale, sorge il primo mattino, appare il primo giorno. E ancor oggi, se consideriamo il sorgere del Sole per la nostra posizione sulla Terra il Sole ascende. E allorché vediamo al tramonto del Sole come il Sole ritorni nella Terra, ciò può essere per noi un’indicazione del fatto che il Sole un giorno si riunirà alla Terra. Il tramonto del Sole è per noi pure un’immagine di come la Terra venga sempre di nuovo compenetrata dalle forze della Luce, nella maniera in cui possiamo udirlo nella Genesi.

Se ora consideriamo ancora una volta l’evoluzione embrionale fino all’evoluzione della blastula, risulta la seguente immagine. Nell’esistenza tenebrosa appare l’ovocellula e a tutta prima essa diviene ancor più tenebrosa attraverso la formazione dei corpuscoli. Qui siamo nella notte fonda. Ma allorché l’ovocellula incontra la corrente degli spermium , si fa giorno. E nella misura in cui questo processo giunge a termine, si fa sera. – Chi cerchi di sperimentare interiormente in maniera immaginativa questi processi con tutte le loro mutazioni di forma, può ora avere realmente la sensazione di come l’embrione dopo questo primo giorno passi attraverso una notte e sperimenti nella formazione della blastula un nuovo giorno. Allorché, dopo l’incontro col seme l’ovocellula esteriormente giunge alla quiete, comincia dapprima un’altra  vita, una vita interna, la solcatura – dopo che il Sole, irradiando è salito in Cielo, esso la sera s’immerge nella Terra. Sale la tenebra e da essa si distacca il brillare di una stella. Presto si vedono stelle più numerose, dapprima grandi, poi più piccole e giù giù sempre di più, fino a che in piena notte il cielo non è cosparso di stelle, delle quali le più piccole vengono appena presagite. Il processo della suddivisione cellulare del giovane embrione, fino a che non abbia raggiunto lo stadio della morula, dà una tale immagine. E come poi, allorché al mattino il Sole sorge nuovamente, le luci delle stelle vengono ricacciate indietro dalla vôlta del giorno, così arretrano le cellule della morula in periferia – cedendo il loro posto al Cielo della blastula, che è un Cielo diurno. Ma se la blastula si sviluppa pienamente, allora si fa nuovamente sera e la navicella cosmica corre nel porto, ove essa si àncora saldamente.

(Continua)

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Kaspar Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA

K. Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA – Il Secondo Giorno – P. 1

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IL SECONDO GIORNO

1. L’agire della Luce e della Tenebra

Un artista, che voglia iniziare un opera, pensa al suo compimento. Il suo sforzo è quello di condurre l’idea che porta in sé alla manifestazione esteriore attraverso tutti i gradi dello sviluppo. Così come all’artista la concezione evoca davanti all’anima l’opera compiuta, così per il poeta della Genesi l’immagine dell’uomo vive già nel primo pensiero creativo degli Elohim. Di gradino in gradino essa viene condotta, attraverso sempre nuovi impulsi, alla sua più eccelsa elevazione. Se nella Genesi viene dato un impulso, esso agisce ulteriormente, anche allorché ne sopraggiunge un altro. Esso non viene sostituito dall’intervento di uno nuovo, come potrebbe apparire a tutta prima, bensì il nuovo impulso coopera con tutto ciò che lo precede nel divenire evolutivo, fino a che l’intero coro degli impulsi divini non completa l’immagine dell’uomo. Così agiscono ulteriormente le forze del «Cielo» che agiscono verso l’esterno e quelle della «Terra» vivente nell’interno, le forze della «Luce» e quelle delle «Tenebre», che s’incontrano a partire da quelle polari e primordiali; agisce tohu va-bohu, agiscono l’Abisso tehom e il calore della cova aleggiante spiritualmente, operano il «Giorno»  e la «Notte», la  «Sera» e il «Mattino». E quando non solo si prende conoscenza di tutte queste forze polari, ma si tenta di sperimentare il loro contenuto interno, ad uno può sopraggiungere la sensazione di un pulsare vivente, che inizia nella prima Parola bereschith e che muove attraverso tutte le immagini dell’intera creazione, fino a sorgere nella manifestazione esteriore nel corpo umano creato come battito cardiaco. Ora, dopo che ha avuto luogo l’incontro del seme e dell’ovocellula nella forma descritta, il movimento delle code seminali è giunto gradualmente alla quiete, l’ovocellula sino ad ora mossa dall’esterno comincia a muoversi internamente. L’impalcatura fluidamente granulosa del nucleo cellulare comincia a solidificarsi in diversi punti e si forma un gomitolo di formazioni filiformi (vedi Fig. 5).

 

 

 

 

 

 

 

Figura 5: Scissione cellulare (mitosi). Da sinistra a destra: interfase (cellula quiescente), profase (inizio della scissione cellulare: ammorbidimento del nucleo cellulare, disposizione polare dei centrioli), anafase (migrazione dei cromosomi sui centrioli), telofase (formazione dei nuclei cellulari, restrizione del corpo cellulare), fase di ricostruzione ovverosia trapasso in una nuova interfase.

Queste diventano sempre più evidenti e presto riconoscibili all’occhio del ricercatore tramite il microscopio come filamenti singoli, denominati cromosomi, mentre la membrana del nucleo cellulare si dissolve gradualmente. In conseguenza di ciò, i cromosomi penetrano nel citoplasma e si diffondono proprio in esso. Nel frattempo è iniziata la formazione del cosiddetto fuso. Nel citoplasma dell’ovocellula vi sono ora due pallidi granellini puntiformi, circondati da una delicata corona di raggi. Essi derivano dallo spermatozoo che è penetrato al momento della fecondazione. I cosiddetti centrioli tendono ad allontanarsi l’uno dall’altro e si spostano in due direzioni opposte alla periferia del globo cellulare, ove poi si trovano l’uno di fronte all’altro come due poli. Essi devono ora essere considerati come due piccoli soli, i cui sottilissimi raggi di citoplasma si incontrano attraverso il piano che passa per il centro cellulare e producono nel complesso la forma di un fuso. I cromosomi si ordinano ora in questo piano, si scindono per la lunghezza e dopo un certo tempo le due metà tendono ad allontanarsi reciprocamente in direzione dei centrioli polarmente disposti. Contemporaneamente il corpo cellulare si allaccia in quel piano mediano, finché da una cellula non ne sono nate due. Poi si estinguono i raggi del fuso. Le metà cromosomiche si addensano di nuovo in un gomitolo, la loro struttura si dissolve sino alla completa irriconoscibilità e le loro sostanze formano ora i nuclei delle cellule figlie. I centrioli migrano al centro delle due cellule, si dividono e si dispongono ognuno come una minuscola stella doppia accanto al nucleo neoformato. In questo ora si raddoppia la sostanza cromosomica e dopo un certo periodo di riposo le cellule figlie possono di nuovo cominciare a dividersi. Queste ultime hanno quindi, al contrario dell’ovocellula, i loro propri centrioli; questi sono, quindi, anche i discendenti delle prime cellule derivanti dal materiale seminale. Perciò i centrioli in ogni cellula, quando presenti, sono i discendenti della sostanza maschile. Essi ordinano e rendono possibili, durante l’intera vita, le scissioni cellulari. – Con ciò viene descritta la prima suddivisione cellulare. Essa introduce l’evoluzione dell’embrione. E tutte le innumerevoli suddivisioni cellulari, che seguono questa prima, si compongono secondo le medesime leggi.

Seguiamo in maniera ancora più precisa la via degli spermium e dei loro discendenti, i centrioli. Dalla cerchia circostante arrivano sull’ovocellula due o tre milioni di spermatozoi, come vengono anche chiamati gli spermium, e dànno ad essa la forza di rotazione nella maniera descritta. (Incidentalmente: SHETTLES, nella sua ricerca, fa girare l’ovocellula altrettante volte quante la Terra gira attorno al suo asse in vent’anni, nel tempo dunque del quale l’uomo ha bisogno per passare dalla nascita al suo completo sviluppo). Uno spermium penetra ora attraverso la zona pellucida e s’inoltra nel corpo dell’ovocellula (un istantaneo notevole ispessimento della zona pellucida impedisce l’ingresso di ulteriori cellule seminali), nel quale la sua testa si gonfia e si separa dalla coda (vedi Tavola I in basso).  La testa si arrotonda e si espande a grandezza del nucleo dell’ovocellula femminile, dal quale ormai non può più essere differenziato morfologicamente. Il tratto di collegamento tra la testa dello spermium e la coda si chiama collo. In questa parte vi sono le ulne organiche del movimento della cellula. Dal lato più anteriore di questa parte del collo, dal cosiddetto disco di testa originano i centrioli. Col distacco della coda, pure il materiale dei centrioli si distacca, diventa sferico e si divide subito in due parti. Nascono così i centrioli. Questi migrano negli angoli dei nuclei cellulari maschile e femminile che si toccano, e che ora si fondono l’uno con l’altro. Con ciò è formato il primo zigoto e può iniziare la prima scissione (cellulare).

Le cellule seminali hanno stimolato dall’esterno il movimento dell’ovocellula. I centrioli, discendenti dalle cellule staminali, rendono possibili i processi di movimento all’interno dell’ovocellula. Ma di che tipo sono questi? I centrioli migrano in direzioni opposte, e quanto più si allontanano uno dall’altro, tanto più fortemente essi cominciano ad «irradiare»; intorno ad essi si forma, come già descritto, una corona a forma di sole di sottili raggi di plasma, la cosiddetta radianza polare. Ma tra di loro si forma uno spazio, delimitato e riempito dai loro raggi, il fuso (radianza polare e fuso sono due strutture del citoplasma un po’ diverse l’una dall’altra, che vengono provocate ambedue dai centrioli). Si scorge, dunque, che ai centrioli è inerente la medesima segnatura che noi chiamiamo ha-schamajim: essi anelano all’ambiente circostante e riflettono, verso il centro, un correlato di Luce. Ma poiché ora le forze celesti di ha-schamajim si sviluppano qui all’interno della sostanzialità terrestre, esse respingono tale sostanzialità e si forma (così) uno spazio. In ciò si riflette un che di luminoso (Lichtartiges), il fuso. La Luce origina sempre da ha-schamajim – e laddove essa appare, dona le forze della sua sorgente. Gli spermatozoi sono dei correlati dell’azione cosmica della Luce; se vengono in contatto con l’ovocellula, le donano le forze della loro propria sorgente, ha-schamajim. Nell’elemento organico queste forze scaturiscono dai centrioli (vedi nota a p. 346)

Al centro di questo spazio neoformato sorge una membrana di separazione e comincia la suddivisione cellulare. Troveremo sempre che, laddove le forze della Luce si riflettono da ha-schamajim, sorge qualcosa di nuovo, qualcosa che prima non c’era. Troveremo un atto di creazione ogni qual volta avviene questa irradiazione di Luce, sia nel Macrocosmo che nel Microcosmo. Qui vi è l’elemento nuovo: che da una cellula ne nascano due. Lo spazio creato viene suddiviso e con questo fatto l’embrione, nel senso dell’idea complessiva, viene mutato e gli viene data forma. Ed ora ascoltiamo risuonare, come primo presagio, le parole della Genesi :  «E Dio disse: vi sia una distesa in mezzo alle acque». In luogo di «distesa», rakia, si può dire pure «vôlta», «estensione». E poi viene affermato: «e questa sia una separazione tra le acque»; o più precisamente: «e questa divida in mezzo tra acque e acque». Si forma allora in mezzo al fuso la membrana separatrice e l’immagine scompare. La scissione cellulare è terminata. I centrioli si spengono e sono di nuovo al centro, sùbito accanto ai nuclei cellulari e fino a che nuovamente essi non si spengono in tutte le cellule neoformate sempre di nuovo udiamo, lievi, le Parole: «Vi sia una distesa in mezzo alle acque, e vi sia una separazione tra le acque». Sorge così a poco a poco la morula.

(Continua)

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Kaspar Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA

K. Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA – Il Primo Giorno – P. 7

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Paragrafi precedenti

IL PRIMO GIORNO

7. Della Vita tra Luce e Tenebra

Dopo che la prima scissione cellulare si è compiuta, c’è lo sforzo delle cellule figlie ad arrotondarsi nuovamente e a diventare sferiche. La scissione dà luogo dapprima ad una superficie completamente piatta, come se la cellula si scindesse in due (vedi Fig. 5). Ma poi questa superficie cellulare piatta a doppio strato si trasforma nuovamente da ambo i lati in forme sferiche. Si vede chiaramente che qui sono all’opera due forze contrapposte. L’una divide e muta perciò la forma dell’embrione, l’altra vuole di nuovo arrotondare ciò che è stato diviso. Questi due campi di forza si contrappongono come fuoco ed acqua – essi incarnano demolizione ed edificazione nell’elemento organico. La forza della demolizione che opera plasmando e formando mediante la sua facoltà del dividere, viene rappresentata nella Genesi attraverso la Luce; la forza dell’edificazione, che cerca di ricevere la forma nella sostanza, viene rappresentata mediante la Tenebra. RUDOLF STEINER designa jom (giorno) come le forze della demolizione, lajla (notte) come la forza dell’edificazione (vedi RUDOLF STEINER, La Genesi. Misteri della storia biblica della creazione). Ma poiché queste forze, se giungessero ad agire contemporaneamente, si distruggerebbero e si dissolverebbero reciprocamente esse devono venire separate. Le forze, che nella loro attività simultanea si annientano e che perciò renderebbero impossibile ogni evoluzione, sono, separate ed operanti in maniera ritmicamente scambievole, nella condizione di creare l’uomo.

Durante la veglia prevale nell’organismo la demolizione, durante il sonno prevale l’edificazione. Perciò le forze di demolizione possono essere chiamate le forze del giorno, quelle edificatrici le forze della notte. Come in maniera grandiosamente semplice appare ora il corrispondente versetto della Genesi , che porta in sé leggi cosmiche:

E DIO DIVISE LA LUCE DALLA

TENEBRA E CHIAMÒ LUCE IL GIORNO

E LA TENEBRA NOTTE.

Lo scambio ritmico di demolizione e di edificazione, rispettivamente processi del Giorno e della Notte, diviene visibile per la prima volta nel processo della solcatura. Esso evidentemente esiste già prima, giacché il ricambio di sostanze di ogni sostanza vivente si compie attraverso lo scambievole agire di questi due sistemi di forze. In un organismo adulto sano questi si mantengono in equilibrio. Se in un organismo prevale la demolizione, si giunge alla perdita di peso, al disseccamento e all’indurimento dei tessuti. Se prevale l’edificazione, allora si giunge ad un’aumentata irrigazione, a forme più complete, ad assunzione di peso. Durante la giovinezza generalmente prevale l’edificazione, nella vecchiaia la demolizione. Ma come si comportano questi due sistemi di forze nello stadio della crescita e dello sviluppo, che qui consideriamo? Qui si tratta non soltanto della conservazione, bensì della configurazione e della formazione di organi. I regni di forza della Luce e della Tenebra appaiono qui essere ancora molto più vivi che non in seguito. Mentre più tardi si tratta soltanto dell’immagine di un organo, qui quest’immagine deve prima essere creata attraverso una serie di mutamenti di forma. Il modellatore è la Luce, la Tenebra governa la sostanza, riempie quel che deve essere riempito di sostanza vivente.

Quando l’ovocellula riposa nell’ovaia, essa prende parte ancora al ricambio dell’organismo materno. In essa operano ancora le forze materne della Luce e della Tenebra. Quando abbandona l’ovaia, si separa del regno delle forze materne, ma porta l’elemento sostanziale come dote nel nuovo spazio. Sulla sostanza governa la Tenebra – forma e struttura dell’ovocellula sembrano rimanere conservate eternamente, da decenni essa è immutata. Tuttavia ad essa aderisce ancora una parte della forza di Luce materna. Essa si libera di ciò attraverso la formazione dei corpuscoli polari, un duplice processo di scissione. E come dopo l’aratura la Terra diviene più oscura, così adesso l’ovocellula diviene dapprima realmente tenebrosa ed è già pronta all’accoglimento della Luce, del seme. Ora si avvicinano nel seme quelle forze della Luce particolarmente luminose, capaci di modellare, e per un momento Luce e Tenebre divengono uno.

Consideriamo il processo della fecondazione. L’ovocellula sta nelle delicate fenditure dell’ovidotto. Milioni di spermatozoi sciamano su di essa e si schierano, fittamente pigiati l’uno accanto all’altro, intorno ad essa (vedi tavola II). le cellule seminali sono minuscole, di forma piatta-ovale di dimensioni molto al di sotto del limite di visibilità, aventi anteriormente una formazione con testa un po’ appuntita con una lunga coda filiforme, e consistono prevalentemente di materiale cellulare nucleare. Nuotano a testa in avanti con movimenti ruotanti e si avvitano così avanzando nel mezzo fluido. In gruppi essi si fanno ora largo sulla superficie dell’ovocellula, formando su questa (rispetto alla superficie tangenziale) un angolo retto o quasi retto, cominciano con i loro milioni di code a battere con forti movimenti sincroni – inoltre l’ovocellula comincia a girare attorno a se stessa. Nella ricerca di laboratorio, questa rotazione avviene sempre in senso orario (ovviamente nell’osservazione dall’alto), è di 360 gradi in 15 secondi e dura da venti a trenta ore (secondo Shettles; vedi L.B. SHETTLES , Ovum humanum). Il vero e proprio processo di fecondazione esige una minima parte di questo tempo, cioè la fusione del nucleo cellulare singolo con il nucleo di una cellula seminale. L’essenziale di questo evento, almeno per il suo aspetto, non è costituito dalla fusione del nucleo, bensì da questo verace incontro cosmico delle forze solari e terrestri. Il movimento proviene dalla circonferenza, nel centro vi è quiete – e l’ovocellula comincia a girare:

E FU SERA E FU MATTINO IL PRIMO GIORNO

L’impulso primordiale per questa rotazione proviene dalla separazione della Luce e delle Tenebre. D’ora in poi l’embrione si muove attorno a se stesso sino alla nascita. – Che le forze qui nominate non si possano identificare con i sostrati anatomici, bensì che debbano venire pensate come operanti attraverso i medesimi nel dominio sensibile, vi è appena il bisogno di essere menzionato. È bene, nella rappresentazione dei processi embriologici, sempre di nuovo disciogliersi coscientemente dal sostrato organico e mirare alle forze, che possiamo descrivere operanti dall’intero cosmo. Se non si fa questo, si può rimanere facilmente astretti all’elemento anatomico ed infine ritenere facilmente che il seme sia la Luce. Il seme non è la Luce, ma esso ne porta la segnatura.

TAVOLA II

Processo di fecondazione. Milioni di spermium si schierano attorno all’ovocellula. Da SHETTLES , Ovum humanum , 1960. (Disegnato a partire da una fotografia).

 

(Continua)

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Kaspar Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA

K. Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA – Il Primo Giorno – P. 5 e 6

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IL PRIMO GIORNO

5. L’uovo cosmico

In linea di principio non vi è alcuna differenza se gli eventi vengono descritti in scala piccola o grande. Certamente, causa alcune difficoltà il rappresentare i processi della suddivisione nella maturazione (formazione dei corpuscoli polari), di fecondazione e formazione della blastula nella loro effettiva piccolezza. Nella maggior parte dei casi non lo facciamo neppure, bensì conserviamo a nostra disposizione, in forma di rappresentazioni, su per giù raffigurazioni che presentano appunto ingrandimenti considerevoli. Altrettanto difficile è il rappresentarsi la nascita del mondo nella sua vastità, per la nostra coscienza, quasi infinita. Noi traduciamo, quindi, ciò che è minimo e ciò che è massimo in rapporti umani. Per l’idea di una forma è entro certi limiti la stessa cosa se tale forma sorga nel grande o nel piccolo. E poiché la Genesi descrive il nascere e il mutare delle forme, in linea di principio essa è applicabile altrettanto bene sia alla nascita del mondo che alla nascita del mondo corporeo umano. Ma l’evento umano è tanto più piccolo di quello cosmico?

Se consideriamo l’evoluzione embrionale in relazione con la Genesi , scorgeremo abbastanza presto che veniamo costretti ad allargare la nostra conoscenza e a non considerare più la grandezza dell’ovocellula come l’unica realtà.

Il risalire sopra descritto dalla blastula all’ovocellula non fecondata, mostra come i concetti di «Cielo» e di «Terra» si sciolgano sempre più da un rapporto materiale, via via che si risalga sempre più indietro. Quello che nel caso della blastula potrebbe ancora essere messo in relazione con la formazione e la plasmazione, nel caso dell’ovocellula si riferisce ancora unicamente ad un punto. Tuttavia, nella misura in cui, tornando indietro queste immagini si emancipano dall’elemento materiale, esse si dilatano in rapporto al loro stesso contenuto sin nell’infinità dello spazio e, si potrebbe dire, aleggiano sull’uovo come possenti pensieri cosmici nel Primordiale Principio.

Chi ripercorre concettualmente sempre di nuovo questa via a partire dalla blastula in relazione col primo versetto della Genesi , potrà sperimentare come quest’ultimo appaia sempre tanto più potente quanto minore sia il suo riferimento materiale. E allorché un tale riferimento sia diventato puntiforme, risuonano rimbombando attraverso l’infinito le Parole del Principio Primordiale. – Attraverso un tale esercitarsi si può giungere al sentimento che le forze che plasmando portano a sviluppo l’ovocellula avvolgono l’intero spazio cosmico. E forse ciò è effettivamente giusto se poi ci si rappresenta l’ovocellula, secondo la sua sfera di forze, come una sfera avvolgente il cosmo, come un immenso uovo cosmico il cui centro, come il perno o il cardine in fisica, è l’ovocellula corporea.

Il considerare la Genesi nel suo rapporto all’evento embrionale conduce necessariamente in regni sovrasensibili. Chi colleghi con le Parole della Genesi un qualsivoglia significato fisico-materiale, lo fraintende. Esse descrivono stadi che precedono l’elemento fisico-materiale. Allorché più sopra era una questione di «sostanza primigenia», con ciò è intesa una sostanzialità non materiale, e non una sostanza tale che la si sarebbe potuta afferrare con mani corporee. La sostanza primigenia deve significare che è preesistita una «elementarità» sovrasensibile, che gli Elohim hanno trovata già presente. Chi attraverso lo studio della Genesi , oppure su altra via, sia giunto ad una certezza sufficientemente grande che nella Creazione del mondo ci sia stato qualcosa di preesistente, dovrà sostenere l’idea che la Genesi non descrive l’inizio di tutto l’essere. La presente considerazione vorrebbe indicare che la Genesi contiene l’evoluzione della Terra e dell’uomo dalla sua origine alla sua fine. Che essa inoltre mette in Parole le leggi dell’evoluzione, secondo le quali sono stati formati la Terra e l’uomo e tutto ciò che lo spazio umano-terreno produce. Se raggiungiamo questo scopo attraverso lo studio comparato della Genesi e dei processi dell’evoluzione organica che possono essere abbracciati con lo sguardo, saremo allora nella condizione, partendo dal regno dell’esperienza sensibile, di riconoscere la validità di queste dichiarazioni bibliche.

Se ci rappresentiamo come l’embrione materiale sia all’interno dell’involucro di calore dell’organismo materno – giacché nient’altro che calore penetra nell’ovocellula dall’organismo materno – e se ci rappresentiamo inoltre, come il nascituro fanciullo umano sia collocato in tale calore, che è anche il portatore del calore animico della madre in attesa, e come la madre da parte sua nella sua fiduciosa speranza si senta avvolta dall’intera natura compenetrata di forza divina, abbiamo un’immagine per quelle Parole alle quali ci siamo già avvicinati a tentoni:  «e lo Spirito di Dio covava sulle Acque» – ve Ruach Elohim merachephet al-pĕné ha majim. – L’immagine della cova di un uovo cosmico appare esplicitamente in qualche racconto della Creazione; la Genesi utilizza a tale scopo di nuovo soltanto una Parola – merachephet (covare, aleggiare). Ma ciò basta per dirigere il pensiero al calore della cova, che deve essere necessariamente presente , se uno sviluppo deve riuscire. Vive, secondo RUDOLF STEINER7, in queste Parole tanto l’aleggiare quanto il compenetrare di calore. E quando sentiamo come il calore di uno spazio crei per la giovane vita una specie di abitazione, possiamo percepire attività di calore già nella prima lettera della Genesi, nel suono beth.

6. Della nascita della Luce

Il nostro sistema planetario era, una volta in epoche primordiali, così si presume, un unico corpo. Nel corso dell’evoluzione la Terra e i Pianeti si sono separati da quest’unico corpo cosmico ed hanno iniziato i loro cammini attorno al corpo abbandonato, il Sole. Dai singoli pianeti ed anche dalla Terra si separarono in simile maniera delle lune. Questa rappresentazione, risalente a KANT, corrisponde essenzialmente ancora a quella che invale oggi (C.F. VON WEIZSÄCKER). Come venisse formato questo corpo cosmico comune, se esso sia da rappresentarsi come gas o nebbia oppure da una formante massa pulviscolare, la ricerca non può ancora deciderlo. Ma se questo corpo racchiudeva in sé il Sole, esso era verosimilmente luminoso, oppure in esso è sorta gradualmente la facoltà di illuminare.

Se si considera il processo della separazione della Terra dal Sole, che ora deve qui essere preso in considerazione in maniera particolare, a partire dalla Terra, si vede il Sole separarsi dalla Terra. Questo tipo di considerazione è altrettanto naturale di quello che si ha quando si parla dello spuntare o levarsi del Sole, anche se si sa che questo «spuntare » o «levarsi» si realizza attraverso una rotazione della Terra. Si può addirittura dire che questa maniera geocentrica di considerare sia la più naturale per il punto di vista umano o per quello terreno.

Ora si deve considerare quanto segue. Se un corpo luminoso è nello spazio e non vi è nessun altro secondo corpo vicino a questo, esso non può ancora irradiare così chiaramente, rimane oscuro. Il generatore della luce vede la sua propria luce soltanto quando la stessa compare da qualche parte. Se tuttavia questo corpo luminoso ha un altro corpo non luminoso in se medesimo e separa ora la parte generatrice di luce da quella non luminosa, allora la luce cade dal di fuori su quest’ultima. – Un tale processo dev’essersi svolto nel lontanissimo passato, alla nascita della Terra. Di questo racconta la Genesi. Essa descrive dapprima come gli Elohim uno dopo l’altro produssero, in maniera duplice, un elemento anelante all’esterno ed un elemento vivente all’interno, e chiama queste formazioni polari Cielo e Terra. Poi viene descritto come gradualmente si prepari qualcosa – come ondeggi confusamente ciò che è elementarità, come ciò venga ancora attraversato dalla Tenebra. E secondo il senso letterale allora ciò suona: ma quel che ora vuole formarsi in questa dualità circonda il covante calore dello Spirito degli Elohim. – E a questo punto si compie tale separazione attraverso l’attività degli Elohim. In quei tempi remotissimi, quella sostanzialità, attraverso la quale le forze creatrici splendevano dall’interno, cominciò a separarsi da quella spegnentesi materialità non autoluminosa – e per la prima volta la giovane Terra venne illuminata dall’esterno, sulla Terra sorse il giorno:

E DIO DISSE: SIA LA LUCE!

E LA LUCE FU. E DIO VIDE,

CHE LA LUCE ERA BUONA.

Ora gli Elohim videro la Luce, ch’essi avevano prodotta. Questa sorse per la prima volta. Tradotto alla lettera questo punto suona: «E Dio vide la Luce, che buona» [n.d.C.: Dio vide la Luce, (vide) che (era) buona]. Con ha-schamajim, il Cielo, l’elemento solare che si allontana dalla Terra, gli Elohim estraggono fuori e riflettono la loro Luce, con la quale essi dal di fuori plasmano e vivificano ha-aretz, la Terra (Questo significato delle Parole bibliche della nascita della Luce è il risultato dell’investigazione spirituale di RUDOLF STEINER. Vedi: La Genesi. I misteri della storia biblica della creazione).

Dove troviamo nell’embriologia il correlato di queste immagini?

Abbiamo visto come il «Cielo», nel senso del principio maschile, possa essere rappresentato come il luogo dell’ovocellula che spinge in tutte le direzioni verso l’esterno, mentre invece la «Terra», nel senso del principio femminile, possa essere rappresentata come vivente all’interno. Inoltre abbiamo trovato il tohu va-bohu essere come una sorta di eco di queste forze risuonanti attraverso lo spazio, che ha la sua raffigurazione nella suddivisione di maturazione, ossia nella formazione dei corpuscoli polari. Così come il «Cielo» in quanto forza maschile agisce verso l’esterno, così i corpuscoli polari vengono staccati dall’ovocellula come un elemento maschile. Soltanto attraverso ciò l’ovocellula è divenuta autenticamente femminile. Ora essa ha ottenuto la facoltà di concepire, essa attende (con ansia) quel che produrrà nella sua vita interna, essa attende come «Terra». – Così come il Cielo e la Terra una volta si separarono l’uno dall’altra, così anche l’essere umano deve svilupparsi in due forme separate l’una dall’altra, in uomo e donna. Ma come la Luce si riflesse dal Cielo che si allontanava per illuminare la Terra e renderla capace di germinare, così l’elemento maschile ritorna alla donna per risvegliare nel suo corpo la vita.

Nell’organismo maschile si compie un evento analogo a quello relativo all’organismo femminile. Nella donna, nel corso delle suddivisioni di maturazione, sorgono nella maggior parte dei casi tre corpuscoli polari, i quali appunto, come abbiamo visto, sono molto più piccoli dell’ovocellula e vengono distrutti. Nel caso di ogni cellula seminale maschile si formano tre cellule corrispondenti ai tre corpuscoli polari, le quali mantengono la stessa grandezza della loro cellula originaria. Tutte queste cellule diventano cellule seminali (spermium – spermatozoi) sessuali mature. Nell’uomo si formano per così dire unicamente corpuscoli polari, che crescono tutti come spermatozoi; nella donna è l’unica ovocellula matura quella che trae da sé medesima la sostanza dei corpuscoli polari. Ambedue gli eventi si rapportano l’uno verso l’altro in maniera polare.

Così come nella migrazione della sostanza dei corpuscoli vive il pensiero di ha-schamajim, così nell’ovocellula rimasta indietro vive il pensiero di ha-aretz. E come nell’elemento solare sospingente di ha-schamajim si riflette la Luce ed incontra la Terra, così l’elemento corpuscolare ritorna dalla periferia come la forza del seme maschile. Ciò che si è svolto macrocosmicamente in un organismo cosmico, avviene qui in due organismi umani. Solo apparentemente, giacché questi due, nel loro incontro, divengono uno.

Allorché il contadino ara la Terra e getta i semi nel solco, egli è l’aiutante delle forze della Luce. Giacché sono esse che fanno verdeggiare il grano e maturare le spighe. Secondo un’antica leggenda8 Zarathustra ha ricevuto dal dominatore celeste del Sole, Ahura Mazdao, un pugnale dorato, per arare con quello la Terra. Attraverso il possesso di questo pugnale, che rappresenta le forze della Luce, egli poté diventare il fondatore dell’gricoltura. – Quando, dopo la fecondazione, l’ovocellula si accinge alla prima scissione cellulare, allora le forze della Luce arerebbero effettivamente la Terra. Nel caso degli embrioni di rana e di riccio di mare questo processo della prima suddivisione cellulare viene chiamato appunto, come già menzionato secondo il suo aspetto, «aratura». Nel caso della rana si è riusciti addirittura ad avviare lo sviluppo dell’ovocellula, invece che attraverso la fecondazione con seme maschile, unicamente mediante iniezione con un ago di vetro nell’uovo, dal quale si è sviluppato un piccolo ranocchio (partenogenesi). Anche nel caso del coniglio sono stati eseguiti tanti tentativi; in questo caso gli ovuli vennero portati a sviluppo mediante influsso termico a breve termine (o stimolazione chimica) ed ottenute figliate di animali normalmente mature9. Si vede come anche imitazioni di stimolazioni luminose possano sostituire la forza di Luce del seme.


7Vedi: RUDOLF STEINER, Il Vangelo di Matteo.

8Vedi: RUDOLF STEINER, Il Vangelo di Matteo.

9Vedi D.STARCK, Embryologie

(Continua)

Tutti i diritti di riproduzione, di traduzione o di adattamento sono riservati per tutti i Paesi. E’ vietata la riproduzione dell’opera o di parti di essa con qualsiasi mezzo, compresa la stampa, copia fotostatica, microfilm e memorizzazione elettronica, se non espressamente autorizzata dall’editore.

Kaspar Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA

K. Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA – Il Primo Giorno – P. 3 e 4

Copgenesi

IL PRIMO GIORNO

3. L’orientamento della sostanza terrestre

Se vogliamo portare le Parole or ora risuonate gradualmente in rapporto con ciò che accade embriologicamente, dobbiamo considerare ancora una volta il primo versetto della Genesi, innanzitutto la prima Parola di esse: Bereschit – «In principio».

In questa Parola è predisposto, come in un seme, l’uomo intero. Nella sua prima lettera, beth, appare l’idea della casa come primo gesto per il futuro corpo umano. Beth significa casa. Nelle parole che iniziano con b come bergen (nascondere), bauen (costruire), Baum (albero), Burg (castello), questo gesto può essere avvertito anche nella lingua tedesca. L’ultima lettera, tav, contiene un gesto che agisce verso l’esterno. Anche questo può essere avvertito nella lingua tedesca, in parole che terminano in t, come Licht (luce),  Blatt (foglia), Mut (coraggio), Shcwert (spada). Tav significa segno, anche segno della croce. Questo elemento alludente all’esteriore viene rafforzato tramite la schin di schith, come se una fiamma sfavillasse in scintille verso l’alto. Beth è la prima consonante pronunciata dall’alfabeto ebraico, tav l’ultima, e questi suoni s’incurvano così in un grande arco, già in questa prima parola, racchiudendo l’intero mondo consonantico udibile – come predisposizione del futuro corpo -, perché devono essere plasmatori di organi, la Parola deve creare il corpo. In mezzo tra le singole consonanti beth  e tav (b e t) è collocata la sillaba resch – in tedesco resch significa testa – e questa sillaba contiene di nuovo esch, il fuoco, la scintilla divina, che rende uomo l’uomo. Ora però, in beth vive il gesto della Terra, che agisce verso l’interno, creante uno spazio interno, e in tav il gesto del Cielo, l’elemento che si rivela verso l’esterno. E così nella Parola primordiale bereschith, sono contenuti, come radice e foglietto embrionale in un seme, i pensieri di Cielo e Terra, che poi crescono come ha-schamajim veth ha-aretz, come «Cielo» e  «Terra»: Bereschith bara Elohim eth-haschamajim veth ha-aretz – In principio Dio creò il Cielo e la Terra. E in mezzo come l’embrione tra radice e foglietto embrionale, così tra Cielo e Terra, cresce l’uomo.

Al primo versetto seguono le parole: ve ha-aretz hajta tohu va-bohu – «e la Terra era deserta e vuota». Come una eco, un riflesso speculare del primo versetto, appaiono tohu bohu, come se l’elementarietà della Terra primordiale, se si presta attenzione alla sua gestualità, richiamasse, per così dire, in queste Parole le lettere b. La b e la risuonano nella Parola bereschit attraverso lo spazio – la e la risuonano dalla profondità: tohu va-bohu – e la sostanza primordiale caotico-elementare della Terra riceve il suo orientamento. Su queste Parole RUDOLF STEINER dice (riportato a senso, non alla lettera): in tohu, forze al centro dello spazio irradiano in tutte le direzioni – in bohu di nuovo ritornano le forze della periferia a questo punto (vedi: I segreti della storia biblica della creazione). L’espressione «drunter und drüber» (letteralmente sotto sopra) ricorda chiaramente questa serie inesprimibile di suoni, come nell’espressione italiana «sottosopra».

Questo potente evento diviene adesso visibile nella minuscola immagine embriologica nel processi di formazione dei corpuscoli polari. L’ovocellula è la più antica cellula del corpo ancora capace di suddividersi; essa è nata nel corpo della nonna del bimbo che da lei deve nascere; poi nasce nell’organismo materno già all’epoca in cui, questo stesso non è ancora nato. Penetriamo qui con lo sguardo nella corrente ereditaria della sostanza organica che, per così dire, si perde nel buio delle generazioni. Così come la sostanza elementare della Terra può essersi risvegliata dal sonno cosmico ed essere emersa dalla notte cosmica, così scaturendo dalla notte del passato, l’ovocellula appare come sostanza primordiale del corpo umano, e viene ora chiamata ad una interna dinamica, ad un contrasto tra un interno ed un esterno. Questo contrasto ha la sua espressione nella formazione dei corpuscoli polari, un evento che ha l’aspetto di un’aratura della sostanza ovulare, tramite la quale la medesima viene orientata nello spazio terrestre. Tohu va-bohu risuona dall’ovocellula, allorché essa compie il processo della trasformazione dei corpuscoli polari.

4. Della sostanza primigenia e della Tenebra

Oggi viene sostenuta universalmente l’opinione che la Genesi mosaica sia una creatio ex nihilo, una creazione dal nulla. Questa opinione non è corretta, giacché la Genesi conosce una sostanza primigenia, solo non la chiama nella maniera in uso a molti altri racconti della Creazione. La conoscenza della sostanza primigenia è il suo segreto. Al medesimo ci accostiamo se adesso ascoltiamo le Parole: ve choschek al-pĕné tehom – «e la tenebra era sulla faccia dell’abisso». Da dove viene la «Tenebra», choschek da dove viene l’«Abisso», tehom? Tehom significa anche «acqua mugghiante», «abisso», «voragine». Linguisticamente è affine con Tiamat, la marea primordiale del mito babilonese della Creazione. Questo fa sorgere Tiamat come tenebrosa figura femminile, che deve combattere contro Marduk, il dio del Sole. Se lo scrittore della Genesi adopera la parola tehom, ciò non è avvenuto per ragioni di accostamento alla tradizione babilonese, come talvolta è stato supposto. Possiamo ritenere l’autore di questo testo sicuramente dotato di sufficiente originalità. E’ proprio l’inimitabilità di questo testo: che in esso ogni parola è necessità e che possono essere fatte questo tipo di osservazioni che posseggono carattere di universalità nella più grande misura possibile. Quando il mito babilonese della creazione racconta di una lotta tra Luce e Tenebre, la sua descrizione non è falsa in linea di principio, essa tuttavia presenta, per così dire, un aspetto della cosa come se fosse il Tutto.

Supponiamo che qualcuno voglia descrivere l’estremità anteriore di un vertebrato  e che descriva un’ala di un uccello. Quello che udremmo in proposito sarebbe appunto una descrizione veritiera, ma accanto ad essa ce ne sarebbero molte altre, per esempio quella di una pinna pettorale o la zampa a forma di vanga di una talpa e così via. Ma se si volessero riunire in un’unica descrizione tutte le estremità anteriori animali, lo si potrebbe fare benissimo, ma allora si dovrebbe descrivere il braccio o la mano di un uomo. L’uomo riunisce nella sua mano funzione e forma di tutte le estremità anteriori animali. Egli può allargare le braccia come se fossero le ali di un uccello, può compiere movimenti natatori e a vanga, ma non è “obbligato” a nessuna di queste attività. La sua mano è universale, ovverosia essa non è organicamente specializzata verso nessuna funzione. Ora come le singole “mani animali” stanno alla mano umana, così la storia babilonese della Creazione, e molte altre, stanno a quella biblico-mosaica. Quest’ultima, a giudicare da tutto ciò che di essa sappiamo, è la più universale e arriva, perciò, sicuramente più vicino alla verità. E se ora una tal parola, come tehom viene adoperata come avviene nella storia biblica della Creazione, viene messo al suo posto lo straordinario contenuto del sentimento ad esso innato cosicché possono esistere accanto ad esso tutti i rimanenti valori del sentimento necessari per la conoscenza della verità. Con una Parola il più grande di tutti i poeti evoca non soltanto quella certa situazione di lotta tra le Potenze creatrici, plasmatrici della Luce e dell’elementarità tenebrosa – si rifletta che poi si giunge, appunto, ad una separazione fra Luce e Tenebre -, bensì comporta altresì il pensiero di una preesistenza e quindi quello della sostanzialità primigenia.

Questa sostanza primigenia dev’essere pensata reale. Ve choschek al-pĕné tehom significa alla lettera: «E la Tenebra è sulla superficie dell’Abisso»; al-pĕné = sulla superficie. Ma pĕné viene da pani significa oltre che superficie anche volto, faccia, persona, personalità. Quindi potremmo tradurre secondo il significato delle parole: e la Tenebra era sulla faccia dell’Abisso, la Tenebra si trovava sull’essere delle Acque. Il corpo di questa entità è tehom , la tenebrosa sostanza primigenia della Terra. Con questa elementarità primordiale si congiungono gli Elohim. Giacché ora viene detto: «e lo Spirito di Dio covava sulle Acque» – lo Spirito di Dio, Ruach Elohim – covava sulle Acque, merachephet al-pĕné ha-majim. Di nuovo al-pĕné, sulla faccia. La Divinità compenetra l’essenziale elementarità primordiale col suo covante calore (5)  e comincia ad ordinare e a formare la medesima come suo corpo. Ciò che qui, dall’elemento «facciale(6)», guarda fuori, è la stessa Divinità. Le «Acque» appaiono con la marea tehom santificata dalla Divinità. In queste parole si nasconde la descrizione archetipica di un potente processo di terapia, che perciò viene posto al principio dell’essere terrestre.

E se di nuovo guardiamo ai rapporti embriologici, possiamo dire: l’ovocellula porta la sostanza primigenia; neppure questa sostanzialmente è sorta dal nulla, allorché con la scissura follicolare essa entra nello spazio terrestre. L’istante della scissura cellulare follicolare è dunque un momento cosmico. La cellula sessuale femminile diventa, in realtà, soltanto in tale momento un’ovocellula, poiché essa qui – se si può dire ciò sulla base di questa rappresentazione – viene compenetrata dall’idea vivente dell’uomo nascente e perciò, nuovamente, viene plasmata come archetipo del corpo umano. Tuttavia essa porta con sé la sua sostanza da condizioni precedenti. E con la sostanza da qui porta con sé anche la Tenebra giù nell’esistenza terrestre. Giacché alla sostanza è connaturata la Tenebra. Lo mostra già il semplice fatto che il giovane, gelatinoso e trasparente embrione attraverso l’incremento cellulare e il progressivo condensamento materiale diviene opaco. A dire il vero questa è una cosa ovvia – ma non sono forse le ovvietà a rivelarci in certi momenti le leggi cosmiche? – Per il fatto che l’ovocellula è mediatrice della sostanza fisica, la portatrice della sostanza umana attraverso le generazioni, essa è pure portatrice della Tenebra. La Tenebra ha la sua missione nel mondo. Nel caso dell’uomo essa costituisce la base per l’attività dello Spirito Umano nel terrestre, come lo stoppino per l’ardere della fiamma. Ma ci si guardi dall’identificare la Tenebra col Male; solo l’abuso della Tenebra conduce al male.


(5) Vedi: RUDOLF STEINER  Il Vangelo di Matteo (ciclo di conferenze, tenuto a Berna nel 1910); inoltre; Mag. HELLMUT FREY, Das BUCK der Anfänge (Il Libro degli Inizi), 1938.

(6) Vedi: La Genesi, misteri della storia biblica della creazione, ove RUDOLF STEINER, partendo dalla ricerca spirituale parla di un «elemento facciale» degli Elohim.

(Continua)

Tutti i diritti di riproduzione, di traduzione o di adattamento sono riservati per tutti i Paesi. E’ vietata la riproduzione dell’opera o di parti di essa con qualsiasi mezzo, compresa la stampa, copia fotostatica, microfilm e memorizzazione elettronica, se non espressamente autorizzata dall’editore.

Kaspar Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA

K. Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA – Il Primo Giorno – Parte II

Copgenesi

IL PRIMO GIORNO

2. La via verso l’origine

Avviciniamoci con le immagini, ormai acquisite, alle prime fasi della Genesi. A colui che lasci agire su di sé una blastula umana, diventando cosciente che ha davanti a sé la prima differenziazione del giovane embrione, può presentarsi in maniera immediata davanti all’anima, potente, la frase della Genesi: “In principio Dio creò il Cielo e la Terra”. E nei suoi pensieri cresce potentemente la sferula embrionale, la sua vôlta si dilata nell’incommensurabile. Cielo e Terra sorgono davanti al suo occhio interiore, così come ancora se li rappresentava l’antico greco: la Terra come grosso disco, sul quale in forma di semisfera si distende il Cielo. Cielo e Terra, così come, peraltro, li sperimenta il bambino, persino l’uomo adulto, nonostante egli sempre di nuovo inculchi a se stesso il fatto che la Terra sia tonda e che il Cielo si incurvi anche “sotto”, sull’altro lato della Terra, ove non si riesce a vedere.

Tuttavia la blastula non sta affatto al principio dell’evoluzione embrionale. Per cui, questa prima fase deve poter essere confrontata ulteriormente con una evoluzione embrionale ancora più precoce. Noi sappiamo, a dire il vero, che prima della formazione della blastula non hanno luogo mutamenti di forma che possano paragonarsi con questa, e dobbiamo quindi presumere che anche la Genesi con la sua prima frase non faccia ancora creare nulla sotto forma di “Cielo” e “Terra”, così come ce li rappresentiamo nel nostro uso linguistico abituale. Dobbiamo piuttosto presumere – e questa supposizione corrisponde ai dati della Scienza dello Spirito (1), che qui sia intesa dapprincipio una specie di primo orientamento, che vengano separati l’uno dall’altro un regno celeste ed uno terrestre. Siamo tanto più giustificati nel fare questa supposizione, in quanto la Genesi configura per così dire plasticamente il Cielo e la Terra soltanto nel secondo e nel terzo giorno della Creazione.

La prima frase sfolgora come in lettere d’oro attraverso tutta la Genesi. Vedremo che la si può applicare ad ogni stadio dello sviluppo dell’embrione, così come risplende anche da ogni singolo giorno della Creazione, identico ad un possente gesto che orienta il mondo. Nella blastula abbiamo una forma nella quale sono per la prima volta evidenti, per le nostre usuali rappresentazioni, “Cielo e Terra”. Tuttavia se vogliamo confrontare sistematicamente la Genesi con l’evoluzione embrionale, ora dalla blastula dobbiamo ripercorrere l’evoluzione all’indietro, fino a che non troviamo quel punto nel quale, per la prima volta, incontriamo il principio “Cielo e Terra”, così come può essere inteso nelle prime frasi della Genesi.

Arriviamo dapprima alla morula. In essa troviamo quello che nella blastula chiamavamo Terra, che sta al centro, e vediamo questo centro terrestre circondato dall’altra parte, che abbiamo trovato nella blastula formata come vôlta terrestre. Nella morula vi è dunque la “Terra” al centro e attorno ad essa il “Cielo”; la Terra viene completamente avvolta dal Cielo.

Come sopra descritto, il complesso cellulare interno ed esterno alla morula si distinguono esclusivamente attraverso una differenziazione sostanziale sinora sconosciuta(2). Da esperimenti su animali risulta che non solo tali cellule possono essere scambiate tra di loro, senza disturbare in modo sostanziale lo sviluppo dell’embrione, bensì si riesce, per esempio, nel caso di embrioni di riccio di mare, ancora allo stato octocellulare, a cltivare embrioni interi a partire da singoli frammenti.

Nel caso della salamandra (triturus) da un unico nucleo cellulare di uno stadio di 16 cellule si è riusciti persino a coltivare un embrione intero, per la verità aggiungendo il medesimo ad una porzione di citoplasma(3) separata dalla cellula madre prima della strozzatura centrale (prima divisione cellulare dell’ovocellula). Viene realizzata nel caso di ascari e anfibi anche la fusione di due stadi bicellulari in un unico embrione; si ottiene allora una larva gigante (vedi D.STARCK: Embriologia, 1965). Un’unica cellula della morula è per principio nella condizione di produrre di nuovo un’intera morula e quindi un embrione intero, anche se forse un po’ più piccolo. I concetti di “Cielo” e “Terra” perciò non possono più essere qui messi in relazione con le singole cellule o gruppi di cellule. Ora però si sa che le cellule interne della morula si differenziano nel vero e proprio embrione, quelle esterne nei tessuti nutritivi di queste. Perciò si deve presumere che l’informazione per l’ulteriore differenziazione di questi due gruppi di cellule sia tale da orientarli dapprima circa la loro posizione nell’embrione. Come ciò avvenga ancora non lo si sa. Per le nostre considerazioni è anche sufficiente sapere che la sostanza della morula si orienta per così dire nello spazio, che per la sua differenziazione è essenziale se essa sia all’esterno o all’interno. Perciò, nel caso dei nostri concetti di “Cielo” e “Terra” non si tratta più di qualcosa che si vede esteriormente, bensì piuttosto del loro contenuto dinamico nel senso del “celeste” e del “terrestre”. Si allontanano i concetti di “Cielo” e “Terra” da un rapporto concepibile sensibilmente.

Il “Cielo” diventa l’esterno, addirittura un esterno che spinge al movimento, od un campo di forza che si vuole sviluppare verso l’esterno – vedremo in seguito come il trofoblasto si espanda prestissimo ad enorme grandezza – e la “Terra” diventa ciò che all’interno vive embrionalmente e preme per la conformazione. “Cielo” e “Terra” diventano ciò che si potrebbe chiamare “un qualcosa che si rivela esteriormente, un qualcosa che si annuncia verso l’esterno” ed “una vivacità interna, un elemento interiore vivente”. Queste sono formulazioni di RUDOLF STEINER, da lui adoperate per la caratterizzazione di questi concetti nel primo versetto della Genesi, che tuttavia non si riferiscono espressamente all’evoluzione embrionale (vedi RUDOLF STEINER, I misteri della storia biblica della creazione).

Tuttavia neppure la morula è ancora l’inizio dell’evoluzione embrionale. Tornando indietro, risaliamo all’ovocellula fecondata. In essa non vi è ancora alcun sostrato sostanziale del quale si possa dire: questa parte si svilupperà verso l’esterno nel trofoblasto, quella verso l’interno nell’embrioblasto. I concetti di “Cielo” e di “Terra”, nel senso di ciò che potremmo chiamare “ciò che anela all’esterno”  e “ciò che vive nell’interno”, qui si riferiscono ancora unicamente al luogo, ovverosia il loro unico rapporto con la materia è quello che essi non possono essere pensati in un qualsivoglia luogo, bensì unicamente qui proprio nell’ovocellula.

Ma poiché all’interno dell’ovocellula non può esser presente più alcuna relazione materiale, questi concetti non sono più applicabili allo spazio dell’ovocellula, bensì si riferiranno a concetti relativi allo spazio come tali, possiamo anche dire allo spazio cosmico, nel quale l’ovocellula ormai è il suo punto di riferimento. Chi volesse vedere nel citoplasma e nel nucleo cellulare dei correlati per “Cielo” e “Terra”, dovrebbe fraintendere per principio ciò che qui viene inteso. “Cielo” e “Terra” superano qui i limiti dello spazio ovocellulare e divengono così possenti nella loro potenza, che a tutta prima non si sa, se voglia nascere un mondo oppure un uomo.

Ma l’ovocellula fecondata non è ancora l’inizio ricercato. Risaliamo ancora più indietro e giungiamo alla fecondazione stessa. Ivi giungono dal regno dell’ “esterno” le cellule seminali e si congiungono con l’ “interno” nell’ovocellula. Dal principio del “Cielo” che agisce verso l’esterno si riflette il principio della fecondazione. Nel movimento dei semi riconosciamo un movimento contrario al movimento del “Cielo”. La fecondazione è l’incontro e l’unificazione del principio maschile e di quello femminile. Ma qual’è la natura di questi due principi? L’uomo ha in se stesso la forza di agire verso l’esterno, sia attraverso la propria edificazione corporea che mediante l’inclinazione intellettuale della sua mente; egli plasma, forma e impronta verso l’esterno. Ma la donna possiede la forza di vivificare lo spazio interno, di racchiudere nel proprio corpo la vita, di essere lo spazio vitale per il bimbo che nasce e cresce. Se questi principi si incrociano anche nella vita, tuttavia non sono falsi se li si considerano separati. Così la forza del “Cielo” che tende verso l’esterno è affine all’elemento maschile, la forza della “Terra” che reca nel suo interno la vita è affine  all’elemento femminile. Ma ciò che tende l’un verso l’altro, un tempo era riunito. Così come l’elemento maschile e quello femminile, così pure il “Cielo” e la “Terra”.

Se troviamo il momento nel quale il principio di “ciò che tende verso l’esterno” e di “ciò che vive nell’interno” vengono una volta separati da un’unità preesistente e divisi come dualità nella manifestazione, abbiamo allora trovato pure l’inizio dell’evoluzione della Terra e dell’uomo terrestre, alla cui ricerca siamo. – Tuttavia dapprima vediamo: ciò che tende l’un verso l’altro in precedenza deve essere stato uno. Questo è un lato della cosa.

E l’altro: ciò che tende l’un verso l’altro può di nuovo incontrarsi, può nuovamente essere uno. E poiché i due principi si sviluppano ulteriormente nel loro tendere l’un verso l’altro diventano, per la loro riunificazione, un nuovo elemento dell’esistenza. E la suddivisione in due dell’unità è il presupposto per la nascita di un terzo.

Dall’unità del Dio creatore provenne la dualità di “Cielo” e di “Terra”. Attraverso ciò poté sorgere il terzo elemento, l’uomo. – Il principio del “Cielo” non si esaurisce dunque in “ciò che tende verso l’esterno”, bensì si completa unicamente nella “riflessione”.

Ed il principio della “Terra” non si esaurisce nella “vita nell’interno”, bensì la sua realizzazione si trova nell’ “aprirsi verso l’esterno”.

Alla stessa maniera si completano e si realizzano il principio maschile e quello femminile.

Vediamo volgersi l’un verso l’altro i regni embrionali di “Cielo” e “Terra” anelanti reciprocamente nella fecondazione.

Se ora, procedendo ulteriormente a tastoni, risaliamo indietro, troviamo un processo notevole al più alto livello. L’ovocellula, proveniente dal buio dell’ovario che, sino ad allora, durante il suo intero sviluppo, si era comportata in maniera passiva, comincia improvvisamente ad agitarsi. Il nucleo cellulare abbandona il centro della cellula, da lui ereditato da tempi antichi, e si sposta nei pressi della periferia. Qui esso si scinde in due parti, delle quali una abbandona l’ovocellula ed arriva a stare come cellula autonoma, praticamente costituita dal nudo nucleo (senza citoplasma degno di essere nominato), come cosiddetto corpuscolo polare (vedi Tavola I) tra ovocellula e zona pellucida, mentre l’altra parte come nuovo nucleo cellulare ritorna al centro della cellula.

Che cosa è accaduto? La sostanza del centro cellulare, come nel caso di un vulcano, viene espulsa dall’ovocellula,e in seguito la mano espellente si ritrae poi nell’interno della “Terra”. La sostanza si muove dal centro alla periferia e dalla periferia al centro.

Questo processo esige come un’aratura della sostanza dell’uovo, uno scavare nel protoplasma elementare. Inoltre i movimenti vanno nella direzione delle forze del Cielo e della Terra, ma sono movimenti rozzi e informi. Abbiamo il presagio che qui abbiamo a che fare come con una eco della potente voce del Cielo e della Terra.

Ma poiché l’eco segue la voce, dobbiamo ancora una volta volgerci indietro, se vogliamo incontrare il reale principio primordiale dell’umanazione corporea.

Perciò ora vediamo qui l’ovocellula, come se avesse appena cominciato a risvegliarsi da un lungo sonno, nel quale essa è rimasta nell’ovario materno, prima che la voce giungesse su di lei.

In essa era adagiata in un legame cellulare, era una tra molte, fino a che negli ultimi mesi e settimane essa non venne gradatamente preparata a qualcosa di completamente nuovo – all’entrata di un nuovo spazio. Ora risuona la Parola:

Bereschit bara Elohim et ha-schamajim vet ha-aretz –

IN PRINCIPIO DIO CREO’ IL CIELO E LA TERRA

E sorge una goccia di sostanzialità vivente, una piccola sferula nel libero spazio del corpo materno, che forma il primo punto di partenza per le forze creatrici, la cui Parola creerà un corpo umano. Con un embrione di uovo – ora possiamo rappresentarcelo così – si congiunge la forza di ciò che tende verso l’esterno e la forza di ciò che si agita in maniera vivente nell’interno, la forza del Cielo e quella della Terra.

E poi risuonano le parole:

ve ha-aretz hajta tohu va-bohu, ve choschek al-pĕné tehom, ve ruach Elohim mĕrachephet al-pĕné ha majim

E LA TERRA ERA DESERTA E VUOTA

E LA TENEBRA ERA SULLA FACCIA DELL’ABISSO;

E LO SPIRITO DI DIO ALEGGIAVA

SULLA FACCIA DELLE ACQUE. (4)


(1) Vedi RUDOLF STEINER : I Misteri della storia biblica della creazione, (ciclo di conferenze tenuto a Monaco, 1910, O.O. 122)

(2) E’ possibile che ciò avvenga attraverso una polarizzazione strutturale (Cfr. nota II, a p. 346)(1) Vedi RUDOLF STEINER : I Misteri della storia biblica della creazione, (ciclo di conferenze tenuto a Monaco, 1910, O.O. 122)

(3) La sostanza organica, di cui è costituita una cellula, è chiamata protoplasma. Nel protoplasma si distingue il citoplasma e il carioplasma. Il citoplasma è la sostanza della cellula al di fuori del nucleo cellulare, il carioplasma è la sostanza del nucleo cellulare.

(4) Secondo Lutero: “sull’acqua”. Per la prima Parola, Lutero scrive: “Am Anfang”, “All’inizio”. A meno che non venga rilevato diversamente, come traduzione testuale viene adoperata quella secondo Lutero. 

 

(Continua)

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Kaspar Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA

K. Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL'EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA – Il Primo Giorno

Copgenesi

IL PRIMO GIORNO

1. La formazione della blastula.

Da un singolo minuscolo globulo di protoplasma si forma nel corpo materno, in un lasso di tempo di nove mesi, il corpo pienamente sviluppato di un bambino neonato. Questo primo delicato globulo, l’ovocellula, consiste, come tutte le cellule, di una sostanza mucillaginosa alla quale è legata tutta la vita sulla Terra. Ma ciò che distingue quest’unica cellula da tutte le restanti altre, è la sua grandezza, la sua forma e il suo spazio vitale. Nessuna cellula raggiunge la grandezza di una ovocellula; essa con il suo diametro scarso di un centesimo di millimetro sarebbe addirittura visibile ad occhio nudo, se vi fossimo posti di fronte. In quanto cellula unica, essa si avvicina quasi perfettamente alla forma sferica.

La maggior parte delle cellule corporee ha una qualsiasi forma caratteristica e vive in massicce formazioni cellulari. Così, le cellule muscolari sono lunghe e affusolate e si appoggiano strettamente l’una all’altra, le cellule epiteliali sono piatte o cilindriche poste in fila, le cellule nervose sono all’incirca a forma di stella con una singola lunga diramazione attraverso la quale esse stanno in reciproco collegamento, le cellule epatiche sono poliedriche  e congiunte [tra loro] in determinate formazioni.

La ovocellula matura non vive in una formazione cellulare, sta quasi completamente isolata, può sviluppare senza impedimento [alcuno] la sua forma sferica. Questa creazione, per la sua forma, sembra quasi senza rapporto con la Terra. Tuttavia per la [sua] materialità l’ovocellula si volge alla Terra. La sua massa è ripartita in maniera diseguale nel suo spazio, per il fatto ch’essa ha un polo “inferiore” un po più pesante e un polo “superiore” un po più leggero. Il corpo dell’ovocellula, che consiste di mobile sostanza vivente, il protoplasma, porta nel suo interno, come ogni altra cellula, un nucleo cellulare.

All’esterno il corpo cellulare è racchiuso da un corpo relativamente robusto, la zona pellucida, che lo protegge dagl’influssi esterni (vedi Fig. 2, inoltre la Tavola I).

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Nella scissione cellulare l’ovocellula si è separata dal tessuto materno dell’ovaia e vive per breve tempo nelle cavità ricolme di fluidi del dotto ovarico. Ad essa aderiscono ancora alcune cellule del tessuto materno (corona radiata ), dalle quali essa viene ulteriormente nutrita (SHETTLES). Poi anche queste si staccano da lei ed essa viene a consistere interamente di se stessa.

Ora su di essa incombe la morte. Solo il seme maschile può impedire questa morte. Se non giunge il seme, l’ovocellula viene espulsa fuori col sangue mestruale e perisce.

Se viene raggiunta dal seme, essa può diventare il germe di una nuova vita. A dire il vero, non si preserva essa stessa, ma la sua vita prosegue – anche la madre sacrifica così la sua vita vissuta fino ad allora e si riversa poi, almeno per un certo tempo, nella vita del bambino.

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Figura 2: Ovocellula umana con indicazione dei colori naturali (secondo SHETTLES, Ovum Humanum, 1960).

Circa trenta ore dopo la fecondazione da parte del seme, l’ovocellula comincia a suddividersi e da essa sorgono due cellule più piccole, che riempiono tutto lo spazio della loro cellula madre. Poche ore più tardi queste cellule figlie si suddividono a loro volta, cosicché quattro cellule riempiono adesso il medesimo spazio. Presto diventano cinque, sei, sette cellule e tre giorni dopo la fecondazione il giovane embrione consiste di una sfera compatta di circa sedici cellule, che per il suo aspetto viene chiamata mora o morula (vedi Fig. 3). Tuttavia le cellule, eccetto che per insignificanti differenze di grandezza, sembrano assolutamente uguali, e si deve presumere che esse posseggano ancora, tutte, la medesima potenza di sviluppo, potrebbero quindi essere scambiate l’una con l’altra; però è dimostrato che, dalle cellule situate centralmente , sorge il vero e proprio embrione, mentre dal tessuto periferico che nutre l’embrione sorge la placenta. Si chiama embrioblasto il complesso cellulare interno, quello esterno trofoblasto (vedi nota I). Quindi in questo stadio viene articolato lo spazio ovarico, sebbene la sostanza cellulare che lo riempie non presenti questa stessa articolazione (vedi nota II).

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Figura 3Formazione della morula dall’ovocellula, semischematica. La zona pellucida è indicata come anello scuro, i nuclei cellulari non sono raffigurati.

La prima differenziazione visibile della morula è ora la seguente. All’interno della sfera cellulare si forma dapprima uno spazio a forma di fessura. Questo diviene a poco a poco più grande e si arrotonda in una cavità situata non del tutto centralmente. La massa cellulare viene quindi spinta da ogni lato alla periferia, la cui parete in un punto appare nodosamente inspessita. Questo nodo consiste nel complesso cellulare dell’embrioblasto in precedenza situato centralmente, mentre la vera e propria s
fera cava viene formata dal trofoblasto che si arrotonda ancor più in periferia. Con ciò viene raggiunto lo stadio di vescicola embrionale o blastula (vedi Fig. 4, inoltre nota III).

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Figura 4: Formazione della blastula, semischematica. Immagine a sinistra: all’interno della morula si forma uno spazio cavo. Immagine a destra: blastula formata; la zona pellucida si è dissolta. Z.p.= zona pellucida, T=trofoblasto (nella sezione disegnata il trofoblasto è l’intero anello di cellule), E=embrioblasto (adiacente al trofoblasto).

Sono adesso trascorsi quattro giorni dalla fecondazione e a poco a poco si dissolve la zona pellucida, che sinora ha sempre avvolto l’embrione. Da ciò si ravvisa che la blastula ha mantenuto approssimativamente la grandezza dell’ovocellula. Ora esso consiste all’incirca di sessanta cellule ed una mezza giornata più tardi di oltre cento.

Le cellule del trofoblasto sostanzialmente si sono suddivise dapprima con maggiore frequenza delle cellule dell’embrioblasto, giacché in una blastula umana si contano, ad esempio, novantanove cellule trofoblastiche contro soltanto otto cellule embrioblastiche.

Ora si possono distinguere i due gruppi di cellule. Adesso le cellule dell’embrioblasto sono un po più grandi ed appaiono più allentate, meno compatte rispetto a quelle più piccole del trofoblasto, un po’ più spesse e perciò mostranti i primi segni di una differenziazione. A questo punto, l’embrione si trova ancora  sempre nella sua migrazione attraverso il dotto ovarico, ma come sfera liberamente fluttuante arriva presto nella cavità dell’utero materno. In questo, dal sesto al settimo giorno, raggiunge la mucosa materna, che poi lo accoglie come la terra accoglie un seme (vedi Tavola I).

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L’intero sviluppo seguente si compie nel grembo di questa mucosa espressamente preparata e in maniera meravigliosa per l’evoluzione embrionale all’interno dell’utero materno.

L’ovocellula è un tutto e questo tutto si differenzia progressivamente. Sorgeranno occhi, mani, piedi – la creatura che diviene è sempre un tutto. La differenziazione avviene attraverso il fatto che l’ovocellula mediante suddivisione realizza il suo spazio interno con [le] cellule, e le nuove cellule così sorte si suddividono sempre ulteriormente, in un punto più, in un altro meno, nella maniera più differenziata – ma l’aumento delle cellule avviene sempre in qualche punto all’interno, mai si ammucchiano fuori cellula su cellula, come in una cassetta architettonica.

Si ha a che fare con un suddividersi e spostarsi estremamente complicato del sostrato vivente protoplasmatico, e ad ogni stadio rimane preservata la totalità. Si dice ripetutamente che il corpo venga edificato a partire dalle cellule. E’ vero il contrario: il corpo plasma cellule all’interno di sé. Nelle nostre attuali condizioni terrestri questa suddivisione cellulare della sostanza vivente è palesemente necessaria. Il corpo dell’uomo è dapprima l’ovocellula, la sua forma originaria una sfera. Nel corso dell’evoluzione embrionale muta la forma corporea umana ed assume le più diverse forme. Essa diventa dapprima piatta come il suolo terrestre , nel quale però si inarcano presto montagne, cresce poi dal suo proprio regno terrestre in forma di piante, diviene infine pisciforme e procede gradualmente a tastoni attraverso tutte le configurazioni delle forme degli animali superiori, fino a che, alla fine, diventa visibile l’immagine umana. Tuttavia è sempre il corpo evolventesi di un uomo, sin dal principio, addirittura quello di un determinato uomo. Il corpo semiformato non è un mezzo corpo, bensì un organismo intero, al quale sono inerenti ulteriori possibilità di evoluzione.

Così anche la Genesi è sin dal principio un tutto ed ogni parola che sopraggiunge, un perfezionamento di questa sua interezza. Già la sua prima frase contiene la predisposizione dell’intera Creazione, e addirittura, come vedremo, già la sua prima parola. Ma qui dominano dapprima leggi universali. Esse sono il modello per ogni differenziazione individuale, l’archetipo di ogni elemento individuale.

 

Nota I : La blastula della rana è come l’intero embrione, mentre nei mammiferi e nell’uomo dalla blastula è scaturito pure il chorion. La somiglianza di queste formazioni sussiste quindi solo sul piano morfologico. A distinzione della blastula di mammifero da quella degli anfibi, si chiama la prima anche blastocisto. – Si conosce la blastula di mammifero, ovverosia il blastocisto già da molto tempo; ma che pure nel caso dell’uomo esso giungesse a formazione, non lo si sapeva sin negli anni del libro di testo di CLARA, Storia evolutiva dell’uomo, p. 59, si trova “Non si conosce ancora se una tale cavità della vescica embrionale sorga pure nel caso degli ovuli umani”. E. GROSSER, ancora nel 1944, nel suo libro di testo; Linee fondamentali della storia evolutiva dell’uomo, p. 28, scrive : “La morula umana in maniera tipica si articola nel trofoblasto e nell’embrioblasto; ma questo si suddivide subito, senza formazione di una vescica embrionale vuota come negli altri mammiferi, nelle predisposizioni di determinate regioni: nell’ectoderma, nel foglietto vitellino e mesoderma estraembrionale”. Così sembra che ci siano stati ricercatori i quali, in questa questione, stavano aspettando, ed altri i quali, anche in quell’epoca accettavano ancora come sicura una differenza in relazione a ciò tra uomo e mammifero. Quest’ultima condotta ricorda da lontano quello sforzo di distinguere per principio, dal punto di vista corporeo, l’uomo dall’animale, così come ciò era ancora fortemente presente all’inizio del secolo precedente [n.d.C: dell’Ottocento], e contro il quale GOETHE si oppose veementemente e pure con successo mediante la sua scoperta dell’osso intermascellare. In linea di principio tra scimmia e uomo, dal punto di vista dell’anatomia comparata non sussiste alcuna differenza.La differenza non sta nell’elemento quantitativo, bensì in quello qualitativo. In linea di principio si può dire: quello che ha l’animale lo ha pure l’uomo. – Per evitare la formazione verbale pleonastica “blastocisto” , viene qui adoperata continuamente la parola blastula. Attraverso ciò viene aggirato il triplice pleonasmo nella parola “cavità blastocistica” (qui blastocele). 

Nota II : Le più recenti indagini elettromicroscopiche su embrioni di animali vertebrati portano alla luce differenze minimali tra le cellule interne e quelle esterne della morula. Quelle cellule, che da ogni lato sono circondate da altre cellule, rimangono indifferenziate. Le cellule esterne invece, le quali toccano le altre soltanto parzialmente, sperimentano una ristrutturazione minimale e vengono designate come “polarizzate”. Le cellule interne sono quelle originarie, “non polarizzate” (vedi H.VOEGLER, Human Blastogenesis, Karger 1887). Si deve ammettere che anche nell’uomo tali differenze della microstruttura siano presenti in maniera accennata, poiché l’uomo in modo affatto generale frena soltanto e non abolisce ciò che spinge l’animale alla specializzazione. 

Nota III: La formazione di spazio cavo sta in relazione con un liquido originante forse dalle cellule della morula. Ogni elemento embrionale vive in quello acquoso; così anche la blastula è ricolma di liquido.

(Continua)

Tutti i diritti di riproduzione, di traduzione o di adattamento sono riservati per tutti i Paesi. E’ vietata la riproduzione dell’opera o di parti di essa con qualsiasi mezzo, compresa la stampa, copia fotostatica, microfilm e memorizzazione elettronica, se non espressamente autorizzata dall’editore.

 

Kaspar Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA

K. Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL'EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA- Introduzione

Copgenesi

INTRODUZIONE

In questo scritto si cercherà di confrontare l’evoluzione embrionale umana con la storia biblica della creazione. Il punto di partenza per quest’impresa fu un’idea che sopravvenne all’autore allorché questi, nell’anno 1964, si trovò di fronte alla rappresentazione fotografica della blastula umana.

Si chiama blastula uno stadio precoce dello sviluppo embrionale nel quale l’embrione ha la forma di una sfera vuota. Fino a pochi decenni fa veniva insegnato come nel caso dell’uomo il primo agglomerato di cellule che si sviluppa dall’ovulo formi proprio una sfera, così come si scorge nel caso dello sviluppo dei vertebrati, ma che, al contrario dello sviluppo di quelli, in quello dell’uomo in questa formazione sferica, non sorgerebbe alcuno spazio cavo. Perché mai l’uomo nel suo sviluppo non ha un tale “Cielo” interno, si disse una volta l’autore durante il periodo delle sue scuole superiori non appena venne a conoscere lo sviluppo embrionale della rana, non ha forse l’uomo perfezionato in maniera estrema nel suo essere quello spazio interiore che lo separa e lo distingue dal mondo come anima – e ciò che è organico deve essere in armonia con l’essere interiore. In questo caso, però, ciò non sembrava verificarsi, e allo studente liceale non rimaneva altro se non invidiare alla rana la sua magnifica cupola, che sembrava riprodurre il mondo intero, il cosmo intero e che, con una parola così incalzante, viene designata come blastocele.

Ma la ricerca procedette oltre. Sinora i limiti delle possibilità tecniche impedivano ai ricercatori di venire in possesso degli embrioni umani più precoci. Ancora un ultimo segreto misterioso, come ultimissimo residuo di quel mistero del divenire corporeo umano, un tempo avvolto in profonda oscurità, separava l’occhio del ricercatore dalla completa comprensione del processo embriologico. Tuttavia anche le ultime barriere dovevano cadere, questa era una necessità dell’evoluzione. I ricercatori americani HERTIG e ROCK scoprirono per primi la blastula umana. La trovarono in preparati provenienti da operazioni ginecologiche. Poi si procedette alla fecondazione in vitro e da pochi anni si conoscono quasi completamente i rapporti morfologici dell’embrione umano, durante le prime ore dopo la fecondazione e durante questa medesima.

La ricerca procedette su vasta scala e divenne sempre più profonda la conoscenza dei processi fisici e chimici che si svolgono sul piano materiale nei processi biologici. La ricerca trasforma il mondo. E più profondo diventa il nostro sapere, più elevata diventa la nostra responsabilità. Sorsero gli anticoncezionali biologici, sorse la “pillola”. Come mai prima, una droga si diffonde così rapidamente sull’intero globo terrestre. Come mai in precedenza l’intera umanità, quasi in ogni suo singolo rappresentante, venne chiamata in siffatta misura alla responsabilità come dai risultati di queste ricerche. Tuttavia dobbiamo prepararci a portare responsabilità anocra maggiori, giacché stiamo imparando ad adoperare su vasta scala forze il cui uso in tempi precedenti era riservato soltanto alla Natura. E poiché ci manca la superiore visione generale, attraverso tale uso disturbiamo continuamente innumerevoli equilibri biologici e superbiologici, mettendo a poco a poco addirittura in questione l’esistenza dell’uomo e della Terra. Indietro non possiamo più tornare. Neppure lo vogliamo. Dobbiamo però cercare vie che ci conducano ad una comprensione e ad una conoscenza dell’Uomo e della Terra sempre più profonde, onde possiamo in futuro avere la superiore visione generale e con essa la forza di sopportare i frutti della nostra scienza.

Andando alla ricerca di tali vie, l’autore allora trovò la blastula umana e con essa una idea. La blastula fu il punto di partenza di una via, della quale l’idea era la mèta spirituale sfolgorante. Da lungo tempo la vita gli aveva portato la certezza che lo spirituale sta alla base di tutto l’elemento fisico – ma qui vi era ora un punto che concedeva una vista su di una tal cosa. – Chi abbia trovato un cotal punto, ne troverà anche altri di questo tipo, ed infine riconoscerà che ogni creazione della natura può servire per gettare uno sguardo in un mondo spirituale. Ma dalla conquista scientifica di un tale sguardo dipende il fatto se possiamo o meno liberarci dalla fascinazione secondo la quale l’essere umano si esaurisce nella materialità.

Proprio quei rami della scienza che trattano questioni biochimiche e biofisiche trasmettono sempre più, oggi, la coscienza del fatto che tutti gli oggetti delle loro scoperte alla fine sono soltanto il lato esteriore di un evento svolgentesi su un piano rispetto ad essi più elevato. E. GRUNDMANN dice nella sua opera Cittologia Generale: “La cellula vivente è qualcosa di più della somma dei legami molecolari in essa contenuti e qualcosa di più della somma delle reazioni che si svolgono in essa. Il mistero del suo primo sorgere è al tempo stesso il mistero della prima formazione della vita, del primo connettersi di processi chimici in strutture ordinate”. Qui sorge la domanda: Come si giunge ad una visione di àmbiti posti su un piano più elevato? GRUNDMANN a tale proposito dice sùbito dopo: “Forse una ‘evoluzione strutturale’ potrebbe, nella dimensione submicroscopica connettersi là dove i metodi dell’ ‘evoluzionismo chimico’ giungono ai propri limiti”. Noi chiediamo ancora: Ma che cos’è una struttura? E potremmo rispondere: Una struttura è un ritmo che si è arrestato nello spazio. Quest’ultimo [il ritmo] ha la sua vita nel mondo temporale e diviene struttura soltanto allorché si irrigidisce nella forma, si congela nello spazio. Se quindi cerchiamo la struttura nel suo scaturire vivente, ci ritroviamo nell’elemento temporale, nel mondo dei ritmi – ma questo è il mondo dei suoni e dei toni. Forse l’intero evento della vita si lascia disciogliere, secondo la proposta di GRUNDMANN, in singole strutture. Si ammettano allora ritmi, nella fattispecie elementi sonori di diverse frequenze, che nelle più svariate maniere si sovrappongono ed interferiscono con altri suoni. Ma anche in questo caso rimane aperta la domanda: Qui chi sta suonando? Oppure: Chi parla?

Nel presente scritto si tenterà d’indicare come le due vie, quella della storia biblica della Creazione e quella dell’evoluzione embrionale, si corrispondano e fondamentalmente siano identiche. Ciò che la Genesi dice in parole, nell’embrione diviene vita organica. Mediante la conoscenza e l’esperienza di questa identità può essere ottenuta la possibilità di scrutare più profondamente nell’operare dei principi formativi. Con ciò proprio i risultati della ricerca del nostro tempo diventano finestre attraverso le quali si riesce a gettare uno sguardo in domìni più elevati. La metodica attraverso la quale sono stati trovati i risultati che verranno presentati nel prosieguo è scaturita da quella della moderna Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner, sul cui terreno sta l’autore.

A qualche lettore apparirà forse temerarietà il fatto che il contenuto di un tale testo [la Genesi] venga paragonato con fatti che per le nostre rappresentazioni convenzionali sono bassamente fisiologici ed embriologici. L’autore stesso ha avuto ripetutamente di tali scrupoli, egli però oggi crede che attraverso una tale trattazione, se viene condotta con la serietà e la volontà di verità a ciò assolutamente necessarie, la venerazione di fronte a un tale testo possa soltanto accrescersi.

Egli è persino dell’opinione che un tale tipo di trattazione comparativa sia addirittura la sola appropriata a risvegliare in modo giusto in qualche lettore la coscienza della grandezza e della sublimità di tale testo.

L’idea, sulla quale si accesero i pensieri del presente scritto, fu la seguente. Allo scorgere quella prima memorabile raffigurazione che mostra la sezione di una blastula umana (vedi Fig. 1), fu come se l’autore avesse avuto di fronte a sé l’immagine illustrante il primo versetto della Genesi che proclama: “In principio Dio creò il Cielo e la Terra”.

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Figura 1: Blastula umana, sezione; disegnata a partire da una fotografia. Da HAMILTON et al. , Human Embriology, 1962. (Sezione mediana da una serie di sezioni microscopiche, HERTIG e ROCK et al., Carnegie, Coll. No. 8663)

E con incrollabile sicurezza, nel vivere questo pensiero, egli seppe che la Genesi, la storia biblica della Creazione, sin dal suo primo versetto altro non era che la descrizione dell’incarnazione dell’uomo. Con il presente scritto deve essere mostrato come questo pensiero si trovò via via dimostrato vero. Il contenuto di questo scritto in sostanza venne già presentato in forma orale in conferenze che l’autore tenne già negli anni sessanta di fronte a medici ed ad altri ascoltatori.

Il discorso libero ha molti vantaggi nei confronti della parola scritta o stampata. Attraverso di esso, con l’aiuto della gestualità e del disegno può facilmente essere portato a divenire esperienza qualcosa che solo a fatica viene cavato fuori dalla parola prigioniera dello scritto. Per la redazione scritta risultò perciò la necessità di descrivere con sufficiente precisione i processi embriologici ai quali si ricorreva rispettivamente nei singoli casi per la comparazione con la Genesi.

Le raffigurazioni aggiunte al testo, così come alcune tavole, possono inoltre facilitare lo studio e condurre il lettore a rappresentazioni il più possibile vitalmente vicine alle forme presentate nel loro trasformarsi. Il testo biblico appare nel corso dell’esposizione solo in forma di versetti o di frasi. E’ consigliabile consultare sempre nuovamente il testo in questione (vedi Appendice).

Ove nelle considerazioni sulla Genesi o sul suo rapporto con l’evento embriologico e con i dati anatomici non venga citata espressamente una fonte, ciò che viene presentato proviene dalla ricerca propria dell’autore.

Questo scritto non presuppone conoscenze specialistiche. Esso si rivolge a tutti i lettori per i quali la conoscenza dell’uomo è una questione del cuore.

(Continua)

Tutti i diritti di riproduzione, di traduzione o di adattamento sono riservati per tutti i Paesi. E’ vietata la riproduzione dell’opera o di parti di essa con qualsiasi mezzo, compresa la stampa, copia fotostatica, microfilm e memorizzazione elettronica, se non espressamente autorizzata dall’editore.

Kaspar Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA

Kaspar Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL'EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA

Copgenesi

Diamo il via con oggi alla pubblicazione del testo “La Genesi alla luce dell’evoluzione embrionale umana” di Kaspar Appenzeller.

Ringraziamo Silvano Mirami e l’Editrice CambiaMenti, sul cui sito (www.cambiamenti.com/Argomentogenesi.htm) è possibile leggere integralmente introduzione, indice, prefazione e l’intero Capitolo I.

 

Il Chaos dei Filosofi

Che il figlio dei Filosofi ascolti i Saggi che riconoscono tutti indistintamente che bisogna paragonare la nostra Opera alla creazione del mondo. Al principio Dio creò il Cielo e la Terra, ma la Terra era incolta e vacua, le tenebre coprivano l’Abisso e lo Spirito di Dio volava sulle Acque.

Allora Iddio disse: Sia fatta la Luce – e la Luce fu.

Queste parole bastano ai figli dell’Arte. Bisogna, dunque, per la nostra Opera unire il Cielo e la Terra nel letto nuziale dell’amicizia. La Terra è un corpo grave, pesante, matrice dei minerali che conserva segretamente nel suo seno, pur producendo gli alberi, le piante e gli animali. Il Cielo è quella vasta distesa, in cui tutti gli Astri, compresi i due Grandi Luminari, compiono le loro rivoluzioni. E’ esso che, attraverso l’aria, comunica la sua forza agli esseri inferiori; ma al principio, essendo tutte le cose confuse, esse formavano il Chaos.

Eiraeneus Philalethes,

Introitus Apertus ad occlusum Regis Palatium,

Cap. V, De Chaos Sophorum, 1667.

PREFAZIONE

La prima volta che ho incontrato Kaspar Appenzeller, a Milano, sono stato conquistato dalla sua esposizione artistica sulla costituzione dell’uomo e dal suo modo di porgere con umiltà e fermezza la conoscenza, nascostamente sofferta nel suo corpo. Riemerge dalla luce della memoria il capo chino in atteggiamento di reverenza, il capo su cui comparirà il fulmine di una cicatrice, gli occhi chiari fusi in uno sguardo dolce e profondo, la voce dai toni caldi e pacati.

Ora, nel leggere il presente testo, curato con certosina e devota consapevolezza da Silvano Mirami, ho provato la stessa meraviglia della prima volta.

La composizione segue un movimento a spirali sempre più espanse, sia nel tratteggiare i giorni della Genesi sia nel descrivere a più riprese gli stessi fenomeni embriogenetici e fra questi incantevole il processo della fecondazione.

L’idea portante del libro è di e-ducere alla luce di una rinnovata coscienza scientifica gli incroci e le sorprendenti corrispondenze dell’evoluzione embrionale e ontogenetica dell’uomo con l’evoluzione terrestre dalla frotta della Genesi.

I versetti biblici, in particolare quelli del primo capitolo, sono i mantram su cui si applica, nella lingua originale, il pensiero meditativo dell’Autore che tributa con riconoscenza la sua ricerca ai generosi impulsi di Rudolf Steiner nell’ambito delle sue comunicazioni scientifico-spirituali. L’indagine si approfondisce nelle viscere del linguaggio, nel terreno della sua stessa genesi e si effonde nei cieli della sua palingenesi. Ogni parola della Genesi viene scomposta e ricomposta, distillata e infine conquistata con il sudore di un impegno sovrumano. Ad iniziare dalla prima: “Bereschit” , in cui riconosce la musicalità del battito cardiaco corrispondente all’estrema sintesi del corpo umano. Questa stessa parola sarà la stella polare che illuminerà il suo cammino medico verso l’ampiamento delle potenzialità diagnostiche dell’auscultazione cardiaca. Difatti in questo scritto sono contenute le premesse e le basi fisiologiche per comprendere e apprezzare la svolta innovativa nell’ambito diagnostico e la conseguente efficacia nella pratica clinica. Si intravede proprio in questo contesto l’importanza dell’esercitazione costante dell’euritmia, l’arte del linguaggio in movimento, che traspare come il pensiero vivente riverberante dalle forme embrionali e al contempo la Parola conformante.

Appenzeller rielabora fedelmente le lezioni steineriane di fisiologia occulta tramite il racconto mitologico della Genesi, l’embriologia comparata e l’osservazione a ritroso dell’evoluzione embrionale umana: quest’ultima apre nuovi scenari come è il caso del viaggio dalla blastula all’ovocellula.

Un’altra lezione steineriana ben assimilata scorre nella presentazione dell’evoluzione delle teorie cosmologiche, un fil rouge sul quale possiamo ripercorrere spregiudicatamente la connessione fra embriologia e astronomia.

La posizione di Appenzeller scienziato è salda e cristallina non solo in alcune annotazioni di etica medica, ma soprattutto nel riordino del pensiero scientifico, rovesciato rispetto a quello convenzionale. Cito come esempio l’affermazione: “Si dice ripetutamente che il corpo venga edificato a partire dalle cellule. E’ vero il contrario: il corpo plasma le cellule all’interno di sé”. Sfalda i preconcetti della visione materialistica unilaterale dell’uomo. Fa cadere i falsi “idola” dei mattoni-pietre della costituzione organica umana e ci conduce con disarmante chiarezza al superamento del paradigma darwiniano attraverso la differenziazione dell’uomo dalla scimmia a partire dalla blastula.

Assorbe e fa sua la fenomenologia sostanziata dal pensiero metamorfico goethiano, in particolare nel tracciare con lucidità le connessioni fra il rachide e il cranio.

Il percorso conoscitivo del dottor Kaspar va oltre e si arricchisce di una serie di immaginazioni – valga per tutte citare l’uomo embrionale come pianta terrestre – confluenti in un linguaggio dai toni fiabeschi, un reale esempio di anelito alla verità rivestita di poesia. Il fiume sembra a tratti arrestarsi, come in una pausa inspiratoria, e invece trabocca in geniali intuizioni tipo la conchiglia, presentata come archetipo unificato di uccello e pesce. Giunge in cima alle vette himalayane dell’indagine scientifico-spirituale quando coniuga i più profondi misteri della cristosofia con l’embriogenesi cardiaca ritrovandone i presupposti nella composizione del 7° giorno della Genesi.

La medicina antroposofica ritrova nel dottor Kaspar una sapiente guida, fedele al suo nome, a disposizione di tutti i sinceri ricercatori nell’arte medica.

Angelo Antonio Fierro

INTRODUZIONE DEL CURATORE

Kaspar Appenzeller nacque il 13 aprile 1927, come terzo figlio di Susanne e Hans Appenzeller-Zellweger, a Davos in Svizzera. La difficile gravidanza di sua madre ad un certo punto fu veramente a rischio e si dovette alla sapienza e alla perizia del Prof. Löffler – il quale in seguito sarà uno dei suoi insegnanti allorché intraprenderà gli studi universitari di medicina – se malgrado tante difficoltà tale gravidanza poté essere portata facilmente a termine. Kaspar nacque dunque tra quelle montagne svizzere, ch’egli sentì sempre come suo ambiente congeniale, come sua vera patria e anche come protezione. Montagne che amerà profondamente.

Sin dall’infanzia la sua salute fu cagionevole: a due anni e mezzo Kaspar venne colpito da una grave forma d’asma che lo accompagnò costantemente lungo tutta la sua vita e con la quale dovette di conseguenza fare continuamente i conti. All’età di sei anni entrò alla Rudolf Steiner Schule, ma ogni anno i gravi attacchi d’asma lo costringevano per un terzo del periodo scolastico a non frequentare le lezioni. Tuttavia, malgrado tale inconveniente, egli riuscì a seguire senza difficoltà l’iter dell’insegnamento.

A parte i problemi di salute, infanzia e adolescenza si svolsero solari e felici – così egli le ricordava – con i suoi fratelli Heiner e Vreni. Ma anche a scuola egli era amato – da compagni e insegnanti – per il suo carattere gioviale e per il suo particolarissimo umorismo, che ogni volta rallegravano l’ambiente. I suoi compagni poi, ammiravano le sue qualità artistiche, che eccellevano soprattutto nel disegnare e nel suonare il violoncello. Per tutta la vita Kaspar Appenzeller coltivò vari aspetti dell’arte e per le sue notevoli capacità avrebbe potuto diventare un artista riconosciuto ed affermato. Ma sin da piccolo sentì come sua propria missione – e volle ciò in maniera decisa – il diventare medico.

A questa sua peculiare missione di operare terapeuticamente nei confronti della malattia e della sofferenza umana egli si donò senza risparmiarsi, sacrificando qualsiasi ambizione, anche legittima, che avrebbe potuto realizzarsi in campi, sia scientifici che artistici, diversi dalla medicina. Una spinta, ed un aiuto, in tal senso kaspar Appenzeller l’ebbe sicuramente dal suo incontro con la Scienza delo Spirito di Rudolf Steiner, ch’egli conobbe già nell’ambiente familiare, tanto più che medico della famiglia Appenzeller era il Dr. Hans Werner Zbinden, amico fedele di marie Steiner e presidente della Rudolf Steiner-Nachlaßverwaltung, ossia quel Lascito, fondato dalla compagna del Dottor Steiner, che per oltre sessant’anni tanto ha fatto per salvarne e diffonderne l’Opera.

Fu all’epoca degli studi ginnasiali a Flims che Kaspar Appenzeller affrontò l’Opera di Rudolf Steiner (la sua prima lettura fu la conferenza: Il sangue è un succo affatto peculiare) contemporaneamente all’opera e al pensiero di Platone. Nel 1947 si iscrisse alla Facoltà di Medicina all’Università di Zurigo e appena ventenne intraprese lo studio della medicina antroposofica e dell’euritmia curativa. Sin dalle prime fasi del suo studio venne giuidato dal Dr. Zbinden, il quale nutrì una tale fiducia nelle sue qualità, sia professionali e umane che interiori, da affidargli nel 1961 la direzione del Seminario Medico che si svolgeva alla Rudolf Steiner Halde a Dornach. Inoltre nel 1977, una settimana prima della sua morte, il Dr. Zbinden offrì a kaspar Appenzeller di diventare socio dell’Unione del Lascito di Rudolf Steiner, il Nachlaßverein.

Dopo l’Approbation, conseguita nel dicembre 1953, sotto i professori Löffler e Brunner e la Dissertation conclusiva, ossia la tesi c’egli sostenne nella primavera del 1954 su L’encefalite conseguente a morbillo, egli iniziò il periodo di assistentato al Regionalspital di Wattwil sotto la direzione del Dr. Christ, che per tutta lavita rimase per lui una personalità decisiva.

Nel frattempo egli poté realizzare nel giugno del 1954, dopo sedici anni di fidanzamento, quella che definì “la migliore decisione della mia vita” e portare all’altare Johnnie Stokar, ch’egli conosceva sin dall’infanzia e che fu poi la compagna della sua vita.

Nel luglio del 1955 nacerà il primo figlio Peter. A quel periodo risale il primo lavoro da lui pubblicato sul cuore.

Nell’autunno del 1956 egli poté rilevare a St. Moritz lo studio del dr. De Giacomi, appena defunto, studio medico che poté portare avanti per 42 anni. Il trasferimento in Engadina, tra le montagne dei Grigioni, da lui profondamente amate, fu un grande aiuto per la sua salute. Gli esordi non furono facili e nei primi sei anni i magri bilanci non gli permisero l’ausilio di un’infermiera. Ma in segfuito, sebbene il suo ambulatorio fosse aperto soprattutto ai pazienti locali, esso ricevette, sia per il suo talento e la sua pazienza, sia per la conoscenza delle lingue straniere ch’egli coltivava con gioia, pazienti da tutti i continenti.

Nel 1959 nacque il suo secondo figlio Georg.

Nel frattempo divenne medico scolastico a St. Moriz e lo rimase per oltre tre decenni. Ciò gli permise di approfondire, attraverso l’auscultazione cardiaca di migliaia di bambini, la sua conoscenza di tale arte diagnostica, giungendo poi a conclusioni preziose, ch’egli donerà al mondo nei suoi scritti su tale materia.

Nel 1978, dopo la morte del Dr. P.R. Berry, Kaspar Appenzeller venne eletto Presidente dell’Associazione Medica di St. Moritz, ufficio che espletò con grande coscienza e impegno per 20 anni.

La dedizione, veramente sacrificale, a curare le sofferenze umane lo portò a ricevere fino a cento pazienti al giorno, e allorché l’ultimo paziente lasciava l’ambulatorio, egli sidedicava per ore alle sue ricerche sul sangue e sul cuore. All’inizio degli anni 60 giunse a dimostrare sul cuore vivo di un pollo, documentandola con una pellicola da 16 mm, l’affermazione di Rudolf Steiner che il cuore non è una pompa bensì un organo di senso, e che il sangue stesso possiede la forza di muoversi lungo le vie sanguigne.

Naturalmente la sua dedizione al lavoro e allo studio, che lo portavano a non concedersi più di 5 ore di sonno per notte, non potevano non minare la sua salute, e nel 1965 ebbe un attacco di itterizia. Per qualche mese la sua attività ebbe un fermo repentino. Si ristabilì, ma gli rimasero come conseguenza forti emicranie che lo accompagnarono per oltre 25 anni.

Nel 1970, iniziò a tenere a St. Moritz un gruppo di lavoro antroposofico che portò avanti regolarmente sino al 5 novembre 1998, allorché venne colpito da ictus cerebrale. Tenne pure corsi e conferenze pubbliche che ebbero notevole risonanza nell’Engadina. Continuò la sua attività di conferenze al Seminario Medico presso la Rudolf Steiner Halde, a Dornach, e portò la sua parola in conferenze e corsi a Zurigo, Berna, Lugano, Berlino e Milano. Attraverso la collaborazione [1] con l’euritmista Franziska Brem raggiunse una conoscenza approfondita del Corso di Euritmia terapeutica di Steiner.

Al di là di articoli vari, pubblicati su alcune riviste, Kaspar Appenzeller riversò i frutti del suo sapiente lavoro in quattro opere, ch’egli scrisse soprattutto nei periodi di ferie, da lui abitualmente trascorsi in Italia, sulla costa adriatica, o in Ticino.

La prima opera, apparsa nel 1976, fu la Genesi alla luce dell’evoluzione embrionale umana, che qui presentiamo tradotta. Traiamo, traducendola dai risvolti dell’edizione originale, la presentazione – verosimilmente dell’Autore – che ci sembra offrire una mirabile sintesi delle idee esposte in questa opera: “In questo libro il racconto biblico della Creazione viene messo in relazione all’evoluzione embrionale umana. In esso, come risultato di un lavoro di ricerca di lunghi anni, viene mostrato come questo documento biblico nelle sue possenti immaginazioni descriva esattamente quello che la scienza ha da dire oggi sulla nascita del corpo umano. Le immagini della nascita del cosmo del racconto della Creazione diventano per il lettore le immagini dello sviluppo embrionale umano. Egli perviene alla concezione che l’uomo è un piccolo Cosmo, un Microcosmo di fronte al grande mondo, il Macrocosmo. Inoltre questo testo, che in molti punti viene esaminato nell’originaria lingua ebraica, si dimostra una vera meraviglia; giacché non solo secondo il suo contenuto concettuale, bensì sin all’interno dei singoli suoni si estende la concordanza di queste potenti parole con la vita formatrice organica. Attraverso ciò si viene posti a confronto col fatto che lo scrittore di questo testo ha toccato i veri – invisibili, per occhi terreni – impulsi di formazione del cosmo e dell’uomo. L’impulsatore spirituale di questo libro è Rudolf Steiner, il fondatore della moderna Scienza dello Spirito. Lo scienziato spirituale insiste su nuove Vie alle forze originarie dell’evoluzione; egli comprende nella loro profondità i documenti provenienti dall’antica sapienza dei Misteri perché ritrova in essi ciò che egli ha investigato indipendentemente da qualsiasi documento. La sintesi qui realizzata di testo della Genesi ed evoluzione organica comporta un’elevazione di ambedue i rami del sapere. Il testo veterotestamentario diviene, in ogni sua parola, profezia di futuri eventi dell’umanità, così come l’embrione è la promessa di un uomo che in futuro agirà nel mondo – e l’embrione appare, nei suoi cambiamenti di forma, come testimone di processi di creazione cosmica da lungo tempo trascorsi. La profezia della Genesi indica inoltre con chiaro gesto, parola per parola, l’evento del Christo e la Via, che diviene possibile a partire da questo evento, dell’individualità alla mèta terrestre, e l’embrione cela attraverso i suoi gesti di nascita che l’uomo è predisposto ad esssere il portatore della forza dello Spirito, che mediante tale evento si è collegato alla Terra. A chi si rivolge il libro? Nell’introduzione si trova: questo scritto non presuppone alcuna conoscenza specialistica, si rivolge ad ogni lettore per il quale la conoscenza dell’uomo è una questione del cuore”.

Ad esso seguì La Quadratura del Cerchio, del 1979, nella quale viene mostrata la soluzione di tale millenario problema attraverso l’uomo stesso. Il suo terzo libro fu Fondamenti per un nuovo tipo di auscultazione cardiaca, nel quale viene mostrata tutta l’ampiezza diagnostica che si apre ad un medico che voglia veramente approfondire tale arte.

Nella primavera del 1999 appare il suo quarto e ultimo libro: Il Calendario antroposofico dell’anima alla luce dell’evoluzione dell’umanità, che apre un nuovo accesso meditativo a tale opera di Rudolf Steiner. Sempre nel 1999 apparve la traduzione italiana del Calendario dell’Anima di Rudolf Steiner, eseguita da Kaspar Appenzeller con la collaborazione di amici italiani.

A partire dall’aprile 1986 cominciarono ad aggravarsi i suoi problemi di salute. Dapprima una discopatia grave, poi l’ictus cerebrale conseguente alla rottura di un aneurisma per il quale dovette essere operato a Zurigo dal Prof. Iasargil. I problemi alla colonna vertebrale si aggravarono negli anni. Le sue ultime 16 settimane trascorsero al Paracelsius-Spital a Richterswil per un ictus transitorio in conseguenza di un collasso cardiaco. Chi lo incontrò in quegli ultimi tempi lo trovò cosciente, fluido nella parola e vivace nel pensiero come sempre. Affrontò con serenità e contagioso umorismo gli ultimi anni dolorosi della malattia, sino a quel 3 marzo 1999, un mercoledi, nel quale alle 9.37 egli chiuse la lotta della vita. La sua fu una vita eroica. La vita di un nuomo buono, forte, coraggioso e sapiente.

Vogliamo qui ringraziare con tutto il cuore Peter e Georg Appenzeller che con la parola e lo scritto ci hanno fatto non solo conoscere la vita e le qualità di un essere così elevato e luminoso ma ci hanno anche fattivamente aiutato e consigliato nelle temeraria intrapresa della difficile traduzione di questa preziosa opera. Il Dottor Angelo Fierro ci ha simpaticamente dimostrata tutta la sua fraterna amicizia non solo nel voler scrivere la Prefazione, ma anche nel volersi sobbarcare la notevole fatica della rilettura della nostra traduzione, nel darci lumi e consigli e nell’incoraggiarci con gioioso umorismo nei frequenti momenti in cui le difficoltà della traduzione sembravano insormontabili. Per cui ricambiamo con gioia e gratitudine l’amicizia e volentieri vogliamo qui rendergli grata testimonianza della sua generosa sollecitudine. A loro e a Johnnie Appenzeller – la fedele compagna dell’Autore – un grazie di cuore per quanto con grandissima disponibilità e generosità ci sono venuti incontro per rendere finalmente possibile la realizzazione dell’edizione italiana di quest’opera di Sapienza e d’Amore.

Silvano Mirami

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[1] Riportiamo un articolo del Dr. K. Appenzeller, tratto dalla Circolare n°2 della Sezione Medicina, p. 71 – Avvento 1993, che tratta in particolare dell’efficacia degli esercizi di euritmia curativa sul paziente.

Risposte in merito all’euritmia curativa alle domande:

Che rapporto esiste tra l’esercizio di Euritmia terapeutica e l’effetto nel paziente? Quale piano deve essere ricercato, affinché questo rapporto diventi evidente? Come si trova questo piano? Com’è che mi esercito a tale fine?

L’esercizio dell’euritmia curativa ha effetto immediato sul paziente. Allorché attraverso l’esercizio delle A nascenti, una dopo l’altra, e tramite l’esercizio I A O, il paziente si accorda con l’etere cosmico, portando in armonia il proprio essere, può eseguire un suono così da incontrare con la sua attività questo suono nell’etere cosmico. Nella sua dedizione ad un suono, l’etere cosmico gli porta incontro la propria saggezza. Quello che il paziente deve realizzare è che mediante il suo movimento, nello sperimentare la realtà di questo suono, renda possibile e non ostacoli la sua formazione nel corpo eterico. Questo è il lavoro sul suono; esso agisce risanando in maniera immediata, poiché il suono, che nasce dall’etere cosmico, diviene per un momento realtà nel proprio etere. Il lavoro s’invera nel purificare il corpo astrale dalle peculiarità e nell’esercitare uno sviluppo dell’Io libero d’egoismo. Se si realizza questo, il corpo eterico si armonizzerà con l’etere cosmico e potrà imprimere l’azione terapeutica nel corpo fisico. La guarigione attraverso l’Euritmia curativa è sempre un tratto della Via verso l’Iniziazione. L’euritmista terapeuta deve condurre su questa strada il paziente che gli è affidato, portandolo ad essere completamente sincero con sé stesso e con l’euritmista terapeutico. La volontà assolutamente sincera di guarire conduce a questa Via. Giacché guarigione è una   trasmutazione che riguarda il più intimo essere dell’uomo. L’euritmista terapeutico deve intraprendere sforzi per giungere, in rapporto al paziente, a vedere l’etere e deve assolutamente sforzarsi di diventare un rappresentante della causa antroposofica. R. Steiner ha descritto la Via verso tale mèta. Ciò che qui è stato esposto può essere raggiunto unicamente da una stretta collaborazione tra il medico curante e l’euritmista terapeutico.

Dott. med. Kaspar Appenzeller  – CH 7500 St. Moritz

(Continua)

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Kaspar Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA, LIBRI E AUTORI, SCIENZA DELLO SPIRITO
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