Franco De Pascale

REALIZZARE IL SÉ REALE (di F. De Pascale)

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“Perché il mondo è così avvolto nell’ignoranza?”

Preoccupati di te stesso, lascia che il mondo abbia cura di sé. Pensa al tuo Sé. Se tu sei il corpo, c’è anche il mondo grossolano. Se tu sei spirito, tutto è soltanto spirito.

“Sarà valido per l’individuo, ma per gli altri?”

Prima fallo e poi vedi se sorge la questione.

“La mia realizzazione aiuta gli altri?”

Sì, certamente. E’ il migliore aiuto possibile. Ma non ci sono altri da aiutare, poiché un essere realizzato vede soltanto il Sé, proprio come l’orafo stimando l’oro in vari gioielli vede soltanto l’oro. Quando ti identifichi col corpo, soltanto allora le forme sono presenti. Ma quando trascendi il corpo, gli altri scompaiono assieme alla tua coscienza di esso.

“Quale credi che sia la causa della sofferenza del mondo? E come possiamo essere d’aiuto per modificarla, come individui o collettivamente?”

Realizza il Sé reale. E’ tutto ciò che è necessario.
Ci sono uomini che lavorano per il bene pubblico e che non riescono a risolvere il problema della miseria del mondo.
Essi sono accentrati sull’ego, e questo spiega la loro incapacità. Se rimanessero nel Sé, sarebbero diversi.

“Perché i Mahatma non offrono il loro aiuto?”

Come sai che non aiutano? Discorsi pubblici, attività fisiche e aiuto materiale sono tutti superati dal silenzio dei Mahatma. Essi realizzano più degli altri.

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A queste asciutte ed illuminanti parole dell’Asceta di Tiruvannamalai, non possono non essere accostate le parole di Massimo Scaligero nel capitoletto de LA LOGICA CONTRO L’UOMO, intitolato L’equivoco dell’azione pratica, che sarebbe lungo – ma che il cercatore spirituale dovrebbe bene e ripetutamente meditare tutto – ritrascrivere tutto, ma del quale voglio riportare solo alcune brevi frasi:

“E’ la ragione per cui, secondo l’opinare corrente, viene attribuita all’azione, o all’attivismo, una vitalità che si suppone mancare al pensiero, non riuscendosi a vedere nell’intima genesi del sentire e del volere una radice ideale[…]. La distinzione tra teoria e pratica è un’astrazione moderna, necessaria al meccanicismo del sapere escludentesi dalla propria fonte di pensiero”.

Nei colloqui e nelle lettere che Massimo ci inviava, invitava noi, allora giovani, a ridurre e addirittura ad eliminare ogni forma di attivismo esteriore, perché “la vera azione è soltanto interiore”, perché “la contemplazione è la più alta forma di azione: quella più efficace, quella più potente, quella vittoriosa”. E metteva in evidenza come solo un asceta, portatore di un vivente modo interiore di forze di conoscenza, di idee-forza realizzate nella contemplazione interiore, può essere positivamente attivo con il suo agire nel mondo esteriore. Rudolf Steiner stesso comunicava ad Adelheid Petersen come “un discepolo, che nella solitudine della sua stanza, medita per es. il ciclo sul Vangelo di Giovanni, pareggia molto del karma del mondo”.

Alcuni individui – portatori reali e non recitanti di concrete forze di conoscenza spirituali e di concreta moralità – possono avere il compito di operare con azioni e compiti precisi nel mondo: ma sono azioni e compiti indicati e affidati dal Mondo Spirituale, e non escogitazione dialettica o ambiziosa velleità di un individuo, che si butta nell’attivismo esteriore per evitare di impegnare a fondo la sua fiacca volontà nella decisa ed energica azione interiore.

Si potrebbe obiettare:

“Se il pensiero non viene liberato, quali possono essere le molle dell’azione? Se l’illusione corporea non è stata vinta, quale realtà avranno le altre cose?”

Si obbietti: “Punto fermo, conditio sine qua non già dichiaratamente data per scontata “, a noi pare francamente una – ancorché in sé giustissima – mera petizione di principio. Perché la storia della Comunità Solare ha ampiamente mostrato, da quando Massimo ci ha lasciati, tutta intera la diserzione e la latitanza dall’impegno ascetico di moltissimi sedicenti discepoli “scaligeropolitani”, lo sfrangiamento e lo sfilacciamento della tensione volitiva (a Roma direbbero l’ammosciamento della volontà), l’appannamento della cruda visione della tragicità dei tempi, la sordità interiore, l’opacità dell’anima, la deconcentrazione e la dispersione delle forze in molte dilettevoli antroposufiche attività collaterali, deliziosamente irrilevanti, o addirittura la caduta nella più volgare profanità esteriore, con scomposti cedimenti morali, che molte brave persone, della Scienza dello Spirito o della Via dell’Iniziazione, non hanno mai sentito parlare.

Proprio perché si viene meno – nella maniera più poltrona, stupida e vigliacca, a quella che Massimo ne Il LOGOS E I NUOVI MISTERI chiama la responsabilità dell’esoterismo, è necessario porre come non mai l’accento sulla tragicità dei tempi, sulla assoluta necessità di una intensa pratica interiore, sulla assolutissima centralità della Via del Pensiero e della concentrazione. Non si realizza – nel colpevole ottundimento interiore – che l’umanità sta ballando sull’orlo dell’abisso nel quale rischia di irreversibilmente sfracellarsi, che oggi ancor più che non ai tempi di Rudolf Steiner è valido l’ammonimento, contenuto nelle Massime Antroposofiche, di una tutt’altro che impossibile caduta nel subumano, che l’esperimento uomo potrebbe anche fallire.

Non saranno certo pifferi, acquerelli, danze cosmiche, et similia, che al Principe dell’Oscuro Pensiero, Angra Mainyush, fanno il solletico, a salvare l’umanità dallo sfracellarsi nell’abisso! E non è affatto vero che l’opera di Massimo Scaligero sia per pochi – tanto più quando i ‘pochi’ latitano, disertano, si “sbracano”, si “ammosciano” – bensì essa è stata data per tutta l’umanità. Io conosco trucidissimi praticanti della concentrazione e della meditazione, che nella vita fanno i muratori, i lattonieri, gli idraulici, persone che conoscono “interiormente” il Trattato del pensiero Vivente, meglio dell’intera plètora di chiacchieroni laureati e discettanti glossatori, che ogni volta si dimostrano fiacchissimi praticanti.

Siamo in ritardissimo coi tempi: in colpevole, irresponsabile, criminale ritardo rispetto alla richiesta del Mondo Spirituale. Mancano – tragicamente mancano – i consacrati, i volitivi pensatori, gli intuitori dello Spirito, i votati alla concentrazione e alla meditazione, i guerrieri della Schiera di Michele. Già avviene che – di fronte alla irresponsabile ed imbelle diserzione dei chiamati – il Mondo Spirituale si rivolga a persone che nulla sanno dell’Antroposofia, ed il rischio è che i pavidi e accidiosi “eletti” vengano da Esso abbandonati e recisi. Io prenderei molto sul serio una tale infausta eventualità, e ne trarrei TUTTE le logiche conseguenze operative!

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SCIENZA DELLO SPIRITO,

ANCORA SULLA DIFFERENZA TRA IL PRIMO ESERCIZIO E LA CONCENTRAZIONE (di F. De Pascale)

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Questione difficile perché la Concentrazione è una faticosa scala che arriva sino al Cielo, della quale non ci è concesso di saltare nessun gradino, nessun piolo!

E poi Massimo Scaligero dice che nella Concentrazione il discepolo non deve essere aiutato troppo, perché sono gli sforzi individuali che fanno procedere nella Via del pensiero. Diceva che descrivere ad alta voce una Concentrazione eseguita è un grave errore, perché nel discepolo poi la cosa si meccanizza. Semmai è importante tornare spesso alle descrizioni che Massimo fa nella “Logica contro l’uomo”, nel “Manuale pratico della meditazione”, in “Yoga, Meditazione, Magia”.

Il controllo del pensiero, sostanzialmente, si realizza nella descrizione dell’oggetto, descrizione nella quale la concatenazione dei pensieri non deve subire deviazioni arbitrarie, né distrazioni. Per cui è un esercizio di grande attenzione. La fase ulteriore viene determinata dall’immissione della volontà nel processo del pensiero.

Certamente, la volontà è già attiva nell’esercizio del controllo del pensiero come l’attenzione continua ad essere presente nella Concentrazione, ma questa volontà diviene decisiva allorché non vi sono più significati da elaborare ma vi sono soltanto attenzione assoluta e volontà impegnata in maniera crescente, sino ad essere illimitata, nell’atto del pensare che non deve “significare” proprio niente, bensì “essere” qualcosa: un atto dello Spirito, un atto di volontà individuale nel quale fluisce l’essere sovraindividuale del volere dello Spirito.

Questo deve essere voluto, sino al punto che la volontà “sparisce” di fronte al volere dello Spirito. A questo bisogna consacrare la vita. E meno se ne parla, meglio è e sarà!

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SCIENZA DELLO SPIRITO,

LA MENTE ORIGINARIA (di F. De Pascale)

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Liberando il mentale dai pensieri dialettici e riflessi, il mentale torna ad essere la Mente originaria, svuotando il cuore dalle emozioni inferiori questo torna ad essere il Cuore originario, e liberando la volontà dalle tensioni e dalle pulsioni egoiche questa torna ad essere il Volere cosmico che scorre in noi.

Abbattute queste tre barriere, che sono tre condizioni di menzogna che ammalano l’uomo, e spazzato via il miserabile ego, che è la caricaturale contraffazione dell’Io originario, si ritorna – come afferma il Taoismo – alla Sorgente, a quell’Uno-Tutto, o “En-kai-Pan”, o “En-to-Pan”, l’antichissima e suggestiva espressione ellenica.

In tale condizione, non è più il miserabile ego a pensare in noi, ma è il pensare cosmico, il pensare originario a pensare in noi. O, se vuoi, è l’Uno-Tutto o il Tao a pensare in noi. E nel nostro cuore non vi saranno più le emozioni deformate di un’anima prigioniera, illusa e sofferente, ma sarà il sentire cosmico a risuonare in un’anima limpida, fattasi una con l’Uno-Tutto. E il nostro volere non sarà più mosso da brama, paura e avversione, ma “vuoto” di tensioni egoiche, sarà il volere dell’Uno-Tutto che si attua in noi.

La libertà è attuare audacemente l’annientamento del mentale egoico, del deformato sentire egoico, dell’oscuro e bramoso volere egoico. Ed è la Concentrazione, che si faccia Concentrazione profonda e Contemplazione concentrativa dell’essere del pensiero, ad attuare l’estinsione della “natura” caduta e dell’ego in noi.

Ogni forma di resistenza e di avversione nei confronti della pratica della Concentrazione, della sua centralità nell’Ascesi e nella Via dell’Iniziazione, è il segno del dominio del miserabile ego e della natura inferiore in noi. Contro di essi va condotta una lotta a morte. per questo la Via del Pensiero è una Via eroica, o – come la chiamava Afredo Rubino, il fedelissimo discepolo di Massimo Scaligero – la Via Vera.

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SCIENZA DELLO SPIRITO,

SULL’AVVELENAMENTO DI RUDOLF STEINER (di F. De Pascale)

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Sulla questione dell’avvelenamento di Rudolf Steiner al ‘Rout’ svoltosi la sera del 1° gennaio 1924, vi è la triplice concorde testimonianza, in primis della stessa Marie Steiner, poi di Ilona Schubert-Bögel e di Lidia Baratto Gentilli.

Il suddetto episodio criminale si inserisce nella feroce e serrata lotta – una vera guerra senza quartiere – che la Parte Avversa decise attuare contro la persona di Rudolf Steiner e la sua corrente spirituale.

Per attuare con efficacia tale guerra venne inviato ad Arlesheim come parroco un sacerdote di nome Max Kully, il quale non si ritrasse di fronte ad alcuna mala azione nei confronti del Dottore, diffondendo le calunnie più inverosimili, e facendo opera di vasta diffamazione contro di lui. E ad un certo dalle parole la Parte Avversa passò ai fatti: prima serie di minacce velate o aperte sui giornali stessi di Basilea, nei quali si avvertiva Rudolf Steiner di stare bene attento a che “una ‘scintilla spirituale’ non mandasse in cenere il Goetheanum”, alle quali seguì una riunione della locale Lega Cattolica, diretta dal suddetto Max Kully, la sera prima dell’incendio del Goetheanum alla Taverna Ochsen di Arlesheim, nella quale furono pronunciate alte minacce contro il Goetheanum e lo stesso Rudolf Steiner.

Nel pomeriggio del giorno dopo – ed abbiamo la testimonianza scritta di Ilona Schubert-Bögel che vide salire sulla colina di Dornach un membro attivo di tale Lega, di nome Jakob Ott, di professione orologiaio, il quale in precedenza si era infiltrato – con la doppiezza tipica ellai “jesuitica schola” – nella Società Antroposofica. Ilona Schubert disse a sua madre,che l’accompagnava: “Cosa ci viene a fare costui quassù?”, ed ebbe un brutto presentimento. In effetti, costui agì come incendiario, e il suo scheletro calcinato fu trovato, assieme ad oggetti personali che la famiglia riconobbe, tra le macerie incenerite del Goetheanum.

Vi fu – sempre ad opera della Parte Avversa – il tentativo dopo la prima guerra mondiale di staccare gli stati tedeschi cattolici e di unirli all’Austria ultracattolica, al fine di ricostituire il Sacro Romano Impero della Nazione Tedesca. Tale tentativo viene riferito dallo stesso Dottore all’interno della Scuola esoterica, invitando i membri della medesima alla massima vigilanza. Nella stessa occasione Rudolf Steiner riferisce che, per realizzare un tale nesfasto e nefando progetto, i loro ideatori vedevano necessario lo spazzar via la Società Antroposofica, la neonata Christengemeinschaft, e l’eliminazione fisica di Rudolf Steiner stesso. E ci sono anche i riferimenti documentari di una tale lucida e cinica follia. Discorsi esattamente simili venivano fatti in Italia una venticinquina d’anni fa dall’integralista cattolico, ‘maître-à-penser’ di Alelanza Cattolica e della Lega Nord, Gianfranco Miglio, ossia unire Baviera, Austria e Italia del Nord sotto una restaurata monarchia asburgica. Come diceva quel ottimo paganaccio impenitente di Arturo Reghini, l’immonda belva d’Oltretevere perde il pelo ma il vizio, quello no!

Ed infatti – ad ulteriore conferma della “invarianza del metodo” – così scrive, nella nota biografica su Reghini, Giulio Parise, suo amico, riferendo eventi dell’epoca del Gruppo di UR: “e poi venne in abito talare l’agente provocatore della mai troppo infamata compagnia, che fu a un pelo dal salvare l’anima di Arturo Reghini e mia a colpi di rivoltella”.

Non vi fu – a mio parere – “ispirazione” proveniente dai Palazzi chiusi dalle Mura Leonine: vi fu un preciso ordine omicida per quel che riguarda l’incendio del Goetheanum a San Silvestro del 1922, e ordine omicida fu impartito dalla stessa fonte mandante per l’avvelenamento Di Rudolf Steiner, che, pur non riuscendo interamente nell’intento, fu un colpo fortissimo contro la vitalità del Dottore. Anche se a trascimarlo alla tomba furono poi decisivi l’imbecillità, la faciloneria, il pressappochismo, la mancanza di serietà, i tradimenti, gli errori e le colpe degli stessi antroposofi.

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SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ENIGMA DI ALAN TURING (di F. De Pascale)

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Quella di Alan Turing* fu la storia di una grande tragedia della vita esteriore e di quella interiore.

Era una epoca agitata, che portava coloro che nelle profondità di se stessi avevano un impulso all’auto-superamento a ricercare in campi inesplorati, che spesso erano sentieri senza pietre miliari e deserti selvaggi, affrontati senza carte che permettessero di orientarsi. La ricerca – onesta sino alla disperazione – della conoscenza, dell’auto-superamento e della libertà ha i suoi martiri: uno fu Friedrich Nietzsche, un altro fu Alan Turing.

Tuling cercava una Via del pensiero, ma il suo destino non gli permise di giungervi e di percorrerla, e come Nietzsche si spezzò. Dovette fare l’esperienza del più arido pensiero, quello capace di scendere nel meccanicismo della materia morta, e dovette avere la forza di sopportare lo stato di morte del pensiero staccato dalla sua sorgente di vita.

Le sue ricerche, le sue invenzioni, furono poi afferrate dall’Avversario della Conoscenza e della Libertà, per generare la generale meccanicizzazione della vita umana, ma di questo Alan Turing non ebbe nessuna responsabilità: era nel destino del mondo e dell’umanità. Semmai la responsabilità l’ebbero – e tuttora l’hanno – le comunità spirituali che vengono meno alla loro missione, e coloro che, chiamati all’impegno ascetico nella concentrazione e nella meditazione – per pavidità, per fiacchezza, e volgarità d’animo, tradiscono e insozzano il mirabile dono ricevuto dagli Dèi.

Turing visse TUTTO il suo terribile destino, sino al sacrificio del suo tragico epilogo: è degno di tutto il rispetto, come chiunque adempia a quel che la vita gli chiede ed un inesorabile fato esige o permette.

Cadde, ma non fu vinto, perché combatté con le sole armi che gli furono permesse.

Nel suo oscuro combattere, egli elaborò le forze di un futuro incontro con la Via Solare, e di un suo coraggioso operare vittorioso per lo Spirito. Ma coloro che in questa vita hanno avuto il dono di incontrare la Via del Pensiero, e non la apprezzano, o voltano ad essa le spalle, o sfigurandola la deformano, o per turpe viltà e fiacchezza interiore la trascurano, essi sono sicuri che questo mirabile dono verrà riofferto in una nuova esistenza, o non verrà insegnato loro attraverso lo strazio del dolore e della disperazione ad apprezzare e a valutare quel dono che ad altri – incolpevoli – fu negato?

Lo Spirito ama chi audacemente si compromette. Il Logos ama ed è vicino a chi temerariamente si getta in prove di destino troppo grandi, e soccombe pur di tentare l’impresa di una trasformazione dell’umano, che così com’è non vale niente, né la vita senza la luce dello Spirito vale la pena di essere vissuta!

L’umano deve essere superato!

FdP

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*Da Biografieonline.it

ALAN TURING

Nascita: 23 giugno 1912
Morte: 7 giugno 1954

Alan Mathison Turing è passato alla storia come uno dei pionieri dello studio della logica dei computer e come uno dei primi ad interessarsi all` argomento dell’ intelligenza artificiale. Nato il 23 giugno 1912 a Londra ha ispirato i termini ormai d`uso comune nel campo dell’informatica come quelli di “Macchina di Turing” e di “Test di Turing”.

Più nello specifico, si può dire che come matematico ha applicato il concetto di algoritmo ai computer digitali e la sua ricerca nelle relazioni tra macchine e natura ha creato il campo dell`intelligenza artificiale.

Interessato soltanto alla matematica e alla scienza iniziò la sua carriera come matematico al King`s College alla Cambridge University nel 1931.

A scuola non aveva un gran successo, data la sua tendenza ad approfondire esclusivamente cose che lo interessassero sul serio. Solo la grandissima amicizia con Christopher Morcom, un brillante compagno di scuola apparentemente molto più promettente di lui gli permise di iniziare la sua carriera universitaria: l`amico, però, morì purtroppo di tubercolosi due anni dopo il loro incontro. Ma il segno che lasciò sull`animo dell`amico fu profondo e significativo, inducendo Turing a trovare dentro di sé la determinazione necessaria per continuare gli studi e la ricerca.

Dobbiamo quindi a Morcom moltissimo, se consideriamo che grazie al suo sostegno morale e al suo incitamento, indusse una grande mente come Turing a sviluppare le sue immense potenzialità. Tanto per fare un esempio, Turing arriverà a scoprire, cinque anni prima del matematico austriaco Gödel, che gli assiomi della matematica non potevano essere completi, un`intuizione che mise in crisi la convinzione che la matematica, in quanto scienza perfettamente razionale, fosse aliena da qualsiasi tipo di critica.

Si presentava comunque per Turing un compito veramente arduo: riuscire a provare se ci fosse o meno un modo per determinare se un certo teorema fosse esatto oppure no. Se questo fosse stato possibile, allora tutta la matematica si sarebbe potuta ridurre al semplice calcolo. Turing, secondo le sue abitudini, affrontò questo problema in mondo tutt`altro che convenzionale, riducendo le operazioni matematiche ai loro costituenti fondamentali. Operazioni tanto facili che potevano essere di fatto svolte da una macchina.

Trasferitosi alla Princeton University, dunque, il grande matematico iniziò ad esplorare quella che poi verrà definita come la “Macchina di Turing” la quale, in altri termini, non rappresenta altro che un primitivo e primordiale “prototipo” del moderno computer. L`intuizione geniale di Turing fu quella di “spezzare” l`istruzione da fornire alla macchina in una serie di altre semplici istruzioni, nella convinzione che si potesse sviluppare un algoritmo per ogni problema: un processo non dissimile da quello affrontato dai programmatori odierni.

Durante la seconda guerra mondiale Turing mise le sue capacità matematiche al servizio del “Department of Communications” inglese per decifrare i codici usati nelle comunicazioni tedesche, un compito particolarmente difficile in quanto i tedeschi avevano sviluppato un tipo di computer denominato “Enigma” che era capace di generare un codice che mutava costantemente. Durante questo periodo al “Department of Communications”, Turing ed i suoi compagni lavorarono con uno strumento chiamato “Colossus” che decifrava in modo veloce ed efficiente i codici tedeschi creati con “Enigma”. Si trattava, essenzialmente, di un insieme di servomotori e metallo, ma era il primo passo verso il computer digitale.

Dopo questo contributo fondamentale allo sforzo bellico, finita la guerra continuò a lavorare per il “National Physical Laboratory” (NPL), proseguendo la ricerca nel campo dei computer digitali. Lavorò nello sviluppo all`”Automatic Computing Engine” (ACE), uno dei primi tentativi nel creare un vero computer digitale. Fu in questo periodo che iniziò ad esplorare la relazione tra i computer e la natura. Scrisse un articolo dal titolo “Intelligent Machinery”, pubblicato poi nel 1969. Fu questa una delle prime volte in cui sia stato presentato il concetto di “intelligenza artificiale”. Turing, infatti, era dell`idea che si potessero creare macchine che fossero capaci di simulare i processi del cervello umano, sorretto dalla convinzione che non ci sia nulla, in teoria, che un cervello artificiale non possa fare, esattamente come quello umano (in questo aiutato anche dai progressi che si andavano ottenendo nella riproduzione di “simulacri” umanoidi, con la telecamera o il magnetofono, rispettivamente “protesi” di rinforzo per l`occhio e la voce).

Turing, insomma, era dell`idea che si potesse raggiungere la chimera di un`intelligenza davvero artificiale seguendo gli schemi del cervello umano. A questo proposito, scrisse nel 1950 un articolo in cui descriveva quello che attualmente è conosciuto come il “Test di Turing”. Questo test, una sorta di esperimento mentale (dato che nel periodo in cui Turing scriveva non vi erano ancora i mezzi per attuarlo), prevede che una persona, chiusa in una stanza e senza avere alcuna conoscenza dell`interlocutore con cui sta parlando, dialoghi sia con un altro essere umano che con una macchina intelligente. Se il soggetto in questione non riuscisse a distinguere l`uno dall`altra, allora si potrebbe dire che la macchina, in qualche modo, è intelligente.

Turing lasciò il National Physical Laboratory prima del completamento dell`”Automatic Computing Engine” e si trasferì alla University of Manchester dove lavorò alla realizzazione del Manchester Automatic Digital Machine (MADAM), con il sogno non tanto segreto di poter vedere, a lungo termine, la chimera dell`intelligenza artificiale finalmente realizzata.

Personalità fortemente tormentata (anche a causa di una omosessualità vissuta con estremo disagio), dalle mille contraddizioni e capace di stranezze e bizzarrie inverosimili, Turing morì suicida, appena quarantenne, il 7 giugno 1954.

A 60 anni dalla morte è uscito al cinema un film biografico dal titolo “The imitation game”, che narra la vita di Alan Turing e di come progettò il sistema per decifrare i codici segreti dei nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale.

da Biografieonline.it

SCIENZA DELLO SPIRITO,

FISIOTERAPIA DELL’ANIMA (di F. De Pascale)

🪷

Non c’è nessun errore nel “desiderare di realizzare lo Spirituale”. Magari l’essere umano ne fosse capace!

Come più volte ci indicò Massimo Scaligero, si tratta di dare al desiderio un oggetto divino: solo il Divino, l’Assoluto, è degno di essere desiderato. E aggiungeva, che il sentire sbaglia sempre quando non sente il Divino.

Realisticamente, dobbiamo essere coscienti che a sentire il Divino, a desiderare di realizzare lo Spirito, l’anima deve essere educata. Anzi: “rieducata” attraverso una vera e propria fisioterapia dell’anima.

Perché il lungo servaggio nella prigionia corporea l’ha resa largamente inerte e sorda al richiamo dello Spirito, del Divino.

Altrimenti sarebbe semplice: conoscere intellettualmente la verità, sarebbe al tempo stesso realizzarla. Il che non è, perché proprio a causa del servaggio dell’anima, il pensiero intellettuale è morto pensiero riflesso. E senza una fervida ed energica disciplina della Concentrazione il pensiero non esce dal suo stato di morte, e l’anima dal suo paralizzante servaggio.

È la Concentrazione che educa l’anima a sentire il Divino, a desiderare di realizzare lo Spirito.

Non vi è altra Via. La Via del Pensiero è la Via vera: l’unica. La Via Regia!

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SCIENZA DELLO SPIRITO,

SULLA TRIPARTIZIONE SOCIALE (di F. De Pascale)

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Considerazioni all’articolo da parte di Ecoantroposophia.

Nella mia ignoranza in campo Politico ed Economico – ignoranza anche in altri ambiti – non ho mai insistito, pur interessandomene molto, nello scrivere e parlare di Tripartizione sociale secondo Steiner.  Il nostro blog è uno spazio dedicato agli insegnamenti di Steiner, Scaligero e Colazza, in gran parte, non va nello specifico delle figlie della Sds e di altro.

Sappiamo però che se i tempi per l’applicazione della Tripartizione potevano essere maturi all’indomani del primo conflitto mondiale, a maggior ragione essi lo sono oggi.

Purtroppo non sono maturi gli uomini, più sprofondati di allora nel materialismo.

Eppure ciò non dovrebbe impedire che questa materia sociale specifica si studi, si approfondisca, venga spiegata, divulgata, così come si parla (e si insegna) di pittura, di danza, di poesia, di terapie mediche varie, di educazione Waldorf, tutte discipline  che in più anche si praticano.

Certo rimane al di sopra di tutto la Via del Pensiero, e nel senso di ri-conquista della tripartizione interiore.

Non è però anatema, nè eresia, approfondire nel frattempo e poter conferire frequentemente, di Tripartizione sociale insieme – e allo stesso titolo – a tutte le discipline altre (che, appunto, in più si praticano).

I testi base ci sono, il Dottore ne ha “scritto” molto e in maniera specializzata.

Poichè parliamo tutti di Politica nel senso di morale, ignoranza, egoismo, prevaricazione etc… ma nessuno che pensi di portare, con metodo, nei vari consessi e raduni antroposofici, conferenze dedicate e approfondite in merito alla Tripartizione sociale.

A qualcuno persino scandalizza intrattenersi sull’argomento dopo un semplice accenno ritenuto più che sufficiente. Il silenzio su questo argomento può essere solo giustificato da ignoranza sulla materia. L’avversione per il parlarne non la trovo giustificata in nessun senso: non fosse altro che per il solo considerare il sacrificio del Dottore stesso e la fatica e la passione che vi ha dedicato.

Si sbrindella e si dissacra  il Graal su Facebook tutti i giorni, si massacrano e si strumentalizzano i testi di Scaligero e le conferenze del Dottore, si accostano i Maestri a nomi di non raccomandabili e ci si fa vanto! Ma ci si scandalizza e ci si irrita se si accenna alla Tripartizione Sociale: credo che se ne possa quantomeno parlare e studiare tanto quanto si parla di costituzione interiore, di astrale, di eterico, di Spirito, di chiaroveggenza, di auree iniziatiche, di massaggi ritmici, di euritmia, di pedagogia Waldorf, di alimentazione, di cereali, di vegetarianesimo, di acquarello steineriano, di biodinamica, di architettura, di medicina antroposofica… etc (oltre che delle questioni Obama, Biden, Trump, Zelensky, GAZA… Cina, Russia…: tutte conseguenze del più  grande conflitto di interesse mondiale mai visto prima di oggi sulla Terra).

Ci sono delle realtà di studio, gruppi, associazioni, troppo poche e relegate, nemmeno di nicchia, proprio snobbate, che meritatamente – magari anche in maniera imperfetta,  con grande ostracismo e/o disinteresse nell’ambiente – studiano e divulgano la Tripartizione sociale; troppo poche: ma tanto di cappello.

In tutto l’ambiente antroposofico, e poi anche fuori, in attesa di poter applicare la Tripartizione sociale, questa si potrebbe far conoscere e studiare seriamente e con competenza, con la stessa serietà e lo stesso intento, con la stessa insistenza e frequenza che si usano per divulgare le altre materie scientifico spirituali, con lo stesso interesse che si ha per la politica e le questioni mondiali che tanto ci preoccupano e ci allarmano: tutti fenomeni che cerchiamo di interpretare coi mezzi scientifico spirituali che abbiamo ma che riusciamo appena a percepire nella loro vera trama appena dietro il velo: attività sterile se considerata da sola mentre non riusciamo nemmeno lontanamente a dare vita dentro di noi ad una immagine di organismo sociale sano secondo gli insegnamenti del Dottore.

Studiamo e facciamo studiare: per non esser impreparati ma pronti: oggi, o domani; in questa vita, o nella prossima.

ADMIN

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Rudolf Steiner era sapiente e sagace, al punto di conoscere molto bene il valore delle persone che aveva attorno. Sapeva bene che, a parte una ben ristretta élite di decisi praticanti interiori, molti prendevano l’Antroposofia un po’ come una apprezzabile visione del mondo, e un po’ come una forma religiosa o semireligiosa. Che mancasse drammaticamente l’impegno interiore ascetico può essere scorto da vari segni.

Oggi molti, per esempio, lamentano il fatto che la Tripartizione dell’organismo sociale – il mirabile dono del Mondo Spirituale – non si sia attuata. Anche allora, in Germania, subito dopo la Prima Guerra Mondiale, quando nel disfacimento della struttura statale dell’Impero tedesco sembrava che la Tripartizione avesse grandi possibilità di attuarsi, e tali grandi possibilità in effetti vi erano, e molte speranze in tal senso si erano manifestate, Rudolf Steiner si impegnò con tutte le sue forze con conferenze pubbliche, alle quali accorrevano migliaia di operai. Rudolf Steiner contattò pure personalità che avevano responsabilità nello Stato e nella Società, ed espose con grande chiarezza quanto richiedevano i tempi. La cosa non si realizzò.

Quando, tempo dopo, alcuni discepoli chiesero al Dottore il perché della non realizzazione della Tripartizione in Germania, dove essa aveva suscitato così tanto interesse e speranze, Rudolf Steiner rispose: “Perché in Germania non vi sono 100 discepoli della Scienza dello Spirito che abbiano fatto dell’Ascesi del libro Iniziazione lo scopo della propria vita. La Tripartizione non si è realizzata, perché non esistono 100 antroposofi consacrati alla pratica interiore del libro Iniziazione”. A quell’epoca gli antroposofi erano già venti o trentamila persone.

Ad Adelheid Petersen, il Dottore disse, che un giorno l’intellettualismo degli antroposofi dipingerà tutto grigio su grigio, e l’intellettualismo sarà la morte dell’Antroposofia. Disse, inoltre: “Potrebbe accadere che il movimento spirituale dell’essere vivente dell’Antroposofia si separi dalla Società Antroposofica!”.

A Giovanni Colazza – e questo mi fu riferito personalmente più volte da Massimo Scaligero – Rudolf Steiner, nell’ultimo colloquio avuto con lui, disse profeticamente: “Un giorno l’Antroposofia rinascerà in Italia, in una forma giovane, radicalmente rinnovellata, totalmente slegata dalle forme istituzionalizzate, una forma vivente”.

Per me, e non solo per me, questa rinascita dell’Antroposofia è nella Scienza dello Spirito come ce l’ha trasmessa Massimo Scaligero. La vivente Scienza dello Spirito è tutta nell’opera di Massimo Scligero, nel suo aver ritrovato l’aureo “filo d’Arianna” della Via del Pensiero Vivente, nel suo porre al centro l’esperienza ascetica della Filosofia della Libertà, nel porre al centro e al vertice della pratica interiore la concentrazione portata sino alle sue estreme conseguenze di liberazione del pensare dal servaggio corporeo.

Partendo dalla Via del Pensiero si ritesse l’invisibile trama aurea, michaelita, che un giorno porterà alla realizzazione in una dimensione più vasta dello Spirito, ad una trasformazione della coscienza umana, e di conseguenza anche alla realizzazione della Tripartizione.

Le personalità di rango spirituale delle quali parla il Dottore sono presenti, ma la loro azione sfugge agli schemi precostituiti dell’intellettualismo antroposofico, e come tale sfugge allo sguardo miope della dirigenza burocratica di coloro che hanno – anche ufficialmente – trasformata la creazione di Rudolf Steiner in una impresa commerciale, registrata all’Ufficio Svizzero del Commercio.

La fiducia è nell’audacia del pensare, nello slancio e nella fedeltà della volontà consacrata.

FdP

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SCIENZA DELLO SPIRITO, TRIPARTIZIONE SOCIALE,

ELEVATA TENUTA INTERIORE (di F. De Pascale)

(Roland-Habersetzer-9e-dan-: “Le-Kime-est-l-explosion-denergie-concentree-en-un-point”)

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Per procedere nella Via Solare, nell’Ascesi del Pensiero Vivente, è necessaria una elevata tenuta interiore.

E’ necessaria una tensione unicitaria della volontà, che equivale ad una compromissione e ad una dedizione assoluta.

E’ necessaria una qualità interiore che in Estremo Oriente viene ritenuta fondamentale per portare a fondo le Ascesi Chan e Zen, e le Arti Marziali, le quali, queste ultime, non sono affatto uno sport per tenersi in forma, o passare in maniera divertente il tempo libero, bensì un coraggioso affrontare il problema della vita e della morte, il problema della radicale trasformazione di se stessi.

Nello Zen, e nelle Arti Marziali nipponiche, tale qualità indispensabile è chiamata kimè, ossia “decisione risoluta”, “determinazione assoluta”, di giungere – costi quel che costi – alla mèta, mettendo in giuoco se necessario anche la vita.

Anche Massimo Scaligero chiama tale indispensabile qualità interiore “determinazione assoluta”, dedicandovi persino uno specifico capitolo in “Tecniche della Concentrazione Interiore”.

Senza tale determinazione assoluta, senza quella pugnacità interiore o kimè, non è possibile giungere alla mèta.

Perché quella determinazione assoluta, quella decisione risoluta, quella pugnacità o kimè, sono la consacrazione della volontà al Divino.

Senza tale determinazione assoluta, la tensione della volontà si sfrangia, si sfilaccia; la consapevolezza della assoluta necessità – vincere aut mori, dicevano gli Antichi – di giungere alla mèta, si diluisce, si annacqua, e si intorpida nei pantani della prosaica volgarità quotidiana: si ottenebra la consapevolezza che la vita, senza la realizzazione spirituale, non ha senso, e piuttosto che ridurla ad una edulcorata pagliacciata piccolo borghese, con il suo moralismo buonista e le sue comode “vie dell’anima”, è meglio, molto meglio, spaccare tutto.

Perché la vita, senza lo Spirito, non vale niente. Non vale la pena di essere vissuta. Tanti sono biologicamente vivi, animicamente vegetanti ma spiritualmente morti.

Quando chiesero a Rudolf Steiner perché si dovesse praticare la Concentrazione, egli rispose: “Perché nell’anima sorge prepotente un urlo interiore”.

E quando alcuni di noi, che allora eravamo giovani, chiedemmo a Massimo Scaligero come dovevamo essere interiormente per giungere alla mèta, egli ci rispose: “Dovete essere instancabili e disperati. Dovete essere giovani armati di solo coraggio”.

Spero che tra le file dei discepoli dello Spirito, di coloro che si dedicano alla Via del Pensiero e alla Concentrazione, vi sia sempre di più disperazione, coraggio, e kimé: determinazione assoluta.

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SCIENZA DELLO SPIRITO

NELLA TEMPESTA È IL RIFUGIO (di F. De Pascale)

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Malgrado le mie caustiche considerazioni a taluno possano far sembrare il contrario, io NON sono affatto pessimista. Perché conosco bene che cosa significhi VOLERE. Certo, volere non è desiderare. Desiderare è un’emozione passiva, uno stato d’animo istintivo, il cui entusiasmo facilmente svanisce, evaporando di fronte alle prime serie difficoltà. Il volere, invece, è sempre mosso dalla Conoscenza, e quindi dal pensare cosciente. Già per il pensare cosciente è necessario un attivo e fervido volere.

Io NON sono affatto pessimista – pur non nascondendomi punto la gravità della situazione generale umana, e quella ancor più grave delle comunità sedicenti spirituali, le quali in molti casi latitano o tradiscono – non sono affatto pessimista perché Massimo Scaligero in “Kundalini d’Occidente” scrive che nelle epoche più oscure e antispirituali, nei momenti di pericolo per la storia umana, il Mondo Spirituale proietta nell’umano le sue forze più potenti, e ai volitivi sperimentatori sono possibili audaci realizzazioni, che in epoche “più spirituali” sono maggiormente difficili, perché l’essere umano in tali epoche facilmente si addormenta nel sogno della “tradizione”, e scambia una “natura spirituale” per lo Spirito.

Anche il principe Siddhartha – il Buddha Shakyamuni – affermava che “NELLA TEMPESTA E’ IL RIFUGIO!”. Le difficoltà e le tragedie che l’umano sta attraversando non possono impedire la realizzazione dello Spirito, anzi possono favorire tale realizzazione, perché lo Spirito è “atto” e non un “fatto”. Come ammonisce Massimo Scaligero ne “L’Uomo Interiore”, nello Spirito non si “sta”, nello Spirito si “è”! E nel “Trattato del Pensiero Vivente” afferma che il pensiero volitivo di pochi asceti può operare positivamente e vittoriosamente per la generale condizione umana, perché “è un solo pensare quello che pensa nei pensieri dei molti”. Un tale pensare volitivo – anche di pochi asceti sconosciuti operanti in silenzio e in solitudine – evita tragedie più grandi e, pur tra mille strazi e difficoltà, restituisce luminosità e positivo svolgimento alla vicenda umana.

Un’audace – apparentemente paradossale – affermazione di Massimo Scaligero, da me molto amata, è che “noi siamo condannati a vincere, perché noi abbiamo il pensiero”.

Occorre consacrarsi – in maniera “unicitaria”, come direbbe la mia amica cinese Fang-pai – alla Via del Pensiero, e soprattutto alla Concentrazione. Occorre – nella Concentrazione – volere, volere intensamente, volere a lungo, volere sino a infrangere il limite umano. Occorre rendere incandescente il volere con il “freddo” pensare, e non con la tiepida sentimentalità delle “anime belle”.

E di tali asceti – pur non essendo essi folla – ve ne sono, e operano in maniera consacrata nell’ascesi individuale solitaria e nel Rito dell’ascesi individuale fraternamente svolta nella meditazione in comune con altri.

Rudolf Steiner, nell’ultimo colloquio avuto con Giovanni Colazza – Maestro di Massimo Scaligero, che più volte me ne riferì – affermò che se l’Antroposofia avesse fallito la sua missione in Germania, sarebbe rinata in Italia in novella forma, giovanile e non legata a strutture organizzative cristallizzate e burocratiche.

Circa il fatto che nel novembre del 1923, Rudolf Steiner – di fronte alla inadeguatezza dei discepoli della Scienza dello Spirito, che in vari casi – in maniera insana e improvvida – giunsero in Germania a contestare la fondatezza della sua visione spirituale e il suo operare, volesse ritirarsi in un villaggio svizzero, costituendo con pochissimi discepoli “provati” un Ordine occulto rigorosamente chiuso – “streng geschlossen” dicono i testi in lingua tedesca – lasciando al suo destino la Società Antroposofica e movimento antroposofico, mi fu riferito personalmente più volte da Massimo Scaligero, e dopo la sua dipartita da Hella Wiesberger del “Lascito” di Rudolf Steiner, la quale mi dette anche le probanti testimonianze scritte della cosa. Furono le preghiere e le accorate richieste di Marie Steiner e di Ita Wegman a farlo desistere e a compiere quello che lui stesso definì un “azzardo” – “ein Wagnis”, dicono i testi tedeschi – di unire attraverso la sua persona movimento antroposofico e Società Antroposofica. Ma avvertì che da quel momento in poi “egli sarebbe stato responsabile di fronte al Mondo Spirituale per tutto quel che sarebbe accaduto, e che per gli errori e tradimenti della Società Antroposofica egli avrebbe pagato di persona”. Furono le inadeguatezze, le facilonerie, le superficialità, gli errori, le viltà, e in taluni casi il tradimento – sono le sue stesse parole – che lo condussero alla tomba, più che non il veleno che la parte avversa gli propinò al “Rout” del 1° gennaio 1924.

Egli affermò che se la “Fondazione di Natale” non fosse stata accolta entro sei mesi dalla Società Antroposofica, essa sarebbe stata ritirata dal Mondo Spirituale. Ed io ho la testimonianza scritta del fatto che nel giugno 1924, prima di entrare nella sala delle conferenze, egli disse a Ina Schuurman – persona vicina a Marie Steiner e al “Lascito” – che “la Fondazione di Natale è stata ritirata dal Mondo Spirituale”.

La grandezza spirituale di Massimo Scaligero è anche nell’aver donato al mondo in forma novella e rigenerata la Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner, mettendo al centro – come filone aureo di essa – la Via del Pensiero Vivente, e la concreta realizzazione ascetica attraverso gli esercizi: soprattutto la Concentrazione, da lui definita più volte “l’esercizio a sé sufficiente”.

A tale indicazione di Massimo Scaligero – che viene vilmente attaccata da coloro che meno dovrebbero – alcuni amici hanno deciso di rimanere risolutamente, ostinatamente, cocciutamente fedeli.

Niente è impossibile ad una volontà realmente consacrata.

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SCIENZA DELLO SPIRITO,

COSCIENZA E AUTOCOSCIENZA (di F. De Pascale)

Il sonno di Gesù -Fontana Lavinia-(Bologna 1552 – Roma 1614)

Anzitutto è necessario intendersi bene sui termini. O meglio su come certi termini si usano nella Scienza dello Spirito. Secondo la “teoria della conoscenza”, che sta alla base della Scienza dello Spirito, viene fatta una notevole differenza tra coscienza e autocoscienza, e, francamente, non è sempre agevole spiegare in poche parole semplici in cosa consista una tale differenza.

L’uomo comune, nell’ordinaria vita di veglia ha coscienza, ma raramente possiede anche autentica autocoscienza. E questo per l’immediatezza con la quale egli si identifica con la serie di esperienze sensorie, emotive, e istintive, dalle quali difficilmente distingue la propria attività pensante. Questa attività pensante è spesso un mero riflesso sia della sua esperienza sensoria, sia delle emergenze emotive e istintive, le quali emergono da zone ripettivamente sognanti e dormienti della sua poco consapevole anima.

Egli comincia ad avere “autocoscienza”, allorché con una energica azione volitiva nel pensare, si distacca sia dalla passiva esperienza sensoria, che da quella, altrettanto passiva, esperienza emotivo-istintiva. Diviene autocosciente nella misura in cui egli giunge a sperimentare sempre più nel pensare il momento dinamico del pensare e del percepire medesimo. Ma come ho avuto modo di dire in altro articolo, la cosa non è un immediato “dato” di natura – immediatamente “dato”, per la spontaneità con la quale la natura invera in lui l’ordinario percepire e pensare, gli ordinari sentire e volere. L’autocoscienza che si realizzi nel pensare e nel percepire, è il risultato di un volitisvo sforzo, di quell’addestramento interiore che gli antichi Greci avrebbero chiamato “àskesis”, e i Romani “exercitium”. Dunque, l’autocoscienza è il frutto – in un forma o nell’altra, di una certa Ascesi. Va da sé, come essa sia cosa ardua e tutt’altro che facile da conquistare.

Nel sogno – rigorosamente parlando – l’essere umano ha senz’altro “coscienza”, ma non ha “autocoscienza”, almeno non nel significato che la Scienza dello Spirito dà, secondo la propria teoria della conoscenza, a questo termine. Rudolf Steiner fa degli esempi calzanti nella sua Scienza Occulta di come nel sogno l’essere umano abbia coscienza ma non autocoscienza. Addirittura, si può avere nell’esperienza del sogno uno sdoppiamento della personalità, come per esempio quando nel sogno un insegnante pone una domanda alla quale l’allievo interroganto non sa rispondere, e alla quale risponde poi, invece, l’insegnante stesso. E’ ovvio che allievo e insegnante sono due diversi “alter ego” del sognante medesimo, il quale ha bensì coscienza delle immagini del sogno, ma non ha coscienza alcuna di come, da fonte ignota, tali immagini scaturiscano. Naturalmente per l’Iniziato, come per l’occultista avanzato, la cosa si pone diversamente. Ma stiamo parlando dell’uomo ordinario.

Nel sonno profondo non vi è, ovviamente, nessuna forma di autocoscienza, tuttavia vi è una forma ottusissima, estremamente attenuata di coscienza, tant’è che l’essere animico continua a svolgere funzioni vegetative e animali nelle profondità dell’organismo corporeo. Anche in questo caso, diversa è l’esperienza dell’Iniziato, e quella dell’occultista avanzato. Confermo la concretezza del senso di “beatitudine”, di “felicità”, che il sonno procura. Ne parla moltissimo un grande asceta dell’India – l’unico che abbia indicato l’esperienza dell’Io – Shri Ramana Maharshi, e lo fa in tutte le sue opere, e in moltissimi colloqui che di lui sono trascritti: è l’esperienza dell’ànanda, della beatitudine, cosciente nell’Iniziato e nell’Illuminato, incosciente nell’uomo comune, il quale però ne riceve come una sorta di risonanza nella vita di veglia, allorché questi si dèsta dal sonno.

Quanto all’esperienza scientifica autentica, essa – se condotta sino alle sue ultime istanze – conduce molto lontano dalle conclusioni del materialismo. Personalmente, vengo da una formazione scientifica. Mi si creda, quanto più si approfondisce rigorosamente la scienza, tanto più il materialismo appare quell’ingenuo, sciocco, dilettantismo che è.

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SCIENZA DELLO SPIRITO,

NESSUNO A CUI LASCIARE LA FIACCOLA (di F. De Pascale)

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La disciplina dell’anima dell’accordo del pensiero con la volontà e della volontà col pensiero è TUTTA la Via! Chi non voglia illudersi sa – per esperienza interiore – che non vi è altra Via. Massimo Scaligero ammonisce – ricordando le enigmatiche parole di Lao Tsu – che la Via che conduce alla mèta non è la via ordinaria, ossia non è la via egoica, non può essere la via comoda, nella quale si è deciso in partenza di procedere al risparmio, di non andare sino in fondo, di praticare la Via sino a prima del punto in cui essa comincia ad essere dolorosa per la natura inferiore in noi. Non si percorre la Via per star bene, perché la natura in noi stia meglio, e noi con lei, bensì per esaurire la natura: per destabilizzare, demolire e dissolvere l’infida natura.

Nella stessa “Filosofia della Libertà”, Rudolf Steiner mette in evidenza come l’attività del pensare volitivo sia dissolvitrice dei processi della natura naturata, e Massimo Scaligero sottolinea come questa natura oramai cristallizzata tenti con ogni energia e astuzia di sottrarsi a tale azione dissolvitrice. Per questo la Via non ordinaria, la Via assoluta, non può essere che la Via diretta: nella via retta e in quella lunga si può scorgere un evitare il confronto diretto e serrato con tale natura, confronto e lotta con essa sentiti come dolorosi, e per questo rimandati nel tempo.

Per taluni questa può anche essere una necessità, e per tale necessità vengono aiutati ad aspettare. Ma un tale aspettare non è la Via: E’ ancora un cercarla, o un cercare il coraggio per percorrerla. Ci si accorgerà poi che l’avere aspettato non ha fatto aumentare il coraggio, anzi. Ci si accorgerà che l’aver preso tempo non ha veramente fatto maturare e non ha accresciuto le forze: non ha reso lo scontro con la natura avversa meno aspro, meno difficile, meno pericoloso.

Anche a me Massimo disse: “Non ho nessuno a cui trasmettere la fiaccola”. E sicuramente uno dei motivi di tale impossibilità di trasmettere è il dedicarsi di quasi tutti al risparmio delle forze interiori accomodandosi nella via retta e in quella lunga, è la carenza dei coraggiosamente disperati che non vedono per sé altra Via che il percorrere con ogni forza – anche con il coraggio di errare assai: quasi fatale in una landa selvaggia senza pietre miliari – l’aspro sentiero della resurrezione volitiva dell’atto pensante.

E’ il sentiero al quale consacrare l’intera vita, al quale sacrificare ogni contingenza, indifferenti al successo o all’insuccesso di un tale ostinato praticare: facendo così della concentrazione motivo a se stessa, praticandola – con asciutto amore – per amore della concentrazione stessa, e non di concupiti risultati, l’attesa dei quali scema presto nella dedizione silente, ostinata e fervida all’azione interiore, o fa scemare l’azione interiore stessa, e la fa deviare alla ricerca delle comodità delle molteplici vie egoiche dalle seducenti promesse.

L’aridità, affrontata da questo ostinato pensare volitivo, asciuga la mucillaginosa emotività, e dislega dall’impetramento del sonno somatico un volere di profondità prima ignoto. Si conquista così una continuità nell’azione interiore che trasforma l’intera vita nel Rito della resurrezione del pensiero e fa del conoscere – come dice Rudolf Steiner – una offerta sacrificale interiore dell’uomo agli Dèi e al Mondo Spirituale.

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SCIENZA DELLO SPIRITO

HANS WERNER ZBINDEN (di F. De Pascale)

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Hans Werner Zbinden nacque a Basilea il 14 ottobre 1899. Per tutta la vita svolse una intensa attività come medico antroposofico, e in modo particolare come medico scolastico all’interno delle iniziative pedagogiche antroposofiche.

Egli era il più piccolo di tre fratelli nati dal matrimonio di Rudolf Gottlieb Zbinden con Lydia Stuerchler. Frequentò le scuole primarie e il ginnasio umanistico – corrispondente al nostro liceo classico – e già in questo periodo scolastico egli poté osservare il sorgere, sulle colline nei dirtorni di Basilea, di un meraviglioso edificio, il primo Goetheanum, che veniva fatto costruire da Rudolf Steiner. Tra i suoi compagni di studi vi erano Paul Jenny e Curt Englert-Faye. Quest’ultimo aveva già avuto modo, malgrado la giovanissima età, di ascoltare le conferenze di Rudolf Steiner, alle quali poi indirizzò lo stesso Zbinden.

Nel periodo universitario – durante la frequentazione della Facoltà di Medicina – Hans W. Zbinden frequentò regolarmente le conferenze di Rudolf Steiner, e venne profondamente impressionato dalla serietà, dal clima di veracità e di autentica ricerca della Conoscenza presente nelle conferenze del Dottore. Partecipò, ventiquattrenne, alla fondazione della Libera Università di Scienza dello Spirito, in occasione della “Fondazione di Natale” del 1923.

Durante il periodo universitario, una grave malattia lo portò in fin di vita, e mentre era ricoverato conobbe una infermiera di nome Olga Knoepfel, che si dedicò con infinità dedizione alle sue cure. In seguito, ella divenne la sua fedele sposa, che rimase sempre al suo fianco e lo sostenne in tutte le non facili vicende della sua vita. Dalla loro felicissima unione nacquero due figlie e due figli.

Nel 1926 venne fondata a Zurigo una “Libera Associazione Scolastica in memoria di Walter Wyssling”, che aveva come scopo la fondazione di una scuola a indirizzo antroposofico, il che si realizzò nel 1927. Curt Englert-Faye ne divenne il direttore pedagogico, Paul Jenny fu il presidente dell’Associazione Scolastica, e Hans Werner Zbinden, che nel frattempo aveva concluso i suoi studi universitari di medicina, ne divenne il medico scolastico. Il fraterno sodalizio tra i tre antichi compagni di scuola durò finché essi vissero, e per tutta la vita lo Zbinden fu il medico scolastico della iniziativa pedagogica zurighese.

Nel corso degli anni trenta dello scorso secolo, Marie Steiner si accorse del giovane medico basilese, la cui attività medica era solo una parte della sua fervida azione all’interno del Movimento e della Società Antroposofica. Nel 1935, assieme a Walter Bopp e Friedrich Husemann, si trovò al vertice della Sezione Medica della Libera Università del Goetheanum. Allorché, in seguito, egli si schierò – senza compromessi di sorta – a difesa di Marie Steiner, a difesa dell’integrità dell’Opera di Rudolf Steiner e della Verità, egli non poté più mettere piede nel Goetheanum.

Marie Steiner, nel 1942, chiamò Hans Zbinden a far parte del “Nachlass”, ossia del “Lascito” di Rudolf Steiner, che doveva difendere l’Opera del Dottore dallo scempio che ne stavano già facendo Albert Steffen e Guenther Wachsmuth. Dopo la morte di Marie Steiner, egli guidò il “Lascito” praticamente sino alla propria scomparsa, che avvenne a Zurigo il 25 maggio 1977. Se oggi abbiamo l’Opera Omnia di Rudolf Steiner – la “Gesamtausgabe” in lingua tedesca – quasi oramai completamente pubblicata, lo dobbiamo alla instancabile azione di lui e dei suoi fedeli collaboratori.

Hans Werner Zbinden scrisse poco: egli agiva invece moltissimo nel colloquio diretto con le persone, colloquio che per lui era sempre indirizzato a stimolare l’amore per la Verità, e il consequenziale retto agire.

Una sua caratteristica particolare è da rilevare: egli venne varie volte in Italia. Svolse conferenze sulla medicina antroposofica a Milano, e anche a Roma, nella cerchia del “Gruppo Novalis” che si riuniva attorno a Giovanni Colazza. Ho documenti che lo comprovano. Il Dott. Zbinden conosceva bene la lingua italiana, e Marie Steiner lo pregava spesso di conversare con Lei in quella lingua, che Lei definiva musicale, che tanto amava, e nella quale secondo Lei – che a Bologna, agli inizia del secolo, era stata allieva di Giosuè Carducci – meglio si potevano esprimere le realtà dello Spirito. L’Opera mirabile di Massimo Scaligero ne è la prova più luminosa.

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SCIENZA DELLO SPIRITO

“DEITÀ OSTACOLATRICI” (di F. De Pascale)

(Map of lost Lemuria – 1876)

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La conoscenza del rapporto tra le forze luciferiche e quelle arimaniche non è semplice da penetrare. Per vari motivi. Secondo la storia del divenire cosmico dell’uomo, l’azione delle potenze luciferiche sull’essere umano è molto più antica di quella arimanica, essendo iniziata già nella remota epoca lemurica, mentre quella arimanica iniziò ad operare nella tarda epoca atlantica. Ma ancora nell’antichissima epoca paleoindiana, su un tipo umano che vedeva l’apparire fisico del mondo come una “maya” illusoria operante sui sensi, della quale era necessario liberarsi, l’azione arimanica era pressoché inesistente. Troppo forte, addirittura struggente, era la nostalgia dell’antico indiano per la perduta patria spirituale dalla quale si sentiva esiliato, perché l’impulso materializzante dell’Oscuro Signore potesse operare efficacemente. Solo nelle epoche successive un tale impulso è andato – con molta gradualità – affermandosi nel corso dei millenni, sino a cancellare in una parte dell’umanità ogni percezione spirtuale, anche elementare, e a recludere ed irrigidire l’essere umano nella prigione-tomba, come nell’Ellade veniva chiamata da Orfici, Pitagorici e Platonici, corporea.

Via via che l’impulso del Principe dell’Oscuro Pensiero – di Angra Mainyush, o Ahriman, come lo chiamava Zarathustra – si è andato affermando, si è andata pure saldando una sorta di nefanda “collaborazione” tra i due Ostacolatori: tra Lucifero e Arimane. Ma ambedue, in realtà, operano sia nella corrente abelita che in quella cainitainvolute e degenerate. Mentre – come scrive più volte Massimo Scaligero – còmpito dell’uomo è quello di scompaginare l’alleanza tra i due Ostacolatori, rendere operante l’inimicizia tra loro, ed usare l’uno contro l’altro.

L’alleanza tra i due Oppositori è esiziale per l’uomo, mentre la loro reciproca inimicizia è, invece, salvifica per lui. Massimo Scaligero in Dallo Yoga alla Rosacroce, Perseo, 1972 – consiglierei di leggere l’edizione originale, non quella arbitrariamente manomessa e malamente “ortopedizzata”, edita successivamente da una casa editrice romana – nel capitolo Deità Ostacolatrici, descrive bene il giuoco dei due Ostacolatori, e come scompaginarlo, rendendo operante e fruttuosa tale inimicizia.

E’ corretto affermare che l’Eloha Jahve-Jehova sia all’origine dell’impulso abelita, ma oggi tale entità opera ancora nella corrente decadente, involuta, regrediente, di tale impulso, e la sua azione viene compromessa dall’intromissione dei due Ostacolatori.

La redenzione dell’impulso abelita, e delle stesse forze luciferiche, avviene nella Via Rosicruciana attraverso l’opera di redenzione del pensiero, di resurrezione del pensare dalla prigione-tomba somatica nella quale oggi esso è recluso. Ed è ancor più giusto e corretto affermare che il Logos, operante nell’Io e nell’anima cosciente dell’uomo separa ed equilibra le due Potenze Ostacolatrici, e le pone al servizio del Divino.

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SCIENZA DELLO SPIRITO

SULLO STATO INTERIORE DI ‘PANICA’ CONTEMPLAZIONE CHE PERVADE L’INTERA NATURA (di F. De PASCALE)

plotino - plotinus🪷

“Tutti gli esseri, non solo i ragionevoli, ma anche gli animali irragionevoli e la natura che è nelle piante e la terra che li produce aspirano alla contemplazione e tendono a questo fine: tutti lo raggiungono entro le possibilità offerte dalla loro natura.

Ogni azione tende alla contemplazione, tanto l’azione necessaria che fortemente attira la contemplazione verso le cose esterne, quanto quella detta ‘volontaria’ che l’attira meno ma che si compie egualmente per desiderio di contemplazione…

La natura, che alcuni dicono priva di rappresentazioni e di ragione, ha in sé contemplazione e produce quelle cose che produce mediante la contemplazione che, a quanto dicono, essa non ha.

Poiché la natura opera rimanendo immobile e, rimanendo immobile, è una ragione, essa è anche contemplazione.

Difatti le azioni pratiche, pur essendo conformi alla ragione, sono evidentemente diverse da essa: ché la ragione, in quanto è presente all’azione e vi presiede, non è l’azione.

Se dunque non è azione ma ragione, essa è contemplazione; e per ogni ragione v’è una ragione ultima che deriva dalla contemplazione ed è contemplazione nel senso di oggetto contemplato.

La ragione superiore varia col variar degli esseri ed è come l’anima, non come la natura, ma quella che è nella natura è la natura stessa.

Anche questa deriva da una contemplazione? Certamente, da una contemplazione; poiché anch’essa è simile a un essere che si contempla: è infatti il risultato di una contemplazione ed è in quanto un essere contempla.

Ma come essa contempla?

Essa non possiede la contemplazione che deriva da un pensiero discorsivo, da quel pensiero cioè che esamina ciò che contiene in sé.

E se essa è vita, perché non è anche ragione e potenza operante?

Forse perché ricercare vuol dire non possedere ancora?

Ora, poiché la natura possiede, essa, in quanto possiede, anche agisce.

Per lei, essere ciò che è, è lo stesso che agire; essa è contemplazione, e oggetto di contemplazione, poiché è ragione.

Ed in quanto è contemplazione, oggetto di contemplazione e ragione, e soltanto per questo, essa produce.

Così dimostriamo che la produzione è contemplazione; essa infatti è il risultato di una contemplazione che rimane pura contemplazione senza fare null’altro, ma produce perché è contemplazione.”

(Enneadi III, 8, 1-3)

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Quel che il mio Plotino dice sulla contemplazione! Sullo stato interiore di ‘panica’ contemplazione che pervade l’intera Natura, ossia dell’afflato che avvolge, permea, pervade quella Natura, che è il sacro peplo di Iside, l’Unica Dea! Invero, tutta la Natura, tutti gli esseri della Natura, sono in stato di stupefatta contemplazione del Divino, dell’Uno, del Fondamento e, malgrado le tempeste e i furori che possono agitare l’apparire, essi riposano in tale stupefatta e mirabile contemplazione. 

Massimo Scaligero, parlando una volta a noi giovani, ci disse che Giovanni Colazza, suo Maestro, chiamava questo stato di contemplante abbandono al Divino, immobile pur nel furore di apparenti scatenamenti di lotte cosmiche, il “riposo divino”! 

Come in un immenso ossimoro cosmico, in tale mirabile stato si manifestano al contempo l’immobile riposare nell’identità con il Divino nella contemplazione e il più audace, dinamico e impetuoso donarsi all’azione più trasportante: la contemplazione come immobile principio dell’azione, e l’azione che della contemplazione segretamente si alimenta, manifestandola nell’impeto dell’agire più travolgente e temerario!

Ma come realizzare una tale contemplazione? I vecchi esoteristi ed occultisti d’anteguerra affermavano che ogni insegnamento è un errore finché non si traduce in una pratica corrispondente, ogni conoscenza è illusoria, ossia è mero sapere, se non si incarna in un agire, se – come insegnava Cagliostro – colui che conosce non diviene la cosa conosciuta. 

E questo ‘divenire’ è un atto che sempre ‘è’, e non un fatto, una cosa che già c’è, ossia che passivamente, inattivamente, meramente esiste. Questo spiega il fallimento, il tradimento, l’insufficienza, la latitanza, l’inadeguatezza delle Comunità spirituali. 

In un momento tragico – di concreto e di estremo pericolo per l’umanità – esse (o i componenti delle medesime se si vuole) si dànno allo spasso, al diporto, al divertissement come lo chiamava Blaise Pascal, ossia – nel senso più etimologico del termine – al di-vertimento, alla dis-trazione. Ma come ammonisce Massimo Scaligero, “il bene è l’idea che si realizza, e il male è l’idea che non si realizza“: in questo sta tutta la nostra responsabilità! 

Ammoniva in Ur un amico di Massimo, Abraxa, che “o la vita è un rito o non è nulla“, ossia l’intera vita deve trasformarsi in un esercizio spirituale, in un Rito, e la pratica interiore – e più di tutto la concentrazione – deve essere il centro dell’esistere, la spinta all’esistere, il fine dell’esistere. Perché non è possibile – come fanno taluni, troppi, quando poi lo fanno – vivere 23 ore e 50 minuti della propria giornata nella totale dispersione esteriore e poi pretendere di attuare in 10 minuti uno stato di concentrazione interiore. 

Se la pratica interiore, se la concentrazione in primis sono qualcosa di ‘periferico’, di ‘contingente’, di ‘occasionale’ nella propria vita e nella propria giornata, non potranno essere qualcosa di ‘centrale’, di ‘assoluto’, di ‘incondizionato’, la cui forza abbia la capacità di trasformare veramente l’anima, il cui impeto sia così potente da travolgere la mediocrità e la labilità umana. 

Come ho avuto già modo di dire ci si alza alle 03.00 la notte per partire a fare una gita o un viaggio qualsiasi, ma non si è capaci di alzarsi mezzora o un quarto d’ora prima per fare una concentrazione in più! Mi diceva Massimo che le Intelligenze Celesti e i Maestri darebbero tutto all’uomo, ma che vengono disgustate e delusi dalla fiacchezza dell’uomo, del sedicente “spiritualista”, dalla banalità del suo stato interiore, dalla tiepidezza del suo cuore, dalla sua approssimazione, dalla sua sfilacciata volontà!

Per molti la Via spirituale è un piacevole passatempo, che porta un po’ di brio e di diversità nella noiosa routine della vita borghese: questi avrebbero bisogno o di passare qualche anno della loro vita a lavorare in una fonderia come quella di Porto Marghera, oppure di molta disperazione. Allora comincerebbero a ‘sfrondarsi’ del troppo inessenziale che ammala il loro spento esistere, e comincerebbero nella fatica e nel dolore a veramente ‘vivere’.

Altri decidono di vivere vivi e non morti, e per questo scelgono – liberamente scelgono – la Via diretta, la più difficile e la più semplice, la più dura e la più faticosa, la più temeraria e la più saggia: l’incessante pratica interiore! La pratica della concentrazione portata al suo estremo: l’estremismo interiore come continua mobilitazione della volontà contro il sonno della coscienza, l’ardore da rinnovare ogni volta nella concentrazione, e poi ancora nella concentrazione, e infine nella concentrazione senza fine.

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SCIENZA DELLO SPIRITO,

RICORDANDO FRANCO DE PASCALE

(Eternal Source Of Light Divine –Sound the Trumpet. Royal Music of Händel & Purcell)

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Oggi – un anno fa – Franco De Pascale lasciava il piano terreno. Si ricorda con gioia il dono della Sua amicizia fedele e del Suo esempio spirituale: l’essenziale Sua opera di tessitura della sacra trama universale eterna. Possa il ricordo del Suo entusiasmo continuo per questi valori rinvigorire sempre la nostra fiamma interiore.

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Io ero con voi unita: Restate congiunti in me.

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Noi parleremo insieme nella lingua dell’Essere Eterno.

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Noi saremo operanti là, dove il risultato agisce di quanto facciamo.

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Tesseremo nello Spirito, dove vengono tessuti pensieri umani nella parola dell’Eterno Pensiero.

(R. Steiner)

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“O GIOIA, QUANDO L’UMANA FIAMMA ARDE ANCHE LA’, DOVE RIPOSA!”

(R. Steiner)

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ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO
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