L’ARCHETIPO-GENNAIO 2019
Anno XXIV n. 1
Gennaio 2019


Anno XXIV n. 1
Gennaio 2019


Auguri amici lettori, sulle magnifiche note di un brano musicale ormai così tanto amato da essere entrato nel canone dei canti natalizi nonostante il testo possa esularne alquanto; il brano, di L. Cohen, è interpretato in questo live dell’anno passato in maniera magistrale dall’artista Elisa, e ne consigliamo l’ascolto completo, perché in certi momenti tocca apici difficilmente imitabili. Di seguito vi proponiamo poi la lettura di un racconto del grande Pirandello.
……………….
*
SOGNO DI NATALE

di Luigi Pirandello
Sentivo da un pezzo sul capo inchinato tra le braccia come l’impressione d’una mano lieve, in atto tra di carezza e di protezione. Ma l’anima mia era lontana, errante pei luoghi veduti fin dalla fanciullezza, dei quali mi spirava ancor dentro il sentimento, non tanto però che bastasse al bisogno che provavo di rivivere, fors’anche per un minuto, la vita come immaginavo si dovesse in quel punto svolgere in essi.
Era festa dovunque: in ogni chiesa, in ogni casa: intorno al ceppo, lassù; innanzi a un Presepe, laggiù; noti volti tra ignoti riuniti in lieta cena; eran canti sacri, suoni di zampogne, gridi di fanciulli esultanti, contese di giocatori… E le vie delle città grandi e piccole, dei villaggi, dei borghi alpestri o marini, eran deserte nella rigida notte. E mi pareva di andar frettoloso per quelle vie, da questa casa a quella, per godere della raccolta festa degli altri; mi trattenevo un poco in ognuna, poi auguravo: – Buon Natale – e sparivo…
Ero già entrato così, inavvertitamente, nel sonno e sognavo. E nel sogno, per quelle vie deserte, mi parve a un tratto d’incontrar Gesù errante in quella stessa notte, in cui il mondo per uso festeggia ancora il suo natale. Egli andava quasi furtivo, pallido, raccolto in sé, con una mano chiusa sul mento e gli occhi profondi e chiari intenti nel vuoto: pareva pieno d’un cordoglio intenso, in preda a una tristezza infinita.
Mi misi per la stessa via; ma a poco a poco l’immagine di lui m’attrasse così, da assorbirmi in sé; e allora mi parve di far con lui una persona sola. A un certo punto però ebbi sgomento della leggerezza con cui erravo per quelle vie, quasi sorvolando, e istintivamente m’arrestai. Subito allora Gesù si sdoppiò da me, e proseguì da solo anche più leggero di prima, quasi una piuma spinta da un soffio; ed io, rimasto per terra come una macchia nera, divenni la sua ombra e lo seguii.
Sparirono a un tratto le vie della città: Gesù, come un fantasma bianco splendente d’una luce interiore, sorvolava su un’alta siepe di rovi, che s’allungava dritta infinitamente, in mezzo a una nera, sterminata pianura. E dietro, su la siepe, egli si portava agevolmente me disteso per lungo quant’egli era alto, via via tra le spine che mi trapungevano tutto, pur senza darmi uno strappo.
Dall’irta siepe saltai alla fine per poco su la morbida sabbia d’una stretta spiaggia: innanzi era il mare; e, su le nere acque palpitanti, una via luminosa, che correva restringendosi fino a un punto nell’immenso arco dell’orizzonte. Si mise Gesù per quella via tracciata dal riflesso lunare, e io dietro a lui, come un barchetto nero tra i guizzi di luce su le acque gelide.
A un tratto, la luce interiore di Gesù si spense: traversavamo di nuovo le vie deserte d’una grande città. Egli adesso a quando a quando sostava a origliare alle porte delle case più umili, ove il Natale, non per sincera divozione, ma per manco di denari non dava pretesto a gozzoviglie.
– Non dormono… – mormorava Gesù, e sorprendendo alcune rauche parole d’odio e d’invidia pronunziate nell’interno, si stringeva in sé come per acuto spasimo, e mentre l’impronta delle unghie restavagli sul dorso delle pure mani intrecciate, gemeva: – Anche per costoro io son morto…
Andammo così, fermandoci di tanto in tanto, per un lungo tratto, finché Gesù innanzi a una chiesa, rivolto a me, ch’ero la sua ombra per terra, non mi disse:
– Alzati, e accoglimi in te. Voglio entrare in questa chiesa e vedere.
Era una chiesa magnifica, un’immensa basilica a tre navate, ricca di splendidi marmi e d’oro alla volta, piena d’una turba di fedeli intenti alla funzione, che si rappresentava su l’altar maggiore pomposamente parato, con gli officianti tra una nuvola d’incenso. Al caldo lume dei cento candelieri d’argento splendevano a ogni gesto le brusche d’oro delle pianete tra la spuma dei preziosi merletti del mensale.
– E per costoro – disse Gesù entro di me – sarei contento, se per la prima volta io nascessi veramente questa notte.
Uscimmo dalla chiesa, e Gesù, ritornato innanzi a me come prima posandomi una mano sul petto riprese:
– Cerco un’anima, in cui rivivere. Tu vedi ch’ìo son morto per questo mondo, che pure ha il coraggio di festeggiare ancora la notte della mia nascita. Non sarebbe forse troppo angusta per me l’anima tua, se non fosse ingombra di tante cose, che dovresti buttar via. Otterresti da me cento volte quel che perderai, seguendomi e abbandonando quel che falsamente stimi necessario a te e ai tuoi: questa città, i tuoi sogni, i comodi con cui invano cerchi allettare il tuo stolto soffrire per il mondo… Cerco un’anima, in cui rivivere: potrebbe esser la tua come quella d’ogn’altro di buona volontà.
– La città, Gesù? – io risposi sgomento. – E la casa e i miei cari e i miei sogni?
– Otterresti da me cento volte quel che perderai – ripeté Egli levando la mano dal mio petto e guardandomi fisso con quegli occhi profondi e chiari.
– Ah! io non posso, Gesù… – feci, dopo un momento di perplessità, vergognoso e avvilito, lasciandomi cader le braccia sulla persona.
Come se la mano, di cui sentivo in principio del sogno l’impressione sul mio capo inchinato, m’avesse dato una forte spinta contro il duro legno del tavolino, mi destai in quella di balzo, stropicciandomi la fronte indolenzita. E qui, è qui, Gesù, il mio tormento! Qui, senza requie e senza posa, debbo da mane a sera rompermi la testa.

BUON NATALE
a tutti Voi da Ecoantroposophia.it


INFINE S’ANNUNCIA LA LUCE NEL CIELO DA CUI TENEBRA FUGGE
E PIU ALTO IL FUOCO S’ACCENDE AMPLIANDO IL CALORE
MENTRE IL GELO SI ESTINGUE POICHE’ LA SPERANZA DIVENTA REALE MIRACOLO ECCELSO.
RINASCERE AL SOLE IN ETERNO E’ IL RITO CHE COMPIE CHI SEPPE MORIRE.
CHI EBBE LA FORZA DI RICONOSCERE AMORE QUANDO TUTTO IL PLAUSIBILE IMPONEVA IL DESERTO DEFORME DEL NOTTURNO INCUPIRE.
E’ NATO E RISORGE IN ETERNO IL SOLARE.
CALORE : E DIVINA BELTA’ SCOLPISCE ARMONIA NEL CUORE DEI FEDELI IN ACUME.
E’ SORTO E RINASCE IN ETERNO IL CALORE DELL’IO CHE SEPPE INNALZARE L’UMANO NELL’AURA DEL LOGOS.
ETERICA FIAMMA PENSIERO CHE VIVE NEL RINATO FRAMMENTO DI LUCE CHE UNISCE I CONCETTI E LI PONE DINANZI AL VALORE ASSOLUTO IN CUI PALPITA L’IMPOSSIBILE AMORE.
AVE SUPREMA SCINTILLA DEL SOLO VALORE CHE INCORONA L’ALTARE DEL DIVINO FANCIULLO IN CUI L’UMANO RISORGE AL SOLARE DI CUI MANTENNE IL RICORDO E L’ANELITO ESTREMO.
E PER ATTIMI ETERNI NELLA LUCE VI E’ SOLO POTENZA SCULTOREA DEI CIELI.
NITIDISSIMA ALATA VIRTU’ CHE PALPITA E INFIAMMA.
SOVRUMANO CHIARORE SI APPRESTA E RISANA.
ELEVANDO.
ETERNA E’ L’AURORA CHE INFINE PERMETTE IL VIVENTE RISTORO.
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HELIOS FK AZIONE SOLARE

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Un attento lettore di questo audacissimo blog, in un suo commento ha sollevato un problema che – a mio giudizio, ma non solo mio – si presenta inevitabilmente a chi decide di percorrere l’aspro ed erto sentiero – quello che il mio amato Dante chiama “lo cammino alto e silvestro” (Inf. II, 142) – della Iniziazione ad una più alta vita spirituale: una “Vita nova”, la chiama il Poeta nella sua prima opera. Ed è, quello sollevato dal nostro attento lettore, un problema di importanza capitale, un problema che vieta di cavarsela – in effetti un po’ troppo comodamente – con una rapida e sommaria risposta al suo commento.
Il nostro lettore Firemind nel suo commentare l’articolo Concentrazione: lotta contro il sonno e la morte, afferma giustissimamente che:
«Non avendo il pieno controllo delle forze dell’anima, si può tendere allo spirito in modo non adeguato. Ciò è d’altronde naturale, visto che tale pieno controllo delle forze dell’anima e il giusto rapporto con lo spirituale sono molto più una meta che una condizione iniziale. Così si punta intensamente allo spirituale, desiderando lo spirituale. Come prima la volontà era totalmente tesa al sensibile e a scopi terrestri, ci si può sorprendere di portare ora tale tensione anche verso lo spirituale. Almeno fino ad un certo punto, è inevitabile che nel volgere allo spirito si muovano le forze della personalità, si abbia sete dello spirito. Ma esso si tiene a distanza dalla brama, qualsiasi forma essa assuma».
E, molto opportunamente aggiunge, che:
«Occorre volgere allo spirito, ma senza desiderarlo, almeno non nel modo usuale. Si ha qui un enigma, una prova. È una questione delicata… per esempio Steiner ne parla ne “L’Iniziazione”, nelle prime pagine del capitolo “Punti di vista pratici” (fino all’asterisco), dove parla dell’impazienza, del desiderio e della sincerità verso se stessi».
Non vi è assolutamente nulla da eccepire su queste considerazioni del nostro lettore. Ma forse è il caso di approfondirle, in modo da mostrare tutta la portata del problema. In effetti, nei passi del libro L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?, Editrice Antroposofica, Milano, 1971, indicati dal nostro lettore, Rudolf Steiner è quanto mai esplicito, ma bisogna ben intender le sue parole, e non equivocarle. Così leggiamo alle pp. 74-75:
«Bisogna tendere ad uno speciale sviluppo della pazienza. Ogni moto d’impazienza esercita un effetto paralizzante, anzi letale, sulle capacità superiori latenti nell’uomo. Non si deve pretendere che dall’oggi al domani si schiudano orizzonti infiniti nei mondi superiori, perché allora, di regola, non si rivelano affatto; invece la nostra anima, per ogni più piccolo risultato ottenuto, deve essere sempre piena di soddisfazione, di calma e di serenità. È ben comprensibile che il discepolo aspetti con impazienza dei risultati. Ma non arriverà a niente finché non avrà dominato la sua impazienza. Né serve lottare contro tale impazienza nel senso ordinario della parola; in tal caso essa non farà che crescere. Ci si illude di averla vinta, mentre invece si è insediata sempre più nelle profondità dell’anima. Si arriva a superarla soltanto abbandonandosi sempre di nuovo ad un determinato pensiero, assimilandolo completamente. Esso è: «Devo far di tutto per educare la mia anima e il mio spirito, ma aspetterò con calma che le potenze superiori mi giudichino maturo per una certa illuminazione». Se questo pensiero assume tale forza nell’uomo da formare una disposizione del suo carattere, egli è sulla giusta strada».
E veniamo alle successive, oltremodo severe, parole di Rudolf Steiner, che risulteranno sicuramente tra le meno “digeribili”: almeno per la maggior parte degli animosi intraprendenti del Sentiero Occulto. Alle pp. 76-77, leggiamo:
«La pazienza esercita un’azione di attrazione sui tesori del sapere superiore. L’impazienza invece li respinge. Nelle regioni superiori nulla si consegue con la fretta e l’irrequietezza. Prima di ogni altra cosa bisogna far tacere desideri e passioni. Sono qualità dell’anima dinanzi alle quali ogni sapere superiore si ritira timidamente. Per quanto grande sia il valore della conoscenza superiore, non bisogna chiedere, se essa deve venire a noi. Chi la desidera per soddisfazione propria, non la consegue mai […].
Deve svanire ogni curiosità nel discepolo dell’occultismo. Egli deve perdere l’abitudine, per quanto è possibile, di fare domande su argomenti che desidera conoscere soltanto per soddisfazione della sua personale sete di sapere. Deve limitarsi a chiedere ciò che può servire al perfezionamento della propria entità, ai fini dell’evoluzione. La gioia però che prova nella conoscenza e la sua devozione alla medesima non devono venir affatto meno. Deve ascoltare con attenzione tutto ciò che serve a raggiungere tale scopo e cercare ogni occasione per dedicarvisi.
Per il perfezionamento occulto è di speciale importanza educare la vita del desiderio. Non si tratta qui di spogliarsi di ogni desiderio, poiché tutto ciò che dobbiamo conseguire deve essere da noi anche desiderato; e un desiderio verrà sempre esaudito se dietro di esso sta una particolare forza. Tale forza proviene dalla giusta conoscenza. La massima: «Non desiderare in alcun modo, prima di aver conosciuto quel ch’è giusto in un dato campo», è una delle norme auree per il discepolo dell’occultismo. Il savio impara prima a conoscere le leggi del mondo e poi i suoi desideri diventano forze che si avverano».
E, parlando del più che comprensibile, e sin troppo umano-troppo umano desiderio, per esempio, di conoscere le proprie vite precedenti, desiderio che nelle cerchie occultistiche imperanti è fonte sovente delle più grandi illusioni, ed eziandio delle più stravaganti aberrazioni, le quali non di rado degenerano in situazioni ridicole e patologiche, Rudolf Steiner, sempre a p. 77, così prosegue:
«Diamo qui un esempio di cui è chiara la portata. Certamente molte persone desiderano conoscere, per visione propria, qualcosa della loro vita prima della nascita. Un tale desiderio non ha scopo né risultato, finché la persona in questione non abbia assimilato, per mezzo dello studio scientifico-spirituale, la conoscenza delle leggi – e precisamente nel loro carattere più delicato e intimo – dell’essenza dell’eternità. Se ha veramente acquistato questa conoscenza e se allora vuole avanzare più oltre, lo potrà fare per mezzo del suo desiderio nobilitato e purificato.
Non giova neppure dire: «Desidero conoscere la mia vita precedente, e studio appunto con questo scopo». Si deve piuttosto saper rinunziare a questo desiderio, eliminarlo completamente, e mettersi a imparare senza quel fine. Bisogna sviluppare devozione, piacere per ciò che si impara, senza mirare allo scopo ricordato, perché così soltanto si impara al tempo stesso a sviluppare il desiderio in modo che esso possa portar seco il proprio esaudimento».
Proprio se si esaminano con attenzione le parole di Rudolf Steiner, appare quanto mai necessario ch’esse vengano comprese in profondità: molto di più di quanto non avvenga abitualmente. L’infingarda pigrizia e lo scarso coraggio di molti pavidi “chiacchieroni dello spirito” – come li chiamava un Maestro come Giovanni Colazza – che amano chiamarsi “antroposofi ”, o che tali si autodefiniscono, possono trarre scusa e pretesto per nulla fare. Così come, nel campo che più ci interessa – quello che il mio amico C. chiama scherzosamente “scaligeropolitano” – molti ingenuamente sedotti e convinti dalle suadenti discorse di abili “insinuanti”, finiscono per darsi ad una via misticamente sentimentale, che sicuramente darà alle “anime belle” profonde, languide emozioni, ma che non permetterà mai loro, per quanto vengano sublimate tali “morbide” emozioni, accompagnate dall’immancabile “virtuoso” moralismo, nonché dagli incontri nel mitico “Club di Lettura e Conversazione”, di uscire dal limite soggettivo di una psiche, che non per questo è meno dominata dalle categorie corporee, ferreamente obbedienti alla logica dell’Oscuro Signore.
Il problema si annuncia difficile, apparentemente contraddittorio, perché postula la simultanea attuazione di istanze e comportamenti tra loro confliggenti e contraddittori. Ma sempre la logica dello Spirito – cioè la logica del Logos – non solo contraddice, ma addirittura frange e sbriciola la logora, irrigidita, apparentemente coerente, logicuzza umana.
In un articolo – mi si perdoni una piccola divagazione “storica” che, come vedremo, ha la sua ragion d’essere – che scrissi su Ecoantroposophia nel 2016, presentando la luminosa figura di Martina von Limburger, parlando dei genitori di lei, e in particolare del padre, scrivevo:
«L’adesione di Oskar ed Eveline von Hoffmann alla Teosofia blavatskyana fu convinta ed entusiastica. Ma nel tempo fu chiaro che essi in realtà ricercavano un impulso spirituale non solo più radicale e profondo, ma anche più autentico, che sarebbe venuto loro solo dalla Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner. Un momento, anzi una “realizzazione” importante fu la traduzione, che Oskar von Hoffmann fece, dell’aureo libretto di Mabel Collins, The Light on the Path, testo che ebbe notevole importanza e che fu apprezzato molto dalla parte sana del movimento teosofico, ma anche calunniato da coloro che tale parte sana avversavano. […]
Oskar von Hoffmann tradusse in tedesco il testo della Collins col titolo Licht auf dem Weg, che venne pubblicato da Grieben nel 1888 a Lipsia, ove oramai gli Hoffmann vivevano stabilmente con le loro figlie, una delle quali era appunto Martina von Limburger. In seguito, Oskar von Hoffmann tradusse in tedesco, nel 1889, un’altra opera di Mabel Collins, un romanzo occulto intitolato The Idyll of the White Lotus, che apparirà anche in italiano, nel 1944 per i tipi del benemerito editore Fratelli Bocca, col titolo de L’Idillio del loto bianco.
Che Rudolf Steiner desse un particolare valore all’aureo libretto di Mabel Collins, che negli ambienti teosofici era ritenuto ispirato da un Maestro, lo si può rilevare dal fatto che già nel suo giovanile periodo viennese – prima ancora di manifestare pubblicamente la propria missione di Istruttore spirituale – egli consigliasse lo studio e la meditazione de La Luce sul Sentiero, poco dopo la sua pubblicazione in tedesco, ad alcune persone sue amiche. Inoltre, non appena all’interno della Società Teosofica alcune persone si rivolsero a lui per riceverne direttive per il cammino spirituale, egli dette nuovamente tale scritto della Collins come testo di Schola iniziatica, del quale fece un ampio commento, sia orale che scritto, e ne dette vari aforismi come mantram da usare nelle meditazioni quotidiane. Ed è di particolare importanza il fatto che la stessa Mabel Collins giunse a riconoscere l’alta figura spirituale di Rudolf Steiner, col quale pure si incontrò a Londra nel maggio del 1913. Già prima di quell’incontro, la Collins scrisse, nel numero di marzo 1912 della Occult Review, un articolo intitolato A Rosicrucian Ideal, di aperto riconoscimento dell’Antroposofia come Via dei Nuovi tempi.
Hella Wiesberger, riferendo una comunicazione di Martina von Limburger, fa notare come fosse in un certo senso fatale che proprio l’opera della Collins per così dire conducesse l’anziano Oskar von Hoffmann ad incontrare la figura di Rudolf Steiner. Infatti, così scrive in una delle sue opere dedicate alla storia della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner:
«Che il Maestro Hilarion sia stato l’ispiratore dello scritto di Mabel Collins, La Luce sul Sentiero, era universalmente noto nella T.S. [Theosophical Society]. La figlia di Oskar von Hoffmann, il quale tradusse in tedesco The Light on the Path, tramandò la comunicazione di Rudolf Steiner, fatta a lei personalmente, che il Maestro Hilarion aveva aiutato suo padre ispirandolo nella traduzione. Questi sarebbe stato un greco, da qui la bella lingua della traduzione che sarebbe mantricamente addirittura più efficace dello stesso testo originale inglese». Nota di H.W. in Zur Geschichte und aus der Inhalten der ersten Abteilung der esoterischen Schule 1904-1914, GA 264, Dornach, 1996, p. 205».
In tale mirabile scritto di Mabel Collins (che io ebbi donato dalla mia carissima amica B.F.M., prima teosofa sana e poi discepola di Massimo Scaligero, oltre quarantacinque anni fa), così altamente apprezzato da Rudolf Steiner al punto non solo di consigliarlo allo “studio” di amici viennesi negli anni ottanta dell’Ottocento – ben prima, dunque, dell’inizio del suo magistero spirituale pubblico – bensì da farne ripetutamente un commento nella Scuola Esoterica, che fu poi tradotto e pubblicato nei cosiddetti Quaderni Esoterici, troviamo alcune parole, brevi aforismi, che appaiono essere un palese ossìmoro, i quali tuttavia ci daranno la chiave dell’enigmatiche indicazioni nel citato libro L’Iniziazione di Rudolf Steiner. Ne La Luce sul Sentiero. Trattato ad uso di coloro che ignorano la sapienza orientale e desiderano riceverne l’influenza. Trascritto da Mabel Collins. Trad. it. dall’inglese, edita da Società Teosofica Italiana, Roma, 1961, pp. 11-12:
«1. – Uccidi l’ambizione.
.2. – Uccidi il desiderio di vivere.
.3. – Uccidi il desiderio del benessere.
.4. – Lavora come lavorano quelli che sono ambiziosi. Rispetta la vita come quelli che la desiderano. Sii felice come chi vive per la felicità».
La palese, ma solo apparente, contraddizione è tutta qui: separare l’ambizione, il desiderio di vivere etc., dall’energia interiore che mettono in atto l’ambizioso e il bramoso nel loro intenso e instancabile operare.
Normalmente, ossia abitualmente, ma non per questo necessariamente, l’essere umano agisce solo se mosso dall’ambizione, dalla brama, dal desiderio di un benessere, che si rivelerà poi illusorio. Ma, appunto, per essere esatti, egli non agisce, bensì viene “agito” dall’ambizione e dalla brama, così come dalla paura, dall’avversione, dalle fallaci speranze, e via dicendo. Egli, se bene osserva se stesso, appunto, non agisce, non si muove, bensì viene agito da qualcosa che penetra nella sua anima, cui essa si identifica senza residui, e lui stesso, a sua volta, ad essa; egli viene mosso, come un pupazzo, come un burattino, da un agente esterno, a lui occulto, celato, da un “ignoto movitore”, come scriveva un autore di un secolo fa! Tale occulto agente esterno viene spacciato dalla corrente psicologia e psicoterapia come l’inconscio, al quale – a loro dire – sarebbe “saggio” arrendersi al fin di giunger ad una “vita armoniosa”, senza tensioni, senza angosce, senza disturbanti “complessi”. Menzogna peggiore di questa – vera truffa nei confronti dell’anima umana – non potrebbe esservi. Anzitutto perché questo “ignoto movitore” è tutt’altro che “inconscio”: esso è, al contrario, ben più intensamente e perfidamente cosciente del burattino umano, dalla crepuscolare coscienza, dalla ben limitata intelligenza, ch’egli disprezza e facilmente domina, illude e giuoca. Inoltre, perché il consiglio, veramente antiterapeutico, di affidarsi ad esso, di stabilire uno stato di armoniosa convivenza con esso, di farsene ispirare, come consigliano tra gli altri persino alcuni fallaci sedicenti maestri “zen”, si risolve alla fine in una “resa senza condizioni”, in un porsi alla mercé di un cinico e spietato nemico dello spirito umano, che non mostra alcuna pietà per i vili, per i deboli, per i pavidi. E non ne mostra punta, naturalmente, neppure per gl’intelligentissimi furbastri, per gli opportunisti, né tampoco per i mistici morbidamente sentimentali. Idea, dunque, assolutamente distruttiva nei suoi effetti esiziali: davvero una idea insana e improvvida, sotto ogni aspetto sconsigliabile.
Normalmente, ossia abitualmente, l’essere umano, se non mosso dall’ambizione, dalla brama, dal desiderio di un illusorio benessere, dalla paura, dall’illudente speranza, dall’avversione, diviene troppo facilmente inerte, incapace di azione, e rimane come svuotato, in preda ad un angoscioso non senso della vita. Diviene tale per incapacità di autosensibilizzazione, di autostimolazione, per incapacità di libera iniziativa della volontà, di quella “iniziativa d’azione”, indicata tra gli esercizi basilari dei Quaderni Esoterici, e che è base solida e concreta sostanza della cosciente ascesi della volontà. Ossia, è Filosofia della Libertà applicata.
Il fatto paradossale è che l’essere umano di regola (quasi sempre, come coartato da un pavloviano riflesso condizionato) si lascia sconfiggere dalle “abitudini” – da quelle che Massimo Scaligero chiamava, con tagliente immagine, “le rughe dell’anima” – ossia dalla meccanica e spenta ripetitività di azioni esteriori e automatiche reazioni interiori, che si impongono alla coscienza – ad una debole, consunta e crepuscolare coscienza – come un fatto scontato, e mostrano un’apparente insormontabilità, una sorta di invincibilità. Queste insormontabilità e pretesa invincibilità sono, esse pure, una menzogna: una menzogna avvincente e convincente, artatamente “insinuata” dal celato avversario. E l’anima, l’appannato soggetto conoscente – molto poco conoscente – vengono letteralmente truffati, manipolati dall’abile menzogna inscenata a pro’ del poco accorto soggetto umano dall’Oscuro Signore.
La via d’uscita da una tale contraddittoria condizione dell’essere umano oggi viene offerta solo dalla Via del Pensiero. Solo passando dal piano, inevitabilmente sempre soggettivo, dell’anima a quello oggettivo dello Spirito, si esce dalla intricata foresta della dialettica ragionante, degli stati d’animo seducenti, illudenti, coinvolgenti, esaltanti e deprimenti, infine sempre deludenti. Solo nella Via del Pensiero si muove con una forza spirituale assolutamente indipendente dai coinvolgimenti della volontà istintiva.
La Concentrazione è l’azione sempre e comunque possibile all’essere umano cosciente. Anche a quello limitatamente cosciente. La Via del Pensiero non richiede quelle che in Oriente si chiamavano adhikara, ossia le indispensabili “qualificazioni spirituali”, necessarie per percorrere il Sentiero Spirituale. La Via del Pensiero può essere intrapresa da ogni essere umano pensante, quale che sia la condizione di partenza, sia essa pure una situazione umanamente e moralmente disastrosa. Quel che viene richiesto – assolutamente necessario – è il coraggio: la volontà dura, pertinace, di andare oltre ogni limite, contro e oltre ogni ostacolo: ignorando le insinuanti seduzioni dell’intelletto, le debilitanti agonie dell’anima, le insorgenti pulsioni della volontà istintiva.
Naturalmente, le carenze umane e morali di partenza – che, ripeto, non sono affatto motivo per non intraprendere praticamente la Via – nel corso del discepolato occulto vengono energicamente affrontate, compensate, rettificate, dall’azione stessa dell’elemento spirituale indipendente dai coinvolgimenti della personale natura animica. Mentre, come limpidamente mostra Massimo Scaligero in tutte le sue opere, ben poco o nulla possono gli afflati mistici e moralistici nella trasformazione dell’anima: anzi possono dar luogo – come l’esperienza ampiamente illustra – a pericolose illusioni e a non poche patologiche deviazioni.
La pratica della Concentrazione, la si principia, inevitabilmente, con l’ego, e la si realizza con l’Io. Si inizia oltre e malgrado la personale natura animica. Si potrà ben essere ambiziosi, all’inizio della Via, ma – se la Concentrazione viene portata avanti con energia, dedizione, abnegazione, slancio, coraggio, pertinacia – il calor cogitationis della volontà pensante arderà e consumerà l’inevitabile forma egoica dell’iniziale atto ascetico, e gradualmente lo trans-formerà, lo trans-muterà in ciò che autenticamente deve essere: l’atto assoluto dell’Io.
Dell’ambizione rimarrà solo la forza, l’energia, la dynamis, direbbe Massimo Scaligero. Sarà la forza dell’Io, appunro, e non l’arrogante hybris del caotico e semianimale corpo astrale umano. Questa forza viene restituita all’Io, al quale era stata illegittimamente sottratta da millenni. E così l’ira, la brama, l’avversione, la paura, ed ogni altro coartante moto dell’anima.
Quanto al “desiderio”, tutto dipende da chi ne è il soggetto e quale ne è l’oggetto. Tutto dipende se il soggetto è l’Io o il caotico corpo astrale umano, ovvero se all’origine di tale moto è lo Spirito indipendente dalla materia o se, invece, è l’anima dominata dalla natura corporea. Tutto dipende, inoltre, se l’oggetto di tale moto è lo Spirito, l’Assoluto, l’Incondizionato, o se, invece, oggetto è un non valore effimero, un illusorio oggetto della brama, sia pure travestito in allettanti forme intellettuali, sentimentali, moraleggianti, magari addirittura mistiche.
In questo peculiare dominio, infinite sono le forme di autoillusione delle quali si compiace l’anima irretita nelle suadenti maglie della rete di Maya. Anzi, paradossalmente si può dire che sarebbe quasi preferibile partire con lo svantaggio di un’animaccia problematica piuttosto che dalle “delizie” di un’anima bella, coi suoi mistici languori, e le infinite problematiche moraleggianti.
Da un punto di vista spirituale, il vantaggio, invero notevole, di essere un lupaccio cattivissimo, ed un predone della steppa, ossia il vantaggio di essere un pessimo elemento, poco presentabile in società, consiste nel fatto che il suddetto lupaccio e predone non ha eccessive illusioni circa le proprie eccelse “virtù”, e quindi starà sempre bene in guardia rispetto a quanto possa emergere dalla sua poco raccomandabile animaccia. Egli si rivolgerà necessariamente all’elemento spirituale puro, radicalmente indipendente dall’anima e dai suoi movimenti: cercherà lo Spirito oltre, rigorosamente oltre, l’anima, e farà in modo che sia l’elemento spirituale a dominare l’anima con il distacco, la conoscenza trasfiguratrice e la volontà solare. E non viceversa, come propongono, invece, in maniera allettante per gli ingenui e gli sprovveduti, i suadenti “insinuanti” operatori dell’inavvertito trasbordo ideologico, a pro’ dell’avversa potenza transtiberina, che nei loro propositi dovrebbe condurre le “anime belle”, smarrite, impaurite, e fidenti pecorelle, ad un “più sicuro ovile”.
Oggi si è veramente se stessi, e si appartiene unicamente a se stessi, solo se si è interiormente liberi. E si è interiormente liberi unicamente se si opera alla liberazione del pensiero da ogni limite e da ogni legame. La Concentrazione è il Rito che attua la resurrezione del pensare dallo stato di morte, al quale lo costringe il suo soggiacere, nello stato riflesso, alla cerebralità, al sistema nervoso, alla corporeità. La Concentrazione è l’Atto eroico che fa risorgere il conoscere da una condizione cadaverica, che tiene incatenato l’umano all’abietto servaggio alle Potenze Avverse.
Questa Mèta della liberazione del pensiero – l’Eccelsa Mèta, la chiamerebbe il Buddha Shakyamuni – questa esperienza della folgorante travolgenza dell’originario Pensiero Vivente, la comunione col quale l’uomo ha smarrito da troppi millenni, è il vero oggetto dell’Ascesi radicale dei Nuovi Tempi. Essa è, al contempo, la mèta, il motivo impulsante, e il cammino che muove l’audace sperimentatore dello Spirito. Quella che è richiesta è una duplice, apparentemente contraddittoria, esigenza: da un lato – lo fece notare anche Shri Aurobindo – il discepolo deve avere e mettere in atto l’energia di chi vuole dare l’assalto al Cielo, dall’altra, egli deve avere, anzi conquistarsi, la sovrumana, eroica, pazienza di chi sia disposto a lottare, operare instancabilmente, un milione di anni prima di giungere alla mèta, magari senza vedere apprezzabili risultati prima di tale mèta.
Tanta abnegazione è rara, e mette a dura prova sia la sincerità dell’intenzione del discepolo dell’Iniziazione, sia il suo non egoistico disinteresse nel percorrere la Via. Dico “nel percorrere”, perché nell’intraprendere la Via – bando alle rosee illusioni! – vi è sempre mescolata alla sincera intenzione una dose piccola o grande di egoismo: ciò è scontato, e previsto. Ma ciò non deve scoraggiare, perché la Via è tale che si parte ego e si arriva alla mèta Io. Dunque tenacia e pazienza: ambedue sono necessarie. A tale proposito, sono illuminanti alcune parole pronunciate da Rudolf Steiner in una lezione della Scuola Esoterica, ES, Monaco 4.9.1913, GA 266-3, p. 163.
«Spesso ci si accosta agli esercizi esoterici con grande leggerezza, si comincia a farne qualcuno e poi ci si ferma per comodità, fiacchezza, eccetera. Le meditazioni stanno all’anima come il respirare sta al corpo fisico. Se si cessasse di respirare, interverrebbe rapidamente Arimane come Signore della Morte. L’anima non deve arrivare al punto di sforzarsi o preoccuparsi di fare la meditazione, deve sentire di non poterne fare a meno: le meditazioni devono diventare per essa come il respirare per il corpo fisico.
Rispetto al Mondo Spirituale, accanto a questa comodità e fiacchezza, esiste anche l’eccesso contrario: un tempestoso desiderio di accedervi. Non bisogna voler desiderare ed aspirare al Mondo Spirituale prima che l’anima si sia saldamente rafforzata. Le condizioni preliminari dell’anima sono la calma e la pace (Il Risveglio delle Anime, scena III). Solo con queste condizioni possiamo acquisire le forze animiche corrette e indispensabili a chi voglia trovare la Via mediana, che non devia né a destra e a sinistra, per non diventare schiavo di Lucifero, e di Arimane, ma si attiene alla Via mediana».
Ad esser sincero, di persone che si siano slanciate, desiose di conquistare tumultuosamente l’esperienza spirituale, ne ho conosciute davvero pochine. Davvero troppo poche. Fiacchezza e comodità – le caratteristiche fondamentali della via egoica – la fanno da padrone, e fanno strage delle tiepide intenzioni, e dei pavidi desiri di molti, troppi, sedicenti spiritualisti. Poi, tra coloro che amano definirsi “antroposofi”, purtroppo, non se ne vede quasi traccia. E gli “insinuanti” operatori del “trasbordo ideologico inavvertito” fanno mala opra di disfattismo tra coloro che nella Comunità Solare, e cercano di convincere le file “scaligeropolitane” a non “esagerare” con la Concentrazione. In taluni casi – personalmente da me accertati – si è giunti sino a sconsigliarla apertamente.A cotanta pusillanime “prudenza”, il cattivissimo lupaccio etrusco non può non ricordare le parole di Massimo Scaligero, che diceva – e gli diceva – ossia che:
«Se si ha coscienza di operare per il Divino, nella Via del Pensiero, nella Concentrazione, potete anche strafare, potete esagerare, perché la Forza-Pensiero è la sola capace di autocorrezione».
Quindi, per rispondere operativamente alla domanda del nostro lettore Firemind, “dalla mente infuocata”: insistere, persistere, mai desistere dalla Concentrazione. Slancio ed energia, pertinace insistenza ed eroica pazienza, desiderare col cuore puro, abnegazione e “gettare il cuore oltre l’ostacolo”, come dicono in Oriente!