Novembre 2017

VIVERE ARDENDO…

Oggi, in un mondo sempre più automatizzato, ubriaco di effimero e di agitazione, in un mondo che sempre più vive in una spenta routine e in reazioni automatiche, si ha – fortissima – l’impressione di vivere in ogni campo come in un vasto cimitero. Sta dilagando quella qualità che, in Oriente, nel Sâmkhya e nello Yoga viene chiamata tamas, ossia l’elemento torpido, inerte, pigro, accidioso, che porta l’anima ad essere avida d’inerzia e di passiva dipendenza dall’abietto servaggio corporeo. Questo elemento tamasico intossica e oscura l’anima, le preclude la speranza dell’altezza e la avvilisce al punto di renderle inconcepibile una condizione diversa dalla schiavitù che la astringe alla vicenda mediante la quale gli dèi distruttori divorano la sua vitalità spirituale prima, e poi anche quella corporea. La Via del Pensiero – la pratica assidua, alacre, intensa della Concentrazione – è oggi l’unica cura, LA cura radicale alla dilagante malattia dell’anima. Via dura e faticosa, proprio perché l’anima schiavizzata è avida d’inerzia e di servaggio, ed è ostile al richiamo salvifico che indica il risveglio e la liberazione.

Abbiamo avuto modo di vedere come l’infida natura inferiore tenti incessantemente di ridurre al proprio dominio e di rendere inoffensivo persino l’elemento spirituale che la dovrebbe dissolvere e trasformare. Pigrizia e torpida inerzia portano ad evitare il coinvolgimento decisivo con la pratica interiore, in particolare con la Concentrazione. Magari a preferire le comode e “morbide” vie del misticismo e dell’emotività più torbida, illudente, e traditrice. È proprio quel «vivere a metà» della quale parla – mirabile ammonizione – la poesia di Khalil Jibral, donatami da un’anima eletta e pura, e che con grandissima gioia ho voluto trascrivere su questo audacissimo blog.

Khalil-Gibran

Vivere a metà…
Khalil Jibran

Non frequentare coloro che sono innamorati a metà.
Non essere l’amico di coloro che sono amici a metà.
Non leggere coloro che sono ispirati a metà.
Non vivere la vita a metà.
Non morire a metà.
Non scegliere una metà di soluzione. Non fermarti a metà della verità.
Non sognare a metà.
Non ti attaccare a metà di una speranza.
Se taci, conserva il silenzio sino alla fine, e se ti esprimi, esprimiti pure sino in fondo.
Non scegliere il silenzio per parlare, né la parola per essere silenzioso…
Se sei soddisfatto, esprimi pienamente la tua soddisfazione, e non fingere di essere soddisfatto a metà…
e se rifiuti, esprimi pienamente il tuo rifiuto, giacché rifiutare a metà è accettare…
Vivere a metà, è vivere una vita che tu non hai vissuta…
Parlare a metà, è non dire tutto quello che vorresti esprimere
Sorridere a metà, è rinviare il tuo sorriso,
amare a metà, è non raggiungere il tuo amore,
essere amico a metà, è non conoscere l’amicizia.
Vivere a metà, è ciò che ti rende estraneo a coloro che ti sono più vicini, e renderli estranei a te…
La metà, delle cose. È finire e non finire, lavorare e non lavorare, è essere presente e… assente.
Quando fai le cose a metà, sei tu quando non sei te stesso, giacché non hai saputo chi eri.
È non sapere chi sei…
Chi ami non è l’altra tua metà… sei tu stesso in un altro luogo, nello stesso momento.
Bere a metà non placherà, mangiare non sazierà la tua fame…
Una strada percorsa a metà non ti porterà da nessuna parte
e un’idea espressa a metà non darà nessun risultato…
vivere a metà. È essere nell’incapacità e tu non sei affatto incapace…
Perché tu non sei la metà di un essere umano.
Tu sei un essere umano…
Tu sei stato creato per vivere pienamente la vita, non per viverla a metà.

ISIDE SOPHIA-QUINDICESIMA Lettera (Parte I)

Denderah

QUINDICESIMA LETTERA

Giugno 1945

LA NATURA DEL MONDO PLANETARIO:

IL SOLE 3

Nelle due ultime Lettere abbiamo parlato del Sole e delle sue attività in relazione col momento della nascita. Ora noi guardiamo il Sole a partire dall’aspetto dell’evoluzione prenatale dell’essere umano. Sappiamo che l’evoluzione embrionale di un essere umano dura circa nove mesi. Il periodo è differenziato, naturalmente, in ogni caso individuale. Se prendiamo il periodo di nove mesi come una media, troviamo allora che il Sole si muove attraverso tre quarti dello Zodiaco, ovvero nove Costellazioni, mentre esso avrebbe attraversato l’intero Zodiaco se lo stato embrionale fosse durato un anno intero. Questa è la ragione del fatto che in ogni oroscopo ci sono circa tre Costellazioni attraverso le quali il Sole non è passato durante l’evoluzione prenatale. Sono quelle tra le posizioni del Sole al momento del concepimento e il momento della nascita. Sono costellazioni diverse a seconda del giorno di nascita dell’essere umano. Per esempio, se qualcuno è nato il 21 giugno allorché il Sole entra nella Costellazione dei Gemelli, allora possiamo presumere che il Sole non è stato nelle Costellazioni dei Gemelli , del Cancro e del Leone, poiché iniziò il suo corso nove mesi prima nella Costellazione della Vergine.

Se potessimo immaginare noi stessi sul Sole, vedremmo la Terra nella direzione opposta da quella in cui osserviamo il Sole dalla Terra. Per esempio, se dalla Terra osserviamo il Sole che entra nella Costellazione dei Gemelli, dal Sole vedremmo allora la Terra che entra nella Costellazione del Sagittario.

In un oroscopo individuale tutte le Costellazioni dello Zodiaco sono compenetrate dall’attività del Sole, eccetto che quelle tre che abbiamo menzionato più sopra. Ma alla metà dell’evoluzione embrionale, dal punto di vista del Sole, potremmo vedere la Terra in quelle Costellazioni. Nella Figura 1 più sotto vediamo il cammino del Sole durante i nove mesi di un’evoluzione embrionale. Esso comincia nella Costellazione della Vergine e si trova nei Gemelli allorché ha luogo la supposta nascita. Così esso lascia aperti i Gemelli, il Cancro e il Leone. La Figura 2 mostra il cammino della Terra nello stesso periodo. La Terra può essere vista dal Sole nei Gemelli, nel Cancro e nel Leone, mentre il Sole stesso è in Sagittario, in Capricorno e nell’Acquario, cioè durante il periodo centrale dello sviluppo embrionale. Perciò, queste tre Costellazioni nello “spazio aperto” sono collegate in maniera particolare col Pianeta Terrae il suo speciale significato nell’Universo.

SPAZIO APERTO

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Ѐ la Terra sulla quale gli esseri umani sono discesi, dove cercheremo e forse troveremo il nostro compito, dove ci attendono dolore e gioia. Le tre Costellazioni nello “spazio aperto” dell’oroscopo prenatale indicano la natura di quelle esperienze terrestri che attendono l’anima. Diciamo che è la posizione della Terra che può essere osservata dal Sole all’incirca alla metà dello sviluppo embrionale durante il quarto, il quinto, e il sesto mese. Questo periodo, e gli eventi cosmici che avvengono durante esso, sono un riflesso d’importanti stadi nella vita tra l’ultima morte e la nuova nascita. Ed è altresì una previsione del periodo centrale della futura vita sulla Terra, in special modo per il periodo tra i 30° e i 35° anno.

Finora ciò appare essere interamente una questione riguardante la Terra, e la sua relazione col Sole sembra essere soltanto indiretta. Inoltre, qui è celato un profondo mistero che concerne ciò che tesse spiritualmente tra il Sole e la Terra.

Dalla Morte sul Golgotha, l’Essere del Christo si è unito con la Terra ed è lo Spirito dirigente, l’Individualità Cosmica, per così dire, di questo Pianeta. Il Christo discese sulla Terra da altezze cosmiche e dimorò nel corpo di Gesù. La discesa venne osservata dagli Iniziati delle civiltà precristiane. Essi sapevano che il Christo era lo Spirito Solare, la Guida degli Esseri Solari, che sarebbe disceso per salvaguardare ed abbracciare l’evoluzione della Terra. Ѐ l’azione fondamentale che giunge lontano nel futuro, poiché attraverso questo evento l’attuale condizione del nostro Universo muterà completamente, e la Terra diventerà il “Sole” di un nuovo Universo. Così la Terra viene conquistata dallo Spirito del Sole, dall’Essere del Christo, e allorché l’anima passa attraverso la sfera del Sole nella vita tra la morte e la nuova nascita, non può trovare più l’Essere del Christo in quella regione.

Possiamo ora immaginare che, quanto prima l’anima viene compenetrata dal desiderio di scendere in una nuova incarnazione sulla Terra, essa abbassi lo sguardo sulla Terra come il solo luogo nell’Universo ove, dall’epoca del Mistero del Golgotha, essa può sperimentare l’essere del Christo. Questo desiderio dell’anima di discendere in quel luogo ove il Christo può essere sperimentato, trova il suo riflesso in quella parte dell’oroscopo che abbiamo chiamato lo “spazio aperto”.

Possiamo leggere in esso gli impulsi e le decisioni che l’anima ha accolto mentre è ancora nel grembo del Mondo Spirituale. Esso mostra come, a prescindere dalle esperienze e dagli errori in precedenti vite terrene, l’anima vuole unirsi con la Terra nella Grande Opera d’Amore, al fine di trasformarla nella veste splendente del Christo. Allorché l’anima poi è nata sulla Terra e vive un un corpo, un velo d’incosienza cela tutte queste esperienze prenatali. Comunque, esse vivono nell’anelare dell’anima alla Verità, nelle molteplici maniere in cui il destino guida ognuno fino a che lui, o lei, non trovi la verità e la Pace dell’anima. Non possiamo mai comprendere le nostre intenzioni e i nostri impulsi prenatali, possiamo persino tradirli, ma poi realizzeremo dopo la morte dove abbiamo sbagliato, e questa conoscenza ci aiuterà a costruire le basi delle nuove incarnazioni sulla Terra per redimere il nostro proprio passato.

Ora può essere giunta l’epoca in cui ognuno di noi deve anelare al riconoscimento cosciente delle nostre risoluzioni prenatali, e per questo scopo ci  potrebbe essere permesso di guardare al nostro cielo di nascita, in questo caso lo “spazio aperto” e il suo valere come retroscena di eventi spirituali.

Per illustrare ed elaborare ciò che è stato detto circa questo terzo aspetto del Sole, considereremo ora pochi cieli di nascita di personalità storiche.

In Lettere precedenti abbiamo parlato di Tommaso Moro, che era nato il 7 febbraio 1478. Il Sole era allora nella costellazione dell’Acquario. Il suo concepimento deve aver avuto luogo attorno all’inizio di maggio del 1477. Il Sole era allora entrato nella Costellazione del Toro.

Così avvenne che il Sole non era stato nella Costellazione dell’Acquario (vi era entrato all’epoca della nascita), nei Pesci e nell’Ariete. Essi costituiscono lo “spazio aperto”. In questo “spazio aperto” il Pianeta Giove aveva formato un nodo nella transizione dai Pesci all’Ariete durante l’evoluzione embrionale di Tommaso Moro. Se fossimo riusciti ad osservare dal Sole la discesa della sua anima giù nell’incarnazione, avremmo visto ad un certo momento – all’incirca al quinto mese del suo stato embrionale – la Terra nei Pesci e dietro di essa la brillante luce di Giove. La Terra nei Pesci è la Costellazione che illumina l’anelito di Tommaso Moro per il riconoscimento della Divinità nella vita terrena, ma abbiamo pure le Costellazioni dell’Acquario e dell’Ariete.

Tommaso Moro appare, forse molto contro la sua volontà, come una figura fortissima nella vita sociale e politica della sua epoca. Fu più volte sul punto di ritirarsi completamente dalla sfera politica e seguire una vita di studio e di devozione, tuttavia il destino lo condusse sempre di nuovo sulla scena politica. Quando ebbe 37 anni di età, egli scrisse la sua Utopia che lo rese famoso. Espose le sue vedute per creare uno stato ideale, e pronunciò giudizi severi sulle istituzioni sociali e culturali corrotte del suo tempo. Inoltre basò il suo ideale di uno stato perfetto su un’assoluta sovranità della religione, addirittura sulla sovranità della Chiesa.

Perciò, egli sperimentò l’essenza dell’esistenza terrena nella sfera della vita sociale. Egli era un uomo profondamente religioso e pio. Inoltre il destino premeva su di lui sempre di nuovo per cercare le esperienze del Divino, non solo nella pace dell’anima ma anche di fronte all’umanità nel corpo sociale. Era la sfera in cui egli cercò la presenza dello Spirito Solare, che aveva unito Se Stesso alla Terra attraverso il Mistero del Golgotha. La Terra nella Costellazione dei Pesci eredita l’anelito all’esperienza del Sole spirituale nel corpo dell’umanità, essendo la realizzazione cristiana dell’Uomo Spirito che fu creato al principio dell’evoluzione del Mondo (vedi Lettera Quinta ) ed opera al di là dai Pesci. Quest’esperienza del Divino dalla Terra nei Pesci fu ulteriormente aiutata nella vita di Tommaso Moro dalle altre due Costellazioni nello “spazio aperto” : Ariete ed Acquario. L’Ariete gli dette il potere di realizzare il Divino nell’umanità attraverso il pensare purificato. Sappiamo che egli era un umanista ed un allievo devoto di Erasmo da Rotterdam. L’aspetto della Terra in Acquario gli dette il potere di sperimentare nel suo cuore il Sole Spirituale della Terra nella gentilezza e nell’amore per tutte le creature dell’Universo. La sua erudizione non fu una questione di mera formalità, bensì fu collegata ad una profonda venerazione e devozione per l’Universo del Creatore.

Un altro esempio di significato universale è Ralph Waldo Emerson. Egli nacque il 25 maggio 1803: il Sole era allora in Toro. All’epoca del suo concepimento esso era nella Costellazione del Leone. Così lo “spazio aperto” comprende le Costellazioni del Toro, dei Gemelli, del Cancro e parte del Leone, con i Gemelli al centro. La Terra nei Gemelli indica una ricerca per l’esperienza del Sole Spirituale nella sfera dell’Io, nella vita più intima dell’anima. E indubbiamente troviamo ciò realizzato nell’anelito di Emerson ad un grado tale che noi possiamo guardare con una profonda ammirazione questa personalità. All’età di 30 anni, al suo ritorno da un viaggio in Italia, Francia, Scozia ed Inghilterra, egli scrisse:

“Una persona contiene dentro di sé tutto ciò che necessario al suo governo… Tutto il bene o il male reale che può accaderle deve provenire da lei stessa… Vi è una corrispondenza tra l’anima umana e tutto ciò che esiste nel mondo; o meglio, tutto ciò che è conosciuto. Invece di studiare le cose al di fuori di se stesso, è possibile penetrare i princìpi di tutte le cose dall’interno di sé… Lo scopo della vita per una persona sembra essere il realizzare la conoscenza di se stesso…La più alta rivelazione è che Dio è in ogni-uno”.

Egli poi si stabilì a Concord e sviluppò quello che usualmente è chiamato il suo Trascendentalismo. Comunque, in ogni cosa che proveniva dal suo insegnamento, egli si rivelò come maestro d’indipendenza. “Desidero dire quello ch’io sento e penso oggi; con la clausola che domani forse io contraddirò tutto ciò”. Questa è l’esperienza del Sole Spirituale dentro l’individualità umana o la Terra nei Gemelli. (Sui Gemelli, vedi le  Lettere Terza e Quinta). Essa venne assecondata dalla Terra in Toro, che portò l’esperienza della presenza del Divino nella molteplicità delle cose create. Ciò apparve in special modo nelle conferenze e nei saggi sui Grandi Uomini nella storia e sulla Filosofia della Storia. Ma il suo atteggiamento interiore nei confronti della storia e dei grandi uomini rivelava inoltre un’altra esperienza dello Spirito Solare.

Se leggiamo i suoi saggi su Napoleone I, Swedenborg ed altri, diventeremo più coscienti del fatto ch’egli non agisce come un critico o come un giudice, bensì come il portatore del calice nel quale erano confluite le azioni, i raggiungimenti e gli errori di quegli uomini. Egli fu un vero sacerdote, che attentamente e devotamente recò la coppa dell’anelito umano sulla Terra e l’offrì per la transustanziazione allo Spirito Divino operante nell’umanità.

Questa è la ricerca dello spirito Solare che opera dalla Terra nel Cancro o Calice.

 (Continua)

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AUTUNNO, TEMPO DI CENERE.

Equinozio d'Autunno

Poiché Eco è un Sito orientato verso i contenuti che sono espressione palese e occulta dell’essere umano, che ne dite di fare un po’ di silenzio come natura insegna, sconnessi da pc, tablet e smartphon e fuori casa, magari per annusare la stagione in cui ci troviamo per modificare non poche cose della nostra consueta vita, anche quella più interiormente intima?

Avere più consapevolezza di quanto la natura ci comunica è sempre un buon passo per una maggiore salute animica e per la coscienza di sé in quanto estranea, almeno per poco, dai pesanti aliti che come serpenti si alzano con le personali passioni.

Cercate di notare, quando la canicola è passata, come si cominci a respirare nell’aria, un odore diffuso sottile e particolare.

Che non è più il sentore puro delle mattine estive o la dolcezza delle serate crepitanti di strudalazionesche attività e sature del profumo degli esausti fiori. No, agli odori dell’estate già si mescola un leggero tanfo di decomposizione e di foglie morte, che svanisce completamente a metà giornata, sotto i raggi ancora dardeggianti del sole.

In certi paesi europei l’autunno iniziava con la festa dell’apostolo Bartolomeo, poi abbiamo fatto centro con Matteo…non è solo un caso che, per queste date appaiono i primi sintomi dell’autunno che annunciano che la sonnolenza estiva dell’atmosfera comincia ad allontanarsi dal nostro mondo.

Per quanto belle possano essere le giornate, in settembre e in ottobre, le mattine e le sere ci hanno fatto sapere che l’estate è fuggita via da un pezzo.

Questo odore autunnale ha la sua origine in una profonda metamorfosi della vita terrestre.

Un po’ come in primavera, i batteri del suolo e gli altri microrganismi si mettono all’opera per trasformare la massa vegetale caduta lungo e alla fine dell’estate. Ma questa metamorfosi è altra da quella primaverile: al presente nulla si costruisce, tutto si prepara soltanto a subire il freddo e l’umidità dell’inverno.

Questo processo che incomincia con la caduta delle foglie, delle bacche e dei frutti, prosegue per tutto l’autunno, al fine d’essere trasmesso alle forze dell’inverno.

Si può parlare, nei confronti dell’estate, come di un “fuoco estivo”: certo, è un fuoco assai dolce che fa schiudere i fiori, ma nondimeno ha gli stessi effetti del nostro fuoco ordinario, di legno o carbone. Il fuoco lascia sempre un residuo incombustibile: la “cenere”.

Ma la cenere non è solo una materia, è anche un processo.

Nella combustione ordinaria si vedono elevarsi in alto, calore, luce e gas mentre la cenere piomba in basso Questa caduta verso il centro della terra è ciò che meglio caratterizza la cenere ed è un processo.

Il cadere ed il deporsi della cenere sono altresì il segno distintivo dei fenomeni autunnali. Noi sentiamo il tonfo delle mele che si staccano dall’albero, lo scricchiolio delle noci maturate sui rami, il fruscio delle foglie morte. Il profumo del “fuoco estivo” avvolge ancora mele, pere e prugne ma esse contengono semi duri o noccioli legnosi. Solo le noci, che intorno a sé più non hanno morbida sostanza, sono perfetti frutti d’autunno, ossia frutti bruciati, di cenere.

E’ possibile chiedersi allora in che cosa certe produzioni della precedente stagione, cereali, patate e altri ancora hanno qualcosa di cinerino?

Per rispondere a questa domanda noi dobbiamo farci aiutare dall’arte del chimico: da lui possiamo apprendere che la maturazione dei frutti e dei grani, così come l’ingiallirsi delle foglie e la loro caduta, implica un grande arricchimento di diverse parti della pianta con sostanze minerali.

Tra l’estate e l’autunno, quando tutto matura, i vegetali si mineralizzano, in particolare per quanto concerne frutti e semenze e questa mineralizzazione compenetra anche l’amido e l’albumina; essi si impregnano di calcio, magnesio, silice e fosforo.

Ma questi elementi non si presentano sotto forma del “principio Sale”, essi piuttosto sono connessi al potere alimentare e nutritivo. Così non è un semplice carbonato di calcio che finemente si spande nella nostra farina di frumento o un semplice fosfato di magnesio che si deposita nell’albumina dei grani. Questi sali minerali non sono più dei sali nel senso proprio del termine, ma dei costituenti vivi che si integrano intimamente all’amido e all’albumina.

Se essi non fossero attivi in grani e semi, alcune nuove piante, nella successiva primavere non potrebbero nemmeno crescere.

A queste sostanze minerali si aggiungono il ferro, il potassio, il sodio e altro ancora…ossia tutto quello che si trova nelle ceneri rilasciate di piante bruciate o dagli incendi boschivi.

Il processo del “divenire cenere” autunnale, nella terminale maturazione vegetale, non giunge sino ad una vera combustione e il “fuoco estivo” non giunge certo sino a conseguenze estreme!

Ciò poiché nei processi viventi della natura, nulla va a termine, nulla si perfeziona: tutto si intensifica solo fino ad un certo punto, così da poter essere trasmesso nell’ulteriore divenire.

Questo è rettamente un carattere del vivente: esso non porta a termine nulla, esso affida quello che ha maturato alle forze del cielo e della terra che lo faranno riapparire sotto una nuova forma. Mai una totale completezza né perfezione: ciò sarebbe sinonimo di morte assoluta.

Così noi siamo spesso ingannati dall’autunno, per la sparizione dello splendore estivo nella “cenere” delle foglie cadute.

Noi pensiamo: “Qui tutto finisce, muore”. Ma non è assolutamente vero!

Soltanto, l’uomo non vede più come i resti vegetali diventino l’alimento per il suolo materno.

Egli non vede più quel che succede ai semi in seno alla terra, quando umidità, freddo e neve hanno uniformato ogni cosa e tutto nascosto.

Il grande mistero dell’autunno è che non esiste alcuna regione della terra dove sia possibile affermare: “Qui regna un autunno perpetuo!”.

Infatti esistono luoghi dove regna una sorta di eterna primavera, una eterna estate, un inverno perpetuo. Ma non v’è posto in cui si possa dire che lì l’autunno sia eterno.

E ciò per quale motivo?

Perché l’autunno è la stagione delle metamorfosi.

Tutte le altre stagioni contengono metamorfosi allo stato virtuale, ma senza manifestarle.

Per contro, nelle zone temperate del mondo, là dove regna il ritmo delle stagioni, la metamorfosi si rivela attraverso i processi autunnali, cioè per mezzo della cenere rinnovatrice: in ciò, in tutto ciò, al momento giusto, sorge l’immagine della Fenice.

LA SOLITUDINE SPIRITUALE DELL’ASCETA

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Che la Via della Iniziazione – la Via del Pensiero Vivente – sia una Via eroica e non una via egoica, per chi sappia discernere il vero è cosa assolutamente certa. Tuttavia vi sono dei punti che il praticante interiore deve aver molto ben chiari, se non si vuole aprire il varco a non poche illusioni, che nel tempo possono rivelarsi pericolose, o addirittura esiziali.

Un primo punto da chiarire è che se è vero che la Via è eroica, ciò non significa affatto che chi inizia a percorrerla sia un eroe. La Via dell’Iniziazione – e specificamente, nella nostra epoca, la Via del Pensiero Vivente – pone una esigenza stringente, ma questo non significa affatto che chi si volge a tale Via e inizia a percorrerla abbia a fortiori  le qualità richieste – o, come direbbero i tradizionalisti: gli adhikâra, ovvero le necessarie «qualificazioni» – anzi, il più delle volte chi in questa epoca arriva a calcare l’aureo sentiero dell’Iniziazione tali qualità inizialmente non le possiede affatto. Può essere un momento molto severo e doloroso dell’autoconoscenza per il neofita praticante il percepire la propria insufficienza rispetto al compito spirituale richiesto, compito al quale egli si vorrebbe consacrare.  

In effetti, il Mondo Spirituale non pretende affatto che chi, in questa epoca, vuole intraprendere il sentiero occulto sia già sin dall’inizio «eroico»: sarebbe disperante se in questa epoca da lui si pretendesse tanto! Tuttavia, il Mondo Spirituale esige – e lo esige nella più estrema misura – che, cammin facendo, «eroi» lo si diventi, e che ci si impegni con tutte le forze a diventar tali. 

Se non ci si vuole fare illusioni su se stessi, è bene che sulla nostra iniziale inadeguatezza al compito spirituale – inadeguatezza che può prolungarsi su un lungo tratto del sentiero spirituale – non ci si faccia illusione veruna. Il nostro essere «naturale» vive, ed è, una contraddizione apparentemente insanabile. Da una parte, il discepolo neofita «sa» dai testi della Sapienza sacra che «il mio Io è tutt’uno con l’Io dei mondi», e che «nel mio cuore vi è una scintilla del fuoco che ha creato l’Universo», mentre dall’altra egli si fa facilmente e spensieratamente portare a spasso come un cagnolino da istinti, brame, paure, passioni, pregiudizi e false convinzioni, che sono il giuoco della maya nell’essere umano. Oppure, nel migliore dei casi, egli inizia una aspra lotta nei confronti di una natura inferiore, sorda al richiamo dello Spirito e riottosa a trasformarsi. Contraddizione che a volte può dar luogo a situazioni veramente tragiche e in non pochi casi portare addirittura a situazioni ridicole.

Massimo Scaligero ammonisce apertamente che l’idea di una esperienza spirituale – ancorché corretta e vera – non è affatto quella medesima esperienza spirituale: ne è tuttalpiù un germe embrionale: germe che può facilmente diventare sterile e addirittura abortire. Ovvero il «sapere» che si ha circa la natura spirituale dell’Io, e la presenza nel nostro cuore dell’originaria forza creatrice – come direbbero i trattati di geometria – è sì un elemento assolutamente necessario, ma di per sé non è affatto sufficiente: se rimane un mero pensato, l’aiuto che un tale «sapere» può dare è alquanto limitato e nel tempo si esaurisce rapidamente.

Il superamento di tale esiziale contraddizione è nella pratica interiore: nell’attuazione volitiva dell’Ascesi. Infatti, così scrive Massimo Scaligero nella quarta di copertina de L’Uomo Interiore. Lineamenti dell’esperienza sovrasensibile, Edizioni Mediterranee, Roma, 1976:

«Egli [l’Autore] presenta così, il metodo attuale necessario alla resurrezione dell’uomo interiore, dell’uomo magico, dell’uomo spirituale, indicando da dove si deve cominciare a ritrovare se stessi , oltre tutte le dialettiche, compresa quella che definiamo esoterica.

Trovare in sé il punto in cui si comincia finalmente a essere, a superare la psiche, a creare; passare decisamente all’azione facendo scattare l’elemento immediato dell’azione cosciente: questa è la semplice istanza proposta dall’Autore».

Ma come suol dirsi, la cosa è semplice, ma è veramente difficile – anzi difficilissimo – quel che è semplice: ossia un semplice che è tutt’altro che facile, come ampiamente dimostra l’esperienza degli umani. Un esempio di tale difficoltà è evidente nel fatto che molti esoteristi cercano, o il più delle volte sentimentalmente sognano, l’esperienza spirituale in cerimonie e ritualità passabilmente complicate e barocche, o in esercizi orientali, esoticamente affascinati, anch’essi oltremodo complessi. Altrimenti pensano di trovarlo nelle emozioni di una sentimentalità misticheggiante, magari accompagnata da un comodo moralismo di maniera. Cercano lo Spirituale in tutto fuor che nel pensiero con cui lo pensano: in tutto fuor che nell’attività pensante con la quale operano la scelta di una Via. L’oggetto pensato, illusoriamente, appare più concreto e importante della concreta attività del pensare che tale oggetto coscientemente crea e pensa. Il che è francamente illogico: almeno secondo la logica del Logos, che poi è l’unica concreta e reale.

Massimo Scaligero avvertiva che non sono esercizi elaborati e complicati quelli che portano all’autentica esperienza spirituale, bensì l’esercizio nel quale siamo capaci – malgrado tutti gli ostacoli posti dalla nostra natura senziente e istintiva – del massimo della forza, della massima dedizione all’esercizio stesso, che magari può apparirci il più arido e ingrato: la Concentrazione. E per anni si è potuto osservare quanta sorda o aperta opposizione susciti persino negli ambienti «scaligeropolitani» – come li chiama il mio amico C., asceta d’altra dottrina e grande ammiratore di Massimo Scaligero – la centralità della Concentrazione e della stessa Via del Pensiero.  

Il fatto è che la Concentrazione – «l’esercizio a sé sufficiente», lo definiva Massimo Scaligero – se veramente posta al centro della vita dell’anima e praticata con ardente dedizione e continuità, colpisce ripetutamente come un pesante maglio la natura inferiore, e la sbriciola. Ma la natura inferiore dell’uomo è avida di torpida inerzia e di abietto servaggio: essa ha una «natura» – mi si perdoni il giuoco di parole – fortemente «conservatrice» e «reazionaria», e si oppone con forza brutale o con sottile astuzia alla forza dissolvitrice e trasformatrice dello Spirito. La sua è una antica e perfida «sapienza», che facilmente illude con le sue male arti il poco consapevole essere umano. Persino lo spiritualista può essere agevolmente «giuocato» dalla sua illudente suasione, dal suo coinvolgente, e ambiguo, quanto inavvertito, magnetismo. 

Che le cose stiano esattamente in questi termini è ampiamente dimostrato dalla storia del movimento antroposofico – che ai miei occhi è la tragedia spirituale del XX secolo e di quello attuale – , movimento e Società Antroposofica, nella quale viene negletta, e persino avversata, ogni forma di pratica interiore, e soprattutto la Concentrazione. È giuoco forza che, in tale situazione, la stessa Antroposofia degeneri – come esplicitamente previsto da Rudolf Steiner – in un grigio intellettualismo, in uno slavato estetismo, in una inconcludente emotività, e che si giunga persino alla aperta denigrazione dello stesso Rudolf Steiner, come abbiamo potuto documentare su questo temerario blog, da parte di personaggi della dirigenza collegiale della suddetta Società – il cosiddetto Vorstand – in combutta con un nemico spirituale qual è il cattolicissimo teologo svizzero Helmut Zander: ebbi modo di essere testimonio oculare di una tale aperta complicità.

Una ulteriore dimostrazione è data non solo dall’atteggiamento ostile che la dirigenza della Società Antroposofica, in ciò seguita da molti soci che se ne lasciato suggestionare, ha avuto per decenni – e lo ha tuttora –  nei confronti di Massimo Scaligero, ma – abbiamo avuto modo di parlarne ripetutamente su Ecoantroposophia – anche dai tentativi, nel tempo sempre più espliciti, di «trasbordo ideologico inavvertito» in favore della nota potenza straniera d’Oltretevere, operati da parte di chi prima con destrezza si è impadronito dell’opera di Massimo Scaligero, e poi ne ha calunniato la figura umana e spirituale – anche di questo sono testimonio oculare, visto che l’Innominato fece ciò apertamente in casa mia, persino davanti ad un altro testimone, che volendo potrebbe confermare – criticando e attaccando esplicitamente la Via del Pensiero, accusata di essere «incompleta e superata», «orientale», «yoghica», «buddhista», «priva di rapporto con il Logos e col Graal». Al posto della Via solare viene proposta, abilmente camuffata, una via sentimentale e mistica: morbida e comoda, che spiritualmente non porta proprio da nessuna parte, mentre facilmente può condurre tra le braccia della suddetta potenza straniera d’Oltretevere. Oltre, naturalmente, a ventilare – usando spregiudicatamente citazioni monche e fuori contesto di Massimo Scaligero – che «la Via del Pensiero può diventare la via del sublime egoismo», e in tale ambigua «ventilazione» l’Innominato viene ripetutamente imitato da vari individui più o meno «interessati».

Come ho detto più sopra, è l’azione subdola e insinuante della natura inferiore, quella che porta sia negli ambienti antroposofici, oramai decadenti, sia in alcuni settori del milieu «scaligeropolitano», a divergere dalla Via del Pensiero e a temerla: chi dall’azione illudente della maya è coinvolto, crede di agire e invece viene da essa «agito». Ossia, come avverte Massimo Scaligero nel decimo capitolo del Trattato del Pensiero Vivente:

«È la condizione in cui l’Io semidormente deve scambiare per propria azione ciò che gli viene posto dalla natura, essendo questa supporto della coscienza di veglia. Sogna di agire e non si avvede di dare l’assenso della sua relativa coscienza a ciò che agisce per lui». 

Un secondo punto da chiarire, e da chiarire molto bene, è che la Via della Iniziazione – e oggi a maggior ragione la Via del Pensiero che la incarna – è una Via individuale. È opportuno dirlo, perché da tempo – sempre partendo dall’«ispirazione» gianicolense – sempre  più spesso e sempre più chiaramente si va affermando che «non si può arrivare all’Iniziazione individualmente: alla Soglia del Mondo Spirituale è necessario arrivarci comunitariamente o collettivamente». Come dire «tutti insieme appassionatamente», come nel film del 1965, interpretato dalla bellissima Julia Andrews.

A smentire una cotale insana e improvvida affermazione dell’Innominato, basterebbe guardare all’opera di Rudolf Steiner. Se consideriamo le sue opere cosiddette «filosofiche», che da mio punto di vista sarebbe meglio chiamare «filosofali», ossia la Introduzione alle opere scientifiche di Goethe, la Teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo, Verità e Scienza, la Filosofia della libertà, la Concezione goethiana del mondo, Nietzsche, lottatore contro il suo tempo, gli Enigmi della filosofia, mai in esse egli parla in relazione al cammino della conoscenza di un aspetto comunitario. Persino nell’ultima edizione degli Enigmi della filosofia, e specificatamente nell’ultimo capitolo intitolato Sguardo sintetico su di un’Antroposofia, nel quale Rudolf Steiner dà esplicito il collegamento con la Scienza dello Spirito, in nessun punto viene fatta menzione di un tale aspetto comunitario del cammino della conoscenza spirituale.

Ma anche passando alle opere più apertamente «misteriosofiche» di Rudolf Steiner, come I mistici all’alba spirituale dei nuovi tempi, Il cristianesimo quale fatto mistico e i misteri dell’antichità, Teosofia, L’iniziazioneCome si conseguono conoscenze dei mondi superiori, Cronaca dell’Akasha, I gradi della conoscenza superiore, La scienza occulta nelle sue linee generali, i suoi quattro Drammi mistero, La direzione spirituale dell’uomo e dell’umanità, Una via per l’uomo alla conoscenza di se stesso, La soglia del mondo spirituale, Il calendario dell’anima, Gli enigmi dell’uomo, Gli enigmi dell’anima. La spiritualità di Goethe nella sua manifestazione attraverso il Faust e la favola del Serpente e della bella Lilia, I punti essenziali della questione sociale, Cosmologia, religione e filosofia, Elementi fondamentali per un ampliamento dell’arte medica secondo le conoscenze della scienza dello spirito, mai egli parla, o anche solo accenna, ad un aspetto comunitario come necessario al discepolo della Scienza dello Spirito nel suo cammino verso l’Iniziazione. Mai vuol dire proprio mai.

Minimamente ne accenna – dopo il convegno di rifondazione della Società Antroposofica nel Natale del 1923 – solo nelle sue Massime antroposofiche, ma è noto quanti dispiaceri le inadeguatezze degli antroposofi, per non dire dei traviamenti, dei veri e propri tradimenti avvenuti, dettero a Rudolf Steiner, che era responsabile di fronte al Mondo Spirituale della vita spirituale della Società Antroposofica. Errori e colpe degli antroposofi che lo portarono in poco più di un anno alla tomba. E comunque accenna ad aspetti di vita all’interno della comunità antroposofica, e non che una tale vita comunitaria sia necessaria per la realizzazione dell’Iniziazione.

Quanto alla sua autobiografia, La mia vita, che giunge solo sino agli anni 1906-1907, quando Rudolf Steiner operava ancora all’interno della Società Teosofica, è sintomatico che, parlando della comunità spirituale, egli chiuda il libro con tre parole, che negli anni si riveleranno profetiche: «litigi senza fine»

Anche esaminando l’opera di Massimo Scaligero, ci si avvede che solo in due punti egli parla di aspetti comunitari del milieu spirituale: nella seconda Appendice e in Dallo yoga alla Rosacroce. Ma in ambedue le opere egli si rivolge alle degenerazioni della Società Antroposofica. In tutte le altre opere, mai egli parla della necessità di giungere all’Iniziazione in maniera comunitaria. Naturalmente, vi può ben essere una comunità spirituale – quella che Massimo Scaligero chiamava la «Comunità Solare» – ed essa può essere di grande aiuto per i praticanti interiori, ma la Via rimane comunque individuale, e il procedere su di essa è frutto dei ripetuti e crescenti sforzi della volontà consacrata del discepolo della Iniziazione: frutto della continuità della dedizione e della fedeltà, della alacrità del praticante, che lungo il sentiero intrapreso dovrà attraversare anche momenti difficili, ardue prove, periodi talvolta non brevi di aridità.

Ho conosciuto persino chi, sulla base delle sole opere scritte di Massimo Scaligero e di quelle di Rudolf Steiner, ha operato per lunghi anni in totale solitudine, e solo un anno e mezzo circa prima che Massimo Scaligero ci lasciasse, ebbe modo di incontrarlo alcune volte e di conoscerlo direttamente. Questo amico – anche lui un lupaccio cattivissimo – nella sua solitudine doveva operare energicamente e continuamente all’autostimolazione per non perdere il livello interiore, per non farsi sopraffare dai periodi di aridità. Questo amico con l’alacre operatività interiore non solo riuscì a superare una serie di problemi fisici, ma riuscì a conquistare a conquistare un livello interiore nel quale gli si aprirono importanti esperienze spirituali. Questo è per me l’operare «eroicamente».

Molti anni fa, negli anni ottanta del trascorso secolo, andai per diversi anni sui Pirenei in compagnia di un amico marchigiano – anch’egli pessimo soggetto nonché lupaccio cattivissimo – nelle zone nelle quali si svolse settecento-ottocento anni fa la tragedia spirituale dei Catari. Nella valle del Sabarthèz, lungo le rive dell’algido Ariège, incontravamo a Ussat-les-Bains un esoterista olandese di nome Marcel, che parlava uno squisito e limpido francese, il quale si pronunziò così a proposito della questione del ricercatore dell’Iniziazione e della Comunità spirituale: «Il faut être solitaires et solidaires». Il che tradotto nella bella lingua di Dante suona: «Bisogna essere solitari e solidali». Impossibile per me non esser d’accordo con lui al cento per cento.

Ancora una volta, è necessario mettere bene in evidenza come la Via sia rigorosamente individuale. E poiché paradossalmente è ben possibile stare soli insieme ad altri, la Via sarà per un verso individuale e solitaria, in quanto essa richiede il massimo dello sforzo interiore e della dedizione integrale e,  per un altro verso, là dove il destino così vuole, la Via sarà individuale e percorsa in comunanza con altri praticanti interiori, anch’essi individualmente impegnati nell’Ascesi solare. Forse, più che di comunanza si dovrebbe parlare di una autentica fratellanza d’armi, come convien che sia in quello che si rivela essere un vero e proprio combattimento spirituale. Ognuno sa di dovere poter contare in tale combattimento solo sulla propria forza, ma sa altresì che la propria forza è di aiuto ad altri come lui impegnati nell’identica lotta.

Questo porta a dover esaminare la differenza radicale tra l’anima di gruppo e lo spirito di comunità. L’anima di gruppo precede i singoli individui e ne condiziona e ne configura l’interiorità e l’espressione esteriore: è l’azione delle varie Chiese, massimamente di quella d’Oltretevere. Lo spirito di comunità, invece, è posteriore ai singoli individui impegnati nella pratica interiore, ed è il risultato della consonanza dell’operatività spirituale dei singoli. Come in un’orchestra, ogni suonatore suona secondo il proprio spartito – e la sua capacità di suonare è il risultato dei suoi sforzi e di un lungo costante addestramento – mentre la sinfonia è il risultato conseguente all’armonico accordo dei musicanti, così nella Comunità Solare ogni singolo asceta praticante opera – in solitudine e ove possibile insieme ai suoi «commilitoni» – interiormente con gli esercizi e lo studio rituale delle opere della Sapienza sacra, e lo spirito di comunità è l’armonico risultato dell’operare dei singoli.  

Massimo Scaligero nel capitolo 37 del Trattato del Pensiero Vivente dà la chiave per comprendere il senso dell’operare del singolo e della Comunità spirituale, e soprattutto dà la chiave per intuire il senso profondo del Rito della silente meditazione in comune, tanto avversata e persino derisa dall’Innomimato gianicolense:

«Il pensare è la via, in ogni momento possibile, della trasparenza dell’anima e della libertà redentrice. È la virtù che risana l’uomo e il mondo. In ogni momento, il pensare vivente, sia pure di rari asceti, può dare chiarezza e positivo svolgimento all’esperienza umana. Pochissimi sono sufficienti a operare per l’intera comunità, perché un solo pensare fluisce nel pensiero dei molti: la trascendenza si fa immanente là dove il pensiero attua la potenza della Resurrezione. Realmente tale pensiero vince la morte».

Penso che più chiaramente di così Massimo Scaligero non avrebbe potuto esprimersi. Ma chi non vorrà capire, non capirà. Anzi possiamo dire che chi oscuramente intuirà dove vada a parare la chiara indicazione di Massimo Scaligero avrà un motivo in più per avversare e la Concentrazione e la Via del Pensiero. Laddove, invece, in un contesto sedicente comunitario, che si risolve prevalentemente in un ameno «Club di Lettura e Conversazione», con contorno di moralismo e di sentimentalità mistica, è invece possibile manodurre i poco consapevoli ed edificati partecipanti e portarli ove essi non sospettano: magari proprio tra le accoglienti e stritolanti braccia della potenza straniera d’Oltretevere. In tale contesto sono possibili – in quello che Rudyard Kipling nel suo Kim chiama «il Grande Giuoco» – tutte le macchinazioni e le manipolazioni politiche (la politica è sempre una cosa sudicetta assai…) e confessionali (stesso discorso della politica…) della peggiore specie. Qui vult capere, capiat!

Ora, se Rudolf Steiner, nella Filosofia della Libertà e nelle altre sue opere «filosofiche», ha chiamato «individualismo etico», frutto della individuale «fantasia morale» del cercatore della Conoscenza, la visione morale dell’uomo libero, e se si tiene debito conto del fatto che lo stesso Rudolf Steiner definì la Via da lui descritta nel suo libro L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori, come il frutto e l’applicazione della suddetta Filosofia della Libertà, e in tali libri non parla mai della necessità di un aspetto comunitario del sentiero della conoscenza spirituale, è difficile giustificare la deriva «comunitaria» alla Via dell’Iniziazione. Deriva nella quale uno spregiudicato «pastore» può portare le fidenti pecorelle a pascolare sui prati della potenza straniera d’Oltretevere.

Suonano ammonitrici le parole che Massimo Scaligero scrisse nel primo capitolo de La logica contro l’uomo, ovvero ne Il problema a cui si sfugge, e avrebbe potuto tranquillamente chiamarlo «l’impresa interiore da cui si fugge». Infatti, egli così scrive alle pp. 15-16:

«Si pensa perché il momento autonomo del pensiero è ogni volta perduto, in quanto riflesso. Il pensare è il segno della conoscenza perduta, ma simultaneamente del percorso della reintegrazione. Infatti, occorre sperimentare il processo del pensiero, per risalire al momento in cui ancora non è. E per lungo tempo occorre insistere per portarsi, mediante un volere prima ignoto, a quel punto. Ma il pericolo di questo tempo è che una tale possibilità divenga inconcepibile ad opera del pensiero stesso che, filosoficamente, codifichi l’estraniamento al proprio principio. […]

Un’ascesi del pensiero urge al nucleo fattivo della cultura umana, come l’obbiettiva disciplina che essa, per assumere secondo verità le sue specifiche forme, richiede. Ma ad una simile ascesi il più serio ostacolo, fuori della sua possibilità di essere coltivata in silenzio e solitudine, è la logica stessa della cultura che invale nelle forme attuali: come ispirazione e come metodologia».

Da quanto abbiamo visto, la Via del Pensiero e la pratica della Concentrazione portano ad impegnare totalmente le forze interiori dell’asceta praticante, e l’«eroicità» della Via sta nel fatto che essa esige dal discepolo della Conoscenza la conquista di sempre ulteriori forze, oltre quelle ch’egli sino a quel punto si è duramente conquistato, per consacrarle con dedizione sacrificale all’impresa interiore, per consacrarle soprattutto alla Concentrazione. Ciò porta ad una certa solitudine interiore sia per l’incomprensione che, anche all’interno della Comunità spirituale, oggi come ieri, mostrano nei confronti nei confronti di questo «estremismo» operativo, sia come necessario clima interiore per l’attuazione dell’ascesi stessa. Vengono in mente le parole che ancora si possono leggere in una delle grotte dell’Eremitage di Arlesheim, nei pressi di Basilea, ove oltre due secoli fa andava a meditare il Conte di Cagliostro:

«O beata solitudo, sola beatitudo».

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