UN MAESTRO: EIHEI DOGEN ZENJI (di F. De Pascale)

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Al fine di insistere – con inumana compassione, direbbero i terribilissimi Maestri della Scuola della Meditazione, o dello Zen – sull’assoluta necessità della pratica interiore, è forse buona cosa riportare l’episodio decisivo della vita interiore di un Maestro così eccezionale come Eihei Dogen Zenji.

Al Tempio di Tien-tong-szu, diretto da Jou-tsing, i monaci meditavano letteralmente giorno e notte. Ed il Maestro rampognava aspramente coloro che battevano un po’ – solo un po’ – la fiacca, o in preda alla stanchezza talvolta si addormentavano.

Una volta, i monaci che erano a lui più vicini gli fecero osservare: “Quando i monaci sono riuniti nella Sala di Meditazione e si addormentano perché sono affaticati o perché cominciano ad ammalarsi, la loro mente non è minacciata da una regressione nella Via del Risveglio? Ciò non è dovuto alla lunghezza della meditazione seduta, lo Zazen, e non sarebbe bene accorciarne la durata?”.

Il Maestro li rimproverò molto aspramente e disse: “No, non si tratta affatto di questo. Se dei praticanti che non hanno lo spirito della Via vengono a fare presenza nella Sala di Meditazione, essi si addormenterebbero persino se la seduta di pratica venisse accorciata della metà e persino di più. Coloro che, invece, hanno lo spirito della Via e sono animati dalla volontà di praticare, si rallegreranno tanto più quanto più la meditazione sarà lunga. Quando ero ancora giovane, fui Superiore successivamente in diversi monasteri situati in varie regioni e colpivo così fortemente i monaci che si addormentavano, che quasi mi rompevo il pugno. Ora che è giunta la vecchiaia, le mie forze si sono indebolite e non picchio più così forte. Allora i buoni monaci non vengono più da me. E se il Buddhismo declina, è perché i Maestri si mostrano troppo teneri quando dirigono gli esercizi della meditazione Zazen. Dunque, bisogna picchiare più forte”.

Ora – era un mattino dell’estate del 1225 – al momento dell’aurora Dogen meditava nella Sala di Meditazione con gli altri monaci. Jou-tsing andava in su e in giù per sorvegliarli, quando si accorse di un monaco che si era addormentato seduto. Si levò una scarpa e cominciò a colpirlo rimproverandolo così: “La ricerca dello Zen deve essere l’abbandono del corpo e della mente. Dove pensi di arrivare dormendo così tutto il tempo?”.

Dogen, che si trovava seduto accanto al povero confratello sonnolento, era immerso nella meditazione più profonda. Al sentire le parole di Jou-tsing che ingiungevano di “abbandonare il corpo e la mente”, Dogen fu come percosso da un fulmine e sperimentò quell’Illuminazione folgorante, che è la ragion d’essere della Via che il Buddha Shakyamuni ha prima conquistato e realizzato, e poi donato al mondo. Si dona solo ciò che si è realmente conquistato e realizzato, non le chiacchiere verbose, che gli umani spendono con troppa facilità!

Un vecchio Maestro fiorentino, da molto tempo defunto, iniziato nelle Vie dell’Antica Sapienza e amico di Massimo Scaligero, osserverebbe argutamente che “Maestri come Jou-tsing e Dogen sono di difficile contentatura”, ed avrebbe ragione. Ma non per questo, egli avrebbe praticato e consigliato una Via meno austera.

Massimo Scaligero avrebbe fatto osservare, con sottile sagacia, che il “sonno” al quale oggi voluttuosamente si dànno i sedicenti seguaci della Scienza dello Spirito è quello della comodità borghese, del perbenismo convenzionale, quello che si inchina temente e reverente di fronte alla “immane potenza del convenzionale”, alla pubblica opinione accertata, alle varie “ortodossie” (o contortodossie) antroposofazziche o confessionali o politiche o culturali.

Un tale voluttuoso “sonno” dell’anima – avida di tamasica inerzia, direbbe Massimo Scaligero – spegne la “memoria” spirituale, soffoca il “fuoco” che arde nella volontà, ottunde il cuore, raffredda l’entusiasmo e rende opaca l’anima, uccide lo slancio interiore. Questa è la peggiore sciagura che ad un praticante interiore possa capitare, e spiega poi come si cerchino dei surrogati nella politica, nella cultura, nelle manifestazioni pubbliche, negli intrallazzi paraesoterici.

Spiega pure come, inoltre, quasi a giustificare e celare il fallimento della propria impresa interiore, ci si volga talvolta – spinti da una sorta di “invidia metafisica” (“ciò che io non oso realizzare, gli altri non devono realizzare”) – a calunniare il Maestro, e diffamare coloro che, magari in maniera animosa e imperfetta, con generosità si dànno ad una intensa pratica interiore, ed invitano gli altri a fare altrettanto.

Aveva ragione un Maestro terribile come Jou-tsing: bisogna picchiare più forte!
Per fedeltà e compassione.

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