14 Giugno 2013

SEGNI DI UNA MISSIONE NUOVA DEL PENSIERO (di M. Scaligero)

coscienzadellaluce

(Coscienza della luce – Marina Sagramora)

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Della crisi di questa civiltà si sono avuti non pochi interpreti, ai quali non si può non riconoscere il merito di aver descritto all’uomo moderno, con tagliente evidenza, gli aspetti del suo decadere. Su un motivo quasi tutti questi pensatori, sotto forme dialetticamente diverse, si trovano concordi: sulla deficienza di spiritualità e sulla conseguente perdita di una direzione morale. Quale dunque il rimedio? Respiritualizzare la vita, immettere nuovamente lo spirito nella vita: tale il concorde riconoscimento. Ma, in riferimento ad esso, fioriscono innumeri gli equivoci di diversi tipi di intellettualisti della religione o della filosofia, che credono di poter salvare il mondo con formule tradizionaliste o soggettive, comunque attinte alla stessa inanimata cultura che essi intendono rivoluzionare e rinnovellare.

Ora, il mondo moderno va veramente salvato? È stato realmente compreso il senso di quello che ci appare come un suo decadere? Non è forse possibile che esista un retroscena di questo immane dramma, ancora piú occulto di quello identificato dai maggiori esponenti dell’indagine anti-moderna? Ci sembra ora di porre questi interrogativi, perché, se ad una soluzione è urgente lavorare, occorre far sí che essa possa scaturire al di fuori di tutti i sistemi, le correnti e le culture che sino ad oggi hanno mostrato nient’altro che la loro impotenza: il che significa che occorre giovarsi di una conoscenza anzitutto capace di condurre al superamento di quella logica formale ed esterioristica, attraverso cui sono stati accettati come verità i maggiori errori del pensiero astratto in ogni campo.

All’epoca delle grandi civiltà pre-cristiane di tipo “tradizionale”, allorché la costituzione interiore dell’uomo era tale che il piano psichico si trovava spontaneamente aperto a una diretta comunione con il piano spirituale (due piani che, per poter chiarire il problema interiore dell’uomo, occorre distinguere come lo distinsero le antiche tradizioni, il Cristianesimo primitivo e attualmente la Scienza spirituale), l’anima dell’uomo era ricettiva alle verità d’ordine metafisico e accettava, in adesione perfetta ad esse – mediata da quegli uomini piú eletti che erano i sapienti e i sacerdoti – la possibilità di un sistema di certa conoscenza che finiva con il tradursi in ordine sociale. In quanto ciò avveniva attraverso una comunione spontanea della “psiche” (anima), non era necessario che il bene morale e sociale dell’uomo costituisse un problema e fosse oggetto di indagine razionale: lo spirito agiva attraverso l’interiorità dell’uomo, esprimendo in esso un ordine che si manifestava nella vita come ordine morale.

L’epoca di tale comunione spontanea con lo Spirituale si conclude con il periodo che a noi si presenta come la proto-storia della civiltà mediterranea: è il periodo della conoscenza riflessa nel mito attraverso la cosmogonia e l’epos, nel quale si verifica il compimento di un processo millenario: una sorta di distacco (il termine, si badi, ha un valore puramente simbolico e analogico, in quanto lo spirito assume valori spaziali semplicemente dal punto di vista di uno tra i suoi infiniti modi di essere, che è la materia) del piano animico, o psichico, dal piano puramente spirituale, distacco che naturalmente appare come un regresso, o caduta, dell’uomo in uno stato inferiore. In seguito a tale evento, l’uomo è costretto a elaborare la sua conoscenza entro i limiti della sua individualità psichica, la cui massima possibilità comincia con l’essere la capacità razionale: lo spirituale con cui prima l’interiorità dell’uomo costituiva un tutto e dal quale essa traeva ogni motivo di perfezione, limitandosi ad essere impersonalmente conforme alla sua legge, diviene un mondo estraneo a quello umano; onde l’uomo, considerandolo qualcosa di separato da sé e non piú essendone posseduto ed ispirato, è costretto a rivolgersi ad esso come ad un oggetto della sua indagine; e ad esso, temporaneamente, non può giungere se non con mezzi di cui dispone e che appartengono al piano psichico: la conoscenza razionale mediata dalla percezione sensibile. È questa la fase che segna l’inizio dell’esperienza filosofica e del pensare scientifico.

I primi filosofi provarono nella loro indagine la sensazione che il pensiero razionale cui dovevano la loro possibilità di speculare sull’origine del creato fosse una sorta di capacità nuova, oltre quella di rappresentarsi il mondo sotto forma immaginativa e quella stessa dovuta ai sensi. La distinzione di tale valore, sotto il riguardo logico e psicologico, si dové a Socrate il quale, ricercando l’elemento generale oggettivo del sapere che rendesse possibile la comunione soggettiva, giunse al concetto. Ma l’identificazione decisiva del significato del pensiero razionale viene compiuta da Aristotile, già forte della esperienza socratica e platonica.

La nascita della filosofia greca coincide con il sorgere stesso dell’individualismo, che viene quasi a disorganizzare l’unità collettiva mantenuta interiormente in uno stato di obbediente spontaneità, dall’antica coscienza mitica la quale in sostanza era la condizione di una conoscenza generale oggettiva promanante dai mondi superiori, senza necessità di una mediazione razionale. Allorché tale coscienza viene abbandonata, l’attività razionale si rende necessaria quale connessione della psiche umana con la realtà esteriore; ma essa a quel tempo non ha ancora il valore di organo di conoscenza, in quanto comincia ad esprimersi soltanto come una nuova funzione della interiorità individuale, il cui senso etico è presente nella poesia lirica e gnomica e nella “scienza” dei Sette Savi.

Cosí, fra le dilacerazioni dell’antica fantasia mitica – ultimo residuo di una coscienza cosmico-simbologica – traendosi dalla letteratura teogonica e dalle riforme morali-religiose di tipo orfico e pitagorico, nasce la prima forma di sapere razionale, la filosofia, la quale procede man mano dalla contemplazione interrogativa del cosmo alla elaborazione scientifica dei concetti.

In sostanza, questa necessità di trarre il senso dell’io da un piano inferiore a quello spirituale, pur apparendo una caduta, presenta come ultima finalità una conquista veramente eroica dell’uomo: la ricostruzione della vita spirituale entro il piano animico, con i mezzi che l’individualità dell’uomo, costretta ad essere se stessa e ad assumere coscienza di sé nel mondo finito della realtà materiale, andrà via via creandosi, per recare luce nei piani inferiori della coscienza corporea. Ma tra lo stato di illuminazione metafisica originaria e il conseguimento di una illuminazione cosciente del mondo fisio-psichico, si doveva attraversare una fase intermedia che è stata necessariamente una fase di oscuramento, nella quale l’uomo ancora oggi si trova. L’interiorità individuale si è strappata al piano della trascendenza, per “ri-evocare” – se cosí si può dire – tale trascendenza entro se stessa, con suoi mezzi, grazie all’impulso di quel principio divino che è potenzialmente in essa e che permane attraverso ogni apparente regresso: l’uomo potrà un giorno riprendere contatto cosciente con lo Spirituale e rendere il pensiero cosciente – acquisito attraverso l’apparente discesa in un piano anti-metafisico, positivo, razionalistico – veicolo dell’affermazione di questo Spirituale nel piano che per ora in lui è dominato dall’incosciente e dalla natura animale. Ma il processo di distacco, come si è accennato, implica dapprima un oscuramento e una perdita: con le sole forze della sua individualità, da quel momento, l’uomo deve cominciare a risolvere il proprio problema e, chiuso nei limiti della sua individualità, egli tenderà a rievocare in sé il Divino: egli tenderà a questo, anche attraverso una fase di inconsapevolezza: ma il Divino rimarrà sempre in lui sotto la forma di questo impulso all’auto-superamento.

All’uomo che sia stato capace di attraversare questo processo e ne abbia percorso tutte le tappe, i mezzi che si offrono per portare a compimento la mirabile opera sono dapprima il pensiero e i sensi: soltanto con questi l’uomo può muovere alla conoscenza del mondo e regolare la sua vita: cosí nasce la civiltà meccanica e materialistica. In tale civiltà si riflettono obiettivamente i caratteri del pensiero che l’ha creata: un pensiero matematico, scientifico, nettamente individuato, ma avulso dallo spirituale; un pensiero che non tiene neppure conto del fenomeno “fede” che tuttavia permane in una parte dell’umanità come eredità inconsapevole della comunione spirituale originaria.

Proprio una civiltà del tipo moderno ha il compito di riflettere all’esterno ciò che manca nell’interno dell’uomo: queste creazioni del materialismo meccanico, scaturite dall’uomo dei nuovi tempi, ritornano contro di lui quasi a chiedere che egli integri spiritualmente la loro esistenza. Il mondo moderno è uno specchio nel quale l’uomo può ben vedersi e comprendere al tempo stesso la sua grandezza esteriore e la sua miseria interiore.

Che cosa può imparare l’uomo da questo riconoscersi nella unilateralità del temporaneo mondo che ha creato? Egli può comprendere la sua incapacità di vivere moralmente. Se esamina i rapporti tra la sua interiorità e il mondo esteriore, egli può comprendere che non esiste connessione morale tra il suo pensiero e la vita. Ogni esigenza morale viene vissuta nel piano del pensiero e lí si arresta: da lí è incapace di passare nella vita, di trasformarsi in azione.

Ma perché questo? È semplice spiegarselo, se si tien conto di quanto si è prima accennato. La morale non può essere un concetto, non può essere un semplice schema speculativo, ma principalmente una forza che deve scaturire dai piani spirituali per passare nell’anima e poi tradursi in azione. Tale forza può passare attraverso il vaglio del pensiero cosciente, ma non può nascere esclusivamente dal pensiero. Da secoli, da piú di un filosofo il problema della morale è stato, sotto forme diverse, brillantemente risolto. E poi? Esso è rimasto lettera inanimata nelle pagine di un libro o tutt’al piú esigenza intellettuale di un pensatore, rettorica di una corrente sociologico-politica.

Da diversi secoli, dunque, il problema della morale viene esaurientemente pensato, ma non sino in fondo. Se esso venisse pensato fino in fondo, il filosofo morale scoprirebbe che cosa veramente può dare origine a una morale capace di incidere sul piano vitale e su quello fisico: scoprirebbe che la morale non è qualcosa che si possa preparare sul piano “mentale”, ma una forza che la psiche umana deve attingere ad un piano “sopra-mentale”. Còmpito del mentale è di elaborare in forme di coscienza ciò che a lui può scendere dai piani superiori, ove esso sia capace di aprirsi a questi: simultaneo dunque è per l’uomo il còmpito già additato da Aristotile e poi chiarito da Tommaso, di educare il suo intelletto perché si dignifichi sino ad accogliere forze che sono verità metafisiche. Non esiste verità metafisica che non sia una forza trasformatrice: purtroppo, l’uomo da secoli ritiene di poter speculare sul metafisico, essendo distaccato da esso e chiamando tuttavia metafisico quel che egli invece sperimenta attraverso la meccanica – sia pure la piú ideale – dei concetti.

Ora, ciò che in antico l’uomo sperimentava come un vivere morale, ignorando qualsiasi assunzione filosofica di tale esperienza, non era se non un costume esteriore che rifletteva all’esterno il contatto dell’interiore con forze d’ordine metafisico. Allorché la vita interiore dell’uomo, staccata dallo Spirituale, si è ridotta al solo piano del pensiero, essa ha guadagnato in vastità, ma ha perduto in altezza e in profondità: l’altezza è la comunione con il piano sopramentale o metafisico, la profondità è il corrispondente possesso del piano vitale e fisico. La morale, dunque, da effettivo costume di vita risultante dalla immissione di una forza spirituale nell’interiorità dell’uomo, divenne oggetto di indagine del pensiero – nel quale rimaneva come esigenza dialettica – incapace di tradursi in vita. In sostanza l’uomo, per poter compiere lo sviluppo della sua individualità raziocinante, per poter scendere a contatto con gli aspetti attivi del piano fisico e cominciare a crearsi il senso dell’io attraverso l’urto con la realtà materiale, ha dovuto rinunciare a un dono che anticamente gli veniva dal Divino, attraverso gli Dei: la possibilità di vivere spontaneamente in forma morale. Ma tale rinuncia ha soltanto un valore temporaneo e prelude a un bene nuovo dell’uomo, in quanto implica l’azione dello spirito in un piano in cui l’ostacolo della necessità del finito e del materiale rende necessario, attraverso l’urto e il combattimento, lo sviluppo di autocoscienza e di libertà, ossia le uniche forme in cui lo spirituale può consistere consapevolmente nel mondo della realtà fisica. E qui occorre porre in guardia contro un possibile equivoco ricorrente, purtroppo, anche in coloro che si atteggiano a spiritualisti: non si deve intendere, allorché si parla di un “bene nuovo dell’uomo”, che si tratti di qualcosa che si crei di bel nuovo, di contro a possibilità prima non esistenti, ma semplicemente di una delle infinite possibilità dello spirito, che nel caso nostro è quella di essere se stesso ed assumere forme corrispondenti alla sua essenza anche là dove il regno della forma e della materia sembra esserne l’antitesi.

Il problema attuale dell’uomo si può allora riassumere in questi termini: non si tratta per lui di rinnegare quel che egli si è conquistato attraverso qualche millennio di duro travaglio: il pensiero esatto e la coscienza razionale della individualità: rinunciare a questi significherebbe per l’uomo tornare indietro, degradarsi: si tratta invece di ridestare l’antica spiritualità con le forze del nuovo pensiero, con la nuova auto-coscienza: riconquistare il contatto con il piano sopramentale ossia con quello che risponde alla direzione – puramente simbolica – in altezza, cosí che egli possa agire spiritualmente nel piano vitale e fisico rispondente alla direzione in profondità. Allora veramente il pensiero può divenire uno strumento per il vivere morale dell’uomo moderno e agire come un trasformatore delle forze spirituali fluenti verso la realtà sensibile.

Nuovi tempi annunciano questa possibilità: il pensiero è ormai una forza che, avendo svolto la sua missione nella interiorità dell’uomo, si trova spinto dalla sua stessa unilateralità a superare i limiti concettuali abitudinari, per integrare la sua direzione con altre dimensioni dello spirito, o meglio, per divenire veicolo dello Spirituale nel piano che è apparentemente anti-spirituale. Con senso di responsabilità si può a questo punto affermare che esiste una Tradizione metafisica la quale offre all’uomo la possibilità di ricongiungere il suo pensiero con i piani superiori o soprannaturali, senza che esso rinunci alla sua auto-coscienza e a quelle forze cognitive che nei piani inferiori lo hanno messo in condizione di sperimentare con esattezza matematica. Si tratta di condurre queste forze di conoscenza a compiere la loro vera e totale funzione.

Massimo Scaligero

da «La Vita Italiana», XXXII, serie II, fasc. 2-3 (366-367) ottobre-novembre 1944

(Per gentile concessione de L’Archetipo)

SCIENZA DELLO SPIRITO

Il vernissage di Mara Maccari

 PERCORSO INTERIORE DALL’ABISSO ALLA GRAZIA:

OPERE DI MARA MARIA MACCARI

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Ecco un’occasione per conoscere l’Opera di un’Artista e amica che segue da decenni un percorso di Scienza dello Spirito.

Chi volesse partecipare all’Evento è invitato a darne notizia a Francesca Miandro: azothsophia@yahoo.co

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(cliccare sulla scritta azzura : Scarica PDF…)

ANNUNCI, ARTE, MARA MARIA MACCARI, PITTURA

NON E' PER NIENTE FACILE

L'UOMO INTERIORE

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Con consueta monotonia io continuo a volare (volare? Strisciare, piuttosto) bassino: è in relazione con ciò che mi capita di vedere o sentire quasi settimanalmente. I mantra dei 3 minuti o nemmeno quelli, il ripudio delle discipline interiori, l’adesione totalmente cieca (realistico-primitiva) all’antroposofia, gli inqualificabili sputacchiamenti reciproci tra “maestri” e cose del genere, sembrano perseguitarmi. Onestamente, ho avvertito, qua e là, lampi di serietà, quasi insostenibili per gli stessi lampeggiatori. Per questo è spesso a loro che mi rivolgo, per dire loro di non abbattersi, di non mollare, anche se molto spesso la nostra dotazione di eroismo già si consuma nell’enorme fatica della vita.

Per questo posso raccontare anche qualcosa che appartenne a me, non per sfiduciare ulteriormente qualche lettore ma per abbracciarlo e dirgli: “Forza, non sei solo e anche i testoni come me e te qualcosa riescono a fare, un po’ alla volta”

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Non sono pochi gli anni trascorsi dal tempo in cui uscì l’Avvento dell’uomo interiore – era il 1959 – a cui seguì nel 1961 Il Trattato del Pensiero Vivente, a cui seguì poi, nel 1962, La Via della Volontà Solare (un grosso volume di 344 pagine che il cognato ed ex discepolo di Scaligero, Paolo “Virio” Marchetti, gnostico cristiano, giudicò essere un verboso e inutile testo a difesa dell’antroposofia). Nello stesso anno acquistai, come si dice “per puro caso” una delle due solitarie copie che si facevano compagnia nel settore occultistico della più fornita libreria cittadina. Presi La Via della Volontà Solare perché era l’unica novità dello scaffale, costava relativamente poco e mi incuriosiva l’Autore, del quale  avevo già inteso diversi commenti che avevano una caratteristica comune essendo tutti pesantemente critici e sfavorevoli. Dovrei premettere uno sfondo. Già da alcuni anni, con un piccolo gruppo di amici e sotto la venerabile guida di Giovanni Blason, pittore e antroposofo non omologato, stavo spurgando i miei peccati occultistici con lo studio faticoso e ripetuto della Filosofia della Libertà di Rudolf Steiner. Vi siete mai chiesti cosa provi la lucertola a perdere la coda? Deve essere qualcosa di simile a quanto succede nell’anima di un occultista che abbandona l’occulto per dedicarsi ad un testo apparentemente filosofico. Ricordo come la tensione del comprendere fosse massima…eppure lo studio più rigoroso non riusciva mai a soddisfare i due quesiti che il Dottore pone a capo e a risultato del percorso del libro. Al contempo l’alta statura umana e la sottaciuta veggenza di Blason stimolavano il nostro (devoto) rispetto per il lavoro intrapreso. Contemplato a distanza di molti decenni, il senso più concreto di tale lavoro fu quello di educare ilsentimento nei confronti del pensiero e dei testi fondamentali della Scienza dello Spirito.

Come la guerra di trincea comportava spazi di combattimento all’aperto ma anche un’attività sotterranea tra gallerie e cunicoli, così, col testo di Scaligero, raddoppiarono studi e riflessioni. Si continuava insieme il lavoro antroposofico-epistemologico, poi individualmente e in altri momenti si sfidavano le difficoltà su quanto Scaligero comunicava con una prosa che si avvertiva, a quel tempo e a quell’età nostra, difficilissima.

Eppure, proprio dai testi di Massimo Scaligero, che susseguendosi, diventarono una specie di grande regalo annuale, iniziò a farsi strada nell’ottusa coscienza di noi, intelligenti in tutto ma non in questo, la comprensione che il pensare fosse altro dai pensieri, che il pensiero riflesso fosse quello di cui la desta coscienza diviene consapevole ma al contempo limitata, che il problema di cosa fare del nostro pensiero precedeva tutti gli altri problemi umani, esoterici e genericamente antroposofici. Il pensiero con cui penso ora è il problema immediato: tutto il resto è una realtà parziale e insoddisfacente poiché  generata dal problema non risolto. Il fatto che essa appaia ampia, complessa e interessante non porta soluzioni all’enigma della mia esistenza.

Comprendere quanto accennato era pure comprendere l’inscindibilità del problema dalla sua soluzione che non poteva essere filosofica ossia produttrice di ulteriori pensieri. La soluzione anzi iniziava con la fine di ogni pensiero filosofico. Ora posso dirlo sperimentalmente: La Filosofia della Libertà è “sovversione assoluta” per la coscienza e la sua cultura. Con essa termina l’evoluzione positiva del discorso filosofico che, finalmente afferrato sino alla radice, diventa pura esperienza di osservazione scientifica e porta con se un nuovo grado di coscienza. Da essa il continuarsi  del pensiero logico-analitico formale dotato di straordinaria potenza inerziale diviene il nulla distruttivo della dialettica ( un tempo anch’essa utile e giustificata) ossia il guasto della condizione umana portato oltre ogni possibile contenimento. La mancata consapevolezza di una tale rivoluzione, preparata dalla Scienza da centinaia d’anni e disattesa proprio là dove il pensiero individuale cosciente avrebbe potuto e dovuto arrestare la propria discesa per riaccendersi nel percorso adialettico cosciente, ha già provocato una grave scissione nel divenire dell’uomo: certamente non quella presupposta da molti antroposofi e spiritualisti.

Verso la seconda metà degli anni ’60 iniziai un rapporto epistolare con Scaligero. In quel momento il mio legame con l’esoterismo avanzava su una doppia strada divergente. Lo studio e l’approfondimento erano dedicati senza remore alla percezione e al pensiero mentre nella pratica mi esercitavo giornalmente per ore al Vicāra di Ramana Maharshi (la meditazione sul “Chi sono Io?”), considerandolo come la via più attuale e diretta: fiorita dai mille rami dello yoga. Evidentemente non riuscivo a liberarmi dagli antichi e tenaci retaggi.  Scrissi di questo a Massimo che mi rispose così: “…ma allora, caro amico, una volta nella corrente del pensiero vivente si sa quale asana o tecnica psicosomatica ci può essere utile. Le assicuro che allora si sa tutto, a questo punto si possono buttare via i libri. Ma occorre ravvisare il vero sadhana di questo tempo: è decisiva per la civiltà la distinzione tra pensiero somatico e pensiero vivente: per il pensiero vivente passa tutta la magia antica. La concentrazione è un esercizio magico, se si sa portare oltre il limite ordinario. Se le è necessario, si giovi ancora del supporto di Ramana, ma metta al centro la magia del pensiero e i cinque esercizi come correttivo del tutto. Nel pensiero incorporeo c’è la potenza della folgore. E’ la via dei forti e dei risoluti.”

Vorrei dirvi:”Letto e fatto!”. Ma non andò tutto liscio, anzi…Mollai di colpo la mia meditazione yoghica e in cambio non riuscii a fare la concentrazione. Passarono le settimane, l’anima si raggrinziva, il mondo ingrigiva e nella testa passava, freddo e scivoloso il pensiero che la mia impotenza suggeriva come unica soluzione senza alternative una dignitosa dipartita. Sia detto senza drammi: la situazione era silenziosamente drammatica!

Lo schema delle grandi crisi è più o meno sempre lo stesso (ma saperlo non serve a niente, occorre viverlo): lottare inutilmente e poi affondare fin giù.

Racconto spudoratamente questa esperienza avendo ben chiaro che è mia, spero non vostra, nella speranza che possa far riflettere per qualche secondo coloro che, leggiadri come la vispa Teresa, sognano un piacevole sviluppo occulto, 15 giorni di esercizi per giungere all’Iniziazione, una passatina alla Scienza Occulta per collegarsi all’Antroposofia Vivente, ecc.

Camminavo su e giù per il mio studio come una mosca che inutilmente sbatte da una parete all’altra. E il problema lo risolse chi aveva la capacità di risolverlo: come dice Meyrink: Colui che è sveglio quando io dormo. Decise Lui per me. Da dietro l’oscura coltre del volere salì in quel minuscolo pezzo d’anima che credevo fosse mia. Mi disse: “Siedi” e scoprii che potevo sedermi anziché ronzare per la stanza. “Immagina un oggetto” e mi accorsi che potevo immaginare un oggetto (credo fosse un chiodo). “Mantieni tutta l’attenzione sull’immagine” e, come un lampo illumina per un istante le cose celate dall’oscurità, mi resi conto (ma le parole non bastano e neppure le analogie) che potevo fare la concentrazione indipendentemente dal mio yoghico passato, dalle mie tribolazioni personali, dai dubbi, dall’impotenza. Insomma, da tutto (forse è necessario sottolineare che nessuno mi “parlò”, ho usato la forma del linguaggio per intenderci: però agì e lo riconobbi ed è una di quelle conoscenze che durano. Quel momento fu il primo di altri in cui  la mia anima ha poggiato sulla Sua realtà come i piedi del mio corpo poggiano sulla terra). Questo che racconto con nuda sincerità non lo scrivo per menare vanto, al contrario indico un fatto terribile, cioè che da solo non ce la facevo!

Eppure, nonostante l’intervento colla maiuscola, posso assicurarvi che una concentrazione più nuda di Adamo (apsichica, asomatica) non l’avevo ancora interamente capita e tanto meno realizzata. Mi occorsero anni di rispettosissima quasi-polemica con Scaligero e almeno il doppio di tempo di concentrazioni, ripetute sino alla nausea e alla sofferenza (ambedue nel senso più letterale che ci sia) per scuotere dall’anima i macigni e le briciole di ciò che la concentrazione non è.

Fossi l’unico scemo del villaggio tutto quello che ho detto sarebbe la descrizione impietosa di un cammino interiore pietoso e straordinariamente ottuso ma da quanto sperimento o ascolto o leggo, è facile accorgersi che pochi afferrano il senso epistemologico delle Opere di Rudolf Steiner: le quali non indicano una ulteriore accademia intellettuale ma una operazione immediata, diretta. L’atto proposto dal Dottore, esaurendo i pensati, è atto di percezione. Non accademia antroposofica. E. von Hartmann (che Steiner definì come uno degli uomini più intelligenti dell’epoca) comprese quanto Steiner proponeva con La Filosofia della Libertà e a suo modo giustificatamente, notò che era impossibile.

Su due piedi l’operazione è, in generale, davvero impossibile: occorre un severo lavoro per afferrare un concetto che non sia l’eco passiva di una immagine sensibile; occorre un lavoro altrettanto severo per realizzare uno spazio percettivo che non sia già pieno di percepiti. Occorre perciò un lavoro del tutto eccezionale, che non è misticheggiante ma che, nondimeno, possiamo chiamare ascetico poiché sottende tutte le possibili “prove dell’anima”. Si può dire che Massimo Scaligero ha riaperto il Varco occulto e conoscitivo alla Via più pura, quella che giustifica una antroposofia (chi, ieri e oggi si lamenta della difficile lettura dei testi di Scaligero quando confrontati con quelli dello Steiner, manifesta solo la sua incapacità nella lettura e nella comprensione di quanto scrive quest’ultimo). Qualcuno, anzi molti, potranno essere in disaccordo con queste affermazioni obbiettando che al discepolo dell’antroposofia si schiude l’ampia strada delle immaginazioni spirituali comunicate dal Dottore. Ciò sarebbe anche vero…ma con quale coscienza? L’attuale autoconsapevolezza è forte, fortissima nella misura in cui coincide con il corpo fisico. Se essa si smarca passivamente da esso, dove va a finire o cosa diventa? Siate onesti nell’osservare la situazione corrente: dopo ottant’anni di propaganda a sfavore degli esercizi del tutto necessari come i cinque ausiliari, trovare un antroposofo che fa tutti e cinque correttamente sarebbe come trovare la pentola d’oro dove finisce l’arcobaleno!

Ai tempi di Patañjali praticavi il pratyãhãra e la coscienza, seppure crepuscolare, traslava nella possanza del corpo delle forze formatrici, ma ora se sperimenti la deprivazione sensoriale o rimani basito come una colonna ionica oppure inizi a scorgere lampi, volti, figure, intere scene e alla peggio entri in deliri di contenuto articolato (non è un caso fortuito che per l’antico la realizzazione iniziava con attività disposte in questo preciso ordine: ascesi, studio e devozione al Signore). I fenomeni descritti non vi ricordano forse le “elevate” ed ampiamente diffuse esperienze della vasta genia dei tanti guru, maestri e indicatori che infestano, dentro e fuori, i templi, le comunità e la retta conoscenza? Mobilitare – poiché è questo che può succedere – con scarsa o nessuna consapevolezza parti del corpo sottile prima che l’ego psicofisico e le sue rappresentazioni – soprattutto quelle di carattere spirituale deformate dal personalismo – venga saldamente dominato con un lungo e spietato lavoro interiore significa soltanto abbandonarsi alla medianità: quella più pericolosa e distruttiva perché, a differenza dei risultati ottenuti dai patetici personaggi fedeli al tavolino a tre gambe, è capace di manipolare le immagini spirituali più nobili ed elevate. In un simile panorama è facile essere concordi con Irina Gordienko quando riporta questa affermazione di Steiner: “Un falso risultato di una indagine spirituale è una realtà viva: è lì e si deve combattere con essa, farla finita con essa” (da: Sergei Prokofieff: Mito e Realtà, Moskau-Basel-Verlag).

Vorrei concludere queste ultime righe con una osservazione tanto banale quanto esemplarmente vera. Chiedete a questi applauditi attori, colti e suadenti e purtroppo venerati da tanti, qualcosa sulla gnoseologia, sulla trasformazione del pensare o in definitiva sull’operazione di risalita nella luce del pensiero libero dai sensi: immancabilmente eviteranno di rispondervi o inficeranno in tutti i modi la vostra domanda che andrebbe paragonata ad una sorta d’acqua santa spruzzata sul conte Dracula.

Ma per chi vorrebbe essere pratico e concreto le osservazioni sul lato oscuro degli sgherri delle associazioni che si dicono spirituali non dovrebbero, in un certo senso, rappresentare il cuore del suo lavoro interiore. Certamente v’è un gioco di forze che è bene conoscere e anche combattere qualora il destino ne predisponga l’opportunità ma occorre anche ricordarsi di quanto si sia capaci nell’esercizio della pura osservazione (visione penetrante) e da quale tipo di coscienza muova tale capacità: in definitiva occorre conoscere e distinguere lo Spirito dal verminaio di spiriti che parlano con la voce degli uomini.

Ma questo non sarà mai possibile finché, con una consapevolezza che sarebbe un azzardo definire (come faccio sempre) “ordinaria”, si trattano le descrizioni date dal Dottore come fossero oggetti sensibili o manuali d’uso per il sensibile. Ciò è sotto i vostri occhi. A destra e a manca si chiede: “Dovrei ridipingere una stanza, cosa dice lo Steiner?”. Oppure: “Sulla base delle conferenze che parlano degli Ostacolatori, credete che si possa usare l’aspirapolvere?”. E se l’etica scarseggia non manca di sicuro la dietetica: “Steiner permette di mangiare carote?” Ed è un tipo di pensiero (?) che non muta e forse peggiora con temi riguardanti il Cristo, le Gerarchie, la costituzione occulta dell’uomo, ecc.

Ho tentato di sottolinearlo altre volte: è possibile dare attenzione alle ripetutissime richieste di Steiner di costruire, prima di tutto, una adeguata rappresentazione? Non una immaginazione cosmica ma una rappresentazione semplicemente adeguata. E non mi si dica che questo viene fatto: non conosco antroposofo con duecento libri macinati che riesca a formarsi una adeguata rappresentazione del corpo fisico! (ho scritto “fisico” e non “sensibile”) Provate e ci troveremo concordi.

Lo ripeto continuamente in un modo o nell’altro. Uno studio preliminare delle Opere di Rudolf Steiner, magari sapendole separare dalle migliaia di conferenze, è certamente un passo necessario, ma subito dopo, l’unica strada da percorrere per evitare che la lettura dei testi di Scienza dello Spirito rimanga confinata al medesimo livello di assunzione cognitiva che vale per un libro di cucina (questa espressione è dello Steiner) è quella di mutare alcuni aspetti dell’anima e il pensiero.

Quale sarà mai l’incantesimo che permette soltanto una lettura parziale e superficiale persino con i testi antroposofici più seguiti e compulsati? Non parlo genericamente e per dimostrarlo evidenzio un robusto esempio traendolo da L’Iniziazione (EA, 1971). E’ illuminante, come una coltre di nera pece, il totale oblioin cui giace l’appendice del 1918 al volume, dal cui inizio, a  pagina 174, estraggo il minimo: “E’ possibile per l’uomo vivere queste esperienze solamente se (il carattere corsivo è mio), anche per altre esperienze interiori, egli può rendersi altrettanto libero dalla vita corporea, quanto lo è nello sperimentare della coscienza abituale quando, su ciò che ha percepito dall’esterno o su ciò che interiormente ha desiderato, sentito o voluto, egli si forma pensieri che non derivano dal percepito, sentito o voluto. Vi sono uomini che non credono all’esistenza di tali pensieri. Essi credono che l’uomo non possa pensare niente che non sia tratto dalla percezione o dalla vita interiore dipendente dal corpo; e che tutti i pensieri siano in certo qual modo solo ombre e immagini di percezioni o di esperienze interiori. Può credere questo soltanto chi non abbia mai sviluppato la capacità di sperimentare nella sua anima la pura vita del pensiero fondato su se stesso. (…) Pensieri siffatti si rivelano di per se stessi, per mezzo di ciò che sono, come qualcosa di essenzialmente spirituale, di soprasensibile.”

Questo, cari amici, precede le operazioni occulte e iniziatiche e la nota chiarificatrice del Dottore, se letta e riletta con attenzione, non è molto consolante, perché realizzare la consapevolezza che il percorso interiore ai “gradi superiori della conoscenza” inizia dall’acquisizione del pensiero puro libero dai sensi, rende tutto assai più difficile. A meno che si supponga in Steiner un burlone di prima grandezza…

Si può cominciare per gradi di consapevolezza. Anzi tutto occorre rovesciare la “rivoluzione copernicana” e giungere (avere il coraggio di giungere) ad una nuova concezione tolemaica: “Io sono al centro dell’universo e nel suo punto centrale c’è il (mio) pensiero che non conosco perché è pieno di roba, di altro da se. Per conoscerlo devo discriminarlo, isolarlo, vuotarlo, ma in realtà, prima ancora di tutto questo, devo conoscerlo questo mio pensare, poiché prima avevo sempre usato il pensiero “naturalmente” come si fa con il respirare. Sino ad ora certamente pensavo ma ora mi rendo conto che, in certo qual modo, ignoravo di pensare”. Questo è il primo, modesto ma realistico passo: realizzare il pensiero cosciente: non solamente pensare ma saper essere colui che pensa, che è consapevole di pensare. Realizzare la consapevolezza di pensare significa avventurarsi nel pensare, non certo con pensieri che fluiscono secondo la necessità del mondo o ingombrano la mia testa ma con pensieri che io determino coscientemente: che sgorgano da me. Determinare coscientemente una sequenza di pensieri significa volerli: uno dopo l’altro. L’unica condizione che mi permette di volerli in una successione determinata è condizionata dal fatto che io devo determinarli e portarli ad un obbiettivo. Pensare volitivamente (attivamente) a qualcosa di determinato che non può essere che semplice, pensabile in tutta la sua interezza. Per questo, l’oggetto di pensiero che raggiungo, pensiero dopo pensiero, sarà il concetto-pensiero di un oggetto semplice, pensato dall’uomo, poiché se cerco di pensare un cristallo o un filo d’erba non afferro il concetto ma mi svaporo nell’infinito, nella astrazione fantastica. Solo dall’oggetto prodotto dall’uomo posso ricavare tutto il pensabile e la sua sintesi: il concetto. L’insistenza della totale attenzione rivolta a quest’unico concetto permette, ad un certo momento di totale saturazione, il fluire di una volontà talmente sostanziale che dissolve forma e significato dell’immagine concettuale posta al centro della coscienza e con essa cade ciò che rimaneva dell’ordinario pensiero e del comune soggetto: ora l’esperienza continua su un livello diverso in cui il pensiero è un pensare, libero dai pensati, che pensa (vuole) in me. Si percepisce in cristallina destità che esso è un’entità organica che scaturisce dall’universo e nell’universo si riversa: è un’entità cosmica e l’uomo che stiamo diventando con essa risorge dalla minuta, rinsecchita e guasta condizione in cui  si identificava perché era folle e addormentato.

Ma non è per niente facile, poiché il processo disidentificativo non ha nulla a che vedere con un superficiale neti neti “Io non sono questo o quest’altro” ma è, sino a momenti pre-iniziatici, un progressivo rafforzamento più simile ad uno che irrobustendosi dismettesse via via abiti troppo stretti: non ci si “rilassa” ma si rafforza l’attenzione  sui pensieri senza curarsi del corpo e lo stesso vale poi per i rumori, per il prurito e per il mal di testa. Il rafforzamento dell’attenzione verso i pensieri deliberatamente voluti vale ancora di più nei riguardi di sentimenti, preoccupazioni ed emozioni che premono per impossessarsi, come comunemente succede, della sfera del pensiero. Non si tratta proprio di reprimere o soffocare qualcosa ma di rafforzare la sequenza di pensieri lottando attimo dopo attimo per mantenere il livello univoco dell’attenzione: è una continua scelta di coraggio oltre la pressante richiesta egoico – personale. Solo in questo modo impariamo (realizziamo) il significato di pensiero apsichico e che cosa possa essere mai il primo gradino dell‘ impersonalità. Gli stati di turbamento sono occasioni tra le più favorevoli poiché lo sperimentatore, in virtù del loro moto e della loro potenza, intende con chiarezza la direzione e la forza, del tutto diversa, che imprime alla sua attività. Essi sono per l’asceta i preziosi segni di riferimento che per negazione gli indicano di dirigersi, intensificandosi senza sfiorare altro,  nella direzione opposta.

Anche quando tale direzione gli appaia per lungo tempo arida e faticosa, poiché priva di ogni appoggio, egli sta compiendo la prima azione morale cosciente della sua vita (forse dovrei ripeterlo all’infinito) e, da un punto di vista esoterico è il primo atto occulto che non sia espressione dell’ego, ossia dell’astrale inferiore, quello amministrato dagli ostacolatori, mosso dai distruttori dell’uomo anche quando sembra ardere di idealismo e religiosità, del desiderio di fare cose buone e di operare per il bene.  Sommersi nella condizione espressa dall’astrale inferiore è legittimo ignorare di essere, di pensare e di agire all’identico livello di coloro che consideriamo come i più rivoltanti e sanguinosi farabutti.

Non è un percorso facile: quello descritto è appena l’inizio del processo, la concentrazione vera, quella pura e semplice viene dopo, è il passo successivo e so di tanti che lo hanno rifiutato per la grande paura di uscire, per una manciata di secondi, dal pensiero dialettico. Eppure il vero esoterismo, la conoscenza spirituale, l’accesso ai Nuovi Misteri, accennati dai libri più ispirati, evocati nelle conferenze più selettive, si situano del tutto oltre il “manifesto” sostenuto dal desiderio e dal pensiero che non sanno accettare la propria morte. Senza la morte del pensiero dialettico tutta la Scienza Spirituale diventa per la coscienza umana soltanto una  possibilità di verità che si involve quasi sempre in astrazioni fantastiche riformulate su binari strettamente (rigorosamente) razional-ideologici:  un controsenso a tutti gli effetti, quindi fomentato da nemici dell’entità umana.

Non mi crederete ma non credo di essere un fissato con la concentrazione, se non fosse altro perché l’anima vola con ciò che è oltre la concentrazione e comunque cresce con le meditazioni che il nostro cuore sa accogliere. E’ solo che non la supererei con leggerezza, non la darei per cosa scontata. Ma in fondo questa è una valutazione che appartiene al vostro dharma, non al mio.


                                                

SCIENZA DELLO SPIRITO
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