21 Giugno 2013

ASCESI E COMBATTIMENTO SPIRITUALE

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Alcuni amici, con i quali condivido da lunghi anni la pratica della concentrazione e della meditazione, e che quindi sono per me “fratelli e sorelle d’armi” nella Via del Pensiero Vivente, mi chiedono a volte quale sia la mia posizione nei confronti delle Vie dell’Oriente, vedendo come a volte io citi volentieri testi della Sapienza d’Oriente, o come talvolta ne tragga immagini che, secondo una mia personale valutazione, possano rivelarsi feconde per la pratica interiore.

Una tale domanda è ben comprensibile, perché questa epoca oscura, malvagia e stupida, è anche l’epoca della massima confusione spirituale. E come mi ha fatto notare recentemente una persona, da me molto stimata proprio riguardo alla suddetta “fratellanza d’armi”, la volgarità plebea dell’attuale minestrone sedicente “spiritualista”, sia in salsa tradizionalista sia in salsa new age, riduce l’esoterismo all’essere una mera “una veste culturale, un sentiero di multiforme conoscenza, di spiritualismo tradizionalista, una Gnosi teosofica”. Tutto ciò a chi segue, con sincerità interiore, l’Ascesi del Pensiero non importa un bel niente, perché la realizzazione del pensiero-folgore attraverso la concentrazione è semplicemente l’annientamento di tutto ciò. Da questo punto di vista, per chi voglia radicalmente realizzare lo Spirito, la Via del Pensiero-Folgore non è ‘una’ via tra le vie, come da taluni si vorrebbe che fosse, e come viene stucchevolmente predicato dall’attuale neo-spiritualismo, che concepisce la tolleranza come uno stanco “tanto diciamo tutti le stesse cose”, e ne trae come corollario un dolciastro ‘compito-dovere’ di un ‘amorevole’ stare “tutti insieme appassionatamente”, ad ogni costo e a forza: tutto ciò è solo menzogna e ipocrisia.

La Via del Pensiero-Folgore non è neppure la Via più alta in una ipotetica piramidale gerarchia delle vie. Per chi – non concedendosi illusione veruna – guardi con concreto realismo alla costituzione interiore dell’uomo attuale, decaduto ad un livello di abiezione mai in precedenza raggiunto, ed alla sua condizione di estremo pericolo, in una “civiltà”, che non si deve esitare a chiamare barbarie – la quale erode e sgretola a velocità sempre crescente le forze dell’uomo interiore – l’Ascesi del Pensiero Vivente, la Via del Pensiero-Folgore, non può essere che la “unica Via”, perché essa è l’unica che svegli l’uomo interiore dal tramortimento, dalla narcosi paralizzante, nella quale egli si trova, e solo la concentrazione è il Rito che opera alla resurrezione del conoscere vivente dal cadavere della morta riflessità.

Senza questo Rito della resurrezione del pensiero vivente, senza questa operazione della concentrazione profonda, vòlta a denudare la potenza folgorante dell’atto del pensare da ogni forma e da ogni contenuto – anche spiritualista – ogni “sapere” e ogni “pratica” si rivela inutile e fuorviante. Non è che nello Yoga originario, nel Taoismo, nel Buddhismo Theravâda, Mahâyâna, Vajrayâna e Zen ad esempio non vi siano contenuti di valore eterno, ma tali contenuti – forme e manifestazioni nel divenire storico di una estraformale e immanifestata Sapienza Perenne – per l’uomo attuale, incapace persino di pensare una sedia per un minuto senza distrarsi, tali contenuti sono semplicemente inesistenti. così come inesistenti sono il Pitagorismo, il Platonismo, l’Ermetismo, la Kabbalah, l’Alchìmia, in quanto egli nel pensiero riflesso li riduce ad un mondo di vuote parole, permeate da una poltiglia istintivo-sentimentale, la quale è solo un patetico surrogato della loro autentica vitalità spirituale, che si è incapaci di far sorgere nell’atto vivo del pensare.

Nell’indicare la concentrazione profonda come unica via all’esperienza della nuda potenza del pensare, Massimo Scaligero è stato un Maestro unico. È stato ed è mio unico Maestro.
Ritorno spesso col pensiero agli incontri che nella mia giovinezza ebbi con Massimo Scaligero. Il primo incontro fu mediato da un amico, artista romano, che avevo conosciuto nell’estate precedente, avvenne nel 1970, sul finire della primavera. Colui che ci ha fatto conoscere Massimo Scaligero è e rimarrà sempre il nostro più grande amico, perché, mediando l’incontro con il Maestro, egli ci ha sicuramente fatto il più grande dono della nostra vita. Il debito di gratitudine verso un tale amico è illimitato e felicemente impagabile. Egli si rivelò essere uno di coloro che nel Buddhismo venivano chiamati Kalyâṇa-mitra, ossia “nobili amici”, “ammirevoli amici” o “amici virtuosi”. Ma se vi fu uno con il quale si sviluppò questa Kalyâṇa-mitratâ, questa “mirabile amicizia spirituale”, per antonomasia questi fu proprio Massimo Scaligero, ed io ringrazio ogni giorno il Cielo e i Numi di un sì prezioso e incomparabile dono.

Quando incontrai Massimo Scaligero, ero molto giovane, molto ignorante, molto entusiasta e molto sciocco. E questa fu la mia fortuna! Perché non sapendo praticamente nulla dell’Ascesi Solare ch’egli indicava, non avevo pre-giudizi, né pre-clusioni o pre-formazioni. Io venivo dalle vie orientali: dal Buddhismo Theravâda, Mahâyâna e Zen, e dallo Yoga. Ma quello che mi veniva indicato da Massimo Scaligero era talmente diverso e inaspettato, che non potevo paragonarlo a nulla di quanto dell’Oriente, nella mia adolescenza aveva nutrito la mia anima. Mi ponevo di fronte a quello che da lui mi veniva mostrato come un foglio bianco, o una tabula rasa. Perciò – con la foga dei miei 19-20 anni – gli chiedevo tutto: come si pratica il controllo del pensiero, la concentrazione, la concentrazione profonda, la meditazione, la contemplazione, la percezione pura, l’ascesi della volontà, come si compie l’elaborazione meditativa dei testi della Sapienza Sacra, e via dicendo. Massimo fu estremamente generoso, e soprattutto molto paziente. Perché di sciocchezze, inevitabilmente, ne facevo tante e continuai a farne una caterva. Ma siccome dai miei errori e dalle molte sciocchezze compiute ho imparato non poco, ho deciso di seguitare con acceso entusiasmo ad espormi alla possibilità di novelli e fecondissimi errori.

Quel che con inaspettata sorpresa scoprii, fu come Massimo Scaligero mi invitasse ad approfondire molto lo studio – meditativamente inteso – della Sapienza d’Oriente. A tale proposito mi dette una serie di indicazioni di autori e di opere, ma anche indicazioni operative, che custodisco nel cuore come un raro, prezioso, piccolo tesoro. Egli rinnovellava in me – me ne resi gradualmente conto in seguito – passando attraverso la rinascente vita del pensiero nella concentrazione e nella meditazione, dei contenuti di un’antichissima sapienza, ch’egli vedeva connessi con la mia “storia interiore”. Un chiarimento a proposito di questa spregiudicatezza e imprevedibilità dell’atteggiamento interiore di Massimo, tutt’altro che dogmatico, può venire da quel che ha scritto di recente Franco Giovi nel suo eloquente articolo, Aspro e duro è il terreno…, apparso ne L’Archetipo di Giugno 2013, ove dice:
«Comunque ognuno di noi è diverso ed è anche un mistero, poiché un filo occulto lo lega ad altri tempi, ad altre vite. Sia chiaro: non incito a tornare indietro, ma quel filo è solido e con la disciplina interiore affiora e tocca la coscienza di oggi. Massimo Scaligero lo chiamava ≪la propria tradizione interiore≫ a cui, continuava, ≪bisogna essere fedeli≫.
L’intellettuale, intellettualizzando, dedurrà un gran contrasto tra il nuovo, dato da Steiner, e l’antico ormai abbandonato. Se ci si ferma alla superficie, potrebbe essere davvero cosi, ma in profondità le cose cambiano, poiché in realtà non v’è alcuna frattura, alcun contrasto.

Come si giunge alla odierna Scienza dello Spirito? Per puro caso o dopo aver fatto “tabula rasa” di ciò che fummo? Certamente cosi non è. Le forze che ci hanno guidato verso la Scienza dello Spirito sono forze antiche, e l’agonia sofferta nella volontà di comprendere il nuovo messaggio dello Spirito nasconde un avvenimento grande: la metamorfosi della tradizione interiore, ovvero ciò che non cessa mai di esistere; che per esistere è capace di morire e risorgere: impegno della sopranatura, amore possente che scavalca i secoli e le personalità apparse e scomparse in essi. Il filo mai spezzato è amore immortale: nella personalità in cui temporaneamente abitiamo, difficilmente palesa il suo volto».

A me colpiva lo straordinario clima interiore nel quale in Oriente si svolgeva la ricerca spirituale, la ricerca del Divino, che è al contempo la ricerca della assoluta libertà. Mi colpiva soprattutto l’intensità sacrale dell’Ascesi, lo stato interiore dell’anima, ieratico, limpido, di cercatori assetati di Assoluto, cercatori capaci di volontà energica ed eroica. Questo clima di spiritualità “guerriera” era ciò che sentivo a me più congeniale, e in Massimo Scaligero lo vedevo come un ideale vivente incarnato. Era ciò che mi ricordavano continuamente le parole della Sapienza dell’Illuminato.
‘Guerrieri, guerrieri’. Perché, o asceti, siamo chiamati guerrieri? Perché lottiamo per la suprema sapienza e per l’eccelsa virtù, per questo siamo chiamati ‘guerrieri’! Anguttara Nikayo.

Queste parole del principe Siddhârtha Gautama, della stirpe guerriera degli Shâkya, e per tale motivo chiamato, una volta conseguita l’Anuttarâ-samyak-saṃbodhi, ossia la ‘insuperabile, perfetta, Illuminazione’, Buddha Shâkyamuni, l’Illuminato Asceta degli Shâkya, mi hanno sempre profondamente colpito, sin da quando le lessi per la prima volta, nella mia ormai lontana giovinezza.

Queste parole del Sublime Buddha mi toccavano – sin da allora – profondamente nell’anima, perché evocavano quell’intenso clima spirituale di energica lotta interiore, che è assolutamente necessario alla realizzazione spirituale, e mi sembravano contrastare da una parte con la tragicità dei tempi nei quali ci è stato dato in sorte di vivere, e dall’altra con la dispersione, il rapido sgretolarsi delle forze spirituali dell’uomo interiore, operato da questo mondo moderno in preda ad una parossistica demonìa economicistica e consumistica, accompagnata da una sorta di smarmellamento dell’infiacchita volontà, dal narcisismo di un intellettualismo pseudo razionalista, vacuo e vanitoso macinatore di inutili parole, dalla narcotica e svirilizzante azione ‘consolatrice’ di una decadente, menzognera, religiosità dogmatica, la quale da sempre ha avuto il terrore dell’autentica e diretta esperienza spirituale, e l’ha costantemente perseguitata con ogni sua forza e perfidia.

Di fronte ad un tale quadro, indubbiamente angosciante se si ha la forza e il coraggio di contemplarlo nel suo crudo, inattenuato realismo, la parola del Buddha ha la forza di scuotere dal suo torpido sonno la coscienza e di accendere energicamente la spenta e paralizzata volontà dell’ottuso uomo moderno.
In questo mondo, sempre più stupido, oscuro e malvagio, sarebbe essenziale, anzi vitale e salutifero, l’esser svegli, attenti, consapevoli, e invece gli esseri umani sempre più si muovono distratti, scentrati, storditi ed ebbri. E oggi, come 2600 anni fa, suonano severamente ammonitrici le parole del Sublime nel capitolo sulla vigilante attenzione, l’Appamâdavaggo del Dhammapada:
«La vigilanza è la via per non morire, la negligenza strada alla morte. I vigilanti non muoiono, i negligenti son come morti. […] Attraverso la riflessione, la vigilanza, la restrizione, il controllo, il saggio si costruisce un’isola che i flutti non sommergeranno»,
e quelle, più oltre, nel capitolo ‘dei fiori’, il Pupphavaggo:
«Come chi vada cogliendo fiori, così la morte coglie la vita degli uomini distratti: come un’inondazione che si abbatte su di un villaggio addormentato».
Queste ultime parole si rivelano addirittura paradigmatiche nel mostrare tutta la fragilità e lo stordimento, l’inconsapevolezza della condizione dell’uomo attuale, esposto – come mai prima – ai più grandi pericoli, che mettono in forse il suo stesso essere. Unica via di salvezza – per vincere le forze del caos distruttore e giungere ad attuare il proprio autentico essere – per l’uomo è conoscere e realizzare lo Spirito: realizzarlo direttamente, e non accontentarsi dei surrogati intellettualistici o sentimentali di una religiosità fideistica e dogmatica, oramai svuotata di ogni senso. Ciò conduce al difficile Sentiero dell’Iniziazione per il quale vale, oggi come un tempo, l’ammonimento – già da noi altrove, in precedenza, riportato – della sapienza vedica:
Sorgete! Svegliatevi! Avendo accostato i Maestri, imparate! Poiché quel Sentiero è come il filo del rasoio, difficile da percorrere, arduo da superare! Così dice il Sapiente. Katha-Upanishad, 1.3.14

Quel che dall’Oriente possiamo trarre come alimento per l’Ascesi Solare, non sono tanto delle tecniche ascetiche, che nella Scienza dello Spirito non mancano di certo, bensì quanto riusciamo a trasformare in idee-forza e in slancio interiore. Purtroppo – lasciatemelo dire – l’ambiente dei seguaci della Scienza dello Spirito – a parte le doverose e quantomai rare eccezioni – è ben lontano dal dimostrare la serietà, l’energia, la devozione, la dedizione, l’eroicità, la radicalità, il senso del sacrificio, l’oblio di sé, l’abnegazione, la compassione, il coraggio, che si riscontrano presso molti seguaci del Buddhismo e dell’Induismo.

Quando nelle cerchie della Scienza dello Spirito si sente parlare di una “via dell’anima”, che – al dire di taluni – sarebbe più adatta a molti, della pretesa necessità di un “sentire” da porre in atto come necessario correttivo di una “unilaterale” via del pensiero, facilmente destinata – sempre a loro dire – a trasformarsi in una “via del sublime egoismo”, non ci si rende conto, che spesso nel caso del correttivo proposto non si tratta affatto del sentire celeste – espressione, attraverso il pensare vivo, della presenza dello Spirito nell’anima – bensì di una emotività traentesi dalla natura inferiore, la quale facilmente trova mille travestimenti e inganni per proporre una via più comoda all’ego, pauroso ed avido di torpida inerzia, che vuole permanere così com’è. Tant’è che una tale sentimentale e facilmente eccitabile emotività di regola difficilmente riesce a scorgere le deviazioni – per lo più inavvertite – e le deformazioni – anche le più grossolane ed evidenti – della Via, che suscitano facili, passeggeri o ostinati, entusiasmi. Un tale imbelle e volubile sentimentalismo teme, avversa e odia l’azione prosciugante di ciò che Massimo Scaligero chiamava calor cogitationis, ossia l’avvampante fuoco del pensare, nel quale l’umida emotività egoica si sente essiccare e congelare. A mio giudizio, dovrebbero essere ben meditate le severe parole di Massimo Scaligero, il quale in Kundalini d’Occidente scrive che:
«In epoca di crisi e di pericolo – come la nostra – il sovrasensibile ha le più alte possibilità di proiezione di energie nell’uomo, della massima donazione di sé. Ma perché l’uomo possa pervenire alla propria liberazione, occorre, da parte sua, una partecipazione autentica e completa, un impegno che nasca dalla sua interiorità profonda».

Egli, parlando ad alcuni di noi, affermava che oggi – proprio in questa epoca oscura e malvagia – sono possibili le più audaci realizzazioni spirituali, che invece sono più rare in epoche più “spirituali” e “tradizionali”, epoche nelle quali molti, anche con “qualificazioni” di ordine superiore, tendono ad “addormentarsi” nell’inerzia sognante nell’anima, mentre il pericolo scuote e sveglia le forze dell’Io. Quella dell’Io è una Via di Sapienza e d’Amore che richiede – anzi esige – a colui che, risoluto, la vuole percorrere: coraggio, coraggio, coraggio e graalico Intelletto d’Amore.

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SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

TRAPIANTO DI TESTA: SI PUO' FARE?

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SI…PUO’….FARE!!!

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Negli ultimi giorni abbiamo visto una notizia molto particolare balzare e rimbalzare nel  flipper massmediatico. Tralasciando i professionisti della “notizia shock” ab-usata per indicare tanto gli accadimenti più seri quanto quelli rientranti nel campo del “tittytainment” tale evento è stato presentato da alcuni come una “possibilità straordinaria”, da altri come “un traguardo fantascientifico” o come “progetto complicato” con tutti gli annessi e connessi (o disnessi e sconnessi) del caso in quanto all’etica e all’opportunità. 

Di cosa stiamo parlando? Tenetevi forte: è roba da far girare la testa! Anzi, a quanto dice il neurochirurgo Sergio Canavero la testa si trapianterà proprio del tutto. Certo, ci vorranno ancora un paio d’anni, ma che volete che siano data l’epocalità della cosa? 

Il progetto si chiama HEAVEN/GEMINI (Head Anastomosis Venture with Cord Fusion), ma l’idea non è recentissima dato che i primi passi a livello pratico risalgono al 1970, allorquando la prima unione cefalosomatica venne realizzata dal Dr. Robert White utilizzando due macachi. Il ricevente visse ben 8 giorni, a quanto pare in maniera normale (!) e senza complicazioni di sorta. 

Lo stesso Dr. White ebbe a scrivere qualche anno dopo: “…Ciò che è stato realizzato nelle cavie animali..è pienamente realizzabile nella sfera umana. Per sapere se tali procedure sensazionali troveranno mai giustificazione in campo umano dovremo attendere non solo le continue conquiste della scienza medica ma, in maniera più appropriata, le giustificazioni morali e sociali di tali imprese”. 

Ma la tecnologia allora disponibile non permetteva ancora di passare anche all’atto pratico sugli esseri umani poiché l’impossibilità di connettere tutti i nervi della spina dorsale avrebbe comportato la paralisi del corpo dal collo in giù. 

Frankenstein Junior

Cionondimeno nel 1999, il Dr. White predisse che “…ciò che era stata da sempre materia di fiction scientifica – la leggenda di Frankestein, nella quale un intero essere umano veniva costruita cucendo tra loro parti di diversi corpi – diverrà realtà clinica nel XXI secolo…il trapianto di cervello, almeno ad uno stadio iniziale, sarà un trapianto della testa a tutti gli effetti (o trapianto di corpo a seconda dei punti di vista) …considerando i significativi miglioramenti nelle tecniche chirurgiche e nella gestione post-operatoria…è ora possibile considerare l’applicazione delle tecniche di trapianto della testa agli esseri umani“. 

Sembra dunque giunto il momento fatidico, perlomeno stando a quanto pubblicato dal Dr. Canavero stesso sulla rivista Surgical Neurology International(http://www.surgicalneurologyint.com/article.asp?issn=2152-7806;year=2013;volume=4;issue=2;spage=335;epage=342;aulast=Canavero): il sopracitato problema della connessione sarebbe stato risolto grazie ad un particolare tecnica di taglio chirurgico (definita nella pubblicazione “clean cut”) e all’utilizzo di polimeri inorganici (chiamati fusogeni o sigillanti di membrana) che dovrebbero «ricucire» la lesione midollare rendendo dunque possibile la continuità del midollo spinale fra donatore e ricevente. 

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Senza scendere troppo nei dettagli (chi fosse interessato può facilmente trovare maggiori ragguagli sul web nonché nell’intero articolo sul sito della rivista sopralinkata) : la testa del ricevente (tetraplegico o affetto da patologia neuromuscolare degenerativa) verrebbe portata ad una temperatura tra i 10°C e i 15°C, per essere poi chirurgicamente asportata da parte di una equipe medica, mentre una seconda equipe provvederebbe al contempo all’asportazione della testa del soggetto donatore (deceduto a seguito di un trauma cranico puro oppure di un ictus fatale). La bassa temperatura permetterebbe il corretto svolgimento dell’operazione da concludersi nel tempo massimo di un’ora. Tempo permettendo il donatore sarebbe altresì sottoposto ad un’autotrasfusione di sangue da rimettere poi in circolo ad anastomosi compiuta. 

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Concluso l’intervento si trasferirebbe il ricevente in terapia intensiva dove rimarrebbe sedato per tre giorni  indossando un collare cervicale, dopodiché avirebbero sedute di fisioterapia fino al massimo recupero funzionale possibile. 

A livello psicologico viene invece prefigurato un intervento volto ad occuparsi dell’identità e dell’immagine corporea. Inoltre gli psichiatri dovrebbero tra le altre cose occuparsi di monitorare un corretto decorso dal punto di vista delle aspettative del paziente rispetto all’allotrapianto, affinché esse siano mantenute positive ma realistiche. 

Le ultime fasi della sperimentazione dovrebbero svolgersi avvalendosi della solita collaborazione dei primati oltreché di soggetti umani, in condizione di morte cerebrale e prima di un eventuale espianto di organi. 

Per quanto riguarda invece il dilemma etico esso viene esposto chiamando in causa il racconto di Thomas Mann “Le teste mozzate” (1940)*, in particolare considerando il fatto che quella che il Dott. Canavero indica come “HEAVEN created chimera” avrebbe la mente del ricevente ma in caso di riproduzione la prole erediterebbe il patrimonio genetico del donatore. 

Ad ogni modo, nel giro di un paio d’anni il progetto HEAVEN “potrebbe portare i suoi frutti”. Non so se in questo caso sia necessario aspettare i frutti, da cui riconosceremo. Forse la semina è già più che sufficiente.

Come dite? Potrebbe essere peggio? Beh si, in effetti…potrebbe piovere! 

Igor

* Molto sinteticamente: Ambientato in India, e basato su di un mito indiano, esso vede protagonisti due amici,  psicofisicamente differenti essendo uno (Shridaman) mercante brahmano spiritualmente dotato ma non fisicamente prestante e l’altro (Nanda) un fabbro e vaccaro di bell’aspetto e dal corpo curato. Shridaman sposa la bella Sita, ed i tre si recano sei mesi dopo il matrimonio (con Sita in dolce attesa) a trovare i di lei genitori. Durante il viaggio Shridaman, in preda a turbamento religioso, si decapita autosacrificandosi in un tempio dedicato  alla dea Kali e l’amico, scopertone il cadavere, fa lo stesso per timore di venir accusato di omicidio. Quanto Sita, che era consapevolmente attratta fisicamente da Nanda, trova i cadaveri tenta di impiccarsi, convinta che la causa del tutto risiedesse nella gelosia dei due verso di lei. A questo punto entra in scena direttamente la dea Kalì, che erudisce Sita su quanto è in realtà avvenuto dandole al contempo la facoltà di ristabilire la situazione. Ma Sita, sopraffatta dall’emozione commette un errore, cosìcché la testa di Shridaman viene a trovarsi sul corpo di Nanda e quella di Nanda sul corpo di Shridaman. Inizialmente i due amici paiono soddisfatti della nuova situazione, ma resta da definire chi a questo punto debba legittimamente essere il marito della giovane donna. L’asceta Kamadamana, all’uopo interpellato, sentenzia che il legittimo consorte dev’essere colui che ha ereditato la testa di Shridaman (“Sposo è chi porta il capo maritale”), con gran delusione di Nanda che decide di diventare un anacoreta. Col passare del tempo però anche il nuovo corpo di Shridaman (non esattamente un tipo dalla vocazione atletica)  comincia ad inflaccidirsi, tornando ad essere “uno di quei corpi che possono ben servire da complemento e appendice a una testa nobile e sapiente”. Nel frattempo viene alla luce il piccolo Sadhami (soprannominato poi Andhaka, ossia ciechino, essendo affetto da forte miopia) e Sita aprofitta di una breve assenza di Shridaman per recarsi a trovare Nada e fargli conoscere quel bambino che era anche carne della sua carne. Passarono nuzialmente insieme un giorno ed una notte, fino a quando Shridaman, tornato dal suo viaggio ed intuito dove si trovasse la moglie, li raggiunse ponendo così Sita nella condizione di dover effettuare una scelta. Non sussistendo la possibilità per la donna di poter vivere con entrambi, l’unica soluzione risulta essere il suicidio dei due, seguiti ritualmente nella stessa sorte da Sita in un rogo funebre appiccato dal piccolo Andhaka, il quale poi condurrà una vita molto spirituale e diverrà lettore presso la corte del Re di Benares.

 

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