Cenni sul ricordare lo Spirito

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Possiamo esaminare le indicazioni che il dott. Colazza diede a proposito del “ricordare”.

Mi pare che un mio carissimo amico – tra i pochi rimasti – abbia scritto qualcosa, anni fa, su l’Archetipo e forse dirò le stesse cose oppure no.

Inizio subito con l’autorità delle parole di Rudolf Steiner, che per il senso generale dell’esperienza interiore, sono perfettamente chiare e valide.

” In epoca più o meno lontana si è avuta una data esperienza. In un determinato momento – per una qualsiasi causa – essa risorge dai sostrati dell’esperienza dell’anima. Si sa che ciò che così è risorto corrisponde ad una esperienza; e lo si riferisce a questa esperienza. Nel momento però del ricordare  non si ha dell’esperienza altro di presente che l’immagine ritenuta dalla memoria. Ci si figuri ora il sorgere nell’anima di un’immagine, a mo’ di una immagine ricordata, però tale che questa immagine non esprima qualcosa di precedentemente sperimentato, ma rappresenti qualcosa di sconosciuto per l’anima”. (Dal I capitolo della Soglia del Mondo spirituale).

Ora, riguardo a ciò di cui qui si parla, mentre la dinamica spiegata dal Dottore è valida ed esatta, ricordiamoci che si rivolge al percorso della veggenza. Qui ci accontentiamo di trattare esperienze più “tenui” (ma non necessariamente deboli), tali che possono sorgere anche in persone che conducono una vita normale e non conoscono gli indirizzi della Scienza dello Spirito.

Perciò uso con prudenza il termine “immagini”, giacché nella vita o nei primi passi di un cammino interiore, possono capitare esperienze abbastanza diverse. Mi spiego: può succedere che, nello stesso percorso interiore indicato da Steiner nelle precedenti righe, in qualcuno sorga la memoria di un quid senza immagini, di una forza sconosciuta, di un potente sentimento che non si allaccia a nessuna esperienza precedente; di una sostanza animica (cioè un quid) che, seppure ascendente da ignote profondità, l’anima sperimenta come cosa non sua: essa o esso entra nella consapevolezza ma non ha mai fatto parte di precedenti esperienze.

Questo fenomeno, che è quasi una rivelazione, è meno raro di quanto si pensi.

Dipende in primo luogo dalla capacità di accorgersene, poi da quel mix ereditario e spirituale che forma la nostra attuale entità e (molto) dagli impulsi che provengono dalle esperienze remote, quelle vissute prima della nostra nascita.

Poi la disciplina interiore, per dirla breve, di concentrazione, meditazione, contemplazione e percezione pura, può dare frequenza e intensità al fenomeno che comunque si manifesta per forza propria.

Non dimentichiamoci che il Soggetto perenne ricorda mondi dello Spirito ed esperienze legate ad incarnazioni precedenti. Ed è questo il Soggetto che si fa strada nelle vere discipline esoteriche.

Ai tempi del Dottore non furono pochi coloro che iniziarono a sperimentare il “ricordo dello Spirito” attraverso una dedita lettura dei suoi scritti. Un esempio a noi particolarmente vicino è stato quello di Arturo Onofri, la cui particolare natura, con più lettura che discipline, gli permise di gettare uno sguardo sui mondi invisibili. Pure il dott. Colazza proponeva importanti cambiamenti delle condizioni animiche nell’accogliere l’influenza dei grandi temi dell’antroposofia, qualora questi divenissero vivi e operanti nell’anima del discepolo.

Egli dice: “Nell’ordine della conoscenza occulta non si può rimanere passivi dinnanzi a quel che si riceve, e che non viene dato con l’intento di “informare”, ma con quello di condurre gli altri alle stesse conquiste interiori”.

Perciò diventa essenziale trovare la forma più giusta di ricezione.

La prima cosa è la trasformazione dei pensieri che riguardano i mondi superiori in vive immagini.

La forma discorsiva va superata permettendo la creazione di immagini, non come echi delle parole scritte o udite, ma osando con libertà nostra, la loro formazione: passando dalla comprensione concettuale a immagini create da noi stessi.

In quest’opera la forza “solare” dell’Io cosciente e volente deve incrociarsi con la spontaneità creativa dell’immaginare che possiamo chiamare forza “lunare”: è essenziale che l’operazione sia costantemente atto d’equilibrio tra le due forze. Non va presa alla leggera: è atto magico…e come le magie di tutti i tempi, questo se non è creativo può essere nocivo.

E’ fondamentale che si senta propriamente nostra tale attività: solo così essa è coinvolgente e trapassa dalla testa alla sfera del cuore naturalmente, spontaneamente.

Però qui parliamo di un sentire che non va confuso con le solite reazioni emotive. E’ un sentire che, come dice la parola stessa, ascolta, sente. Possiamo ricordare il simbolismo dei due manici del vaso: un tempo raffigurarono le orecchie del cuore.

E’ salvifico non fantasticare. Di più: è inaccettabile. Ordinariamente il sentire non sa essere un organo di percezione.

E’ una faccenda seria: siamo così assuefatti nella ricezione passiva dei contenuti che dal sentire salgono alla coscienza al punto che eserciti di antroposofi e spiritualisti hanno rovesciato il percorso meditativo nell’illusorio tentativo di facilitarlo ripetendo nella disciplina il guasto strutturale a cui si è abituati: si evocano immagini o parole e si appiccicano a queste il sentimentuccio che passa per il torace in quel momento. Che sia un sentimento elevato suscitato dalla memoria generale, è sempre cosa appiccicata con la colla.

Forse ne abbiamo già parlato e allora è inutile dilungarsi.

Insomma, con le immagini antroposofiche si tratta di immaginarle.

Troviamo chiare indicazioni nel ciclo intitolato L’evoluzione secondo verità: “Questo è in sostanza ciò a cui dobbiamo giungere: trasformare le nostre rappresentazioni in immaginazioni, in immagini. Anche se le nostre immagini sono goffe, anche se sono antropomorfiche, anche se quelle sublimi entità hanno l’aspetto di uomini alati, tutto ciò non conta. Alla fine la realtà vera ci sarà data e quel che deve essere eliminato lo sarà.”

Così tutto ciò acquista la forza e l’intimità di un ricordo proprio.

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