AZIONE INTERIORE E PRESENZA ESTERIORE

Agrippa

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Un’amica, dal nome pugnace, pone una domanda, anzi due, che sorgono del tutto naturali a chiunque affronti il cammino spirituale con senso di responsabilità.

La prima dice: «Detto questo però rimane in me sempre una domanda. Dunque, è giusto e doveroso lavorare alla propria evoluzione personale e dedicarvi tutte le forze possibili, ma questo basta?». La risposta, doverosa, è e no! Ma perché una tale duplice risposta? Veramente, ce ne sarebbe anche una terza, in stile Rinzai Zen – la Scuola buddhista, sino-giapponese, dell’«urlo e il bastone» – ma i tempi oggi sono ben poco propensi ad accogliere questi upâya, ossia questi oltremodo salutari «espedienti», o upâya-kaushalya, questi «abili mezzi», davvero poco convenzionali, che gl’imprevedibili e tempestosi Maestri della Scuola della «Illuminazione improvvisa» in Oriente amavano «compassionevolmente» usare, con indubbia efficacia, su quei discepoli temerari, che avevano lo «sciagurato» e «felice» coraggio di affidarsi – come del resto fecero Naropa con Tilopa, e Milaraspa con Marpa – anima e corpo alla loro guida.

A dirla tutta, tali sistemi – per nulla sentimentali e molto poco rispettosi delle varie «ortodossie» accettate – a Massimo Scaligero non dispiacevano affatto, e qualche volta…
Una risposta non può prescindere dalla concretezza delle singole persone asceticamente operanti. Ossia è importante chi opera, come opera, che cosa faccia, perché e a qual fine egli percorra il sentiero dell’ascesi. Ogni essere umano ha la sua «storia» invisibile, il suo «passato» cosmico, la sua «tradizione interiore». Una risposta «radicale» sarebbe quella di ricordare che essendo in definitiva il mondo – per la coscienza spiritualmente sveglia – cittamâtra e vijñâptimâtra, cioè solo pensiero e sola coscienza, l’azione verace, l’azione autentica, non può che essere quella «interiore», e che ad essa nulla manca per operare ad una integrale trasformazione di sé e del mondo. Il Samâdhirâjasûtra, o Sûtra regale della contemplazione, afferma: «O figli dei Vittoriosi, i tre regni non sono altro che mente». La scuola Cittamâtra o Vijñânavâda del Buddhismo Mahâyâna sostiene appunto che i fenomeni, così come noi li percepiamo, non sono altro che mente, non esistono se non come «apparenze», come percezioni che si inverano dentro e non fuori della mente e della coscienza. L’unica cosa realmente esistente è la coscienza.

Un ermetista dei secoli passati (ma sono poi veramente “passati”?!) ci ricorderebbe, inoltre, che Igne Natura Renovatur Integra, che l’intera Natura – quindi l’uomo corporeo e quello interiore, la sfera degli elementi, i regni naturali e quello umano, il microcosmo e il megacosmo, vengono tutti trasformati, trasmutati, rinnovati attraverso l’opera del «fuoco». Ma non si tratta del selvaggio fuoco distruttore, che viene usato nell’industria e nelle cucine, e spesso purtroppo anche per distruggere uomini, natura e mondo. Si tratta piuttosto di un «fuoco» di natura non «esteriore», bensì «interiore», di un fuoco «occulto», non visibile, ma ben operante e trasmutante. E la «pietra» che scaturisce dalla lavorazione che il «fuoco ermetico» fa della «materia prima» è chiamata la «medicina dei tre regni», per la sua virtù trasmutatrice e risanatrice della natura umana e di quella naturale.

Ma ben pochi sono capaci di percorrere e realizzare l’arduo sentiero di quella nobile Scuola buddhista, e pochissimi sono in grado di scorgere o accendere il trasmutante fuoco ermetico, del quale con grande profondità ed entusiastico amore parlava cinque secoli fa Enrico Cornelio Agrippa nel suo De Occulta Philosophia.

Lo stesso Massimo Scaligero avverte nella prefazione del suo aureo Trattato del Pensiero Vivente: «Il presente trattato, anche se logicamente articolato e accessibile, propone un còmpito attuabile forse da pochissimi». Ricordo come negli ultimi tempi – e ne parlò persino nell’ultimo incontro del 25 gennaio 1980, poche ore prima che ci lasciasse – egli contrapponesse sempre più spesso il «realismo eterico» o «realismo del pensare», o «realismo del Logos», al volgare realismo che vede cose, oggetti, esseri, ed eventi, come esistenti «in sé», al di fuori e indipendente mente dall’atto del conoscere che li invera nella coscienza.

E la cosa che più ripugnava a Massimo Scaligero era quel «realismo antroposofico», grossolanamente primitivo, che si figura l’essere umano con gli «arti» della sua costituzione occulta, e l’Universo coi suoi mondi, come fossero delle matriosche russe o delle scatole cinesi, rigidamente concepite e infilate una dentro l’altra, in una forma spesso decisamente rozza rispetto all’immagine del mondo, alla quale erano e sono tuttora capaci di sollevarsi taluni scienziati seri e onesti.

Vi è da dire che per molti il muoversi nell’atmosfera del pensiero puro, il sollevarsi con la concentrazione al momento dinamico del pensiero, che vuole il proprio atto pensante indipendentemente dalla mediazione di qualsiasi contenuto pensato, anche «spiritualista», è qualcosa che li manda in debito d’ossigeno, fa loro «mancare l’aria», e l’incandescente «fuoco sidereo», che anima un tale volitivo pensare, viene sentito come «raggelante», e addirittura come «mortifero» nei confronti della spensierata natura animale. Tutto ciò è più vero di quel che in genere non si sospetti: ma qui sta il coraggio richiesto, qui è la prova che viene raramente superata e frequentemente, invece, viene astutamente evitata – con la sentimentalità, col misticismo, con l’attivismo esteriore, con l’«impegno» politico, con il vacuo e inconcludente intellettualismo, col praticare l’ascesi al risparmio – e in molti casi tragicamente fallita.

Dunque, dobbiamo affermare che , è giusto dedicare tutte le forze possibili alla realizzazione dell’Ascesi della resurrezione del pensiero, e che questa è al contempo condizione assolutamente necessaria e totalmente sufficiente, e che ciò basta e avanza. Il problema è che di una tale dedizione assoluta si deve essere realmente capaci, e non si deve meramente o sentimentalmente o misticamente sognare di esserne capaci, perché questo sarebbe un patetico scambiare il desiderio per la realtà. Tale assolutezza deve essere attuata, ad essa si deve tendere con tutto se stessi, ma appunto essa è tutta ancora da attuare, non già bella e attuata. Le parole di Massimo Scaligero, da lui scritte alla fine degli Anni Cinquanta del trascorso secolo nell’Avvento dell’Uomo Interiore e già proposte tempo fa su queste pagine, furono per me sin dalla prima volta che le lessi la divisa interiore, il punto di riferimento assoluto del mio orientamento interiore:
« La disciplina dell’anima e la meditazione di cui si è parlato dovrebbero diventare motivo dell’esistenza quotidiana, presso il normale decorso della vicenda esteriore: dovrebbero essere la ispirazione di fondo, l’abitudine vitale, mentre ogni volta il superamento del limite raggiunto dovrebbe essere possibile oltre ogni prova, difficoltà, ostacolo. Non vi è ostacolo che così non possa essere superato: occorre volere sempre nell’unica direzione, senza sosta, sempre la medesima idea, il medesimo culmine, la solitaria altezza, con animo teso a spezzarsi, teso sino all’estrema possibilità, oltre se stessi, così che ogni dolore risorga come un puro sentire, ogni avversione divenga nulla, tutto l’effimero si stemperi e svanisca nella metafisica trasparenza di un mondo che è infine realtà: quello in vista del quale il mondo che si ha ora intorno è caotico, impossibile, illogico, senza direzione e senza speranza».
Per cui, anche se alla domanda della nostra amica dal nome pugnace è possibile rispondere no, una tale risposta non può che essere provvisoria nella misura in cui non si sia ancora capaci della richiesta assolutezza, ma si opera energicamente a creare le forze e l’intensità di coscienza per attuarla!

Quanto alla seconda domanda, che così suona: «Che cosa importa al mondo se io evolvo? Aiuta qualcuno la mia evoluzione personale? I frutti di questo lavoro si devono tradurre anche in azioni nel mondo che mi circonda o questo è da considerarsi un di più perché è più importante dedicare tutte le forze per arrivare al Pensiero-Folgore?», essa riguarda proprio la motivazione o l’impulso che ci spinge a voler percorrere il sentiero dell’Iniziazione. Al mondo importa moltissimo se il discepolo pratica intensamente l’Ascesi del pensiero, perché il «fuoco» di una tale pratica dissolve molto dei guasti liquami che infestano, deformano, ammalano il mondo umano e non umano.

Molto del karma problematico del mondo viene pareggiato, trasformato, mutato dal silente lavoro interiore dei votati alla concentrazione e alla meditazione. Ma è proprio il dedicare tutte le forze alla pratica interiore per realizzare il Pensiero Vivente, che dà poi la possibilità che la realtà spirituale e l’intensità vissute nel sacrario dell’anima «tracimino» poi nella spontaneità delle azioni quotidiane, sino a gradualmente trasformare le consuete attività del vivere quotidiano in un Rito di concentrazione o meditazione ininterrotto, come l’osservazione della vita di Massimo Scaligero mostrava a chi aveva occasione di contemplarla e in qualche modo di parteciparvi. Ma per arrivare a ciò molta è la strada da percorrere.

Non occorre proporsi «impegni» esteriori non richiesti, coinvolgimenti che possono rivelarsi velleitari e devianti. Quel che è richiesto è semplicemente, fuori dei momenti consacrati al lavoro interiore, di vivere con empatica partecipazione e vigile presenza ai doveri effettivamente richiesti, eseguendo gli atti necessari al quotidiano operare come atti di consacrazione al Divino, come veicoli dell’azione dello Spirito attraverso noi. Agire con distacco dai frutti dell’azione, nishkâmâ karman, agire per amore dell’azione stessa, «liberi di brama e di passione», kâmâragavivarjitam dice il Supremo nella Bhagavad Gîtâ, con totale presenza e attenzione.

Il proporre come azione ulteriore «doverosa», al fine di «superare l’egoismo», un coinvolgimento nell’agitazione politica, col pretesto di «portare lo Spirito nella politica», è qualcosa di estremamente grave, qualcosa di veramente equivoco, che porta rapidamente alla paralisi e alla perversione delle forze interiori e al tradimento. Contro le contaminazioni di esoterismo e politica – di qualsiasi colore e a qualsiasi scopo – Massimo Scaligero ha usato sempre parole di fuoco e messo in guardia, senza mai cedere a verun compromesso. Anche se oggi assistiamo persino al fiorire di «corsi» nei quali si insegna – naturalmente a pagamento – come si possa e si debba portare lo Spirito in quella immensissima cloaca che è la politica italiana e internazionale.
Meglio tenersi lontanissimi da tali «avventure»…

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