Giugno 2013

Il vernissage di Mara Maccari

 PERCORSO INTERIORE DALL’ABISSO ALLA GRAZIA:

OPERE DI MARA MARIA MACCARI

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Ecco un’occasione per conoscere l’Opera di un’Artista e amica che segue da decenni un percorso di Scienza dello Spirito.

Chi volesse partecipare all’Evento è invitato a darne notizia a Francesca Miandro: azothsophia@yahoo.co

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ANNUNCI, ARTE, MARA MARIA MACCARI, PITTURA

NON E' PER NIENTE FACILE

L'UOMO INTERIORE

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Con consueta monotonia io continuo a volare (volare? Strisciare, piuttosto) bassino: è in relazione con ciò che mi capita di vedere o sentire quasi settimanalmente. I mantra dei 3 minuti o nemmeno quelli, il ripudio delle discipline interiori, l’adesione totalmente cieca (realistico-primitiva) all’antroposofia, gli inqualificabili sputacchiamenti reciproci tra “maestri” e cose del genere, sembrano perseguitarmi. Onestamente, ho avvertito, qua e là, lampi di serietà, quasi insostenibili per gli stessi lampeggiatori. Per questo è spesso a loro che mi rivolgo, per dire loro di non abbattersi, di non mollare, anche se molto spesso la nostra dotazione di eroismo già si consuma nell’enorme fatica della vita.

Per questo posso raccontare anche qualcosa che appartenne a me, non per sfiduciare ulteriormente qualche lettore ma per abbracciarlo e dirgli: “Forza, non sei solo e anche i testoni come me e te qualcosa riescono a fare, un po’ alla volta”

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Non sono pochi gli anni trascorsi dal tempo in cui uscì l’Avvento dell’uomo interiore – era il 1959 – a cui seguì nel 1961 Il Trattato del Pensiero Vivente, a cui seguì poi, nel 1962, La Via della Volontà Solare (un grosso volume di 344 pagine che il cognato ed ex discepolo di Scaligero, Paolo “Virio” Marchetti, gnostico cristiano, giudicò essere un verboso e inutile testo a difesa dell’antroposofia). Nello stesso anno acquistai, come si dice “per puro caso” una delle due solitarie copie che si facevano compagnia nel settore occultistico della più fornita libreria cittadina. Presi La Via della Volontà Solare perché era l’unica novità dello scaffale, costava relativamente poco e mi incuriosiva l’Autore, del quale  avevo già inteso diversi commenti che avevano una caratteristica comune essendo tutti pesantemente critici e sfavorevoli. Dovrei premettere uno sfondo. Già da alcuni anni, con un piccolo gruppo di amici e sotto la venerabile guida di Giovanni Blason, pittore e antroposofo non omologato, stavo spurgando i miei peccati occultistici con lo studio faticoso e ripetuto della Filosofia della Libertà di Rudolf Steiner. Vi siete mai chiesti cosa provi la lucertola a perdere la coda? Deve essere qualcosa di simile a quanto succede nell’anima di un occultista che abbandona l’occulto per dedicarsi ad un testo apparentemente filosofico. Ricordo come la tensione del comprendere fosse massima…eppure lo studio più rigoroso non riusciva mai a soddisfare i due quesiti che il Dottore pone a capo e a risultato del percorso del libro. Al contempo l’alta statura umana e la sottaciuta veggenza di Blason stimolavano il nostro (devoto) rispetto per il lavoro intrapreso. Contemplato a distanza di molti decenni, il senso più concreto di tale lavoro fu quello di educare ilsentimento nei confronti del pensiero e dei testi fondamentali della Scienza dello Spirito.

Come la guerra di trincea comportava spazi di combattimento all’aperto ma anche un’attività sotterranea tra gallerie e cunicoli, così, col testo di Scaligero, raddoppiarono studi e riflessioni. Si continuava insieme il lavoro antroposofico-epistemologico, poi individualmente e in altri momenti si sfidavano le difficoltà su quanto Scaligero comunicava con una prosa che si avvertiva, a quel tempo e a quell’età nostra, difficilissima.

Eppure, proprio dai testi di Massimo Scaligero, che susseguendosi, diventarono una specie di grande regalo annuale, iniziò a farsi strada nell’ottusa coscienza di noi, intelligenti in tutto ma non in questo, la comprensione che il pensare fosse altro dai pensieri, che il pensiero riflesso fosse quello di cui la desta coscienza diviene consapevole ma al contempo limitata, che il problema di cosa fare del nostro pensiero precedeva tutti gli altri problemi umani, esoterici e genericamente antroposofici. Il pensiero con cui penso ora è il problema immediato: tutto il resto è una realtà parziale e insoddisfacente poiché  generata dal problema non risolto. Il fatto che essa appaia ampia, complessa e interessante non porta soluzioni all’enigma della mia esistenza.

Comprendere quanto accennato era pure comprendere l’inscindibilità del problema dalla sua soluzione che non poteva essere filosofica ossia produttrice di ulteriori pensieri. La soluzione anzi iniziava con la fine di ogni pensiero filosofico. Ora posso dirlo sperimentalmente: La Filosofia della Libertà è “sovversione assoluta” per la coscienza e la sua cultura. Con essa termina l’evoluzione positiva del discorso filosofico che, finalmente afferrato sino alla radice, diventa pura esperienza di osservazione scientifica e porta con se un nuovo grado di coscienza. Da essa il continuarsi  del pensiero logico-analitico formale dotato di straordinaria potenza inerziale diviene il nulla distruttivo della dialettica ( un tempo anch’essa utile e giustificata) ossia il guasto della condizione umana portato oltre ogni possibile contenimento. La mancata consapevolezza di una tale rivoluzione, preparata dalla Scienza da centinaia d’anni e disattesa proprio là dove il pensiero individuale cosciente avrebbe potuto e dovuto arrestare la propria discesa per riaccendersi nel percorso adialettico cosciente, ha già provocato una grave scissione nel divenire dell’uomo: certamente non quella presupposta da molti antroposofi e spiritualisti.

Verso la seconda metà degli anni ’60 iniziai un rapporto epistolare con Scaligero. In quel momento il mio legame con l’esoterismo avanzava su una doppia strada divergente. Lo studio e l’approfondimento erano dedicati senza remore alla percezione e al pensiero mentre nella pratica mi esercitavo giornalmente per ore al Vicāra di Ramana Maharshi (la meditazione sul “Chi sono Io?”), considerandolo come la via più attuale e diretta: fiorita dai mille rami dello yoga. Evidentemente non riuscivo a liberarmi dagli antichi e tenaci retaggi.  Scrissi di questo a Massimo che mi rispose così: “…ma allora, caro amico, una volta nella corrente del pensiero vivente si sa quale asana o tecnica psicosomatica ci può essere utile. Le assicuro che allora si sa tutto, a questo punto si possono buttare via i libri. Ma occorre ravvisare il vero sadhana di questo tempo: è decisiva per la civiltà la distinzione tra pensiero somatico e pensiero vivente: per il pensiero vivente passa tutta la magia antica. La concentrazione è un esercizio magico, se si sa portare oltre il limite ordinario. Se le è necessario, si giovi ancora del supporto di Ramana, ma metta al centro la magia del pensiero e i cinque esercizi come correttivo del tutto. Nel pensiero incorporeo c’è la potenza della folgore. E’ la via dei forti e dei risoluti.”

Vorrei dirvi:”Letto e fatto!”. Ma non andò tutto liscio, anzi…Mollai di colpo la mia meditazione yoghica e in cambio non riuscii a fare la concentrazione. Passarono le settimane, l’anima si raggrinziva, il mondo ingrigiva e nella testa passava, freddo e scivoloso il pensiero che la mia impotenza suggeriva come unica soluzione senza alternative una dignitosa dipartita. Sia detto senza drammi: la situazione era silenziosamente drammatica!

Lo schema delle grandi crisi è più o meno sempre lo stesso (ma saperlo non serve a niente, occorre viverlo): lottare inutilmente e poi affondare fin giù.

Racconto spudoratamente questa esperienza avendo ben chiaro che è mia, spero non vostra, nella speranza che possa far riflettere per qualche secondo coloro che, leggiadri come la vispa Teresa, sognano un piacevole sviluppo occulto, 15 giorni di esercizi per giungere all’Iniziazione, una passatina alla Scienza Occulta per collegarsi all’Antroposofia Vivente, ecc.

Camminavo su e giù per il mio studio come una mosca che inutilmente sbatte da una parete all’altra. E il problema lo risolse chi aveva la capacità di risolverlo: come dice Meyrink: Colui che è sveglio quando io dormo. Decise Lui per me. Da dietro l’oscura coltre del volere salì in quel minuscolo pezzo d’anima che credevo fosse mia. Mi disse: “Siedi” e scoprii che potevo sedermi anziché ronzare per la stanza. “Immagina un oggetto” e mi accorsi che potevo immaginare un oggetto (credo fosse un chiodo). “Mantieni tutta l’attenzione sull’immagine” e, come un lampo illumina per un istante le cose celate dall’oscurità, mi resi conto (ma le parole non bastano e neppure le analogie) che potevo fare la concentrazione indipendentemente dal mio yoghico passato, dalle mie tribolazioni personali, dai dubbi, dall’impotenza. Insomma, da tutto (forse è necessario sottolineare che nessuno mi “parlò”, ho usato la forma del linguaggio per intenderci: però agì e lo riconobbi ed è una di quelle conoscenze che durano. Quel momento fu il primo di altri in cui  la mia anima ha poggiato sulla Sua realtà come i piedi del mio corpo poggiano sulla terra). Questo che racconto con nuda sincerità non lo scrivo per menare vanto, al contrario indico un fatto terribile, cioè che da solo non ce la facevo!

Eppure, nonostante l’intervento colla maiuscola, posso assicurarvi che una concentrazione più nuda di Adamo (apsichica, asomatica) non l’avevo ancora interamente capita e tanto meno realizzata. Mi occorsero anni di rispettosissima quasi-polemica con Scaligero e almeno il doppio di tempo di concentrazioni, ripetute sino alla nausea e alla sofferenza (ambedue nel senso più letterale che ci sia) per scuotere dall’anima i macigni e le briciole di ciò che la concentrazione non è.

Fossi l’unico scemo del villaggio tutto quello che ho detto sarebbe la descrizione impietosa di un cammino interiore pietoso e straordinariamente ottuso ma da quanto sperimento o ascolto o leggo, è facile accorgersi che pochi afferrano il senso epistemologico delle Opere di Rudolf Steiner: le quali non indicano una ulteriore accademia intellettuale ma una operazione immediata, diretta. L’atto proposto dal Dottore, esaurendo i pensati, è atto di percezione. Non accademia antroposofica. E. von Hartmann (che Steiner definì come uno degli uomini più intelligenti dell’epoca) comprese quanto Steiner proponeva con La Filosofia della Libertà e a suo modo giustificatamente, notò che era impossibile.

Su due piedi l’operazione è, in generale, davvero impossibile: occorre un severo lavoro per afferrare un concetto che non sia l’eco passiva di una immagine sensibile; occorre un lavoro altrettanto severo per realizzare uno spazio percettivo che non sia già pieno di percepiti. Occorre perciò un lavoro del tutto eccezionale, che non è misticheggiante ma che, nondimeno, possiamo chiamare ascetico poiché sottende tutte le possibili “prove dell’anima”. Si può dire che Massimo Scaligero ha riaperto il Varco occulto e conoscitivo alla Via più pura, quella che giustifica una antroposofia (chi, ieri e oggi si lamenta della difficile lettura dei testi di Scaligero quando confrontati con quelli dello Steiner, manifesta solo la sua incapacità nella lettura e nella comprensione di quanto scrive quest’ultimo). Qualcuno, anzi molti, potranno essere in disaccordo con queste affermazioni obbiettando che al discepolo dell’antroposofia si schiude l’ampia strada delle immaginazioni spirituali comunicate dal Dottore. Ciò sarebbe anche vero…ma con quale coscienza? L’attuale autoconsapevolezza è forte, fortissima nella misura in cui coincide con il corpo fisico. Se essa si smarca passivamente da esso, dove va a finire o cosa diventa? Siate onesti nell’osservare la situazione corrente: dopo ottant’anni di propaganda a sfavore degli esercizi del tutto necessari come i cinque ausiliari, trovare un antroposofo che fa tutti e cinque correttamente sarebbe come trovare la pentola d’oro dove finisce l’arcobaleno!

Ai tempi di Patañjali praticavi il pratyãhãra e la coscienza, seppure crepuscolare, traslava nella possanza del corpo delle forze formatrici, ma ora se sperimenti la deprivazione sensoriale o rimani basito come una colonna ionica oppure inizi a scorgere lampi, volti, figure, intere scene e alla peggio entri in deliri di contenuto articolato (non è un caso fortuito che per l’antico la realizzazione iniziava con attività disposte in questo preciso ordine: ascesi, studio e devozione al Signore). I fenomeni descritti non vi ricordano forse le “elevate” ed ampiamente diffuse esperienze della vasta genia dei tanti guru, maestri e indicatori che infestano, dentro e fuori, i templi, le comunità e la retta conoscenza? Mobilitare – poiché è questo che può succedere – con scarsa o nessuna consapevolezza parti del corpo sottile prima che l’ego psicofisico e le sue rappresentazioni – soprattutto quelle di carattere spirituale deformate dal personalismo – venga saldamente dominato con un lungo e spietato lavoro interiore significa soltanto abbandonarsi alla medianità: quella più pericolosa e distruttiva perché, a differenza dei risultati ottenuti dai patetici personaggi fedeli al tavolino a tre gambe, è capace di manipolare le immagini spirituali più nobili ed elevate. In un simile panorama è facile essere concordi con Irina Gordienko quando riporta questa affermazione di Steiner: “Un falso risultato di una indagine spirituale è una realtà viva: è lì e si deve combattere con essa, farla finita con essa” (da: Sergei Prokofieff: Mito e Realtà, Moskau-Basel-Verlag).

Vorrei concludere queste ultime righe con una osservazione tanto banale quanto esemplarmente vera. Chiedete a questi applauditi attori, colti e suadenti e purtroppo venerati da tanti, qualcosa sulla gnoseologia, sulla trasformazione del pensare o in definitiva sull’operazione di risalita nella luce del pensiero libero dai sensi: immancabilmente eviteranno di rispondervi o inficeranno in tutti i modi la vostra domanda che andrebbe paragonata ad una sorta d’acqua santa spruzzata sul conte Dracula.

Ma per chi vorrebbe essere pratico e concreto le osservazioni sul lato oscuro degli sgherri delle associazioni che si dicono spirituali non dovrebbero, in un certo senso, rappresentare il cuore del suo lavoro interiore. Certamente v’è un gioco di forze che è bene conoscere e anche combattere qualora il destino ne predisponga l’opportunità ma occorre anche ricordarsi di quanto si sia capaci nell’esercizio della pura osservazione (visione penetrante) e da quale tipo di coscienza muova tale capacità: in definitiva occorre conoscere e distinguere lo Spirito dal verminaio di spiriti che parlano con la voce degli uomini.

Ma questo non sarà mai possibile finché, con una consapevolezza che sarebbe un azzardo definire (come faccio sempre) “ordinaria”, si trattano le descrizioni date dal Dottore come fossero oggetti sensibili o manuali d’uso per il sensibile. Ciò è sotto i vostri occhi. A destra e a manca si chiede: “Dovrei ridipingere una stanza, cosa dice lo Steiner?”. Oppure: “Sulla base delle conferenze che parlano degli Ostacolatori, credete che si possa usare l’aspirapolvere?”. E se l’etica scarseggia non manca di sicuro la dietetica: “Steiner permette di mangiare carote?” Ed è un tipo di pensiero (?) che non muta e forse peggiora con temi riguardanti il Cristo, le Gerarchie, la costituzione occulta dell’uomo, ecc.

Ho tentato di sottolinearlo altre volte: è possibile dare attenzione alle ripetutissime richieste di Steiner di costruire, prima di tutto, una adeguata rappresentazione? Non una immaginazione cosmica ma una rappresentazione semplicemente adeguata. E non mi si dica che questo viene fatto: non conosco antroposofo con duecento libri macinati che riesca a formarsi una adeguata rappresentazione del corpo fisico! (ho scritto “fisico” e non “sensibile”) Provate e ci troveremo concordi.

Lo ripeto continuamente in un modo o nell’altro. Uno studio preliminare delle Opere di Rudolf Steiner, magari sapendole separare dalle migliaia di conferenze, è certamente un passo necessario, ma subito dopo, l’unica strada da percorrere per evitare che la lettura dei testi di Scienza dello Spirito rimanga confinata al medesimo livello di assunzione cognitiva che vale per un libro di cucina (questa espressione è dello Steiner) è quella di mutare alcuni aspetti dell’anima e il pensiero.

Quale sarà mai l’incantesimo che permette soltanto una lettura parziale e superficiale persino con i testi antroposofici più seguiti e compulsati? Non parlo genericamente e per dimostrarlo evidenzio un robusto esempio traendolo da L’Iniziazione (EA, 1971). E’ illuminante, come una coltre di nera pece, il totale oblioin cui giace l’appendice del 1918 al volume, dal cui inizio, a  pagina 174, estraggo il minimo: “E’ possibile per l’uomo vivere queste esperienze solamente se (il carattere corsivo è mio), anche per altre esperienze interiori, egli può rendersi altrettanto libero dalla vita corporea, quanto lo è nello sperimentare della coscienza abituale quando, su ciò che ha percepito dall’esterno o su ciò che interiormente ha desiderato, sentito o voluto, egli si forma pensieri che non derivano dal percepito, sentito o voluto. Vi sono uomini che non credono all’esistenza di tali pensieri. Essi credono che l’uomo non possa pensare niente che non sia tratto dalla percezione o dalla vita interiore dipendente dal corpo; e che tutti i pensieri siano in certo qual modo solo ombre e immagini di percezioni o di esperienze interiori. Può credere questo soltanto chi non abbia mai sviluppato la capacità di sperimentare nella sua anima la pura vita del pensiero fondato su se stesso. (…) Pensieri siffatti si rivelano di per se stessi, per mezzo di ciò che sono, come qualcosa di essenzialmente spirituale, di soprasensibile.”

Questo, cari amici, precede le operazioni occulte e iniziatiche e la nota chiarificatrice del Dottore, se letta e riletta con attenzione, non è molto consolante, perché realizzare la consapevolezza che il percorso interiore ai “gradi superiori della conoscenza” inizia dall’acquisizione del pensiero puro libero dai sensi, rende tutto assai più difficile. A meno che si supponga in Steiner un burlone di prima grandezza…

Si può cominciare per gradi di consapevolezza. Anzi tutto occorre rovesciare la “rivoluzione copernicana” e giungere (avere il coraggio di giungere) ad una nuova concezione tolemaica: “Io sono al centro dell’universo e nel suo punto centrale c’è il (mio) pensiero che non conosco perché è pieno di roba, di altro da se. Per conoscerlo devo discriminarlo, isolarlo, vuotarlo, ma in realtà, prima ancora di tutto questo, devo conoscerlo questo mio pensare, poiché prima avevo sempre usato il pensiero “naturalmente” come si fa con il respirare. Sino ad ora certamente pensavo ma ora mi rendo conto che, in certo qual modo, ignoravo di pensare”. Questo è il primo, modesto ma realistico passo: realizzare il pensiero cosciente: non solamente pensare ma saper essere colui che pensa, che è consapevole di pensare. Realizzare la consapevolezza di pensare significa avventurarsi nel pensare, non certo con pensieri che fluiscono secondo la necessità del mondo o ingombrano la mia testa ma con pensieri che io determino coscientemente: che sgorgano da me. Determinare coscientemente una sequenza di pensieri significa volerli: uno dopo l’altro. L’unica condizione che mi permette di volerli in una successione determinata è condizionata dal fatto che io devo determinarli e portarli ad un obbiettivo. Pensare volitivamente (attivamente) a qualcosa di determinato che non può essere che semplice, pensabile in tutta la sua interezza. Per questo, l’oggetto di pensiero che raggiungo, pensiero dopo pensiero, sarà il concetto-pensiero di un oggetto semplice, pensato dall’uomo, poiché se cerco di pensare un cristallo o un filo d’erba non afferro il concetto ma mi svaporo nell’infinito, nella astrazione fantastica. Solo dall’oggetto prodotto dall’uomo posso ricavare tutto il pensabile e la sua sintesi: il concetto. L’insistenza della totale attenzione rivolta a quest’unico concetto permette, ad un certo momento di totale saturazione, il fluire di una volontà talmente sostanziale che dissolve forma e significato dell’immagine concettuale posta al centro della coscienza e con essa cade ciò che rimaneva dell’ordinario pensiero e del comune soggetto: ora l’esperienza continua su un livello diverso in cui il pensiero è un pensare, libero dai pensati, che pensa (vuole) in me. Si percepisce in cristallina destità che esso è un’entità organica che scaturisce dall’universo e nell’universo si riversa: è un’entità cosmica e l’uomo che stiamo diventando con essa risorge dalla minuta, rinsecchita e guasta condizione in cui  si identificava perché era folle e addormentato.

Ma non è per niente facile, poiché il processo disidentificativo non ha nulla a che vedere con un superficiale neti neti “Io non sono questo o quest’altro” ma è, sino a momenti pre-iniziatici, un progressivo rafforzamento più simile ad uno che irrobustendosi dismettesse via via abiti troppo stretti: non ci si “rilassa” ma si rafforza l’attenzione  sui pensieri senza curarsi del corpo e lo stesso vale poi per i rumori, per il prurito e per il mal di testa. Il rafforzamento dell’attenzione verso i pensieri deliberatamente voluti vale ancora di più nei riguardi di sentimenti, preoccupazioni ed emozioni che premono per impossessarsi, come comunemente succede, della sfera del pensiero. Non si tratta proprio di reprimere o soffocare qualcosa ma di rafforzare la sequenza di pensieri lottando attimo dopo attimo per mantenere il livello univoco dell’attenzione: è una continua scelta di coraggio oltre la pressante richiesta egoico – personale. Solo in questo modo impariamo (realizziamo) il significato di pensiero apsichico e che cosa possa essere mai il primo gradino dell‘ impersonalità. Gli stati di turbamento sono occasioni tra le più favorevoli poiché lo sperimentatore, in virtù del loro moto e della loro potenza, intende con chiarezza la direzione e la forza, del tutto diversa, che imprime alla sua attività. Essi sono per l’asceta i preziosi segni di riferimento che per negazione gli indicano di dirigersi, intensificandosi senza sfiorare altro,  nella direzione opposta.

Anche quando tale direzione gli appaia per lungo tempo arida e faticosa, poiché priva di ogni appoggio, egli sta compiendo la prima azione morale cosciente della sua vita (forse dovrei ripeterlo all’infinito) e, da un punto di vista esoterico è il primo atto occulto che non sia espressione dell’ego, ossia dell’astrale inferiore, quello amministrato dagli ostacolatori, mosso dai distruttori dell’uomo anche quando sembra ardere di idealismo e religiosità, del desiderio di fare cose buone e di operare per il bene.  Sommersi nella condizione espressa dall’astrale inferiore è legittimo ignorare di essere, di pensare e di agire all’identico livello di coloro che consideriamo come i più rivoltanti e sanguinosi farabutti.

Non è un percorso facile: quello descritto è appena l’inizio del processo, la concentrazione vera, quella pura e semplice viene dopo, è il passo successivo e so di tanti che lo hanno rifiutato per la grande paura di uscire, per una manciata di secondi, dal pensiero dialettico. Eppure il vero esoterismo, la conoscenza spirituale, l’accesso ai Nuovi Misteri, accennati dai libri più ispirati, evocati nelle conferenze più selettive, si situano del tutto oltre il “manifesto” sostenuto dal desiderio e dal pensiero che non sanno accettare la propria morte. Senza la morte del pensiero dialettico tutta la Scienza Spirituale diventa per la coscienza umana soltanto una  possibilità di verità che si involve quasi sempre in astrazioni fantastiche riformulate su binari strettamente (rigorosamente) razional-ideologici:  un controsenso a tutti gli effetti, quindi fomentato da nemici dell’entità umana.

Non mi crederete ma non credo di essere un fissato con la concentrazione, se non fosse altro perché l’anima vola con ciò che è oltre la concentrazione e comunque cresce con le meditazioni che il nostro cuore sa accogliere. E’ solo che non la supererei con leggerezza, non la darei per cosa scontata. Ma in fondo questa è una valutazione che appartiene al vostro dharma, non al mio.


                                                

SCIENZA DELLO SPIRITO

IL FILO DEL RASOIO

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उत्तिष्ठत जाग्रत
प्राप्य वरान्निबोधत ।
क्षुरस्य धारा निशिता दुरत्यया
दुर्गं पथस्तत्कवयो वदन्ति ॥ कठ उपनिषद् ॥

Sorgete! Svegliatevi! Avendo accostato i Maestri, imparate! Poiché quel Sentiero è come il filo del rasoio, difficile da percorrere, arduo da superare! Così dice il Sapiente.  Katha-Upanishad, 1.3.14

 

Domanda: è pericoloso il Sentiero spirituale? Assolutamente sì! Se non ci si vuole illudere con narcotiche favole consolatrici e se si vuole, invece, guardare spartanamente, stoicamente, romanamente in faccia la realtà, si scorge bene come il Sentiero spirituale sia pericoloso e quanto lo sia.

Ma perché il Sentiero dell’Iniziazione ad una più alta vita spirituale è pericoloso? È pericoloso perché cercare l’Iniziazione è cercare la morte, è cercare di morire: morire prima di morire, senza morire. Ossia, è volere provocare volontariamente e sperimentare attivamente durante la vita – dunque prima di morire – quelle esperienze – normalmente devastanti – che l’uomo comune (che non è l’uomo normale, ossia non è l’uomo interiore, l’uomo a norma dell’autentico essere spirituale) subisce involontariamente, e di conseguenza passivamente, all’irrompere della morte la quale dissolve il composto umano, e dissolve pure l’apparente consistenza di quello illusorio scenario esteriore, che lo stordito essere umano, in quella sua consunzione ch’egli scambia per vivere, ritiene essere obbiettivo e autoesistente e che è l’oggetto del suo inesausto bramare.

La differenza tra la morte iniziatica e la morte naturale o biologica è che la morte biologica, venendo subita passivamente, oltre che devastante non è reversibile, non avendo normalmente colui che la sperimenta alcuna possibilità di dominio su di essa, mentre la morte iniziatica, essendo stata volontariamente cercata e attivamente causata, è reversibile perché l’essere umano domina ciò che lucidamente conosce e che attivamente provoca. E, circa la morte iniziatica, o mors mystica, o mors philosophorum, sono ammonitrici le parole di Platone nel XIII cap. del suo Fedone:

«Inoltre io non credo che siano stati uomini dappoco quelli che istituirono i Misteri i quali, sotto il velo dell’enigma, ci hanno pur detto, fin dai tempi più remoti, che chi giungerà nell’oltretomba, come un profano, senza esserne iniziato, giacerà immerso nel fango, mentre chi vi giungerà purificato e consapevole, abiterà con gli dei. Perché, vedi, come dicono gli interpreti dei Misteri, ‹molti portano il tirso ma pochi sono i veri iniziati›. E solo questi ultimi, a mio avviso, son quelli che si son dedicati nel vero senso della parola, alla filosofia. E per essere anch’io dei loro, nulla ho trascurato nella mia vita ma anzi, per quanto ho potuto, vi ho messo tutto lo zelo e, se ho agito rettamente, se ho ottenuto qualche risultato, lo sapremo quando, a dio piacendo, saremo di là, come io credo».

Come preparazione a un sì tanto speciale morire, poco prima, nel XII cap., Platone, per bocca di Socrate, che si apprestava a compiere l’ultimo passo al quale lo condannavano i giudici ateniesi, indica come assolutamente necessaria una “purificazione”, κάθαρσις – kàtharsis, che è un’operazione tutt’altro che semplice e indolore:

«E, allora, amico mio,» proseguì Socrate, «se questa è la verità, quale grande speranza per chi giunga dove ora io sto per andare perché, più che in qualsiasi altro luogo, potrà ottenere pienamente quello per cui tanto tribolammo quaggiù, nella nostra vita trascorsa. E, quindi, questo viaggio che oggi mi si comanda, non è senza una lusinghiera speranza che si compie, per me, come per chiunque altro abbia disposto l’anima sua alla purezza[…] E questa purificazione non la si raggiunge, come dice anche l’antica tradizione, separando, più che sia possibile, l’anima dal corpo, esercitandola a restarne staccata, tutta in sé raccolta, nella presente come nella vita futura, libera dal corpo che è il suo carcere? […] E non è questa la morte, questo liberarsi, questo separarsi dell’anima dal corpo? […] E questa separazione, come abbiamo detto, dell’anima dal corpo, la desiderano soltanto e soprattutto quelli che si occupano rettamente di filosofia perché questo è, appunto, l’impegno dei filosofi: separare e riscattare l’anima dal corpo. Non è così ?».

È noto come questo accostamento, polarmente simmetrico, tra l’esperienza della Iniziazione e quella della morte, sia oggetto di frammento mirabile, e illuminante, di Plutarco, frammento riportato nel florilegio di Stobeo, che trascriviamo dalla traduzione che ne fece Arturo Reghini, l’ermetico e pitagorico amico di gioventù di Massimo Scaligero:

«E veniamo alle importanti testimonianze di Plutarco e dello scrittore delle Metamorfosi, attribuite ad Apuleio. Riportiamo qui per intero il passo di Plutarco: «L’anima al momento della morte prova la stessa impressione (πάσχει πάθος – pàschei pàthos) di quelli che sono iniziati ai grandi misteri (οἱ τελεταῖς μεγάλαις κατοργιαζόμενοι – hoi teletàis megàlais katorghiazòmenoi). La parola e la cosa si rassomigliano; si dice τελευτᾶν [teleutàn]  e τελεῖσθαι [telèisthai]. Sono dapprima delle corse a caso, dei giri penosi, un camminar inquietante e senza fine attraverso le tenebre. Poi prima della fine (προ του τέλους – pro tou tèlous – fine, morte, iniziazione) il terrore è al colmo, brividi, fremiti, sudore freddo, spavento. Ma poi una luce maravigliosa si offre agli sguardi, si passa in luoghi puri ed in prati dove le voci e le danze risuonano, delle parole sacre e delle sante apparizioni inspirano un rispetto religioso. Allora l’uomo, da quel momento perfetto (παν-τελης –pan teles – tutto compiuto) ed iniziato (μεμυημένος – memyeménos), divenuto libero (ἐλεύθερος – elèutheros) e passeggiando senza legami, celebra i misteri con una corona sulla testa, vive cogli uomini puri e santi; egli vede sulla terra la folla di quelli che non sono iniziati e purificati schiacciarsi e pigiarsi nel fango e nelle tenebre; e per paura della morte, attardarsi nei mali, non volendo prestar fede alla felicità di laggiù» (Cfr. Stob. Florileg. T. IV, pag. 107 edizione Meineke).

Osserviamo che Plutarco paragona l’impressione che si prova durante l’iniziazione a quella che si prova durante la morte. Per potere instituire questo paragone occorre avere avuto esperienza dell’una e dell’altra, tanto più che Plutarco emette qui un suo giudizio e non riferisce dei sentito dire. E poiché Plutarco era vivo quando scriveva queste righe, conviene dedurre che egli si sentiva in grado, certo per la conoscenza ottenuta coi misteri, di conoscere in che consista la morte e quali siano le impressioni che la coscienza prova, nelle due crisi che egli assimila. Se non si vuole supporre che Plutarco faccia della letteratura, occorre concludere che il semplice spettacolo del dramma mistico non poteva provocare brividi, fremiti, sudore freddo, spavento; eppoi il senso della luce maravigliosa, eppoi la perfezione, la liberazione, la felicità. […]

Notiamo infine come già Plutarco si soffermi a rilevare la mirabile concordanza delle due parole τελευτᾶν [teleutàn] e τελεῖσθαι [telèisthai], morire ed essere iniziato. Simile sotto molti rispetti a questo passo di Plutarco è il famoso passo di Apuleio in cui, dopo avere detto al lettore che egli parlerebbe se gli fosse lecito parlare, ed il lettore apprenderebbe se glifosse lecito udire, così si esprime: «Per tanto odi, ma credile, le cose che sono vere. Mi accostai al limite della morte, e calcata la soglia di Proserpina, viaggiai tratto attraverso tutti gli elementi; a mezzo la notte vidi il sole coruscante di un candido lume; mi accostai di presenza agli Dei inferi e superi e li adorai da vicino. Ecco ti ho riferito le cose che, quantunque tu le abbia udite, pure è necessario che tu le ignori» (Cfr. APUL. – Met. XI 23). È evidente che Apuleio si rende conto dell’effetto sconcertante che debbono fare sul profano le sue rivelazioni; ed infatti l’esperienza personale di Lucio, il protagonista delle Metamorfosi, non può essere intesa che da chi la prova. Altrove egli parlando della iniziazione di Iside (traditio, sarebbe a rigore l’iniziazione per comunicazione) dice che essa si celebra in guisa di una morte volontaria e di una salvezza precaria (Cfr. APUL. – Met. XI, 21: ad instar voluntariae mortis et precariae salutis), e chiama questo: contrarre nozze mortali, perché nelle mani della dea sono poste inferum claustra et salutis tutelam. […]Non basta udire queste cose per apprenderle, dice Apuleio, occorre accostarsi al limite della morte, calcare la soglia di Proserpina; e questa, non è impresa da pigliare a gabbo; è un poco più rischiosa che sfogliare volumi ed eseguire degli scavi. Per quanto Apuleio parli qui dell’iniziazione isiaca che era individuale, e si riferisca ad un evento svoltosi a Ceucrea sull’Egeo nel 2° secolo d. c., mentre Plutarco parla della iniziazione eleusina cui prendeva parte un grande numero di spettatori, il confronto tra i due scrittori può farsi legittimamente perché, secondo quanto dicono Diodoro e lo stesso Plutarco, i misteri egiziani di Iside erano perfettamente corrispondenti a quelli greci di Eleusi; e, come si vede, davano la medesima impressione di morire. Lucio si sente tratto a viaggiare per tutti gli elementi, ed anche egli come Plutarco vede una luce maravigliosa; le sante apparizioni di Plutarco diventano qui gli Dèi inferi e superi».

 

Per quanto tutto ciò non abbia affatto un aspetto consolante, pur tuttavia è quanto di più realistico – e bisogna proprio dirlo: di “salutarmente” realistico – che si possa proporre alla riflessione meditativa dell’audace cercatore spirituale. E perché mai? Perché, a parte il provocare attivamente, dominare e superare la crisi della morte, vi è da affrontare la  κατάβασις, ossia quella katàbasis o discesa agl’Inferi nella quale si incontrano, nel loro aspetto obbiettivo, tutte le emozioni, passioni e bramose pulsioni istintive alle quali, nello stordimento dell’immedesimazione passiva, normalmente durante la vita subìta senza residui, con l’illusorio apparire sensibile l’anima umana – in quella lenta, inesorabile, consunzione che ad essa sembrava essere vita ed era in realtà morte – si era data come in uno stato di ebbrezza, o di mania, di oblio. Ma l’espressione «nel loro aspetto obbiettivo», pur essendo in sé assolutamente giusta, non rende granché giustizia all’esperienza stessa, perché in quel mondo – che per la Sapienza d’Oriente, induista, buddhista e taoista, è esattamente il mondo nel quale ordinariamente si vive, ma che per lo stordito essere umano è coperto da un provvidenziale velo d’illusione, il velo di Mâyâ – emozioni, istinti, brame e passioni, sono esseri distruttivi, esseri astrali o dèmoni, che assalgono l’uomo per asservirlo e divorarne la vitalità spirituale. Questi esseri, la cui azione distruttiva viene passivamente subìta dal profano uomo ordinario, devono essere affrontati e vinti da colui che voglia da vivo sperimentare l’Iniziazione, ossia il morire prima di morire, senza morire.

Quel mondo di arsione, di ardente sete – che il Buddhismo chiama Kâmâdhâtu o “sfera della brama” – è esattamente il mondo nel quale ordinariamente si vive, ossia è quel mondo incessantemente scosso, agitato e arso da quella che il Buddha Shakyamuni chiama appunto tanha, “sete” continuamente alimentante ed alimentata dalla brama, che sospinge come ebbri gli storditi esseri umani. Il Buddha Shakyamuni invita il discepoli a liberarsi di tale sete, ad estinguerla, perché tale ardente sete, una tale brama ardente, è presente nei pensieri, negli stati d’animo, nei moti della volontà. Una tale sete, presente nell’ordinaria attività dei sensi, degrada la purezza delle percezioni a sensazioni animali, per cui – come disse il Sublime ai tre fratelli Kashyapa, che erano brahmana, maghi e sacerdoti del fuoco vedico – «il mondo intero e i sensi sono in fiamme». Anzi si può ben dire che tutto l’essere esteriore e interiore dell’uomo, la sua stessa «personalità» (della quale peraltro egli, stoltamente, va oltremodo orgoglioso), sia intriso, plasmato, costituito da una tale «brama ardente», per cui si può realisticamente affermare che  la vita – quella che gli umani chiamano «vita» – non sia altro che il divampare di un tale fuoco, che consuma l’«esistere» dell’uomo sino all’ultimo suo istante, sino al devastante dramma della morte.

Onde è possibile affermare che se il Sentiero dell’Iniziazione, il Sentiero della Conoscenza e della Liberazione, è pericoloso, la vita che conduce lo stordito uomo ordinario lo è molto di più. Una vita, spesa nella inesorabile, oscura, consunzione psichica e biologica, è una vita cieca: è la vita di esseri ciechi che camminano inconsapevoli sull’orlo di uno spalancato abisso, che in qualsiasi momento li può inghiottire e nel quale possono sfracellarsi. Prendere conoscenza di un tale scenario spirituale indubbiamente spaventa molti, ma una tale «salutare» conoscenza – per quanto per molti sia invero «terrificante» – non è che di per sé aumenti il pericolo, anzi: semmai lo diminuisce. Mentre è indubbiamente molto più pernicioso il rimanere inconsapevoli in una condizione di estremo pericolo: nel nostro caso di un pericolo «mortale». È davvero poco consigliabile camminare allegramente distratti sull’orlo di un tale abisso. Forse a tale proposito è il caso di invitare il cercatore spirituale a ben meditare alcune parole – salutarmente scuotenti – che è possibile leggere nella Scienza Occulta di Rudolf Steiner, parole non molto diverse da quelle che si possono leggere nei testi dell’eterna Sapienza d’Oriente e d’Occidente:

 

«Se un godimento fisico si conforma allo spirito, dura finché durano gli organi fisici, ma se l’io lo ha creato senza porlo al servizio dello spirito, esso rimane dopo la morte come desiderio che invano cerca soddisfazione. Ci facciamo un’idea di ciò che si prova in quelle condizioni, raffigurandoci qualcuno che soffra di sete ardente in una regione in cui per lungo e per largo non sia possibile trovare una stilla d’acqua. Così succede all’io dopo la morte, in quanto nutre in sé desideri non ancora spenti per i piaceri del mondo esteriore, e non possiede più gli organi atti a soddisfarli. Naturalmente quell’ardentissima sete, presa a paragone per lo stato dell’io dopo la morte, dobbiamo immaginarla intensificata a dismisura, e rappresentarcela estesa a tutti i diversi desideri ancora esistenti per i quali manca ogni possibilità di appagamento. Il passo successivo dell’io consiste nel liberarsi dal legame di attrazione con il mondo esteriore. L’io deve operare in sé a questo riguardo una purificazione, una liberazione. Devono essere espulsi da lui tutti i desideri creati nel corpo che non hanno diritto di cittadinanza nel mondo spirituale».

 

Questo rende comprensibile perché negli Ordini ermetici e nelle Fratellanze iniziatiche di secoli addietro l’indispensabile «purificazione», la kàtharsis appunto, venisse apertamente chiamata «morire al secolo», «morire al mondo», e perché nei suddetti antichi Ordini e Fratellanze usassero affermare che mentre «gli uomini comuni lavano con l’acqua e bruciano col fuoco, noi bruciamo con l’acqua e laviamo fuoco». Questo perché per l’Iniziato l’abbeverarsi con la salmastra «acqua» della brama è «bruciare» e aumentare la «sete», non estinguerla, mentre ardere col «fuoco» della Conoscenza è «lavare», «purificarsi». Sempre nella Scienza Occulta, poco oltre, leggiamo:

 

«Come un oggetto viene afferrato e arso dal fuoco, così il mondo dei desideri ora descritto viene dissolto e distrutto dopo la morte. Ci si trova allora di fronte a un mondo che la conoscenza soprasensibile può indicare col nome di “fuoco spirituale divoratore”. Questo “fuoco” divora i desideri dei sensi che non sono espressione dello spirito. Le descrizioni che la conoscenza soprasensibile dà a questo riguardo possono sembrare terribili e sconfortanti. Può apparire invero spaventevole che una speranza, la cui realizzazione richiede organi sensori, dopo la morte debba trasformarsi in disperazione, e che un desiderio che può appagare soltanto il mondo fisico debba diventare una privazione torturante. Ci si può attenere a questa opinione soltanto finché non ci si renda ben conto che tutti i desideri e le aspirazioni afferrati dal “fuoco divoratore” dopo la morte, in senso superiore non rappresentano forze benefiche alla vita, bensì forze distruttive. A mezzo di queste forze l’io si lega al mondo dei sensi molto di più di quanto non sia necessario a raggiungere il giusto scopo di trarre da detto mondo tutto quanto può riuscirgli giovevole. […]  Nondimeno l’io di tanto si allontana dalla vera realtà spirituale del mondo, per quanto nel mondo sensibile tende  a desideri da cui lo spirito è assente. Mentre il piacere sensorio, come espressione dello spirito, significa elevazione, evoluzione dell’io, il piacere che invece non è espressione dello spirito significa decadenza e immiserimento. Se si appaga un desiderio di tal natura nel mondo sensibile,il suo effetto nocivo sull’io tuttavia permane; soltanto, prima della morte, esso non è percettibile all’io. Nella vita, perciò, la soddisfazione di tali desideri può creare nuovi desideri simili, e l’uomo non si accorge affatto che si va avviluppando in un “fuoco divoratore”. Dopo la morte diventa visibile semplicemente ciò che già durante la vita lo circondava, e nel rendersi visibile si palesa al tempo stesso nelle sue conseguenze efficaci e benefiche».

 athena

Ed è bene sottolineare come queste stesse esperienze drammatiche vengano passivamente subìte dall’essere umano, che giunge alla catastrofe della morte inconsapevole, disarmato, e terrorizzato da quel che sperimenta ma che non conosce né tampoco comprende, e come, invece, le medesime esperienze vengano attivamente suscitate e liberamente affrontate da colui che, nel dramma dell’Iniziazione, sperimenta morte e rinascita, con esito diametralmente opposto rispetto alla vita e al destino nel post-mortem della coscienza e dell’essere dell’Io del non iniziato.

 

«Dopo la purificazione incomincia per l’io uno stato di coscienza del tutto nuovo. Mentre prima della morte le percezioni esteriori dovevano affluire verso di lui, perché la luce della coscienza le potesse illuminare, ora invece dall’interiorità scaturisce per così dire un mondo che giunge a coscienza. l’io vive in questo mondo anche nel periodo fra nascita e morte, ma esso gli si presenta rivestito dalle manifestazioni dei sensi. Soltanto quando l’io, abbandonate le percezioni sensorie, percepisce se stesso nella sua “interiorità più sacra”, gli si palesa nella sua forma diretta ciò che di solito gli appariva solo attraverso il velo dei sensi. Come la percezione dell’io si svolge prima della morte nell’interiorità, così dall’interiorità il mondo spirituale li si manifesta nella sua pienezza dopo la morte e la purificazione. Tale rivelazione avviene di fatto subito dopo l’abbandono del corpo eterico; ma i desideri ancora rivolti al mondo esteriore formano come una nube oscura che ne ottenebra la vista. È come se a un mondo beato di esperienze spirituali si frammischiassero nere ombre demoniache, sorte dai desideri che vanno “consumandosi nel fuoco”. Invero quei desideri non sono semplicemente ombre, ma entità reali; questo risulta evidente quando l’io liberatosi dagli organi fisici, può percepire ciò che è di natura spirituale. Questi esseri appaiono come contraffazioni e caricature di quello che si era prima conosciuto mediante la percezione sensoria. l’osservazione soprasensibile scorge l’ambiente del fuoco purificatore popolato da esseri, la cui vista può riuscire orrida e dolorosa all’occhio spirituale; esseri per i quali il piacere sembra consistere nella distruzione, e le cui passioni sono improntate a male così grande che quello del mondo dei sensi è un nulla a confronto. I desideri del genere di quelli descritti, che l’uomo porta seco in quel mondo, sono considerati da quegli esseri come un nutrimento per mezzo del quale la loro potenza acquista sempre nuova  forza e vigore. […] Ora, gli esseri del fuoco purificatore esistono bensì per si la coscienza soprasensibile e non per quella sensibile; la loro azione però risulta evidente e consiste nella distruzione dell’Io, se questo dà loro nutrimento. E quest’azione diventa chiaramente visibile, quando un piacere consentito giunge fino all’eccesso e alla dissolutezza. Perché ciò che è percettibile ai sensi dovrebbe attrarre l’Io soltanto, in quanto il piacere tragga origine dalla sua natura stessa.[…] Ma se l’Io cerca soddisfazioni dirette non alla conservazione ed allo sviluppo della sua natura, ma alla sua distruzione, tale tendenza non può provenire né dall’azione dei suoi tre corpi, né dalla propria sua natura, ma soltanto da quella di entità, la cui forma reale rimane celata ai sensi, ma che possono appunto avvicinarsi nascostamente alla natura superiore dell’Io, ed eccitare in essa desideri, non dipendenti dai sensi, ma appagabili solo da organi sensori. Esistono appunto degli esseri che si nutrono di passioni e desideri di natura peggiore di quelli degli animali, perché non si esplicano nel campo dei sensi, ma si attaccano all’elemento spirituale, abbassandolo al livello di quello dei sensi. Le forme di tali esseri appaiono perciò orribili allo sguardo spirituale, più brutte e spaventevoli assai delle forme degli animali più feroci, nei quali s’incarnano soltanto passioni radicate nel sensi ; e le forze distruttrici di questi esseri superano di molto qualsiasi violenza dei mondo animale percettibile. La conoscenza soprasensibile si trova perciò costretta a dirigere lo sguardo degli uomini verso un mondo di entità inferiori, sotto molti riguardi, è al disotto del mondo animale visibile degli animali distruttori.

Quando l’uomo dopo la morte ha attraversato il mondo appunto descritto, si trova di fronte ad un mondo colmo di spiritualità e che crea in lui soltanto desideri appagabili a mezzo di ciò che è spirituale».

 

Questo è il mondo che a tutta prima, inevitabilmente, si presenta all’uomo: o nell’esperienza della morte o durante l’Iniziazione. E le entità malvagie ed ostili di tale mondo devono essere conosciute, affrontate e vinte dal candidato all’Iniziazione medesima. E ciò non è una cosa semplice, non è comodo come un giuoco di ruolo, o un divertissement. È una lotta, un combattimento: per la vita o per la morte. Ciò spaventa coloro che si attaccano alla vita apparente. Ma proprio questo li conduce a perdizione:  per paura della morte, rimangono esseri umano-animali, esseri mortali. Tale combattimento non viene risparmiato, perché – piaccia o no all’uomo – la morte incombe: nasciamo con una condanna a morte. Nostra libertà è scegliere di affrontarla e come affrontarla. Oppure – ed è quello che fanno i più – ci si  può illudere di evitarla, vivendo nello stordimento, o edulcorandone la fiacca consapevolezza con le dolcezze sentimentali e le sognanti speranze delle fiabe religiose, con i vari narcotici di un moralismo anch’esso sentimentale, con il surrogato di un intellettualismo dialettico che, se potesse, annegherebbe l’Universo e lo Spirito in un oceano di chiacchiere. Dietro i sentimentalismi e le sognanti speranze, dietro l’intellettualismo dialettico e il moralismo virtuista e “buonista”, vi è una sola cosa: la paura della morte, il terrore di fronte al venir meno dell’illusorio sostegno corporeo, l’angoscia di fronte alla presentita inquietante realtà del post-mortem.

 

Cercare l’Iniziazione è risolversi – sine spe ac metu – ad affrontare da vivi l’evento cruciale della morte, diventando – come ricorda Massimo Scaligero – “lottatori contro la morte”. È necessario donarsi alla Via con sincerità totale, con abnegazione assoluta, calpestando quegli impostori che sono speranza e timore, rinunciando senza misericordia alcuna a tutte le illusioni consolatorie, a tutti i surrogati pseudo religiosi e pseudo esoterici: rinunciare ad ingannare se stessi con favole “religiose” e atteggiamenti moralistici. Perché quello che è richiesto in tale lotta contro la morte è molto, anzi moltissimo di più che non l’esser “buoni” o conformi ad un mero modello “morale” di comportamento: sono richiesti energia e slancio eroici di volersi portare oltre la condizione umano-animale, oltre la condizione della labilità mortale umana. Molte volte, nella nostra giovinezza, udimmo Massimo Scaligero declamare con energia i versi del Buddha Shakyamuni nell’Anguttara-Nikâyo:

 

«Oggi è da dare battaglia,
forse domani non saremo più:
per noi non vi sia tregua
con la grande Armata della Morte!»

 

Non è che la paura, della quale parlavamo più sopra, non si annidi nel trepidante cuore e nella tremula anima – quella che l’imperatore Adriano chiamava anima vagula blandula – degli ardenti (molto poco…) spiritualisti, degl’intrepidi (ancor meno…) esoteristi, tant’è che vi è di continuo il patetico tentativo di “ammorbidire” la radicalità della Via spirituale, attenuandone la dirompenza, smorzandone la virulenza, riducendola al fiacco livello “umano-troppo umano”, che permette all’ego un comodo rimanere bestiale e mortale, sia pure con tutti i crismi della “cultura”, le speranze della “religione”, le consolazioni della “morale”. Per cui l’audacia della Via del Pensiero, la Via solare dello Spirito, viene sovente tacciata di “unilateralità”, di essere o di poter facilmente diventare una “via del sublime egoismo”, tentando persino di far dire a Massimo Scaligero il contrario esatto di quel che disse e scrisse, e cercando di introdurre surrettiziamente, come “via sostitutiva”, una  lunare “via dell’anima”, la quale sarebbe più “adatta” (così dicono…) a individualità per le quali una completa austerità non sarebbe sopportabile. Come se anch’esse non dovessero poi affrontare un giorno – lo dovranno: è l’unica certezza – il dramma della morte. Forse è il caso di ricordare le parole del nostro Dante:

 

« ‘Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.

Giustizia mosse il mio alto fattore;
fecemi la divina podestate,
la somma sapïenza e ‘l primo amore.

Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate’.

Queste parole di colore oscuro
vid’ ïo scritte al sommo d’una porta;
per ch’io: «Maestro, il senso lor m’è duro».

Ed elli a me, come persona accorta:
“Qui si convien lasciare ogni sospetto;
ogni viltà convien che qui sia morta.

Noi siam venuti al loco ov’io t’ho detto
che tu vedrai le genti dolorose
c’hanno perduto il ben dell’intelletto”».
Inf., III, 13 e segg.

 

E quelle dell’Iniziato Virgilio:

 

Felix, qui potuit rerum cognoscere causas
Atque metus omnes et inesorabile fatum
Subjecit pedibus, strepitumque Acherontis avari!

 

Felice, colui che delle cose
poté conoscer le cause,
e tutti i timori e l’inesorabile fato
calpestò coi piedi, e lo strepito
dell’avaro Acheronte!

 

Cfr. Verg. Georg. II, 490-492.

 

 

Come ebbe modo di affermare Marie Steiner-von Sivers, fedele compagna e collaboratrice di Rudolf Steiner, la quale fu oggetto delle medesime calunniose accuse, che vennero e vengono rivolte a Massimo Scaligero e a coloro che con tutto se stessi si sforzano di essere fedeli alla Via da lui indicata: «La rovina delle Comunità spirituale sono il sentimentalismo e il falso misticismo. Da essi nascono l’ambizione, la vanità, l’insincerità, l’arrivismo, la menzogna».

 

Questa è una Via di Sapienza e d’Amore che richiede a colui che, risoluto, la vuole percorrere: coraggio, coraggio, coraggio e Intelletto d’Amore.

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TRADIZIONE

RIPERCORRENDO…

Concentrazione

(Concentrazione – Marina Sagramora)

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Capita, talvolta, la necessità di ricapitolare. O meglio: di saper ricominciare tutto daccapo. Mica è una tragedia! Lo sarebbe se non capitasse mai; se mai ci si accorgesse che un insieme di minuscoli errori e cedimenti ha prodotto una valanga e che la valanga ci ha appiattiti e infine appesi ad uno spuntone di un vecchio tronco marcio. A dondolare nel vento…credendosi in movimento.

Allora: il sano punto di partenza di una disciplina (di ogni disciplina) che non dissipi l’entità umana ma la inveri attraverso una sempre più intensa attivazione di forze dell’anima dominate, prende le mosse dalla lucida coscienza di veglia: l’ordinarissima coscienza di veglia che si sviluppa nella percezione del sensibile.

Ciò andrebbe sottolineato e ripetuto all’infinito poiché tale coscienza viene facilmente elusa nello spiritualismo ingannatore e inoltre l’anima è così squassata da onde, flutti di sue rappresentazioni, fantasie e risacche di rumori che la “normale” percezione sensibile diviene, nella concretezza della vita, assai poco sperimentata. Pochi realizzano la propria destità quando sono svegli: non si fermano per constatarla, realizzarla per pochi secondi.

Volgere lo sguardo al portacenere e vedere il portacenere per quello che è, sembra essere divenuta un’impresa pre-iniziatica. Non sto esagerando: fermatevi un momento, guardate in voi stessi e ciò che vi circonda.

Occorre guadagnare una propria capacità d’attenzione, l’attento osservare, cioè il punto di partenza della rigorosa scienza della materia, a cui però, con un atto inusitato, eccezionale, cercherete di aggiungere l’unico elemento presente ed imprescindibile ad ogni osservare: il pensiero.

Non si tema di perdere la faccia ad acquisire una capacità che fu tralasciata e forse mai avuta. Quando ero giovane e strapieno di me stesso, giudicai come troppo banale la disciplina dell’attenzione: in un libro di Ramacharaka (Raja yoga, Lezione sesta) avevo a portata di mano un ottimo esercizio: prendere un oggetto e osservarlo a lungo, per più giorni, affinando l’osservazione anche e specialmente quando essa sembra essere giunta ad un punto morto. Naturalmente tentai l’esercizio, ma svogliatamente. Non immaginavo nemmeno che avrei dovuto penetrare e attraversare tutto il ventaglio dell’impazienza, della noia, della saturazione personale, dell’aridità interiore e tanto altro: così persi una battaglia, giacché ero affascinato da “cose più importanti”.

Il pensare è sempre integratore attivo del percepito, che viene poi colto come dato, come fatto, come somma di tutti i dati e fatti che vanno a costituire il mondo.

E’ importante comprendere che il pensare, per l’ordinaria consapevolezza, non viene avvertito in sé e per sé. Per l’ordinaria consapevolezza viene a mancare sia il pensiero come realtà a se stante, sia il momento in cui il pensare si aliena in altro da sé e la coscienza lo coglie (a posteriori) come oggetto che appare, cioè come riflesso interiore dell’oggetto apparso: la rappresentazione che sorge in noi.

E’ il pensiero che non viene visto dall’uomo, che vede il tavolo, l’albero o costruisce con le rappresentazioni la propria cultura…finanche il proprio esoterismo. L’esoterismo è insignificante se non supera la condizione rappresentativa comune agli oggetti del mondo.

E’ il pensiero che spiega il mondo, i suoi nessi, i suoi significati, ma che in sé non è stato ancora spiegato.

Pensiero da cui comunque non si esce, essendo il primo mediatore di ogni comprensione, di ogni giudizio: persino l’affermazione che il pensiero sia un mero fenomeno prodotto da interazioni elettrochimiche oppure sia un sottoprodotto dell’anima o più radicalmente l’affermazione che neppure esista se non come una insostanziale chimera: tutto ciò, in primo luogo, è semplicemente giudizio di pensiero (lo so che qualcuno lo sa ma so anche che per i più occorrono anni per “metabolizzare” questo fatto. Lo so a mie spese).

Se si è svegli innanzi a tale fenomenologia (alla comprensione di essa) si giunge alla consapevolezza che le indagini sui testi sapienziali, la lettura più o meno sistematica dell’Opera di Steiner o l’amena lettura di un infimo rotocalco, e a valle di ciò le relative valutazioni e scelte, passano tutte per l’impersonale potenza mediatrice del pensiero. Certo! Le differenze ci sono ma sfuggono in un battito di ciglia. La situazione non cambia anche quando il ricercatore pigro s’imbarca nelle evasioni pseudo yoghiche o nei magismi mollaccioni: in cui il messaggio segretamente sussurrato è il pensare di non pensare.

Vedere innanzi a sé questo inafferrabile proteo non può essere opera di filosofi, di moralisti o di dietologi, non fosse altro che per l’ovvia impotenza di tali direzioni che non escono dall’ordinario rumine dell’astrazione: verso qualsiasi tema possano rivolgersi. Del resto ogni tematica ci allontana dall’opera essenziale: passare dai pensati al pensiero.

Colazza e Scaligero indicano il massimo evento possibile per l’uomo contemporaneo all’incirca con l’identica frase: “ Giungere a guardare il pensiero come si guardano gli oggetti del mondo” (naturalmente non il pensiero di qualcosa!).

Non è vero che la concentrazione coinvolge soltanto il pensiero: è atto di pensiero ma, al suo interno chiama in causa le potenze fondamentali dell’anima.

Il segreto della concentrazione è la volontà. La concentrazione senza volontà non è concentrazione.

Il segreto della concentrazione è il sentire. La concentrazione non si attua senza il sacrificio del “sentito”, del sentire attivo soltanto nella sua invasiva passività: per cui quasi mai si sente ma invece si viene sentiti. La volontà è sconosciuta, il sentire è ignoto. Con la disciplina affiora il volere.

Questo è un aspetto fenomenologico spinoso. Come rispondevo ad un amico, ciò che sembra non esserci non è detto che non ci sia. Il mancamento del sentire ordinario è il presupposto per lo scambio corretto tra il pensare ed il volere ed è simultaneamente il presupposto per la liberazione del sentire (il più possente organo di percezione spirituale) dal passivo sentimento personale, quello che ci inchioda al “noi” e alla corporeità.

Infatti la prima meditazione che trovate in Tecniche della Concentrazione configura sinteticamente tutta l’opera interiore. Sembra però immensamente difficile riconoscerla viva, operante come archetipo del proprio lavoro (sennò allora che stortignaccolo di lavoro è?).

Ma sono sempre le stesse cose – penserà educatamente qualcuno – ed è vero, stravero.

E possono essere dette e ridette per tutti gli anni che passano prima di venir comprese.

Occorre un mucchio di tempo per accorgersi già soltanto che il pensiero è almeno altrettanto reale della sedia su cui mi siedo (facile fare atto di fede ma fa parte delle sciocchezze): uno serio può farcela ma metta sul proprio conto molto o moltissimo tempo.

Non fa alcun male ricordarsi che la disciplina chiamata “controllo del pensiero”, pur essendo già molto impegnativa, non è la “concentrazione”. Sebbene quest’ultima, nella maggioranza dei casi, prevede una notevole e prolungata pratica con il controllo. Va da sé che senza una certa capacità di dominare i pensieri, l’avvicinamento verso uno stabile, continuato e totale flusso d’attenzione verso un unico oggetto di pensiero è assai difficile o impossibile.

Essendo due discipline contigue ma diverse ed essendo la concentrazione più difficile del controllo di una deliberata successione di pensieri, ho notato una certa reticenza in molti che pur si esercitano regolarmente con il controllo, a tentare la concentrazione vera e propria.

Ma se si giudica la cosa equivalente ad un dover scegliere significa che ci si è inventati un falso problema: superata una sottile paura dell’ignoto, ci si potrà accorgere che tra i due esercizi non v’è contrapposizione, che l’anima, in fasi diverse, può avere necessità di rafforzarsi ora con l’uno o con l’altro dei due. La concentrazione è superiore al controllo dei pensieri.

Solitamente molti terminano il controllo del pensiero e proseguono con la concentrazione. Ciò può andare bene ma è anche bene ricordarsi che le regole fisse servono soltanto finché l’anima non trova autonomia e coraggio di seguire i suggerimenti che le giungono dalla sua stessa interiorità. In merito a ciò il ventaglio di opzioni è piuttosto vasto. Ad una estremità del ventaglio esiste anche la possibilità di dedicarsi completamente alla concentrazione già mentre ci si sta sedendo.

E “l’immagine sintesi”? Qualcuno potrebbe essere turbato per quanto sto per dire: quando si maneggiano i pensieri con una certa pratica, quando ci è del tutto famigliare il percorso voluto, ci si accorge anche che l’immagine “tappo” o “ matita”, assieme alla sua evocazione possiede tutti i concetti subordinati dai quali è stata formata. E’ già sintesi. Esattamente allo stesso modo in cui se ti chiedo un ago non mi porti un frigorifero.

E’ allora che basta dedicare tutta (tutta) l’attenzione cosciente sull’immagine, una qualsiasi purché sia in essa riconoscibile la somma dei concetti che fanno di un ago…un ago.

Il lavoro successivo è solo il mantenere desta e focalizzata l’attenzione con l’esclusione di tutto il resto del mondo, noi stessi compresi. E’ fondamentale che, a un certo punto, l’immagine, nonostante sia prodotta volitivamente da noi, venga sperimentata come fosse autonoma, capace di starci davanti per forza propria: la volizione che la sostiene diventa così sottile che quello che abbiamo considerato (conosciuto) come “sforzo”, può abbandonare la scena: si contempla.

Ora una digressione. Molti hanno letto che, in ultima analisi, l’immagine finale può essere qualsiasi cosa (un segno, una luce, un nulla). Se questo è un risultato non v’è nulla da obbiettare, ma se diventa un trucco, se dall’immagine si salta ad altro, ci si autoinganna alla grande. Il “segno”, il “nulla” deve farsi da sé, essere forte, pregno, concreto…persino un po’ più reale dell’immagine che lo aveva preceduto. Nessuno dice che deve esserci per forza il segno di luce o il nulla: spesso, per l’operatore fraudolento, pasticcione, il “nulla” è proprio il niente e null’altro.

Nonostante il fatto che coscienza e volontà siano stimolate al massimo grado possibile, tralasciando eventuali fenomeni ultrasensibili che possono prodursi in vari momenti ma non necessariamente, tre importanti virtù o potenze vengono ormai destate: il silenzio profondo, la quiete del sistema nervoso e l’indipendenza dell’immagine (di cui ho parlato sopra)che, come scrive Scaligero, può rimanere stabile o muoversi, comunque continuamente alimentata dalla volontà più profonda che si veicola attraverso una condizione di coscienza vuotata da ogni riflesso della corporeità e totalmente priva di rappresentazioni che riconducono sempre al senso corporeo.

Con ciò si indicano momenti eccezionali, non condizioni stabili o rievocabili con facilità.Non credo si possa caratterizzare tale apice con parole: è un’attività che coincide con una condizione di riposo assoluto e di liberazione. E’ già molto. Il passo successivo consiste nel lasciar cadere l’immagine. Questo è difficile perché tale azione ulteriore non va pensata: essa è un puro atto (decisione) della volontà.

Quando la possente corrente del volere si desta e riempie la coscienza, l’immagine cade oppure rimane come pura forma. Come pura forma il suo esserci non ha più alcun significato: se il significato svanisce, con lui svanisce anche il soggetto che dava significato all’immagine, a se stesso e al mondo sensibile.

Con la sparizione dell’immagine, la coscienza si riempie (o viene proiettata) nel sovrasensibile: quello delle forze interne o quello di altri mondi. Forse è corretto sottolineare che anche la forma della coscienza muta.

Il modo ed il cosa dipendono da diversi fattori: tra i principali campeggia la struttura animica individuale e la preparazione precedente. Ora si fa concreta l’importanza dei cinque ausiliari, delle meditazioni e delle letture meditate: nella misura in cui hanno modificato la sostanza dell’anima, rendendola capace di essere nel vento, nel vuoto, negli abissi: finché c’è traccia di ego ciò è impossibile.

E’ invece possibile che questi ultimi passaggi siano realizzabili – sono fulminei – in condizioni particolarmente favorevoli ma inadeguate. L’anima non ha abbastanza forza per sopportare altri mondi. In questo caso sorge immediatamente sgomento, paura o orrore: di solito è orrore cieco, insopportabilità assoluta, ma anche questa condizione è rapida: l’anima si ritrae nella oscura sicurezza della corporeità fisico-sensibile, all’incirca come avviene nel sobbalzo alle soglie del sonno. Ciò indica soltanto che il ricercatore potrebbe riuscire ma deve conquistare ancora maggior forza e maturità.

Vi sono ancora tante situazioni intermedie: la via è relativamente semplice, noi siamo indiscutibilmente assai complicati: su ciò facciamoci quattro risate: non modificano la nostra contraddittoria situazione ma saranno sempre meglio che piangerci addosso. 

SCIENZA DELLO SPIRITO

ISIDE SOPHIA – Quarta Lettera (parte II)

***

Denderah

 

QUARTA LETTERA

Luglio 1944

LA NATURA SPIRITUALE DELLO ZODIACO DELLE STELLE FISSE

(Continuazione)

Quest’immagine del Sagittario, in special modo dell’arco, rivela un grande accordo circa gli eventi e gli sviluppi ispirati dalla Costellazione opposta dei Gemelli. Attraverso la duplice influenza che giunge dai Gemelli, al singolo corpo di Saturno è stata data forma esteriore e la pallida esperienza di un mondo interiore. Così è venuto nel mondo un principio di estrema importanza per tutta l’ulteriore evoluzione, in special modo umana. Questa duplicità è la ragione per la creazione di un “mondo fisico” e pure di un “Mondo Animico” umano. Essa contiene già il germe di una lunga storia dell’evoluzione umana: la lunga lotta del divenire dell’essere umano, l’armonizzazione tra il mondo esterno, fisico, e il Mondo Animico e spirituale. Ed è realmente come un arco che inizia in questa era di evoluzione e mira ad una mèta che è lontana. Contiene pure la storia dell’essere umano come essere che ascende da inferiori stadi subumani di esistenza a forme elevate, persino divine, perché quest’evoluzione è unicamente possibile attraverso la continua lotta tra la natura inferiore, che è in rapporto con il mondo esterno, e la superiore natura interiore dell’umanità, che porta la scintilla della Divinità. Abbiamo così l’immagine del centauro, semiumano e semianimale.

Nella precedente descrizione, abbiamo trovato che la Costellazione d’Ariete contiene qualcosa di simile all’immagine Archetipica del cervello, il Toro l’immagine Archetipica dell’organismo della parola, ed i Gemelli gli Archetipi della duplicità, come la simmetria di destra e sinistra o la duplicità di testa ed arti. Quindi dai Gemelli saltiamo al Sagittario. Possiamo trovare pure questo evento impresso nella forma umana. E’ la progressione dalla testa e dalla laringe alle braccia. La parte superiore del braccio è l’immagine corporea del Sagittario. Il corpo umano è diretto verso un mondo esteriore con le braccia, in quanto opposto al mondo interiore della testa. In ciò abbiamo la freccia del Sagittario. Le nostre braccia sono mosse da muscoli e tendini, ed essi indicano la corda dell’arco del Sagittario. Con le nostre braccia operiamo nel mondo, ed attraverso la nostra opera portiamo avanti l’evoluzione dell’umanità e del mondo.

Avendo ora stabilito questa duplicità di un mondo esteriore e di un mondo interiore, possiamo facilmente immaginare l’ulteriore evoluzione. Viene creato una sorta di legame tra i due mondi durante il successivo quinto ciclo dell’Antico Saturno. I primissimi inizi degli organi dei sensi sono creati eentro questi corpi di calore. Questi Archetipici organi dei sensi non sono, naturalmente, in alcun modo simili agli organi dei sensi dell’umanità sulla Terra. Il mondo circostante viene ora percepito come calore, così si può immaginare che i sensi e gli altri organi siano esistenti unicamente in una condizione veramente primordiale. Si dovrebbe immaginare qualcosa di simile ad una guaina limitante che si trova tra i diversi gradi di calore, tra quello all’interno del singolo corpo e quello al di fuori. Sappiamo che quello che possiamo chiamare il nostro senso più basso, è collegato con la capacità di separazione della pelle, ma già nei processi embrionali gli altri organi di senso sono in una certa misura connessi con lo sviluppo della pelle.

Questo sviluppo viene causato da due Gerarchie di Esseri Spirituali. I corpi di calore o di fuoco, che sono in realtà le origini dei corpi fisici umani, per così dire sono inabitati da Esseri Spirituali che Rudolf Steiner chiama “Figli del Fuoco” o “Arcangeli”. Essi non hanno ancora raggiunto, in quel periodo, la coscienza dell’essere umano di oggi. La loro coscienza potrebbe essere paragonata con la coscienza degli animali di oggi, ma unicamente nel grado di veglia. Lavorando e dimorando questi Esseri dentro i corpi di calore, sorge ivi un desiderio di giungere ad un contatto sensibile con l’esterno. Comunque, ciò non potrebbe essere sufficiente a creare quei primordiali organi di senso. Entrano in azione altri Esseri di un ordine elevatissimo, che Rudolf Steiner chiama “Spiriti dell’Amore” o “Serafini”. Essi “percepiscono” gli eventi entro l’Antico Saturno, e la loro percezione non è riflessiva come lo è oggi, per esempio, la percezione dell’essere umano, bensì è creativa. Essi sono capaci di elaborare, insieme con gli Arcangeli, i sottili, eterei abbozzi degli organi di senso Archetipici.

Così, abbiamo in questo quinto ciclo due influenze, ed ora ci possiamo chiedere: ove possiamo trovare rimembrati questi eventi nello Zodiaco?

Gli eventi del quarto ciclo appaiono collegati con i Gemelli e il Sagittario. Ora dobbiamo soltanto procedere nell’ordine dello Zodiaco e troveremo la risposta. E’ un’azione reciproca tra forze che oggi sono rimembrate nelle Costellazioni del Cancro e del Capricorno. Possiamo trovare il Cancro, in Gennaio a mezzanotte, esattamente a Sud. Sopra di esso, verso Nord, vi è la testa dell’Orsa Maggiore. Esso consiste solo di pallidissime stelle. Nelle vecchie mappe viene dipinto come un granchio circondato da un duro carapace e con enormi chele davanti. Quest’immagine ci da una sorta di raffigurazione di come gli Arcangeli dimoravano nei corpi calore dell’Antico Saturno. Così come il granchio è circondato dal carapace, con i molli organi importanti per la vita all’interno del carapace, così gli Arcangeli vivono all’interno dei corpi di calore. Inoltre, essi afferrano o sviluppano il desiderio di afferrare il mondo esteriore con organi simili a chele.

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Sul lato opposto dello Zodiaco vi è la Costellazione del Capricorno. E’ possibile trovarla a mezzanotte, verso la fine di Luglio, esattamente a Sud e vicinissimo all’orizzonte. La maestosa Costellazione del Cigno è allora esattamente sopra di essa. Nelle vecchie mappe Stellari essa viene raffigurata come uno stambecco, però senza le zampe posteriori. Al loro posto si vede una specie di coda di pesce che è incurvata come una spirale. Questa immaginazione ci dà un’idea dell’attività di quegli elevati Esseri Spirituali, gli Spiriti dell’Amore. Come lo stambecco che scala i più alti picchi delle più elevate montagne del mondo,  che allunga le sue corna nella sfera della luce, così dobbiamo immaginare gli Spiriti dell’Amore. Essi dimorano nella più alta sfera dell’Universo spirituale. Essi percepiscono gli eventi dentro l’Universo da un punto di alto vantaggio, sebbene la loro percezione non sia passiva, bensì creativa. Nell’atto della percezione essi creano. Essi non trattengono le loro percezioni creative; le passano agli Arcangeli. Questa è un’azione di puro amore. La percezione assoluta si combina con il desiderio di percezione dentro gli Arcangeli; vengono così creati gli organi di senso. Non sono creati come organi meccanici. L’Amore Divino dentro le immagini di luce, che gli Spiriti dell’Amore percepiscono, crea organi che rendono capaci le creature di percepire il riflesso delle esperienze soprasensibili di quegli Esseri divini. Tale “involuzione” creativa di esperienze superiori in una sfera inferiore appare nella coda di pesce del Capricorno. Questa indica che essa giunge nella sfera dell’”acqua”, che non è ancora, naturalmente, acqua reale perché esiste unicamente calore su Saturno, ma indica la sfera di riflessione che, indubbiamente, è il calore.

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(Continua)

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ISIDE SOPHIA - Introduzione all'Astrosofia - Willi Sucher, LIBRI E AUTORI, SCIENZA DELLO SPIRITO

LOGOS DELL’IO NELL’UOMO E SUO UNICO RITO

SOGLIA ETERICA BIS 22 MAGG 2013 FK 022

*

LOGOS DELL’IO NELL’UOMO E SUO UNICO RITO.

 

RIFLETTERE EQUIVALE A SPROFONDARE.

L’UMANO RIFLETTERE E’ DI GHIACCIO

E AFFONDA IL SUO GELO NELLA CARNE.

 

VUOTE PAROLE SPENTE RUOTANO ATTORNO AL CANE CHE LE VESTE.

MENTRE INAVVERTITO GELO ACCUMULA SPIETATEZZA

CHE LUNGO TORTUOSI TEMPI COSTITUIRA’ INFINE L’UNICA FORZA.

 

IL RIFLESSO DELLA VITA COMUNQUE VIVE SOSPINTO DAL RIBELLE..

OTTIENE LE SUE FORZE  OVE IL NEGARE INVERTE OGNI CERTEZZA.

ASPIRA LA VOLUTTA’ DI INFERNI INESPLORATI CHE MAI CONFESSERA’ DI VISITARE.

 

IL RIFLESSO DEL VIVENTE E’ MORTA APPARENZA CHE NEGA CIO’ DA CUI PUR NASCE.

IL RIFLESSO LAMPEGGIA QUANDO LA MORTE ACCOGLIE  CIO’ CHE FU DIVINO.

CONTINUAMENTE NASCE L’UMANO DAL MORIRE.

E NEL MORIRE VIVE CIO’ CHE PUO’ RISORGERE.

 

L’ETERNITA’ E’ LONTANA E APPARE IRRAGGIUNGIBILE

EPPURE TENUISSIMO TEPORE IRRAGGIA DAL SEMPLICE CONCETTO CHE NE TRAMANDA IL SENSO.

L’ETERNITA’ E IL RICORDO TRAMANDANO IL SORRISO DELLA PIETA’ INCISO NELL’AMORE.

 

RIFLETTE NEL MENTALE LA GELIDA LUNA IL SUO IMPIETRARE.

RIFLETTE CIO’ CHE IL SOLE IMPRIME NELL’ATTO DEL RISORGERE..

RIFLETTE L’ALBA DI UN CONTEMPLARE CHE SOLO LA LIBERTA’ PUO’ SCEGLIERE.

 

RIFLETTERE E’ PENSARE AVVOLTI DA UNA NUBE CHE SONO LE PROPRIE PREFERENZE.

AVVOLTI DA UNA NUBE DI POTENZE  CHE SONO CIO’ CHE SI E’EVOCATO USANDO LA PROPRIA LIBERTA’ SENZA CONSACRAZIONE.

RIFLETTERE PENSANDO GIUSTAMENTE E’ USARE FORME ESATTE COMMETTENDO L’ERRORE CHE LE ALTERA.

 

SENZA L’ASCESI DEL PENSARE TUTTO E’ CORROTTO E PRIVO DI LUCE ETERICA..

ANCHE CIO’ CHE APPARE CONFORME A SANITA’.

TUTTA LA TRADIZIONE E’ CENERE.

TUTTO L’ORIENTE E’ PIETRA MOSSA DA OMBRE CHE RIPETONO IL MORIRE.

 

MANCA LA VITA E L’ATTO CHE LA ACCENDE.

SOVRANATURA PERSA FRA RIVOLI DI CARNE ENERGIZZATA.

SOVRUMANITA’ PERDUTA CHE SOLO NELL’IDEA RISORGE.

 

IL PRECISO CONNETTERE I PENSIERI MENTRE SI E’ IMMERSI NELLA VOLONTA’:

E’ CIO’ CHE NEL PRESENTE MUOVE IL MONDO.

UN MARE DI VOLONTA’ MUOVE I PENSIERI CHE VAGANO SENZA DIO.

 

MA SOLO DAL PENSARE CONTEMPLATO PUO’ RISORGERE L’UNICO SOVRUMANO.

 

SOLO DAL PENSARE INIZIA QUANTO RICONSACRERA’ IL VOLERE.

UN MARE DI VOLONTA’ VERRA’ RICONSACRATO.

OCEANI DI VOLONTA’ DEVONO CONSUMARSI DINANZI AL PENSARE CHE LI REINNALZA AI CIELI.

 

QUANDO IL PENSARE CONTEMPLA IL CONCETTO RICORDATO

USA LA VOLONTA’ IN CUI NORMALMENTE ANNEGA.

USA UN VOLERE CHE VIENE STRAPPATO AL DISUMANO EROMPERE.

 

EMERGE OLTRE IL FATO L’UOMO.

RESPIRA NELL’AURA DELLA LIBERTA’ CHE ARDE NEL LOGOS.

L’IO OTTIENE ORIZZONTI  DI SILENZIO IN CUI IL VOLERE E’ SENZA BRAME.

 

IN CUI IL VOLERE E’ SPESO NELLA LOGICA CHE INSEGUE LA LUCE DEL RICORDO.

E’ SPESO NELLA LOGICA CHE MANTIENE LA VERITA’ FEDELE AL SUO RICORDO.

OSSIA IL VOLERE E’ SPESO PER CONTEMPLARE IL LOGOS DEL PENSIERO.

 

UNICO RITO.

UNICA FEDELTA’.

SOLA CONSACRAZIONE POSSIBILE AL MODERNO.

VERA CONSACRAZIONE VERSO LA QUALE TUTTA LA STORIA E’ STATA SPESA.

RITO DELL’IO NEL LOGOS CHE INDIVIDUALMENTE SORGE.

 

LOGOS DELL’IO NELL’UOMO E SUO UNICO RITO.

 

 

HELIOS FK AZIONE SOLARE

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ARTE, La Poesia di FK AZIONE SOLARE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

L’IMPULSO DI MICHELE e il Mistero del Golgotha (di R. Steiner)

*

Nelle ultime due conferenze da me tenute durante l’ultimo soggiorno qui tra voi, ho potuto parlarvi di alcuni aspetti della vita fra una morte e una nuova nascita. Avevamo sottolineato l’importanza e il significato del conoscere la vita fra la morte e una nuova nascita, perché le Forze e le Entità con le quali l’uomo viene allora in contatto intervengono anche nella vita che intercorre fra la nascita e la morte.

Oggi parleremo di molte cose che varranno a mettere in rilievo la grande missione della concezione antroposofica sullo sfondo di tutto il carattere della nostra epoca di cultura. Ho rilevato, anche diffusamente, il fatto che noi ci troviamo in un periodo assai importante dell’evoluzione umana sulla Terra, e che se, considerando affrettatamente tale evoluzione, si è spesso caratterizzata ogni sua epoca come un’epoca di transizione, la nostra deve però venir descritta, piú che come un’epoca di transizione, come un’epoca di importanza massima per tutta l’evoluzione dell’umanità.

Il primo punto di vista che oggi vorrei proporvi è quello dell’Antroposofia, della quale sappiamo che per necessità dell’evoluzione terrestre deve oggi inserirsi nella cultura umana. L’Antroposofia, sebbene le sue verità possano venir investigate solo dall’anima dell’Iniziato, a questo preparata, può nonostante ciò venir compresa da ognuno, che solo le porti incontro una sufficiente spregiudicatezza.

Qui può subito venir sollevata l’obiezione: ma esistono ben pochi uomini dotati di una coscienza tale, da poter ritenere come verità quel che l’Antroposofia offre. La maggioranza degli uomini considera quanto proviene da questa indagine, dalla Scienza dello Spirito, come fantasticheria e sogno, se non addirittura come uno dei prodotti delle “sette sètte di perdizione”…

Cosa sta veramente alla base di tutto questo? Si può davvero sostenere, di fronte alla massa di coloro che ancora oggi asseriscono di non poter comprendere l’Antroposofia, e che essa si mostra un semplice fantasticare, si può davvero sostenere che simili verità, comprese da cosí rare persone, possano divenire conoscibili a menti umane spregiudicate?

Ieri, nella mia conferenza pubblica, ho illustrato i mezzi con i quali si può giungere a conoscenze sovrasensibili: liberando cioè determinate forze dell’anima dallo loro connessione con il corpo, ed anche di come le dette forze del pensiero, del linguaggio e della volontà possano divenire libere, emanciparsi dalla corporeità, per operare puramente nell’animico, nell’animico-spirituale, divenendo quelle tali forze che, sviluppate attraverso la meditazione, la concentrazione e la contemplazione, penetrano nei mondi sovrasensibili. Tutte le forze che ci rendono idonei a penetrare nei mondi sovrasensibili, provengono dal fatto che l’uomo riesca a svincolare la propria anima da tutto ciò che lo lega normalmente al corpo. Dunque, nelle forze conoscitive a mezzo di cui si investigano i mondi sovrasensibili, si ha a che fare con forze libere dal corpo.

Sennonché anche nella vita quotidiana v’è una forza animica che, in certo modo, ha già in sé quella condizione cui per le altre forze animiche si aspira, per procedere nell’indagine spirituale, ed è la forza del pensiero, quale si estrinseca nel comune, sano e spregiudicato intelletto umano. Voglio dire che questa ordinaria forza del pensiero, anche senza venire sviluppata oltre, sotto certe premesse, può presentarsi già da sé come qualcosa di liberato dal corpo.

Le cose a questo riguardo stanno cosí: questo pensare che ogni anima odierna può avere in sé come forza, ha in certo modo due facce: è una testa di Giano. Dipende dal cervello, se porta alla coscienza come pensiero, soltanto ciò che si specchia nel cervello stesso, nel sistema nervoso; in questo caso il pensiero è piuttosto passivo e tale da volersi servire del cervello come suo strumento. Oppure, anche senza meditazioni per interiore sforzo e richiamo, per il solo fatto di divenire cosciente di sé, nel suo vero essere, di strapparsi all’appoggio del cervello, esso può liberarsi: allora è invece un pensare attivo.

Sono entrambi due lati del sano pensare ordinario, quale ogni anima può oggi esercitare. Il pensare è dunque proprio ad ogni anima, ma può venir usato in due modi diversi. L’uomo può crearlo in sé, coniando in sé il pensiero: allora è pensiero nella sua attività, in grado di accogliere pienamente tutte le affermazioni, anche le piú apparentemente ardite, della Scienza dello Spirito. Se invece il pensiero non vuole rafforzarsi, afferrando se stesso nella sua attività, allora è costretto ad appoggiarsi allo strumento del pensiero, cioè al cervello, e produce in generale solo quei pensieri, che possono venir afferrati a mezzo di quello strumento. Allora l’uomo non pensa attivamente ma passivamente.

Piú di qualunque altra distinzione, è giusta quella (ma per l’avvenire, non per l’immediato presente) fra pensatori attivi e pensatori passivi. Coloro che rafforzano in sé questo pensare indipendente, interiormente libero, che sanno pensare attivamente, già dallo stesso impulso di questo pensare vengono portati all’indagine scientifico-spirituale. Coloro invece che non vogliono pensare attivamente, ma solo in dipendenza dal cervello, quelli si diranno che l’indagine antroposofica è fantasticheria, perché non hanno idea di ciò che può venir afferrato nel pensiero libero, e vogliono rimanere dediti allo strumento. Si può dunque dire che non vogliono pensare essi stessi, ma lasciare che altri pensino in loro e per loro. Proprio da questo punto di vista l’essere seguace della concezione antroposofica del mondo, e in genere il modo di comportarsi di fronte ad essa, è in ultima analisi questione di alacrità, di energia interiore, oppure, all’opposto, di pigrizia, inerzia, comodità interiore. Il pensare che vuole essere energico ed alacre comprende i risultati della Scienza dello Spirito; invece il pensare che vuole servirsi di grucce, di uno strumento, che vuole portarsi a coscienza i pensieri solo nel riflesso del cervello, è inerte, esige che si pensi in lui, e per comodità respinge l’indagine antroposofica. Tutte le filosofie, le scribacchiature che girano per il mondo, dandosi aria di scienza e spiritualità, sentenziando che non è possibile comprendere quanto viene detto dalla Scienza antroposofica, hanno la loro base in una, a tutta prima inconscia ma profonda, pigrizia del pensiero, che non vuole divenire attivo ma restare passivo. Certo, l’essere seguaci della concezione antroposofica del mondo è tutt’altro che comodo!

In sostanza, questa è la verità riguardo a tali fatti. E se capitate in certe adunanze che oggi non si chiamano nemmeno materialistiche, ma forse monistiche, e che si sfogano contro “le fantasticherie” della Scienza dello Spirito, noterete che la ragione di questi sfoghi non sta certo in ciò che in queste adunanze si professa, ma nell’incapacità di quelle persone a raggiungere un pensiero attivo; ed inoltre, nella presunzione di erigere la comodità del pensare passivo (precisamente da parte di coloro che sono incapaci di sforzarsi al pensare attivo), a principio supremo dell’indagine umana.

Orbene, a volte l’inerzia nell’adoperare la facoltà dell’anima porta a fatti che si possono osservare spesso anche nella vita quotidiana. Chi volendo ascoltare un discorso pubblico è troppo inerte per seguirne lo svolgimento, a poco a poco si addormenta, e dormendo perde ciò che era sua intenzione (e forse anche non era sua intenzione) di apprendere. Si avrà allora a che fare con un “perdere, dormendo, l’occasione di accogliere un necessario impulso d’evoluzione”, nel caso di coloro che, sia al presente sia nel prossimo avvenire, non sanno e non sapranno riscuotersi a pensare attivamente. Cose di somma importanza si perderanno, sonnecchiando. Infatti, sebbene tali persone non ne vogliano sapere, dietro a ciò che si svolge nel nostro mondo sensibile giacciono le Forze essenziali sovrasensibili, ed anche i processi sovrasensibili.

E questi processi sovrasensibili si svolgeranno ugualmente, anche se una parte dell’umanità vorrà passarvi sopra dormendo. Nell’epoca attuale abbiamo a che fare con un importantissimo evento. E poiché tutti gli eventi sensibili sono estrinsecazioni esteriori di processi sovrasensibili, se perforiamo il tessuto dei fatti sensibili nell’evoluzione dell’epoca nostra, giungiamo, dietro a quel tessuto, ai fatti sovrasensibili. Per caratterizzare i quali, importantissimi in questo momento, vogliamo ricordare che tutta la vita universale riposa sopra un’evoluzione in continuo crescere.

Seguendo la via evolutiva dell’uomo, lo troviamo, secondo la sua prima disposizione, nell’epoca dell’antico Saturno; piú tardi lo troviamo compenetrato di un nuovo elemento, nell’antica epoca solare; ancora piú evoluto nell’antica epoca lunare; dotato del quarto elemento, l’Io, nell’epoca terrestre. E sappiamo che durante l’epoca di Giove le sue facoltà animiche assumeranno una configurazione tale, che egli si potrà paragonare agli Esseri della Gerarchia degli Angeli.

Orbene, come l’uomo nella sua evoluzione avanza e ascende, cosí anche le Entità delle singole Gerarchie progrediscono da gradi inferiori a gradi superiori. Non la sola Gerarchia umana si evolve in continua ascesa, ma anche le Gerarchie che sono piú in alto dell’uomo.

Prendiamo ad esempio quella di due gradi superiore all’uomo, la Gerarchia degli Arcangeli. Già ieri vi ho fatto notare come oggi molti intelligenti non trovino nulla da ridire se si parla di Spirito in senso generico; ma grande offesa reca all’uomo contemporaneo che si entri a parlare di classi, ordini, individui, com’è invece piú che lecito fare nelle scienze naturali, per le piante, gli animali ed altri regni. Eppure questo è necessario, se vogliamo avere a che fare, in via concreta, con il Mondo spirituale.

Se prendete in mano il ciclo di conferenze da me tenute a Cristiania [attuale Oslo] sull’evoluzione dei popoli, La missione delle singole Anime di Popolo in relazione alla mitologia germaniconordica [O.O. N° 121],  vedrete come lo sviluppo dei popoli, delle stirpi, sia connesso con la Gerarchia degli Arcangeli. Invece, il susseguirsi delle epoche sottostà alla direzione delle Arcai, o Forze primordiali, o Spiriti della Personalità. Ora, se prendiamo le Entità piú importanti della schiera degli Arcangeli, troviamo nomi che ci capitano sott’occhio anche altrove, e che possiamo utilizzare come qualunque altro: Raffaele, Gabriele, Michele ecc.

Possiamo quindi denominare queste Entità, perché il nome non è affatto la cosa essenziale; noi lidenominiamo come si fa per le altre cose. Il distinguerli ha una certa importanza per i fatti che si svolgono nel sovrasensibile: dall’evoluzione sovrasensibile dipende la nostra evoluzione nel sensibile.

Possiamo benissimo distinguere scientificamente tra loro le singole Entità della Gerarchia degli Arcangeli. E distinguerli non con un astratto catalogo di nomi, ma ravvisando nei principali impulsi delle civiltà che si sono svolte esteriormente nel mondo fisico in una data zona terrestre (ad esempio nei pri mi secoli cristiani, prima dell’attuale direzione del mondo), il dominio di determinate Entità, diverse da quelle che dominarono i principali impulsi di civiltà che hanno diretto i popoli nei secoli XII e XIII, e ancora diversi da quelli che dirigono l’attuale epoca di evoluzione. Atteniamoci anzitutto a ciò che è importante per la nostra epoca di civiltà. Qui dobbiamo distinguere nettamente il carattere dell’epoca iniziata nel secolo XV e XVI, contrassegnato in particolare dal fiorire delle scienze naturali moderne, e dal loro raggiungere l’altezza, mai abbastanza ammirata, che si dispiega in tutto il suo splendore nel secolo XIX.

Se fissiamo lo sguardo su questi secoli di lavoro scientifico dell’umanità intera, dobbiamo dire che esso è stato condotto da certi popoli, che furono guidati dal Mondo sovrasensibile da una ben determinata Entità della Gerarchia degli Arcangeli. Questa si distingue nettamente da quella che (sempre nel sovrasensibile) dirige ora l’appena iniziata epoca di civiltà spirituale. Se si vogliono dare a tali Entità dirigenti della Gerarchia degli Arcangeli nomi divenuti familiari in Occidente, si può dire: dall’epoca del Cristo in poi, diverse Entità assunsero la direzione della progrediente civiltà. Senza voler battere troppo sui nomi, denomineremo tuttavia una serie di Entità della Gerarchia arcangelica, come si denominano le persone che prendono parte agli eventi che si svolgono sul piano fisico. Una serie dunque di Entità della Gerarchia degli Arcangeli ha dominato dall’alto la progrediente civiltà: Orifiele, Anaele, Zacariele, Raffaele, Samaele, Gabriele e Michele.

Gabriele ha diretto l’epoca di cultura terminata per il Mondo spirituale con l’ultimo terzo del secolo XIX.

Perché effettivamente con l’ultimo terzo del secolo XIX comincia un’epoca, e ciò si paleserà sempre piú, nella quale fluiscono dal Mondo sovrasensibile in quello sensibile influssi e impulsi del tutto diversi dai precedenti. Mentre nell’epoca trascorsa le anime umane erano legate a ciò che i sensi percepiscono e che l’intelletto comprende, gli uomini dell’epoca futura che non vorranno dormire di fronte all’evoluzione, dovranno osservare come una sempre una maggiore saggezza e una maggiore conoscenza sovrasensibile penetreranno dai Mondi sovrasensibili nell’evoluzione sensibile della Terra. Parlando un po’ superficialmente, si potrebbe caratterizzare il fatto in questo modo: nell’evoluzione trascorsa le Entità sovrasensibili dovevano dirigere verso il corpo fisico-sensibile le Forze fluenti dal Mondo sovrasensibile. Le Gerarchie dovevano badare a che le Forze non fluissero dentro le anime. Ma d’ora in avanti le Forze sovrasensibili verranno dal sovrasensibile dirette e condotte in modo che il piú possibile ne penetri nell’anima umana, affinché questa possa venir afferrata dalla conoscenza di Immaginazioni, Ispirazioni ed Intuizioni. Per quanto ebbe in precedenza di sapere ispirato e di conoscenza spirituale l’epoca trascorsa, altrettanto colmi d’essenza ispirata ed intuitiva saranno gli impulsi veramente vivi della cultura nell’epoca veniente.

Cinquant’anni fa sarebbe stato impossibile dire agli uomini ciò che, a causa del necessario svolgersi dell’evoluzione, è possibile dire oggi a voi, perché allora non si potevano ricevere direttamente dai Mondi spirituali queste cose. Solo adesso le porte sono state aperte. E come le epoche trascorse furono favorevoli all’evoluzione dell’intelletto, cosí l’epoca ventura sarà in massimo grado favorevole allo sviluppo dell’Ispirazione e dell’Intuizione.

Due epoche si urtano, prossime a noi: l’una interamente aliena da ogni Ispirazione, l’altra, benché Forze possenti combatteranno con tutti i mezzi contro l’Ispirazione, dominerà però la possibilità di accogliere l’Ispirazione per farne la nota caratteristica dell’anima umana.

E se spingiamo oltre il nostro sguardo in tutto questo, scopriremo che le Forze sovrasensibili, che nelle epoche trascorse non penetrarono direttamente entro le anime, non sono però affatto rimaste inoperose. Anche se la fisiologia esteriore non è in grado di constatarlo, resta pur vero che nell’epoca di Gabriele si lavorò dal Mondo sovrasensibile entro quello sensibile. Lavoro che è stato fatto sul corpo fisico dell’uomo, producendovi, entro il cervello anteriore, fini strutture che a poco a poco penetrarono nel sistema riproduttivo, per la qual cosa gli uomini, in massima parte, nascono con un cervello che nel lato anteriore presenta strutture diverse assai piú fini di quelle che avevano i cervelli nei secoli XII e XIII.

Il compito dell’epoca durante la quale gli uomini dirigevano i sensi verso il mondo fisico-sensibile, restando chiusi al mondo dell’Ispirazione, consistette nel fatto che gli impulsi del Mondo sovrasensibile si riversarono nella corporeità e formarono nel cervello quella fine struttura. E sempre maggiormente tale struttura sarà propria di coloro che si sentiranno idonei a progredire nel Pensare Attivo e nella comprensione della Scienza dello Spirito. Cosí nella nostra epoca, di cui ci troviamo ora all’inizio, le Forze sovrasensibili non verranno impiegate a formare strutture di cervello, ma a fluire direttamente nelle anime e ad operarvi attraverso Immaginazioni e Ispirazioni. Questo comporta la reggenza di Michele. Due Entità si distinguono dunque nella Gerarchia degli Angeli: quella che guidando l’uomo nell’epoca precedente la nostra ha lavorato alla costruzione del cervello, e l’altra che lavora attualmente a preparare nell’uomo la ricettività animica per la saggezza spirituale. Vengono cosí segnati i limiti che separano l’una dall’altra le Entità appartenenti alla Gerarchia degli Arcangeli. Ho cercato, alla luce di questi due esempi, di mostrarvi le qualità concrete e caratteristiche di tali Entità. Non vogliamo contentarci di nomi. Come nulla si sa di un uomo quando sappiamo che egli si chiama Caio, cosí ben poco sapremo di Gabriele conoscendone soltanto il nome. Noi sappiamo qualcosa di un uomo quando possiamo dire: egli è compassionevole, ha compiuto questo o quello. Allo stesso modo, quando di una Entità sovrasensibile possiamo dire che fa fluire nel corpo fisico umano le forze atte ad introdurre certe strutture negli organi umani di riproduzione, e di un’altra che essa ha parte nel suscitare interesse per la verità intuitiva, noi ne conosciamo qualcosa.

Michele opera non tanto per lo scienziato dello Spirito, per l’Iniziato medesimo, quanto per coloro che vogliono comprendere la Scienza dello Spirito e progredire verso il Pensiero Attivo, e quanto piú opererà, tanto piú queste forze andranno nei prossimi secoli intensificandosi nell’umanità.

Questo trapasso è importante anche per un altro riguardo. In seguito a ciò che è accaduto, va sempre piú formandosi una umanità che, grazie al suo organismo, sarà in grado di guardare indietro alle precedenti incarnazioni.

L’umanità deve porsi in tali condizioni. Non è certo possibile ricordarsi di una cosa alla quale non si è mai pensato. Se la sera ci togliamo i polsini è non vi abbiamo pensato. Se invece abbiamo fatto attenzione a dove sono stati messi, il posto si imprimerà nella mente e la mattina seguente vi andremo difilato e li ritroveremo.

Come questo vale per la vita quotidiana, cosí vale per l’ampia cerchia delle diverse vite terrene. Prima di tutto dovremo ricordare l’essere intimo dell’anima, quello che veramente passa nell’essere dell’anima.

A tale scopo bisogna prima aver afferrato la vita dell’anima. E ciò lo potremo solo attraverso la disciplina occulta. Se nell’incarnazione precedente non ci si è dati la pena di afferrare con il pensiero l’essere animico, non potremo neppure riandarvi con la memoria: gli uomini saranno allora organizzati per ricordare, ma da principio sentiranno questa loro organizzazione come una malattia, una nervosità terribile. Poiché saranno organizzati in modo da poter ricordare il passato, ma nulla avranno da ricordare. E quando l’uomo ha impressioni che non può portare a coscienza, organi che non può adoperare, si ammala.

Si va quindi incontro al fatto che l’umanità sarà organizzata a ricordare, ma ricorderanno solo quelli che avranno di che ricordarsi: quelli che, per mezzo della disciplina occulta, avranno riconosciuto l’essere umano-animico nella sua peculiarità di membro del Mondo spirituale. In ogni vita successiva a quella in cui s’è riconosciuta l’anima quale essere spirituale, verrà il ricordo delle precedenti vite terrene.

Ci troviamo dunque a un punto di svolta importantissimo. Comprendere la Scienza dello Spirito in fondo non vuol dire altro che sentire e intendere questo punto di svolta che è l’opera nostra. Orbene, non tutte le Entità appartenenti alla Gerarchia degli Arcangeli sono di uguale natura. Si può dire, parlando degli Arcangeli, che essi si danno il cambio, come ho descritto. Ma il sommo nel rango, il supremo, è quello che comincia a regnare nell’epoca nostra: Michele. Egli appartiene alla schiera degli Arcangeli, ma è, in certo modo, il piú avanzato. Sappiamo che vi è evoluzione e che l’evoluzione comprende tutti gli esseri. Gli esseri si trovano in evoluzione ascendente e noi viviamo nel tempo in cui Michele, il supremo degli Arcangeli, progredisce alla natura di Arcai.

Gradualmente egli, passando alla condizione di Entità dirigente, diventa Spirito del Tempo, Entità guida per l’umanità intera. Questo è l’importante, l’immensamente significativo dell’epoca nostra: comprendere che ciò che prima in nessuna delle epoche precedenti esisteva ancora per l’umanità intera, ora può esistere e diventare un bene per tutta l’umanità. L’approfondimento spirituale che finora è apparso solo in popoli singoli, ora diventa proprio dell’umanità intera. E se accenniamo a ciò cha avviene dietro al mondo dei sensi, possiamo pure accennare a ciò che nel mondo dei sensi si svolge come riflesso di quanto abbiamo appena descritto, e cioè che dietro al mondo sensibile avviene, diremo, un avanzamento di quell’Arcangelo.

Finora l’uomo ha potuto essere una personalità. In avvenire egli sarà ancora una personalità, ma in modo diverso da quello in cui ha potuto esserlo nell’epoca nostra. L’uomo ha sempre partecipato ai Mondi sovrasensibili con la sua vita animica, o almeno avrebbe sempre potuto farlo; ma la nota personale, il colorito personale che l’uomo esplicava in questo mondo sensibile, non veniva dall’alto, bensí dal basso: veniva da Lucifero. Lucifero era quello che formava la personalità. Perciò si poteva dire che l’uomo non poteva penetrare con la sua personalità nel Mondo sovrasensibile, né portarla nel Mondo spirituale: questa doveva estinguersi, altrimenti avrebbe contaminato il Mondo spirituale.

In avvenire però l’uomo dovrà lasciar ispirare la sua personalità dall’alto, affinché possa accogliere ciò che fluisce da lassú. La personalità riceverà la sua nota da quanto egli sarà in grado di accogliere come conoscenze spirituali. La personalità diverrà qualcosa di totalmente diverso da prima. Prima l’uomo era una personalità in virtú di ciò che lo alienava dallo Spirito e gli veniva imposto dal corpo; in avvenire dovrà esserlo invece in virtú del grado di possibilità di accogliere ed elaborare in sé quanto attinge dal Mondo spirituale.

In passato le personalità venivano determinate dal sangue e dal temperamento, ed in esse irradiavano elementi impersonali provenienti dal sovrasensibile, ma in avvenire ciò accadrà sempre meno e si sarà personali grazie al carattere acquisito in virtú della propria partecipazione al Mondo sovrasensibile. Sarà questo l’effetto dell’impulso di Michele che introdurrà nell’anima umana la comprensione per la vita spirituale. In avvenire gli uomini con un pronunciato carattere personale trarranno questo carattere da ciò che esprimeranno grazie alla loro comprensione dei Mondi spirituali.

Alessandro, Cesare, Napoleone e gli uomini di quel genere appartengono al passato. In essi l’elemento sovrasensibile penetrava in certo modo da fuori; essi derivavano l’alto colorito personale da ciò che avevano ricevuto dal basso. A queste personalità, quali Alessandro, Cesare, Napoleone, sono chiamate a succedere quelle che saranno personalità per il modo con cui porteranno il Mondo spirituale nel sensibile, che introdurranno nell’umanità la personalità partendo dall’anima.

In avvenire l’energia delle azioni umane risulterà dalla forza del contenuto spirituale che penetrerà in esse. Tutto ciò costituirà l’importante trapasso da un’epoca all’altra, e ciò che appunto caratterizza al massimo il trapasso significativo, è quello che si effettua dall’epoca di Gabriele all’epoca di Michele nel momento di transizione in cui viviamo.

Anche con il semplice sano intelletto l’uomo può acquistarsi la comprensione di quanto si è detto sin qui (se però è abbastanza privo di preconcetti), osservando l’epoca nostra e rilevando come in essa, ancora fino all’ultimo terzo del XIX secolo, si riscontrino due possibilità.

La prima di tali possibilità è quella di costruire una concezione del mondo, partendo dalle scienze naturali. Oggi è già fuori di moda, è qualcosa di antiquato, non piú consono al carattere dell’epoca. Gli uomini proseguono a farlo, perché ancora portano in sé ciò che proviene dall’antico. Ma per il carattere dell’epoca, sarebbe consono formare la concezione del mondo, partendo dalle ispirazioni del Mondo spirituale e dalla comprensione di esse. Questa seconda possibilità dobbiamo accogliere nell’anima nostra con sentimento, come sensazione. Allora impareremo a comprendere che cosa significhi per le singole anime la concezione antroposofica del mondo, impareremo a sentire che cosa è l’evoluzione per l’umanità. Ci è dato in tal modo di partecipare a fatti di un’importanza senza fine.

Ed ora vi rammento qualcosa che ho inserito nelle conferenze tenute qui di recente, nelle quali si trattava del mutamento avvenuto nella funzione del Buddha, e che è pure il punto con il quale nella conferenza prossima ci riallacceremo a questa.

Le considerazioni di oggi possono chiudersi con una domanda che può presentarsi ad ogni anima e che, dalle cose importanti oggi considerate, ci farà salire ad altre piú importanti ancora. Se per Michele c’è stato un avanzamento, se Egli è divenuto lo Spirito dirigente la civiltà occidentale, chi prenderà ora il suo posto?

Questo posto dovrà pur venire occupato. Ognuno deve dirsi: avrà dunque anche un Angelo sperimentato un avanzamento, un’ascesa, ed essere progredito a rango di Arcangelo? E chi è quell’Angelo?

Con tale domanda voglio chiudere, per passare, nella prossima conferenza, a considerazioni ancora piú significative.

Oggi ho voluto porre dinanzi all’anima vostra il carattere importante del trapasso: il fatto che le anime in grado di raccogliere tutte le proprie energie, possono acquistare comprensione per la verità ispirata. Poiché tale è la volontà delle Potenze Universali dirigenti l’evoluzione umana, che stanno dietro l’umanità. Nel mondo dei sensi ciò si rispecchia nel fatto che la personalità assume un altro carattere. Mentre nell’epoca passata ciò che coloriva la personalità era il sangue, il temperamento, in avvenire essa riceverà il colore dall’elemento della comprensione spirituale. Questo elemento darà il tono.

È importantissimo comprendere ciò, ma ancor piú importante realizzarlo. Prenderemo da qui le mosse per poi passare ad una considerazione assai significativa, atta a penetrare nelle singole anime nostre.

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Rudolf Steiner

(per gentile concessione di MARINA SAGRAMORA www.larchetipo.com/2012/set12/gerarchie.pdf )

MICHELE - La Via del Pensiero, PASQUA, SCIENZA DELLO SPIRITO

IL VUOTO

asceta zen 4

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Negli anni ’60 del secolo scorso , con le traduzioni di alcune Opere di Teitaro Suzuki, il racconto affascinante di Eugen Herrigel sull’esperienza del tiro con l’arco, la stimolante raccolta di Nyogen Senzaki e Reps di “101 storie zen” e, in fondo scala gli scritti superficiali di C. Humphreys e altri, l’Occidente scoprì un filone nuovo (per la nostra cultura) della corrente buddhista. Col solito schiamazzo confuso: già l’austero professor Suzuki, pasticciando da entusiasta ma con intellettuale astrattezza (T. Suzuki fu professore di filosofia) tra oriente e occidente, credette di trovare identità tra l’illuminazione zen (satori) e l’inconscio junghiano (ancora oggi diverse pseudo-tradizioni vedono nella psicologia junghiana e nel suo promotore un esempio scientifico di spiritualità a passo coi tempi. C’è da rabbrividire! Indubbiamente Carl Jung flirtò anche troppo con la magia –  la sua discepola Marie Luise von Franz affermò che il suo Maestro era capace di predire il futuro – tale da renderlo una  sorta di apprendista stregone mancato, ma in sostanza temette lo Spirito, come certifica la sua vergognosa ritirata a pochi chilometri e a poche ore dall’incontro con Ramana).

Così lo zen divenne talmente attuale da diventare una via che porterebbe all’ “identificazione di sé con la sfera dell’inconscio che circonda la nostra consapevolezza quotidiana”. E’ davvero curioso, ed i tradizionalisti a ragione parlerebbero dei “segni dei tempi”, che anche in sede astratta, cioè senza alcuna esperienza concreta, seri pensatori e frichettoni dell’occulto si alleino a corteggiare “l’inconscio” quasi fosse un dato di fatto inequivocabile, mentre non riescono proprio a partorire una minima, possibile ipotesi di un superconscio. I predatori, chiamati anche psicoterapeuti, dato il loro condizionamento, hanno felicemente risucchiato lo zen immaginario nei loro sistemi ed ecco che frasi come “Uccidere il Buddha”, allusiva al superamento incondizionato dell’alterità , anche quella che si presenta come simbolo/valore più alto, diventa per essi “superamento dell’autorità paterna , processo di individuazione, ecc.” (vi sono delle eccezioni di cui, ad esempio, fa parte R. Assagioli che però conobbe Decio Calvari, Evola, Zanfrognini, Jasink, ecc.  e, per così dire, si fece le ossa nel Gruppo Teosofico di via Gregoriana a Roma).

Cos’è lo zen? Storicamente è una scuola buddhista nipponica, portata dalla Cina dove fiorì con il nome di ch’an e trasmessa al Giappone nel 1215 da Eisai e nel 1227 da Dogen. In sostanza si ispira al mahayana e se ne distingue perché abbandona quel grandioso edificio culturale e metafisico mantenendo l’essenziale: la prassi etica e la contemplazione vuota di oggetti (dhyāna). Non si tratta di “egoistico isolamento”, ciò è un nonsenso perché il fine precipuo dell’ascesi (satori) è il superamento della dualità cosmo – coscienza umana. Dunque il discepolo dello zen guarda con profonda intensità (simpatia) la natura che lo circonda: la goccia di rugiada o il volo della farfalla sono, per la coscienza vuotata dall’io fenomenico e imperdurante, la porta al superamento di ciò che esse appaiono dapprima come manifestazioni di alterità. Alterità che la coscienza vuota non nega nel rifiuto ma risolve nell’esperienza dell’identità metafisica.

La scuola soto raccomanda la pratica zazen, ossia stando seduti (in occidente pure Maestro Eckart scrive: “Ho conosciuto Dio stando seduto”) nella classica asana del loto, disciplinare il soffio, sciogliere il mentale della testa e rintracciare il punto vuoto nell’addome. Individuato il quale, compito essenziale dell’asceta è non impedirgli di crescere, come il feto nel grembo materno e ben oltre affinché la potenza del vuoto, che è il “pieno” dello Spirito, trasmuti sino al sensibile l’operatore che permane come proiezione o lieve simbolo percettibile della completa realizzazione.

Per un approfondimento conoscitivo di base di questa via mi permetto di consigliare il libro di K. G. Durckeim: Hara. Il centro vitale dell’uomo secondo lo zen. In questo libro l’Autore sottolinea con plausibile evidenza critica il ruolo debole ed anti spirituale della coscienza legata alla testa, non avvedendosi però di quanto raffinatamente egli stesso, da occidentale qual è, usi tale coscienza e la razionalità ad essa indissolubilmente legata: chiaramente non avvertendo che il problema, il nodo da sciogliere è interno al sistema di forze che simultaneamente usa e rifiuta (con superiore maestria, Massimo Scaligero approfondisce e supera i limiti della descritta contraddizione nel VI capitolo di Kundalini d’Occidente).

Nella scuola rinzai è invece importante la pratica del koan che moltissimi, anche in occidente, conoscono almeno per sentito dire. Il koan appare come un enigma o un problema insolubile o un paradosso logico o persino un’improponibile bestemmia.

Secondo la volgarizzazione di Masumi Shibata, “il koan è un problema che il maestro dà da risolvere ai discepoli: esso significa documento pubblico” poiché serve a provare l’autenticità dell’illuminazione del discepolo. Da cui poco s’intende; proviamo piuttosto dare al lettore una dettagliata testimonianza diretta dell’esperienza:

Presi il koan “Tutte le cose sono riconducibili all’Uno, dove ritorna l’Uno?” e lo tenni diligentemente. Dapprima la mente s’affollava di pensieri, ma a poco a poco ebbe luogo un cambiamento, finché non fui in grado di sgombrare la mente di tutto tranne il koan. A questo punto non riuscivo ad andare oltre. Tutto sembrava perduto. Mi sentivo inutile, smarrito. Ma ero deciso e mi ritirai in solitudine, in montagna, dove lavoravo e camminavo fino a sentirmi fisicamente spossato, tenendo tutto il tempo in mente il mio koan.

Un giorno mi fermai sulla sponda di un fiume e sedetti spossato. All’improvviso udii, a quanto pareva non con le mie orecchie, il sibilo del vento fra gli alberi. Immediatamente passai dal mio stato di spossatezza a quello che in cui ero talmente rilassato da sentirmi aperto al flusso totale, sopra, intorno e attraverso il mio corpo che era assai più che il mio corpo. Tutto era pervaso di luce bianco – calda ed era come se vedessi l’intero cosmo via via liquefarsi. Come ci può essere tanta luce? Strati di luce su strati di luce, all’infinito. Tutto è illuminazione.

L’impressione dominante era di entrare nell’essenza stessa dell’esistenza – nessuna forma, nessuna personalità, nessuna deità, solo beatitudine. Non so per quanto tempo rimasi in quello stato. Ma, quando ridivenni conscio delle cose che mi circondavano, esse mi apparvero differenti – più vive, non oggetti ma piuttosto processi, costantemente divenenti. Fui preso da un travolgente desiderio di ballare, correre e cantare e gridare, ma riuscii a controllarmi e fui nuovamente colpito da quella intensa illuminazione e beatitudine, più capace, per così dire, d’osservarne il processo in cui ora posso entrare a volontà. Quando tornai nella mia baracca, questi versi sgorgarono da me spontaneamente:

Il sibilo del vento nell’albero

Contiene un altro vento

Che è il sibilo del vento nell’albero.

Nell’albero il sibilo del vento

Contiene un altro albero

Che è il sibilo del vento nell’albero.

Questa è la testimonianza della pratica di un koan e del conseguimento di un “satori di metà percorso” piuttosto notevole poiché vissuta ai nostri giorni, da un occidentale, persino con il canto (gāthā) conclusivo , del tutto conforme alle più antiche tradizioni!

Il koan, in sintesi, è una frase meditativa priva della possibilità di svolgimento razionale e di soluzione logica. La possibilità di venir pensata s’arresta al limite di sé stessa. La fiumana del pensiero dialettico, appena manifestato trova subito un totale sbarramento e la sua enorme pressione naturale è costretta a risalire immediatamente il suo corso. Spesso l’operatore sperimenta la sgradevole impressione che la testa gli stia letteralmente scoppiando! Ed è proprio ciò che avviene spiritualmente. Il discepolo abbandona la testa e scende in un centro diverso, oppure (è solo il punto di vista che cambia) si espande  compenetrandosi con l’immensità lucente del cosmo eterico. Poiché siamo di poche righe sotto la descrizione di un’esperienza che non avete, spero, già dimenticata, vorrei sottolineare che quando si parla di vento o di luce o di esperienze consimili, si parla proprio di vento, di luce, ecc. Certo, non sono quelli di tutti i giorni, ma anzi, una loro caratteristica è quella d’essere più reali. Mi piace ricordare a tal proposito la frase finale di un breve racconto di Fabio Tombari: “Via via ch’egli veniva a coscienza, entrava in , in una luce sonora fra cattedrali di musica: in una dimensione unica; ma tanto solida, che le montagne di  pietra sono materia di sogno”.

Vale anche fare attenzione al fatto che dopo l’esperienza illuminativa, il narratore vede il mondo circostante con maggior vividezza unita ad un’impressione di fluidità e divenire: anche il discepolo della Scienza dello Spirito sperimenta momenti in cui le “cose” assumono una sorta di realtà più intensa dell’ordinario, come affioranti da un substrato scintillante e se il pensare liberato le sgrava dalla densità simultaneamente dona loro una superiore trasparenza e chiarezza. Insomma il mondo noto non sparisce ma si apparenta alla forza del pensiero. Tutto ciò che ci attornia diventa, seppure mutato qualitativamente, persino più reale e concreto di prima. Tanto da concludere che chi pare immerso in profondi pensieri ma trova difficile aprire e chiudere una porta è assai difficilmente ciò che suppone di essere.  Al contrario svaniscono nel nulla tutte le astrazioni e le immagini di comune fantasia; quello che prima ci attirava come stimolo alla ricerca spirituale, ossia i comparativismi, i filologismi, i simbolismi e, non per ultimi, i deduzionismi spiritualistici che allietano i lettori e li erudiscono sui veri segreti dell’esoterismo di piacevole fine giornata, vengono avvertiti come ombre prive di essere, provocanti, al massimo, un certo disgusto o malessere animico Potrei concludere dicendo che, paradossalmente, l’esoterico diventa talmente concreto da superare (in concretezza)  il più tetragono materialista!. Egli segue “naturalmente” una diversa direzione: si esercita a pensare ciò che vede e sente (insomma, quello che c’è), secondo la disciplina del pensare oggettivo, spesso indicata da Rudolf Steiner.

Ma lo zen (perché di quello trattavamo) si lega in una certa misura alla Scienza dello Spirito? Le sue tecniche possono aiutare in qualche modo il discepolo della Via Solare? Se le domande sono di questo tipo, la risposta è una sola, semplicissima: no!

In pratica lo zen, con i suoi zazen e koan è ancora valido per alcune strutture estremo – orientali poggianti la coscienza su un insieme di forze espresse dal ventre (vi ricordate le statuine di panciuti buddha sorridenti?) e non dalla testa, e non basta, ancora capaci di intuire il reale metafisico all’interno di tale insieme. Ricordiamoci che, se l’uomo si sente come un enigma, la chiave per risolverlo si trova sempre dove si situa la coscienza che è anche la coscienza di essere un enigma e mai nelle estrovertite rappresentazioni, anche se nobili e sacre, di mantra, chakra, deva, tanden, prāna, ecc. e tanto meno nella sfera delle sensazioni inusuali.

Eppure lo zen può nondimeno insegnare qualcosa anche a chi si dice discepolo occidentale della Scienza Sacra.

Anzitutto ci insegna l’ essenzialità. “In un piccolo granello di sabbia trovi l’intero universo” Come? Modificando la coscienza che contempla il granello di sabbia  e farla universale.

La coscienza può essere rovesciata come un guanto (l’immagine è analogica ma indica un’operazione del tutto letterale). Però se il guanto è pieno l’impresa è impossibile. Allora lo zen ci insegna il vuoto. Moltissimi desidererebbero vedere la luce spirituale, ma, amici, non c’è spazio: siamo pieni, stracolmi. Vi sono degli esseri (interiormente) grassissimi che non smettono di divorare libri, conferenze, nozioni, indiscrezioni. Mi chiedo se sappiano distinguere la brama bulimica dalla conoscenza. E, visto e considerato che alla fine alcuni di essi (indefessi studiosi!) non distinguono nemmeno la naturale capacità di formarsi immagini da quello stato del tutto diverso di coscienza, chiamato dalla Scienza dello Spirito “coscienza immaginativa” e le sensazioni date dal sistema nervoso turbato, dall’esperienza spirituale del “corpo di vita” o “corpo eterico”; vi sembra forse troppo offensivo se dalla contemplazione di  siffatte tipologie osservo anche qualcosa che è  di parecchio sotto l’umano comune? Casi limite a parte, sono davvero pochi coloro che si avvedono quanto urga vuotare l’anima, sgombrare la coscienza. Non c’è esercizio indicato dallo Steiner: l’osservazione animica del crescere e del deperire, il confronto tra la pietra e l’animale, la contemplazione del seme e della pianta, ecc…, che non riconduca alla capacità di “eliminare dall’anima tutto il resto”.

All’ingrosso: se non siete impostori nati, qualche esercizio lo dovreste fare, magari il primo e il secondo degli ausiliari (controllo del pensiero e atto puro) e, quando il vento è favorevole, una meditazione o qualcosa di simile. Allora vi sedete ed eliminate la percezione del movimento, poi chiudete gli occhi per cancellare gli oggetti che vi circondano, probabilmente avete precedentemente chiuso porta e finestre per ridurre al massimo suoni e rumori. Se a questo punto vi abbandonate al rilassamento di tipo “training autogeno”, siete pronti a tre soluzioni: a) vi addormentate; b) vi fate trascinare nel sogno; c) restate svegli e incapaci come sotto anestesia. Se avvertite che queste forme scientifiche di auto–cretinismo non hanno nulla da spartire con il sano lavoro interiore ciò che vi resta è solo pensiero da attivare e attenzione da concentrare, in cui non trova (non dovrebbe trovare) albergo nulla, assolutamente nulla (nome, indirizzo, sesso, età, carattere, ricordi, umori, funzioni e cariche sociali, desideri, angosce, brame, ecc.) di quanto forma una specie di corpo biografico con cui ci si identifica nella vita comune. Pure l’io “che dite di essere” va fuori questione poiché non potete ripetere a voi stessi “io,io,io” e dedicarvi totalmente all’Immaginazione di Michele o alla descrizione di un portacenere. Insomma dovete energicamente dimenticarvi di voi stessi. Ed è la più elementare condizione di vuoto. Che non è un vuoto fatto di niente perché nasconde (protegge) l’avvento di forze animiche diverse. Già in questo modesto “meno” ci si accorge, chi prima e chi poi , che v’è un “di più”: iniziando gli esercizi l’ego si rafforza e più si rafforza più diviene capace di donare ad altro da sé la propria forza fino a comprendere, in questo dare, anche sé stesso. Gli istanti del suo annullamento sono attimi di una libertà nuova. Perché il “vuoto” si colma di Essere: ciò che all’uomo dolorosamente sfugge durante la vita. Estinguere l’ego per essere, attualizzando il limite del vuoto pensiero astratto; per non rimanere incatenati a quell’insopportabile dualismo personale che Tagore descrive col suo canto d’offerta:                 

Esco solo per andare al mio convegno.

Ma chi è che mi segue nell’oscurità silenziosa?

Mi tiro da parte per lasciarlo passare,

ma non riesco a fuggirlo.

Con la sua superbia solleva la polvere,

ad ogni parola che dico

fa eco la sua voce sonora.

O mio Signore, egli è quel misero me stesso,

senza pudore, ed io mi vergogno

di venire al tuo uscio in sua compagnia.”

Lo zen insegna il silenzio e la sobrietà. Se tali virtù fossero familiari dalle nostre parti, riuscite ad immaginare quante conferenze, seminari, adunate, ecc. verrebbero fatte? E quanti libri sull’occulto verrebbero stampati? Nella globalizzazione del pensiero ottuso (che è peggio del pensiero profano), uno dei tanti slogan criminosi che hanno ostruito le coscienze  è il seguente: “Più è meglio”. Naturalmente basterebbe l’osservazione dei processi della realtà per comprendere che tale affermazione, nella prassi, dovrebbe essere mobile, cioè coerente solo acerti processi e in momenti determinati. Un bravo allenatore di atletica questo lo sa benissimo. Molti ricercatori spirituali invece non lo sanno e non l’imparano mai perché hanno la testa piena di simili sciocchezze e rifiutano la correzione della realtà. Sapete quante opere di Rudolf Steiner occhieggiavano dagli scaffali delle italiche librerie il 27 febbraio 1924, quando Arturo Onofri terminò la sua bella prefazione alla prima edizione italiana della Scienza Occulta? Otto! E posso testimoniare, per conoscenza diretta delle personalità superstiti di quei giorni, quanto intensamente fossero state accolte in quelle anime le vene auree, essenziali, della comunicazione scientifico – spirituale del Dottore. Ora si discute troppo, si legge troppo e tutto è diluito in nozioni che non sono comprensioni. La scena è così ampia e la visione così frantumata che si ignora quale sia il nocciolo dell’Insegnamento: che, inafferrato, porta il ricercatore a svilire tutte le comunicazioni, parificate indistintamente in una sorta di stravagante enciclopedismo da cui attingere “dati” e “curiosità spirituali”. Ho letto persino che un noto scrittore contemporaneo di cose spirituali è esperto in “dottrina delle Gerarchie”, ossia (Gerarchie a parte) nella parente più gradevole del dogmatismo e del catechismo; sintomo significativo di un’antroposofia espulsa dal pensiero e costretta a presentarsi come un concluso assemblaggio di nozioni. Occorre davvero il continuo esercizio di virtù forti come il silenzio e la sobrietà individuale per fronteggiare una simile caduta e seguire ciò   che insegna l’adamantina Via spirituale del Maestro dei Nuovi Tempi con saldo ottimismo, quello che viene dal mondo dello Spirito, quello che permetteva all’antico maestro zen di cantare:

Il tetto della mia capanna

Ha preso fuoco e s’è bruciato.

Nulla è rimasto;

Finalmente posso sedermi nella mia capanna

E vedere le Stelle.

                                                                                                                  

                                                                                                                

SCIENZA DELLO SPIRITO, ZEN
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