VERITA' E ILLUSIONE NELLA PRATICA INTERIORE

rudolf_steiner

Nelle mie ore di notturna insonnia, pervase di dolcissima malinconia, mi do talvolta a peregrinare nell’infida palude della telematica rete, ove è possibile rinvenire di tutto, di più e di ogni. E non è che quel che si rinviene in rete sia sempre – anzi quasi mai – cosa da infonder nel cuore letizia e giubilo. Per quanto, poi, uno ritenga di aver raggiunto il punto di non doversi oramai stupire più di nulla, e pensi che si sia già da tempo toccato il fondo, succede poi che ci si vada a scontrare con novità che lasciano trasecolati e senza fiato. Soprattutto ci si rende amaramente conto, una volta di più, che invero non vi è mai fine al peggio.

Capita di leggere – ed anche se è ogni volta sempre la stessa solfa, ogni volta mi stupisco – da parte di coloro che vorrebbero indirizzare i cercatori della Via dello Spirito ad una più «umana» (anche troppo umana, se è per questo) «via dell’anima», che vogliano distoglierli da una «pericolosissima», ancorché nobile, Via del Pensiero, la quale – negli ultimi mesi, secondo il volgarissimo costume yankee oramai ovunque invalso, ce l’hanno petulantemente ripetuto in tutte le salse in blog, in social network e in talk-shows – può facilmente trasformarsi in una «via del sublime egoismo». Perché mai rischiare di diventare «sublimemente egoisti», osando percorrere temerariamente una Via dello Spirito, quando è possibile procedere, comodamente e con tutti i comfort, lungo una via dell’anima che – a loro dire – col tempo e con la paglia, mercè i quali sulle nostre balze appenniniche maturan le sorbe ed eziandio la canaglia, farebbe sì che si perverrebbe felicemente all’esperienza spirituale? Una sì mirabile «via sostituita» – surrettiziamente sostituita – viene illustrata con tutti i «morbidi» artifici retorici, che edificano, commuovono e consolano i cuori delle anime belle, e rassicurano gli imbelli, i pigri e i vili. Ma si tratta di una volgarissima, ancorché abilissima, truffa.

Non si dice che il pericolo vero, il pericolo assolutamente concreto,  non è quello di diventare, attraverso una intensa e fervida pratica della Via del Pensiero «sublimemente egoisti», bensì –  per coloro che evitano l’impegno risoluto nella pratica della Concentrazione e cercano comode «alternative» alla asciutta rudezza della Via del Pensiero – quello di non cessare di essere volgarmente o sentimentalmente egoisti, per il fatto che si continua beatamente a rimanere impastati nel fango di una natura inferiore, dalla quale non si esce di certo con le edificanti e morbide consolazioni di una pretesa via dell’anima. Semmai è osando, audacemente osando, percorrere la Via dello Spirito – il quale è un «fuoco che consuma», che «arde», «dissolve» ed «estingue» la natura inferiore – che si cessa di essere volgarmente o intellettualmente o sentimentalmente esseri egoici. Anzi si può dire che scopo precipuo delle suddette comode e «umane» – invero sin troppo umane – vie dell’anima, sia proprio quello di illudere il cercatore circa un conseguimento spirituale attraverso l’anima, e non attraverso l’energica, e audace, azione dello Spirito su se stesso.

Oggi vi è una profusione di proposte estremamente allettanti per l’ego. Vi sono le vie dell’azione dell’anima sul corpo, quelle dell’azione del corpo sull’anima, le vie dell’azione dell’anima sull’anima (col potenziare e sublimare emozioni ed istinti, che nell’uomo attuale sono sin troppo potenti), le vie intellettuali nelle quali ci si infarcisce di disseccata erudizione, le vie magiche, quelle mistiche, e quelle che fanno un fritto misto – totani, calamari e gamberi, direbbe il mio ottimo amico C. – di tutte le precedenti. Così il ricercatore, sincero ma eccessivamente fiducioso e ingenuo – viene prima avviato su un binario di scambio, poi di lì su un binario morto sul quale, una volta staccata la locomotiva,  potrà indefinitamente stazionare. In attesa dell’arrivo degli Apaches Chiricahuas che faran di loro scempio, direbbe sempre umoristicamente il mio ottimo amico C.  Viene data l’illusione di fare qualcosa di spirituale attraverso l’anima, mentre in realtà si procede alla inavvertita paralisi delle forze spirituali. E si arriva sino alla denigrazione dell’Ascesi del Pensiero, alla derisione e alla diffamazione degli animosi e appassionati praticanti della medesima.

Il grande Johann Gottlieb Fichte – che ho avuto il dispiacere, mesi fa, di vedere ingiustamente infamato online da chi del suo pensiero evidentemente poco conosceva e nulla capiva – sosteneva che «è più facile convincere un uomo di essere un inerte pezzo di lava sulla Luna, piuttosto un vivente Io che pensa». E, purtroppo, accade di avere sempre nuove conferme di una tale sconfortante diagnosi del grande filosofo dell’idealismo dell’Io trascendentale.

Capita così di leggere – nelle su riferite melanconiche ore di dolcissima insonnia – che vi è chi sostiene che si illuderebbe assai chi pensasse che a qualcosa servirebbe fare – che so – per esempio dieci concentrazioni al giorno, come si ostina invece da sempre a sostenere instancabilmente  – ringhiando e ululando – un marimontano lupaccio tergestino, mio caro amico (tra lupi, diversamente che tra cristiani, ci vuole bene…). Perché dunque darsi pena di fare così tante faticose concentrazioni, quando ne basterebbe giusto una di un cinque minuti, ma anche meno, di una qualche intensità, accompagnata dalla pigra lettura di una mezza paginetta di Filosofia della libertà? E così facendo e procedendo – oh stupore, oh meraviglia! – si giungerebbe in presenza delle celesti Intelligenze delle Gerarchie. Naturalmente – anche questo viene abilmente sostenuto – l’Iniziazione verrebbe dalle prove della vita, intelligentemente e impavidamente affrontate. A me – malfidato lupaccio appenninico – risulterebbe invece che, a chi non pensa, le esperienze della vita con le sue «prove» (impavidamente affrontate, naturalmente…) non insegnino proprio un bel niente, e che per quanto si proceda a ripetute bastonature di un asino, non per questo esso cresce in sapienza. L’esperienza, di per sé, non insegna nulla a nessuno, così come nulla insegnano di per sé gli accadimenti nello scenario dell’anima.

L’uomo è un Io, che ha un’anima, in un corpo. Quindi l’essere umano, così come non è un corpo, neppure è un’anima. L’uomo può e deve conoscere e afferrarsi come Io nell’Io, il quale non è un pezzo di lava sulla Luna, bensì la stessa concretezza dell’essere. Perché l’essere è atto, non fatto. E l’Io è in quanto compie l’atto di essere, perché questo atto non è che si compia da solo, impersonalmente, come il variare del tempo meteorologico nella attuale  materialistica scienza della natura. E l’Io è, veramente è, quando compie l’atto di essere. Massimo Scaligero affermava spesso aforisticamente che «non basta che l’Io sia: occorre essere l’Io». Cioè all’Io non è sufficiente il mero esistere, in quanto l’Io non è un oggetto, una mera cosa, una cosa fra le cose. L’Io è soggetto: soggetto agente, e non – come l’anima – un oggetto passivamente paziente. E l’Io è attivo nel pensare volitivo, non  nel sentire, il quale è oggetto di conoscenza: non conoscenza esso stesso. Nulla è meno ingannevole del sentire non penetrato dal pensare attivo. Il pensare può attivamente afferrare e conoscere la propria stessa attività pensante, e può attivamente afferrare e conoscere la passività del sentire. Mentre il sentire non può conoscere né afferrare se stesso, così come l’anima – della quale il sentire è parte – non può conoscere se stessa.

L’Io nella passiva identificazione con l’anima, non conosce, perché si conosce unicamente ciò che è possibile porsi di fronte obbiettivamente come oggetto di conoscenza, non ciò che involgendoci in una passiva e sognante immedesimazione, ci porta ad uno stato di alienazione nel quale l’Io smarrisce il potere di identità con sé. Per questo le «esperienze» della vita, che possono essere oggetto di conoscenza per il pensare, di per sé nulla insegnano a chi non pensa: perché sono conosciute, o possibile oggetto di conoscenza, non conoscenza esse stesse. Il Maestro dei Nuovi Tempi così ammonisce nella sua  Filosofia della libertà: «Con quale diritto considerate voi il mondo completo senza il pensare?». Ugualmente si potrebbe chiedere: con quale diritto venga considerata realtà l’esperienza, senza un Io sveglio e attivo che compenetra l’esperienza con l’attività pensante, che è tutt’altro che pervadere l’esperienza stessa con la passività senziente, il che è l’equivoco fondamentale delle comode vie dell’anima, la quale vorrebbe passivamente sentire, quel che invece l’Io deve volitivamente conoscere.

Un’ esperienza, o le prove della vita, o le «prove» dell’Iniziazione, significano e ed agiscono diversamente a seconda dello stato di coscienza dello sperimentatore, perché sperimentare di per sé non vuol dire conoscere. Così come il calore agendo – è un’immagine tratta dalla sapienza ermetica – scioglie la cera ma indurisce l’uovo. Ed è un allusivo ed antico adagio etrusco quello che, parlando di talune inintelligenti teste, afferma che «l’òva più tu le còci, e più le rassodano!» e, nel medesimo eloquente spirito circa l’«utilità» purificatrice delle esperienze per le suddette inintelligenti e pigre teste, un altro adagio etrusco ribadisce che «a lavar le teste a ll’asini, ci si rimette i’ ranno e i’ sapone!».

Può darsi che l’Ascesi del Pensiero sia per molti dura e faticosa, o non si dimostri suadente e allettante per l’inferiore natura, la quale non ama affatto essere disturbata nel suo torpido sonno. Può darsi che la Via dell’Io spaventi molti, o che questi non la trovino gradevole o consolante, e che di conseguenza, per una sorta di «invidia metafisica», vorrebbero che quel che loro non possono, o non vogliono, realizzare, neanche altri devono osare realizzare, o anche solo tentare di realizzare. Per cui dichiarano essere l’Ascesi del Pensiero una via astratta, e per chi percorra le vie dell’anima, tutto sommato inutile, perché le esperienze della vita sono alla bisogna più che sufficienti. Questa ingenerosa e plebea pretesa è tipica della ottusa pavidità piccolo borghese. Solo le parole che Fichte pose a conclusione della sua Premessa a La missione del dotto sono, a mio parere, adeguata ed eloquente risposta:

«Mentre nell’ambito dell’esperienza comune si pensa oggigiorno forse più ampiamente e rettamente di prima, la maggior parte della gente perde completamente la strada e diventa cieca non appena debba salire anche solo di una spanna al di sopra di quel piano. E se è impossibile di riaccendere in questi tali la scintilla geniale ormai spenta, è bene lasciarli tranquillamente nella loro cerchia, dove sono utili e necessari, e dove hanno pure il loro valore. Quando tuttavia essi si mettano a pretendere di ridurre alla loro misura tutto ciò che non riescono a raggiungere, e se per esempio esigano che ogni cosa che si stampa debba avere il carattere del libro di cucina o dell’abaco o del regolamento di servizio, e considerino privo di utilità tutto ciò che non può essere impiegato in tale maniera, allora essi hanno completamente torto. 

Che gli ideali non siano materia corrente e dimostrabile nel mondo dei fatti lo sappiamo anche noi come loro, se non forse meglio.  Riteniamo tuttavia che il mondo dei fatti debba venir giudicato sul metro degli ideali, e corrispondentemente modificato da coloro che sentono in sé la forza di farlo. Posto che essi di ciò non possano convincersi, perderanno comunque poco di ciò che sono, e l’umanità ancor meno. Dimostreranno in tal modo soltanto che la nobilitazione dell’umanità non dipende da loro. Questa continuerà a procedere per la una via, quanto ad essi, voglia la benevola natura guidarli, dar loro ogni volta a tempo debito la pioggia e il sereno, e concedere loro un buon cibo e una tranquilla circolazione degli umori, nonché saggi pensieri!».

Oggi la confusione delle lingue è grande, quindi giova ricordare agl’immemori alcune verità scomode per i pigri, spiacevoli per le ingenue anime belle che si pascono di sentimentali illusioni, e odiose per i mistificatori spirituali. Massimo Scaligero ha parole dure nei confronti di talune forme decadenti di spiritualità, che sempre di nuovo vengono riproposte da fonti interessate, per intorbidare, inquinare, avvelenare le acque della Sapienza Celeste. Per esempio, a p. 60 di Lotta di classe e karma, così scrive:

«Tra le forme del ripullulare di impulsi morti dello Spirito, riattizzati dalle forze avverse alla presenza attuale dello Spirito nella vicenda terrestre, va indicato il sedicente Esoterismo Cristiano, rifacentesi alla Kabbala, all’Esichasmo, al Martinismo e a residui gnostici: il cui còmpito è distogliere l’attuale ricercatore dal contenuto vivente del Cristianesimo, ossia dall’esperienza consapevole del Logos, qale è richiesta dalla struttura attuale del suo conoscere. Il fine è far ignorare lo Spirito dove direttamente si esprime nella coscienza, come moto interiore del conoscere, onde divenga impossibile riferire l’attività della coscienza razionale alla sua scaturigine, ossia al potere del Logos. Priva di tale riferimento, l’attività razionale viene di continuo alterata e tradotta in una produzione demonica, il contenuto della presente civiltà. In verità, il Materialismo si alimenta delle forze che il malaticcio Spiritualismo riesce a corrompere, assumendo come spirituali le soggettive sensazioni mistiche emotive e dello Yoga, ignorando la vera attività libera dal corpo e perciò capace di dominare il corpo, di lasciar agire in purezza le potenze del corpo: questa attività è il pensiero nel momento che precede il suo riflettersi, il momento intemporale del Logos».

Più oltre, Massimo Scaligero, ritorna sul tema alle pp. 132-133 dello stesso libro:

«Nel mondo moderno, si possono riconoscere tre correnti di cultura che parimenti hanno impedito la conoscenza della trama sovrasensibile della vicenda umana, acciocché l’uomo non uscisse dal guscio decrepito dell’antico mondo: il Materialismo, il Cattolicesimo, il falso Esoterismo: tre forze che alla sperficie sembrano tra loro avverse, ma in profondità perseguono lo stesso fine: impedire la nascita dell’autocoscienza con l’impedire la conoscenza del karma, togliere all’uomo la possibilità della correlazione consapevole con lo Spirito: con le forze che urgono dal mondo prenatale e tramano gli eventi della sua esistenza.

Che la correlazione sia riconosciuta da minoranze spirituali sconosciute e da isolati individui liberi, è indubbiamente positivo, ma va sottolineato che l’epoca attuale, come epoca dell’anima cosciente, è quella in cui una simile conoscenza dovrebbe entrare nella cultura, sì da operare come forza di consapevolezza della Società. I problemi dell’epoca lo esigono».

Infine, con parole ancora più dure, Massimo Scaligero affronta il problema della distruttività del falso esoterismo, scrivendo a p. 163:

«Dal procedimento di una tale regressione verso l’anima di gruppo animale e della importanza della conoscenza del karma, l’uomo di questo tempo non viene certo avvertito dall’Esoterismo eccentrico e tradizionalista, il cui còmpito è impedirgli di comprendere come lo Spirito possa essere ricongiunto con i problemi concreti della civiltà: evitargli la via della conoscenza, mediante un potere di persuasione indubbiamente giustificato dall’apparato dottrinario. Non v’è ricercatore del presente tempo, che non assuma la sua responsabilità, allorché dà credito a taluni maestri innegabilmente provveduti di dialettismo esoterico, o a taluni altri rimasticatori delle loro dottrine eppur presumenti essere portatori di misteriosi filoni della Gnosi: dietro la cui parvenza di conoscenza ermetico-alchemica, non si coglie per ultimo se non un’arte della giaculatoria e della mistica inerzia. Oggi, gli ingenui o i pigri non dovrebbero dimenticare che l’errore non è quello patente o definibile, ma quello che incede nascosto in un sistema di verità: questo sistema di verità è in definitiva inservibile, perché ha soltanto lo scopo di avallare la non-verità che vi è immessa».

La pavidità di fronte alla richiesta radicale dello Spirito di donarsi con tutto se stessi – in libertà e per amore – alla Via del Pensiero Vivente, la fiacchezza della volontà, l’ingenuità e la sentimentalità facilmente aprono il varco ad irretimenti in situazioni nelle quali si smarrisce il retto sentiero, e talvolta si cade preda di Forze Avverse. Le quali il più delle volte hanno facile giuoco del poco consapevole essere umano, e con grande disinvoltura si servono persino dei suoi più nobili e legittimi sentimenti, come di ogni altra sua debolezza del resto, per portarlo a sicura perdizione. Un altro adagio, con i tipici anacoluti del loro vetusto parlare, dei sapientissimi Etruschi afferma, che «chi si fa pecora, viene il lupo e se lo mangia», e aggiungevano che «per i bischeri non c’è paradiso».

Per illustrare più precisamente a quali incresciose situazioni può indurre la gioconda spensieratezza del poco consapevole discepolo dello Spirito, e quali spregiudicati mezzi adoperino le Forze Avverse per portare a perdizione l’essere umano, è bene riportare quanto dice Rudolf Steiner in una conferenza, non tradotta in italiano, tenuta a Berlino il 4 aprile 1916, ove il Dottore parla degli abusi che vengono compiuti in varie Fratellanze ed Ordini Occulti, con la presentazione ai cercatori spirituali, in forma fascinosa e accattivante, di contenuti simbolici e dottrinali nei quali verità e menzogna sono abilmente intessuti:

«Sotto molti aspetti lo scandalo più inaudito è avvenuto in Francia, per quel che riguarda questa letteratura occulta, da parte di Eliphas Levi, i cui libri: Dogma e Rituale dell’Alta Magia e La Chiave dei Grandi Misteri contengono certe grandi verità a lato di errori estremamente pericolosi, ma presentate in maniera tale che non le si possa seguire con l’intelligenza, come la nostra Scienza dello Spirito, bensì simbolicamente. Leggete Eliphas Levi! Ora voi potete farlo senza pericolo, poiché siete sufficientemente preparati. Leggete, dunque, questo primo libro, Dogma e Rituale dell’Alta Magia, e vedrete che il metodo del simbolismo in esso è diverso. Sì, insegnare unicamente mediante simboli è, se lo si vuole, avere gli uditori in mano, per realizzare ciò per cui si ha bisogno di loro, ciò per cui li si vuole utilizzare.

Dopo Eliphas Levi, fu ancora peggio col Dottor Encausse, alias Papus, il quale ebbe una influenza così distruttiva, così nefasta, alla corte di S.Pietroburgo ove egli ritornò sempre per decine d’anno per giocarvi un ruolo politico funesto. Papus reca all’umanità, in maniera estremamente pericolosa, certi segreti occulti, e coloro che sono sotto la sua influenza si aggrappano con un fanatismo d’acciaio a tutto quello che Papus dà loro. Non si tratta di contraddire Papus, giacché per paradossale che sia, ed è la cosa peggiore, vi sono in lui molte cose giuste. È la maniera in cui queste vengono comunicate che è eccessivamente pericolosa. Queste cose instillano, goccia a goccia,  nelle anime deboli ciò che si trova nei libri di Papus, dunque le preparano al sonno totale del loro pensiero e della loro ragione, allo scopo di utilizzarle secondo i bisogni. Questo tipo di uomo ha ora una certa influenza. Chi si è accostato ed ha avuto l’occasione di conoscere questi fatti, sa che Papus gode ovunque di una grande influenza. Ho potuto seguire questa influenza in Boemia, in Austria, in Germania ove essa è minore, tuttavia esiste. È soprattutto in Russia che essa fu immensa e conquistata grazie ad una certa disonestà legata all’insieme della cosa.

Vedete, l’insegnamento di Jakob Boehme, del quale abbiamo parlato spesso, venne introdotto in Francia dal «Filosofo Sconosciuto», che era Louis-Claude de Saint-Martin, e reso in una lingua elegantissima, cosicché questo insegnamento di Jakob Boehme venne ritradotto in tedesco a partire dall’opera di Saint-Martin, e fu allora molto più leggibile. Si sa che i testi di Jakob Boehme sono quasi illeggibili. […]

Dicevo che, per il fatto che con la propaganda fatta attorno alla corrente spirituale di Encausse-Papus, sorse una impostura, giacché esistono persone che chiamano se stessi «Martinisti», è necessario proteggere meglio il nome del «Filosofo Sconosciuto» e il suo sforzo onesto verso la verità, e con esso, ciò ch’egli cercò di fare al servizio del XVIII secolo, contro l’accaparramento del suo nome da parte dei fedeli di Papus».

Questo mettere in guardia i sinceri ricercatori spirituali rispetto alle ambigue fascinazioni promananti dalle opere di Eliphas Levi e di Papus, sarà una costante nell’opera di Rudolf Steiner, il quale per es. in una conferenza del 18 agosto 1924 – dunque nel penultimo mese della sua attività di conferenziere – tenuta a Torquay, in Inghilterra, ribadirà come gli scritti e le pratiche occulte di Eliphas Levi e Papus conducano direttamente alla magia nera:

«Potete trovare indicazioni molto problematiche e pericolosissime in questo senso negli scritti di Eliphas Levi, e anche in quelli di Encausse, che ha scritto sotto il nome di Papus. Trovate in essi indicazioni problematiche e assolutamente pericolose per realizzare quelle cose. Ma dobbiamo parlare qui dell’aspetto obbiettivo delle cose, dell’essenza delle cose, ed è per questo motivo che dobbiamo accostarle. Tutte queste cose conducono alla magia assolutamente nera, nella quale si lavora con lo spirituale celato nel terrestre».

L’attenzione che Rudolf Steiner portò sull’opera di Papus e sul suo «Martinismo» apocrifo è antica. Infatti, è noto come il Dottore, nel febbraio del 1907, sia venuto a Praga, ove prima dell’inizio di una conferenza si intrattenne con un gruppo di partecipanti. In tale occasione Milos Maixner gli chiese: «Che ne pensa di Papus?». Rudolf Steiner rispose facendo un gesto, che mostrava quanta poca stima avesse di lui, e disse: «Riguardo a Papus, non vogliamo dire una parola!». Ma siccome in sala erano presenti alcuni «papusiani», i quali rimasero oltremodo sorpresi da una risposta così tagliente e drastica, Rudolf Steiner proseguì, e disse: «L’insegnamento dato da Papus è nocivo e pericoloso». E poiché Milos Maixner gliene chiedeva il perché, Steiner rispose: «Perché il suo insegnamento non è separato dalla magia nera che da un muro fatto di tele di ragno».  E aggiunse che si doveva giudicare Papus, non dalla sua dottrina, «bensì dagli effetti di tutta la sua opera, che erano disastrosi».

E giusto per sentire una voce «diversa», vogliamo riportare quanto scrisse nel 1926 Arturo Reghini, che aveva avuto modo di conoscere il martinismo dall’interno, nella nota (66) a p. CII della sua Introduzione alla sua traduzione del De Occulta Philosophia di Enrico Cornelio Agrippa di Nettesheim, traduzione che è sua anche portò il nome di Fidi. Nel suo studio, Enrico Cornelio Agrippa e la Magia, Reghini così scrive:

«Le società a pretese od aspetto iniziatico, spesso, sono anche o soltanto strumento od emanazione di enti aventi carattere politico-religioso. Ci limiteremo a segnalare il «martinismo» fondato da Papus nel 1887 con lo scopo precipuo e dichiarato di opporsi alla tradizione pitagorica, ed i cui capi, i così detti Superiori Incogniti, si servono per designare il loro grado delle stesse iniziali adoperate dai RR. PP. della Compagnia di Gesù; certo per meglio mostrare quali siano gli incogniti superiori. Questo può anche aiutare  a spiegare come mai questa gente, durante l’ultima guerra, ha seguito la stessa politica della Compagnia di Gesù. Il lettore è pregato di credere che sappiamo quel che diciamo».

Avendo avuto modo di fare ampie verifiche in proposito, riterrei che sarebbe oltremodo savio prendere sul serio le mordaci parole del polemicissimo pitagorico fiorentino. Soprattutto a motivo del carattere apertamente cattolico, sia pure sui generis, dell’opera di Eliphas Levi e di Papus. Molti esoteristi, compresi molti antroposofi, sentono una struggente nostalgia del materno e stritolante abbraccio della Chiesa Cattolica. Recentemente ve ne sono stati eloquenti quanto inquietanti esempi. È possibile vedere altresì le più improbabili commistioni indebite, che dovrebbero ripugnare a chiunque abbia un sano senso della verità. Per cui si mescola l’insegnamento di Rudolf Steiner e quello di Massimo Scaligero a quello di Kremmerz e alle sue più che problematiche pratiche magico-sessuali, a Franz Bardon, ad Aleister Crowley, e a quant’altro. Ma soprattutto alla Chiesa Cattolica. Per cui abbiamo a profusione – e si affannano a scrivere sul web – cattomassoni, cattokremmerziani, cattomartinisti, cattoantroposofi, e persino cattocattolici, che vogliono essere più realisti del re e più papisti del papa. Abbiamo avuto l’occasione di leggere con divertito stupore l’esaltazione, da parte di antroposofi e sedicenti discepoli di Massimo Scaligero, della Compagnia di Gesù e commosse espressioni di giubilo per l’elevazione al soglio pontificio di un papa gesuita.

Perché tutto ciò? Per la semplice ragione che la passività dell’emotività mistica, presente nell’atavica «anima asiatica» di tutti noi, consona e trova più comodo reagire con la mucillaginosa sentimentalità, piuttosto che impegnarsi in un intenso, faticoso, lavoro di Concentrazione, e di asciutto pensiero volitivo, che non sono graditi né accetti all’infida natura inferiore, la quale ne teme il potere dissolvente. Da qui le deviazioni sentimentali e misticheggianti di coloro che proclamano l’assoluta necessità di una via dell’anima, e fortemente sconsigliano la scarna rudezza della pura Via del Pensiero e la faticosità della Concentrazione. Da qui le deviazioni magheggianti di coloro che, non conoscendo volontà vera – quella fluente nell’atto pensante – cercano un tonico per la loro fiacca volontà nell’appartenenza ad organizzazioni massoniche, martinistiche, o a chiese gnostiche, i cui oramai pittoreschi rituali e gli altisonanti gradi soddisfano l’ego stratosferico e la brama di ricamate sciarpe colorate, che chiunque può farsi approntare a modico prezzo da una qualsiasi sarta teatrale.

Ancora una volta occorre dire chiaramente che la scelta è tra la Via Solare dell’autocoscienza e la via lunare della medianità, tra la Via della Libertà e quella dell’abietto servaggio alle Potenze Avverse, tra la Via della Sapienza e della Conoscenza, e la via dell’ignoranza e delle illusioni, che portano solo all’abisso e all’autodistruzione. Ognuno sceglie come crede giusto, o come desidera, o come trova comodo, o anche opportuno. Poi ognuno sarà o diverrà degno della scelta che avrà fatto.

7 pensieri su “VERITA' E ILLUSIONE NELLA PRATICA INTERIORE

  1. Per procedere nella Via Solare, nell’Ascesi del Pensiero Vivente, è necessaria una elevata tenuta interiore.
    E’ necessaria una tensione unicitaria della volontà, che equivale ad una compromissione e ad una dedizione assoluta.
    E’ necessaria una qualità interiore che in Estremo Oriente viene ritenuta fondamentale per portare a fondo le Ascesi Chan e Zen, e le Arti Marziali, le quali, queste ultime, non sono affatto uno sport per tenersi in forma, o passare in maniera divertente il tempo libero, bensì un coraggioso affrontare il problema della vita e della morte, il problema della radicale trasfrmazione di se stessi.
    Nello Zen, e nelle Arti Marziali nipponiche, tale qualità indispensabile è chiamata kimè, ossia “decisione risoluta”, “determinazione assoluta”, di giungere – costi quel che costi – alla mèta, mettendo in giuoco se necessario anche la vita.
    Anche Massimo Scaligero chiama tale indispensabile qualità interiore “determinazione assoluta”, dedicandovi persino uno specifico capitolo in “Tecniche della Concentrazione Interiore”.
    Senza tale determinazione assoluta, senza quella pugnacità interiore o kimè, non è possibile giungere alla mèta.
    Perché quella determinazione assoluta, quella decisione risoluta, quella pugnacità o kimè, sono la consacrazione della volontà al Divino.
    Senza tale determinazione assoluta, la tensione della volontà si sfrangia, si sfilaccia; la consapevolezza della assoluta necessità – vincere aut mori, dicevano gli Antichi – di giungere alla mèta, si diluisce, si annacqua, e si intorpida nei pantani della prosaica volgarità quotidiana: si ottenebra la consapevolezza che la vita, senza la realizzazione spirituale, non ha senso, e piuttosto che ridurla ad una edulcorata pagliacciata piccolo borghese, con il suo moralismo buonista e le sue comode “vie dell’anima”, è meglio, molto meglio, spaccare tutto.
    Perché la vita, senza lo Spirito, non vale niente.
    Non vale la pena di essere vissuta. Tanti sono biologicamente vivi, animicamente vegetanti ma spiritualmente morti.
    Quando chiesero a Rudolf Steiner perché si dovesse praticare la Concentrazione, egli rispose: “Perché nell’anima sorge prepotente un urlo interiore”.
    E quando alcuni di noi, che allora eravamo giovani, chiedemmo a Massimo Scaligero come dovevamo essere interormente per giungere alla mèta, egli ci rispose: “Dovete essere instancabili e disperati. Dovete essere giovani armati di solo coraggio”.

    Spero che tra le file dei discepoli dello Spirito, di coloro che si dedicano alla Via del Pensiero e alla Concentrazione, vi sia sempre di più disperazione, coraggio, e kimé: determinazione assoluta.

    .
    Hugo, che per pensare
    non vuol stampelle,
    e per mangiare
    si pappa le frittelle.

  2. Caro Hugo, quante informazioni e conoscenza! Di certi nomi io so nulla o poco. Ti ringrazio per averne proposti alcuni con le considerazioni in merito di Steiner e Scaligero, che e’ come dire che a condividere gli insegnamenti e le dottrine dei primi si dovrebbero negare o contraddire sia il Maestro dei Tempi Nuovi che il Maestro del Pensiero.

    Per quanto riguarda questa citazione, che sicuramente il suo autore ha pronunciato anche con ironia e che si potrebbe senz’altro condividere ad intenderne l’indicazione intrinseca……. mi permetto di considerarla sotto un’altra possibile angolazione.

    “E’ più facile convincere un uomo di essere un inerte pezzo di lava sulla Luna piuttosto di un vivente Io che pensa”

    Johann Gottlieb Fichte

    Osservazione interessante.
    Se non fosse che non di convincere si tratta, ma di convincersi…… la sfida e l’impresa prima e’ questa…..
    E’ un affare personale, meglio sarebbe dire: “Individuale”, che ha a che fare con la “libertà”. Un “affare” che si puo’ scegliere o rifiutare ( rifiutare spesso con disprezzo, pigrizia e paura ) ma in ogni caso e’ affare individuale. Mentre l’indicare, le indicazioni, in merito alla percezione dell’Io e all’Ascesi del pensiero, tra l’altro sollecitazioni continue e ripetute dagli stessi maestri – il Dottore e Scaligero – sono sempre cosa preziosa.

    L’uomo e’ naturalmente portato ad abbracciare fatti, soprattutto esteriori, ossia e’ comunque portato ad abbracciare pensati piuttosto che il pensare, egli e’ inconsapevole, o meglio, non possiede la conoscenza vera di questa attivita’ che e’ proprio quella che gli fa percepire e definire i fatti in quanto soggetto dell’ io.

    L’uomo ha davanti a se’ il compito di ripercorrere, risalire, iniziando dal pensiero ordinario o riflesso, le altre fasi di questa attivita’ precipua e unica dell’essere umano, fino alla sua scaturigine vivente, ossia non piu’ automatica e riflessa. Dunque non abbiamo tanto una dualita’ da definire, degli elementi da contrapporre, quanto da risolvere e riunire, non solo dialetticamente, cio’ che fa parte di una Unita’. Questo puo’ farlo solo l’ Io per l’ Io.

    Caro Hugo, pensi che a leggere queste mie considerazioni il dottor Fitche si offenderebbe? 🙁

    • Carissima Savitri, penso che Johann Gottlieb Fichte, lungi dall’offendersi, sarebbe stato oltremodo felice delle tue considerazioni, perché hai centrato il problema: voler essere l’Io e risalire la corrente del pensiero dal pensato disanimato alla sua scturigine, ossia al suo essere una corrente spirituale di forza, fondata unicamente su se stessa, che è forma di se stessa, “vuota”, capace di automovimento, di essere interamente identica al proprio movimento.
      In questa corrente di forza l’essere dell’Io, ossia l’atto dell’Io di essere, è una folgorante forza di risveglio di consapevolezza. L’io non ha più bisogno di diminuirsi, di limitarsi, appoggiandosi all’organo cerebrale, e di identificarsi allo smorto e inerte pensato. Nel pensare-folgore, forma di se stesso, l’Io si disidentifica dal pensato e dalla visione riflessa del mondo, e contempla l’essenza spirituale stessa del pensiero. Come contempla il pensiero nella sua adamantina e fulgurea purezza, l’Io può contemplare anche ogni altra essenza spirituale.
      Come hai detto tu, Savitri, questa esperienza, questa realizzazione, è una questione personale, un “affaire” individuale, che non è possibile delegare a guru, a preti, a pontefici e papi, gran maestri, ierofanti, e superiori incogniti.
      L’Io si ritrova nella sua illimitata solitudine, ma nella sua illimitata solitudine si ritrova uno con l’Io Sono, con il Logos, nel cuore del mondo. Nel cuore di tutti gli esseri!

      Hugo, che essendo di ottimo umore,
      si spalma nel panino marmellata di more.

  3. Certo che la “dolce insonnia” da dei frutti meravigliosi!…io purtroppo dormo
    tutta la notte come un sasso…
    Grazie Hugo per il tuo pensiero chiaro, per le tue conoscenze e per la tua capacità di trasmetterle a chi ha buona volontà di accoglierle per farne tesoro!
    Basta guardarsi intorno. La via dell’anima, assolutamente fuori tempo ai giorni nostri, porta con se sempre più debolezza, passività e rassegnazione: qualità sempre più apprezzate dai “pastori”.
    Solo la forza dell’io, potenziata con i ben noti esercizi, porta in se la
    salvezza ed un futuro per l’uomo!

    • Grazie, Marzia, delle tue care parole. Esse allargano il cuore di un vecchio guerriero e infondono rinnovato coraggio a percorrere il Sentiero della Conoscenza tenedo accesa la fiamma della fiaccola, che cerchiamo di trasmettere viva a chi è accanto a noi, e a chi verrà dopo di noi! Massimo Scaligero ci ha indicato la Via eroica, la Via della volontà che osa volere nel pensare, sino alla consacrazione totale del nostro essere all’esperienza del pensiero folgore!

      Hugo, che con tanto piacere
      di succo di mirtilli
      si beve un bicchiere

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