Nome dell'autore: Hugo de Paganis

Sono figlio di un cinese, piantatore di radicchio, e il mio nome è Piripicchio! Son cresciuto in Romagna dove la notte si dorme, e di giorno si magna!

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL. NONA PARTE.

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Con il presente studio, da me temerariamente intrapreso su questo non meno temerario blog, so di scontrarmi non solo con le grandissime difficoltà inerenti al delicato tema affrontato, ma anche con i moltissimi pre-giudizi di tanti i quali, malgrado si diano ad una ricerca sedicente ‘esoterica’, non sono coscienti, e tantomeno liberi, rispetto all’azione configuratrice della ideologia confessionale delle varie poco cristiche Chiese ‘cristiane’– spacciata dalle gerarchie ecclesiastiche per ‘teologia’ – e della liturgia sacramentale – della quale da esse viene sovente fatto un uso non precisamente spirituale e disinteressato – che condizionano gli individui tanto più radicalmente e profondamente, quanto meno questi siano consapevoli di una tale azione magicamente efficace.

Ma mi curerò il giusto – ovverossia, pochissimo o punto – del contrasto che mi possa venire da tali pre-giudizi, perché dietro ad essi non vi sono veri pensieri – pensieri coscienti, liberamente voluti – bensì unicamente ‘stati d’animo’, ‘emozioni’, ‘sentimentalità’, ‘pulsioni istintive’: amalgamati caoticamente in un impasto di paura, di inerte indolenza, di reazionario istinto di conservazione da parte di una menzognera natura inferiore, alla quale l’uomo è narcoticamente identificato, e che illegittimamente lo domina e lo manovra. Ergo, mi consolerò, sia pure immeritatamente, con quanto il sapientissimo abate Giovanni Tritemio, Iniziato e Maestro di Enrico Cornelio Agrippa, scrisse a quest’ultimo in una lettera da Würtzburg l’8 aprile 1510:

«Nec retrahat a proposito quorumque consideratio nebulorum, de quibus vere dictum est: Bos lassus fortiter figit pedem».

Ovvero, tradotto, parafrasato, ed esplicitato nella bella lingua di Dante, il sapientissimo Tritemio così invita il suo coraggioso ed intelligente discepolo:

«Non lasciarti ritrarre dalla tua impresa da ciò che gente senza valore può avere da dire. Il pigro bove rimane ostinatamente immobile».

In effetti, posto di fronte all’esigenza conoscitiva di osare, con coraggio, di andare spregiudicatamente oltre – e se necessario – contro gli inveterati pre-giudizi, l’animale uomo, come un ignavo e accidioso bove – lassus bos – punta energicamente il piede e scalcia – fortiter figit pedem – onde nulla cambi nella sua stagnante, ottusa, condizione, e in maniera veramente reazionaria, reagisce in difesa del più abietto e deprimente status quo. L’asservito prigioniero si è infine innamorato delle proprie catene, e delle mura della propria prigione, e reagirà con paura, rabbia, ed estrema violenza nei confronti di coloro che vogliano mostrargli la Via della liberazione.  

In un suo scritto, apparso su East and West, la bella e importante rivista dell’Istituto per il Medio ed Estremo Oriente, e che un giorno vorrei tradurre per il lettori di Ecoanthroposophia, Massimo Scaligero mise in evidenza come lo Spirito del Tempo, l’Antico dei Giorni, sia l’autentica forza veramente rivoluzionaria, che percuote, abbatte, e dissolve, tutto ciò che non vuole trasformarsi secondo lo Spirito, e come tutto il disseccato tradizionalismo, così come il materialismo, sia invece l’elemento reazionario che resiste alla trasformazione spirituale, si cristallizza. E, a tale proposito, Massimo Scaligero ivi cita e commenta, da un classico testo di ascesi guerriera, il verso che riporto dalla Bhagavadgîtâ, Il Canto del Beato, XI, 32, introduzione e traduzione di Raniero Gnoli, BUR – Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 1987, p.179:   

«Io sono il Tempo, distruttore dei mondi, l’antico, e mi adopero a divorare i mondi».

Per cui, non curandoci di tali pre-giudizi e contrasti, è bene tornare al tema che mi preme. Ora, se bene si leggono le Sacre Scritture – sia il Vecchio che il Nuovo Testamento – è facile constatare come al ‘serpente’, al ‘nachash’ del racconto mosaico, venga data una valenza non solo negativa, ma anche decisamente positiva.

Nell’Antico Testamento, oltre che nel libro della Genesi, la figura appare alcune volte, sia con connotazione negativa, sia con connotazione positiva. Per esempio, in Esodo VII, 8-12, traduzione del valdese Giovanni Luzzi, leggiamo:

«L’Eterno [sc. Jahve-Jehova] parlò a Mosè e ad Aaronne, dicendo: ‘Quando Faraone vi parlerà e vi dirà: Fate un prodigio! tu dirai ad Aaronne: Prendi il tuo bastone, gettalo davanti a Faraone, e diventerà un serpente’. Mosè ed Aaronne andaron dunque da Faraone, e fecero come l’Eterno aveva ordinato. Aaronne gettò il suo bastone davanti a Faraone e davanti ai suoi servitori, e quello diventò un serpente. Faraone a sua volta chiamò i savi e gl’incantatori; e i magi d’Egitto fecero anch’essi lo stesso, con le loro arti occulte. Ognun d’essi gettò il suo bastone, e i bastoni diventaron serpenti; ma il bastone d’Aaronne inghiottì i bastoni di quelli».

Per esempio, nel Vangelo di Giovanni – che cito, come sempre, nella traduzione della Riveduta del valdese Giovanni Luzzi, III, 3-15 – il Christo a Nicodemo, che era venuto da Lui «di notte», spiega il ‘mistero’ della ‘rigenerazione’, ossia della ‘palingenesi iniziatica’. Ma, questi sul momento poco intende le parole del Signore. Infatti, ivi leggiamo:

«Gesù gli rispose: In verità, in verità, io ti dico che se uno non è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio. […]

Non ti meravigliare se ti ho detto: bisogna che nasciate di nuovo. […]

Nicodemo replicò e gli disse: Come possono avvenir queste cose? Gesù gli rispose: Tu se’ il dottor d’Israele e non sai queste cose? In verità, in verità io ti dico che noi parliamo di quel che sappiamo, e testimoniamo di quel che abbiamo veduto; ma voi non ricevete la nostra testimonianza. Se vi ho parlato delle cose terrene e non credete, come crederete se vi parlerò delle cose celesti? E nessuno è salito in cielo, se non colui che è disceso dal cielo: il Figliuol dell’uomo che è nel cielo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figliuol dell’uomo sia innalzato, affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna».

L’episodio, al quale allude il Signore nel suo colloquio «notturno» con Nicodemo, si legge nel quarto libro del Pentateuco mosaico, ossia in Numeri, XXI, 4-9, che cito nella traduzione di Giovanni Luzzi, ove è scritto:

«Poi gl’Israeliti si partirono dal monte Hor, movendo verso il mar Rosso per fare il giro del paese di Edom; e il popolo si fe’ impaziente nel viaggio. E il popolo parlò contro Dio e contro Mosè, dicendo: ‘Perché ci avete fatti salire fuori d’Egitto per farci morire in questo deserto? Poiché qui non c’è né pane né acqua, e l’anima nostra è nauseata di questo cibo tanto leggero’. Allora l’Eterno mandò fra il popolo de’ serpenti ardenti i quali mordevano la gente, e gran numero d’Israeliti morirono. Allora il popolo venne a Mosè e disse: ‘Abbiamo peccato, perché abbiam parlato contro l’Eterno e contro te; prega l’Eterno che allontani da noi questi serpenti’. E Mosè pregò per il popolo. E l’Eterno disse a Mosè: ‘Fatti un serpente ardente, e mettilo sopra un’antenna; e avverrà che chiunque sarà morso e lo guarderà, scamperà’. Mosè allora fece un serpente di rame e lo mise sopra un’antenna; e avveniva che, quando un serpente avea morso qualcuno, se questi guardava il serpente di rame, scampava».

E come raccontato nel II Libro dei Re, XVIII,1-6, il serpente di rame così venne distrutto:

«Or l’anno terzo di Hosea, figliuolo d’Ela, re d’Israele, cominciò a regnare Ezechia, figliuolo di Achaz, re di Giuda. Avea venticinque anni quando cominciò a regnare, e regnò ventinove anni a Gerusalemme. Sua madre si chiamava Abi, figliuola di Zaccaria. Egli fece ciò ch’è giusto agli occhi dell’Eterno, interamente come avea fatto Davide suo padre. Soppresse gli alti luoghi, frantumò le statue, abbatté l’idolo d’Astarte, e fece a pezzi il serpente di rame che Mosè avea fatto; perché i figliuoli d’Israele gli aveano fino a quel tempo offerto profumi; ei lo chiamò Nehushtan [sc. in ebraico: pezzo di rame]. Egli ripose la sua fiducia nell’Eterno, nell’Iddio d’Israele; e fra tutti i re di Giuda che vennero dopo di lui o che lo precedettero non ve ne fu alcuno simile a lui. Si tenne unito all’Eterno, non cessò di seguirlo, e osservò i comandamenti che l’Eterno avea dati a Mosè».

Certo – direbbe un Iniziato mio concittadino, da tempo passato ai Campi Elisi – bisogna proprio dire che gli Ebrei, usciti dall’Egitto, e che avevano passate già molte tribolazioni, erano sottoposti a un Dio – lo Jahve o Jehova del quale dovremo più volte riparlare – «di molto difficile contentatura». Ma, nello specifico caso in questione, vorrei far notare al volenteroso lettore, appunto, l’ambivalenza dell’immagine del ‘serpente’, del ‘nachash’ mosaico. Quel che dà la morte, ossia i ‘serpenti ardenti’, è anche ciò che – oserei dire ‘omeopaticamente’ – dà anche terapia e salvezza, ossia il ‘serpente di rame’ innalzato su una ‘antenna’ a forma di ‘tau’, ossia su una forma arcaica di ‘croce’. E non è senza importanza che il ‘serpente’ innalzato sul ‘tau’ sia proprio di ‘rame’.  

Chi conosca la tradizione ermetica e alchemica sa bene come il ‘rame’ sia il ‘metallo’ analogicamente collegato al pianeta Venere, e abbiamo visto – nel precedente studio – come il pianeta Venere sia la vera dimora di un Eloha come Lucifero. Sappiamo altresì come Venere sia la Dea dell’Amore – naturalmente la Venere Urania, che presiede all’Amore Celeste, e niente affatto la Venere Libitima, o Pandemia – e quindi essa ha ben a che fare col ‘Mistero del Graal’. Faccio notare, inoltre, al benevolo lettore, come un Iniziato – il Conte di Cagliostro, diffamato, vituperato, torturato, e infine assassinato dalla degenerata ‘abelitica’ parte avversa – avesse grandissima stima della Donna, e che ad essa concedesse, allo stesso titolo che all’uomo, l’Iniziazione: una Iniziazione reale, e non un ‘contentino’‘une aimable bagatelle’, come, celiando, dicevano, e stupidissimamente facevano nel Settecento in Francia i massoni nei confronti delle loro compagne, ‘per tenersele buone’, con la cosiddetta ‘Massoneria d’Adozione’. Ora, il Conte di Cagliostro, che era di evidente stirpe ‘cainita’, nel suo Rito Egiziano, poneva al centro delle logge femminili un albero, a forma di ‘tau’, sul quale vi era un ‘serpente’ che mordeva l’edenica mela. Nello svolgimento del Rituale, la Donna iniziata, colpisce col pugnale il ‘serpente’, mozzandogli la testa, così come nel sigillo personale del Conte di Cagliostro il ‘serpente’, che morde la ‘mela’, viene – more apollineo – trafitto da una freccia. La cosa ha profondi significati ermetici e alchemici, che lascio alla diligente meditazione del volenteroso lettore.

L’ostilità alla Donna è forte nella tradizione ‘abelita’ degenerata. Infatti, l’ortodossa, e molto poco ‘cristica’, Chiesa cattolica – sia latina occidentale, sia greca orientale – negano alla Donna qualsiasi forma di accesso al sacerdozio. Ed anche varie, oramai più che decadute, e a volte addirittura degenerate, Obbedienze massoniche sedicenti ‘regolari’, dimentiche della loro origine ‘cainita’ e ‘rosicruciana’, negano l’accesso alla Donna la possibilità dell’Iniziazione.

A totale smentita di una tale unilaterale, presuntuosa ed esiziale, posizione ‘abelita’, è sufficiente osservare come in Egitto la Donna poteva essere iniziata ai Misteri di Iside, l’Unica Dea; che ad Eleusi vi erano sacerdotesse iniziate chiamate ‘melisse’, come pure erano chiamate ‘melisse’ le sacerdotesse di Artemide ad Efeso, ossia ‘api’ per la loro purezza e castità, e vi erano altresì delle ‘Ierofantidi’; che in una ‘Via’ inizatica ‘apollinea’ e ‘solare’ come quella dell’Ordine Pitagorico, vi erano molte donne iniziate, delle quali Porfirio e Giamblico ci trasmettono molti nomi, a cominciare da Teano, sposa e collaboratrice di Pitagora, che a Crotone insegnava alle Donne nel tempio di Hera Lacinia, la beata sposa di Zeus.; che a Roma, già in epoca repubblicana, i Misteri di Cerere Eleusina venivano celebrati da sacerdotesse greche fatte venire appositamente da Napoli o da Velia, alle quali venivano tributati grandi onori, e concessa la cittadinanza romana; che, sempre a Roma, massima venerazione era prodigata verso le Vestali; che in Egitto la figlia del matematico Teone, Ipazia d’Alessandria, vittima del bestiale furore ‘abelita’ dell’infame, e assassino, Patriarca d’Alessandria Cirillo, venerato come santo dalla Chiesa cattolica latina e greca, e proclamato nel 1882 – ancorché eretico monofisita – dottore della Chiesa da Papa Leone XIII, era Iniziata ed Epopta, e veniva chiamata ‘Ierofantide’ dal suo discepolo, il neoplatonico e vescovo cristiano, Sinesio di Cirene.  

In àmbito manicheo, la Donna poteva percorrere tutti gradi di realizzazione spirituale della ‘Via’: sino al grado di ‘Eletta’. E furono delle Donne, delle ‘Elette’ manichee, ad assistere Mani durante i 26 giorni della sua ‘passione’, sino al suo ultimo respiro. Così come sotto la croce ad assistere agli ultimi momenti della passione del Christo – a parte Giovanni-Lazzaro – vi erano tre Donne, e non certo gli Apostoli, i quali pur dopo la Resurrezione, ancora per molto tempo, sino alla Pentecoste, a Gerusalemme, se ne stavano timorosi, rintanati, chiusi e sbarrati nel Cenacolo. Nel Catarismo medievale, le Donne potevano, proprio come gli uomini, ricevere ed impartire il Consolamentum, la trasmissione dello Spirito Santo nel ‘Battesimo spirituale’, o ‘Battesimo di Fuoco’, mediante l’imposizione della mano, come nel Cristianesimo primitivo, e come si vede chiaramente a Ravenna in un meraviglioso mosaico del Battistero degli Ariani. La stessa imposizione della mano da parte delle quattro Donne  belle sulla testa di Dante nel Paradiso terrestre viene descritta in Purg, XXXI, 104-105: Rito di sicura origine catara, e non certo cattolica. Del resto, DantePar., IX, 13–65 – pone tranquillamente in Paradiso una catara ‘consolata’, come Cunizza da Romano, ch’egli conobbe personalmente, sorella del terribilissimo Ezzelino III, la quale passò i suoi ultimi anni nella casa di Cavalcante de’ Cavalcanti, padre di Guido, anch’egli di sicura fede catara. Nella pirenaica Occitania, vi fu la ‘perfetta’ – nel Medioevo gl’inquisitori dell’eretica pravità chiamavano ‘perfetti’ (‘perfetti’ per il rogo, chiosa ironicamente la mia amica Maria Soresina) i catari ‘consolati’ –  e sapientissima Esclarmonde de Foix, colei che nel 1204 fece riedificare il diroccato castello di Montségur, che secoli prima dell’Anno Mille era stata, assieme a San Juan de la Peña, quest’ultimo sul versante ispanico dei Pirenei – Rudolf Steiner dixituna delle sedi del Graal. E si può scorgere tutta l’arroganza medievale ‘abelita’, dal fatto che in uno degli ultimi incontri che vi furono tra Catari e rappresentanti della Chiesa di Roma, svoltosi a Pamiers nel 1207, un domenicano la insultò dicendole: «Va’ a filare la tua conocchia! Non è consentito alle donne di prendere la parola in queste discussioni!». Quella fu l’ultima discussione tra Catari e Cattolici: l’anno successivo il papa Innocenzo III proclamò la crociata di sterminio  contro i catari.

Quanto diversa, rispetto alla ‘abelitica’ posizione della Chiesa, invece, era la posizione di Enrico Cornelio Agrippa, l’umanista, kabbalista, e mago, discepolo di Giovanni Tritemio, e autore del De occulta philosophia, il quale scrisse il De nobilitate et praecellentia foeminei sexus, Anversa 1529, che oggi il curioso, e volenteroso, lettore può leggere in Cornelio Agrippa, La nobiltà delle donne, a cura di Daniele Palmieri, Libreria Gruppo Anima, Milano, 2018, ma che fu tradotto in italiano sin dal 1549, e in successive numerose edizioni! Ne esiste, fra le altre una bella edizione settecentesca, che ha addirittura come titolo Dell’Eccellenza e Preeminenza del Femminil Sesso sopra il Maschile di Cornelio Agrippa. Trasportato dal latino nell’italiano, da Giuseppe A. Graglia. Professore di lingue. Dedicato alle gentil donne. Londra. Per Alessandro Grant, Stampatore, MDCCLXXVI.

Malgrado che la posizione di Agrippa sulla Donna fosse chiarissima, ciò non pertanto egli venne sordidamente calunniato, ma a tale proposito fanno testo le parole scritte da Arturo Reghini, anche lui mio nobil concittadino, nel suo saggio, Enrico Cornelio Agrippa e la sua magia, di ben 165 pagine, posto come Introduzione all’edizione italiana del De occulta philosophia, edita da Alberto Fidi nel 1926, ove, alla p. XII, contro tali calunnie così si espresse:

«Meno male, diranno i lettori, e specialmente le lettrici. Però Agrippa, non solamente non ha mai scritto nulla di simile, ma è stato al contrario un convinto ed ardente femminista, ed ha scritto persino un libro sulla «Nobiltà e Superiorità del sesso femminile», in cui sostiene, non la eguaglianza dei sessi, ma addirittura la superiorità del sesso femminile. E provò la sincerità di questi suoi sentimenti prendendo moglie tre volte». 

E più oltre, a p. XXI, Arturo Reghini così aggiunge:

«Dopo il Pimandro Agrippa commentò, non si sa se a Pavia od a Torino, il Convito di Platone, in un discorso diretto a dei giovani, candidissimi auditores, probabilmente studenti. Nel suo commento egli segue la concezione socratica dell’amore: L’amore, dice egli, per consenso di tutti i filosofi e di tutti i teologi, è il desiderio che ci porta verso la bellezza, ma sopra tutto verso la bellezza nascosta (occultum formosum), di cui le bellezze visibili non sono che il simbolo; esalta, quindi, conformemente più al suo che non al sentimento di Socrate, l’amore verso la donna, ma non quello sensuale, preconizzando un sentimento divino che eleva e nobilita. Questa orazione trovasi nell’edizione delle opere (ed. Lione, 1600, Tom. II, parte IIa, pp. 389-401)».

Se leggiamo le parole introduttive di Daniele Palmieri alla citata edizione italiana del testo di Agrippa, troviamo che, a p. 14, dopo aver descritto gli eccessi ‘abelitici’ della Chiesa contro la Donna – eccessi, che portarono alla tragica, secolare, ‘caccia alle streghe’ – così scrive:

«In un clima simile, in cui il pregiudizio misogino viveva un nuovo, intenso, fermento, forse tra i più intensi della storia, è facile intuire la portata rivoluzionaria del discorso di Cornelio Agrippa.

A discapito di equivoci ed estreme semplificazioni, bisogna tuttavia aggiungere che sso, alla sua pubblicazione, non rappresenta un unicum nella storia del pensiero.

Ė sempre esistita, nel corso della storia del pensiero una corrente filosofica minoritaria, ma non per questo meno importante, che a partire da Platone, passando per Plutarco, e arrivando fino ai poemi epico-cavallereschi, al Dolce Stilnovo e a Giovanni Boccaccio, aveva elogiato le virtù della donna, elevandola a pari dignità dell’uomo se non, addirittura, a incarnazione stessa della Sapienza Divina».

Se il curioso, e volenteroso, lettore vuol togliersi davvero ogni dubbio circa la concezione unilaterale, e decisamente misogina, che la tradizione ‘abelita’ degenerata ha nelle sue varie espressioni, basta che legga quanto sulla Donna scrissero, e scrivono, autori antichi e moderni sedicenti ‘cristiani’. Cominciamo con un noto padre della Chiesa cattolica latina del II-III secolo, Quinto Settimio Florente Tertulliano, il quale nel suo De habitu mulieri, tradotto e pubblicato in italiano dalla nota casa editrice cattolica EDB, nel 1986 e nel 1999, in una brossura di 224 pagine, nella collana Biblioteca patristica, col titolo L’eleganza delle donne, a cura di Sandra Isetta, testo che viene presentato “in rete” con le seguenti parole:

«[…] egli si rivolge alla donna cristiana, invitandola a evitare di adornarsi con eccessiva cura, per non divenire strumento del demonio, che persevera nella sua opera di rovina seduttiva trascinando nel peccato l’uomo e pregiudicandone la salvezza eterna».

Ma le parole di Tertulliano possono esser ancora, se possibile, più feroci, visto ch’egli, in De cultu foeminarum, Libro I, 1, dopo aver detto: «Ogni donna dovrebbe camminare come Eva nel lutto e nella penitenza, di modo che con la veste della penitenza essa possa espiare pienamente ciò che le deriva da Eva, – l’ignominia, io dico, del primo peccato, e l’odio insito in lei, causa dell’umana perdizione», così apostrofa – giova riportare il testo latino di Tertulliano – la Donna  e la Madre dei Viventi con parole che, tradotte nella lingua di Dante, ne offendono, come poche altre, la sacralità: «In doloribus et anxietatibus paris, mulier, et ad virum tuum conversio tua, et ille dominatur tui (Gen., 3, 16), et Evam te esse nescis? Vivit sententia Dei super sexum istum in hoc saeculo: vivat et reatus necesse est. Tu es diaboli ianua; tu es arboris illius resignatrix; tu es divinae legis prima desertrix; tu es quae eum suasisti, quem diabolus aggredi non valuit; tu imaginem Dei, hominem, tam facile elisisti; propter tuum meritum, id est mortem, etiam filius Dei mori habuit: et adornari tibi in mente est super pelliceas tuas tunicas (cfr. Gen., 3, 21)?».

Ovvero: «Tu, donna, partorisci tra dolori ed ansietà, e, la tua tensione è per il tuo uomo, ed egli ti domina: e non sai che tu sei Eva? Dura ancor in questo secolo la condanna di Dio sopra il tuo sesso; la tua trasgressione vive di necessità ancor oggi. Tu sei la porta del diavolo! Tu hai dissuggellato il quell’albero [sc. l’Albero della Conoscenza del Bene e del Male]! Tu sei la prima disertrice della legge divina! Tu sei colei che persuase colui [sc. Adamo] che il diavolo non riuscì ad aggredire! Tu che così facilmente distruggesti l’immagine di Dio, l’uomo! E per quel che tu meritasti, ossia la morte, che persino il Figlio di Dio ebbe a morire: e hai ancora in animo di coprire di ornamenti le tue tuniche di pelle? (cfr. Gen. 3,21)».

E quanto all’azione spirituale della Donna ecco una clamorosa espressione del rigorismo estremista di Tertulliano, che poi era ed è quello della Chiesa cattolica latina e greca, riportata in Elaine Pagels, I Vangeli gnostici, Milano, Mondadori, 1981, p. 122:

«Non è permesso che una donna parli in Chiesa, né è permesso che insegni, né che battezzi, né che offra l’eucarestia, né che pretenda per sé una parte in qualunque funzione maschile – per non parlare di qualunque ufficio sacerdotale».

Potrei citare con pochissima ricerca e lieve fatica moltissimi autori dei primi secoli della Chiesa cattolica, ma – anche per non abusare della pazienza del benevolo lettore, me ne rendo ben conto, pazienza che metto spesso a dura prova – voglio limitarmi a qualcuno soltanto. Gli altri molti, che non cito, la pensavano e la pensano, ancor oggi, esattamente come quelli citati. Un autore, oggi poco noto, ma ai suoi tempi famoso e influente è l’Ambrosiaster, dell’epoca di Papa Damaso, ossia del IV secolo della nostra èra. Nelle sue opere egli si serve delle Sacre Scritture per giustificare la totale subordinazione della Donna all’uomo. Per esempio, per lui lo statuto di subordinazione della Donna è fondato sulla negazione a questa della partecipazione all’immagine di Dio, che invece – a suo dire, ovviamente – sarebbe propria dell’uomo. Egli scrisse una serie di Quaestiones, basandosi soprattutto sulla Genesi, dalle quali trascelgo alcune sue significative parole. Nella Quaestio XLV, dedicata a Gen., 1, 26, l’Ambrosiaster dà due spiegazioni dell’imago divina propria dell’uomo maschio (ibid., 2-3). Secondo la prima, l’uomo è imago Dei, ossia immagine di Dio, perché egli è quell’unus dal quale unicamente gli altri esseri carnali traggono origine, come da Dio gli spirituali; la seconda spiegazione, veramente capziosa, fa coincidere l’imago Dei, propria dell’uomo maschio, con la dominatio sul creato espressa in Gen., 1,28: ma, proprio poiché quella dominatio è proclamata da Dio nella Genesi sia per l’uomo sia per la donna, non si può affermare che in quest’ultima consista l’immagine di Dio, che secondo lui sarebbe un absurdum attribuire alla donna:

«Se l’uomo ha l’immagine di Dio nel dominio, essa è assegnata anche alla donna, così che anch’ella sarebbe immagine di Dio, il che è assurdo. Come infatti è possibile dire della donna che è immagine di Dio, lei che si sa essere soggetta al dominio del marito e non avere alcuna autorità? Infatti non può insegnare né testimoniare né dare garanzia né giudicare: a maggior ragione non può comandare!».

Ed ecco il testo latino tratto dal, Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum, 50, edito da Alexander Souter:

«Si imaginem Dei homo in dominatione habet, et mulieri datur, ut et ipsa imago Dei sit, quod absurdum est. Quo modo enim potest de muliere dici, quia imago Dei est, quam constat dominio viri subiectam et nullam auctoritatem habere? Nec docere enim potest nec testis esse neque fidem dicere nec iudicare: quanto magis imperare!». 

Altre considerazioni, altrettanto dialetticamente capziose, l’Ambrosiaster le svolge nel capitolo XVII della lunga Quaestio CVI, sempre sul libro della Genesi, dove si ripete che l’immagine divina consiste nell’essere stato creato l’uomo maschio come unus […] quasi dominus dal quale tutti gli esseri umani derivano: il che, a suo dire, esclude la donna:

«Questa immagine di Dio dunque è nell’uomo: e cioè egli è creato come uno solo, quale signore da cui tutti gli altri nascessero, avendo il potere di Dio quasi ne fosse vicario, dal momento che ogni re ha l’immagine di Dio. E per questo la donna non è fatta a immagine di Dio. Dice infatti così: «E Dio fece l’uomo, lo fece a immagine di Dio». Per questo l’Apostolo dice: L’uomo non deve velare il capo, perché è immagine e gloria di Dio; la donna invece perciò lo vela, perché non è gloria o immagine di Dio».

«Haec ergo imago Dei est in homine, ut unus factus sit quasi dominus, ex quo ceteri orirentur, habens imperium Dei quasi vicarius eius, quia omnis rex Dei habet imaginem. Ideoque mulier non est facta ad Dei imaginem. Sic etenim dicit: Et fecit Deus hominem, ad imaginem Dei fecit eum (Gen 1,27a). Hinc est unde Apostolus: Vir quidem, ait, non debet velare caput, quia imago et gloria Dei est; mulier autem ideo velat, quia non est gloria aut imago Dei» (cfr. 1 Cor 11,7).

Se, infine, sempre tra gli antichi, leggiamo Ambrogio di Milano, l’arrogante persecutore di coloro che avevano voluto rimanere fedeli alla Religione classica romana, nonché il persecutore dei Cristiani Ariani, tralasciando quanto egli ripete, più o meno con le stesse parole, dei ragionamenti degli autori sopra citati, e andando invece a quanto del suo ragionare è a lui peculiare, vediamo ch’egli identifica la Donna con l’αἴσθησις, àisthêsis, coi sensi, con la passiva, e ricettiva, percezione sensibile,  con la sentimentalità, mentre invece attribuisce all’uomo il νοῦς, noûs, termine che in greco antico indica, sin dall’epoca di Omero, l’organo sede della rappresentazione delle idee chiare, quindi la ‘comprensione’ e l’intendimento che le provoca, la facoltà mentale quindi l’intelletto, che Ambrogio invece nega alla Donna, la quale è da lui profondamente disprezzata come causa della originaria, colpevole, caduta dell’uomo..

Infatti, Ambrogio, ne Il paradiso,  opera dedicata all’esegesi di Genesi, 2,8 e segg., ed. Karolus Schenkel, Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum, 32/1, stabilisce e descrive una polarità netta tra maschio=positivo contrapposto a femmina=negativo. La Donna, per Ambrogio, è subordinata e asservita all’uomo, allorché egli propone l’identificazione dell’uomo con la mens, con la «mente», e quella della Donna con il sensus, con la «sensibilità». Egli ribadisce l’inferiorità della faemina in più punti della suddetta opera: il vir è creato fuori dal paradiso (in quanto si dice che Dio lo pose [posuit] in esso, ma è superiore, mentre la donna è creata in paradiso ma è inferiore (ibid., 4,24); a Eva si attribuisce la colpa maggiore nel tradimento (ibid., 12,56: sexus prodit qui prius potuerit errare), ovvero «il sesso manifesta chi per primo poté peccare»; quello femminile è comunque il sexus infirmior, ossia «il sesso più debole» (ibid., 14,70). Ambrogio fa altresì una gerarchia delle qualità, delle colpe e delle relative condanne in relazione al peccato originale: allegoricamente egli attribuisce al nachash, al serpente la delectatio, ossia il «piacere», alla Donna il sensus la «sensazione», la «sensualità», e all’uomo la mens, l’«intelligere», il «comprendere», per cui egli giunge ad affermare che la colpa più grave fu quella del primo, del serpente, cui seguirono la seconda, quella della Donna, di Eva, e solo come terza, quella dell’uomo, di Adamo. dunque, tre e diverse furono le condanne (ibid., 15,73): colpa e condanna della Donna sono, dunque, per Ambrogio, maggiori che non per l’uomo.

Il fazioso delirio conoscitivo di Ambrogio di Milano raggiunge l’apice, allorché nel suo scritto Sulla verginità, 15, 93, ed. e trad. a cura di Franco Gori – mobilitando considerazioni filologiche veramente insulse e forzate – arriva ad affermare che, se è vero che anima sexum non habet, che l’anima non ha sesso, tuttavia essa «ideo fortasse faemineum nomen accepit, quod eam violentior aestus corporis agit», ovvero «forse per questa [sc. l’anima] ha preso un nome femminile, perché una più violenta passione del corpo la agita».

Ma fermiamo qui la serie di citazioni dei Padri della Chiesa, il cui livore ‘abelitico’ si scaglia contro la Donna. Tra i moderni voglio citare solo un autore, Attilio Mordini, che si pretende ‘tradizionalista’ vicino alle posizioni di Julius Evola e di René Guénon, e che in realtà è un cattolico integralista, largamente abbeveratosi ai testi della Patristica, e che sulla Donna ne Il mito primordiale del cristianesimo quale fonte perenne di metafisica, Milano, Scheiwiller, 1976, pp. 72 e 73, così si esprime:

«[…] la donna è il numero due della dialettica con l’uomo (e, quindi, è il negativo), in posizione del tutto analoga a quella di Lucifero, che è il numero due e negativo rispetto a Dio Creatore; è appunto dalla medesima radice indoeuropea DWI che si formano tanto il termine greco dvo (due) quanto diabolos».

Veramente in greco ‘due’ è δύο, dyo, o poeticamente δύω, dyô, e non dvo, e ‘diavolo’ nell’antica Grecia è διάβολος, diàbolos, con lo ‘iota’, ossia con la nostra ‘i’, e non con la ‘v’, che in greco classico si era persa, col significato di ‘dividere’, ossia ‘colui che divide’, il ‘calunniatore’, ‘accusatore’; derivato dal greco διαβάλλω, diabàllo, composizione di dia ‘attraverso’bàllo‘getto’, ‘metto’, quindi getto, caccio attraversotrafiggo, e metaforicamente anche calunnio, diffamo.

Ma ecco, cosa il Mordini scrive ne La Via del Verbo, reperibile in rete sul sito di Gianfranco Bertagni:

«La legge che ci mosse dall’Eden fu per noi legge dolorosa dal ventre della donna colpevole». 

La posizione di Rudolf Steiner sulla Donna è – e davvero non potrebbe essere diversamente – estremamente chiara, nonché diametralmente opposta a quella dei Padri della Chiesa, dei teologi medievali e moderni, dei sedicenti ‘tradizionalisti’, riesumatori e coltivatori non della autentica Tradizione, ma solo di un intellettualismo filologico che opera sul cadavere imbalsamato di quella che fu, un tempo, la Tradizione vivente. Ora Rudolf Steiner nel XIV capitolo de La Filosofia della Libertà, intitolato Individualità e specie, che amo citare dalla limpida e precisa traduzione del matematico Dante Vigevani, Editrice Antroposofica, Milano, 1966, pp. 201-202:

«È impossibile comprendere del tutto un uomo, se si pone il concetto della specie a base del nostro giudizio. La maggiore ostinazione nel giudicare secondo la specie si riscontra là dove si tratta del sesso; quasi sempre l’uomo vede nella donna, e la donna nell’uomo, troppo del carattere generale dell’altro sesso, e troppo poco di quello individuale. Nella vita pratica questo nuoce meno agli uomini che alle donne. La posizione sociale della donna è per lo più poco dignitosa, perché, in molti punti in cui dovrebbe esserlo, essa non è determinata dalle peculiarità individuali della singola donna, ma dalle rappresentazioni generali correnti circa i cómpiti naturali e i bisogni della donna. L’attività dell’uomo nella vita si regola secondo le sue individuali attitudini e inclinazioni; quella della donna si vuole invece condizionata esclusivamente dalla circostanza che appunto essa è donna. La donna deve essere schiava del principio della specie, dei caratteri generici della femminilità. Fino a quando gli uomini discuteranno se la donna «per la sua costituzione naturale» sia atta a questa o a quella professione, la cosiddetta questione del femminismo non potrà uscire dal suo stadio più elementare. Si lasci giudicare alla donna stessa quello che, secondo la sua natura, essa può volere. Se è vero che le donne sono unicamente adatte al compito che oggi viene loro assegnato, difficilmente potranno assumerne un altro per forza propria; ma devono poter decidere da sé che cosa sia conforme alla loro natura. A chi nutra il timore che il considerare le donne, non come esemplari della specie umana, ma come individui, possa scuotere la nostra struttura sociale, si può opporre che una struttura sociale, entro la quale una metà dell’umanità conduce un’esistenza indegna di esseri umani, ha proprio grande bisogno di essere migliorata».

E nella nota a piè della p. 202, egli ribadisce energicamente il suo pensiero in difesa della dignità della Donna:

«Fino da quando comparve questo libro (1894) mi è stata fatta a questo proposito l’obiezione, che, nell’ambito della specie, la donna può già adesso vivere liberamente la sua vita con tutta l’individualità che vuole, anzi più liberamente ancora dell’uomo, il quale viene disindividualizzato già dalla scuola e più tardi anche dalla guerra e dalla professione. Io so che oggi questa obiezione verrà forse sollevata con forza ancora maggiore. Eppure devo lasciare le mie affermazioni come sono, sperando che vi siano lettori i quali comprendano quanto una simile obiezione urti contro il concetto di libertà svolto in questo scritto, e che giudichino le mie affermazioni con criteri diversi da quello della disindividualizzazione dell’uomo per opera della scuola o della professione».

Ho particolarmente insistito su questa trattazione circa l’ingiusta opposizione ‘abelita’ nei confronti della Donna, non perché io ami particolarmente la filologia, della quale pochissimo, anzi punto, mi cale, bensì perché la posizione della Donna – che, come dice Dante, ha ‘Intelletto d’Amore’ – per la sua indispensabile e insostituibile ‘funzione spirituale’, come vedremo dalle parole di Massimo Scaligero, è essenziale nell’ impresa del Graal. Ma prima di trascrivere quanto Massimo Scaligero dice in proposito, voglio riportare le parole di un importante testo dei primi tempi della nostra èra: il Vangelo di Tomaso. Si tratta di un Vangelo ‘gnostico’ – nel senso che indica una ‘Via di Conoscenza’ – tipicamente ‘cainita’, che indica il cammino da percorrere per la ricostituzione dell’Androgine Celeste, e per la restituzione dello ‘stato primordiale’. Le parti del Vangelo di Tomaso che trascriverò sono tratte dalle due belle edizioni degli Apocrifi del Nuovo Testamento, a cura di Luigi Moraldi, Vol. I, U.T.E.T., Torino, 1971, e da I Vangeli Gnostici, a cura di Luigi Moraldi, Aldelphi Edizioni, Milano, 1984. A tale proposito il traduttore e curatore così scrive a p. 84 de I Vangeli Gnostici: «Si rivela subito come uno scritto esoterico contenente parole di Gesù che non devono essere svelate ai profani, perché non sono alla portata di tutti e perché la loro comprensione è apportatrice di vita». Di questo testo si conosceva appena qualche citazione, semplice menzione, contenuta in opere di Padri della Chiesa, soprattutto Clemente Alessandrino, Origene, Eusebio, e il suo influsso fu grande nell’antichità, ed oggi si sa che questo Vangelo fu conosciuto da Mani, il fondatore della Religione della Luce, come si evince anche da uno scritto di Agostino di Ippona, Contra Epistulam quam vocant Fundamenti, contenuta in Patrologia Latina, 32, 397 e segg.

Nei pressi di Nag Hammadi, l’antica Chenoboskion, la Šénesēt copta, nel 1945-1946, venne ritrovata una intera biblioteca di un gruppo gnostico, ed in questa biblioteca era contenuto, nella sua interezza, il Vangelo di Tommaso nella versione copta. Si tratta di 114 Lògia, ossia Detti del Signore, alcuni dei quali verranno da me citati nella traduzione dal copto, di Luigi Moraldi. Dato il significato profondissimo che hanno i detti che verranno citati, e il loro sapore ‘ermetico’, il lettore è invitato a farne oggetto di proficua meditazione.

Queste sono le parole nascoste dette da Gesù, il vivente, e scritte da Didimo Giuda Tomaso.

[1] Egli disse: – Colui che scopre l’interpetrazione di queste parole non gusterà la morte.

[2] Gesù disse: – Colui che cerca non desista dal cercare fino a quando  non avrà trovato; quando avrà trovato sarà turbato e, se sarà turbato, si stupirà, e sarà re su tutto.

[10] Gesù disse: – Ho gettato fuoco sul mondo e lo custodisco fino a che divampi.

[82] Gesù disse: – Colui che è vicino a me, è vicino al fuoco. Colui che è lontano da me, è lontano dal regno.

[106] Gesù disse; – Quando di due ne farete uno, sarete figli dell’uomo; e quando direte a un monte: «Allontanati!» si allontanerà.

[114] Simon Pietro disse loro: – Maria deve andar via da noi! Perché le femmine non sono degne della vita. Gesù disse: Ecco, io la guiderò in modo da farne un maschio, affinché lei diventi uno spirito vivo uguale a noi maschi. Poiché ogni femmina che si fa maschio entrerà nel regno dei cieli.

La risposta, molto dura peraltro, che nel Vangelo di Tomaso il Signore dà a Pietro ricollega direttamente la figura spirituale della Donna al Mistero dell’Androgine Celeste, e quindi all’impresa del Graal. Massimo Scaligero in Graal. Saggio sul Mistero del Sacro Amore, Perseo, Roma, s.d., ma 1969, nel II capitolo, L’Androgine e l’Eden, dopo aver rievocato le immagini cosmogoniche dei primordi della Terra, alle pp. 24-25, così scrive:

«In conseguenza del distacco del Sole dalla Terra, l’uomo accoglie in sé più intime forze plasmatrici, per riprodurre da sé la forma corporea: che è originariamente la struttura dell’Androgine. Dall’influenza del Sole operante da fuori della Terra e da quella della Luna unita ancora alla Terra, sorge la possibilità che l’uomo tragga da sé l’essere androginico.

Il mistero dell’Androgine è contemplabile come il momento di un potere formatore dell’uomo, scaturente dalla sua possibilità di accogliere forze più elevate epperò più profonde, in rapporto all’elemento lunare potenziato sul piano fisico dalla separazione del Sole dalla Terra. Le correnti capaci di dominare l’elemento lunare infero, saranno ravvisabili nell’accennato simbolo della Vergine. Rispondente all’aspetto dell’Iside-Sophia.  Si vedrà nel corso del presente studio come la via alla restituzione della forza radicale dell’Androgine sia l’impresa allusa nella saga del Graal e parimenti risponda al simbolo della Iside-Sophia. Questa infatti assume e redime in sé l’Ecate tenebrosa. Si vedrà ugualmente perché la donna detenga le chiavi della reintegrazione dell’uomo, onde la Vergine verrà chiamata Janua Coeli, […]».

La valutazione della funzione e della dignità della Donna in Massimo Scaligero è altissima, arrivando egli a scrivere, a p. 26, che:

«Dopo il distacco, il rapporto occulto con la Luna continuerà sul piano umano mediante la donna: la donna deterrà da allora le chiavi dell’opera di resurrezione dell’uomo. Grazie al sopravvivere in lei dell’elemento celeste androginico, presso alla necessità delle funzioni della riproduzione, la donna continuerà a mantenere il rapporto della specie umana con le potenze estrasensibili della Luna, assumendo perciò simultaneamente la duplice funzione di Iside: celeste e infera. Nella saga del Graal, la riconsacrazione del Castello e del Tabernacolo celeste fa appello all’intervento della stessa figura femminile a cui si deve la caduta di Amfortas: così Gerbert de Mostreuil spiega il primo momento di impotenza di Parsifal con l’aver egli dimenticato la propria donna».

Poi nel III capitolo, La Donna Celeste, a p. 43, Massimo Scaligero entra più a fondo nei segreti della costituzione occulta della Donna:

«Il mistero celato nella figura della donna come portatrice della reintegrazione, o come distruttrice, è intuibile in base alla nozione metafisica dell’Androgine: una verità segreta che si disvela come illuminazione decisiva, in tale direzione, è il carattere femminile della figura dell’Androgine, o dell’essere originariamente maschio-femmina, portatore della sintesi animica delle forze solari-lunari. La configurazione metafisica dell’Androgine è femminile: nella donna sopravvive la più alta possibilità di una magia reintegratrice, in virtù della sua specifica struttura animico-corporea. L a  c o n f i g u r a z i o n e  m e t a f i s i c a  d e l l’ A n d r o g i n e  è  f e m m i n i l e: nella donna sopravvive la più alta possibilità di una magia reintegratrice, in virtù della sua specifica struttura animico-corporea. Ciò non significa che l’essere androginico originario fosse conforme a caratteri di femminilità – che sarebbe una contraddizione sostanziale – ma che la donna, per il rapporto del suo essere animico con l’involucro corporeo, attua inconsciamente la natura dell’androgine, in quanto in lei l’essere androginico dell’anima ha rispetto alla corporeità un’autonomia che l’uomo non possiede: l’anima dell’uomo è più inserita nella struttura fisica, che quella della donna. Questa diversità di rapporto si trasmette al corpo eterico che, essendo nella donna maschile, ha una consonanza androginica con la corrispondente parte dell’anima, come non è possibile al corpo eterico dell’uomo, più aderente e perciò asservito alla corporeità fisica.

Questo inconscio elemento androginico affiorante nella forma fisica, grazie ad una relativa indipendenza del corpo eterico dalla fisicità, rende la donna agli occhi dell’uomo simbolo di angelicità, o di deità, destando risonanze di remote beatitudini. Ma l’uomo ignora il contenuto del simbolo, né sa di avere innanzi a sé vivente un simbolo, ovvero una realtà sensualmente impenetrabile. Questo elemento androginico esige essere ridestato e restituito alla sua magica funzione, nel momento in cui la funzione dell’oblio, o della «caduta», risulta esaurita».

Dalle parole di Massimo Scaligero qui riportate risulta come sotto molti aspetti la posizione spirituale della Donna sia suprema, come assolutamente necessarie siano la sua azione e la sua presenza nell’impresa del Graal, nell’opera di ricostituzione dell’Androgine Celeste. Per cui non può non stupire moltissimo leggere su un noto social forum non essere – al dire di taluni – Marie Steiner-von Sivers, la fedele compagna e collaboratrice di Rudolf Steiner, una Iniziata, perché «la donna non può giungere all’Iniziazione, non può realizzare l’Iniziazione». Naturalmente, una tale enormità è solo una grandissima sciocchezza, frutto di un ignorante presumere di possedere una conoscenza, mentre si può affermare con certezza che chi una tale offensiva enormità proclama, in realtà nulla conosce, ed ha per scusante della sua presunzione unicamente la propria grossolana ignoranza.

Eppure, un tale pre-giudizio è più diffuso di quanto non si creda. In oltre cinque decenni di Scienza dello Spirito, ho potuto udire più di una volta  una simile apodittica affermazione – da me accolta talvolta con manifesta indignazione, talaltra con divertito stupore – sia a Roma sia nella mia città. In realtà, non solo non vi è una sola parola di Rudolf Steiner o di Massimo Scaligero in tal senso, bensì vi è addirittura abbondanza di esplicite affermazioni in senso contrario ad un cotal pre-giudizio. Basterebbero le parole di Rudolf Steiner ne La Filosofia della Libertà, o nei Drammi Mistero – ove la figura di Maria ha un ruolo iniziatico inequivocabile – o leggere l’Epistolario tra Rudolf Steiner e Marie Steiner, che Hella Wiesberger mi indicò con calde parole come ‘Via’ di meditazione per cogliere il ‘mistero’ del rapporto ‘graalico’ tra Rudolf Steiner e la sua fedele compagna e collaboratrice, Marie Steiner. Ma anche richiamando alla memoria la storia dell’esoterismo e della spiritualità iniziatica d’Oriente e d’Occidente, come non ricordare Teano, sposa di Pitagora, Iniziata ed Iniziatrice, come non ricordare Diòtima, sacerdotessa d’Apollo a Mantinea, Iniziatrice di Socrate nei Misteri dell’Amore Celeste, o Asclepiade, figlia di un diàdoco, ossia di colui che presiedeva alla direzione dell’Accademia Platonica di Atene, che iniziò Proclo alla Teurgia, ai Misteri orfici, e agli Oracoli Caldaici, o la stessa neoplatonica Ipazia, che iniziò ai ‘Veri’ taluni cristiani come Sinesio e moltissimi pagani. Come non ricordare, nell’India del XIX secolo, la ‘brahmani’ che iniziò Ramakrishna, o, in tempi più recenti Ananda Mayi Ma, che lo stesso Shri Aurobindo dichiarava apertamente essere a lui stesso superiore nella realizzazione spirituale. Come non pensare alle innumerevoli Donne, le quali negli oltre 2600 anni di esistenza della ‘Via del Buddha’, hanno realizzata l’Illuminazione, ed hanno ‘gustato’ – secondo l’espressione tradizionale buddhista – l’elemento d’immortalità, ed il Nirvâṇa.

Massimo Scaligero, in colloqui e riunioni, fece più volte notare come nei Vangeli, mentre vi sono una quantità di espressioni da parte del Signore molto dure nei confronti dei maschi – ‘ipocriti’, ‘sepolcri imbiancati’, ‘mentitori’, ed espressioni anche più brutali, persino nei confronti di Pietro, spesso e volentieri improvvidamente errante – non vi è mai una espressione di rimprovero verso la Donna.

Conciosiacosaché, a tal proposito, io mi atterrò all’opinione di Enrico Cornelio Agrippa più sopra esposta, a mio modo di vedere assolutamente giustificata, nonché da me totalmente condivisa, ed avremo modo di vedere, nelle successive parti del presente studio, ove la corretta valutazione della Donna condurrà la nostra temeraria ricerca.   

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL, MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL. OTTAVA PARTE.

MANI_of_Cao'an;_the_Buddha_of_Light

La Leggenda del Tempio e la Leggenda Aurea, alle quali Rudolf Steiner dava sì tanta importanza nella prima ‘Scuola Esoterica’, da lui fondata nel 1904 e operante sino al 1914, sono per molti ‘antroposofi’ –  legati o meno alla ‘ufficiale’ Società Antroposofica – ma anche per molti che, in varia maniera, fanno riferimento al pensiero e all’Opera di Massimo Scaligero, di non facile comprensione, e questo non perché Rudolf Steiner non parli chiaro, ché, anzi, egli lo fa, sempre, in modo limpidamente esemplare, bensì perché, da una parte, essi son temi che richiedono un notevole approfondimento meditativo, che solo una energica pratica interiore può dare, dall’altra, perché chi si accosta a tali temi deve – ripeto: non solo può, ma deve – liberarsi dei condizionamenti che mediante una quasi bimillenaria ‘fascinazione’ è stata abbondantemente esercitata sulle anime da parte delle varie poco cristiche confessioni religiose ‘cristiane’.

Non va affatto sottovalutata questa occulta azione di ‘fascinazione’ – di ‘envoûtement’, direbbero i francesi, termine espressivo che nell’Ottocento gli occultisti italici traducevano ad litteram con ‘involtolamento’ – da parte della gerarchia ecclesiale di ogni epoca, perché essa è stata esercitata mediante un uso decisamente ‘magico’, quasi bimillenario, della ritualità liturgica. Una tale ritualità – largamente desunta, copiata, per non dire addirittura ‘scippata’, dagli Antichi Misteri egizi, ellenici, orientali e romani del Mondo Classico – ha una sua indubbia potenza di efficacia magica, e può sortire i più diversi effetti, spesso non precisamente positivi, nel venire usata secondo la volontà e l’arbitrio di chi ne detiene il potere e le chiavi. Una tale ritualità è lontanissima dalla spartana semplicità in uso tra i primissimi cristiani, e – come riconobbe pure lo stesso R.P. Antoine Dondaine O.P., scopritore e curatore dell’edizione del Liber de duobus principiis del cataro Giovanni di Lugio, e lui stesso domenicano, ossia appartenente proprio a quell’Ordo Praedicatorum nato per lo sterminio della ‘eresia’ catara, definita, per certi versi giustamente, ‘manichea’ dalla ‘Santa Inquisizione dell’eretica pravità’, della quale l’Ordine Domenicano era magna pars – è proprio nei semplicissimi e scarni ‘Riti’ della ‘traditio orationis’, ossia nella trasmissione del Pater Noster, nella ‘fractio panis’ della mistica Cena, nel ‘Battesimo spirituale’, ossia nel ‘Consolamentum’ dei Catari che è possibile ritrovare e vedere i puri e semplici riti praticati dai primissimi cristiani.  

Dunque, un tale condizionamento di quasi due millenni, operato ‘magicamente’ attraverso la ritualità, la predicazione, l’elaborazione teologica, ha ‘configurato’ le anime in profondità, e ‘deconfigurarsi’, e l’affrancarsi da una tale massiccia ‘configurazione’ richiede indubbiamente un grandissimo sforzo, che va contro la bimillenaria passività artatamente indotta nelle anime da un cotale insidioso condizionamento. Ed è necessario operare a lungo ed energicamente per dilavarne sin nelle profondità dell’anima anche le minime tracce.

Nulla è più difficile, in questo campo spirituale, del fatto di vedere limpidamente e in profondità il senso della contrapposizione – fatale, ma al contempo necessaria – tra la stirpe e la corrente spirituale di Abele-Seth e la stirpe e la corrente spirituale di Caino.  E nulla è più difficile del cogliere i vari e profondi sensi celati nel racconto della Genesi a proposito della ‘seduzione’ di Eva da parte del ‘serpente’ nel giardino dell’Eden. Ma leggiamo cosa è scritto nel terzo capitolo della Genesi mosaica, che riflette la tradizione abelita delle confessioni religiose ebraica e cristiana. Così leggiamo nella traduzione – la famosa ‘Riveduta’ – del valdese Giovanni Luzzi:   

«Or il serpente era il più astuto di tutti gli animali dei campi che l’Eterno Iddio aveva fatti; ed esso disse alla donna: ‘Come! Iddio v’ha detto: Non mangiate del frutto di tutti gli alberi del giardino?’  E la donna rispose al serpente: ‘Del frutto degli alberi del giardino ne possiamo mangiare; ma del frutto dell’albero ch’è in mezzo al giardino Iddio ha detto: Non ne mangiate e non lo toccate, che non abbiate a morire’. E il serpente disse alla donna: ‘No, non morrete affatto; ma Iddio sa che nel giorno che ne mangerete, gli occhi vostri s’apriranno, e sarete come Dio, avendo la conoscenza del bene e del male’. E la donna vide che il frutto dell’albero era buono a mangiarsi, ch’era bello a vedere, e che l’albero era desiderabile per diventare intelligente; prese del frutto, ne mangiò, e ne dette anche al suo marito ch’era con lei, ed egli ne mangiò. Allora si apersero gli occhi ad ambedue, e s’accorsero ch’erano ignudi; e cucirono delle foglie di fico, e se ne fecero delle cinture. E udirono la voce dell’Eterno Iddio, il quale camminava nel giardino sul far della sera; e l’uomo e sua moglie si nascosero dalla presenza dell’Eterno Iddio, fra gli alberi del giardino. E l’Eterno Iddio chiamò l’uomo e gli disse: ‘Dove sei?’ E quegli rispose: ‘Ho udito la tua voce nel giardino, e ho avuto paura, perch’ero ignudo, e mi sono nascosto’. E Dio disse: ‘Chi t’ha mostrato ch’eri ignudo? Hai tu mangiato del frutto dell’albero del quale io t’avevo comandato di non mangiare?’. L’uomo rispose: ‘La donna che tu m’hai messa accanto, è lei che m’ha dato del frutto dell’albero, e io n’ho mangiato’.  E l’Eterno Iddio disse alla donna: ‘Perché hai fatto questo?’ E la donna rispose: ‘Il serpente mi ha sedotta, ed io ne ho mangiato’.  Allora l’Eterno Iddio disse al serpente: ‘Perché hai fatto questo, sii maledetto fra tutto il bestiame e fra tutti gli animali dei campi! Tu camminerai sul tuo ventre, e mangerai polvere tutti i giorni della tua vita. E io porrò inimicizia fra te e la donna, e fra la tua progenie e la progenie di lei; questa progenie ti schiaccerà il capo, e tu le ferirai il calcagno’. Alla donna disse: ‘Io moltiplicherò grandemente le tue pene e i dolori della tua gravidanza; con dolore partorirai figliuoli; i tuoi desiderî si volgeranno verso il tuo marito, ed egli dominerà su te’. E ad Adamo disse: ‘Perché hai dato ascolto alla voce della tua moglie e hai mangiato del frutto dell’albero circa il quale io t’avevo dato quest’ordine: Non ne mangiare, il suolo sarà maledetto per causa tua; ne mangerai il frutto con affanno, tutti i giorni della tua vita. Esso ti produrrà spine e triboli, e tu mangerai l’erba dei campi; mangerai il pane col sudore del tuo volto, finché tu ritorni nella terra donde fosti tratto; perché sei polvere, e in polvere ritornerai’. E l’uomo pose nome Eva alla sua moglie, perch’è stata la madre di tutti i viventi. E l’Eterno Iddio fece ad Adamo e alla sua moglie delle tuniche di pelle, e li vestì. Poi l’Eterno Iddio disse: ‘Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, quanto a conoscenza del bene e del male. Guardiamo ch’egli non stenda la mano e prenda anche del frutto dell’albero della vita, e ne mangi, e viva in perpetuo’.  Perciò l’Eterno Iddio mandò via l’uomo dal giardino d’Eden, perché lavorasse la terra donde era stato tratto. Così egli scacciò l’uomo; e pose ad oriente del giardino d’Eden i cherubini, che vibravano da ogni parte una spada fiammeggiante, per custodire la via dell’albero della vita».

Dalla lettura di questo terzo capitolo della Genesi mosaica, di tradizione ‘abelita’ di stretta osservanza, che preannuncia tutti i drammi, le tragedie, le sofferenze, e gli strazi, che accompagneranno l’umanità nei millenni, risultano evidenti alcune ‘cose’, che hanno la loro grandissima importanza dal punto di vista dell’Esoterismo Cristiano – in contrapposizione alla visione ‘ortodossa’ della Chiesa cattolica sia latina che greca, e di quella protestante e riformata – e in particolare hanno notevole rilevanza in una visione ‘gioannita’, ‘gnostica’, ‘manichea’, ‘catara’, e ‘rosicruciana’. Naturalmente, proprio in questo campo, notevoli saranno nelle anime i pregiudizi, le resistenze, e in molti casi anche il rifiuto, come conseguenza del bimillenario condizionamento del quale è stato detto più sopra.  

Anzitutto, leggendo il testo da un punto di vista di chi non si accontenti della semplice ‘fede rivelata’, sempre ‘ingenerata e ricevuta dall’Alto e mai generata dall’uomo’, ovvero quella che gli antichi Gnostici valentiniani chiamavano πίστις, pìstis, ma ricerchi quella che sempre i Valentiniani definivano γνῶσις, gnôsis, ‘Conoscenza’, che contrapponevano alla semplice ‘fede’, risulta che il ‘serpente’ – ὄϕις, ophis, in greco, e נָחָשׁ, nâḥâsh in ebraico, da qui la corrente gnostica degli ‘Ofiti’, ὀϕίται, ophītae, o ‘Naasseni’ – abbia detto a Eva una ‘scomoda verità’ – nella fattispecie ‘scomoda’ per il ‘Signore’, ossia ‘Adonai’, ovvero ‘Jahve-Jehova’. Infatti, non fu affatto il ‘gustare il frutto dell’Albero della Conoscenza’ che dette, di per sé, la morte all’uomo. Semmai – come si accorse sùbito Eva – il gustare tale frutto dette a lei e ad Adamo una speciale ‘intelligenza’, in particolare la ‘conoscenza del Bene e del Male’. È evidente che Jahve-Jehova non desiderava affatto che la donna e l’uomo ricevessero una tale ‘intelligenza’, la quale donava all’essere umano qualcosa che, in qualche modo, lo elevava a livello divino. Il ‘serpente’ non offrì affatto ad Eva un ‘frutto avvelenato’, un ‘frutto mortale’. La susseguente e conseguente ‘morte’ furono, al contrario, la ‘punizione’ decisa da Jahve per il fatto che l’essere umano ricevette tale ‘intelligenza’. Infatti, è Jahve che, nel testo della Genesi, pronuncia le parole: «Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, quanto a conoscenza del bene e del male. Guardiamo ch’egli non stenda la mano e prenda anche del frutto dell’albero della vita, e ne mangi, e viva in perpetuo».

È bene soppesare le parole, che non sempre nelle varie traduzioni rispecchiano interamente – e, aggiungerei, inevitabilmente – il senso dell’originario testo biblico, per cui, per documentazione del candido lettore, riporto la traslitterazione del testo ebraico.  La prima parte della frase in ebraico suona così:

Va-jjòmer Jahve Elohìm : hen ha-adàm kě-achàd mimmènu la-da‘ath tov va-ra‘ ve-‘attah. 

Dunque, il ‘serpente’ non mentì affatto a Eva dicendole :«No, non morrete affatto; ma Iddio sa che nel giorno che ne mangerete, gli occhi vostri s’apriranno, e sarete come Dio, avendo la conoscenza del bene e del male». Infatti l’intero brano ebraico, integralmente riportato, così suona :

Vě ha-nachash hayah ‘arum  mikkòl hayyoth hassadeh asher ‘assah Jahve Elohim. Va-jjomer el ha-isshah: Af ki-amar Elohìm lo to’kělu mikkòl ‘etz ha-ggan? Va-tomer ha-isshah el ha-nnachash: mi-pěrì etz ha-ggan nokhel. U-mi-ppěrì ha-‘etz asher bě-thokh ha-ggan amar Elohim, lo thokhělu mimmènu vě-lo tig‘u bo pen-těmutun. Va-jjòmer ha-nnachash el ha-isshah: Lo-moth temuthun, ki yodea‘ Elohim ki be-jjòm akhalekhèm mimmènu nifqěhù ‘ejnikhèm vihějitèm ke-Elohìm jodea‘ tov va-ra’.

Nell’Esoterismo Cristiano il termine Jahve-Elohìm – anche se nelle varie Bibbie cattoliche latine e greche, e in quelle protestanti e riformate, viene tradotto come Dio, l’Eterno Iddio, il Signore, e simili espressioni – non designa affatto il Divino, l’Altissimo – ebraico El ‘Eljòn, al quale, nella Genesi, XIV, 18, sacrifica Melchisedec, re e sacerdote – nel senso dell’Assoluto, e nemmeno Lucifero, come è stato dimostrato nel mio precedente studio, bensì un Eloha o Eloah, un’entità della Gerarchia degli Elohim, delle ‘Exousiai’, ovvero delle ‘Potestà’, un’entità di quelli che nella Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner vengono chiamati ‘Spiriti della Forma’.

Considerando il racconto della Genesi in una prospettiva cainita – chiaramente inaccettabile da parte di chi si ponga all’interno della “ortodossia” abelita – proprio non si capisce perché l’essere umano non debba nutrirsi del ‘frutto dell’Albero della Conoscenza’, visto che esso dona, come sperimentò per prima Eva, Madre dei Viventi, l’“intelligenza”. Evidentemente, prima di gustare tale ‘frutto proibito’, l’essere umano era in uno stato di innocente ‘inconsapevolezza’, di inintelligente ‘ignoranza’, di non responsabile, infantile, non colpevole, ‘irresponsabilità’. L’essere umano era in uno stato di immeritata ‘purezza’: immeritata perché non frutto di conquista, ma ‘grazioso’ dono di Jahve-Jehova, di una deità che non desidera che l’uomo acceda alla ‘intelligenza’, e attraverso questa, alla ‘Conoscenza’: una deità che, nel Vecchio Testamento, dimostra esser molto ‘gelosa’ del suo possesso umano. Anche secondo la abelitica teologia cattolica, l’uomo nel Giardino dell’Eden era in possesso di facoltà e doni ‘preternaturali’, che lo rendevano capace di illimitata sapienza e potenza. Ma tali qualità erano appunto ‘gratuito’, ‘grazioso’, dono di Jahve, non conquista dell’uomo: arbitrario dono, che in maniera altrettanto arbitraria – ‘libito licito’ – gli poteva essere tolto. Come, in effetti, poi avvenne. E Massimo Scaligero, fin dalla sua prima grande opera, negli anni Cinquanta del trascorso secolo, nell’Avvento dell’Uomo Interiore, G.C. Sansoni Editore, Firenze, 1957, p. 57, delinea il senso della fatale ‘caduta’ dell’uomo primordiale sino all’attuale tristissima, e abietta, condizione di ottusa reclusione nell’effimero, nel contingente, e nell’illusorio, e avverte che:

«In realtà l’Io superiore è divenuto ego, perché l’ego si faccia Io superiore. Si può dire che l’uomo originario è stato strappato alla trascendenza da potenze superiori e avviato a un’esperienza del mondo finito, perciò lungo una «via discendente», il cui senso è riflesso nel simbolismo delle Quattro Età. S e  d e l l a  c o n d i z i o n e  s u p e r i o r e   p r o p r i a  a l l a  P r i m a  E t à, o  «E t à  d e l l’ o r o», l’ u o m o  f o s s e  s t a t o  v e r a m e n t e  a u t o r e  e  s i g n o r e, c e r t a m e n t e  n o n  s a r e b b e  p o t u t o  d e c a d e r e  d a  e s s a. Si tratta, in effetto, della condizione nella quale egli era contenuto, era ispirato, non libero».

Quindi, se l’uomo di quell’originario stato di sovrumana grandezza, nel quale egli si trovava nell’Eden, non aveva alcun proprio ‘merito’, neppure aveva veruna personale ‘colpa’ per la perdita di esso. Anzi – da uno spregiudicato punto di vista ‘cainita’ – una cotale, fatale perdita fu, paradossalmente, una ‘felix culpa’, perché gli permise di conquistare, con le proprie forze, perciò con proprio ‘merito’, e con ‘umana sapienza’ con ‘Anthroposophia’ – Autocoscienza, Libertà e Amore. Vedremo, nel corso del presente studio, come sia propria questa ‘felix culpa’, in una prospettiva ‘cainita’, la chiave della penetrazione conoscitiva, in senso manicheo, del ‘Mistero del Male’, dell’inverarsi di una ‘Filosofia della Libertà’, del compimento della ‘impresa del Graal’, della restituzione dello ‘stato primordiale’, della realizzazione dell’Androgine Celeste.   

Del resto è il testo stesso della Genesi mosaica che  afferma che Eva vide che l’albero era desiderabile per diventare intelligente [lě-ha-skil]. In ebraico biblico abbiamo una radice trilittere – sin-kaf-lamed – dalla quale, se consultiamo l’ancor ottimo e utile, seppur datato, Francesco Scerbo, Dizionario ebraico e caldaico del Vecchio Testamento, Libreria Editrice Fiorentina, 1912, a p. 371, nn. 3-4-5, discende la parola sekhel, che come verbo ha il significato di ‘esser prudente’, ‘esser savio’, ‘agire saggiamente’; come aggettivo verbale ha il significato di ‘prudente’, ‘probo’, ‘intelligente’, ‘savio’, e addirittura ‘pio’; e come sostantivo quello di ‘intelligenza’, ‘prudenza’, ‘buon senno’. Dunque, lo ripeto ancora una volta, il ‘serpente’, nell’Eden, non mentì affatto proponendo alla donna un frutto sì prezioso, che le donava ‘intelligenza’. Inoltre, è il Christo stesso che nel Vangelo di Matteo, X, 16, avverte i suoi seguaci che non basta esser ‘puri come colombe’, ma è necessario eziandio esser ‘prudenti come serpenti’γίνεσθε οὖν φρόνιμοι ὡς οἱ ὄφεις καὶ ἀκέραιοι ὡς αἱ περιστεραί, ghinesthe oùn frònimoi hos òi òfeis, ài akéraioi hos ài peristerài.  

Ma nelle varie poco cristiche Chiese cristiane, si sposa totalmente il punto di vista abelita, e si ritiene essere solo ‘presunzione’, ‘superbia’, ‘blasfemia’, ‘ribellione’, la volontà dell’uomo di ‘conoscere’. Un esempio di ciò è quanto scrive Ireneo, vescovo di Lione del II secolo, feroce avversario, derisore e calunniatore, degli Gnostici. Infatti così scrisse in Adversus haereses II, 26, 1:

«È dunque meglio e più salutare essere semplici ed ignoranti ed appressarsi a Dio mediante la carità piuttosto che credere di sapere molte cose e dopo molte avventure di pensiero essere blasfemi contro Dio».

Del resto, è Jahve stesso che conferma quanto rivela la dichiarazione del ‘serpente’, ossia che col gustare il frutto proibito dell’Albero della Conoscenza, l’uomo diveniva «come gli Dèi – kě-Elohìm – conoscitore del bene e del male – jodea’ tov va-ra’».  

Ma nel Vangelo di Giovanni X, 34-36, trad. della Riveduta di Giovanni Luzzi, è il Christo stesso che afferma la suprema dignità dell’Uomo:

«Gesù rispose loro: Non è egli scritto nella vostra legge: Io ho detto: Voi siete dèi? Se chiama dèi coloro a’ quali la parola di Dio è stata diretta (e la Scrittura non può essere annullata), come mai dite voi a colui che il Padre ha santificato e mandato nel mondo, che bestemmia, perché ho detto: Son Figliuolo di Dio?».

Per documentazione del benevolo, e volenteroso lettore, riporto l’originale del testo greco di questo brano giovanneo:

ἀπεκρίθη αὐτοῖς ὁ Ἰησοῦς· Οὐκ ἔστιν γεγραμμένον ἐν τῷ νόμῳ ὑμῶν ⸀ὅτι Ἐγὼ εἶπα· Θεοί ἐστε;  εἰ ἐκείνους εἶπεν θεοὺς πρὸς οὓς ὁ λόγος τοῦ θεοῦ ἐγένετο, καὶ οὐ δύναται λυθῆναι ἡ γραφή,  ὃν ὁ πατὴρ ἡγίασεν καὶ ἀπέστειλεν εἰς τὸν κόσμον ὑμεῖς λέγετε ὅτι Βλασφημεῖς, ὅτι εἶπον· Υἱὸς τοῦ θεοῦ εἰμι;

Ora, se mi son permesso di riportare il testo ebraico di alcuni versi della Genesi mosaica, e quello greco dei Vangeli, non è stato per  sfoggiare una ‘edificante erudizione’ a pro’ del benevolo lettore – cosa che reputo essere inutile, oltre che vanitosa – bensì perché alcune parole del testo biblico originario sono particolarmente significative, e possono illuminare molto il tema che ci sta a cuore: il tema del Graal. Infatti, sia il ‘serpente’, nachash, che l’Eloha o Eloah Jahve, usano parole tra loro correlate: la voce verbale jodea‘ e il sostantivo da’ath. Ora, nel sopra citato Dizionario ebraico e caldaico del Vecchio Testamento di Francesco Scerbo scopriamo, alle pp. 111 n. 13, e 112 n. 1, che ambedue le parole sono costruite a partire dalla radice trilittere jodh-daleth-‘ajin, dando origine al verbo jadà‘ col significato di ‘accorgersi’, ‘conoscere’, ‘sapere’, ‘avere intendimento’, e, a p. 59, da‘ath, col significato di ‘conoscenza’, ‘sapere’, ed aggiungo io, di ‘Gnosi’.

Ed è, appunto, questa da‘ath tov va-ra‘, questa ‘Gnosi del Bene e del Male’, che Jahve-Jehova non voleva che gli esseri umani, e nel caso specifico Adamo ed Eva, facessero loro perché – come apertamente dichiara il ‘serpente’, e conferma lo stesso Jahve, li rendeva  ke-elohìm jodea’ tov va-ra’, come gli Dèi, conoscitori del Bene e del Male. Ma il verbo jada‘, in ebraico, ha anche un altro senso, un senso traslato, quello legato alla generazione fisica. Infatti al primo verso del quarto capitolo della Genesi è scritto: Vě-ha-Adam jada‘ eth-Chavah ishtò, e Adamo ‘conobbe’,  ossia ‘fecondò’, Eva, sua moglie.

Di molti Patriarchi, nell’antico Testamento, viene detto che ‘conobbero’ la loro sposa, e questa ‘concepì’, e partorì un figlio. E persino nel Vangelo di Luca, I, 26-35, sempre nella citata traduzione del valdese Giovanni Luzzi, all’annuncio fatto dall’Arcangelo Gabriele, Maria risponde usando il verbo ‘conoscere’, cui viene dato appunto il significato traslato usuale nell’Antico Testamento. Infatti leggiamo:  

«Al sesto mese l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città di Galilea detta Nazaret ad una vergine fidanzata ad un uomo chiamato Giuseppe, della casa di Davide; e il nome della vergine era Maria. E l’angelo, entrato da lei, disse: Ti saluto, o favorita dalla grazia; il Signore è teco. Ed ella fu turbata a questa parola, e si domandava che cosa volesse dire un tal saluto. E l’angelo le disse: Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco tu concepirai nel seno e partorirai un figliuolo e gli porrai nome Gesù. Questi sarà grande, e sarà chiamato Figliuol dell’Altissimo, e il Signore Iddio gli darà il trono di Davide suo padre, ed egli regnerà sulla casa di Giacobbe in eterno, e il suo regno non avrà mai fine. E Maria disse all’angelo: Come avverrà questo, poiché non conosco uomo? E l’angelo, rispondendo, le disse: Lo Spirito Santo verrà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà dell’ombra sua; perciò ancora il santo che nascerà, sarà chiamato Figliuolo di Dio».

Il testo greco del Vangelo di Luca, al verso 34, riportando la risposta di Maria, dice: εἶπεν δὲ Μαριὰμ πρὸς τὸν ἄγγελον· πῶς ἔσται τοῦτο, ἐπεὶ ἄνδρα οὐ γινώσκω, èipen de Mariàm pros ton ànghelon, pôs èstai toùto, èpei àndra où ghinòsko. Le parole di Maria: àndra où ghinòsko, non conosco uomo, stanno appunto a significare il legame significativo che, anche nei Vangeli, ha il ‘conoscere’ col ‘generare’, col ‘fecondare’. Ed è di grandissimo momento che proprio Rudolf Steiner dia, et pour cause, una interpretazione ‘superiore’, un ‘sovrasenso’, una interpretazione, oserei dire – dantescamente – iniziaticamente ‘anagogica’, alla speciale identità tra il concetto di ‘conoscere’ e quello di ‘fecondare’: una interpretazione ‘iniziatica’, che può condurci, come vedremo, direttamente nel cuore stesso del Mistero del Graal. Infatti, così leggiamo in Rudolf Steiner, XII conferenza de Il Vangelo di Giovanni,intitolata La Vergine Sofia e lo Spirito Santo, tenuta ad Amburgo il 31 maggio 1908, traduzione di Emmelina De Renzis, Prefazione di Marie Steiner, R. Carabba Editore, 1930:   

«Dobbiamo ora comprendere, che l’uomo, quando conseguirà questa iniziazione, diverrà in fondo affatto diverso da quel che era prima. Mentre prima non era in rapporto altro che con le cose del mondo fisico, dopo, invece, acquista la possibilità di praticare ugualmente i processi e gli esseri del mondo spirituale. Questo implica, che l’uomo raggiunge la conoscenza in un senso molto più reale di quello astratto, timido, prosaico, con cui si parla ordinariamente della conoscenza. Per chi consegue la conoscenza spirituale, il processo cognitivo è anche tutt’altro; è una vera e propria realizzazione del bel detto: «Conosci te stesso!». Ma è pericolosissima cosa, nella sfera della conoscenza, comprendere questo detto in modo errato, come oggidì succede anche troppo spesso. Molti si spiegano quel detto nel senso, che essi non debbono più guardare attorno nel mondo, ma soltanto curiosare nella propria interiorità o cercare in essa sola ogni spiritualità. Questa è una interpretazione molto errata di quel detto, che ha invece tutt’altro significato. L’uomo deve rendersi chiaramente conto, che una vera conoscenza superiore è anche un’evoluzione, che da un punto di vista, che l’uomo aveva già raggiunto, conduce a un altro, che prima non aveva raggiunto ancora. Se ci si esercita nell’autoconoscenza in modo, come se ci si covasse interiormente, si vede soltanto ciò che già prima si aveva; non si acquista nulla di nuovo, ma solamente una conoscenza, intesa nel senso che oggi è corrente, del proprio io inferiore. Questa interiorità non è che una parte di quanto si richiede per la conoscenza; l’altra parte, che le occorre, deve ancora aggiungersi. Senza entrambe le parti, non si conchiude nulla. Per mezzo dell’interiorità, l’uomo può arrivare a sviluppare in sè gli organi, coi quali esercita le sue facoltà cognitive. Ma come l’occhio, organo sensorio esteriore, non conoscerebbe il sole, se guardasse introspettivamente in sé stesso, invece di guardar fuori verso il sole stesso, così del pari anche l’organo cognitivo interiore deve guardar fuori, s’intende verso una esteriorità spirituale, per poter veramente conoscere. Il concetto di «conoscenza» aveva nei tempi, in cui s’intendevano le cose spirituali più realisticamente, un significato assai più profondo, più realistico di oggi. Leggete nella Bibbia, che cosa significa: «Abraham conobbe sua moglie!» oppure, che questo o quel patriarca «conobbe la propria moglie». Non dovete faticare molto a comprendere, che in quei passi s’intende parlare di fecondazione, e se si considera il detto: «conosci te stesso» in greco, non significa: «va a curiosare nella tua interiorità», bensì «feconda il tuo sé con ciò che fluisce a te dal mondo spirituale». Conosci te stesso! significa: Feconda te stesso col contenuto del mondo spirituale! – All’uopo occorrono due requisiti: che l’uomo si prepari con la catarsi e l’illuminazione, e poi che apra la sua interiorità liberamente al mondo spirituale. In questa connessione con la conoscenza, possiamo paragonare l’interiorità dell’uomo all’elemento femminile, e l’esteriorità al maschile. L’interiorità bisogna renderla atta a ricevere il Sé superiore; quando a ciò sia resa atta, il Sé superiore dell’uomo, dal mondo superiore, fluisce e penetra nell’uomo stesso. Dove infatti è il Sé superiore dell’uomo? Sta forse là dentro, nella persona umana? No! Durante i periodi di Saturno, del sole e della luna, il Sé superiore era riversato sull’intiero Cosmo; l’Io del Cosmo fu allora riversato sull’uomo, e questo Io, l’uomo deve far lavorare su di sé, deve farlo lavorare sulla propria interiorità preparata in precedenza. Vale a dire, che deve essere purificata e purgata, nobilitata, assoggettata alla catarsi l’interiorità dell’uomo, in altre parole: il suo corpo astrale. Allora egli può aspettarsi che la spiritualità esteriore penetri in lui, a illuminarlo. E questo succede quando l’uomo è tanto bene preparato, da avere sottoposto il suo corpo astrale alla catarsi e da avere per tal mezzo formato i suoi organi interiori di conoscenza. Il corpo astrale, allora, è sotto ogni riguardo tanto progredito, quando s’immerge nel corpo eterico e in quello fisico, da far seguire l’illuminazione, il fotismo. Ciò che veramente si verifica è per l’appunto che il corpo astrale dà al corpo eterico l’impronta dei propri organi, con che si determina il fatto che l’uomo percepisce il mondo spirituale che gli sta d’attorno, ossia che la sua interiorità, il corpo astrale, accoglie ciò che gli può offrire il corpo eterico, ciò che il corpo eterico gli trae da tutto il Cosmo, dall’Io cosmico».

Ho citato l’esegesi che Rudolf Steiner fa del Vangelo di Giovanni nella traduzione di Emmelina De Renzis, edita nel 1930 a Lanciano da R. Carabba Editore, pur apprezzando molto l’ottima traduzione di Willy Schwarz, edita per la prima volta nel 1956 da L’Editrice Scientifica di Milano, e in seguito più volte dall’Editrice Antroposofica, perché l’edizione del 1930 porta la prefazione di Marie Steiner, la fedele compagna di Rudolf Steiner, alla cui abnegazione, oltre che alla sua competenza spirituale, dobbiamo la salvezza dell’Opera di Rudolf Steiner, sia per il rapporto ‘graalico’ che l’ha unita al Maestro dei Nuovi Tempi: elemento sacrale che ha un rapporto diretto e profondo col tema del presente studio. L’elevatezza della figura spirituale di Marie Steiner fu anche oggetto dell’ultimo colloquio ch’io ebbi, assieme al mio amico ‘eleusino’ Trittolemo, con Hella Wiesberger nel 2013, ed è per me un gioioso dovere ricordare e rendere omaggio a Colei, la cui fatidica ‘domanda’ permise a Rudolf Steiner di donare al mondo l’Antroposofia.  

Dunque, l’uomo deve al ‘serpente’, al biblico ‘nachash’, l’aver avuto accesso, mediante ‘intelligenza’, alla ‘Conoscenza’, alla ‘Gnosi’. La parola greca γνῶσιςgnòsis, oltre che nello Gnosticismo,  era usuale nella filosofia pitagorica e platonica, nelle religioni dei Misteri Classici, nell’Ermetismo alessandrino, ed aveva il significato di una conoscenza ‘vitale’, ‘diretta’, ‘intuitiva’ nel senso etimologico del termine, della reale natura dell’uomo come natura ‘divina’, recante in sé, pur nello stato di ‘caduta’, di ‘esilio’, dal luminoso ‘stato primordiale’, una ‘scintilla’ che può condurre l’uomo alla ‘liberazione’ dallo stato di abiezione e di schiavitù nel quale geme, alla folgorante ‘Illuminazione’: appunto alla ‘Gnosi’, all’unione con l’Uno-Tutto, con l’Uno Unissimo.

La ‘Gnosi’ è, dunque, un ‘vissuto’, una ‘Conoscenza folgorante’, una abbagliante ‘consapevolezza’, una ‘animadversio’ la chiamerebbe Massimo Scaligero, e come tale si contrappone alla conoscenza meramente ‘intellettuale’, all’εἶδειν, eídein, come una appercezione diretta si contrappone ad una rappresentazione mentale riflessa. Infatti il ‘genio della lingua’ in italiano contrappone ‘conoscere’ a ‘sapere’, in francese ‘connaître ’ a ‘savoir’, in castigliano conocer’ a ‘saber’, in tedesco ‘kennen’ a ‘wissen’, ed anche in latino ‘cognoscere’ a ‘scire’. Ed è proprio questa folgorante ‘Conoscenza’ diretta, questa ‘percezione’ diretta, ‘in-mediata’ – ossia ‘non mediata’ da un organismo istituzionale – che la jahvetica tradizione abelita ha sempre avversato, e che la stirpe ‘cainita’, invece, ha sempre appassionatamente cercato.

Ma è evidente che solo la ‘Conoscenza’ può ‘generare’, ‘fecondare’ e non il ‘sapere’. Infatti, il Christo nel Vangelo di Giovanni, VIII, 32, proclama:  καὶ γνώσεσθε τὴν ἀλήθειαν, καὶ ἡ ἀλήθεια ἐλευθερώσει ὑμᾶς. Kài gnòsesthe ten alètheias, kài he alètheia eleutheròsei hymàs, che nella sua Vulgata Gerolamo traduce come et cognoscetis veritatem et veritas liberabit vos, e nella bella lingua di Dante: e conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi. ‘Cognoscere’, non ‘scire’; ‘conoscere’, non ‘sapere’. Ed uno dei motti più eloquenti di Christian Rosenkreutz, fondatore della Fraternitas Rosae Crucis era ‘summa scientia nihil scire’

Massimo Scaligero, nel Trattato del Pensiero Vivente, una Via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen, Tilopa, Roma, 1979,  pp. 13-14, parlando dell’estrema concretezza dell’esperienza folgorante, in-mediata, del Pensiero Vivente, nel capitolo terzo così scrive:

«Come esperienza, è quella che, sopra tutte, ha il diritto di chiamarsi positiva, essendo la più diretta che l’uomo possa compiere e di cui l’Io possa rendere conto a se stesso come di ciò che è veramente oggettivo.

Ma non è speculare, non è filosofare. È il coraggio di conoscere: che è conoscere la verità: la verità che rende liberi. Non è argomentare, ma creare: non è riflettere, ma dominare. È percepire in enti pensiero il sovrasensibile, così come normalmente si percepisce il sensibile in forme e colori».

Il Pensiero Vivente è vivificante,  creante, fecondante, risanante, trasmutante, perché reca in sé l’etere della vita: l’amṛta, l’ambrosia, il ‘cibo d’immortalità’ che dall’Alto si riversa nella ‘Coppa del Graal’. Ed il fecondante processo di conoscenza s’illumina di particolare luce leggendo quanto, sempre nella XII conferenza sul Vangelo di Giovanni, Rudolf Steiner aggiunge alle comunicazioni  sopra riportate:

«L’esoterismo cristiano chiamava questo corpo astrale purificato, purgato, che nel momento di sottoporsi all’illuminazione non contiene più nessuna delle impressioni impure del mondo fisico, ma solamente gli organi per la conoscenza del mondo spirituale: «la pura, casta, sapiente, vergine Sofia». Per mezzo di tutto ciò che accoglie nella catarsi, l’uomo purifica e monda il suo corpo astrale sino a farne la Vergine Sofia. E alla Vergine Sofia muove incontro l’Io cosmico, l’Io dei mondi, che opera l’illuminazione, che fa sì che l’uomo abbia luce, luce spirituale attorno a sé. Questo secondo elemento, che si aggiunge alla Vergine Sofia, l’esoterismo cristiano chiamava – e lo chiama ancor oggi – lo «Spirito Santo». Di guisa che, in senso cristiano esoterico, si dice cosa giustissima, quando si dice che il cristiano esoterico per mezzo dei processi iniziatici ottiene la purificazione, la purgazione del suo corpo astrale; che egli fa di quest’ultimo la Vergine Sofia, e che viene illuminato – se volete, potete dire: adombrato – dallo «Spirito Santo», dall’Io cosmico dei mondi. E chi dunque è illuminato, chi, in altri termini, nel senso dell’esoterismo cristiano, ha ricevuto in sè lo «Spirito Santo», parla oramai in senso diverso da prima. Come parla egli? Parla in modo, che non esprime il suo parere, quando discorre di Saturno, del Sole, della Luna, delle varie membra dell’entità umana, dei processi dell’evoluzione cosmica. Dei suoi giudizi non fa neppure cenno. Quando un cotal uomo parla di Saturno, è Saturno stesso che parla attraverso di lui; quando parla del Sole, è l’entità spirituale del Sole che parla attraverso di lui. Egli è uno strumento; il suo io si è sommerso, vale a dire, che per dei momenti come quelli ora citati, è divenuto impersonale, ed è l’Io cosmico che si serve di lui come di uno strumento, per parlare attraverso di lui. Nei veri insegnamenti esoterici, perciò, che provengono dall’esoterismo cristiano, non si può parlare di punti di vista e di opinioni. Sarebbe un errore nel più alto senso della parola: non esistono. […]

Abbiamo così cominciato col conoscere due concetti, nel loro significato spirituale: cioè l’essere della Vergine Sofia, che è il corpo astrale purificato, e l’essere dello Spirito Santo, dell’Io cosmico dei Mondi, che viene accolto dalla Vergine Sofia e che può allora parlare dal corrispondente corpo astrale. Conviene però conseguire ancora dell’altro, conseguire un grado più alto: potere, cioè, aiutare il prossimo, potergli dare gl’impulsi per realizzare quei due concetti. Gli uomini del nostro periodo di evoluzione possono accogliere nel modo suddescritto la Vergine Sofia (il corpo astrale purificato) e lo Spirito Santo (l’illuminazione). Soltanto Cristo Gesù poteva dare alla Terra, ciò che all’uomo era necessario. Egli ha inoculato nella parte spirituale della Terra le forze, che rendono possibile il verificarsi di ciò che si è descritto con l’iniziazione cristiana».

Caratteristica della jahvetica coscienza ‘abelita’ è una ‘lunare’ coscienza sognante, che riceve discendente dall’Alto la ‘saggezza’ come ‘rivelazione’ del sovrasensibile, come un ‘dono’, esattamente come Epimèteo del mito greco: quella ‘abelita’ è una coscienza ‘ricettiva’, ‘mediata’, ‘riflessa’, ‘passiva’, ‘sacerdotale’, ‘tradizionale’, vòlta al passato. La coscienza ‘cainita’, invece, è ‘solare’, pienamente ‘sveglia’, elabora e conquista, con le proprie forze, ascendendo dal basso, la ‘Gnosi’, ‘Scienza’ e ‘Conoscenza’, esattamente come il Promèteo del mito greco: quella ‘cainita’ è una coscienza ‘operativa’, ‘in-mediata’, ‘attiva’, ‘iniziatica’, ‘costruttiva’, vòlta al futuro.

L’etica ‘abelita’ è la passiva accettazione del volere di Jahve-Jehova, la scrupolosa conformità alla ‘Legge’, alla ‘Torah’. È un passivo ‘dipendere’ da un altrui volere: un ‘non sui juris esse’. La morale ‘cainita’, al contrario, è l’attivo voler esser fondati solo su se stessi, sul proprio ‘libero volere’, un voler – romanamente – esser ‘faber fortunae suae’, ‘facitori del proprio destino’, ovvero, come ammonisce il motto di Teofrasto Paracelso: ‘alterius non sit, qui suus esse potest’, ‘non sia di altri, chi può esser di se stesso’. L’etica ‘abelita’ è  ‘eteronima’, quella ‘cainita’ è ‘autonoma’

Questa posizione ‘cainita’ di radicale autonomia dell’essere umano, questa volontà di ‘conoscenza diretta’ della verità e della realtà, indipendente da antiche ‘rivelazioni’, è quanto ricollega la ‘Via’ percorsa dalla stirpe ‘cainita’ al ‘manicheo’ tema del ‘Graal’, al tema della reintegrazione dello ‘stato primordiale’, della restituzione dell’Androgine Celeste. Questo tema, infatti, lo ritroviamo in Massimo Scaligero, Graal. Saggio sul Mistero del Sacro Amore, Perseo, Roma, 1969, ove, nel primo capitolo, La Via Adamantina d’Occidente, alle pp. 10-12, prendendo spunto da una istanza del tantrismo indiano, spiritualmente ancora insufficiente rispetto alla richiesta dei ‘nuovi tempi’, ma già prefigurante l’esigenza dell’attuale radicale ‘Via dell’Io’, e  della correlata ‘Via del Pensiero’, così scrive:

«Nei testi tantrici sembra posseduta quella conoscenza che in Occidente sta alla base della moderna filosofia, circa l’esaurita funzione delle antiche metafisiche: non si dà più ausilio dagli Dèi, dalle rivelazioni, dalle ispirazioni: gli Dèi hanno lasciato l’uomo, perché si sorregga da sé, realizzi in sé con la sua forza la sua originaria natura. Chi vuol tronare indietro, segue la «»via dei morti», in quanto non fa che disseppellire in sé antichi stati di coscienza, oltre i quali ormai l’uomo dovrebbe portarsi per essere. Che egli percorra sino in fondo la via della liberazione, è in effetto ciò che gli Dèi attendono da lui: non il suo ritorno a uno stato di dipendenza che solo in antico era giustificato, quando egli ancora traeva sue forze dal grembo della Madre. Lungo il tempo, accompagnata dalla correlativa rivelazione, l’individualità dell’uomo si fa sempre più indipendente dall’antica matrice cosmica, ma questa indipendenza essa paga con la perdita di stati di coscienza trascendenti. La sua esperienza si fa sempre più terrestre: è il kaliyuga, l’oscura notte che precede l’alba. La madre lascia l’uomo nella solitudine dell’esperienza sensibile, perché egli affronti l’impresa della libertà: ma appunto per questo, qui nella materia, nel sensibile, nel corpo fisico, ormai il potere della Madre va ritrovato. La decisione di ritrovarlo non può essere un dono della Madre, bensì autonoma iniziativa dell’uomo: ciò che egli può volere, ma anche non volere. La via della libertà è anche la via del ritrovamento del Divino, secondo una comunione incomprensibile a chi sia immerso in quel tradizionalismo in cui la Tradizione ha cessato di fluire. Ritrovare la Madre, come virtù originaria, o come coscienza cosmica rispetto a cui l’odierna coscienza è immersa nel sonno profondo, è un còmpito di cui si possono ravvisare aspetti similari nella mistica d’Occidente. […]

Il metodo per la realizzazione di un simile còmpito, teoricamente presenta qualche affinità con la posizione idealistica occidentale della i m m a n e n z a  a s s o l u t a. Ogni trascendenza è astrazione per l’uomo che non ha più la diretta percezione del Divino: la coscienza da cui si prendono le mosse è l’immediatezza identica a sé, che non può essere ignorata o saltata. La coscienza che si ha, la costituzione che si ha, il corpo che si ha, sono i punti di partenza: se il Divino è alla base del mondo, esso sarà ritrovato». 

Che il gesto di Eva, nell’Eden, di accettare l’offerta del ‘serpente’, del ‘nachash’, di nutrirsi del frutto dell’‘Albero della Conoscenza’, sia stata una necessaria, ‘felicissima culpa’, è quanto Massimo Scaligero mette in evidenza nell’ultimo capitolo, Restituzione dell’Albero della Vita, del Graal, Saggio sul Mistero del Sacro Amore. Infatti, così scrive alle pp. 150-151:

«L ’u o m o  n o n  a v r e b b e  p e r d u t o  l’ i m m o r t a l i t à,  s e  a v e s s e  r i n u n c i a t o a l l a  C o n o s c e n z a: si sarebbe cibato del frutto dell’Albero della Vita perennemente, se avesse obbedito al monito del Signore, di non cibarsi del frutto dell’Albero della Conoscenza del Bene e del Male. Scacciato dall’Eden, egli non può più cibarsi del frutto dell’albero della Vita, ma la virtù di tale Albero fluisce come vita fisica, vita estranea alla coscienza, alla quale da quel momento egli è congiunto mediante i sensi, mediante brama. Sete di vita, impossibilità di estinguerla, è da quel momento il prezzo mediante cui l’uomo paga il nascere dell’autocoscienza, la possibilità della libertà. La conoscenza non è all’altezza della vita, non ha potere di vita: le sfugge la vita».

Naturalmente, sarebbe stata cosa vilissima se Eva, Madre dei Viventi, avesse rinunciato a cibarsi di tale prezioso ‘frutto’: la sua fu, quindi, una intelligentissima, coraggiosissima, e felicissima ‘colpa’. Infatti, Massimo Scaligero, a p. 153, così aggiunge:

«L ’ u o m o  n o n  a v r e b b e  p o t u t o  p e r d e r e  l ’ i m m o r t a l i t à  d e l l ’ E d e n,  o  l ’ i m m o r t a l i t à  t e r r e s t r e,  s e  q u e s t a  n o n  f o s s e  s t a t a  u n  d o n o. Se fosse stata un suo possesso, un bene da lui fatto sorgere e da lui irradiato, egli non avrebbe potuto perderla. La perdita dell’immortalità, la «caduta», la necessità della malattia e della morte, sono state necessarie, perché l’uomo riconquisti come proprio essere, ciò che era meramente un dono. L’Eden è il suo vero regno, ma è il regno che attende da lui essere restituito: tale il senso dell’autocoscienza».

Vedremo, nel proseguo del presente studio le conseguenze conoscitive – in senso sia umano che cosmico – di questa visione ‘cainita’ e ‘manichea’ dell’impresa del Graal, e della funzione occulta del Male e della sua ‘trasmutazione’ in un superiore Bene.  

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL, MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL. SETTIMA PARTE.

MANI_of_Cao'an;_the_Buddha_of_LightNelle parti precedenti del presente studio è stato accennato alla correlazione profonda che vi è tra il tema della ricerca del Graal e quelli della Leggenda del Tempio, della Leggenda Aurea. La correlazione profonda, segreta, tra questi temi, come avrà modo di rendersi conto il benevolo lettore nel corso di questo studio, può essere scorta proprio nella questione della peculiare concezione del Male, e nell’essenza del Manicheismo, così come esse vengono messe in evidenza dalla Scienza dello Spirito, dall’Antroposofia di Rudolf Steiner. Ma per molti non è affatto un còmpito facile quello di giungere ad una reale, autentica, e corretta, comprensione della questione del Male, e ciò porta necessariamente a non intendere, nonché spesso fatalmente a fraintendere, come vedremo, alcuni dati fondamentali della Scienza dello Spirito, proprio in relazione della questione del Graal e della Leggenda Aurea.      

Un esempio lampante di un tale non intendimento e, di conseguenza, di fatale fraintendimento, del tema del presente studio, lo possiamo trovare proprio nella concezione che sta dietro all’interpolazione, ossia all’indebito inserimento, nel testo di Rudolf Steiner – da me citato nella sesta parte di questo studio volutamente a partire dalla corretta, e soprattutto onesta, traduzione di Bruno Roselli dell’Esoterismo Cristiano, edita nel 1940 dai Fratelli Bocca – di un passo che non vi è né nell’originale francese, né nel testo tedesco della Gesamtausgabe, l’Opera Omnia pubblicata dal benemerito Lascito di Rudolf Steiner, passo che si trova, invece, inserito nella traduzione anonima, pubblicata da Tilopa, Roma-Teramo, la cui prima edizione apparve nello scorso secolo, senza data, nel 1981, col titolo L’Iniziazione dei Rosacroce. Lineamenti di esoterismo cristiano18 conferenze tenute a Parigi nel 1906 da Rudolf Steiner, liberamente redatte da Édouard Schuré,  ove si trovano aggiunte, a p. 121, le seguenti parole:

«Vale tuttavia ricordare che il centro della Terra è in sé la Forza stessa del Cristo, la cui radianza centrifuga esige l’accendersi nell’anima umana, come decisione libera di compiere radicalmente l’esperienza terrestre, sino alla redenzione di Caino».

Indipendentemente dalle intenzioni, che nel presente contesto non saranno indagate ulteriormente, di chi ha inserito surrettiziamente nella traduzione del testo di Rudolf Steiner tale passo interpolato, è interessante notare come quanto affermato in tale passo sia veramente lontano, e contraddica molte affermazioni di Rudolf Steiner. È noto come nelle sue esposizioni della Scienza dello Spirito, Rudolf Steiner sovente illustri esseri, cose, fatti ed eventi, da molti punti di vista diversi: punti di vista anche, almeno per la concezione comune, piuttosto lontani tra loro e, spesso apparentemente, ma solo apparentemente, tra loro contraddittori. Lo ‘studio’ della Scienza dello Spirito‘studio’, rosicrucianamente, ossia ritualmente, e asceticamente, inteso, e non certo quello intellettuale ed universitario – richiede che si vada molto a fondo nella pratica della ‘Via del Pensiero’, e che si scorga il rapporto con essa, non certo moralistico, bensì conoscitivo, degli ultimi tre ‘esercizi ausiliari’, nonché del risultante ‘equilibrio creativo’, dati dal Maestro dei Nuovi Tempi nelle Regole iniziatiche date da Rudolf Steiner ai discepoli della Scuola Esoterica, esercizi che sono fondamentali, e che troviamo nella bella traduzione di Massimo Scaligero – traduzione che è proprio sua – in fondo al libro Manuale pratico della meditazione, prima edizione Teseo, Roma, senza data, ma 1973, pp. 144-152.

Proprio a chi voglia penetrare conoscitivamente il tema della origine e della funzione del Male, il tema della Leggenda del Tempio, quello della Leggenda Aurea, il tema stesso del Graal, e quindi quello della Coppia Primordiale e dell’Androgine Celeste, è appunto richiesta molta, ma molta, equanimità, e soprattutto moltissima positività ed alquanta spregiudicatezza, perché a chi voglia con coraggio affrontare simili temi, è richiesto di affrancarsi radicalmente dalle inevitabili, scontate, automatiche reazioni emotive, dalle automatiche pulsioni istintive, che quasi due millenni di suadente fascinazione confessionale in àmbito cristiano hanno configurato, e stratificato, nelle anime dei più, come una ‘seconda natura’, indotta dall’esterno, ed erroneamente scambiata per genuina ‘spontaneità’, mentre in realtà si tratta dell’effetto di una ‘ipnotica suggestione’, vòlta deliberatamente ad anestetizzare la sensibilità autentica, e a narcotizzare, paralizzare, spegnere nel singolo essere umano, e nelle varie collettività, la nascente, appena affiorante, anima cosciente. Questa  ‘seconda natura’, illudente, dis-orientante, e deviatrice, veniva chiamata dagli antichi Gnostici ‘spirito contraffatto’, e dagli antichi Egizi, nel cosiddetto ‘Libro dei Morti’, veniva descritto come il ‘cattivo pilota’

La Scienza dello Spirito delinea nella storia cosmica dell’uomo, a partire dalla Leggenda Aurea e dalla Leggenda del Tempio, la nascita, la formazione, e la successiva evoluzione di due diverse, e contrapposte, stirpi umane, quella di Caino, generato dall’unione di un Eloha, o Eloah, con Eva, e quella di AbeleSeth, nato dall’unione di Adamo, plasmato da un altro Eloha o Eloah, JahveJehova – come afferma la Genesi, II, 7 – dalla ‘polvere della terra’, ‘aphar min adamah, con Eva. Da qui, la minaccia, e la punizione, di Jahve-Jehova nei confronti dell’essere umano, che ha ascoltato l’esortazione del ‘serpente’, nahash, a nutrirsi del frutto dell’Albero della Conoscenza, affinché a lui ‘si aprissero i suoi occhi’, e divenisse così ‘come gli Dèi-Elohim’, ‘conoscitore del Bene e del Male’. Le punitive parole minacciose di Jahve-Jehova ricordano all’uomo ‘caduto’‘felix culpa’, per gli gnostici ofiti-naasseni, ed anche per chi qui scrive, perché una tale colpa apre all’essere umano la possibilità dell’Autocoscienza e della Libertà – che egli morirà, «quia pulvis es et in pulverem reverteris», come scritto nella Vulgata (Genesi III,19) di Gerolamo, ossia «perché sei polvere e in polvere ritornerai».

Per inciso, è da rilevare che nell’Ermetismo rinascimentale e settecentesco, e soprattutto nell’Alchìmia rosicruciana, viene dato un senso molto peculiare a questa ‘aphar min adamah, a questa ‘polvere della terra’ dalla quale Adamo è stato formato, e alla quale, come punizione, con la morte, egli viene condannato da Jahve-Jehova a fatalmente ritornare. Tale morta ‘polvere’ alla quale Adamo viene condannato, è sicuramente un gran ‘male’, ma da una tale ‘polvere della terra’ – lavorata ‘per viam transmutationis’ – può essere tratto un gran ‘bene’: la ‘pietra filosofale’ stessa, la chiave di una non più smarribile immortalità. Per esempio, questo è quanto indica un autore rosicruciano del XVII secolo – ‘le siècle d’or’ dell’Alchìmia, secondo gli ermetisti francesi – Eugenius Philalethes, ossia il gallese Thomas Vaughan, nella sua opera Anthroposophia Theomagica, del 1648, ossia nella prima opera avente il termine ‘Antroposofia’ sin nel titolo. Eugenius Philalethes, Thomas Vaughan, ricavò il termine ‘Antroposofia’ dall’opera di Enrico Cornelio Agrippa, che lo menziona nel suo Arbatel, opera della quale vi è una bella traduzione in francese di Marc Haven, il coraggioso riabilitatore della figura del Conte di Cagliostro, calunniato e diffamato con ogni mezzo dalla ‘parte avversa’. Per gli ermetisti rosicruciani, dunque, una tale ‘polvere della terra’, così come le ‘ceneri’, e il ‘caput mortum’, che il diligente alchimista trova e raccoglie in fondo al ‘vaso’, sia qualcosa non solo da non disprezzare, ma addirittura da ritenere particolarmente prezioso. Ciò mostra come si debba avere una savia ‘prudentia’ – nel senso latino e romano del termine – nel valutare la natura, e la funzione, del ‘Male’.  

Nell’ebraico del testo biblico della Genesi vi è una relazione stretta tra ‘Adam’, che letteralmente significa ‘uomo’ e ‘adamah’, l’umida e fertile ‘terra rossa’, così come in latino, secondo un’etimologia cara agli ermetisti rinascimentali, vi è una relazione stretta tra ‘homo’ e ‘humus’. E il sapientissimo rosicruciano Thomas Vaughan, nella sua sopra citata ‘Anthroposophia Theomagica’, sulla scorta e l’esempio di Enrico Cornelio Agrippa, del quale egli si riteneva discepolo postumo, parla di una ‘triplice terra’. A p. 27 di The Works of Thomas Vaughan : Eugenius Philalethes, Edited, Annotated and Introduced by Arthur Edard Waite, Theosophical Publishing House, London, In the Year of the Lord MCMXIX,  il Nostro così scrive:

«Ma io parlo di nature celesti, occulte, note unicamente a maghi assoluti, i cui occhi sono nel centro, non nella circonferenza; e in questo senso ogni elemento è triplice. Per esempio, vi è una triplice terra : in primo luogo, una terra elementare, poi vi è una terra celestiale, ed infine vi è una terra spirituale».

Ossia di quella che Thomas Vaughan, sempre a p. 27, chiama Terra Adamica. E Arthur Edward Waite, in nota a piè di pagina, chiarisce: «Cioè, Terra elementaris, Terra caelestis e Terra Spiritualisquest’ultima essendo Terra viventium».

Il candido lettore non si spaventi per l’enigmaticità del linguaggio ermetico e alchemico di Eugenius Philalethes: il suo significato diverrà gradualmente sempre più chiaro nel corso delle successive di questo studio, e soprattutto nella parte finale del medesimo. Il lettore abbia solo una necessaria pazienza: le cose, nei limiti del lecito, possono essere esposte solo con la dovuta gradualità. Ma, sin d’ora, sia chiaro che si tratta sempre della spiritualizzazione della materia, e della redenzione del Male, della sua trans-mutazione – qui  è proprio il caso di usare questo termine alchemico – del Male in un più grande Bene. Ossia, si tratta prima di ‘solvere’, di ‘volatilizzare il fisso’, di ‘spiritualizzare il corpo’, e poi di ‘coagulare’, di ‘fissare il volatile’, di ‘corporificare lo spirito’: operazioni che sono quanto di più audacemente concreto, e di meno mistico si possa concepire. 

Come abbiamo detto, il fatto che l’uomo plasmato dalla ‘polvere della terra’, dall’aphar min adamah, sia mortale, e alla ‘polvere della terra’, con la morte, debba fatalmente ritornare, è sì di per sé un gran Male, ma una tale ‘polvere’, e una tale ‘terra’, sapientemente ‘lavorate’ secondo quell’Arte Regia cara ad Ermetisti e Rosacroce, possono non solo restituire all’uomo l’immortalità perduta con la cacciata dall’Eden, reintegrandolo nello ‘stato primordiale’, ma possono addirittura condurlo ad una condizione ben superiore a quella ‘edenica’, da lui smarrita a causa della ‘caduta originaria’, ossia possono portarlo alla realizzazione non solo della sua ‘angelificazione’, ma anche a quella dell’‘Androgine Celeste’, e a raggiungere quella condizione che Dante chiama ‘indiamento’: l’unione assoluta col Divino.

Questa ‘lavorazione’ della ‘terra’, della ‘polvere’, aphar min adamah, è in gran parte un’opera di ‘purificazione’. Lumi su una tale ‘opera’ li possiamo trarre da un testo proveniente da cerchie rosicruciane dello scorso secolo. Si tratta del libro Die entschleierte Alchemie. Das Geheimnis des Steins der Weisen erstmalig erklärt von Johannes Helmond, 1963, Karl Rohm Verlag, Bietigheim Württemberg, ossia de L’Alchìmia disvelata. Il segreto della pietra filosofale per la prima volta spiegato di J.H.

Di questo libro esiste una traduzione italiana, ma – sia detto con sopportazione – si tratta di una traduzione davvero non felice, in vari punti incompleta e insoddisfacente. Per cui, preferisco ritradurre nuovamente i paragrafi che ci interessano in modo particolare per il presente studio. A p. 77 del testo tedesco, Johannes Helmond prima cita una poetica strofa dell’alchimista tedesco Siebmacher così concepita, e poi la commenta:

«La generazione di questa pietra è ovunque: / la sua fecondazione è negli inferni, / la sua nascita è sulla terra, / essa conduce la sua vita in Cielo».

L’Opera alchemica penetra effettivamente nei tre mondi di fronte a sé: nel mondo inferiore, tenebroso, poi nel mondo intermedio, paradisiaco; ed infine nel superiore mondo celeste».

Mentre, alle pp. 83-84, così scrive:

«Questa congiunzione con lo spirito celeste, tuttavia, per il principio animale, cioè per l’inferiore anima astrale, l’antico Adamo in noi, è in certo qual modo mortale, cosicché esso attraversa una condizione di morte, perde la sua forma astrale divenuta sino ad allora demonica, e penetra nuovamente nel limbo prenatale, cioè nella sua primeva indifferenziazione creatrice, appunto la sua materia prima! Ora esso è divenuto nuovamente TERRA, dalla quale egli è stato tratto, cioè APHAR min ha-ADAMAH, una rossa aurea polvere tinturale, unita con la rugiada del Cielo (Genesi, II, 7)».

Ora, il senso di queste enigmatiche parole ed immagini della tradizione alchemica rosicruciana – uno tra altri e più profondi sensi e significati – è che ciò che vi è di più ‘basso’, ‘inferiore’, ‘corporeo’, ‘materiale’, è sì, per il suo stato di ‘caduta’, un ‘male’, ma quel ‘male’ può essere ‘purificato’‘trasformato’, ‘trasfigurato’, ‘trasmutato’, sino a reintegrarsi nella sua originaria, luminosa, essenza spirituale, ritornando così ad essere un ‘bene’. E questa è l’autentica essenza dell’insegnamento manicheo, ossia che il ‘Male’ non è affatto – come erratamente è stato infinite volte ripetuto a partire da Agostino di Ippona, e da molti altri Padri della Chiesa, in poi – un che di ‘assoluto’, bensì esso è una realtà limitata e provvisoria, destinata ad essere superata e reintegrata nel luminoso stato primordiale. ‘Assoluto’, ‘incondizionato’, e fondato su sé, è unicamente lo Spirito, e non certo il ‘Male’, che invece è una realtà – a rigore, dovrei dire : una ‘irrealtà’, ossia una potente e illudente ‘maya’‘relativa‘, ’condizionata’, ‘fondata su altro’, ma siccome al di fuori dello Spirito nulla può essere riconosciuto come realmente ‘ex-sistente’, l’autonoma realtà del ‘Male’ è soltanto, appunto, una illudente ‘apparenza’: una ‘irrealtà’. Rudolf Steiner e Massimo Scaligero ben mostrano, come nella concezione manichea, dietro al ‘dualismo cosmologico’ sia celato un metafisico ‘monismo ontologico’.

Questa apparente ‘dualità’ – questo ‘binario’ come lo chiamavano un tempo gli antichi occultisti – tra ‘Bene’ e ‘Male’, tra ‘Luce’ e ‘Tenebra’, tra ‘Essere’ e ‘Non Essere’, tra ‘soggetto’ e ‘oggetto’, nasce dalla apparente ‘alter-azione’, dalla apparente ‘alien-azione’, dell’Uno‘Uno Unissimo’ lo chiamavano i Pitagorici e i Platonici – ad opera dell’avidyâ, della ottenebrante ‘ignoranza’,  della ‘non conoscenza’, letteralmente della ‘non visione’. E questo dà un senso profondo a quanto Eugenius Philalethes, Thomas Vaughan, scrive, alle pp. 28-29, in Anthroposophia Theomagica :

«In secondo luogo, dovete apprendere che ogni elemento è duplice. Questa duplicità o confusione è quel Binarius del quale tratta Agrippa in Scalis Numerorum, e sia lui che Tritemio nelle loro Epistolae. Altri autori che ne trattarono, in questa scienza furono dei pragmatici scribacchini e non compresero questo Segreto dell’Ombra [Secretum Tenebrarum]. Questo è ciò in cui prevarica la creatura e decàde dalla sua primeva armonica unità. Voi dovete dunque sottrarre la diade [Subtrahere Binarium] e allora la triade del mago può venire ridotta “dalla tetrade nella semplicissima monade”, e di conseguenza “in una metafisica unione con la Suprema Monade” [In metaphysicam cum Supremâ Monade unionem]».

Questo enigmatico linguaggio ‘rosicruciano’ – indubbiamente difficile da intendere per chi non abbia una discreta pratica con i testi ermetici – allude, tra le altre cose, al superamento di ogni ‘realismo’ – come lo chiamava Massimo Scaligero – mediante il superamento della ‘dualità’ tra oggetto e soggetto, tra Io e mondo, tra percezione e pensiero, tra pensiero e volontà. Ciò mostra il senso ‘iniziatico’‘rosicruciano’ e ‘manicheo’ – della ‘Via del Pensiero’, così come indicata da Rudolf Steiner nella Filosofia della Libertà, e da Massimo Scaligero nel Trattato del Pensiero Vivente. Non solo, ma è anche l’aurea chiave – per chi sappia ‘vedere’ – del ritrovamento e della realizzazione dell’Androgine Celeste, e quindi anche la chiave dell’impresa del Graal.

L’impresa di una sì audace ‘trasmutazione’, tale da apparire addirittura temeraria agli occhi di molti, è in realtà una eroica impresa ‘cainita’, e non certo ‘abelita’. Da questo punto di vista, non è ‘Caino’ che attende dall’uomo di esser ‘redento’, bensì è la stirpe dei ‘Figli di Caino’, dei ‘Figli degli Elohim’, che mediante il ‘fuoco’ opera, con coraggio e abnegazione, alla ‘trasmutazione’ del ‘Male’ in ‘Bene’, della ‘Tenebra’ in ‘Luce’: sia nell’Uomo, che nella Natura. Ovvero, come affermato nel detto rosicruciano, oltremodo incompreso ed equivocato, ‘igne natura renovabitur integra’, ovvero ‘mediante il fuoco l’intera natura verrà rinnovellata’: il che ha un senso sia microcosmico che macrocosmico. Da questo punto di vista, l’Opera di Rudolf Steiner, e quella di Massimo Scaligero, hanno un forte, ed esplicito, carattere ‘cainita’, ossia un carattere ‘gioannita’, ‘rosicruciano’, e cristicamente ‘manicheo’. Un’opera di Massimo Scaligero in cui un tale carattere è particolarmente accentuato, è Kundalini d’Occidente, Edizioni Mediterranee, Roma, 1979: l’ultima sua opera pubblicata lui ancora vivente, mentre Iside-Sophia. La Dea ignota, Edizioni Mediterranee, e Zen e Logos, Tilopa, sono sue opere che apparvero postume, a Roma, nel 1980. Così alle pp. 37-38, di Kundalini d’Occidente leggiamo:  

«L’uomo deve rendersi conto del livello in cui è caduto: non può decidere di essere vero uomo, se non lo conosce. È il livello all’altezza del quale è inevitabile il Materialismo, ma è parimenti il livello in cui l’uomo comincia a essere libero, perché può accogliere non estaticamente l’Io puro, bensì allo stato di veglia. Ma prima occorre che egli in tale stato di veglia divenga cosciente di sé. La coscienza dialettica è ancora semi-sognante, perciò di tipo medianico: ogni odierna ossessione dialettica, o ideologica, è in sostanza l’inizio di una infestazione medianica. È importante rendersi conto che si tratta della forma più bassa della manifestazione dell’Io, inizialmente incapace di distinzione di sé dalla sfera degli istinti, ma proprio perciò capace di potere egoico. È inevitabile che l’autocoscienza nasca come inferiore individualismo. Tuttavia, non si tratta di evirarsi, rinunciando al potere dell’individualità, bensì di liberare questa dall’inconscia identità con gli istinti. La forza degli istinti sopraffà l’uomo, perché è di natura superumana. L’uomo può educarla, evitarla, smorzarla, ma non conquistarla, se non mette in atto ciò che in lui è superiore all’umano, l’Io: che non ha bisogno di lottare, per dominare gli istinti: è sufficiente la sua presenza. Grazie alle giuste discipline, che occorre riconoscere, riconoscendo il Maestro dei nuovi tempi, gli istinti purificati, risorgono come poteri dell’Io. L’operazione è simboleggiata dal fiorire delle “rose rosse” dalla “croce nera”: segno, questa, dell’ordine originario dei quattro elementi, riaffermantesi sul caos, presente appunto nell’uomo come dominio degli istinti sottraentesi all’Io. Un discepolo non può iniziare se stesso, ma può preparare se stesso a ricevere l’Iniziazione dal proprio Maestro, che lo segue anche se egli non lo conosce. La meditazione sulla Rosacroce è importante per una tale preparazione. Il discepolo ben presto si rende conto che sperimentare lo Spirituale non significa avere sensazioni eccentriche, o evocare simboli dottrinariamente pre-interpretati, bensì penetrare praticamente determinati simboli, secondo ciò che essi esigono occultamente, non secondo ciò che essi significano all’intelletto, sino a percepire concretezze sovrasensibili, altrettanto obiettive quanto quelle sensibili, ma perciò tanto insolite da destare la paura della coscienza ordinaria, rispetto alla loro diversità».

E, poco oltre, nel capitolo Il sistema eterico della testa, alle pp. 46-48, ove, come mio solito, metterò in risalto in grassetto alcuni punti particolarmente importanti per il nostro tema, Massimo Scaligero affronta il problema radicale dell’uomo: il problema della morte, alla quale la decisione di Jahve-Jehova condannò l’uomo con la cacciata dall’Eden e con la proibizione, a lui ingiunta, di gustare i frutti dell’Albero della Vita:

«Mediante la disciplina della concentrazione, in sostanza l’uomo entra in contatto con la forza della morte: nel dominarla vi inserisce il potere di un volere che, nell’essenza, reca la trasmutazione della Morte, cioè la corrente novella della Vita. Il senso ultimo della concentrazione, secondo il canone del Maestro dei nuovi tempi – che nessun altro canone può sostituire – è dominare ciò che rende necessaria la Morte, perché il volere così suscitato appartiene all’Io, in cui è il Logos come essenza. Perciò l’ego, che abbia coscienza di sé e sappia di essere un nulla senza l’essenza, o la propria reale scaturigine, trova infine il Logos, il senso ultimo dell’autocoscienza, grazie al quale trasmuta. Senza tale ritrovamento, l’autocoscienza è al servizio dell’animalità umana, la quale è al servizio del Demone della Terra. Mediante l’innocente animalità, il Demone della Terra domina l’uomo, sino al pensiero.

La concentrazione vince la Morte, perché s’impossessa del potere illegittimo di Ahrimane sul pensiero: è il potere della caduta, per il quale è inevitabile che l’uomo venga distrutto dai suoi istinti. La concentrazione insegnata dal Maestro dei nuovi tempi, consegue il proprio oggetto, perché toglie il pensiero agli istinti, alla psiche, all’animalità, mediante la luce arida, lo sforzo arido, il tema prosaico. In questa aridità v’è il bene prezioso del sentiero verso il concetto puro, che si libera dell’obiettività sensibile: lo sforzo è penoso, privo di entusiasmo, vuole solo arida volontà: e questo è appunto ciò che occorre, una volontà pensante inusitata, nuova alla coscienza abituata alle accensioni emotive della psiche animale: una volontà non egoica e tuttavia fortemente individuale, appena affiorante e tuttavia intensa, capace di estrinsecarsi nel pensiero puro, nel pensiero senza oggetto. In questo volere affiora la forza di cui tutto l’essere ha bisogno: una forza superiore al marasma quotidiano dell’anima, una tangenza con il Logos che sorregge la vita. Il primo darsi dello Spirito: perciò Spirito Santo.

Qui il pensiero ha a che fare con la Morte e con la possibilità di restituzione della Vita. Si vedrà come i pensieri viventi, quelli eccezionalmente vissuti nel momento pre-cerebrale, grazie alla volontà di profondità, giungano sino alle ossa, abbiano a che fare con lo scheletro, perché contengono tutta la logica e la matematica cosmica, mediante cui lo scheletro viene edificato dalle Gerarchie, per il regno di Ahrimane: superano la fisicità dell’organo cerebrale, possono entrare nel regno stesso della Morte, perché recano il potere originario della Vita».  

Che la ‘Via del Pensiero’, e l’Ascesi della Concentrazione, siano – come, con parole che più chiare non potrebbero essere, afferma Massimo Scaligero – una ‘Via’ aspra, dura, arida, per nulla consolante, e tantomeno ‘mistica’, oramai il lettore di questo temerario blog lo sa bene. E chiunque in una tale ‘Via’, e in una tale ‘Ascesi’ con serietà e abnegazione si impegni, sa bene quanto essa sia una ‘Via eroica’ una ‘Via’ – per dirla con le parole del mio amico C., ‘asceta d’altra dottrina’, e fratello d’armi di molte battaglie – molto ‘achea’, ‘dorica’, ‘spartana’, ‘secca’, che esige intenso sforzo volitivo, tenacia, continuità a tutta prova, e come tale, essa non può essere accetta all’anima, ancora schiava della inferiore natura animale, che, sottoposta ad una tale disciplina, giustamente si sente letteralmente ‘morire’: preludio alla ‘nigredo’, all’ermetica ‘opera al nero’, al ‘nigrum nigro nigrius’, al ‘nero più nero del nero’ degli autentici testi alchemici rosicruciani.

Nei paragrafi immediatamente successivi, Massimo Scaligero delinea un tema che fu molto caro agli antichi Manichei, e che venne beffardamente, meschinamente, e alquanto stupidamente, dileggiato da Agostino d’Ippona, dimentico dei esser stato anch’egli un tempo – per ben nove anni – ‘uditore’ manicheo. Sulla base di quanto comunicato da Rudolf Steiner, e sulla base della sua personale, rigorosamente controllata, esperienza interiore, Massimo Scaligero descrive come nel processo della percezione sensoria, e in quello della nutrizione, vi sia un ‘separare’, un ‘liberare’ per restituirli al ‘Mondo della Luce’, loro realtà originaria, i ‘semi di luce’ – come li chiamavano i Manichei – dalla prigionia della ‘hỳle’, dal ‘caos’ della ‘materia’, che altro non è se non la ‘maceria’ dello Spirito, dominata dall’Oscuro Signore. Alle pp. 48-49, troviamo scritto:

«Il semplice esercizio della concentrazione, secondo il canone della mera oggettività vissuta per entro e oltre la cerebralità, va incontro a un’operazione eterica continua, di natura divina, grazie alla quale, in una zona privilegiata della testa, di continuo la pura essenza minerale dell’esperienza dei sensi si unisce con la quintessenza del processo nutritivo, dal quale vengono espulsi l’elemento animale e l’elemento vegetale, perché permanga come puro essere della forza l’elemento minerale originario, l’elemento solare dei cibi. Questa sintesi minerale, dell’estratto della percezione dei sensi e dell’essenza della nutrizione, operata dalle più elevate forze eteriche della testa, sotto la direzione incorporea dell’Io, viene chiamata dal Maestro dei nuovi tempi “il Cibo del San Graal”. È infatti il germe dell’azione trasmutatrice movente dalla mineralità spirituale verso la mineralità normalmente dominata dalla Morte, malgrado il suo potere di organizzazione fisica: azione dell’Io vittorioso sulla materia, perché recante la forza di vita da cui ha origine la possibilità di annientamento della materia. Negli organismi che subiscono la Morte, tale materia è temporaneamente dominata. Chi contempla il Graal non è più soggetto alla Morte, perché scatta in lui la coscienza di ciò che gli dà il potere di contemplare il formarsi della materia dalla Luce caduta, risorgente per virtù del Logos: il più alto Mistero dell’Universo: mediante tale coscienza egli si sente rivivere, comincia a percepire la Resurrezione.

Nella testa dell’uomo si svolge l’impresa del Graal, perché nella testa egli soggiace alle forze della Morte: proprio per questo suo soggiacere alle forze della Morte, nella testa urgono di continuo, mediante il pensiero, le forze della Resurrezione. Mediante tre ordini di nervi cerebrali operano rispettivamente le correnti del pensare, del sentire, del volere: il volere, come corrente istintiva, si manifesta mediante i processi del ricambio dei nervi cerebrali, il sentire mediante i processi ritmici di tali nervi (è il respiro sottile connesso con la circolazione del sangue e i moti del liquido cefalo-rachidiano), il pensare mediante l’attività nervosa, la più pura, indipendente dai processi ritmico-metabolici. Tale indipendenza, però, raramente si attua nell’uomo, perché viene da lui sollecitata soltanto quando egli pensa razionalmente, secondo rigorosa astrazione del processo razionale da influssi esteriori ed interiori. Per solito i processi ritmico-metabolici, espressivi della psiche istintiva ed emotiva, sopraffanno i puri processi nervosi mediatori della coscienza pensante vera, così che viene invertita la funzione obiettiva del pensiero quale veicolo dell’Io nella coscienza: gli istinti e gli stati d’animo giungono ad asservire il pensiero, che diviene persino strumento e codificatore scientifico della propria caduta nella natura inferiore. Per tale via, per ora, la Scienza aiuta l’uomo a conoscersi e a superarsi, solo a condizione che egli l’assuma con un pensiero capace di superare il livello della sua astratta razionalità».

Alle pp. 61-62 del successivo capitolo – Luce-Folgore del Logos – Massimo Scaligero riprende l’immagine manichea della liberazione dei ‘semi di luce’ che l’essere umano, nella nutrizione e nella conoscenza, libera dall’incantamento dell’apparire minerale:

«Questa luce viene dal Sole spirituale, di cui il Sole fisico è la parvenza. L’uomo gode dei doni del Sole, ma la Scienza, limitata a peso e misura delle cose, lo aiuta ben poco a conoscere le forze di cui si avvale e di cui gode. Lo Spirito del Sole diviene vivente in lui, attraverso i cibi, la frutta, il pane, il frumento impregnato di vita solare. Così la luce, i colori, i suoni, così il pensiero: nell’essenza fluisce in lui un’unica eterica vita, che egli frammenta nelle percezioni, che crede esteriori e obiettive, mentre esse sorgono dall’incontro delle sue forze solari con la struttura solare delle cose. Suo compito è restituire ad esse l’unità dell’essenza, a cui la sua degradazione nella sfera della materiale molteplicità, le ha tolte.

Finché l’uomo si limita a godere dei doni del Sole, ignorando la loro sorgente una in lui e nelle cose, subendo l’incantesimo di una realtà obiettiva esistente fuori di lui, indipendente dal suo conoscerla, non è libero: ignora la verità del proprio essere, operante nelle cose, la verità che può renderlo libero. Ignora la propria natura solare, perché rinuncia a stabilire un rapporto cosciente con il Principio del Sole in lui, che è dire, con il suo Io nel mentale, e perciò con la potenza del Sole nascente nel cuore. Ahrimanicamente si estrania alla propria origine cosmico-solare, e con ciò prepara le proprie catastrofi ».

Ma, ritornando al precedente capitolo di Kundalini d’Occidente – Il sistema eterico della testa – leggiamo che, sempre a p. 49, Massimo Scaligero scrive:

«Il pensiero ritorna strumento dell’Io  e delle forze riedificatrici dell’umano. Queste forze sono tali  che, per penetrare nell’umano, debbono dapprima distruggere la natura [sc. il ‘solvere’] , ciò che nell’umano è animale: debbono produrre dei canali vuoti attraverso i quali lo Spirito possa passare come volontà riedificatrice [sc. il ‘coagulare’]. Ma a tale fine, lo Spirito deve muovere nell’organismo umano dal supporto della mineralità, che gli dà modo di essere libero nell’interiorità cosciente. L’«alimento del Graal» è già mineralità spiritualizzata. […] Qui lo Spirito comincia a entrare vittorioso nella terrestrità». 

E, più oltre, alle pp. 53-54, Massimo Scaligero usando un’immagine, che ricorda molto da vicino quella dello Jesus patibilis, che il manicheo Fausto di Milevi non riuscì a far intendere alla ‘intelligentissima stupidità’, preconcetta e partigiana, di Agostino di Ippona – il quale, recluso com’era nelle sue cristallizzate rappresentazioni della sua rigida e disseccata ortodossia, non era punto in grado di concepire l’essenza cristica del Manicheismo – così scrive:

«Si tratta in realtà del vivente eterico sempre paralizzato per la coscienza egoica, o riflessa: che è dire che il Logos viene sempre crocifisso dall’Io inferiore dell’uomo, cioè dall’Io riflesso, che esige il dominio delle leggi della natura e della realtà opposta allo Spirito, cioè il dominio della Morte: sul quale invece il Logos ha vinto.

La Resurrezione fu preparata perché operasse per questa morte del pensiero, cui è legata la distruzione e la morte del corpo. La Morte è necessaria all’immortalità. L’introduzione alla riconquista della vita, ha inizio con la resurrezione del pensiero, di cui l’uomo ha la segreta chiave, l’iniziativa, nel volere individuale dell’ego».

Questa audace concezione che nell’operatività interiore porta l’asceta al superamento di ogni forma di ‘realismo ingenuo’, sia esso il volgare ‘realismo primitivo’, sia il ‘realismo critico’ di stampo kantiano, sia il ‘realismo scientifico’, come pure il ‘realismo spiritualista’, e persino quello ‘antroposofico’ – tema sul quale in incontri personali, in riunioni e nei suoi scritti, Massimo Scaligero insistette alquanto negli ultimi tempi, anzi: sin nelle ultime ore della sua vita – e di conseguenza ogni forma di ‘realismo’ che veda l’oggetto conosciuto fuori dell’‘atto’ del conoscere. Egli mostrò come l’unico concreto, e valido, ‘realismo’  – che come tale deve essere sperimentato dall’asceta operante – sia il ‘realismo del pensare’, ch’egli chiamava anche ‘realismo eterico’, o ‘realismo cristico’. Il ‘Male’ sorge proprio in questa ‘frattura’, in questa ‘scissione’ che per l’essere umano vi è tra il pensare e l’essere. L’uomo non risolverà mai, per quanta buona volontà e nobili aspirazioni morali egli abbia, nessun problema – sia esso scientifico, economico, sociale, etico, religioso – finché egli vedrà una ‘realtà’ su sé fondata  nel mero ‘fatto’ scientifico, economico, sociale, etico, religioso, fuori dell’‘atto’ del pensare che invera il conoscere. E questa è la sostanza, l’essenza stessa della ‘Via del Pensiero’: la sua cristica essenza manichea. Ed è altresì il senso ultimo dell’evoluzione dell’uomo: la vittoria sulla dualità, il dissolvimento dell’alterità: di ogni dualità ed alterità, che sono il ‘Male’ nella misura in cui dominano l’uomo, e asservono l’Io ai moti dell’anima condizionata dal corpo e dall’illusoria esteriorità del mondo. ed è quello che Massimo Scaligero indica, alle pp. 69-70, nel capitolo Luce-Folgore del Logos del libro Kundalini d’Occidente.

«L’uomo è dominato dalla corrente della Morte, che si esprime negli istinti e nelle passioni soverchiami l’Io, in quanto, al livello della coscienza fisica, egli è dominato da Ahrimane. Ma l’uomo può percepire la forza-pensiero, che opera nella sua indagine fisica, e intendere come possa liberarla dalla soggezione osseo-nervosa. Mediante questa forza-pensiero, l’uomo dissolve il regno di Ahrimane, perché le leggi matematiche della materia sono la proiezione intellettuale della cristallizzazione di forze spaziali discendenti sulla Terra da ritmi dello Spirito, che lo Spirito ha il potere di riafferrare. Tale potere è la forza della Resurrezione, grazie a cui il pensiero, da morto pensiero della materia fisica, ritorna vivente. Solo un pensiero morto può edificare una Scienza del mondo fisico, in cui non c’è posto per la vita, essendo questa sostanzialmente sovrasensibile: una Scienza che suscita la connessione delle quantità misurabili, ossia con ciò che della natura è esclusivamente la Morte, e perciò può produrre solo meccanismi morti, etica morta, socialità morta, o astratta. In questa sfera di Morte, il pensiero può muovere solo in quanto astratto e riflesso. Ma può volere coscientemente questo movimento e insistere nel volerlo, sino a scorgere nella sfera della Morte il Resuscitatore della Vita: egli lo reca sconosciuto in sé, ma può farlo sorgere, se muove volitivamente in tale ambito di Morte.

Solo l’Io dell’uomo può scendere nel regno della Morte, in quanto reca in sé il Logos: ma lo reca sconosciuto. Egli deve conoscerlo, per incarnarlo, o realizzarlo, mediante volontà cosciente. L’Io accende in sé la segreta folgore-Logos, per il fatto che incontra la mineralità che gli si oppone mediante angoscia e paura, o brama. A questa opposizione, sperimentabile solo nella sfera terrestre, l’Io deve la possibilità di evocare in sé con assolutezza il potere del Logos, capace di penetrare vittorioso la struttura delle ossa: il cui simbolo ermetico è la «discesa nella tomba», l’Opera al Nero, la sua realtà la Resurrezione».

L’esperienza qui esplicitamente indicata da Massimo Scaligero – ma anche, sia pure più velatamente, dallo stesso Rudolf Steiner – è la realizzazione della trasmutazione del ‘Male’ in ‘Bene’, della ‘Tenebra’ in ‘Luce’, la connessione  della ‘Via del Pensiero’ con l’Arte Regia, ossia con la Grande Opera, con la ‘Operatio Solis’ dell’Alchìmia ermetica e rosicruciana, e con la missione presente e futura del Manicheismo. Infatti, alcuni paragrafi dopo, a p. 71, leggiamo:

«La via iniziatica di questo tempo esige dal discepolo gradualmente il progredire volitivo, mediante autocoscienza purificata, verso l’evento della Pentecoste. Nelle ossa, simbolo della morte, è celata l’istanza ultima della Resurrezione: lo scaturire di un pensiero che incarni lo Spirito Santo.

Questo pensiero nasce come luce che vince il buio dell’anima: deve contenere tutta la potenza del cuore, lo splendore dell’Oro Filosofale, la forza spirituale del Sole raccolta in unico punto, da cui irraggia nel mondo come potenza d’Amore salvatrice. Questo pensiero, capace di conoscere e dissolvere la tenebra della malvagità e perciò di instaurare la fraternità umana, nato dall’eroicità lucida nella sofferenza, segretamente diviene, per mediazione angelica, folgore delle ossa, che annienta Ahrimane e restituisce l’eros come corrente creatrice, secondo il Logos».

Su questo aspetto ‘cainita’ del nostro tema, avrò da ritornare proprio per approfondire – sulla base delle cosiddette ‘opere filosofiche’ di Rudolf Steiner, che io amo chiamare ‘filosofali’ per il loro occulto e misconosciuto contenuto – nelle successive parti del presente studio. Il candido e benevolo lettore, che avrà avuto la diligente pazienza di seguire la concatenazione dei pensieri, vedrà gradualmente chiarirsi una parte del linguaggio simbolico, tipico della letteratura ermetica dell’antico Rosicrucianesimo medievale, rinascimentale, e settecentesco. Avremo, inoltre, modo di penetrare più a fondo nel senso della contrapposizione fatale che storicamente vi è stata nei millenni tra la corrente abelita e quella cainita, e come essa trovi il suo superamento e la sua composizione nella Scienza dello Spirito, nell’Antroposofia, che Rudolf Steiner ha donato al mondo.

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL, MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL. SESTA PARTE.

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Continuiamo il presente studio, che vorrebbe portare ad una maggiore comprensione delle immani forze che operano nell’attuale tragica situazione dell’uomo e dell’umanità, ossia delle forze che sono attive nell’attuale ‘guerra occulta’ tra Michele e gli Spiriti delle Tenebre, i quali sconfitti nei Cieli, e scaraventati nel terrestre, si avventano sull’uomo per portarlo a perdizione. Ma questa è, appunto, la natura del Male, e la comprensione della sua funzione ci riporta all’essenza dell’insegnamento di Mani, alla missione umana e cosmica del Manicheismo. Prima di affrontare il mistero del Male delle origini, è savio ricordare – una volta di più – la pericolosità dell’attuale situazione, nella quale l’essere umano si aggira stordito e inconsapevole. A tale proposito giova riportare le parole del Maestro dei Nuovi Tempi, che si trovano in chiusura di uno dei suoi più importanti cicli di conferenze, ciclo tenuto poco dopo la fine del primo conflitto mondiale. Il tema affrontato da Rudolf Steiner è collegato con quello della soluzione del problema sociale, che oggi, forse ancora più drammaticamente di allora, assilla il singolo uomo, e le comunità. Ho trascritto quel testo letteralmente: ho solo sostituito alla parola ‘triarticolazione’ quella di ‘tripartizione’, che fu adoperata in Italia, col consenso del suo autore, sin dalla primissima edizione del suo libro sulla questione sociale. Del resto, ‘tripartizione’ fu la parola costantemente usata, et pour cause, da Massimo Scaligero nelle sue opere, ed ha una diretta connessione con la ‘tricotomia’ di Paolo di Tarso, con la ‘tripartizione’ della struttura occulta dell’uomo in corpo, anima, e spirito. Per cui leggiamo in Rudolf Steiner, La missione di Michele, GA-194, Editrice Antroposofica, Milano 1981, pp. 218-219:

«La missione di Michele

Conferenza tenuta a Dornach il 15 dicembre 1919

Se il corso del mondo proseguirà come è avvenuto per la vita spirituale, venuta da oriente ma in corso di degenerazione, allora la vita spirituale, che a un estremo all’inizio, era stata la verità più elevata, precipiterà all’altro estremo nella menzogna più terribile. Nietzsche dovette esporre come già i greci si preservarono dalla menzogna nella vita mediante la loro arte. L’arte è in effetti la creatura divina che preserva gli uomini dalla caduta nella menzogna. Se questo primo ramo della civiltà sarà seguito solo unilateralmente, questa corrente [sc. la corrente spirituale] sfocerà nella menzogna. Negli ultimi cinque o sei anni [sc. durante la prima guerra mondiale] si è mentito in seno all’umanità civile, più che in tutti gli anni della storia del mondo; quasi mai venne detta la verità nella vita pubblica, quasi nessuna parola corsa per il mondo era vera. Mentre questa corrente sfocia nella menzogna, la corrente centrale sfocia nell’egoismo. Una vita economica come la angloamericana, che dovrebbe approdare al dominio del mondo, se non si adatta a lasciarsi compenetrare dalla vita spirituale indipendente e dalla vita statale indipendente, sfocerà nel terzo abisso della vita umana, nel terzo dei tre. Il primo abisso è la menzogna, degenerazione dell’umanità attraverso Arimane; il secondo è l’egoismo, degenerazione dell’umanità attraverso Lucifero; il terzo è la malattia e la morte sul piano fisico, la malattia e la morte della civiltà sul piano culturale.

Il mondo anglo americano può raggiungere il dominio del mondo: senza la tripartizione, con tale dominio riverserà malattia e morte sulla civiltà del mondo, poiché queste sono il dono degli Asura, così come la menzogna è un dono di Arimane e l’egoismo un dono di Lucifero. Dunque il terzo abisso che si pone degnamente accanto agli altri due, è un dono delle potenze asuriche.

Questi fatti ci devono infondere entusiasmo e fuoco per cercare le vie per illuminare quanti più uomini è possibile. Illuminare l’umanità è oggi compito di chi ha compreso la realtà. Dobbiamo fare tutto il possibile per contrapporre alla stoltezza che si crede saggezza, e pensa di aver agito magnificamente, tutto quanto possiamo acquisire dall’aspetto pratico della scienza dello spirito orientata antroposoficamente». 

Queste le parole – attuali oggi come non mai – del Maestro dei Nuovi Tempi, dette in chiusura del ciclo sulla ‘missione di Michele’, missione che in definitiva viene a coincidere con urgenza che l’uomo fronteggi e risolva l’enigma del Male. Quindi, essa è anche la ‘missione dell’uomo’. Questo ci riporta all’essenza del Manicheismo. Ora, già nella seconda conferenza (II capitolo del libro), La missione del Manicheismo, tenuta nel 1906 a Parigi, trascritta da Édouard Schuré in Esoterismo cristiano. Lineamenti di una cosmogonia psicologica, tradotta da Bruno Roselli, e pubblicata da Fratelli Bocca Editori, Milano, 1940, alle pp. 31-32, leggiamo:

«L’occultismo cristiano procede in gran parte dai manichei la cui tradizione è sempre viva e il cui fondatore, Mani, visse sulla terra trecento anni dopo Gesù Cristo.

L’essenziale dell’insegnamento manicheo poggia sulla dottrina del bene e del male. Per l’opinione comune, il bene e il male sono due assoluti irreduttibili, di cui l’uno (il bene) deve distruggere l’altro (il male). Per i manichei, al contrario il male è una parte integrante del cosmo; esso collabora alla sua evoluzione e deve infine essere assorbito, trasfigurato dal bene. La grande originalità del manicheismo è di studiare la funzione del male e del dolore».

Nel capitolo XII, là dove si parla degli strati che costituiscono l’interno della Terra, a p. 164, viene data da Rudolf Steiner una breve descrizione – non più di un accenno – dello strato più interno, il nono ed ultimo, con le seguenti parole:

«L’ultimo strato è dotata di una sostanza dotata d’azione morale, ma opposta a quella che deve elaborarsi sulla Terra; poiché la sua sostanza, la forza ad essa inerente, è la separazione, la discordia, l’odio. È qui che nell’Inferno di Dante, si trova Caino, il fratricida. Tale sostanza è l’opposto di tutto ciò che tra gli uomini è buono e bene. Il travaglio dell’umanità per stabilire la fraternità sulla Terra neutralizza e depaupera, in proporzione diretta, il potere di tale sfera. È la forza dell’amore che trasformerà, in ragione della sua spiritualizzazione, il corpo stesso della Terra. Questa nona sfera è l’origine sostanziale di ciò che appare sulla Terra nella magia nera, cioè nella magia fondata sull’egoismo».

Ho preferito trascrivere la traduzione eseguita da Bruno Roselli, e pubblicata nel 1940 dai Fratelli Bocca, e non la traduzione anonima, pubblicata da Tilopa, Roma-Teramo, senza data, col titolo L’Iniziazione dei Rosacroce. Lineamenti di esoterismo cristiano. 18 conferenze tenute a Parigi nel 1906 da Rudolf Steiner, liberamente redatte da Édouard Schuré, perché nella versione pubblicata dalla Tilopa di Roma, si trova aggiunta, a p. 121, sùbito dopo il paragrafo da me trascritto, la seguente frase, che non si trova nell’originale francese, né nel testo tedesco edito dal Lascito, come si può constatare, nel volume GA-94, pp. 109-110. Tale frase, che non corrisponde affatto allo stile di Rudolf Steiner, e nemmeno a quello di Schuré, così recita:

«Vale tuttavia ricordare che il centro della Terra è in sé la Forza stessa del Cristo, la cui radianza centrifuga esige l’accendersi nell’anima umana, come decisione libera di compiere radicalmente l’esperienza terrestre, sino alla redenzione di Caino».

Il testo tedesco letteralmente dice:

Neuntens: Diese letzte Schicht besteht aus einer mit moralischer Aktivität ausgestatteten Substanz, aber ihre Moralität ist entgegengesetzt derjenigen, die sich auf der Erde entfalten muß. Denn ihr Wesen, die mit ihr verbundene Gewalt, das ist: die Trennung, die Zwietracht und der Haß. Hier in der Danteschen Hölle befindet sich Kain, der Brudermörder. Diese Substanz ist entgegengesetzt allem, was unter Menschen gut und schön ist. Die Bemühung der Menschheit zur Verbreitung der Brüderlichkeit auf der Erde vermindert in entsprechendem Maße die Macht dieser Sphäre. Es ist die Macht der Liebe, die in dem Grade, wie sie sich vergeistigen wird, sogar den Leib der Erde umbilden wird. Diese neunte Schicht ist der substantielle Ursprung von dem, was auf der Erde als schwarze Magie erscheint, das heißt als Magie, die auf den Egoismus begründet ist.

Non vi è traccia di quella frase aggiunta. Qualunque sia il valore di questa arbitraria interpolazione al testo originario, ho ritenuto preferibile attenermi con rigorosa fedeltà alla parola di Rudolf Steiner, riportata dallo Schuré. 

Nel XIV capitolo della traduzione di Bruno Roselli, edita dalla benemerita, scomparsa, casa editrice Fratelli Bocca, capitolo intitolato Redenzione e Liberazione, ritroviamo un argomento sul quale si era soffermata Hella Wiesberger, e che avevo affrontato nel precedente studio. In questo capitolo, troviamo nominati in particolare sia il mistero della morte, che il mistero del male, che sono collegati in modo precipuo al tema del presente studio. Infatti, alle pp. 169-171, leggiamo:

«Vi sono sette segreti della vita dei quali non si è mai parlato, sino ad oggi, fuori delle confraternite occulte. Solo all’epoca attuale se ne può parlare liberamente. Essi vengono chiamati anche i sette segreti inesprimibili o indicibili e sono: il segreto dell’abisso, il segreto del numero (che si può studiare nella filosofia pitagorica), il segreto dell’alchìmia (che si può comprendere dalle opere di Paracelso e di Jakob Böhme), il segreto della morte, il segreto del male (al quale accenna l’Apocalisse), il segreto della Parola o del logos, e il segreto della felicità di Dio, che è il più occulto.

Tenteremo di parlare del quarto segreto, quello della morte.

Ricordiamoci che sul pianeta che ha preceduto la nostra Terra, sull’antica Luna, abbiamo distinto tre regni naturali, molto diversi dai regni terrestri. Il nostro regno minerale non esisteva ancora. Esso è nato dalla condensazione, dalla cristallizzazione del minerale-pianta lunare. Il nostro mondo vegetale è sorto dalla pianta-animale lunare. E ciò che costituisce attualmente il mondo animale proviene da ciò che fu sulla Luna l’animale-uomo. Vediamo, dunque, come ciascuno di questi regni lunari compì sulla Terra una discesa verso la materializzazione.

La stessa cosa può dirsi per gli esseri che sulla Luna erano al di sopra dell’animale-uomo: gli spiriti del fuoco. Gli uomini di quel tempo aspiravano quel fuoco come noi, oggi, aspiriamo l’aria; per ciò il fuoco è rimasto, nelle leggende e nei miti, come la prima manifestazione degli dei. Nel Faust, Goethe vi allude quando dice: «Facciamo un po’ di fuoco perché gli spiriti possano rivestirsene». Tali spiriti del fuoco dell’antica Luna, nella fase terrestre, s’incarnano nell’aria. Pertanto anch’essi sono discesi verso una maggiore materialità, verso l’aria che noi attualmente inspiriamo ed espiriamo. Essi sono la sostanza stessa dell’aria che vive attorno a noi, in noi ed avviluppa la Terra della sua atmosfera.

Ora, se tali spiriti sono così discesi sino all’aria, se i regni lunari si sono così involuti, ciò fu affinché l’uomo potesse elevarsi, grazie ad essi, sino alla divinità. S’è compiuto, infatti, un doppio movimento in seno a ciascuno dei regni lunari, la parte inferiore discendendo mentre quella più affinata s’elevava. Così l’animale-uomo fu scisso in due gruppi, dei quali l’uno, sotto l’influenza della respirazione e dell’azione degli spiriti del fuoco che si prolungano negli spiriti dell’aria, lavorò per l’elaborazione del proprio cervello, mentre l’altro discendeva verso il regno animale. Tale scissione si ritrova persino nella costituzione dell’uomo, la cui parte inferiore s’avvicina all’animale, mentre la parte superiore si eleva verso gli spiriti. Secondo che l’uno o l’altro carattere fosse più o meno pronunciato, si formarono a poco a poco, due specie di uomini: una legata, per mezzo della sua natura inferiore alla Terra; l’altra più sviluppata e svincolata dalla Terra. I primi regredirono verso gli animali; gli altri poterono ricevere in sé la scintilla divina, la coscienza dell’io. […] L’espressione fisica correlativa a questa evoluzione fu lo sboccio e la crescita del cervello umano, che divenne un tempio ove Dio poté abitare».

Dalle parole di Rudolf Steiner emerge la ‘legge del sacrificio’. Si tratta dello stesso sacrificio che ritroviamo in India sin dai tempi più antichi, ossia nei testi sacri dei Veda, nei quali dal sacrificio di Prajapati nasce l’Universo, e sorge Ṛtà, l’ordine cosmico. Lo stesso sacrificio lo ritroviamo in Grecia nel mito di Dioniso dilaniato dai Titani, e in Egitto in quello di Osiride assassinato e fatto a pezzi da Set-Tifone. Quella del sacrificio fu ritenuta essere la legge, Dharma, che ‘regge’, ‘sostiene’, la manifestazione cosmica. Infatti, il sanscrito Dharma ha la stessa radice del latino firmus: ciò che è saldo, stabile, incrollabile. Vedremo che questo sacrificio è duplice: da una parte, è il sacrificio di ciò, involvendosi, ‘scende in basso’, ossia il sacrificio di ciò che è ‘inferiore’; ma è eziandio il ‘sacrificio’ di ciò che, evolvendosi, ‘ascende in alto’, ossia di ciò che è ‘superiore’, ma che poi va incontro a ciò che, sacrificandosi, è rimasto in una condizione ‘inferiore’ allo sopo di permettere a ciò che è ‘superiore’ di ‘ascendere in alto’. Del resto, questo è il senso – o almeno, uno dei sensi – della ‘lavanda dei piedi’ dell’Iniziazione cristiano-gnostica descritta da Rudolf Steiner in moltissimi dei suoi cicli di conferenze, in particolare nella sua esegesi del Vangelo di Giovanni. Nel ‘sacrificio’ di ciò che, involvendo, ‘rimane indietro’, in una condizione ‘inferiore’, avremo la spiegazione dell’origine del Male, mentre nel ‘sacrificio’ di ciò che da una condizione ‘superiore’, acquisita evolvendo, va incontro a ciò che è ‘inferiore’, per ‘risollevarlo’, ‘trasformarlo’, ‘trasmutarlo’, avremo l’essenza dell’insegnamento di Mani e la missione del Manicheismo: la redenzione del Male.

Quanto all’origine e alla funzione del Male, nel divenire cosmico, Rudolf Steiner così ne parla nel proseguo della sua esposizione, pp. 171-175, mettendone in evidenza la natura non assoluta, anzi relativa, e finalizzata:

«Ma se si fosse realizzata soltanto questa evoluzione, sarebbe mancato ancora qualcosa: avremmo avuto minerali, piante, animali e persino uomini dal cervello sviluppato e capaci di giungere alla forma umana attuale, ma qualcosa sarebbe rimasto allo stato lunare. Sull’antica Luna non vi era nascita, né morte.

Ci si rappresenti il complesso umano senza il corpo fisico: non vi sarebbe necessità di morte; il rinnovamento dell’essere avverrebbe in modo diverso dalla nascita attuale. Parti del corpo eterico e del corpo astrale si rinnoverebbero per mezzo del ricambio, ma il complesso si conserverebbe costante. Intorno ad un centro inalterato, solo le superfici sarebbero il luogo di scambio con l’ambiente esterno. Così avveniva sulla Luna; l’uomo non vi compiva che delle metamorfosi: né nascita, né morte, bensì una incessante trasformazione. Ma in tale stato non era ancora pervenuto alla coscienza. Gli dei che l’avevano formato erano intorno a lui, dietro di lui, non in lui; essi erano rispetto a lui ciò che l’albero è rispetto al ramo, o il cervello rispetto alla mano: la mano si agita, ma la coscienza del movimento è nel cervello. L’uomo era un ramo dell’albero divino, e, se la sua evoluzione sulla Terra non avesse modificato tale stato, il suo cervello non sarebbe stato che un fiore dell’albero divino, i suoi pensieri si sarebbero riflessi nello specchio della sua fisionomia, ma egli non avrebbe saputo nulla dei propri pensieri; la nostra Terra sarebbe stata un mondo di esseri dotati di pensieri, ma non di coscienza, un mondo di statue animate dagli dei, particolarmente da Iehovàh.

Che cosa avvenne per cambiare la faccia delle cose e come è giunto l’uomo all’indipendenza?

Quando in una scuola vi sono più classi, vi sono allievi che le percorrono tutte ed altri, invece, che non riescono a farlo. Gli dei della natura di Iehovàh erano in grado di poter discendere nel cervello umano, ma altri spiriti, che sulla Luna facevano parte degli spiriti del fuoco, non avevano ancora compiuta la propria evoluzione e in luogo di penetrare, sulla Terra, nel cervello dell’uomo, si unirono al suo corpo astrale. Tale corpo astrale è fatto di istinti, di desideri, di passioni: è in esso che si rifugiarono quegli spiriti del fuoco, che non avevano raggiunto la loro evoluzione sulla Luna; essi ebbero asilo nella natura animale dell’uomo, là dove s’elaborano le passioni, e al tempo stesso dettero a tali passioni uno slancio superiore. Fecero penetrare l’entusiasmo nel sangue e nel corpo astrale. Gli dei di Iehovàh avevano dato la forma pura e fredda dell’idea, ma fu per gli altri spiriti, i quali possono chiamarsi luciferici, che l’uomo divenne capace di entusiasmarsi per le idee e di parteggiare appassionatamente in favore o contro di esse. Se gli dei iehovici hanno modellato il cervello umano, gli spiriti luciferici hanno collegato questo cervello ai sensi fisici, per mezzo delle ramificazioni nervose che fanno capo agli organi sensorî. Lucifero vive in noi da altrettanto tempo che Iehovàh.

Tutto ciò che passa attraverso i sensi e dà all’uomo una coscienza oggettiva di ciò che l’attornia, egli lo deve agli spiriti luciferici. Se agli dei deve il pensiero, deve a Lucifero di esserne cosciente. Lucifero vive nel suo corpo astrale ed esercita la propria attività nello schiudere i suoi nervi alla sensibilità. Perciò il serpente del Genesi (III, 5) dice: «Ma Iddio sa che… i vostri occhi si aprirebbero». Queste parole si debbono intendere alla lettera, perché nel corso dei tempi gli spiriti luciferici hanno aperto i sensi dell’uomo.

La coscienza s’individualizza attraverso i sensi. Senza l’apporto del mondo sensibile, i pensieri dell’uomo non sarebbero che dei riflessi della divinità, degli atti di fede, non di conoscenza. Le contraddizioni tra fede e scienza provengono da questa duplice origine del pensiero umano. La fede si volge verso le idee eterne, verso le idee madri che hanno i loro prototipi negli dei; la scienza, la conoscenza del mondo esteriore, attraverso i sensi, viene dagli spiriti luciferici. L’uomo è divenuto ciò che è unendo il principio luciferico all’intelligenza divina. È questa fusione in lui di principî opposti che gli dà la possibilità del male, ma nello stesso tempo quella di aver coscienza di sé, di scegliere e di essere libero. Solo un essere capace d’individualizzarsi ha potuto essere a ciò aiutato da tale opposizione di elementi in sé. Se l’uomo, mentre discendeva nella materia, non avesse ricevuto che la forma datagli da Iehovàh, sarebbe rimasto impersonale.

Lucifero è dunque il principio che permette all’uomo di divenire veramente un uomo indipendente dagli dei. Il Cristo, o logos, manifestato nell’uomo, è il principio che gli permette di risalire sino a Dio.

Prima del Cristo l’uomo possedeva il principio di Iehovàh, che gli conferiva la forma, e quello di Lucifero, che lo individualizzava: era diviso tra l’obbedienza alla legge e la rivolta dell’individuo. Ma il principio del Cristo venne a stabilire l’equilibrio tra i due primi, insegnando a ritrovare nell’interiore stesso dell’individuo la legge primitivamente data dall’esterno. È ciò che spiega san Paolo il quale fa della libertà e dell’amore il principio cristiano per eccellenza: la legge ha retto l’antica alleanza, come l’amore regge la nuova. Troviamo dunque nell’uomo  tre principi inseparabili e necessarî alla sua evoluzione: Iehovàh, Lucifero il Cristo».

Ma Rudolf Steiner, nel medesimo ciclo di conferenze da lui tenute a Parigi nel 1906, dopo aver affrontato il mistero dell’origine e del significato del Male, in funzione della formazione della coscienza e della realizzazione della libertà dell’uomo, affrontò pure nell’ultima conferenza, che rappresenta il XV capitolo del libro trascritto da Édouard Schuré, nella traduzione di Bruno Roselli ed edito dai Fratelli Bocca nel 1940, intitolato L’Apocalisse, il problema della ‘trasformazione’ del Male in Bene, della sua ‘trasfigurazione’, della sua alchemica ‘trasmutazione’, ossia della trasformazione della ‘tenebra’ in ‘luce’, della ‘materia’ in ‘spirito’. E questa viene ad essere la missione presente e futura del Manicheismo. Infatti, così leggiamo alle pp. 188-190:

«Analogamente, ciò che l’uomo possiede oggi nell’intimo della sua anima – i suoi pensieri, i suoi sentimenti – si esteriorizzerà e diverrà il suo ambiente. L’avvenire riposa in seno all’uomo: a lui la scelta di farne un avvenire di bene o di male. E come l’uomo ha lasciato dietro di sé, nel passato, ciò che costituisce il mondo animale odierno, così ciò che oggi è il male in lui formerà in avvenire, una specie di umanità degenerata. Attualmente, possiamo più o meno nascondere il bene od il male che sono in noi: verrà un giorno in cui non lo potremo più, in cui saranno scritti in modo indelebile sulla nostra fronte, sul nostro capo e persino sulla faccia della Terra. Allora, l’umanità si scinderà in due razze. Come incontriamo oggi delle rocce o degli animali, incontreremo allora degli esseri di puro male e di bruttezza. Oggi, solo il chiaroveggente legge negli esseri la loro bontà o la loro bruttezza morale; ma quando i caratteri somatici dell’uomo saranno l’espressione del suo carma [sc. Karma], gli uomini si distingueranno da se stessi, secondo la corrente alla quale manifestamente apparterranno; secondo che in essi la natura inferiore sarà stata vinta o avrà, invece trionfato sullo spirito. Tale distinzione comincia, a poco a poco, ad operarsi. Quando s’attinge nel passato la comprensione dell’avvenire e quando si vuole lavorare a realizzare l’ideale di tale avvenire, se ne vedono profilarsi i segni. Una nuova razza si formerà, che sarà l’anello tra gli uomini attuali e gli uomini spirituali dell’avvenire.

Occorre distinguere tra l’evoluzione delle razze e quella delle anime. È lasciato alla libertà di ciascuna anima di svilupparsi sino alla forma esteriore che avrà il proprio carattere del bene che incarnerà; si apparterrà liberamente a tale razza, per uno sforzo dell’anima individuale; la razza non sarà più una costrizione per le anime, ma lo scopo della loro elevazione.

Il senso della dottrina manichea è che le anime si preparano sin d’ora a tramutare in bene il male che apparirà nella sua pienezza soltanto nella sesta epoca. Occorrerà, infatti, che le anime umane siano molto possenti a far uscire il bene, per mezzo di una alchimia spirituale, dal male che si manifesterà.

Quando l’evoluzione del pianeta terrestre ripasserà, in senso inverso, per le fasi anteriori della sua involuzione, si verificherà dapprima una riunione della Terra con la Luna, poi di nuovo di questo globo misto col Sole. Ora, la riunione con la Luna segnerà il punto culminante del male sulla Terra, e l’unione successiva col Sole segnerà, per converso, l’avvento della felicità, il regno degli eletti».

Per l’uomo attuale, ossia per l’uomo del XXI secolo, nato in Occidente, e cresciuto all’interno di una civiltà materialistica, tecnologica, e intellettualistica, la cosmogonia manichea sicuramente non è di facile accostamento e comprensione. Mani parlava ad uomini antichi, nati per lo più in Oriente, che disponevano in parte ancora di una chiaroveggenza istintiva, uomini che ancora pensavano per immagini, e non per concetti astratti, uomini per i quali il linguaggio immaginativo toccava ancora corde profonde dell’anima, e risvegliava più facilmente le risonanze di una memoria spirituale. In effetti, non è certo con l’arido, e cerebrale, pensiero intellettualistico dell’uomo attuale, che si può cogliere il significato profondo della cosmogonia manichea. Ma, a tal fine, ci giunge in aiuto la Scienza dello Spirito, l’Antroposofia conquistata e donataci dal Maestro dei Nuovi Tempi, il quale per la prima volta al mondo ha tradotto l’esperienza della concreta percezione spirituale nell’umano linguaggio concettuale. Come fece notare Simone Hannedouche, amica e discepola di Déodat Roché, a sua volta seguace entusiasta dell’Antroposofia, in due conferenze, Manès et le Manichéisme, e Le Catharisme Résurgence du Manichéisme, da lei tenute presso la sede della Association de Science Spirituelle, e pubblicate nei Cahiers d’Études Cathares, Ire Série, 5e année, 1954, N° 20 e N°21, 1955, la parola di Rudolf Steiner ha portato una grande luce anche su questo problema. Infatti nella prima conferenza Simone Hannedouche afferma:

«La Cosmogonia di Mani che Sant’Agostino ricostruisce sulla base della «Epistola del Fondamento» –  oggi perduta – e che si ritrova nei Kephàlaia (i Capitoli) attribuiti a Mani stesso, o a suoi discepoli immediati, è abbastanza difficile da comprendere in ragione della sua complessità e soprattutto del suo carattere immaginativo; poiché Mani si rivolgeva a popolazioni orientali che pensavano ancora per immagini. Ma riferendoci all’evoluzione cosmica, spiegata ai pensatori occidentali da Rudolf Steiner, potremo constatare la stupefacente concordanza che esiste tra le due, e l’una ci aiuterà a comprendere l’altra».

La cosa è per noi tanto più stupefacente in quanto i Kephàlaia manichei furono trovati a Medinet Madi, nel Fayyûm egiziano, solo nel 1931: sei anni dopo la dipartita di Rudolf Steiner. Tradurrò e trascriverò – per utilità del volenteroso lettore – alcuni passi della bella sintesi che Simone Hannedouche fa della sorprendente concordanza tra l’immaginativa cosmogonia manichea e la concettualmente rigorosa cosmologia propria della Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner. Così leggiamo nella prima conferenza-articolo:  

«Bisogna dapprima fare lo sforzo di pensare lo Spirito prima dell’apparizione dello spazio e del tempo: un oceano senza limiti di entità spirituali in incessante attività di pensiero; attività naturalmente invisibile ad occhi umani. Ma quel che occorre sottolineare, è che, benché distintegli uni dagli altri, questi esseri spirituali non sono separati, divisi: essi costituivano veramente un oceano agitantesi di pensieri creatori.

Ora, può accadere – ed è accaduto – che una parte di quest’oceano si separi dal resto, senza barriera separatrice naturalmente, divenendo in qualche maniera più ricettiva: una sfera immensa di essenza spirituale si offre all’attività delle entità circostanti. Si concepisce che, spiritualmente, si produce la separazione: uno «spazio» si pre-forma nello Spirito. Questa essenza spirituale, ancora appena distinta, è, secondo Rudolf Steiner, l’essenza dei Troni, e, l’immensa sfera ch’essa offre all’attività ambiente, è il periodo che la Scienza Occulta denomina come quello di Saturno.  Essa ruota su se stessa per permettere ad ogni gruppo di entità di pre-formare in successione le dodici parti del futuro corpo umano, e si stabilisce una successione: il tempo. Lo spazio a tre dimensioni non si formerà in realtà che sulla T erra. 

La Scienza Occulta indica poi come questa essenza saturnia, che può essere paragonata ad una specie di calore estremamente sottile, si sia condensata poco a poco restringendosi. Essa si scinde: una parte delle entità ricettive, troppo lente ad evolversi, tendono a ritardare l’evoluzione, ad appesantire il globo, mentre altre evolvono verso la pura luce. La sfera pimitiva passa così dal calore sottile allo stato di fumo, di vapore, si dice generalmente: di aria, poi secondo la medesima tendenza, allo stato liquido, e infine allo stato solido della nostra Terra attuale. La separazione iniziale si è dunque accentuata al punto di giungere ad una «Terra» completamente isolata in se stessa, e la cui materia densa è il contrario stesso dello Spirito; e poiché questa materia è, in origine, essenza di volontà spirituale (i Troni), essa manifesta ormai una tendenza estrema a mantenere questo isolamento, a divenire un mondo indipendente, il contrario, il nemico dello Spirito primordiale. Se questo irradia  come la luce, la Terra solida, al contrario, è oscurità; è l’opposizione manichea della «Terra lucida» primitiva, e della «Terra pestifera» attuale. È altresì ciò che si può chiamare il Male cosmico per opposizione al Bene cosmico, e procedente dalla divinità creatrice.

Ora, il corpo dell’Uomo, in origine fatto di calore, ha partecipato a questa densificazione; se non è arrivato alla durezza cristallina delle nostre montagne primarie, è che esseri spirituali lo hanno protetto da ciò, la carne che lo costituisce è ancora compenetrata di vita; solo, la struttura di sostegno, lo scheletro, si è ossificato, e la testa, per lungo tempo aperta verso l’alto, si è richiusa, isolando così il pensiero. Questo pensiero che la vita divina non attraversa più, questo pensiero «umano», è alla base di ciò che noi chiamiamo coscienza; esso è la condizione della nostra libertà nei confronti degli dèi. […] Il male cosmico ha dunque come risultato – e come scopo – quello di realizzare delle individualità umane, coscienti, e libere:  

«Le forze del male non esistono nel cosmo per portare gli uomini ad azioni delittuose. Esse esistono invece per suscitare nell’uomo, quand’egli sia chiamato a sviluppare l’anima cosciente, l’inclinazione ad accogliere la vita spirituale  nel modo», Rudolf Steiner, Lo studio dei sintomi storici, V conferenza , tenuta a Dornach, il 26 ottobre 1918, Editrice Antroposofica, Milano, 1961, p.105.

[HdP: per la sua importanza rispetto al tema della funzione del Male nell’evoluzione dell’uomo e del mondo nel Manicheismo, trascrivo qui il corrispondente testo tedesco di Rudolf Steiner: «diese Kräfte des Bösen, um den Menschen zu verbrecherischen Handlungen zu führen, sondern sie sind im Weltenall dazu vorhanden, um, wenn der Mensch aufgerufen ist zur Bewußtseinsseele, in ihm die Neigung hervorzurufen, das geistige Leben so zu empfangen», Rudolf Steiner, Zeitgeschichtliche Betrachtungen, GA-185, Rudolf Steiner Verlag, Dornach. 1982, p. 111]

La coscienza della nostra solitudine, di quel che si chiama oggi l’assurdità della condizione umana, ci condurrà in effetti a ricercare e a ritrovare lo Spirito. Ma innumerevoli esseri hanno accettato nel nostro interesse di lasciarsi stregare [ensorceler in francese] nella materia, se altri hanno rallentato la loro evoluzione per non abbandonarci interamente, non è altro che giusto che l’uomo, dotato di un vantaggio inestimabile, li restituisca, poco a poco, nella misura dei suoi progressi, alla loro condizione spirituale prima, e, a sua volta, li aiuti nella loro evoluzione, giacché tutto evolve: è il debito cosmico dell’Uomo nei confronti dei regni inferiori. Tuttavia non vi è  soltanto il male cosmico: tutti abbiamo in noi la tendenza a isolarci nella nostra individualità personale, non soltanto dagli dèi, ma anche dai nostri fratelli umani: l’egoismo, l’incomprensione, la frenesia di voler tutto riportare a sé, è il male umano. Bisognerà vincere  anch’esso, e risollevare coloro che vi si abbandoneranno: questa redenzione, lenta ma necessariamente totale degli uomini malvagi e dei regni inferiori che si sono sacrificati per noi, è la ragion d’essere del manicheismo».  

Possiamo dire che questo pensiero dell’operare alla salvezza di coloro che per noi si sacrificarono, affinché ascendessimo ad una condizione spirituale più alta, sia l’essenza cristica stessa del Manicheismo, così come lo è della concezione del Mahâyâna del Bodhisattva, il quale è talmente interiormente ‘libero’ da decidere coraggiosamente di ‘rimandare’, sine die, la propria stessa ‘liberazione’, e la stessa beatitudine del Nirvâṇa, sino a che «l’ultimo filo d’erba, e l’ultimo granello di sabbia del Gange, non abbiano raggiunta l’Illuminazione, e la Liberazione prima di lui». È la Via della ‘Grande Compassione’, Mahâkaruṇa, che scaturisce dalla della ‘Sapienza Trascendente’, Mahâprajñâ, : la Via del Bodhisattva Avalokiteśvara. È l’impulso cristico del Graal, che nel Parzifal di Wagner fa pronunciare le parole finali: «Salvezza al Salvatore». Ma proseguiamo con la trascrizione delle parole di Simone Hannedouche:

«Ciò [sc. la redenzione e il risollevamento di coloro che, sacrificandosi per noi, sono caduti in una condizione inferiore] non si farà senza lotte, e la resistenza sarà violenta: è per questo motivo che Mani presenta la sua cosmogonia  come un combattimento che comincia con la manifestazione: da lì viene l’accusa di dualismo assoluto. Egli non parla di ciò ha preceduto tale lotta, egli insiste sull’esistenza effettiva del male, che Sant’Agostino negherà.

Il primo Eterno esiste prima di tutto ciò che è esistito ed esisterà: questo Dio unico è al di sopra di tutto, è il Padre della Grandezza (Zervan, il Tempo senza limiti) e dai lui procedono le «emanazioni divine». […]

La cosmogonia di Mani ci pone immediatamente nella fase di evoluzione che R. Steiner chiama la fase solare; l’elemento di calore si condensa, la luce si svincola verso l’alto, mentre che il «fumo», l’aria, si accumula verso il basso. Durante l’evoluzione del mondo solare, gli Arcangeli si costituiscono un corpo gassoso, ma lo lasciano, secondo un ritmo regolare, per irradiare nello spazio la Saggezza divina. È allora che si stabilisce un antagonismo: Lucifero l’entità ribelle, sedotto da Satana, il principe delle tenebre, vuole restare presente in questo corpo gassoso ed impadronirsi per se stesso della Saggezza divina, per rinchiuderla in sé e non irradiarla; mentre Colui che chiamiamo il Christo, si offre alle entità divine superiori perché, attraverso di Lui, esse possano irradiare la Saggezza. Due «regni», secondo l’espressione manichea, sono così in presenza; quello del Principe delle Tenebre la cui «sostanza» è l’aria e quello dell’Entità di Luce. E il desiderio nasce nel  Principe delle Tenebre di «conquistare con i suoi demoni quella regione straniera e sfolgorante, e di assimilarsela inghiottendola in sé», H. Ch. Puech, Le Manichéisme, Civilisation du Sud, S.A.E.P., Paris, p. 76.

Di fronte alla minaccia di un tale assalto, il Padre della Grandezza invia la propria «anima», quell’«io» che Mani chiama l’Uomo primordiale, ma questo Messaggero viene divorato dai Demoni. È facile riconoscere qui l’azione dei Cherubini che, dal circolo dello Zodiaco circondante la sfera solare, proiettano nella parte gassosa l’immagine delle quattro forme primordiali, l’Aquila, il Toro, il Leone, e l’Angelo, la cui armonia l’Uomo futuro realizzerà. Il Padre della Grandezza «mescola» così all’oscurità, quel lievito di potenza divina, di vita, che a poco a poco trionferà delle forze di condensazione inerenti all’elemento oscuro che diventerà materia.

E, difatti, per salvare l’Uomo primordiale  così «inghiottito», il Padre della Grandezza suscita una seconda creazione, lo «Spirito Vivente», che interviene in una nuova fase dell’evoluzione: l’antica Luna, secondo la Scienza Occulta di Rudolf Steiner. – L’aria è divenuta acqua e, in quel nuovo abisso, Lucifero è caduto con i suoi angeli, trascinando l’Uomo primordiale. Ma lo Spirito Vivente «chiama»: la Scienza Occulta spiega che ad ogni condensazione risponde uno svincolamento di un elemento più puro: il suono corrisponde all’acqua. Essi si separano più nettamente di quanto non abbiano fatto la luce e l’aria nel Sole: due astri si distaccano, l’uno, luminoso, l’altro, oscuro: è ciò che Mani indica con la chiamata dello Spirito Vivente e la risposta dell’Uomo primordiale che sale dall’abisso. Lo Spirito Vivente tende allora la mano destra all’Uomo primordiale ch’egli trae fuori dall’oscurità: questo segno di saluto si è conservato nella stretta di mano manichea. 

Ma se l’Uomo primordiale irradia come un nuovo Sole al di sopra dell’abisso, la sua anima è rimasta mescolata agli elementi densificati: essa è, in effetti, quella sostanza luminosa derubata e conservata da Lucifero. Lo Spirito Vivente organizza allora la fase seguente dell’evoluzione della Terra con il «rozzo corpo degli Arconti». Noi riconosciamo la struttura della Terra con i suoi continenti, i suoi oceani, ed altresì la disposizione del Cosmo con i dieci firmamenti, le dieci gerarchie (contando quella dell’uomo) e le otto terre, cioè gli otto pianeti dell’Omoforo, il corpo, il corpo portatore dell’uomo, porta sulle sue spalle: Terra, Luna, Venere, Mercurio, Sole, Marte, Giove e Saturno.

E, come terzo inviato, il «Messaggero», che forma il nostro «sé spirituale» (secondo Steiner), incaricato di liberare poco a poco la luce rimasta prigioniera nella materia mediante la trasmutazione di questa in spirito: ma sorge un nuovo contrattempo: la bellezza della forma luminosa del Sé spirituale suscita il desiderio di «Az», la materia concupiscente. Essa costruisce dei corpi della stessa forma, li riempie di materia, e Lucifero porta le anime ad introdurvisi «per conoscervi il bene e il male». E le anime sedotte si ritrovano prigioniere di quei corpi di carne e legati alla Terra mediante la procreazione carnale. La minaccia è grave: diviene necessario un quarto inviato: è Gesù-Splendore, Gesù Glorioso, l’Uomo-Dio, che noi chiamiamo il Christo. Questi «risveglia Adamo, gli apre gli occhi lo fa alzare ed ergersi… gli rivela l’origine infernale del suo corpo, la sorgente celeste del suo spirito, gli disvela la «gnosi», la scienza di tutte le cose, di tutto ciò che è stato, di tutto ciò che è, e di tutto ciò che sarà», H. Ch. Puech, op. cit., p. 82.

A partire da questo momento, grazie alle forze solari del Christo ch’egli può prendere in sé, è l’uomo che condurrà la lotta contro il male, liberare la propria anima, e riconquistare il proprio corpo spirituale così come i suoi principi spirituali sino all’Io primordiale. I tre sigilli dell’iniziato manicheo sono i segni di questa evoluzione, ma l’uomo, perfezionandosi, purificandosi attraverso vite successive, libera la «sostanza divina inghiottita, che emerge e si libera dell’Oscurità al tempo stesso che esaurisce la vita della materia», H. Ch. Puech, op. cit., p. 83. Le peripezie di questa lotta, indicate sino al completamento della fase terrestre fisica, concordano con quelle che annuncia Giovanni nell’Apocalisse. In quel momento, la «Statua umana» sarà completata: il sé spirituale nel corpo spirituale, ma la realizzazione completa dell’Uomo, spirito della decima gerarchia, e la redenzione del male proseguiranno in fasi di evoluzione che Mani non precisa più e che dobbiamo ricercare nella Scienza dello Spirito.

***

Certamente, il manicheismo è all’opera sin dalla venuta del quarto inviato, il «Gesù-Glorioso», ma esso non si rivela che nel terzo secolo della nostra era con l’incarnazione di Mani. Prima del Christo, erano gli dèi di luce stessi che intervenivano per impedire alle anime di sprofondare totalmente nell’abisso; ora che esse hanno la forza di salvare se stesse, prima che l’Uomo abbia piena coscienza del suo potere, è Mani che interviene ogni volta che un pericolo grave minaccia l’evoluzione umana. […] È per questo che il suo nome personale rimane ignorato: egli è «Manas, Mani», il Sé spirituale e i suoi discepoli lo venerano come il Paraclito, lo Spirito Consolatore promesso dal Christo, lo «Spirito Santo».

Nel mito del Graal, nel suo precipitare dai Cieli, dal mondo della Luce, in séguito alla lotta con l’Arcangelo Michael, Lucifero perdette la pietra verde ch’egli portava col suo diadema sulla fronte. Da questa pietra verde venne poi ricavato il Graal, il Sacro Calice nel quale Giuseppe d’Arimathea raccoglierà parte del sangue del Christo. Il Graal fu portato in Occidente – fatto estremamente significativo – e dato in custodia prima a Titurel, poi ad Anfortas, e custodito nella inaccessibile Sacra Rocca, nel Castello del Graal. Infine, fu Parzifal a divenire Re e Custode del Graal. Per chi conosca la ‘leggenda del Graal’, così come essa venne sapientemente raccontata da un Iniziato come Wolfram von Eschenbach, non vi è alcun dubbio circa il fatto che, nella saga da lui riportata, si abbia a che fare con una forma iniziatica, e profondamente spirituale, di Cristianesimo che nulla doveva all’imperante, e arrogante, ortodossia  cattolica, che proprio in quegli anni, nella cosiddetta ‘crociata contro gli albigesi’, procedeva a sterminare i catari, da essa definiti, dal suo punto di vista con ragione, ‘manichei’. Anzi, molti studiosi hanno visto nella ‘spiritualità misterica’ che aleggia nella trilogia di Wolfram von Eschenbach – il Titurel, il Willehalm, il Parzifal – una forma di spiritualità ‘catara’ e ‘manichea’. La cosa è per me assolutamente certa, se si tien conto del fatto che Rudolf Steiner parla di Parzifal come del rinato Mani. Alla base dell’impresa del Graal vi è la restituzione dello stato primordiale dell’uomo in forma novella, la ricostituzione dell’Androgine Celeste, della Coppia Univoca, la redenzione del Male mediante la sua trasmutazione in Bene, la trasformazione della Tenebra in Luce.   

Nel mito, riportato da vari autori, il Graal è sia una ‘pietra’ – la gemma perduta da Lucifero nella sua caduta dai Cieli – sia un ‘vaso’, un ‘calice’ nel quale venne raccolto sul Golgotha il sangue del Christo – ed è singolare che il nome ‘Mani’ – che in sanscrito significa ‘gemma’, ‘pietra preziosa’, come nel caso della ermetica e alchemica ‘pietra filosofale’, autrice di ogni mirabile ‘trasmutazione’ – e che in siriaco ‘Mana’ significhi ‘vaso’, ‘ricettacolo’, e che Agostino di Ippona, che nella sua gioventù era stato ‘uditore’ manicheo per nove anni, riferisca che per i suoi antichi compagni di fede il nome ‘Manicheus’ – come anche veniva trascritto il suo nome nelle fonti latine –  significasse «pietra vivente» o «vaso vivente» (in siriaco Manî Hayyâ, e Mana Hayyâ). Questo ci riporta al tema del Graal, e della sua impresa. Il lettore avrà modo, nel proseguo del presente studio, di vedere la connessione profonda di queste considerazioni col tema che tanto ci preme approfondire.

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL, MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL. QUINTA PARTE.

MANI_of_Cao'an;_the_Buddha_of_Light

(Mani)

Sin dall’inizio di questo nuovo studio, già nella parte introduttiva è stato parlato della lotta di Michele contro il Drago. Lotta che nella storia cosmica della Terra e dell’uomo – secondo le comunicazioni di Rudolf Steiner – si è ripetuta varie volte, ed è stata pure raffigurata in varie saghe e leggende. La lotta che, per il presente tema, riguarda l’uomo di quest’epoca, si svolse tra il 1841 e il 1879, tra Michele e le schiere degli Angeli ribelli, gli Spiriti delle Tenebre, i quali una volta sconfitti vennero cacciati dalla loro originaria dimora celeste, e precipitati giù nel terrestre, ove hanno operato nell’umano in maniera da allora sempre più distruttiva.

Si può dunque dire che tale lotta dai Cieli si sia spostata sulla Terra, da qui l’immagine, più volta evocata dal Maestro dei Nuovi Tempi, di Michele che incalza il Drago sin nel terrestre. Ma le schiere degli Spiriti delle Tenebre, già avverse all’uomo nella sfera cosmica, nel terrestre lottano per impadronirsi dell’umano, per asservirlo all’Oscuro Signore, per distoglierlo dal perseguire la sua mèta originaria, per obnubilarlo, per distruggerlo. Proprio per tale motivo, la drammatica situazione dell’uomo, non consente a questi di rimanere indifferente, neutrale, di fronte all’attuale lotta di Michele contro il Drago. L’uomo – il singolo uomo, e l’umanità tutta – si trova posta alla necessità di dover fronteggiare, di dover lottare, e vincere, il Male. Ma il dover lottare, dominare, e vincere il Male, implica – con logica stringente – l’esigenza di dover ‘conoscere’ il Male. Poiché si può dominare e vincere, unicamente ciò che si conosce. Per millenni tutto l’Oriente ha affermato, instancabilmente ripetuto, che l’ignoranza, la non conoscenza, è la radice di tutti i mali, mentre la ‘Conoscenza’, la ‘Gnosi’, è la fonte inesauribile di ogni bene. In fondo, anche il mondo antico dell’Occidente ha visto nella ‘Conoscenza’ non solo un valore supremo, ma anche in essa strumento e motivo di salvezza e di libertà. In modo particolare, nel Vangelo di Giovanni, 8, 32, è detto:  καὶ γνώσεσθε τὴν ἀλήθειαν, καὶ ἡ ἀλήθεια ἐλευθερώσει ὑμᾶςkài gnòsesthe ten alètheia, kài he alètheia eleutheròsei hymãs, ovvero, nella traduzione del valdese Giovanni Luzzi, «E conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi». E poco oltre, 8, 36, ἐὰν οὖν ὁ υἱὸς ὑμᾶς ἐλευθερώσῃ, ὄντως ἐλεύθεροι ἔσεσθεeàn oùn hyiòs hymãs eleutheròse, òntos elèutheroi èsesthe«Se dunque il Figliolo vi farà liberi, sarete veramente liberi». Perché in Giovanni 14, 6, leggiamo Ἐγώ εἰμι ἡ ὁδὸς καὶ ἡ ἀλήθεια καὶ ἡ ζωή, Egò eimì he hòdos kài he alètheia kài he zoè«Io sono la Via, la Verità, e la Vita». Dunque la ‘Conoscenza’ è la ‘Via’ per giungere alla ‘Verità’, che, sola, è la ‘Vita’. Ne consegue che l’ignoranza, la non conoscenza, è il malo sentiero che fa smarrire la retta ‘Via’, e conduce alla ‘menzogna’, e alla ‘morte spirituale’: questo è il Male. Perché il Male è ignoranza, è illusione fuor-via-ntetra-via-nte – anche etimologicamente –, è smarrimento, menzogna: morte.

L’uomo deve affrontare oggi il Male perché il mistero del Male è collegato con quello della realizzazione della libertà. Per cui, prima di affrontare la questione dell’azione attuale nell’umano degli Spiriti delle Tenebre, dopo loro cacciata dai Cieli, come conseguenza della vittoria di Michele, e il loro precipitare nel terrestre, è prima necessario risalire, e chiarire il mistero dell’origine e della finalità del Male nell’evoluzione del cosmo e dell’uomo. Ciò rende necessario che, in questa quinta parte del presente studio, si affronti preliminarmente il mistero, e il significato, di questa origine.

Rudolf Steiner ne L’evento della morte e i fatti del dopo morte, conferenza tenuta a Lipsia il 22 febbraio 1916, Editrice Antroposofica, Milano, 1990, tratta da ciclo Il legame tra i vivi e i morti, GA-168, Editrice Antroposofica, Milano, 2010, conferenza nella quale alle pp. 28-30, leggiamo:

«Sappiamo e ne abbiamo spesso parlato (lo voglio menzionare ancora qui per concludere) che all’esistenza spirituale nella quale viviamo prendono parte Lucifero e Arimane. Sappiamo pure che nella Bibbia Lucifero viene simbolizzato dal serpente, dal serpente sull’albero. Il serpente fisico però, così come lo sperimentiamo oggi e così come lo dipingerà un pittore di oggi ogni volta che dipinge il paradiso, il serpente fisico non è un vero Lucifero, ma la sua immagine esteriore, l’immagine  fisica. Il vero Lucifero è un’entità che è rimasta indietro al tempo dell’evoluzione lunare. […]

Ciò significa che non è davvero passato molto tempo da che gli uomini sono stati del tutto sospinti entro il piano fisico. Quel che oggi ci viene raccontato dal mondo materialistico come decorso della storia spirituale dell’umanità, in sostanza non è altro che un inganno, poiché ci si immagina che l’uomo sia stato sempre come è diventato soltanto nei secoli più recenti, mentre non è per nulla lontano il tempo in cui con la sua antica chiaroveggenza guardava nel mondo spirituale. Solo che dovette uscirne, poiché non era libero, dovette uscirne per poter ricevere la piena libertà e la coscienza dell’io; ora deve riuscire a rientrare nel mondo spirituale. Per questa ragione la scienza dello spirito prepara qualcosa di importante, di essenziale: reinserirsi nel mondo spirituale. Sempre di nuovo possiamo porci davanti all’anima quanto sia importante il percepire, il sentire che le poche persone che oggi vivono in mezzo al mondo materialistico e che attraverso il proprio karma sono portate a cogliere i compiti più importanti dell’umanità per il futuro, che queste poche persone, attraverso la propria vita animica, hanno qualcosa di importante, di importantissimo. Senza essere superbi, occorre appunto pensare in tutta modestia e umiltà, quanto grande sia la differenza fra un’anima che si addentra nel mondo spirituale, e tutte le altre persone superficiali che oggi non ne hanno idea alcuna, e in particolare non vogliono avere idea alcuna dello spirito». 

Poiché Rudolf Steiner, nell’affrontare il mistero dell’origine del Male, varie volte fece riferimento alla figura di Mani, e alla corrente spirituale del Manicheismo, ch’egli descrisse come corrente spirituale addirittura superiore alla stessa corrente iniziatica rosicruciana, e poiché egli riconnetté apertamente al Manicheismo la corrente del Graal, è importante dare al lettore un quadro sia della vita di Mani, che del suo Insegnamento. Nel proseguo del presente studio verrà data anche una interpretazione di tale Insegnamento. Nella ‘lezione esoterica’ qui novellamente tradotta e presentata, Rudolf Steiner riguardo alla vita di Mani riporta una significativa ‘leggenda simbolica’, che per millesettecento anni venne tramandata all’interno di varie confraternite occulte che dal Manicheismo in vario modo nel corso di molti secoli gemmarono, e ad esso si richiamarono. Può, forse, essere di ausilio allo studioso leggere anche ciò che è scritto nell’Introduzione del Curatore della traduzione italiana dell’opera di Déodat Déodat degli Studi manichei e catari, pubblicata dalla felsinea casa editrice CambiaMenti, Bologna, 2002, ove alle pp. XXVIII-XXXV, leggiamo:  

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Vita di Mani

Mani nacque a Mardinu o Afrûnya, un piccolo sobborgo della Babilonia, nei pressi di Seleucia-Ctesifonte, allora capitale, profondamente ellenizzata, dell’impero partico degli Arsacidi, che presto soccomberanno sotto i colpi della sorgente dinastia persiana dei Sasanidi. La data della sua nascita, il 14 aprile 216 della nostra era, corrispondente allo 8 Nisan 527 dell’era seleucide, viene riportata nello Šabuhragan, opera in mediopersiano che lo stesso Mani dedico a Šâhpuhr, figlio di Ardašir, fondatore della dinastia sasanide. La stessa data è riportata nel primo dei Kephàlaia, vera summa dell’intera dottrina manichea in lingua copta, trovati nel 1930 a Medînet Mâdî, nel Fayyûm egiziano. Il suo nome, anticamente reso con Manes Manete o ancora Manichaios Manicheus, viene dal siriaco Mânî Ḥayyâ, «Mani il Vivente». Egli era di stirpe iranica: suo padre proveniva da Hamadan, l’antica Ecbatana della Media, ed era legato per parentela alla famiglia reale arsacide; sua madre Maryam, della famiglia dei Kamsaragân, aveva anch’essa parentela con gli Arsacidi.

Suo padre Patîk, in seguito ad una profonda crisi religiosa attraversata, e ad un comando interiore ricevuto in un tempio di Ctesifonte, aveva iniziato una ricerca spirituale, che lo condusse  ad unirsi, per lunghi anni, ai seguaci di una comunità giudeocristiana a carattere gnostico, i cui fedeli vengono chiamati nelle fonti greche e copte baptistai («battezzatori»), almuġtasilah («coloro che si lavano») dalle fonti arabe e mênaqqedê («coloro che si purificano») o ḥallê ḥewârê («dalle vesti bianche») in quelle siriache. Inizialmente questi seguaci furono scambiati, dagli studiosi moderni, per Sabei Mandei, appartenenti quindi a correnti gnostiche non cristiane o addirittura anticristiane. Ma, dopo il ritrovamento del codice greco di Ossirinco, nell’Alto Egitto, si è identificata con assoluta certezza questa comunità con quella fondata da Elkhasai attorno all’anno 100 della nostra era e che variamente si diffuse dalla Palestina alla Mesopotamia. Si trattava appunto, e lo si sa da molte fonti eresiologiche cristiane, tra cui Epifanio, di una comunità giudeo-cristiana a sfondo gnostico. In essa l’elemento della conformità alla Legge, ereditato dalla Tôrâebraica, era molto forte. All’interno di questa comunità fu allevato Mani dall’età di quattro anni. All’età di dodici anni egli ebbe la rivelazione paracletica attraverso la visione di un essere angelico, vero suo alter ego, che egli denominerà come «il Compagno», «il Gemello» (at-Tawm in siriaco). Questi, annunciandogli la sua futura missione, gli trasmise, con lampeggiamento istantaneo, la ‘Conoscenza’ trascendente, che lo fece diventare nei confronti del Paracleto «un corpo e uno spirito con lui» (Kephàlaia I, p. 16, 23 et seq.). Questa Rivelazione, che si ripeté quando egli ebbe ventiquattro anni, lo condusse fuori della comunità elcasaita e costituì la consacrazione dell’inizio della sua missione. Questa Rivelazione cosi viene espressa nelle parole di Mani riportate nei Kephalaia: «Negli anni stabiliti, sotto il regno di Ardašir, scese su di me il Paracleto Vivente e mi parlo. Mi rivelò il mistero occulto, che era nascosto al mondo e alle generazioni: il mistero delle profondità e delle altezze; mi rivelò il mistero della luce e delle tenebre» (Kephàlaia I, p. 14). Consapevole della universalità del suo messaggio, egli volse dapprima la sua predicazione ad Oriente, recandosi nelle regioni dell’India settentrionale, nelle regioni del Tûrân e del Makrân (l’attuale Beluchistan), permanendovi circa due anni, sino alla morte di Ardašir I, avvenuta nel 242. Mani torno nella Babilonia e attraverso l’amicizia, o meglio la devota ammirazione che provavano per lui Mihršâh, governatore della Mesene, e Pêrôz, governatore del Khorâsân, ambedue fratelli del nuovo sovrano, lo šahanšah Šâhpuhr I, poté incontrare appunto quest’ultimo. Šâhpuhr rimase profondamente colpito dalla figura e dall’insegnamento di Mani e non solo gli accordò il permesso di predicare liberamente in tutto l’Impero, ma lo prese spesso nel suo seguito, per esempio nella campagna che lo portò allo scontro con Roma, nella guerra contro Valeriano (256-260). La sua attività missionaria fu intensissima e, già egli vivente, essa sorpassò le frontiere iraniche, penetrando in Palestina, in Siria e in Egitto. Il lungo regno di Šâhpuhr I (242-273) permise un ampio diffondersi della nuova religione. Anche Hôrmizd I (273-274), che successe brevemente a Šâhpuhr, fu favorevole a Mani. Le sorti mutarono invece con la salita al trono di Bahrâm I (274-277), sotto il cui regno si rafforzò l’ortodossia mazdea come religione di stato ed ideologia nazionale: presto intollerante, sotto l’influenza del clero mazdeo ed abilmente manovrato dal capo dei magi il môbêKartîr, con un pretesto chiamò a corte Mani e, dopo un colloquio tempestoso, che oppose la violenta arroganza di Bahrâm alla calma jeratica dell’Apostolo, oramai consapevole della propria prossima fine, lo fece imprigionare e condannare senza appello, sotto l’accusa di lesa maestà e corruzione della religione di Zarathuštra. Nella città di Gundêšâpuhr (l’Attuale Bêlapat) si consumò la Passione dell’Apostolo, chiamata dai manichei coi nomi cristiani di dargideh o di staurosis, cioe ‘crocefissione’. Mani fu incatenato al muro con sessanta libbre di catene, che gli impedivano anche il minimo movimento. Dopo ventisei giorni di questo martirio, terminatosi probabilmente il 26 febbraio del 277, egli, esausto, spirò attorniato solo da poche discepole elette. Secondo l’uso del tempo, si infierì sul suo cadavere mutilandolo, dopodiché esso fu gettato ai cani, fuori delle mura della città.

A cominciare dalla morte di Mani, tutta la vita della sua comunità fu il passare, in ogni paese, da una persecuzione all’altra, e meraviglia che tanto a lungo essa abbia potuto resistere prima di scomparire storicamente.

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L’insegnamento di Mani 

Come è stato già detto, la dottrina di Mani è essenzialmente una cosmologia, una gnosi o una theosophia, che vuole rivelare all’uomo, smarrito nella molteplicità materiale e oppresso da un oscuro soffrire, di cui non sa trovare la ragione, la sua origine spirituale, le forze avverse, che in se stesso e nel cosmo egli deve riconoscere per liberarsi, quali siano le deità ostacolatrici da cui scaturiscono queste forze avverse, e quale cammino il mondo spirituale originario gli additi attraverso l’opera di Aiutatori, di Messaggeri, di Deità salvatrici. Il cammino, che l’Uomo percorre nella sua storia cosmica, è essenzialmente una vittoria sul Male, attraverso la trasmutazione delle Tenebre in Luce, il risollevamento di ciò che temporaneamente è caduto sotto l’incantesimo della materialità. La storia cosmica si scandisce in tre tempi: la separazione della Luce primordiale dalle Tenebre, la mescolanza che consegue all’aggressione delle Tenebre nei confronti del mondo della Luce, la redenzione della Luce sacrificatasi per la sconfitta delle Tenebre. Cercheremo di delineare questa storia cosmica nelle sue linee essenzialissime, rimandandone l’approfondimento ad opere di carattere più specialistico.

All’inizio troviamo la contrapposizione tra un mondo di luce, essenza e sostanza di tutto ciò che è, oltre che luminoso, buono, ordinato secondo principi di giustizia, di bellezza, di amore, e un mondo di tenebre e malvagità, diviso in se stesso, agitato da quel movimento caotico e contraddittorio, che costituisce l’essenza stessa della hỳle, la materia oscura e bramosa. Il mondo delle luci è retto dal «Padre della grandezza», detto anche «Re del Paradiso della Luce», identico allo Zurvân dell’antica religione zarathustriana. Ipostasi del Dio di Luce, o sue emanazioni, sono l’«Intelligenza», il «Pensiero», la «Riflessione», l’«Intenzione», il «Ragionamento»: essi sono sue «membra» o «sedi della realtà luminosa del Padre». Signore, invece, della Tenebra caotica, mossa da continuo disordinato movimento, è Ahrmên, l’Angra Mainyûh dell’Avesta, principe dell’oscuro pensiero, le cui ipostasi sono «Fumo», «Fuoco devastatore», «Vento distruttore», «Acqua torbida», «Tenebre». Queste ipostasi della Luce e delle Tenebre si manifestano in mondi gerarchicamente sovrapposti e concatenati.

Il disordinato movimento della hỳle, conduce le schiere demoniache di Ahrmên ai confini del Paradiso delle Luci, la cui trascendente bellezza sveglia in esse il desiderio di conquistare e sommergere la fonte di questa bellezza. Il Padre della Grandezza non può punire l’impotente tentativo del Regno del Male con una azione diretta, non essendovi nel mondo luminoso nulla di vendicativo o di malvagio, che possa rispondere alla tracotanza ed alla rapacità dei demoni di Ahrmên. Dal Dio di Luce procedono per «evocazione», o emanazione, successivamente il «Grande Spirito» e la «Madre dei Viventi». Questa a sua volta emana l’Uomo Primordiale, identificato con Ôhrmazd, lo Ahura Mazdâh avestico. I cinque figli dell’Uomo Primordiale (Aria, Vento, Luce, Acqua, Fuoco) costituiscono la sua «anima vivente», la sua armatura. Nello scontro con le Tenebre, l’Uomo Primordiale e sconfitto: soccombendo viene privato degli elementi luminosi (zîwanê), della sua armatura. L’Anima Vivente viene divorata dai demoni, dando cosi origine alla «Mescolanza» (gumêčišn) di Luce e Tenebre, che costituisce l’attuale mondo. In aiuto dell’Uomo Primordiale il Padre «evoca» in una seconda creazione l’«Amico delle Luci» (Narisafyazd), il «Grande Architetto» (Bân), e lo «Spirito Vivente» (identificato in Mihryazd, il Mithra avestico e misterico), che risveglia, chiamandolo dal Sonno Mortale, l’Uomo Primordiale. Questa «chiamata» (Xrôštag) costituisce un vero e proprio essere, cui va incontro, da parte dell’Uomo, la «Risposta» (Padvaxtag): da questa unione nasce il «Desiderio di Vita». Lo «Spirito Vivente» scende nella tenebra e tendendogli la mano destra libererà l’Uomo Primordiale, traendolo in alto al Mondo della Luce. Per la liberazione della Luce, rimasta prigioniera delle Tenebre, ha luogo una terza «evocazione» la cui figura principale e il «Terzo Messaggero»«dio del Regno di Luce» (rôšnšahryazd) che, quale Demiurgo, ordina il cosmo in modo da provvedere alla progressiva liberazione della Luce prigioniera. Puri vasi di luce sono il Sole e la Luna ed il mondo stellare. Sulla Terra si forma una razza umana, che ha mescolato in se stessa la Luce dell’Anima Vivente, forzatamente abbandonata dall’Uomo Primordiale nel cammino della sua riascesa, ed un elemento tenebroso, ahrimanico, proveniente dalla hỳle. Primo uomo terrestre, Adamo viene reso consapevole della sua misera condizione da Gesù «Fulgore», che gli porta incontro la gnosi, la ‘conoscenza’ salvifica. L’Anima Vivente, crocifissa nella materia, è lo Jesus patibilis, di cui il manicheo Fausto di Milevi parlò ad Agostino, un tempo anch’egli ‘uditore’ manicheo. La redenzione di Adamo e l’archetipo della redenzione di ogni uomo e, lentamente, la  redenzione dell’uomo conduce a sua volta alla redenzione della Luce sepolta nei vari regni della natura, ad un superamento dell’incantamento che imprigiona lo Spirito nella materia.

Nella sua prigionia terrestre, l’uomo e in stato di stordimento, di sonno mortale, di alienata non-consapevolezza (a-nous). Gesù «Fulgore» e per l’Uomo il Nous della Luce. Egli è per l’uomo l’«Io-Luce» (grêv rôšn), l’«Io Vivente» (grêv zîndag), l’«Io Supremo» (grêv burzist), che, attraverso la gnosi folgorante, scuote l’uomo dal sonno della vita somatica, riaccende la memoria spirituale della patria perduta, operando, mediante la Conoscenza, la resurrezione dell’Uomo Interiore.

Questa lunga opera di separazione della Luce dalle Tenebre viene nelle varie epoche impulsata da vari Inviati che accompagnano l’umanità nel suo cammino. Mani si pose come «sigillo dei Profeti» e accolse nella sua sintesi universalistica il messaggio di tutti i suoi predecessori: Seth, Enoch, Noè, Sem, Abramo, Buddha, Zarathuštra, Gesù e Paolo. Egli stesso definisce se stesso «Apostolo di Gesù Cristo» e vede nel Cristo colui che, alla fine di questa immane lotta cosmica, giudicherà, separando il Bene dal Male, da quella stessa Cattedra di Sapienza (Bêma), che nella festa più cara ai seguaci della Chiesa Eletta ricorda il martirio di Mani e il suo Insegnamento.

Si può dire che la logica sottile, che muove la cosmologia manichea, e l’intuizione che la Luce non può lottare col Male, dissolverne la Tenebra, rimanendo sul proprio piano trascendente, bensi soltanto sacrificandosi, non resistendo alla malvagità del Princeps huius mundi, ma operando come lievito della Tenebra, come farmaco trasmutatore all’interno della stessa hỳle, opaca alla Luce dello Spirito e sorda al suo richiamo.

L’uomo, incontrando in se medesimo questa lotta tra il suo principio spirituale e la corporeità, nella quale subisce il dominio della materialità, può, per usare un’espressione goethiana, «morire e divenire», superare se stesso, inverandosi in quell’Io-LuceIo-Gioia, l’unione con il quale affranca l’uomo dal servaggio dell’ignoranza, della paura, dell’avversione e della brama.

Il manicheismo volle usare, per significare la morte dell’Apostolo, il termine buddhista di parinirvâṇa. Per il manicheismo, la progressiva liberazione dei semi di luce, sepolti nella materia, conduceva al superamento, alla fine dei tempi, del saṃsâra da parte del nirvâṇa. Forse fu proprio questa intuizione della trascendenza della Luce, immanente nella inerte ottusità della tenebra, l’idea che attrasse tanti spiriti, la cui nostalgia ricercava, oltre il dualismo cosmologico dei due Principi opposti – Bene e Male – un monismo ontologico, che fosse al contempo slancio etico di purificazione mediante l’altrui redenzione e di conoscenza liberatrice (gnôsis, sophia) dall’aspetto illusorio del mondo. Questi due aspetti, che furono espressi nel Buddhismo Mahâyâna come Illimitata Compassione (mahâkaruṇâ) e come Sapienza Trascendente (mahâprajñâ), vollero nel manicheismo congiungersi con l’idea del Logos-Luce, che, con la propria potenza fulgurea, va incontro all’uomo caduto, che si dibatte nella dualità alla ricerca di una via di liberazione. Il manicheismo volle essere l’appagamento dell’esigenza umana di una libera e diretta conoscenza dello Spirito, perché «l’uomo non deve credere, finche non ha visto con i propri occhi l’oggetto della propria fede» (Kephàlaia, p. 142), e della spinta morale alla redenzione di sé e del mondo, perché «sulla Croce della Luce – come disse Fausto di Milevi – Gesù, Vita e Salvezza degli uomini, è appeso ad ogni ramo».

Queste immagini potenti del manicheismo, alle quali si ispireranno, come a idee forza, pure molti insegnamenti del catarismo medievale, forse ricorderanno all’uomo attuale, in un’epoca difficile e spiritualmente pericolosa, quegli enigmi dell’anima che egli, per nuove e più ardite vie – nuove per la forma, non nel contenuto d’eternità –, è chiamato a sciogliere in un mondo arrogante e distruttivo, che lascia poco spazio alle esigenze di realizzazione interiore e spesso sgretola sottilmente la capacità di orientamento spirituale dell‘uomo, mediante un’idolatrica e ipnotica visione esclusivamente sensibile del mondo, con i correlativi miti di attivismo esteriore e di spregiudicato pragmatismo. Ma di fronte alla Sfinge minacciosa che, una volta di più, sbarra la strada al suo procedere, l’Uomo Interiore coraggiosamente saprà trovare la risposta agli enigmi attraverso la conoscenza risvegliatrice del vivente Pensiero-Folgore, attraverso l’agire luminoso della radicale trasformazione di sé.

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Rudolf Steiner, Der Manichäismus, in Die Tempellegende und die Goldene Legende, als symbolischer Ausdruck vergangener und zukünftiger Entwickelungsgeheimnisse des Menschen. Aus den Inhalten der Esoterischen Schule, GA-93, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1979, pp. 68-79.

Il Manicheismo

Berlino, 11 novembre 1904

Dobbiamo parlare un po’ della Frammassoneria per un desiderio che ci è stato espresso. Ma non si può comprendere questa, prima di aver considerate le correnti spirituali, che stanno in relazione con la Frammassoneria in maniera tale che la Frammassoneria è per così dire scaturita da esse. Una corrente spirituale ancora più importante di quella dei Rosacroce fu quella del Manicheismo. Dobbiamo quindi effettivamente prima parlare di questo molto più importante movimento, e potremo poi, in seguito, gettare una volta una luce anche sulla Frammassoneria.

Quel che io ho da dire in proposito è in relazione con diverse cose che operano all’interno della vita spirituale presente e futura. E per mostrarvi che, se si è attivi in questi campi, si deve continuamente mettersi in relazione con qualcosa, sia pure occultamente, desidero accennare solo in maniera introduttiva, come in ripetute occasioni io abbia designato il problema di Faust come uno particolarmente importante per la nuova vita spirituale. Ed è altresì per questo motivo, che nel primo numero del Luzifer il movimento spirituale moderno è stato messo in relazione con il problema di Faust. Così come ne ho trattato nel mio articolo sul Luzifer, non è senza una certa motivazione che in esso viene fatta allusione al problema di Faust. 

E per mettere reciprocamente in rapporto le cose delle quali qui si tratta, dobbiamo perciò dapprima partire da un orientamento spirituale, che ci viene incontro per la prima volta all’incirca nel III secolo. Questo è quell’orientamento spirituale che ha trovato in Sant’Agostino il suo grande avversario, benché questi, prima di entrare nella Chiesa Cattolica, fosse seguace di questa corrente. Dobbiamo parlare del Manicheismo, che fu fondato da una personalità, che designò se stesso come Mani, e visse all’incirca nel III secolo d.C. Il movimento è partito da una regione, che allora era dominata dai re dell’Asia minore; esso è dunque partito dalle regioni dell’Asia minore occidentale. Questo Mani fondò una corrente spirituale, che dapprima non raccolse che una piccola setta, ma che divenne una potente corrente spirituale. Gli Albigesi, i Valdesi, e i Catari medievali sono la prosecuzione di questa corrente spirituale, al quale appartiene pure l’Ordine dei Templari, del quale dovremo appunto parlare a parte, ed allo stesso modo – attraverso una mirabile concatenazione di rapporti – la Frammassoneria. All’interno di questa corrente appartiene autenticamente la Frammassoneria, sebbene essa sia legata ad altre correnti, per esempio il Rosicrucianesimo.

La storia esteriore, che ci viene raccontata, su Mani, è estremamente semplice.

Viene detto, che nelle regioni dell’Asia anteriore un mercante, che era straordinariamente erudito. Egli redasse quattro importanti scritti: in primo luogo i Mysteria, in secondo luogo i Capitula, in terzo luogo l’Evangelium, in quarto luogo il Thesaurus. In oltre viene raccontato che alla sua morte egli avesse lasciato questi scritti alla sua vedova, che era una persiana. Questa vedova a sua volta li lasciò ad uno schiavo ch’ella aveva riscattato e affrancato. Questi sarebbe il Mani che abbiamo nominato, il quale avrebbe tratto da questi scritti la sua sapienza, ma che era stato inoltre iniziato nei Misteri del culto di Mitra. Egli poi fece nascere questo movimento del Manicheismo. Mani viene chiamato anche il «Figlio della Vedova» e i suoi seguaci i «Figli della Vedova». Ma lui stesso, Mani, si designava come «Paracleto», come lo Spirito Santo promesso dal Christo all’umanità. Ora questo caso si deve intendere che egli designò se stesso come una incarnazione di quello Spirito Santo; egli non pensava affatto di essere l’unico Spirito Santo. Egli si rappresentava questo Spirito Santo  come manifestantesi in ripetute incarnazioni, e designò se stesso come una di tali ripetute incarnazioni dello Spirito.

La dottrina che egli annunciava fu da Agostino, allorché questi fu entrato nella Chiesa Cattolica, combattuto nella maniera più accesa. Agostino contrappose la sua concezione cattolica all’insegnamento manicheo, che fa rappresentare da una personalità, che egli chiama Fausto. Fausto è nel senso di Agostino il lottatore contro il Cristianesimo. Qui vi è l’origine del Faust di Goethe con la sua concezione del Male. Il nome «Faust» risale sino a questo antico insegnamento agostiniano.

Si apprende abitualmente dall’insegnamento manicheo, come esso si distingua dal Cristianesimo occidentale attraverso la sua diversa concezione del Male. Mentre il Cristianesimo cattolico è dell’opinione che il Male riposi su una caduta dalla scaturigine divina, su una caduta di Spiriti, originariamente buoni, che si separarono da Dio, invece che l’insegnamento del Manicheismo che il Male sarebbe altrettanto eterno del Bene; che non vi sarebbe resurrezione della carne e che il Male in quanto tale non avrebbe fine. Dunque, esso non avrebbe altresì inizio, bensì sarebbe della stessa origine del Bene, e non avrebbe fine.

Se intendiamo il Manicheismo in questa maniera, esso appare certamente come qualcosa di radicalmente non cristiano e come qualcosa di assolutamente incomprensibile.

Ora vogliamo affrontare la cosa sino in fondo secondo le tradizioni che devono risalire allo stesso Mani ed esaminare di cosa autenticamente si tratta.  Un punto di riferimento per questo esame ce lo dà la leggenda del Manicheismo, una leggenda proprio dello stesso tipo di quella che vi ho recentemente raccontato come Leggenda del Tempio. Tutte queste correnti spirituali, che sono in rapporto con iniziazioni, si esprimono exotericamente in leggende. Solo, la leggenda del Manicheismo è una grandiosa leggenda cosmica, una leggenda di natura sovrasensibile.

In essa viene raccontato come una volta gli Spiriti delle Tenebre vollero assalire il Regno della Luce. Essi giunsero in effetti sino ai confini del Regno della Luce e vollero impadronirsi del Regno della Luce. Ma essi nulla potevano contro il Regno della Luce. Ora esse dovevano – e qui vi è un tratto particolarmente profondo che vi prego di notare – ora esse dovevano venir punite dal Regno della Luce. Ma nel Regno della Luce non vi era nulla, in qualsivoglia forma, di Male, bensì unicamente di Bene. Dunque i demoni della Tenebra avrebbero potuto essere puniti soltanto con qualcosa di buono. Che cosa accadde allora? Avvenne quanto segue. Gli spiriti del Regno della Luce presero una parte del loro proprio Regno e mescolarono questa nel Regno materiale della Tenebra. Attraverso il fatto che una parte del Regno della Luce fu ora mescolato al Regno della Tenebra, attraverso il fatto che in questo Regno della Tenebra vi fosse introdotto per così dire un lievito, una sostanza fermentante, mise il Regno delle Tenebre in una vorticosa danza caotica, attraverso la quale esso ricevette un nuovo elemento, ovverossia la morte. Cosicché esso divora incessantemente se  stesso e porta in sé in germe del proprio annientamento. Inoltre, viene raccontato che per il fatto che è accaduto ciò, sia sorto il genere umano. L’Uomo Primordiale sarebbe appunto proprio ciò che è stato inviato dal Regno della Luce per mescolarsi col Regno della Tenebra, per vincere mediante la morte quel che non deve esistere nel Regno della Tenebra; per vincerlo in se stesso.

Il pensiero profondo che vi è in esso è che da parte del Regno della Luce il Regno delle Tenebre non deve essere vinto attraverso la punizione, bensì attraverso la dolcezza; non attraverso la contrapposizione al Male, bensì mediante la mescolanza con il Male, per redimere il Male in quanto tale.  Mediante il fatto che una parte della Luce penetra nel Male, il Male stesso viene vinto.

Alla base di ciò sta la concezione del Male che io ho spesse volte esposta come la concezione teosofica. Che cos’è il Male? Non è nient’altro che un Bene inattuale. Per addurre un esempio, che è stato da me spesso citato: supponiamo di avere a che fare con un eccellente pianista e con un eccellente tecnico di pianoforte, i quali siano ambedue perfetti nel loro genere. Dapprima il tecnico deve costruire lo strumento, e poi consegnarlo al pianista. Se questi è un buon suonatore, egli lo adopererà nella maniera corrispondente, e così ambedue sono per così dire il Bene. Ma se ora il tecnico volesse andare nella sala del concerto e strimpellarvi, allora egli non sarebbe nel posto giusto. Il Bene diverrebbe così il Male. Vedete così che il Male non è nient’altro che il Bene non nel posto giusto.

Se quel che in una qualsivoglia epoca è estremamente buono, volesse conservarsi ulteriormente, irrigidirsi, ed intralciasse da allora il cammino di quel che è già progredito, allora diverrebbe indubbiamente un Male, perché si contrapporrebbe al Bene. Supponiamo che le forze direttrici dell’epoca lunare, nella quale erano perfette nel loro genere e dovessero concludere la loro attività, si immischiassero ulteriormente nell’evoluzione. Allora esse rappresenterebbero nell’evoluzione terrestre il Male. Così il Male non è nient’altro che il Divino, giacché nell’altra epoca, ciò che nel momento non opportuno è il male, era il Divino.

In questo senso profondo dobbiamo intendere la concezione manichea, che il Bene e il Male siano fondamentalmente dello stesso genere, siano fondamentalmente identici al loro principio e alla loro fine. Se interpretate così questa concezione, allora comprenderete che cosa veramente Mani voleva proporre. Ma dall’altro lato dobbiamo dapprima spiegare, perché Mani  chiamava se stesso il «Figlio della Vedova» e perché i suoi seguaci si chiamano «Figli della Vedova».

Se risaliamo ai tempi più antichi, che stanno prima della nostra razza radicale, allora la specie e la modalità di come gli esseri umani conoscevano, conquistavano il sapere, era un altro. Dalla mia descrizione dell’epoca atlantica, ed ora che appare il prossimo numero del Luzifer, anche dalla descrizione dell’epoca lemurica, vedrete come allora ogni sapere – in parte è così sin nella nostra epoca – era influenzato dal quel che sta al di sopra dell’umanità. Ho già menzionati frequentemente come soltanto il Manu, che apparirà nella prossima razza radicale, sarà un reale fratello umano, mentre i precedenti umani erano  una specie di esseri sovrumanamente divini. Solo ora l’umanità matura abbastanza per avere un proprio fratello umano come Manu, che dalla metà dell’epoca lemurica ha attraversato tutti gli stadi. Che cosa accade dunque veramente durante l’evoluzione della quinta razza radicale? Avviene questo, che questa rivelazione, la rivelazione dall’alto, la direzione dell’anima dall’alto si ritrae gradualmente e abbandona l’umanità sulle proprie vie, cosicché essa diventa la sua propria guida.

Ora, in tutto l’Esoterismo (Mistica) l’anima venne chiamata la «Madre»; l’istruttore il «Padre». Padre e Madre, Osiride e Iside, sono le due Potenze presenti nell’anima: l’istruttore, colui che rappresenta il Divino riversantesi in maniera immediata, Osiride è il Padre; l’anima stessa, Iside, concepisce, riceve il  Divino-Spirituale, è la Madre. Ora, durante la quinta razza radicale il Padre si ritira. L’anima viene resa vedova, deve essere resa vedova. L’umanità viene abbandonata a se stessa. Essa deve cercare nella propria anima la Luce della verità, per guidare se stessa. Tutto l’elemento animico da tempo immemorabile venne portato ad espressione con simboli femminili. Perciò questo elemento animico – che oggi è presente in germe e in seguito verrà sviluppato completamente – questo elemento animico dirigente se stesso, che non ha più di fronte a sé  il fecondatore divino, viene designato da Mani come la «Vedova». E per questa ragione e gli designa se stesso come il «Figlio della Vedova».

È Mani colui che prepara quel gradino dell’evoluzione animica umana, che cerca la propria animica Luce dello Spirito. Quel che proviene da lui, era un appello alla propria luce animica dello Spirito ed era al contempo un deciso ribellarsi contro tutto quel che non voleva provenire dall’anima, dalla propria osservazione dell’anima. Alcune belle parole provengono da Mani e sono diventate il leitmotiv dei suoi seguaci di ogni epoca. Ascoltiamo: Dovete spogliarvi di tutto quel l’autorità esteriore vi tramanda; poi dovete diventare maturi per contemplare la vostra propria anima.

Agostino invece – in un dialogo, nel quale egli si pose come avversario di quel Fausto manicheo, rappresenta il seguente principio: – Io non accetterei l’insegnamento del Christo, se esso non fosse fondato sull’autorità della Chiesa –. Invece, il manicheo Fausto dice: Voi non dovete accettare nessun insegnamento sulla base dell’autorità; noi vogliamo accettare un insegnamento solo liberamente. – Questa è la ribellione della Luce spirituale edificantesi su se stessa, che venne poi pure portata ad espressione in così bella maniera nella saga del Faust.  

Noi ci troviamo di fronte questa opposizione pure delle più tarde leggende del Medioevo. Da un lato la leggenda di Faust, dall’altro la leggenda di Lutero. Lutero è il rappresentante del principio autoritario, Faust invece è colui che si ribella, colui che si appoggia sull’interiore luce spirituale. Abbiamo la leggenda di Lutero: questi scaglia il calamaio in testa al diavolo. Ciò che al lui si presenta come Male, viene messo da parte. E dall’altro lato, abbiamo l’alleanza di Faust col Male. Una scintilla del Regno della Luce viene inviata al Regno della Tenebra, per penetrare nella tenebra, per redimere la tenebra attraverso se stessa, per vincere il male attraverso la dolcezza. Se lo intendete in questa maniera, allora vedrete pure che questo Manicheismo si accorda benissimo con la concezione del Male che abbiamo esposta.

Come possiamo rappresentarci la collaborazione del Bene e del Male? Ce la dobbiamo spiegare a partire dall’armonia di vita e di forma. Come la vita diventa forma? Attraverso il fatto che essa incontra un’opposizione; attraverso il fatto che esso non viene a espressione tutta in una volta – in una forma. Osservate un po’ come la vita in una pianta, diciamo il giglio, si affretti di forma in forma. La vita del giglio ha edificato, plasmato, una forma di giglio.

Allorché questa forma è stata plasmata, la vita vince la forma, trapassa nel germe per far rinascere in seguito la medesima vita in una novella forma. E così la vita procede di forma in forma. La vita stessa è senza forma e non potrebbe estrinsecarsi in maniera percepibile in se stessa. La vita del giglio per esempio è nel primo giglio, trapassa nel secondo, nel terzo,  nel quarto, nel quinto. Ovunque è la medesima vita diffusa nel suo tessere, quella che appare in una forma limitata. Che essa appaia in forma limitata è un ostacolo a questa vita universalmente fluente. Non vi sarebbe forma alcuna, se la vita non venisse ostacolata, frenata nella sua forza scorrente da tutti i lati. Proprio da quel che è rimasto indietro, quel che a ciò che sta su un piano superiore appare come una catena, proprio da ciò nel grande cosmo scaturisce la forma.

Sempre quel che è la vita viene afferrata come forma da quel che come vita era presente in un periodo precedente. Esempio: la Chiesa cattolica. La vita, che nella Chiesa cattolica vive da Agostino sin nel 15° secolo, è vita cristiana. La vita in essa è Cristianesimo. Sempre di nuovo viene fuori questa vita pulsante (i mistici). La forma, da dove viene la forma? Questa non è nient’altro che la vita dell’antico Impero romano. Quel che in questo antico Impero romano era ancora vita, si è irrigidito nella forma. Quel che esistette prima come Repubblica, e poi come  Impero, quel che è vissuto nelle sue manifestazioni esteriori come Stato romano, ha consegnato la vita irrigidita nella forma al successivo Cristianesimo, sino a renderlo capitale, proprio come la precedente Roma era la capitale dell’Impero romano mondiale. Persino i funzionari provinciali romani hanno avuto come prosecutori i preti e i vescovi. Quel che prima era vita, diviene in seguito forma per un superiore gradino della vita.  

Non è esattamente la stessa con l’essere umano? Che cos’è la vita umana? La fecondazione manasica è oggi vita interiore dell’uomo, che venne impiantata a metà dell’epoca lemurica. La forma è quel che seminalmente proveniva dall’epoca lunare. Allora, nel periodo lunare, era l’evoluzione kamica la vita dell’uomo; ora essa è l’involucro, la forma. Sempre la vita di un’epoca precedente è la forma di una epoca successiva. Nell’armonizzazione di forma e vita è dato al contempo l’altro problema: quello del Bene e del Male; attraverso il fatto che il Bene di un epoca precedente è unito con il Bene di un’epoca nuova. E questo, fondamentalmente, non è proprio nient’altro che l’armonizzazione del procedere con i suoi propri ostacoli. Ciò è al tempo stesso la possibilità dell’apparire materiale, la possibilità di giungere all’esistenza manifesta. Questa è la nostra esistenza umana all’interno della solida Terra minerale: vita interiore e vita rimasta indietro da epoche precedenti indurita in forma ostacolatrice. Questo è pure l’insegnamento del Manicheismo sul Male. 

Se partendo da questo punto di vista domandiamo ulteriormente: Ora che cosa vuole Mani e che cosa significa la sua espressione di essere il Paracleto, lo Spirito Santo, il Figlio della Vedova? Ciò non significa nient’altro se non che egli vuole preparare quell’epoca, nella quale nella sesta sottorazza l’umanità si guiderà se stessa, mediante la sua propria luce animica e supererà le forme esteriori, le trasformerà in Spirito.

Mani vuole creare una corrente dello Spirito che superi il Rosicrucianesimo, che vada oltre la corrente dei Rosacroce. Questa corrente di Mani arriva sino alla sesta razza radicale, che viene preparata dalla fondazione del Cristianesimo. Proprio nella sesta razza radicale soltanto il Cristianesimo arriverà alla sua piena espressione. Soltanto allora esso esisterà realmente. L’interiore vita cristiana in quanto tale vince qualsivoglia forma, si diffonde attraverso il Cristianesimo esteriore e vive in tutte le forme delle diverse confessioni. Chi cerca la vita cristiana, la troverà sempre. Essa crea forme e spezza forme nei diversi sistemi religiosi. Quel che importa non è cercare ovunque l’identità nelle forme esteriori di espressione, bensì di sentire l’interiore corrente vitale, che esiste ovunque sotto la superficie. Ma quel che ancora deve essere creata è una forma per la vita della sesta razza radicale. Questa deve venir creata prima, giacché essa deve esistere, onde possa riversarvisi la vita cristiana. Questa forma deve venire preparata da uomini, che devono creare una tale organizzazione, una tale forma, onde la vera vita cristiana della sesta razza radicale possa prendervi dimora. E questa forma esteriore di società deve scaturire dall’intenzione di Mani, dal manipolo che Mani prepara. Questa deve essere la forma esteriore di organizzazione, la comunità, nella quale la scintilla cristiana potrà così giustamente prendere dimora.

Da ciò voi potete desumere che questo Manicheismo si sforzerà dapprima, di plasmare anzitutto la vita esteriore in maniera pura; giacché essa deve  condurre gli uomini a diventare in futuro un vaso appropriato. Perciò venne dato una così grande importanza ad un modo di pensare assolutamente puro e alla purezza della vita. I Catari furono una setta, che comparve come una meteora nel XII secolo. Essi venivano chiamati così, perché Catari significa i «Puri». Erano uomini che per quel che riguarda il loro atteggiamento animico e il loro comportamento morale dovevano essere puri. Essi dovevano cercare la kàtharsis – la purificazione – interiormente ed esteriormente, per formare una comunità pura, che doveva essere un ricettacolo puro. Questo è ciò a cui il Manicheismo aspira. Si tratta meno della coltivazione della vita interiore – la vita continuerà a scorrere anche il altra maniera – , bensì piuttosto della coltivazione della forma esteriore della vita.  

Gettiamo ora uno sguardo su quel vi sarà nel corso della sesta razza radicale. Allora il Bene e il Male formeranno ancora una contrapposizione ben altrimenti diversa che non quella di oggi. Ciò che nella quinta ronda subentrerà per l’intera umanità, il fatto che la fisionomia esteriore, che ognuno si crea, sarà una immediata espressione di quel che il Karma avrà creato sino ad allora dell’essere umano, apparirà come un preludio rispetto a questa condizione, nel corso della sesta razza radicale, all’interno dell’elemento spirituale. In coloro nei quali il Karma avrà prodotto un eccesso di Male, il Male apparirà in maniera del tutto particolare all’interno dell’elemento spirituale. Da una parte esisteranno allora uomini di una potente bontà interiore, di una genialità d’amore e di bontà; ma dall’altro lato, vi sarà pure il contrario. Il Male sarà presente senza maschera come atteggiamento animico in una grande quantità di uomini, non più ammantato, non più occultato. I malvagi andranno fieri del Male come di qualcosa di particolarmente prezioso. Già spunta in qualche geniale essere umano una qual certa voluttà per questo Male, per questo elemento demoniaco della sesta razza radicale. La «bestia bionda» di Nietzsche per esempio ne è così un preannuncio spettrale.

Questo puro Male deve venire rigettato dalla corrente dell’evoluzione cosmica come una scoria. Esso sarà espulso nella ottava sfera. Oggi stiamo in maniera immediata di fronte ad un’epoca, nella quale avrà luogo una contrapposizione cosciente col Male da parte dei buoni.

La sesta razza radicale avrà il compito reinserire, per quanto possibile, il Male mediante la dolcezza nella corrente progredente dell’evoluzione. Sarà sorta allora una corrente spirituale che non si opporrà al Male, malgrado il fatto che questo apparirà nel mondo nella sua forma più demoniaca. Rinsaldata sarà in coloro che saranno i seguaci dei Figli della Vedova, la coscienza che il Male deve essere nuovamente reinserito nell’evoluzione, ma che esso deve essere vinto non attraverso la lotta, bensì mediante dolcezza. Preparare energicamente ciò, questo è il compito della corrente spirituale manichea. Essa non perirà, questa corrente spirituale: essa si manifesterà in svariate forme. Comparirà in forme, che taluni si possono immaginare, ma che non è necessario che vengano oggi dichiarate. Dovesse riguardare unicamente la coltivazione dell’atteggiamento interiore, questa corrente non raggiungerebbe quel che essa deve realizzare. Essa deve esprimersi nella fondazione di comunità, che cercano prima di tutto di considerare e di diffondere come elemento decisivo la pace, l’amore, il non contrastare il Male [con la lotta]. Poiché esse devono creare un ricettacolo, una forma per la vita, che si propaga anche senza di essa.

Ora voi comprenderete perché Agostino, la mente più significativa della Chiesa cattolica, che nella sua Città di Dio edificò addirittura la forma della Chiesa, creò la forma per il presente, perché egli dovette diventare il più violento avversario de la forma che prepara l’avvenire. Due polarità si fronteggiano: Fausto e Agostino. Agostino, che edifica sulla chiesa, sulla forma presente; Fausto, che vuole preparare a partire dall’essere umano il senso per la forma dell’avvenire.

Questa è l’opposizione, che si sviluppa nel III e IV secolo dopo Christo. Essa rimane presente e trova la sua espressione nella lotta della Chiesa cattolica contro i Templari, i Rosacroce, gli Albigesi, i Catari e così via. Essi vengono tutti distrutti sul piano fisico esteriore, ma la loro interna vita continua ad operare. In seguito, l’opposizione viene di nuovo ad espressione in forma attenuata, ma sempre ancora in forma violenta, in due correnti scaturite da un’unica civiltà occidentale, come Gesuitismo (Agostinismo) e Frammassoneria (Manicheismo). Quelli che guidano la lotta da un lato, i Cattolici e i Gesuiti degli alti gradi, sono tutti coscienti di ciò; ma tra coloro che, dall’altro lato, nello spirito di Mani, conducono la lotta, solo pochissimi sono coscienti, solo i vertici del movimento ne sono coscienti.

Così nei secoli successivi si fronteggiano Gesuitismo (Agostinismo) e Frammassoneria (Manicheismo). Sono i figli delle antiche correnti spirituali. Perciò nel Gesuitismo come nella Frammassoneria voi avete una prosecuzione nelle iniziazioni delle stesse cerimonie come nelle antiche correnti. L’iniziazione della Chiesa nel Gesuitismo ha i quattro gradi: coadjutores temporalesscholarescoadjutores spiritualesprofessi. I gradi dell’iniziazione nella vera e propria frammassoneria occulta sono analoghi. Essi corrono parallelamente, ma perseguono direzioni completamente diverse.  

 

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL, MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL. QUARTA PARTE.

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(Il Conte di Saint-Germain)

La  ‘lezione esoterica’ presentata nel proseguo di questa quarta parte del mio studio  – forse la più importante dell’intero libro curato da Hella Wiesberger. Die Tempellegende und die Goldene Legende, GA-93, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1979, ovvero La Leggenda del Tempio e la Leggenda Aurea, solo parzialmente tradotto in italiano – è quella che maggiormente mi ha fatto, per dirla col mio amato Dante, «tremar le vene e i polsi». L’estrema delicatezza del suo contenuto ben giustifica la riverenza, e il sacro timore, che si possono provare nel cuore e nell’anima di fronte al contenuto di essa.

Questa ‘lezione esoterica’ di Rudolf Steiner è in effetti corrisponde al testo di uno dei due testi dattiloscritti raccolti, assieme ad altri sotto la dicitura di ‘Sunti’, nel volume segnato col numero 251 della biblioteca del Gruppo Novalis di Roma, recante a matita l’annotazione autografa, riconoscibilissima, di Giovanni Colazza, che diceva: «Riservato per lo studio nelle logge R+C». Ciò dimostra l’importanza che ai suoi occhi rivestiva un tale testo, destinato alla formazione di coloro che avrebbero poi fatto parte della seconda Classe della Scuola Esoterica, della ‘Mystica Aeterna’.

Il testo da me tradotto proviene dalla trascrizione fatta di appunti della suddetta ‘lezione’, presi da parte di Mathilde Scholl e di ancora più estesi appunti di Marie von SiversSteiner. Hella Wiesberger, in uno dei nostri colloqui, mi spiegò come durante le ‘lezioni’ della Scuola Esoterica fosse vietato prendere appunti. Ma che gli appartenenti alla medesima erano liberi di trascrivere poi a casa quanto erano a ‘registrare’ nella loro personale memoria. La mia amica Hella mi spiegò altresì come, per il fatto che gli appartenenti alla Scuola Esoterica fossero tutti degli energici praticanti interiori, molti di loro possedevano una forte, e ben esercitata, memoria. Infatti, stupisce come di alcune di quelle importanti ‘lezioni’ abbiamo a volte resoconti di alcune decine di pagine. Marie Steiner, poi, era famosa per la sua eccezionale memoria, per la sua capacità di ripetere agli stenografi delle conferenze di Rudolf Steiner, ai quali era sfuggito qualche passaggio, sùbito dopo averle ascoltate, le intere conferenze a memoria! Io stesso posso testimoniare la eccezionalità della memoria di Hella Wiesberger – lei pure energica praticante interiore – la quale aveva sempre presente davanti allo sguardo interiore l’intera Gesamtausgabe, l’intera Opera Omnia di Rudolf Steiner, coi suoi 354 volumi, e pure con gli inediti in aggiunta. 

In questa ‘lezione’ molti sono gli elementi misteriosi, che richiederebbero un approfondimento meditativo: un approfondimento che però si rivela via via tanto più necessariamente illimitato quanto più lo si attui. Ma centrale è – a mio avviso, e non solo mio – il mistero o l’enigma che ruota attorno alla individualità spirituale di Christian Rosenkreutz e alla nascita della Fraternitas Rosae Crucis, ovvero all’Ordine dei Rosacroce. Ora, tralasciando completamente quanto affermano la miriade di ordini e confraternite che si richiamano abusivamente al glorioso e sacro nome della autentica Rosacroce, terrò conto unicamente di quanto comunicò Rudolf Steiner, e delle considerazioni di coloro che hanno collaborato in maniera fedele e coerente alla sua Opera.

Pochissimo si ricava dalla storia esteriore sulla personalità di Christian Rosenkreutz. Quel pochissimo viene così riferito da Hella Wiesberger in una nota, alle pp. 306-307 dell’opera che consideriamo, relativa alla ‘lezione’ da me tradotta e qui pubblicata:

«Christian Rosenkreutz : una personalità del XIV-XV secolo, non considerata storica dalla storia esteriore, conosciuta in maniera leggendaria a partire da due anonimi scritti rosicruciani, la «Fama Fraternitatis, ovvero discoperta del lodevolissimo Ordine della R.C.», Kassel, 1614, e la «Confessio Fraternitatis, ovvero  Confessione della encomiabile Fratellanza della onorevolissima Rosa Croce», Kassel, 1615,  e secondo questi scritti un tedesco di nobile stirpe, che visse dal 1378 al 1484. Il nome apparve per la prima volta nel 1604 nello  composto e diffuso in forma di manoscritto, pubblicato poi in forma «Le Nozze Chimiche di Christian Rosenkreutz, Anno 1459», il cui autore Johann Valentin Andreae viene presentato da Rudolf Steiner come portatore dell’ispirazione di Christian Rosenkreutz. Vedi anche Rudolf Steiner, Le Nozze Chimiche di Christian Rosenkreutz, in Philosophie und Anthroposophie, Articoli Completi 1904-1918, GA-35, 1965. L’articolo è contenuto pure nella traduzione delle Nozze Chimiche nell’attuale tedesco corrente di Walter Weber, Basel, 1978. Secondo Rudolf Steiner, Christian Rosenkreutz fu realmente una personalità storica. Cfr. a tale proposito anche «Das esoterische Christentum und die geistige Führung der Menschheit», Il Cristianesimo esoterico e la guida spirituale dell’umanità, GA-130, 1977». 

In vari punti della sua sterminata Opera, Rudolf Steiner fece più volte delle comunicazioni – tutte di una importanza decisiva – sulla individualità di Christian Rosenkreutz. Quelle che ci riguardano in maniera più immediata rispetto al tema del presente studio sono legate alla ‘Leggenda del Tempio’, e alla ‘Leggenda Aurea’, che non solo giustificano il titolo del libro – il GA-93 – curato con amorevole diligenza da Hella Wiesberger, ma sarà inoltre il tema centrale, attorno al quale ruoterà tutta l’operatività meditativa individuale, e quella comune – il cosiddetto ‘culto simbolico rappresentativo’, come anche lo definirà Rudolf Steiner – all’interno della ‘Sezione cultico-conoscitiva’, della ‘Mystica Aeterna’.

Le ‘lezioni esoteriche’ svolte da Rudolf Steiner, raccolte nel suddetto volume sulla ‘Leggenda del Tempio’ e sulla ‘Leggenda Aurea’, rappresentavano la necessaria preparazione all’interno della prima Classe o Sezione della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner per coloro che dovevano poi essere ammessi – come afferma esplicitamente Hella Wiesberger nelle sue Note preliminari al suddetto volume – alla seconda Classe o Sezione della medesima Scuola Esoterica, chiamata appunto ‘Mystica Aeterna’, o ‘Misraim Dienst’, ossia ‘Culto’, o ‘Liturgia’, o ‘Rituale Misraimita’. In quelle ‘lezioni esoteriche’, Rudolf Steiner afferma esplicitamente l’identità del cainita Hiram sia con Christian Rosenkreutz nella sua incarnazione nel XIV-XV secolo, sia con il Conte di SaintGermain nel XVIII secolo. Sulla misteriosa figura del Conte di Saint-Germain, che è una figura perfettamente storica, sono stati scritti fiumi d’inchiostro: per lo più molto a sproposito, quando poi non per confondere le acque. A tale proposito, in una nota a p. 308, relativa a quanto detto a p. 64,  Hella Wiesberger afferma chiaramente che:

«Conte di Saint-Germain … Christian Rosenkreutz : l’identità spirituale di queste due figure è un risultato dell’indagine di Rudolf Steiner. Del resto, essa si trova esposta nella conferenza di Neuchâtel, del 27 settembre 1911, contenuta in «Das esoterische Christentum und die geistige Führung der Menschheit», GA-130, 1977».

Data l’importanza di questa affermazione, riporto qui per documentazione il testo tedesco della medesima:

Graf von Saint-Germain … Christian Rosenkreutz : Die geistige Identität dieser beiden Gestalten ist ein Forschungsergebnis Rudolf Steiners. Es findet sich außerdem dargestellt im Vortrag Neuchätel, 27. September 1911 in «Das esoterische Christentum und die geistigeFührung der Menschheit», Bibl.-Nr. 130, GA 1977.

Vedremo più avanti, nel proseguo del presente studio, l’importanza decisiva di quelle conferenze tenute da Rudolf Steiner a Neuchâtel. Quanto al passo della ‘lezione esoterica’ qui sotto riportata, che fa riferimento ad eventi della Rivoluzione Francese, e al misterioso intervento avuto dal Conte di Saint-Germain in alcuni momenti di essa, è importante riportare quanto Hella Wiesberger scrive, alle pp. 307-308, in un’altra nota sempre relativa al testo di p. 64 dell’originale tedesco:

«Prima della Rivoluzione Francese apparve presso una dama di compagnia della Regina Maria Antonietta, la Signora d’Adhémar, una personalità … il Conte di Saint-Germain : come fonte storica valgono qui i «Souvenirs sur Marie-Antoinette, Archiduchesse d’Autriche, Reine de France, et sur la cour de Versailles par Madame la Comtesse d’Adhémar, Dame du Palais», che furono allora pubblicati dallo scrittore Etienne-Léon, barone di Lamothe-Langon. Circa 50 anni più tardi questi Ricordi furono strappati all’oblio da H.P. Blavatsky e dai suoi amici. Uno dei più che rari esemplari dei Ricordi si trovava nella biblioteca di una zia di H.P. Blavatsky, a Odessa, Henry Steel Olcott, che nel 1875 aveva fondato con la Blavatsky la Società Teosofica, scrisse nei suoi «Old diary leaves – the true story of the Theosophical Society», pubblicati nel 1895, vol. I, p. 24: «If Mme de Fadeef –  H.P.B.’s aunt – could only be induced to translate and publish certain documents in her famous library, the world would have a nearer approach to a true history of the pre-revolutionary European mission of this Easter Adept than now has until now been available». La teosofa inglese Isabella Cooper-Oakley ne pubblicò alcuni anni dopo un primo estratto, che è apparso nella rivista «Die Gnosis» (I annata, Nr. 20 del 15 dicembre 1903). (Vedi anche la l’ultima nota relativa a p. 107, ‘lezione’ del 16 dicembre 1904). Nel suo libro, edito nel 1912, «The Comte of Sint-Germain – The Secret of Kings», apparvero tutte le parti riguardanti il Conte di Saint-Germain tratti dai Souvenirs di Madame d’Adhémar. In traduzione tedesca le parti più essenziali si trovano in Karl Heyer, «Aus der Jahrhundert der Französischen Revolution», riprodotto come manoscritto, Kreßbronn, 1937, seconda edizione 1956». 

Ora, in decenni di accanite ricerche, ho avuto modo di procurarmi sia il testo della Cooper OakleyIl Conte di Saint-Germain – il segreto dei Re, pubblicato in inglese, nel 1912, a Milano, dalla casa editrice Ars Regia del teosofo, e massone menphitico, Giuseppe Sulli Rao, che il testo di Karl Heyer, Dal secolo della Rivoluzione Francese. Anzi, nelle suddette mie accanite ricerche, ho avuto la fortuna di trovare un libro di Karl Heyer, che riunisce due suoi testi, Geschichtsimpulse des Rosenkreuzertums, ossia Impulsi storici del Rosicrucianesimo, e, appunto, Aus der Jahrhundert der Französischen Revolution, ovvero Dal secolo della Rivoluzione Francese, pubblicati in un unico volume, edito, nel 1990, dalla benemerita Perseus Verlag di Basilea. Karl Heyer, personalità notevole di studioso, fu legato personalmente a Rudolf Steiner, il quale apprezzò talmente le sue ricerche storiche, da giungere ad affermare: «Karl Heyer … dimostra: oggi la Scienza è così; e poiché è così, essa deve sfociare nel modo antroposofico di indagine»

Un’opera particolarmente preziosa dal punto di vista storico sulla personalità del Conte di Saint-Germain, opera che ritengo per rigore e profondità superiore addirittura a quella della Cooper-Oackley, che pure è per certi versi eccellente, è lo studio dell’esoterista ed editore francese Paul Chacornac, Le Comte de Saint-Germain, Paris, Chacornac Frères, 1947, e successive edizioni nel 1973, nel 1989. Questo testo è stato anche tradotto in italiano, anche se la traduzione non mi sembra essere troppo accurata, e pubblicata dalle Edizioni Mediterranee, a Roma, nel 2007.

Ma uno dei ‘segreti’, a lungo ben custoditi nella ‘Mystica Aeterna’, riguarda l’identità di Hiram-Christian Rosenkreutz- Conte di Saint-Germain con l’Autore del Vangelo di Giovanni e dell’Apocalisse, ossia con Lazzaro-Giovanni. Infatti, in una ‘Instruktionsstunde’, ‘lezione d’istruzione’, della seconda Classe – quella ‘cultico-conoscitiva’ – tenuta a Berlino il 15 aprile 1908, e intitolata ‘L’Iniziazione di Hiram Abiff da parte del Christo Gesù’, contenuta in Rudolf Steiner, Zur Geschichte und aus den Inhalten der erkenntniskultischen Abteilung der Esoterichen Schule 1904-1914, GA-265, Rudolf Steiner Verlag, 1987, ossia Per la storia e dai contenuti della Sezione cultico-conoscitiva della Scuola Esoterica 1904-1914, alle pp. 406-410, è detto:

«Hiram Abiff allora giunse sino al limitare della Iniziazione. Tuttavia Iniziato egli lo divenne solo in séguito. A tal fine doveva giungere sulla Terra il Sole spirituale, Questo discese nella fisicità nel Christo. Il quale soltanto poteva iniziare Hiram Abiff. Il luminoso Sole spirituale doveva rifulgere a lui nell’Iniziazione. Egli [sc. Hiram Abiff] era Lazzaro, che dopo la Resurrezione si chiamò Giovanni. Egli venne iniziato dal Christo Gesù. Quel che Hiram Abiff aveva conquistato mediante la vita nella fisicità. Non la vita del gruppo, ma ogni singola incarnazione doveva ora divenire importante. Ogni singola incarnazione doveva aggiungere una pagina al Libro della Vita, il cui contenuto veniva assunto nello Spirituale, rimaneva qualcosa che non poteva più svanire, bensì doveva rimanere sin nell’intero futuro. Questo rappresenta Hiram Abiff.

Viene posta importanza non ad una vita interiore nella quale si annuncia la specie della stirpe, bensì a quell’unica incarnazione che ha importanza per tutto il futuro.

Prima che si compisse questa Iniziazione di Hiram Abiff mediante il Christo Gesù , doveva prima rifulgere il Sole spirituale, il Sole di primavera, e l’antico principio doveva ritrarsi. Il Sole doveva prima illuminare con la sua Luce la Luna Piena, soltanto dopo poteva  realizzarsi il giorno della Resurrezione».

Mentre in un’altra trascrizione della medesima ‘lezione d’istruzione’ è detto:

«Il risveglio di Lazzaro è una specie di culminazione del Vangelo di Giovanni. È una Iniziazione, il cui svolgimento viene ivi raccontato – tuttavia una iniziazione affatto particolare, assolutamente unica. […]

Gli uomini della corrente di Caino, coloro che avevano lavorato su se stessi dal basso verso l’alto con l’opera delle loro proprie mani, erano giunti talmente lontano da poter elevare a Sapienza la conoscenza che avevano conquistato da se stessi, cioè: essi potevano venire iniziati. Il corpo fisico aveva impresso la propria impronta nei loro corpi eterici. Mediante il proprio lavoro, essi avevano purificato, nobilitato, spiritualizzato il corpo fisico e la loro anima. Questi Figli di Caino erano dispersi per il mondo, e Hiram Abif viene detto esser stato il primo di questi Figli di Caino ad essere riuscito a progredire così tanto. Hiram Abif, il solitario romito, si stava di fronte all’Iniziazione. Nella sua successiva incarnazione la ricevette. Venne chiamato “Lazzaro” – Lazzaro, infatti, nella sua incarnazione precedente è Hiram Abiff. […]

Questo Christo, l’elevato Spirito del Sole, iniziò Lazzaro, il rinato Hiram Abiff.

Dieser Christus, der hohe Sonnengeist, initiierte den Lazarus, den wiedergeborenen Hiram-Abiff».

Abbiamo anche. a p. 420 della GA-265, una comunicazione fatta da Rudolf Steiner in rapporto al lavoro cultico-conoscitivo della ‘Mystica Aeterna’, tramandata da Marie Steiner nella quale è detto:

«L’individualità, che si era reincarnata come Hiram Abiff e Lazzaro-Giovanni, fu nuovamente iniziata nel XIII e XIV secolo, e da allora porta il nome di Christian Rosenkreutz».  

Die Individualität, die als Hiram Abiff und Lazarus-Johannes wiederverkörpert war, wurde in ihren Verkörperungen im 13. und im 14. Jahrhundert erneut eingeweiht und trägt seitdem den Namen Christian Rosenkreutz.

Durch Marie Steiner überlieferte Mitteilung Rudolf Steiners im erkenntniskultischen Zusammenhang. 

Comunicazioni simili Rudolf Steiner le fece anche a Helene Röchling, ibidem p. 419 :

«Lazzaro, il discepolo prediletto che il Christo Gesù stesso iniziò, in séguito l’autore del Vangelo di Giovanni, è il reincarnato Hiram Abiff».

Lazarus, der von dem Christus Jesus selbst initiierte Lieblingsjünger, der spätere Verfasser des Johannes-Evangeliums, ist der wiederverkörperte Hiram Abiff.

Inoltre, sempre nel volume GA-265, sulla Sezione cultico-conoscitiva, abbiamo un corposo saggio della curatrice Hella Wieberger, Zur Hiram-Johannes Forschung Rudolf Steiners, Per l’indagine su Hiram-Giovanni di Rudolf Steiner, pp.423-436, ove l’intera questione di tale identità viene ampiamente, e dettagliatamente, esaminata e sviscerata. 

Questo ‘arcano’, questo ‘segreto’, dell’identità del cainita Hiram-Christian Rosenkreutz con Lazzaro-Giovanni, l’autore del Vangelo di Giovanni, custodito nella ‘Mystica Aeterna’, in qualche modo fu indirettamente suggerito a cerchie un po’ più ampie da Rudolf Steiner in conferenze da lui tenute nell’ambito dell’allora Società Teosofica, divenuta – dopo il distacco da Adyar – Società Antroposofica. Per esempio, nel ciclo Vangelo di Giovanni in relazione con gli altri tre e specialmente col Vangelo di Luca, GA-112, tradotto da Lina Schwarz, quarta edizione, Editrice Antroposofica, Milano, 2013, nella prima conferenza, tenuta a Kassel, il 24 giugno1909, egli, p. 11, in maniera abbastanza trasparente per chi abbia occhi, così si esprime:

«I rosacroce sono una comunità che, fino dal secolo quattordicesimo, ha coltivato nella sfera della vita spirituale europea il vero cristianesimo spirituale. La comunità dei rosicruciani, prescindendo da tutte le forme storiche esteriori, ha cercato sempre di portare alla luce per i suoi seguaci la verità più profonda del cristianesimo; essa ha sempre dato ai suoi seguaci anche il nome di “cristiani giovanniti”. Se arriviamo a comprendere l’espressione di cristiani giovanniti, arriveremo, se non a spiegarci con l’intelletto, almeno a presagire, a comprendere l’intero spirito e l’atteggiamento delle conferenze che seguono».

E, alle pp. 13-14, ancora leggiamo:

«Questo è ciò che soprattutto i cristiani giovanniti, le comunità dei rosacroce, consideravano come essenziale e importante: il fatto che in ogni anima umana si trova qualcosa che ha una relazione diretta con quanto è avvenuto in Palestina per mezzo del Cristo Gesù. Se il Cristo Gesù può venir chiamato l’avvenimento principale dell’umanità, allora anche ciò che corrisponde nell’anima umana all’evento del Cristo dovrà essere quello che vi è di più grande e di più importante. Che cosa può essere? A questa domanda i discepoli rosicruciani rispondevano che per ogni anima vi è qualcosa che si indica con le parole “risveglio” o “rinascita” o “iniziazione”».

E più oltre, a p. 15:

«Con la rinascita, questo io superiore può guardare nel mondo spirituale, come l’io inferiore, per mezzo dei sensi, occhi, orecchie e così via, può guardare nel mondo sensibile. Ciò che si chiama appunto risveglio, rinascita, iniziazione, è il più grande evento dell’anima, anche a parere di quelli che si proclamano seguaci della croce con le rose».

Poi, ancora a p. 17:

«E che cosa dicevano quelli che volevano continuare la saggezza dei Vangeli? Che cosa dicevano i cristiani giovanniti? Essi dicevano: “Nel singolo uomo vi è un avvenimento grande , possente, che si può chiamare la rinascita dell’io superiore. Come il bambino nasce dalla madre, così l’io divino nacedall’uomo. L’iniziazione, il risveglio è possibile; e quando esso si è verificato – così dicevano coloro che se ne intendevano – allora diventa importante qualcosa di diverso da ciò che importava prima”».

Dopodiché, Rudolf Steiner mostra il rapporto profondo che vi è tra l’occulta Sapienza dei rosicruciani, dei cristiani giovanniti, col Mistero del Graal, che è il tema portante del presente studio. Infatti, alle pp. 18-20 – ne riporteremo, per necessità di spazio, solo alcuni passi salienti – possiamo leggere:

«Quelli che si chiamavano cristiani giovanniti, e che avevano eletto a loro simbolo la croce con le rose, dicevano: proprio ciò che è risorto per l’umanità quale mistero dell’io superiore dell’umanità, è stato conservato. È stato conservato da quella comunità ristretta  che ha avuto il suo inizio con i rosacroce.

Questa comunità viene indicata simbolicamente nel seguente modo: quella sacra coppa, dalla quale il Cristo Gesù ha mangiato e bevuto coi suoi discepoli, che viene chiamata il Santo Graal, e in cui il sangue che uscì dalla ferita venne raccolto per opera di Giuseppe di Arimatea, come si racconta, è stata portata dagli Angeli in Europa. Per essa venne costruito un tempio, e i rosicruciani divennero i guardiani del contenuto della sacra coppa, vale a dire di ciò che era l’essenza del Dio rinato. Il mistero del Dio rinato domina nell’umanità; questo è il mistero del Graal.

Questo è il mistero che viene dato come un nuovo Vangelo, e del quale viene detto: noi eleviamo lo sguardo a un saggio qual è l’autore del Vangelo di Giovanni, il quale poté dire: «Nel principio era la Parola, e la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Quello che in principio era presso Dio è rinato in colui che abbiamo visto soffrire e morire sul Golgotha, e che è risorto». La continuità del principio divino attraverso tutti i tempi, e la rinascita del principio divino, è ciò che lo scrittore del Vangelo di Giovanni voleva esporre. Ma tutti coloro che hanno voluto esporre quel fatto sapevano che il principio presente dalle origini è stato conservato. Nel principio vi era il mistero dell’io umano superiore; era stato conservato nel Graal; era rimasto unito nel Graal, e nel Graal vive l’io che è connesso con ciò che è eterno e immortale, così come l’io inferiore è connesso con ciò che è caduco e mortale. Chi conosce il segreto del Santo Graal sa pure che dal legno della croce emana la vita vivente e germogliante, l’io immortale che è simbolizzato dalle rose sul legno nero della croce. Il mistero della croce con le rose può essere perciò considerato come una continuazione del Vangelo di Giovanni. […]

Secondo lo spirito del Vangelo di Giovanni si potrebbe ora dire: “Ciò che viveva in Gesù di Nazareth come Cristo era l’io superiore e divino dell’intera umanità, il Dio rinato, divenuto terrestre in Adamo come in una copia di se stesso”. – Questo rinato io umano continuò quale mistero sacro, venne conservato sotto il simbolo della croce con le rose, e viene annunciato oggi come il mistero del Santo Graal, della croce con le rose.

Quello che in ogni anima umana può nascere come io superiore, ci indica la rinascita dell’io divino nell’evoluzione dell’intera umanità per mezzo dell’evento di Palestina. Come in ogni singolo uomo nasce l’io superiore, così è nato in Palestina l’io superiore dell’intera umanità, l’io divino. Esso viene conservato e ulteriormente sviluppato in ciò che si nasconde sotto il segno della croce con le rose».  

Qui potest capere, capiat!  

Le considerazioni precedenti, mi sembra che offrano molto al diligente lettore, al sincero ricercatore spirituale, per cominciare ad esplorare, e ad andare in profondità su un tema sacro come quello della Rosacroce, del suo Fondatore, e sul Mistero del Graal. Solo due osservazioni preliminari, che mi paiono necessarie. Anzitutto, a questo punto è quanto mai evidente l’accordo, l’assoluta armonia, che vi è tra l’insegnamento di Massimo Scaligero e quello di colui ch’egli chiama il Maestro dei Nuovi Tempi, Rudolf Steiner. Accordo e armonia che si verifica sin nei particolari, nei dettagli, come ho potuto mostrare nella terza parte del presente studio. Inoltre, che – tenuto conto del contenuto della ‘lezione esoterica’ pubblicata in questa parte del presente studio, risulta evidente esser stata la Massoneria a ricevere la ‘Leggenda del Tempio’ dal Rosicrucianesimo, e non viceversa. Chi abbia familiarità con la letteratura rosicruciana del XVII secolo, soprattutto con gli scritti di autori come Michael Maier, Oswald Crollius, Robert Fludd, Thomas Vaughan, Elias Ashmole, non nutrirà alcun dubbio in proposito. Né tampoco nutrirà dubbi chi conosca le opere ermetiche e alchemiche di Basilio Valentino – un ‘Maestro dell’Arte’, come usa dire in Ermetismo – nei cui scritti l’influsso rosicruciano è evidente, e nei quali al simbolismo ermetico si mescola armonicamente, come nella raffigurazione del Rebis, il simbolismo muratorio. Siamo oltre cento anni prima della nascita della Massoneria speculativa, avvenuta con la nascita della Gran Loggia di Londra, il 24 giugno 1724. Quanto poi la Massoneria abbia saputo recepire in profondità l’impulso rosicruciano ricevuto, quanto in tempi diversi, e in diversi paesi, essa sovente se ne sia allontanata, lo abbia smarrito, e in taluni casi, sempre in luoghi e tempi diversi, addirittura tradito, è un altro discorso, che esula dal presente studio.  

Con questo, presentiamo, come dono pasquale, ai lettori di Ecoantroposophia la seguente ‘lezione esoterica’ di Rudolf Steiner. Possa il lettore trarne motivo di elevazione interiore, e sprone ad un alacre, e fecondo, lavoro interiore.

                                                     

Il Mistero dei Rosacroce

Berlino il 4 novembre 1904

Abbiamo già trattato numerosi miti le cui immagini racchiudono verità esoteriche. Tali miti furono un tempo dati agli uomini per trasmettere loro, dapprima in forma immaginativa, determinate verità non essendo essi ancora maturi per le verità esoteriche stesse. Queste immagini afferravano il corpo causale e preparavano così gli uomini ad intendere, in incarnazioni successive, le verità esoteriche stesse.

Ora, vorrei oggi indicarvi una di queste rappresentazioni esoteriche, che venne data solo pochi secoli fa ed ancor oggi prosegue in svariate forme. È la seguente.

Al principio del 15° secolo apparve in Europa una personalità che era stata iniziata in Oriente in determinati misteri. Questi era Christian Rosenkreutz. Prima di terminare quell’incarnazione Christian Rosenkreutz aveva iniziato anche un gruppo di personalità – che superavano appena la decina – nella misura in cui ciò era allora possibile con uomini europei, in ciò in cui egli stesso era stato iniziato. Questa piccola confraternita, che si chiamò Fratellanza dei Rosacroce – Fraternitas Rosae Crucis – portò nel mondo esterno un certo mito pel tramite di una fratellanza più grande, più estesa.

Christian Rosenkreutz stesso espose allora determinati arcani nella cerchia più ristretta dei Misteri dei Rosacroce, così come essi potevano essere percepiti unicamente da uomini che avessero attraversato la necessaria preparazione. Ma, come abbiamo detto, nella piccola confraternita non ve ne erano più di dieci; questi erano  gli autentici Rosacroce iniziati. Ciò che venne insegnato da Christian Rosenkreutz  non poteva essere comunicato a molti uomini; venne perciò rivestito da una sorta di mito. Sin dalla sua creazione, al principio del 15° secolo, questo mito venne narrato e interpretato molte volte nelle fratellanze. Fu raccontato in cerchie più vaste, ma venne interpretato unicamente nella cerchia più ristretta, a coloro che a ciò erano maturi. Questo mito aveva all’incirca il seguente contenuto:

 Ci fu un’epoca in cui uno degli Elohim creò l’uomo, un essere umano che chiamò Eva. L’Elohim si congiunse con Eva e da Eva nacque Caino. In seguito, l’Elohim Jahvè o Jehova creò Adamo. Adamo si congiunse a sua volta con Eva e da questa unione nacque Abele.

Quindi con Caino abbiamo a che fare con un figlio diretto degli Dèi, e con Abele con un rampollo di Adamo, plasmato come uomo, e di Eva. Il mito prosegue così. I sacrifici che Abele offriva al Dio Jahvè, erano accetti al Dio. Mentre non lo erano invece i sacrifici di Caino, giacché Caino non era nato su diretto comando di Jahvè. La conseguenza fu che Caino compì il sacrificio. Egli colpì Abele. Per questo egli fu escluso dalla comunione con Jahvè. Andò in contrade lontane e divenne laggiù il capostipite di una stirpe.

Adamo si congiunse nuovamente con Eva e nacque Seth, in sostituzione di Abele, del quale pure viene trattato nella Bibbia. Sorsero così due stirpi umane: la prima proveniva da Eva e dall’Elohim – la stirpe di Caino; la seconda proveniva meramente dall’uomo che si era congiunto con Eva su ordine di Jahvè.

Dalla stirpe di Caino provennero tutti coloro che sulla Terra avevano vocazione alle Arti e alle Scienze, per esempio Metusael che inventò la scrittura, la scrittura Tau, e Tubalcain, che insegnò la lavorazione dei metalli e del ferro. Nacque così, in questa linea proveniente direttamente dall’Elohim, l’umanità che si educò nella Arti e nelle Scienze.

Da questa stirpe proveniva pure Hiram. Egli era l’erede di tutto quello che nel corso di molte generazioni era stato accumulato di Sapere, di Arte e di Tecnica. Hiram era l’architetto più eccezionale che si possa mai pensare.

Dall’altro lignaggio, dalla stirpe di Seth, proveniva Salomone, che si contraddistinse in tutto ciò che originava da Jahvè o Jehova. Egli era dotato della saggezza del mondo, di tutto quel che come calma, chiara, limpida saggezza può essere emanata dai figli di Jehova. Questa era una saggezza che poteva bensì essere espressa in parole toccanti profondamente l’essere umano nel suo cuore, che potevano elevarlo, ma che tuttavia non afferravano alcun oggetto in modo immediato e non riuscivano a produrre alcunché di reale nella Tecnica, nell’Arte e nella Scienza. Era una saggezza che era dono ispirato direttamente dal Dio, non una Sapienza elaborata dal basso, scaturente dalla passione umana, dal volere umano. Questa la si trovava, invece, presso i figli di Caino, presso coloro che provenivano in modo diretto dall’altro Elohim. Essi erano forti lavoratori, che volevano elaborare tutto a partire da se stessi.

Ora, Salomone decise di edificare un Tempio. A questo scopo assunse come architetto Hiram, il discendente dei figli di Caino. Ciò fu all’epoca in cui la Regina di Saba, Balchis, avendo udito parlare del saggio Salomone, venne a Gerusalemme. E quando giunse, ella fu incantata dalla sublime, chiara, saggezza di Salomone e dalla sua bellezza. Questi chiese, ed ottenne anche, da lei una promessa di matrimonio. Laggiù la Regina di Saba udì pure parlare della costruzione del Tempio. Ora ella volle conoscerne l’architetto, Hiram. Appena lo vide, un suo semplice sguardo fece su di lei un’enorme impressione e ne rimase completamente avvinta.

Ciò creò, ora, un’atmosfera di gelosia tra Hiram e il saggio Salomone. La conseguenza fu che Salomone avrebbe fatto volentieri qualcosa contro Hiram; ma dovette tenerselo, affinché il Tempio potesse essere completamente edificato. 

Accadde quanto segue. Il Tempio era ormai costruito fino ad un determinato punto. Mancava unicamente quello che doveva essere il capolavoro di Hiram, e cioè il Mare di Bronzo. Questo capolavoro doveva rappresentare l’Oceano, fuso nel bronzo, ed abbellire il Tempio. Tutte le mescolanze dei metalli erano state eseguite da Hiram in maniera prodigiosa e tutto era stato predisposto per la fusione. Ma a questo punto si misero all’opera tre compagni, che Hiram durante la costruzione del Tempio aveva trovati non all’altezza di essere nominati Maestri. Perciò questi avevano giurato vendetta e volevano impedire l’esecuzione del Mare di Bronzo. Un amico di Hiram, che  aveva saputo di tale proposito, comunicò questo piano dei compagni a Salomone affinché lo sventasse. Ma Salomone, per gelosia contro Hiram, lasciò corso alla cosa, perché voleva rovinare Hiram. La conseguenza fu che Hiram dovette assistere alla rovina dell’intera fusione, poiché i compagni avevano aggiunto un materiale indebito alla massa. Egli tentò altresì di sedare il fuoco divampante con l’aggiunta di acqua, ma così fu anche peggio. Mentre era già prossimo a disperare della riuscita dell’opera, gli apparve lo stesso Tubalcain, uno dei suoi avi. Questi gli disse che doveva gettarsi tranquillamente nel fuoco perché egli sarebbe stato invulnerabile ad esso. Hiram lo fece e giunse sino al centro della Terra. Tubalcain lo condusse da Caino, che era laggiù nello stato dell’originaria condizione divina. Hiram venne ora iniziato nel segreto della creazione del fuoco, nel segreto della fusione dei metalli e così via. Ottenne inoltre da Tubalcain un martello e un Triangolo d’Oro, ch’egli avrebbe dovuto portare al collo. Quindi tornò indietro e fu veramente in grado di eseguire il Mare di Bronzo, di riportare in ordine la fusione.

A questo punto egli conquistò la mano della Regina di Saba. Ma venne sorpreso dai tre compagni e ucciso. Però prima di morire gli riuscì ancora di gettare il Triangolo d’Oro in un pozzo. Ora, poiché nessuno sapeva ove fosse Hiram, lo si cercò. Salomone stesso era angosciato e voleva sapere che cosa fosse accaduto. Si temette che i tre compagni avessero tradito l’antica Parola di Maestro e ne venne perciò convenuta una nuova. Le prime parole dette al ritrovamento di Hiram, sarebbero state la nuova Parola di Maestro. Quando Hiram fu ritrovato,  egli poté dire ancora alcune parole. Disse: Tubalcain mi promise che io avrei avuto un figlio, il quale a sua volta avrebbe avuto molti figli che avrebbero popolato la Terra, e avrebbero condotto a termine la mia opera – L’edificazione del Tempio. Poi indicò il luogo dove sarebbe stato trovato il Triangolo d’Oro.  Questo venne portato al Mare di Bronzo ed ambedue vennero custoditi in uno speciale luogo del Tempio, nel Sancta Sanctorum. Essi possono venir ritrovati soltanto da coloro che posseggono la comprensione di cosa debba significare l’intera leggenda del Tempio e del suo architetto Hiram.

Passiamo ora dalla leggenda ad una interpretazione della medesima.   

Questa leggenda rappresenta il destino della terza, della quarta e della quinta sottorazza della nostra quinta razza radicale. Il Tempio è il Tempio delle fratellanze occulte, in modo particolare quello che l’intera umanità della quarta e quinta sottorazza edifica, e il Sancta Sanctorum è la dimora delle fratellanze occulte. Queste ultime sanno cosa significhino il Mare di Bronzo e il Triangolo d’Oro.

Abbiamo perciò a che fare con due tipi di stirpi umane, con quella – rappresentata da Salomone – la quale è in possesso della saggezza divina, e con la stirpe di Caino, coi discendenti di Caino, i quali comprendono il fuoco e sanno adoprarlo. Questo fuoco non è il fuoco fisico, bensì il fuoco delle passioni, degl’istinti, delle brame, divampante nello spazio astrale.

Ora chi sono i figli di Caino? I figli di Caino – nel senso di questa leggenda – sono i figli di quegli Elohim i quali, nella classe degli Elohim, sono rimasti un po’ indietro durante l’epoca lunare. Ma, nell’epoca lunare, noi abbiamo a che fare con kama. Questo kama o fuoco venne allora compenetrato dalla saggezza. Vi furono due tipi di Elohim. Gli uni non rimasero al connubio tra saggezza e fuoco, procedettero oltre. E allorché formarono l’uomo, non erano più compenetrati dalle passioni, cosicché essi lo dotarono di una saggezza quieta, chiara. Questa è la vera e propria religiosità di Jahvè o Jehova, la saggezza che è assolutamente priva di passione. Gli altri Elohim, presso i quali la saggezza era ancora unita col fuoco del periodo lunare, son quelli che crearono i figli di Caino.

Perciò, nei figli di Seth, abbiamo gli uomini religiosi con la chiara saggezza e, nei figli di Caino, coloro che possiedono l’elemento impulsivo, che s’infiammano e possono sviluppare entusiasmo per la Sapienza. Queste due stirpi attraversano tutte le razze, tutte le epoche. Dalla passione dei figli di Caino son nate tutte le Arti e le Scienze, dalla corrente di Abele-Seth, tutta la chiara religiosità e la saggezza senza entusiasmo.

Poi avvenne la fondazione del Cristianesimo. Mediante questo, la precedente religiosità, la quale era soltanto una religiosità dall’alto, divenne una religiosità completamente priva di kama. Essa venne immersa nell’elemento che proprio attraverso il Christo è venuto sulla Terra. Christo non è semplicemente saggezza; egli è l’Amore incarnato: un elevato Kama Divino, che è al tempo stesso Buddhi; un puro, aleggiante Kama che nulla vuole per sé, bensì dirige al di fuori tutte le passioni in una dedizione infinita: è un kama rovesciato. La Buddhi è un kama rovesciato.

Attraverso ciò, si prepara all’interno del tipo umano religioso, all’interno dei figli della saggezza, una superiore religiosità, che ora può essere veramente entusiastica. Questa è la religiosità cristiana. Essa viene dapprima preparata nella quarta sottorazza della quinta razza radicale. Tutta questa corrente, però, non è ancora in grado di congiungersi con i figli di Caino. Dapprima essi sono ancora avversari. Infatti, se il Cristianesimo afferrasse incondizionatamente, in modo rapido, tutti gli uomini, esso potrebbe addirittura colmarli d’amore, ma il singolo cuore umano, l’individuale cuore umano non ci sarebbe. Non vi sarebbe libera religiosità, non vi sarebbe la nascita del Christo in noi stessi come fratello, ma semplicemente come Signore. Per questa ragione, i figli di Caino devono operare ancora per tutta la quinta sottorazza. Essi agiscono attraverso i loro iniziati ed edificano il Tempio dell’Umanità, edificato con Arte mondana e mondana Scienza.

Così vediamo  svilupparsi sempre più, durante la quarta e quinta sottorazza, l’elemento mondano, vediamo apparire alla luce l’intera evoluzione storico-mondana sul piano fisico. Con l’elemento mondano del materialismo si sviluppa l’elemento personale, l’egoismo che conduce alla guerra di tutti contro tutti. Anche se allora il Cristianesimo esistesse, esso sarebbe in certo qual modo un ‘Mistero’ di pochi. Esso ha, però, lavorato affinché agli uomini, durante la quarta e quinta sottorazza, sorgesse l’idea: tutti sono uguali dinanzi a Dio. Questa è massima cristiana. Ma gli uomini non possono comprendere ciò completamente, finché son prigionieri del materialismo e dell’egoismo. 

La Rivoluzione francese ha poi applicato la conseguenza dell’insegnamento cristiano in senso mondano. La dottrina spirituale del Cristianesimo: tutti gli uomini sono ugual avanti a Dio, con la Rivoluzione francese fu tradotta in una dottrina puramente mondana: quaggiù tutti sono uguali. La nuova epoca l’ha trascinata ancora più nel fisico.

Prima della rivoluzione francese comparve presso una dama di compagnia della Regina Maria Antonietta, la Signora d’Adhémar, una personalità che predisse tutte le scene importanti della Rivoluzione, per mettere in guardia contro di essa. Era il Conte di Saint-Germain, la stessa personalità che in precedente incarnazione aveva fondato l’Ordine dei Rosacroce. Egli rappresentava allora la posizione: gli uomini devono essere guidati in modo pacifico dalla civiltà mondana alla vera civiltà del Cristianesimo. Ma le potenze mondane vollero conquistarsi la libertà nella tempesta, in maniera materiale. Egli considerava  la Rivoluzione come conseguenza necessaria, tuttavia volle mettere in guardia. Egli, Christian Rosenkreutz, nella sua incarnazione del XVIII secolo, come custode del più interiore ‘mistero’ del Mare di Bronzo e del Sacro Triangolo d’Oro, sorse ad avvertire: gli uomini devono evolvere lentamente. Tuttavia scorse quel che accadeva davanti a lui.

Questo è il cammino, considerato dall’interno, compiuto durante la quarta e la quinta sottorazza della nostra razza radicale. L’edificio della civiltà umana, il grande Tempio di Salomone venne eseguito. Ma quel che veramente dovrebbe coronarlo, deve restare ancora un segreto. Questo può costruirlo soltanto un iniziato. Questo iniziato venne misconosciuto, tradito, ucciso. Questo segreto non può ancora esser palesato. Rimane l’Arcano di pochi Iniziati del Cristianesimo. Esso è racchiuso nella fusione del Mare di Bronzo e nel Triangolo d’Oro. Non è altro che il segreto di Christian Rosenkreutz, il quale prima della nascita del Cristo fu incarnato in un’altissima incarnazione e disse allora una frase notevole.

Lasciatemi, ora, illustrare con alcune parole la scena di come Christian Rosenkreutz, prima della Rivoluzione Francese fece questa comunicazione. Egli disse: Chi semina vento, raccoglierà tempesta. = Egli aveva già detto questo allora, ancor prima che venisse detto da Osea e trascritto. Ma proviene da Christian Rosenkreutz.

Questo detto: Chi semina vento, raccoglierà tempesta =, è il motto della quarta e quinta sottorazza della nostra razza radicale e deve significare: Voi renderete l’uomo libero, la Buddhi incarnata stessa si congiungerà con questa libertà e renderà gli uomini uguali davanti a Dio. Ma lo Spirito (Vento significa Spirito = Ruach) dapprima diventerà tempesta (lotta di tutti contro tutti).

Dapprima ci fu il Cristianesimo della croce, che doveva svilupparsi attraverso la sfera puramente mondana, il piano fisico. Non sùbito, al principio, vi fu il Christo sulla croce come simbolo del Cristianesimo. Ma allorché il Cristianesimo divenne sempre più politico, allora divenne simbolo il Figlio di Dio crocefisso, sofferente sulla croce del mondo. Ciò rimarrà esteriormente per il resto della quarta e attraverso la successiva quinta epoca.

Dapprima il Cristianesimo è legato alla civiltà puramente materiale della quarta e quinta sottorazza,  e  soltanto occultato sussiste l’autentico Cristianesimo del futuro, che è in possesso del segreto del Mare di Bronzo e del Triangolo d’Oro. Questo Cristianesimo ha un altro simbolo; non più il Figlio di Dio crocifisso, bensì la croce circondata di rose. Questo sarà il simbolo del nuovo Cristianesimo della sesta epoca. Dal Mistero della Fratellanza dei Rosacroce si svilupperà questo cristianesimo della sesta sottorazza, che conoscerà il Mare di Bronzo e il Triangolo d’Oro.

Hiram è il rappresentante degl’Iniziati dei figli di Caino della quarta e quinta sottorazza. La Regina di Saba – ogni figurazione femminile nel linguaggio esoterico significa l’anima – è l’anima dell’umanità che deve decidere tra la religiosità luminosa, ma non capace di conquistare la Terra e la Sapienza che conquista la Terra, ovverossia  la Sapienza congiunta alla Terra attraverso il superamento delle passioni. Essa è la rappresentante della vera anima umana che sta in mezzo tra Hiram e Salomone, e che si congiunge con Hiram nella quarta e quinta sottorazza, perché egli costruisce ancora il Tempio.

 Il Mare di Bronzo è quella fusione che sorge se si mescola in maniera appropriata l’acqua col metallo. I tre compagni lo fanno in modo errato, la fusione viene distrutta. Ma, disvelando Tubalcain a Hiram i Misteri del Fuoco, Hiram è in grado di congiungere l’Acqua e il Fuoco in modo giusto. Nasce così il Mare di Bronzo. Questo è il segreto dei Rosacroce. Nasce allorché l’Acqua della calma saggezza si congiunge col Fuoco dello spazio astrale, col Fuoco delle passioni. Mediante ciò deve prodursi una congiunzione che è «bronzea», che può essere portata nelle epoche seguenti, se vi si aggiunge il segreto del Triangolo d’Oro, il segreto di Atma-Buddhi-Manas. Questo Triangolo, con tutto quel che consegue, sarà il contenuto del Cristianesimo rinnovato della sesta sottorazza. Ciò verrà preparato attraverso i Rosacroce e viene simboleggiato nel Mare di Bronzo, si congiungerà con la conoscenza della Reincarnazione  e del Karma. Questa conoscenza è il nuovo insegnamento occulto che si aggiungerà al Cristianesimo. Atma-Buddhi-Manas, il Sé superiore, è il segreto che deve diventare palese, se la sesta sottorazza sarà a ciò matura. Allora Christian Rosenkreutz non dovrà più stare di guardia, ma tutto ciò che è lotta sul piano esteriore troverà la pace attraverso il Mare di Bronzo, attraverso il Triangolo d’Oro.

Questo è il cammino della storia del mondo nell’epoca futura. Quel che Christian Rosenkreutz ha fatto portare nel mondo attraverso le Fratellanze Occulte con la sua leggenda, è quel che i Rosacroce si son posti come compito: non insegnare mera religiosità, bensì anche scienza verso l’esteriorità; ma non soltanto allo scopo di conoscere il mondo esteriore, bensì anche quello di conoscere le Potenze Spirituali, e da ambo i lati procedere nella sesta ronda.

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL, MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL. TERZA PARTE.

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Massimo Scaligero in un testo che mi è infinitamente caro – Avvento dell’Uomo Interiore. Lineamenti di una tecnica dell’esperienza sovrasensibile, G. C. Sansoni, Firenze, 1959, che riapparirà nel 1976 leggermente rielaborato come L’Uomo Interiore. Lineamenti dell’esperienza sovrasensibile, Edizioni Mediterranee, Roma – affronta con parole di incisiva chiarezza, senza concedere veruna attenuazione a quanto descrive, la tragica condizione dell’uomo attuale, e l’origine umano cosmica di tale condizione. A p. 11 di questo testo, ove metterò in evidenza alcuni punti di estrema importanza, così scrive:

«La grandezza, la capacità di visione di un tipo superiore di uomo della preistoria, si spiegano con la presenza in lui di un «principio di luce», che tuttavia – come si vedrà – non gli apparteneva. Lo guidava trascendendolo; e l’operare umano era in tanto creativo in quanto si conformasse ad esso».

Ovvero, l’essere umano in quella condizione di sovrumana grandezza, aveva sì una coscienza sovrasensibile, ed un magico potere di volontà, ma non era né autocosciente, né libero. Essere cosciente non significa di per sé essere anche autocosciente. L’essere umano era ‘travolto’ dall’azione delle Gerarchie celesti in lui, così come quelle stesse celesti Gerarchie erano, e sono, ‘travolte’ dal Divino, dall’Assoluto. Non l’uomo pensava ed agiva, bensì le Gerarchie pensavano e agivano in lui, attraverso lui, e per lui: era il conoscere e l’agire di quelle elevate Entità spirituali in lui, non il suo conoscere ed agire. Così, a p. 15, possiamo leggere che, onde l’uomo realizzasse Autocoscienza, Libertà, e Amore, quella condizione originaria di sovrumana grandezza, quello ‘stato primordiale’, nel quale l’uomo era tutt’uno col Divino, sperimentava senza resuidui la comunione, l’identità, col Divino, doveva andare smarrita:

«È l’esperienza della libertà: che non può essere al principio, essendovi al principio solo necessità. Ma tra lo stato di illuminazione originaria e la possibilità di una illuminazione cosciente, v’è una fase intermedia, che è inevitabilmente fase di oscuramento: lunga per i suoi trapassi, per le sue crisi e per le mutazioni che si verificano nella costituzione interiore dell’uomo. La coscienza si strappa alla trascendenza per darsi la dimensione individuale e per resuscitare – se così si può dire la trascendenza entro se stessa».  

Poche righe dopo, pp.15-16, in un solo paragrafo, Massimo Scaligero dà il senso dell’intera opera e la connessione della stessa opera con l’impresa del Graal, e per ciò col tema stesso del presente studio:

«L’uomo potrà un giorno ridestare in sé la luce originaria – quella che «risplende nelle tenebre» – e rendere il pensiero cosciente (acquisito attraverso l’apparente discesa in una sfera anti-metafisica) organo di percezione dello Spirituale, nel mondo che per ora in lui è dominato dall’incosciente e da una natura animale: potrà riconoscere come questa sia in effetto l’impresa per cui si può compiere nella realtà umana l’evento adombrato nel mito del Graal. Diviene atto ciò che è stato posto come germe invisibile per virtù di un culto perenne, ai confini del sensibile, simbolicamente riflesso nella imagine del San Graal: il cui mistero, appena alluso nella leggenda, riguarda le possibilità future dell’uomo cui sia dato, tra le molte dialettiche, distinguere già ora la «parola dello Spirito».  

Poi, alle pp. 40-41, Massimo Scaligero descrive il processo di involuzione, attraverso il quale l’essere umano si distacca progressivamente dalla comunione col Trascendente, col Divino, e, sempre più degradandosi, ‘precipita’ in quella natura fisiologica umano-animale, per cui la dimensione corporea diviene sempre più – secondo la concezione orfico-pitagorica e platonica – soma-sema, ossia per l’anima e lo spirito umano, il corpo è prigione, il corpo è addirittura una tomba. Infatti, ivi così leggiamo:

«il livello della razionalità rappresenta l’ultimo gradino della discesa dell’uomo interiore, da un primordiale stato trascendente, verso la densità dell’essere fisico, secondo una direzione che le dottrine tradizionali contemplano come il decorso delle Quattro Età: dell’oro, dell’argento, del rame, del piombo.

Da un originario grado di coscienza «magico-solare» (krita-yuga) per cui è ancora uno col mondo degli Dei, l’uomo passa all’e s p e r i e n z a  d i  s é  tendendo a limitarsi a un mondo finito, ossia a un mondo che va decadendo in relazione alla inclinazione di lui verso la «finità», onde egli comincia a percepire l’originaria essenza come altra da sé: ora come «ispirazione» (tretâ-yuga); indi portando a ulteriori conseguenze tale adesione ad un mondo di molteplicità, egli trae il senso di sé da una coscienza che, ormai, soltanto nella forma mediata delle imagini, riflette le antiche ispirazioni: è il dvapâra-yuga, l’età della mitogenia e delle grandi figurazioni cosmico-simboliche, non necessarie all’età precedente, ma ora necessarie a seguire in rappresentazioni adeguate le forme virtuali di una visione spirituale che, come percezione diretta, è perduta».  

Con la ‘caduta’ allusa nel libro della Genesi, l’essere umano si è degradato, affondando sempre più nel fango della natura fisiologica di una corporeità umano-animale sino ad obliare completamente la sua origine divina. Ma s’egli è disceso da quella vertiginosa altezza spirituale giù nell’oscurissimo baratro di questa natura corporea, che lo astringe e lo costringe ad identificarsi ad una condizione peggiore di quella animale, tutto ciò tuttavia ha un senso. E in relazione a ciò, così scrive Massimo Scaligero a p. 57 del suo Avvento dell’Uomo Interiore:

«In realtà l’Io superiore è divenuto ego, perché l’ego si faccia Io superiore. Si può dire che l’uomo originario è stato strappato alla trascendenza da potenze superiori e avviato a un’esperienza del mondo finito, perciò lungo una «via discendente», il cui senso è riflesso nel simbolismo delle Quattro Età. S e  d e l l a  c o n d i z i o n e  s u p e r i o r e  p r o p r i a  a l l a  P r i m a  E t à, o  «E t à  d e l l’ o r o»,  l’ u o m o  f o s s e  s t a t o  v e r a m e n t e  a u t o r e  e  s i g  n o r e, c e r t a m e n t e  n o n  s a r e b b e  p o t u t o  d  e  c  a d e r e  d a  e s s a. Si tratta, in effetto, della condizione superiore nella quale egli era contenuto, era ispirato, non libero. Perché gli nascesse la libertà, fu avviato, per così dire, verso condizioni inferiori: lungo una discesa il cui termine ultimo è talora contemplato e  con precisione rappresentato nei testi tradizionali. La decadenza, l’«età oscura», la degradazione razionalistica, erano previste dalla scienza tradizionale. Chi consideri ciò, senza passiva remissione o ad un tradizionalismo misticheggiante o ad un positivismo agnostico, può afferrare il senso del decorso delle Quattro Età e delle dottrine correlative».

Nel X. Capitolo del suo Avvento dell’Uomo interiore, intitolato L’Albero di Vita e la Luce dal San Graal, Massimo Scaligero, mostra quale sia ‘Eccelsa Mèta’ – per usare una bella ed espressiva immagine del Buddha Shakyamuni – alla quale può, e soprattutto deve, tendere l’uomo per la sua salvezza. L’uomo divenne ‘mortale’ in quanto gli fu proibito di nutrirsi dei frutti dell’Albero della Vita, e per di più fu cacciato dal Giardino dell’Eden. Ma l’uomo può, e deve, riconquistare l’accesso al Mondo Spirituale, ritrovare e reintegrarsi nello ‘stato primordiale’, nuovamente nutrirsi dei frutti dell’Albero della Vita: questa è l’eroica impresa della ‘conquista del San Graal’. Infatti, così è scritto, a p. 232, dell’Avvento dell’Uomo Interiore:  

«Per la possibile «resurrezione» dell’uomo spirituale dopo la «caduta», l’Albero della Vita fu sottratto allo sguardo e alla brama di lui: fu preservato da ogni possibile guasto, e l a  s u a  v i r t ù  f u  c u s t o d i t a  f u o r i  d e l l o  s p a z i o e  d e l  t e m p o, f i n o  a  c h e  f o s s e r o  m a t u r i  g l i  e v e n t i: è la forza celeste dell’Io, attraverso i millenni mantenuta intatta per il giorno in cui l’uomo si risvegli, in quanto, nel contemplare la condizione della «caduta», gli sorga la consapevolezza della sua origine, che è già moto dell’Io. È la forza della immortalità, l’alimento eterno di vita di cui sono custodi, presso l’invisibile Rocca del Graal, gli Iniziati che seguono la vicenda dell’uomo, sin dal tempo che precede il tempo fisico, quando nel corpo spirituale di lui si compenetrano armonicamente l’ètere del calore, l’ètere della luce, l’ètere del suono e l’etere della vita, come gradi o forme della sua beatitudine di essere».

Più volte in questo X. Capitolo dell’Avvento dell’Uomo Interiore, Massimo Scaligero si richiama all’impresa del Graal come al senso di tutta l’Ascesi, e al contempo come al senso di tutta la tragedia che caratterizza l’evoluzione terrestre dell’umanità. E nello svolgere i suoi pensieri Massimo Scaligero si ricollega direttamente a quanto Rudolf Steiner espone in questa serie di ‘lezioni esoteriche’, e in particolar modo alla Leggenda del Legno della Croce o Leggenda Aurea, come egli stesso usava chiamarla. Infatti, così scrive Massimo Scaligero alle pp. 236-237 del suo citato aureo libro:

«Quando nel mito si parla di una  «Fontana di Giovinezza» e di riconquista dell’«Albero di Vita», si allude appunto all’impresa grazie alla quale l’ètere della vita può rifluire nella costituzione dell’uomo che parimenti non sfugga il sensibile né si sommerga in esso, ma lo sperimenti con le pure forze interiori. Si può ravvisare in tale impresa – che si svolge nell’invisibile, come serie di atti interiori – quella che all’Iniziato apre il varco al San Graal: onde egli incontra le autentiche Guide dell’umanità.

Nella conoscenza che si ridesta grazie al pensare liberato, l’uomo può riaccostarsi all’Albero di Vita: la nascita del pensare puro è in sostanza l’inizio di una trasmutazione che opera alle radici della brama e simultaneamente è il nuovo fluire nell’anima dell’ètere dell’immortalità. È il legno della Croce che rinverdisce e fiorisce: è il compiersi dell’evento iniziatico verso il quale tendono tutte le tradizioni dello spirito, anche quando nella loro formulazione dottrinaria non ne rechino la consapevolezza e non rivelino che il compimento è in realtà un accedere al Mistero del San Graal. In verità, occorre sottolineare che ogni preparazione iniziatica non è autentica se non si compie – sia pure inconsapevolmente nella fase preliminare – in vista di un simile evento. Ogni ascesi, o disciplina interiore, al livello in cui si svolge, è collegata per mediazioni relative al suo grado, con il Mistero del Graal, se non è un modo di rafforzarsi dell’egoismo umano. E il Mistero del Graal è il fondamento della reintegrazione umana. Il suo carattere è essenzialmente cristico. Ma non occorre presupporre un tale carattere per realizzarlo: anche se non si sappia nulla del Cristo, o lo si chiami con altro nome, la giusta esperienza trasmutatrice conduce ad esso».

Il tema della redenzione del pensiero, della resurrezione del pensare dal cadavere della riflessità attraverso la ‘Via del Pensiero Vivente’, attraverso l’Ascesi della Concentrazione, e il tema dell’impresa del Graal, sono stati il filo d’oro dell’insegnamento di Massimo Scaligero sin da quando egli – che pure in origine aveva scelto il silenzio – dietro un atto d’imperioso invito del Mondo Spirituale, si decise a compiere quello ch’egli definì il ‘sacrificio della parola’. Sin dal suo primissimo scritto Iniziazione e Tradizione, pubblicato allora sotto il trasparente nom-de-plume di ‘Antonio Massimo’, e apparso, senza indicazione della data, nel 1956 per una neonata Edizioni “Tilopa”, Roma, dove nella quarta parte di quel libretto, così scrive alle pp. 42-45:

«Coloro che sino alla nostra epoca sono stati custodi della Sapienza primordiale, hanno la missione di insegnare, a chi si volga ad essi con purità di cuore, come l’Io Superiore, il Principio Eterno dell’uomo, rimasto intatto nella sua essenza, oltre ogni divenire spazio-temporale, è rinato per l’uomo, grazie a un rito e a un mistero di cui nel mondo si ha soltanto una debole e deformata eco. I Maestri della Iniziazione hanno potuto comunicare ciò nei seguenti termini: «Quello che novellamente è nato nell’umanità, il mistero dell’Io Superiore, viene custodito da una segreta comunità. La continuità del Mistero che novamente si appressa all’anima dell’uomo là dove essa può trovare il suo intimo principio non riducibile alla natura, si esprime con un simbolo: la Coppa di cui si servì il Cristo la sera dell’ultima cena e nella quale vennero poi raccolte stille del Suo sangue da Giuseppe d’Arimatea». Secondo la leggenda, la sacra Coppa venne portata dagli Angeli in Occidente e qui venne eretto per essa un tempio dove i fratelli della Rosa-Croce divennero custodi dell’essenza del Dio che, vincendo la morte, suscita la nuova nascita dell’Io. Il Mistero del Dio novellamente nato, oltre il dominio della morte, attende inconosciuto l’uomo che sappia svincolarsi dall’incantesimo della esistenza esteriore. È il Mistero del San Graal: che si pone come la via attuale della Iniziazione, L’evangelista Giovanni poté dire: «In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio». E poté annunciare che «Il Verbo si è fatto carne». Tuttavia, ciò che questo significa non può essere ritrovato attraverso nessuna parola scritta o parlata, ma solo grazie a un rapporto radicale con quello che realmente, come evento cosmico, si è verificato con il Sacrificio del Golgotha e che è appena riflesso nei Vangeli. […]

Soltanto una conoscenza sovrasensibile, indipendente dalla disanimata eco delle antiche iniziazioni – che erano semplicemente restaurazioni sempre più deboli di una illuminazione che si andava perdendo e ormai è definitivamente perduta sia in Oriente che in Occidente – e portata agli uomini da uno dei custodi della Saggezza primordiale, può far intravvedere la direzione verso tale via. Egli [sc. il Maestro dei Nuovi Tempi] l’ha veramente mostrata. E questa nostra sintesi deriva dal suo insegnamento: al quale possiamo rimandare il lettore che intenda attingere alla fonte diretta.

Viene insegnato da tale Maestro come «Colui che era al principio con Dio» sia nato di nuovo nell’Essere che, vincendo la morte, ha impresso nel segreto della sostanza minerale dell’uomo fisico la potenza della Resurrezione. Ormai il compito dell’iniziato è far affiorare in sé, per il veicolo del pensare liberato, il principio interiore, indipendente dalla natura e dalla terra, per via del quale unicamente ci si può riconnettere con il proprio Maestro: principio della individualità integrale, che perciò può compiere l’Operatio Solis. Esso può visitare interiora terrae e suscitare la vitù adamantina, il potere che risolve la mineralità della «pietra nera». È la Via del Diamante-folgore o la Via del San Graal. […]

Al principio era il Mistero dell’Io Superiore umano: esso permane come segreto della «pietra fulgurea» perduta prima da Lucifero e poi ancora da Adamo. Perciò nella Rocca del Graal è custodito il Mistero dell’Io imperituro dell’uomo. Coloro ai quali è possibile contemplare questo Mistero, sanno che per giungere al centro spirituale originario, debbono affrontare l’enigma dell’esperienza cruciale che suggella il segreto della trasmutazione del male e della morte, attraverso la «questione» risolutiva che l’Io pone alla sua essenza perenne, affermandosi già in ciò come un affiorare dell’Io superiore medesimo. […]

L’impresa del Graal è più che mai innanzi alla decisione dell’uomo, per il suo essere o per il suo non essere: l’enigma del Graal è attuale ed è la possibilità di liberazione dell’avvenire. La questione del Graal deve essere posta dall’iniziato, dal ricercatore di quel centro spirituale per il quale soltanto si dissolvono le parvenze e l’errore del mondo. La via del Graal è ancora oggi sconosciuta, ma può essere ritrovata, se l’attaccamento alla parvenza terrestre e ad ogni sua proiezione dottrinaria spiritualistica e tradizionale, non ha del tutto spento lo slancio verso l’imperituro, l’amore per l’infinito, la volontà di liberazione». 

Queste parole di Massimo Scaligero sono la migliore introduzione, nonché il miglior commento, a quanto Rudolf Steiner va comunicando in queste ‘lezioni esoteriche’. La cosa risulterà ancor più chiara dai contenuti delle prossime ‘lezioni’, che appariranno su questo temerario blog. In particolare, l’attento e diligente lettore ben consideri quanto una figura come Epimèteo – il post-pensante – corrisponda al morto, esangue, disanimato pensiero riflesso, che si riempie di un umbratile contenuto, come l’immagine virtuale in uno specchio, solo dopo che i sensi hanno agito sul soggetto della percezione e del pensare, mentre Promèteo – il pre-pensante – corrisponde a quel vivo pensare che è indipendente, e  prima, della percezione , la quale viene ad esistere unicamente perché il moto vivente di luce del pensare predialettico tesse la forma formata del percepito. Il pensare è il prius, l’antecedente assoluto, la dynamis, la vivente forza formante del percepito. Il candido lettore ben mediti questa fondamentale ‘lezione esoterica’ di Rudolf Steiner, che viene pubblicata qui di séguito.

                                                     ***

La leggenda di Prometeo

Berlino, 7 ottobre 1904

L’ultima volta ho tentato di mostrarvi come avvenisse l’Iniziazione nelle antiche logge druidiche. Oggi vorrei esporvi qualcosa che è certamente imparentato con quello che tuttavia però è forse apparentemente un po’ distante. Ma vedremo come impareremo a conoscere la comprensione dell’evoluzione della nostra umanità sempre più nella sua profondità.

Avete visto dalle mie varie conferenze del venerdì, che il mondo delle leggende dei diversi popoli hanno un contenuto profondo, e che i miti sono l’espressione di profonde verità esoteriche. Ora, vorrei oggi parlare di una delle leggende più interessanti, di una leggenda, che sta in relazione con l’intera evoluzione della nostra quinta razza radicale. Inoltre vedrete al contempo, come l’esoterista può attraversare sempre tre gradini di comprensione del mondo delle leggende.

Dapprima le leggende vivono in un qualsiasi popolo, e vengono prese exotericamente, in maniera letterale-esteriore. Poi comincia l’incredulità in questa comprensione letterale delle leggende, le persone colte cercano un significato simbolico, allegorico, delle leggende. Ma dietro queste due interpretazioni stanno ancora altre cinque interpretazioni; giacché ogni leggenda ha sette interpretazioni. La terza è quella, nella cui condizione siete voi, è quella di prendere in un certo senso le leggende alla lettera. Del resto dovete soltanto imparare a comprendere il linguaggio nel quale le leggende sono redatte. Oggi desidero parlare su una leggenda, la cui comprensione non così facile da conseguire, sulla leggenda di Prometeo.

In un capitolo del secondo volume della Dottrina Segreta di H. P. Blavatsky  troverete qualcosa su di essa, e da quel capitolo scorgerete pure quale profondo contenuto vi sia in questa leggenda. Tuttavia, non è sempre possibile, in scritti stampati, dire le cose ultime. Oggi possiamo andare ancora un po’ aldilà delle comunicazioni contenute nella Dottrina Segreta di H. P. Blavatsky.

Prometeo appartiene al mondo delle leggende greche. Lui e suo fratello Epimeteo sono i figli di un Titano, Giapeto. E gli stessi Titani sono i figli della più antica Divinità greca, di Urano e della sua sposa Gea. Urano, tradotto in tedesco, significherebbe «il Cielo» e Gea «la Terra». Sottolineo, inoltre, espressamente che Urano nel mondo greco è come Varuna nel mondo indiano. Prometeo è quindi un Titano, un discendente dei figli di Urano e di Gea, ed anche suo fratello Epimeteo. Il più giovane dei Titani, Kronos, il Tempo, ha detronizzato suo padre Urano e si è impadronito del potere per sé. Per questo egli fu di nuovo detronizzato da suo figlio Zeus e cacciato con tutti i Titani nel tartaro, nell’Abisso o nel Mondo Infero. Solo il Titano Prometeo e suo fratello Epimeteo aiutarono Zeus. Essi stavano allora dalla parte di Zeus e lottarono contro gli altri Titani.

Ora, però, Zeus voleva sterminare pure il genere umano, che era diventato arrogante. Allora Prometeo si fece avvocato del genere umano. Egli meditò a come egli potesse dare qualcosa al genere umano, col quale esso potesse salvar se stesso, e non essere più semplicemente dipendente dall’aiuto di Zeus. Ci viene così raccontato come Prometeo abbia insegnato agli uomini l’uso della scrittura e le arti, e soprattutto l’uso del fuoco. Per questa ragione, tuttavia, egli ha attirata su di sé la collera di Zeus. E a causa di questa collera di Zeus, egli fu incatenato sul Caucaso e lì dovette sopportare per lungo tempo grandi tormenti.

Ci viene inoltre raccontato come gli Dèi, con Zeus in testa, fecero approntare ad Efesto, il Dio dell’arte del fabbro, una statua femminile. Questa statua era dotata di tutte le proprietà, che sono l’ornamento esteriore della stirpe umana della quinta razza radicale. Questa statua femminile era Pandora. Pandora fu spinta a recare doni all’umanità, dapprima al fratello di Prometeo, ad Epimeteo. A dire il vero Prometeo mise in guardia il fratello dall’accettare questi doni, questi, tuttavia, si fece persuadere ed accettò i doni degli Dèi. Tutto fu riversato, soltanto una cosa fu trattenuta: la speranza. Questi doni sono in gran parte piaghe e dolori per l’umanità; solo la speranza rimase nel vaso di Pandora.

Prometeo venne quindi incatenato sul Caucaso, ed un avvoltoio gli rode continuamente il fegato. Lì egli soffriva. Ma egli sa qualcosa che è garanzia per la sua salvezza. Egli conosce un segreto, che nemmeno Zeus conosce, ma che questi vuole sapere. Egli invece non lo rivela, malgrado che Zeus gli invii il messaggero degli Dèi, Hermes.

Ora, nel corso della leggenda ci viene raccontata la sua stupefacente liberazione. Viene raccontato come Prometeo possa essere liberato attraverso l’intervento di un Iniziato.. E un tale Iniziato fu il greco Ercole; Ercole, che aveva eseguito le dodici fatiche. L’esecuzione di queste dodici fatiche è la realizzazione di un Iniziato. Sono le dodici prove dell’Iniziazione, simbolicamente espresse. Inoltre di Ercole viene detto che si sia fatto iniziare nei Misteri Eleusini. Egli riesce a salvare Prometeo. Tuttavia qualcuno doveva, inoltre, sacrificarsi, e per Prometeo si sacrificò il Centauro Chirone. Questi già allora  soffriva di una incurabile malattia. Egli era metà animale, metà uomo. Egli patisce la morte e attraverso ciò Prometeo venne salvato. Questa è la struttura esteriore della leggenda di Prometeo.

In questa leggenda vi è l’intera storia della quinta razza radicale, e in essa è racchiusa reale sapienza dei Misteri. Questa leggenda veniva raccontata realmente in Grecia come leggenda. Ma anche nei Misteri essa veniva rappresentata realmente cosicché il discepolo dei Misteri vedeva davanti a sé il destino di Prometeo. E in questo egli doveva vedere il passato e il futuro dell’intera quinta razza radicale. Voi potete raggiungere la comprensione di essa, se prendete in considerazione una cosa.

Soltanto a metà della razza lemurica venne raggiunto quel che viene designato come l’umanazione; umanazione nel senso di come oggi abbiamo uomini. Questa umanità veniva guidata dai grandi Istruttori e dalla grandi Guide, che designiamo come i «Figli della nube di Fuoco». Anche oggi l’umanità della quinta razza radicale viene guidata da grandi Iniziati, ma i nostri Iniziati sono di un altro genere delle allora Guide dell’umanità.

Dovete ora chiarirvi questa differenza. Vi è una grande differenza tra le Guide delle due precedenti razze e le Guide della nostra quinta razza radicale. Anche le Guide di quella razza erano riunite in una fraterna Loggia Bianca. Ma questi non avevano compiuto la loro precedente evoluzione sul nostro pianeta terrestre bensì su altri teatri. Essi erano discesi sulla Terra già come maturi uomini superiori, per istruire gli esseri umani, che erano ancora nella loro infanzia, al loro primo sorgere, per insegnare loro le prime Arti, delle quali avevano bisogno. Questo periodo di apprendistato durò durante la terza, la quarta, fin nella quinta razza radicale.

Questa quinta razza radicale ha preso la sua origine da un piccolo gruppo di uomini, che era stato trascelto dalla precedente razza radicale. Essi vennero formati nel deserto del Gobi e si diffusero poi in maniera radiale sulla Terra. La prima Guida, che ha dato l’impulso a questa evoluzione dell’umanità, era uno dei cosiddetti Manu, il Manu della quinta razza radicale. Questo Manu appartiene a quelle Guide del genere umano, che erano discesi all’epoca della terza razza radicale. Era ancora una delle Guide che non hanno compiuto la loro evoluzione unicamente sulla Terra, ma che hanno portato la loro maturità sulla nostra Terra.

Solo nella quinta razza radicale comincia l’evoluzione di quel tipo di Manu, che sono uomini come noi stessi, che come noi hanno compiuto la loro evoluzione unicamente sulla Terra, che si sono evoluti per così dire venendo su dalla gavetta a quel che sono sulla Terra. Abbiamo dunque esseri umani che sono già le superiori personalità Guide e Maestri, e quelle che si sforzano di diventare Guide e Maestri; cosicché abbiamo all’interno della quinta razza radicale Chela e Maestri, che appartengono a razze precedenti, e Chela e Maestri che hanno attraversato tutto quello che gli esseri umani hanno attraversato a partire dalla metà dell’epoca lemurica. Uno dei Maestri, che hanno la guida della quinta razza radicale, è stato prescelto ad assumere la guida della sesta razza radicale. La sesta razza radicale sarà la prima ad essere guidata  da un fratello umano come Manu. I precedenti Maestri, i Manu degli altri mondi, consegnano al fratello umano la guida dell’umanità.

Con il sorgere della nostra quinta razza radicale coincise tutto quello che chiamiamo lo sviluppo delle Arti. Gli Atlantidei avevano ancora una tutt’altra vita. Essi non avevano né invenzioni né scoperte. Essi lavoravano in tutt’altra maniera. La loro tecnica e la loro arte erano completamente diverse. Solo nella nostra quinta razza radicale si sviluppò quello che nel senso nostro chiamiamo tecnica  e arti. La scoperta più importante è la scoperta del fuoco. Rappresentavi ciò una volta chiaramente. Rappresentatevi chiaramente quel che oggi dipende nella nostra tecnica, industria e arti diffuse dipende dal fuoco. Credo che il tecnico mi darà ragione se dico, che senza il fuoco non sarebbe possibile nulla dell’intera tecnica, cosicché ci è permesso dire che con la scoperta del fuoco venne data la scoperta fondamentale, l’impulso per tutte le altre scoperte.

A ciò dovete, inoltre, aggiungere, che sotto il [termine] fuoco all’epoca in cui sorse la leggenda di Prometeo, si intendeva tutto quel che avesse un qualsivoglia rapporto col calore. Con ciò si intendeva pure le cause della folgore. Le cause di tutte le manifestazioni di calore venivano riassunte sotto l’espressione del fuoco. La coscienza del fatto che l’umanità della quinta razza stia sotto il segno del fuoco, si esprime a tutta prima nella leggenda di Prometeo. E Prometeo non è altro che il Rappresentante dell’intera quinta razza radicale.

Suo fratello è Epimeteo. Traduciamo dapprima un po’ le due parole: Prometeo significa in tedesco il pre-pensante, Epimeteo significa il post-pensante. Qui avete due attività del pensare umano chiaramente contrapposte nell’uomo post-pensante e nell’uomo pre-pensante. L’uomo post-pensante è colui che fa agire su di sé le cose di questo mondo e poi in un secondo tempo pensa. Un tale pensare è il pensare kamamanasico [sc. del Kama-Manas]. Guardato da un certo punto di vista, si chiama pensare kamamanasico:  lasciare agire prima il mondo su di sé e poi in un secondo tempo pensare. L’essere umano della quinta razza radicale pensa ancora essenzialmente come Epimeteo.

Ma nella misura in cui l’essere umano non lasci agire su di sé quel che già esiste, bensì crea qualcosa di futuro, è uno scopritore e un inventore, egli è un Prometeo, un pre-pensante. Mai si sarebbero potute compiere invenzioni se l’uomo fosse soltanto Epimeteo. Una invenzione viene compiuta per il fatto che l’uomo crea qualcosa che non esiste ancora. Dapprima ciò esiste nel pensiero, e dopo viene trasformato nella realtà. Questo è il pensare prometeico. Questo pensare prometeico è all’interno della quinta razza radicale il pensare manasico [del Manas]. Pensare kamanasico e manasico procedono come due correnti l’una accanto all’altra nella quinta razza radicale. Gradualmente il pensare manasico si diffonderà sempre più.

Questo pensare manasico della quinta razza radicale ha una speciale particolarità. La comprendiamo se rivolgiamo indietro lo sguardo alla razza radicale atlantidea. Questa aveva maggiormente un pensare istintivo, che era ancora in collegamento con la forza vitale. La razza radicale atlantidea era ancora in grado di trarre dalla forza dei semi una forza motoria. Così come oggi l’essere umano ha nei depositi di carbone una specie di serbatoio di forza, che egli trasforma in vapore per lo spostamento delle locomotive e dei carichi, così l’Atlantideo aveva grandi magazzini di semi di piante, che contenevano le forze, che egli poteva trasformare in forza motrice, dalla quale veniva spinti quei veicoli, che vengono descritti nella brochure di Scott-Elliot sull’Atlantide. Questa arte è andata perduta. Lo spirito degli uomini atlantidei domava ancora la natura vivente, la forza dei semi. Lo spirito della quinta razza può vincere soltanto la natura disanimata, le forze di divenire che giacciono nella pietra, nei minerali. Così il Manas della quinta razza radicale è incatenato alle forze minerali, così come la razza atlantidea era collegata alla forza vitale. Ogni forza di Prometeo è incatenata alle rocce, alla Terra. Perciò anche Pietro è la roccia sulla quale il Christo costruì. È la stessa cosa della roccia del Caucaso. L’uomo della quinta razza deve cercare la sua evoluzione sul piano puramente fisico. Egli è incatenato alle forze minerali, alle forze fisiche.

Cercate di farvi una visione d’insieme di che cosa significhi, quando si parla di questa della tecnica della quinta razza. A quale scopo esiste? Se siete capaci di crearvi una visione d’insieme, vedrete che – per quanto grandiosi e possenti siano pure i risultati – allorché la forza intellettuale, l’elemento manasico, viene applicato all’elemento inorganico, all’elemento minerale, che malgrado tutto è l’egoismo umano, l’interesse personale umano, al cui scopo in definitiva tutte intere queste forze delle invenzioni e delle scoperte della quinta razza radicale vengono applicate.

Se partite dalle prime scoperte e invenzioni e procedete sino al telefono, sino alle nostre nuovissime invenzioni e scoperte, vedrete allora come attraverso queste invenzioni e scoperte in verità grandi e potenti forze siano state poste al nostro servizio, ma a quale scopo esse servono? Che cosa andiamo a prendere con strade ferrate e navi a vapore da terre lontane? Andiamo a prendere generi alimentari, attraverso il telefono richiediamo alimenti. Fondamentalmente è il Kama quello che nella quinta razza radicale desidera invenzioni e scoperte. Questo è quello che in una considerazione obbiettiva ci si deve una volta chiarire. Poi si saprà pure come quell’uomo superiore che viene coinvolto nella materia, in realtà durante la quinta razza radicale sia incatenato alla materia, attraverso il fatto che il suo Kama desidera il suo appagamento all’interno della materia.   

Se vi guardate attorno nell’ambito esoterico troverete che i principi dell’uomo stanno in rapporto con organi ben determinati del corpo. Vi esporrò in séguito questo tema in maniera ancor più precisa, oggi voglio citare unicamente con quali organi i nostri sette principi stanno in un preciso rapporto.

Dapprima abbiamo il cosiddetto fisico. Questo sta in un rapporto occulto con la parte superiore del volto umano, con la radice del naso. La struttura fisica dell’uomo, che è iniziata un giorno – in precedenza l’essere umano era appunto semplicemente astrale e si è edificano immergendosi nel fisico – prese origine da questa parte. La Physis, il fisico,  scaturì e si stabilì dapprima alla radice del naso, cosicché l’esoterista considera la radice del naso come assegnata al vero e proprio elemento fisico-minerale.

Il secondo è Prana, il doppio corpo eterico. Ad esso viene assegnato esotericamente il fegato. Questo organo sta ad esso in una certa relazione occulta. Poi viene Kama, il corpo astrale. Esso ha di nuovo sviluppato la sua attività nell’edificazione degli organi di nutrizione, che hanno il loro simbolo nello stomaco. Se il corpo astrale non avesse questa impronta assolutamente precisa, che ha nell’uomo, questo apparato umano di nutrizione con lo stomaco non avrebbe neppure questa determinata forma, che ha oggi.

Se considerate l’essere umano, in primo luogo nella sua base fisica, in secondo luogo nel suo doppio corpo eterico, e in terzo luogo nel suo corpo astrale, allora avete la base che, come vedete, è incatenato a quella che costituisce la catena minerale della quinta razza radicale.

Attraverso i corpi superiori l’essere umano già si risolleva da questa catena e ascende  ad un livello superiore. Già il Kama-Manas risale di nuovo faticosamente. Qui già l’essere umano si libera di nuovo del puro fondamento naturale. Perciò vi è una relazione occulta tra il Kama-Manas e ciò attraverso cui l’essere umano è tratto fuori, tagliato fuori dal fondamento naturale.

Questo rapporto occulto è quello tra il Manas inferiore e il cosiddetto cordone ombelicale. Se non vi fosse alcun Kama-Manas nella figura umana, l’embrione non verrebbe poi tagliato fuori in questa maniera dalla madre.

Se passiamo al Manas superiore, questo ha una analoga relazione occulta al cuore e al sangue umano. La Buddhi ha una relazione occulta alla laringe umana, alla faringe e alla laringe umana. E l’Atma ha una relazione occulta con qualcosa ricolma l’intero essere umano, ossia con l’Akasha contenuto nell’essere umano.

Queste sono le sette relazioni occulte. Se vi ponete davanti queste, dobbiamo sottolineare come le più importanti per la nostra quinta razza quelle con il doppio corpo eterico e con il Kama. E se aggiungete quel che ho detto in precedenza circa il dominio del Prana da parte degli Atlantidei – la forza vitale è quella che pervade il doppio corpo etereo – allora potrete dirvi che l’Atlantideo stava ancora ad un gradino inferiore. Il suo doppio corpo eterico aveva ancora l’affinità primordiale con tutto l’eterico del mondo esterno, ed egli dominava perciò il Prana del mondo esterno. Attraverso il fatto che l’uomo è salito ad un gradino superiore, il lavoro è disceso ad un grado inferiore. Questa è una legge: che quando da un lato viene realizzata una ascesa, dall’altro deve risultare una discesa. Mentre l’uomo in precedenza aveva lavorato sul Kama a partire dal Prana, ora egli deve lavorare con Kama sul piano fisico.

Voi comprendete adesso quanto la leggenda di Prometeo simboleggi questa relazione occulta. Un avvoltoio rode il fegato a Prometeo. Kama è simboleggiato nell’avvoltoio, che divora veramente le forze della quinta razza. L’avvoltoio rode il fegato all’uomo, il fondamento, e così rode alla quinta razza l’autentica forza vitale dell’uomo, perché l’uomo è incatenato alla natura minerale, a Pietro, alla roccia, al Caucaso. In questa maniera l’essere umano dovette pagare la sua somiglianza con Prometeo. Perciò l’uomo deve vincere la propria natura, al fine di non essere più incatenato all’elemento minerale, al Caucaso.

Solo coloro che sorgono durante la quinta razza radicale come Iniziati umani, possono portare la liberazione all’uomo incatenato. Ercole, un Iniziato umano, deve penetrare lui stesso sin nel Caucaso, per liberare Prometeo. Ma così gli Iniziati traggono l’essere umano dall’incatenamento, e ciò che è votato al mondo inferiore deve sacrificarsi.

Deve sacrificarsi l’essere umano che è ancora in rapporto con l’elemento animale: il Centauro Chirone. Deve essere sacrificato l’essere umano del passato. Il sacrificio del Centauro è per l’evoluzione della quinta razza altrettanto importante quanto la liberazione attraverso gli Iniziati della quinta razza.

Si dice che nei Misteri greci alle persone venisse profetizzato il futuro. Ma con ciò non si intendeva un vago, astratto, racconto di quel che doveva accadere nell’avvenire, bensì l’indicazione di quelle vie, che conducono l’uomo nel futuro, di quel che l’uomo deve fare, per svilupparsi a penetrare nel futuro. E quel che doveva svilupparsi come forza dell’essere umano, veniva rappresentata nel grande dramma-mistero di Prometeo.

Ora, sotto le tre generazioni di Déi, Urano, Kronos e Zeus, ci si dovevano rappresentare tre successive Entità dirigenti degli esseri umani. Il Cielo si chiama Urano, la Terra Gaia. Se risaliamo a oltre la metà della terza razza, quella dei Lemuri, allora non abbiamo ancora l’essere umano, che conosciamo attualmente, bensì abbiamo un essere umano che la dottrina segreta chiama «Adam Kadmon», l’essere umano che è ancora asessuato, l’essere umano che in precedenza non apparteneva ancora alla Terra, che non aveva ancora sviluppato gli organi per la visione terrena, che apparteneva ancora all’elemento uranico, al Cielo. Attraverso l’unione di Urano e di Gaia sorse l’uomo, che discese nella materia, e con ciò è entrato al tempo stesso nel tempo. Kronos (Chronos = il tempo) diviene il dominatore della seconda stirpe di Dèi dalla metà dell’epoca lemurica sino all’inizio dell’epoca atlantica. I Greci simboleggiarono le Entità dirigenti dapprima con Urano, poi con Kronos, e poi passarono a Zeus. Ma Zeus era ancora una di quelle Guide che non avevano compiuto la loro formazione sulla Terra. Egli è ancora uno che appartiene agli Immortali, così proprio come tutti gli Dèi greci appartengono agli Immortali.

L’umanità mortale deve durante la quinta razza stare sulle proprie gambe. Questa umanità viene rappresentata da Prometeo. Essa soltanto portò le Arti umane e l’Arte originaria del Fuoco. Zeus è geloso di essa, giacché gli esseri umani crescono diventando i loro propri Iniziati, che nella sesta razza radicale prenderanno la direzione nelle loro mani. Ma questo l’umanità se lo deve prima conquistare. Per questo il suo Iniziato originario deve dapprima prendere su di sé tutte le sofferenze. 

Prometeo è l’Iniziato primigenio della quinta razza radicale, colui che è iniziato non solo nella saggezza, bensì anche nell’azione. Egli attraversa tutte le sofferenze, e verrà liberato da colui che matura per liberare poco a poco l’umanità ed innalzarla al di sopra dell’elemento minerale.

Così le leggende ci presentano le grandi verità cosmiche. Perciò vi dissi all’inizio: colui che sale al terzo significato, è in grado di prenderle nuovamente alla lettera… [Seguono nella trascrizione alcune frasi non chiare]. Nella leggenda di Prometeo avete il divoramento del fegato da parte dell’avvoltoio. Ciò è da prendersi assolutamente alla lettera. L’avvoltoio divora realmente il fegato della quinta razza radicale. È la lotta dello stomaco contro il fegato. In ogni singolo essere umano si ripete, durante la quinta razza radicale, questa dolorosa lotta prometeica. È da prendersi completamente alla lettera quel che qui viene espresso nella leggenda di Prometeo. Se non esistesse questa lotta, allora il destino della quinta razza sarebbe uno completamente diverso.

Vi sono dunque tre interpretazioni delle leggende: in primo luogo quella exoterico-letterale, in secondo luogo quella allegorica – la lotta dell’umana natura – , in terzo luogo il significato occulto, ove nuovamente subentra una interpretazione letterale dei miti. Da ciò potete scorgere, come tutte queste leggende – perlomeno tutte quelle che hanno un tale significato – provengano dalle scuole dei Misteri e come non siano nient’altro che la riproduzione di quel che nelle scuole dei Misteri veniva presentato come il grande dramma del destino dell’umanità. Così come nel caso dei Misteri druidici potei mostrarvi come [la leggenda di] Baldur non rappresenti nient’altro che quel che si compiva all’interno dei Misteri druidici, così in Prometeo avete quel che il discepolo greco dei Misteri ha sperimentato all’interno dei Misteri per conquistare forza e energia per la vita nell’avvenire.

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL, MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL. SECONDA PARTE.

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L’anno 1985 fu un anno veramente decisivo per me. Ero, come Dante, «nel mezzo del cammin di nostra vita», e fu proprio in uno di quei memorabili giorni di aprile – giorni che mi è caro rievocare con gioiosa gratitudine – che incontrai per la prima volta Hella Wiesberger. Fu l’inizio di una lunga, feconda, amicizia, e l’inizio di una fruttuosa, leale, comune militanza spirituale. In lei potei contemplare, concretamente attuato, un ideale di totale sincerità, di assoluta lealtà, di audacia, di libertà interiore, di generosa tolleranza, di intensa, alacre operatività spirituale, di autentica, per nulla sentimentale, venerante devozione allo Spirito.

Avevo letto il suo saggio L’Opera di Rudolf Steiner nella sua realtà è la sua vita, tradotto in italiano da Stefano Pederiva, Editrice Antroposofica, Milano, 1984, che mi aveva colpito al punto tale, che in uno dei viaggi, che facevo per motivi professionali, in Svizzera e in Germania, che mi procurai alla Haus Duldeck, la libreria del Lascito di Rudolf Steiner, i due numeri 49/50 e 51/52 dei Beiträge zur Rudolf Steiner Gesamtasugabe – la bella e importante rivista della Nachlassverwaltung – nei quali tale saggio era stato pubblicato. Le telefonai, e lei mi dette appuntamento al Lascito, e da lì iniziò la nostra amicizia, e per me un percorso interiore molto particolare.

Sin dalle mie prime visite a Dornach, nel 1979 e nel 1980, mi ero procurato i primi volumi, curati da Hella Wiesberger, che all’interno della Gesamtausgabe, l’Opera Omnia di Rudolf Steiner, avevano cominciato ad essere riuniti sotto la per me molto eloquente denominazione ‘Aus den Inhalten der Esoterischen Schule’, ossia ‘Dai contenuti della Scuola Esoterica’. Io già possedevo, sin dal 1972, il primo volume ‘Anweisungen für eine esoterische Schulung’, ‘Indicazioni per una Suola Esoterica’, GA-245, pubblicato a Dornach dalla Rudolf Steiner Verlag, la casa editrice del Lascito, per la prima volta nel 1968, perché mi era stato donato a Firenze dalla cara amica Ilse Küchel, anziana ed energica antroposofa, che da molti decenni viveva nella mia città, e che ricordo sempre con profondo affetto e gratitudine. Quello che trovai in quei miei primi viaggi a Dornach fu di Die Tempellegende und die Goldene Legende als symbolischer Ausdruck vergangener und zukünftiger Entwickelungsgeheimnisse des Menschen. Aus den Inhalten der Esoterischen Schule. Zwanzig Vorträge gehalten in Berlin zwischen dem 23. Mai 1904 und dem 2. Januar 1906, ossia La leggenda del Tempio e la Leggenda Aurea come espressione simbolica dei misteri passati e futuri dell’evoluzione dell’uomo. Dai contenuti della Scuola Esoterica. Venti conferenze tenute a Berlino tra il 23 maggio 1904 e il 2 gennaio 1906, Dornach, Rudolf Steiner Verlag, 1979, GA-93, testo parzialmente tradotto e pubblicato in italiano. Mi innamorai sùbito di quel libro, ed è da esso che traggo le ‘lezioni esoteriche’ che, da me tradotte, appariranno progressivamente su questo temerario blog.

Quanto al contenuto del libro così scrive, a p. 15 della terza edizione del medesimo, Hella Wieberger nelle sue Osservazioni preliminali dell’Editore:

«Le conferenze (Vorträge) riunite nel presente volume, per il loro contenuto, sono in realtà da ascriversi al patrimonio d’insegnamento (Lehrgut) della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner. Giacché con esse doveva essere compiuta la preparazione alla forma di lavoro esoterico, coltivata in essa a partire dal 1906 [sc. nella seconda e terza Classe della Mystica Aeterna]».

Die in dem vorliegenden Band zusammengefaßten Vorträge sind ihrem Inhalte nach eigentlich dem Lehrgut von Rudolf Steiners Esoterischer Schule zuzurechnen. Denn es sollte mit ihnen auf eine darin von 1906 an gepflegte Form esoterischen Arbeitens vorbereitet werden.

Ma già nel corrispondente paragrafo, contenuto nella prima edizione del 1979, sempre a p. 15, Hella Wiesberger aveva – sia pure accennandovi più scarnamente – fatto presente che:

«Le conferenze raccolte nel presente volume appartengono per loro natura al patrimonio d’insegnamento della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner, in quanto attraverso esse doveva essere preparata una certa forma di lavoro esoterico».

Die in dem vorliegenden Band zusammengefaßten Vorträge gehören zum Lehrgut von Rudolf Steiners Esoterischer Schule, als durch sie eine gewisse Form esoterischen Arbeitens vorbereitet werden sollte.

Che la cosa stesse in questi termini è dimostrato da quanto già avevo scritto nel mio precedente studio, là dove dicevo che: «nella ricca biblioteca del Gruppo Novalis di Roma […] era presente, tra gli altri, un primo dattiloscritto intitolato Il Mistero dei R.C. – Rosacroce, recante in alto una scritta a matita nella riconoscibilissima calligrafia di Giovanni Colazza, che diceva: «Riservato per lo studio nelle logge R+C», chiara allusione alle logge della Seconda Classe della Scuola Esoterica, ossia della Mystica Aeterna. Vi era, altresì, un secondo dattiloscritto, recante anch’esso, sempre a matita, e riconoscibilissima, una simile scritta di mano di Giovanni Colazza, che diceva: «Riservato per lo studio nelle logge R+C», intitolato Loggia Rosicrucianaseconda conferenza dei cicli interni, La leggenda Aurea dei R.C. ». Il primo di quei testi dattiloscritti, recanti l’annotazione a matita di Giovanni Colazza, fa parte del libro curato da Hella Wiesberger, ed apparirà quanto prima sulle telematiche pagine di Ecoantroposofia.

Nel proseguo della sua introduzione, Hella Wiesberger, alle pp. 15-16, chiarisce:

«I contenuti più essenziali del patrimonio d’insegnamento della prima Sezione [sc. ossia della prima Classe della Scuola Esoterica] sono già pubblicati nel volume «Indicazioni per una Scuola Esoterica – Dai contenuti della Scuola Esoterica» (Bibl.Nr. 245).

La seconda e terza Sezione [sc. la ‘Mystica Aeterna’] furono preparate attraverso la spiegazione del contenuto esoterico del linguaggio immaginativo di miti, saghe e leggende. In modo particolare con la Leggenda del Tempio e la Leggenda del legno della Croce, da Rudolf Steiner per lo più chiamata Leggenda Aurea, doveva essere creata una base per la coltivazione di un certo simbolismo cultico. Ogni elemento cultico, «ma non solo l’elemento cultico esteriore, bensì la comprensione del mondo in immagini», il meditare in immagini soltanto può condurre alla conoscenza di sé e del mondo. […]

Poiché le immagini della Leggenda del Tempio e della Leggenda Aurea formano una componente integrante della Sezione cultico-simbolica, le qui presenti conferenze sono dedicate particolarmente alla loro interpretazione. Rudolf Steiner considerava, il rendere dapprima concepibile il contenuto esoterico alla comprensione ideale, come un presupposto necessario alla coscienza del presente ai fini dell’operare mediante immagini, in modo peculiare mediante il simbolismo. Ciò esige il sentiero iniziatico rosicruciano da lui insegnato, il cui primo gradino è lo studio, mentre solo il secondo è il pensare immaginativo».

In questa seconda parte del presente studio, verrà presentata una ‘conferenza’, o meglio una ‘lezione esoterica’, da me tradotta il più letteralmente possibile, evitando abbellimenti di qualsiasi tipo, per tema di tradirne anche minimamente il contenuto sacrale. Si tratta della seconda pièce del libro curato da Hella Wieberger, pp. 33-41 del testo tedesco, quella del 10 giugno 1904, intitolata L’opposizione di Caino e Abele. Per la maggior comprensione della medesima, la faccio precedere da un ampio stralcio della ‘lezione’ precedente, quella del 23 maggio 1904,  che si trova alle pp. 21-32 del testo tedesco, dal titolo Pentecoste, la festa della liberazione dello spirito umano. Ne seguiranno altre. In queste comunicazioni, Rudolf Steiner adoperava ancora la terminologia teosofica – sia pure usata in modo diverso e per contenuti ben diversi da quelli della ‘teosofia’ anglo-indiana di Adyar. Inizialmente, fu per lui un passo obbligato adoperare quella terminologia, che pure gli stava stretta, per farsi capire dai suoi ascoltatori, ma appena poté la abbondonò, senza mai più riesumarla. Tuttavia il lettore non troverà eccessiva difficoltà a trasporre i termini teosofici in quelli specificamente antroposofici.

Nell’inoltrarsi nei contenuti sacrali esposti da Rudolf Steiner, il candido lettore che vorrà  studiarli – secondo il metodo ‘rosicruciano’ di studiare – andando avanti, vedrà sempre meglio come tali contenuti abbiamo tutti una segreta, profondissima, correlazione, sempre più evidente nel procedere del presente studio, col tema del Graal, preannunciato nella parte introduttiva che ho premessa al presente studio. È la ‘Via’ che mena alla ‘Eccelsa Mèta’, come la chiama il Buddha Shakyamuni, attraverso la fattiva conquista e la concreta realizzazione di Autocoscienza, Libertà, e Amore. Naturalmente il volenteroso lettore dovrà avere la pazienza di seguire interamente il discorso dispiegato nel presente studio, e attenderne il completamento.

Mi si dirà che una tale ‘Via’ è estremamente difficile, addirittura ‘eroica’, e non si affermerebbe altro che il vero. Ma estremamente difficili sono anche i tempi drammatici nei quali viviamo. Comunque, voglia il benevolo lettore ben meditare queste parole che Baruch Spinosa scrisse in chiusura della sua Etica, dimostrata con metodo geometrico, che trascrivo nella edizione tradotta da Emilia Giancotti, e pubblicata da Editori Riuniti, Roma, 2004, p. 318:

«La via che ho mostrato condurre a questo [sc. alla conoscenza intuitiva, o terzo genere di conoscenza, mediante il quale si contemplano il mondo e gli esseri sub specie aeternitatis, e alla beatitudine], pur se appare molto difficile, può tuttavia essere trovata. E d’altra parte deve essere difficile, ciò che si trova così raramente. Come potrebbe accadere, infatti, che, se la salvezza fosse a portata di mano e potesse essere trovata senza grande fatica, venisse trascurata quasi da tutti? Ma tutte le cose eccellenti sono tanto difficili quanto rare».

Ma ecco i due testi correlati al tema che ci interessa.

Stralcio da Pentecoste, la festa della liberazione dello spirito umano.

Berlino, 23 maggio 1904.  

«Vorrei dire su questo argomento qualcosa soltanto in maniera indicativa, nel senso della teosofia. Ivi siamo condotti a qualcosa che è profondamente legato all’evoluzione dell’umanità nella quinta razza radicale. In effetti, l’uomo ha appunto preso la forma che riveste oggi nella terza razza radicale all’epoca dell’antica Lemuria, egli ha continuato a trasformarsi durante il suo passaggio attraverso la quarta razza radicale, l’epoca dell’antica Atlantide, e con il risultato di questa evoluzione, egli è entrato nella quinta razza radicale. Chi ha ascoltato le mie conferenze sull’Atlantide ricorderà che ancora tra i Greci vi era un vivo ricordo di quell’epoca.

Per orientarci meglio, dobbiamo gettare un breve sguardo su due correnti presenti nella nostra quinta razza radicale che costituiscono forze nascoste e viventi negli animi e che si combattono in molteplici modi: una corrente si esprime nella maniera più pura e più chiara in quella che chiamiamo la visione del mondo dell’Egitto, dell’India e dell’Europa meridionale. Tutto l’ebraismo successivo ed anche il cristianesimo ne contengono qualcosa. Ma d’altro lato, ciò si è mescolato nella nostra Europa all’altra corrente che vive nella visione del mondo che troviamo nell’antica Persia e che possiamo ritrovare nella regione che si estende ad Occidente della Persia sin presso i Germani – ma non bisogna allora ascoltare quello che ci dicono gli antropologi e gli etimologisti, bensì dobbiamo penetrare più nel profondo nella cosa. 

Di queste due correnti vorrei affermare che esse sono la manifestazione di due importanti, di due grandi intuizioni spirituali che ne costituiscono il fondamento. L’una è sorta nella sua forma più pura presso gli antichissimi Rishi. Essi hanno avuto l’intuizione di Esseri di una natura superiore che si chiamano Deva. Chi è passato attraverso un discepolato occulto, chi è in grado di investigare in questo campo sa chi sono i Deva. Queste sono Entità puramente spirituali, che vivono nello spazio astrale e in quello mentale, hanno una duplice natura, mentre gli uomini hanno una natura triplice. Giacché l’uomo consiste di corpo anima e spirito. La natura dei Deva invece consiste – nella misura in cui noi possiamo seguirla – soltanto di anima e di spirito. Essa può avere ancora altri arti, ma non possiamo penetrare questi medesimi con il discepolato occulto. Un Deva ha lo Spirito in maniera immediata nella sua interiorità. Il Deva è uno spirito dotato di anima. Ciò che voi non potete vedere in un uomo, ovverossia le brame, gli istinti, le passioni e i desideri, che vivono in lui, ma che per colui che ha dischiuso il suo senso spirituale, sono percepibili come manifestazioni di luce, queste forze animiche, questo corpo animico dell’uomo, che per l’uomo è la sua interiorità, e che viene portato dal nostro corpo fisico, questo corpo animico è il corpo inferiore dei Deva. Noi lo possiamo considerare come il loro corpo. L’intuizione indiana si rivolse di preferenza a questi Deva. L’Indiano vede questi Deva ovunque. Egli li vede come forze creatrici, quando guarda dietro le quinte dei nostri fenomeni del mondo. Questa intuizione sta alla base della visione del mondo della fascia meridionale. Nella visione del mondo dell’Egitto essa viene ad espressione in maniera grandiosa e potente.

L’altra intuizione sta alla base dell’antica mistica persiana e conduceva alla venerazione di Entità, le quali pure sono di duplice natura: gli Asura. Anch’essi hanno quel che chiamiamo anima, ma hanno formato in maniera grandiosa, titanica, il corpo fisico, che racchiude un organo animico. La visione indiana del mondo, che sta salda nella venerazione dei Deva, considera questi Asura come un qualcosa di subordinato, mentre coloro che si riconoscevano nella visione del mondo della fascia settentrionale, aderivano maggiormente agli Asura, alla natura fisica. Perciò anche qui si è formato specialmente l’impulso a dominare in maniera materiale il mondo delle manifestazioni sensibili, a dominare il mondo della realtà attraverso il perfezionamento della tecnica, che giunge sin al suo punto più alto, attraverso le arti fisiche e simili. Oggi non ci sono più uomini che si attengono alla venerazione degli Asura; ma tra noi ce ne sono molti che hanno ancora in se stessi qualcosa di questa natura. Da qui muove l’attrazione verso il lato materiale della vita e questo è il tratto fondamentale della visione del mondo della fascia nordica. Chi professa principi puramente materialistici, può essere sicuro di avere qualcosa nella sua natura che proviene da questi Asura.

All’interno dei seguaci degli Asura si sviluppò allora un peculiare sentimento fondamentale. Esso sorse dapprima nella vita spirituale persiana. I Persiani sperimentavano una sorta di paura di fronte ai Deva. Essi sperimentavano paura, timore, orrore di fronte a ciò che è puramente animico-spirituale. Questo causò il fatto che oggi scorgiamo la grande contrapposizione tra la visione [del mondo] persiana e quella indiana. Nella visione del mondo persiana veniva spesso adorato  precisamente quel che la corrente indiana considerava come malvagio, come qualcosa di inferiore, e si evitava assolutamente ciò che per gli Indiani era degno di venerazione. All’interno del sentimento cosmico persiano sorse altresì questo peculiare sentimento fondamentale, di fronte ad a entità che  in realtà ha la natura dei Deva, ma che all’interno di questa visione del mondo viene fuggita, viene temuta. In breve, è l’immagine di Satana, che appare in questa visione del mondo. Lucifero, questo essere animico-spirituale, diventa un essere che riempie di orrore. In ciò dobbiamo cercare l’origine di ciò che esiste quale credenza nel diavolo. Questo sentimento fondamentale è trapassato nella moderna visione del mondo. Specialmente nel Medioevo il diavolo divenne una figura temuta ed evitata. Lucifero divenne dunque una figura letteralmente evitata.

A questo proposito riceviamo chiarimenti nel manoscritto citato. Se nel senso di questo stesso manoscritto seguiamo il corso dell’evoluzione cosmica, troviamo che alla metà della terza razza, della razza lemurica, gli esseri umani si sono rivestiti di sostanza fisica. Allorché i teosofi credono che la reincarnazione non abbia né inizio né fine, è una rappresentazione errata. La reincarnazione è iniziata nell’epoca lemurica e cesserà pure nuovamente all’inizio della sesta razza. È soltanto un determinato intervallo di tempo nell’evoluzione terrestre, quello all’interno del quale l’uomo si reincarna. Precedentemente vi era una condizione estremamente spirituale che non rendeva necessaria alcuna reincarnazione, e nuovamente seguirà una condizione spirituale, la quale pure non necessiterà di alcuna reincarnazione.

L’incarnazione originaria nella terza razza consisté nel fatto che per così dire il verginale spirito umano, Atma-Buddhi-Manas,  ricercò la sua prima incorporazione fisica. Allora l’evoluzione fisica della nostra Terra non poteva essere ancora così sufficientemente progredita rispetto alle entità animali, l’intera entità umano-animale non poteva allora essere così pronta, al punto di poter accogliere in se stessa lo spirito umano. Ma una parte, un certo gruppo di entità animali era già sufficientemente evoluto, cosicché il seme dello spirito umano potesse immergersi in questi corpi animali, in modo da poter dare la forma ai corpi umani.

Una parte delle individualità, che allora si incarnarono, formarono la stirpe di coloro che in seguito si diffusero come Adepti sull’intero mondo. Erano gli Adepti originari, non coloro che chiamiamo oggi Iniziati. Coloro che oggi chiamiamo Iniziati non attraversavano allora ancora nessuna incarnazione. Tuttavia non si incorporarono allora tutti quelli che potevano trovare corpi umano-animali, ma solo una parte. Un’altra parte si ribellò al corso dell’incarnazione per precise ragioni. Essi attesero a tale scopo sino alla quarta razza. La Bibbia accenna a quel momento in maniera misteriosa e profonda: i Figli degli Dèi trovarono che le figlie degli uomini erano belle e si unirono ad esse.

Cioè, cominciò in quel momento in epoca più tardiva una incarnazione di coloro che avevano aspettato. Noi chiamiamo questo gruppo i «Figli della Saggezza», e sembra quasi che vi sia una certa presunzione ed un certa superbia in loro. Prescindiamo ora dalla piccola eccezione che sono gli Adepti. Se si fosse allora incarnata pure quest’altra parte, l’essere umano non sarebbe mai giunto alla chiara coscienza, nella quale egli vive oggi. L’essere umano sarebbe rimasto impantanato in un ottuso stato di trance. Egli avrebbe assunta la coscienza, che oggi potete trovare negli ipnotizzati, nei sonnambuli e così via. In breve, gli esseri umani sarebbero rimasti in uno stato di coscienza sognante. Ma sarebbe poi mancata loro una cosa straordinariamente importante, se non addirittura la più importante: il sentimento della libertà, la scelta autonoma dell’uomo sul Bene e sul Male a partire dalla sua propria coscienza, dal suo Io.

La Genesi  – in quella forma che essa precisamente ha già ricevuto sotto gli influssi provenienti da quel sentimento che ho caratterizzato dicendo che di fronte a un Deva esisteva una certa timidezza – la Genesi chiama questa posteriore incarnazione la «caduta», il peccato originale. Il Deva attese e discese solo allorché l’umanità fisica si era già ulteriormente evoluta per poter quindi prender prima possesso del corpo fisico, onde poter sviluppare poi una più matura coscienza di quanto non fosse prima della caduta.

Così vedete come l’uomo abbia acquistato la sua libertà attraverso il fatto che la sua natura si è deteriorata, perché egli ha atteso con l’incarnazione fino a che la sua natura è discesa in una più densa condizione fisiologica. Nella mitologia greca si era conservata una coscienza profonda di questo fatto. Se l’uomo fosse giunto già prima all’incarnazione – così diceva il mito dei Greci – sarebbe accaduto quel che voleva Zeus, allorché gli esseri umani si trovavano ancora nel «Paradiso»: Egli voleva renderli felici, ma come esseri incoscienti. La chiara coscienza sarebbe stata riposta unicamente presso gli Dei e l’uomo sarebbe rimasto privo del sentimento della libertà. La ribellione dello spirito luciferico, dello spirito del Deva nell’umanità, che volle discendere per svilupparsi a partire dalla stessa libertà, viene simboleggiato nella saga di Prometeo. Ma egli deve espiare questo tentativo con il fatto che un’aquila – simbolo del desiderio – rode incessantemente il suo fegato e gli causa i più tremendi dolori.

Allora l’uomo è disceso più in basso e deve ora raggiungere quel che egli avrebbe dovuto raggiungere, attraverso arti e forze magiche, attraverso quel che gli giungeva autonomamente a partire dalla chiara coscienza della libertà. Ma poiché era disceso più in basso, egli deve sopportare dolori e tormenti. Anche questo indica la Bibbia con le parole: Partorirai i figli nel dolore, mangerai il pane nel sudore della tua fronte – e così via. Ciò non significa altro che: l’uomo deve nuovamente innalzarsi con l’aiuto della civiltà.

La mitologia greca simboleggia in Prometeo il rappresentante dell’umanità che anela nella libertà per la civiltà  attraverso le lotte. Essa in lui ha rappresentato l’uomo sofferente e al contempo il liberatore. Colui che attua la liberazione di Prometeo è Ercole, del quale ci viene raccontato che si fece iniziare nei Misteri eleusini. Colui che discende nel mondo inferiore, era un Iniziato, poiché la discesa agl’Inferi è l’espressione tecnica per l’Iniziazione. Questa discesa agl’Inferi ci viene detta di Ercole, di Ulisse, e di tutti coloro nel caso dei quali abbiamo a che fare con Iniziati che ora vogliono, in seno all’evoluzione attuale, guidare alla sorgente della sapienza primordiale, alla vita spirituale.

Se l’umanità fosse rimasta al punto in cui si trovava nella terza razza, oggi saremmo uomini sognanti. L’uomo ha fecondato la sua natura inferiore attraverso la sua natura di Deva. A partire dalla sua autocoscienza, la sua coscienza della libertà, egli deve di nuovo sviluppare questa scintilla di coscienza che egli si è portato quaggiù con una giustificata audacia, dunque quella conoscenza spirituale ch’egli non ha ricercata nel precedente stato non libero. Nella stessa natura umana vi è quella ribellione satanica, che però come anelito luciferico è in effetti la garanzia per la nostra libertà. E a partire da questa libertà sviluppiamo nuovamente una vita spirituale. Questa vita spirituale deve  venire nuovamente accesa nel seno dell’umanità della quinta razza. Nuovamente questa coscienza deve scaturire dagli Iniziati. Essa non deve essere una coscienza sognante, bensì una coscienza chiara. Sono gli Ercoli dello Spirito, sono gli Iniziati, coloro che fanno progredire l’umanità e disvelano la sua occulta natura di Deva, la conoscenza dello Spirituale. Questo è stato pure l’anelito dei grandi fondatori di religioni: quello di portare nuovamente all’umanità la conoscenza dello Spirituale, che essa aveva smarrito nella vita fisiologica. Gli Atlantidei avevano un’elevata civiltà materiale, e la nostra quinta razza ha ancora sempre molto della vita materiale in se stessa. Questa civiltà materialistica del nostro tempo ci mostra quanto l’uomo si sia coinvolto nella pura natura fisico-fisiologica, come Prometeo nelle sue catene. Ma altrettanto sicuro è che l’avvoltoio, il simbolo della brama, che rode il nostro fegato sarà eliminato dall’uomo spirituale. A questo vogliono guidare gli Iniziati l’umanità autocosciente: attraverso movimenti tali, dei quali il movimento teosofico è uno, onde l’uomo possa nuovamente elevarsi in piena libertà.

Troviamo indicato con precisione nel Vangelo, nel Nuovo Testamento, il momento nel quale dobbiamo cogliere l’istante del fluire della vita spirituale nell’umanità autocosciente. Nel Vangelo più profondo, che viene oggi misconosciuto dalla teologia, nel Vangelo di Giovanni, viene indicato questo momento laddove viene raccontato che Gesù si reca alla Festa dei Tabernacoli. Il fondatore del Cristianesimo ivi parla del fatto di riversare la vita spirituale sull’umanità. È un passaggio stupefacente. La Festa dei Tabernacoli consisteva nel fatto di andare ad una sorgente dalla quale sgorgava l’acqua. Allora si svolgeva una festa che indicava come l’uomo debba nuovamente riflettere allo Spirituale, alla natura di Deva e all’anelito spirituale. L’acqua che ivi veniva attinta era una rimembranza dell’elemento animico-spirituale. Dopo ripetuti rifiuti, Gesù va però ugualmente alla Festa. E nell’ultimo giorno della Festa accade quanto segue (Giov. 7, 37): Or nell’ultimo giorno, il gran giorno della festa, Gesù, stando in piè, esclamò: «Se alcuno ha sete, venga a me e beva ». Coloro che bevevano festeggiavano una festa della rimembranza della vita spirituale. Tuttavia Gesù ricollega ancora qualcos’altro con ciò e Giovanni vi accenna con le parole: «Chi crede in me, come ha detto la Scrittura, fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno. Or disse questo dello Spirito, che dovevano ricevere quelli che crederebbero in lui; poiché lo Spirito non era ancora stato dato, perché Gesù non era ancora glorificato ».

Qui viene ora accennato al mistero della Pentecoste, accennato al fatto che l’umanità deve aspettare lo Spirito Santo della vita spirituale. Allorché verrà raggiunto il momento in cui l’uomo potrà accendere in sé stesso la scintilla della vita spirituale, allorché la natura fisiologica dell’uomo potrà ricercare, a partire di se stessa, l’ascesa, allora lo Spirito Santo discenderà sugli uomini, il tempo del risveglio spirituale.

L’uomo è disceso sin nel corpo fisico cosicché, al contrario della natura dei Deva, egli consiste di tre principi: corpo, anima e spirito. Il Deva si trova più in alto rispetto all’uomo, egli però non deve superare come l’uomo la natura fisica. La natura fisica deve essere di nuovo trasfigurata, cosicché essa possa accogliere la vita spirituale. La stessa coscienza fisiologica dell’uomo, il corpo fisico, come vive oggi, deve accendere in sé in libertà la scintilla della vita spirituale.

Il sacrificio del Christo è un esempio di come l’uomo possa sviluppare, a partire dalla vita fisica, la coscienza superiore. Nel corpo fisico vive il suo io inferiore; ma esso deve essere infiammato, onde si sviluppi l’Io superiore. Solo allora anche da questo corpo fisico possono fluire i fiumi d’acqua viva. Potrà allora apparire lo Spirito, potrà allora riversarsi lo Spirito. L’uomo deve allora divenire morto come Io rispetto a questa vita fisiologica.

Qui risiede l’autentico elemento cristico ed anche il più profondo mistero della Pentecoste. L’uomo vive a tutta prima nel suo organismo inferiore, nella sua coscienza impregnata di desideri. Egli deve vivervi perché solo questa coscienza può dargli libertà sicura della mèta. Tuttavia egli non può rimanervi dentro, bensì deve elevare il suo Io alla natura dei Deva. Egli deve far maturare in se stesso il Deva, generare il Deva, che diventerà poi uno Spirito di salute, uno Spirito Santo. A tale fine egli deve sacrificare coscientemente il corpo terreno, egli deve a tale scopo sperimentare il «muori e divieni», onde egli non rimanga «un ospite tenebroso» su questa  «Terra oscura».

Così soltanto in rapporto con il mistero della Pentecoste il mistero della Pasqua rappresenta una totalità: allora l’Io umano nel Grande Rappresentante si spoglia del vivente io inferiore; esso muore per trasfigurare completamente la natura fisica e riportarla nuovamente alle Potenze Divine. Il simbolo per ciò è l’Ascensione. Allorché l’essere umano ha trasfigurato questo corpo fisico, lo ha ricondotto allo Spirituale, egli è maturo perché la vita spirituale si riversi in lui  e sperimenterà, quel che secondo la dichiarazione del Grande Rappresentante dell’Umanità viene chiamato la «discesa dello Spirito Santo».  Per cui vien detto pure: «Tre sono quelli che testimoniano sopra la terra: lo Spirito, e l’acqua, e il sangue». La festa di Pentecoste è il riversarsi – la discesa – dello Spirito nell’umanità.

La più grande mèta dell’evoluzione viene espressa nella festa di Pentecoste, ovverossia l’uomo a partire dalla vita intellettuale deve di nuovo penetrare nella vita spirituale. Come Prometeo viene liberato dalle sue sofferenze attraverso Ercole, così lo sarà l’uomo attraverso la vita dello Spirito. Attraverso il fatto che l’uomo è disceso nella materia egli è pervenuto all’autocoscienza. Attraverso il fatto che egli nuovamente riascende, diventerà un Deva autocosciente. Da coloro che veneravano gli Asura e consideravano i Deva come qualcosa di satanico, da coloro che non volevano penetrare nell’interiorità più profonda, questa discesa viene presentata come qualcosa di diabolico. 

Ciò viene indicato anche nella mitologia greca. Il rappresentante della condizione di coscienza non libero è Epimeteo – il postpensatore – il quale non vuole giungere alla redenzione a partire dalla piena libertà, dunque l’avversario di Prometeo – [sc. il prepensatore]. Egli riceve da Zeus il vaso di Pandora, il cui contenuto – sofferenze e piaghe – alla sua apertura si abbatte sull’umanità. Solo come ultimo dono vi rimane dentro la speranza, che anche lui in una condizione futura penetrerà in una superiore chiara coscienza. Gli rimane la speranza della liberazione. Prometeo sconsiglia di accettare l’ambiguo dono del dio Zeus. Epimeteo non obbedisce a suo fratello, al contrario accetta il dono. Il dono di Epimeteo è meno importante di quello di suo fratello Prometeo.

Vediamo così come gli uomini vivano in due [diverse] correnti. Gli uni sono coloro se si attengono saldamente al sentimento della libertà e – malgrado che sia pericoloso sviluppare lo Spirituale – tuttavia lo ricercano in libertà. Gli altri sono coloro che trovano la loro soddisfazione attraverso una torpido vivere e una fede cieca e fiutano qualcosa di pericoloso nell’aspirazione luciferica alla libertà. Coloro che hanno fondato le forme [esteriori] della Chiesa hanno snaturato/distorto la più profonda aspirazione luciferica. Gli antichissimi insegnamenti in proposito si trovano in manoscritti segreti, in luoghi nascosti che quasi nessuno ha mai veduto. Essi sono accessibili ad alcuni pochi che sono capaci di vederli nella luce astrale, ed altrimenti ad alcuni Iniziati. È certamente una via pericolosa, ma è l’unica che conduca alla sublime mèta della libertà.

Lo Spirito dell’uomo deve essere uno spirito liberato, non uno spirito torpido. Anche il Cristianesimo vuole ciò. Salute, sanare sono [parole] in relazione a santo. Uno Spirito che è santo, che risana, che libera dalle sofferenze e dalle piaghe. Sano e libero è l’uomo, allorché egli è strappato dalla schiavitù causata dall’elemento fisiologico, quando egli è liberato dall’elemento fisiologico. Giacché solo lo Spirito liberato è lo spirito sano, il cui corpo nessuna aquile può più rodere.  

Così la festa di Pentecoste deve essere compresa come un simbolo della liberazione dello spirito umano, come il simbolo della grande lotta dello spirito umano per la libertà, per una coscienza nella libertà.

Se la festa di Pasqua è una festa di Resurrezione nella Natura, allora la festa della Pentecoste è un simbolo per il divenir cosciente dello spirito umano, la festa di coloro che sanno e conoscono e – compenetrati da ciò – cercano la libertà.

Nell’epoca moderna quei movimenti spirituali che conducono alla percezione del Mondo Spirituale nella chiara coscienza diurna – non in trance, non in uno stato ipnotico – sono quelli che guidano alla conoscenza di un tale importante simbolo. La chiara coscienza, che unicamente lo Spirito libera, è quella che ci riunisce nella Società Teosofica. Non soltanto la parola, bensì lo Spirito le dà il suo significato. Lo Spirito che emana dai grandi Maestri, che si riversa da quei pochi che possono dire: Io so che vi sono i grandi Adepti, che sono i Fondatori del movimento spirituale, non della Società, che si riversa nella nostra civiltà del presente e le dà l’impulso per il futuro.

Se farete nuovamente fluire una scintilla di comprensione per questo Spirito Santo nell’incompresa festa della Pentecoste, allora essa verrà vivificata e riceverà nuovamente significato. Noi dobbiamo vivere in un mondo ricolmo di significato. Colui che celebra le feste spensieratamente, le celebra da seguace di Epimeteo. L’uomo deve vedere che cosa ci congiunge a quel che è intorno a noi, e anche a quel che nella Natura è invisibile. Noi dobbiamo sapere dove stiamo. Giacché noi uomini siamo destinati non ad un sognante, dimezzato, torpido  vivere, bensì siamo destinati ad un libero, pienamente cosciente, dispiegamento della nostra entità».

«L’opposizione di Caino e Abele

Berlino, 10 giugno 1904

Già l’ultima volta ho accennato al fatto che nella storia di Caino e Abele si cela una intera somma di misteri occulti. Oggi voglio accennare a qualcosa, ma vorrei subito prima sottolineare come il rapporto tra Caino e Abele – certamente inteso nella sua profondità – sia un’allegoria per misteri straordinariamente profondi e che noi saremo in grado, partendo dalle premesse che abbiamo, di conoscerne qualcosa.  

Se seguiamo i cinque libri [sc. il Pentateuco] di Mosè, troveremo in essi qualcosa che accenna direttamente all’evoluzione dell’umanità a partire dall’epoca lemurica. Il racconto, per esempio, di Adamo ed Eva e dei loro discendenti non è qualcosa da prendere in maniera semplice e ingenua. Prego perciò di considerare che in particolare nei cinque libri di Mosè, in Enoch, nei Salmi, e in alcuni altri importanti capitoli del Vangelo, nella Lettera agli Ebrei, in alcune Lettere di Paolo e nell’Apocalisse, abbiamo assolutamente a che fare con scritti di Iniziati, cosicché in questi scritti dobbiamo ricercare un nucleo occulto. Ovunque nelle scuole occulte si parla di questo nucleo. Chi non legga spensieratamente la Bibbia – spensieratamente in senso superiore – sarà colpito da alcune cose. E vorrei che voi poniate attenzione su qualcosa, che può essere molto facilmente trascurato, ma che deve essere semplicemente letto alla lettera, per scorgere che qui nulla vi si trova invano, e che nella Bibbia facilmente nella lettura può venire sorvolato qualcosa.

Prendete il primo versetto nel quinto capitolo del primo libro [sc. la Genesi] di Mosè: «Questo è il libro della posterità d’Adamo. Nel giorno che Dio creò l’uomo, lo fece a somiglianza di Dio; li creò maschio e femmina, li benedisse e dette loro il nome di ‘uomo’, nel giorno che furon creati. Adamo visse centotrent’anni, generò un figliuolo, a sua somiglianza, conforme alla sua immagine, e gli pose nome Seth».

Si deve leggere alla lettera. Adamo stesso viene chiamato semplicemente un uomo. Maschi-femmine li creò; non ancora sessuati, asessuati. E come li creò? A somiglianza di Dio.

E inoltre nel secondo versetto: «Dopo così e così molti anni» – ci si devono rappresentare lunghi periodi di tempo – «Adamo generò un figliolo, Seth, a sua immagine». All’inizio dell’epoca adamitica abbiamo gli uomini a immagine di Dio, alla fine dell’epoca adamitica, ad immagine di Adamo, ad immagine umana. Prima l’uomo era creato secondo l’immagine di Dio. In seguito egli fu immagine di Adamo.  

Abbiamo dunque all’inizio uomini che sono uguali l’uno all’altro, e tutti sono creati ad immagine della Divinità. Essi si riproducevano per via asessuata. Dobbiamo chiarirci il fatto che essi hanno ancora tutti la medesima forma, come l’avevano sin dall’origine, cosicché il figlio assomiglia al padre e il nipote di nuovo assomiglia al figlio. Che cosa fa sì che gli uomini si trasformino, si differenzino?  Mediante cosa diventano diversi? Attraverso il fatto che due esseri partecipino alla riproduzione. Il figlio o la figlia, assomigliano da un lato al padre, dall’altro alla madre.

Immaginate dunque ora ad una razza originaria simile agli Dèi, ed essi non si riproducevano per il fatto che erano sessuati, bensì asessuati: il discendente assomiglia sempre alla generazione precedente. Non insorge alcuna mescolanza. La differenziazione sorge solo allorché giunge l’epoca di Seth. Ma tra l’epoca di Adamo e quella di Seth accade qualcos’altro. Ovverossia, prima che abbia luogo il passaggio da Adamo a Seth, vengono generati due esseri, che di nuovo sono due importanti rappresentanti: Caino e Abele. Essi stanno in mezzo, sono prodotti di passaggio. Essi non nascono ancora nell’epoca nella quale fu espressamente presente il carattere della riproduzione sessuale. Possiamo dedurre ciò da quel che significano «Abele» e «Caino». «Abele» in greco significa «Pneuma» e in italiano «Spirito», e se ne prendiamo il significato sessuale, questo ha un deciso carattere femminile. «Caino» invece significa quasi letteralmente «il Maschile», cosicché in Caino e Abele si contrappongono l’elemento maschile e quello femminile. Non ancora nel campo puramente organico: su un piano superiore, spirituale, essi tendono alla differenziazione.  

Ora vi prego di mantenere chiaro questo. Originariamente l’umanità era maschile-femminile. In seguito essa venne divisa nel sesso maschile e in quello femminile. L’elemento maschile, materiale, lo abbiamo in Caino, quello femminile, spirituale, in Abele-Seth. La differenziazione ha avuto luogo. Questo viene simboleggiato nelle parole: Caino era un coltivatore del suolo e Abele un pastore (Genesi, 4, 2).

«Suolo»  significa nelle antichissime lingue sia il piano fisico che i tre stati di aggregazione del piano fisico: la terra solida, l’acqua e l’aria. «Caino divenne un coltivatore dei campi», significa nel suo significato più antico: egli imparò a vivere sul piano fisico, egli divenne uomo sul piano fisico. Questo era il carattere dell’elemento maschile. Esso consistette nel fatto che egli era forte  e vigoroso, per coltivare la zolla del piano fisico, e poi ritornare dal piano fisico ai piani superiori.

«Abele era un pastore». In quanto pastore, egli prende la vita così come ad uno la porge il Creatore. Non si elaborano le greggi, bensì le si custodiscono semplicemente. Per il fatto di essere il rappresentante di quella stirpe che non giunge allo Spirito mediante l’intelletto operante in maniera autonoma, bensì accoglie lo Spirito come una rivelazione dalla stessa Divinità, egli meramente lo custodisce. Il custode del gregge, il guardiano di quel che è trapiantato sulla Terra, è Abele. Colui che ha elaborato lui stesso qualcosa è Caino. Caino pone le basi del suonare la cetra e delle altre arti (Genesi, 4, 21, 22).

Ed ecco ora l’opposizione, nella maniera di come essi si comportano nei confronti della Divinità. Abele riceve lo spirituale ed offre come sacrificio il meglio, il più elevato frutto dello Spirito. Dio  volge evidentemente  con compiacimento – perché è proprio quel che egli stesso ha impiantato sulla Terra – il suo sguardo al suo sacrificio. Caino ha pretesa di qualcos’altro. Egli vuole volgersi alla Divinità con i prodotti del suo intelletto. Questo è qualcosa che è del tutto estraneo alla Divinità, qualcosa che l’uomo si è conquistato nella sua libertà.  

Caino è l’uomo anelante alle Arti e alle Scienze. Dapprima ciò non ha alcuna affinità con la Divinità. Con ciò viene espresso una profonda verità. Chi abbia esperienza nell’Occulto, sa che le Arti e le Scienze, malgrado abbiano reso gli uomini liberi, non furono ciò che ha condotto gli uomini allo Spirituale; esse furono precisamente ciò che ha allontanato gli uomini dall’autentico Spirituale. Le arti sono un qualcosa che è cresciuto sul terreno, sul suolo proprio dell’uomo, sul piano fisico. Ciò non può essere a tutta prima gradito alla Divinità. Da qui sorge l’opposizione, tra il «fumo», lo Spirito, che Dio stesso ha piantato nella Terra, di Abele che s’innalza alla Divinità, e l’altro il  «fumo» di Caino, che rimane sulla Terra. L’elemento autonomo rimane sulla Terra, come il fumo di Caino.

Questa è anche l’opposizione tra l’elemento femminile e quello maschile. È femminile ciò che è ispirato da ciò che viene fecondato in maniera immediata dalla Divinità. Pneuma viene raggiunto attraverso il concepimento. Quel che Caino ha da dare, è lavoro umano sul piano fisico stesso. Questa è l’opposizione tra lo Spirito femminile e quello maschile. Ambedue stanno originariamente l’uno di fronte all’altro.

Ogni uomo è non solo fisicamente, ma anche spiritualmente al tempo stesso uomo e donna; egli è spirito concepente, spirito che si lascia ispirare, e al tempo stesso l’elemento intellettuale che elabora, combina, l’elemento ispirato. Ora ciò si separò – abbiamo bisogno di scorgere nell’elemento femminile e in quello maschile d’ora in poi solo un simbolo – ora il principio dell’ispirazione passò in coloro che erano nella condizione di Abele, su coloro che rimanevano pastori e sacerdoti. Sugli altri non passò il principio di ispirazione; essi divennero gli scienziati e gli artisti vòlti all’elemento mondano, e si limitarono puramente al piano fisico.

Ciò non avrebbe potuto aver luogo senza che anche nell’uomo non avesse luogo una modificazione. Quando l’essere umano era ancora maschio-femmina non gli sarebbe stato possibile causare una separazione tra Sapienza spirituale e Scienza intellettuale. Solo attraverso il fatto che l’essere umano venne definitivamente separato in due sessi, solo attraverso il fatto che l’umanità venne divisa attraverso la sessualità, il cervello fu portato al punto di poter agire. Il cervello divenne maschile, l’entità più profonda divenne l’elemento femminile. L’essere umano può produrre solo all’interno della sua natura fisica. In essa egli produce qualcosa, ossia dei discendenti. Ma uno spirito, nella misura in cui sia nel cervello, è maschile e produttivamente limitato al piano fisico. In Caino e Abele abbiamo una raffigurazione rappresentativa.

Ora per il fatto che è insorta questa scissione, è accaduto che nella riproduzione del genere umano i discendenti non assomigliarono più semplicemente agli antenati come tali, bensì si differenziarono. Io vi prego di tenerlo presente. Tanta maggiore importanza ha l’elemento sessuale, tanto in maniera maggior insorge la differenziazione. Se avessimo davanti a noi pura riproduzione asessuale, allora le generazioni successive apparirebbero simili alle precedenti. Non avrebbe luogo una differenza nel corso dei tempi. La differenza sorge per il fatto che ha luogo mescolanza. E attraverso che cosa fu resa possibile questa mescolanza?  Attraverso il fatto che l’elemento maschile si è dedicato al piano fisico. Caino fu colui che coltivò e trasformò il suolo. Questa differenza esteriore delle generazioni non sarebbe entrata nell’umanità, se una parte degli esseri umani non fosse discesa sino al piano fisico. Allora non fu più come in precedenza, allorché la riproduzione era discesa dai piani superiori. Venne ora intessuto un qualcosa nell’uomo per il fatto che egli trasse qualcosa dalla fisicità. Ora egli diviene una immagine di quel che egli ha acquisito sul piano fisico, e che l’essere umano porta sui piani superiori. L’elemento fisico è il segno di Caino. Il piano fisico, nella sua azione sull’essere umano, è impresso su di lui come segno di Caino.

Ora l’uomo è completamente congiunto alla Terra, cosicché vi è una opposizione tra Caino e Abele, un’opposizione tra il Figlio degli Dèi e il Figlio del piano fisico, ove i figli di Abele-Seth rappresentano i Figli degli Dèi, e i Figli di Caino, i figli del piano fisico.

Ora comprenderete come l’evento di Caino e Abele si collochi tra Adamo e Seth. Qui un nuovo principio è entrato nell’essere umano, il principio dell’ereditarietà, il peccato originale, della dissomiglianza rispetto alla generazione precedente.

Ma i figli degli Dèi sono rimasti. Non tutti gli Abeli sono stati eliminati dal mondo. Ed ora vediamo quel che è venuto sulla Terra, per il fatto che Caino alla domanda: «Dov’è tuo fratello Abele?», risponde: «Son io dunque il guardiano di mio fratello?» – Prima un essere umano non avrebbe mai detto ciò. Dice ciò unicamente un intelletto che, per così dire, reagisce acusticamente allo Spirituale. Ora il principio della lotta, il principio dell’opposizione, si mescola al principio dell’amore; ora è nato l’egoismo: «Son io dunque il guardiano di mio fratello?».  

Gli Abeli che sono rimasti, che erano i Figli degli Dèi, rimasero affini al Divino. Ma essi ora devono guardarsi dall’entrare nel terrestre. E con ciò iniziò il principio, che divenne principio dell’ascesi, per colui che si è consacrato al Divino. Diviene un peccato, s’egli si congiunge con coloro che si sono consacrati alla Terra. È un peccato, quando «i Figli degli Dèi trovano diletto nelle Figlie degli Uomini della stirpe di Caino».

Ne scaturì una stirpe, che generalmente nei libri pubblici dell’Antico Testamento non viene una volta menzionata, bensì solo accennata: una razza che per occhi fisici non è percepibile. Nella lingua occulta essa viene chiamata dei «Rakshasa» ed è simile agli «Asura» degli Indiani. Sono esseri diabolici, che erano realmente presenti ed agivano seducendo gli esseri umani, in maniera tale che lo stesso genere umano precipitasse. Questa «avventura» dei Figli degli Dèi con le Figlie degli Uomini dette luogo ad una razza che divenne particolarmente tentatrice per la quarta sottorazza degli Atlantidei, i Turani, e condusse alla rovina del genere umano. Qualcosa [sc. del genere umano] venne salvato nel nuovo mondo. Il Diluvio è l’inondazione che ha annientato Atlantide. Gli esseri umani, che erano stati sedotti dai Rakshasa, erano a poco a poco scomparsi.

Ora devo dire qualcosa che vi apparirà molto singolare, ma che è infinitamente importante sapere, quel che è di una importanza tutta particolare e fu per il mondo esterno un segreto occulto per molti secoli, e per l’intelletto della maggior parte apparirà incredibile, ma che tuttavia è vero. Io posso darvi l’assicurazione, che ogni occultista se ne è spesso convinto, investigando in quella che chiamiamo Cronaca dell’Akasha, che la cosa stia così. Ma la cosa sta così.

Questi Rakshasa sono presenti, sono stati realmente presenti – agenti, attivi – come seduttori dell’uomo. Essi hanno agito sulle passioni umane sino al momento in cui in Gesù di Nazareth si incarnò il Christo e in una corporeità il principio buddhico stesso è stato presente sulla Terra. Ora potete crederci o no: ciò ha una importanza cosmica, ha una importanza che sorpassa il piano terreno. La Bibbia lo dichiara non senza ragione: il Christo è disceso agli Inferi. – Non essendoci più lì esseri umani, Egli ebbe a che fare con esseri spirituali. Le entità dei Rakshasa caddero attraverso ciò in uno stato di paralisi e di letargia. Essi furono tenuti per così dire imbrigliati cosicché divennero immobili. Essi poterono divenire così, perché una azione venne esercitata contro di loro da due lati. Ciò non sarebbe stato possibile se in Gesù di Nazareth non fossero state congiunte due nature: da un lato quella dell’antico Chela che era interamente congiunto con il piano fisico, che poteva pure agire sul piano fisico e attraverso le sue forze poteva tenerlo in equilibrio, e dall’altro il Christo stesso, un puro essere spirituale. Questo è il problema cosmico, che il Cristianesimo pone a fondamento. Qualcosa avvenne allora sul piano occulto; fu il bando dei nemici dell’umanità, riecheggiante nella saga dell’Anticristo, che venne incatenato, ma che di nuovo apparirà, se il principio cristico non gli andrà di nuovo incontro nella sua originarietà.

L’occultismo del Medioevo, tutto intero, tese al fatto di non permettere all’azione dei Rakshasa di risorgere. Coloro i quali possono vedere sui piani superiori, hanno già da lungo tempo previsto, che il momento, nel quale ciò può accadere, può presentarsi alla fine del XIX secolo, alla svolta tra il XIX e il XX secolo. Nostradamus, che operava in una torre a cielo aperto, che portò pure aiuto durante la  peste, era in grado di predire il futuro. Egli scrisse una quantità di versi profetici ove potete leggere la guerra del 1870 e qualcosa su Maria Antonietta come profezie già adempiute. In queste Centurie di Nostradamus vi è pure quanto segue (Centuria 10, 15): Quando il XIX secolo sarà alla fine, apparirà dall’Asia uno dei Fratelli di Ermete e nuovamente riunirà l’umanità. – La Società Teosofica non è altro che il compimento di questa profezia di Nostradamus, l’opposizione contro i Rakshasa e il riedificare i Misteri originari è l’aspirazione della Società Teosofica.

Voi sapete che il Christo Gesù dopo la morte è rimasto ancora dieci anni sulla Terra. La «Pistis Sophia» contiene gli insegnamenti teosofici più profondi, essa è molto più profonda del «Buddhismo Esoterico» di Sinnet. Gesù si è reincarnato sempre di nuovo. Gli spetta il compito di vivificare nuovamente il principio dei Misteri. Dietro a ciò non vi è un fatto storico culturale o fisico, bensì il fatto che io vi ho esposto come fatto ben conosciuto dagli occultisti: la lotta contro i Rakshasa. Vedete, qui vi è celato un grande, importante, segreto occulto.

Ora voi potete domandarmi: perché ciò viene detto in forma allegorica e non in linguaggio aperto? – Qui devo rendervi attenti al fatto che coloro che erano grandi Istruttori dell’umanità, come Mosè, i grandi Rishi indiani, Ermete, il Christo, si sono posti dal punto di vista del principio della reincarnazione. E questa maniera allegorica di comunicazione ha un suo buon significato. Quando per esempio i sacerdoti druidici raccontavano del «Nebelheim», del «gigante Ymir», e così via, naturalmente non era affatto poesia popolare. I sacerdoti druidici piuttosto sapevano: lo spirito umano, al quale oggi io imprimo le favole, sarà preparato, quando nuovamente si reincarnerà, a comprendere la verità in una forma più perfetta. Tutte queste fiabe sono fatte  col presupposto che lo Spirito si incarni di nuovo, proprio allo scopo di poter poi afferrare in seguito tanto più facilmente la verità. Alla base di queste fiabe non vi è la credenza, bensì la conoscenza, l’esperienza della reincarnazione. Addirittura il rinnegamento della reincarnazione – a partire dal terzo secolo del Cristianesimo – è avvenuto col presupposto della reincarnazione, perché si voleva così far discendere gli esseri umani nel Kama-Manas, all’incirca sino a che tutto lo Spirituale fosse passato attraverso l’incarnazione. Perciò il Cristianesimo per millecinquecento anni non ha avuto alcun sapere circa la reincarnazione. Se volessimo ulteriormente privarci della dottrina della reincarnazione, priveremmo gli esseri umani una seconda volta di questa conoscenza. Ma ciò sarebbe un grande peccato, una colpa nei confronti dell’umanità. Ma il privarsene una volta era ben necessario, perché doveva pure esser resa preziosa l’unica vita tra nascita e morte».   

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL, MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL. PRIMA PARTE: INTRODUZIONE.

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«Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;

aiutami da lei, famoso saggio,

ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi».

(Dante, Inf. I, v. 88-90)

Certo che il tema da me scelto è tale che davvero, dantescamente, «fa tremar le vene e i polsi». È indubbio il fatto che, già da tempo, sia iniziata una lotta decisiva nella quale si decidono le sorti dell’uomo. Rudolf Steiner, il Maestro dei Nuovi Tempi, in un ciclo, molto amato da Massimo Scaligero, tradotto in italiano da Fanny Podreider, che amo citare dalla versione dattiloscritta, Il karma della Comunità Solare, tenuto in Olanda ad Arnheim dal 18 al 20 luglio 1924, nella seconda conferenza, quella del 19 luglio, affermò, con severe parole ammonitrici che:

«Tutto quanto la tradizione ci ha dato su Michele deve essere visto di nuovo: ecco Michele che si erge tenendo sotto i suoi piedi il drago. È giusto rivolgere lo sguardo a tale immagine …. a questa immaginazione che ci pone d’innanzi Michele come l’arcangelo combattente, che rappresenta, diventa lo Spirito Cosmico di fronte alle forze arimaniche che tiene soggiogate sotto i suoi piedi.

Ma più che ogni altra lotta, questa lotta è posta nel cuore umano.

Là dentro si svolge tale lotta e vi è ancorata profondamente, a partire dall’ultimo terzo del sec. 19°. Di fronte a tale compito che Michele deve realizzare nel mondo, avrà valore decisivo quello che i cuori umani compiranno nel sec. 20° .

E nel corso di questo 20° sec., quando sarà trascorso il primo secolo dopo la fine del Kali Juga, l’umanità o si troverà alla fine, alla vera e propria tomba di ogni civiltà, oppure sarà al principio di quell’epoca in cui nelle anime degli uomini che avranno saputo nei loro cuori unire l’intelligenza alla spiritualità, sarà stata la battaglia di Michele ed essa sarà stata vinta dall’impulso di Michele».

Nella fattispecie, la bestia in questione, come per Dante la lupa, per noi – uomini dell’epoca dell’anima cosciente, ossia dell’epoca che direttamente ci riguarda – è quel drago che Michele incalza, e che ognuno di noi deve vincere dentro di sé. Ma è cosa tutt’altro che semplice, e l’impresa si presenta, al nostro tempo, estremamente ardua. Come per Dante fu necessario trovare un ‘famoso saggio’, Virgilio, che – come rivela Rudolf Steiner – realmente lo guidò nel suo peregrinar attraverso i tre regni, così anche l’uomo attuale può e deve trovare il suo Virgilio, che gli disveli il ‘cammino alto e silvestro’ che dalla ‘selva selvaggia’, dalla sua oscura, pericolosa, e disperata condizione, lo conduca passo passo sull’erto sentiero, che porta infine a contemplar ‘l’Amor che muove il Sole e l’altre stelle’. Per noi, un cotal provvido ‘Virgilio’ è stato – ed è – proprio Rudolf Steiner, ed in Italia abbiamo avuto dal Cielo altresì l’impagabile dono di aver avuto prima un Giovanni Colazza, e poi un Massimo Scaligero, il quale del Maestro dei Nuovi Tempi ci ha mostrata tutta la sovrumana grandezza, e ci hanno donato altresì la chiave aurea prima per entrare nel suo insegnamento, e poi per esservi fedeli: la ‘Via del Pensiero Vivente’

Ora vi è un evento, del quale Rudolf Steiner ci parla in molti punti della sua immensa e generosa Opera, evento che può costituire un saldo inizio per le considerazioni che cercherò di svolgere. E se, nello svolgere le considerazioni di questo difficile studio, farò costante riferimento alla parola di Rudolf Steiner, ciò sarà per voler esser fedele a quella indicazione che, esattamente trentacinque anni fa, mi dette Hella Wiesberger, mia sapiente mentore e coraggiosa compagna d’armi spirituale, come divisa e principio al quale attenermi costantemente, di ‘ritrarmi’, di ‘fare un passo indietro’, di ‘farmi da parte’, di ‘mich zurückziehen’, per far parlare il più possibile l’Opera stessa di Rudolf Steiner. Per cui, seguendo il principio al quale Giovanni Colazza si attenne rigorosamente,  e tenendo conto del suo alto esempio, a maggior ragione anch’io in questo studio non ci metterò nulla di mio, ossia nulla che Rudolf Steiner stesso non abbia detto. Nelle due conferenze Hinter den Kulissen der äußeren Geschehens, Dietro le quinte degli eventi esteriori, trad. di Silvia Schwarz, tratte dalla GA-178, Editrice Antroposofica, Milano, 2006, e precisamente nella seconda di tali conferenze, quella tenuta a Zurigo il 13 novembre 1917, così leggiamo alle pp. 36-39:

«In questi anni io mi sono obbligato a ricordare sempre di nuovo ai nostri amici, nelle più diverse città, un evento verificatosi  nell’ultimo terzo del secolo XIX: un evento della massima importanza, del quale tutte le scuole occulte sono al corrente, anche se non sempre sono in grado di parlarne in modo giusto. Vorrei dirne qualcosa anche oggi. Si tratta di questo: a partire dall’anno 1841 ha avuto luogo nelle regioni spirituali una lotta fra certe entità delle alte gerarchie e altre entità, superiori alle prime. Quelle entità (che si sono ribellate fra il 1841 e il 1879) erano state in passato poste al servizio della saggia direzione dell’universo. Anche gli esseri che in certi tempi si ribellano e diventano entità del male, spiriti delle tenebre, in altri tempi sono invece entità benefiche. Sto dunque parlando adesso di entità che fino al 1841 erano state utilizzate da spiriti più elevati di loro, al servizio della saggia direzione cosmica; da quel momento però la loro volontà si contrappose a quella delle entità loro preposte. Queste ultime condussero nel mondo spirituale una lotta importante, una di quelle lotte che si attuano abbastanza di frequente, ma a livelli diversi, per così dire: una lotta che nella leggenda viene raffigurata simbolicamente come la lotta di Michele col drago. Questa lotta terminò nell’autunno del 1879 con la cacciata di certi spiriti delle tenebre dalle regioni spirituali giù in quelle terrestri; da quel momento quegli spiriti delle tenebre agiscono in mezzo agli uomini, penetrando nei loro impulsi di volontà, nei loro orientamenti, nel loro modo di comprendere le cose, e in ogni loro comportamento. Dall’autunno del 1879 certi spiriti delle tenebre sono dunque presenti fra gli uomini; e se gli uomini vogliono comprendere quel che accade sulla Terra, devono imparare a prestare attenzione a quegli spiriti. È perfettamente corretto esprimersi così: il fatto che quelle entità siano state precipitate giù nel 1879, ha liberato il Cielo, ma ne ha riempito la Terra. Da quel tempo la loro sede non è più reperibile in Cielo, ma in Terra.

Per caratterizzare il proposito di quella ribellione avvenuta fra il 1841 e il 1879, debbo dire che quelle entità volevano impedire che potesse discendere nelle anime umane la saggezza spirituale che necessariamente vuole manifestarsi agli uomini a partire dal secolo XX: essi volevano trattenerla nei mondi spirituali, e non lasciarla penetrare nelle anime umane. Che agli uomini si schiudesse, a partire da questo secolo, la comprensione per le conoscenze spirituali, poté essere conseguito solo mediante l’allontanamento spirituale degli spiriti ostacolatori, degli spiriti delle tenebre: solo così possono discendere le conoscenze spirituali destinate agli uomini. Quaggiù però, dove ora gli spiriti delle tenebre si aggirano, essi di nuovo s’incaricano di provocar confusione fra gli uomini; da qui ora vogliono impedire che si stabilisca il giusto rapporto con le verità spirituali, vogliono per così dire privare gli uomini dell’azione salutare delle verità spirituali.

A ciò si può contrapporre solamente la conoscenza esatta, la comprensione corretta di queste cose. Certe confraternite occulte si propongono invece precisamente il contrario: esse vogliono trattenere la sapienza solo nella loro cerchia più ristretta, per poterla poi sfruttare ai loro fini di potenza e noi ci ritroviamo attualmente in mezzo a questa lotta. Da un lato esiste la necessità di guidare correttamente l’umanità, affinché accolga la sapienza spirituale; dall’altro lato, stanno certe confraternite occulte di cattiva lega, che si oppongono proprio alla penetrazione fra gli uomini di quelle verità. Affinché gli uomini rimangano ignoranti nei riguardi del mondo spirituale, mentre i membri di quelle ristrettissime comunità possano da lì condurre le loro macchinazioni.

Negli eventi che accadono ai nostri giorni, di tali macchinazioni ne esistono parecchie; e l’umanità dovrà scontare a caro prezzo il rifiuto di veder chiaro a tale proposito. Vedrete subito chiaramente che cosa si nasconda in tali problemi, quando avrò richiamato la vostra attenzione su certe verità che oggi sono proprio mature per essere rivelate: verità pronte a cadere giù nel regno degli uomini come prugne mature, se non ne fosse impedita la diffusione, e contro le quali peraltro la gente prova preconcetti e avversione, perché in fondo le teme».

Quelle di Rudolf Steiner sono chiare parole ammonitrici, che senza rassicuranti, o consolanti, attenuazioni, dipingono una situazione umana tragica, additano un pericolo estremo, parole che esortano ad un energico risveglio da quel sonno narcotico, nel quale gran parte dell’umanità da troppo tempo si trova immersa, sonno leteo e letale nel quale, purtroppo, anche la maggior parte degli spiritualisti, degli antroposofi, e di coloro che nella Comunità Solare dovrebbero essere asceti operanti – e lo dico con dolore – pigramente, e irresponsabilmente, si cullano. E stupisce quanta poca rilevanza si dia, tutt’oggi, a quelle parole di Rudolf Steiner, scritte nelle sue Massime Antroposofiche, trad. di Lina Schwarz, Editrice Antroposofica, Milano, 1969 ed edizioni successive, pp. 222-225, nella Lettera intitolata Dalla natura alla subnatura, pubblicata postuma su Das Goetheanum, il 12 aprile 1925, e quindi forse l’ultima cosa da lui scritta. In particolare, colpisce un paragrafo, a p. 224, che invito il benevolo lettore a ben meditare, assieme alla intera Lettera, nel quale possiamo leggere:

«Ma nel corso fin qui svoltosi dell’epoca tecnica, sfugge per ora all’uomo la possibilità di trovare il giusto rapporto anche di fronte alla civiltà arimanica. Egli deve imparare a trovare la energia, la forza conoscitiva interiore, per non essere sopraffatto da Arimane nella civiltà tecnica. La subnatura deve venir capìta come tale. Potrà venir capìta solo se l’uomo, nella conoscenza spirituale, salirà alla natura superiore extraterrena perlomeno altrettanto, quanto con la tecnica è disceso nella subnatura. La nostra epoca abbisogna di una conoscenza che vada al di sopra della natura, perché interiormente deve venire a capo di un contenuto di vita, pericoloso nella sua azione, che si è sommerso al di sotto della natura. Beninteso, questo non vuol dire che si debba ritornare a stati di civiltà precedenti, ma che l’uomo trovi la via per mettere le nuove condizioni della civiltà in un rapporto giusto con se stesso e col cosmo».

E Rudolf Steiner parlava, allora, della civiltà meccanica e tecnologica europeo-americana del suo tempo, mentre oggi siamo di fronte ad una civiltà che, in maniera ossessiva, divenuta in più anche elettronica e telematica, si è diffusa a livello planetario, ed è riuscita a travolgere persino le antichissime, nobili, venerande, civiltà dell’Asia. La caduta nel subumano – come si espresse più volte in proposito Massimo Scaligero – «è andata oltre le più rosee speranze di Arimane», per cui «siamo in ritardo sui tempi». Questo è il motivo pel quale il decisivo impegno degli asceti operanti nella lotta spirituale contro il drago che Michele incalza, non è più rimandabile: si tratta non solo di riconquistare il terreno perduto, ma soprattutto di vincere la guerra occulta contro l’Oscuro Signore. Molti anni fa A. – un’amica che, come altre, il Cielo mi aveva inviata per aiutarmi coi suoi ‘doni’ nelle difficili situazioni, alle quali le mie temerarie scelte mi avevano esposto – mi disse che io spiritualmente «dovevo essere sempre audacemente all’attacco, essere coraggiosamente un ardito sempre all’offensiva», e da allora io me lo tengo per detto.  

La ragion d’essere del presente studio è tutta in ciò che Rudolf Steiner enuncia nel VI capitolo della sua Scienza Occulta nelle sue linee generali, intitolato Presente e futuro dell’evoluzione del mondo e dell’umanità, che ancora una volta amo citare nell’edizione apparsa a Bari e a Roma nel 1932, pubblicata dalla benemerita Casa Giuseppe Laterza e Figli, e molto cara a Messimo Scaligero assieme a quella del 1947, pubblicata sempre da Laterza,  nella quale, alle pp. 273-274, troviamo scritto:

«La «sapienza occulta» scorre, sebbene ancora inosservata, nelle rappresentazioni degli uomini di questo periodo. Come è naturale, fino ad oggi, le forze intellettuali si sono mantenute contrarie a queste conoscenze; ma ciò che deve accadere, accadrà, malgrado tutte le momentanee opposizioni. La «sapienza occulta», che esercita in tal modo la sua azione sull’umanità, e sempre maggiormente l’eserciterà, si può chiamare simbolicamente la conoscenza del «Graal». Chi impara a penetrare la profonda essenza di questo simbolo, quale viene raccontato nella storia e nella leggenda, si accorge che esso rappresenta in modo significativo la natura di ciò che abbiamo chiamato la conoscenza della nuova iniziazione, con il Mistero del Cristo al centro. Gli iniziati moderni possono perciò essere chiamati «Iniziati del Graal». Quella via verso i mondi supersensibili, di cui abbiamo descritto in questo libro i primi gradini, conduce alla «Sapienza del Graal». Tale conoscenza ha la peculiarità, che i fatti a cui allude possono essere investigati soltanto dopo l’acquisto dei mezzi necessari, quali sono indicati in questo libro. Quando però i fatti sono stati investigati, essi possono essere compresi appunto per mezzo delle forze animiche sviluppatesi nel quinto periodo [ndr: postatlantico]; e veramente diventerà sempre più evidente che tali forze troveranno ognor maggiore soddisfazione in quelle conoscenze. Nei tempi in cui ora viviamo quelle conoscenze devono essere accolte nella coscienza generale più largamente di quanto non lo fossero nel passato, ed è da tale punto di vista appunto che sono stati comunicati gl’insegnamenti contenuti in questo libro. A misura che l’evoluzione dell’umanità assimilerà le conoscenze del Graal, l’impulso dato dall’avvento del Cristo acquisterà maggior forza e significato; la parte esteriore dell’evoluzione cristiana andrà sempre più assomigliando a quella «interiore». Tutto ciò che può essere conosciuto intorno ai mondi superiori nei riguardi del Mistero del Cristo a mezzo dell’immaginazione, dell’ispirazione e dell’intuizione penetrerà sempre meglio nella vita intellettiva, sentimentale e volitiva dell’uomo. La «sapienza occulta del Graal» diverrà manifesta, e come forza interiore compenetrerà sempre più le manifestazioni della vita umana».

La scelta del tema è dettata dalla presente drammatica situazione dell’uomo, della civiltà umana, delle comunità spirituali, e in particolare di quella della Comunità Solare. Massimo Scaligero più volte affermò con la parola e con lo scritto che il Graal rappresenta la più alta speranza per l’uomo, e che la stessa soluzione della questione sociale – che oggi si impone sempre più tragicamente – dipende dall’attuarsi, almeno da parte di una élite di asceti operanti, dell’impresa allusa nella saga e nel mito del Graal. L’affrontare un così alto tema esige che si operi, tra le altre istanze in questione, ad una conquista conoscitiva del retroscena cosmogonico e cosmologico – dunque ad uno ‘studio’, condotto ‘more rosicruciano’, ossia secondo interiore ‘rito meditativo’ – della storia cosmica e terrestre dell’uomo. A tal fine, come annunciato nel precedente mio studio, tradurrò. e trascriverò via via, nelle telematiche pagine di questo temerario blog, alcune ‘conferenze’, o meglio alcune ‘lezioni esoteriche’, invero molto particolari, di Rudolf Steiner, da me tradotte in vista di una futura pubblicazione dell’intero volume, del quale fanno parte, all’interno della di lui Opera Omnia. Sono contenuti molto delicati, risalenti a ‘comunicazioni’ di Rudolf Steiner di oltre un secolo fa, che oggi – per espressa volontà di Marie Steiner – attraverso la nobile fatica, e l’amorevole diligenza, di Hella Wieberger, è giusto e necessario che siano messe a disposizione del cercatore indipendente. Tali contenuti richiedono grande spregiudicatezza, grande indipendenza da pregressi condizionamenti che, sotto forma filosofica, scientifica, teologica, confessionale, e persino ‘esoterica’, possono essere presenti, e stratificati, nell’anima di molti che si volgono alla spiritualità dei ‘nuovi tempi’.  

I contenuti che verranno via via presentati su Ecoantroposophia fanno parte di quella serie di volumi dell’Opera Omnia di Rudolf Steiner, curati da Hella Wiesberger, che sono raccolti sotto la denominazione ‘Aus den Inhalten der Esoterischen Schule’, ossia ‘Dai contenuti della Scuola Esoterica’. Al fine di chiarire alcuni malintesi, e sfatare alcune ‘leggende’ – a volte ‘costruite’ arte a scopo di ‘disinformàcija’, secondo cui “una bugia ripetuta mille volte diventa verità”  –  che, purtroppo, tuttora circolano, fuori e dentro gli ambienti antroposofici, è bene dire alcune parole circa la connessione che Rudolf Steiner ebbe con la Società Teosofica, sulla nascita della Scuola Esoterica che a lui faceva capo, e sulla nascita della seconda Sezione o Classe della medesima ‘Scuola’, da lui definita ‘erkenntniskultisch’, ossia ‘cultico-conoscitiva’, da lui denominata ‘Mystica Aeterna’.

Sovente, Rudolf Steiner è stato presentato come un ‘dissidente della teosofia’. Come osservò acutamente, qualche anno fa, un sagace antroposofo francese, Christian Lazaridès, che ha la scomoda, per me oltremodo apprezzabile, abitudine di parlare alquanto esplicitamente, Rudolf Steiner non aveva davvero proprio nulla da guadagnare dal suo collegarsi al movimento teosofico, anzi a causa di quel collegamento egli si giuocò molte amicizie, e gli si chiusero molte porte, sino a quel momento apertissime, negli ambienti culturali dell’epoca. Sino agl’inizi del Novecento, egli si era dedicato, esteriormente parlando, alla filosofia, all’edizione delle opere scientifiche di Goethe, alla critica letteraria e teatrale, al giornalismo. La culminazione di quell’attività la possiamo vedere senz’altro nella pubblicazione della sua Filosofia della Libertà, avvenuta nel 1893. Ma già sin dal 1879 circa, ossia dal suo incontro con il raccoglitore di erbe medicinali Felix Koguzki, l’‘inviato del Maestro’, e con lo stesso, per noi assolutamente incognito, suo Maestro, egli era un discepolo della occulta ‘Via rosicruciana’, e lavorava alacremente alla investigazione dei mondi sovrasensibili, divenendo rapidamente egli stesso un ‘Maestro’ in tale campo. In tale primo periodo, Rudolf Steiner non nutrì certo molta simpatia nei confronti del milieu teosofico, ch’egli ben conobbe a Vienna, e col quale ebbe altresì un rapporto passabilmente polemico, come risulta da un suo appunto molto critico apparso in Das Magazin für Litteratur, 66. Jg. (1897), Nr. 35, p. 1066.

Se poi, in séguito, egli si collegò col movimento teosofico, ciò avvenne per un principio occulto che Hella Wieberger definisce di ‘continuità’ con quanto spiritualmente preesiste. Ma non fu affatto facile per Rudolf Steiner convincersi della ‘praticabilità’ di una tale via. Tant’è che, di fronte a varie, inevitabili, manifestazioni di inadeguatezza all’interno del movimento teosofico, egli così scriveva  alla sua più stretta collaboratrice, e compagna spirituale, Marie von Sivers – la futura Marie Steiner – in una lettera del 9 gennaio 1905, pubblicata nell’Epistolario da me più volte citato su questo blog, Briefwechsel und Dokumente 1901-1925, GA-262, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1967, p. 48, e nella bella edizione accresciuta del 2002, p. 86:

«Posso soltanto dirti che se il Maestro non avesse saputo convincermi che, a dispetto di tutto, la Teosofia è necessaria alla nostra epoca, io non avrei, persino dopo il 1901, scritto altro che libri di filosofia e non avrei parlato altro che di letteratura e di filosofia».

Ciò mostra quanto grande fosse la sua libertà interiore persino di fronte al Mondo Spirituale, e nei confronti del suo stesso Istruttore, l’incognito Maestro viennese, che lo guidò nei suoi primi passi sulla Via dell’Iniziazione rosicruciana. Mai egli verrà meno alla fedeltà a quell’individualismo etico, che sta alla base della sua Filosofia della Libertà.  

Ed ecco, per documentazione del candido lettore, il testo tedesco di questo passo significativo della suddetta lettera:

«Ich kann Dir nur sagen, wenn der Meister mich nicht zu überzeugen gewusst hätte, dass trotz alledem die Theosophie unserem Zeitalter notwendig ist: ich hätte auch nach 1901 nur philosophische Bücher geschrieben und literarisch und philosophisch gesprochen».

E in una nota esplicativa di Hella Wiesberger, aggiunta a p. 87 dell’edizione del 2002, leggiamo:

«Ciò deve essere stato tra il colloquio con Marie von Sivers nell’autunno del 1901 (vedi a p. 36) e l’avvenuta sua adesione nel gennaio 1902 alla Società Teosofica; giacché egli scrisse nell’agosto del 1902 un abbozzo di lettera circolare ai gruppi tedeschi: «Io non aderii prima, di aver saputo che le forze spirituali, che io devo servire, sono presenti nella Società Teosofica».

«Dies muss in der Zeit zwischen dem Gespräch mit Marie v. Sivers im Herbst 1901 (s. S. 36) und seinem im Januar 1902 erfolgten Beitritt zur T.G. gewesen sein; denn er schrieb im August 1902 im Entwurf eines Rundschreibens an die deutschen Zweige: «ich trat nicht früher bei, als da ich wusste, dass die geistigen Kräfte, denen ich dienen muss, in der T.S. vorhanden sind».

È di particolare interesse, per il tema del presente studio, il fatto che l’adesione di Rudolf Steiner alla Società Teosofica, e il conseguente suo potersi manifestare come Istruttore occulto, sia strettamente collegato al suo incontro con l’allora Marie von Sivers, la quale con la fatidica ‘domanda’ che questa – facendosi in quel momento ‘rappresentante dell’umanità’ – pose a colui che, solo, poteva assumersi la responsabilità di donare al mondo una ‘Scienza dello Spirito’, l’Antroposofia. Infatti così, rievocando le conferenze da lui tenute su La mistica all’alba dei nuovi tempi, e il Cristianesimo quale fatto mistico e i Misteri dell’antichità, in séguito da lui rielaborate in forma di libro, così scrive Hella Wiesberger a p. 36 della seconda edizione del su citato Epistolario:

«Dopo la pausa estiva, Rudolf Steiner iniziò, il 19 ottobre 1901, un secondo ciclo, il cui contenuto pure egli rielaborò negli anni seguenti in un libro, Il Cristianesimo quale fatto mistico. Anche Marie von Sivers fu nuovamente presente a Berlino, dopo ch’ella aveva passata l’estate in Livonia. Il 17 novembre ebbe luogo tra loro, in occasione di una riunione societaria per la festa dell’anniversario della fondazione della Società Teosofica un fruttuoso colloquio. Rudolf Steiner non era affatto un membro del Società Teosofica, le sue conferenze nella biblioteca erano solo una piccola parte delle sue attività ad ampio raggio e non avevano nulla in comune con i precedenti insegnamenti della Teosofia, come si può facilmente vedere dai due libri. Ora, durante questo colloquio, che Rudolf Steiner menzionò più volte nelle sue successive conferenze, ella gli chiese perché non aderisse alla Società. Egli rispose ch’egli doveva fare una grande differenza tra misticismo orientale e occidentale. Ciò ch’egli doveva rappresentare avrebbe dato luogo ad un giudizio erroneo, se fosse diventato membro di una Società che, con il suo ambiguo linguaggio condizionante, aveva frainteso il misticismo orientale. Ci sono impulsi occulti più importanti per il nostro presente. Alla sua ulteriore domanda, se non fosse quindi necessario chiamare in vita un movimento spirituale in Europa, egli rispose: Certamente, è proprio necessario; ma esso potrebbe venir trovato solo per un movimento che si collegasse all’occultismo occidentale e lo sviluppasse ulteriormente. Johanna Mücke riferisce ch’egli le raccontò ciò molto più tardi e che aggiunse: «La domanda mi è era stata posta e, in base alle leggi spirituali, fui in grado di iniziare a rispondere a una tale domanda».

Il motivo pel quale do così grande importanza ad un tale evento nel contesto del presente studio, è che fu proprio l’incontro ‘graalico’ tra Marie von Sivers e Rudolf Steiner a permettere a quest’ultimo di compiere la sua missione di Istruttore e Maestro spirituale. L’importanza di un tale incontro sta nel fatto che tale incontro permise tra loro una strettissima collaborazione lungo ventitré anni, sino alla dipartita di Rudolf Steiner, e, dopo la sua scomparsa, altri ventitré anni nei quali Marie Steiner-von Sivers operò coraggiosamente, e sacrificalmente, a salvare l’Opera del Maestro dei Nuovi Tempi, secondata in tale agire sacrificale solo dalla abnegazione di pochissimi fedeli amici, da lei riuniti nel Nachlassverein, ossia nell’Unione del Lascito, e che assieme a lei lottarono contro l’alterazione del suo Insegnamento, il saccheggio della di lui Opera, e l’emarginazione della sua figura spirituale. Anche allora, nella Società Antroposofica, si ebbe una sorta di ‘trasbordo ideologico inavvertito’, che del resto continua tuttora, persino in forme calunniose nei confronti di Rudolf Steiner e di Marie Steiner. E suscita stupore, e dolore, il vedere la figura di Marie Steiner trattata in maniera indegna da parte di taluni che, pel fatto di aver conosciuto personalmente Massimo Scaligero, o almeno la sua Opera, davvero mai avrebbero dovuto permettersi simili linguaggi indecenti. 

Da questo sopra esposto, risulta chiaramente quanto Rudolf Steiner fosse un uomo libero. Egli non obbediva affatto a ‘ordini ricevuti’, né tampoco era un ‘mandatario’, semplice ‘esecutore’ di quanto deciso da una più alta istanza gerarchica. L’espressione ‘seppe convincermi’ manifesta, come detto più sopra, la sua totale indipendenza interiore persino nei confronti del suo, per noi incognito, Maestro. Egli veramente attingeva i motivi delle sue azioni unicamente al proprio mondo delle idee, concretamente sperimentato, in maniera vivente, nel suo momento genetico originario. Uno come Rudolf Steiner, il quale solo sette anni prima aveva pubblicato la sua Filosofia della Libertà, sapeva bene quel che doveva fare, e quel che era necessario fare. 

Stando a quel che Rudolf Steiner comunicò, per esempio, nelle conferenze del 1911, a Neuchatel, su Christian Rosenkreutz, ma anche altrove, la Società Teosofica, malgrado il suo aspetto abbastanza confuso, ed una sua evoluzione successiva velocemente molto problematica,  originariamente, ai suoi inizi nel 1875, sorse per un impulso rosicruciano, e persino – Rudolf Steiner a tale proposito fu esplicito – per una diretta ispirazione di Christian Rosenkreutz. Dunque, essa originariamente aveva avuto una ‘scintilla’ di non poco valore. Poco più di una semplice ‘scintilla’, vista la caotica personalità fortemente medianica di H.P. Blavatsky, nella quale si mescolavano in una sorta di confuso caleidoscopio le influenze più diverse, alcune delle quali radicalmente anticristiche. Ma vi era in lei, nella sua anima di lottatrice spirituale, anche un sincero anelito alla verità. Si trattava, verso l’anno 1900, perciò di non abbandonare completamente un tale originariamente valido impulso alle forze che l’avrebbero completamente sfigurato, deformato, o addirittura invertito.

L’azione di Rudolf Steiner in tale àmbito fu dunque un’azione di ‘rettificazione’, un tentativo di ‘restituzione’ alla Società Teosofica dell’originario impulso rosicruciano, che poco più di venticinque anni prima l’aveva ispirata e fatta sorgere. In un certo senso, era il movimento teosofico – e non Rudolf Steiner – che era diventato ‘dissidente’, dal suo originario impulso ispiratore, sino a rendere irriconoscibile la sua primitiva ispirazione. Infatti, così si espresse a tale proposito Rudolf Steiner nella conferenza del 15 giugno 1923, in Die Geschichte und die Bedingungen der anthroposophischen Bewegung im Verhältnis zur Anthroposophischen Gesellschaft. Eine Anregung zur Selbstbesinnung. Acht Vorträge, gehalten in Dornach vom 10. bis 17. Juni 1923, GA-258, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1981, pp.110-111, La storia e le condizioni del movimento antroposofico in relazione alla Società Antroposofica. Uno stimolo per l’autoriflessione. Otto conferenze tenute a Dornach dal 10 al 17 giugno 1923 :

«Tuttavia, questa Scienza Occulta apparve all’incirca solo un anno e mezzo dopo, ma il suo contenuto essenziale, la rivelazione del contenuto essenziale di essa cade assolutamente nel primo periodo dello sforzo antroposofico. Nel corso di quel periodo, sino al 1905 o al 1906, una ben precisa speranza era assolutamente giustificata. Era la speranza che progressivamente il contenuto antroposofico avrebbe potuto divenire semplicemente il contenuto della Società Teosofica».    

«Diese «Geheimwissenschaft» erschien allerdings etwa eineinhalb Jahre später erst gedruckt, aber der wesentliche Inhalt, die Bekanntmachung des wesentlichen Inhaltes fällt durchaus in die erste Periode anthroposophischen Strebens. In dieser Periode war durchaus bis zum Jahre 1905 oder 1906 eine ganz bestimmte Hoffnung berechtigt. Es war die Hoffnung, daß allmählich der anthroposophische Inhalt der Lebensinhalt der Theosophischen Gesellschaft überhaupt werden könnte».

Del resto, nell’epoca dell’ormai dilagante materialismo, anche se vi erano personalità che «avrebbero dovuto», in Austria e in Germania, per la loro passata statura spirituale, come l’insigne goetheanista Karl Julius Schöer, o il filosofo e psicologo Franz Brentano, molto apprezzato da Rudolf Steiner, collegarsi, o addirittura porsi al cuore, al centro, del movimento di rinascita o di rinnovamento spirituale – come osserva acutamente Christian Lazaridès – non poterono incarnare sufficientemente le loro forze spirituali, al punto tale che Rudolf Steiner dovette ‘accollarsi’ il loro karma, compensare la loro ‘assenza’, e portare a compimento, a pieno sviluppo spirituale quel che in essi era appena germinante. O addirittura si spezzarono, in una sorta di martirio spirituale, come Friedrich Nietzsche. I tentativi di fecondare con impulsi spirituali la cultura e la scienza dell’epoca da parte di Rudolf Steiner, tentativi portati avanti per un ventennio, non incontrarono veruna accoglienza, né alcuna seria comprensione. E a quell’epoca, in Germania, gli unici che aspiravano, pur con tutti i loro notevoli limiti, ad una conoscenza spirituale erano i teosofi. Per cui fu un ‘passo obbligato’ per Rudolf Steiner rivolgere a loro la parola rivelatrice della novella Conoscenza spirituale, e aprire ai coraggiosi, e ai volenterosi, la ‘Via dell’Iniziazione’. In quel cruciale momento del destino, l’unica – veramente l’unica – personalità, che comprese la grandezza spirituale di Rudolf Steiner, e di conseguenza gli pose la fatidica ‘domanda’, che permise a lui, in base alle rigorose leggi occulte, di ‘parlare’, fu l’allora Marie von Sivers, la futura Marie Steiner. Già solo per questo motivo, il sincero, e leale, cercatore spirituale le deve infinita gratitudine e venerazione.

Il 20 ottobre 1902, dopo due anni di conferenze al gruppo teosofico di Berlino, nei quali svolse i temi poi apparsi rielaborati in libri come Die Mystik im Aufgange des neuzeitlichen Geisteslebens und ihr Verhältnis zur modernen Weltanschauung, La Mistica all’alba della vita spirituale dei nuovi tempi e il suo rapporto con la moderna concezione del mondo, GA-7, e Das Christentum als mystische Tatsache und die Mysterien des Altertums, Il Cristianesimo quale fatto mistico e i Misteri dell’Antichità, GA-8, allorché il numero dei membri aveva oramai superato il centinaio, Rudolf Steiner aderì alla Società Teosofica e fu sùbito eletto Segretario generale per i paesi germanofoni, ossia Germania, Austria, e Svizzera tedesca. È significativo del suo reale intento, e del suo assolutamente autonomo orientamento, come, la sera stessa del 20 ottobre 1902, davanti ad tutt’altra cerchia, egli tenesse una conferenza all’interno di un ciclo, intitolato Da Zarathustra a Nietzsche. Storia dell’evoluzione sulla base delle concezioni del mondo dalle più antiche epoche orientali sino al presente, ovvero una Antroposofia. Ed è un peccato che di una così importante conferenza non sia rimasta nessuna stesura stenografica. Rudolf Steiner stesso ricorderà più volte questo particolare in varie sue conferenze rievocative della storia del movimento antroposofico, e persino nel XXX capitolo della sua autobiografia, La Mia vita

Tre giorni dopo la sua adesione alla Società Teosofica, e la sua elezione a Segretario generale della neonata sezione tedesca della medesima, il 23 ottobre 1902, Rudolf Steiner si fece ammettere pure nella Esoteric School of Theosophy, fondata da H.P. Blavatsky nel 1888, tre anni prima della sua morte. Era il periodo in cui la Blavatsky era rientrata dall’India, dopo una permanenza in Germania. Il periodo in cui scrisse The Secret Doctrine, La dottrina segreta, opera scritta allorché ella era oramai caduta sotto l’influenza di occultisti indiani della ‘mano sinistra’, mentre nel periodo americano l’altra sua opera Isis Unveiled, Iside svelata, era stata scritta mentre era ancora, in parte, sotto ispirazione ‘rosicruciana’. Rudolf Steiner rimase formalmente legato alla Scuola Esoterica della Società Teosofica per dieci anni, dal 1902 al 1912, ossia sino alla necessaria, obbligata, separazione dalla Società di Adyar, a causa dell’infatuazione visionaria e ritualistica, che portò alla  fondazione dell’Ordine della Stella d’Oriente, e la proclamazione del giovanissimo Jiddu Krishnamurti,  col nomen mysticum di ‘Alcione’, come Istruttore del Mondo’, il terrenamente e, a loro dire, umanamente rinato ‘Cristo’. Ma nulla egli trasse dalla Scuola Esoterica blavatskyana, se non l’autorizzazione a portare nella sezione tedesca della Scuola Esoterica il proprio insegnamento, essendogli stato altresì riconosciuto, in séguito, il 10 maggio 1904, da Annie Besant il titolo di Arch-Warden, ossia di dirigente responsabile della medesima all’interno dei paesi di lingua tedesca.

Contrariamente alla Scuola Esoterica facente capo ad Annie Besant, di impostazione orientaleggiante ‘yoghica’ – ma di un ‘Oriente’ e di uno ‘Yoga’, ampiamente rivisto e corretto nello stile ‘teosofico’ di Adyar, su cui vi sarebbe moltissimo da dire e da eccepire – Rudolf Steiner organizzò sùbito la propria Scuola Esoterica in senso ‘rosicruciano’, strutturandola progressivamente in tre Classi: una prima Classe a carattere generale, nella quale i membri, dopo un iniziale noviziato, chiamato ‘probazionismo’, ricevevano personalmente una serie di esercizi e mantram particolari, redigevano quotidianamente un diario delle pratiche compiute, delle quali rendevano poi conto a Rudolf Steiner, o a due suoi delegati, partecipavano alle ‘esoterische Stunden’, ossia alle ‘lezioni’ o ‘ore d’insegnamento esoterico’ tenute dallo stesso Rudolf Steiner, e s’impegnavano al più rigoroso segreto circa gl’insegnamenti e le pratiche ricevute; una seconda e terza Classe, a carattere ‘erkenntnis-kultisch’, ossia ‘cultico-conoscitivo’, detta ‘Mystica Aeterna’, o ‘Misraim Dienst’, ‘Culto’ o ‘Liturgia’ o ‘Rituale Misraimita’. La seconda Classe era articolata in tre gradi nei quali si svolgevano cerimonie rituali di carattere ‘egiziaco’, mentre la terza Classe articolata, a sua volta, in sei gradi, era riservata a pochissimi: in essa il lato cerimoniale era progressivamente ridotto, sino a lasciare spazio negli ultimi gradi solo all’insegnamento esoterico e alla pratica meditativa. Della ‘Mystica Aeterna’ avrò modo di parlare più diffusamente nel proseguo di questo mio studio, anche perché – sarà un doloroso ‘atto dovuto’ il compierlo – dovranno essere sfatate alcune ‘leggende’, fabbricate ad arte, e demolite alcune interessate, sacrileghe, mistificazioni, di coloro che abusano di un sì sacro, nobile, nome.

Già nel 1907, rifiutandosi Rudolf Steiner categoricamente di usare, e di diffondere, gli aberranti insegnamenti di Charles Webster Leadbeater, ai quali si era uniformata Annie Besant, fu fatale che la rosicruciana Scuola Esoterica di Rudolf Steiner si separasse completamente dalla oramai sempre più degenerescente, orientaleggiante, Esoteric School of Theosophy della Società Teosofica di Adyar. Poi, nel 1912, vi fu la completa separazione dalla Società di Adyar, e la fondazione della Società Antroposofica. Nel 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale, sia per ragioni pratiche – in Germania vi era un militarismo militante, che si mostrava fortemente ostile all’Antroposofia, la cui Società veniva aggredita con calunniose accuse varie – sia per ragioni strettamente occulte e spirituali – tra cui alcuni gravi tradimenti avvenuti – Rudolf Steiner sciolse le tre Classi della Scuola Esoterica, due delle quali non vennero da lui mai più riaperte. A partire dal 1918, vi furono da parte sua alcuni tentativi di riaprire la Scuola Esoterica, ma ogni volta fu per lui doveroso constatare che mancavano assolutamente le necessarie condizioni spirituali. Solo nel febbraio del 1924, Rudolf Steiner, dopo il Convegno di Natale, e la fondazione della Società Antroposofica Universale, riaprì, in forma metamorfosata la prima Classe della novella Scuola Esoterica. Ma l’inadeguatezza, e la mancanza di serietà, la colpevole negligenza di molti, troppi, membri della medesima, e addirittura persino un gravissimo, vero e proprio ‘tradimento’,  fecero sì che Rudolf Steiner dovette interrompere le ‘lezioni esoteriche’, rinunciò a riaprire la seconda e la terza Classe, nelle quali avrebbe dovuto risorgere in maniera metamorfosata la ‘Mystica Aeterna’. Ciò rappresentò un grave vulnus per il movimento spirituale, e – a mio modo di vedere, ma ovviamente non solo mio – furono proprio le inadeguatezze, la superficialità, la mancanza di serietà, le negligenze, e i tradimenti, e le profanazioni degli antroposofi ciò che prima fece ammalare, e poi condusse alla tomba, Rudolf Steiner. Le tragiche vicende del movimento antroposofico dopo la morte del Maestro stanno a dimostrarlo, e sono – per chi voglia vederle, e non voglia illudersi – in maniera eloquente sotto gli occhi di tutti.  

Nell’ultimo colloquio che Giovanni Colazza ebbe con Rudolf Steiner, questi gli fece la predizione che «se il movimento antroposofico fosse fallito in Germania, sarebbe rinato in Italia in una forma nuova, giovanile, non burocratica, non cristallizzata in forme organizzative esteriori». Un discorso simile me lo fece in altra forma, e me lo ripeté in vari colloqui, Hella Wiesberger, la quale ben conosceva la figura di Giovanni Colazza, la sua eccezionale statura spirituale, quanto egli fosse caro a Rudolf Steiner e a Marie Steiner. Ora, tenendo conto di quel che più volte affermò Rudolf Steiner, ossia che nell’ultimo terzo di ogni secolo i Rosacroce dànno un impulso spirituale nuovo, ad uno sguardo interiore sagace non può sfuggire l’importanza dell’azione dell’Opera di Massimo Scaligero, la quale proprio a partire dal 1970 cominciò ad avere una più vasta diffusione. In effetti, dal 1970 al 1980 Massimo Scaligero scrisse e pubblicò ben diciotto libri, comprese due rielaborate edizioni del Trattato del Pensiero Vivente, per non menzionare gli undici suoi testi, da Iniziazione e Tradizione a Graal, già apparsi tra il 1956 e il 1969. L’Opera di Massimo Scaligero porta in sé l’aureo ed adamantino sigillo della Rosacroce, ed io posso testimoniare personalmente come egli agì, con totale abnegazione, sino alle ultime ore della sua vita, ad indicarci – chiedendo ad alcuni di noi, in quelle sue ultime ore, di rimanere ad ogni costo fedeli ad essa –  la rosicruciana ‘Via del Pensiero Vivente’, ossia ‘Via del sublime eroismo’.

Nel proseguo di questo studio, verranno da me tradotte e pubblicate alcune ‘lezioni’, in larga parte inedite, della prima Classe della originaria Scuola Esoterica, quella che operò dal 1904 al 1914. Esse saranno di fondamentale importanza per il tema della ‘impresa del Graal’, perché tale ‘impresa’ necessita, come chiariscono le parole di Rudolf Steiner più sopra riportate, dello scenario cosmologico e cosmogonico della Scienza dello Spirito, che il Maestro nella sua Scienza Occulta, chiama appunto ‘Scienza’ o ‘Sapienza del Graal’.   

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL, MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. SEDICESIMA PARTE ED ULTIMA PARTE.

MELCHISEDEC RAVENNA 2 - CopiaNel tempo dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario.

George Orwell

Ci sono due modi per essere ingannati: uno consiste nel credere ciò che non è vero; l’altro nel rifiutarsi di credere ciò che è vero.

Søren Kierkegaard

Ci sono solo due errori che si possono fare nel cammino verso il vero: non andare fino in fondo e non iniziare. 

Siddhârtha Gautama Shakyamuni Buddha 

Nell’esaminare le due opere di Orao, Resurrezione e Madre, che l’editore romano ha pubblicato, colpisce – a parte l’impostazione ‘mistica’ e ‘visionaria’, che, come ho largamente dimostrato, è stata fonte di errori capitali – una qual certa ‘unilateralità’, generata dalla sua condizionante visione del mondo, non scevra di presupposti, anzi carica di ‘pre-giudizi’. Si tratta di una impostazione di pensiero e di sentimento che risente fortemente di una formazione ‘confessionale’, e precisamente di una formazione ‘cattolica’. Naturalmente anch’essa ‘rivista’ e ‘corretta’, così come Orao ha fatto nei confronti dell’Opera stessa di Rudolf Steiner.  

La cosmogonia, e la cosmologia, cui fa riferimento Orao risentono fortemente del suo trascurare o ignorare una serie di contenuti della Scienza dello Spirito, dell’Antroposofia, che pur sono espliciti nelle esposizioni di Rudolf Steiner. Sia che si tratti di semplice ‘ignoranza’ o, invece, di voluta ‘negligenza’ di tali contenuti, le conseguenze risultanti si sono rivelate, come abbiamo visto, disastrose.

Una parte di estrema importanza dell’Opera del Maestro dei Nuovi Tempi – almeno a mio modo di vedere, ma evidentemente non solo mio – è quanto Rudolf Steiner comunica in una serie di ‘esoterische Stunden’, di ‘lezioni esoteriche’, che fanno parte del ‘lascito’ della Esoterische Schule, la Scuola Esoterica, fondata da Rudolf Steiner nel 1904, chiusa a causa della prima guerra mondiale, e poi da lui rifondata, per quel che riguarda la sola Prima Classe, su basi nuove nel 1924. Questo patrimonio della Scuola Esoterica – veramente un mirabile tesoro di Sapienza – a parte i primi tre ‘Quaderni’ di poche decine di pagine ciascuno, apparsi negli anni quaranta dello scorso secolo, per volontà e a cura di Marie Steiner, fu curato interamente da Hella Wiesberger, e consta di una quindicina di volumi, molti dei quali di grande formato. Personalmente, devo l’accesso all’interezza di questo ingente lascito esoterico di Rudolf Steiner alla più che fraterna generosità donatrice di Hella Wiesberger, la quale nei suoi colloqui me ne illustrò il contenuto, indirizzando in senso giusto le mie ricerche. Una parte di questo ‘tesoro’ di Sapienza – appunto i cosiddetti tre ‘Quaderni Esoterici’, tradotti in italiano da Mario Viezzoli, e ritradotti poi da altri, con correzioni di mano di Massimo Scaligero – circolava già da decenni anche in Italia, in forma dattiloscritta e veniva affidato più o meno discretamente da Giovanni Colazza prima, e da Massimo Scaligero poi, a particolari discepoli della Scienza dello Spirito seriamente impegnati sulla Via dell’Iniziazione.  

Hella Wiesberger aprì la serie dei libri della Scuola Esoterica, curando la redazione e pubblicazione all’interno della Gesamtausgabe, l’Opera Omnia di Rudolf Steiner, dei «Quaderni esoterici», in una forma molto ampliata, con Anweisungen für eine esoterische Schulung, Aus den Inhalten der «Esoterischen Schule», GA-245, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1968, testo tradotto in italiano col titolo di Indicazioni per una Scuola Esoterica. Dai contenuti della «Scuola esoterica», Editrice Antroposofica, Milano 1999. Questa edizione italiana, che pur si presenta in una veste tipografica bella, non è troppo soddisfacente dal punto di vista della traduzione. Comunque si tratta di un libro di enorme importanza, ché già abbiamo visto come da un mantram che Rudolf Steiner dà in una pagina di questo testo, sia impensabile l’erronea identificazione che Orao fa tra l’Eloha Jahve e Lucifero. Io ricevetti in dono la prima edizione tedesca dei suddetti ‘Quaderni Esoterici’, nel 1972, da un’anziana antroposofa tedesca di nome Ilse Küchel, trapiantata nella mia città già prima della seconda guerra mondiale. Ilse Küchel era una fedele discepola di Rudolf Steiner, e persona volitiva di grande saldezza interiore: gli scozzesi direbbero ch’ella era una ‘oakheart’, un ‘cuore di quercia’.  

Il secondo importante testo della Scuola Esoterica, curato ed edito da Hella Wiesberger, fu Die Tempellegende und die Goldene Legende als symbolischer Ausdruck vergangener und zukünftiger Entwickelungsgeheimnisse des Menschen Aus den Inhalten der Esoterischen Schule, Zwanzig Vorträge gehalten in Berlin zwischen dem 23. Mai 1904 und dem 2. Januar 1906, GA-93, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1979, ossia: La leggenda del tempio e la leggenda aurea come espressione simbolica dei misteri evolutivi passati e futuri dell’uomo, Dai contenuti della Scuola Esoterica. Venti conferenze tenute a Berlino tra il 23 maggio 1904 e il 2 gennaio 1906.

Questo testo fu solo parzialmente tradotto in italiano, ovvero, prima solo le sei conferenze del 2, 9, 16 dicembre 1904, 23, 23 ottobre 1905 e 2 gennaio 1906 nel volume Natura e scopi della massoneria, traduzione di Silvia Nicolato e Daniela Realini, Editrice Antroposofica, Milano, 1994, ed anche questo testo non è, purtroppo, granché soddisfacente dal punto di vista della traduzione; poi, solo le quattro conferenze del 15, 22, 29 maggio e 5 giugno 1905 nel volume La leggenda del tempio e la leggenda aurea, traduzione di Iberto Bavastro, Editrice Antroposofica, Milano, 1994. Una singola conferenza, di estrema importanza, del 11 novembre 1904, col titolo I manichei, Editrice Antroposofica, Milano 1995, fu tradotta sempre da Iberto Bavastro, curata ed integrata dall’amico, purtroppo prematuramente scomparso, Gabriele Burrini. Una conferenza del 4 novembre 1904, intitolata Il mistero dei Rosacroce, tradotta da Alberto Avezzù, venne pubblicata dalla veneziana Table Ronde nel 1995, ma presto né pubblicherò una traduzione mia su Ecoantroposophia.

Questo testo tedesco di Rudolf Steiner venne pubblicato all’interno della Gesamtausgabe, dell’Opera Omnia di Rudolf Steiner, soltanto nel 1979. Fu in quell’anno che io potei andare per la prima volta a Dornach, per accompagnare L., una cara amica della mia città appartenente alla nostra cerchia collegata con Rudolf Steiner e Massimo Scaligero, alla Lukas Klinik di Arlesheim, delle cui terapie ella aveva bisogno. Il libro su La leggenda del Tempio, che trovai alla Haus Duldeck, la piccola e bellissima libreria del Lascito, mi fece una enorme impressione, e mi aprì un mondo. Iniziò allora una ricerca per me molto particolare, che nel tempo mi condusse a risultati veramente straordinari quanto imprevisti e imprevedibili: una ricerca che dette origine a vari mutamenti di destino, nonché nella maniera di percorrere la ‘Via’.

Il Leitmotiv, il tema portante, di quell’intero libro – vero filo d’oro – è, come si evince dal titolo, appunto, quello della ‘leggenda aurea’, e quello della ‘leggenda del Tempio’, nelle cui immagini simbolico-reali viene illustrata l’origine divina dell’umanità – una  duplice divina origine: come ‘Figli del Fuoco’ e come ‘Figli della Terra’ – e vengono mostrate le vicende e i destini, che si incontrano, si scontrano e s’intrecciano, di queste due diverse stirpi dell’umanità terrestre. Le comunicazioni di Rudolf Steiner vertono soprattutto sulla diversa nascita di Caino, ‘Figlio del Fuoco’, nato dall’unione di un Eloha con Eva, e di Adamo, ‘Figlio della Terra’, plasmato da Jahve col ‘Fango’ o la ‘polvere della Terra’ – l’aphar min adamah del Sepher Bereshith, ossia libro della Genesi della Bibbia  ebraica e cristiana – e poi da lui unito ad Eva, generando così Abele.

Per tale ragione, Jahve non amava Caino, che come ‘Figlio del Fuoco’ era stato generato dall’altro Eloha, mentre amava Abele, anche lui, come Adamo, ‘Figlio della Terra’. Per questo motivo, Jahve rifiutò – secondo il racconto biblico della Genesii sacrifici di lui. Ciò portò alla contrapposizione tra Caino e Abele, e l’esito di un tale dissidio fu la morte di Abele. Dalla nuova unione di Adamo con Eva nacque Seth. Di conseguenza si formarono le due diverse stirpi : quella dei figli di Caino, lavoratori della terra, artigiani estremamente abili col legno e i metalli, artisti, curiosi indagatori dei segreti della natura, muratori e costruttori di città, appassionati conquistatori della Scienza e della Sapienza, e quella dei figli di Abele-Seth, pastori, contemplativi, dediti ad una veggenza sognante, mistici, sacerdotali, coltivatori della calma Saggezza jahvetica.

Il dissidio tra i fratelli, figli della stessa ‘madre’, Eva, ma di sì diverso ‘padre’, si trasmise ai rispettivi discendenti, sino a giungere al saggio Salomone, il più eminente dei discendenti di Abele-Seth, e a Hiram, architetto e abile lavoratore di ‘metalli’, il più straordinario discendente di Caino.

Nella ‘leggenda aurea’ viene raccontato come Salomone, incapace di costruirlo lui stesso, commissionasse a Hiram la costruzione del Tempio di Gerusalemme, di come Hiram con un solo sguardo facesse innamorar di sé, Balkis, la Regina di Saba, anch’ella di stirpe cainita e, come lui, ‘Figlia del Fuoco’, che era venuta a Gerusalemme attirata dalla saggezza di Salomone. Nella ‘leggenda’ si narra della ‘gelosia’ di Salomone nei confronti di Hiram, di come il re lasciasse operare il sabotaggio della fusione del ‘mare di bronzo’, il capolavoro che doveva decorare il Tempio, da parte di tre cattivi ‘compagni’, ‘invidiosi’ di Hiram, da questi ritenuti indegni di essere elevati a ‘maestri’. Poi la ‘leggenda’ narra della sacra unione tra Hiram e Balkis, della fuga di lei da Gerusalemme, dell’assassinio di Hiram da parte dei tre cattivi ‘compagni’.  

Rudolf Steiner narrerà molte volte nella Prima e nella Seconda Classe della prima ‘Scuola Esoterica’, quella da lui fondata nel 1904 e poi sciolta nel 1914, sia la ‘leggenda aurea’, che la ‘leggenda del Tempio’. Egli la commenterà più volte ai discepoli qualificati della ‘Scuola’, la prescriverà come esercizio, e tema di meditazione, all’interno dei tre gradi della Seconda Classe, ossia della Mystica Aeterna, dove ne veniva eseguita ritualmente pure uno svolgimento come ‘dramma-mistero’.  Di tale ‘leggenda’, egli ne farà varie redazioni scritte, una delle quali particolarmente importante, che vedrò di tradurre e pubblicare, in un prossimo futuro, su questo temerario blog. Nelle sue spiegazioni della ‘leggenda’, Rudolf Steiner mette in evidenza la contrapposizione tra la passiva, sognante, sentimentale, saggezza abelita, e la fortemente attiva, volitiva, cosciente sapienza cainita: solo quest’ultima si dimostrerà trasformatrice, e trasmutatrice, del mondo fisico. Nella storia dell’umanità, lungo i millenni, queste due correnti spirituali contrapposte, si incontreranno, e si scontreranno, ripetutamente. Mentre la sognante saggezza abelita è vòlta alla contemplazione passiva, tradizionalista e conservatrice, lunare, del passato, la volitiva sapienza cainita è vòlta all’azione attiva, innovatrice, solare, volitivamente trasformatrice, nei confronti del futuro. Rudolf Steiner mostrò come la corrente ‘abelita’ si manifestò, con aspetti migliori, peggiori, e talvolta pessimi, sia nella corrente mistica e in quella religiosa ‘istituzionale’ dell’antico biblico ebraismo precristiano e in quella delle varie chiese cristiane, mentre la corrente ‘cainita’ si manifestò come libera spiritualità nelle Fratellanze Iniziatiche, nello Gnosticismo antico, nell’Ermetismo, nell’Alchìmia. e soprattutto nel Rosicrucianesimo.   

Il contenuto cosmogonico e cosmologico della ‘leggenda aurea’, o ‘leggenda del Tempio’, i suoi sviluppi nella storia terrestre e cosmica dell’essere umano, sono alla base dell’Iniziazione ‘cristiano-gnostica’, di quella ‘ermetico-rosicruciana’, di quella ‘manichea’. La stessa eroica ‘impresa del Graal’, la più alta speranza di ‘reintegrazione’ dell’uomo, ma anche, secondo Massimo Scaligero, l’unica autentica possibilità di soluzione della questione sociale, è concepibile – e ciò risulta direttamente dagli elementi sapienziali facenti parte della ‘leggenda’ – unicamente sulla base della concezione spirituale che sta alla base della ‘leggenda’ stessa. Ora, tutto ciò semplicemente non esiste negli scritti di Orao. Oraosive mas sive faemina‘prescinde’ totalmente da tali contenuti. Né in Resurrezione, né in Madre, pubblicati dall’editore romano, né negli altri scritti, firmati Orao, apparsi sulla rivista romana pubblicata dallo stesso editore ve ne è mai – dico mai – la benché  minima traccia.

Mi si potrebbe obbiettare che i testi, successivamente tradotti e pubblicati dalla milanese Editrice Antroposofica, forse non erano ancora apparsi durante la vita di Orao. A parte il fatto che a Roma vi erano diverse persone che ben conoscevano la lingua tedesca, e nulla vi era di più facile del farsi venire da Dornach quei testi, io, non appena cominciai a procurameli, li feci conoscere agli amici sia della mia città, sia agli amici romani. Anche la traduzione di tali preziosi testi fu da me proposta a chi di dovere a Roma, negli anni ottanta dello scorso secolo, ma ne ebbi una violenta ripulsa, che devo dire mi stupì assai, e della quale allora, non scorgendone i motivi, mi rammaricai non poco. Solo nel tempo, e dopo molte ‘diligenti ricerche’, riuscìi a ‘intuire’, a ‘comprendere’ in profondità, il ‘perché’, nell’immediato non poi così evidente, di un cotanto pregiudiziale rifiuto. In séguito, avrei compreso sin troppo bene la correlazione profonda di un tale rifiuto con le tragiche vicende occorse nella Comunità spirituale della mia città, e soprattutto col famigerato tentativo di quel ‘trasbordo ideologico inavvertito’, che avrebbe dovuto portare, o dovrebbe portare, la Comunità Solare là dove mai sarebbe dovuta andare, o dovrebbe andare. Comunque, una tale obbiezione di una non disponibilità di quei testi della ‘Scuola Esoterica’, riguardanti la ‘leggenda aurea’ e i suoi logici corollari, non sarebbe affatto valida, perché nella ricca biblioteca del Gruppo Novalis di Roma – ed in precedenza ho scritto come l’avvocato Caio Sallustio Crispo, che per un periodo diresse il Gruppo Novalis, già negli anni sessanta dello scorso secolo, redigesse un catalogo di tutte le conferenze tradotte e dattiloscritte, che erano presenti nei vari Gruppi della Società Antroposofica in Italia – era presente, col numero 251, un volume di dattiloscritti rilegati, ed intitolato ‘Sunti’, nel quale era presente, tra gli altri, un primo dattiloscritto intitolato Il Mistero dei R.C. – Rosacroce, recante in alto una scritta a matita nella riconoscibilissima calligrafia di Giovanni Colazza, che diceva: «Riservato per lo studio nelle logge R+C», chiara allusione alle logge della Seconda Classe della Scuola Esoterica, ossia della Mystica Aeterna. Vi era, altresì, un secondo dattiloscritto, recante anch’esso, sempre a matita, e riconoscibilissima, una simile scritta di mano di Giovanni Colazza, che diceva: «Riservato per lo studio nelle logge R+C», intitolato Loggia Rosicruciana, seconda conferenza dei cicli interni, La leggenda Aurea dei R.C. In fondo a questo dattiloscritto vi sono due mantram, con la spiegazione di Rudolf Steiner, relativi alle due colonne J e B costruite da Hiram, e da lui poste all’entrata del Tempio di Salomone.  

Quindi Orao avrebbe potuto benissimo accedere a quei particolari contenuti della Scuola Esoterica, e in particolare alla ‘leggenda aurea’, e alla ‘leggenda del Tempio’. Per attingere alla ricca biblioteca del Gruppo Novalis sarebbe bastato chiedere al fiduciario del Novalis, Romolo Benvenuti, o direttamente al bibliotecario, che per vari anni fu il mio amico L. Lo studio meditativo di quei due preziosi dattiloscritti – così importanti da recare scritta su ognuno di essi un’avvertenza a matita di Giovanni Colazza – avrebbe potuto portare molto lontano Orao nel cammino interiore, ed essere estremamente fecondo sul piano di una corretta, esatta, percezione spirituale. Abbiamo visto come Rudolf Steiner espliciti essere una precisa regola dell’investigazione spirituale, che chiunque voglia compiere una qualsiasi indagine chiaroveggente nel Mondo Spirituale, debba prima collegarsi, e ben conoscere, quanto gli Iniziati, prima di lui, abbiano investigato, e comunicato, in passato sull’oggetto di tale indagine. Con ogni evidenza, a questo cogente principio – sia ciò avvenuto per mera ignoranza, o per colpevole negligenza, o anche per una precisa volontà di non tener conto di talune comunicazioni del Maestro dei Nuovi Tempi –  Orao non si è affatto attenuto. Il risultato di un tale comportamento – ampiamento descritto da Rudolf Steiner – è stato la produzione di una serie di errori, di percezioni fallaci, di illusioni, e di vere e proprie menzogne.  

Probabilmente, la parte della ‘leggenda aurea’ che narra dell’unione dell’Eloha con Eva, e la conseguente nascita di Caino appariva agli occhi di Orao possedere un ‘sapore’ decisamente ‘gnostico’, come nella ‘gnosi cainita’, o in quella ‘ofita’ e ‘naassena’. Ciò, per chi fosse improntato anche solo in parte dalla visione confessionale cattolica, è semplicemente inaccettabile. Così come la storia di Hiram, l’architetto costruttore del Tempio, il ruolo di Balkis, la Regina di Saba, la ‘gelosia’ di Salomone nei confronti di Hiram, l’assassinio di questi da parte dei tre ‘cattivi compagni’, il suo seppellimento da parte di questi ultimi, che posero sul suo tumulo di terra un ramo di acacia, il ritrovamento di lui da parte dei ‘maestri’ inviati alla sua ricerca, e le parole pronunciate in tale occasione, che divennero le nuove ‘parole sacre’, potevano apparire agli occhi di Orao avere un forte ‘sapore’, a sua volta, decisamente ‘massonico’, e quindi essere per tale motivo inaccettabile, secondo i canoni della più che discutibile ortodossia cattolica. Del resto, da parte dei gesuiti, e degli altri rappresentanti dell’integralismo cattolico, l’Antroposofia veniva – e viene tuttora – apertamente accusata di essere una forma di ‘gnosticismo’, e di avere altresì carattere ‘massonico’.  

Naturalmente, Rudolf Steiner respingeva come calunniosa l’accusa che gli veniva rivolta, sia da parte gesuitica e cattolico-integralista, sia da parte degli ambienti, ottusamente militaristi, dei circoli pangermanisti, i quali poi aderiranno al nazional-socialismo hitleriano, che l’Antroposofia fosse una sorta di “minestra riscaldata”, ossia la riedita mescolanza dei più svariati elementi dell’antica ‘Gnosi’. Rudolf Steiner affermò sempre, con estrema chiarezza, di non aver mai attinto ad elementi o documenti di sorta di un qualsivoglia passato, sia pure ai suoi stessi occhi venerabile, e di comunicare unicamente quanto era frutto, assolutamente originale, della sua personale indagine spirituale. Ma, al di là della calunniosa accusa, puramente strumentale, soprattutto gli ambienti cattolici avversi non intendevano punto che Rudolf Steiner operasse unicamente un semplice ‘revival’ dell’antica ‘Gnosi’ – quest’accusa calunniosa era un mero pretesto, e i suoi avversari lo sapevano benissimo – bensì era il fatto che l’essere umano potesse giungere al Divino attraverso la Conoscenza, ed una Iniziazione, frutti di una ascesi iniziatica, di una autonoma, individuale trasformazione dell’anima, trasformazione indipendente dal magistero e dalla mediazione sacramentale della Chiesa, ciò che rendeva, e rende tuttora, ai loro occhi, l’Antroposofia una novella – molto più pericolosa di quella antica, da lungo tempo defunta – forma di ‘Gnosi’.

Dalle stesse cerchie gesuitiche, cattolico-integraliste, militariste e pangermaniste, venne infinite volte ripetuta, nei confronti di Rudolf Steiner, l’accusa di un preteso carattere ‘massonico’ dell’Antroposofia, della sua Scuola Esoterica, ed in particolar modo della Seconda Classe di questa, ovverossia della Mystica Aeterna. Ci si basava soprattutto sul racconto dell’edificazione del Tempio di Gerusalemme, del ruolo in tale racconto di Salomone e del suo Architetto Hiram. Ma la ‘leggenda del Tempio’ non è affatto di origine ‘massonica’, bensì essa – come giustamente afferma Rudolf Steiner – è di origine ‘rosicruciana’, e ben anteriore alla nascita della Gran Loggia di Londra e della moderna ‘massoneria speculativa’, avvenuta il 24 giugno 1717. 

Ad una simile accusa, ingiusta, denigratoria, e in malafede, volle rispondere Marie Steiner, e lo fece coraggiosamente, in maniera risoluta, e soprattutto competente. Circa l’assoluta competenza spirituale di Marie Steiner – sulla cui figura umana e spirituale, in àmbito antroposofico e non, son state proferite le più vergognose calunnie, che disonorano chi le ha pronunciate, e chi le ha accolte e diffuse – vale la parola di Rudolf Steiner, il quale nel già citato Epistolario, Rudolf Steiner Marie Steiner-von Sivers, Briefwechsel und Dokumente 1901 – 1925, Neu herausgegeben zur hundertjährigen Wiederkehr der Begründung der anthroposophischen Bewegung 1902 – 2002, GA-262, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 2002, a p. 450, nella lettera n°. 229, del 27 febbraio 1925, così le scrive: «Aber Du hast Dich zum Verständnis durchgerungen; das ist ein Segen für mich. Im Urteil zusammenfühlen und -denken kann ich ja doch nur mit Dir. […] Denn innere Kompetenz gestehe ich für mich doch nur Deinem Urteil zu. Aber sei sicher, so unendlich lieb es mir ist, wenn ich Dich hier habe: ich könnte es gar nicht ertragen, wenn Du auch nur eine Stunde Deine Tätigkeit abkürzest». Il che tradotto, il più letteralmente possibile, così suona: «Ma Tu Ti sei sforzata di giungere alla comprensione; questa è una benedizione per me. Nel giudizio io posso, appunto, con-sentire e con-pensare unicamente con Te. […] Giacchè da parte mia concedo interiore competenza solo al Tuo giudizio. Ma sìi sicura, che così come mi sei infinitamente cara, quando Tu sei qui: così non potrei sopportare che Tu accorciassi, anche di una sola ora, la Tua attività».

Ora, nel volume Zur Geschichte und aus den Inhalten der erkenntniskultischen Abteilung der Esoterischen Schule 1904-1914, – Per la storia e dai contenuti della Sezione cultico-conoscitiva della Scuola Esoterica 1904-1914Briefe, Dokumente und Vorträge aus den Jahren 1906 – 1914 sowie von neuen Ansätzen zur erkenntniskultischen Arbeit in den Jahren 1921 – 1924, GA-265, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1987, curato come tutto il lascito della Scuola Esoterica da Hella Wiesberger, la quale nell’aprile del 1988 volle farmene dono, vi sono tre abbozzi di un articolo, ed un articolo scritto da Marie Steiner nella forma definitiva, da lei pubblicato col titolo War Rudolf Steiner Freimaurer?, ossia Era Rudolf Steiner libero muratore?, sulla rivista Anthroposophie. Zeitschrift für freies Geistesleben, Antroposofia. Rivista per una libera vita spirituale, 16. Jg. Buch 3, Aprile-Giugno 1934, Stoccarda, edita da C.P. Picht. In questo articolo, pp. 111-115, Marie Steiner chiarisce abbondantemente la natura non massonica dell’Antroposofia in generale, e della sezione cultico-conoscitiva, la Mystica Aeterna, in particolare. Purtroppo, l’edizione italiana di questo volume, pubblicato nel 2017 dall’Editrice Antroposofica, è solo parziale, e la traduzione – peraltro di un testo tutt’altro che facile – non è pienamente soddisfacente. Per l’appunto, nell’edizione italiana, manca – tra le molte altre cose – proprio l’articolo, con gli abbozzi del medesimo, di Marie Steiner. Ma, siccome intendo tradurre proprio quella parte – al fine di sfatare alcune ‘leggende’ menzognere, messe artatamente a giro sulla Mystica Aeterna – il benevolo lettore attenda con pazienza la comparsa di quell’articolo su questo temerario blog.  

Ora, è storicamente dimostrabile che la ‘leggenda del Tempio’, e la figura di Hiram, sono ben più antiche della nascita della moderna ‘Massoneria speculativa’, e della Gran Loggia di Londra, all’inizio del XVIII secolo. La figura di Hiram è di origine ‘rosicruciana’ e non ‘massonica’. La si ritrova in autori del primo movimento rosicruciano nel XVII secolo. Fu la Massoneria a ‘prendere’, o meglio, a ‘ricevere’ la ‘leggenda di Hiram’ dal Rosicrucianesimo, e non viceversa. Infatti, il pitagorico, ermetista, e massone, Arturo Reghini, scrivendo in Ignis. Rivista di studi iniziatici, anno I, n°. 10, 1925, sulla figura di Alessandro Conte di Cagliostro, al contempo alchimista, rosacroce e massone, nell’articolo, Le Proposizioni del rituale della Massoneria Egiziana censurate dal Tribunale del Sant’Uffizio. (Da documenti originali del Sant’uffizio), così scrive nella nota (7), a p. 307:  

«Esiste un’opera del celebre rosacroce Michele Maier, la “Septimana Philosophica (1620)”, scritta sotto forma di dialogo, i cui interlocutori sono: Salomone, Hiram, e la regina di Saba. Anche in un’altra sua opera, i “Symbola Aureae Mensae (1617)”, il Maier pone in connessione questi tre personaggi. Notiamo il precedente perché significativo».

Michele Maier, originario dello Holstein, in Germania, conte palatino, medico e consigliere dell’imperatore Rodolfo II d’Asburgo, fu un rosicruciano del XVII secolo, della prima cerchia di coloro che si esposero personalmente per difendere la Fraternitas Rosae Crucis, amico personale dell’inglese Robert Fludd, del quale Rudolf Steiner parlò sovente, tessendone grandi elogi. Un discepolo di Robert Fludd, fu l’archeologo, ermetista, alchimista inglese Elias Ashmole, autore del Theatrum Chemicum Britannicum, opera molto stimata e ricercata dai cultori dell’‘Arte’. L’Ashmole fu pure uno dei primi ‘massoni speculativi’, oltre mezzo secolo prima della fondazione della Gran Loggia d’Inghilterra, avvenuta nel 1717, ed apparteneva a quel milieu esoterico, che fece fluire all’interno delle sopravviventi logge ‘operative’ l’elemento rosicruciano che arriverà ad esprimersi ritualmente tra l’altro nel dramma-mistero della morte e resurrezione di Hiram Abif. Come vedremo in una ‘lezione esoterica’ – che pubblicherò, spero presto, su Ecoantroposophia – Rudolf Steiner affermerà apertamente l’origine rosicruciana della ‘leggenda del tempio’, e del ruolo in essa di Hiram.

Che poi la stessa Massoneria abbia poi avuto, in  tempi diversi e in luoghi diversi, più o meno accentuati, e vistosi, fenomeni di decadenza, a volte anche gravi, va da sé, ma non si dovrebbe fare di ogni erba un fascio, ed emettere in maniera semplicistica un giudizio generalizzato. Del resto, se si osservano le degenerazioni, ben più vistose sotto ogni aspetto, delle varie Chiese cristiane, ed in particolare di quella cattolica, vi sarebbe da fare in proposito un discorso ben più severo. Ed anche il milieu antroposofico ha avuto, prima e dopo la morte del suo fondatore, Rudolf Steiner, pagine veramente tristi, e triste, sulle quali preferisco, per ora, stendere un velo pietoso. Lo stesso ambiente dei seguaci e discepoli di Massimo Scaligero – gli ‘scaligeropolitani’ come li chiama, celiando un po’, il mio ottimo amico C., asceta d’altra dottrina – in questi ultimi decenni dopo la morte di Massimo Scaligero, non è che si sia fatto molto onore. Inoltre, lo stesso Rudolf Steiner, pur lui stesso non massone, era estremamente tollerante nei confronti di quelle forme della Massoneria rimaste, ancorché decadenti, oneste e tradizionali, non coinvolte nella politica, e dei massoni che avevano una tenuta morale. Vari preminenti, fedeli, discepoli di Rudolf Steiner erano massoni, come Harry Collison, Johannes Geyer, August Karl Stockmeyer, Herman Joachim, e in Italia Giovanni Colonna di Cesarò, e al di fuori della stretta cerchia dei seguaci dell’Antroposofia, lo zio di Massimo Scaligero, Pietro Scabelloni, del quale lo stesso Massimo Scaligero in Dallo Yoga alla Rosacroce, e in altri suoi scritti, parla come di una figura spirituale luminosa. Per cui, non avrebbe molto senso una opposizione pregiudiziale da parte di un discepolo – sive mas sive faemina – della Scienza dello Spirito, dell’Antroposofia, ai contenuti della parte più riservata della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner, ossia della Mystica Aeterna, per un preteso carattere ‘massonico’ della ‘leggenda del Tempio’, e della figura di Hiram, che invece hanno carattere, e origine, ‘rosicruciani’.

Abbiamo visto, in quanto ebbi modo di scrivere su questo animoso blog in articoli sul ‘prometeico idealismo magico di Rudolf Steiner’, et similia, come egli abbia una posizione spirituale accentuatamente ‘cainita’, e non certo ‘abelita’. Tanto più, se si considerano le comunicazioni della sua indagine spirituale, che esplicitamente identificano – in particolare nella Prima Classe della sua Scuola Esoterica, e nella Mystica Aeterna – la figura del ‘cainita’ Hiram, con Giovanni-Lazzaro, autore del quarto Vangelo, Christian Rosenkreutz, il Conte di Saint-Germain. Su ciò avrò modo di ritornare in un mio studio futuro che, spero, vedrà presto la luce su Ecoantroposophia. Tutto ciò getta una luce particolare proprio sull’ultima allocuzione, che Rudolf Steiner pronunciò il 28 settembre 1924, nella quale egli, tra le altre sue indicazioni, invitava i discepoli dell’Antroposofia ad indagare sulla ‘figura di Lazzaro-Giovanni in loro’. Quell’ultima allocuzione del Maestro dei Nuovi Tempi, in un certo senso una sorta di suo ‘testamento spirituale’, ha un senso ed un significato ben diverso da quello che gli dà Orao in Resurrezione, ed in Madre. Per la penetrazione della figura spirituale di Lazzaro-Giovanni, non si può affatto prescindere da quanto Rudolf Steiner rivela all’interno della Scuola Esoterica, e soprattutto della Mystica Aeterna, alcuni testi della quale Orao poteva avere facilmente a disposizione nella biblioteca romana del Gruppo Novalis, ma dei quali non tiene minimamente conto, così come di non poche altre comunicazioni di Rudolf Steiner, rispetto alle quali Orao va in aperta rotta di collisione. Si tratta di palesi contraddizioni rispetto a quanto insegna la Scienza dello Spirito: contraddizioni che non possono, e non devono, essere ‘opportunamente’ taciute, ma che anzi devono essere coraggiosamente dichiarate e corrette, perché – come ha anche giustamente osservato, su un noto social forum, S., un nostro benevolo lettore e critico – che vale il detto che è la verità a meritare il rispetto più grande. E lo stesso Rudolf Steiner, proprio all’inizio del libro Iniziazione, pone, come primissima esigenza per il discepolo della disciplina spirituale la devozione, che deve essere rivolta non tanto alle persone, quanto alla Verità e alla Conoscenza. Dunque è alla Verità, che andrà la nostra maggior devozione. 

Ora, la posizione di Orao, l’evidente attitudine, quale traspare nei due scritti considerati in questo mio studio, è decisamente tipologicamente ‘abelita’, e non certo ‘cainita’. Rudolf Steiner mette in evidenza come sia esistita una corrente ‘abelita’ superiore, quale si espresse, per esempio, nelle pagine più luminose dell’antico ebraismo, ed in parte nella mistica cristiana, ed una corrente ‘abelita’ inferiore, decadente, scivolante – come nel caso delle pratiche medianiche sadducee, al tempo del Christo, ed il Kohen Gadol, il Gran Sacerdote, Caifa che, come afferma il Vangelo di Giovanni‘profetizzò’ che era meglio che uno solo morisse, piuttosto che Israele venisse distrutta, ne era un esempio – nel medianismo, nella incosciente apertura di una decaduta ‘veggenza atavica’ ad un oscuro ‘visionarismo’ più degenerato, facile preda di ostili Deità Ostacolatrici. Esempi di una simile decadenza ‘abelita’, ve ne sono in abbondanza nei venti secoli di storia della Chiesa Cattolica, la quale respinse ben presto l’esigenza di una ‘Conoscenza’ diretta del Mondo Spirituale, di una ‘Gnosi’, da conquistarsi mediante l’Iniziazione, che perseguitò sempre con ferocia, assieme ad ogni forma di dissenso, da essa bollato come ‘eretica pravità’. Un altro esempio è Helena Petrovna Blavatsky, la fondatrice della Società Teosofica, la quale possedeva potenti forze di ‘veggenza atavica’, ma che in lei scivolavano spesso nella più ambigua medianità, generando errori a non finire. Ora, Rudolf Steiner non accoglieva nella sua Scuola Esoterica chi avesse tali ‘abelitiche’ facoltà ataviche, colludenti con la medianità, e non se ne volesse liberare energicamente.

La non regolarità spirituale della posizione ‘abelita’ di Orao è, purtroppo, dimostrata dai molti – invero troppi – ‘errori’, che mi son preso la ‘pedante’ pena di documentare, e che il lettore può tranquillamente controllare, data l’abbondanza di fonti da me citate, anche ripetutamente. Il non tener conto, volutamente, di quanto Rudolf Steiner – basandosi su un metodo rigorosamente scientifico, affatto scevro di presupposti, che il discepolo dell’Iniziazione può, anzi deve, verificare, ‘rivivendolo’ – ha comunicato, con un linguaggio che più chiaro non potrebbe essere, nelle sue, fondamentali, opere scritte che Orao sicuramente possedeva, e in una notevole mole di ‘cicli’ di conferenze, stampati o dattiloscritti, che parimenti Orao sicuramente possedeva, nonché in altri ‘cicli’ più riservati, come quelli della Scuola Esoterica, o non ancora pubblicati, ma che erano facilmente a sua disposizione, per esempio, nella ricca biblioteca del Gruppo Novalis, ha portato Orao ad affermazioni che non sono diversi ‘punti di vista’, ma ben l’esatto contrario di quanto affermano Rudolf Steiner, e l’Antroposofia. Con gli scritti di Orao – si abbia o meno il coraggio di volerlo vedere – si ha a che fare non con una ‘logica dei distinti’, o ‘logica dei diversi’, crocianamente intesa, bensì proprio con una ‘logica dei contrari’, o ‘logica degli opposti’, ‘contrari’ e ‘opposti’ assolutamente inconciliabili con la Scienza dello Spirito. Ossia, o è vero quanto afferma Rudolf Steiner, che si basa su un metodo rigorosamente scientifico, espone le sue comunicazioni in chiari concetti, in un linguaggio asciutto, chiaro, di nitore ‘geometrico’‘stellare’, e di conseguenza è falso quanto afferma Orao; oppure, al contrario, è vero quanto, basandosi su una incerta, ‘abelitica veggenza visionaria’, esprimendosi in un anfibologico, e suggestivo, linguaggio mistico, afferma Orao, che ‘pretende’ di ‘correggere’,  e ‘completare’, dicendo esttamente il contrario, e ‘presume’ di poter ‘fare a meno’, e addirittura ‘sostituire’ le comunicazioni della Scienza dello Spirito, ed allora ha torto Rudolf Steiner, ed è falso quello che il Maestro dei Nuovi Tempi afferma.  Non vi è una terza possibilità. Bisogna avere il coraggio della radicalità della Verità, la quale non concede punto accomodamenti con personali ‘opinioni’, morbidamente accarezzate. Nella Scienza – e l’Antroposofia è ‘Scienza’, dello Spirito, ma, appunto, piaccia o non piaccia, ‘Scienza’, non ‘teologia’, non ‘religione’, non ‘misticismo’ – vi è la certezza della Verità, sperimentata, conosciuta e dimostrata, e non vi è spazio alcuno per le personali, sentimentali, idolatriche, ‘opinioni’

Dal punto di vista della Scienza dello Spirito – dunque di un’Antroposofia che voglia essere ‘Scienza’non è accettabile l’imposizione, come fa Orao a p. 7 di Resurrezione, di presupposti obbligatori, tanto più se tali presupposti sono di natura religiosa, e confessionale. Non è accettabile che venga detto che: «I Vangeli sono il primo e l’ultimo testo iniziatico necessario per l’uomo che si avvia lentamente verso il percorso pensante, verso l’attività autocosciente: quindi una testimonianza da cui estrarre principi e verità». Ciò non è accettabile perché è falso che i Vangeli siano ‘necessari’, perché Rudolf Steiner – lo abbiamo visto, e ben documentato – non partì affatto da essi, bensì dalla Scienza, e dall’esperienza dell’essere originario del pensare. Ed è altresì falso che lo siano come ‘testimonianza’, perché il discepolo dell’Iniziazione trae ‘principi’ e ‘verità’ dalla diretta esperienza interiore, da una attività del ‘pensare puro’, del ‘pensare libero dai sensi’, senza presupposti di sorta, e poggiante unicamente su se medesima : questa è l’attiva, volitiva, cosciente, non egoistica, ‘Via del sublime eroismo’, che Rudolf Steiner con la sua Filosofia della Libertà prima, e Massimo Scaligero con l’intera sua Opera poi, hanno donato al mondo, e ai temerari che coraggiosamente vogliono realizzare l’Io, e sperimentare lo Spirito.  

Con una tale opera di redenzione del pensiero, con tutta la buona volontà del mondo, non si vede proprio che cosa abbiano a che fare, p. 7 di Resurrezione, «i Fioretti di San Francesco, le Lettere di Santa Caterina», né cosa giustifichi, dal punto di vista della Scienza dello Spirito l’assoluta identificazione,  ibidem p. 8, del tutto arbitraria – e ben errata, visto che Rudolf Steiner afferma il contrario – di «Melchisedek, Manes, Manu, Minos, Cristiano Rosenkreutz». Abbiamo visto come Orao abbia la ‘pretesa’ di ‘correggere’, e la ‘presunzione’ di ‘completare’ – ed è un controllo che chiunque può fare con facilità, perché ne ho dati, nel corso di questo mio studio, tutti i riferimenti bibliografici – le comunicazioni date da Rudolf Steiner in Cronaca dell’Akasha, e in Scienza occulta nelle sue linee generali con i risultati della propria ‘percezione veggente’, che si è rivelata ambigua, infondata, visionaria, fallace, e menzognera.

Abbiamo visto, inoltre, come Orao alteri, scientemente, la cosmologia e la cosmogonia dell’Antroposofia, per identificare tra loro l’Eloha o Eloah Jahve con l’entità di Lucifero, come dia come ‘sede di Lucifero’ la Luna terrestre fisica, quando invece essa è Venere, e come questo capitale, e blafemo errore, crei una ulteriore, molto pericolosa, menzogna facente il giuoco di Lucifero e Ahrimane, dalle conseguenza inimmaginabili quanto esiziali, circa la dottrina occulta della ‘ottava sfera’, errore e menzogna affatto analoghi a quelli compiuti dai teosofi Helena Petrovna Blavatsky e da Alfred Percy Sinnett, dai loro ‘amici’ occultisti indiani della ‘sinistra’, e dai loro ‘avversari’ angloamericani anch’essi della ‘sinistra’ occultista. Rudolf Steiner, nei testi da me ampiamente citati, mostra come nella Blavatsky e nel Sinnett agisse, inconsapevole, un una ben celata forma di ‘materialismo spirituale’, frutto dell’origine medianica della loro ‘veggenza visionaria’. È difficile – e lo dico con profondo rammarico – sottrarsi all’impressione della stretta analogia che vi è tra l’errata concezione cosmologica di Orao e quella delle sopra citate deviazioni della medianica teosofia blavatskyana, per non dire con quella, volutamente errata, di un certo occultismo britannico, legato all’Alta Chiesa Anglicana, ostile tale occultismo non tanto all’idea stessa della reincarnazione, quanto alla divulgazione di una tale idea, e a tal fine alterante la dottrina cosmologica planetaria, e quella della Luna terrestre, nonché quella della ‘ottava sfera’ in particolare.

Abbiamo visto come Orao manipoli spregiudicatamente i testi evangelici, a pro’ delle sue tesi di fondo sulle quali vuole edificare una ‘novella Iniziazione graalica’.  Abbiamo visto come Orao giunga a falsificare l’Opera del Maestro dei Nuovi Tempi, inserendo con un’abile interpolazione – compiendo quella che non può venir chiamata con altro nome che quello di una ‘sfacciata impostura’ – un brano inesistente in un importante ciclo di conferenze del Dottore sulla pedagogia, parlando dell’atto fisico tra l’uomo e la donna – atto sessuale del quale, come ho dimostrato, Rudolf Steiner non parla mai in tutta la sua sconfinata Opera – che correlerebbe direttamente la coppia umana con la prima e più elevata tra le Gerarchie celesti. Abbiamo visto come Orao abbia la ‘pretesa’, nonché la ‘presunzione’, di ‘correggere’, e ‘completare’ l’Opera di Rudolf Steiner, e di Massimo Scaligero – in realtà sostituendosi ad esse – descrivendo i gradi di una pretesa ‘Iniziazione graalica’, ben quattro dei quali, a suo dire, verrebbero ad aggiungersi ai sette gradi della ‘Iniziazione cristiano-gnostica’ del Maestro Gesù, e a quelli della ‘Iniziazione rosicruciana’ di Christian Rosenkreutz, il che, francamente, mi sembra vada troppo oltre ogni limite consentito. Tanto più che secondo l’antico adagio iniziatico – come ho già scritto – ‘nemo dat quod non habet’.

Quanto alla ‘via della coppia’, che Orao descrive, sia pure per accenni, persino in modalità dell’atto sessuale, il sottoscritto – facendo valere un legittimo principio di precauzione – invita il cercatore spirituale alla più grande prudenza, perché errori in cotal dominio si pagano molto salati, e i sentieri intrapresi possono troppo tardi rivelarsi essere senza ritorno. Nel tempo, ho avuto modo di osservare in àmbito cattolico, in Italia e altrove, varie di codeste ‘vie’ – tutte egualmente errate – alcune delle quali con modalità e risultati piuttosto inquietanti, e scabrosi, come quella, a mio modo di vedere, veramente folle, scelta da ‘Paolo Virio’ e ‘Luciana Virio’, che seguivano gl’insegnamenti magico-sessuali, spacciati per spagirica Alchìmia, di quel traditore spirituale – Massimo Scaligero apertis verbis dixit – che era il conte Umberto Alberti “Erim” di Catenaia. Ho potuto constatare come troppe volte un edulcorato misticismo sentimentale, ed una ‘veggenza visionaria’, conducano sin troppo facilmente su obliqui sentieri scivolosi, che portano solo ad irrimediabili disastri. In questo campo, una sana diffidenza è madre della sapienza. Ergo

La ‘Via vera’, la ‘Via regia’, è un’altra: è quella ‘Via del Pensiero Vivente’, che al giovanissimo Rudolf Steiner venne indicata a Vienna dal suo anonimo Iniziatore. ‘Via’ radicale, scevra di presupposti, metodicamente ‘scientifica’, ‘Via dello Spirito’ rigorosamente oltre il corpo, e oltre l’anima. ‘Via della Concentrazione’ che è la ‘Via del sublime eroismo’, che affronta direttamente, senza mediazioni, lo stato di morte del pensare, lo stato di morte dell’anima nella prigione-tomba corporea, e lo risolve: non vi è altra ‘Via’.

Ci tengo a dire – e lo ribadisco a scanso di equivoci – che per me Orao, è unicamente quello che risulta dagli scritti apparsi con la sua firma, presumibilmente postuma, dei libri Resurrezione e Madre. Non mi sono occupato, e non mi occuperò, della sua figura umana – sive mas sive faemina – né delle eventuali vicende luminose o tristi della sua vita. Non mi sembrerebbe giusto farlo. Di quei due libri ho analizzato solo alcuni punti. Ma su di essi si regge tutta la concezione del cammino spirituale che Orao vuole indicare, ed ho mostrato quanto tale concezione, dal punto di vista della Scienza dello Spirito, sia ben errata. Venendo meno quelle fondamenta, di conseguenza crolla tutto l’edificio che su di esse si appoggia. Per ora, non intendo scavare oltre in quelle opere, e sarebbe facilissimo rinvenire in esse errori su errori.

Per rendere il dovuto onore alla Verità, alla cui devota venerazione nessuno si può, né deve, esimersi, ed evitare qualsivoglia forma di distorcente suggestione, il benevolo lettore dovrebbe non tenere conto di chi sia, o sia stato, Orao, bensì unicamente delle affermazioni che sotto suo nome sono state pubblicate nei due libri Resurrezione e Madre, e considerare – controllando rigorosamente le fonti, che fedelmente riporto – se quel che Orao dice sia vero o falso. Viceversa, il benevolo lettore non dovrebbe tener punto conto di chi io sia, ossia la mia persona, sicuramente piena di difetti, bensì unicamente considerare se quello ch’io affermo, e documento, sia vero o falso, e nel caso che quel che affermo e documento sia vero, riflettere profondamente su quali ne siano le conseguenze nella vita spirituale individuale, della Comunità Solare, e nella vita spirituale e sociale in generale. Il lettore dovrebbe – risalendo alle fonti, che riporto con una certa abbondanza, e che potrei moltiplicare con facilità, e controllandole direttamente – farsi un giudizio autonomo, coraggioso, cosciente e, soprattutto, libero. E, ancora una volta, ci tengo a ribadire che quanto posso aver scritto – scritto senza odio, né spinto da una qualsivoglia partigianeria – non è contro una persona, chiunque essa sia, ché ognuno ha un suo destino non facile da affrontare, e che non mi permetto di giudicare, bensì contro affermazioni che apertamente confliggono con la Verità, e con le comunicazioni che Rudolf Steiner ha posto a fondamento della Scienza dello Spirito, della rosicruciana Antroposofia.

Amor mi mosse, che mi fa parlare. (Dante, Inf. II, 72).

Ma prima di concludere il presente studio – e poter dire con Paolo di Tarso, 2 Timoteo, 4, 7: Bonum certamen certavi, cursum consummavi, fidem servavi, ossia: ho combattuto una buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho preservato la mia fedeltà – vorrei porre alcune facili domande all’editore che si è presa la pesante, e grave, responsabilità morale di pubblicare quelle due opere. Domande lecite, e ben comprensibili, visto che i due libri di Orao vengono pubblicati senza un solo rigo di presentazione, che ne spieghi la genesi e la finalità. Ma procediamo con ordine.

Questi testi di Orao, a quale epoca della sua vita risalgono? Orao ha condiviso sino alla fine della sua vita i contenuti di questi suoi scritti? Data la delicatezza dei contenuti di tali testi, Orao voleva che fossero resi pubblici? Dopo la dipartita di Orao, questi testi, o ‘quaderni’, chi li ebbe in eredità, ossia di chi essi erano in possesso legale? L’editore romano, che si è assunta poi la responsabilità di pubblicare quei testi di Orao, come ne è entrato in possesso? L’editore romano in questione ha per caso operato su i testi di Orao una qualsivoglia ‘azione redazionale’? Nel caso in cui quanto dalle mie analisi di quei testi di Orao, e soprattutto dal confronto di quei testi con le esplicite, chiarissime, comunicazioni di Rudolf Steiner – controllo che chiunque, con un po’ di buona volontà, può agevolmente fare – risulti che le affermazioni di Orao contraddicano i risultati della di lui indagine scientifico-spirituale, e di conseguenza, dal punto di vista della Scienza dello Spirito, e non mio personale, risultino false, ossia risultino essere menzogne, l’editore romano intende continuare a far circolare tali testi? Intende pubblicare ancora altri eventuali testi di Orao?

Termino qui la mia disanima dei due testi di Orao, Resurrezione e Madre, ma se in futuro la cosa si rivelasse necessaria, potrò senz’altro ritornare sui temi trattati. Al benevolo lettore, che ha avuto la pazienza di seguire questa documentata disanima, spero di essere stato in qualche modo utile al suo cammino spirituale, ed auguro a lui tutto il meglio, ed ogni realizzazione. Ma, soprattutto, gli auguro sinceramente di preservare la purezza del suo cuore, e di rimanere sempre, coraggiosamente, libero. 

Omnia vincit Veritas!

SCIENZA DELLO SPIRITO, VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO

VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. QUINDICESIMA PARTE.

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Non è davvero facile avere a che fare con gli scritti di Orao pubblicati in Resurrezione, nei quali, i testi ai quali Orao fa riferimento, sono sovente disinvoltamente manipolati. Ciò avviene sia per i testi di Rudolf Steiner – ed abbiamo visto persino un caso di aperta impostura, che non ha scusanti di sortasia, malgrado la proclamata venerazione, persino per il testo dei Vangeli. Orao, che passa per conoscere perfettamente il greco antico – in particolare la κοινὴ διάλεκτος, koinè diàlektos, la κοινὴ ἑλληνική, koinè ellenikè, ovvero la lingua “greca comune”, basata sul dialetto attico, e conosciuta anche come greco alessandrino o greco ellenistico, o ‘comune’, traduzione di κοινή, koinè, o ancora, a causa del suo utilizzo per la redazione dei primi testi cristiani, greco del Nuovo Testamentogreco biblico o greco patristico – traduce in maniera disinvoltamente personale i testi evangelici: per piegarli alle proprie tesi precostituite, che vuole in ogni modo dimostrare. Per esempio, parlando, a p. 98, del mutamento che l’ultima reggenza in epoca pre-cristiana dell’Arcangelo Michael avrebbe portato – al dire di Orao, naturalmente – nella dislocazione dei Misteri, così scrive:

«Si configurò, proprio all’inizio della sua reggenza, il periodo del pensiero volitivo o della volontà pensante. Questo evento significò per tutti gli asceti, i santi, gli Iniziati presenti da quell’epoca in poi sulla Terra, il germe per una nuova Iniziazione, ma anche un modo completamente nuovo di poter accedere alle sedi dei Misteri. Queste non furono più localizzate in un determinato paese o in determinati popoli, presso i quali recarsi per ottenere l’accesso ai Maestri, onde essere da questi avviati all’Iniziazione. La reggenza arcangelica aveva dislocato senza più tempo e spazio il periodo nuovo che stava per albeggiare nella storia dell’uomo: fu tutto interiorizzato, tutto fu sparso sulla Terra, tutto fu posto a disposizione dell’uomo purché questo «volesse». Quando gli Angeli, nel momento della nascita del Gesù di Nazareth, intonarono l’inno dai Cieli: «Gloria nell’alto dei Cieli, pace agli uomini di buona volontà», intendevano alludere proprio alla situazione che si sarebbe determinata nella nostra epoca, allorquando la nascita del Cristo-Gesù sarebbe divenuta evento reale per la coscienza superiore dell’uomo. Essi significarono che da quel momento in poi si apriva questa possibilità offerta quale dono del Cielo all’anima dell’uomo, ma che l’uomo stesso avrebbe realizzato.

Il cantico degli Angeli diceva propriamente: «Testimonianza all’Altissimo nei Cieli, pace per gli uomini di volontà risvegliata (o elevata, o sollecitata, o donata, o offerta, o alata, così in lingua greca)».

Per l’esattezza, l’epoca di Michele, l’ultima prima dell’incarnazione del Logos, si svolse circa dal 550 a.C. sino al 200 a.C., impulsò il pensare filosofico di Pitagora, Parmenide, Protagora, Socrate, Platone, Aristotele, impulsò inoltre l’azione travolgente di Alessandro Magno, dando luogo dopo la sua morte ai vari regni ellenistici, ma non comportò affatto – non allora almeno – la dissoluzione, e la scomparsa degli Antichi Misteri. A quell’epoca i Misteri mediterranei funzionavano perfettamente. I Misteri isiaci, osiriani, orfici, dionisaci, eleusini, mitriaci, continuarono ancora per quasi un millennio, e diffusero la loro possente influenza spirituale per tutto l’Impero romano. Si ritrovano, per esempio, i resti dei templi mitriaci dal Vallo Adriano, nel Nord della Britannia, ai confini della celtica Caledonia, l’attuale Scozia, sino a Doura Europos in Siria, e sulle rive dell’Eufrate della lontana Caldea. A cavallo tra terzo e quarto secolo d.C., Iniziati ed Epopti come Porfirio, discepolo di Plotino, e Giamblico, entrambi autori di opere di grandissima sapienza, mostrano come alla epoca loro i Misteri del Mondo Classico. ai quali essi largamente attingevano, fossero ancora vitali. Nel quarto secolo d.C., l’Iniziato ed Epopta  Flavio Claudio Giuliano, che i poco cristici ‘cristiani’, che lo diffamarono, ed eziandio lo assassinarono, chiamano ‘Giuliano l’Apostata’, venne iniziato da Massimo di Efeso, detto ‘il Teurgo’, nei Misteri di Mithra e in quelli di Ecate, e dallo Ierofante Nestorio ad Eleusi nei Misteri di Cerere-Demetra e di Proserpina-Persefone. I Misteri di Eleusi furono proibiti dall’ottuso, ignorante, brutale, e intollerante, imperatore Teodosio, assieme ai tutti i culti del Mondo Classico, solo con l’editto del 382, e il Telesterion di Eleusi venne distrutto nel 396 dai Visigoti di Alarico, guidati da monaci ‘cristiani’ nerovestiti. In Egitto, ad Alessandria, insegnava, finché non venne assassinata dai parabolani dell’infame ‘cristiano’ Patriarca Cirillo, di esecrata memoria, l’Iniziata e Epopta neoplatonica Ipazia, la sapientissima figlia del matematico Teone, che il platonico e cristiano Sinesio, vescovo di Cirene chiama, nelle sue lettere a lei, ‘Ierofantide’. Il Tempio di Iside a Philae, nell’Alto Egitto, fu fatto chiudere dall’ottuso, ignorante, e intollerante, imperatore ‘cristiano’ Giustiniano, assieme alla ormai quasi millenaria Accademia Platonica di Atene, nel 529 d.C.

Ancora per quasi 1500 anni dall’inizio di quella reggenza di Michele, il pensare umano – anche quello dei filosofi – più che umano fu un pensare ispirato. Ancora nella platonica Scuola di Chartres, nell’XI secolo, il pensare più che volitiva ed individuale elaborazione umana, era un’attività dell’anima ispirata dal Mondo Spirituale. Solo con la Scolastica, con le dispute tra realisti e nominalisti, inizia lo scollamento dell’individuale pensare umano dalle influenze provenienti da mondi superiori. Addirittura Massimo Scaligero, ne La Logica contro l’uomo. Il mito della scienza e la via del pensiero, Tilopa, Roma, 1967, p. 63, collega la definitiva caduta del pensiero umano nella morta riflessità, e nella cerebralità, ad un tragico evento, avvenuto all’inizio del XIV secolo, evento che ha segnato la storia dell’uomo:

«Il guasto cerebrale non è individuabile come il guasto di un congegno obiettivamente visibile. Se la coscienza riuscisse ad avere un rapporto obbiettivo con la cerebralità, questa non potrebbe alterarsi. Purtroppo la sua alterazione è il prodotto di un errato pensiero, di un secolare processo di deterioramento razionalistico: che si può far risalire alla crisi del «sacro» in Occidente e rapportare ad eventi come la persecuzione dei Templari, la premeditazione del loro sterminio e l’alterazione della verità circa la loro funzione storica: e alle premesse della presenza dell’elemento metafisico del pensiero, che via via condurrà al filosofare intellettualistico, indi alla dialettica vuota d’intelletto».  

Quanto al passo del Vangelo di Luca 2,14, che Orao cita, in greco suona così: δόξα ἐν ὑψίστοις θεῷ καὶ ἐπὶ γῆς εἰρήνη ἐν ἀνθρώποις εὐδοκίας, e viene variamente tradotto, come nella traduzione cattolica ufficiale della C.E.I., «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama», oppure come in quella, ottima nella sua spartana semplicità, della Riveduta del valdese Giovanni Luzzi, «Gloria a Dio nei luoghi altissimi e pace in terra agli uomini che egli gradisce!». Comunque la si voglia vedere, siamo lontani dalla traduzione di Orao, con le sue forzature fatte in funzione della sua tesi precostituita, che vuole ad ogni costo dimostrare.

Visto che oramai, coi miei deboli sforzi, sono riuscito a guadagnarmi eziandio la fama di ‘pedante’, mi permetterò un’altra disquisizione filologica, ed ancora una volta vorrò essere ‘evangelico’. In greco δόξᾰ, dóxa, può avere vari significati, come quelli di ‘opinione’, ‘giudizio’, ‘credenza’, ‘aspettazione’, ‘gloria’. ‘onore’, ma non certamente quello di ‘testimonianza’ (che in greco è μαρτυρία, martyrìa), che qui gli attribuisce  Orao. ἐν ὑψίστοις, en hypsìstois, è un plurale superlativo, complemento di stato in luogo, al caso dativo, mancando in greco ablativo e locativo, e significa alla lettera ‘nei [luoghi] altissimi’, e non un complemento di termine, al singolare, ossia non ‘all’Altissimo’, come invece è stato tradotto nella citazione da me riportata. Mentre manca del tutto in Orao il complemento di termine, sempre al dativo, θεῷ, theô, che significa ‘a Dio’. Poi Orao salta bellamente καὶ ἐπὶ γῆς, kài epì ghês, ‘sulla Terra’.  Infine, εἰρήνη, eirène, viene correttamente tradotta con ‘pace’, mentre ἐν ἀνθρώποις εὐδοκίας, en anthròpois eudokìas, un altro complemento di stato in luogo, in greco sempre al caso dativo, con aggiunto un genitivo singolare, significante alla lettera ‘negli uomini di εὐδοκία, eudokìa, viene maltrattato, e alterato in maniera arbitraria e fantasiosa, a significare «per gli uomini di volontà risvegliata o elevata, o sollecitata, o donata, o offerta, o alata», il che è una ‘invenzione’ bella e buona, estremamente irrispettosa del testo evangelico. εὐδοκία, eudokìa, in greco – in particolare nel Nuovo Testamento – significa ‘buona volontà’, ‘favore’, ‘soddisfazione’, ‘compiacimento da parte di Dio’, ‘felicità’, ‘diletto per l’uomo’, e non le suggestive, ‘poetiche’, ‘mistiche’, personali ‘interpretazioni’ – chiamiamole così, per usare, ancora una volta, una parola decente – vòlte a ‘stupire’ gl’inscienti, gl’ignoranti – e tutti in qualche misura lo siamo – attuando, nel senso romano ed ellenico, una vera e propria mistificazione. Tra l’altro, Eὐδοκία è il nome che assunse, convertendosi al Cristianesimo, l’ellena pagana Atenaide, di preclara bellezza, che il 7 giugno 421 sposò l’imperatore Teodosio II, assumendo il nome di Aelia Eudocia.

Ma questa non è la sola alterazione del testo evangelico. A p. 9, Orao scrive, col suo caratteristico stile involuto e misticamente allusivo, quanto segue:

«L’Io, agente in dimensione autonoma dai riferimenti dell’astrale, che volta per volta potrà essere sottratto al rapimento di Lucifero, evocato nella sua celeste composizione quale germe divino-spirituale entro la carne, si comporrà secondo la movenza micheliana nell’attività perenne pensante. S’inizia quindi l’entrata nel Tempio dei Misteri rosicruciani, dalla resurrezione del pensiero fino ad ora strumentalizzato dalla fisicità cerebrale: «Lazzaro fuori da qui per sempre», ossia: «O uomo, dal Logos, pensa nel Logos il tuo essere da Lui generato ed in lui vissuto e vivente. Esci dalla tomba della natura minerale-cerebrale e risorgi nel Risorto».

In Giovanni 11, 43, il testo evangelico, nell’originale greco, suona così: καὶ ταῦτα εἰπὼν φωνῇ μεγάλῃ ἐκραύγασεν· Λάζαρε, δεῦρο ἔξω, che tradotto significa: Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il Christo disse semplicemente: «Lazzaro, vieni fuori!». Alla lettera, «Lazzaro, fuori di qui!», ché δεῦρο, dèuro, è un avverbio, e significa ‘qui’, mentre ἔξω, èxo, ‘fuori’. Non disse: «per sempre», parole che sono un’aggiunta arbitraria di Orao, che manipola il testo evangelico a pro’ delle sue personali tesi. Da sempre, nella Chiesa cattolica, sia latina che greca, ha avuto corso una forma di ‘esegesi allegorica’ dei testi biblici. Una tale ‘esegesi’ può essere una ‘interpretazione’ personale più o meno lecita, anche se talvolta forzata, con finalità di edificazione morale, o di teologia mistica. Ma, sicuramente, una tale ‘interpretazione’ non è Scienza dello Spirito. Comunque, gli allegoristi della tradizione cattolica, occidentale latina od orientale ortodossa, non si permettono mai di alterare a proprio piacimento il testo biblico, e distinguono sempre bene tra ‘testo’ e ‘interpetrazione’, come invece non fa, spesso e volentieri, Orao nei suoi scritti.

Dalla personale, soggettiva, ‘interpretazione’ dei Vangeli, e dalla propria, altrettanto soggettiva e personale, ‘chiaroveggenza visionaria’, Orao trae la ‘presunzione’ di poter, a suo piacimento, ‘completare’, ‘correggere’ le comunicazioni di Rudolf Steiner, e la ‘pretesa’ di ‘indicare’, anzi ‘rivelare’, la ‘novella iniziazione graalica’. Quanto tali ‘presunzione’ e ‘pretesa’ vadano in rotta di collisione  – sia come ‘metodo’, sia come ‘contenuti’, sia come ‘legittimazione’ in simil suo ‘proporre’ – rispetto alla rosicruciana Scienza dello Spirito, all’Antroposofia, lo si può constatare, una volta di più, da quel che Orao scrive nel secondo libro, pubblicato dall’editore romano, Madre. La luce dei Nuovi Misteri, Tilopa, 2018, p. 211, ove leggiamo:

«Inoltre c’è da considerare che, in questa specialissima atmosfera, le correnti macrocosmiche che poterono avere l’accesso nella costituzione microcosmica per la prima volta, nella storia evolutiva della terra, senza che il potere yahvetico, o luciferico, contrapponesse il suo potente rifiuto dalle zone più profonde dell’anima umana».

Vediamo, ancora una volta, come qui Orao, sulla base della propria, soggettiva, ‘veggenza visionaria’, identifichi arbitrariamente Jahve a Lucifero, e le forze jahvetiche con quelle luciferiche. Infatti, più oltre, a p. 212, Orao, parlando delle forze jahvetiche – che secondo Rudolf Steiner, invece, operavano a combattere, e limitare, il potere delle forze luciferiche nell’uomo – come di forze ostacolatrici, ed alterando altresì quanto vien detto nel racconto biblico della Genesi, così scrive:

«Maria cancellò l’alleanza fra la Donna e il Serpente che, con la tentazione di Eva, si era instaurata nella corrente interiore umana. Divenne la Eva celeste, veicolo dell’incontro fra le forze macrocosmiche e microcosmiche, nella quale la tenuta yahvetica sull’elemento del sangue non aveva più ragione d’essere».

È noto come, nella concezione antroposofica, sia stato Lucifero, e non Jahve, a trasferire il calore al sangue, rendendolo in tal modo veicolo delle passioni del corpo astrale, invece che veicolo dell’Io, la cui coscienza, di conseguenza, è costretta a trarsi dal disanimato sistema nervoso. Ma Orao, proprio per il suo arbitrario identificare Jahve, il settimo Eloha, con Lucifero, scrive – in uno stile che trovo passabilmente intorcinato – alle pp. 212-213:

«Si è già accennato al respiro della Vergine, per cui ad ogni pensiero espresso dal Figlio, Ella glielo restituiva trasmutato in vivente immagine, creante entità reali proprio dal soffio del Suo respiro alitante d’intorno la cristica realtà che dal Cosmo si espandeva già sulla Terra. Questa pervasione fu possibile proprio quando la sostanza del sangue mossa dalla presa yahvetica fu liberata da quella circonvoluzione egoico-corporea, ed attraverso questo succo tanto peculiare, scorse, senza ormai impedimento, la reale corrispondenza cristica, il germe dell’Io superiore che in sé conteneva dalla macrocosmica trascendenza, la microcosmica favilla del Logos germinante nell’anima umana il seme del divino, che la Madre tratteneva divenendo alveo per la nascita, la crescita e la manifestazione futura dell’Impulso-Cristo in sé, ma per tutte le anime del mondo, da allora in avvenire».

Quanto poco coraggio ed amore per la Verità vi siano in tanti sedicenti spiritualisti – antroposofi o meno, ‘scaligeropolitani’ o meno – lo possiamo evincere da quanto, arrampicandosi sugli specchi, si sforzano taluni di evitare di pronunciarsi con chiarezza di fronte alle pur palesi contraddizioni, ben evidenti già al primo sguardo, tra ciò che scrive Orao e quanto comunica la Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner. Un caso emblematico è quello di un tale X, che così scrive su un noto social forum:

«Interessante…. forse è un semplice errore voluto da chissà chi… o forse vi fu una sovrapposizione fra Ahrimane e Lucifero nella visione di Orao. Lucifero che – in un certo senso – spodesta Ahrimane per dare la libertà agli uomini facendone identificare l’antica coscienza egoica, l’intelligenza riflessa, con il terrestre e tal fine corrompe l’astrale. Qualcosa a cui si è posto rimedio con la discesa del Cristo, venuto non ad abolire ma a completare. Certo è difficile – addirittura scandaloso – pensare che Jahve, volto del Cristo, continui attualmente la sua primitiva opera di creazione come Ahrimane, con Lucifero, alleato ed avversario al tempo stesso, entità che fa attaccare gli uomini al desiderio del mondo fisico nell’astrale. Potrebbe tuttavia essere necessario por mente al fatto che, nel Mondo Spirituale, le cose non sono fisse, come i nostri concetti terrestri, ma più che viventi ed estremamente mobili, si trasformano in continuazione. D’altra parte, se pensiamo al fatto che la nostra intelligenza terrestre – affinché potessimo acquisire la libertà – è stata edificata sul pensiero riflesso, cioè arimanico, pensiero che oscura la visione del vivente mondo dello Spirito, si spiegherebbe il potere accordato in questa era al Dio della morte (che noi ora vediamo come morte, come una specie di salto nel buio, ma che gli antichi – noi stessi, in passato – consideravano come trasformazione; che poi, in natura, sulla Terra ogni cosa – uomo compreso – nasce per morire). Tutto terribilmente complicato, credo che spetti a ciascun uomo – a ognuno di noi – interpretare le immaginazioni».

Naturalmente, se le immaginazioni sono da ciascun uomo da interpretarsi, data la soggettività imperante, e secondo personale, sentimentale, e istintivo arbitrio, la conclusione risultante che verrebbe fuori inevitabilmente, sarebbe che ‘tot capita, tot sententiae’, ed ognuno le intenderebbe tali immaginazioni, affatto anarchicamente, a modo suo. Ma allora diverrebbe impossibile parlare di una oggettiva ‘Scienza dello Spirito’. Se, poi, s’invoca una sorta di ‘fluidità’ e ‘mobilità’ del Mondo Spirituale per sottrarsi alla constatazione delle evidenti contraddizioni, ed evitare così di veder crollare miseramente al suolo un ‘idolo’, acriticamente e sentimentalmente adorato, è fatale che si navighi sempre più in un tempestoso oceano di incertezze, che può sfociare unicamente nel più disastroso naufragio. Un altro esempio di una totale incomprensione di cosa sia la Verità, la possiamo rinvenire in un passo di un lungo commento, apparso sempre in un gruppo di discussione sul medesimo social forum, di un tale Y. che, tra le altre cose, così scrive:

«Per comprendere i testi di Orao dobbiamo viceversa affidarci a quelle forze immaginative, ispirative ed intuitive dettagliatamente illustrate da Steiner particolarmente nella trilogia L’Iniziazione / Sulla via dell’Iniziazione / Coscienza di Iniziato. Tramite tali forze Orao, Essere dotato di piena veggenza a differenza dell’articolista summenzionato che di veggenza non ne possiede neppure un grammo (del resto lo ha più volte ammesso lui stesso nei suoi lunghissimi ed estenuanti articoli) ha potuto verificare la piena sinergica cooperazione esistente da un lato tra l’Entità Mani e l’Entità Christian Rosenkreuz e dall’altro tra l’Entità Jheova’ [sic!] e l’Entità Lucifero. Tale cooperazione è nei tempi presenti talmente forte da determinare una SOVRAPPOSIZIONE tra Mani e Christian Rosenkreuz da un lato e tra Jheova [sic!] e Lucifero dall’altro. Se l’articolista ed i suoi supporters conoscessero la dottrina gnostica saprebbero che Jheova [sic!] altri non è se non il demiurgo, il creatore della materia (hulè) [sic, per ὕλη, hyle, con accento tonico eventualmente sulla y, per favore] e del mondo del quaternario ovverosia di QUESTO mondo: il princeps eius  [sic, per huius] mundi alias Ahrimane!».

Affermare che l’EloahEloha, Jahve o Jehova sia identico ad Ahrimane è una sacrilega bestemmia, almeno quanto lo è la identificazione che fa Orao tra Jahve e Lucifero. Le dottrine gnostiche le conosco molto bene, e le studio da almeno cinquant’anni sui testi originali, ma esse dicono cose alquanto diverse da quello che afferma il nostro critico Y. La ‘sovrapposizione’ tra Mani e Christian Rosenkreutz, tra Jahve e Lucifero, è una pura sciocchezza, come abbiamo visto, contraddetta da Rudolf Steiner, e non vale la pena parlarne ulteriormente. Delle mie esperienze interiori non amo parlare, ma ciò non vuol dire affatto che non esistano. Che un asceta praticante, che si dia con tutto se stesso alla ‘Via’, voglia diventare sempre più ‘helldenker’, ossia ‘chiaropensante’ – come dissi in un incontro a Hella Wiesberger, facendola sorridere – non significa punto che egli non abbia esperienze interiori. Certo simili ‘difensori’ non giovano davvero affatto alla ambigua, ed oltremodo discutibile, causa di Orao !

Ma torniamo a quanto Oraoan sive mas sive faemina sit, nescire volo, e vedremo in fine perché – scrive in Resurrezione. Nel capitolo I gradi della iniziazione graalica, pp. 103-139, Orao (tralasciamo tutta una serie di suoi discorsi in parte collaterali, per così dire, di carattere generale) passa poi alla descrizione circa l’atto fisico tra uomo e donna – sul quale, così come viene da Orao caratterizzato, vi sarebbe molto da eccepire, sed etiam de hoc, in hac sede transeamus – e alla descrizione, preannunciata già nel titolo del capitolo – dei ‘gradi della novella iniziazione graalica’. Tenuto conto, che di questi gradi non fa mai – veramente mai – verbo Rudolf Steiner, né tampoco su di essi fanno accenno alcuno, ancorché minimo, personalità iniziaticamente qualificate come Marie Steiner – che per il suo rapporto con il Maestro dei Nuovi Tempi, più di tutti gli altri discepoli di lui, avrebbe potuto dire qualcosa di decisivo, e lei mai lo fece – o Michael Bauer, o Alfred Meebold, o Giovanni Colazza, o infine lo stesso Massimo Scaligero, non può non stupire la temerarietà, o – per meglio dire – la ‘presunzione’ di affermare quanto Rudolf Steiner non comunicò, et pour cause. E, a mio modo di vedere, nella ‘forma’, e coi ‘contenuti’, come lo fa Orao, mai egli lo avrebbe fatto, in quanto la ‘forma’ è errata, e i ‘contenuti’ sono falsi, sono menzogne, scaturiti da un ‘metodo’ erratissimo, spiritualmente irregolare, in quanto conoscitivamente non fondato, non scevro da presupposti, e prodotto, in maniera malsana, da una ‘chiaroveggenza visionaria’, i cui risultati contraddicono platealmente le comunicazioni di Rudolf Steiner, e la logica stessa.  

Orao, a principiare da p. 108, descrive quelli che sarebbero – a suo dire, naturalmente – i ‘gradi’ della ‘graalica iniziazione’ nel suo libro Resurrezione, esposti e proposti. E si comincia sùbito col ‘difficilissimo’:

«Il primo gradino dell’Iniziazione graalica si potrebbe [sic!] definire Dedizione, il secondo Accoglimento: con questi due gradini l’esperienza può svolgersi al di fuori della corporeità in quanto sostituenti l’esperienza fisica con quella eterica. Il corpo eterico immette – sostituendosi al corpo fisico in stato di sonno profondo prima, di liberazione aerificata dopo – in tutta l’esperienza i suoi due movimenti di «simpatia e antipatia» che, come lo Steiner precisa senza equivoci nulla hanno a che fare con simpatia e antipatia della sfera psico-corporea».

Orao non dice come si possano attuare questi due gradini dell’evoluzione interiore, gradini che, presupponendo totale indipendenza dal corpo fisico, sono già rare culminazioni in altre ‘Vie’ autenticamente iniziatiche. Nella ‘Via’ rosicruciana, il primissimo gradino dell’Iniziazione, più modestamente, è lo ‘studio’ rituale, meditativo – attuato mediante quel ‘pensiero puro-libero dai sensi’, che qualcuno, in maniera insana e improvvida ha dichiarato essere «una esperienza spontanea, ma non cosciente, e quindi egoistica», ed invece è ardua, e soprattutto cosciente, conquista, che il discepolo ‘espugna a viva forza’, come scrive Massimo Scaligero ne la Kundalini d’Occidente –  delle opere nella quali sta racchiusa la Sapienza celeste. Nella ‘Via’ cristiano-gnostica, prima di accedere alla ‘lavanda dei piedi’, vi è una lunga preparazione, da compiersi – necessariamente ed obbligatoriamente – sotto la guida di un Maestro a ciò deputato dal Mondo Spirituale, e realizzata attraverso la meditazione metodica del Prologo del Vangelo di Giovanni, dei primi dodici capitoli del medesimo Vangelo, di altre parti dell’Antico e Nuovo Testamento, ed affiancata da particolari esercizi, che sicuramente Orao non conosceva per difetto di conoscenza dell’Opera di Rudolf Steiner, a mio modo di vedere, colpevolmente negletta, in favore della propria soggettiva, problematica, ‘veggenza’.

A p. 109, Orao prosegue la descrizione in questo susseguirsi di ‘gradi’:

«Il terzo gradino potrebbe dirsi [sic!] della Conoscenza d’amore o Fecondazione d’amore. È noto che in antico l’espressione «conoscere un uomo o una donna» alludeva al processo della fecondazione. Al presente, tale fecondazione riguarda un’operazione magica: dopo aver espanso la sua sostanza di luce entro la tenebra inconsapevole della mineralità corporea, il corpo eterico viene ricevuto dalla sostanza stellare del corpo astrale».

Anche qui, non viene data veruna indicazione di come attuare una cotale ‘operazione’. Ora, conoscendo bene quanto circola in ambienti vari dell’occultismo cattolico –  emblematico è quello che faceva capo prima al conte Umberto Alberti, Erim, di Catenaia, e poi ai suoi due ‘discepoli’, Paolo Virio e Luciana Virio – viene sùbito da pensare ad uno scivolare in una delle molte, e variate, forme di quella problematica ‘magia sexualis’, che spesso e volentieri – più spesso e più insospettatamente di quel che non si creda – possono condurre a vere e proprie perversioni e patologie dell’anima e del corpo.

Ed ora viene, a p. 110, una parte ancora più problematica, che, quando l’ho letta, mi ha fatto letteralmente sobbalzare:

«Gli altri quattro gradini iniziano là dove si concludeva la antica Iniziazione cristiana – occorre comprendere che di staccato, di innovazione a sé stante non esiste nulla nella storia dell’uomo ad eccezione della venuta del Cristo. Solo una volta nella storia del mondo un Dio si fece carne e su questa carne discese l’entità del Sole, il Figlio dell’Altissimo. Questo fu un evento unico, tutto il resto precede o procede da ciò. Il quarto gradino potremmo [sic!] immaginativamente [sic!] chiamarlo Resurrezione, il quinto Ascensione, il sesto Pentecoste nuova, il settimo Battesimo dell’aria, o Evento del Graal propriamente detto». 

Per l’esattezza, se è vero che una sola volta il Logos Solare si incarnò, che una sola volta Egli si fece uomo sulla Terra, ed una sola volta avvenne il Mistero del Golgotha, non è altrettanto vero che una sola volta un Dio scelse la ‘umanazione’, ossia s’incarnò sulla Terra, perché alcune Entità delle Gerarchie Divine – invero poche – rinunciando ad un rango divino, decisero di accompagnare l’uomo nel suo cammino terrestre, nella sua temeraria ricerca e realizzazione di Autocoscienza, Libertà, e Amore. Un essere come il discepolo di Sais-il Figlio della Vedova di Nain-Mani-Parzifal, un essere come Hiram Abif-Giovanni Lazzaro-Christian Rosenkreutz-il Conte di Saint Germain, un essere come Zaratustra– il Gesù Salomonico-il Maestro Gesù, un essere  come Sciziano, un essere come il Conte di Cagliostro, sono Entità delle Gerarchie Divine che, appunto, hanno compiuto l’indicibile ‘sacrificio’ di scegliere liberamente l’‘umanazione’, d’incarnarsi sempre di nuovo, in frequenti, sempre di nuovo ripetute, incarnazioni come ‘uomini’, e di accompagnare l’essere umano nel suo difficile cammino terrestre. Su questo punto, le comunicazioni di Rudolf Steiner sono precise, e uno studio diligente da parte di Orao dell’Opera del Maestro dei Nuovi Tempi avrebbe non solo fugato ogni dubbio in proposito, ma avrebbe altresì evitato da parte sua molti palesi errori. A meno che Orao non ritenesse – come è pure possibile, per non dire probabile – necessario ‘correggere’ coi risultati della propria personale ‘veggenza’ le comunicazioni di Rudolf Steiner.

Qui, Orao afferma che oltre il settimo grado della Iniziazione cristiano-gnostica, che Rudolf Steiner  a volte chiama ‘Resurrezione’ e a volte ‘Ascensione’, vi sarebbero – a suo dire – altri quattro gradini iniziatici, e quindi avremmo una ‘Via’ o una ‘Iniziazione’ in undici gradi, il che francamente mi sembra a dir poco grottesco. Lo stesso problema, si pone, naturalmente, nei confronti della Iniziazione cristiano-kabbalistica, affine secondo Rudolf Steiner alla Iniziazione cristiano-gnostica, e di quella propriamente rosicruciana. Nel ciclo Alle porte della Scienza dello Spirito, Editrice Antroposofica, Milano, 2015,  Rudolf Steiner, nella tredicesima conferenza, tenuta a Stoccarda il 3 settembre 1906, alle pp. 140-141, così dice:

«Il settimo gradino, la resurrezione, non può descriversi in parole. Perciò in occultismo si dice: il settimo stato può essere pensato soltanto da colui la cui anima si sia liberata interamente dal cervello. Solo a lui si potrebbe descriverlo. Per questo si può solo menzionare. Il maestro cristiano occulto indica come attraversare questo gradino.

Quando l’uomo ha vissuto attraverso questo gradino, allora il cristianesimo è diventato un’esperienza interiore della sua anima. Allora egli è completamente col Cristo Gesù. Il Cristo Gesù è in lui».

Nel ciclo Die Theosophie des Rosenkreuzers, GA-99, pubblicato in italiano col titolo La saggezza dei Rosacroce, traduzione di Iberto Bavastro, Editrice Antroposofica, Milano, 2011, nella quattordicesima conferenza, tenuta a Monaco il 6 giugno 1907, abbiamo, a p. 159, nuovamente una descrizione del settimo grado dell’Iniziazione cristiano-gnostica. Siccome la traduzione di questo punto, invero non facile, così come fu eseguita da Iberto Bavastro, non mi soddisfa pienamente, ho preferito ritradurla. Soprattutto, in tedesco ‘Himmelsfahrt’ non è semplicemente il ‘viaggio celeste’, com’è stato ivi tradotto alla lettera, ma è l’espressione tecnica e liturgica che indica la ‘Ascensione’ del Christo Gesù, così come il termine ‘Höllenfahrt’ non è semplicemente il letterale ‘viaggio all’Inferno’, bensì la ‘Discesa agl’Inferi’ da parte del Salvatore, ossia la κατάβασις, katàbasis degli Antichi Misteri, analoga a quella di Orfeo, Ercole, Ulisse, Enea, e nel nostro Medioevo, quella di Dante, alla quale seguiva, negli Antichi Misteri, l’ἀνάβασις, anàbasis, l’ ‘Ascesa’, come quella di Dante nel Paradiso.  Così leggiamo:

«Non è possibile descrivere il settimo gradino, l’Ascensione. Si deve avere un’anima che per pensare su ciò non dipenda più dallo strumento del cervello. E per sperimentare – empfinden – ciò che la persona sta vivendo come ciò che si chiama Ascensione, devi avere un’anima in grado di provare questo sentimento. L’attraversare umilmente queste condizioni con piena dedizione rappresenta l’essenza dell’Iniziazione cristiana. Chi la percorra così con questa serietà, costui sperimenterà la sua Resurrezione nei mondi spirituali. Oggi non tutti possono farlo. Perciò è necessario che esista un altro metodo, che conduca ai mondi superiori. Questo è il metodo rosicruciano».

Per un possibile controllo da parte dell’attento lettore, riporto qui il testo tedesco, p. 167, della mia traduzione:

«Das siebente, die Himmelfahrt, läßt sich nicht beschreiben. Man muß eine Seele haben, die nicht mehr darauf angewiesen ist, durch das Instrument des Gehirns zu denken. Um das zu empfinden, was der Betreffende als das, was man Himmelfahrt nennt, durchmacht, muß man eine Seele haben, die dieses Gefühl erleben kann.

Das Durchgehen durch demütig hingebungsvolle Zustände stellt das Wesen der christlichen Einweihung dar. Wer sie so ernsthaftig durchgeht, der erlebt seine Auferstehung in den geistigen Welten. Nicht jeder kann das heute durchführen. Daher ist es notwendig, daß eine andere Methode besteht, die zu den höheren Welten hinaufführt. Das ist die rosenkreuzerische Methode».

Infine – ma sarebbe facilissimo moltiplicare assai le citazioni dai cicli di Rudolf Steiner – vi è quanto egli dice nel ciclo Das christliche Mysterium. Die Wahrheitssprache der Evangelien. Luzifer und Christus. Alte Esoterik und Rosenkreuzertum. Erkenntnisse und Lebensfrüchte der Geisteswissenschaft, GA-97, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1998, p. 189, ossia Il Mistero cristiano. Il linguaggio di verità dei Vangeli. Lucifero e Christo. Esoteriemo antico e Rosicrucianesimo. Conoscenze e frutti per la vita della Scienza dello Spirito, ove nella conferenza-allocuzione tenuta per la consacrazione del Gruppo Paracelso, di Basilea, il 19 settembre 1906, Rudolf Steiner così si espresse:

«Il settimo grado non può essere descritto in maniera più precisa, giacché esso sta oltre ogni capacità di rappresentazione sensibile. Al massimo, può ancora essere afferrato pensando da quegli uomini che infine  sono divenuti liberi da questo mondo mediante instancabile esercitarsi. Questo gradino include l’entrare nella perfetta Divinità e Gloria, per le quali le nostre parole non sono più sufficienti per la  descrizione».

Ed ecco il testo tedesco per il consueto controllo da parte del volenteroso lettore:

«Die siebente Stufe kann nicht genauer beschrieben werden, denn sie steht jenseits allen sinnlichen Vorstellungsvermögens. Höchstens kann sie noch denkend von jenen Menschen erfaßt werden, welche durch unablässige Übung endlich von dieser Welt frei geworden sind. Diese Stufe umfaßt das Eingehen zu vollkommener Göttlichkeit und Herrlichkeit, wofür unsere Worte zur Schilderung nicht mehr ausreichen».

Queste parole del Maestro dei Nuovi tempi. Evidentemente, Orao, che ritiene non necessario lo studio fedele, umile, e devoto dell’Opera di tanto Maestro, essendo – secondo sua personalissima opinione – sufficiente la propria ‘chiaroveggenza’, evidentemente non necessitante, a suo modo di vedere, di severo controllo scientifico, né tampoco di confronto o verifica rispetto alle comunicazioni di Rudolf Steiner. Non vi è, evidentemente, in Orao quello ‘sich zurückziehen’, quel ‘ritrarsi’, quel ‘tirarsi indietro’‘farsi da parte’, per far parlare direttamente la di lui Opera, che Hella Wiesberger mi dette come divisa interiore, come principio a cui attenermi sempre, come ‘pietra di saggio’ con la quale esaminare le affermazioni, e la fedeltà, di tanti che nel tempo si sono pronunciati sulla Scienza dello Spirito, sull’Antroposofia, donata al mondo da Rudolf Steiner.  

L’indicare addirittura altri quattro gradi, oltre quello dell’Iniziazione cristiano-gnostica dell’Ascensione, coincidente – Rudolf Steiner dixit –  con la Beatitudine divina dell’Iniziazione rosicruciana, e col Samâdhi dell’Iniziazione orientale yoghica o buddhista o taoista, è un oggettivo porsi al di sopra non solo di Rudolf Steiner che ci ha donato l’Antroposofia, ma anche al di sopra di Maestri sovrumani come Christian Rosenkreutz che ci ha recato l’Iniziazione e la Sapienza Rosicruciana, e di Zarathustra, il Maestro Gesù che ci ha recato l’Iniziazione cristiano gnostica. Per non parlare di Mani e dell’Iniziazione manichea.

Il porsi oggettivamente ‘oltre’, ‘al di sopra’ del Maestro dei Nuovi Tempi, e dei Maestri della Sapienza e dell’Armonia dei Sentimenti, è ὕβϱις, hýbris, ‘insolenza’, ‘tracotanza’, ‘eccesso’, ‘superbia’, ‘orgoglio’, ‘dismisura’, ‘arroganza’‘violenza’‘prevaricazione’: un ‘andare oltre il limite’ del lecito. In termini della Sapienza indiana, la hybris è adharma: ciò che è contro il dharma, l’universa legge, l’Ordine cosmico, il Rtà, che sorregge i mondi. È un ‘frangere’, una ‘effrazione’, che suscita ‘sdegno’ e ‘ira’ negli Dèi, e nel Cielo.

Una ‘Via’ d’Iniziazione non è – e non può essere – una ‘intelligentissima’ escogitazione umana. Viene dal Superumano, dall’Ultraumano: dal Mondo Spirituale. Al vertice di essa vi è sempre un Iniziatore degli Iniziati, che è il ‘mediatore’ tra ciò che, come spirituale puro, è al di là dell’umano, e l’umano stesso. Vi è una ragione profonda al fatto che l’Iniziazione sia in sette gradi. In sette gradi era l’Iniziazione mitriaca, in sette gradi sono l’Iniziazione cristiano-gnostica, quella cristiano-kabbalistica, quella rosicruciana. Aggiungere quattro gradi con la pretesa di superare il grado sommo di ognuna di queste, confezionando così una Iniziazione in undici gradi, è cosa che non sta né in cielo né in terra.

Per comprendere a fondo il perché della settemplice struttura in sette gradi della ‘Via’ dell’Iniziazione, giova leggere quanto scrive Hella Wiesberger, Rudolf Steiners Wirken und das fünfte der sieben großen Geheimnisse des Lebens, in   Zur Geschichte und aus den Inhalten der ersten Abteilung der Esoterischen Schule 1904 bis 1914. Briefe, Rundbriefe, Dokumente und Vorträge, GA-264, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1. Auflage, Gesamtausgabe Dornach 1984. 2. Auflage, neu durchgesehen und erweitert um den Anhang Gesamtausgabe Dornach 1996, pp. 255-256. Quest’opera è stata solo parzialmente tradotta in Rudolf Steiner, Storia e Contenuti della Prima Sezione della Scuola Esoterica 1904-1914, Editrice Antroposofica, Milano, 2013, nella quale nella seconda parte, molto ben tradotta da Stefano Pederiva, vi è di Hella Wiesberger, L’opera di Rudolf Steiner e il quinto dei sette grandi segreti della vita, dove, alle pp. 185-186, così scrive:

«Il male si presenta quando l’essere umano – sia come singola individualità  sia come comunità – devia dalla concordanza con gli impulsi progressivi del cosmo. Non esiste, infatti, il male in sé. Tutto il male non è una realtà assoluta, esso sorge quando qualcosa, che in un modo qualsiasi è buono, viene usato nel mondo in un modo non corrispondente. In tal modo viene stravolto in un male (Monaco, 25 agosto 1913).

Nel periodo di civiltà precedente, il greco-latino, era determinante una concezione diversa del male, perché, come quarto periodo, era soggetto al quarto segreto, quello della nascita e della morte. È possibile avvedersene considerando la seguente modificazione dei sette gradi iniziatici. La via iniziatica gnostico-cristiana, quella che fu determinante  nella quarta epoca, era costituita da sette gradi: Lavanda dei piedi, Flagellazione, Corona di spine, Crocifissione, Morte mistica, Deposizione, Ascensione; la via iniziatica cristiano-rosicruciana, determinante per il quinto periodo di civiltà, ha i seguenti gradi: Studio della vera autocoscienza, Immaginazione, Apprendimento della scrittura occulta o conoscenza ispirata, ritmizzazione della vita (Preparazione della pietra filosofale), Corrispondenza tra macrocosmo e microcosmo (Conoscenza della connessione dell’uomo con il mondo), Dimora o immersione nel macrocosmo, Beatitudine divina. . in entrambe le vie iniziatiche l’esperienza del male è sì al quinto grado, ma nella via gnostico-cristiana del quarto periodo era unita, quale cosiddetta “Discesa agli inferi”, all’esperienza della Morte mistica. Nella via iniziatica del nostro quinto periodo, invece, al quinto grado iniziatico si impara a conoscere il vero bene come corrispondenza tra macrocosmo e microcosmo, e il male come deviazione da tale corrispondenza in ogni sua manifestazione. Dato che la via iniziatica determinante per un’epoca è sempre connessa con le forze che, in tale periodo, vanno sviluppate in unione con i sette segreti della vita, l’antroposofia doveva divenire necessariamente la scienza delle corrispondenze, o anche non corrispondenze, tra macrocosmo e microcosmo. Oggi perciò, la questione del bene e del male va risolta mediante la conoscenza della giusta corrispondenza».

Da quanto sopra, si può evincere agevolmente quanto, in maniera enorme, erri Orao nella descrizione della sua ‘novella via graalica’ proposta, e addirittura sovrapposta ai gradi più alti dell’iniziazione cristiano-gnostica e di quella cristiano-rosicruciana. Come abbiamo visto – e ampiamente documentato – una tale ‘erranza’ nasce dal suo volersi basare unicamente sulla propria ‘veggenza’, che si è dimostrata ampiamente fallibile, dal suo non voler ‘studiare’‘rosicrucianamente studiare’ – l’Opera del Maestro dei Nuovi Tempi, dal suo non poter controllare la realtà o l’illusorietà delle proprie ‘percezioni’, le quali non essendo conoscitivamente, scientificamente, controllate, e verificate, si dimostrano essere parto di una ‘chiaroveggenza visionaria’: ingannevole, e in definitiva patologica. Una tale ‘erranza’ è generata e, a sua volta, genera, quella ‘hybris’, quella ‘tracotanza’, quello ’andar oltre il limite del lecito’, che agli occhi dei Numi e del Cielo è ‘arroganza’, ‘insolenza’, ‘prevaricazione’ che, ponendosi come ‘frammento’ contro il ‘Tutto-Universo’, viene fatalmente da questo travolto e vinto. A questo proposito, il discepolo dell’Iniziazione ha nelle parole limpide e lapidarie del Maestro dei Nuovi Tempi una chiara distinzione – e al contempo una severa ammonizione – tra libertà e arbitrio. Così leggiamo in Rudolf Steiner, Teosofia. Introduzione alla conoscenza sovrasensibile del mondo e del destino umano, traduzione di Ida Levi Bachi, Editrice Antroposofica, Milano, 1994, pp.147-148:

«Mercè la trasformazione del suo mondo interiore ha in sé la facoltà di percepire quell’essenza eterna. Per chi cerca la conoscenza, assumono inoltre un’importanza speciale i seguenti pensieri. Quando egli trae il motivo dell’azione da se stesso, sa di trarlo dall’essenza eterna delle cose, perché le cose esprimono tale loro essenza in lui. Egli agisce quindi nel senso dell’ordine eterno del mondo quando trae dall’eterno che vive in lui la direzione da imprimere all’azione Egli sa così di non essere più soltanto condotto dalle cose, ma di condurle egli stesso secondo le leggi ad esse inerenti, le stesse che sono divenute leggi del suo proprio essere.

L’agire partendo dall’interiorità può essere soltanto un ideale a cui si aspira. Il raggiungimento di questa meta è assai lontano, ma chi cerca la conoscenza deve voler vedere chiaramente questa via. Questa è la sua volontà di libertà, poiché la libertà è agire partendo da se stessi, ed è lecito agire partendo da se stesso solo a chi derivi i moventi dall’eterno. Chi si comporta altrimenti agisce per motivi diversi da quelli inerenti alle cose. Si oppone all’ordine universale, e da questo dovrà essere vinto. In altri termini, ciò che egli prescrive alla sua volontà non potrà da ultimo attuarsi. Egli non può divenire libero. L’arbitrio del singolo essere si annulla attraverso gli effetti delle sue azioni».

Ad Orao, in maniera evidente – almeno per chi voglia ‘vedere’ – è sfuggito l’essenziale, ed è mancata, per difetto, tutta una parte  di conoscenza dell’Opera di Rudolf Steiner. Una tale mancanza di conoscenza avrebbe potuto essere agevolmente superata, attingendo sia alle opere stampate di Rudolf Steiner, che sicuramente possedeva, sia attingendo, per esempio, alla biblioteca, ricchissima, del romano Gruppo Novalis. Una tale mancanza di conoscenza poteva in parte essere frutto di trascuratezza o negligenza, ma in parte era frutto di una ‘volontaria scelta’, visto che le palesi contraddizioni tra quanto affermato nei suoi scritti e le comunicazioni di Rudolf Steiner, contenute in libri stampati e molte volte ripubblicati per decenni, non permettono una diversa conclusione logica.

Il benevolo lettore abbia ancora un poco di pazienza: oramai siamo quasi alla fine di questo mio lungo studio. Nel proseguo vedremo ‘che cosa’ è mancato, e ‘perché’ è mancato nella visione dell’Iniziazione che ne ha Orao. Il suo non partire da una assenza di presupposti – come avrebbe dovuto essere se Orao avesse avuto fondamento conoscitivo nella ‘teoria della conoscenza’, asceticamente sperimentata, esposta nelle opere ‘filosofiche’, o ‘filosofali’, come amo dire, di Rudolf Steiner – ha portato ad un essere pre-condizionati da una serie di ‘pre-giudizi’, che non hanno fondamento veruno, e ad edificare tutto un edificio di illusioni, di fisime, di menzogne, che ammalano non soltanto la vita animica di chi le produce, ma ammalerebbero anche quella di cerchie della Comunità spirituale, nella misura in cui esse venissero da queste accettate e seguite.

Come diceva un grande Iniziato, Giovanni Tritemio, Maestro di Enrico Cornelio Agrippa, Qui non amat claritatem, amat caecitatemchi non ama la luce, ama la cecità. Amare la Verità è amare la Luce, ed è amare il Logos, che disse, nel Vangelo di Giovanni, 8. 12:  ἐγὼ εἰμι τὸ φῶς τοῦ κόσμου, Io Sono la Luce del mondo.

SCIENZA DELLO SPIRITO, VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO

VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. QUATTORDICESIMA PARTE.

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Come misi in evidenza all’inizio di questo studio, citando un passo di Guarire con il pensiero di Massimo Scaligero, è la verità obbiettiva quella che unicamente importa, e non le fascinose affabulazioni che possono suggestionare coloro che non riescono ad uscire dagli astringenti legami della loro soggettività, e sono preda della propria natura sentimentale ed emotiva. L’agire con strumenti opportuni sulla passività delle anime umane, è quanto si propongono quei maestri della manipolazione, che oggi – con un’espressione oltremodo appropriata, più calzante di quanto molti non sospettino – vengono denominati ‘persuasori occulti’. Ma ciò che ‘suade’, ciò che dolcemente ‘persuade’, ciò che morbidamente ‘seduce’, – avverte Massimo Scaligero – non libera, e spesso diviene un dolce veleno, della cui intossicante azione, a un certo punto, non si desidera più liberarsi. Si diviene ‘dipendenti’ – o per esprimersi come Rudolf Steiner – ‘clienti’ di tali ‘occulti persuasori’.

Così operano lobby economiche, partiti politici, cerchie e circoli ‘culturali’, e soprattutto le Chiese. Viene suscitato – molto abilmente, e insensibilmente, ad arte suscitato – un ‘bisogno’, che può manifestarsi come disagio, come ansia, inquietitudine, senso di incertezza, o d’insicurezza, di precarietà, di sfiducia in se stessi e nelle proprie forze, e in taluni casi addirittura di pericolo. Poi, viene proposto, in maniera ‘suadente’‘seducente’, ambiguamente ‘convincente’, ‘rassicurante’, e ‘consolante’ , un infallibile ‘rimedio’, un ‘farmaco’ – il lettore si ricordi, come abbiamo già detto, che in greco φάρμακον, ‘phàrmakon’, significa, al tempo stesso, sia ‘pianta curativa’‘medicina’, che ‘veleno’, o ‘droga’ – che elimini il disagio, plachi l’ansia, dissolva l’inquietitudine, dia certezza, sicurezza, allontani il pericolo. Naturalmente chi ‘propone’ un cotal portentoso ‘rimedio’, lo farà perché avrà, e vorrà mantenere, ad ogni costo, il monopolio del ‘rimedio’, fuori di ogni indesiderata concorrenza, il controllo della situazione, e non dichiarerà certo le ascose, inconfessabili, finalità ch’ei, spregiudicatamente, mira a raggiungere.

Occorre essere ben sagaci, ben svegli, per accorgersi, che questa opera di ‘suadente seduzione’ è un’opera di ‘inganno’, di ‘menzogna’, e abbiamo visto come Rudolf Steiner stigmatizzi, con parole di fuoco, la menzogna, come affermi che essa «deve essere bollata a fuoco», come non le si debba concedere quartiere. Ma, una volta di più – a costo di essere pesantemente ‘antologico’, e addirittura ‘pedante’, come qualcuno ha spiritosamente osservato – voglio, a beneficio degli ‘immemori’, riportare un passo importante di Rudolf Steiner, che per documentazione, e maggior tranquillità del benevolo lettore, trascriverò sia in italiano che nel testo tedesco. Il passo è tratto dalla conferenza del 2 gennaio 1921, tenuta a Stoccarda, del ciclo Wie wirkt man für den Impuls der Dreigliederung des sozialen Organismus? Zwei Schulungskurse für Redner und aktive Vertreter des Dreigliederungsgedankens. GA 338,  Rudolf Steiner Verlag, 4. Ausgabe, Dornach, 1986, p. 242 – Come si opera per l’impulso della Tripartizione dell’organismo sociale? Due corsi di formazione per oratori e rappresentanti attivi del pensiero della Tripartizione. Anche qui metterò in rilievo, come mio solito, alcune espressioni, che ritengo decisive:

«V’è una certa gradazione in rapporto al mentire. Al primo posto vengono le chiese, al secondo posto soltanto viene la stampa, mentre al terzo posto vengono i politici. Ciò viene presentato in maniera assolutamente obbiettiva e non come qualcosa che scaturisca da un’emozione. L’entusiasmo per il mentire scaturisce da quanto si può ricevere solo grazie all’educazione all’interno della Chiesa. L’entusiasmo per il mentire nella stampa scaturisce dalle condizioni sociali, e nella politica la menzogna è in realtà propriamente – vorrei dire – soltanto un proseguimento nella vita civile di quel che nel militarismo – con il quale evidentemente la politica è strettamente connessa – è affatto ovvio. Se si vuole sconfiggere un avversario, lo si deve ingannare. L’intera strategia consiste nel fatto, che si deve imparare ad ingannare. Ma qui abbiamo un sistema. Ciò viene poi trasposto, attraverso l’affinità tra il militarismo e la politica, anche nella vita civile. Tuttavia, là è metodo, mentre nelle altre due categorie – nella stampa e nei rappresentanti delle confessioni religiosevi è puro e semplice entusiasmo per il mentire. Queste cose non sono affatto radicalismo, se vengono presentate così; sono semplicemente un fatto obbiettivo. La cosa peggiore è che, a causa dei pregiudizi degli esseri umani, una gran parte delle persone ancora non scorge  che è del tutto impossibile stare nelle confessioni religiose e al tempo stesso dire la verità».

Ed ecco il testo tedesco di questo importante passo di Rudolf Steiner:

«Es gibt eine gewisse Abstufung in bezug auf das Lügen. An erster Stelle kommen die Kirchen, an zweiter kommt erst die Presse und an dritter kommen dann die Politiker. Das ist ganz objektiv dargestellt und nicht etwa aus einer Emotion heraus. Der Enthusiasmus des Lügens wird durch die Dinge hervorgerufen, die man nur durch die Erziehung innerhalb der Kirche bekommen kann. Der Enthusiasmus der Lüge in der Presse wird durch die sozialen Verhältnisse hervorgerufen, und in der Politik ist die Lüge eigentlich nur, ich möchte sagen, eine Fortsetzung im zivilen Leben dessen, was ja beim Militarismus – mit diesem hängt ja die Politik eng zusammen – ganz selbstverständlich ist. Wenn man einen Gegner besiegen will, so muß man ihn täuschen. Die ganze Strategie ist darauf angelegt; da muß man lernen zu täuschen. Das ist System. Das wird dann durch die Verwandtschaft zwischen Militarismus und Politik auch auf das zivile Leben übertragen. Aber da ist es Methode, während es bei den anderen beiden Klassen, bei der Presse und den Vertretern der Bekenntnisse, Enthusiasmus des Lügens ist. Diese Dinge sind auch nicht Radikalismus, wenn man sie so darstellt; es ist einfach eine objektive Tatsache. Das Schlimme liegt darin, daß durch das Vorurteil der Menschen ein großer Teil der Menschen noch nicht einsieht, daß es eben unmöglich ist, innerhalb der Bekenntnisse zu stehen und die Wahrheit zu sagen».

Poi, a completare il già sufficientemente inquietante quadro, vi sono – chiamiamole così – le lobby ‘esoteriche’Lobbynon autentiche Comunità spirituali. Così come vi sono pure ‘cattivi maestri’, che autentici ‘Maestri’ e ‘Istruttori spirituali’ non son punto, in quanto non sono qualificati, e consacrati, come tali dal Mondo Spirituale. A tale proposito vale la parola di Massimo Scaligero, ne La Luce. Introduzione all’imaginazione creatrice, Tilopa Roma, s.d. ma 1964, pp. 132-134:

«Occorre rendersi conto che se gli Avversari dell’uomo oggi veramente vogliono impedire la sua nascita spirituale nella forma cosciente debbono diventare maestri esoterici ed esporre le dottrine con sagacia avvincente. Ma ciò che avvince non libera. L’arte di tali esseri non è liberare, ma sedurre, non indicare i mezzi di conoscenza – ché non potrebbero – ma persuadere secondo antiche dottrine revivificate. Secondo simboli già interpretati, secondo stimoli tradizionali rivolti all’anima antica divenuta subcoscienza nell’uomo. […]

In tal senso, una misura della maturazione del discepolo sarà scoprire quale parte morbida della propria anima sia seducibile dalle dottrine degli Ostacolatori in veste di maestri. […]

L’arte del discepolo è intuire lo spirito che ha dettato le opere a cui attinge. Non è sufficiente che egli sia persuaso: occorre che sappia che cosa in lui in realtà viene persuaso: quale parte del suo essere.

Egli deve divenire vero mediante autoconoscenza: non deve rinunciare a conoscere che cosa in lui ha il potere di conoscere: non deve limitarsi all’immediato conoscere, ossia non può essere pago del fatto che una determinata, in quanto conosciuta, lo tenga o lo attragga: perché può attrarlo proprio in quanto tende a distruggerlo.

Egli può affidarsi solo a discipline che gli diano modo di esser conoscente del proprio conoscere, ossia di sperimentare le forze del conoscere là dove esprimono la loro interezza perché indipendenti dal conosciuto. Può affidarsi soltanto a una dottrina che gli insegni come incontrare in sé la sorgente noetica mediante cui può apprendere questa o quella dottrina.

Le dottrine dello spirito non sono vere se non fanno appello all’indipendenza dell’atto conoscitivo, ossia al «pensiero libero dai sensi». In verità, lo spirito riflesso non è lo spirito: non penetra il mondo dei sensi, perché non ne è indipendente. La misura della sovrasensibilità di un pensiero è la possibilità di penetrare il sensibile».

Un severo avvertimento, un salutare ammonimento – hic qui potest capere capiat – è quello che qui dà Massimo Scaligero: severo avvertimento, e salutare ammonimento, che il sincero ricercatore spirituale è pregato di prendere con la massima serietà, perché ne va della vita della sua anima, e della libertà del suo spirito. L’indipendenza dal conosciuto – da ogni conosciuto – è quell’assoluta assenza di presupposti che abbiamo visto essere stata il punto di partenza della ‘teoria della conoscenza’ e dell’ascesi di Rudolf Steiner. Egli non partì affatto da presupposti ‘scientifici’, o ‘filosofici’, e men che meno ‘religiosi’: egli partì dal puro ‘atto’ del conoscere, che si realizzi indipendentemente da qualsivoglia ‘conosciuto’. Solo l’‘atto puro’ del conoscere in ‘atto’, che conosca se stesso, e che divenga ‘estraformale forma’ del proprio essere, e del proprio folgorante movimento, asceticamente realizzato, lucidamente sperimentato, volitivamente attuato, è l’unico presupposto. Ma come avverte Massimo Scaligero nel terzo capitolo del Trattato del Pensiero Vivente. Una via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen, Tilopa, Roma, 1979, pp. 11-12:

«Come esperienza è quella che sopra tutte ha il diritto di chiamarsi positiva, essendo la più diretta che l’uomo possa compiere e di cui l’Io possa rendere conto a se stesso come di ciò che è veramente oggettivo.

Ma non è speculare, non è filosofare. È il coraggio di conoscere: che è conoscere la verità: la verità che rende liberi. Non è argomentare, ma creare: non è riflettere, ma dominare. È percepire in enti pensiero il sovrasensibile, così come normalmente si percepisce il sensibile in forme e colori». 

In queste particolari ‘aggregazioni’, che sono le lobby, e le cerchie di certi falsi ‘maestri’, si mescolano, e si fondono, i più diversi interessi di ‘potere’: politici, economici, confessionali, magici, sotto le illudenti apparenze di una seducente, ma ambigua, ‘spiritualità’: teologica o meno, liturgica o meno, mistica o meno. Ma quello che in esse – e, soprattutto, per esse – conta veramente è, appunto, unicamente il ‘potere’: il come ottenerlo è solo un dettaglio ‘tecnico’, certo importante, ma, tutto sommato, di secondaria importanza rispetto al raggiungimento del fine bramato. A tal scopo, possono tranquillamente esser usati i mezzi più diversi, anche contraddittori tra loro e, alla bisogna, sostituirsi persino vicendevolmente. Come è teoria e prassi dello stile ‘politico’ della nota, mai troppo esecrata, ‘Compagnia’«il fine giustifica i mezzi».  In tal caso – si sia di ciò consapevoli o no – si è servi, burattini, dell’Oscuro Signore: del Principe dell’Oscuro Pensiero. E questi è il padre della menzogna, e dell’avversione: che è sempre avversione allo Spirito, avversione alla Verità. Come si può leggere nel Vangelo di Giovanni, 8, 44 – anche questa volta voglio essere un po’ ‘evangelico’ – nel testo greco, e nella traduzione, bella e precisa, della Riveduta del valdese Giovanni Luzzi: «ὑμεῖς ἐκ τοῦ πατρὸς τοῦ διαβόλου ἐστε καὶ τὰς ἐπιθυμίας τοῦ πατρὸς ὑμῶν θέλετε ποιεῖν. ἐκεῖνος ἀνθρωποκτόνος ἦν ἀπ’ ἀρχῆς καὶ ἐν τῇ ἀληθείᾳ οὐκ ἔστηκεν, ὅτι οὐκ ἐστιν ἀλήθεια ἐν αὐτῷ. ὅταν λαλῇ τὸ ψεῦδος ἐκ τῶν ἰδίων λαλεῖ, ὅτι ψεύστης ἐστιν καὶ ὁ πατὴρ αὐτοῦ. – Voi siete figli del diavolo, che è vostro padre, e volete fare i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin dal principio e non si è attenuto alla verità, perché non c’è verità in lui. Quando dice il falso, parla di quel che è suo perché è bugiardo e padre della menzogna».

Per cui, parvemi evidente che sulla questione della Verità non siano possibili ‘compromessi’ di sorta, che non esistano ‘menzogne’ dette ‘a fin di bene’, che non siano un ingannar se stessi e gli altri. Queste, comunque, producono sempre disastri: in ogni campo, e più di tutti in campo spirituale. Perché, sempre nel Vangelo di Giovanni, 14, 6, leggiamo: «ἐγὼ εἰμι ἡ ὁδὸς καὶ ἡ ἀλήθεια καὶ ἡ ζωή· Io sono la Via, e la Verità, e la Vita». Non cercare la ‘Verità’, o addirittura avversare la ‘Verità’, è smarrire la ‘Via’, perdere la ‘Vita’, cercare e trovare la ‘morte’: la ‘morte spirituale’. E ‘Signore della Morte’, come lo è dell’Avversione, è proprio l’Oscuro Signore. Per questo, per il sincero, e audace, ricercatore spirituale, l’unica ‘Via’ da seguire, oggi, è la ‘Via della Verità’, la ‘Via dell’Io’, dell’‘Io Sono’. Che è la ‘Via del Pensiero’: la ‘Via del sublime eroismo’. La ‘Via’ instancabilmente indicata da Rudolf Steiner e da Massimo Scaligero. Non quella di Orao. Non la ‘via’ del misticismo, del sentimentalismo, del moralismo, della ‘chiaroveggenza visionaria’.

L’Iniziazione è un evento eterno – in ogni tempo, e in ogni luogo, sempre uguale a se stesso – ma la ‘Via’, che conduce all’Iniziazione ad una vita spirituale più alta, la ‘preparazione’, o ‘catarsi’, o ‘purificazione’ dalle inerenze del contingente e dell’effimero nell’anima, che devono produrre prima la ‘illuminazione’, e condurre poi alle soglie dell’Iniziazione, non può non cambiare, nello spazio e nel tempo, a seconda dei mutamenti che intervengono nella interiore costituzione occulta dell’uomo, nonché della diversità che si riscontra nella tipologia dei singoli uomini. Per l’occidentale uomo moderno, le forme possibili di accesso all’Iniziazione sono – secondo l’insegnamento del Maestro dei Nuovi Tempi – l’Iniziazione ‘cristiano-gnostica’, e quella ‘rosicruciana’. Come prospettiva futura, connesse alle due precedenti ‘forme’, come sviluppo ulteriore e coronamento delle medesime, vi è l’Iniziazione ‘manichea’. L’esperienza del ‘Graal’ viene ad essere il coronamento dell’esperienza iniziatica cristiano-gnostica, rosicruciana, e manichea. Sotto vari aspetti, peraltro, l’esperienza del ‘Graal’ ha un rapporto profondo, e coincide con quella ‘manichea’.

L’Iniziazione, le sue ‘forme’, i ‘contenuti conoscitivi’ che dischiude, i ‘gradi’ di essa che il discepolo attraversa, non sono affatto una ‘abilissima’, ‘intelligentissima’, ‘sapientissima’, escogitazione ‘umana’. Nulla di tutto ciò! Sono qualcosa che proviene dall’Eterno, da una dimensione ‘ultraumana’: dal Mondo Spirituale. E il Mondo Spirituale non sa che farsene di tali ‘abilissime’, ‘intelligentissime’ perfomance ‘umane’ – comunque sempre ‘umano-troppo umane’ – e la pretesa ‘sapienza’ umana appare agli occhi delle Gerarchie Celesti ‘stupidità’, ‘hybris’ ossia ‘arroganza’, disprezzata e odiata dai Numi, ‘illusione’, ‘follia’ di chi dalla maya viene giocato e mosso come un burattino.

Alla guida dell’Iniziazione ‘cristiano-gnostica’, come Iniziatore – che a quel che mi risulta, è ancora attiva, sia pure difficilissimamente accostabile – vi è Zarathustra, ossia il Gesù salomonico, che al Battesimo del Giordano fece il massimo sacrificio nei confronti del Logos, e che dopo il Mistero del Golgotha è sempre ricomparso in frequenti vite terrene come il Maestro Gesù. All’origine dell’Iniziazione ‘rosicruciana’, come Iniziatore degli Iniziati – secondo l’espressione di Massimo Scaligero – vi è Christian Rosenkreutz, ossia Hiram, e Giovanni-Lazzaro, autore del Vangelo di Giovanni, che, anche lui, ricomparirà sempre nuovamente in frequenti vite terrene: la sua ultima ‘apparizione’ pubblica sarà quella settecentesca come Conte di Saint-Germain. L’Iniziazione ‘manichea’ ha, invece, come Guida e Iniziatore, Mani, il ‘Figlio della Vedova’, che rinascerà come Parzifal nell’epopea del Graal. Queste attribuzioni – ci tengo a dirlo esplicitamente – non sono frutto di una mia personale elaborazione intellettuale, né sono frutto di una ambigua pretesa ‘veggenza’: esse sono rigorosamente documentate – tutte e solo – di Rudolf Steiner. Ricevetti, a suo tempo, dal Lascito di Rudolf Steiner, tutta la documentazione probante che le dimostra, e nei colloqui con Hella Wiesberger ho potuto raccogliere altre importanti comunicazioni orali in proposito. Inoltre, applico col massimo rigore a me stesso il principio essenziale di atteggiamento interiore di ‘mich zurückziehen’, indicatomi da Hella Wiesberger, ossia di ‘ritrarmi’, di ‘cancellarmi’, per far parlare direttamente l’Opera di Rudolf Steiner. Se ciò sentivano il dovere di fare Marie Steiner, Michael Bauer, Alfred Meebold, Giovanni Colazza, e Massimo Scaligero, tanto più dovrò farlo io, che circa mia oceanica – incosciente, e a volte un po’ spensierata – imperfezione non ho dubbio alcuno. Il fatto che altrettanto non faccia Orao, è cosa che non può non lasciare oltremodo perplessi.

Quanto alla sovrumana elevatezza dei queste figure spirituali – attingo sempre, e solo, alle ‘comunicazioni’ di Rudolf Steiner, senza permettermi interpolazione veruna – vi è da considerare che Zarathustra è un Bodhisattva, Christian Rosenkreutz un Eloha, o Eloah, ossia egli fa parte della Gerarchia degli Elohim. A questo proposito, posso riportare quello che mi disse Massimo Scaligero, in un incontro che ebbi con lui alla fine di una riunione, che teneva a Roma, in Via Barrili, ossia che Giovanni  Colazza gli riferì che: «Gli occultisti chiamano i devoti di Christian Rosenkreutz: gli ‘elohisti’». Mentre – sempre Rudolf Steiner dixitMani è uno ‘Spirito della Saggezza’, della Gerarchia delle Kyriotetes. E sempre secondo Rudolf Steiner, Mani ‘guida’, ‘ispira’, tre figure spirituali: il Buddha Shakyamuni che porta il discepolo dell’Iniziazione, attraverso l’Ottuplice Sentiero, alla purificazione del corpo astrale, trasformandolo in Sé Spirituale, nel Manas, e all’esperienza dell’accogliere lo Spirito Santo; Zarathustra, che porta il discepolo alla trasformazione del corpo eterico in Spirito Vitale, nella Buddhi, e all’esperienza dell’accogliere il Christo; e Sciziano, che porta il discepolo alla trasmutazione del corpo fisico in Uomo Spirito, nell’Atma, e all’esperienza dell’accogliere il Padre.

E poiché vi è una relazione profondissima tra la cosmologia, la cosmogonia, l’essere delle Gerarchie da una parte, e le ‘Vie’ che conducono a realizzare l’Iniziazione dall’altra, è bene che su alcuni concetti venga fatta estrema chiarezza. Questo proprio in quanto quel che scrive Orao, nel suo non voler tener conto di ciò che comunica Rudolf Steiner sulla base di una scientifica ‘chiaroveggenza esatta’, anzi di voler, in taluni casi, addirittura ‘correggere’, e ‘sostituire’ i risultati della propria ambigua ‘veggenza visionaria’ alle comunicazioni del Maestro dei Nuovi Tempi, finisce per andare apertamente in rotta di collisione con i dati fondamentali della Scienza dello Spirito, dell’Antroposofia, portata da Rudolf Steiner. Per esempio, se prendiamo il libro La Genesi ei i misteri della versione biblica della creazione, traduzione di Emmelina de’ Renzis, Gius. Laterza & Figli Editori, Bari, 1932, nella sesta conferenza – settima nell’edizione dell’Editrice Antroposofica curata da Iberto Bavastro – tenuta a Monaco il 22 agosto 1910, alle pp. 107-108, possiamo leggere:

«Quando vediamo l’uomo entrare, piccolissimo bambino, nell’esistenza, sappiamo che in lui ancora non è sviluppato quella che chiamiamo unità di coscienza. Il bambino, del resto, non pronunzia la parola Io, che tiene unita la coscienza, se non dopo qualche tempo. Allora ciò che vi è nella sua vita animica s’inserisce nell’unità della coscienza. L’uomo cresce in altezza in quanto riunisce le diverse attività che nel bambino sono ancora decentrate. Raccogliere quelle attività è dunque nell’uomo un evolversi verso uno stato superiore. In modo analogo possiamo immaginarci il progresso evolutivo degli Elohim. Questi hanno esplicato una certa attività durante l’evoluzione preparatoria dell’uomo. Per il fatto di aver esplicato questa attività, essi hanno imparato qualcosa, hanno essi stessi recato un contributo per sollevarsi a un grado superiore. Come gruppo, essi hanno ormai raggiunto una certa unità di coscienza; non sono, per così dire, rimasti semplicemente un gruppo, ma sono diventati un’unità. L’unità, in certo modo, acquistò esistenza. Ciò che ora diciamo, è cosa di straordinaria importanza; fino ad ora vi potevo soltanto dire, che i singoli Elohim erano fatti in modo, che ciascuno di essi aveva una capacità speciale. Ognuno di essi poteva recare un contributo al comune intento, alla comune immagine, secondo la quale essi volevano formare l’uomo. E ciò che l’uomo era, non era, in certo modo che un’idea, nella quale potevano collaborare.  Questo, dapprima, nel lavoro degli Elohim, non era ancora niente di reale. La realtà sorse soltanto, quando essi ebbero creato il prodotto comune. Con questo lavoro stesso, però, essi si evolvettero a maggiore altezza, evolvettero la loro unità fino a divenire realtà, sicché ormai non erano più soltanto sette, ma il settetto era un tutto, e noi possiamo ora parlare si una «Elohimità», manifestantesi in settemplice modo. Allora soltanto sorse questa Elohimità; essa è ciò, a cui gli Elohim si sono innalzati col loro lavoro. E la Bibbia lo sa; la Bibbia conosce l’idea, che gli Elohim, in certo modo, sono prima i membri di un gruppo e poi si coordinano in una unità, in modo che prima essi lavorano insieme come membri di un gruppo, e poi vengono diretti da un organismo comune. E questa unità reale degli Elohim, in cui gli Elohim esercitano la loro azione come arti, come organi, viene chiamata dalla Bibbia «Jahve-Elohim».

Avete così, in modo più profondo di quel che finora non fosse possibile avere, il concetto di Jahve, di Jehova. Per questo la Bibbia, nella sua narrazione, parla dapprima soltanto degli Elohim e, quando gli Elohim stessi sono progrediti a un grado superiore, all’unità, comincia a parlare di Jahve-Elohim. Questa è la ragione più profonda, perché alla fine dell’opera della Creazione comparisce a un tratto il nome Jahve».

Questa citazione dal ciclo sulla Genesi, tenuto da Rudolf Steiner a Monaco di Baviera nell’agosto 1910, mostra una volta di più quanto sia errata – e soprattutto come essa sia una blasfema menzognal’identificazione che Orao fa di Jahve con Lucifero. Orao vuole basarsi sulla propria ambigua ‘veggenza visionaria’, della quale ho potuto documentare numerosi errori, e non vuole tenere conto di quanto Rudolf Steiner afferma – con assoluta coerenza logica con la propria intera opera – in un’opera stampata già nel 1932, che Orao sicuramente possedeva, e preferisce invece valersi della propria soggettiva errante percezione, presumendo di ‘correggere’ quanto comunica il Maestro dei Nuovi Tempi, perché non è affatto pensabile che Orao non avesse letto il ciclo di Steiner sulla Genesi, uno dei più importanti, che sicuramente aveva in casa. Ma una cotale ‘presunzione’ di infallibilità della propria ‘visionaria veggenza’, oltre che certa fonte di innumerevoli errori, perché conoscitivamente basata su un ‘metodo’ errato e incongruo, è ‘hybris’, ‘arroganza’, ‘tracotanza’ – ossia il contrario di quella ‘devota venerazione’ verso la Verità e la Conoscenza, che Rudolf Steiner pone come prima qualità necessaria nel libro Iniziazione – ed è, in definitiva, nel suo volersi ‘sostituire’ al Maestro, come oggettivamente fa, un vero e proprio atto di ‘tradimento’ verso l’Iniziazione stessa. E, a questo punto, si ben comprende, la sorda opposizione alla ‘Via del Pensiero’, e il tentativo di sostituirvi una ‘novella’ – è il caso di dire: nel duplice significato del termine – ‘Iniziazione’, la cui spiritualmente ‘irregolare’ natura vedremo sùbito.  

Orao, nel capitolo di Resurrezione intitolato La ricerca del Graal, pp. 81-102, comincia a descrivere quella che – a suo dire – è, e sarà, la novella «Iniziazione», la «Iniziazione del Graal», e lo fa sulla base della sua, personale, soggettiva, concezione – ma sarebbe più esatto dire: ‘visione’ – cosmologica. Una tale ‘visione’, basata su una ‘chiaroveggenza visionaria’, è errata nel ‘metodo’, e fallace nei ‘contenuti’, ossia nei ‘risultati’ che una tale soggettiva ‘veggenza’ inevitabilmente produce. La visione cosmologica sulla quale si basa Orao, diverge, contraddice, e tacitamente pretende addirittura ‘correggere’ – come ho potuto mostrare e documentare – quella scientifica, esatta, innumerevoli volte controllata, e verificata, di Rudolf Steiner. Ma, se questa ‘visione’ cosmologica di Orao è errata – ed è dimostrabilmente erratissima – anche lo è anche la ‘via iniziatica’ proposta, che su tale fallace ‘visione’ si fonda. E questo per la semplice ragione – illustrata da Rudolf Steiner nella Filosofia della Libertà – che «allorché il peso del primo piano fa crollare il pian terreno, assieme a quest’ultimo vien giù anche il primo piano». Può sembrare banale e lapalissiano, ma spesso si trascurano, e si dimenticano, ‘banalità’ evidenti di questo genere.

Abbiamo a che fare con un duplice errore: da una parte, si ‘pretende’ di ‘correggere’ le comunicazioni di Rudolf Steiner, e, dall’altra, si ‘presume’ di essere all’altezza di indicare una ‘novella iniziazione’, che – nella forma esposta ex cathedra, ed ex tripode, da Orao – Rudolf Steiner assolutamente non ha mai e poi mai dato. Dunque, ‘pretensione’ e ‘presunzione’, che conducono, fatalmente, a risultati esiziali: ‘orgoglio’, ‘prevaricazione’, ‘tradimento’ dell’Opera del Maestro dei Nuovi tempi, e grande acritico, feroce, violento, fanatismo in coloro che alle sue ambigue ‘rivelazioni’, con fede cieca, si affidano.

La stessa persona, il signor M., che nel gennaio scorso, in un suo commento su un noto social forum pubblicò, con evidente ammirazione, una frase tratta dal libro Resurrezione, la Luce dei nuovi Misteri, p. 15, ove è detto: «Solo delimitando la facoltà della ragione mentale e sensoria avanza l’elemento della Fede, che è percezione pura dell’anima», pochi giorni fa – sempre commentando sullo stesso social forum – riferendosi al mio presente studio, mi invita ad ‘essere spregiudicato’, e ad ‘aver fede’. Così egli scrive:

«Quando si racconta una propria esperienza l’altro dovrebbe attivare l’esercizio della spregiudicatezza. Ovviamente questo è reversibile, per cui altrettanto su quanto esprime lo scrittore e cioè HDP [Hugo de’ Paganis]. Se proprio si leggessero alcuni passi di Resurrezione di Orao, ella parla proprio della Fede e della coscienza. Tutti noi siamo in perenne bilico tra fede e coscienza. Pertanto, HDP affermerebbe che alcune dichiarazioni di Orao rispetto a Steiner sono errate e sono facenti parte di una visione incosciente. Ma noi abbiamo realmente sperimentato quanto Steiner afferma? È altresì abbiamo sperimentato quanto Orao afferma? Oppure ci si basa anche qui su la fede? Dunque come tu affermi si potrebbe criticare anche quanto Steiner afferma no? Morale! Allora ci si muove in silenzio interiore ma anche una fede [sic!]. Chi ha conosciuto entrambi può anche “almeno aver percepito la personalità di entrambi”! Dunque se ci si vuole anche osservare non solo i dieci capitoli demolitori di Orao da parte di HDP, ma anche quanto poi ha affermato riguardo alla cristologia in genere allora si potranno trarre le conclusioni».

Anzitutto, ‘avere spregiudicatezza’ non significa affatto accettare per fede: significa avere il coraggio di esaminare diligentemente anche quella che può apparire una ‘verità improbabile’; significa, inoltre, avere il coraggio di affrontare una ‘verità scomoda’, che può far crollare dal piedistallo ‘figure’, che, come ‘idoli’, vengono sentimentalmente ‘adorate’ da molti. ‘Spregiudicatezza’ significa ‘esaminare’, non ‘accettare obbligatoriamente’. Da parte mia, poi, io non sono affatto «in bilico tra Fede e coscienza». Io non ho affatto ‘fede’ in ciò che Rudolf Steiner afferma: io ho certezze assolute, ossia sono certoassolutamente certo – per averle verificate, razionalemente e sperimentalmente verificate – di una serie di sue affermazioni. Chiaramente, non tutte: nella pratica interiore, la verifica è ‘opus in fieri’. Ma, evidentemente, in oltre cinquant’anni di Scienza dello Spirito praticata quotidianamente con appassionato ardore, dedicandovi tutte le forze e tutto il tempo disponibile, ‘qualcosa’ avrò pur ‘sperimentato’, anche se – per innato pudore – non è mia abitudine parlarne. Ed ho verificato altresì, che una serie di affermazioni di Orao sono decisamente errate, che sono false, ossia : che non sono altro che menzogne.

Rudolf Steiner, nelle Osservazioni preliminari alla prima edizione tedesca della sua La Scienza Occulta nelle sue linee generali, editrice Antroposofica, Milano, 1969 – cito da una delle varie edizioni pubblicate dall’Editrice Antroposofica, perché penso esse siano più accessibili al signor M. rispetto alle edizioni Laterza di prima della guerra – pp. 27-28, a proposito del ‘verificare’ le sue comunicazioni di Scienza dello Spirito, così scrive:

«Ma tutto ciò che andrebbe detto, a questo proposito, è contenuto nel libro stesso, nel quale si mostrerà come il pensiero razionale» – il ‘pensiero razionale’, dunque, per Rudolf Steiner, e non la ‘fede’ limitante la ‘ragione’, come affermano Orao ed M. – «possa e debba essere assolutamente la pietra di paragone di quanto vi è descritto. Solamente chi sottoponga questo contenuto a un esame razionale, non altrimenti di quanto si fa per il contenuto delle scienze naturali, potrà decidere su quello che l’intelletto dice di un siffatto esame. […]

Sebbene il libro si occupi di indagini non accessibili all’intelletto legato al mondo dei sensi, pure nulla vi è detto che non sia comprensibile alla ragione scevra di preconcetti, e ad un sano senso della verità di ogni persona che voglia usare le sue qualità umane. L’autore lo dice chiaramente: egli vorrebbe soprattutto lettori che non fossero disposti ad accettare per fede cieca il contenuto del libro, ma piuttosto tali che si sforzassero di controllarlo sulla scorta delle conoscenze della propria anima e delle esperienze della propria vita1. Egli desidera soprattutto lettori prudenti che ammettano soltanto ciò che può giustificarsi logicamente. L’autore sa che il suo libro non varrebbe nulla, ove dovesse fondarsi esclusivamente sulla fede cieca; esso vale solo nella misura in cui può giustificarsi di fronte alla ragione spregiudicata. La fede cieca può troppo facilmente scambiare ciò che è stolto e superstizioso con ciò che è vero. Alcuni che volentieri si accontentano della sola fede nel «soprasensibile» troveranno che in questo libro si esige troppo dal pensiero. Ma in questa esposizione non si tratta di un’esposizione purchessia; essa deve corrispondere a ciò che risulta  a un’indagine coscienziosa dei rispettivi domini della vita. E si tratta proprio di quei domini nei quali le cose più alte confinano facilmente con la ciarlataneria sfacciata, e nei quali la conoscenza e la superstizione si toccano nella vita reale; dove, soprattutto, è così facile confonderle fra di loro».

Riporto anche la nota 1, di Rudolf Steiner, relativa a questo paragrafo:

«Non si vuole alludere solamente al controllo scientifico-spirituale, mediante i metodi d’indagine soprasensibile, ma anzitutto al controllo, perfettamente possibile, sulla base del sano e spregiudicato pensare umano. (Nota aggiunta alla IV edizione del 1913)».

Il lettore attento ha potuto constatare, nel corso di questo mio studio sul libro Resurrezione, come l’opera di Orao non sia affatto ‘scevra di presupposti’ – come rigorosamente esige, invece, la scientificità del ‘metodo’ di Rudolf Steiner – e come, già ad un semplice esame razionale e logico, essa mostri insanabili incongruenze e contraddizioni patenti nei confronti dell’Opera del Maestro dei Nuovi Tempi. Ora, l’investigazione spirituale di Rudolf Steiner, ch’egli sottopone volentieri – anzi, come abbiamo visto, lo esige – all’esame razionale, è basata un ‘metodo’, che ha una giustificazione conoscitiva, mentre la ‘veggenza visionaria’ di Orao non si fonda su una base scientifica conoscitivamente giustificata, e che, di conseguenza, porta a risultati palesemente errati e contraddittori, con grave pregiudizio del valore della ‘novella via iniziatica del Graal’, che pretende e presume voler indicare.  

Massimo Scaligero riferisce, in Dallo Yoga alla Rosacroce. come proprio dalla lettura, avvenuta nella primavera del 1940, di alcune pagine della Scienza Occulta di Rudolf Steiner, che trascrivo dall’edizione di Laterza del 1932, la stessa da lui allora usata, egli trasse la certezza assoluta della rigorosa e della veridicità della ‘Via’ indicata dall’Antroposofia. In quelle pagine, ch’egli volle indicarci, vi è il ‘metodo’ assolutamente sicuro che conduce l’aspirante all’Iniziazione all’esperienza diretta del Mondo spirituale. È il ‘metodo’ del ‘pensiero libero dai sensi’, contro il quale si sono scagliati gli strali di coloro che propugnano una morbida ‘via dell’anima’, e parlano della ‘Via del Pensiero’ come di una ‘via’ pericolosa, che potrebbe sfociare nella ‘via del sublime egoismo’. Giova, quindi, riportare quelle parole di Rudolf Steiner, perché mostrano quanto si sia lontani dall’ambiguo mondo fantastico e sentimentale di Orao. Così troviamo alle pp. 223-225:

«Il valore interiore del gradino immaginativo della conoscenza viene assicurato, quando in appoggio delle concentrazioni (meditazioni) animiche appunto descritte, il discepolo coltiva l’abitudine di ciò che si può chiamare il «pensiero libero dai sensi». Allorché l’uomo si forma un’idea basata su quanto è stato osservato nel mondo fisico-sensibile, questa idea non è libera dalla influenza dei sensi. Ma non è detto che l’uomo possa formarsi soltanto idee di quel genere, né che il pensiero umano diventi vuoto e insignificante quando non è riempito dalle osservazioni dei sensi. Per il discepolo dell’occultismo la via più sicura per conseguire tale pensiero libero dai sensi potrebbe essere quella, di assimilare gl’insegnamenti della scienza dello Spirito riguardo ai fatti del mondo superiore e formare di essi il contenuto del proprio pensiero. Questi fatti non possono essere osservati per mezzo dei sensi fisici; nondimeno il discepolo si accorgerà che li può comprendere, purché eserciti sufficiente pazienza e perseveranza. Il mondo spirituale non può essere da noi investigato senza un’adeguata preparazione; ma anche senza la disciplina superiore possiamo arrivare a comprendere tutto ciò che ci viene riferito dagli occultisti. Se qualcuno ritenesse di non poter accettare con convinzione ciò che viene riferito dagl’investigatori, perché direttamente non è in grado di verificare quelle notizie, egli cadrebbe in errore, essendo assolutamente possibile, per mezzo della semplice riflessione, di acquistare l’assoluta convinzione della verità di quelle comunicazioni. E se qualcuno non riesce con la riflessione a formarsi tale convinzione ciò non proviene affatto dall’impossibilità di «credere» a qualcosa che non si vede, ma unicamente dal fatto, che la sua riflessione difetta tuttora di imparzialità, di larghezza e di profondità. Per chiarire questo punto bisogna riflettere, che il pensiero umano, quando si stimola interiormente con energia, arriva ad abbracciare un campo molto più vasto di quello che di solito gli viene assegnato, poiché il pensiero contiene un’essenza interiore, la quale è in rapporto con il mondo supersensibile. L’anima di solito non è cosciente di questo rapporto, perché è abituata a educare il suo pensiero soltanto per il mondo dei sensi, e giudica perciò incomprensibili le comunicazioni tratte dal mondo supersensibile; ma queste sono comprensibili, non soltanto per il pensiero educato alla disciplina occulta, ma anche per ogni pensiero, che sia cosciente di tutta la propria forza e desideroso di servirsene. Assimilando continuamente in tal modo gl’insegnamenti dell’investigazione occulta ci si abitua a pensieri che non sono tratti dalle percezioni dei sensi; s’impara a riconoscere che nell’intimità dell’anima un pensiero vien contessuto dall’altro, un pensiero si associa all’altro, anche quando il loro nesso non è determinato dalla forza dell’osservazione sensoria. L’essenziale è il fatto di accorgersi, che il mondo del pensiero ha una vita interiore, e che mentre si pensa ci si trova nel campo di una forza supersensibile vivente. L’uomo dice a se stesso: «Vi è in me come un organismo formato di pensiero; io sono però tutt’uno con esso». Abbandonandosi al pensiero libero dai sensi si diventa coscienti di un’essenza che fluisce nella nostra vita interiore, così come le proprietà delle cose sensibili che noi osserviamo con i sensi fluiscono in noi attraverso i nostri organi fisici. L’osservatore del mondo fisico dice: «Là fuori, nello spazio, vi è una rosa; essa non mi è estranea, perché mi si rivela per mezzo del suo colore e del suo profumo». Orbene, quando agisce nell’uomo il pensiero libero dai sensi, basta ch’egli sia spregiudicato per poter dire ugualmente a se stesso: «Qualcosa di essenziale si rivela a me, ricollega in me un pensiero all’altro e costituisce in tal modo un organismo formato di pensiero». Le due attività però destano sentimenti diversi; vi è una differenza fra ciò che si palesa all’osservatore del mondo sensibile esteriore, il quale vede la rosa, e ciò che essenzialmente si rivela all’uomo nel pensiero libero dai sensi. Il primo osservatore si sente di fronte alla rosa, si sente al di fuori di essa, mentre colui che si abbandona al pensiero libero dai sensi ne sente l’essenza che gli si rivela come dentro di sé, si sente tutt’uno con essa. L’uomo, il quale più o meno incoscientemente dà valore essenziale soltanto a ciò che gli sta di fronte come oggetto esteriore, non potrà certamente avere il senso che una cosa di per sé essenziale possa rivelarsi a lui anche per il fatto ch’egli si senta tutt’uno con essa. Per discernere la verità a questo riguardo occorre potere avere la seguente esperienza interiore. Bisogna imparare a distinguere fra le associazioni di idee volontariamente create e quelle sperimentate in noi, quando la nostra volontà è messa a tacere. Nell’ultimo caso si può dire: «Io rimango completamente tranquillo, non provoco nessuna concatenazione di idee, mi abbandono a ciò che «pensa in me». Allora si può dire con ragione: «Agisce in me un alcunché di essenziale»; come pure si ha diritto di dire: «Ricevo un’impressione dalla rosa, quando vedo un determinato colore, o percepisco un determinato profumo». Non vi è nessuna contradizione nel fatto di avere attinto il contenuto dei proprii pensieri dagl’insegnamenti dell’investigatore spirituale. I pensieri già esistono quando ci abbandoniamo ad essi; ma non si potrebbero pensare se non si creassero ogni volta a nuovo nell’anima. Si tratta appunto di questo: che l’investigatore occultista desti nel suo uditore o lettore dei pensieri, che questo deve attingere anzitutto in sé stesso, mentre colui il quale descrive delle realtà sensibili indica qualcosa che può essere osservato dall’uditore o dal lettore nel mondo sensibile».

Il fondamento conoscitivo dell’esperienza iniziatica indicata da Rudolf Steiner, basata sull’essenza originaria del pensare che ritrova il proprio vivente essere non riflesso, è evidente dalle su riportate parole del Maestro dei Nuovi Tempi nella sua Scienza Occulta. È una ‘Via Assoluta’, ossia ‘incondizionata’, ‘senza presupposti’, non contaminata da nulla che sia esterno all’‘atto’ del pensare puro, del pensiero libero dai sensi, del pensare attuante se stesso in se stesso: come ‘forma’ e ‘sostanza’, al contempo, di se stesso: nel pensiero vivente coincidono ‘forma’ e ‘sostanza’, e pensare sentire e volere. Orao, invece, parte da presupposti religiosi, confessionalmente condizionati in senso cattolico, e si appoggia su personali, soggettive, esperienze ‘mistiche’ e ‘visionarie’, tutt’altro che indipendenti dal corpo, che generano errori ed illusioni. Orao propone una ‘Iniziazione graalica’, una ‘Iniziazione della coppia’, strettamente fondata su una errata visione cosmologica, frutto di sue sognanti esperienze soggettive: comunque divergenti dalle chiare comunicazioni di Rudolf Steiner. Inoltre, Orao, come vedremo, sempre sulla base della propria errata concezione cosmologica, propone una ‘pratica’, definita ‘rituale’, di coppia che rischia fortemente – per mancanza di fondamento conoscitivo – di scivolare in una di quelle forme di ‘magia sexualis’, che abbondano negli ambienti dell’occultismo cattolico: il caso del conte Umberto Alberti, Erim, di Catenaia e di sua moglie Ersilia, il caso di Paolo e di Luciana Virio, sono esempi emblematici, oltremodo eloquenti, di un tale ‘scivolamento’. Sed de hoc sapienti satis.

A p. 84 del capitolo La ricerca del Graal di Resurrezione, troviamo il collegamento che Orao compie tra la propria soggettiva, errata, visione cosmologica, l’identificazione ancora più errata, e soprattutto blasfema, di Lucifero col ‘Settimo Elohim’, ossia con Jahve, e la sua problematica ‘operazione rituale’ tra uomo e donna. Infatti, ivi così leggiamo:

«E poiché a tale trasmutazione del Sé superiore nel Cristo cooperano le entità angeliche cui abbiamo accennato, occorrerà mai smarrire che la ritualizzazione iniziatica d’amore è una realizzazione cosmica: la coppia ne è l’esecutrice; sacerdote, forza e impulso il Logos. È dalla coppia però che tale Impulso si diffonde su tutta l’aura della Terra e, più da vicino ancora,  su tutti quanti sono e si muovono intorno all’uomo e alla donna immessi in tale sacra operazione.

Il mondo spirituale ha come demandato ai due il cómpito di restituire redenzione al Settimo Elohim, perfino alla sua azione nello spazio celeste-solare, affinché egli possa tornare ad essere da entità lunare entità solare, divenendo il più importante collaboratore del Cristo. «Oggi stesso sarai con me in Paradiso», questa promessa diviene così attuazione del Logos nell’essere umano, ma inizialmente proprio nella coppia. Pertanto, se tutto potrà essere ricongiunto con la matrice ideale originaria, la prima funzione da redimere sarà proprio quella che per prima subì la contaminazione, ossia la funzione procreativa. Si sottolinea il fatto che innanzi tutto l’unione sessuale tornerà ad essere finalità per la procreazione come fu in origine, allorché ci si sentiva spinti ad unirsi perché un’anima doveva incarnarsi. Nei remotissimi tempi tale spinta era possibile perché sostanza maschile e femminile non erano ancora coppia, ma unità predestinata dall’Alto per il compiersi nel terrestre di un determinato stato evolutivo che l’anima che si incarnava doveva percorrere».

Anzitutto, la diffusione dell’Impulso del Christo nell’aura della Terra – stando a quel che afferma nel 1908 Rudolf Steiner nel ciclo di Amburgo sul Vangelo di Giovanninon è opera dell’‘azione rituale’ – leggi ‘sessuale’ – della coppia umana, perché, se dipendesse realmente da tale ‘azione rituale’, allora la situazione dell’umanità sarebbe veramente disperata.  È opera, invece, di quel che avvenne nel Mistero del Golgotha: come vedremo in un mio studio, attualmente in preparazione. Infatti, così si esprime Rudolf Steiner nella dodicesima, ed ultima conferenza, del 31 marzo 1908, intitolata La Vergine Sofia e lo Spirito Santo, nel Vangelo di Giovanni, trad. di Willy Schwarz, L’Editrice Scientifica, Milano, 1956, pp. 210-211:

«Ma cosa si era compiuto, in verità? In verità, quella compagine corporea, di Gesù di Nazareth, abbandonata dall’io, era talmente matura, talmente perfetta, che poté penetrarvi il Logos solare, l’essenza dei sei Elohim, che abbiamo descritto come l’essenza spirituale del Sole. Esso poté incarnarsi per tre anni in quella corporeità, poté farsi carne. Il Logos solare (che per mezzo dell’illuminazione può risplendere nell’uomo), il Logos stesso, lo Spirito Santo, vi penetrò; vi penetrò l’io cosmico, e da quel momento, dal corpo dei Gesù di Nazareth parlò per tre anni il Logos solare, cioè il Cristo. A questo evento si accenna nel Vangelo di Giovanni (e anche negli altri Vangeli) con l’immagine della discesa della colomba, dello Spirito Santo, su Gesù di Nazareth. Nel cristianesimo esoterico questo fatto si esprime dicendo che in quel momento l’io di Gesù di Nazareth abbandona il suo corpo e che da allora parla in lui lo spirito del Cristo, per insegnare ed operare. Questo è il primo grande evento, espresso nel Vangelo di Giovanni: abbiamo dunque il Cristo nel corpo fisico, eterico e astrale di Gesù di Nazareth. Egli opera nel modo e nel senso che abbiamo descritto, fino al mistero del Golgotha. Che cosa avviene sul Golgotha? Avviene quanto segue. Teniamo presente il momento veramente importante, quello in cui il sangue scorre dalle ferite del Crocifisso. Per chiarire meglio la cosa, ricorrerò a un paragone.

Immaginate di avere un recipiente pieno d’acqua, in cui fosse disciolto un sale. Se si procede a raffreddare l’acqua, il sale si deposita: si potrà vedere come il sale precipita  e si deposita in basso. Questo è il processo, come si manifesta a chi osservi solo con gli occhi fisici; ma per chi guardi con occhi spirituali, avviene anche qualcos’altro, attraverso l’acqua, e la riempie tutta. Il sale può precipitare solo in quanto lo spirito del sale lo abbandona per diffondersi nell’acqua. Chi conosce queste cose, sa che laddove ha luogo una precipitazione, oppure una condensazione, avviene sempre una spiritualizzazione. Quel che si condensa dunque verso il, basso, ha la sua controparte spirituale, verso l’alto. Anche nel mistero del Golgotha, dunque, non avvenne solo un fatto fisico: mentre il sangue fluiva, si svolgeva anche un processo spirituale. E questo consiste nel fatto che lo Spirito Santo, ch’era stato accolto nel Battesimo nel Giordano, si congiunse con la Terra. Da quel momento, la Terra fu trasformata; come ho già ricordato nelle conferenze precedenti, vista da un astro lontano, la Terra avrebbe presentato una completa trasformazione dal momento dell’evento del Golgotha. Il Logos solare doveva congiungersi colla Terra, allearsi con lei, diventarne lo Spirito».

Poi,  che «il mondo spirituale ha come demandato ai due [cioè, secondo Orao, alla coppia uomo-donna] il cómpito di restituire redenzione al Settimo Elohim [ovverossia di Lucifero erratamente, e sacrilegamente, identificato con Jahve], perfino alla sua azione nello spazio celeste-solare, affinché egli possa tornare ad essere da entità lunare entità solare, divenendo il più importante collaboratore del Cristo», è un’affermazione di Orao, che francamente non sta né in Cielo né in Terra. E questo perché Lucifero non è affatto il settimo Eloah o Eloha, ossia non è Jahve, e non è punto una ‘entità lunare’ – come abbiamo potuto vedere nelle parti precedenti del presente studio. Personalmente, io – nella mia molto limitata sapienza, e nella mia illimitata ignoranza – mi ero modestamente fatto  l’idea essere Michael – il ‘Volto del Christo’‘il più importante collaboratore del Christo’. Rudolf Steiner afferma che la redenzione di Lucifero non avverrà nella fase di evoluzione ‘Terra’, e nemmeno nella prossima incarnazione della Terra, ossia sul futuro ‘Giove’, e che essa si attuerà solo sulla futura ‘Venere’. Quelli di Orao sono errori non da poco: errori addirittura capitali. Ed è inquietante che la ‘graalica via della coppia’, che propone in Resurrezione, discenda in linea diretta proprio da simili errati presupposti, frutti di una deviata ‘veggenza visionaria’. Infine, l’affermazione di Orao, che: «si sottolinea il fatto che innanzi tutto l’unione sessuale tornerà ad essere finalità per la procreazione come fu in origine», è proprio una dottrina – ‘dogma’ da obbligatoriamente credere, e ‘precetto’ al quale disciplinatamente obbedire – della Chiesa cattolica, mentre la visione antroposofica e rosicruciana è completamente differente. Ma ancora una volta, dantescamente, ‘le carte son piene’, e devo rimandare al proseguo di questo studio l’esame della ‘via iniziatica’ che Orao ha la presunzione di indicare.

SCIENZA DELLO SPIRITO, VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO

VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. TREDICESIMA PARTE.

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In una delle redazioni dattiloscritte, compilate da Massimo Scaligero – ne formulò varie versioni, in epoche diverse, venendo incontro ad esigenze oggettive diverse – delle Regole essenziali per lo sviluppo interiore secondo la Scienza dello Spirito, egli descrive gli esercizi basilari con i quali si deve formare interiormente colui che aspira a realizzare l’Iniziazione ad una superiore vita spirituale e, di conseguenza, giungere alla conoscenza diretta del Mondo Spirituale. La percezione del Mondo Spirituale – delle forze, dei processi e delle entità spirituali – è cosa tutt’altro che semplice, e conosciamo la precisa distinzione che Rudolf Steiner fa tra il semplice ‘chiaroveggente’, che unicamente ‘vede’, non tutto ‘vede’, non necessariamente ‘comprende’ ciò che ‘vede’, e non necessariamente sa discernere l’autentica, oggettiva, ‘realtà’ spirituale dalla fallace ‘illusione’, in ciò che ‘vede’, e l’‘Iniziato’, che, invece, non solo lucidamente, e integralmente, ‘percepisce’, ma altresì ‘comprende’ la ‘realtà’ dello Spirito, ed è in grado di annientare inesorabilmente – è in grado di farlo sempre – ogni fonte di ‘illusione’, ossia ogni soggettiva fantasia, ogni menzogna, ogni illegittimo, invadente, influsso di avverse deità ostacolatrici in lui.

Parlando di questi esercizi, Massimo Scaligero sottolinea la necessità che il discepolo dell’Iniziazione giunga ad appropriarsi della capacità di distinguere la verità dall’errore, la realtà dall’illusione. Egli dà delle qualità risultanti dalla pratica di quegli esercizi fondamentali, non una immagine moralistica – come cercano di fare coloro che tentano di cattolicizzare il suo pensiero – bensì ‘conoscitiva’, ossia come scaturenti direttamente dall’‘atto’ del pensare intuitivo descritto nella Filosofia della Libertà di Rudolf Steiner. Infatti, mediante essi il discepolo si distoglie dalla abituale acquiescenza passiva nei confronti del ‘fatto’ – abitudini mentali, reazioni emotive automatiche, emergenti pulsioni istintive – per elevarsi alla coscienza dell’‘atto’, che si invera nel processo dinamico del pensare e del percepire. Da questo punto di vista, la stessa Ascesi indicata da Rudolf Steiner nel libro L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori, non è altro che Filosofia della Libertà applicata: è il prodotto, il risultato, dell’ ‘atto’ della ‘fantasia morale’, scaturente dal momento dinamico del ‘pensare intuitivo’. Questo, secondo l’esplicita dichiarazione di Rudolf Steiner stesso. Alle pp. 4-5 del suddetto opuscolo dattiloscritto, Massimo Scaligero così si esprime:

«Occorre guardarsi dall’alimentare in se stessi l’illusione che le qualità risultanti dai cinque esercizi già si posseggano, solo per il fatto che si è capaci talora di positività, spregiudicatezza, ecc.: tali qualità vanno sviluppate di proposito, con impegno metodico e con la precisa intenzione dell’azione liberatrice delle forze superiori dell’anima: quelle che dànno modo al discepolo di scindere l’essenziale dall’illusorio, di vedere la realtà oltre la parvenza.  

Attraverso il gradino del vedere interiore, il discepolo giunge a quello dell’udire spirituale. Trovandosi sul gradino del “v e d e r e”, gli occorre anzitutto imparare in quale rapporto le immagini delle cose stiano con queste: il conoscere vero. Egli penetrerebbe impreparato nella sfera delle esperienze astrali, se si abbandonasse alle iniziali percezioni interiori, senza forze di orientamento. Anche per questo gli occorre una guida, o un Guru (Maestro), che gli insegni fin dall’inizio come si concatenino le esperienze». 

E proprio qui è la questione fondamentale: distinguere l’essenziale dal non essenziale, la verità dalla menzogna, la realtà dall’illusione. Il ‘veggente’, di per sé, ‘percepisce’ sì questo o quel fatto, o evento, astrale o spirituale, ma – con le sue sole forze – non può mai sapere se quel che percepisce è autentica verità, realtà, oppure se non sia, invece, inganno, illusione, irrealtà, ossia menzogna. Inoltre, il ‘veggente’ potrebbe decidere di voler fare a meno di una ‘Guida’, e – in maniera insana e improvvida – di ergersi a ‘Maestro’. In questo caso, si ha una vera e propria ‘prevaricazione’, e si consegna inconsapevolmente – e perciò tanto più stupidamente – nelle mani delle avverse deità ostacolatrici. Le quali possono fornire all’incauto ‘veggente’ imponenti esperienze allucinatorie, ingenuamente credute ‘immaginative’, ed ispirare una illudente e menzognera ‘sapienza’, che avvelena poi l’anima del ‘veggente’, e quella di coloro che gli si affidano. Il ‘veggente’sive mas sive faemina, come dicevano i Romani – può giungere ad saturare l’anima di quelle ‘percezioni’ di carattere immaginoso, scambiate, appunto, per reali ‘immaginazioni’: può giungere ad una vera e propria ‘inflazione immaginativa’, e l’ego può, con estrema facilità, enfiarsi sino a livelli ‘stratosferici’.

In tale condizione – in una condizione francamente patologica: di patologia animica – può nascere nell’incauto veggente, che abbia tralignato dal retto e prescritto ‘Sentiero della Conoscenza’ una forma, dichiarata o meno, di avversione per la ‘Via del Pensiero’ e per la Concentrazione. Specialmente se il ‘veggente’ fai-da te – sive mas sive faeminanon ha una solida formazione scientifica e filosofica, ossia non ha una rigorosa formazione di pensiero, può muovendosi nell’ìnfida, e infìda, palude astrale – ove i peggiori inganni sono all’ordine del giorno – cadere nel visionarismo più medianico, e non accorgersene neppure. Il soggetto in questione può, lui  cieco, farsi ‘guida’ di altri ciechi, col prevedibile risultato che finiscano poi tutti nel primo baratro che si aprirà fatalmente sotto i loro piedi. Ad un tale soggetto – ma anche a coloro che ad esso si affidano – capiterà talvolta di ricevere ‘avvertimenti’ da coloro che invece hanno ‘Conoscenza’ certa, ma, nella loro egoica infatuazione, li spregeranno, e talvolta si ribelleranno con ira, reagendo rabbiosamente a tali generosi ‘avvertimenti’.  Evento avvenuto, e del quale – in taluni casi – sono stato testimone. Purtroppo.

Certo, la necessaria, rigorosa, formazione scientifica e filosofica non è detto che il discepolo della Scienza dello Spirito se la debba fare, a fortiori, nella scienza ufficiale, e nella filosofia corrente – non ho alcun dubbio circa la ‘intelligentissima stupidità’ delle attuali corporazioni scientifiche, e genericamente universitarie, le quali, soprattutto negli ultimi decenni sono ridotte in uno stato pietoso – ma può benissimo farsela all’interno della stessa Scienza dello Spirito, dell’Antroposofia. Ma occorre essere – con grande rigore – profondamente leali nei confronti di essa, e senza farsi ‘sconti’ di sorta. Occorre lealtà, gratitudine verso i Maestri, e grandissimo rigore morale. Bisogna non ‘presumere’ di ‘completare’, di ‘correggere’ i Maestri, e ancor meno ‘sostituirsi’ ad essi. Esattamente in ciò consisterebbe la ‘prevaricazione’, il ‘tradimento’. Una volta avvenuto il ‘tralignamento’ conoscitivo, la ‘prevaricazione’, seguono, poi, sovente, conseguenze morali, che creano situazioni veramente problematiche: menzogne, tradimenti umani, distruzioni di amicizie, persecuzioni di persone, spergiuri, manipolazioni dell’altrui libertà, macchinazioni più o meno ‘machiavelliche’, il ritenere che – ‘a fin di bene’, naturalmente – si possano compiere le azioni più meschine e turpi.

Massimo Scaligero, alle pp. 6-7 del citato opuscolo, dopo aver parlato della posizione del discepolo dell’Iniziazione nei confronti del Maestro – il Guru della Tradizione orientale – nelle ‘Vie’ orientale, in quella yoghica, e in quella cristiano-gnostica, così si esprime nei confronti della ‘Via’ che meglio si adatta all’uomo moderno, che sino in fondo sia veramente ‘figlio di questo tempo’:

«Indipendenti al massimo si è nella Via Occidentale, o “rosicruciana”: che si rivolge a coloro per i quali lo Spirito è immanenza, o presenza, nell’Io, ossia agli uomini più moderni. Qui il Guru non è più la guida, bensì il consigliere che dà a ciascuno il suggerimento sul da farsi. Egli cura che, parallelamente all’addestramento interiore, il discepolo svolga un energico sviluppo del ‘pensare’: senza il quale non è possibile reale formazione interiore. Ciò dipende dal fatto che il pensare ha una proprietà che le altre attività non hanno. Ogni attività interiore si muove sul piano in cui sorge, senza superarlo, anche se utilizza forze di altri livelli.. si può dire che ogni livello ha le proprie percezioni. V’è un’attività, invece, che si muove simultaneamente nei vari mondi, dal fisico, all’animico, allo spirituale, ed è il p e n s i e r o  l o g i c o. Un pensiero logico che divenga coscientemente veste  di una verità, risuona, anche non sapendolo, nei mondi superiori, come una reale forza. Movendo da tale principio, la disciplina rosicruciana addestra prevalentemente il pensiero, trasformandolo in una forza cosciente di ascesa dal piano fisico a quello puramente metafisico. Il pensiero, divenendo autonomo, si congiunge con le forze superindividuali del sentire e del volere, costituendo un’unica forza reintegratrice di quel che nell’uomo è originario».

Naturalmente, i contenuti spirituali dei quali il pensiero logico diviene veste – e questa è l’arte del meditare, ed anche quella dello ‘studio’, in senso rosicuciano, ossia della elaborazione meditativa dei testi della Scienza dello Spirito – devono essere quelli ‘giusti’, ossia devono essere ‘verità’ di ordine autenticamente spirituale, provenienti da un autentico Maestro spirituale, e non parti soggettivi di una ‘veggenza visionaria’, o frutto di una elaborazione meramente ‘intellettuale’, o ‘dialettica’, o scaturire da ambigui afflati ‘mistici’, perché in tal caso si produce qualcosa di spiritualmente ‘irregolare’, di ‘patologico’: qualcosa che avvelena le anime. Come, del resto, abbiamo avuto modo di vedere nelle comunicazioni di Rudolf Steiner, allorché egli descrive quanto avvenuto nell’Ottocento nelle lotte, nelle quali si trovò in mezzo Helena Petrovna Blavatsky, tra le confraternite occulte ‘di sinistra’ anglo-americane e quelle indiane, che portò lo scatenamento dello spiritismo e della medianità nel mondo, e a tutto quello che riguarda la falsificazione della funzione occulta di Jahvè e della Luna terrestre in rapporto famigerata ‘ottava sfera’ – operata in concordi forme diverse – da tali contrapposte confraternite occulte ‘di sinistra’. Ed abbiamo visto che qualcosa di troppo simile compie Orao in Resurrezione. Per questo, è tanto più necessario fondarsi sul rigoroso ‘metodo’ della ‘Via del Pensiero’ – che è la ‘Via’ dell’Io, ossia  la ‘Via’ dello Spirito oltre l’anima – portata da Rudolf Steiner e da Massimo Scaligero. Per questo, è necessario essere leali, e fedeli, verso i Maestri, verso il loro insegnamento, che non deve essere alterato, o surrettiziamente ‘sostituito’. Infatti, scrive Massimo Scaligero, a p. 7, del citato opuscolo:

«Il Guru è, nella disciplina rosicruciana, soltanto un amico saggio che consiglia il discepolo, perché il Guru reale, l’Io, lo si educa nell’individualità propria, col proprio radicale lavoro di pensiero. Anche in questo caso, perciò in forma diversa, il Guru è necessario, essendo fondamentale apprendere il metodo della liberazione del pensiero. La redenzione del mentale è l’inizio della vera Magia: ma fa appello a qualcosa di più che il pensiero dialettico. Il discepolo giunge a meritare di riconoscere spontaneamente, autonomamente, l’azione che sulla liberazione del pensiero esercita il contenuto interiore di specifiche opere dovute al Maestro dei nuovi tempi, portatore dell’accennato insegnamento perenne. Lo studio meditato di tali opere – contro cui si appuntano naturalmente gli attacchi critici delle varie scuole legate al passato – equivale alla più energica disciplina interiore. Si tratta di leggere non per apprendere, ma per rivivere determinati pensieri o immagini, in cui è inserita la forza del Pensiero Vivente».  

L’Iniziazione è un evento eterno. In ogni epoca essa è stata ‘Conoscenza’, capacità di percepire il Mondo Spirituale, i suoi processi, i suoi eventi, le sue entità. L’Iniziazione il discepolo la conquista, sacrificando il contingente per l’Incondizionato, l’effimero per l’Eterno. Ciò implica – anzi esige – la morte dell’ego, e l’annientamento radicalecompiuto senza misericordia veruna – di tutte le velleità, e di tutte le illusioni dell’ego. Ma, come ammonisce Massimo Scaligero nell’Avvento dell’Uomo Interiore, da lui poi rielaborato come l’Uomo Interiore, «nello Spirito non si sta, nello spirito si è». Ossia, nell’esperienza spirituale – e, di conseguenza, nel cammino spirituale – non vi è nulla di ‘scontato’; in esso non si può ‘vivere di rendita’, perché lo Spirito è ‘atto’, non un mero ‘fatto’. L’azione spirituale è – sempre – un ‘atto eroico’: un vivere, o un rivivere, ogni volta, il volitivo annientamento di ogni legame con l’effimero, ogni volta, il sacrificio del contingente per l’Incondizionato, per l’Assoluto. Il venir meno a questo impegno, il volgere le spalle ad esso, è il ‘tradimento’. Lo scegliere le intelligentissime ‘strategie’ umane, le abili ‘macchinazioni’, le plausibili ‘menzogne’, invece della nuda semplicità dello Spirito, è la ‘prevaricazione’, è il ‘tradimento’. Siccome nella sfera dello Spirito non vi è nulla di ‘scontato’,  nulla di ‘automatico’, è possibilissimo ‘smarrire’ l’Iniziazione, e – peggio ancora –  giungere persino a ‘pervertire’ l’Iniziazione.

Rudolf Steiner, Giovanni Colazza, Massimo Scaligero avvertono – anzi perentoriamente ammoniscono – che in qualsiasi momento vi può essere, anche nell’Iniziato, un risorgere improvviso della natura inferiore, un subitaneo riattizzarsi delle più violente velleità dell’ego. Massimo Scaligero diceva: «Io posso tradire in qualsiasi momento», e non abbassava MAI la guardia nei confronti delle deità ostacolatrici. Sotto questo aspetto, l’Iniziato è un ‘lottatore contro la morte’, e ricordo come, in una riunione svoltasi a Roma, in Via Barrili, Massimo Scaligero pronunciasse, con grande forza, alzando la mano destra aperta, le potenti parole del Buddha Shakyamuni, riportate nel Majjhima Nikayo, «Oggi è da dare battaglia, forse domani non saremo più. Per noi non vi sia tregua contro la grande Armata della Morte», ossia: contro le schiere dell’Oscuro Signore.  

Il Mondo spirituale conosce Verità, e non menzogna; conosce umile ed eroica ‘azione pura’, e non tatticismi, macchinazioni, intrighi; conosce il coraggioso schierarsi per la Verità e la Giustizia, e non ‘compromessi’, ‘transazioni’; conosce incondizionata venerazione per la Verità e la Conoscenza, gratitudine e lealtà verso i Maestri, e non l’abile ‘inavvertito trasbordo ideologico’, la ‘prudentissima’, vilissima, denigrazione dei Maestri e del loro insegnamento, nonché la tacita, truffaldina, ‘sostituzione’ dell’originario, schietto, loro insegnamento, con ‘abili’, ‘intelligentissime’, ‘dottrine umane’, in realtà intelligentissime escogitazioni ‘umano-troppo umane’, che con l’autentico Mondo dello Spirito nullaassolutamente nulla – hanno a che fare. Questa è ‘prevaricazione’, e questo è ‘tradimento’. Chiunque ciò compia.

Dopo questa necessaria premessa generale, torniamo ad esaminare il testo di Orao. Dopo aver esaminato nella parte precedente il ‘metodo’ di Orao, e averlo dimostrato fondamentalmente errato, ed in aperta contraddizione con quello conoscitivamente fondato sulla Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner, dobbiamo ora esaminare i ‘contenuti’, ovvero i ‘risultati’ della ‘chiaroveggente’ indagine spirituale che Orao, sulla base del suo fallace ed illudente ‘metodo’, ha proclamato essere ‘verità certe’, le quali invece si dimostreranno – sempre alla luce della Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner – illusioni, inganni, mortali menzogne. Anzitutto, come vedremo sùbito, vi sono in Orao, pesanti condizionamenti da parte della teologia cattolica, ossia da parte di quella teologia che, secondo Rudolf Steiner, è la principale responsabile del moderno materialismo scientifico ed etico. In Resurrezione – il primo dei due libri sinora pubblicati dall’editore Tilopa, e non sappiamo se ne seguiranno ancora altri – Orao, a p. 15, dove sottolineerò, come mio uso, in grassetto alcune affermazioni, così letteralmente scrive:

«Dopo le molte dispute teologiche sul primato della ragione sulla fede e della fede sulla ragione, proprio quando si delimitarono i confini conoscitivi alla ragione, allora si confermò che la fede era in grado, come unico stato di coscienza, di raggiungere una condizione essenziale: quella di credere l’uomo nato da sostanza spirituale (perché il Cristo si era fatto carne) e già albergante in sé la realtà del Cristo come scintilla conoscitiva».

A dire il vero la ‘fede’ – quale qui viene intesa – più che uno ‘stato di coscienza’, è uno ‘stato d’incoscienza’, perché la credenza – l’ho già scritto – non è, e non può essere ‘Conoscenza’. Tra l’altro, proprio contro la ‘Conoscenza’contro la ‘Gnosi’, contro ogni forma di ‘Gnosi’ – basilidiana, valentiniana, ofita, sethiana, manichea, o catara che fosse – si accanì la persecuzione più spietata, crudele, e omicida, della Chiesa cattolica d’Oriente e d’Occidente. Ed una delle ricorrenti accuse fatte a Rudolf Steiner, tra le altre molte, è appunto quella di essere uno ‘gnostico’, e di essere una ‘Gnosi’ viene accusata la stessa Antroposofia. All’essere umano, si giunse a strappare – nel Concilio ecumenico di Costantinopoli dell’869 – lo Spirito dalla costituzione occulta dell’uomo, tra l’altro contraddicendo Paolo di Tarso, che invece ne parla esplicitamente. Per la Chiesa, l’essere umano è, solo e unicamente, corpo e anima, lo spirito – il quale soltanto nell’uomo potrebbe conoscere lo Spirito, perché solo il simile conosce il simile – all’uomo viene ‘amministrato’, sacramentalmente, dalla gerarchia sacerdotale, che avrebbe – a suo proprio dire – il potere di mettere il ‘fedele’ – ossia colui che, avendo ‘fede’, crede incondizionatamente ai dogmi, ed obbedisce ordinatamente a ciò che dalla gerarchia ecclesiale gli viene comandato – in ‘comunione’ con lo Spirito, ma che si arrogherebbe altresì il potere di togliere tale ‘comunione’, quindi di ‘scomunicare’, a chi compia una hàiresis, una ‘scelta’ diversa, e non accetti i suoi dogmi, e non si uniformi ai suoi voleri.

Più sotto, sempre a p.15, Orao, fa una serie di considerazioni, una delle quali ho potuto leggere pure, in un noto social forum, più volte citata – non so quanto a proposito – da tale M., ma che ora è bene reinserire nel suo contesto:

«Il Logos è sempre stato e sempre sarà nell’uomo. Egli è l’uomo stesso e l’uomo si sperimenta come tale proprio perché già in sé percepisce l’essere di quella essenzialità».

Ora, naturalmente, io non dubito affatto che il Logos sia l’essenza dell’essere umano, che sia – secondo un felice neologismo tedesco coniato da Rudolf Steiner – la Ichheit, l’autentica ‘essenzialità dell’Io’ nel suo Io. Ma una cosa è che l’essere umano sia identico al Logos, e sicuramente lo è, e tutta un’altra cosa è ch’egli abbia coscienza di tale identità. Anzi, si può dire che tutto il male, e il soffrire umano, nascano proprio dal baratro che si è spalancato in lui tra ‘essere’, e ‘coscienza’. A dirla tutta, da millenni – salvo nobili quanto rare eccezioni – l’essere umano, soprattutto in Occidente, ma ormai sempre di più anche in Oriente, non ha proprio più nessuna coscienza di una tale identità. Certamente, l’Assoluto è alla base di ogni essere umano, ma lo è anche, senza eccezione veruna, di ogni essere non umano terrestre – pietra, pianta, animale – e lo è anche di ogni essere estraumano appartenente alle Gerarchie celesti – Angelo, Arcangelo, etc. – ed ognuno di questi esseri umani, non umani ed estraumani, nel profondo, è identico all’Assoluto, ma ‘esserlo’ non significa affatto automaticamente ‘saperlo’, ‘conoscerlo’. Uno dei vertici dell’esperienza spirituale è realizzare la coscienza della ‘Identità Suprema’, ma questa è mèta di arduo conseguimento. Nulla di scontato.

E poche righe dopo troviamo la parte citata da M. sul noto social forum :

«Solo delimitando le facoltà della ragione mentale e sensoria avanza l’elemento della fede, che è percezione pura dell’anima: così la ebbe il primo asceta cristiano, al quale ogni elemento della natura rispondeva che lui non era Dio, mentre l’anima affermava che lui poteva rispondere su tale interrogativo, perché era lei quel contenuto divino medesimo, in quanto fattura del divino medesimo».  

A parte il poetico affabulante linguaggio di Orao, che per taluni può essere forse suggestivo e sommuovere una facile emotività, vi sono alcune osservazioni da fare circa ciò che qui viene affermato. Abbiamo già visto, che non si tratta affatto di «limitare le facoltà della ragione mentale e sensoria», bensì di portarle – abolendo i limiti nelle quali sono costrette dalla identificazione dell’essere interiore dell’uomo alla veste somatica – a piena espansione e sviluppo, a piena coscienza: sino a giungere a sperimentare coscientemente il loro ‘momento genetico’, il loro ‘momento dinamico’. Che al primo asceta cristiano – qui probabilmente Orao si riferisce ad una pagina autobiografica delle Confessioni di Agostino di Ippona, rievocante un periodo della sua vita tutt’altro che “ascetico”, e non proprio ancora molto “cristiano” – «ogni elemento della natura rispondesse che lui non era Dio», è fare della ‘letteratura’, non della ‘Scienza dello Spirito’. Così come rispetto all’affermazione del fatto che «che l’anima affermava che lui poteva rispondere su tale interrogativo perché era lei quel contenuto divino medesimo, in quanto fattura del divino medesimo», viene fatta altrettanta poetica affabulante ‘letteratura’, e non vi è in essa nulla di ‘scientifico’. Non ho mai trovato che Rudolf Steiner, o Massimo Scaligero usassero un tale ‘suggestivo’ linguaggio, anzi è più che evidente come essi lo evitassero di proposito.

Quanto al fatto che «l’anima sia divina in quanto fattura del divino», bisogna dire che qui l’affabulante poetico linguaggio è intenzionalmente vòlto ad evitare di esprimersi chiaramente – ossia in maniera da evitare di non dar luogo ad equivoci, esprimendosi troppo chiaramente – circa un punto molto dolente per chiunque risenta del pesante condizionamento da parte della teologia cattolica. Una delle accuse che la Chiesa cattolica, romana o ortodossa, fa – giustificatamente dal suo punto di vista – è l’accusa di ‘panteismo’, ch’essa rivolge all’Antroposofia, ma anche a tutto l’esoterismo. Per la Chiesa cattolica, romana o ortodossa, vi è un incolmabile abisso tra Dio e le ‘creature’ tutte, tra la ‘Trascendenza’ di Dio e la ‘contingenza’ delle suddette ‘creature’, e in particolare quella dell’uomo. Per la teologia cattolica, Dio ha ‘creato’ – così recita da sempre il Catechismo ecclesiale – il mondo e l’uomo dal ‘nulla’, mediante un atto gratuito ed arbitrario della sua volontà, per cui l’essere umano, nella sua immanenza, è quanto di più ‘contingente’, effimero e precario. Mentre, per la Scienza dello Spirito, per l’Antroposofia, ma anche per ogni autentico esoterismo, l’uomo è ‘emanato’ dall’Uno, e non ‘creato dal nulla’, e il mondo è, esso stesso, ‘emanazione’ dell’Uno, di Dio, e niente affatto ‘creato’, esso pure, dal ‘nulla’. A mio modo di vedere, ed ho avuto modo di scriverlo in passato, sarebbe oltremodo auspicabile che i ‘creati dal nulla’ evitassero di occuparsi delle cose degli ‘emanati dall’Uno’, e lasciassero in pace questi ultimi, ma – a giudicare dalla pervicace intolleranza di venti secoli – temo che la mia sia vana speranza. 

«Per l’uomo moderno, però, neppure tale conferma può essere sufficiente: la fede, nata dal limite conoscitivo della ragione, non può bastare, perché da essa egli si sperimenta escluso dalla partecipazione all’azione stessa del divino, oltre che in sé, nel Cosmo. Dalla fede semplice derivano due correnti non valide per l’esistenza dell’uomo odierno: il panteismo (vedere Dio senza discernimento in tutto, quindi abolendo il principio della libertà autonoma del pensiero-volontà, rendendo Dio responsabile di tutto), o la deificazione della natura, del terrestre, del dato sensibile separato dalla controparte ideale e ideante di cui l’uomo è indissociabile mediatore (materialismo, pragmatismo, soggettivismo razionalistico). La ragione fece largo alla fede cosciente; la fede cosciente, ossia la persuasione di avere il Cristo in sé e di essere «persona» per il Cristo in sé, farà largo alla conoscenza da parte dell’Io vivificato dall’Impulso celeste del proprio Sé quale gemmazione originaria dello Spirito e di conseguenza farà largo alla sperimentazione dal piano eterico dell’unità ed identificazione con l’Impulso-Cristo, vivente nel terrestre come nel Cosmo superiore, inconosciuto nell’anima, ma da là conoscibile e pulsante nel volere più profondo».

Tutto questo discorso di Orao potrà, forse, anche suggestionare e illudere chi scambi l’oscurità per profondità, e preferisca abbandonarsi passivamente all’ambigua, e comoda, emotività senziente. Invece per chi voglia pensare coraggiosamente, lucidamente, e spregiudicatamente, ossia senza ‘presupposti confessionali’ o ‘teologici’, tutto questo discorso è basato, e addirittura letteralmente infarcito, di menzogne. Nelle poco cristiche confessioni ‘cristiane’, storicamente, la ‘fede’ è nata non dal «limite conoscitivo della ragione», perché, anzi, proprio le Chiese ‘cristiane’ hanno lottato ferocemente contro la ‘ragione’, attuando ogni forma di repressione violenta di essa, e di ogni forma di libertà di pensiero. Il ‘panteismo’ non è affatto nato dalla «semplice fede»: anch’esso è stato vittima del più feroce ‘odium theologicum’, e combattuto violentemente con ogni mezzo. Gnostici, Manichei, e Catari, proclamavano il primato della ‘ragione’ sulla semplice ‘fede’, e invitavano apertamente a non ‘credere’ sino a quando la ‘ragione’ non avesse compreso, e confermato, quanto veniva annunciato come verità. Nel medioevo, spesso, il termine greco ‘Logos’ veniva tradotto in latino con ‘Ratio’, ossia con ‘Ragione’, e a Padova vi è, decorato da bellissime pitture angeliche, il ‘Palazzo della Ragione’. Del resto, se non fosse così, perché mai i Rosacroce avrebbero chiamato il Mondo Spirituale superiore, estraformale, devachan superiore, arupa devachan, ‘Mondo Celeste’, o ‘Mondo della Ragione’, come si può leggere nella Saggezza dei Rosacroce, ed anche in altre cicli di conferenze, di Rudolf Steiner?!  

«La ragione» non «fece largo alla fede cosciente»: essa fu repressa, e spietatamente perseguitata dalle poco cristiche chiese ‘cristiane’, le quali per un pavor metaphysicus, per un incoercibile terrore di fronte all’incandescenza dissolvitrice dello Spirito, annientatore di tutto ciò che è, in quanto natura caduta, ‘maceria spirituale’, hanno rinunciato alla ‘Gnosi’ salvivica, hanno rinunciato a ‘conoscere’, e la decaduta ‘fede’ è stata la consacrazione della voluta, pavida, impotenza dell’anima, che si chiude alla travolgenza trasformatrice, trasmutatrice, dello Spirito. Non solo si è divenuti spiritualmente ‘ciechi’, ma si è altresì preteso dalla gerarchia ecclesiastica, che tutti lo divenissero: si è preteso che ciò che tale gerarchia sacerdotale aveva, per viltà e corruzione, rinunciato a ‘conoscere’, anche gli altri non dovessero ‘conoscere’. Ma è scritto: «Conoscerete la Verità, e la Verità vi farà liberi».

Che, poi, affermare il ‘panteismo’ – o, in buona sostanza, l’‘emanazionismo’ gnostico, che concepisce l’uomo ‘consustanziale’ all’Assoluto – agisca «abolendo il principio della libertà autonoma del pensiero-volontà, rendendo Dio responsabile di tutto», non è solo un grossolano errore di pensiero, bensì è una spudorata menzogna, tipica della teologia cattolica, che vede nella salvifica ‘Conoscenza’, frutto del ‘pensiero folgorante’, o ‘vivente’, che annientando la mâyâ illudente, ricongiunge l’uomo con l’Assoluto, un atto di ‘superbia’, di ‘disobbedienza’, di ‘ribellione’, di ‘arroganza’, di ‘lesa maestà’ nei confronti del Dio, troppo antromorficamente concepito come regale sovrano, il quale – a suo insindacabile arbitrio – ‘crea dal nulla’ e gli esseri umani, e il mondo. Semmai, è proprio il ‘creazionismo’ – come affermavano Gnostici, Manichei, e Catari – a delegittimare l’essere umano, ledendo la sua dignità e libertà, e a rendere Dio responsabile del male nel mondo. Basta leggere le opere di Déodat Roché – in particolare Studi manichei e catari – o quelle di René Nelli, o le stesse scritture catare, le poche e fortunosamente scampate ai roghi, per rendesene conto.  

In realtà, proprio perché l’essere umano è ‘emanato’ dall’Uno, è ‘consustanziale’ all’Assoluto, che – come ha affermato, e scritto, molte volte Massimo Scaligero – permane comunque alla base del suo essere, egli può, e deve, per usare un’espressione dantesca, ‘indiarsi’. Proprio perché egli – un ‘dio caduto’ – è di natura ‘divina’, l’uomo può, e deve, ritornare al Divino, reintegrarsi nello smarrito ‘stato primordiale’, ritrovare la perduta sovrumana grandezza dell’Uomo Cosmico, da lui obliata onde il Divino si manifestasse anche come Autocoscienza, Libertà, e Amore. Dopo la  καταστροφή, katastrophé, la ‘distruzione’, il ‘ruinare in basso’, la sfracellante ‘caduta’ primordiale nella frantumazione della illusoria molteplicità, l’uomo può, infine, attuare la ἐπιστροφή, epistrophé, il ‘risollevamento’, il ‘tornare in alto’, la ‘conversione’ di direzione, onde si attua il ‘ritorno alla Sorgente’, il ‘ritorno all’Uno’, come lo chiamavano Plotino in Occidente, e Laotse in Oriente. Ossia tutto il contrario di quanto afferma Orao.   

Se poi un ricercatore spirituale va leggersi le opere di un Meister Eckhart – che soltanto la morte salvò dalla condanna nel processo che l’Inquisizione dell’eretica pravità gli aveva intestato ad Avignone – o le opere di un San Giovanni della Croce, il quale ebbe – egli pure – persecuzioni, contrasti accesi, e subì carcerazioni, e diffamazioni, può intuire perché Rudolf Steiner apprezzasse così tanto il loro pensiero, sino a tenere una importante conferenza sul pensiero di quest’ultimo, le cui posizioni spirituali egli dimostra essere identiche a quelle del ‘panteismo’ dell’Antroposofia. Vi sono stati persino studiosi che hanno trovato difficile distinguere pensiero e ascesi di Meister Eckhart dal platonismo di Plotino, o dall’Advaita Vedânta di Shankara, e pensiero e ascesi di San Giovanni della Croce dallo Yogashastra di Patañjali. Per Orao, la Sapienza del Mondo Classico d’Occidente, e quella d’Oriente, semplicemente non esistono.

Su questo temerario blog, venne pubblicato, il 23 aprile 2015, un articolo di chi scrive, intitolato Il “prometeico” idealismo magico di Rudolf Steiner, nel quale venne riprodotto un testo – inedito in italiano – nel quale, una volta di più, risulta in maniera inequivocabile il pensiero di Rudolf Steiner circa l’Assoluto, il Divino, e il suo rapporto col mondo. Trovo utile riproporlo qui, in modo che il lettore possa farsi un’idea autonoma su come e cosa egli pensava circa il rapporto tra Dio e l’uomo, Dio e il mondo:

«Professione di fede dell’idealismo empirico.

I. Dio come oggetto del rapporto religioso.

Dio deve essere pensato come la concreta unità dei due momenti, nei quali per la coscienza umana si scinde il mondo formato: il lato dell’esistenza obbiettivo dato, e quello soggettivo prodotto dallo Spirito. Attraverso la scissione dell’esistenza in questi due lati, l’entità divina è inerente al nostro spirito cosciente non come concreto Agens, bensì come idea astratta, che può divenire un contenuto non mediante l’immersione in qualsivoglia elemento obbiettivo, bensì unicamente attraverso il reale, continuativo processo evolutivo dell’umanità. Questo processo evolutivo è il vivere di Dio e, nel conclusivo risultato finale del medesimo, la totale entità di Dio è giunta a manifestazione. 

II. L’uomo in rapporto a Dio e al mondo.

L’evoluzione umana è un incessante superamento delle due sunnominate polarità, dunque un continuativo giungere a manifestazione di Dio. Nella scissione dell’unità originaria del mondo in oggetto e soggetto sta la ragione dell’imperfezione umana. Questa imperfezione si manifesta nel campo dell’agire come non-libertà. Non liberi noi siamo unicamente in quelle parti della attività, nelle quali non si è ancora compiuta la compenetrazione di soggetto e oggetto. In questo caso stiamo sotto l’imperio dell’oggettivo. Quest’ultimo svanisce immediatamente, allorché noi abbiamo compreso lo spirito di una cosa, e la dominiamo in maniera corrispondente alla sua propria essenza. Vista da questo punto di vista, l’evoluzione umana è al contempo una evoluzione divina, e addirittura un incessante processo di liberazione.

Rudolf Steiner, 8.12.1892».

Chiunque conosca, per poco che sia, la storia davvero poco edificante delle confessioni ‘cristiane’, sa appunto come «la ragione» non fece affatto «largo alla fede cosciente». La ‘ragione’, rosicrucianamente intesa, non ha alcun bisogno di limitarsi e far spazio a quella che qui Orao chiama «la fede cosciente», la quale – a suo dire –   a sua volta «farà largo alla conoscenza da parte dell’Io vivificato dall’Impulso celeste del proprio Sé quale gemmazione originaria dello Spirito». La ‘ragione’ ha unicamente bisogno di sperimentarsi – facendo a meno di ogni presupposto: soprattutto di ordine teologico e confessionale – integralmente, ossia di sperimentarsi come ‘pensiero-folgore’, come ‘pensiero vivente’. Per realizzare questo essa non ha alcun bisogno di riconoscersi ed  aderire a nessuna confessione religiosa, tantomeno cattolica. Ed è il cammino conoscitivo stesso di Rudolf Steiner a dimostrare che le cose stanno esattamente così. Ma il Sentiero della Conoscenza, prima sperimentato, e poi indicato da Rudolf Steiner, porta l’uomo ad ‘indiarsi’, a ‘ricongiungersi’ con l’Uno Unissimo, a sperimentarsi come ‘Uomo Universale’, e sperimentare coscientemente la ‘Identità Suprema’ con l’Assoluto. Questo è inaccettabile per la teologia cattolica. E questo è un aspetto che Orao si guarda bene persino dallo sfiorare, ma che è ben presente in tutta l’Opera di Massimo Scaligero.

A questo punto, è possibile intendere l’opposizione, a volte sorda e dissimulata, a volte più esplicita e virulenta, di taluni nei confronti di una radicale ‘Via del Pensiero’, e la loro denigrazione della assoluta fondamentale centralità della ‘Concentrazione’, anch’essa, nella sua radicalità concepita – l’espressione è, naturalmente, di Massimo Scaligero – come ‘atto assoluto’,  come ‘ekagrata assoluto’, come ‘Via a sé sufficiente’. Contro una tale coraggiosa concezione dell’Ascesi si sono diretti gli strali di coloro che vedono nella ‘Via del Pensiero’ il pericolo di diventare una ‘via del sublime egoismo’, secondo la loro ingenerosa espressione. In fondo, l’impostazione di costoro è esattamente quella di Orao, che tuttavia, in verità, si esprime alquanto più ‘prudentemente’, ed alla concezione di Orao, con ogni evidenza essi si ispirano, il che li porta a indicare la necessità di una ‘Via’ diversa da quella indicata, con sin troppo chiare parole, da Massimo Scaligero, che poi è quella di Rudolf Steiner: il filo aureo della ‘Via’ rosicruciana e antroposofica. 

Ma la ‘via’ diversa, indicata da Orao, si basa, appunto su di una concezione, come abbiamo visto, e come constateremo ulteriormente, dal punto di vista scientifico tutt’altro che scevra di ‘presupposti’, anzi inficiata dai ‘presupposti’ più discutibili, soprattutto ‘confessionali’, e, dal punto di vista spirituale, contraddicente – malgrado ogni ‘prudente’ dissimulazione – sia dal punto di vista ‘dottrinario’ che ‘pratico’, ossia dell’Ascesi realizzativa, l’insegnamento di Rudolf Steiner, e quello di Massimo Scaligero stesso. In particolare – ne abbiamo dati al lettore numerosi esempi documentati – dal punto di vista cosmologico e cosmogonico, Orao ‘sostituisce’ – e la cosa può sfuggire facilmente ad un lettore che non sia attentissimo, o che sia emotivamente commosso e suggestionato dall’affabulante, narcotizzante, ‘mistico’ linguaggio di Orao – all’insegnamento di Rudolf Steiner, il suo proprio, frutto della sua personale ‘chiaroveggenza’ soggettiva, la quale, a causa dei troppi, sistematici, ed evidenti, risultati errati, inevitabilmente si è costretti a definire ‘visionaria’. Abbiamo visto che cosa – addirittura con parole dure – Rudolf Steiner dice di una tale ‘chiaroveggenza visionaria’: sia dal punto di vista dei ‘contenuti’, che dal punto di vista ‘morale’.

Ora, la ‘via’ diversa, che in Resurrezione propone Orao, è la conseguenza ‘logica’ – ma dovrei dire, più esattamente, la conseguenza ‘illogica’  – di tale errata ‘chiaroveggenza visionaria’. Ed abbiamo visto quale estrema importanza Rudolf Steiner e Massimo Scaligero diano, dal punto di vista spirituale, al pensiero logico, e al suo risuonare – anche se inavvertito dalla coscienza che si muove sul piano fisico – nei mondi superiori. Abbiamo visto altresì come i frutti di una errata ‘chiaroveggenza visionaria’ non siano paragonabili ad un semplice errore di calcolo algebrico, o ad una errata dimostrazione geometrica, sempre facilmente risolvibili – proprio da un adeguato pensiero logico – sul piano fisico stesso, senza veruna conseguenza spirituale. Mentre, l’errore compiuto da un simile visionario ‘veggente’ crea sul piano astrale, e su quello spirituale, un ‘essere’, che non può affatto venire ignorato, un ‘essere’ col quale si devono fare i conti, un ‘essere’ che,  quale malefico, e venefico, ‘ente di menzogna’ agisce come avversario ostacolante,  e che deve essere energicamente combattuto, e spazzato via. Per esempio, uno di questi veramente malefici errori lo leggiamo a p. 72, di Resurrezione di Orao, dove a chiare lettere si ripete – una volta di più – la falsa dottrina circa la Luna terrestre, oggettivamente identificata alla famigerata ‘ottava sfera’, come nella Blavatsky e nei suoi avversari, per di più aggravata da un ulteriore, ancor più grave, errore che è la menzognera, sacrilega e blasfema, identificazione di Jahve-Jehova con Lucifero. Infatti, a quella pagina, ancora una volta, leggiamo:

«L’entità luciferica stessa aveva in tempi ancora anteriori promanato da sé entità luciferiche, che al tempo della ribellione nei Cieli rifiutarono tutte con essa l’azione del Sole e si trasferirono sulla Luna, abitando il cosiddetto «regno della Luna terrestre». Tali entità agivano dalla Luna sull’astralità dell’uomo in formazione sulla Terra, operando dall’interno di lui verso l’esterno, intenzionate però a dominare tutti i processi tendenti a mantenere la materia morbida e poco densificata».

E, invece, come scrive Rudolf Steiner nel quarto capitolo della sua Scienza Occulta, Jahve fu l’Eloah o Eloha solare, il quale sacrificalmente scelse per sé come ‘dimora’ la Luna terrestre per combattere gl’impulsi luciferici presenti sulla Terra. Fu proprio l’azione di Jahve dalla Luna, come abbiamo visto in parti precedenti del presente studio, ad impedire – riflettendo dalla Luna le forze del Sole, le forze del Logos, come sintesi dei sei Elohim rimasti sul Sole – la ‘mummificazione’ della forma umana, che sempre più avrebbe impedito alle anime umane d’incarnarsi sulla Terra, e quindi permise di mantenere ‘plastica’ la corporeità dell’uomo. In particolare, l’azione di Jahve operò a sottrarre la sfera generativa all’azione di Lucifero, col rimanere tale l’azione procreativa nell’incoscienza della volontà organica profonda. E fu sempre Jahve – come mostra Rudolf Steiner nelle conferenze, tenute ad Amburgo nel 1910, sul Vangelo di Giovanni – a promuovere l’amore umano, prima tra consanguinei nella famiglia, poi nella stirpe, e nel popolo. Ora, su un così enorme, e ben grossolano, errore conoscitivo, che si protrae, e si ripete, per tutto il libro Resurrezione, si basa la ‘proposta operativa’ di Orao. E che, purtroppo, io non mi sbagli in questo esame di tale opera, è mostrato da quanto Orao, ‘correggendo’, e ‘completando’, l’insegnamento Rudolf Steiner, scrive a p. 80 di Resurrezione :

«L’uomo e la donna, indicati per primi nella storia evolutiva quali archetipi della funzione riproduttiva, diverranno in un lontano avvenire anche gli artefici della soluzione liberatoria di questo mistero, adoperando proprio le forze di coscienza  attivate in sé dal Cristo che, per libera e santificata decisione autonoma, vorranno nel loro volere più profondo, fin nella fisicità della struttura del sistema del ricambio, quale soggetto di amore in loro. Gli Iniziati di Vulcano, riuniti ad altri uomini meno evoluti, tradirono i misteri aderenti alle Verità più alte, loro rivelati dalle celesti entità, e connessi col mistero della procreazione quale rito congiunto con la potenzialità conoscitiva per il futuro sviluppo dell’uomo sulla Terra.

Fu da quel momento che la funzione procreativa fu staccata dall’attività conoscitiva: il sangue non fece scorrere più in sé le qualità animiche dell’uomo, ma l’intensità di passioni e desideri sfrenati, interiorizzati dall’azione di Lucifero, e questo contenuto irregolare portò alla solidificazione sempre più mineralizzata del sistema osseo, proprio attraverso la fisicizzazione del respiro. Il sangue recò la sua movenza fino a interferire sul respiro, che era rimasto, ad opera delle entità superiori, attività del corpo eterico, l’unica di questo corpo non aderente al fisico. In precedenza l’uomo l’uomo inspirava la sostanza delle entità cosmiche ed emanava un respiro che cooperava alla crescita della struttura del Cosmo: l’entrata dell’azione di Lucifero legò per un minimo tale aerità alla solidificazione del corpo ed il respiro fu condizionato, attraverso la veicolazione degli impulsi del sangue, alle diverse situazioni del corpo astrale.

Solo mediante l’Impulso-Cristo nell’Io potrà essere posto nuovamente ordine fra queste tre funzioni, aerificando le ossa, eterizzando il sangue, impulsando dall’Io la coscienza-Cristo nel corpo eterico del proprio essere, attraverso la nuova coscienza d’amore ed il nuovo amore per la conoscenza dello spirituale nell’uomo. Ma questo còmpito sarà affidato unicamente al misterioso congiungimento androginico dell’uomo con la donna».

Tutto questo discorso di Orao, che ‘pretende’, e ‘presume’, di ‘correggere’, di ‘completare’, e financo tacitamente ‘sostituire’ l’insegnamento di Rudolf Steiner, in vista della ‘novella Iniziazione’, che vuole proporre, è rigorosamente errato e falso. Per far ciò, Orao altera non poco le comunicazioni date da Rudolf Steiner nella Cronaca dell’Akasha, e in Scienza Occulta. Anzitutto, ‘mescola’, volutamente ‘con-fonde’, eventi che ebbero luogo nell’antica Lemuria, con quelli che accaddero in Atlantide: eventi che si produssero non solo in epoche diverse, ma sotto l’influenza di entità spirituali diverse. In realtà,  non è vero che «fu da quel momento [ossia: solo dopo il tradimento dei Misteri di Vulcano in Atlantide, come si evince da quel che scrive Orao] che la funzione procreativa fu staccata dall’attività conoscitiva», perché tale funzione procreativa venne già tolta alla coscienza dell’uomo, a causa della ‘seduzione luciferica’, già al tempo dell’antica Lemuria, mentre il tradimento dei Misteri di Vulcano avvenne, appunto in Atlantide a causa della successiva seduzione arimanica, e non di quella luciferica. L’evento più rilevante, al quale Orao allude, fu la conseguenza del tradimento dei Misteri di Vulcano, e provocò, come extrema ratio, la distruzione del continente di Atlantide. Ecco alcuni passi significativi a tale proposito. In Cronaca dell’Akasha, trad. di Lina Schwarz, quarta edizione riveduta, Fratelli Bocca Editori, Milano-Roma, 1953, alle pp. 25-27, leggiamo:  

«Grazie a questi fatti si produssero, all’epoca della terza sottorazza, quelle fiorenti comunità che ci vengono descritte nella letteratura teosofica. E le esperienze personali che si andavano facendo, trovavano appoggio da parte di coloro che erano iniziati nelle leggi eterne dell’evoluzione spirituale.

Gli stessi potentissimi re ricevevano l’iniziazione, affinché la capacità personale avesse in essa un sostegno completo. Pel suo valore personale l’uomo a poco a poco si rende atto all’iniziazione; egli deve, prima, sviluppare le proprie forze, da sotto in su, perché poi gli possa venir conferita l’illuminazione dall’alto. Così ebbero origine i re e le guide iniziate degli Atlanti. Un potere immenso stava nelle loro mani; e immensa era pure la venerazione che veniva loro tributata. Ma in questo fatto si nascondeva anche il germe della decadenza e della rovina. Lo sviluppo della memoria condusse all’esaltazione della personalità; l’uomo volle essere esaltato per la sua potenza personale, e quanto più la sua potenza aumentava, tanto più egli voleva sfruttarla a scopi personali. L’ambizione, che si era sviluppata, divenne egoismo, e quest’ultimo condusse all’abuso della forza. Se pensiamo al potere che gli Atlanti avevano acquistato col dominio sulla forza vitale, comprenderemo come l’abusarne dovesse condurre a gravissime conseguenze. Un ampio potere sulle forze della natura poteva venir messo così al servizio dell’egoismo.

Ciò avvenne, pienamente, nella quarta sottorazza, nei Turani primitivi. Questi uomini, avendo appreso a dominare tali forze, se ne servirono spesso per soddisfare le proprie brame egoistiche. Ma, adoperate cosi, queste forze si distruggono per i loro vicendevoli effetti. È come se in una persona i piedi volessero a tutti i costi avanzare, mentre il resto del corpo volesse retrocedere.

Tali rovinosi effetti poterono essere arrestati soltanto pel fatto che una forza superiore si sviluppò nell’uomo: la forza del pensiero. Il pensiero logico domina e frena i desideri personali egoistici.

L’origine del pensiero logico è da ricercarsi nella quinta sottorazza, quella dei Protosemiti. Gli uomini cominciarono ad arrivare più in là del semplice ricordo del passato e a confrontare tra loro le diverse esperienze. Si sviluppò la facoltà del giudizio, la quale regolò i desideri e le passioni. Si cominciò a calcolare e a combinare; s’iniziò il lavorio del pensiero. Se prima gli uomini si abbandonavano a ogni desiderio, ora soltanto cominciarono a chiedere se il pensiero lo approvasse o no.

Mentre gli uomini della quarta sottorazza cercavano violentemente la soddisfazione delle loro passioni, quelli della quinta cominciarono a porgere ascolto ad una voce interiore. E questa voce interiore mette un argine alle passioni, anche se non riesce a distruggere le pretese della personalità egoistica». 

Un discorso ancora più esplicito da parte di Rudolf Steiner lo possiamo leggere ne La Scienza occulta nelle sue linee generali, traduzione dalla 4a edizione tedesca di E. de Renzis e E. Battaglini, con Prefazione di Arturo Onofri,  Gius. Laterza e Figli Editori, Bari, marzo 1932, pp. 170-173:

«Verso la metà dell’evoluzione atlantea il male si sviluppò gradatamente nell’umanità; i segreti degl’iniziati dovettero esser nascosti con molta cura, perché non ne avessero conoscenza gli uomini, i quali non avevano purificato il loro corpo astrale dall’errore, per mezzo di una preparazione adatta. Se essi avessero potuto penetrare con lo sguardo fino a quelle conoscenze occulte, a quelle leggi, a mezzo delle quali le entità superiori dirigono le forze della natura, se ne sarebbero serviti per soddisfare i loro desideri e le loro passioni malsane. Il pericolo era tanto maggiore, in quanto che gli nomini, come abbiam detto, erano entrati in contatto con degli esseri spirituali inferiori, i quali non potevano partecipare alla regolare evoluzione della Terra, e perciò la ostacolavano. Questi spiriti influirono sugli uomini in modo da ispirar loro dei desideri veramente contrari al bene dell’umanità. Orbene, gli nomini avevano però ancora la capacità di disporre delle forze della crescenza e della riproduzione della natura animale e della natura umana. Le tentazioni di quegli esseri spirituali inferiori ebbero forza di sedurre non soltanto gli nomini ordinari, ma anche degl’iniziati, i quali si servirono così delle forze supersensibili, di cui abbiamo parlato, per scopi contrari all’evoluzione dell’umanità; si associarono con tal fine anche altri uomini che non erano iniziati, e che si valevano dei segreti delle forze supersensibili della natura per scopi molto bassi; ne risultò una grande corruzione nell’umanità. Il male si andò estendendo. Le forze della crescenza e della procreazione, quando sono strappate dalla Terra-madre e vengono utilizzate isolatamente, sono in occulto rapporto con altre determinate forze che agiscono nell’aria e nell’acqua; perciò a mezzo delle azioni umane vennero scatenate dalle forze naturali straordinariamente potenti e dannose, che determinarono gradatamente la distruzione della regione atlantea, per mezzo di catastrofi dovute all’aria e all’acqua. […] Un influsso particolarmente sfavorevole venne esercitato dalla divulgazione illecita del segreto di Vulcano, poiché lo sguardo dei seguaci di quel culto era diretto in particolar modo verso le vicende terrestri. Quella divulgazione assoggettò l’umanità a degli esseri spirituali, i quali, per causa della loro passata evoluzione, si opponevano a tutto ciò che proveniva dal mondo spirituale sviluppatosi dalla separazione della Terra dal Sole. Conformemente a questa loro tendenza essi agirono appunto su quell’elemento che si era sviluppato nell’uomo per virtù delle percezioni che egli aveva del mondo sensibile, dietro al quale sta nascosto il mondo spirituale. Tali esseri acquistarono ormai su molti abitanti umani della Terra grande influenza che si fece sentire particolarmente nel fatto, che gli uomini andarono sempre più perdendo il senso delle realtà spirituali. […] Dopo la metà dell’evoluzione atlantea esercitarono influenza nel campo dell’evoluzione umana alcuni esseri, i quali tendevano a spingere l’uomo nella vita del mondo fisico sensibile in modo non spirituale. Questa loro influenza ebbe tale forza che l’uomo, invece di vedere il mondo nel suo vero aspetto, scorgeva delle immagini illusorie e dei fantasmi, e non era esposto soltanto all’influsso luciferico, ma anche all’influsso di questi altri esseri, alla guida dei quali può essere dato il nome di Arimane, perché così fu chiamato più tardi dalla civiltà persiana (Mefistofele è la stessa entità). A cagione di questo influsso l’uomo venne a trovarsi anche dopo la morte soggetto a forze, che lo facevano apparire come un essere completamente dedicato alle condizioni terrestri materiali. La chiara visione dei processi del mondo spirituale venne gradatamente tolta all’uomo; egli dovette sentirsi sottoposto alle forze di Arimane e allontanato in certo qual modo da ogni comunicazione col mondo spirituale».

La ‘seduzione’ luciferica ebbe luogo nell’antica Lemuria, e non in Atlantide, come afferma Orao, e gli effetti sull’anima umana provocarono nella natura lo scatenamento delle forze del fuoco che portarono alla distruzione di quel continente. Nell’epoca atlantidea, invece, ebbe luogo la ‘seduzione’ arimanica, la penetrazione delle forze arimaniche nell’uomo, che operarono alla corruzione delle forze vitali legate alla crescita e alla riproduzione. L’azione di ‘seduzione’ arimanica portò al tradimento dei Misteri di Vulcano, e alla distruzione di Atlantide per lo scatenamento nella natura delle forze legate agli elementi aria e acqua. Le ‘percezioni’ di Orao, scaturenti dalla sua ‘chiaroveggenza’ sono errate, e false. Il suo ‘pretendere’, il suo ‘presumere’ di ‘correggere’, ‘completare’, ‘sostituire’ quanto comunicato dal Maestro dei Nuovi Tempi, porta Orao, e chi si affida alla sua ‘veggenza’ a smarrirsi in sentieri pericolosi: persino alla ‘presunzione’ di poter dare una novella ‘via iniziatica’ la quale, essendo basata su una tale ambigua ‘veggenza’, partorisce menzogne sul piano conoscitivo, e deragliamenti morali sul piano pratico, sul piano operativo dell’Ascesi. Come vedremo nel proseguo del presente studio.     

SCIENZA DELLO SPIRITO, VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO

VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. DODICESIMA PARTE.

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Quella di attenersi sempre, saldamente e risolutamente, alla provvida indicazione che sin dal 1985 mi dette Hella Wiesberger – mia generosa amica, sapiente mèntore, e leale compagna d’armi spirituale – all’atteggiamento interiore di ‘devota venerazione’, di ‘modestia’, di ‘umiltà’, di fronte alla sovrumana Opera di Rudolf Steiner, di ‘sich zurückziehen’, ossia di ‘ritrarsi’‘tirarsi indietro’‘cancellarsi’ per far parlare l’Opera stessa del Maestro dei Nuovi Tempi, nel tempo è divenuta per me una ‘divisa interiore’, una ‘regola aurea’, e cerco di non discostarmi mai da essa. La stessa cosa vale, per me, rigorosamente, anche nei confronti dell’Opera di Massimo Scaligero.

Ma ciò non è per una sorta di cristallizzato ‘conformismo antroposofico’, o ‘scaligeropolitano’, come a volte mi piace dire, celiando un po’, e ispirandomi all’ottimo amico C.: ‘conformismo’ del quale non saprei davvero che farmene. È, piuttosto, per una precisa posizione conoscitiva, che discende del tutto naturalmente dalla ‘logica’‘logica dell’essenza’, come la chiamava Massimo Scaligero, ossia ‘logica’ del Logos – che sta alla base di tutta la Scienza dello Spirito. E chi abbia sperimentato una volta – meglio se più volte – vividamente il coincidere, senza residui, nell’‘atto’ del pensare volitivo, dell’‘essere’ con il ‘momento dinamico’, col ‘processo genetico’ del pensiero, non ha dubbi su quanto sia essenziale ripercorrere fedelmente i pensieri, le connessioni viventi di pensieri, che Rudolf Steiner ha – «con suo immenso sacrifico», Massimo Scaligero dixit‘incantato’ in umane parole.

Si tratta, non tanto di commentare, glossare, studiare in maniera universitaria, ossia intellettuale, l’Opera di Rudolf Steiner – e, sempre per me, la stessissima cosa vale eziandio nei confronti della sacralità dell’Opera di Massimo Scaligero – quanto di ripercorrere volitivamente, attentissimamente, con intenso concentrato pensare la serie dei pensieri di Rudolf Steiner – e di Massimo Scaligero, naturalmente – sino a che la volitiva intensità pensante non consumi, ‘ardendola’, la veste verbale o rappresentativa di quei pensati, e si attui – come lo definirebbero gli asceti shivaiti della Scuola del Trika in Kashmir – il ‘folgorante dischiudimento’ del momento originario del pensare. Questa è la ‘Via’ assoluta, la ‘Via’ senza presupposti, Asparśa, ossia ‘senza appoggi’, ‘ senza sostegni’, la ‘Via’ non ordinaria, quella più difficile, quella meno accetta, e la più temuta dalla pusillanime natura inferiore. Ma è anche la ‘Via’, l’unica, della ‘certezza assoluta’, la radicale sterminatrice delle illusioni, delle false percezioni, delle inconsapevoli, vanitose, presunzioni. Perciò, la ‘Via’ del ‘coraggio assoluto’, dell’autentico ‘coraggio’: quello che Massimo Scaligero chiamava il «coraggio dell’impossibile»

Questa audace ‘Via’ troviamo riflessa – come in una mirabile anticipante prefigurazione – in alcuni aforismi degli Shivasutra, sui quali scrisse parole chiare Raniero Gnoli, allievo di Giuseppe Tucci, amico e discepolo di Massimo Scaligero. Egli in Testi dello Śivaismo, Introduzione, traduzione e note di Raniero Gnoli, Boringhieri, Torino, 1962, p. 14, così limpidamente scrive:

«Alcuni di questi sûtra sono specialmente importanti e ricchi di eco, soprattutto per gli sviluppi che hanno, in progresso di tempo, subìto i concetti in essi brevemente ed enigmaticamente accennati. Tra questi mi piace ricordare i due sûtra 1, 5 (“Il Tremendo è sforzo”) e 1, 12 (“Gli stadi della meditazione yoghica sono stupore”). Il primo già contiene in embrione il concetto dell’io, del pensiero pensante come sforzo, tensione, movimento, ricerca, elaborato dalla posteriore scuola del Riconoscimento. Nel secondo troviamo adombrato il concetto di camatkâra o dell’esperienza religiosa e estetica come meraviglia, stupore – meraviglia e stupore dovuti alla rottura del mondo empirico ed alla intrusione improvvisa di un’altra dimensione della realtà, – che fa il suo definitivo ingresso nel pensiero dell’India con Uptaladeva ed Abhinavagupta».

Un altro testo shivaita importante, tradotto e commentato nella sua bella Introduzione da Raniero Gnoli nel medesimo libro, nel quale vi è una lampeggiante prefigurazione dell’essere dell’Io, dell’azione libera dell’Io, e dell’esperienza del Pensiero Vivente, sono Le Spanda Kârikâ, Le Stanze o Le Strofe del movimento,  ed ivi Raniero Gnoli così scrive alle pp. 15-16:

«Spanda significa, in sanscrito, movimento, vibrazione, energia. Le Spanda Kârikâ sono, in questo senso, le stanze del movimento. Secondo Vasugupta e il suo discepolo Kallaṭa la realtà ultima delle cose non è immota e cristallina coscienza – essere, intelligenza, e beatitudine – come volevano le scuole del Vedânta, ma movimento, energia, forza incessante, non segregata dal mondo ma piuttosto il principio attivo fonte delle innumerevoli creazioni e dissoluzioni, cosmiche e individuali. Movimento e vibrazione nel momento teoretico e meditativo, lo spanda, nel momento religioso e devozionale, si identifica con Śiva, il dio tremendo e dissolvitore della mitologia indù. Questi due momenti – quello teorico e quello religioso – come di solito accade nel pensiero dell’India non sono in contrasto vicendevole né rappresentano l’uno il superamento dell’altro, ma si alternano equanimemente nella mente del devoto. Questo movimento si identifica con la coscienza, col sé, è la stessa forza del sé, da cui tutto dipende e su cui tutto riposa. Non identificabile in nessun pensiero – esso sarebbe automaticamente pensato, dunque morto, limitato – lo spanda è piuttosto il principio dove nasce e dove insieme si spegne questo o quel pensiero, il punto di connessione ideale, mai pensato, ma pensante, che collega due pensieri, due immagini tra loro. «Quella realtà – dice Kallaṭa – dalla quale, mentre uno è mentalmente tutto occupato su un dato oggetto, nasce improvvisamente un altro pensiero, è, secondo noi, lo schiudersi, la causa del pensiero stesso. Tale realtà, senonché, dev’essere scorta dallo yoghin da se stesso, sperimentata come quella che pervade interiormente due pensieri». Ma se questa realtà è piena e perfetta, libera ed autosufficiente, come mai da essa nascono i vari pensieri limitati, le cosiddette  rappresentazioni mentali, che stanno all’origine della trasmigrazione e quindi del dolore? La manifestazione del pensiero pensato non è dovuta – risponde questa scuola – a nessuna causa estrinseca ma alla volontà stessa di Śiva, della coscienza, del movimento, che liberamente, di per se stessa si offusca, come liberamente, di per se stessa si illumina. Questa sua attività gratuita è, com’è noto, chiamata, con un termine famoso nel pensiero dell’India, la sua magia, la sua mâyâ».

Tra gli audaci asceti pensatori del Kashmir della Scuola dello Spanda, del ‘Movimento’, del Trika, della ‘Triade’, o della Pratyabhijñā, del ‘Riconoscimento’, nel IX-X secolo della nostra èra, in India comincia ad emergere una dimensione ‘nuova’, ancora ignota ad una antica spiritualità brahmanica, tutta vòlta alla statica contemplazione del Trascendente, ossia comincia ad emergere – è ancora solo una ‘prefigurazione’, tuttavia già mirabile e possente – l’azione dell’Io, che si appressa a farsi immanente, a realizzarsi non solo come trascendente ‘coscienza sovrasensibile’, ma come immanente ‘autocoscienza’, solo su se stessa fondata, e su nient’altro; un Io attuantesi non solo come ‘liberazione’ dai vincoli della trasmigrazione, ma soprattutto come ‘libertà’: libertà assoluta di un essere che non ha ‘presupposti’, né ‘appoggi’, o ‘supporti’, se non la perenne, libera da qualsivoglia vincolo, attuazione del suo stesso essere, non recluso in nessuna forma, non appoggiantesi su nulla, perché, come scrive Raniero Gnoli, a p. 16, «Questa realtà del movimento o dell’energia» – la ‘potenza’, la śakti, della libera volontà – «è la stessa forza dell’io, che tutto brucia e dissolve».

Tutto ciò dimostra, una vòlta di più, che «lo Spirito soffia dove vuole» (Giovanni, 3, 8), e che non vi è affatto bisogno di partire da un obbligatorio presupposto confessionale, ‘evangelico’, per scoprire e realizzare il momento vivente del conoscere, il Pensiero Vivente, l’essere originario – al contempo trascendente e immanente, dell’Io. La Scienza dello Spirito è sì di essenza ‘cristica’, in senso ‘cosmico’ naturalmente, ma non certo ‘cristiana’ in senso confessionale, e ancor meno in senso cattolico. E se fosse rimasto ancora qualche sopravvivente dubbio, basterebbe considerare la guerra che le confessioni sedicenti cristiane, e molto poco cristiche, la Chiesa cattolica in testa, hanno fatto per oltre un secolo all’Antroposofia: in taluni casi anche con intenti omicidi. La Scienza dello Spirito non necessita di ‘presupposti’ di sorta, non necessita di precostituiti punti di partenza, di appoggi di nessun tipo. Certo una cotale audace disposizione dell’anima può far paurafar paura alla natura inferiore, alla quale torpidamente il poco consapevole uomo moderno si identifica – ma tale paura è, appunto, soltanto un ‘pensato’, scaturente da un poco consapevole pensare, il quale dopo averlo generato, smette di pensare, e lo prende come presupposto per il proprio soggettivo, decomposto, sentire: un ben illusorio presupposto. Forse, non sarebbe fuori luogo che i ricercatori dello Spirito, meditassero – voglio, per un momento, essere anch’io ‘evangelico’ – che è scritto, Luca, 9, 20: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha una pietra dove posare il capo». Il che non è poi molto diverso dalla folgorante esperienza della ‘Śûnyatâ’, della ‘Vacuità’ di Nâgârjuna, di Aryadeva,  del Buddhismo Mahâyâna.   

Massimo Scaligero fa molteplici riferimenti a questa idea-forza di ‘assenza di presupposti’, di ‘rinuncia agli appoggi’, alla ‘âśraya-paravritti’, alla ‘revulsione dei supporti’, ‘atto supremo’ che caratterizza l’azione dei Bodhisattva, sia nel libro La Via della volontà solare, Edizioni Tilopa, Libreria Rocco, Napoli, 1962, nel quale vi dedica tutto l’VIII capitolo, Il vuoto e la quiete delle Gerarchie, pp. 275-296, e in un articolo sulla bella e importante rivista dell’IsMEO, East and West, New Series, Vol. 11, N. 4, 1961, pp. 249- 257, The Doctrine of the «Void» and the Logic of the Essence,  in inglese;  apparso, poi, nel 1973-1974 in Vie della Tradizione, anno III, Vol. III, 11-12, e anno IV, Vol. IV, 13, in italiano col titolo La dottrina del “vuoto” e dell’essenza, ripubblicato anche dalla nostra Marina Sagramora su L’Archetipo, febbraio-marzo-aprile-maggio 2002. Ma una parola particolarmente incisiva – oserei dire addirittura ‘tranciante’ –, di sapore ‘Ch’an’ o ‘Zen’, Massimo Scaligero la scrive in Magia Sacra, Tilopa, Roma, 1966, p. 205, dove così dice:

«Occorre educarsi a non aver paura di sprofondarsi in sé. Si deve tendere al coraggio di non necessitare di sostegno: di lasciare il sostegno su cui, senza saperlo, ancora ci si sostiene.

Ci si sostiene sempre. Ma a un tratto si scopre che questo sorreggersi è illusorio: che il volersi sostenere è rinunciare a sostenersi: è un rinunciare a essere veramente vivi.

Non c’è bisogno di appoggiarsi a nulla: se l’Io comincia ad essere.

Chi si appoggia, non può reggersi.

Chi vuole reggersi non ha capito».  

Questo ‘rovesciamento degli appoggi’, questa ‘revulsione dei supporti’, è un ‘atto’ decisamente ‘rivoluzionario’ nei confronti di quella tirannica natura inferiore, dominata e mossa da deità avverse all’uomo, che tiene da millenni in abietto servaggio l’essere umano. Un atto di ‘coraggio’, che sfida temerariamente il ferreo dominio che gli Ostacolatori, da millenni, hanno sull’uomo. Ma non sempre – anzi, quasi mai – l’essere umano ha un tale ‘coraggio dell’impossibile’. Ed è logico, perché un tale straordinario ‘coraggio’ non è un dato ‘naturale’, ché la natura ha tutto l’interesse che l’uomo un tale ‘coraggio’ non l’abbia affatto. Le avverse deità ostacolatrici considerano gli esseri umani ‘bestiame utile agli dèi’, e non hanno affatto piacere di ‘perdere capi di bestiame’. Infatti, quel così singolare ‘coraggio’ va costruito con l’Ascesi dell’Io, non è punto una qualità spontanea, e ‘naturale’ dell’anima. L’Ascesi dell’Io, ossia l’Ascesi dello Spirito oltre l’anima, è indubbiamente una ‘Via’ difficile, aspra, dura, ed ‘eroica’. Per cui vi è, forte, la tentazione di sostituire la scomoda ‘Via’ eroica con una più comoda ‘via’ egoica. E, nella ricerca di ‘sostegni’, ‘appoggi’, o ‘nidi’, ‘tane’, od ‘ovili’, o ‘chiese’, si cerca di sostituire la ‘Via del Pensiero’ con una ‘via dell’anima’, nella quale sia richiesta ‘fede’, la quale deve ‘ridimenzionare’, ‘limitare’, ‘diminuire’ il pensiero: discorso estremamente pericoloso, questo. 

Mi è capitato di leggere di recente, lo scorso gennaio, su un noto social forum, quel che scriveva un tale M., che cita – non so quanto a proposito – una frase di Orao, ch’egli evidentemente ammira, tratta dal libro Resurrezione, la Luce dei nuovi Misteri, p. 15, ove è detto:  «Solo delimitando la facoltà della ragione mentale e sensoria avanza l’elemento della Fede, che è percezione pura dell’anima». Detta nei termini riportati da M., l’affermazione è assurda, perché la ‘fede’ è credenza, e la credenza non è  certo ‘Conoscenza’. È molto meglio sapere di non sapere, che credere. Questo già gli Gnostici lo avevano intuito e realizzato, e sottolineavano la superiorità della Gnòsis, della Conoscenza, che è del Pneuma, dello Spirito, sulla Pistìs, sulla fede, che è della psiche, dell’anima. Certamente, la facoltà razionale deve essere superata, ma non certo ‘delimitandola’, bensì portandola ad essere sino in fondo quel che essa è, e deve essere. La razionalità dell’uomo attuale è insufficientemente razionale, ma non è certo diminuendola ‘kantianamente’, per far spazio alla ‘fede’, che essa viene superata. Il limitare razionalità ed esperienza sensibile per far spazio alla ‘fede’ è il dogma assiomatico di tutta la teologia scolastica cattolica: tomista, scotista, occamista, suarezista, etc., sino a quella dei tempi attuali: nulla a che vedere con la posizione conoscitiva della Scienza dello Spirito.

La vittoria sul male umano, ossia la vittoria sull’ottenebrante egoismo, sulla malattia, e sulla morte, sul dolore, è tutta nel superamento della millenaria condizione di ‘ignoranza’ – di quella che in India viene chiamata avidyâ, alla lettera: ‘non visione’ – che l’uomo patisce, costringendolo ad una ottundente degradazione. Tale vittoria è frutto della ‘folgorante Conoscenza’, dell’‘Illuminazione’, del ‘Risveglio’ dal narcotico tramortimento, conseguenza della caduta del pensiero nella condizione di morte del cadaverico pensiero riflesso. Non è certamente raggiunto  «solo delimitando la facoltà della ragione mentale e sensoria» la quale, al dire di Orao, fa in modo che «avanza la fede, che è percezione pura dell’anima». Invece, è solo resuscitando dallo stato di morte, di letargico sonno, il pensare, sino a divenir coscienti del ‘momento dinamico’, dell’‘atto’ generatore del pensare, sino a contemplare, nella sua folgorante interezza, il processo vivente del pensiero, e solo divenendo coscienti dell’interezza del ‘processo genetico’, ‘produttivo’, del percepire, che si realizza il ‘Risveglio’, la ‘Illuminazione’ dello Spirito – lo Spirito oltre l’anima – la ‘percezione pura’ che è atto cosciente dello Spirito, e non dell’anima. Che le cose siano così è quel che mostra Massimo Scaligero nel Trattato del Pensiero Vivente. Una via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen, Tilopa, Roma, 1979, pp. 25-26, nel Capitolo 8, ove è detto:

«Il vero pensare è l’essenza che integra l’apparire e perciò di ogni fatto è il contenuto interiore che lo completa, togliendolo alla contingenza e all’esteriore grossolanità. È il pensare che, indipendentemente dalla necessità razionale, in quanto abbia in sé tutta la razionalità, non dialettizza, ma tocca le cose. Non cade nell’argomentare, ma immediatamente ha l’essere, penetrando la realtà di ciò a cui si volge: non ha bisogno di perdersi in pensieri, perché la sua percezione è diretta. Accosta il mondo e lo palpa: lo ha».

Questa improvvida scelta di sostituire una ben problematica ‘via dell’anima’ alla ‘Via del Pensiero’, ossia alla ‘Via’ nella quale lo Spirito, in quanto Io, agisce sullo Spirito, direttamente, mediante lo Spirito, ossia mediante il pensiero, porta facilmente – a causa della soggettività, e della variabile emotività, dell’anima – a pretendere, tacitamente, di ‘completare’ quel che si ‘crede’ mancare in Rudolf Steiner, e in Massimo Scaligero, e porta altresì a presumere, sempre tacitamente, di ‘correggere’ quel che si ‘crede’ essere errato in Rudolf Steiner e Massimo Scaligero. Ma, appunto si tratta di soggettiva ‘credenza’, non di ‘Conoscenza’, e soprattutto non di ‘Scienza’: ossia non di Scienza dello Spirito, non di Antroposofia

Il benevolo, e molto paziente, lettore, a questo punto mi perdoni una piccola, pedante, digressione filologica, che tuttavia è necessaria, perché è bene intendere – e non fraintendere – il significato di alcune parole, che non vogliono assolutamente avere ‘colorazione’ emotiva di nessun tipo, soprattutto non di dispregio o di avversione, ma vogliono solo caratterizzare oggettivamente alcuni fatti. 

Questa ‘pretensione’ – secondo il dettato della Enciclopedia Treccani, pretensióne, viene dal latino tardo praetensio –onis, sostantivo derivato da praetendĕre «pretendere», e descrive il fatto di pretendere, nelle varie accezioni del verbo, e quindi sinonimo spesso del più comune pretesa. In particolare, definisce l’azione o l’atteggiamento di chi pretende di avere cose a cui non ha pieno diritto o di far cose superiori alle proprie forze, e la stima eccessiva di sé, delle proprie capacità o possibilità. In particolare la pretensione è ‘ambizione di apparire di qualità o livello superiore’ –, e questa ‘presunzione’ – sempre secondo la Enciclopedia Treccani, il termine preṡunzióne, dal latino praesumptio –onis, sostantivo derivato da praesumĕre «presumere», il cui participio passato è praesumptus, ed è argomentazione o congettura per cui da fatti noti o anche in parte immaginati si ricavano opinioni e induzioni più o meno sicure intorno a fatti ignorati, fiducia eccessiva nelle proprie capacità, alta ed esagerata opinione di sé, con riferimento a un comportamento particolare e determinato, o con riferimento a un atteggiamento abituale, a un difetto costante – portano Orao a scontrarsi nel metodo, ossia nel come sono state conseguite quelle pretese conoscenze, che si sono poi rivelate errate al massimo grado, e nel merito, ossia nelle affermazioni che, ad un esame obbiettivo, risultano poi essere il contrario di quanto afferma Rudolf Steiner. Come documenterò.

Affrontiamo sùbito la questione del metodo, ossia del come Orao ha ottenuto le sue ‘percezioni’. È evidente, ad un esame obbiettivo, come Orao si basi prevalentemente sulla propria ‘chiaroveggenza’, e non tanto, o non solo, e non del tutto, sulle comunicazioni che di fatti spirituali Rudolf Steiner ha prima conquistato, attraverso titaniche lotte interiori, e poi ci ha portato in dono in forma di pensiero. Che ciò sia realmente avvenuto è dimostrato, in maniera lampante, dalla contradittorietà dei risultati della ‘chiaroveggente’ indagine di Orao rispetto a quanto comunicato dal Maestro dei Nuovi Tempi. Rudolf Steiner esclude in maniera categorica che i risultati di indagini spirituali – correttamente condotte e rigorosamente esaminate – di autentici chiaroveggenti possano essere tra loro divergenti, che possano in qualche modo reciprocamente contraddirsi. Abbiamo visto con quanto scrupolo scientifico Rudolf Steiner conducesse le sue indagini spirituali, con quanto rigore egli controllasse, talvolta per lunghi anni, i risultati delle sue ‘percezioni’. Ed abbiamo visto quale alto valore egli desse alla propria, rigorosa, formazione scientifica e filosofica. Orao, che tale formazione scientifica e filosofica, in maniera evidente, non aveva, si allontana assai dal metodo di Rudolf Steiner, e soprattutto non ottempera ad una prima assolutamente imprescindibile, condizione che sta alla base di ogni autentica indagine occulta. L’aver trascurata questa imprescindibile istanza – apertamente dichiarata essenziale, come vedremo sùbito, dal Maestro dei Nuovi Tempi – ha portato Orao alquanto fuori strada. Questa condizione è esposta, in maniera in equivocabile da Rudolf Steiner nel ciclo L’occultismo dei Rosacroce, Editrice Antroposofica, Milano, 2001, contenuto in GA-109, dove nella seconda conferenza, tenuta a Budapest il 4 giugno 1909, così dice alle pp. 19-20:  

«Prima di iniziare la vera e propria esposizione, vorrei parlare di un problema di straordinaria importanza. Perché occorre occuparsi di pensieri e di nozioni scientifico-spirituali prima di poter noi stessi sperimentare qualcosa nel mondo spirituale? Qualcuno potrebbe obbiettare: è ben vero che ci vengono comunicati risultati di un’indagine chiaroveggente; io stesso però non sono ancora in grado di guardare nel mondo spirituale. Non sarebbe allora meglio che i risultati dell’indagine chiaroveggente non ci venissero comunicati e che ci venisse soltanto detto come poterci sviluppare fino a diventare noi stessi chiaroveggenti? In tal caso ciascuno di noi potrebbe poi da sé percorrere un’intera evoluzione.

Chi sia estraneo all’indagine occulta potrebbe certo credere che sarebbe bene non parlare già prima di cose e fatti soprasensibili. Nel mondo spirituale esiste però una legge ben precisa il cui significato cercheremo ora di ullustrare con un esempio. Supponiamo che in un certo anno un veggente regolarmente istruito abbia osservato qualcosa nel mondo spirituale. Supponiamo che dopo dieci o vent’anni un altro veggente altrettanto bene istruito osservi la medesima cosa, nulla avendo appreso dei risultati del primo veggente. Se lo si credesse possibile, ci si sbaglierebbe di molto, perché un fatto del mondo spirituale che sia stato una volta scoperto da un veggente o da una scuola occulta, non potrà una seconda volta essere investigato, se chi vuole investigarlo non abbia prima ricevuto notizia che era già stato investigato. Se dunque nel 1900 un veggente ha investigato un fatto occulto, e nel 1950 un altro veggente è in grado di osservare il medesimo fatto, potrà farlo soltanto se avrà appreso che prima di lui un altro lo aveva già scoperto e investigato. Ossia nel mondo spirituale realtà già note in precedenza possono venir osservate solo qualora ci si decida a riceverne comunicazione e le si impari a conoscere nel modo corrente. È la legge sulla quale nel mondo spirituale e per tutti i tempi è fondata la fraternità universale. È impossibile entrare in una qualche regione, se prima non ci si sia legati con ciò che già era stato investigato e osservato in passato dai fratelli più anziani dell’umanità. Nel mondo spirituale si ha cura che nessuno diventi per così dire un isolato e possa dire: io non mi occupo di tutto quanto esiste già e faccio indagini solo per me. Tutti i fatti che oggi vengono comunicati dalla scienza dello spirito, non potrebbero venir percepiti neppure dai veggenti più evoluti e progrediti, se prima questi non ne avessero già avuto notizia. Poiché le cose stanno così, poiché è necessario riallacciarsi a ciò che è già stato investigato, per questo anche il movimento antroposofico dovette essere fondato in questa forma».

Negli anni ottanta del passato secolo, circa trentacinque anni fa, avevo intrapreso a tradurre le conferenze di Rudolf Steiner sul Quinto Vangelo. A Dornach, alla Haus Duldeck, la libreria del Lascito, avevo comprato l’originale testo tedesco in una edizione bellissima, con la Prefazione di Marie Steiner. Ero già andato un po’ avanti nella suddetta traduzione, che cercavo di fare con grande entusiasmo, molto impegno e amore, allorché, andando una volta a Roma, ne parlai con M., pensando che fosse un evento importante, soprattutto per la nostra Comunità spirituale, che una tale opera di Rudolf Steiner venisse pubblicata in Italia. Alla mia proposta furono fatte molte obbiezioni riguardo alla delicatezza del contenuto di quel ciclo di conferenze. Feci presente, che quel ciclo era già stato pubblicato in tedesco, e tradotto eziandio in francese e in inglese. Con una serie di ragionamenti, che mi sembravano ben motivati – soprattutto per il fatto che una tale pubblicazione era stata voluta fortemente, ed esplicitamente, da Marie Steiner, che per giunta, come ho detto più sopra, ne aveva redatta la Prefazione, cosa che feci presente – riscìi a persuadere M. che una tale pubblicazione era cosa buona e importante per la Comunità Solare. Il tempo che, una volta uscito dalla casa di M., arrivassi a casa del mio amico L., che benignamente mi ospitava, ed ecco che mi telefona sùbito l’editore della più volte nominata rivista romana, il quale così mi disse: «Mi ha incaricato M. di dirti di smettere immediatamente di tradurre il Quinto Vangelo: quella pubblicazione sarebbe un tradimento dei Misteri!». Ad una tale apodittica affermazione – che, tra l’altro, era lesiva della mia libertà – non potei opporre altro che una tale pubblicazione era stata fortemente voluta da Marie Steiner stessa. Al che il suddetto editore mi rispose, seccato: «Ma chi è quella donna?!». Al che non potei obbiettare altro, che non ci restava che aspettare che quel libro venisse pubblicato incompleto – infatti delle diciotto originali conferenze del testo tedesco ne vennero tradotte e pubblicate solo sette – e magari mal tradotto dai membri della Società Antroposofica ufficiale, come poi, in effetti, puntualmente avvenne, così vi sarebbe stato motivo di lamentarsi dell’incompletezza, e della imperfezione, della loro traduzione. La stessa situazione si ripresentò allorché intrapresi la traduzione, in vista di una eventuale pubblicazione, dei ‘Quaderni Esoterici’: in quella occasione mi furono opposti i medesimi capziosi ragionamenti, e i risultati furono, anche in tal caso, identici. Naturalmente, mi rendo personalmente moralmente garante della veridicità di questo mio racconto.

A quell’epoca, sia pure molto contrariato da una tale denegazione, non riuscìi a vedere altre motivazioni al loro rifiuto ad una tale pubblicazione, se non una concezione antiquata, superata, e in pratica addirittura inutile, del ‘segreto’. Solo dopo decenni, e dopo molte amare esperienze, mi son reso conto che vi erano anche ‘altre’, non dichiarate, motivazioni, e finalità. Da una parte, la ‘pretensione’ di ‘completare’ un’Opera come quella di Rudolf Steiner, basandosi sulla propria ‘chiaroveggenza’, e dall’altra, la ‘presunzione’ di poter ‘correggere’, sempre sulla base della propria, personale, oltremodo soggettiva, e fallace, ‘chiaroveggenza’, quelli che son stati ritenuti ‘errori’ di Rudolf Steiner. Per non parlare del ‘presumere’ e ‘pretendere’ di ‘correggere’, ‘completare’ la stessa Opera di Massimo Scaligero. Naturalmente, veniva usata allora, e viene usata tuttora, a tale riguardo, moltissima ‘prudenza’, e si è estremamente ‘cauti’ nel parlare di un simile spinoso problema, in vista dell’attuazione dell’ormai da me più volte dibattuto ‘inavvertito trasbordo ideologico’

Ma tornando a trattare della posizione veramente peculiare di Orao, riprendiamo la trascrizione di quanto Rudolf Steiner dice, alle pp. 20-21, della citata seconda conferenza de L’occultismo dei Rosacroce:

«In un tempo relativamente breve molti diventeranno chiaroveggenti, ma potrebbero vedere nel mondo spirituale solo qualche inezia, e non la verità, se non potessero conoscere tutto ciò che di essenziale vi è già stato investigato. Prima bisogna apprendere le verità che la scienza dello spirito presenta, e solo dopo le si potrà percepire. Anche il veggente dunque deve prima imparare a conoscere ciò che è già stato investigato, e poi potrà osservare i fatti, grazie a una scrupolosa disciplina. Possiamo dire: una volta che le entità spirituali abbiano fecondato per una prima veggenza un’anima umana, avvenuta questa unica verginale fecondazione, è necessario poi che altri, prima di avere il diritto di conseguire e osservare qualcosa di simile, rivolgano lo sguardo a ciò che quella prima anima ha già raggiunto.

Questa legge costituisce un fondamento quanto mai intimo per una universale fraternità, per una fraternità vera fra gli uomini. Così il patrimonio della saggezza è passato di epoca in epoca attraverso le scuole occulte ed è stato fedelmente custodito dai maestri. Anche noi dobbiamo contribuire a conservare questo tesoro e, se vogliamo ascendere a regioni superiori del mondo spirituale, dobbiamo mantenerci in rapporto di fraternità con coloro che hanno già raggiunto un certo grado di evoluzione occulta. La legge morale a cui sul piano fisico si aspira, è dunque nel mondo dello spirito una legge di natura».  

È questo, in realtà, il motivo profondo dell’invito, della provvida indicazione, di Hella Wiesberger a suscitare nell’anima quell’atteggiamento interiore di ‘sich zurückziehen’, di quel ‘ritrarsi’, di quel ‘tirarsi indietro’, ‘farsi da parte’, ‘cancellarsi’, per far parlare direttamente l’Opera dell’Iniziato Solare, del Maestro dei Nuovi Tempi. Questo è il motivo vero di quella ‘devota venerazione’, che si traduceva in un atteggiamento interiore di ‘umile modestia’, da parte di Marie Steiner, di Michael Bauer, di Alfred Meebold, di Giovanni Colazza, e infine di Massimo Scaligero. Essi erano tutte elevate personalità spirituali, discepoli progrediti della Via dell’Iniziazione, eppure essi non hanno mai esposto, ostentato, i risultati di una loro percezione spirituale, che pure avevano vasta e profonda. Da questo punto di vista, l’agire di Orao costituisce un errore, perché è una ‘prevaricazione’ rispetto a quanto più sopra affermava Rudolf Steiner. Il non aver ottemperato a questa esigenza fondamentale, e l’aver trascurato il corretto ‘studio’, rosicrucianamente inteso, spiegano le errate, ingannevoli, percezioni di Orao, il suo cadere in una fallace ‘chiaroveggenza visionaria’, che ha prodotto non autentiche ‘imaginazioni’, bensì illusorie fantasie, e rappresentazioni menzognere.

Mi si potrebbe obbiettare che un tempo molte opere di Rudolf Steiner non erano state pubblicate dall’Editrice Antroposofica e da altre case editrici. Ma una simile obbiezione non tiene conto del fatto che nelle sedi dei gruppi antroposofici in Italia esisteva una vasta collezione di cicli di conferenze di Rudolf Steiner tradotte, battute a macchina, e rilegate. In alcuni casi si trattava di una collezione se non completa, però così vasta da rappresentare una nutrita biblioteca. Ho in mio possesso un catalogo delle opere di Rudolf Steiner presenti nelle biblioteche dei vari gruppi antroposofici, pubblicato dalla Società Antroposofica in Italia, come bollettino per i Soci. Questo catalogo di 49 pagine fu redatto già negli anni sessanta dall’Avv. Caio Sallustio Crispo, che dopo la morte di Giovanni Colazza, e di Mario Viezzoli, che a Colazza era succeduto, diresse per un periodo il Gruppo Novalis, che aveva allora sede in Via Tevere 39, a Roma, nei pressi di Porta Pia. Dal suddetto catalogo risulta che la biblioteca del Gruppo Novalis era una delle più ricche di opere di Rudolf Steiner, sia stampate, che dattiloscritte. Nulla di più facile sarebbe stato per Orao dell’attingere alla ben fornita biblioteca di tale Gruppo, del quale per molti decenni fu capogruppo, e fiduciario per la Società Antroposofica, Romolo Benvenuti, e per molti anni, bibliotecario, il mio amico L. Con ogni evidenza, Orao preferiva attingere alla propria personale, estremamente soggettiva, ‘veggenza’, e non confrontare i risultati cosìottenuti con le comunicazioni di Rudolf Steiner, perfettamente accessibili. 

Quanto viene esposto da Orao in Resurrezione e Madre ha un carattere tale che nei confronti di molti vengono fatte, insistentemente, ripetute e forti pressioni, affinché il contenuto di tale ‘mirabile rivelazione’ venga ‘accettato’. ‘Accettato’ per ‘fede’, a differenza di quanto comunicato da Rudolf Steiner, il quale dà un preciso metodo di conoscenza e di verifica, mentre Orao assolutamente no. E quanto esposto da Orao deve’ essere ‘accettato’, anche se contraddice platealmente quanto comunicato da Rudolf Steiner, mentre, al contempo, viene dichiarato essere ‘pedante’, e addirittura ‘meschino’, chi osi sottoporre a verifica, ed inviti altri a verificare essi pure, le contraddittorie affermazioni di Orao. Ma accettare di ‘rinunciare’ a conoscere, e dover accettare per ‘fede’, ‘fede cieca’ sulla base di una ‘mistica’ autorità, è cosa che ripugna ad un essere libero, e deve essere fermamente respinta. Inoltre, quella di ‘sostituirsi’ a Rudolf Steiner, di ‘completare’ – per più compiendo enormi, dimostrati, inescusabili, errori – l’Opera di Rudolf Steiner, di ‘correggere’ pretesi errori nella sua Opera, il fare lo stesso nei confronti della figura e dell’Opera di Massimo Scaligero, non è soltanto ‘pretensione’, e ‘presunzione’, ma è addirittura, a livello spirituale, vera e propria ‘prevaricazione’. A cosa possa portare il deviare dal corretto sentiero conoscitivo, per fidarsi unicamente ‘percezioni’ della propria ‘visionaria veggenza’, è mostrato da quanto dice Rudolf Steiner nel più volte citato Filosofia e Antroposofia, pp. 115-117 :

«Colui che vuol credere ciecamente, accogliendo tutte le comunicazioni introno ai mondi superiori sulla sola autorità di un altro, sceglie una strada comoda, ma che cela in sé un pericolo. Invece di conquistarsi i fatti, di elaborarli col proprio pensiero, accetta il sapere di un altro, quel che un altro a veduto, rinunciando al proprio lavoro di pensiero, all’esame, alla riflessione. Piò accadere che un uomo, il quale si abbandoni così alla cieca fede, perda se stesso e non sappia più distinguere il vero e la menzogna. Nulla è più adatto a promuovere la mendacia, quanto una certa chiaroveggenza puramente visionaria, non sostenuta né controllata dal pensiero. Anche un altro difetto può essere favorito: un certo orgoglio, una certa superbia, che può arrivare sino alla megalomania, ed è tanto più pericolosa in quanto non lo si osserva. L’uomo si ritiene qualcosa di superiore, perché vede questa o quella cosa che altri non vede; giura sulle proprie visioni con assoluta sicurezza, non tollera obiezioni, e non si accorge quanto egli sia vicino alla megalomania. Ci sono persone che credono alle cose più folli, quando le ritengono comunicate dal piano astrale; cose che non si sognerebbero mai di credere, se gliele dicesse un uomo sul piano fisico, ma che «bevono», con credulità da schiavi, quando siano comunicate dal piano astrale. Chi scarti questa credulità, non potrà più essere preda di ogni inganno e ciarlataneria; invece ne cadrà vittima chi non sviluppi in sé la tendenza ad esaminare ogni cosa, e non voglia formarsi, con sforza proprio, una convinzione. Non si devono prendere le cose alla leggera; bisogna riconoscere che formarsi una convinzione fa parte dei più sacri còmpiti umani; in tal caso non si risparmierà fatica, si lavorerà sul serio, e non ci si limiterà ad ascoltare per sete di sensazioni. Le comunicazioni dei mondi spirituali sono necessarie, e ne abbiamo ormai molte, ma bisogna stabilire in sé il giusto atteggiamento e le giuste rappresentazioni di fronte ad esse».   

In Rudolf Steiner e in Massimo Scaligero ho sempre visto con grande chiarezza la loro rinuncia completa ad ogni forma di suggestione, di accattivante persuasione, di azione sulla sentimentale emotività di chi di persona, o attraverso la lettura delle loro opere, si accostava loro. In Massimo Scaligero non vi era traccia alcuna di quell’equivoco “magnetismo”, che tanti “maestri” dell’occulto volentieri usano. In lui, certamente, si avvertiva, e potente, la forza, si sentiva l’elemento luminoso, irradiante, ‘sattvico’, del ‘sovramentale’, che diveniva – per osmosi vitale-spirituale – chiarezza, e intensità di coscienza, in chi lo accostava. Ma non mai visto in lui tentativo veruno di ‘convincere’, di ‘stupire’, o di manipolare, o piegare l’altrui volontà: assolutamente mai. Egli lasciava sempre assolutamente libere le persone. E mai, né in Rudolf Steiner, né in Massimo Scaligero, ho rinvenuto il tentativo aperto o celato, di fare appello alla sentimentalità, ai moti meno coscienti, subrazionali, dell’anima: come sin troppo spesso avviene in àmbito confessionale. Semmai, in loro vi era il costante richiamo allo sforzo interiore, all’intenso impegno volitivo, al coraggio di voler andare oltre i limiti personali, al combattere l’ignave, turpe, inerzia interiore, alla radicale indipendenza, dal “si dice”, dalla ‘pubblica opinione’, profana o esoterica, a demolire quella ‘immane potenza del convenzionale’, che asserve i più, a cercare sempre la ‘via più difficile’, a non adagiarsi mai su quanto già conseguito. In loro vi era l’invito alla ‘generosità morale’, a non mai ‘vivere spiritualmente di rendita’, a non mai passivamente ‘stare’, ma sempre attivamente ‘essere’. Per questo, in Filosofia e Antroposofia, alle pp. 117-119, Rudolf Steiner, in chiusura della sua conferenza, invita – una volta di più – all’energico sforzo di pensiero:

«Tutto ciò non vuol essere una predica, ma è stato detto con ragioni fondate. Perciò, forse, il seguire queste considerazioni è già stato di per sé uno strenuo lavoro di pensiero. Infatti, io cerco sempre, anche nei miei metodi, di tenere quella via che devo considerare giusta per noi. Molti vogliono prediche piene di unzione: io vi rinuncio; cerco d’esporre le cose in modo che possano rivestirsi di vere forme di pensiero. Quando, come oggi, si espongono fatti del piano fisico, ciò richiede talvolta un lavoro mentale alquanto difficile; poiché quei fatti non sono altrettanto sensazionali e nemmeno piacevoli come le comunicazioni dei mondi superiori; sono però estremamente importanti. E ne riconoscerete tutta la portata, dicendovi: «Se ha realmente da verificarsi quel che dovrà verificarsi, cioè che nelle incarnazioni avvenire un numero sufficiente di uomini si ricordi dell’incarnazione attuale, occorre che ciò venga preparato sin d’ora». Se dunque sviluppate la vostra facoltà di giudizio, diverrete candidati a ricordare l’attuale incarnazione nella prossima. Rendetevi capaci di comprendere il mondo, coi vostri pensieri; perché qualunque cosa possiate vedere chiaroveggentemente per via di visioni, non vi servirà per ricordarci l’incarnazione attuale. Ma l’antroposofia esiste appunto per preparare un numero sufficiente di uomini ad essere capaci di guardare per forza propria all’incarnazione attuale. Il riuscire o no ad aggiungere la capacità chiaroveggente allo studio dell’antroposofia sta nel karma del singolo; per karma, molti tra voi non riusciranno forse in questa loro incarnazione a penetrare il mondo chiaroveggentemente; ma per tutti coloro che si assimilano quel che, rivestito di forme di pensiero, viene esposto nella vera scienza dello spirito, ne godranno i frutti nell’incarnazione prossima; poiché appunto si saranno appropriate le basi per questo. L’uomo può, per così dire, essere un chiaroveggente senza saperlo; se studia giustamente l’antroposofia, possiede la chiaroveggenza, e può aspettare finché il suo karma gli permetta anche di vedere le cose spirituali». 

Certamente, la ‘Via’ proposta, con parole inequivocabili, da Rudolf Steiner, e riproposta, in maniera altrettanto inequivocabile, da Massimo Scaligero è un ‘Sentiero’ oltremodo esigente, aspro, duro, e difficile da percorrere. Sicuramente – per il momento, almeno – non è un ‘Sentiero’ per tutti, e forse neppure per molti, perché non tutti, anzi molto pochi, cercano la Conoscenza. La Scienza dello Spirito – ricordava spesso Massimo Scaligero – non ha nulla da dire a chi è pago della propria limitata, relativa, verità, che non è l’assoluta Verità. La Scienza dello Spirito risponde, ma non ‘sollecita’, non ‘insinua’, non ‘insuffla’, con abile e consumata retorica, e suggestione emotiva, domande nelle anime umane: risponde solo alle sincere domande che sorgono spontaneamente dal cuore dei singoli esseri umani. Per chi senta il bisogno di un conforto religioso – ed è cosa perfettamente lecita e degna – vi sono le varie confessioni religiose, cristiane e non cristiane. Ma chi segue una determinata confessione religiosa non deve pretendere di ridurre l’Antroposofia, la Scienza dello Spirito, al proprio livello, e soprattutto non deve cercare di farlo in maniera surrettizia, in maniera ‘insinuante’ – come avrebbero detto gli esoteristi del Settecento – perché l’Antroposofia non è una religione, ma una Scienza. E, come ho avuto modo di ribadire più volte, una Scienza, che tale voglia essere, per essere compiutamente ‘scientifica’ deve basarsi unicamente sull’esperienza, cioè sulla percezione e sul pensiero, facendo a meno di qualsiasi tipo di presupposti: religiosi, in primis, compresi. La Scienza dello Spirito, intensificandoli, porta a completo sviluppo, a piena coscienza, percezione e pensiero, trasformandoli in ‘percezione pura’ e in ‘pensiero puro’. Quindi è un totale non senso, per chi segua la ‘Via dell’Io’, ossia la ‘Via dello Spirito’, e non una mistica ‘via dell’anima’, quanto scrive Orao – almeno come riportato pure da M. su un noto social forum – che  «Solo delimitando la facoltà della ragione mentale e sensoria avanza l’elemento della Fede, che è percezione pura dell’anima». Infatti, lo stesso Rudolf Steiner, nelle Linee generali dei principi della Società Antroposofica, fondata da Marie Steiner, Michael Bauer, e Carl Unger, nel 1913, dopo la separazione dalla Società Teosofica di Adyar, così scrisse a p. 3:

«Niente deve restare più estraneo agli sforzi della Società quanto un’attività ostile o favorevole ad un qualsivoglia orientamento religioso, poiché il suo scopo è la ricerca spirituale e non la diffusione di una qualunque fede, cosicché ogni propaganda religiosa non fa parte dei suoi compiti».

Circa la questione del ‘metodo’ seguito da Orao, appare chiaro come la causa degli enormi errori, che sono stato costretto a rilevare nei suoi scritti, sia nel volersi basare sulla propria ‘chiaroveggenza’, non collegata con la fonte prima della Scienza dello Spirito, ‘chiaroveggenza’ non controllata, non verificata coi metodi scientificamente severi, ed esatti, indicati da Rudolf Steiner. Il voler prescindere dalle comunicazioni spirituali del Maestro dei Nuovi Tempi e, in taluni casi, ‘prevaricando’, volerlo ‘completare’, e il pretendere addirittura di ‘correggere’, o in taluni casi ‘sostituirsi’ a lui, il ‘non ritrarsi’ – per usare la sapiente espressione di Hella Wiesberger – per far parlare l’Opera, è causa dello scivolamento di Orao in un incontrollato sperimentare animico, in un ambiguo  sperimentare soggettivo, che non può non essere definito fallace, ingannevole, ‘veggenza visionaria’. Ora, se il ‘metodo’ è errato – ed ho dimostrato, sulla base di quanto afferma Rudolf Steiner, che esso è radicalmente errato – i risultati di cotale ‘chiaroveggenza’ non possono non essere pessimi, e non possono non agire distruttivamente nella vita animica e spirituale degli individui e della Comunità spirituale. Come vedremo nel proseguo di questo mio studio.     

SCIENZA DELLO SPIRITO, VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO

VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. UNDICESIMA PARTE.

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Negli incontri che ebbi con Hella Wiesberger – incontri che iniziarono nell’aprile del 1985, e che si protrassero sino al novembre del 2013,  quando andai a trovarla per l’ultima volta assieme all’eleusino amico Trittolemo, circa un anno prima che lei passasse la Soglia – due furono gli argomenti principali affrontati e sviluppati nei nostri incontri. In relazione alla doverosa fedeltà a Rudolf Steiner, alla missione ch’egli, a prezzo della sua stessa vita, ha compiuto sulla Terra, per Hella Wiesberger fondamentali erano questi due punti: il mettere al centro la ‘Via del Pensiero’, così come essa viene indicata ed esposta nella Filosofia della Libertà, e nelle altre opere ‘filosofiche’, ed un preciso atteggiamento nei confronti dell’Opera di Rudolf Steiner.

Più volte, Hella Wiesberger mi ricordò – e ne ho accennato in parti precedenti del presente studio – come lo studio assiduo, lo studio meditativo, ‘rituale’, non intellettuale, di una, ma anche di ognuna di esse, di tre opere scritte di Rudolf Steiner, come Teosofia, Iniziazione, e Scienza Occulta, rappresenti per il discepolo dell’Iniziazione, una Via, un Sentiero di Conoscenza, cui dedicarsi con continuità per tutta la vita. Ognuna di quelle tre opere, singolarmente, ma ovviamente anche insieme, è un Sentiero percorribile con devozione, con fedeltà, al quale il discepolo può consacrarsi, per l’intera vita, con tutte le sue forze. Tre Sentieri diversi per venire incontro a tre diverse tipologie di anime. Ma, da questo punto di vista, la Filosofia della Libertà di Rudolf Steiner, costituisce – secondo quel che mi disse Hella Wiesberger – una ‘Via’ ancora superiore alle altre tre: la ‘Via’ che più si addiceva ad una personalità spirituale eccezionale come Marie Steiner. Una volta di più, voglio sottolineare la radicalità e la centralità della ‘Via del Pensiero’ esposta nella Filosofia della Libertà di Rudolf Steiner. Infatti, egli stesso così scrive nella sua La Scienza Occulta nelle sue linee generali, che in questo caso amo citare dall’edizione del 1932, quella che fece fare a Massimo Scaligero la svolta decisiva della sua vita interiore, pubblicata a Bari da Giuseppe Laterza e Figli, pp. 225-226:

«La via che conduce al pensiero libero dai sensi per mezzo delle comunicazioni della scienza dello Spirito è completamente sicura. Ve ne è un’altra anche più sicura, e specialmente più esatta, sebbene sia per molti uomini più difficile e sta descritta nei miei libri: «La teoria della conoscenza nella concezione goethiana del mondo» e la «Filosofia della libertà». Questi libri espongono i risultati a cui il pensiero umano può arrivare, quando invece di abbandonarsi alle impressioni del mondo esteriore fisico-sensibile, esso si concentra soltanto in se stesso. Soltanto il pensiero puro, come un’entità di per se vivente, esplica allora la sua attività nell’uomo. I libri sopra citati non hanno tratto niente dalle comunicazioni della scienza dello Spirito; nondimeno in essi viene dimostrato, che il pensiero puro concentrato in se stesso può arrivare a spiegazioni del mondo, della vita e dell’uomo. Quei due libri rappresentano un gradino intermedio molto importante fra la conoscenza del mondo sensibile e quella del mondo spirituale, e offrono ciò che il pensiero può conseguire quando si eleva al di sopra dell’osservazione sensibile, sebbene ancora eviti l’accesso all’investigazione dei mondi superiori. L’uomo che impregna completamente la propria anima con le idee esposte in quei libri già si trova nel mondo spirituale, sebbene questo gli si palesi come un mondo del pensiero. Chi si sente capace di attraversare questo gradino intermedio segue una via più sicura, più pura, e può acquistarsi in tal modo dei sentimenti riguardo al mondo superiore che gli arrecheranno bellissimi frutti per l’intiero avvenire».  

Pochi hanno, poi, riflettuto sulle parole che Rudolf Steiner scrisse nella Prefazione alla terza edizione della sua Teosofia. Introduzione alla conoscenza soprasensibile del mondo e del destino umano, Editrice Antroposofica, Milano, 2006, pp. 11-12, parole che dimostrano il suo profondo rispetto per la scienza – per la reale scienza, non per quel dilettantismo che sovente, allora come oggi, indisturbato impera – dimostrano altresì la sua scientifica metodicità nella sperimentazione spirituale diretta, il suo antimisticismo, il suo costante richiamarsi all’esperienza vivente del pensiero, alla Filosofia della Libertà:   

«L’autore di questo libro non descrive nulla di cui non possa testimoniare per esperienza propria, per quella specie di esperienza che può esser fatta in questo campo. Perciò egli esporrà unicamente cose che in questo senso ha sperimentate lui stesso.

 Il modo in cui si usa leggere nei nostri tempi non vale per questo libro. In un certo senso ogni pagina, spesso anche pochi periodi, dovranno esser conquistati con sforzo. A ciò si è teso coscientemente, poiché solo così il libro può diventare per il lettore quel che ha da essere per lui. Chi si limiti a scorrerlo, non lo avrà affatto letto. Le verità in esso contenute devono venir sperimentate. La scienza dello spirito ha una efficacia solo in questo senso.

Il libro non può essere giudicato secondo i criteri della scienza usuale, se il punto di vista per un tale giudizio non si desume dal libro stesso. Se però il critico adotta questo punto di vista, vedrà che l’esposizione non è mai in contrasto con i veri metodi scientifici. L’autore sa di non aver voluto, nemmeno con una sola parola, entrare in conflitto con la sua coscienziosità scientifica.

Chi voglia cercare anche per altra via le verità qui esposte, le troverà nella mia Filosofia della libertà. Per strade diverse i due libri tendono al medesimo fine. Alla comprensione dell’uno, l’altro non è necessario, benché naturalmente possa riuscire utile».

Che questa sia la ‘Via Regia’ – come la definirebbero due miei amici di elevato rango spirituale, seguaci di una antichissima ‘Via’, ma che stimavano al più alto grado Massimo Scaligero, e che ora sono nei ‘Campi Elisi’ – è cosa per me assolutamente certa. Questa – e non altra – è la ‘Via delle Vie’, la ‘Via Aurea’, portataci in dono dal Maestro dei Nuovi Tempi, smarrita da molti suoi inadeguati discepoli, la ‘Via’ da molti indegni, sedicenti  ‘seguaci’ deformata, tradita e sfigurata, la ‘Via’ ritrovata e rimessa al centro del Sentiero iniziatico da Massimo Scaligero. Questa è, inoltre, la ‘Via’ dell’assoluta certezza interiore – l’unica – di fronte a quella inesauribile fonte di errori, illusioni, inganni e autoinganni, smarrimenti, dis-trazioni, deviazioni, suggestioni, infatuazioni, seduzioni, fanatismi, che è la natura inferiore, che il ricercatore della conoscenza spirituale si trova sul suo cammino come generatrice intralci e ostacoli, che tendono a paralizzare l’impresa spirituale, e talvolta a distruggere o pervertire l’incauto che alla sua mefitica, venefica, fonte si abbeveri.

L’aurea ‘Via del Pensiero’, per chi, con cuore puro e volontà risoluta, la percorra è la ‘Via del sublime eroismo’, e non – come, con troppa facile disinvoltura affabulano, taluni che staccano dal contesto, e dall’intenzione, frasi di Massimo Scaligero – la ‘via del sublime egoismo’. Che la ‘Via del Pensiero’ sia una ‘Via’ assolutamente completa, non necessitante di presupposti di nessun tipo, e soprattutto non di tipo mistico o confessionale, ch’essa sia una ‘Via’ a sé sufficiente risulta, con adamantina chiarezza dalle parole che Rudolf Steiner scrisse nella Seconda aggiunta alla seconda edizione del 1918, della sua Filosofia della Libertà, pp. 216-218:

«L’esposizione fatta in questo libro è costruita sul pensare intuitivo sperimentabile solo spiritualmente, per mezzo del quale, nel conoscere, ogni percezione viene inserita nella realtà. Nel libro non si doveva dire più di quanto si potesse abbracciare con l’esperienza del pensare intuitivo. Ma occorreva pure rilevare quale struttura di pensieri venga richiesta da tale pensare sperimentato. Esso richiede di non venir rinnegato nel processo conoscitivo come esperienza poggiante su se medesima, e di non vedersi contestata la facoltà di sperimentare, insieme con la percezione, anche la realtà, in luogo di dover cercare quest’ultima soltanto in un mondo giacente al di fuori di questa esperienza, in un mondo chiuso da disserrare, di fronte al quale l’attività pensante dell’uomo avrebbe un valore puramente soggettivo.

Con ciò si è indicato nel pensare l’elemento per mezzo del quale l’uomo si immette spiritualmente a vivere nella realtà. (E nessuno dovrebbe veramente confondere con un mero razionalismo questa concezione del mondo costruita sul pensare sperimentato). D’altra parte, però, da tutto lo spirito di queste esposizioni segue pure che l’elemento percettivo, per la conoscenza umana, consegue un valore determinativo di realtà solo quando viene afferrato nel pensare. Fuori del pensare non c’è possibilità di riconoscere alcunché come realtà. Non si può dunque sostenere che il modo sensibile di percepire ci sia garanzia dell’unica realtà. L’uomo deve assolutamente aspettare, nel cammino della sua vita, ciò che sorge come percezione. Ci sarebbe soltanto da domandarsi se, partendo dal punto di vista che risulta unicamente dal pensare intuitivamente sperimentato, sia giustificato il fatto di aspettare che l’uomo possa percepire, oltre a ciò che è sensibile, anche lo spirituale. Sì, questa aspettativa è giustificata; perché, se pure l’esperienza del pensare intuitivo è, per un verso, un processo attivo che si svolge nello spirito umano, per un altro è allo stesso tempo una percezione spirituale, conseguita senza l’aiuto di alcun organo fisico. È una percezione nella quale è attivo lo stesso percipiente, ed è in pari tempo un’autoattività che viene percepita. Nel pensare, intuitivamente sperimentato, l’uomo viene trasferito in un mondo spirituale anche come essere percipiente. Ciò che, quale mondo spirituale del suo proprio pensare, gli viene incontro entro quel mondo come percezione è riconosciuto dall’uomo come un mondo di percezioni spirituali. Questo mondo percettivo avrebbe col pensare il medesimo rapporto che, dal lato dei sensi, ha il mondo delle percezioni sensorie. Il mondo di percezioni spirituali, non appena sia sperimentato dall’uomo, non può essergli per nulla estraneo, perché nel pensare intuitivo egli ha già un’esperienza di carattere puramente spirituale. Di questo mondo di percezioni spirituali parlano numerosi miei scritti che sono stati pubblicati dopo il presente libro. Questa «filosofia della libertà» è la base filosofica di tali miei scritti posteriori. In questo libro si è infatti tentato di mostrare che l’esperienza del pensare, giustamente compresa, è già un’esperienza spirituale. Sembra perciò all’autore che chi può con tutta serietà accogliere il punto di vista dello scrittore di questa Filosofia della libertà non si tratterrà dal penetrare nel mondo della percezione spirituale. Certo, quanto è esposto nei libri posteriori del medesimo autore non può essere dedotto logicamente, per via di ragionamenti, dal contenuto del presente lavoro. Ma dalla comprensione vivente del pensare intuitivo, quale qui è inteso, risulterà naturalmente l’ulteriore vivente ingresso nel mondo della percezione spirituale».

Esattamente cinquant’anni fa, l’amico L., colui che pochi mesi dopo mi fece incontrare personalmente Massimo Scaligero, in una lettera – che conservo come un dono del Cielo, e un caro cimelio – mi scrisse  un pensiero, trasmessogli da Massimo Scaligero perché me lo comunicasse, una breve frase che per me è un prezioso tema di meditazione, ed una mirabile sintesi dell’essenza della ‘Via del Pensiero’, e di conseguenza della stessa Scienza dello Spirito. Essa così diceva:

«La Via è dominare in modo cosciente il momento dinamico del pensiero, che dà a se stesso la forma di concetto e nella percezione diviene oggetto».

La meditazione di questo pensiero, racchiudente in poche parole, come ho detto e lo ribadisco, l’essenza aurea della ‘Via’, può portare molto lontano l’ardito praticante interiore, che si dedichi con tutte le sue forze alla realizzazione del momento originario del pensiero, alla realizzazione del pensiero vivente. Ma un tale pensiero – vissuto, asceticamente attuato, e non solo meramente ‘capito’ – può essere anche la ‘pietra di saggio’ per distinguere l’autentica, oggettiva, percezione spirituale, dagli ambigui risultati della ‘chiaroveggenza visionaria’, della quale ci stiamo occupando nell’esame del libro Resurrezione di Orao.

Negli ultimi incontri ‘rituali’ di meditazione insieme, che alcuni di noi avevamo periodicamente con Massimo Scaligero, ma anche negli incontri più allargati, che poi sono stati trascritti dall’amica M. come Seminario solare, egli insisteva ripetutamente su quello ch’egli chiamava ‘realismo eterico’, o ‘realismo del pensare’, o ‘realismo christico’, e lo contrapponeva non solo al realismo primitivo del materialismo storico-dialettico, o al realismo positivista dell’ideologia scientista, o a quello economico, ma anche a quello proponentesi come ‘spiritualista’religioso o mistico che fosse – sino a quello di gran parte del sedicente ‘esoterismo’ circolante, e infine anche al ‘realismo antroposofico’ di tanti seguaci della Scienza dello Spirito, che non riescono a superare il dualismo tra ‘pensare’ ed ‘essere’, che già 2500 anni fa, in Italia, i Pitagorici e gli Eleati, e in India, gli asceti dello Yoga, e i seguaci del Buddha Shakyamuni, avevano superato.

Il difficile, arduo, aspro, cammino della ‘Via del Pensiero’ vuole condurre l’audace sperimentatore alla lucida, cosciente, esperienza del ‘momento genetico’ sia del pensiero che della percezione: ‘momento genetico’, o ‘momento dinamico’, che nell’essenza è identico sia nel pensiero che nella percezione. Non vi è altra possibilità di superamento del ‘realismo’. Si tratta di passare dalla passiva, tramortita, coscienza del ‘fatto’, all’attiva, dinamica, ben ‘sveglia’, coscienza dell’ ‘atto’. Questo sia nell’esperienza sensibile che in quella sovrasensibile. Nella ‘chiaroveggenza visionaria’ si può essere in presenza di percezioni che, come ‘fatto’, si impongono magari anche con caratteri di grandiosità, ma non si è coscienti del momento ‘dinamico’, del momento ‘genetico’, ‘formativo’, della percezione stessa. Ma anche nel sogno si è nell’identica situazione: le immagini del sogno possono presentarsi appunto con caratteri di grandiosità, ma esse sorgono da una ignota scaturigine, e non si è punto coscienti  della loro ‘genesi’. Nella ‘chiaroveggenza visionaria’ non si è liberi, come non si è liberi nel sogno: si assiste passivi al fatto compiuto, ma non si è coscienti del suo compiersi. Nella Filosofia della Libertà è detto a chiare lettere che non può essere libera un’azione, se chi la compie non è cosciente delle cause che lo spingono all’azione: se egli non è il cosciente, attivo, e libero, autore e creatore dei motivi della propria azione.

Da questo punto di vista, deve essere fatta una certa differenza tra ‘chiaroveggenza atavica’ e ‘chiaroveggenza visionaria’. Al livello attuale della sua evoluzione, il formarsi della percezione sensibile, e quella del sogno, non sono coscienti. Essi si presentano all’uomo come un ‘fatto’ del quale egli non è cosciente del loro ‘farsi’, rispetto al quale loro compiersi in fieri. Ma questo appartiene ancor oggi alla spontaneità dell’evoluzione naturale dell’uomo. Solo chi si inoltra concretamente nel Sentiero iniziatico arriva a superare quella incoscienza. Ma anche la ‘chiaroveggenza atavica’ – entro certi limiti – può trovarsi esattamente nella medesima situazione. Persone che in altre vite hanno fatto un percorso spirituale o che, per particolari motivi, ricevono dal Cielo e dai Numi, particolari ‘doni’, possono possedere una elevata ‘veggenza spontanea’. Tali persone, per un loro peculiare destino, e se posseggono un cuore puro, una elevata moralità, coi loro ‘doni’ possono aiutare a volte altre persone in momenti difficili. A volte il Cielo e i Numi, vedendo la temerarietà di qualche loro animoso combattente, che spesso può finire in guai spiacevoli e in situazioni veramente pericolose, possono decidere di aiutarlo, proprio attraverso persone di questo genere. Alcuni anni fa, a me pure è capitato di ricevere più volte un simile prezioso aiuto i situazioni difficili ed estreme, e ne sono grato al Cielo e a quelle persone. Lo stesso Rudolf Steiner accenna all’esistenza di tali personalità, e della loro possibilità di essere dei benefici ‘aiutatori’, sia nel libro L’Iniziazione che nella Scienza Occulta.

A questo punto, non sarà senza importanza riportare quanto, a tale proposito, scrive Rudolf Steiner in L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori, traduzione di Emmelina de Renzis, Gius. Laterza e Figli, 1926, pp. 70-71 – proprio nel capitolo dedicato all’Iniziazione, e alle ‘prove’ dell’anima – così scrive:

«Occorre però far notare che vi sono delle persone capaci di eseguire tali azioni incoscientemente, sebbene non abbiano seguito nessuna disciplina occulta. Tali «aiutatori del mondo e dell’umanità» attraversano la vita benedicendo e beneficando; a loro, per ragioni che qui non è il caso di spiegare, sono state concesse delle doti che sembrano soprannaturali. Ciò che li distingue dal discepolo dell’occultismo è il fatto, che quest’ultimo agisce coscientemente, con piena visione dell’intiero insieme; egli consegue, per mezzo appunto della disciplina, ciò che ai primi è stato donato dalle potenze superiori per il bene del mondo. Questi uomini benedetti da Dio meritano sincera venerazione, ma non per questo il lavoro della disciplina dovrà essere considerato come superfluo».

Nella ‘spontanea veggenza atavica’ vi è la possibilità dell’errore, non la necessità automatica, ossia non la certezza dell’errore. Se le persone che dal Cielo hanno ricevuto simili mirabili ‘doni’ hanno un cuore puro, elevata moralità, e sono disinteressate, difficilmente errano. Personalmente, ho incontrato, e scrupolosamente verificato, innumerevoli volte che, invece, errano molto di più, scivolando in una fallace ‘chiaroveggenza visionaria’, molti occultisti, e addirittura molti seguaci della Scienza dello Spirito, i quali per presunzione, vanità, ambizione, ‘maestrite acuta’, immoralità, scivolano facilmente, e inavvertitamente, nella più medianica, allucinatoria  ‘chiaroveggenza visionaria’. Le persone, cui alludevo più sopra, spesso per ragioni morali – in gran parte condivisibilissime – diffidano dagli ambienti occultistici, e se ne tengono ben lontani, e difficilmente errano nelle loro ‘percezioni’, anche se originate da facoltà ‘ataviche’. Come dar loro torto, vedendo gl’indegni spettacoli ai quali dànno luogo, molti, troppi, occultisti, sedicenti ‘maestri’, ‘ierofanti’, e sedicenti ‘iniziati’!

Ma al di là di queste particolari personalità – molto rare quando siano autentiche, e ancor più rare da incontrarsi – le quali per destino hanno ricevuto dal Cielo i loro ‘doni’,  il discepolo dell’Iniziazione non potrà basarsi altro che sullo sviluppo cosciente delle forze interiori col seguire una rigorosa Ascesi del Pensiero. Questo oggi – a causa di una ancor maggiore caduta del pensiero umano nell’astrazione, nella cerebralità – è ancor più necessario di un secolo fa, allorché Rudolf Steiner parlava ad un tipo umano meno irrigidito, meno fisicizzato, di quanto lo sia oggi l’essere umano recluso in un mondo sempre più meccanico, sempre più ossessivamente tecnologico, in definitiva sempre più arimanico. Ed oggi, ancor più che non ai tempi di Rudolf Steiner, è necessario – assolutamente necessario – scorgere tutti i pericoli insiti in una ‘chiaroveggenza visionaria’, frutto dei uno scivolamento, avvertito o inconsapevole, in una medianica dipendenza dalla natura corporea. Dipendenza che può benissimo fornire al compiaciuto incauto visioni grandiose e poteri vari: appunto medianici. Che, poi, si pagheranno molto cari. Ma già oltre un secolo fa, Rudolf Steiner parlava a tale proposito, come abbiamo visto, un linguaggio estremamente chiaro, che può da taluni essere volutamente trascurato, o dimenticato, ma non equivocato. Infatti sempre in Filosofia e Antroposofia, più volte citato in questo studio, leggiamo alle pp. 110-112 :

«Così dobbiamo renderci conto che chi compenetra col pensiero i fatti del mondo spirituale, può anche comunicarli in modo che chi abbia acquistato i pensieri qui, sul piano fisico, possa applicare gli stessi pensieri anche a quanto viene comunicato dai mondi superiori. Allora può comprenderlo. Ognuno deve riconoscere che la cosa più importante non è ricevere comunicazioni dai mondi superiori, ma il modo come si ricevono; un modo rispondente alle condizioni terrene. Ognuno deve badare a che le comunicazioni dei mondi superiori non gli vengano trasmesse diversamente. Certo, è comodo limitarsi a credere a quel che viene comunicato; ma è molto dannoso. Chi vuol semplicemente credere, è come chi si contenta di farsi raccontare che esiste un lume, mentre ha bisogno di avere il lume per illuminare la sua stanza; per questo occorre avere il lume; non basta la sola credenza. Così è importante afferrare prima di tutto la forma del pensare solido, coscienzioso, per ricevere prima attraverso questa forma le comunicazioni del mondo spirituale. Queste possono essere ottenute solo da chi possiede la chiaroveggenza, ma, una volta ottenute, possono essere comprese da ognuno che le accolga nel modo giusto.

Se si pensa così, tutti i pericoli che altrimenti possono andar congiunti all’indagine spirituale, saranno eliminati. I pericoli sorgono non appena qualcuno sviluppa facoltà chiaroveggenti senza arricchire al tempo stesso la sua mente e la sua conoscenza coi mezzi del pensiero. Molti sono avidi di carpire ad ogni costo notizie al mondo spirituale, senza procedere con ogni cura a sviluppare conoscitivamente quel ch’è necessario conquistare sul piano fisico. Non c’è Dio che possa afferrare il mondo in pensieri, se non s’incarna sulla Terra fisica. Potrà afferrare il mondo in altra forma; ma per afferrarlo in questa forma, deve incarnarsi sulla Terra. Se pensiamo a ciò, potremo comprendere che sviluppare facoltà senza adoperarle nel modo giusto porta con sé gravi pericoli. Chi sviluppa una certa chiaroveggenza visionaria e non l’adopera nel modo giusto, in quanto si trattiene sul piano astrale senza essere capace di trasportare le sue esperienze giù sul piano fisico, si espone al pericolo che tra le sue visioni e il piano fisico si spalanchi un abisso».   

Prima di proseguire a trascrivere quanto Rudolf Steiner dice in questa sua, al massimo grado preziosa, conferenza, vorrei sottolineare come nel libro di Orao si esiga un ‘credere’, una ‘fede’, come passo preliminare al cammino iniziatico. O meglio come condizione preliminare al cammino sedicente ‘iniziatico’, che Orao propone. E ciò sin dalle prime parole del libro Resurrezione, dove – come abbiamo visto – già a p. 7, è detto:

«I Vangeli sono il primo e l’ultimo testo iniziatico necessario per l’uomo che si avvia lentamente verso il percorso pensante, verso l’attività autocosciente: quindi una testimonianza da cui estrarre principi e verità».

Ciò – e anche questo lo abbiamo visto e documentato – è contraddetto non solo dalle parole di Rudolf Steiner, che nella sua infanzia e nella sua adolescenza non aveva ricevuto affatto una educazione religiosa, ma anzitutto, e soprattutto, dalla sua stessa vita, visto ch’egli, nel suo cammino iniziatico, come lui stesso affermò, non partì affatto dai Vangeli, ma dalla Scienza, dalla Filosofia, dall’esperienza del momento originario del pensiero sperimentato, percorrendo nell’anima, vivendola come evento interiore, la ‘teoria della conoscenza’. Come ogni vera Scienza, la Scienza dello Spirito è ‘priva di presupposti’, compresi quelli mistici, religiosi, o confessionali.  

Quel che Orao scrive, diviene una pre-condizione inaccettabile per chi si accosti alla Scienza dello Spirito, all’Antroposofia, provenendo dalle ‘Vie’ orientali, dallo Yoga, dall’Induismo, dallo Zen, dal Buddhismo, dal Taoismo, o dalle ‘Vie’ iniziatiche occidentali, che si rifacciano al Mondo Classico, alle ‘Vie’ orfiche, pitagoriche, ermetiche, platoniche, o alle ‘Vie’ kabbalistiche. Ma non così la pensava, evidentemente, Massimo Scaligero – che proveniva da ‘Vie’ orientali, e da una visione del mondo ‘pagana’ – il quale in una delle versioni dattiloscritte da lui redatte delle:

REGOLE PER LO SVILUPPO INTERIORE

Secondo la moderna

SCIENZA DELLO SPIRITO

Così scrive sin dall’incipit :

«I seguenti esercizi vengono comunicati come presupposti di una disciplina rispondente alla formazione interiore dell’uomo moderno e al tempo stesso come terapia di ogni alterazione della vita psichica e degli effetti di pratiche irregolari, orientali o occidentali.

La Scienza dello Spirito di cui gli esercizi sono espressione non è una religione bensì un metodo di conoscenza , che dà modo al religioso, cristiano o buddhista o islamico ecc., di ritrovare le fonti vive della propria religiosità e al tipo agnostico o ateo di questo tempo di riconoscere da sé sperimentalmente i processi interiori in cui il suo sentimento ateo muove. La Scienza dello Spirito lascia gli uomini liberi, non cerca proseliti: non ha nulla da dire a coloro che sono paghi della propria verità: parla solo a coloro che avvertono la contingenza della propria presente verità».

Determinate distorsioni della verità, che ho avuto il penoso còmpito di evidenziare e documentare – mi è stata rivolta persino l’accusa di essere “pedante”, accusa che molto volentieri accetto come un involontario elogio – sono il frutto di una irregolare vita dell’anima, la conseguenza inevitabile di un ‘metodo’ e di ‘pratiche’, che non sono quelle indicate da Rudolf Steiner e da Massimo Scaligero come azioni interiori scaturenti, in maniera rigorosa e coerente, dalla rosicruciana Scienza dello Spirito, orientata antroposoficamente. Distorsioni della verità, e fallaci ‘visioni’ scaturenti da una fallace ‘veggenza visionaria’, hanno come causa sempre una dipendenza diretta o indiretta della vita dell’anima dalla natura corporea, come mostra chiaramente Rudolf Steiner nella precedentemente citata Appendice del 1918 al libro L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori. E, proprio in quella Appendice, Rudolf Steiner dà come unico criterio di certezza e di verità nella percezione spirituale l’esperienza del pensiero puro, ossia l’esperienza del dinamico momento genetico del pensare, attivo al di fuori e indipendentemente da qualsiasi coinvolgimento corporeo, momento di quel ‘pensiero-folgore’, presente in maniera identica, al contempo, nella formazione del concetto nel pensare e nella generazione del percepito nell’atto del percepire. Infatti, così scrive Massimo Scaligero nell’explicit del citato opuscolo dattiloscritto:

«Per il discepolo è fondamentale apprendere il metodo della liberazione del pensiero. Normalmente l’uomo passa da un oggetto all’altro, o da un tema all’altro, ma non sa di passare in realtà da un pensiero all’altro. Muove di continuo mediante concetti delle cose, ma ignora il formarsi in lui del concetto, onde il p o t e r e  d i  r e a l i z z a z i o n e da concetto a concetto viene illegittimamente usato dalla psiche legata alla corporeità: la relazione interiore originaria, viene sostituita dalla esteriore relazione logica. Con la relazione stabilita dall’esterno.

La relazione originaria tra concetto e concetto è la r e a l e  f o r z a  del pensiero e risponde alla interna relazione delle cose, ma il pensiero scisso del razionalista di questo tempo la sostituisce con la relazione stabilita dall’esterno, che ha la parvenza della verità nella forma logica: onde esistono molte logiche; ciascuno dispone della logica necessaria alla propria limitata verità, che però afferma come tutta la verità. Ciascuno ha la logica del proprio pensiero alienato. La disciplina del pensiero porta invece il discepolo dal pensiero scisso o riflesso, al pensiero che come forza vive simultaneamente nel mentale e nel sopramentale, essendo l’essenza delle cose: la logica vera.

L’uomo non è libero finché non consegua la liberazione del pensiero, o la congiunzione viva del pensiero con l’Io, secondo il metodo proprio alla “via cosciente” o via occidentale, cui fanno riferimento gli accennati esercizi. Qualsiasi orientamento culturale o ideologico egli scelga prima di una tale l i b e r a z i o n e  del pensiero, lo rende strumento di una dottrina o di una corrente, pedina di un gioco che egli non può controllare: ostacola la sua evoluzione e di conseguenza l’evoluzione della società di cui fa parte».   

Una volta di più è necessario ribadire che l’Antroposofia, in quanto rosicruciana Scienza dello Spirito, non parte da nessun documento religioso. Su questo Rudolf Steiner è quanto mai esplicito. Vale la pena riportare, per abbondare nella misura a beneficio del risveglio di molti addormentati – usiamo per una volta un’espressione kantiana – in un ‘sonno dogmatico’, un passo del ciclo L’occultismo dei Rosacroce, 10 conferenze tenute a Budapest dal 3 al 12 giugno 1909, ciclo contenuto nella GA-109, tradotto in italiano da Iberto Bavastro, e pubblicato dall’Editrice Antroposofica a Milano nel 2001. Nella quarta conferenza, del 6 giugno 1909, alle pp. 41-42 leggiamo:

«Vorrei essere compreso bene: l’occultista non giura su alcun documento o autorità; per lui solo i fatti del mondo spirituale sono decisivi; i documenti però ridiventano poi per lui preziosi in modo imparziale. La scienza dello spirito non è edificata su alcun documento religioso, ma direttamente sull’indagine dei fatti spirituali. Il fondamento della scienza dello spirito è l’indagine oggettiva; se poi i documenti religiosi contengono anch’essi fatti simili, a maggior ragione l’occultista potrà nel modo giusto riconoscerne il valore».  

Naturalmente, questo principio metodico fondamentale della Scienza dello Spirito, vale nei confronti dei documenti di tutte le religioni, e non solo di quelli della Cristianità. Vi è però una differenza: i Veda, le Upanishad, i Sutra del Tripitaka buddhista, sia mahayana che theravada, l’Yi King, il Tao Teh King, i classici del Taoismo, del Confucianesimo, sono stati trasmessi pressoché intatti nel corso di vari millenni, non alterati dalla faziosità partigiana, che nelle confessioni cristiane è giunta ad alterare. modificare e, a volte sopprimere, molte parti del Nuovo Testamento, Vangeli compresi. Le confessioni cristiane, sedicenti ortodosse, hanno agito con furia distruttiva, in molti casi addirittura con furia omicida, non solo nei confronti delle antiche Religioni e dei Misteri del Mondo Classico, definiti dispregiativamente ‘pagani’, ma anche nei confronti dello Gnosticismo, del Manicheismo, dell’Arianesimo, del Bogomilismo, del Catarismo, sino a giungere a sopprimere pressoché tutta la letteratura di quelle correnti spirituali, oltre che a bruciare sui roghi i loro seguaci. Ma torniamo a quel che Rudolf Steiner dice in Filosofia e Antroposofia, dove alle pp.112-115, egli getta ulteriore luce su quanto di illusorio, ingannevole, fallace, vi è nella ‘veggenza visionaria’, fa ben comprendere l’origine di molti errori:

«Supponiamo che qualcuno abbia visioni importantissime, appartenenti al piano astrale, e supponiamo pure ch’esse siano una realtà (poiché possono essere una realtà anche le visioni del chiaroveggente che non è un pensatore). Ma tra quest’uomo e ciò che sta dietro il piano fisico, si spalanca un abisso. Dietro il piano fisico, come di là da una cortina, sta il vero e proprio mondo spirituale: il piano fisico è Maja. Ora colui che è chiaroveggente visionario non è in grado di far sparire il piano fisico; quest’ultimo sparisce solo per chi è in grado di eliminarlo coi mezzi del pensiero. Solo così si penetra di là dal piano fisico; sicché solo con la chiaroveggenza pensante si può comprendere il mondo spirituale, nascosto dal piano fisico. L’abisso si spalanca qui, e il piano fisico sussiste come Maja. L’impossibilità di attraversarlo dipende dal fatto che il cervello non è in grado di togliersi di mezzo.

Chi abbia imparato a pensare giustamente, non impiega direttamente il suo cervello per pensare. L’attività del pensiero lavora intorno al cervello, ma non lo adopera direttamente. Sarebbe un assurdo voler affermare che il cervello pensa. […] Dunque, non è il cervello quel che pensa. E se non si è monisti o materialisti, nel senso moderno della parola, è anche facile rendersene conto. L’attività pensante non ha affatto bisogno, a tutta prima, di adoperare il cervello come suo strumento. Dove il pensiero diventa puro, il cervello non è chiamato a collaborare. Lo è soltanto dove si formano immagini del mondo sensibile. Se vi rappresentate un circolo disegnato col gesso, lo fate attraverso il cervello; ma se pensate un circolo, scevro di elementi sensibili, il circolo stesso è l’elemento attivo che prima conforma il cervello. Se l’uomo possiede una chiaroveggenza visionaria, egli rimane nel suo corpo eterico e non raggiunge nemmeno il cervello fisico; perciò non può mai varcare l’abisso. Perché appunto qui l’immagine chiaroveggente si collega con quel che sta dietro il piano fisico.

Chi sdegna di lavorare col pensiero, sviluppa facoltà che non afferrano il loro oggetto, che non penetrano veramente nel mondo spirituale. E ne nasce, come conseguenza, un disaccordo tra quel che l’uomo sviluppa continuamente nel suo corpo eterico, e quel ch’egli è come uomo; ne nasce una continua disarmonia, in quanto il cervello non si adegua alle facoltà chiaroveggenti. Il cervello di quell’uomo è grossolano, perché egli non si è curato di affinarlo e nobilitarlo per mezzo del pensiero. È grossolano; contiene qualcosa che presenta all’uomo degli ostacoli per cui egli non può penetrare con le sue visioni fino alla vera realtà spirituale; sicché, invece di avvicinarsi alla verità, egli se ne allontana, e così perde ogni possiblità di giudicare i fatti spirituali. Un uomo siffatto potrà vedere forse molte cose, ma non avrà mai la garanzia ch’esse corrispondano alla realtà. Un giudizio può averlo soltanto chi sia capace si distinguere tra visione e realtà. Né può chi non abbia il discernimento che si acquista unicamente con il lavoro sul piano fisico. Se si disdegna il faticoso lavoro di pensiero, arduo a conquistarsi, si ondeggerà sempre nel vuoto.

Questo dobbiamo imprimerci nell’anima. Allora non potranno più accadere le cose che altrimenti sempre si ripetono, e cioè che taluni, sviluppando in sé una chiaroveggenza visionaria, erigono una barriera tra sé e il mondo reale, e poi vivono nelle loro fantasie, ch’è quanto dire non sapersi più orientare nel mondo fisico e non essere perfettamente in senno. La chiaroveggenza puramente visionaria conduce facilmente a ciò. Il senno va conquistato lavorando nel solo modo atto a svilupparlo, cioè mediante il pensiero nel piano fisico».

Rudolf Steiner non avrebbe potuto più chiaramente, e inequivocabilmente, descrivere l’origine, e la natura delle ‘erranze visionarie’ di Orao. Massimo Scaligero, come potei constatare di persona, aveva una robusta formazione scientifica e filosofica, e sulla vastità, illimitata profondità, esattezza, e rigore della sua percezione spirituale non ho mai avuto alcun dubbio, avendomene egli date innumerevoli prove e conferme. Mentre la stessa cosa non si può proprio dire di Orao, nelle cui opere, Resurrezione e Madre, abbondano inesattezze, clamorosi errori, aperte contraddizioni tra quanto in tali scritti viene apoditticamente ex cathedra ed ex tripode dogmaticamente affermato, e quanto comunica Rudolf Steiner, cosa che, invece, non ho mai riscontrato in Massimo Scaligero: né nella sua opera scritta, né nelle sue comunicazioni orali fatte in incontri personali o in cerchie più allargate. In quel che scrive Orao non ritrovo né esattezza, né scientificità, e neppure un pensiero essenzialmente ‘logico’

Quanto sia importante, invece, e addirittura indispensabile, per chi è chiamato ad esporre risultati di una propria, autonoma, facoltà di ‘percezione spirituale’, una severa educazione sulla base di una rigorosa formazione scientifica – cosa alla quale il benevolo lettore è pregato di portare adeguata attenzione, essendo un fatto per niente da sottovalutare – risulta, per esempio, da quanto scrive Rudolf Steiner nell’Introduzione al libro Teosofia. Introduzione alla conoscenza sovrasensibile del mondo e del destino umano, traduzione di Ida Levi Bachi, Editrice Antroposofica, Milano, 2006, pp. 16-17:

«L’erudizione e la cultura scientifica non sono condizioni necessarie al dischiudersi di questo “senso superiore”. Esso può aprirsi tanto nell’uomo semplice quanto nel dotto. Anzi, ciò che ai nostri tempi per lo più si considera come la “sola” scienza, può spesso essere piuttosto d’intralcio che di aiuto. Per sua natura, essa ammette come “realtà” unicamente quel che cade sotto i sensi ordinari. Per quanto grandi siano i suoi meriti riguardo al riconoscimento di tale realtà, quando dichiara valido per ogni sapere umano quel che è necessario e salutare per il suo dominio, essa crea una quantità di preconcetti che precludono l’accesso alle verità superiori. […]

Per essere “maestro” in questi campi superiori dell’esistenza, non basta però che in un uomo si siano aperti i sensi capaci di percepirli. Anche qui occorre “scienza” come per esser maestri nel campo della realtà comune. La “vista superiore” non fa dell’uomo un “dotto” in materia spirituale, come i sensi sani non fanno di noi dei “dotti” nel mondo della realtà sensibile. Ma poiché la realtà inferiore e quella spirituale non sono in ultimo che due aspetti della stessa e unica essenza fondamentale, chi è ignorante nel campo delle conoscenze inferiori rimarrà per lo più tale anche nel campo di quelle superiori. Questo fatto, in chi per vocazione spirituale si sente chiamato a pronunciarsi intorno ai domini spirituali dell’esistenza, genera il sentimento di una responsabilità illimitata, e gli impone modestia e riservatezza».

Ma vi è un punto che devo rilevare, a proposito degli scritti di Orao che sono stati pubblicati, un punto che per me ha una importanza veramente decisiva. Il secondo argomento fondamentale dei ripetuti colloqui tra Hella Wiesberger e me – il secondo argomento al quale accennavo all’inizio di questa undicesima parte del presente studio – è quello di un ‘atteggiamento particolare’ da tenere costantemente nei confronti  della figura e dell’Opera spirituale di Rudolf Steiner. Hella Wieberger mi parlava di atteggiamento di devota modestia nei confronti di tale grandiosa Opera, di un ‘ritrarsi’, di un ‘tirarsi indietro’ – in tedesco ‘sich zurückziehen’ – per far ‘parlare’ l’Opera stessa di Rudolf Steiner. È quell’atteggiamento di ‘devota venerazione’ nei confronti della Verità e della Conoscenza, del quale parla Rudolf Steiner sin dalle prime pagine del libro Iniziazione, e che spinge il discepolo dell’Iniziazione a voler ‘servire’ l’Opera che ‘incarna’, o ‘veicola’ tale Verità e Conoscenza. È lo stesso atteggiamento di ‘devota venerazione’ che visibilmente traspariva quando il Maestro dei Nuovi Tempi parlava dei Maestri della Saggezza e dell’Armonia dei Sentimenti, dei Maestri della Rosacroce. Questa ‘devota venerazione’, assieme all’amore per la Verità, costituisce quella che è la autentica ‘moralità dello Spirito’

Vi sono vari esempi luminosi di questa ‘devota venerazione’ che si attua, e si manifesta, attraverso quel ‘ritrarsi’ per far parlare direttamente l’Opera dell’Iniziato dei Nuovi Tempi. Un primo luminoso – oserei dire addirittura ‘abbagliante’ – esempio è proprio Marie Steiner, la fedele compagna e la più stretta collaboratrice di Rudolf Steiner. Di lei Rudolf Steiner disse a Tatiana Kisseleff, che «non si poteva scrivere una biografia, perché Marie Steiner era un ‘essere cosmico’. Al massimo si poteva stendere una cronaca degli eventi esteriori della sua vita». Ebbene, lei che – secondo la testimonianza di Adolf Arenson – nella Mystica Aeterna «‘operava’», al dire di Rudolf Steiner «all’altare d’Oriente con una ‘funzione cosmicamente giustificata’», si cancellò come personalità per ‘servire’, ‘curare’, ‘proteggere’ devotamente l’Opera dell’Iniziato Solare. Io posseggo tutte le opere di Marie Steiner, nelle quali ella si fa ‘ancella’ fedele e devota della di lui Opera. Ma mai – ripeto: mai – lei propone frutti della sua personale ‘veggenza’, che pure aveva – ne ho varie testimonianze nelle biografie di lei che posseggo – vastissima e profonda. I suoi scritti sono introduzioni alle opere di Rudolf Steiner, oppure propri componimenti poetici, molto belli peraltro, o considerazioni sulla letteratura e l’arte della sua epoca, o considerazioni sulle vicende felici o dolorose del movimento antroposofico. Mai Marie Steiner dette insegnamenti, esercizi, o pratiche, che non fossero quelli che Rudolf Steiner aveva donato al mondo. E proprio sulla difesa dell’Opera di Rudolf Steiner contro il saccheggio e la deformazione che ne facevano Albert Steffen, Guenther Wachsmuth, ed altri, ella dimostrò di essere una lottatrice formidabile.  

Un altro esempio è quello di Michael Bauer, discepolo tra i più fedeli e progrediti di Rudolf Steiner. Egli, che pure aveva avuto grandiose esperienze spirituali, nei suoi scritti – anche di lui ho le opere – mai parla dei risultati della sua ‘veggenza’, ma – sempre e solo – fa parlare l’Opera di Rudolf Steiner. Altro esempio ancora, è quello di Giovanni Colazza: sicuramente il più avanzato, intimo, e caro, dei discepoli che Rudolf Steiner aveva in Italia. Eppure, anche lui, che era un autentico Iniziato e un Maestro, mai volle parlare dei risultati della sua veggente indagine spirituale, o dette un insegnamento che non provenisse da Rudolf Steiner. Giovanni Colazza nelle conferenze tenute a Roma nel Gruppo Novalis nell’inverno del 1945, nelle quali fece l’esegesi del libro Iniziazione, disse sùbito, esplicitamente, che lui avrebbe dato sempre e solo quello che Rudolf Steiner aveva indicato come insegnamento, esercizi, e pratiche interiori. Vale la pena di riportare direttamente dal dattiloscritto originale della trascrizione di quelle conferenze – quanto è stato pubblicato, decenni dopo la sua dipartita, dalla romana casa editrice Tilopa, ha subito pesanti e, a mio avviso, molto discutibili, interventi redazionali da parte dell’editore – quanto Giovanni Colazza disse già nella prima conferenza, quella del 4 gennaio 1945:

«Io seguirò più o meno il libro, ma naturalmente, in quasi diciotto anni di ulteriore attività, il Dottore ha dato molto, specialmente su certi punti, che serve di schiarimento e di integrazione a questo libro; aggiungerò poi altri insegnamenti del Dottore che si trovano sulla stessa direzione e che sono estremamente utili per ottenere dei reali risultati.

Naturalmente se io espongo queste cose in modo personale, tengo a dire che non ci metto niente di mio, vale a dire niente che il Dottore non abbia detto; di questo potete essere sicuri, in quanto su questo punto sono sempre stato intransigente con me stesso e con gli altri».

E lo studio delle conferenze che di lui son giunte sino a noi, conferma pienamente questa sua severità e rigore, questa sua ‘intransigenza’, nel ‘ritrarsi’, nel ‘tirarsi indietro’, per far parlare l’Opera di Rudolf Steiner.   

Lo stesso rigore lo possiamo constatare nell’Opera di Massimo Scaligero. Egli più volte disse che la sua Opera era ‘prima’ e ‘dopo’ quella di Rudolf Steiner: ‘prima’, perché voleva essere la ‘chiave’ per penetrare nell’essenza della Scienza dello Spirito, la ‘Via del Pensiero’ recataci da Rudolf Steiner, ossia la ‘chiave’ per ritrovare quel filone aureo del suo insegnamento che molti antroposofi hanno smarrito per superficialità, incuria, inadeguatezza, sentimentalità, intellettualismo, vanità, tradimento; ‘dopo’, perché voleva essere la ‘chiave’ della fedeltà all’aureo insegnamento, la fedeltà, appunto, alla ‘Via di Michele’, alla ‘Via del Pensiero Vivente’, alla ‘Via’ della concreta realizzazione, attraverso gli esercizi, la costante pratica della Concentrazione, della Meditazione secondo il canone della liberazione del pensiero, la fedeltà alla Filosofia della Libertà. Ma mai, veramente mai, nella trentina di libri ch’egli pubblicò, volle ‘sostituirsi’ al Maestro dei Nuovi Tempi, ‘correggere’ le comunicazioni,  ‘completare’ i risultati delle investigazioni spirituali, di Rudolf Steiner. Mai, veramente mai, egli – che pure aveva una illimitata capacità di penetrante percezione spirituale, e ne ebbi molte prove – portò risultati della sua pur eccezionale ‘veggenza’ spirituale, e meno che mai egli insegnò qualcosa che fosse in contraddizione, o anche semplicemente ‘diverso’ da quello che insegnava Rudolf Steiner. Come, invece, fa Orao nei suoi scritti, Resurrezione e Madre. Mai, e poi mai, ho trovato negli scritti di Massimo Scaligero errori, menzogne, fumisterie, affabulazioni, finzioni, o imposture, come invece ho dovuto rilevare, e documentare, molte volte nei suddetti scritti di Orao

Prendendo come criterio di discriminazione spirituale quell’atteggiamento interiore di ‘devota venerazione’, di ‘modestia’, di ‘umiltà’, di fronte alla grandiosità della rivelazione di Rudolf Steiner – atteggiamento interiore che non esclude punto, anzi esige un ben sveglio senso critico, grande coraggio conoscitivo, e coerenza di fronte alla Verità – che mi indicava Hella Wiesberger, e che si traduce in quel ‘sich zurückziehen’, in quel ‘ritrarsi’, ‘tirarsi indietro’, ‘cancellarsi’ per far parlare l’Opera del Maestro dei Nuovi tempi, che è la verace moralità dello Spirito, è inevitabile concludere che l’atteggiamento, la  disposizione dell’anima di Orao, nei suoi scritti, nel suo presumere – compiendo enormi errori, e giungendo sino alla falsificazione, e all’impostura – di ‘correggere errori’ sia di Rudolf Steiner che di Massimo Scaligero, di ‘completare’ un’Opera ‘carente’, e sotto certi aspetti – a suo dire – ‘superata’, sia molto lontano da quello proprio, invece, di Marie Steiner, di Michael Bauer, di Giovanni Colazza, dello stesso Massimo Scaligero. Vedremo, nel proseguo del presente studio, a quali risultati veramente ‘stupefacenti’ conduca una tale – sit venia verbo – ‘presunzione’, e come le ‘rivelazioni’ della sua peculiare ‘chiaroveggenza’ vadano direttamente in rotta di collisione con le comunicazioni di Rudolf Steiner, che le smentiscono clamorosamente.   

SCIENZA DELLO SPIRITO, VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO
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