Nome dell'autore: Hugo de Paganis

Sono figlio di un cinese, piantatore di radicchio, e il mio nome è Piripicchio! Son cresciuto in Romagna dove la notte si dorme, e di giorno si magna!

VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. DECIMA PARTE.

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Abbiamo visto quali enormi, fatali, addirittura esiziali, errori, sia conoscitivi che morali, scaturiscano da una ‘chiaroveggenza’ atavica, visionaria, istintiva, la quale non può mai essere, a causa della sua passività, fonte e soggetto dell’atto conoscitivo del pensare. Semmai, è essa a necessitare urgentemente di divenire oggetto di una cosciente, volitiva, indipendente attività del pensare. Ed è tale manifestazione di una ‘con-fusa’ mescolanza di percezione, sensazione, emotività, istintività, e falsi ‘pensati’, suggeriti da una apparente spontaneità propria della natura inferiore, ad avere urgente necessità di una energica e indipendente attività pensante, che attraverso la cosciente, lucida, formazione di concetti – tratti, come insegna la Filosofia della Libertà di Rudolf Steiner, dal proprio mondo ideale, e non dalla percezione stessa – e ad aver bisogno di venire restituita alla dimensione ad essa dovuta, fuori della quale una tale mistura, spacciata per ‘percezione spirituale’, è intossicante menzogna. Ma, come ho detto nelle precedenti pagine di questo studio, una volta che, con tutta chiarezza, sono stati individuati quali siano gli errori – che ad uno sguardo attento, e spregiudicato, risultano essere oggettivamente, vere e proprie menzogne – presenti, come ho ampiamente documentato, sin dalle prime pagine del libro Resurrezione di Orao, è urgente, oltre che necessario, ricercare, e rendersi conto, del come e del perché possano sorgere in un’anima simili errori: tutta l’impostazione della Via dell’Iniziazione ne dipende.

Grandissimo aiuto ad una tale necessaria chiarificazione ci giunge dal citato aureo libretto, Filosofia e Antroposofia, tradotto da Lina Schwarz, ed edito sin dal 1938, da “La Prora” di Milano, come primo testo della collana «Conosci te stesso», Quaderni di Scienza dello Spirito a cura di Rinaldo Küfferle, Nuova Serie, nel quale Rudolf Steiner, rispondendo ad una possibile obbiezione – che, come suo costume, egli stesso si fa, anticipando quelle di eventuali avversari della Scienza dello Spirito – alle pp. 95-99, così dice con parole che in parte metterò in particolare evidenza:

«Con tutto ciò, potreste anche obiettare che, se le comunicazioni dal mondo spirituale non sono viste da sé, si può sempre dubitare del loro valore. Ma ora poniamo accanto ai due che abbiamo messo dinanzi poc’anzi [scil. ossia il chiaroveggente spontaneo o atavico, e il chiaroveggente pensatore], un terzo, che non sia affatto chiaroveggente, ma al quale siano stati solo comunicati certi risultati dell’indagine spirituale acquistati per via del pensiero (cioè della chiaroveggenza accompagnata dal pensiero). Egli li accoglie e li comprende come ragionevoli, come fatti del mondo spirituale. L’uno, il pensatore veggente, li possiede; ma chiunque li abbia compresi con la sua ragione, li possiede pure, sebbene non ne sia cosciente. Non occorre affatto essere chiaroveggenti per avere in sé il pieno valore di quanto si è ricevuto come comunicazione. C’è una differenza tra il possedere qualcosa e l’essere coscienti di quel che si ha. Supponiamo, ad esempio, di aver fatto un’eredità e di non averne avuto ancora nessuna notizia; ciò nonostante, il valore dell’eredità fatta esiste già oggi per noi. Anche se non ne siamo ancora venuti a conoscenza, la possediamo ugualmente. Così è colui che apprende i fatti del mondo spirituale per mezzo dell’antroposofia; se li ha compresi con la sua ragione, egli li possiede già, e non ha che da attendere il momento nel quale ne diverrà cosciente. Ciò si mostra soprattutto dopo la morte. Possiamo chiederci, usando un’espressione spicciola per meglio chiarirci la cosa: «Dopo la morte, è più utile all’uomo aver veduto chiaroveggentemente i fatti spirituali senza lavoro di pensiero, oppure l’aver ricevuto la comunicazione antroposofica di quei fatti anche senza veggenza propria?».

È facile credere che, per la vita dopo la morte, la chiaroveggenza sia una preparazione migliore che non il semplice accogliere la comunicazione dei fatti spirituali. Eppure non è così. Dopo la morte, ben poco serve all’uomo ciò ch’egli ha veduto solo chiaroveggentemente; invece ha sùbito una realtà, non appena comincia a divenire cosciente delle comunicazioni spirituali che ha ricevute durante la vita, se le ha comprese con la sua ragione. Dopo la morte, ha valore appunto quel che si è compreso durante la vita; sia stato visto chiaroveggentemente o no. Anche il più profondo iniziato, capace di vedere tutto il mondo spirituale per mezzo della sua chiaroveggenza, non aumenta con ciò il suo valore dopo la morte, se non è stato in grado di esprimere quei fatti in concetti umani. Dopo la morte, possono servigli soltanto le cose che quaggiù egli possiede in concetti. Sono i semi per la vita dopo la morte. Naturalmente, chi è chiaroveggente e insieme pensatore si può avvantaggiare di quanto vede chiaroveggentemente. Ma due che non siano pensatori, dei quali l’uno sia chiaroveggente e l’altro senta solo raccontare ciò che l’altro vede, si trovano, dopo la morte, nell’identica situazione, poiché nella vita dopo la morte possiamo portare con noi solo quel che ci siamo conquistati quaggiù con l’ausilio del pensiero esercitato. È quest’ultimo che là germoglia come un seme; non già quel che troviamo nelle sfere in cui, dopo la morte, entriamo. Quanto riceviamo dai mondi superiori non ci viene regalato gratuitamente affinché ci divenga più comoda la via per abbandonare il piano fisico, ma ci viene dato perché lo convertiamo in moneta di questa Terra; e solo quel tanto che abbiamo convertito in moneta di questa Terra ci serve dopo la morte».

Dopodiché, Rudolf Steiner descrive, con geometrica precisione, quelli che sono i lati ambigui, equivoci, fonti di innumerevoli illusioni, propri della ‘veggenza visionaria’, di quella veggenza che non è stata sottoposta al vaglio severo della rigorosa coscienza pensante. Una volta di più, è necessario dire che, a tale riguardo, a nessuno, proprio a nessuno, possono esser fatti sconti di sorta, proprio perché altrimenti si espone noi stessi e gli altri, oltre che alle più svariate illusioni, e a situazioni animiche decisamente patologiche, a pericoli notevoli, circa i quali la storia dell’occultismo degli ultimi secoli fornisce, per chi voglia vedere e non illudersi, numerosi, plateali, esempi. E così, alle pp. 99-101, così Rudolf Steiner prosegue con parole ammonitrici, che l’attuale ricercatore spirituale farebbe bene a tenere sempre presenti, e a mai dimenticarle:

«Ma anche quaggiù sul piano fisico c’è una differenza tra il chiaroveggente visionario ch’è pensatore, e quello che non lo è. Certo, è bello e interessante guardare nei mondi spirituali; ma esiste egualmente una differenza tra il vederli solo per via di visioni e il comprenderli per mezzo del pensiero, anche prescindendo dal fatto che, se queste cose non si penetrano col pensiero, non si è mai protetti da inganni e illusioni. (Né c’è altro mezzo contro le illusioni che pensare chiaramente quanto si è veduto). Inoltre, tutto quello che vede un chiaroveggente visionario, così com’egli lo vede, è sempre compenetrato di elementi del piano fisico. Avete mai sentito descrivere un angelo altrimenti che con elementi tolti dal piano fisico? Lo si descrive con le ali, come le hanno gli uccelli; con un torso, come lo hanno gli uomini sul piano fisico, ecc. naturalmente, il modo come sono composte queste immagini, di cui parla il chiaroveggente visionario, non esiste sul piano fisico; ma i loro elementi sono ricavati dal mondo fisico. Quanto dunque ci appare in forme, in immagini tolte dal mondo fisico, non appartiene al mondo spirituale, ma è solo un «simboleggiamento» del mondo spirituale con mezzi del mondo fisico.

Ne ho parlato chiaramente nel mio libro La Scienza Occulta, dicendo che la chiaroveggenza odierna, quantunque debba prima sviluppare l’immaginazione, non deve arrestarsi ad essa, ma giungere ad eliminare da quel che si vede anche l’ultimo residuo di elementi terreni.

E qui, quando si toglie di mezzo ogni residuo terrestre, si presenta davvero un certo pericolo per il chiaroveggente. Quando, ad esempio, vedendo un angelo, egli ne elimina ogni residuo terrestre, c’è il pericolo che non veda più nulla. Se elimina tutte le immagini fisiche con cui lo simboleggia, corre il rischio di non vedere più nulla. E ciò che lo preserva dal perdere totalmente la cosa, quando sale davvero nel mondo spirituale, è il seme che può germogliare dal pensiero. Sono i pensieri che dànno allora la sostanza per afferrare quel che esiste nel mondo spirituale. E noi acquistiamo veramente la facoltà di vivere nel mondo spirituale, quando afferriamo qui, sulla Terra, qualcosa che non è più compenetrato di elementi sensibili, e che pure esiste sul piano fisico. E sono unicamente i pensieri.. nel mondo spirituale non possiamo portare null’altro che i pensieri; ad esempio di un circolo disegnato non ci è lecito portar con noi il gesso, ma solo l’idea del circolo. Coi pensieri ci si può elevare nel mondo spirituale, ma dell’immagine non ci è permesso di portare nulla».

Qui è da ricordare un punto fondamentale del quinto capitolo della Filosofia della Libertà, La conoscenza del mondo, ove a p. 72 dell’edizione del 1966, ottimamente tradotta da Dante Vigevani, e ripubblicata, anche recentemente, dall’Editrice  Antroposofica di Milano, nella quale Rudolf Steiner introduce, per la prima volta nella storia della conoscenza umana, un nuovo, rivoluzionario, concetto di ‘realtà’, ossia quello della realtà non come antecedente, bensì come ‘risultato’ dell’atto conoscitivo, mediante il quale il soggetto conoscente, ossia l’Io, ‘con-crea’ il mondo:

«Con che diritto considerate voi il mondo come completo, senza il pensare? Non produce forse il mondo, colla stessa necessità, il pensare nella testa dell’uomo e i fiori sulla pianta? Piantate un seme nel terreno: getterà una radice e un fusto, svilupperà foglie e fiori. Ponete la pianta di fronte a voi stessi: essa si unisce nella vostra anima con un determinato concetto. Perché questo concetto apparterrebbe all’intera pianta meno delle foglie e dei fiori? Voi dite che le foglie e i fiori esistono anche senza un soggetto percipiente, mentre il concetto appare soltanto quando l’uomo si contrappone alla pianta. Verissimo. Ma anche le foglie e i fiori si formano nella pianta solo quando vi sia della terra in cui collocare il seme, e vi siano luce e aria in cui foglie e fiori possano svilupparsi. Proprio così si forma il concetto della pianta, quando una coscienza pensante si accosta alla pianta».

Questo concetto di ‘realtà’, come ‘produzione’ del soggetto conoscente, e come ‘risultato’ dell’‘atto’ che ‘realizza’ l’unione di percezione e concetto nella coscienza ad opera del pensare fu ciò che mi colpì – come una folgorazione – sin dalla prima volta che lessi la Filosofia della Libertà, e mi è stato per cinque decenni l’idea-forza orientatrice di tutta la pratica realizzativa, che mi sono sforzato di perseguire nella ‘Via del Pensiero’. Mi fu sùbito chiaro che quel che Rudolf Steiner afferma nella citazione riportata, vale sì per l’esperienza sensibile, ma anche – e soprattutto – per l’esperienza sovrasensibile. Ed è il non rendersi conto di questo punto cruciale della Scienza dello Spirito – punto che non affatto è una mera questione filosofica di ‘teoria della conoscenza’, ma il fondamento operativo di tutto il prometeico ‘idealismo  magico’ che sta alla base dell’Antroposofia – a portare coloro che si affidano alla veggenza atavica a smarrirsi nei labirinti dell’illusione, e ad affondare nelle paludi della medianica degradazione morale. Sempre a p. 72 della sua Filosofia della Libertà, Rudolf Steiner così prosegue:

«È del tutto arbitrario considerare come una totalità, come un intero, la somma di tutto ciò che di una cosa apprendiamo dalla semplice percezione, e di considerare quel che risulta dall’attività pensante come qualcosa di aggiunto, che non abbia nulla a che fare con la cosa stessa».

E, poco oltre, a p. 73, egli descrive addirittura quale sia l’autentico ‘atto conoscitivo’ nell’esperienza spirituale, umana o non umana: la si potrebbe definire addirittura un’autentica ‘teoria angelica della conoscenza’:

«Parimenti non è permesso di prendere la somma dei vari elementi percepiti per la cosa stessa. Potrebbe benissimo darsi che uno spirito fosse in grado di accogliere il concetto, contemporaneamente e unitamente alla percezione. Ad un simile spirito non potrebbe neppure venire in mente di considerare il concetto come non appartenente alla cosa. Dovrebbe attribuirgli un’esistenza collegata inseparabilmente con la cosa».

Ma proseguiamo a leggere, alle pp. 101-103, quel che Rudolf Steiner espone nella conferenza che costituisce la seconda parte del libretto Filosofia e Antroposofia. Egli descrive la differenza che vi è tra l’esperienza che ha il veggente atavico, visionario, non pensatore, e l’esperienza ‘ritardata nel tempo’ che, invece, ha dello spirituale sovrasensibile colui che percorra la ‘Via del Pensiero’:

«Ed ora posso descrivere ancora più precisamente il processo soggettivo esposto dianzi. Poniamo di nuovo che qualcuno veda un ostensorio. Poniamo che il semplice chiaroveggente lo veda in a, mentre il chiaroveggente pensatore lo veda soltanto in b.

a ———— b

Il pensatore diventa cosciente dell’immagine solo più tardi, quando giunge in b; ma per questo fatto riceve l’immagine al tempo stesso col pensiero, e può compenetrarla di pensieri. E nel momento in cui il chiaroveggente pensatore compenetra l’immagine di pensieri, per il chiaroveggente visionario essa diventa nera e indistinta, al punto b. Sicché il semplice chiaroveggente non è mai in grado di collegare il pensiero con le immagini, e non ha mai il senso di esser stato presente col proprio Io alla sua esperienza.

Sono fatti che portano a penetrare molto intimamente la cosa e sui quali è importante rifletter bene, poiché conducono a riconoscere quanto sia importante sviluppare il proprio pensiero e superare quell’inerzia che si rifiuta di acquistare il sapere, la conoscenza. È mille volte meglio aver da prima afferrato per la via del pensiero le rappresentazioni antroposofiche e soltanto in seguito, – prima o dopo, a seconda del proprio karma – divenir capaci di salire da sé nei mondi spirituali, che veder prima, senza compenetrarle col pensiero, le verità sovrasensibili che vengono comunicate. È mille volte meglio conoscere l’antroposofia e non possedere ancora alcuna chiaroveggenza, che vedere immagini e non aver la possibilità di compenetrare anche col pensiero le cose vedute, poiché la mancanza di una tale possibilità genera incertezza».

Naturalmente, è assolutamente necessario che i pensieri, ai quali ci si rivolge per illuminare le esperienze della ‘veggenza spirituale’, siano veri, e non falsi, ossia che corrispondano ad autentiche realtà oggettive, e non a irreali illusioni soggettive. Da qui, la grandissima responsabilità di comunicare conoscenze spirituali, risultati di esatte investigazioni, solo dopo averle vagliate, esaminate, e più volte verificate con quella scientifica metodicità dimostrata da Rudolf Steiner in tutta la sua opera scritta o orale, metodicità della quale, come abbiamo visto in parti precedenti del presente studio, egli parlava a Friedrich Rittelmeyer. Dopo aver dovuto constatare nel libro Resurrezione di Orao tutta una serie di errori gravissimi relativi ad elevate entità delle Gerarchie spirituali, nonché su oggettivi dati della cosmologia, ed aver persino dovuto constatare l’insincerità di una aperta impostura, la menzognera alterazione del pensiero e dell’Opera del Maestro dei Nuovi Tempi – ed abbiamo esaminate sin qui soltanto poche pagine, e pochi paragrafi, di Resurrezione – francamente, non è possibile riconoscere in tale testo quei caratteri di verità, di oggettività, di autenticità, di scientificità che son propri, invece, di tutta l’Opera di Rudolf Steiner. Abbiamo visto come Rudolf Steiner indichi la pericolosità dei risultati di una errata, deviata, chiaroveggenza visionaria. Pericolosità non solo per lo stesso veggente visionario, ma anche per l’azione distruttiva che tali contenuti esercitano sulle anime di coloro che, non facendo uso del loro sano raziocinio, del loro sano buon senso, li accolgono acriticamente con mistica fede sentimentale. I risultati di una errata e deviata veggenza visionaria agiscono, nel mondo astrale e in quello spirituale, oggettivamente come entità ostacolatrici anche nei confronti degli autentici ricercatori spirituali: entità che, come dice Rudolf Steiner, devono essere aspramente combattute, e vinte.  E, sempre nelle pagine di Filosofia e Antroposofia, vediamo che vengono indicati grandi limiti morali inerenti all’ostentazione di una cotale veggenza visionaria. Addirittura, alle pp.103-104, con parole insolitamente durissime, Rudolf Steiner stigmatizza i limiti morali di una tale veggenza visionaria:

«Si può esprimere la cosa ancora più esattamente, dicendo: al tempo nostro vi sono pensatori molto acuti che comprendono razionalmente la concezione antroposofica; e appunto questi hanno talvolta tanta difficoltà per arrivare alla chiaroveggenza. Perché? Coloro che non sono acuti pensatori riescono con relativa facilità a raggiungere una chiaroveggenza visionaria, e diventano allora facilmente arroganti verso i pensatori; mentre questi hanno difficoltà per divenir chiaroveggenti. Ecco lo scoglio dove si manifesta una certa superbia mascherata. Nulla suscita la superbia, quanto la chiaroveggenza non illuminata dal pensiero; e questa è così particolarmente pericolosa, perché generalmente la persona in questione ignora d’essere presuntuosa, anzi si crede molto umile. Non sa nemmeno giudicare quale immensa presunzione sia quella di disprezzare lo sforzo conoscitivo dell’uomo, e di dare il massimo valore a certe ispirazioni. In questa tendenza sta nascosto e mascherato un orgoglio mostruoso».

A questo punto, alle pp. 103-107, Rudolf Steiner dice qualcosa di estremo interesse per chi, con ardore e abnegazione, si dedica alla ‘Via del Pensiero’: ‘Via’, che non può essere – come ammonisce Laotsu – la via ordinaria, e che, indubbiamente, invece, è una ‘Via’ essenziale, scarnaaspra, dura, faticosa, ovvero, come la definisce il mio amico C., valoroso asceta daltra dottrina, e compagno d’armi di mille battaglie, una Via molto ‘achea’, ‘dorica’, ‘spartana’, ossia una ‘Via eroica’«attuabile forse da pochissimi», come ammonisce, nel Trattato del Pensiero Vivente, Massimo Scaligero:

«Ma la questione da risolvere ora è questa: «Perché appunto a certi pensatori riesce così difficile – come insegna l’esperienza – diventare chiaroveggenti?». Ciò sta in rapporto con un fatto importante. Il pensiero logico, la facoltà umana del giudizio, del discernimento, che appunto il pensatore sviluppa, produce una trasformazione ben determinata  di tutta le struttura del cervello. Lo strumento fisico viene trasformato dal pensare acuto. L’indagine fisica sa ben poco di ciò, ma un cervello che sia stato adoperato da un pensatore acquista una struttura diversa da quello appartenuto a un non pensatore. Il fatto di essere chiaroveggenti trasforma poco il cervello. Chi non pensa ha un cervello dalle circonvoluzioni molto complicate: il pensatore acuto invece ha un cervello particolarmente semplice, senza grandi complicazioni. Il pensare si esprime appunto nella semplificazione delle circonvoluzioni del cervello. Il pensiero acuto è quello che può abbracciare l’insieme; non quello che dirige la propria attività all’analisi. Da ciò la maggiore semplicità nelle circonvoluzioni cerebrali del pensatore. […] Avviene dunque, come ho detto, una trasformazione dello strumento del pensiero.; e questa trasformazione dello strumento del pensiero dev’essere prodotta dall’attività del pensiero. Nessuno nasce con tutte le facoltà che acquisterà più tardi; avrà le disposizioni, ma le facoltà deve prima svilupparle; sicché, dopo una vita di pensiero, il cervello sarà diventato diverso da quel ch’era prima.

 Il fatto è che il nostro corpo eterico, che dobbiamo liberare dal nostro cervello fisico perché possa prodursi la coscienza chiaroveggente viene di nuovo incatenato al cervello fisico. Questo lavoro del pensiero collega strettamente il corpo eterico al cervello.. se l’uomo, pel suo karma, non ha anche le forze per liberarlo di nuovo al momento giusto, può darsi che in quella incarnazione non gli sia possibile raggiungere gran che in fatto di chiaroveggenza; ciò dipende dal karma. Supponiamo che, per karma, egli sia stato un acuto pensatore in un’incarnazione precedente; in tal caso il suo pensiero non unirà ora tanto strettamente il suo corpo eterico al cervello, sì ch’egli riuscirà relativamente presto a liberare il corpo eterico e, poiché i pensieri sono i migliori semi per l’ascesa ai mondi superiori, sarà in grado d’investigare nel modo più sottile i segreti del mondo spirituale. Ma naturalmente dovrà prima riuscire a liberare di nuovo il corpo eterico dal cervello. Invece, se il corpo eterico nel cesellare, per così dire, il cervello fisico con le facoltà pensanti, vi si è talmente impigliato da rimanerne esaurito, allora può darsi che, per karma, quell’uomo debba aspettare molto tempo prima di poterlo nuovamente liberare. Quando però riuscirà a salire nei mondi spiirtuali, egli sarà passato davvero per il punto del pensiero logico e allora nulla andrà perduto per lui di quel che avrà conquistato, e nessuno glielo potrà togliere. Ciò è infinitamente importante ed essenziale; altrimenti la chiaroveggenza può sempre andar perduta.

Vi faccio osservare ancora una volta che voi tutti foste chiaroveggenti in tempi passati. E perché attualmente non possedete più la facoltà della chiaroveggenza? Perché allora non eravate collegati e uniti con l’esistenza terrestre, ma eravate «rapiti» nel mondo spirituale; e non avete portato giù quei mondi superiori fino alle vostre facoltà umane, perché la chiaroveggenza visionaria si fondava sull’estasi». 

La situazione drammatica dell’uomo in questa epoca è determinata dal fatto che, dalla fine del Kali Yuga, dell’Età Oscura, i corpi eterici degli esseri umani vanno lentamente, e progressivamente, allentandosi, sganciandosi, dallo stretto legame che per millenni hanno avuto con i rispettivi corpi fisici. Ma questo evento non è affatto, come taluni troppo affrettatamente cocludono e pensano, un fatto di per sé automaticamente  positivo, e salutare, perché se questo allentamento rispetto al fisico non è accompagnato da un adeguato livello di coscienza, della vitalità spirituale delle emergenti facoltà s’impadroniscono, e vampiricamente si nutrono, avverse deità ostacolatrici – luciferiche, arimaniche, asuriche – le quali concupiscono deviare la coscienza umana verso la medianità, verso una chiaroveggenza visionaria, verso uno spettrale mondo di illusioni. Gli strumenti da essi usati, per giungere alla corruzione delle forze dell’anima cosciente, sono, da un lato, lo sprofondamento sempre più coinvolgente nel consumante, interiormente erodente, apparire materiale, ossia in un ‘materialismo etico’, fatto di lavoro logorante, arrivismo economico e politico, ‘dis-trazione’ televisiva e telematica, falsa e ottenebrante ‘cultura’, evasione tramite droghe et similia, e dall’altro, l’occultismo e l’esoterismo alterati e deviati, la medianità, lo spiritismo, il channeling, la new-age, il misticismo sentimentale, la magia cerimoniale, la magia sessuale, l’adulterata e falsificata ‘alchìmia’, ossia un ‘materialismo magico’ spacciato per spiritualismo.  

Ma, come usavano dire gli Antichi, ‘corruptio optimi pessima’, ossia il massimo bene, profanato, degradato, sfigurato, deformato, diventa il peggiore dei mali. Quasi due millenni di storia del Cristianesimo confessionale lo dimostrano, una volta di più, ad abundantiam. E la massima tragedia spirituale del XX secolo è stata – a mio modo di vedere – il tradimento del dono che il Cielo e i Numi avevano fatto all’umanità con la Scienza dello Spirito, l’Antroposofia recata dal Maestro dei Nuovi tempi: tradimento dapprima di alcuni pochi, che poi ha causato la latitanza, la diserzione, la dispersione, l’infiacchimento, l’accidia, la vanità, il traviamento di molti, e successivamente la banalizzazione, la culturalizzazione, la spettacolarizzazione, e addirittura in taluni casi la pagliaccesca caricatura di contenuti sacri. Proseguendo nella degradazione, si è avuta la sostituzione degli originari contenuti autentici con ‘altri’ di matrice confessionale, e infine la commistione, nonché l’infeudamento, dei contenuti autentici con quelli di vie palesemente antispirituali. Si è giunti persino, nell’àmbito della stessa dirigenza della Società Antroposofica Generale, da parte di personalità preminenti della medesima, all’aperta, calunniosa, critica della figura umana e morale di Rudolf Steiner, e di molti aspetti del suo insegnamento. Tutte cose ben documentate, e documentabili: perfettamente accessibili a chiunque voglia coraggiosamente conoscere, e non vegetare, dormendo, in turpe ozio. Ma la stessa strategia – peraltro in forma ancor più sottile, e indubbiamente più abile e perfidamente infida – è stata messa in atto anche nei confronti dell’Opera di Massimo Scaligero, che pur aveva dedicato la vita a rimettere al centro il filone aureo dell’insegnamento antroposofico e rosicruciano di Rudolf Steiner, e a rettificare le conseguenze dei tradimenti e delle inadeguatezze emerse nel movimento spirituale antroposofico. Anche nei suoi confronti sono state pronunciate e scritte – proprio da coloro che meno di tutti avrebbero dovuto farlo – parole di ingiusta, ingiustificata, calunniosa e falsa, critica sul suo insegnamento, sulla sua figura umana, sulla sua intelligenza, sulla sua ascesi, sulla sua moralità. E anche nei suoi confronti è stata tentata una surrettizia, non apertamente dichiarata ‘sostituzione di contenuti’, nell’àmbito del più volte ricordato – e famigerato – ‘trasbordo ideologico inavvertito’. Anche questo, sin troppo facilmente documentabile.

Il paragrafo che si trova a p. 90 nel libro Resurrezione di Orao, e che si è dimostrato essere una palese impostura, perché – come abbiamo visto e documentato –  non si trova affatto ne La conoscenza della costituzione umana come base della pedagogia, testo tradotto da Lina Schwarz, pubblicato a Roma, nel 1947, dalla Editrice Cultura Moderna, e ripubblicato in seconda edizione dalla Editrice Antroposofica di Milano, come traduzione della GA-293 tedesca, col titolo Arte dell’educazione. I° – Antropologia, né – a quel che a me risulti da una diligente e puntigliosa ricerca sui testi originali – in nessun’altra opera di Rudolf Steiner, non è affatto un quid di isolato, qualcosa di casuale, ‘incastonato’ senza riferimenti, o collegamenti, senza una ragione, in un discorso più ampio. Tutt’altro: è un discorso funzionale al proporre – e ciò viene fatto in maniera abbastanza esplicita – una ‘nuova via iniziatica’. Per comodità del lettore – repetita juvant – riproduco quel passo qui di séguito:

«Nell’opera La conoscenza della costituzione umana quale base della nuova pedagogia, lo Steiner rivela che: «durante il congiungimento fisico l’uomo può sperimentare il contatto diretto con la prima Gerarchia, Troni, Cherubini, Serafini», ed ancora più avanti «il congiungimento fisico rappresenta nell’umano l’atto unico in cui non esiste più dualità per l’uomo, ma si attua eccezionalmente la completa unità fra la natura superiore e natura inferiore dell’uomo». Occorre quindi, ancora al presente, tenere in una certa considerazione tale esperienza per il significato che questa può mantenere al grado di evoluzione terrestre, ossia quale momento conoscitivo importantissimo per determinati conseguimenti e quale momento, per l’uomo e la donna, entro cui attuare l’atto resurrettivo della natura corporea da parte della natura superiore».

Ora, l’esperienza da «tenere in una certa considerazione», alla quale nel passo citato allude Orao, quella esperienza che dovrebbe costituire un «momento conoscitivo importantissimo per determinati conseguimenti», sarebbe – al dire di Orao – l’attuazione di una «via graalica», di una «via iniziatica della coppia», ed in effetti l’intero capitolo del libro Resurrezione, dal quale è tratta la citazione, e che si estende da p. 81 a p. 102, si intitola La ricerca del Graal, mentre il successivo capitolo, da p. 103 a p.130, porta il nome I gradi della Iniziazione graalica. Naturalmente, non metto affatto in dubbio che il percorrere la ‘Via del Graal’ sia esperienza suprema, e che lo sia per coloro che aspirano a realizzare l’Androgine Celeste, e quindi soprattutto per quella che una persona mia amica chiamò la ‘Coppia Superumana’, ma è necessario – assolutamente necessario – che la ‘Via del Graal’, ossia l’esperienza indicata con quel sacro nome sia quella autentica, e che, chi ne parla, tale autentica ‘Via’ l’abbia effettivamente percorsa, e concretamente realizzata.  Perché, come veniva detto dagli Antichi Sapienti: «Nemo dat quod non habet», ossia nessuno può dare quel che non ha realizzato, quel che non possiede, quel che non ha conquistato. Altrimenti si arriva a quella sacrilega ‘parodia’ dei Sacri Misteri, che Greci e Romani chiamavano, con severo disprezzo, ‘mistificazione’, e della quale in questi ultimi anni vediamo molteplici esempi. Ora, al di là dei contenuti esposti – sui quali vi sarebbe, vi è, e vi sarà, moltissimo da eccepire, e moltissimo da scrivere – vi sono alquante cose riguardanti la forma e il merito di una tale “esposizione” circa le quali non è possibile, né tampoco giusto e lecito, tacere. E non tacerò. Perciò, neque amore et sine odio, sine ira et studio, parlerò, esponendo, con la maggiore oggettività possibile, quanto risulterà ad un imparziale esame.

Tempo fa – per la precisione il 27 dicembre dell’ormai trascorso anno – mi è capitato di leggere sulla pagina di un gruppo chiuso, che su un social forum vuole occuparsi, o dice di occuparsi, di Scienza dello Spirito, l’affermazione stupefacente – per lo meno, per me, essa è oltremodo stupefacente – che Orao «ci piaccia o no, nel volume Resurrezione ha descritto, per la prima volta nella Storia a quanto mi risulta, la via iniziatica della Coppia, con le sue varie tappe…». Cosa che a me non risulta punto essere affermazione veritiera. Anzi, è dimostrabile che vero proprio il contrario. Certo, nel libro si parla molto, ed anche con forti accenti emotivi emotivi, del Graal e della Coppia graalica, ma la ‘via’ indicata, il ‘sentiero’ descritto non sono affatto quelli indicati dalla Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner, e non sono la ‘Via del Graal’ indicata da Massimo Scaligero. Sono qualcosa di molto, moltissimo, diverso.

Che io non mi sbagli affatto in questa mia conclusione, che il mio non sia un punto di vista mio personale, che il mio non sia per niente un giudizio ‘affrettato’‘soggettivo’ e – come mi potrebbe, polemicamente, essere imputato dalla parte avversa – ‘presuntuoso’, risulta proprio dalle affermazioni, che son state fatte più volte da taluni all’interno della Comunità Solare, secondo le quali la Via del Pensiero di Massimo Scaligero sarebbe «una via incompleta e superata», e che «in Massimo Scaligero manca il Cristo, manca il Graal», che la ‘Via’ di Massimo Scaligero sarebbe «antica, orientale, yoghica, buddhista, niente affatto cristiana», nonché che vi sarebbe stato «un Iniziato molto più grande di Massimo Scaligero, un Iniziato che aveva portato al mondo la ‘Via del Cristo’, e la ‘Via del Graal’». Circa quella che – a quel che udii – sarebbe la novella, iniziatica, ‘Via del Cristo’, mi venne data, già ventiquattro anni fa, una sommaria descrizione delle varie tappe di una contemplazione, in forma d’immagini, del Mistero del Golgotha, cosa che mi ricordava moltissimo la Via crucis della vecchia pratica cattolica, ossia quanto di più lontano si possa immaginare dal metodo, dai contenuti e dal clima stesso – rosicruciano e antroposofico – della Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner, e quanto di più lontano dalla Via del Pensiero rimessa al centro della medesima da Massimo Scaligero. In buona sostanza, si trattava di una forma di ‘misticismo’ a forte coloritura confessionale, e di un ‘occultismo cattolico’, come ve ne sono a giro nel mondo molteplici e svariati esempi. Invece, sulla questione della “rivelazione”, che questo Iniziato avrebbe portato per la prima volta al mondo – che, sempre a quel che mi veniva detto, sarebbe stato molto più grande di Massimo Scaligero – le persone, a quel tempo, si mostravano alquanto più reticenti: quasi temessero di tradire il Grande Arcano. Ma, ora, con la pubblicazione dei due volumi di Orao, Resurrezione e Madre (oltre ai quali non saprei dire se ne verranno pubblicati altri), quale sia la misteriosa ‘Via del Graal’ portata nel mondo per la prima volta da questo «Iniziato molto più grande di Massimo Scaligero», oramai è palese, e palese è altresì di quale natura essa sia.   

Naturalmente, l’affermazione che non Massimo Scaligero, bensì la personalità che si celerebbe dietro l’eteronimo di Orao, avrebbe portato concretamente nel mondo, «per la prima volta», la ‘Via del Graal’, la ‘Via della Coppia iniziatica’, e che solo Orao avrebbe portato nella Comunità Solare quell’«elemento christico del Logos», che – a quanto mi fu detto esplicitamente – mancherebbe gravemente in Massimo Scaligero, non è punto mia, ma ben di coloro la fecero, apertis verbis, in più occasioni, per cui non fa meraviglia che si sia poi deciso di pubblicare gli scritti di Orao, che sto esaminando.

Altrettanto naturalmente, non mi aspetto affatto che venga confermata, mettendola per iscritto, una tale paradossale, estrema, compromettente, affermazione circa l’incompletezza, e altresì circa il suo esser superata, della ‘Via del Pensiero Vivente’ di Massimo Scaligero, che – al dire di taluni che strumentalizzano frasi delle opere di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero, staccate dal contesto – potrebbe diventare per il temerario ricercatore spirituale «una via del sublime egoismo».  Da una tale «opinione» non solo è lecito, ma addirittura savio e salutare dissentire fortemente. Vedremo perché.   

Pertanto, non mi stupii affatto allora, né tampoco me ne stupisco oggi, e anzi  proprio oggi ben me ne spiego il perché, allorché, pochi anni dopo, mi trovai a leggere nel numero 81-82 della rivista romana – quelle parole le ripropongo, volutamente, ogni tanto, per ricordarle agli ‘immemori’, che con ‘opportuni accomodamenti’ trovano modo di ‘obliare’, e far dimenticare altrui, una scomoda verità – che: «l’esperienza del pensiero puro-libero dai sensi è un’esperienza spontanea, ma non cosciente e quindi egoistica», a correzione della quale viene proposta, e contrapposta, come ‘farmaco’ risanatore, una poco salutare, veterotestamentaria, «circoncisione eterica». Ma, in greco antico, la parola φάρμακον, phármakon, ha molteplici interessanti significati, tra i quali non solo quelli di «rimedio medicinale», «droga», «filtro», ma altresì quelli di «veleno», «sostanza tossica», mentre il termine φαρμακός, pharmakòs, aveva persino il significato di ‘espiatoria vittima sacrificale’, di ‘capro espiatorio’, ‘espiaculum culpae’, non solo in determinati rituali ellenici di sacrifici umani, ma anche in quelle che furono le veterotestamentarie ‘guerre teocratiche’, e nelle sanguinose, e plurisecolari, ‘crociate’ antiereticali della Chiesa cattolica. Il che è, francamente, molto inquietante, ed eziandio cosa che, per chi non avesse ardente vocazione al martirio, consiglierebbe estrema prudenza.

Anzitutto, è necessario rispondere alla, volutamente ‘dis-orientante’, affermazione essere la ‘Via del Pensiero’, indicata da Massimo Scaligero una «via incompleta e superata», e all’affermazione, altrettanto errata, e – a mio modo di vedere – anch’essa volutamente ‘dis-orientante’, che «l’esperienza del pensiero-puro libero dai sensi è un’esperienza spontanea, ma non cosciente, e quindi egoistica», della quale ho avuto modo spesso di scrivere su questo temerario blog. La migliore risposta la dà proprio lo stesso Rudolf Steiner  in quelle pagine della sua Scienza Occulta nelle sue linee generali, che furono lette da Massimo Scaligero in quella fatidica primavera del 1940: pagine che determinarono una svolta radicale e definitiva in lui, il riconoscimento della grandezza spirituale di Rudolf Steiner, il suo collegamento con Giovanni Colazza, e la consacrazione totale della sua vita alla rosicruciana Scienza dello Spirito, all’autentica Anthroposophia. Ecco che cosa scrive in quelle memorabili pagine – 276-279 dell’edizione del 1969 – il Maestro dei Nuovi Tempi:

«Per chiarire questo punto bisogna riflettere che il pensare umano, quando si stimola interiormente con energia, arriva ad abbracciare un campo molto più vasto di quello che di solito gli viene assegnato. I pensieri contengono infatti una essenza interiore che è in rapporto con il mondo soprasensibile. L’anima di solito non è cosciente di questo rapporto perché è abituata a educare il suo pensiero soltanto in relazione al mondo dei sensi, e perciò giudica incomprensibili le comunicazioni tratte dal mondo soprasensibile; ma queste sono comprensibili, non soltanto per il pensiero educato alla disciplina occulta, ma anche per ogni pensiero che sia cosciente di tutta la propria forza e desideroso di servirsene. Assimilando in tal modo gli insegnamenti dell’indagine occulta, ci si abitua ad un pensare che non attinge alle percezioni dei sensi; si impara a riconoscere che nell’intimità dell’anima un pensiero vien contessuto dall’altro, un pensiero si associa all’altro, anche quando il nesso non è determinato dalla forza dell’osservazione sensoria. L’essenziale è il fatto di accorgersi che il mondo del pensiero ha una vita interiore, e che mentre veramente si pensa ci si trova già nel campo di un vivente mondo soprasensibile. Ci si dice: «Vi è in me qualcosa che forma un organismo di pensiero, ma io sono tutt’uno con quel “qualcosa”». Abbandonandosi al pensiero libero dai sensi si diventa coscienti di un’essenza che fluisce nella nostra vita interiore, così come le proprietà delle cose sensibili fluiscono in noi attraverso i nostri organi fisici, quando osserviamo con i sensi. L’osservatore del mondo fisico dice: «Là fuori, nello spazio, vi è una rosa; essa non mi è estranea, perché mi si rivela per mezzo del suo colore e del suo profumo». Orbene, quando agisce nell’uomo il pensiero libero dai sensi, basta che egli sia abbastanza spregiudicato per poter dire ugualmente a se stesso: «Qualcosa di essenziale si rivela a me, ricollega in me un pensiero all’altro e costituisce in tal modo un organismo di pensiero». Vi è però una differenza nei sentimenti di fronte a ciò che l’osservatore del mondo sensibile esteriore ha nell’occhio, e ciò che di essenziale si annunzia nel pensare libero dai sensi. Il primo osservatore si sente esterno alla rosa, mentre chi si abbandona al pensare libero dai sensi ne sente l’essenza che gli si rivela come dentro si sé, si sente tutt’uno con essa. Chi più o meno coscientemente da valore di essenza soltanto a ciò che gli sta di fronte come oggetto esteriore, non potrà avere che una cosa di per sé esistente possa rivelarsi a lui anche per il fatto che egli si senta tutt’uno con essa. Per discernere la verità a questo riguardo, occorre poter avere la seguente esperienza interiore. Bisogna imparare a distinguere fra le associazioni di idee volontariamente create, e quelle sperimentate in noi quando la nostra volontà è messa a tacere. Nell’ultimo caso si può dire: «Io rimango completamente tranquillo in me stesso, non provoco nessuna concatenazione di idee, mi abbandono a ciò che “pensa in me”». Allora si può dire con ragione: «Agisce in me un alcunché di essenziale»; come pure si ha il diritto di dire: «Ricevo un’impressione dalla rosa, quando vedo un determinato rosso, o percepisco un determinato profumo». Non vi è nessuna contraddizione nel fatto di avere attinto il contenuto dei propri pensieri dagli insegnamenti dell’indagatore spirituale. I pensieri già esistono quando ci abbandoniamo ad essi; ma non si potrebbero pensare se non si creassero ogni volta a nuovo nell’anima. Si tratta appunto di questo: che l’indagatore dello spirito desti nei suoi uditori o lettori dei pensieri che questi devono attingere anzitutto in se stessi; chi invece descrive delle realtà sensibili indica qualcosa che può essere osservato dall’uditore o dal lettore nel mondo sensibile».   

Queste furono le parole decisive che, nella primavera del 1940, Massimo Scaligero lesse nella Scienza Occulta di Rudolf Steiner, e che lo spinsero ad un cambiamento radicale della propria ascesi e della propria visione del mondo. Parole che lo decisero alla scelta definitiva della rosicruciana Scienza dello Spirito, dell’Antroposofia. A questa ‘Via completa’, a questa ‘Via insuperata’, indicata dal Maestro dei Nuovi Tempi, ‘Via’ ch’egli aveva cercato appassionatamente per decenni, volle consacrarsi Massimo Scaligero con ogni sua forza. Questa è l’aurea ‘Via Regia’ – come me la definirono due Iniziati, che ora sono nei Campi Elisi, e che moltissimo ammiravano Massimo Scaligero – ‘Via’ ch’egli ci indicò sino alle ultime ore della sua vita: sino a quell’ultimo colloquio che, come l’ultimo venerdì di ogni mese, veniva seguìto dal Rito della meditazione: incontro che alcuni amici avemmo, esattamente quarant’anni fa, quella fatidica sera del 25 gennaio 1980. La ‘Via’ alla quale, in quell’indimenticabile estremo incontro, egli ci chiese esplicitamente – a me e a coloro che quella sera erano con me – di «rimanere sempre fedeli». Forsan et haec olim meminisse iuvabit: forse un giorno gioverà ricordare anche queste cose (VirgilioEneide, I, 203).

Massimo Scaligero, che molto aveva cercato spiritualmente, e sino ad allora inutilmente, una risposta nelle Vie orientali, e in quelle del mondo ‘tradizionalista’, descrisse l’apparente ‘casualità’ di quell’evento, così carico di destino, in Dallo Yoga alla Rosacroce, Teseo, Roma, 1972, pp. 65-67:

«Questa risposta mi doveva venire dalla direzione che meno supponevo. A un dato momento, ero entrato nella persuasione che solo attingendo a me stesso avrei avuto la risposta: perciò comincia a organizzare un metodo a mio uso e consumo: cominciai una descrizione delle esperienze, in modo da poter in qualche modo farle entrare nella veste del pensiero e giungere così minimamente a obiettivarle: pensavo che, di notazione in notazione quotidiana, avrei piano piano tracciato qualcosa  di riconoscibile, come mettendo insieme dei caratteri, per poter leggere ciò che essi volevano unitamente significare. Cominciai così, di pari passo con lo sperimentare interiore, a riempire pagine e pagine, quaderni di appunti, descrizioni e interpretazioni, cercando di percepire un filo unitario: mi avvidi ben presto che tale filo esisteva e talora riuscivo a intravvederlo, ma esigeva ulteriore paziente lavoro.

Così avvenne che un giorno avessi la risposta dalla direzione che meno mi aspettavo. Era un pomeriggio di primavera e stavo seduto su una comoda sedia per leggere qualcosa di semplice – giornale o rivista – prima di rimettermi al lavoro, quando, mancandomi un qualsiasi foglio o libro di leggera lettura, allungai una mano verso un reparto della mia libreria in cui raccoglievo i volumi di scarso interesse o di frivola lettura, e ne trassi La Scienza occulta di Rudolf Steiner. L’opera mi era stata donata dall’amico prof. Gislero Flesch, psicologo e criminologo, in un momento in cui egli si andava disfacendo, per un trasloco, dei libri non direttamente connessi con il suo ordine di studi.

Trassi dunque dalla libreria La Scienza occulta, proprio per leggere qualcosa di semplice come una favoletta o un racconto sensazionale, dato che non avevo altro sotto mano. Aprii a caso il libro verso la metà e il mio occhio andò su una frase che immediatamente mi colpì: mi parve dirmi qualcosa di molto familiare: lessi e rilessi il periodo, lo meditai alquanto, e l’impressione di trovarmi dinanzi a qualcosa di essenziale gradualmente si accrebbe in me. Lessi ciò che veniva prima di quel punto e quello che veniva dopo, e mano a mano avevo la certezza di trovarmi dinanzi a quello che mi attendevo da tempo. [..]

Ricordo che quel giorno, chiudendo il libro, ebbi per la prima volta l’idea che dietro la figura e l’opera di Rudolf Steiner si celasse la personalità del Maestro che molti affannosamente cercano in Oriente o nei recessi della Tradizione».

Siccome, ancora una volta, «le carte son piene», è necessario rimandare al proseguimento di questo studio, l’esame approfondito della seconda affermazione: quella riguardante l’avere solo Orao portato concretamente nel mondo, «per la prima volta», la ‘Via del Graal’, la ‘Via della Coppia iniziatica’. Un simile esame mostrerà tutta l’infondatezza di tale temeraria affermazione, e mostrerà soprattutto come quella descritta da Orao in Resurrezione non sia affatto quella ‘Via del Graal’, quella ‘Scienza del Graal’, che indicano Rudolf Steiner e Massimo Scaligero: perché non lo sia, e  perché non lo possa essere.

SCIENZA DELLO SPIRITO, VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO

VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. NONA PARTE.

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È assolutamente necessario, addirittura vitale, arrivare a vederci chiaro nella questione cosmologica e cosmogonica dell’essenza della Luna terrestre e dell’ottava sfera, in collegamento con entità spirituali come Lucifero e Jahve o Jehova. La questione è tutt’altro che peregrina, essendo collegata, tra le altre cose, al tipo di ‘Via’ spirituale che il discepolo dell’Iniziazione sceglierà è che, poi, sarà destinato a percorrere. Gli errori che si commettono in questo campo particolare hanno un prezzo altissimo e, anche se compiuti per ingenuità, e in buona fede, si pagano sempre ben cari: senza sconti.

Non vi è errore peggiore – e sotto certi aspetti errore più stupido – che l’affidarsi alle rivelazioni di una decadente ‘chiaroveggenza atavica’, nostra o altrui. Anzi, la scelta più scioccamente ingenua è proprio quella di rinunciare a servirsi del proprio raziocino, ed affidarsi, con infervorata sentimentalità, alle ‘rivelazioni’ dell’altrui atavica ‘veggenza’. Come abbiamo avuto modo di vedere, Rudolf Steiner a tale proposito parla molto chiaro circa i pericoli spirituali cui ci si espone affidandosi alle esperienze ‘immaginative’ di tale atavica ‘veggenza’, e rinunciando ad ogni autonomo esame critico, e al buon senso. La ‘Via del Pensiero Vivente’ è certamente un ‘trascendere’, un ‘andare oltre’ il livello dell’intelletto razionale – che è dire andare ‘oltre’ i limiti dell’anima razionale-affettiva – ma altrettanto certamente non un regredire a forme di coscienza emotive e istintive, prerazionali e subrazionali, proprie di una ancora molto primitiva anima senziente. Se un cotale regresso fosse la cosa giusta per l’evoluzione dell’uomo, a cosa mai sarebbero serviti oltre 2500 anni di Scienza e di Filosofia, da Pitagora, Socrate, Platone, Aristotele, e gli altri grandi della Grecia, e poi Leonardo, Copernico, Keplero, Bruno, Galileo, Newton, e giù giù sino a Goethe, e allo stesso Rudolf Steiner?! È ben vero che razionalità e dialettica devono essere superate, ma è pur certo che può essere superato unicamente ciò che è stato conosciuto, conquistato, posseduto e dominato. Ossia: autenticamente ‘realizzato’.

Questo, in fondo, fu il senso della mia risposta a chi nel maggio del 1996 mi andava affermando che la ‘Via del Pensiero’ di Massimo Scaligero era, a suo dire, una «Via incompleta e superata». Una simile affermazione può scaturire unicamente dalla più grande incomprensione possibile di quanto indicato da Massimo Scaligero, e dal fatto che, con ogni evidenza, chi esprime un tale giudizio di completo dis-valore nei confronti di tale ‘Via’, non ha sicuramente mai sperimentato l’essere originario del pensare. Lo stesso dicasi della medesima personalità, la quale nel n° 81-82 della rivista romana da lui diretta, scrisse che «il pensiero puro-libero dai sensi è un’esperienza spontanea, ma non cosciente, quindi egoistica». Una tale apodittica affermazione può scaturire unicamente dalla più grande incomprensione possibile di quanto Rudolf Steiner scrive, non solo nelle sue opere ‘filosofiche’, ma anche – e questo è ben significativo – in una parte importante del quinto capitolo della sua Scienza Occulta nelle sue linee generali, intitolato La conoscenza dei mondi superiori (Dell’Iniziazione), ove, alle pp. 276-279 dell’edizione del 1969, ove egli parla a lungo, e in maniera alquanto diversa dal suddetto svalutatore di essa, proprio dell’esperienza del ‘pensiero libero dai sensi’, ed è noto che fu proprio l’aver letto in quelle pagine la descrizione di tale esperienza, coincidente con la propria, ciò che convinse Massimo Scaligero, che da quella lettura rimase folgorato, a scegliere, nonché a consacrarsi con tutte le sue forze, e per tutta la vita, alla rosicruciana Scienza dello Spirito, all’Antroposofia. Evidentemente, una tale esperienza descritta da Rudolf Steiner è ignota a chi in maniera così improvvida la svaluta e la nega.

Non stupisce, quindi, che sia proprio costui ad editare e pubblicare – su questo particolare avrò da ritornare alla fine del presente studio – questi scritti di Orao. Evidentemente proponendoli abbastanza esplicitamente, sia pure non apertis verbis, come quella ‘via’ che, nel 1996, sempre a suo dire, «era più completa, superiore, e superatrice rispetto a quella ‘Via del Pensiero Vivente’, indicata da Massimo Scaligero». Ma, come ho detto, su questo punto ‘specialissimo’ avrò in séguito da ritornare.

Ora, invece, è il momento di riprendere ad esaminare la connessione profonda che vi è tra l’errore dell’identificazione della Luna terrestre con la famigerata ‘ottava sfera’ e l’errata identificazione di un’entità spirituale ostacolatrice, anche se non solo tale, come Lucifero con Jahve-Jehova. La situazione si presenta in maniera specularmente del tutto analoga a quella venuta in esistenza nella lotta tra le confraternite occulte americane e britanniche da una parte, e quelle indiane dall’altra, con Helena Petrovna Blavatsky che, cercando di districarsi, appartenne per un tempo alle prime, e poi si schierò, o meglio fu spinta, e finì, nelle mani delle seconde. Ambedue le parti appartenevano a quella che in occultismo si definisce essere ‘la via dei fratelli della sinistra’, ossia la via di individualità e gruppi che – in maniera veramente “sinistra” – perseguono, con metodi a dir poco molto ‘spregiudicati’, finalità non disinteressate di potenza particolare, e non le finalità che il Mondo Spirituale pone all’uomo nella sua non unilaterale universalità, ossia le finalità che lo Spirito pone all’Uomo, e all’Umanità. Infatti, sempre nel più volte citato ciclo I movimento occulto nel secolo diciannovesimo e il mondo della cultura, GA-254, nella quinta conferenza, Rudolf Steiner entra molto nei particolari, ed afferma l’esatto contrario di quanto scrive Orao in Resurrezione. Così leggiamo alle pp. 86-89:

«Vediamo come in realtà dall’inizio dell’evoluzione terrestre l’intenzione di Lucifero e Arimane fosse quella di far sparire nell’ottava sfera l’intera evoluzione terrestre. Per contrastarli gli esseri appartenenti agli Spiriti della Forma dovettero creare un contrappeso. Quello da loro creato consiste nell’aver inserito per così dire nello spazio dell’ottava sfera qualcosa che vi si oppone.

Se vogliamo disegnarlo in modo esatto, dovremmo rappresentare la cosa in maniera che, se in un punto abbiamo la Terra, dobbiamo disegnare intorno l’ottava sfera come facente parte della Terra fisica. In fondo siamo ovunque circondati dalle immaginazioni nelle quali di continuo deve venir portato l’elemento minerale, materiale. Appunto per questo, ad opera di Jahve o Jehova , si ebbe il sacrificio, l’esplulsione delle forze lunari da cui risultò una sostanza molto più densa della solita sostanza fisica, mineralizzata e che Jahve stabilì nella Luna come azione contrastante. Si trattava di una sostanza molto solida, ed è ciò che Sinnett descrisse in modo particolare; una sostanza molto più fisica, più minerale di quella ovunque presente sulla Terra, affinché Lucifero e Arimane non la potessero disciogliere nel loro mondo immaginativo.

La Luna dunque ruota nello spazio come una materia solida, vitrea, dura soda, compatta, infrantumabile. Persino nelle descrizioni fisiche della Luna, se lette con sufficiente attenzione, si può trovare una certa corrispondenza con quanto è stato detto. Tutto quel che era disponibile sulla Terra venne tolto da lì e inserito nella Luna affinché vi fosse in misura sufficiente materia fisica che non potesse essere assorbita. Osservando la Luna  scopriamo che nell’universo si trova un materiale fisico molto più compatto di quanto si trovi in un qualunque punto della Terra. Dobbiamo dunque considerare Jahve l’entità che, già nell’ambito fisico, fece in modo che non tutto l’elemento materiale venisse assorbito da Lucifero e Arimane. A tempo opportuno il medesimo spirito provvederà a far sì che la Luna rientri nella Terra, quando questa sarà diventata abbastanza forte da accoglierla di nuovo, quando il pericolo si sarà allontanato grazie a un’adeguata evoluzione.

Questo nell’ambito minerale fisico esterno. Anche per quanto riguarda l’uomo si dovette creare un contrappeso alle intenzioni esistenti riguardo il capo umano. Proprio come all’esterno dovette venire condensata materia, affinché Lucifero e Arimane non potessero discioglierla con la loro alchimia, così pure nell’uomo andava contrapposto qualcosa all’organo che più subisce i loro attacchi. Jehova dovette dunque provvedere, come per l’ambito minerale, perché non tutto diventasse preda degli attacchi di Lucifero e Arimane.

Era necessario che nell’essere umano non potesse diventare preda di Lucifero e Arimane tutto quanto proviene dal capo. Si dovette fare in modo che non tutto si fondasse sul lavoro  del capo e sulle percezioni sensorie esterne, poiché lì Lucifero e Arimane avrebbero avuto partita vinta. Andava creato un contrappeso nell’ambito della vita terrena: in noi doveva esserci qualcosa del tutto indipendente dal capo; fu raggiunto grazie al lavoro degli Spiriti della Forma regolari: fu impresso nel principio terreno dell’ereditarietà il principio dell’amore; ossia nel genere umano vive ora qualcosa che è indipendente dal capo, che passa di generazione in generazione e che nella natura fisica umana ha il suo livello più basso.

Tutto quanto è connesso con la riproduzione e con l’ereditarietà; tutto quanto è indipendente dall’uomo, tanto che egli non vi possa intervenire con il suo pensare; tutto quel che la Luna è nel firmamento, nell’essere umano è il principio dell’amore che compenetra la riproduzione e l’ereditarietà. Da ciò nasce la lotta furibonda di Lucifero e di Arimane che attraversa la storia nei confronti di tutto quanto proviene da tale ambito. Lucifero e Arimane ci vogliono sempre imporre il dominio esclusivo del capo e dirigono i loro attacchi per la via indiretta del capo contro tutto ciò che esteriormente è solo parentela naturale. Tutto quanto sulla Terra è sostanza ereditaria non può infatti venire preso da Lucifero e Arimane. Ciò che la Luna è in cielo, sulla Terra fra gli uomini è l’ereditarietà. Tutto quel che si fonda sulla trasmissione ereditaria, tutto quel che l’uomo non penetra con il pensiero, quel che è connesso con la natura fisica, è principio jahvetico. Tale principio è attivo al massimo la dove opera la natura per così dire «naturale»; lì Jahve ha riversato al massimo il suo amore naturale, per creare un contrappeso alla mancanza d’amore, alla tendenza luciferica e arimanica verso la saggezza.

Si dovrebbero ora penetrare a fondo certi argomenti dibattuti di recente, partendo da altre prospettive, per mostrare come nella Luna e nell’ereditarietà umana siano state create dagli Spiriti della Forma barriere contro Lucifero e Arimane. Riflettendo più a fondo su tali cose, si troverà in questi accenni qualcosa di molto importante.  

Per comprendere almeno in parte tutto questo, si deve partire da una prospettiva ancora un poco diversa. Se si considera l’evoluzione umana secondo la mia Scienza Occulta, nel suo procedere attraverso Saturno, Sole e Luna, si vedrà che su Saturno, sul Sole e sulla Luna non si può parlare di libertà. L’essere umano è inviluppato in tessuto di necessità: tutto è necessario. Nell’uomo venne inserita la natura minerale: doveva diventare un essere compenetrato dall’elemento minerale per poter maturare verso la libertà. Di conseguenza poteva essere educato alla libertà solo nel mondo sensibile, terreno».   

Dopo aver “rotto le dighe” che separavano l’umano da una sorta di “trascendenza verso il basso”, aprendo il varco all’emergere dalla sfera subsensibile delle peggiori forze antispirituali e antiumane, gli Ostacolatori si servirono di un mezzo più raffinato – e più pericolosamente corruttore – per trascinare nel materialismo il pensare umano. Anche su questo punto, non facile per molti da scoprire e intelligere, Rudolf Steiner getta una vivida luce, che mostra quanto poco accorti siano gli umani: molti spiritualisti compresi. Così leggiamo alle pp. 92-93:

«Considerando il puro materialismo terrestre, l’uomo con il proprio pensiero è ben in grado di scoprire che non esistono gli atomi.. se dunque si rimane semplicemente sul piano di tale materialismo, [per i fini delle deità ostacolatrici] non si andrà molto lontano. Rendendolo invece occulto, si potrà certo corrompere il pensare umano. A tal fine la possibilità migliore era far passare come ottava sfera la Luna che venne creata come contrapposta all’ottava sfera. Se la gente ritiene infatti che la materia creata come contrappeso all’ottava sfera sia l’ottava sfera stessa, si va oltre ogni immaginabile materialismo terrestre. E questo avvenne con le affermazioni di Sinnett. Il materialismo viene così portato nel campo dell’occulto, e l’occultismo diventa materialismo. Ma presto o tardi la gente lo avrebbe scoperto. La Blavatsky, che vedeva a fondo nel divenire terreno, intuì qualcosa al riguardo, dopo aver scoperto gli intrighi di quella strana indivividualità di cui ho già parlato. Si accorse che non si poteva continuare così, si doveva fare altrimenti. Sotto l’influsso degli occultisti indiani di sinistra disse: si deve fare altrimenti, ma in un modo o nell’altro si deve creare qualcosa cui non sia tanto facile pervenire.

Per creare dal canto suo qualcosa che andasse oltre le affermazioni di Sinnet, aderì alle proposte degli occultisti che la ispiravano. Appartenendo alla sinistra, questi non miravano ad altro che ai loro interessi particolari. Miravano cioè a fondare sulla Terra un sistema di sapienza dal quale Cristo fosse escluso e ne fosse escluso anche Jahve. Nella teoria bisognava dunque celare qualcosa che a poco a poco avrebbe eliminato il Cristo e Jahve.

Decisero quindi: si guardi un po’ Lucifero (di Arimane non si parlava; lo si conosceva così poco che si usava lo stesso nome per entrambi). Egli è in effetti il grande benefattore dell’umanità, e porta agli uomini tutto quello che possiedono grazie alla testa, al capo: scienza, arte, in breve ogni progresso. Egli è il vero spirito di luce, a lui ci dobbiamo appoggiare. Che cosa fece Jahve in realtà? Da lui discese sugli uomini l’ereditarietà fisica. È un dio dio lunare, e introduce l’elemento lunare. Da ciò l’affermazione della Dottrina segreta: non ci si deve attenere a Jahve, poiché egli è soltanto il signore dell’elemento sensibile e di tutto il basso elemento terrestre; Lucifero è il vero benefattore dell’umanità. Tutta la Dottrina segreta è redatta in modo che questo vi traspaia e vi sia chiaramente enunciato. Perciò anche la Blavatsky dovette venir disposta, per motivi occulti, a nutrire odio per Cristo-Jahve. In ambito occulto infatti una tale posizione riveste lo stesso significato che ha nell’opera di Sinnett l’affermazione che la Luna è l’ottava sfera».

Un ultima citazione, tratta dalla sesta conferenza del medesimo ciclo, sintetizza bene quel che Rudolf Steiner vuol comunicare circa la falsificazione che nell’Ottocento venne operata attraverso personalità manovrate come Sinnett e la Blavatsky, della Società Teosofica, da parte di “sinistri” occultisti, che pescavano nel torbido per i loro non dichiarati fini. Ecco quanto possiamo leggere alle pp. 115-116:

«Quante volte nel nostro movimento si è detto che il nostro insegnamento non deve essere semplice teoria, ma vita reale! Facendone una semplice teoria lo si uccide; lo si consegna ad Arimane, il dio della morte. È il modo migliore per consegnargli quel che viene insegnato per rimuoverlo regolarmente dal mondo. Inoltre è un metodo molto simile, come si vede, a quello adottato dalle individualità che, diciamo, stavano dietro a Sinnett. Gli diedero una direzione precisa, che non era giusta, per guidarlo verso un certo orientamento falso: denigrare proprio ciò che è giusto. La Luna, che in quanto Luna fisica è un modo di paralizzare l’ottava sfera, viene dichiarata ottava sfera. Così l’ottava sfera viene appunto nascosta, eliminata. Più tardi ciò fu corretto da H.P. Blavatsky, dicendo che Jahve creò soltanto la sfera inferiore dell’esistenza, la sfera sensoria umana (mentre con la Luna egli creò un rimedio rispetto all’ottava sfera). Il metodo consiste dunque nel diffondere la nebbia del vilipendio su qualcosa, ponendolo così in una falsa luce».   

Se ben si osserva, in forma diversa – ma neanche poi tanto – è proprio quel che è accaduto nel caso delle “rivelazioni” che Orao comunica in Resurrezione: viene vilipesa un’elevatissima entità spirituale, un’entità della gerarchia degli Elohim, l’Eloha, o Eloah, Jahve, identificato in maniera errata, e oggettivamente menzognera, con una entità ostacolatrice come Lucifero. Viene falsata la corretta concezione della Luna – sulla quale Jahve, compiendo un plurimillenario sacrifico ha preso dimora – la cui funzione è proprio quella di paralizzare gli effetti negativi dell’azione di Lucifero e Arimane, i quali vorrebbero trascinare l’intera umanità, e l’evoluzione della Terra, nella spettrale ‘ottava sfera’, da essi dominata.  

Ma una volta che, con tutta chiarezza, sono stati individuati quali siano gli errori – che sul piano occulto oggettivamente, risultano essere vere e proprie menzogne – errori che son presenti sin dalle prime pagine del libro Resurrezione di Orao, è necessario ricercare, e rendersene bene conto, del come e del perché possano sorgere in un’anima simili errori. Ciò è tanto più necessario in quanto tutta l’impostazione della Via dell’Iniziazione ne dipende. E si tratta di qualcosa che è bene conoscere – e conoscere appunto beneprima di intraprendere a percorrere l’aspro Sentiero della Conoscenza, perché dopo si rischia che le molte illusioni, e le risultanti deformazioni dell’anima, rendano impossibile l’abbandonare il falso sentiero. E non vi è nient’altro che possa generare illusioni senza numero quanto un’atavica, inferiore, ‘chiaroveggenza’. Questa un tempo –salvo alcune eccezioni volute dal Cielo e dai Numi per particolari ragioni, e che vedremo più in là – aveva avuta la sua funzione, e la sua ragion d’essere: ce l’aveva soprattutto in un tipo umano sempre meno affondato nella materialità corporea quanto più indietro si risale nel tempo. Ma oggi essa ha, per l’uomo compiutamente moderno, un carattere recessivo, e decisamente regressivo: è qualcosa che è saggio eliminare dalla propria anima, per la salute e la salvezza della medesima.

Rudolf Steiner esclude categoricamente che le comunicazioni della Scienza dello Spirito – frutto delle investigazioni dell’Iniziato chiaroveggente: investigazioni talvolta lunghe, difficili, e necessitanti di severi controlli – debbano essere accettate, e credute per fede. Anzi, egli vede un grande pericolo proprio nell’affermazione che quanto viene da lui comunicato debba essere accolto per fede, senza un controllo razionale, rinunciando al proprio sano raziocino. Infatti nella quinta conferenza del sopra più volte citato ciclo, alle pp. 96-97, Rudolf Steiner così si esprime:

«In tutti questi anni in cui ci siamo occupati di scienza dello spirito ho cercato di esporre le cose in modo che sia evidente a chi vi aderisce come le si possano comprendere pur senza essere ancora pervenuti alla chiaro veggenza. Ho cercato di non pubblicare nulla che non possa rientrare in tale ambito. Quindi solo chi favorisce che l’uomo passi nell’ottava sfera può avere qualcosa contro il movimento scientifico-spirituale. […] dobbiamo perciò osservare le cose che ci vengono presentate e non dire che fra di noi esse vengono accolte per fede nell’autorità. Non dovrebbe mai comparire la frase che le verità vengono accolte soltanto perché le dico io! Peccheremmo contro la verità, se dicessimo qualcosa di simile. È possibile che qualcosa si fondi sulla fiducia; ma non se ne può fare un principio, dovrebbe essere un motivo che ciascuno tiene per sé, mentre un altro potrebbe procedere meglio verificando invece di accettare per fiducia.

Proprio attraverso la verifica si vedrà come stanno le cose. Ogni qualvolta è apparsa fra noi la parola fiducia, ci si è trovati in pericolo: era un segno che eravamo entrati in un periodo in cui qualche pericolo ci minacciava. Il modo di comportarsi finora assunto deve avere fine, perché la scienza dello spirito non si fonda sull’autorità, ma sulla conoscenza. Il tempo in cui non dava problemi presentare la scienza dello spirito è passato».

La fede nell’autorità nel campo delle questioni spirituali, è il frutto del nefasto dominio bimillenario della teologia cattolica, la quale ha imposto – anche con estrema violenza – l’obbligo di credere quel che il supremo Oracolo – come veniva chiamata l’autorità del papa nel Settecento – imponeva doversi credere. Questa rinuncia all’esperienza diretta dello Spirituale, accompagnata dalla rinuncia all’uso del proprio personale raziocinio, e del sano buon senso, apre la strada alle peggiori infatuazioni, alle più crasse superstizioni, a tutte quelle “cabale” e macchinazioni, che il mio ottimo amico C., coraggioso asceta d’altra dottrina, definisce «essere le dinamiche tipiche del mondo settario», nonché «tratto caratteristico della mediocrità delle petites chapelles, delle parrocchiette». E infatti, Rudolf Steiner, quasi alla fine della stessa conferenza avverte, e al contempo ammonisce, a p. 98, che «L’odio è molto più diffuso di quanto si pensi; bisogna tenerne conto. La verità viene dunque sempre odiata, e quando vuole affermarsi sono già in atto artifici per far sì che si trasformi, si trasmuti in modo da servire alle potenze oppositrici. In alcuni tentativi, apparsi in mezzo a noi, dobbiamo appunto vedere lo sforzo per far sì che la verità che compare presso di noi venga capovolta, usata in altro modo». Appunto, quel che più volte su questo temerario blog, è stato chiamato ‘trasbordo ideologico inavvertito’.  

Se torniamo  all’aureo volumetto Filosofia e Antroposofia, tradotto da Lina Schwarz, grande amica di Marie Steiner, ed edito per la prima volta da “La Prora”, Milano, 1938, troviamo nella seconda parte di esso la trascrizione di una conferenza di Rudolf Steiner, da lui tenuta a Stoccarda il 13 dicembre 1909, conferenza che a me pare di grande momento, in quanto chiarisce a fondo proprio la questione della ‘chiaroveggenza’, atavica o meno, in rapporto all’autentica esperienza spirituale, e soprattutto sottolinea l’importanza di una salda formazione di pensiero. Anche nella suddetta conferenza, Rudolf Steiner nega decisamente che per accogliere i contenuti della Scienza dello Spirito, della concezione spirituale portata nel mondo dall’Antroposofia, siano necessari “atti di fede” di qualsivoglia tipo. Infatti, alle pp. 82-85, rispondendo alla domanda ch’egli si pone: «Che cosa ci comunica veramente l’antroposofia?», afferma:

«Ci comunica fatti, verità derivanti dalla sfera dei mondi spirituali soprasensibili; fatti che la coscienza chiaroveggente è in grado d’indagare in quei mondi spirituali.

È vero che chi riceve tali comunicazioni, senza essere egli stesso chiaroveggente, non può, a tutta prima, persuadersi dei fatti come tali per propria visione immediata; è vero che accoglie semplicemente le comunicazioni ma non può constatarle con la sua visione chiaroveggente; sarebbe però totalmente errato credere che l’uomo non chiaroveggente non possa esaminare e riconoscere le cognizioni oggi comunicate dall’antroposofia, e sarebbe falso affermare che le comunicazioni derivanti dalla coscienza chiaroveggente siano perciò da accogliersi unicamente per fede, sull’autorità di chi le espone. Se così fosse, se si dovessero semplicemente accettare per fede, queste comunicazioni sarebbero oltremodo imperfette, manchevoli. Fatti che si comunicano nel modo giusto richiedono certamente la chiaroveggenza per poter essere scoperti; ma, trovati e narrati che siano, anche da una sola persona, la semplice ragione umana scevra di preconcetti può comprenderli e vederne la verità con mezzi accessibili al piano fisico. Chiunque ascolti quei fatti può, prendendosi il tempo necessario, esaminarli con le facoltà del piano fisico, senza crederli per fede cieca; se sono verità storiche, potrà investigare tutti i documenti, tutte le scritture esistenti, e vi troverà confermati i dati ottenuti con la chiaroveggenza; quanto più le sue ricerche saranno esatte e accurate, tanto meglio troverà la conferma desiderata. Se invece sono verità della vita vissuta, come, ad esempio, la reincarnazione e il karma, e la descrizione della vita fra la morte e una nuova nascita, basterà osservare spregiudicatamente quel che la vita stessa offre, e quanto meglio lo si osserverà, tanto più si troverà confermato quel che ne dice il chiaroveggente. Ci sono insomma tutte le possibilità di constatare nel mondo fisico esteriore quel che si scopre nei mondi soprasensibili; e la ricerca di questa constatazione dev’essere per noi una necessità imprescindibile. Non dobbiamo affatto ripetere la frase: «Queste cose vanno credute per fede». No; quel che forse, da principio, solo pochi sono in grado d’investigare, dobbiamo provarlo al contatto con la vita; non dobbiamo affatto accettarlo per fede cieca, ma esaminarlo senza pregiudizi.

Naturalmente. In un certo senso, un tale esame è faticoso. Richiede uno sforzo di pensiero, e uno strenuo lavoro per trovare nel mondo fisico la conferma di quanto l’indagine soprasensibile comunica. E qui tocchiamo un punto importantissimo della nostra questione. «È necessario o almeno è bene che l’uomo attuale, oltre a nutrire l’aspirazione giustificatissima di penetrare da sé nei mondi spirituali, eserciti a fondo ed energicamente il proprio pensiero del piano fisico?». In altre parole: «Fa bene lo studioso di antroposofia a vincere l’inerzia di pensiero che abbondantemente porta con sé dal mondo extra-antroposofico, e ad elaborare seriamente il suo pensiero, a impadronirsi e a servirsi dei soli mezzi coi quali si può conoscere l’uomo, partendo dal mondo fisico?». (È persino difficile far capire con chiarezza e precisione alla coscienza attuale che cosa s’intenda con ciò!)».

In effetti – si potrebbe facilmente osservare – che anche per scoprire nuove leggi matematiche occorre avere un intuito matematico, che ben pochi posseggono. Ma una volta che una legge matematica è stata scoperta, ed adeguatamente esposta, non deve certo venir accolta per mistica fede: con un energico lavoro di pensiero, chiunque può verificare l’intero campo della matematica, che magari sarebbe impotente a scoprire con le sue sole proprie forze. Per scoprire il calcolo integro-differenziale, ci sono voluti un barone Gottfried Wilhelm von Leibniz in Germania e un sir Isaac Newton in Inghilterra; per definire il calcolo ottico parassiale, come caso particolare dell’ottica classica, e determinare gli elementi cardinali di un tale sistema ottico, è stato necessario, sempre in Germania, un Carl Gauss; per scoprire sperimentalmente e dimostrare teoricamente, con semplicità classica, il più perfetto metodo di controllo dei sistemi ottici mediante le frange di interferenza, è stato necessario in Italia un Vasco Ronchi;  ma di comprenderli a fondo, ed applicarli adeguatamente, è capace qualsiasi adolescente che in un buon liceo si appassioni alla materia, e studi con energia. Ma, sovente, gli umani temono e avversano la nobile fatica del pensare, come il caso che Rudolf Steiner, alle pp. 86-87, cita di uno che si era avvicinato all’Antroposofia, ma che rifuggiva, per turpe accidia, dallo sforzo di pensare, e che così commenta:

«Ecco un bell’esempio dell’inerzia di pensiero con la quale molti si accostano all’antroposofia. Non appena si sono acquistati una credenza, sono paghi, e schivano la fatica di elaborarsela passo passo in quelle rappresentazioni tutt’altro che comode da acquistare. Ma così facendo, non si può mai arrivare ad altro che a una fede cieca, mentre non si tratta più di fede cieca quando si disciplini realmente il proprio pensiero, e non si cerchi con avidità solo di acquistare le facoltà che conducono a un grado elementare di chiaroveggenza».

Rudolf Steiner con fervore indicò l’assoluta necessità di un tale energico lavoro di pensiero. Egli affermava che per quanto in vite passate uno possa essersi appropriato – per via di spontanea veggenza atavica o attraverso l’applicazione dei metodi dell’occultismo antico – di grandiose percezioni, non per questo nelle vita successiva esse verrebbero ricordate, a meno che non fossero state trasformate in pensieri. Mentre, oggi, ciò che, con le forze dell’anima cosciente, viene conquistato con il pensiero puro – quel pensiero puro-libero dai sensi, che abbiam visto essere svalutato nella citata rivista romana – è tale che connaturandosi con l’Io, diverrà parte della non più smarribile ‘memoria spirituale’ di tutte le future vite terrene. Su questo punto, Rudolf Steiner è del tutto esplicito. Inoltre, se continuiamo l’elaborazione meditativamente pensante di Filosofia e Antroposofia, alle pp. 91-95, espresso con parole che mostrano come, da questo punto di vista, la condizione umana sia – come da sempre afferma tutta la tradizione orientale – ‘suprema’ anche rispetto agli Dèi, troviamo:

«Perché gli Dei hanno creato gli uomini? Perché solo negli uomini potevano sviluppare certe facoltà che altrimenti non sarebbero mai venute ad esistenza. La facoltà di pensare, di rappresentarsi qualcosa in pensieri che siano legati al discernimento, questa facoltà può svilupparsi soltanto sulla nostra Terra; non esisteva prima; poteva sorgere solo pel fatto che fossero stati creati gli uomini. Se vogliamo usare un paragone, supponiamo di avere un chicco di frumento; possiamo guardarlo, ma, per quanto lo guardiamo, non ne nascerà una spiga; dobbiamo seminarlo nella terra e lasciarlo crescere, cioè lasciare che le forze della crescenza agiscano su di esso. Ciò che gli Dei avevano prima della formazione dell’uomo, può essere paragonato al chicco di frumento; perché potesse germogliare in forma di pensieri, doveva prima esser coltivato sul pian fisico per mezzo di uomini. Non c’è altra possibilità di coltivare pensieri dall’alto dei mondi spirituali, se non quella di farli germogliare in incarnazioni umane. Sicché ciò che gli uomini pensano quaggiù sul piano fisico è qualcosa di unico nel suo genere, che deve aggiungersi a quel che è possibile nei mondi superiori. L’uomo era effettivamente necessario; altrimenti gli Dei non lo avrebbero creato. Gli dei hanno fatto sorgere l’uomo per ottenere attraverso lui, anche sotto la forma del pensiero, quel che essi già possedevano. Quanto scende dai mondi spirituali, non potrebbe mai ricevere la forma del pensiero, se l’uomo non fosse in grado di dargliela. E l’uomo che sulla Terra non vuol pensare, sottrae agli Dei quello su cui hanno fatto conto, e quindi non può raggiungere ciò ch’è il vero còmpito e la vera destinazione umana sulla Terra. Lo può raggiungere soltanto in quell’incarnazione nella quale prende la determinazione di lavorare col pensiero.

Se si riflette su ciò, il resto ne vien fuori di conseguenza.

Le rivelazioni intorno al mondo spirituale, ai veri fatti del mondo spirituale, possono penetrare nell’anima umana nei modi più svariati. È certo possibile, e oggi nella maggior parte dei casi avviene realmente, che gli uomini giungano a una veggenza visionaria senza essere buoni pensatori; (è maggiore il numero di coloro che giungono alla chiaroveggenza senza essere pensatori che essendolo); ma c’è un gran differenza tra le esperienza che fa nei mondi spirituali un acuto pensatore e un uomo che non lo sia. È una differenza che si può esprimere così: «Le rivelazioni che provengono dai mondi superiori s’imprimono nel miglior modo in quelle forme di rappresentazioni che noi portiamo loro incontro come pensieri. È il miglior recipiente».

Ora, se non siamo pensatori, le rivelazioni devono cercarsi altre forme; ad esempio la forma dell’immagine. Infatti, il simbolo è la forma più frequente nella quale chi non è pensatore riceve le rivelazioni. I chiaroveggenti visionarî, che non siano anche pensatori, vi racconteranno in forma di simboli le rivelazioni che ricevono. Tali simboli son certo belli; però dobbiamo sapere che l’esperienza soggettiva è diversa nel caso che si ricevano rivelazioni essendo pensatori o non essendolo. Un non pensatore, che riceva una rivelazione, vede sorgere davanti a sé un simbolo, una figura che gli si manifesta dal mondo spirituale. Vede, ad esempio, una figura d’angelo, oppure una croce, un ostensorio, un calice; vede comparire uno di quei simboli nel campo soprasensibile, come un’immagine finita, e sa che questa è bensì una realtà, ma sotto forma di un’immagine. Già per la coscienza soggettiva le esperienze provenienti dal mondo spirituale sono sperimentate dal pensatore in un altro modo; si presentano diversamente, non in modo immediato come per il non pensatore. Il pensatore che riceva una rivelazione dal mondo spirituale, non la vede nel momento stesso in cui la riceve, ma un po’ più tardi; e nel momento in cui la vede, l’ha già afferrata col pensiero, può già distinguerla e sapere se è verità o menzogna. ciò che gli appare dal mondo spirituale, gli appare un po’ più tardi, ma già compenetrato di pensiero, così ch’egli è in grado di discernere se è illusione o realtà; egli, per così dire, riceve qualcosa prima di vederlo. Naturalmente lo riceve nello stesso momento in cui lo riceve il non pensatore, il chiaroveggente visionario; ma lo vede un poco più tardi, e, quando lo vede, l’apparizione è già compenetrata di pensiero, di giudizio, sì ch’egli può sapere se è una vana parvenza, se è una semplice oggettivazione dei suoi proprî desideri, o una realtà oggettiva. Questa è la differenza nell’esperienza soggettiva. Il chiaroveggente visionario non pensatore vede l’apparizione subito; il pensatore la vede un po’ più tardi; ma pel primo essa resterà quale l’ha vista, e così egli potrà descriverla; il pensatore invece potrà collocarla al suo posto fra le esperienze del mondo fisico abituale, e metterla in relazione con esse; poiché anche il mondo fisico è, come quella rivelazione, un’estrinsecazione del mondo spirituale.

Così potete già vedere che, se vi accostate al mondo spirituale armati dello strumento del pensiero, ne avrete grande sicurezza nel giudicare di quanto vi verrà comunicato».

E qui viene non solo da pensare quanta gratitudine il sincero ricercatore spirituale deve a Rudolf Steiner, al Maestro dei Nuovi Tempi, per averci portato la conoscenza del Mondo Spirituale in concetti. Chi conosca la letteratura ermetico-rosicruciana, e quella kabbalistica, dei secoli scorsi, sa bene come sia difficile – quasi al limite dell’impossibilità – il districarsi nel labirinto di simboli, dei quali è saturo il linguaggio immaginativo attraverso il quale veniva allora lasciato trapelare qualcosa della conoscenza del mondo spirituale. E grande è la gratitudine che l’audace cercatore dello Spirito deve a Massimo Scaligero per quanto ci ha donato in limpido pensiero, sia come contenuti che come metodo realizzativo. A questo proposito, non voglio trascurare di riportare quanto Massimo Scaligero scrive nel terzo capitolo del suo Trattato del Pensiero Vivente. Una Via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen, III edizione, Tilopa, Roma, 1979, ove parlando dell’esperienza del momento originario del pensiero, alle pp. 11-12, così si esprime:

«Come esperienza è quella che, sopra tutte, ha il diritto di chiamarsi positiva, essendo la più diretta che l’uomo possa compiere e di cui l’Io possa rendere conto a se stesso come di ciò che è veramente oggettivo.

Ma non è speculare, non è filosofare. È il coraggio di conoscere: che è conoscere la verità: la verità che rende liberi. Non è argomentare, ma creare: non è riflettere, ma dominare. È percepire in enti pensiero il sovrasensibile, così come normalmente si percepisce il sensibile in forme e colori».

Vi è grandissima differenza tra l’impostare la ‘Via spirituale’ conoscitivamente come ‘Via del Pensiero’, ossia come un’attività conoscitiva del pensare, che non accetta presupposti di nessun tipo, se non il suo stesso essere allo stato puro, il suo stesso moto condotto sino al punto in cui esso diviene coscientemente automovimento e forma ‘vuota’, nel senso mahayanico, di se  medesimo, e, invece, una ‘via mistica’, basata su una emotività animica, e alimentata da una incontrollata ‘chiaroveggenza’ dalla quale, come abbiamo potuto constatare, può sorgere ogni sorta di errori, una via che si appoggia a discutibili ‘presupposti religiosi’, se non addirittura ‘confessionali’. Questo non voler rinunciare a non verificati presupposti religiosi – sedicenti ‘cristiani’, ma non per questo automaticamente ‘cristici’ – può portare non solo, sul piano conoscitivo, ad enormi, fatali, e distruttivi errori nell’ambito di una veggenza visionaria, scambiata per autentica percezione spirituale, ma altresì ad azioni oltremodo devianti e pericolose sul piano della volontà, ossia sul piano dell’agire morale. Di simili deplorevoli casi, ne abbiamo, purtroppo, gran copia nella storia del movimento antroposofico – cosa che, con grandissima facilità, potrei documentare ad abundantiam – ed eziandio anche nella storia del movimento antroposofico in Italia, e nelle stesse file di discepoli di Massimo Scaligero. E – il candido lettore mi creda – pesa molto sul cuore a chi scrive il doverlo fare nel caso specifico di quanto scrive Orao, perché si tratta di un caso di dimostrata, aperta, impostura, o come dicono, e praticano da circa venti secoli, i rappresentanti dell’ortodossia clericale, di una ‘pia frode’, a loro dire ‘lecita’, perché compiuta – sempre a loro dire, naturalmente – ‘a fin di bene’.  

Un problema in più – un problema che, invero, lascia non poco perplessi – è quello di stabilire a ‘quale’ Orao sia da attribuirsi una simile, davvero poco commendevole azione. Questo perché, nella rivista romana, della quale su questo temerario blog ho avuto modo più volte di occuparmi, l’eteronimo Orao è stato usato non univocamente. Per la precisione – per quel che chi scrive ha potuto verificare direttamente – tale eteronimo è stato usato sicuramente per due persone molto diverse, anche se tra loro, in qualche modo collegate e, a suo tempo, collaboranti. Per esempio, in alcuni numeri della suddetta rivista romana – ne cito solo alcuni dalle caratteristiche più evidenti, ma potrei citarne molti altri – già nel n° 1 del primo anno della suddetta rivista romana compare un articolo, firmato Orao, intitolato Forme dell’anima asiatica, che sicurissimamente, per contenuti, stile, e conoscenze linguistiche proprie dell’orientalismo accademico, non è attribuibile all’Orao, autore degli scritti pubblicati dalla casa editrice Tilopa, Resurrezione e Madre. Altri articoli, sempre firmati Orao, attribuibili solo all’Orao ‘accademico’, li vediamo – ne cito ancora a caso solo alcuni – nei nn° 2 e 5-6 della detta rivista romana, intitolati anch’essi, appunto, Forme dell’anima asiatica, mentre nel n° 4 appariva un altro articolo, sempre a firma Orao, intitolato La metànoia di Sundar, attribuibile con certezza alla stessa penna. Decenni dopo, nel n° 73-74 di detta rivista, appare un altro articolo, intitolato Scaligero e il Graal, a firma sempre Orao, che per contenuti e stile attribuibile solo, anch’esso, alla stessa fonte dei precedenti. Molti altri scritti, a firma Orao, apparsi su quella rivista, come esegesi e commento ad un’opera di Rudolf Steiner, sono invece per contenuti, linguaggio, e stile similissimi, attribuibili unicamente all’Orao, autore del libro di cui mi sto occupando. Ma siccome, da quel che mi si dice, ho  motivo di pensare che quest’ultimo Orao non sia più in vita da alcuni decenni, vi è da chiedersi se vi sia stata da parte di ‘qualcuno’ – difficile dire, e provare, oggi, chi egli sia – in alcuni punti degli scritti pubblicati, Resurrezione e Madre, – chiamiamola così per usare parole decenti – una ‘sapiente’, ‘diligente’, ‘opera redazionale’. Ma lasciamo, per adesso, da parte questo spinoso problema, e affrontiamo quanto scrive Orao, a p. 90, di Resurrezione:

«Nell’opera La conoscenza della costituzione umana quale base della nuova pedagogia, lo Steiner rivela che: «durante il congiungimento fisico l’uomo può sperimentare il contatto diretto con la prima Gerarchia, Troni, Cherubini, Serafini», ed ancora più avanti «il congiungimento fisico rappresenta nell’umano l’atto unico in cui non esiste più dualità per l’uomo, ma si attua eccezionalmente la completa unità fra la natura superiore e natura inferiore dell’uomo». Occorre quindi, ancora al presente, tenere in una certa considerazione tale esperienza per il significato che questa può mantenere al grado di evoluzione terrestre, ossia quale momento conoscitivo importantissimo per determinati conseguimenti e quale momento, per l’uomo e la donna, entro cui attuare l’atto resurrettivo della natura corporea da parte della natura superiore».

Ignoriamo, per ora, il discorso generale nel cui contesto quel paragrafo è inserito. Di quel contesto – alquanto problematico a dire il vero – vi sarebbe da occuparsi a lungo, et pour cause, ma consideriamo provvisoriamente soltanto il fatto che in questo paragrafo vengono attribuite a Rudolf Steiner parole precise, riguardanti l’amplesso tra uomo e donna, ossia l’atto sessuale stesso. Ora se vi è una cosa della quale – a quel che mi risulta – Rudolf Steiner non parla mai, un atto che non descrive mai, che non affronta mai, in nessuna forma, è proprio la sessualità. Massimo Scaligero, che sicuramente conosceva l’Opera di Rudolf Steiner molto più profondamente, e molto meglio, di Orao – di ambedue gli Orao – lo afferma abbastanza chiaramente in Dallo Yoga alla Rosacroce, Perseo, Roma, 1972 – citerò da questa prima edizione, proprio perché la seconda, pubblicata dalle romane Edizioni Mediterranee, ha subito un pesantissimo, quanto molto discutibile, “intervento redazionale” (per chiamare un tale atto indebito con un’espressione elegante, ovvero con un caritatevole eufemismo), sul quale ebbi modo di scrivere sul presente blog – ove nel XV capitolo, Magia sexualis, a p. 195, scrive:

«È difficile trovare in Steiner chiarimenti sul problema del sesso: né mi risulta esistere una sua specifica trattazione dell’argomento».

Ora, avendo io a disposizione l’intera Opera – pubblicata e non pubblicata: in lingua originale, tutta; e in larga parte anche in traduzioni italiane, francesi, e inglesi – di Rudolf Steiner, posso confermare quanto ha scritto Massimo Scaligero: di una specifica trattazione del problema della sessualità nell’Opera del Maestro dei Nuovi Tempi non ve n’è traccia. E penso che ciò sia per una ben meditata scelta dello stesso Rudolf Steiner. Per cui mi son chiesto da dove potesse saltar fuori quella citazione inserita in Resurrezione, e surrettiziamente attribuita a Rudolf Steiner. Intanto, il libro citato con quel titolo, La conoscenza della costituzione umana quale base della nuova pedagogia, nella traduzione di Lina Schwarz, venne pubblicato nel 1947, a Roma, dalla Casa Editrice Moderna, ed è apparentemente di difficile reperibilità. Ma solo apparentemente. In realtà, e l’editore romano di Resurrezione ovviamente questo lo sa e si guarda bene dal dirlo al lettore, si tratta solo della prima edizione italiana – apparsa quando ancora non esisteva, neppure in tedesco, la catalogazione dell’Opera Omnia di Rudolf  Steiner –  del GA-293, che fu ripubblicato, ventitré anni dopo, nel 1970, sempre nell’ottima traduzione, immutata, di Lina Schwarz, dalla milanese Editrice Antroposofica, col titolo Arte dell’educazione. Volume I°, Antropologia. Ebbene, ho sfogliato il libro, che possiedo da decine di anni, varie volte, da cima a fondo, e da fondo a cima, pagina per pagina, e rigo per rigo, e di quelle parole di Rudolf Steiner, nelle quali si parla dell’amplesso tra uomo e donna, e del contatto diretto, o indiretto, con la prima Gerarchia di Troni, Cherubini, Serafini, non vi è traccia alcuna. Non ve n’è parola. In nessuna pagina. Addirittura quelle elevate entità spirituali non vengono mai neppure nominate, a nessun titolo, nell’intero libro di 212 pagine. Per scrupolo, sono andato a guardare il testo tedesco di detta opera, Allgemeine Menschenkunde als Grundlage der PädagogikVorträge und Kurse, gehalten für die Lehrer der Freien Waldorfschule in Stuttgart, Vierzehn Vorträge, GA 293, Rudolf Steiner Verlag Dornach, 1992, che ho letteralmente “arato” pagina per pagina, rigo per rigo, usando anche il potentissimo motore di ricerca Mötteli, e il risultato è stato identico: della questione dell’amplesso, e di quella elevata Gerarchia spirituale, non vi è traccia alcuna: neanche una parola.

In definitiva, è relativamente secondario accertare quale dei due ‘Orao’, oppure anche una terza persona, abbia compiuto un cotale scempio: alterare, manomettere, falsificare in maniera sacrilega, l’Opera di Rudolf Steiner. Invece, quel che ben più importa è che venga pubblicata, in maniera insana e improvvida, nonché diffusa nel mondo, una menzogna, i cui effetti distruttivi nella vita dei singoli individui, delle Comunità spirituali, e del mondo, non devono essere in nessun caso sottovalutati e trascurati.

È evidente che siamo di fronte ad un atto ben grave. Se nel campo della ‘veggenza immaginativa’, atavica o meno, di fronte a risultati dimostrati errati, è ancora possibile pensare, in taluni casi, di trovarsi di fronte a buona fede, ad un’illusa buona fede, mentre, in altri casi, è certo che siamo di fronte a simulazione e menzogna, di fronte alla consapevole alterazione della stessa opera scritta di Rudolf Steiner – come abbiamo visto essere avvenuto nel caso di dati della sua Cronaca dell’Akashao di fronte ad una citazione, da me constatata essere inesistente nell’opera poco sopra nominata, si deve parlare di cosciente menzogna, di voluta manipolazione della verità, di volontà d’inganno, di aperta impostura. E l’amore per la Verità, la lealtà nei confronti dello Spirito, e dei sinceri ricercatori spirituali, la gratitudine verso il Maestro, impongono che non si taccia, e risulta essere necessario – come afferma Rudolf Steiner nel ciclo Risposte della Scienza dello Spirito a problemi sociali e pedagogici, GA-192, Editrice Antroposofica, Milano, 1974, p. 257 – opporsi con ogni mezzo alla alterazione della Verità:

«Oggi non si può che chiamare menzogna la menzogna, anche se la menzogna appare in un posto del quale in astratto e in teoria si dice che ivi si cerca la verità. Sia che nascano in campo confessionale, sia in ambienti che cercano una concezione del mondo, oggi le menzogne, soprattutto quelle alle quali si possono contrapporre i fatti, devono venir bollate a fuoco, altrimenti non andremo avanti. Lo spirito della menzogna, lo spirito dell’inganno è infatti il maggior nemico del vero progresso spirituale».

Ancora una volta devo porre fine alla eccessiva lunghezza di questa nona parte. Nel proseguo del presente studio, dovrò approfondire – sempre sulla scorta della parola di Rudolf Steiner – la questione della ‘chiaroveggenza’, della ‘Via del pensiero puro’, e alcune altre questioni ancora più gravi di quelle affrontate sinora, questioni che sono la necessaria conseguenza dell’errata impostazione dell’intera mistica ‘via dell’anima’ – perché tale, in effetti, è –  quella indicata da Orao in Resurrezione.   

SCIENZA DELLO SPIRITO, VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO

VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. OTTAVA PARTE.

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Prima di esaminare quali siano le conseguenze della ben problematica ‘veggenza spirituale’ di Orao, quale la si può desumere dai numerosi errati risultati delle sue indagini, è bene documentare ulteriormente, attraverso le comunicazioni di Rudolf Steiner – onde fugare al candido lettore ogni residuo dubbio in proposito – le errate identificazioni tra varie personalità e individualità spirituali, che intervengono nello svolgersi dell’evoluzione dell’uomo. Anzi tutto, l’identificazione, veramente esiziale, che Orao fa tra Lucifero e Jahve o Jehova. Per esempio se andiamo a leggere un passo del ciclo di conferenze GA-104a, non tradotto, Aus der Bilderschrift der Apokalypse des Johannes. Dalla scrittura d’immagini dell’Apocalisse di Giovanni, Appunti di partecipanti di quattordici conferenze tenute a Monaco dal 22 aprile al 15 maggio 1907, e dodici conferenze a Kristiania (Oslo) dal 9 al 21 maggio 1909, nella decima conferenza di Kristiania, a p. 116, leggiamo:

«Una stella cade dal cielo e la Terra è ora in sconvolgimento così tumultuoso che diventerà deserta, sarà un luogo di punizione per coloro che sono cresciuti insieme a lei. Quando suona la sesta tromba, parla un Angelo dal Cielo: «Libera i quattro Angeli, che sono legati dal grande fiume Eufrate» (Apo., 9, 14). Questo significa che vive sulla terra e non si è evoluto alla spiritualità. Quegli esseri umani che avranno accolto Jahve-Christo, si faranno valere l’un l’altro nelle loro individualità; ciascuno di loro emergerà al di sopra di ciò che rimarrà come anima di gruppo».

Trascrivo, per documentazione, la frase in tedesco corrispondente a quella messa in grassetto nella citazione precedente: «Diejenigen Menschen, die den Jahve-Christus in sich aufgenommen haben, werden einander gelten lassen in ihren Individualitäten; jeder von ihnen wird emporragen über das, was als Gruppenseele verblieben sein wird».

Se, invece, andiamo a vedere quel che è detto ne Il Vangelo di Giovanni in relazione con gli altri tre e specialmente col Vangelo di Luca, 14 conferenze tenute a Kassel dal 24 giugno al 7 luglio 1909, GA-122, trad. it. Di Lina Schwarz, quarta ed. it., Editrice Antroposofica, Milano, 2013, nella settima conferenza, del 30 giugno, parlando dell’esperienza interiore di un discepolo di Giovanni dopo il battesimo nel Giordano, leggiamo:

«Egli sapeva inoltre che l’elemento spirituale che gli si presentava era il medesimo che Mosè aveva visto nel roveto ardente e nella folgore sul Sinai come Jahve, come “Io sono l’Io sono”, come “ejeh asher ejeh”. Egli veniva a sapere tutto ciò per mezzo del battesimo di Giovanni.

Quale è la differenza fra un siffatto stato di coscienza e quello di un antico iniziato? Un antico iniziato, quando veniva posto nello stato abnorme che ieri ho descritto, percepiva le antiche entità divino-spirituali che già erano unite con la Terra prima che a questa si unisse l’entità che Zarathustra aveva chiamato “Ahura Mazda” e Mosè “Jahve”.[…]

Osserviamo la disposizione d’anima di un iniziato, non dei misteri persiani, né di quelli egizi successivi, ma di un iniziato che avesse inoltre sperimentato ciò che si poteva accogliere mediante l’indagine occulta ebraica. Supponiamo che un tale iniziato avesse per esempio ricevuto anche l’iniziazione sull’antico Sinai, diciamo in un’incarnazione durante l’antica evoluzione ebraica, o anche prima. Egli era stato allora guidato alla conoscenza dell’antico mondo divino dal quale l’uomo era derivato. Egli penetrava, poi, con quella saggezza antichissima, con quella capacità di osservazione dell’antichissimo mondo divino, nello studio dell’insegnamento occulto ebraico. Ivi egli imparava a dire pressappoco quanto segue: “Ciò che ho conosciuto prima, erano gli dèi collegati con la Terra prima che la divinità Jahve-Cristo si fosse unita alla Terra stessa. Ora però so che lo Spirito più importante fra di essi, lo Spirito che li guida, è quello che gradatamente si è avvicinato alla Terra”».

Rudolf Steiner nel ciclo di conferenze Meraviglie del creato, prove dell’anima, manifestazioni dello Spirito, GA-129, 10 conferenze tenute a Monaco dal 18 an 27 agosto 1911, Editrice Antroposofica, Milano, 1993, parla apertamente della contrapposizione tra l’impulso luciferico e quello jahvetico, tra le deità luciferiche, alle quali si volgevano i Greci, e Jahve o Jehova, verso il quale andava tutta la venerazione degli antichi Ebrei. Nella quinta conferenza, del 22 agosto 1911, Rudolf Steiner così caratterizza, pp. 85-86, questa cruciale differenza:

«Proprio di fronte a ciò, se consideriamo l’ordine delle gerarchie, possiamo chiederci dove vadano collocati gli dèi greci, stando al modo di sentire del popolo. È chiaro che le caratteristiche di quegli dèi erano di per sé evidenti e che in sostanza per un certo aspetto li dobbiamo annoverare tutti quanti fra le entità luciferiche. Se si pensa all’impegno degli dèi greci, a quanto essi possano ricavare dagli eventi della vita terrena, non si può nutrire alcun dubbio che i Greci avvertissero che i loro dèi non avevano portato a termine la loro evoluzione sull’antica Luna, che anzi dovessero assolutamente trarre dall’evoluzione terrestre i vantaggi che anche gli uomini ne traggono. Risulta già da questo che i Greci erano consapevoli che il complesso del loro mondo divino aveva in sé il principio luciferico e non aveva conseguito il suo pieno sviluppo sull’antica Luna.

Sotto questo aspetto la coscienza che i Greci avevano dei loro dèi è in contrasto molto stridente con quella di un altro popolo. Nell’antichità vi era un popolo che in modo eminente era consapevole di essere sotto la guida di una gerarchia divina che per le sue condizioni evolutive aveva raggiunto la mèta completa della Luna. Chi ha ascoltato le conferenze che tenni lo scorso anno qui a Monaco, con quanto dissi riguardo agli Elohim e al sommo di loro, Jahve, non avrà dubbi che l’antico popolo ebraico fosse consapevole che gli Elohim e Jahve appartenevano a figure divine che non erano direttamente toccate dal principio luciferico sulla Terra, poiché avevano conseguito la loro completa mèta evolutiva sull’antica Luna. È il grande contrasto. La coscienza che l’antico popolo ebraico aveva del proprio Dio è espressa in modo meraviglioso nella possente e drammatica allegoria che ci viene incontro dalla notte dei tempi e di cui si comprenderà di nuovo il profondo significato quando la scienza dello spirito potrà approfondire anche queste cose. Che cosa poteva pensare dell’uomo l’antica coscienza ebraica, ben consapevole dell’idea che il divino con tutte le forze dell’anima dell’idea che il popolo ebraico antico, in tutti i suoi componenti, si trovava sotto la guida divina si spiriti che sull’antica Luna avevano concluso il loro sviluppo? Al riguardo doveva dirsi: la dedizione al mondo  divino con tutte le forze dell’anima conduce alla realtà spirituale dell’universo. Invece un’unione con ogni altra forza che in qualche modo sia ancora connessa con la realtà materiale deve allontanare l’uomo dal mondo spirituale».

E più oltre, a conclusione dell’ottava conferenza, del 25 agosto 1911, alle pp. 157-158, così si esprime Rudolf Steiner:

«E venne così il momento in cui l’umanità, pur non essendo ancora matura per riconoscere quell’entità inserita [il Logos solare] nel mondo eterico, ne riconobbe però l’immagine riflessa. Fu una preparazione. E così, per motivi che saranno esposti domani, nel corso dell’evoluzione quell’entità si mostrò all’umanità non ancora nella sua realtà, ma in un’immagine riflessa che si può caratterizzare dicendo che si rapporta alla realtà di cui è immagine come la luce lunare, che è luce solare riflessa, si rapporta alla diretta luce del Sole. L’entità che durante l’evoluzione solare si era preparata alla grandiosa azione sul Golgotha, venne mostrata agli uomini all’inizio nella sua immagine riflessa, che l’antico popolo ebraico chiamò Jahve o Jehova. Questi è il Cristo riflesso, è in fondo la stessa realtà del Cristo, solo come immagine riflessa, preannunciata in modo profetico, preannunciata fino a quando poté giungere il tempo in cui il Cristo si mostrò nella sua vera figura, nella sua immagine originaria e non solo in quella riflessa.

Si vede così che l’evento più importante per la terra fu preformato sull’antico Sole, e che l’umanità fu preparata al Cristo attraverso l’antico popolo ebraico. Vediamo l’entità che un tempo nell’evoluzione terrestre andò verso il Sole scendere di nuovo e venir mostrata all’uomo prima in un’immagine riflessa, quasi in una rappresentazione. Come gli dèi in alto si rapportano a quelli in basso, così Jahve o Jehova è la rappresentazione del Cristo reale ed è del tutto uguale a Lui per chi comprende le cose. Sotto un certo aspetto si può perciò parlare di Jehova-Cristo, così cogliendo anche il vero significato dei Vangeli, quando ci viene comunicato che il Cristo stesso disse: se volete conoscermi, dovete sapere anche che Mosè e i profeti parlarono di me.

Il Cristo sapeva bene che, quando nei tempi antichi si parlava di Jahve o di Jehova si parlava di Lui e che tutto quel che si diceva di Jahve si rapportava a Lui, come l’immagine riflessa si rapporta alla sua realtà».

Altri riferimenti sul rapporto di Jahve o Jehova col Christo – il che smentisce platealmente ogni peregrina sua identificazione con Lucifero, che è invece il suo cosmico e terrestre antagonista – li troviamo in un altro ciclo di Rudolf Steiner, Verso il Mistero del Golgota, 10 conferenze tenute in diverse città dal 1913 al 1914, GA-152, trad. il. di Maria Cianci, ove nella seconda conferenza, quella tenuta a Londra il 2 maggio 1913, egli, in vari punti, così si pronuncia:

«Per il mistero del Golgotha non è decisivo soltanto ciò che è avvenuto nell’umanità nel quarto periodo di civiltà postatlantica, ma è essenziale anche ciò che è andato preparandosi durante tutto il corso dell’antica civiltà ebraica: intendo alludere al culto di Jehova. Ed è importantissimo comprendere chi era l’entità che nei tempi antichi della civiltà ebraica si manifestava sotto il nome di Jahve o Jehova», (p. 33).

«Se si vuol prendere in considerazione il nome di Jahve o Jehova e si vuol metterlo in rapporto col nome di Cristo, innanzitutto non si può non tener conto dell’evoluzione. Come ho spesso indicato nei miei libri, perfino nel Nuovo testamento è detto che,  per quel tanto che gli era possibile prima del mistero del Golgotha, il Cristo si manifestava attraverso Jehova.

E se si vuol fare un confronto fra Jehova e Cristo, è bene usare l’immagine della luce solare e della luce lunare. Che cos’è la luce solare? E che cos’è la luce lunare? Esse sono la medesima cosa, eppure sono anche due cose ben diverse. La luce solare irraggia dal Sole, mentre nella luce lunare la luce del Sole viene riflessa dalla Luna. Similmente sono una medesima cosa Cristo e Jehova. Cristo è come la luce del Sole; mentre Jehova, per quel tanto che egli poté manifestarsi sulla Terra sotto quel nome prima che si fosse verificato il mistero del Golgotha, Jehova è come la luce riflessa del Cristo. Quando però è questione di un’entità così sublime come Jehova-Cristo, si deve ricercare il significato vero nelle somme altezze dei mondi soprasensibili. In realtà, è cosa temeraria accostarsi ad un’entità come Jehova-Cristo con concetti presi dalla vita quotidiana», (pp. 34-45).

Ma è esattamente quello che fa Orao in Resurrezione, ossia affrontare la comprensione di un’elevata entità spirituale con percezioni e concetti tratti dalla coscienza quotidiana, e quindi con una coscienza non libera dalle influenze corporee. Secondo quel che afferma Rudolf Steiner nell’Appendice da lui aggiunta nel 1918 al libro L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?, questa è la fonte di tutti i peggiori errori che si compiono nell’indagine spirituale, proprio a causa della inavvertita dipendenza dalla corporeità: la fonte dalla quale scaturisce ogni visionarismo illusorio, ogni ingannevole percezione soggettiva in veste immaginativa, ogni medianità. Quindi, anche la fonte dell’esiziale identificazione tra Lucifero e Jahve. Una identificazione quella tra Lucifero e Jahve,, come vedremo sùbito, assolutamente antimichaelita. Infatti, così afferma Rudolf Steiner:

«Gli Ebrei non rivolgevano la loro attenzione direttamente su Jehova (un nome questo che di per sé era considerato impronunciabile), bensì sull’entità che nella nostra letteratura occidentale troviamo menzionata come Michele. […]

Michele è l’entità principale, l’entità più significativa della gerarchia degli Arcangeli. Gli antichi lo chiamavano “il volto di Dio”. Come un uomo si manifesta attraverso i gesti, attraverso l’espressione del volto, così nella mitologia degli antichi Ebrei a Jehova si accedeva attraverso Michele. Jehova si rendeva riconoscibile in questo modo all’iniziato; e questi afferrava qualcosa che con la sua comprensione ordinaria non avrebbe mai potuto afferrare, ossia che il volto di Jehova era Michele. Di Jehova-Michele gli antichi Ebrei dicevano: Jehova è l’inaccessibile, è colui a cui non ci si può accostare, così come non ci si può accostare ai pensieri di un uomo, alle sofferenze e preoccupazioni manifestate dalla sua espressione esteriore. Michele è la manifestazione esteriore di Jahve o Jehova, così come la fronte e il volto di un uomo sono la manifestazione del suo io», (pp- 35-36).

Ora, non la finirei più se dovessi citare tutti i punti di questa importante conferenza di Rudolf Steiner, nei quali egli parla del rapporto Jahve-Christo, e del rapporto Michele-Jahve. Tanto varrebbe che trascrivessi l’intera conferenza, che del resto ognuno può leggersi direttamente nel libro citato. Ma una cosa, a questo punto, è chiara come il Sole: l’identificazione di Lucifero con Jahve è ben errata, falsissima, e gravida di alquante conseguenze negative, che non devono punto essere tralasciate o sottovalutate: per sentimentalità, per superficiale faciloneria, per mancanza di amore e di fedeltà nei confronti della Verità. Tuttavia, non voglio rinunciare a trascrivere un’ultima citazione da questa importante conferenza di Rudolf Steiner, ove, a p. 41, troviamo detto:

«A questo abbiamo alluso quando abbiamo parlato del progresso nell’evoluzione di Cristo-Jehova: abbiamo alluso al fatto che il Cristo d’ora in avanti ha conseguito la possibilità di manifestare se stesso non come un essere umano, non mediante un rispecchiamento, una sua luce riflessa, non sotto il nome di Jehova, bensì direttamente. È la grande differenza degli insegnamenti e delle saggezze che dal mistero del Golgotha sono pervenuti nell’evoluzione della Terra: grazie all’evento sulla Terra dello spirito di Michele e della sua ispirazione, l’umanità poté iniziare a comprendere tutto il significato dell’impulso del Cristo, del mistero del Golgotha. In quel tempo Michele era il messaggero di Jehova che rifletteva la luce di Cristo, non era ancora il messaggero di Cristo».

Ora, le conseguenze di una errata ‘veggenza’ sul piano spirituale non sono così anodine, come lo può essere sul piano fisico un errato calcolo algebrico, un errato teorema geometrico, o le conclusioni errate di un esperimento fisico o chimico. Un errore conoscitivo sul piano fisico non ha conseguenze letali, e può sempre essere facilmente corretto: basta rieseguire i calcoli algebrici, rifare la dimostrazione geometrica a rigor di logica, eseguire con più rigoroso metodo l’esperimento fisico o chimico, e le difficoltà sono superate. Ma un errore sul piano spirituale non è un evento altrettanto semplice, e le conseguenze di un cotale errore sono tutt’altro che indolori. Leggiamo quel che dice Rudolf Steiner nella prima conferenza, tenuta a Heidelberg il 21 gennaio 1909, e intitolata La complessità della reincarnazione. Come si conservano per il futuro le conquiste degli iniziati?, del ciclo Economia spirituale e Reincarnazione, GA-109, Editrice Antroposofica, Milano, 2008, ove, a p. 17, è detto:

«Vediamo dunque che casi come questi si presentano spesso, e che il processo della reincarnazione non è così semplice come generalmente si crede. Ne deriva fra l’altro che certi individui dovrebbero essere molto più cauti nell’investigare le loro precedenti incarnazioni con metodi occultistici. Certo, in molti casi è solo questione di infantilismo quando delle persone dichiarano, o presumono almeno, di essere il tale o il tal altro personaggio redivivo, Magari Nerone, Napoleone, Beethoven, o Goethe. Si tratta naturalmente di una cosa sciocca e riprovevole. Ma è ben più pericoloso quando, in una materia come questa, sono degli occultisti esperti a fare degli sbagli, a figurarsi, poniamo, di essere questo o quell’individuo rinato, mentre in realtà ne hanno soltanto il corpo eterico. Qui non si tratta solamente di un errore – già deplorevole in quanto tale – ma del fatto che l’uomo vive in tal caso sotto l’influsso di questa idea errata, e ciò ha effetti semplicemente devastanti. A causa di questa illusione, tutta l’evoluzione dell’anima prende una direzione sbagliata».  

Naturalmente, quanto qui dice Rudolf Steiner circa il fatto che dilaghi l’infatuazione, molto diffusa peraltro negli ambienti occultistici, per le proprie precedenti ‘incarnazioni’, perlopiù immaginate o meramente sognate, diventa qualcosa di ben più grave allorché un ‘occultista esperto’ – nel nostro caso Orao – si pronuncia sulle ‘incarnazioni’ di Maestri, d’Iniziati, o sulla avatarica manifestazione di questa o quella entità spirituale appartenente alle Gerarchie, o addirittura si pronuncia dogmaticamente, quanto avventatamente, circa l’identità tra un essere spirituale come Lucifero e un ElohaEloah come Jahve o Jehova, non solo compiendo così uno spaventoso errore, ma generando devastanti disastri. Disastri non solo per la personale evoluzione spirituale di quell’illuso, e illudente, ‘veggente’, ma anche per l’evoluzione spirituale di tutti coloro che, acriticamente e sentimentalmente, si affidano al dis-orientante ‘orientamento’ proveniente da tale ‘veggente’. Producendo così vere e proprie calamità sia nella vita dei singoli individui che in quella delle Comunità spirituali. Perché l’Antroposofia, la Scienza dello Spirito rosicruciana, è qualcosa di vivente, e come tale agisce in maniera vivente nelle anime che l’accolgono: dipende però da quest’ultime l’accoglierla in maniera sana o malsana. Infatti, nello stesso ciclo, nella conferenza tenuta a Kristiania, il 16 maggio 1909, intitolata Rivelazione del passato e domande del presente, è detto:

«Dunque, la corrente rosicruciana ha preparato qualcosa di positivo, l’antroposofia diventerà vita, e l’anima che saprà realmente accoglierla in sé a poco a poco si trasformerà. Accogliere in sé l’antroposofia significa trasformare l’anima in modo che possa giungere alla comprensione del Cristo.

L’antroposofo fa di se stesso il destinatario vivente di ciò che viene offerto a Mosè, di ciò che viene offerto a Paolo con la rivelazione Jahve-Cristo».

Quello che Orao scrive in Resurrezione porta molta confusione non solo nel caso – già di per sé di estrema gravità – identificando in maniera soggettivamente errata, ma anche operante in maniera oggettivamente menzognera, un’elevata entità della Gerarchia degli Elohim, come Jahve, il quale si è sacrificato per aiutare l’uomo terrestre, scegliendo per sé come propria dimora la Luna terrestre, con Lucifero la cui dimora, secondo tutta la Scienza dello Spirito antica e moderna, è il pianeta Venere, ma anche nella cosmologia e nella cosmogonia.  Orao ignora completamente, e in maniera evidente, la differenza tra la Luna terrestre e l’ottava sfera, verso la quale Lucifero e Ahrimane cercano di attrarre il poco consapevole essere umano terrestre. Rudolf Steiner parla spesso di quanto pericolosa sia questa ottava sfera. Nel ciclo di conferenze Die okkulte Bewegung im neunzehnten Jahrhundert und ihre Beziehung zur Weltkultur Bedeutsames aus dem äußeren Geistesleben um die Mitte des neunzehnten Jahrhunderts. Bedeutsames aus dem äußeren Geistesleben um die Mitte des neunzehnten Jahrhunderts. Dreizehn Vorträge, gehalten in Dornach vom 10. Oktober bis 7. November 1915, GA-254, Rudolf Steiner Verlag, Dornach 1986 – Il movimento occulto nel diciannovesimo secolo e il mondo della cultura, Elementi significativi dalla vita culturale alla metà del XIX secolo, 13 conferenze tenute a Dornach dal 10 ottobre al 7 novembre 1915, Editrice Antroposofica, Milano, 1993, Rudolf Steiner parla ampiamente nell’opera dei due Ostacolatori, operanti all’interno di alcune ormai decadenti confraternite occulte. Parla ampiamente dei metodi, a dir poco spregiudicati, usati da alcune di quelle confraternite occulte per manipolare ai fini della loro potenza le verità occulte. In quelle tristi vicende venne coinvolta la personalità, portatrice di forze di veggenza atavica, nonché di forze medianiche, di Helena Petrovna Blavatsky.

La Blavatsky, nella sua oltremodo affannata vita, passabilmente agitata, in un certo periodo venne in contatto prima con una confraternita occulta americana, la quale voleva che non circolasse la dottrina della reincarnazione e, per propri scopi piuttosto sinistri, aveva aperto la porta a quel vero cancro dell’umanità che è la medianità, e l’aveva volutamente diffusa nel mondo come spiritismo. Nella sua prima opera, Iside Svelata, la Blavatsky – mentre era ancora sotto l’influenza di quella confraternita occulta americana – scrisse apertamente contro l’idea della reincarnazione. Poi la nobildonna russa, dopo la fondazione della Società Teosofica a New York, e il trasferimento di questa ad Adyar, nei pressi di Madras, l’attuale Chennai, nel Tamil Nadu, venne in contatto con una confraternita occulta indiana, dalla quale ella venne liberata dalla “prigionia occulta” nella quale era stata posta dalla suddetta confraternita americana. Abbandonando la sua precedente convinzione, ella si convinse della dottrina della reincarnazione, ma accettò pure dai suoi ispiratori indiani una notevole avversione per il principio del Christo, una notevole avversione per l’Eloha o Eloah Jahve, e un’accesa simpatia per l’entità di Lucifero, da lei esaltato come redentore e liberatore dell’umanità, in contrapposizione a Jahve. Poi si trasferì in Inghilterra dove a Londra fondò la Esoteric School of Theosophy, e dove si scontrò con gli ambienti occulti che operavano dietro l’Alta Chiesa Anglicana, la quale – come la suddetta confraternita americana – era avversa alla diffusione della dottrina della reincarnazione. Come lo è, del resto, la stessa Chiesa Cattolica Romana, alle cui posizioni si avvicina assai la Chiesa Anglicana.

Rudolf Steiner, in questo ciclo di conferenze, sottolinea come, per vie diverse, la confraternita occulta americana, l’Alta Chiesa Anglicana, gli occultisti indiani deviati ai quali si era data la Blavatsky, falsificavano tutti – come, peraltro, coi suoi errori oggettivamente fa Orao – la verità riguardante la Luna terrestre, la sua funzione occulta, l’azione di Jahve-Jehova, le verità del divenire cosmologico e cosmogonico del passato terrestre e umano, e soprattutto falsificavano la verità sulla ‘ottava sfera’, verso la quale le due deità ostacolatrici si sforzano di attrarre l’essere umano, per impedire la trasformazione dell’attuale Terra nel futuro Giove. In forma diversa, l’azione degli scritti di Orao a proposito dell’Eloha Eloah Jahve, di Lucifero e del suo operare nella storia dell’umanità, dell’attuale Luna terrestre, dimostra di essere in maniera inconsapevole straordinariamente simile a quanto nella Blavatsky, nella confraternita americana, in quella indiana, nelle cerchie occulte operanti dietro l’Alta Chiesa Anglicana, nei metodi e nei contenuti ha agito contro la Verità, contro il Logos. I metodi di quelle cerchie erano quelli della medianità, e della veggenza atavica, mentre i contenuti erano la sistematica, cosciente e voluta, falsificazione delle verità occulte al servizio della propria politica di potenza, ma soprattutto al servizio di quello che Rudolf Steiner ne Il mistero del doppio, chiama il ‘Grande Inscenatore’, ossia il padre di ogni menzogna, quello che gli antichi Persiani chiamavano il ‘Principe dell’Oscuro Pensiero’, Angra Mainyush, Ahrimane. Giova riportare quanto dice Rudolf Steiner, a proposito dell’ottava sfera, e delle finalità che su di essa si propongono gli Ostacolatori, nella quinta conferenza del citato ciclo della GA-254, pp. 89-90:

«Questo è già un importante significato del mondo terreno dei sensi: quella che l’umanità deve conquistarsi, la libertà della volontà, può conquistarla solo durante l’evoluzione sulla Terra. Su Giove, su Venere e su Vulcano gli esseri umani avranno bisogno di tale libertà. Considerando la libertà, si entra dunque in un campo di grandissima importanza: si riconosce infatti che la Terra produce la libertà, proprio perché impregna di elemento fisico, minerale, l’essere umano.

Si riconoscerà così che quanto sorge dalla libera volontà deve venir mantenuto entro l’elemento terrestre. Evolvendosi ulteriormente in modo chiaroveggente lo si può portare da quella terrestre alle evoluzioni successive, ma non lo si può trasporre nella terza sfera, nella seconda o nella prima. Quel che scaturisce dal principio della libertà in quelle sfere non è possibile. Per loro natura sono inaccessibili alla libertà. L’aspirazione di Lucifero e Arimane è però di trascinare entro la loro ottava sfera proprio la libera volontà umana, di impedire che nasca proprio quanto scaturisce dalla libera volontà, trascinandolo nella loro ottava sfera. Ciò significa che siamo di continuo esposti al pericolo che la libera volontà ci venga strappata e trascinata nell’ottava sfera.

Questo accade quando l’elemento volitivo libero viene ad esempio mutato in chiaroveggenza visionaria. Si è allora già nell’ottava sfera. Gli occultisti lo dicono molto malvolentieri, perché certo si tratta di una terribile verità: nel momento in cui la volontà libera viene trasformata in chiaroveggenza visionaria, quel che si sviluppa in noi è bottino di Lucifero e Arimane. Viene subito afferrato da loro e sparisce per la Terra. Si può vedere allora come, vincolando la sfera della libera volontà, vengano per così dire creati gli spettri dell’ottava sfera. Lucifero e Arimane si dànno da fare in continuazione per vincolare la libera volontà dell’uomo e per ingannarlo con ogni sorta di false promesse, strappandogli poi quanto gli fu promesso  e facendolo sparire poi entro l’ottava sfera. Ciò che persone di ingenua fede, ma anche superstiziose, sviluppano in ogni tipo di chiaroveggenza, è sovente impregnato della loro libera volontà. Lucifero allora se lo porta subito via, e mentre la gente crede di aver raggiunto qualcosa dell’immortalità, nelle loro visioni in verità scorgono come una parte o un prodotto del loro essere animico venga sottratto e preparato per l’ottava sfera».

Nell’ambiente dell’esoterismo in genere, si sottovaluta spesso proprio questo aspetto, ossia quanto sia pericolosa una chiaroveggenza visionaria, la quale, come vedremo più sotto, può generare non solo molta confusione, ma anche una contagiosa infatuazione per i risultati di  tali stati passivi, morbosi, di coscienza, e nel ‘veggente’ un’errata valutazione di sé, e molta presunzione, soprattutto se unita ad ancor più grande ignoranza. Ma i pericoli, generati da una illusoria e deviata ‘veggenza’, sono tali da creare grandi difficoltà anche a chi seguendo una via rigorosamente scientifica, indaga nel mondo spirituale. Su questo punto Rudolf Steiner è inequivocabilmente esplicito. Nella settima conferenza del ciclo in esame, a p. 123, senza circonvoluzioni di parole, egli così dice:

«Mentre sul piano fisico i risultati errati della ricerca vengono rettificati mediante una verifica con strumenti fisici, riuscendo a scoprirne con relativa facilità l’inesattezza, nei mondi spirituali le cose sono ovviamente diverse. Ivi una rappresentazione errata o inesatta di un fatto è motivo di confusione per l’indagine stessa. Se dunque emersero cose nel modo a cui accennai in merito alle comunicazioni sulla vita dopo la morte ottenute per mezzo di medium, che a dire il vero non provenivano affatto dai defunti ma dai viventi determinati dalle più varie tendenze, tali risultati tuttavia esistevano: ci stavano davanti. Se poi li si va a verificare, sono da combattere quali potenze reali. Qualcosa detto sul piano fisico può essere rifiutato. Ci si siede alla scrivania e lo si respinge. Nel mondo spirituale un errato risultato di indagine è un essere vivente. È presente e prima bisogna combatterlo, bisogna rimuoverlo.

Come i pensieri sono esseri viventi, così anche i risultati errati dell’indagine sono forze reali, subito presenti non appena si oltrepassa la soglia del mondo spirituale».  

Ed ecco riprodotto, per comodità del lettore che volesse esaminarlo al fine di sincerarsi circa la giustezza delle mie affermazioni, il testo tedesco di quest’ultima citazione, che il diligente ricercatore può trovare a p. 126 dell’edizione citata:

«Aber während man auf dem physischen Plane falsche Forschungsergebnisse einfach dadurch richtigstellt, daß man sie mit physischen Mitteln nachprüft, und dann verhältnismäßig leicht herausbekommen kann, daß sie unrichtig sind, so ist das natürlich in den geistigen Welten doch noch anders. In den geistigen Welten ist das Vorhandensein einer falschen, unrichtigen Vorstellung über einen Tatbestand für die Forschung selbst verwirrend. Wenn also Dinge herausgekommen sind auf die Weise, wie ich sie Ihnen angedeutet habe in bezug auf die Mitteilungen über das Leben nach dem Tode durch Medien, so daß es eigentlich gar keine Mitteilungen von den Toten waren, sondern durch allerlei Neigungen bestimmte Mitteilungen von Lebenden, so waren diese angeblichen Forschungsresultate doch da. Die stehen dann vor einem. Und wenn man auf diesem Gebiete prüft, so hat man diese Forschungsresultate als reale Mächte zu bekämpfen. Etwas, was auf dem physischen Plane gesagt wird, kann man zurückweisen. Da setzt man sich an den Schreibtisch und weist es zurück. Ein falsches Forschungsresultat in der geistigen Welt ist ein lebendiges Wesen. Das ist da, das muß man erst bekämpfen, das muß man erst wegschaffen.

Gerade so, wie ich Ihnen gesagt habe, daß die Gedanken lebendige Wesen sind, so sind auch die falschen Forschungsresultate reale Mächte, die sofort da sind, wenn man die Schwelle der geistigen Welt übertritt».

Ora si tratta di vedere chiaro nelle finalità palesi o celate, che spingono talune singole personalità, o determinate confraternite occulte, ad operare tali falsificazioni di dati occulti, che sono di importanza affatto decisiva per l’evoluzione spirituale dei singoli, dell’umanità tutta, e della Terra stessa. Ed è certamente interessante rendersi conto del come una cotale occulta opera di dis-orientamento viene portata a realizzazione. Naturalmente coloro – siano essi entità spirituali o umane – che stanno dietro a quella azione disinformante, illudente, e corruttrice, sono ben consapevoli di quel che fanno, di come lo fanno, e di quali mete essi si prefiggono di raggiungere. Rudolf Steiner mette bene in evidenza due di queste opere di falsificazione. Una falsificazione avvenne  attraverso l’opera inconsapevole del giornalista e teosofo inglese Alfred Percy Sinnett, il quale in The Occult World del 1881, e in Esoteric Buddhism del 1883, scrisse sull’ottava sfera da lui falsamente identificata con la Luna terrestre, e attraverso l’opera, in parte consapevole, di Helena Petrovna Blavatsky, la quale nel 1875 fondò a New York la Theosophical Society, che poi trasferì ad Adyar in India, e infine a Londra fondò la Esoteric School of Theosophy, operante nella coi suoi metodi medianici nella ‘London Lodge’, detta poi, in séguito, anche ‘Blavatsky Lodge’, la quale nella sua Secret Doctrine  distorse completamente la funzione dell’attuale Luna terrestre, di Jahvè-Jehova, ed esaltò la figura di Lucifero in contrapposizione a Jahve e al Christo. Un’altra falsificazione, invece, avvenne attraverso ambienti occulti americani e britannici, e soprattutto questi ultimi avevano la  altresì pretesa di seguire un occultismo sedicente “cristiano”, e non volevano assolutamente che venisse divulgata una dottrina come quella della reincarnazione, né quella del rapporto dell’entità animica umana con le sfere planetarie del nostro sistema solare. Il risultato fu una lotta feroce di queste confraternite occulte anglo-americane contro le dottrine teosofiche, ben tinte di materialismo di Sinnet e della Blavatsky, e la diffusione – voluta e cosciente – di altre dottrine errate, che ingeneravano forme diverse di “spiritualismo”, sempre sottilmente, quanto fortemente, colorato di materialismo. Quindi, non una lotta tra il Bene, o la Luce, e il Male, o la Tenebra, ma una lotta tra mali diversi, mali di segno contrario, lotta micidiale, della quale fa le spese un essere uomano, che ne è al contempo oggetto e preda.

Ma, per meglio convincerne – ma anche perché il lettore possa accertarsi che chi qui scrive non si sta inventando nulla – leggiamo quel dice Rudolf Steiner a proposito di Sinnet e della Blavatsky, perché proprio quel ch’egli afferma ci mostrerà la gravità delle affermazioni di Orao, nonché le conseguenze spirituali che fatalmente ne derivano. su Sinnet, alle pp. 34-35 della sopra citata opera, leggiamo:  

«Il buddhismo esoterico mi capitò tra le mani poco tempo dopo la sua pubblicazione. Soltanto alcune settimane dopo, e potei constatare come in fondo si cercasse, in particolare da una certa corrente, di dare alla dottrina spirituale una forma del tutto materialistica. Se infatti si affronta Il buddhismo esoterico con tutto il bagaglio acquisito nel corso del tempo, ci si stupisce della forma materialistica con cui le cose vengono comunicate. Si ha a che fare con una delle peggiori forme del materialismo. Il mondo spirituale vi viene descritto proprio in modo materialistico. Nessuno che si trovi tra le mani solo Il buddhismo esoterico può uscire dal materialismo. Sinnet rende la materia molto raffinata, ma non esce affatto dall’elemento materiale anche se si sale tanto in alto. Coloro dunque che adesso erano i «padroni» della Blavatsky (mi si perdoni il paragone materialistico) non solo avevano interessi particolari indiani, ma anche facevano le più ampie concessioni allo spirito materialistico dell’epoca. [..] il libro veniva incontro a tutti i bisogni del materialismo, pur offrendo la possibilità di soddisfare il bisogno di un mondo spirituale, di ammetterne l’esistenza».

Oltremodo istruttivo – per chi non voglia pascersi di facili e poco salutari illusioni – è rilevare notevoli analogie tra quella situazione di ‘persuasione occulta’ dei singoli, e di più vaste cerchie, con la presente caotica situazione delle comunità spirituali, di quelle solo apparentemente spirituali, e di quelle decisamente, palesemente antispirituali. Il benevolo lettore farà bene a riflettere profondamente circa le molte analogie che vi sono tra la suddetta ‘persuasione occulta’ e quel ‘trasbordo ideologico inavvertito’, del quale così spesso è stata parola su questo temerario blog. A questo proposito, ulteriormente molto istruttivo è, poi, quel che possiamo leggere in alcuni stralci del medesimo ciclo di Rudolf Steiner, alle pp. 62 :

«Tale fatto singolare si sviluppò al massimo grado: errori che potevano fiorire nell’epoca del materialismo (si potrebbe dire nell’epoca della seduzione arimanica) venivano accettati  a causa del contributo che Lucifero dava dall’interno. Arimane si mischia nell’interpretazione dei fenomeni esterni e ci mente al riguardo. Ma si scoprirebbero i suoi trucchi, se Lucifero non destasse nell’interiorità di ciascuno la propensione a suscitare proprio tali rappresentazioni materialistiche nella concezione del mondo.

Così si presentava la situazione nel corso del secolo diciannovesimo. Gli esseri umani si trovavano in tale condizione e chi lo voleva poteva sfruttare la situazione a proprio vantaggio. Chiunque intuisse la cosa, poteva favorire lo sviluppo di una qualsiasi tendenza unilaterale, ossia una qualsiasi via traversa. Non gli sarebbe andata bene, se nel secolo scorso [nell’Ottocento] l’umanità non si fosse trovata nella situazione di venir sedotta con facilità dal miscuglio di Arimane e Lucifero.

Così nature predisposte del tutto al materialismo potevano essere nella propria concezione del mondo abbastanza luciferiche tuttavia da non credere al materialismo, ma cercare all’interno di esso una concezione spirituale del mondo. Nel secolo diciannovesimo apparì un tipo umano il cui capo è predisposto a pensare in maniera totalmente materialistica, ma il cui cuore anela allo spiritualismo. Dove tale caso si presenta, la persona cercherà lo spirituale nella materia, tentando di dare allo spirituale una forma materialistica.

Se dietro una persona del genere vi è una personalità che vede il tutto, ha con lei un gioco assai facile. Qualora ne abbia l’interesse, può prepararla in maniera che essa ne seduca altre a vedere lo spirituale in modo materiale e quindi ad attuare cose escogitate per ingannare la gente. Riesce nel modo migliore, se viene fatto al posto giusto, se si trasmettono le cose giuste, aprendo le porte verso ciò a cui gli uomini anelano. […]

Una cosa simile accadde nella stesura del Buddhismo esoterico di Sinnett. Il libro ha come autore Sinnet, ma dietro di lui però sta quello che egli chiama il suo ispiratore e che noi conosciamo con la maschera di mahatma. […] aveva la migliore disposizione per cercare il mondo spirituale nella forma del materialismo, così chi aveva interesse a usare in modo spirituale il materialismo per raggiungere i propri scopi, aveva facile gioco a esibire nel Buddismo esoterico di Sinnett una apparente dottrina spirituale in cui era preponderante una forte tendenza materialistica. […]

Si tratta dunque di dottrine in grande misura esatte nelle quali è intessuta, come una frode eminentemente materialistica, la dottrina dell’ottava sfera che culmina nell’affermazione che l’ottava sfera è la Luna. Tale affermazione si trova nel Buddhismo esoterico di Sinnett. […]

La Blavatsky era in collegamento con spiritualisti americani che volevano la scomparsa della dottrina della reincarnazione. Il medianismo ne era il mezzo e quindi se ne assunsero le forme. Lei vi si ribellò e fu scacciata, finendo così sempre più nelle mani degli indiani. Fu spinta nelle loro mani. Da là si tentò di contrapporvi un’altra corrente, e si potrebbe dire che si giunse a un conflitto tra la concezione americana e quella indiana dell’occultismo. Da una parte si aveva la tendenza assoluta a far scomparire la dottrina delle ripetute vite terrene, e dall’altra la tendenza a portarla nel mondo in modo che tenesse conto delle inclinazioni materialistiche del secolo.

Lo si poteva ottenere strutturando la dottrina dell’ottava sfera così come appare nel Buddismo esoterico».

Gli umani, purtroppo, spesso temono la Verità, che come ammonisce il Logos nel Vangelo di Giovanni, 8,32: καὶ γνώσεσθε τὴν ἀλήθειαν καὶ ἡ ἀλήθεια ἐλευθερώσει ὑμᾶς. – kài gnòsesthe ten alètheian kài he alètheia eleutheròsei hymàs. Ovvero: «E conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi». Ma gli umani, di conseguenza, temono e avversano la Conoscenza, ossia la Verità e, per questo motivo, temono e avversano la libertà. Preferiscono l’abietto servaggio dell’ignoranza, della brama, della paura, dell’avversione. Preferiscono ad un  chiaro e limpido pensare, le diverse infatuazioni date dalle più irrazionali e subpresonali emozioni e pulsioni istintive, emergenti nella psiche troppo legata al corpo: magari apparentemente dignificate e nobilitate sotto la mascheratura di una ‘via dell’anima’, di una ‘via mistica’A cosa porti una tale mancanza di amore per la Verità e la libertà interiore, lo si può ben scorgere nelle dure parole di Rudolf Steiner che possiamo leggere alle pp. 94-95:

«Una via nel mondo spirituale non poteva venire indicata in maniera cieca o sulla base di un’esaltazione qualsiasi. Per questo motivo rivolsi sempre agli amici l’esortazione che è importante non lasciarsi sedurre da ciò che porta all’ottava sfera. Parlando spesso dell’attenzione da porre quando si entra nella chiaroveggenza visionaria, e di come si debba accettare come giusta soltanto la chiaroveggenza che, escludendo Lucifero e Arimane, conduce ai mondi spirituali  superiori, si giunge a vedere come vada soppresso quanto può portare l’anima in comunione con l’ottava sfera. Ogni qualvolta che si presenta di nuovo la tendenza a vincolare la libera volontà e ad incatenarla nella chiaroveggenza visionaria, è un segno che in fondo si è posta resistenza alla chiara aspirazione del nostro movimento, preferendo legare la libera volontà  in una chiaroveggenza visionaria.

Quanto erano contenti certuni di riuscire a vincolare la libera volontà! Lo si è potuto notare da quanto dei movimenti da me indicati fu introdotto dall’esterno nel nostro movimento. Non dalla Blavatsky e neppure da fuori, ma attraverso i nostri soci stessi sono state continuamente aperte brecce in ciò che si doveva raggiungere. Accadde e accade, perché si continua ad ammirare quel che rivela la chiaroveggenza visionaria. Ammirare i risultati della chiaroveggenza visionaria è un aprir brecce, un espressione dell’amore perverso per l’ottava sfera. […] Ogni qualvolta gli esseri umani si abbandonano al fatalismo, invece di decidere con il loro giudizio, mostrano la loro inclinazione per l’ottava sfera; tutto quanto sperimentiamo per essa sparisce dall’evoluzione terrena, non progredisce in modo corretto con l’evoluzione della Terra». 

Ma, ancora una volta, sono costretto ad interrompere la qui la eccessiva lunghezza di questa ottava parte del mio studio su Resurrezione di Orao, e rimandare al séguito alcune precisazioni su quanto detto. Dovrò, inoltre, pure affrontare – e la cosa sarà per me un còmpito molto doloroso – alcune esiziali ‘non verità’, che possono essere qualificate unicamente col nome di ‘impostura’ e ‘presunzione’. Ma lealtà verso la Verità lo esige.  

Amor mi mosse, che mi fa parlare. Dante, Inf., II, 72.

SCIENZA DELLO SPIRITO, VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO

VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. SETTIMA PARTE.

RRRRRRRRRRRR

Il giovanissimo Rudolf Steiner, finite con l’Abitur, la nostra “maturità”, le scuole superiori, la Realschule, una sorta di Istituto Tecnico Industriale, ch’egli aveva frequentato a Wiener-Neustadt, si iscrisse, nell’autunno del 1879, alla Technische Hochschule, il Politecnico di Vienna, per seguire i corsi di biologia, chimica, fisica, matematica, botanica, zoologia, mineralogia, come materie specialistiche della sua preparazione universitaria. Suo padre avrebbe voluto che diventasse un ingegnere ferroviario, ma – per nostra fortuna – la volontà del Cielo e il Destino decisero ben diversamente. Già nell’estate di quell’anno, tra la fine della maturità e l’iscrizione al Politecnico di Vienna, l’ancora diciottenne Rudolf Steiner si era totalmente immerso nella ‘filosofia dell’Io’ di Johann Gottlieb Fichte, la cui Dottrina della Scienza, egli intraprese ad elaborare in un suo primissimo saggio, rimasto allo stato di frammento, pubblicato nei Beiträge zur Gesamtausgabe, Veröffentlichungen aus dem Archiv der Rudolf Steiner-Nachlassverwaltung, Nr. 30. Sommer 1970, pp. 26-34 .  

La cosa ha per noi notevole importanza, perché ci mostra il percorso interiore – percorso ‘interiormente operativo’, naturalmente: non meramente intellettuale – del giovanissimo Rudolf Steiner. Nel viaggio ch’egli ogni giorno compiva dalla stazione di Insersdorf, dove lavorava suo padre, per andare a Vienna, conobbe presto un anziano Kräutersammler, un raccoglitore di erbe medicinali, profondamente iniziato nella tradizione rosicruciana, del quale Rudolf Steiner non volle mai fare il nome. Si deve ai pertinaci sforzi ostinati – in questo caso benedetti dal Cielo – se l’ormai anziano Emil Bock riuscì, percorrendo instancabile tutta la zona attraversata dalla ferrovia, riuscì a scoprire che si trattava di Felix Kogutzki, nato il 1° agosto 1833 a Vienna, e morto nel 1909 a Trumau, un villaggio di montagna a sud di Vienna. Emil Bock descrisse la sua ‘fortunata’ scoperta nel suo libro, Rudolf Steiner. Studien zu seinem Lebensgang und Lebenswerk, Verlag Freies Geistesleben, Stuttgart, 1961, pp. 15-38. Fu questo anziano raccoglitore di erbe, che Rudolf Steiner definisce come ‘l’emissario’, ‘l’inviato del Maestro’, a metterlo in contatto con quest’ultimo. Hella Wiesberger trascrisse e pubblicò in Rudolf Steiner-Marie Steiner von Sivers, Briefwechsel und Dokumente 1901-1925, e Briefwechsel und Dokumente 1901-1925. Neu herausgegeben zur hundertjährigen Wiederkehr der Begründung der anthroposophischen Bewegung 1902 – 2002, Rudolf Steiner Verlag, Dornach,1967 e 2002, – come ho scritto nelle prime parti di questo studio – gli appunti che Rudolf Steiner scrisse nel settembre 1907 a Barr, in Alsazia, per Édouard Schuré che lo ospitava. Alcuni punti di tale scritto ci sono utili per comprendere il percorso da lui compiuto  nel ‘Sentiero della conoscenza’, com’egli lo chiama nell’ultimo capitolo del suo libro Teosofia, percorso estremamente diverso – anzi del tutto divergente – rispetto a quello che abbiamo visto porre da Orao come necessario per la realizzazione iniziatica. Infatti, leggiamo:

«Prestissimo venni indirizzato a Kant. All’età di quindici, sedici anni, studiai intensissimamente Kant e, prima di passare al Politecnico di Vienna, mi occupai con un interesse del tutto particolare dei successori ortodossi di Kant, degl’inizi del XIX secolo, che sono stati totalmente dimenticati dalla storia ufficiale delle scienze in Germania, e che non sono quasi più citati. Poi vi si aggiunse uno studio approfondito di Fichte e di Schelling. A quell’epoca – e ciò fa già parte delle influenze occulte esteriori – si realizzò la piena chiarezza riguardante la rappresentazione del tempo. Questa conoscenza, senza alcun rapporto con gli studi e interamente diretta a partire dalla vita occulta, era la seguente: esiste una evoluzione regrediente, quella occulto-astrale, che interferisce con quella progrediente. Questa conoscenza è la condizione di ogni contemplazione spirituale.

Poi venne l’incontro con l’emissario d. M. [del Maestro].

Dann kam die Bekanntschaft mit dem Agenten d. M. [des Meisters].

Poi uno studio intensivo di Hegel. […]

Certo, imparai a conoscere il culto della Chiesa per il fatto che venni chiamato a servire in occasione delle cerimonie cultiche come cosiddetto Ministrant (chierichetto), ma non vi era da nessuna parte, persino nei preti che ho conosciuto, autentica devozione e religiosità. Per contro, fui continuamente testimone di certi lati oscuri del clero cattolico.

Den kirchlichen Kultus lernte ich zwar kennen, indem ich zu Kultushandlungen als sogenannter Ministrant zugezogen wurde, doch war nirgends, auch bei den Priestern nicht, die ich kennen lernte, eigentliche Frömmigkeit und Religiosität vorhanden. Dagegen traten mir fort und fort gewisse Schattenseiten des katholischen Klerus vor Augen.  

Non incontrai subito il M. [Maestro], ma dapprima un emissario da lui inviato, che era pienamente iniziato nei segreti dell’efficacia di tutte le piante e dei loro rapporti con il cosmo e la natura umana. Il commercio con gli spiriti della natura era per lui affatto naturale, e ne parlava senza entusiasmo, cosa che risvegliava tanto più entusiasmo».

È di estremo interesse leggere quanto comunicò Rudolf Steiner in una conferenza autobiografica: l’unica ch’egli fece nella sua vita, essendone stato costretto dalle calunnie che Annie Besant, Presidente della Theosophical Society di Adyar, diffondeva su di lui. Questa conferenza venne tenuta di fronte alla prima assemblea della neofondata Società Antroposofica, dopo il distacco dei teosofi tedeschi, discepoli di Rudolf Steiner, dalla Società Teosofica, a causa delle enormità, diffuse dalla Presidenza di Adyar della Theosophical Society, sulla venuta dell’«Istruttore del mondo», che sarebbe rinato nel giovinetto Jiddu Krishnamurti, definito «reincarnazione del Cristo», la fondazione dell’Ordine della Stella d’Oriente, e della susseguente infatuazione sentimentale e ritualistica.

Annie Besant, divenuta nel 1907 Presidente della Società Teosofica, nel dicembre del 1912, aveva tenuto un discorso all’Assemblea Generale della Società Teosofica, ad Adyar, nel quale a proposito di Rudolf Steiner – cito, come documentazione, direttamente il testo inglese apparso in The Theosophist, organo ufficiale della suddetta Società – la Besant diceva:

«The German General-Secretary, educated by the Jesuits, has not be able to shake himself sufficiently clear of the fatal influence to allow liberty of opinion within his Section», ossia, «Il Segretario Generale della Sezione Tedesca, essendo stato educato dai Gesuiti, non è stato capace di affrancarsi sufficientemente da quella influenza fatale, perché in seno alla sua Sezione potesse regnare la libertà d’opinioni».

Lo stesso anno, prese la palla al balzo un gesuita tedesco, il R.P. Otto Zimmermann S.J., il quale nella rivista Stimmen aus Maria-Laach, stampata a Freiburg im Breisgau, nel 1912, quaderno 6, raccogliendo varie dicerie, aveva trattato Rudolf Steiner da prete spretato. Lo fece nella recensione del libro del suo degno confratello italiano, il R.P. Giovanni Busnelli S.J., Manuale di Teosofia, il quale, egli pure, parla di lui come di «un ex-prete cattolico». Il che – essendo, da sempre, il servizio informazioni della Compagnia di Gesù quanto di più efficiente, e benissimo informato, sia mai esistito – mostra l’assoluta malafede dei metodi della Societas Jesu. Sempre nel 1912, fu fatta correre la voce a Monaco, che il giovane Rudolf Steiner avrebbe fatto parte del seminario gesuita di Bojkowitz in Boemia; altre voci lo allocavano a Karlsburg, nei pressi di Vienna.

Se ti tien conto che Rudolf Steiner non ebbe quasi una vita privata, per la gran quantità di persone con le quali sin dalla giovinezza egli fu nelle più svariate relazioni, della folla di seguaci che lo attorniavano a partire dalla maturità, e che della sua vita pubblica si conosce, in maniera ben documentata, pressoché tutto, ci si rende conto della falsità e della malafede di simili gratuite affermazioni.

A parte la smentita a simili calunniose menzogne, la suddetta conferenza autobiografica, tenuta il 4 febbraio 1913 – nella quale Rudolf Steiner parla di sé in terza persona – è estremamente interessante perché esplicita meglio, dice qualcosa di più circa i suoi contatti giovanili, avvenuti alla fine della sua adolescenza, con l’«inviato del suo Maestro», Felix Kogutzki, e con il suo innominato «Maestro» stesso. Infatti, nella trascrizione di quella memorabile conferenza,  della quale metto in evidenza parte del testo tedesco per la sua importanza, possiamo leggere:

«Già durante primo anno di studio universitario al Politecnico [1879-1880], avvenne qualcosa affatto eccezionale. In conseguenza di una concatenazione straordinaria di circostanze, il ragazzo [Rudolf Steiner] fece la conoscenza di una personalità singolare, di una personalità sprovvista di ogni erudizione ma disponente di un sapere profondo ed esteso, di una saggezza profonda e vastissima. Chiamiamo questa personalità col suo nome di Battesimo «Felix». Questo Felix conduceva una vita da contadino in un piccolo villaggio di montagna, decentrato e isolato. La sua camera era piena di libri sulla mistica e sull’occultismo. Aveva assimilato in profondità la sapienza occulta, e passava la maggior parte del tempo a raccogliere piante selvatiche. Percorreva tutta la regione per trovare dei semplici e sapeva spiegare la natura profonda di ogni pianta a partire dai suoi rapporti occulti. Ci se ne poteva rendersene conto, quando accettava di essere accompagnato nelle sue passeggiate solitarie, fatto rarissimo, tuttavia non impossibile. Quest’uomo era ricolmo di una sapienza occulta straordinariamente profonda. Quando, carico di un ricco fardello di erbe che aveva raccolte e seccate, egli si recava nella capitale contemporaneamente al ragazzo, ci si poteva intrattenere con lui su argomenti profondissimi. Conversazioni estremamente importanti si svolgevano allora con quest’uomo, che in Austria si chiamava ein Dürrkräutler, un raccoglitore di semplici, un uomo che raccoglie e secca piante selvatiche per venderle alle farmacie. Quella era la sua professione esteriore; la sua vocazione interiore, invece, era di un tutt’altro ordine. Non deve essere tralasciato di menzionare il fatto che amava tutto nel mondo e diventava amaro solo – ma questo sia menzionato solo in termini di storico-culturali – quando parlava di questioni clericali, e di ciò che anche lui doveva sopportare in rapporto a questioni clericali; non era certo amorevolmente incline verso di esse.

Das war der äußere Beruf des Mannes, der innere war freilich ein ganz anderer. Es darf nicht unerwähnt bleiben, daß er alles in der Welt liebte und nur bitter wurde – das sei aber nur kulturhistorisch erwähnt –, wenn er auf klerikale Verhältnisse zu sprechen kam und auf das, was auch er durch die klerikalen Verhältnisse auszustehen hatte; dem war er nicht liebevoll geneigt.

Poco tempo dopo accadde ancora qualcos’altro. Il mio Felix in certo qual modo non era altro che l’annunciatore di un’altra personalità, la quale si servì di un mezzo per stimolare, nell’anima del ragazzo, che già viveva nel Mondo Spirituale, le cose regolari e sistematiche di cui si deve essere consapevoli nel Mondo Spirituale.

Mein Felix war gewissermaßen nur der Vorherverkünder einer anderen Persönlichkeit, die sich eines Mittels bediente, um in der Seele des Knaben, der ja in der spirituellen Welt darinnenstand, die regulären, systematischen Dinge anzuregen, mit denen man bekannt sein muß in der spirituellen Welt.

Ora, quella personalità, che era altrettanto aliena nei confronti di ogni forma di clericalismo, e ovviamente non aveva assolutamente  nulla a che fare con esso, si servì in realtà  delle opere di Fichte, al fine di connettere con esse certe considerazioni, dalle quali risultarono poi cose, nelle quali potrebbero essere cercati i germi per la «Scienza Occulta», che in séguito scrisse il ragazzo una volta divenuto uomo.

Es bediente sich jene Persönlichkeit, die nun wieder so fremd wie möglich allem Klerikalismus gegenüberstand und damit selbstverständlich gar nichts zu tun hatte, eigentlich der Werke Fichtes, um gewisse Betrachtungen daran anzuknüpfen, aus denen sich Dinge ergaben, in welchen doch die Keime zu der «Geheimwissenschaft» gesucht werden könnten, die der Mann, der aus dem Knaben geworden ist, später schrieb.

E gran  parte di ciò che divenne la «Scienza Occulta» fu poi discusso in relazione alle proposizioni di Fichte. Altrettanto poco appariscente di Felix era, nella sua professione esteriore, quell’uomo straordinario.

Und manches, aus dem die «Geheimwissenschaft» geworden ist, wurde damals in Anknüpfung an Fichtes Sätze erörtert. Ebenso unansehnlich im äußeren Berufe war jener ausgezeichnete Mann wie Felix auch».

Una descrizione poetizzata, ma interessante, e importante, perché basata su comunicazioni fattegli direttamente da Rudolf Steiner, è quanto scrisse Édouard Schuré nella sua Introduzione alla bella edizione italiana de Il Cristianesimo quale fatto mistico e i Misteri dell’Antichità, traduzione di Ida Levi Bachi, Gius. Laterza e Figli Editori, Bari, 1932, nella quale, alle pp. 14-15, a proposito dell’incontro col Maestro, così scrive:

«Fu a diciannove anni che l’aspirante ai Misteri incontrò la sua guida – il Maestro – da lungo presentito.[…]

Il maestro di Rudolf Steiner era uno di quegli uomini potenti che vivono, sconosciuti dal mondo, sotto la maschera di un stato civile qualunque, per compiere una missione conosciuta soltanto dai pari loro nella confraternita dei maestri rinunciatori. Non agiscono apertamente sugli avvenimenti umani. L’incognito è la condizione della loro forza, ma la loro azione non è perciò meno efficace. Poiché suscitano, preparano e dirigono coloro che agiranno agli occhi di tutti. […] Ma come cominciare questo compito immenso e temerario? Come vincere o meglio domare e convertire il grande nemico, la scienza materialistica di oggi somigliante a un drago formidabile, armato di tutte le scaglie e disteso sul suo immenso tesoro? Come domare il gran drago della scienza moderna e attaccarlo al carro della verità spirituale?».

La risposta ad una cotale domanda cruciale non poteva essere certo desunta dal misticismo religioso, o dalle tradizioni degli Ordini Occulti, oramai sempre più decadenti. La risposta data a Rudolf Steiner dal suo innominato Maestro, fu di un’audacia così temeraria da superare persino l’immagine taoista e ch’an del mitico e fascinoso ‘cavalcare la tigre’. E quella risposta fu l’indicazione di un còmpito di una mai prima udita, e insuperata, radicalità. Così Édouard Schuré evoca, alle pp. 19-20, l’indicazione del severo impegno, dell’audace missione, che il Maestro additò al giovanissimo Rudolf Steiner:

«Seguendo i suoi studi, Rudolf Steiner si ricordò della parola del suo maestro: «Per vincere il drago, bisogna entrare nella sua pelle». Penetrando nella corazza del materialismo contemporaneo, si era impadronito delle sue armi».     

Questa immagine della lotta contro il drago venne ripresa dal poeta Arturo Onofri, autore peraltro di un’opera poetica intitolata Vincere il drago!, nella bella Prefazione ch’egli – dichiarandosi con essa apertamente discepolo dell’Antroposofia – volle anteporre alla traduzione italiana della Scienza Occulta nelle sue linee generali di Rudolf Steiner, tradotta da Emmelina de’ Renzis ed Emma Battaglini, e pubblicata nel 1924 a Bari da Gius. Laterza e Figli Editori, ove sin dalle prime parole, a p. VI, è detto:

«Tra le più alte personalità spirituali che negli ultimi decenni sono apparse in armi contro il drago del materialismo moderno, primeggia in armonia e potenza interiori la personalità di Rudolf Steiner, la cui opera capitale si presenta qui, primamente tradotta, ai lettori italiani».

Che l’immagine usata da Édouard Schuré non sia affatto una sua personale letteraria fantasia, bensì che essa sia autentica e provenga direttamente da Rudolf Steiner e, prima di lui, dalla ignota personalità che gli fu Maestro, è garantita dalla testimonianza di Marie Steiner, sua instancabile e coraggiosa compagna d’armi spirituale in mille battaglie, la quale, nel 1947, così scrisse nella sua Prefazione alle conferenze, tenute a Lugano il 16 e 19 settembre 1911, Der Christus-Impuls im historichen Werdegang – L’Impulso-Christo nel divenire storico, ora in Il Cristianesimo esoterico e la Guida spirituale dell’ Umanità, GA-130, Editrice Antroposofica, Milano, 2012, pp. 12-13:

«Rudolf Steiner si impose in piena coscienza il compito di sollevare a se stesso tutte le obbiezioni che i materialisti critici potessero essere in grado di opporre alle rivelazioni dello spirito, badando inflessibilmente a non discostarsi mai da questa linea. Per definire questo comportamento egli usò la seguente espressione: infilarsi nella pelle del drago drago Das nannte er in die Haut des Drachen hineinkriechen. Questa ardua lotta gli appariva un dovere, perché, se così non fosse stato, non si sarebbe arrogato il diritto di combattere fino infondo a favore dell’umanità quella difficile battaglia che è la vittoria dello spirito sull’astratta intellettualità».

Ancora una volta, questa lunga premessa – storica e metodologica – ha lo scopo di mostrare il reale, verace, percorso interiore di Rudolf Steiner, di introdurre – come vedremo sùbito – all’essenza della Via del Pensiero, come Via dell’Io e dell’anima cosciente, e di mostrare poi con la maggior chiarezza possibile l’inconciliabile diversità che vi è tra una tale ‘scientifica’ Via del Pensiero e, invece, contenuti’ e metodi’ così come risultano dalla esposizione che ne fa, nel suo scrivere, Orao in Resurrezione.

Da quanto da me esposto più sopra, risulta come Rudolf Steiner non sia partito affatto da quei presupposti ‘religiosi’ e ‘cristiani’, che Orao, in Resurrezione, come abbiamo visto, dichiara, sin dalla prima pagina, esser essi, necessariamente, gl’irrinunciabili e obbligatori ‘punto di partenza’ e ‘punto di arrivo’ di colui che ricerca la Conoscenza spirituale. Il punto di partenza di Rudolf Steiner è il nudo atto del conoscere, assolutamente scevro di presupposti. Per questo motivo, la Scienza dello Spirito è una ‘Via dell’Io’. Un punto nel quale Rudolf Steiner parla con la più desiderabile chiarezza è nel secondo capitolo della Scienza Occulta nelle sue linee generali, intitolato L’essere dell’uomo, dove – alle pp. 57-58 dell’edizione del 1969 – così scrive:

«Nell’anima cosciente comincia a rivelarsi la vera natura dell’io. Ché mentre attraverso la sensazione e l’intelletto l’anima si abbandona ad altre cose, come anima cosciente essa afferra la sua propria essenza. Quindi l’io non può essere percepito dall’anima cosciente in altro modo che per mezzo di una certa attività interiore. Le rappresentazioni degli oggetti esterni si formano così come gli oggetti vanno e vengono, e queste rappresentazioni continuano a lavorare nell’intelletto per forza propria. Ma quando l’io deve percepire se stesso, non basta che esso semplicemente si offra; per attività interiore, deve prima estrarre dalle sue profondità la propria essenza, per poterne acquistare coscienza. Con la percezione dell’io – con l’autoconoscenza – comincia un’attività interiore dell’io. Per questa attività la percezione dell’io nell’anima cosciente ha per l’uomo un tutt’altro significato che l’osservazione di tutto quanto si avvicina a lui attraverso i tre elementi corporei e gli altri due elementi animici. La forza che svela l’io nell’anima cosciente è quella stessa che si manifesta ovunque altrove nel mondo; solo nel corpo e nelle parti costitutive inferiori dell’anima essa non appare direttamente, ma si rivela per gradi nei suoi effetti. La sua manifestazione più bassa è quella che si ha nel corpo fisico; poi, per gradini, si sale fino al contenuto dell’anima razionale. Si potrebbe dire che ad ogni gradino che si sale cade uno dei veli che rivestono l’arcano. Con ciò che riempie l’anima cosciente l’arcano entra senza veli nel sacrario dell’anima. Tuttavia appare qui soltanto come una goccia del mare spirituale che tutto compenetra; e qui innanzi tutto l’uomo deve afferrare la spiritualità. La deve riconoscere in se stesso, poi potrà trovarla anche nelle sue manifestazioni. Ciò che così penetra, come una goccia, nell’anima cosciente è quello che la scienza occulta chiama spirito. L’anima cosciente si collega così con lo spirito, il quale è la parte nascosta di tutto ciò che è manifesto. Se l’uomo vuole afferrare lo spirito in tutto il mondo manifesto, deve farlo nello stesso modo in cui afferra l’io nell’anima cosciente. Deve rivolgere al mondo manifesto l’attività che lo ha condotto alla percezione dell’io».

A questo punto, diventa per noi evidente il motivo per cui l’occulto Maestro dell’ancora giovanissimo Rudolf Steiner «si servì in realtà  delle opere di Fichte, al fine di connettere con esse certe considerazioni, dalle quali risultarono poi cose, nelle quali potrebbero essere cercati i germi per la «Scienza Occulta», che in séguito scrisse il ragazzo una volta divenuto uomo», perché «gran parte di ciò che divenne la «Scienza Occulta» fu poi discusso in relazione alle proposizioni di Fichte».

Infatti, possiamo leggere queste folgoranti, incandescenti parole nell’Opera del grande Filosofo dell’Io:

«L’Io pone se stesso, ed è, in virtù di questo semplice posizione mediante se stesso; e viceversa: l’Io è, e pone il suo essere in virtù del suo semplice essere. È allo stesso tempo colui che agisce e il prodotto della sua azione; l’ elemento attivo e ciò che viene prodotto dall’attività; l’agire (Handlung) e l’atto (Tat) sono una, e la medesima cosa; ed è per questo motivo: Io sono espressione di una Tathandlung, di un atto in atto», in J. G. Fichte, Grundlage der gesamten Wissenschaftslehre – Fondamento dell’intera dottrina della scienza (1794), Sämtliche Werke, hrsg, von I. H. Fichte, 1. Band, Berlin, 1845, p. 96.

Vi è un incolmabile abisso tra la ‘Scienza Occulta’, come ‘Via dell’Io per l’anima cosciente’ di Rudolf Steiner e quanto si può trovare, invece, in opere dell’ambiguo Occultisme francese dell’Ottocento come Dogma e rituale dell’Alta Magia di Eliphas Levi, alias l’abbé Alphonse Louis Constant, Saggio sulle scienze maledette di Stanislas de Guaita, Trattato elementare di Scienza Occulta, Trattato metodico di Scienza OccultaTrattato metodico di magia pratica  di Papus, alias il Dr. Gérard Encausse. Ma vi è altresì un abisso – come vedremo meglio tra poco – tra la spirituale ‘Via dell’Io’, che l’ignoto Maestro indicò al giovanissimo neofita Rudolf Steiner, e la mistica ‘Via dell’anima’ indicata da Orao. Ad un inavvertito lettore, questa differenza, che fortemente sottolineamo, potrà sembrare essere sottile, speciosa, e di poco conto e, invece, è una differenza veramente abissale, cruciale, che decide dell’esito di tutta la ‘Via’: una differenza che il ricercatore spirituale deve aver ben chiara prima di intraprendere la ‘Via’ stessa. Da questo punto di vista è emblematico il fatto che un autentico Iniziato come Giovanni Colazza, fedele discepolo di Rudolf Steiner, e venerato Maestro di Massimo Scaligero, intitolasse la conferenza da lui tenuta a Milano l’8 dicembre 1940, trascritta da Fanny Podreider, e ripubblicata anni fa su questo stesso blog, s’intitolasse proprio La ricerca dell’Io nel periodo dell’anima cosciente.

Vi è un aureo libretto, Rudolf Steiner, Filosofia e Antroposofia, trad. it. di Lina Schwarz, “La Prora”, Milano, 1938,  ripubblicato poi dai Fratelli Bocca, Milano, 1939, di 125 pagine, che comprende due parti: Filosofia e Antroposofia e I còmpiti e gli scopi della scienza dello spirito, che andrebbe bene, ripetutamente e molto a fondo, meditato dal ricercatore spirituale. Secondo la Nota apposta a p. 121 dalla traduttrice e curatrice italiana, «Delle due conferenze che compongono questo volumetto, la prima fu ritoccata e pubblicata dallo stesso Steiner, mentre l’altra (Stoccarda, 13 novembre 1909) è quale risulta da uno stenogramma non riveduto dall’autore». La prima parte – che riproduce sotto forma di articolo, ora facente parte della GA-35, una conferenza tenuta a Stoccarda il 17 agosto 1908 – comporta, alle pp. 11-12, una breve Avvertenza dello stesso Rudolf Steiner, della quale ci interessa in modo particolare il primo paragrafo, nel quale è detto:

«Le considerazioni contenute in Filosofia e Antroposofia riproducono, in sostanza, una conferenza da me tenuta nel 1908 a Stoccarda. Per antroposofia intendo un’indagine scientifica del mondo spirituale, che rileva tanto l’unilateralità della sola scienza naturale, quanto quella del solito misticismo, e sviluppa nell’anima che aspira alla conoscenza, prima ch’essa tenti di penetrare nel mondo soprasensibile, le forze che non sono ancora attive nella coscienza ordinaria e che dànno la possibilità di una tale penetrazione».

Sin dall’inizio della sua trattazione in Filosofia e Antroposofia, Rudolf Steiner pone sùbito in evidenza, con grande chiarezza, quali sono i due ostacoli, i due scogli di naufragio, contro i quali l’inesperto e poco avvertito navigante dello spirito rischia fortemente di andare a scontrarsi: la scienza naturale materialistica e il misticismo religioso. Egli così inizia a p. 13:

«Una vita psichica sanamente sviluppata urta, per naturale necessità, contro due scogli di cui deve vincere la resistenza se, nel gran mare della vita, non vuole andare alla deriva come una barca senza timone in balìa delle onde. Questo andare alla deriva porta infine l’uomo a un’incertezza interiore e, in un modo o nell’altro, alla rovina; oppure gli toglie la possibilità d’inserirsi nell’ordinamento del mondo in modo conforme alle vere leggi della vita, così ch’egli diviene un ostacolo per quell’ordine, invece che un fattore di progresso».

Non ho qui lo spazio per riprodurre tutte le incisive considerazioni che Rudolf Steiner fa per descrivere queste due inevitabili difficoltà che come superbi ostacoli si ergono contro gli sforzi del ricercatore spirituale. Ma vi è un punto delle sue considerazioni, dopo ch’egli ha descritto dal punto di vista della concezione spirituale del mondo, propria dell’Antroposofia, l’evoluzione del pensiero filosofico in relazione al problema degli ‘universali’, che tanto occupò i pensatori medievali, e a quello del ‘dualismo spirito-materia’, che si ricollega direttamente alle indicazioni che lo sconosciuto Maestro dette al suo giovanissimo neofita, quella sottile, segreta, connessione interiore che vi è tra la ‘Filosofia dell’Io’ di J.G. Fichte e lo sbocciare della ‘Via dell’Io’ nella Scienza Occulta di Rudolf Steiner. Infatti, alle pp. 63-65, possiamo leggere:

«Quando la somma di tutte le cose si dissolve nel pensiero puro, se non è possibile arrivare ad una realtà estrinseca, partendo dal pensiero puro stesso, deve sopravanzare quella parte che Aristotele chiama materia.

Qui Aristotele può essere integrato da Fichte. Secondo Aristotele, si può arrivare anzitutto alla formula: «Tutto quanto ci circonda, anche quel che appartiene a mondi invisibili, rende necessario che si contrapponga al lato formale della realtà qualcosa di materiale». Ora, per Aristotele, il concetto di Dio è pura attualità, è atto puro; vale a dire, è tale che in esso l’attualità, cioè il dar forma, ha al tempo stesso la forza di produrre la sua propria realtà, dunque di non essere qualcosa a cui sta di fronte la materia, ma qualcosa che, nella sua pura attualità, è insieme piena realtà.

L’immagine di questa pura attualità si trova nell’uomo stesso, quando, a mezzo del pensiero puro, egli assurga al concetto dell’«Io». Nell’Io, egli giunge a quello che Fichte chiama la Tathandlung. Giunge nel suo interno a qualcosa che, vivendo nell’attualità, produce insieme con quest’attualità la sua materia. Quando afferriamo l’Io nel pensiero puro, abbiamo un triplice Io: un Io puro, che appartiene agli universali ante rem, un Io, nel quale siamo noi stessi, che appartiene agli universali in re, e un Io, che noi comprendiamo, che appartiene agli universali post rem. Ma qui c’è anche un fatto speciale: per quanto riguarda l’Io, quando si assurga ad afferrarlo davvero, questi tre «Io» vengono a coincidere. L’Io vive in sé, in quanto produce il suo concetto puro e può vivere nel concetto come realtà. Per l’Io non è indifferente quel che il pensiero puro fa, perché il pensiero puro è il creatore dell’Io. Qui il concetto dell’elemento creatore coincide con l’elemento materiale, e basta riconoscere che in tutti gli altri processi conoscitivi noi urtiamo, a tutta prima, contro un limite, ma nell’Io, no; questo lo abbracciamo nel suo essere intimo, in quanto lo afferriamo nel pensiero puro.

Così si può dare una base teorica alla proposizione che anche nel pensiero puro è raggiungibile un punto nel quale realtà e soggettività coincidono completamente, e nel quale l’uomo sperimenta la realtà. Se prende le mosse da qui, e feconda il suo pensiero in modo che, partendo da qui, il suo pensiero torni a uscire da se stesso, egli afferra le cose da se stesso. Esiste dunque nell’Io, afferrato con un atto puro di pensiero e così al tempo stesso creato, qualcosa grazie a cui varchiamo il confine che, per tutto il resto, dev’esser posto tra forma e materia».

Naturalmente, in Aristotele, e per gli Elleni in genere, parole come ὕλη, hyle‘materia’ e σχῆμα, schèma, forma sensibile, μορϕή, morphè, modo in cui una cosa si presenta, εἶδος, eidòs, forma intelligibile, ‘forma’, hanno un tutt’altro senso, e significato ben diverso, che non quelli che sono poi invalsi a partire dal materialismo illuministico settecentesco, e dal materialismo positivista ottocentesco. Tant’è che Aristotele correla – e a rigor di termini identifica – ‘materia’ e δύναμις, dynamis, potentia, ‘potenza’ da una parte, e ‘forma’ e ἐνέργεια, enèrgheia, actus, ‘atto’ dall’altra. Ma non ho qui lo spazio per approfondire questo importante aspetto della filosofia del grande Stagirita, anche se il farlo potrebbe essere illuminante  per alcuni aspetti essenziali, ascetici, pratici, della ‘Via del Pensiero’. Per cui rimandiamo a più opportuno momento. Invece, è importante riprendere alcune considerazioni che Rudolf Steiner fa in Filosofia e Antroposofia, alle pp. 66-68 :

«Per riconoscere l’Io come quel quid mediante il quale è possibile comprendere l’immergersi dell’anima umana nella piena realtà, bisogna badare di non cercare il vero Io nella coscienza ordinaria che di esso si ha. Se, cadendo in tale confusione, volessimo dire come il filosofo Cartesio: «Io penso, dunque sono», verremmo a trovarci confutati dalla realtà ogni qualvolta ci addormentiamo. Poiché nel sonno si è, sebbene non si pensi. Ma è altrettanto certo che soltanto attraverso il pensiero puro il vero Io può essere sperimentato. Poiché il vero Io emerge appunto nel pensiero puro, e solo in esso. Chi pensa soltanto, non arriva che all’idea dell’Io; chi vive quel che nel pensiero puro può essere vissuto, nello sperimentare l’Io per mezzo del pensiero trasforma in contenuto della propria coscienza una realtà ch’è, al tempo stesso, forma e materia. Ma, per la coscienza ordinaria, all’infuori di quest’Io non c’è nulla che introduca nel pensiero materia e forma al tempo stesso. Ogni altro pensiero non è, a tutta prima, immagine di una realtà completa. Ma in quanto nel pensiero puro si ha il vero Io come esperienza, s’impara a conoscere che cosa sia la piena realtà; e partendo da questa esperienza, si può procedere oltre ad altri campi della piena realtà.

Ciò tenta di fare l’antroposofia. Essa non si arresta alle esperienze della coscienza ordinaria; tende a un’investigazione della realtà per mezzo di una coscienza  trasformata. Elimina, agli scopi della sua investigazione, la coscienza ordinaria, ad eccezione dell’Io sperimentato nel pensiero puro, e la sostituisce con un’altra coscienza che opera, spiegata in tutta la sua ampiezza, come la coscienza ordinaria riesce a operare soltanto quando sperimenta l’Io nel pensiero puro. Per raggiungere questo, l’anima deve acquistare la forza di sottrarsi a tutte le percezioni esteriori e a tutte le rappresentazioni che nella vita ordinaria s’insinuano nell’interiorità dell’uomo in modo da potersi ridestare poi nella memoria».

Quella che qui, in Filosofia e Antroposofia, ci delinea Rudolf Steiner, è una delle sintesi più chiare, ed esplicite, la sintesi scientificamente forse più rigorosa, e particolarmente incisiva, che sia mai stata data della ‘Via del Pensiero Vivente’, della ‘Via dell’Io’. In essa Rudolf Steiner non fa mai appello a presupposti mistici, a concetti religiosi. Essa è una ‘Via’ ugualmente accettabile, percorribile, sperimentabile, dall’occidentale come dall’orientale, da chi abbia una provenienza cristiana, o buddhista, o induista, o taoista, o altra provenienza religiosa, ma anche da chi abbia abbandonato le fedi tradizionali, abbia una formazione severamente scientifica, o sia giunto persino ad una concezione del mondo ‘agnostica’, per aver constatato, e vissuto nell’anima, l’insoddisfazione sia per le aride risposte offerte da una scienza ‘insufficientemente scientifica’, sia per le ‘consolatorie’, ‘sentimentali’, ‘illudenti’ risposte offerte dalle ormai esangui tradizioni religiose e mistiche.

Ma la ‘Via dell’Io’, la ‘Via’ indicata da Rudolf Steiner per l’epoca dell’anima cosciente, dimostra apertamente di essere una ‘Via’ estremamente ‘esigente’, una ‘Via eroica’. Al punto tale che sarebbe da applicare alla Scienza dello Spirito, all’Antroposofia autentica, il detto di Thomas William Rhys Davids, il grande studioso e promotore del Buddhismo, a cavallo tra fine Ottocento e inizi del Novecento, fondatore della benemerita Pali Text Society, il quale affermava crudamente che: «Buddhism has no milk for babies», ossia che il Buddhismo non ha latte per i bambini, ma si rivolge ad anime coraggiose, eroiche, capaci di esigere tutto dalla propria volontà. Questo principio vale ancor più per la Scienza dello Spirito, la quale esige rigorosamente l’abbandono di tutti i presupposti, di tutti gli illusori appoggi, e di voler sperimentare il momento originario del conoscere, di attuare coraggiosamente l’esperienza autentica del pensiero puro. Infatti, alle pp. 73-75, di Filosofia e Antroposofia, così scrive Rudolf Steiner: 

«L’uomo aspira a raggiungere una conoscenza della vera realtà. Il primo passo verso un possibile appagamento di questa sua aspirazione è il riconoscimento che una tale conoscenza non può provenirgli né dall’osservazione della natura, né da una vita interiore mistica nel senso ordinario. Poiché tra l’una e l’altra, come abbiamo mostrato al principio di queste considerazioni, si spalanca un abisso che prima di tutto dev’essere colmato mercè l’accennata trasformazione della coscienza. Nessuno può giungere alla conoscenza della vera realtà, se non ha riconosciuto che per questa conoscenza i mezzi conoscitivi soliti non bastano, e che occorre anzi tutto sviluppare i mezzi necessarî a questa conoscenza. L’uomo sente che in lui giace sopito molto di più di quel che la sua coscienza abbraccia nella vita e nella scienza ordinaria. Istintivamente chiede una conoscenza che per questa coscienza è inaccessibile e, per raggiungerla, non deve temere di trasformare le forze che nella coscienza ordinaria sono rivolte al mondo dei sensi, al punto che possano afferrare un mondo soprasensibile. Prima di giungere alla possibilità di afferrare la vera realtà, occorre formarci lo stato d’animo che possa avere affinità col mondo soprasensibile. Quel ch’è accessibile alla coscienza ordinaria dipende dall’organismo umano che, con la morte, si disgrega; quindi è comprensibile che la conoscenza propria a questa coscienza non possa saper nulla del lato soprasensibile, del lato eterno nella natura umana. Solo la coscienza trasformata penetra nel mondo in cui l’uomo vive quale essere soprasensibile, quale essere che dalla decomposizione dell’organismo sensibile non viene toccato».

Quanto qui affermato da Rudolf Steiner smentisce, una volta di più, la gravissima, falsa, dis-orientante, affermazione apparsa agli inizi di questo novello secolo e millennio, in una rivista romana, essere «l’esperienza del pensiero puro-libero dai sensi un’esperienza spontanea, ma non cosciente, e quindi egoistica», affermazione che, come vedremo, ben si coniuga con quelle altrettanto errate, false, e dis-orientatanti, che Orao fa in Resurrezione.

Questa è la ‘Via’ nella quale si deve imparare a ‘morire prima di morire, senza morire’: la ‘Via’ del coraggio assoluto, del rigore radicale, della sincerità, della dedizione incondizionata alla Verità. Verità, per amore della quale si deve avere la forza e il coraggio di tutto sacrificare: istinti, passioni, debolezze, velleità, preferenze, ostinatezze, opinioni, dogmi, tutto l’effimero, tutto il contingente. Avere tanta forza, e tanto temerario coraggio, da far morire la propria natura inferiore, effimera e traseunte, perché  finalmente nasca l’Io. Perché – come più volte ha ammonito Massimo Scaligero –  «non basta che l’Io sia: è necessario essere l’Io, attuare l’Io».

Siamo veramente molto lontani – e lo può scorgere chiaramente chiunque abbia uno sguardo acuto, un pensare coraggioso, veramente spregiudicato, e sincero amore per la Verità –  sia come metodo che come contenuti, dal mondo mistico, soggettivo, personale, emotivo, psichico, che emerge dalle pagine del libro Resurrezione di Orao: la sua non è la ‘Via dell’Io’, non è la ‘Via dell’anima cosciente’, la ‘Via del Pensiero Vivente’, instancabilmente, e in mille modi diversi, indicata da Rudolf Steiner e da Massimo Scaligero. I risultati e le conseguenze della ‘veggenza’ soggettiva, scaturenti da una cotale via errata, generatrice di molte pericolose illusioni, vengono stigmatizzate molte volte – e, come vedremo, con parole dure, persino ironiche – da Rudolf Steiner. Ma poiché, una volta di più, ho esaurito lo spazio ragionevolmente spettante a questa settima parte, sono costretto nuovamente ad appellarmi all’indulgenza, nonché alla pazienza, del benevolo lettore, e rimandare al proseguo di questo mio studio la disamina dettagliata, e documentata, di una serie di gravi errori, delle conseguenze spirituali degli errori, nonché delle fallaci, illusorie e illudenti, ‘vie’ che Orao trasmette coi suoi scritti al ricercatore spirituale.  

SCIENZA DELLO SPIRITO, VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO

VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. SESTA PARTE.

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Al termine della sua lunga vita – tutta dedicata con amore, sacrificio, e intenso impegno di volontà ad editare la Gesamtausgabe, l’Opera Omnia di Rudolf Steiner – Hella Wiesberger, tra le varie cose, scrisse un’opera che è un po’ la sintesi del suo attivo operare al servizio, al contempo devoto e instancabile, dell’Anthroposophia, dell’Angelico Essere animante la rosicruciana Scienza dello Spirito, che Rudolf Steiner ha prima conquistato, e poi donato al mondo. Hella Wiesberger fu, all’interno del Nachlass, del Lascito di Rudolf Steiner, tra le molte altre sue opere da lei edite, la curatrice esatta e accurata sin nei particolari della pubblicazione di tutto il materiale giuntoci sia della prima (operante dal 1904 al 1914), che della seconda (riaperta nel febbraio del 1924, e non completata a causa della malattia, e della prematura dipartita del suo Fondatore) Esoterische Schule, ossia della Scuola Esoterica: della ‘Scuola di Michele’.

L’opera in questione – che dovrebbe essere, penso, quella che racchiude i suoi ultimi scritti su tale importante e delicato argomento – è: Hella Wiesberger, Rudolf Steiners esoterische Lehrtätigkeit – Wahrhaftigkeit, Kontinuität, Neugestaltung, L’insegnamento esoterico di Rudolf Steiner – Veracità, Continuità, Rinnovamento,  pubblicata dalla casa editrice del Lascito, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1997,  un libro denso di 343 pagine.

In tale opera, l’Autrice non solo descrive le peculiarità della Scuola Esoterica fondata da Rudolf Steiner, ma le descrive entrando ben a fondo – con sue preziose considerazioni, che in parte desidero ripercorrere – alquanto nei particolari,  nell’essenza, e nel metodo, della stessa Scienza dello Spirito. In essa, Hella Wiesberger mostra la radicale differenza tra i contenuti e i metodi dell’antico esoterismo, tramandato da antichissime, venerande, tradizioni, legittimamente sopravvivente sino al XIX secolo all’interno di Confraternite ed Ordini Occulti rigorosamente chiusi, e i metodi, i risultati, della moderna, rosicruciana Scienza dello Spirito, orientata antroposoficamente.

Si tratta della differenza radicale che vi è il conoscere proprio all’anima senziente e all’anima razionale-affettiva, e il conoscere proprio dell’anima cosciente. Conoscenza non è affatto di per sé – ipso facto – automaticamente ‘scienza’. La consapevolezza di questa differenza era già chiara agli antichi Greci: a Pitagora, a Platone, ad Aristotele, per fare solo alcuni esempi tra molti. I Greci distinguevano acutamente tra δόξα, dòxa, la mera ‘opinione’, ἐπιστήμηepistēmē, ‘scienza’ o ‘conoscenza razionale’, e γνῶσιςgnōsis, la folgorante ‘conoscenza sovrarazionale’, ossia la Σοφία, Sophía, la ‘Sapienza’, quella che i Pitagorici chiamavano la ‘Conoscenza delle cose che veramente sono’, ossia che non sono solo illusorie apparenze, che non sono una maya, ma una concreta realtà spirituale.

Una percezione, una sensazione, un sentimento, una pulsione istintiva, in quanto ‘vissuti’ sono senz’altro ‘conoscenza’ ma, in quanto soggettivi, non sono di per sé, immediatamente, ‘scienza’. Possono divenire oggetto di scienza nella misura in cui vengono sottoposti all’obiettiva considerazione pensante. Anche quel che un soggetto sperimenta in sogno, un ‘vissuto’, è ‘conoscenza’, ma non è, e non può essere, nella sua immediatezza, ‘scienza’.

Un ‘vissuto’, finché rimane nella sua fattuale immediatezza, nella sua insuperata soggettività, pur essendo ‘conoscenza’, al massimo può dar luogo a quella che i Greci chiamavano δόξα, dòxa, ‘opinione’: legittima finché si vuole, ma pur sempre inevitabilmente limitata, soggettiva, legata ad un particolare punto di vista, e fatalmente destinata a scontrarsi con differenti ‘opinioni’, altrettanto soggettivamente legittime, generate da punti di vista diversi, da diversi ‘vissuti’, sempre pur essi soggettivi. Per quanto legittima, una ‘opinione’ non ha, e per sua natura intrinseca non può mai avere, valore universale, non può essere ‘scienza’. Proprio per questo il misticismo non è, e non può essere una oggettiva ‘Scienza dello Spirito’, proprio perché è un soggettivo, personale, assolutamente legittimo – almeno finché rimane all’interno dei limiti personali, e non ha la peregrina pretesa di imporsi universalmente – ‘vissuto’ individuale: non può avere oggettivo valore universale. E a maggior ragione non può mai essere ‘scienza’ nulla di quanto proviene dal guasto mondo della medianità, dello spiritismo, del basso psichismo, dalle operazioni di qualsivoglia forma di magia inferiore, comunque travestite. Nulla di ciò che sia al di sotto della lucida coscienza pensante, nulla di ciò che muove partendo da forme attenuate di coscienza dell’Io, può essere ‘scienza’, e a più forte e maggiore ragione, ‘Scienza dello Spirito’: anche nel caso in cui nelle sue manifestazioni rivestisse caratteri di grandiosità, allora tanto più illudenti e convincenti.

Non a caso Rudolf Steiner intitolò la prima parte della sua Filosofia della Libertà – faccio riferimento alla traduzione di Dante Vigevani, e all’edizione pubblicata nel 1966 dalla milanese Editrice Antroposofica –La scienza della libertà. E nel primo capitolo di essa, L’azione umana cosciente, dopo aver scritto a p. 20: «È evidente che un’azione non possa essere libera se il suo autore non sa perché la compie», nel medesimo paragrafo, a p. 21, aggiunge:

«Quando sapessimo che cosa significa il pensare in generale, ci sarebbe anche facile comprendere l’ufficio che esso adempie nell’agire dell’uomo. «Il pensare fa sì che l’anima, di cui anche l’animale è dotato, divenga spirito», dice Hegel con ragione, e perciò il pensare darà la sua impronta caratteristica anche all’agire dell’uomo».

Nella prima parte di questo studio avevo scritto, e messo in rilievo, che «aver “visto” qualcosa non è, di per sé, affatto una garanzia circa la realtà della cosa vista». Non aver chiaro questo punto cruciale (che non è affatto una mera questione filosofica, bensì un elemento assolutamente necessario della pratica interiore), significa brancolare nel buio, scivolare fatalmente nelle peggiori illusioni, e aprire pericolosamente il varco a tutte le possibili aberrazioni, che distorcono e ottenebrano la sana vita dell’anima. A tale proposito, Rudolf Steiner è assolutamente chiaro ed esplicito. Egli nella sua Teosofia. Introduzione alla conoscenza soprasensibile del mondo e del destino umano, Editrice Antroposofica, Milano, 2006, alle pp. 17-18, così si esprime :

«Per essere “maestro” in questi campi superiori dell’esistenza, non basta però che in un uomo si siano aperti i sensi capaci di percepirli. Anche qui occorre “scienza” come per esser maestri nel campo della realtà comune. La “vista superiore” non fa dell’uomo un “dotto” in materia spirituale, come i sensi sani non fanno di noi dei “dotti” nel mondo della realtà sensibile. Ma poiché la realtà inferiore e quella spirituale non sono in ultimo che due aspetti della stessa e unica essenza fondamentale, chi è ignorante nel campo delle conoscenze inferiori rimarrà per lo più tale anche nel campo di quelle superiori. Questo fatto, in chi per vocazione spirituale si sente chiamato a pronunciarsi intorno ai domini spirituali dell’esistenza, genera il sentimento di una responsabilità illimitata, e gli impone modestia e riservatezza».

E affinché il candido lettore non abbia dubbio alcuno circa il reale, autentico, pensiero del suo Autore, e voglia sincerarsene esaminando direttamente il testo tedesco originale, lo riporto qui di seguito, traendolo da Theosophie – Einführung in übersinnliche Welterkenntnis und Menschenbestimmung, GA-9, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1978, p. 21:

«Um «Lehrer» auf diesen höheren Gebieten des Daseins zu sein, genügt es allerdings nicht, daß sich dem Menschen einfach der Sinn für sie erschlossen hat. Dazu gehört ebenso «Wissenschaft» auf ihnen, wie zum Lehrerberuf auf dem Gebiete der gewöhnlichen Wirklichkeit Wissenschaft gehört. «Höheres Schauen» macht ebensowenig schon zum «Wissenden» im Geistigen, wie gesunde Sinne zum «Gelehrten» in der sinnlichen Wirklichkeit machen. Und da in Wahrheit alle Wirklichkeit, die niedere und die höhere geistige, nur zwei Seiten einer und derselben Grundwesenheit sind, so wird derjenige, der unwissend in den niederen Erkenntnissen ist, es wohl auch zumeist in höheren Dingen bleiben. Diese Tatsache erzeugt in dem, der sich – durch geistige Berufung – zum Aussprechen über die geistigen Gebiete des Daseins veranlaßt fühlt, das Gefühl einer ins Unermeßliche gehenden Verantwortung. Sie legt ihm Bescheidenheit und Zurückhaltung auf. Niemanden aber soll sie abhalten, sich mit den höheren Wahrheiten zu beschäftigen».

Vedremo come Hella Wiesberger metta bene in evidenza la radicalità – al contempo audace e consequenziale – della posizione conoscitiva che Rudolf Steiner pone a fondamento necessario dell’intera Scienza dello spirito. Infatti, a p. 29 del suo sopra citato scritto, leggiamo:

«Di fronte alle teorie della conoscenza correnti a quell’epoca, egli stimò che il loro punto di partenza non era realmente privo di presupposti (voraussetzungslos), e che dunque fosse necessaria «un’analisi dell’atto della conoscenza spinto sino ai suoi elementi ultimi (auf die letzten Elemente zurückgehende Analyse des Erkenntnisaktes, per apportare la dimostrazione che «tutto quanto occorre addurre per la spiegazione e comprensione del mondo è raggiungibile al nostro pensiero». (Rudolf Steiner, Verità e scienza, Proemio d’una filosofia della libertà, Prefazione, in Saggi filosofici, traduzione di Lina Schwartz, R. Carabba Editore, Lanciano, 1932, p. 142). Questa idea si trova già nel suo primo saggio datato dell’estate 1879 allorché, tra la fine delle scuole superiori e l’inizio dei suoi studi al Politecnico di Vienna, egli intraprese a trasporre alla propria maniera la Dottrina della scienza di Fichte» (In Beiträge… Nr. 30, estate 1970)».

Nella sua trattazione, al contempo lucidissima e rigorosa, Hella Wiesberger ci dà – traendoli dallo spirito che anima l’intera Opera di Rudolf Steiner – gli elementi per giungere a calcare un terreno conoscitivamente sano, e soprattutto sicuro, nel campo dell’esperienza spirituale. Ecco che cosa l’Autrice scrive, alle pp. 30-31 del suo libro, ove metterò in evidenza alcune parole importanti di Rudolf Steiner:

«Nei suoi diversi successivi sguardi retrospettivi sulle sue prime investigazioni fondamentali egli mise sempre in rilievo, che a quel tempo la questione fondamentale era: In quale misura si può dimostrare che nel pensiero umano la realtà dello spirito è l’elemento attivo? E per risolvere questa questione egli si era posto il còmpito di investigare la natura del pensare umano stesso. A tal fine egli aveva messo da parte anche tutto quello che gli poteva giungere di visioni di un mondo spirituale, giacché:

«persino quando visioni soggettive, per quanto convincenti e intense esse possano essere, dovessero sorgere davanti all’anima, non si ha alcuna giustificazione di accordar loro in qualsiasi modo, attraverso il loro sorgere soggettivo, valore oggettivo sino a che non si sia in grado di gettare un ponte verso il mondo spirituale, rispettando il rigore scientifico indispensabile».

Egli dice di avere esaminato tutte le vie possibili per trovare una risposta alla domanda: «Qual è in realtà la vera essenza del pensare umano?», fino a che egli non si sia reso conto che il pensiero umano non può essere compreso correttamente altro che da colui che vede le sue manifestazioni superiori di questo qualcosa che si svolge «in maniera indipendente dall’organizzazione corporea». Già «nella corrente vita quotidiana» si trova un «elemento sovrasensibile» dal momento in cui l’uomo si eleva al reale (wirklichen) pensare, al pensiero puro, ove egli non viene determinato da nient’altro che dai motivi propri al pensiero stesso, e non da ciò che sotto forma di una necessità naturale emana da processi corporei come gli istinti, gl’impulsi della volontà etc. (Conferenza pubblica tenuta a Stoccarda il 25 maggio 1921, pubblicata in Beiträge… Nr. 116, nel 1996)». 

Hella Wiesberger mette in evidenza come, per Rudolf Steiner, il Sentiero della Conoscenza, che deve condurre il discepolo dell’Iniziazione all’esperienza diretta della realtà spirituale, non può partire altro che dall’esperienza del pensiero puro – unico criterio di assoluta certezza di realtà in tale dominio – e proseguire esclusivamente mediante l’illimitata intensificazione volitiva della stessa esperienza del pensiero puro. Allontanarsi da questo criterio, e modello di certezza, significa venire riafferrati dalle forze della natura corporea, e scivolare – proprio per l’inavvertito coinvolgimento nei dinamismi di tale natura corporea – nell’esperienza visionaria, nella medianità, non importa quanto grandiose, commoventi, e convincenti, possano apparire le esperienze, che in tali patologiche condizioni si presentano. Così, alle pp. 31-32 della sua opera, possiamo leggere:

«Egli aveva così ottenuto la prova che la teoria della conoscenza permette di penetrare nella realtà dell’elemento spirituale esattamente come nell’elemento sensibile. E vide in ciò la giustificazione della rivendicazione dell’esatta scientificità per l’edificazione ora, secondo il «modello del pensiero puro» dei gradi della conoscenza superiore, Immaginazione, Ispirazione, Intuizione:

«Quando nei miei scritti scientifico-spirituali io espongo quei processi conoscitivi che, attraverso l’osservazione e l’esperienza spirituali, possono condurre a rappresentazioni del mondo spirituale, così come i sensi e l’intelletto, che è loro legato, lo fanno nei riguardi del mondo sensibile e della vita umana che in esso si svolge, ciò non può, secondo la mia concezione, essere giustificatamente presentato come scientifico altro che se viene fatta la dimostrazione che il processo del pensiero puro dimostra  esser già, esso stesso, il primo gradino di quei processi, attraverso i quali vengono ottenute conoscenze sovrasensibili. Penso di aver recato questa dimostrazione nei miei primi scritti» (Articolo Die Geisteswissenschaft als Anthroposophie und die zeitgenössische Erkenntnistheorie, La Scienza dello Spirito come Antroposofia e la teoria della conoscenza contemporanea, 1917, in Philosophie und Anthroposophie, Filosofia e Antroposofia, GA-35)».

Per chi conosca la letteratura e i rari documenti realmente provenienti dalle antiche cerchie autenticamente iniziatiche, non può che stupirsi della grandiosità della coraggiosa impresa – che potrebbe apparire a taluni persino temeraria – compiuta da Rudolf Steiner. Basti pensare anche soltanto a pochi testi provenienti dalla corrente ermetico-rosicruciana, come l’Amphitheatrum Sapientiae Aeternae di Heinrich Khunrath, alle Nozze Chimiche di Christian Rosenkreutz anno 1459, all’Aureum Saeculum Redivivum di Adrian von Mynsicht, pubblicato sotto l’eteronimo di Hinricus Madathanus Theosophus, e ripubblicato all’interno dei tre quaderni degli allora Gold- und Rosenkreutzer, ossia le Geheime Figuren der  Rosenkreuzer, aus dem 16ten und 17ten Jahrhundert, Altona, 1785-1788, per rendersi conto di quanto criptico fosse il linguaggio immaginativo e simbolico usato all’interno della cerchia ermetico-rosicruciana, e quanto immenso sia stato lo sforzo di Rudolf Steiner di tradurre, e donare al mondo, la conoscenza spirituale in concetti. Il lettore che abbia una qualche pratica di quel tipo di letteratura ermetico-rosicruciana può misurare tutta la distanza che la separa da testi di Rudolf Steiner come Teosofia. Introduzione alla conoscenza sovrasensibile del mondo e del destino umano, L’Iniziazione. Come si ottengono conoscenze dei mondi superiori?, La scienza occulta nelle sue linee generali, Una via per l’uomo alla conoscenza di se stesso in otto meditazioni, La soglia del mondo spirituale di Rudolf Steiner. S’egli non ci avesse donato quei testi, anche il solo tentare di accedere, e ancor più di percorrere, l’arduo e aspro sentiero dell’Iniziazione – posso affermarlo senza illusione veruna – sarebbe stata un’impresa disperata per molti di noi. A questo proposito, possiamo valutare l’importanza di quel che scrive Hella Wiesberger alle pp. 46-47 di questa sua opera:  

«Se si riflette all’abbondanza dei risultati d’indagine che sono stati diffusi nel corso di oltre due decenni, si può misurare l’enorme lavoro spirituale ch’egli ha dovuto compiere per trasporre in un linguaggio concettuale moderno i fatti sovrasensibili che erano stati investigati (um die erforschten übersinnlichen Tatsachen in die moderne Gedankensprache umsusetzen). Ma ciò era assolutamente necessario al fine di poterli comunicare pubblicamente, poiché soltanto sotto questa forma essi potevano essere accettati, messi in dubbio, o persino rifiutati in tutta libertà dalla coscienza ordinaria».

L’importanza di quest’opera di Hella Wiesberger nasce proprio dall’esser essa basata su di un solido fondamento conoscitivo, rigorosamente scientifico. Sulla base di esso – e soprattutto sulla base delle opere ‘filosofiche’ di Rudolf Steiner, in primis la sua Filosofia della Libertà – viene mostrato quanto di assolutamente nuovo il Maestro dei Nuovi Tempi ha portato al ricercatore spirituale come criterio di certezza, di verità, e di libertà. Nella sua opera, l’Autrice così descrive, a p. 17, l’eccezionalità del tentativo di Rudolf Steiner:

«A partire da questa comunità con l’«emancipazione della coscienza umana superiore e del suo affrancamento da ogni costrizione autoritaria» (Lettera a Rosa Mayreder, del 14 dicembre 1893, in Briefe II, GA-39, Dornach, 1953), ottenute grazie al pensiero libero dai sensi, Rudolf Steiner era giunto a stabilire le preventive condizioni necessarie per affrancare l’esoterismo in maniera sana dall’epoca in cui era tributario di certe cerchie. Prima non si poteva raggiungere il mondo delle realtà spirituali altro che con una coscienza attenuata  e sotto la direzione di una guida spirituale che occorreva accettare in maniera incondizionata l’autorità assoluta. Grazie all’atto pionieristico di Rudolf Steiner, ogni candidato serio può giungervi con una condizione chiara, e sotto la propria responsabilità piena e libera».

Procedendo nella sua lucida esposizione della novità assoluta che la Via indicata da Rudolf Steiner ha – come caratteristica peculiare di ‘Via dell’anima cosciente’ – rispetto a tutte le passate Vie d’Oriente e d’Occidente, Hella Wiesberger mette in evidenza come le opere ‘filosofiche’ di Rudolf Steiner, che io preferirei addirittura chiamare, more hermetico‘filosofali’, non siano la mera giustificazione ‘epistemologica’ dell’Antroposofia, bensì sono l’autentica Via Regia’ della realizzazione iniziatica: sono la stessa ascetica Via del Pensiero Vivente, operante attraverso la resurrezione del conoscere dallo stato di catalessi e di morte in cui nella nostra epoca si trova, ossia la resurrezione dell’essere originario del pensare-folgore, del potere trasfigurante e trasmutante dell’idea. Così scrive a p. 25  l’Autrice nel secondo capitolo, Rudolf Steiner come istruttore del discepolato esoterico: della sua opera:

«L’opera e la biografia di Rudolf Steiner sono inseparabili. Tutto quello ch’egli ha insegnato, egli lo ha acquisito personalmente; la stessa cosa è per la sua principale opera filosofica, la Filosofia della Libertà, la quale, come precisò lui stesso, «riflette in ogni sua riga un’esperienza personale»  (Lettera a Rosa Mayreder, del 4 novembre 1894, in Briefe II, GA-39 ). Ciò ch’egli ha sviluppato riguardo alla natura del pensiero puro, essendo un punto di partenza filosofico personale, lo designò vent’anni più tardi come il punto di partenza indispensabile anche per tutti coloro che «nella propria anima compiono una evoluzione occulta». Lo formulò in una maniera semplice ma estremamente incisiva nei termini seguenti:

«Si prese per un grande motto il detto di un grande enciclopedista del XVIII secolo: «O uomo, abbi il coraggio di servirti della tua ragione!» Oggi vi è un detto ben più grande che deve afferrare le anime: O uomo, abbi il coraggio di considerare i concetti e le tue idee come gli inizi della chiaroveggenza!».

Nessun uomo potrebbe accedere realmente alla chiaroveggenza se mediante i suoi concetti e le sue idee non avesse già nell’anima un «briciolino» («ein Winziges») di chiaroveggenza che in séguito può essere sviluppato «all’infinito». Per questa ragione è estremamente importante comprendere come in realtà l’inizio della chiaroveggenza sia qualcosa «assolutamente quotidiano»: «è sufficiente afferrare la natura sovrasensibile dei concetti e delle idee», è sufficiente rendersi conto come questi non provengano dal mondo sensibile, bensì come sia a partire dai mondi spirituali ch’essi penetrano nell’anima. (Helsingfors, 29 maggio 1913, GA-146). 

Egli stesso sviluppò la sua scienza e la sua etica della libertà a partire dalla conoscenza della natura sovrasensibile dei concetti e delle idee, e grazie «all’emancipazione della coscienza umana superiore e al suo affrancamento da ogni costrizione autoritaria» (Lettera a Rosa Mayreder del 14 dicembre 1893, in Briefe II, GA-39) che ne discende, egli poté realizzare l’individualismo etico anche nel campo della ricerca occulta. Il suo còmpito particolare era di attenersi rigorosamente all’investigazione individuale. Sin dall’inizio della sua azione nel campo della Scienza dello Spirito, egli insisté sul fatto che ciò che in tale campo proverrà da lui seguirà una linea che era stata inaugurata dalla Filosofia della Libertà (Dornach, 27 ottobre 1818, GA-183), questa sottolineatura si congiunge con l’affermazione espressa nel medesismo periodo riguardo al pensare in quanto idea centrale della Filosofia della Libertà:

«Io vedo in questo pensare puro la prima manifestazione ancora umbratile dei gradi della conoscenza spirituale (Ich sehe in diesem reinen Denken die erste noch schattenhafte Offenbarung der geistigen Erkenntnisstufen (Articolo Die Geisteswissenschaft als Anthroposophie und die zeitgenössische Erkenntnistheorie, La Scienza dello Spirito come Antroposofia e la teoria della conoscenza contemporanea, 1917, in Philosophie und Anthroposophie, Filosofia e Antroposofia, GA-35)».  

Fatta questa lunga – ma assolutamente necessaria – metodica premessa conoscitiva, è il momento di riprendere l’esame del libro di Orao: Resurrezione. E, ad uno sguardo spregiudicato, non può sfuggire l’enorme differenza, non solo di metodo, ma anche di contenuti, tra quel che scrive Orao da una parte, e quello che scrivono e dicono Rudolf Steiner e Massimo Scaligero dall’altra. La posizione personale di Orao può essere senz’altro rispettabilissima, ma – in quanto soggettiva – riguarda unicamente Orao, l’individuale percorso, giusto o errato che sia, scelto da Orao: che non è affatto quello indicato da Rudolf Steiner, da Massimo Scaligero, e da tutta la Scienza dello Spirito. In definitiva, quella di Orao è una via mistica, individuale, personale, non uno scientifico Sentiero conoscitivo, avente valore universale, da tutti ugualmente verificabile e, allo stesso tempo, da tutti sperimentabile con identici risultati.

Che quella di Orao sia una posizione mistica – e non una posizione conoscitivamente priva di presupposti, come esige Rudolf Steiner nelle sue opere ‘filosofali’ – risulta sin dalle prime pagine del suo scritto, in un punto già citato nella prima parte di questo articolo, là dove dice:

«I Vangeli sono il primo e l’ultimo testo iniziatico necessario per l’uomo che si avvia lentamente verso il percorso pensante, verso l’attività autocosciente: quindi una testimonianza da cui estrarre principi e verità».

Abbiamo visto come questa cogente, assoluta, necessità di partire dai Vangeli, per avviarsi all’attività autocosciente, sia una opinione tutta personale di Orao, e come essa venga radicalmente smentita proprio dal fatto che Rudolf Steiner non partì punto dai Vangeli – anzi non partì affatto dal Cristianesimo storico e confessionale, bensì, – come gl’ingiunse il suo Maestro – entrando nella pelle del drago della scienza moderna, a quel tempo largamente positivistica e materialistica, egli ne portò a radicalità le istanze di oggettività, e di empirica sperimentabilità, mostrando quanto, invece, insufficientemente scientifica, perché non totalmente priva di presupposti, fosse la scienza del suo tempo. Da questo punto di vista, anche il misticismo cristiano, in quanto via del sentire, e come tale non privo di presupposti, è soggettivo, e non scientifico. Ad ulteriore riprova della radicale ‘scientificità’, dell’assoluto, asciutto, ‘non misticismo’ del sentiero conoscitivo percorso da Rudolf Steiner, è interessante riportare la testimonianza di Friedrich Rittelmeyer, di colui che fu posto alla direzione della Christengemeinschaft, della Comunità dei Cristiani, proprio da Rudolf Steiner. Friedrich Rittelmeyer nel suo Meine lebensbegenung mit Rudolf Steiner – Il mio incontro con Rudolf Steiner, Verlag Urachhaus, Stuttgart, 1983, p. 63, così riferisce un aspetto veramente particolare della biografia del fondatore dell’Antroposofia:

«Più tardi, occasionalmente, Rudolf Steiner mi parlò in maniera più semplicemente umana delle sue ricerche nella Cronaca dell’Akasha. Allora soltanto ebbi un’idea del rigore con il quale egli verificava le sue facoltà, e rendeva sicuri i risultati che otteneva. Egli diceva, per esempio,  essere una circostanza provvidenziale il fatto di non aver conosciuto dalla Bibbia le apparizioni del Risorto prima di esservi stato condotto attraverso le proprie investigazioni. Quando era bambino, egli veniva inviato a scuola dall’altro lato della frontiera austro-ungarica, e suo padre in quanto «libero pensatore», non aveva alcun interesse, lo lasciava indifferente il fatto che la sua «istruzione religiosa» ne soffrisse. Fu così che, a tutta prima, che mediante la ricerca spirituale egli aveva potuto sperimentare e constatare tutto quello che era accaduto dopo la morte del Christo. Solo in seguito egli aprì la Bibbia, poté riconoscere chele relazioni dei Vangeli si accordano in tutti i loro dettagli con le immagini ch’egli aveva ottenute, salvo che nei Vangeli, così come li possediamo oggi, vi è mescolato un tratto materialistico, a causa di una mancanza di comprensione. Questo tratto materialistico si ritrova, per esempio, nella maniera in cui vengono riferiti i discorsi sul ritorno del Christo. In molti campi, Rudolf Steiner condusse le sue ricerche, apparentemente per anni, prima di dirne non fosse altro che una parola. Talvolta gli mancavano alcuni dettagli, che in lungo lasso di tempo non arrivava a trovare».

Leggendo, e rileggendo coscienziosamente, ossia non con sentimentale emotività e superficialità, ma con attenta osservazione, e riflessione pensante, uno scritto di Orao come Resurrezione,  non si può non avvertire quanto esso sia lontano, sia come contenuti che come metodo, dall’impostazione conoscitiva, rigorosamente ‘scientifica’, che regna nell’intera Opera di Rudolf Steiner. Abbiamo potuto vedere come il punto di partenza di Orao, assolutamente personale non sia privo di presupposti: ciò oramai è evidente. Non può non lasciare alquanto perplessi leggere un intero paragrafo, in parte in questo studio già citato, che Orao scrive alle pp. 7-8 di Resurrezione, ove metterò in evidenza talune affermazioni che destano molto stupore, tanto sono discutibili, affermazioni che non possono essere,  se non per negligenza o sentimentalità, troppo facilmente trascurate o tralasciate:

«I Vangeli sono il primo e l’ultimo testo iniziatico necessario per l’uomo che si avvia lentamente verso il percorso pensante, verso l’attività autocosciente: quindi una testimonianza da cui estrarre principi e verità. Da quel momento in poi, dall’avvento del Cristianesimo, con il formarsi e diffondersi delle comunità cristiane, Iniziati, mistici e santi composero scritti, lettere ed opere non valevoli come cronaca di avvenimenti, ma come contenuti da cui il pensiero si sarebbe sviluppato, estraendo dalla dimensione metafisica le verità, ossia la realtà della coscienza cristiana ormai progrediente di pari passo con l’evoluzione terrestre. Così, dopo i Vangeli, sorsero gli Atti degli Apostoli, le Lettere di San Paolo, i Fioretti di San Francesco, le Lettere di Santa Caterina, fino alla grandiosa rivelazione di Rudolf Steiner relativa ai quattro Vangeli, e soprattutto il Quinto Vangelo che, per la sua vivente esperienza akashica, è opera da proseguirsi per essere congiunta all’evento della Nuova Pentecoste».

Lo scrivere di Orao, qui, è in parte piuttosto sibillino, ma tenendo conto dell’ampia premessa metodologica da me fatta più sopra, è possibile nondimeno giungere a vedere con chiarezza quel che, in maniera certo a tutta prima non evidente, è sottinteso tra le righe. Anzitutto, i Vangeli, così come ci sono giunti – ossia in una redazione definitiva, che risale al quinto e sesto secolo della nostra era – sono stati oggetto una ampia opera di manomissione da parte della Chiesa cattolica, sia latina che greca, con tagli, censure, interpolazioni varie. Già a cavallo tra il quarto e quinto secolo, un Padre della Chiesa come Girolamo operò in maniera per così dire ‘ortopedica’ nel suo ‘tradurre’ i testi biblici. Ed è noto com’egli venisse incaricato dal vescovo di Cesarea di tradurre l’originale testo aramaico del Vangelo di Matteo posseduto dagli dagli Ebioniti, una corrente pauperistica del Cristianesimo primitivo, ma, rendendosi conto che tale Vangelo originale di Matteo era in realtà un testo iniziatico, misterico, ch’egli non comprendeva, e che, tuttavia pur ritenendolo autentico,  reputava pericoloso, e scandaloso per i cristiani, si rifiutò di tradurlo: in pratica tale pericoloso Vangelo originale di Matteo fu fatto sparire. Si può leggere, su questa vicenda, quel che ne dice Rudolf Steiner nel ciclo Da Gesù a Cristo. GA-131, 11 conferenze tenute a Karlsruhe tra il 4 e il 14 ottobre 1911, pubblicate dalla Editrice Antroposofica, Milano, 2011.

Tenendo conto di quanto in maniera ingiuriosa e calunniosa scrissero contro gli Gnostici, contro Mani e i Manichei, Ireneo di Lione col suo scritto Adversus haereses, Contro gli eretici, Epifanio di Salamina col suo Panarion, e molti altri controversisti; tenendo conto come con l’affermarsi del potere politico e mondano della Chiesa cattolica, sia latina che greca, l’intolleranza dell’ortodossia contro ogni voce diversa, regolarmente qualificata come ‘eretica pravità’, venisse metodicamente perseguitata, e punita col rogo; tenendo conto dello sterminio dei Catari, contro i quali fu indetta in Francia una sanguinosa crociata di sterminio, è difficile pensare che ‘Iniziati, mistici e santi composero scritti, lettere ed opere non valevoli come cronaca di avvenimenti, ma come contenuti da cui il pensiero si sarebbe sviluppato, estraendo dalla dimensione metafisica le verità, ossia la realtà della coscienza cristiana ormai progrediente di pari passo con l’evoluzione terrestre’.

Gli Iniziati, specialmente nel Medioevo si guardavano bene dallo scrivere qualsiasi cosa, proprio per il fatto che le Chiese cristiane avversavano rabbiosamente il principio dell’Iniziazione, ed operarono con ogni mezzo ad estirparlo. Lo stesso Rudolf Steiner riferendosi al passaggio dall’antica Iniziazione, coltivata nei centri dei Misteri del Mondo Classico, alla nuova forma dell’Iniziazione, così scrive, nel capitolo Presente e futuro dell’ evoluzione cosmica e umana della Scienza Occulta nelle sue linee generali, Editrice Antroposofica, Milano, 1969, a p. 329:

«Si costituì così, presso questi nuovi iniziati, una conoscenza che abbracciava tutto ciò che formava il contenuto dell’antica iniziazione; ma al centro di questa scienza risplendeva la conoscenza superiore dei misteri dell’evento del Cristo. Tale sapere non poteva filtrare che in piccola parte nella vita generale, essendo quello il tempo in cui le anime umane del quarto periodo dovevano rafforzare le loro capacità di intelletto e di sentimento; perciò la conoscenza a quel tempo si può dire che fosse un sapere molto segreto».

Quella dei mistici, poi, era una via che – salvo rarissime eccezioni, e solo nel caso di personalità di rango spirituale superiore – non portava punto alla Conoscenza. Sia ben chiaro che la Via dell’Iniziazione cristiano-gnostica, che descrive Rudolf Steiner, non è affatto la via del misticismo cristiano. E nel caso di alcune mistiche medievali, come Hildegarda di Bingen, Mechtilde di Magdeburgo, Teresa d’Avila, Rudolf Steiner, nel Corso di medicina pastorale, con parole impietose, mette bene in evidenza i lati ambigui, equivoci, di una certa mistica cattolica che, per esempio, nei casi citati sfociava in patologiche situazioni – Rudolf Steiner dixit – di  un vero e proprio erotismo astrale, che con la Conoscenza autenticamente spirituale nulla ha a che fare. In casi di personalità appunto di rango superiore come Meister Eckhart, Miguel de Molinos, o San Giovanni della Croce, si ebbero vere e proprie persecuzioni. Del resto, la stessa Mistica fu sempre mal tollerata dalla Chiesa cattolica. Comunque, lo ripeto ancora una volta, la Mistica, come viene per lo più intesa, non è Conoscenza,  e non è Iniziazione.

Un dato storico incontrovertibile è che la Chiesa cattolica ha sempre proibito – sino al XIX secolo inoltrato – ai laici la lettura della Bibbia in generale, e dei Vangeli in particolare. Ne proibì la traduzione nelle lingue volgari, nonché il possesso di esse da parte dei laici. Questi dovevano ascoltare esclusivamente la lettura del Vangelo, e la relativa spiegazione nell’omelia, che il sacerdote faceva dall’altare, e di questo soltanto i fedeli si dovevano accontentare. Uno dei motivi – uno tra molti altri – della feroce, spietata, persecuzione dei Catari e dei Valdesi da parte della Chiesa cattolica fu proprio la traduzione ch’essi facevano dei Vangeli, e il fatto di farli conoscere a chiunque volesse ascoltare la Parola del Salvatore. Rudolf Steiner più volte sottolineò come fine precipuo della Chiesa cattolica – la quale è quanto di più antiniziatico e antimistico sia mai esistito ed esista – fu, e tuttora è, la narcosi e la distruzione dell’anima cosciente: per essa i fedeli devono considerarsi parte di un ‘gregge’ e, come docili ‘pecorelle’, farsi guidare dai ‘buoni pastori’ al suo sicuro ‘ovile’. Gli esseri umani vengono considerati in perenne minorità spirituale, mai spiritualmente adulti, mai capaci di accedere in maniera libera e autonoma alla sfera dell’esperienza spirituale diretta. Unica mediazione verso lo spirituale è per il fedele, che sia in comunione con la Chiesa ovviamente, il rito sacramentale del quale la Chiesa stessa si arroga il monopolio esclusivo, così come il diritto e il potere di escludere, mediante il rituale della scomunica (che è un vero e proprio rito di magia nera), da tale comunione chiunque faccia una ‘αἵρεσις’‘hàiresis’, una ‘scelta’, diversa da quella conforme alla sua pretesa ortodossia, divenendo cosi un ‘eretico’: da estirpare con ogni mezzo dal mondo.

Rudolf Steiner, nelle conferenze di Neuchâtel su Christian Rosenkreutz, tenute nel 1911, parla di come già nel Medioevo fosse ormai caricaturale l’immagine del Cristianesimo confessionale rispetto a quello che l’Impulso-Christo aveva portato nel mondo. Mal si vede, dunque, come – stando a quel che scrive Orao – da tali «scritti, lettere ed opere non valevoli come cronaca di avvenimenti, ma come contenuti da cui il pensiero si sarebbe sviluppato, estraendo dalla dimensione metafisica le verità, ossia la realtà della coscienza cristiana ormai progrediente di pari passo con l’evoluzione terrestre»,  e come si possano porre i Fioretti di San Francesco, che non sono opera del Santo di Assisi, bensì sono una ‘ortopedizzata agiografia’ su di lui, e sull’originario impulso francescano, al fine di ricondurre la sua opera e il suo impulso – alla bisogna, anche con mezzi violenti, come poi in effetti avvenne nella lotta tra ‘conventuali’ e ‘spirituali’ – nell’àmbito dell’ortodossia cattolica, o le Lettere di Santa Caterina, accanto alla Scienza Occulta, o all’esegesi sui Vangeli di Rudolf Steiner. Ma, soprattutto, lascia oltremodo perplessi – sia per i contenuti che per il metodo – quanto, in maniera criptica, viene alluso da Orao con le parole «e soprattutto il Quinto Vangelo che, per la sua vivente esperienza akashica, è opera da proseguirsi per essere congiunta all’evento della Nuova Pentecoste». È evidente che qui Orao si propone di ‘proseguire’, di ‘completare’, ed eventualmente ‘correggere’, sulla base della sua personale esperienza e della sua pretesa autorità, quel che – a suo personalissimo giudizio, naturalmente – Rudolf Steiner avrebbe lasciato di incompleto, o di errato, non solo come risultati nel campo dell’indagine spirituale, ma anche e soprattutto, come vedremo, in quelli che sono le successive tappe, i gradini, dell’Iniziazione, sia di quella cristiano-gnostica, sia di quella rosicruciana. A proposito di questa non dichiarata, ma abbastanza esplicita per chi voglia vedere, sua ‘magistrale’ finalità, Orao usa moltissima prudenza, e inizialmente parla – direbbe Paolo di Tarso – per aenygmata. Ma il candido lettore vedrà che riusciremo ben a disvelar l’arcano. Nel proseguo di questo studio, vedremo poi cosa pensare circa la scientifica correttezza di quella esperienza, e cosa circa l’autorità che Orao si arroga pretendendo di ‘proseguire’, di ‘correggere’, e di ‘completare’ l’Opera di Rudolf Steiner.

Che nel suo libro vi siano molti errori, anche gravi, lo abbiamo potuto constatare facendo un’analisi serena di quel che scrive. Si tratta di errori nell’identificare tra loro una serie di individualità della storia spirituale dell’umanità. Altri sono errori riguardanti la cosmologia e la cosmogonia della nostra Terra nel corso della sua evoluzione. Un errore particolarmente grave è quello di identificare Lucifero con Jahve, ossia di fare di Lucifero uno dei sette Elohim solari, e di affermare che Jahve avrebbe posto in atto una ‘ribellione’ nei confronti del Logos,  e a tal fine abbia poi scelto come propria ‘dimora’ l’attuale Luna terrestre. Abbiamo potuto vedere – e a tale riguardo Rudolf Steiner usa un linguaggio esplicito, assolutamente inequivocabile – che in realtà quello di Jahve fu un sacrificio, un plurimillenario sacrificio, e niente affatto una ribellione, compiuto al fine di aiutare l’uomo nella sua evoluzione terrestre, sacrificio che lo portò scegliere come propria ‘dimora’ la Luna. Le affermazioni di Orao sono frutto della sua personale ‘esperienza interiore’, ossia della sua personale ‘chiaroveggenza’: una ‘chiaroveggenza’ ben errata. Tali risultati sono non solo diversi, ma – come abbiamo potuto verificare, e soprattutto documentare – addirittura diametralmente opposti a quelli che possiamo leggere nelle comunicazioni di Rudolf Steiner.

L’indagine spirituale è impresa ardua, e va condotta con tenace metodicità, e severo rigore scientifico. Gli errori, anche gravissimi, sono sempre possibili, se non ci si attiene a tale rigoroso metodo, a tale severa scientificità. Anche su questo punto cruciale, Rudolf Steiner è affatto esplicito, e mai ambiguo. A questo riguardo, voglio trascrivere un’altra importante testimonianza di Friedrich Rittelmeyer. Testimonianza particolarmente importante proprio perché egli, teologo protestante aderente alla Chiesa luterana, al suo incontro con l’Antroposofia era ancora saturo di tutti i pregiudizi che la sua formazione teologica, filosofica, e scientifica gli avevano trasmesso. Per cui nei suoi primi incontri personali, egli pose tutta una serie di domande a Rudolf Steiner: domande, nate tutte dalla sua diffidente prudenza. A tali domande, Rudolf Steiner rispose sempre con pacata serenità, con cordialità, e con una mai affettata modestia. Le risposte che furono date alle molte domande di Rittelmeyer, nel corso del tempo, convinsero quest’ultimo della serietà e della fondatezza della Scienza dello Spirito, e lo spinsero infine ad una sincera, completa, entusiastica adesione all’Antroposofia. In uno di questi incontri, egli pose a Rudolf Steiner una domanda, per noi molto importante. La leggiamo alle pp. 56-58 del suo libro, più sopra citato: 

«Non siamo tuttavia che nel 1913. Quando Rudolf Steiner ritornò a Norimberga [dove risiedeva Friedrich Rittelmeyer], all’inizio dell’inverno, avevo molte domande da sottoporgli. Gl’incontri si svolgevano sempre così: per un’intera ora io ponevo le mie domande una dopo l’altra, così come le avevo preparate. Egli rispondeva sempre volentieri. Il tesoro di conoscenze dal quale egli attingeva mi stupiva sempre di più.  E la cosa più sorprendente per me era che egli non avesse mai provato a impressionarmi nei suoi confronti (Und das Erstaunlichste war mir, daß er niemals vorher mit ihm zu imponieren gesucht hatte). Non diceva mai di più di quel che non fosse necessario per rispondere alla domanda. Qualche volta, rarissimamente, arrivava questa risposta: «Non ho ancora esaminato questo punto» – «Posso porre una domanda?», cominciavo spesso. «Domandate quel che volete», rispondeva volentieri. Restituiva così la domanda: ci si sentiva interrogati noi stessi: «Sapresti tu porre la domanda? Sai tu quali domande vorresti porre?». Quanto ho rimpianto in séguito di non aver saputo interrogare più intelligentemente! Avrei potuto apprendere tante cose interessanti, che avrei potuto poi assimilare ed elaborare in tutta libertà. Giacché Rudolf Steiner non chiedeva mai di essere approvato. Egli raccontava e lasciava agire quel che diceva. Giunse l’occasione nella quale, sorpreso dalla sicurezza delle sue risposte, gli chiesi: «Non vi siete mai ingannato nel corso delle vostre ricerche, e non siete mai stato poi a correggervi? (Haben Sie sich eigentlichin Ihren Forschungen niemals getäuscht und sich nachträglich korrigieren müssen?)»  – «Quel che non sapevo in maniera sicura, non l’ho mai detto (Was ich nicht sicher wußte, habe ich niemals gesagt. Non ero ancora soddisfatto: «Intendo, vi è capitato, in séguito a ricerche più approfondite, di rettificare per voi stesso le prime impressioni e i primi risultati ottenuti?»  – «Sì, ma allora vi è una ragione a ciò, e si tratta di riconoscerla. Se per esempio io La incontro nella nebbia, e non La riconosco, la nebbia è una realtà, che dovrà pure essere considerata». Non mi ritenevo ancora soddisfatto. «Non vi è mai capitato di essere obbligato a dirvi: là mi sono ingannato?». Rifletté tranquillamente un istante. «Sì», disse, «sugli esseri umani qualche volta mi sono ingannato. Ma nel caso degli esseri umani, la vita porta dal di fuori elementi che non si possono prevedere»

Nel corso della conversazione, giunsi, stupito, a domandare: «Se è così, perché dunque non lo dite semplicemente agli uomini?». – «Perché non esiste ancora nell’umanità, facoltà di assimilazione per tali verità». Queste parole egli le pronunciò calmo, con oggettività, senza veruna vanitosa affettazione di tragedia. Si trattava di verità per le quali, lo si può capire, è necessaria all’umanità una lunga educazione prima ch’essa sia matura per esaminarle spregiudicatamente».

Rudolf Steiner, la cui modestia era pari alla sua coscienziosità scientifica, ammetteva senza problemi di potersi sbagliare, e proprio per questo faceva verifiche, a volte per anni, al fine di accertarsi che ogni singolo risultato delle sue indagini spirituali corrispondesse a realtà, ed ogni sua parola comunicata ad altri corrispondesse a verità. Massimo Scaligero stesso ammetteva di poter incorrere, come chiunque, in errori, e per questo adoprava estrema prudenza nell’esprimersi su specifiche questioni di ordine spirituale. Ed abbiamo più sopra visto come Rudolf Steiner, nella sua Teosofia, alludendo alle difficoltà che incontra un veggente, al quale non può essere sufficiente la semplice ‘veggenza’, occorrendogli, necessariamente ed obbligatoriamente, anche ‘scienza’, affermi: «Questo fatto, in chi per vocazione spirituale (geistige Berufung) si sente chiamato a pronunciarsi intorno ai domini spirituali dell’esistenza, genera il sentimento di una responsabilità illimitata, e gli impone modestia e riservatezza». Ora, quella che qui Rudolf Steiner chiama ‘geistige Berufung’, ‘vocazione spirituale’, è qualcosa che ha a che fare con una ‘chiamata’ del Mondo Spirituale, e non è, non può essere, il risultato di una velleità personale. Una cotale ‘vocazione’, in quanto risultato di una ‘chiamata’ dall’Alto, non è cosa che possa essere improvvisata sulla base delle soggettive rappresentazioni illusorie, che un soggetto umano infervorato può farsi su se stesso. In questo campo, è facile cadere nella simulazione, che in molti casi può essere anche sincera, o addirittura nella vera e propria impostura. Nella storia delle comunità spirituali – religiose, mistiche ed esoteriche – di simulazione e impostura ve ne è una straordinaria abbondanza. E il movimento antroposofico, purtroppo, non fa affatto eccezione a cotale malvezzo.

Massimo Scaligero stesso – così mi raccontò in colloquio, che avemmo negli anni ottanta del trascorso secolo, suo cugino Amleto Scabelloni – dopo l’incontro che ebbe con Giovanni Colazza, incontro che determinò la scelta definitiva della Via iniziatica cui consacrare l’intera vita, era estremamente contrario a scrivere libri. Amleto Scabelloni mi riferì di una lunga conversazione, svoltasi in una passeggiata a Monteverde, nella quale Massimo Scaligero toccò temi spirituali elevati e delicati, e alla fine della conversazione gli disse testualmente: «Su queste cose, io non scriverò mai niente!». In questo seguiva l’esempio del suo Maestro, Giovanni Colazza, che era egli pure estremamente contrario a scrivere. Tuttavia – sono testimone di quanto Massimo Scaligero mi disse personalmente – un giorno, dietro un ‘atto d’imperio’ del Mondo Spirituale, negli anni cinquanta del secolo scorso, Massimo Scaligero cominciò a scrivere. Nacque, prima, Iniziazione e Tradizione nel 1956, poi, L’Avvento dell’Uomo Interiore. Lineamenti di una tecnica dell’esperienza sovrasensibile nel 1959, e il Trattato del Pensiero Vivente. Una Via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen nel 1960, e poi tutti gli altri, sino a Iside-Sophia, la dea ignota, uscito nel 1980, le cui bozze egli stava rivedendo la notte della sua dipartita, tra il 25 e il 26 gennaio 1980.

Massimo Scaligero scrisse sempre, e solo, su richiesta del Mondo Spirituale, e mai per una velleità, o per una vanità personale. Dunque scrisse per ‘vocazione’: come ‘risposta’ ad una ‘chiamata’ del Mondo Spirituale stesso. Nei testi che scriveva, egli controllava che vi fosse, sin nei minimi particolari, l’aderenza più stretta al ‘dettato’ che gli giungeva dallo Spirito. Anche di questo sono testimone delle parole che Massimo Scaligero mi disse. Agire diversamente significa scivolare consapevolmente, o inavvertitamente, nella ‘prevaricazione’ antispirituale, e, di conseguenza, scivolare nell’irrealtà, nell’illusione, nella soggettività, nella menzogna, nell’inavvertita dipendenza dalle condizioni della psiche e della corporeità, nella medianità.

Nel proseguo di questo studio, dovrò affrontare alcune questioni, ancor più gravi sia per la loro intrinseca natura, sia per le conseguenze che inevitabilmente comportano.  È il caso di dire che la Verità è di chi La cerca e La conquista. Il ricercatore deve possedere, e sviluppare ben oltre l’ordinario, spregiudicatezza, amore per la Verità, e coraggio di conoscenza. Egli deve cercare la Verità, non l’apparenza, la Verità, non l’illusione, la Verità non la menzogna. Perché vi fu Chi disse (Giovanni, 14, 6): ἐγὼ εἰμι ἡ ὁδὸς καὶ ἡ ἀλήθεια καὶ ἡ ζωή, egò eimì he hodòs kaì he alètheia kaì he zoèIo Sono la Via, la Verità, e la Vita.

SCIENZA DELLO SPIRITO, VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO

VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. QUINTA PARTE.

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Per mostrare come nella Scienza dello Spirito si debba procedere con rigore logico – con la logica del Logos, non con la vacua dialettica degli intellettuali superficiali – con algebrica precisione, e geometrica chiarezza, è necessario affrontare il problema della diversità, della non identità, che vi è tra determinate entità spirituali appartenenti alle Gerarchie celesti, o anche appartenenti alla nostra umanità terrestre. Un pensare non ben disciplinato – non scientificamente disciplinato, come abbiamo visto Rudolf Steiner affermare, nella sua Scienza Occulta nelle sue linee generali, essere assolutamente necessario per non finire nel mondo delle illusioni – può produrre molta confusione, generare falsissime, errate, identificazioni, le quali in seguito, sovente, vengono da altri  acriticamente, fideisticamente, accolte, nonché da molti eziandio sentimentalizzate, divenendo poi fonte di deduzioni meramente dialettiche, ed infine coagulandosi e concretandosi in ‘miti’, che sono poi sempre piuttosto difficili demolire. 

Vi è un testo di Rudolf Steiner, Der Orient im Lichte des Okzidents. Die Kinder des Luzifer und die Brüder Christi, Ein Zyklus von neun Vorträgen gehalten in Mündien vom 23. bis 31. August 1909 mit einer Betrachtung zur Goethe-Feier am 28. August 1909, GA-113, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1977, tradotto in italiano da Willy Schwarz, col titolo di L’Oriente alla luce dell’Occidente. I Figli di Lucifero e i Fratelli del Cristo, nove conferenze tenute a Monaco di Baviera dal 23 al 31 agosto 1909. Pubblicato nel 1980 dalla milanese Editrice Antroposofica, che riveste per me grande importanza perché, pur raccogliendo un ciclo di conferenze – come avverte, a p. 7, la Nota introduttiva dell’autore in occasione della prima pubblicazione di questo ciclo di conferenze, nel 1921-22 – il testo di esse fu rivisto personalmente da Rudolf Steiner, il quale vi aggiunse pure in vari punti sue note esplicative.

Nella quarta conferenza, quella del 26 agosto 1909, alle pp. 87-88, Rudolf Steiner mostra un’analogia – ed avverte in maniera chiarissima che tale analogia non è da prendere per una identità – tra il tempestoso dio indiano dei Veda, Indra, e lo Jahve nell’Antico Testamento ebraico:

«Come la Luna riflette la luce solare, così da quel momento Indra getta nell’evoluzione spirituale della Terra non la luce sua propria, ma riflette la luce del Cristo. La luce del Cristo riflessa da Indra, non ancora percepibile direttamente, ma che permette di riconoscere il Cristo come noi riconosciamo la luce del Sole riflessa dalla Luna, ecco quello che Mosè annunciò al suo popolo: ed egli dette il nome di Jahve , o Jehova, alla luce riflessa del Cristo, come quella del Sole è riflessa dalla Luna. Ecco quello che ho lumeggiato spesso, in forma diversa, nelle mie conferenze sul vangelo di Giovanni:  il Cristo si preannuncia, e Jahve o Jehova è il nome della luce del Cristo riflessa da un’altra antica divinità, è il Cristo preannunciato profeticamente.

È dunque come se il vecchio Indra fosse stato accolto nella luce del Cristo e ora riflettesse questa luce del Cristo da sé alla Terra. Per il fatto di essere stato toccato dalla luce del Cristo, il dio Indra ha compiuto egli stesso un’evoluzione. Non che egli sia divenuto Jehova; non si deve dire: Jehova è Indra. Si potrà invece comprendere che come Indra si manifestava nel tuono e nel lampo, così nel lampo e nel tuono si manifesta anche Jehova, poiché la natura dell’entità riflettente condiziona chiò che viene riflesso. Ecco perché Jehova si manifestava nel lampo e nel tuono».

Ma ripercorriamo quella che, secondo la Scienza dello Spirito, è l’evoluzione cosmica che ha portato alla formazione della nostra attuale Terra, e alla nascita dell’uomo terrestre. Secondo il racconto biblico, trascritto nella Genesi di Mosè, questa evoluzione comincia, e rappresenta i suoi inizi, all’incirca con il momento della separazione del Sole dall’unione Luna-Terra che, secondo la Scienza Occulta e la Cronaca dell’Akasha di Rudolf Steiner, corrisponde all’epoca iperborea. Il ripercorrere queste immagini della storia cosmica ci darà non solo la chiave per la comprensione dell’entità  spirituale di Lucifero, della sua azione, ma anche evidenzierà l’errore che sta alla base della visione cosmologica e cosmogonica di Orao in Resurrezione. Nella Scienza Occulta nelle sue linee generali, Editrice Antroposofica, Milano, 1969,  pp. 181-182, questo evento viene descritto così:

«Dal globo della Terra, composta di fuoco ed aria, si distacca un corpo cosmico indipendente il quale, nell’ulteriore corso della sua evoluzione, diverrà il Sole attuale. Dopo il distacco del Sole, la Terra contiene ancora in sé tutto quel che vi è nella e sulla Luna attuale. La separazione del Sole avviene perché entità superiori non potevano ulteriormente sopportare per la loro evoluzione, né per il lavoro che dovevano compiere per la Terra, la materia condensata fino allo stato acqueo; esse separarono dalla massa terrestre soltanto le sostanze che possono utilizzare, e vanno a formarsi una nuova dimora sul Sole donde esercitano dall’esterno la loro azione sulla Terra. Per la sua evoluzione all’uomo occorre invece un campo d’azione in cui la materia sia ancora più condensata».

Ma non tutte le entità spirituali che si trovavano al di sopra l’uomo, e che si separarono dalla Luna-Terra, erano evolute al punto da potersi unire alle entità solari, e prendere quindi dimora sul Sole. Per queste entità spirituali, pianeti come Mercurio e Venere, in posizione intermedia tra la Terra e il Sole, divennero per essi le dimore adatte. In particolare, Lucifero e le sue schiere trovarono la loro dimora su Venere. Su Venere – si noti bene –, non sull’attuale Luna, satellite della nostra Terra.  Infatti, sempre nella Scienza Occulta, parlando della formazione dei vari Oracoli, e dei loro metodi di iniziazione, nell’epoca atlantica, alle pp. 213-214, troviamo:

«Oltre a questi metodi di iniziazione, ve ne furono altri per gli uomini che avevano accolto troppo l’influsso luciferico per poter mantenere staccata dal corpo fisico una parte del corpo vitale, grande quanto quella staccata dagli uomini solari. In questi uomini il corpo astrale tratteneva nel corpo fisico una parte maggiore del corpo vitale che negli uomini solari. Essi non potevano neppure elevarsi per mezzo delle condizioni di cui abbiamo parlato, fino alla rivelazione profetica del Cristo. Per causa del loro corpo astrale, piuttosto influenzato dal principio luciferico, essi dovevano seguire una disciplina più severa per riuscire, sebbene in uno stato meno libero dal corpo, di quanto non lo fossero gli altri, a ricevere la rivelazione, non del Cristo stesso, ma di altre entità elevate. Esistevano delle entità che avevano bensì abbandonato la Terra al momento del distacco del Sole, ma che non si trovavano a tale altezza di evoluzione da poter seguire a lungo l’evoluzione solare. Dopo la separazione fra il Sole e la Terra, essi formarono una sede separata dal Sole: Venere. La loro guida fu l’entità che divenne ormai «l’io superiore» di quegli iniziati e dei loro seguaci. Lo stesso si verificò per lo spirito che guidava il pianeta Mercurio, nei riguardi di un altro gruppo di uomini; si costituirono così gli oracoli di Venere e di Mercurio».

Il discorso di Rudolf Steiner diventa ancor più chiaro ed esplicito in alcuni cicli di conferenze, tenuti per quelli che allora erano membri della Società Teosofica in Germania, che seguiva l’impostazione rosicruciana e antroposofica ch’egli le aveva dato. In una conferenza serale intitolata.  Über die Gruppen-Iche von Tieren, Pflanzen und Mineralien, Sugli Io di gruppo di animali piante e minerali, tenuta ad Heidelberg, il 2. Febbraio 1908, contenuta in Natur- und Geistwesen – ihr Wirken in unserer sichtbaren Welt, Esseri naturali e spirituali. La loro azione nel nostro mondo visibile, GA-98, 18 conferenze tenute in varie città tra il 5 Novembre 1907 e il 14 Giugno 1908, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1996, pp. 185-186, Rudolf Steiner afferma:

«Quando evolvette l’antica Luna, allora apparve dapprima un corpo. Poi sorsero due corpi. Quando evolvette la nostra Terra, emerse un corpo dall’oscurità del Cosmo. Quindi l’unico corpo cosmico si divise dapprima in due. Quindi, dapprima, il corpo del mondo unico diviso in due. Poi la Luna si separò di nuovo dalla Terra, cosicché abbiamo tre corpi cosmici: Sole, Luna e Terra. A tutte queste incarnazioni  era collegata anche l’umanità. Su Saturno venne posta la predisposizione al corpo fisico, sul Sole la predisposizione al corpo eterico, sulla Luna la predisposizione al corpo astrale. Al di sopra dell’uomo vi sono entità superiori. Queste non potevano attraversare la loro evoluzione più rapida quando la Terra era ancora congiunta col Sole e colla Luna. Perciò,  dovettero separarsi ed estrarre le sostanze migliori, cosicché ora il Sole è abitato da sublimi entità, che noi chiamiamo i divini Creatori dell’uomo. Essi abitano il Sole. Ciò che fluisce nella luce, abita il Sole. Questa è la beatitudine che si sperimenta, che viene sentita, quando irradia luce. Sulla Luna, tuttavia, vi sono inizialmente esseri inferiori. Nella precedente evoluzione vi erano esseri che, per così dire, non ebbero l’opportunità di innalzarsi sino al Sole. Non potevano mantenersi sul Sole, perché esso era riservato ad entità superiori. Ma non potevano neppure essere sulla Terra, essa era troppo poco progredita per loro.  Essi non potevano vivere su entrambi i corpi cosmici. Pertanto, il Sole dovette separare altri due pianeti su cui vivono questi esseri. Questi sono Mercurio e Venere. Su Mercurio abitano entità simili agli esseri umani, i quali tuttavia non conoscono la morte. La vita degli esseri di mercurio scorre, per così dire, in maniera che una tale transizione è solo come una trasformazione, proprio come noi mutiamo il corpo tra la nascita e la morte. Pertanto, le anime degli esseri di Mercurio vivono mentre assumono e dismettono i loro corpi spirituali, ma non conoscono la morte. Su Venere vi sono pure entità, che stanno tra gli esseri umani e gli esseri solari. Esse abitano Venere e possono persino diventare attivi sulla Terra. Esse diventano attive nel corpo umano. Queste entità che chiamiamo entità luciferiche. Esse hanno in una certa maniera la loro patria su Venere. Per questo Venere viene chiamata anche «Lucifero».

Per maggior sicurezza, e documentazione, del benevolo lettore riproduco qui il testo tedesco di queste ultime frasi, con il dovuto rilievo in grassetto, come ho fatto per la traduzione italiana:

«So leben auf der Venus auch Wesenheiten, die zwischen den Menschen und den Sonnenwesenheiten stehen. Sie bewohnen die Venus und können sogar wirksam werden auf der Erde. Sie werden wirksam im menschlichen Leibe. Diese Wesenheiten nennen wir luziferische Wesenheiten, Sie haben in gewisser Weise ihre Heimat auf der Venus. Daher nennt man die Venus auch «Luzifer».

Da questa esplicita comunicazione di Rudolf Steiner risulta con assoluta chiarezza, come Lucifero non sia un Elohim – forse sarebbe meglio dire al singolare Eloah, אלוה – solare, e neppure un’entità lunare. Risulta altresì come non sia Lucifero ad aver stabilito dimora e patria sulla nostra attuale Luna, bensì Jahve. La dimora di Lucifero è il pianeta Venere. Un’ulteriore conferma della natura cosmicamente ‘venusiana’, e non ‘lunare’ di Lucifero, l’abbiamo in un altro ciclo di conferenze di Rudolf Steiner, Weltenwunder, Seelenprüfungen und Geistesoffenbarungen, Meraviglie del creato, prove dell’anima e rivelazioni dello spirito, dieci conferenze tenute a Monaco dal 18 al 27 Agosto 1911, con una conferenza, del 28 Agosto 1911, GA-129. Nella quarta conferenza, del 21 Agosto 1911, a p. 91, possiamo leggere:

«Abbiamo ora un esempio del fatto che c’è un tale desiderio per le entità che stanno lavorando su un altro pianeta e che desiderano ardentemente un qualche corpo celeste piuttosto che la loro vera patria? Sì, abbiamo molti esempi simili, ma un tale esempio ora dovrebbe essere in contrasto nei confronti del Cristo. Vi furono potenti entità durante l’evoluzione dell’Antica Luna, le quali tuttavia, in un certo senso, durante questa evoluzione lunare, non avevano ottenuto la conclusione della loro evoluzione. Tra questi elevati spiriti ve ne era  tutta una schiera che, per così dire, stava sotto una Guida, Schiera la quale, allorché l’evoluzione lunare era a fine, non aveva raggiunta la sua mèta evolutiva, e quindi non l’aveva raggiunta neppure allorché la Terra principiò con la sua evoluzione. Ora, questa schiera intervenne nell’evoluzione della Terra, e cooperò alla direzione dell’umanità, ma essendo nella sua interiorità con la tragica nostalgia di una stella dell’universo che – come è stato descritto nella Scienza Occulta – era stata espulsa fuori dall’intera evoluzione dell’Antica Luna. All’interno della nostra evoluzione spirituale terrestre, abbiamo esseri potenti, elevati, importanti, sotto la loro propria Guida, che portano veramente in sé la nostalgia di una stella là fuori nell’universo, stella che considerano la loro vera patria, ma sulla quale essi non possono essere, perché abbandonarono la Luna e dovettero andare sulla Terra senza aver completata la loro evoluzione. Queste sono le schiere che stanno sotto Lucifero, e lo stesso Lucifero agisce nell’evoluzione terrestre con la continua nostalgia nella sua interiorità nei confronti della sua vera patria, della stella di Venere nel cosmo. Questo è il tratto più risaltante nell’entità luciferica, quando la consideriamo cosmicamente. E la coscienza chiaroveggente impara propriamente quel che viene caratterizzato nella stella di Venere, per il fatto di conoscere, che essa scrutando nell’anima di Lucifero. guardando nell’anima di Lucifero, e per il fatto che all’interno della Terra ha la tragica nostalgia di Lucifero, come una meravigliosa nostalgia cosmica nei confronti la stella di Phosphoros, di Lucifero o Venere. Perciò quel che Lucifero ha eliminato via come un guscio, quel che alla morte dell’Antica Luna viene espulso dagli esseri luciferici, così come alla morte dall’anima umana viene gettato via il corpo fisico, risplende dal cielo come Venere.

Ora abbiamo posto davanti ai nostri occhi qualcosa di cosmico, sia in relazione alla nostra Terra, sia in relazione a Venere, il pianeta vicino alla nostra Terra. E abbiamo posto di fronte a noi qualcosa che nell’anima greca non veniva sentito proprio nella maniera espressa, come qui l’ho presentata, ma che tuttavia viveva nei sentimenti e nelle sensazioni dell’anima greca. E quando quell’anima greca si volgeva in alto alle stelle, e in modo particolare a Venere, là sentiva l’intima connessione tra una cotale stella e determinate entità, che pervadono le sfere terrestri, e le spiritualizzano. E l’antica anima greca sentendo quel che Lucifero era sulla Terra, dicendo: attraverso la nostra Terra spira (weht) il principio luciferico – si volgeva in alto alla stella di Venere, e diceva: «Questo è il punto errante nel nostro spazio celeste verso il quale tendono incessantemente le nostalgie di Lucifero».

Qui scorgete le sensazioni, che l’anima greca aveva sulle meraviglie del cosmo. Ma vedete altresì al tempo stesso in maniera vivente, come l’anima greca fosse lontana dall’innalzare lo sguardo su nello spazio cosmico, descrivendo Venere come una mera sfera fisica, come fa la nostra astronomia moderna. Che cos’era, dunque, Venere per l’anima greca? Era quella regione dello spazio celeste, che essi conoscevano per il fatto di considerare chiaroveggentemente il contenuto spirituale dell’anima di Lucifero, giacché in essa notavano la grande nostalgia (Heimweh), che come un ponte vivente s’innalzava dalla Terra a Venere. Questa nostalgia desiderio che l’anima greca avvertì come la nostalgia di Lucifero, questa medesima anima greca la sentì altresì come appartenente alla sostanza di Venere. Il greco non vedeva il mero pianeta fisico, bensì vedeva qualcosa che era stato reciso dall’entità luciferica, così come il corpo fisico viene separato dall’uomo quando attraversa la porta della morte, e come il cadavere della Terra verrà reciso quando la Terra avrà raggiunta la mèta della sua evoluzione. Ma vi è questa differenza, che il corpo fisico dell’uomo è destinato a dissolversi, mentre il corpo di un Lucifero è destinato, quando cade dall’entità animica, a risplendere come una stella negli spazi celesti. Con ciò abbiamo caratterizzato in senso spirituale  quel che sono le stelle. Lo abbiamo caratterizzati nell’esempio di Venere. Che cosa sono dunque per una  concezione vivente  delle meraviglie cosmiche, delle meraviglie della natura? Sono i corpi degli dei. Ciò che dai corpi degli Dèi è uscito fuori negli spazi cosmici è diventato stella, e in questa maniera il greco innalzò lo sguardo su al mondo stellare, ai pianeti e alle stelle fisse. Vi erano un tempo, così egli si diceva, negli spazi le entità spirituali, che noi veneriamo come i nostri Dèi; esse hanno compiuto la loro evoluzione; allorché essi giunsero al punto, che per l’uomo durante la sua esistenza terrena significa  la morte, allora per questi Dèi si presentò un evento, per cui la materia fisica li abbandonò e divenne stelle.

Le stelle sono i corpi degli Dèi, le cui anime operano nel mondo in altra maniera, indipendentemente da quei corpi – proprio come Lucifero divenne indipendente dal suo corpo, da Venere, e continua a vivere nella nostra evoluzione terrestre. Questa è quella che possiamo chiamare una concezione spiritualizzata della natura, una concezione spiritualizzata del mondo».

Rudolf Steiner si esprimeva sempre in maniera estremamente precisa. Se qualcosa era da lui giudicato prematuro per coloro che lo ascoltavano o lo leggevano, di regola taceva. Se, invece, riteneva necessario che una determinata conoscenza venisse ascoltata, allora parlava con estrema chiarezza. Non lasciava il minimo spazio a nessun tipo di equivoco. Questo proprio perché l’Antroposofia è ‘Scienza dello Spirito’, non una Theosophia, sia pure nell’antichissimo, e nobile, senso del termine. È ‘scienza’, non ‘rivelazione’: ‘scienza’, prometeicamente conquistata dal basso, partendo da forze puramente umane, non benignamente “concessa” dall’Alto.  Per cui, è veramente improprio fargli dire quel ch’egli mai ha detto, e far scivolare, come fa Orao, surrettiziamente, nella Scienza dello Spirito una concezione falsissima come quella di una pretesa identità di Lucifero e Jahve, facendo per di più di quest’ultimo un Eloah solare che si è ribellato al Logos e agli altri sei Elohim solari. Rudolf Steiner è assolutamente chiaro nel porre la dimora di Jahve sulla nostra Luna terrestre, e nel descrivere la sua missione sacrificale sulla Luna in opposizione e fatale contrasto con quella di Lucifero sulla Terra e sull’uomo. Ed è altresì assolutamente chiaro nel mettere in collegamento Lucifero col pianeta Venere, e non con la Luna.

Su questo fatale contrasto, su questa radicale opposizione, tra Lucifero e Jahve, Rudolf Steiner ritornò moltissime volte, essendo questo un tema cruciale sul quale deve regnare la massima chiarezza. Per cui, anch’io – una volta di più, risparmiando al lettore molte faticose ricerche – ho deciso di moltiplicare antologicamente, anche a costo di appesantire l’articolo, le citazioni di Rudolf Steiner, affinché nessuno rimanga nell’incertezza e nel dubbio su questo punto fondamentale della Scienza dello Spirito, dal quale del resto dipendono non pochi aspetti dell’Ascesi. Così, se andiamo a leggere il ciclo Der Mensch im Lichte von Okkultismus, Theosophie und Philosophie, L’uomo alla luce di occultismo, teosofia e filosofia, dieci conferenze tenuta a Christiania (Oslo) dal 2 al 12 Giugno 1912, GA-137, Rudolf Steiner Verlag, Dornach 1993, nella nona conferenza, quella dell’11 Giugno 1912, alle pp. 167-168, troviamo che Rudolf Steiner afferma:

«Apprendiamo di Lucifero che il suo regno è Venere e che quelle forze trovano la loro espressione simbolico-fisica giungendo da noi come la luce di Venere, la Stella del Mattino e quella della Sera; questi raggi fisici di Venere, che vengono inviati nello spazio cosmico, sono l’azione simbolico-fisica di Lucifero sull’uomo. Lucifero non si limitò ad agire sull’uomo inferiore. Vi lavorerebbe solo se Venere risplendesse con tutto il suo disco, come in nel caso della Luna piena. Sapete che Venere ha delle fasi proprio come la Luna, quindi c’è una Venere crescente, una piena, ed una decrescente. Nuovamente, i quarti delle fasi di Venere agiscono così come i quarti della Luna sul petto. Tuttavia, Venere, che ha un effetto spirituale, ha un effetto sull’uomo della testa, così che un’espressione di ciò che è spirituale in relazione all’uomo può essere vista in cielo nell’interazione del Sole, della Luna, e di Venere. Intendiamoci, un’espressione per ciò che è nello spirito umano.

Proprio come nell’uomo il grande Spirito del Sole agisce in relazione allo Spirito della Luna, in relazione a Jahve o Jehova,  così anche Lucifero, che è sempre attivo nella natura umana, opera in relazione a questi due. Se si volesse rappresentare graficamente questa legge di interazione e darne uno schema, lo si potrebbe fare al meglio, se lo si cercasse nelle costellazioni del Sole fisico, della Luna fisica, e di Venere. Così come questi stanno in rapporto reciproco,  così come possono avere una relazione, in modo che l’uno si opponga all’altro, lo respinga, oppure che l’uno rafforzi l’altro, o che lo indebolisca, sopraffacendolo, e oscurandolo, così è pure nell’uomo la relazione  delle tre potenze spirituali che sono state caratterizzate. L’uomo può sviluppare la sua azione solare, soprattutto se essa non viene alterata né dalle forze della Luna, né da quelle di Venere. Ma può anche, per così dire, accadere che il suo Sole, le potenze che sono nel mezzo, nel cuore, vengano ottenebrati dalla Luna, dalle potenze del capo, così come gli ottenebramenti possono penetrare attraverso Lucifero, attraverso Venere. Sapete altresì che vi sono quelli che vengono chiamati passaggi, transiti di Venere davanti al Sole nello spazio cosmico.

Così, avete simboleggiata, per così dire, nello spazio cosmico la relazione della triplicità interiore dell’uomo, lo Spirito del Sole, lo Spirito della Luna e lo Spirito di Venere o Lucifero, ed espresso dalla costellazione del Sole, della Luna e di Venere».

Mi sembra che, nel suo esporre i risultati della sua investigazione spirituale, Rudolf Steiner non potesse davvero esprimersi più chiaramente di come lo abbia fatto. E se si tiene conto di come in un testo di estrema importanza e delicatezza come Anweisungen für eine esoterische Schulung. Aus den Inhalten der «Esoterischen Schule», ossia nei cosiddetti Quaderni Esoterici, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1987, a p. 58, viene dato un mantram, che viene dichiarato essere «parole di meditazione, per i già più progrediti, che afferrano il sentire», Meditationsworte für schon Vorgeschrittenere, die Empfindung ergreifend, non è affatto credibile che Rudolf Steiner abbia dato a discepoli intimi un contenuto di meditazione di carattere mantrico, nel quale vi fosse confusione tra una deità come Jahve e un Ostacolatore come Lucifero.  Ecco il mantram in questione:

Porsi rappresentativamente nello spazio notturno pervaso dalla luce lunare; in esso sentendo sperimentare:

In principio era Jahve / E Jahve era presso gli Elohim / E Jahve era uno degli Elohim / E Jahve vive in me.

Ecco, per il benevolo lettore che volesse sincerarsene, il testo tedesco:

Sich vorstellend versetzen in den monddurchhellten Nachtraum;
darin empfindend erleben:

Im Urbeginn war Jahve
Und Jahve war bei den Elohim
Und Jahve war einer der Elohim
Und Jahve lebt in mir.

Giunti a questo punto, mi sembra ampiamente dimostrato, rispetto alla pretesa identificazione di Lucifero con Jahve – oltre che rispetto alle fallaci identificazioni di una serie di individualità spirituali apparse nel divenire storico dell’umanità sulla Terra –  l’errore fondamentale compiuto da Orao nel libro Resurrezione. Ma un cotale errore non è affatto senza conseguenze, ed è giunto il momento di cominciare a trarre alcune conclusioni. Quello che soggettivamente è ben un errore conoscitivo, agisce poi oggettivamente come una menzogna spirituale. E a tale proposito, il ricercatore spirituale è bene che bandisca da sé ogni illusione. Una volta di più, dovrò fare riferimento alle parole di Rudolf Steiner, che dovrò in alcuni punti mettere in rilievo. Nel ciclo di 14 conferenze, svoltosi a Stoccarda dal 22 Agosto al 4 settembre 1906, Vor dem Tore der Theosophie, GA-95, pubblicato in italiano col titolo Alle porte della Scienza dello Spirito, Editrice Antroposofica, Milano, 2015, nella prima conferenza, alle pp. 14-15, troviamo:

«Il quarto arto che in lui si distingue viene espresso con un “nome” che si differenzia completamente da tutti gli altri nomi: “io” non lo posso dire che a me stesso. In tutta l’estensione del linguaggio non esiste altro nome che si possa usare per soggetto, come il termine “io”. Questo fu sentito da chi era iniziato, in ogni tempo. L’iniziato ebraico chiamava “io” il nome “impronunciabile” di Dio, quel Dio che dimora nell’uomo, che può venir pronunciato solo entro l’anima sua e per quest’anima stessa. Se deve risuonare fuori dall’anima, essa deve darsi un nome proprio, nessun altro può darle un nome. Da ciò il meraviglioso accordo che invadeva tutti gli uditori allorché veniva pronunciato il nome di Jahvè, che significa “io” o “io sono”. Nel nome che l’anima dà a se stessa, il Dio comincia a parlare in noi».

Sarebbe davvero paradossale che, dopo aver pronunciato queste chiare ed emblematiche parole, Rudolf Steiner segretamente identificasse due entità spirituali tra loro così diverse ed opposte come Lucifero e Jahve. Sarebbe stato un introdurre nelle anime degli ascoltatori una non verità, una esiziale menzogna, cosa che ripugnava a Rudolf Steiner come null’altro. Infatti, nella seconda conferenza del medesimo ciclo, quella del 23 Agosto, alle pp. 22, leggiamo:

«Vi è una sentenza occulta oggi che può meglio venir divulgata: «Ogni menzogna è un assassinio nel mondo astrale!». Questa sentenza è di immenso significato; la sua importanza è però riconosciuta soltanto da chi possiede la conoscenza dei mondi superiori. […] Diffondere la conoscenza di questa verità vuol dire fondare la morale, non già predicarla. Enunciando la verità, si crea una forma-pensiero, che il veggente può ravvisare dalla sua struttura e dal colore, benefico per la vita del prossimo. Un pensiero contenente una verità muove verso l’essere al quale si riferisce, giovandogli e vivificandolo. Dunque, se io penso una verità sul mio simile, ne rinvigorisco la vita; mentendo sul suo conto, dirigo invece verso di lui una forza avversa, che agisce in modo deleterio, persino uccide. Ogni verità produce un elemento propizio alla vita, ogni bugia un elemento che la ostacola. Chi sappia queste cose sarà più prudente, riguardo al vero o al falso, di colui a cui si predica:«attento a dire sempre la verità».

In un altro importante ciclo, tenuto a Monaco dal 22 Maggio al 6 Giugno 1907, Die Theosophie des Rosenkreuzers, GA-99, tradotto in italiano col titolo La saggezza die Rosacroce, Editrice Antroposofica, Milano, 2013, nella sesta conferenza, quella del 30 Maggio, La legge del destino, alle pp. 61-62, Rudolf Steiner usa parole ancora più severe e radicali. Infatti, vi  possiamo leggere:

«Per il mondo astrale è molto differente esprimere un pensiero vero o uno menzognero. Un pensiero si riferisce di solito ad una cosa determinata, ed è vero se corrisponde alla cosa stessa. Quando accade per esempio un fatto qualsiasi, esso ha il suo effetto nei mondi superiori; se poi qualcuno racconta il fatto in modo vero, dal narratore si espande una figura astrale che si unisce con quella che muove dal fatto stesso; le due figure si rafforzano, e le forme così rafforzate servono a rendere il mondo dello spirito sempre più articolato e ricco di contenuto, quale l’umanità ha bisogno che sia per poter progredire. Se si racconta invece il fatto in modo menzognero, non corrispondente alla realtà, il racconto del narratore si incontra con quel che esce dal fatto stesso, e le due figure cozzano una contro l’altra, distruggendosi reciprocamente. Distruzioni del genere, causate da menzogne e simili ad esplosioni, agiscono come un’ulcerazione che distrugge l’organismo. Le menzogne uccidono dunque le formazioni astrali che sono sorte e che debbono sorgere, arrestando o distruggendo così una parte dell’evoluzione. Chi in effetti dice la verità porta avanti l’evoluzione dell’umanità, mentre chi mente la ostacola. Ne deriva una legge occulta, e cioè che la menzogna, vista spiritualmente, è un assassinio. Non soltanto essa uccide una formazione astrale, ma è anche un suicidio, perché chi mente crea degli ostacoli anche sul proprio cammino; nel mondo spirituale si vedono dappertutto effetti del genere. Il chiaroveggente vede dunque che ogni pensiero e ogni sentimento ha i suoi effetti sul piano astrale».

Le conseguenze di un tale principio occulto sono enormi per la vita dell’uomo comune, e solo sono ancor più, e a più forte ragione, per la vita interiore del discepolo dell’Iniziazione, nonché della Comunità spirituale della quale egli fa parte. E proprio questo è il motivo per il quale nell’Antroposofia, nella rosicruciana Scienza dello Spirito, si dà così grande valore ad un severo, austero, volitivo, addestramento del pensare. La stessa purificazione, e il riorientamento in senso spirituale, del sentire sono la conseguenza, e non la premessa, di questo ascetico addestramento volitivo del pensare. «La via del cuore passa per la testa», avverte Rudolf Steiner sùbito al principio, nel primo capitolo, L’azione umana cosciente, a p. 21, della sua Filosofia della Libertà, tradotta da Dante Vigevani, Editrice Antroposofica, Milano, 1966, e non viceversa. Questo perché la Via rosicruciana è una ‘Via spirituale’, che scientificamente parte dalla sostanza interiore del pensare lucidamente sperimentato, e non una ‘via dell’anima’ che, invece, facilmente muove in una emotività sognante, scambiata per il sentire celeste, e che facilmente apre la strada ad ogni sorta di errore ed illusione, ad ogni infatuazione e menzogna su se stessi. Per cui il benevolo lettore mi perdoni se continuo, in maniera antologicamente pedante, a citare le limpide, assolutamente non equivocabili, parole di Rudolf Steiner. Nella dodicesima conferenza – quella del 2 Settembre 1906 – del citato ciclo Alle porte della Scienza dello Spirito, a p. 126 troviamo:  

«Indipendenti al massimo si è nella disciplina rosicruciana. Qui il maestro non è più la guida, ma il consigliere che dà ad ognuno i suggerimenti sul da farsi. In pari tempo egli cura che, parallelamente all’addestramento occulto, si svolga un energico sviluppo del pensare, senza il quale non può compiersi nessuna educazione occulta. Ciò dipende dal fatto che il pensare ha una proprietà che le altre cose non hanno. Trovandoci per esempio sul nostro piano fisico, osserviamo coi sensi fisici ciò che si trova su questo piano: null’altro. Sul piano astrale valgono le osservazioni astrali; e l’udito spirituale vale soltanto nel mondo spirituale. Insomma ogni piano ha le sue proprie percezioni. Una cosa, invece, penetra tutti i mondi: il pensiero logico. La logica è comune e identica per tutti e tre i piani. Così ci è dato imparare sul piano fisico una cosa che ha valore anche nei mondi superiori. Questo metodo viene osservato dalla disciplina rosicruciana, la quale addestra prevalentemente il pensiero, sul piano fisico e coi mezzi del piano fisico. Già lo studio delle verità spirituali e i diretti esercizi del pensiero, portano ad un pensare più approfondito. Se però desideriamo addestrare l’intelletto maggiormente, potremo studiare libri come La filosofia della libertà, Verità e scienza, scritti appositamente in uno stile che consente a un pensare, da essi disciplinato, di muoversi assolutamente sicuro anche nelle più alte regioni. Anzi, chi nulla sapesse di scienza dello spirito, ma avesse studiato queste opere, già potrebbe, solo per questo, orientarsi nei mondi superiori. Questo è il sistema della disciplina rosicruciana. Il proprio, acuto pensiero è la più vera guida interiore. Il maestro è dunque soltanto un buon amico che consiglia il discepolo; poiché il guru migliore lo si educa nell’individualità propria col proprio raziocinio. Anche in questo caso, naturalmente il maestro è necessario per consigliarsi sul come raggiungere uno sviluppo indipendente».

Massimo Scaligero, che ‘Iniziato’ e ‘Maestro’ lo era per davvero, si era data, sin dalla sua giovinezza, una severa, austera, formazione interiore: anche nel campo del pensiero filosofico e in quello scientifico. La trattazione ch’egli ne fa ne La logica contro l’uomo lo dimostra ampiamente. Addirittura, da colloqui che sia mio fratello che io avemmo con lui, nei primissimi anni settanta del trascorso secolo, fu chiaro persino come egli conoscesse bene, e di persona, uno scienziato di grandissimo valore, e di formazione sia scientifica che filosofica, come il Prof. Vasco Ronchi di Arcetri – ch’egli definì «un coraggioso» – e come conoscesse la difficile, sottile, problematica della ronchiana ‘scienza della visione’, e le sue conseguenze epistemologiche per la teoria della conoscenza in filosofia. Il rigore di pensiero, la severa consequenzialità logica e scientifica, di Massimo Scaligero furono la ragione che mi conquistò sùbito, e mi determinò a consacrarmi in maniera risoluta alla pura Via del Pensiero, all’Ascesi della Concentrazione. In un aureo opuscolo dattiloscritto, Regole essenziali per lo sviluppo interiore, secondo la Scienza dello Spirito, ch’egli dava a chi decideva di percorrere il sentiero iniziatico, in parte parafrasando, ma anche precisando e approfondendo, quanto detto da Rudolf Steiner nella sopra citata conferenza, Massimo Scaligero così scrive:

«Indipendenti al massimo si è nella Via Occidentale, o «rosicruciana»: che si rivolge a coloro per i quali lo Spirito è immanenza, o presenza, nell’Io, ossia agli uomini più moderni. Qui il Guru non è più la guida, bensì il consigliere che dà a ciascuno il suggerimento sul da farsi. Egli cura che, parallelamente all’addestramento interiore, il discepolo svolga un energico sviluppo del ‘p e n s a r e’: senza il quale oggi non è possibile reale formazione interiore. Ciò dipende dal fatto che il pensare ha una proprietà che le altre attività non hanno. Ogni attività interiore si muove sul piano in cui sorge, senza superarlo, anche se utilizza forze di altri livelli. Si può dire che ogni livello ha le sue proprie percezioni. V’è un’attività, invece, che si muove simultaneamente nei vari mondi, dal fisico, all’animico, allo spirituale, ed è il p e n s i e r o  l o g i c o. un pensiero logico che divenga coscientemente veste di una verità, risuona, anche non sapendolo, nei mondi superiori, come una reale forza. Movendo da un tale principio, la disciplina rosacruciana addestra prevalentemente il pensiero, trasformandolo in una forza cosciente di ascesa dal piano fisico a quello puramente metafisico. Il pensiero, divenendo autonomo, si congiunge con le forze superindividuali del sentire e del volere, costituendo un’unica forza reintegratrice di quel che nell’uomo è originario.

Il Guru è, nella disciplina rosacruciana, soltanto un amico saggio che consiglia il discepolo, poiché il Guru reale, l’Io, lo si educa nell’individualità propria, col proprio radicale lavoro di pensiero. Anche in questo caso, perciò in forma diversa, il Guru è necessario, essendo fondamentale apprendere il metodo della liberazione del pensiero. La redenzione del mentale è l’inizio della vera Magia: ma fa appello a qualcosa di più che il pensiero dialettico. Il discepolo giunge a meritare di riconoscere spontaneamente, autonomamente, l’azione che sulla liberazione del pensiero esercita il contenuto interiore di specifiche opere dovute al Maestro dei nuovi tempi, portatore dell’accennato insegnamento perenne. Lo studio meditato di tali opere – contro cui si appuntano naturalmente gli attacchi critici delle varie scuole legate al passato – equivale alla più energica disciplina interiore. Si tratta di leggere non per apprendere, ma per rivivere determinati pensieri o immagini, in cui è inserita la forza del pensiero vivente».

Allontanarsi da questa spirituale, essenziale, ‘scientificità’, divergere dal rigore, e dallo stellare, spinozianamente ‘geometrico’, nitore, che la Via del Pensiero assolutamente esige, significa avventurarsi negli obliqui sentieri del misticismo soggettivo; significa aprirsi ad un ambiguo sperimentare che, in maniera sin troppo facile, scivola nel mondo delle illusioni; significa, infine, sprofondare in un equivoco, e guasto, mare di percezioni e sensazioni, che non sono indipendenti dal coinvolgimento corporeo. Nei colloqui che, a partire dalla metà degli anni ottanta del secolo scorso ebbi con lei, a Dornach, alla sede del Lascito, o a casa sua, Hella Wiesberger mise sempre l’accento sull’assoluta necessità di una Via che facesse radicalmente appello all’esperienza del pensiero puro, come conditio sine qua non della certezza, della non erranza, nell’esperienza spirituale. Mi spiegò come testi di Rudolf Steiner quali Teosofia, Iniziazione, Scienza Occulta, rappresentino tre vie di approfondimento della Scienza dello Spirito: testi, ognuno dei quali venivano da lui consigliati singolarmente a varie personalità – a chi uno, a chi un altro – per essere approfonditi in uno studio meditativo protratto per tutta la vita. Ma che, al di sopra di questi tre testi scritti, vi era la sua Filosofia della Libertà, che rappresentava, per chi la percorreva, una Via Regia, superiore alle altre tre, e che quella era la Via di Marie Steiner. Così mi disse.  

Nel libro L’Iniziazione. Come si conseguono Conoscenze dei Mondi superiori?, Editrice Antroposofica, Milano 2013, vi è un’Appendice di estrema importanza, che Rudolf Steiner aggiunse nell’edizione del 1918. In tale Appendice – più volte, molto opportunamente, ricordata su Ecoantroposophia dal nostro Isidoro – Rudolf Steiner mostra, con estrema chiarezza, quale sia la fonte di ogni errore, di ogni perniciosa illusione, nello sperimentare spirituale. Sùbito all’inizio di tale Appendice, a p. 162, egli così avverte:

«La via alla conoscenza sovrasensibile, descritta in questo libro, conduce a esperienze animiche nelle quali è specialmente importante che il discepolo non si abbandoni ad alcuna illusione o malinteso in merito. In questo campo riesce facile esser tratti in inganno. Una delle illusioni, e la più importante, nasce spostando l’intero campo della sperimentazione animica di cui si parla nella vera scienza dello spirito, in modo da sembrare che essa si debba confondere con la superstizione, con i sogni visionari, con la medianità e con parecchi altri deviamenti dell’aspirazione umana»,

e, in maniera oltremodo incisiva, alle pp. 167-168, così prosegue:

«Ciò che viene sperimentato dall’anima umana sulla via qui indicata si svolge completamente nel campo della pura esperienza animico-spirituale. È possibile per l’uomo vivere queste esperienze soltanto se, anche per altre esperienze interiori, egli può rendersi altrettanto libero e indipendente dalla vita corporea, quanto lo è nelle esperienze della coscienza abituale quando, su ciò che ha percepito dall’esterno o su ciò che interiormente ha desiderato, sentito, o voluto, si forma pensieri che non derivano da quelle esperienze. Vi sono uomini che non credono all’esistenza di tali pensieri. Stimano che nulla si possa pensare che non sia tratto dalle percezioni o dalla vita interiore dipendente dal corpo, e che tutti i pensieri siano in certo qual modo solo ombre e immagini di percezioni e di esperienze interiori. Lo crede però soltanto chi non abbia mai sviluppato la capacità di sperimentare nella sua anima la pura vita del pensiero fondato su se stesso. Chi l’ha sperimentata sa, per esperienza che sempre, quando il pensare domina nella vita dell’anima, e nella misura in cui il pensare compenetra le altre funzioni dell’anima, l’uomo è coinvolto in un’attività alla cui formazione il suo corpo non partecipa. Nella vita ordinaria dell’anima, il pensare è quasi sempre commisto ad altre funzioni animiche: percepire, sentire, volere, e così via. Queste altre funzioni si formano per mezzo del corpo. Il pensiero agisce però in esse, e nella misura in cui vi agisce, si svolge nell’uomo e per suo mezzo qualcosa a cui il corpo non prende parte. […] Nell’esperienza interiore ci si può però animicamente spingere a sperimentare la parte pensante della vita interiore da sola, anche separata da tutto il resto. Dall’ambito della vita animica si può liberare qualcosa che è solo costituito di puri pensieri; di pensieri che esistono di per se stessi, dai quali è escluso tutto ciò che è dato dalle percezioni, o dalla vita interiore dipendente dal corpo. Pensieri siffatti si rivelano di per se stessi, grazie a ciò che sono, come qualcosa di spirituale, di soprasensibile nella sua essenza. L’anima che si unisce a tali pensieri, in quanto nell’unione esclude da sé ogni percezione, ogni ricordo, ogni abituale vita interiore, sa di essere con il pensiero stesso in una regione sovrasensibile, e sperimenta se stessa al di fuori del corpo».

Questo è, nella Scienza dello Spirito, l’unico, autentico, sicuro criterio di assoluta certezza nell’esperienza interiore. Questa è la ‘porta stretta’ della aspra, faticosa, eroica, Via del Pensiero, che molti evitano, per scivolar poi più comodamente in un meno cosciente, meno faticoso, ma molto più equivoco, e pericoloso, sperimentare animico inevitabilmente condizionato dalla corporeità. Scivolare che diviene fonte inesausta di tutte le forme di medianità, di tutti i visionarismi sognanti, di tutte le allucinazioni, di tutte le patologie dell’anima. Su questo punto, Rudolf Steiner, nel proseguo della suddetta Appendice del 1918 al libro Iniziazione, alle pp. 163-165, non lascia spazio alcuno ad ambigue “interpretazioni”, tanto è chiara la sua esposizione:  

«Gli uomini diventano però subito diffidenti se devono cominciare col fare qualcosa di puramente animico, affinché si manifesti loro qualcosa in sé indipendente da loro. Per il fatto di doversi preparare ad accogliere la manifestazione, credono di averne formato il contenuto. Vogliono esperienze alle quali per nulla si contribuisca, di fronte alle quali si rimanga del tutto passivi. Se inoltre uomini del genere ancora ignorano le più semplici condizioni necessarie alla comprensione scientifica di uno stato di fatto, allora, nei contenuti e nei prodotti animici in cui l’anima  si abbassa al di sotto del grado di autoattività cosciente che si trova nella percezione sensoria e nell’azione volontaria, vedono una manifestazione obiettiva in un’essenza non sensibile. Tali contenuti animici sono le esperienze visionarie, le manifestazioni medianiche.

Ciò che si palesa però attraverso manifestazioni siffatte non è un mondo soprasensibile, ma subsensibile. […] Nelle esperienze visionarie  nelle produzioni medianiche l’uomo si pone del tutto alle dipendenze del corpo. Elimina dalla propria vita animica ciò che lo rende indipendente dal corpo nella percezione e nella volontà. Di conseguenza i contenuti animici diventano semplici manifestazioni della vita corporea. Le esperienze visionarie e la produzione medianica risultano dalla circostanza che in quelle esperienze e in quelle produzioni l’uomo con la sua anima, è meno indipendente dal corpo di quanto non lo sia nella vita abituale percettiva e volitiva. Nelle esperienze soprasensibili intese in questo libro, l’evoluzione delle esperienze animiche procede in direzione opposta a quelle visionarie e medianiche. L’anima si rende man mano più indipendente dal corpo di quanto non lo sia nella vita percettiva e volitiva. Arriva all’indipendenza che si può realizzare nell’esperienza del pensiero puro, per darsi a un’attività animica molto più vasta. […]

L’esperienza soprasensibile deve essere una continuazione dell’esperienza animica che può già essere raggiunta nell’unione col pensiero puro. Perciò è tanto importante poter sperimentare quell’unione nel modo giusto, perché dalla comprensione di tale unione dipende la luce che può anche recare una visione giusta sulla natura della conoscenza sovrasensibile. Se l’esperienza animica dovesse abbassarsi al di sotto della chiara coscienza che si esplica nel pensiero, quella visione si troverebbe sopra una via sbagliata per la vera conoscenza del mondo sovrasensibile: verrebbe afferrata dalle funzioni corporee; ciò che sperimenterebbe e produrrebbe non sarebbe allora una manifestazione del sovrasensibile, ma una manifestazione corporea nel campo del mondo subsensibile».

Quanto qui affermato da Rudolf Steiner spiega ad abundantiam il come e il perché degli errori di chi, senza una solida, scientifica, base spirituale di pensiero, si inoltra avventurosamente nel campo dell’esperienza spirituale stessa. Dai frutti guasti e malsani, ad un pensare forte, limpido, e logicamente consequenziale, è possibile inferire la natura dell’albero che li produce. E questo è un esame, un controllo, che può essere compiuto da chiunque voglia servirsi in maniera sana, coraggiosa, e spregiudicata, del proprio pensare. Molto vi sarebbe da dire, poi, circa gli errori, e le gravi conseguenze dei medesimi, che un sedicente ‘chiaroveggente veder’ di Orao produce. Dovrò affrontare – e il candido lettore mi creda: mi pesa molto nell’anima il doverlo fare – altri errori, ed alcune fuorvianti indicazioni che possono portare il troppo fidente sperimentatore a severe situazioni, a difficoltà veramente gravi. Ma son costretto a rimandare alla sesta parte di questo mio studio su il libro Resurrezione di Orao, perché come afferma il mio amato Dante nel XXXIII canto del Purgatorio, vv. 139-141:    

ma perché piene son tutte le carte
ordite a questa cantica seconda,
non mi lascia più ir lo fren de l’arte.  

SCIENZA DELLO SPIRITO, VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO

VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. QUARTA PARTE.

RRRRRRRRRRRR

Se mèta dell’uomo è realizzare, come ho scritto nella terza parte di questo articolo, Autocoscienza, Libertà, e Amore, vi è da chiedersi perché si sia ancora così lontani – anche nelle comunità spirituali, persino in quella che Massimo Scaligero chiamava la Comunità Solare – dal realizzare, dall’attuare concretamente tali idealità. È evidente che se, come ammonisce più volte nelle sue opere Massimo Scaligero, «il Bene è l’idea che si attua, il Male è l’idea che non si attua», il non realizzarsi, il non attuarsi di tali idealità, è per l’uomo e per l’Universo il massimo dei mali.

Rispetto ad una tale realizzazione, rispetto ad un attuarsi di quelle idealità, cosicché l’Ascesi solare sia, come direbbe il nostro Giovan Battista Vico, «il farsi del vero, e l’inverarsi del fatto», «verum et factum convertuntur», due sono le forze in giuoco, forze che favoriscono o impediscono la suddetta realizzazione: il coraggio e la paura.

L’Amore, che è anche, e soprattutto, Philosophia, Amore della Sapienza, e Philalètheia, Amore della Verità, non può esistere senza il coraggio. Non vi è Amore senza coraggio: quindi coraggio di amare la Verità, coraggio di amare appassionatamente – come un autentico Fedele d’Amore –  la Sophia, la Sapienza Santa. Quindi volontà d’Amore, nutrita da un Amore di volontà. Il coraggio porta alla Conoscenza, mentre la paura paralizza la volontà, oscura, obnubila la coscienza, e porta a temere e odiare la Verità, a colludere con la menzogna. E se si ama la Verità, se si ama la Sophia, la Sapienza Santa, si lotta, si combatte per essa, non si concede quartiere alla menzogna: non le si concede tregua alcuna.

Per chi voglia essere un autentico Fedele d’Amore, Verità e Sapienza sono valori assoluti, incondizionati, e come tali non sono valori “negoziabili” – come usa dire oggi – non sono passibili di essere messi in discussione, essere oggetto di “trattative”, di “scambio”. E non ci si può piegare – a meno di perdere il rispetto di se stessi – ad una dogmatica “autorità”, la quale, esigendo un medievale, umiliante, sacrificium intellectus’, richiede cieca fede, e conformità a quanto essa proclama, ex cathedra, come pretesa ortodossia, essere vero, umilia la dignità dell’Uomo, che il Cielo e gli Dèi hanno creato per la Libertà e la Conoscenza. Per questo motivo, non è possibile tacere di fronte a determinate non verità che troviamo scritte nel libro di Orao, che sto esaminando.

Orao, stravolgendo tutto quanto risulta dall’indagine spirituale di Rudolf Steiner, e che questi espone in termini chiari, assolutamente non equivocabili, sostiene l’identità di una entità spirituale regolare come Jahve, o Jehova, con un’entità spirituale irregolare come Lucifero. Si tratta di una indebita, illegittima, affatto ingiustificata, con-fusione di due entità spirituali, che non solo sono diverse, ma che sono addirittura opposte: polarmente opposte.

Infatti, sempre nelle già conferenze che Rudolf Steiner tenne a Parigi nel 1906, trascritte da Édouard Schuré in Esoterismo CristianoLineamenti di una cosmogonia psicologica, trad. a c. di Bruno Roselli, Fratelli Bocca Editori, Milano, 1940, a p. 175, possiamo leggere:

«Lucifero è dunque il principio che permette all’uomo di divenire veramente un uomo indipendente dagli dei. Il Cristo, o Logos, manifestato nell’uomo, è il principio che gli permette di risalire sino a Dio.

Prima del Cristo l’uomo possedeva il principio di Jehova, che gli conferiva la forma, e quello di Lucifero che lo individualizzava: era diviso tra l’obbedienza alla legge e la rivolta dell’individuo. Ma il principio del Cristo venne a stabilire l’equilibrio tra i due primi, insegnando a ritrovare nell’interiore stesso dell’individuo la legge primitivamente data dall’esterno. È ciò che spiega San Paolo il quale fa della libertà e dell’amore il principio cristiano per eccellenza: la legge ha retto l’antica alleanza , come l’amore regge la nuova. Troviamo dunque nell’uomo tre principî inseparabili e necessari alla sua evoluzione: Jehova, Lucifero, il Cristo».

E, a p. 179, Rudolf Steiner, quasi al termine di quella conferenza, afferma emblematicamente:

«Non è la rivelazione ma la verità che rende liberi: «Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi».

Parole più chiare di queste, Rudolf Steiner non avrebbe potuto dirle, e le ha ripetute innumerevoli volte. Ma, ciò nonostante, in Orao, alle pp. 69-71 di Resurrezione, nel capitoletto Vita sulla Terra, largamente parafrasato dalla Cronaca dell’Akasha di Rudolf Steiner – prendendosi tuttavia alcune frequenti  ‘libertà’, e compiendo notevoli ‘variazioni’ sul tema, al fine di ‘correggere’ quanto lo stesso Rudolf Steiner aveva scritto –, dopo aver parlato della separazione del Sole dalla Luna ancora congiunta alla Terra, leggiamo che:

«Il Sole continuò ad emanare la propria forza sulla Luna e sull’uomo dal di fuori, ossia continuò ad emanare le sue forze sul corpo fisico e sull’eterico, ma lasciò libera una parte di questi due corpi esponendola agli influssi provenienti dalla Luna. Qui esattamente può rintracciarsi l’inizio dell’azione luciferica sia in senso regolare che in senso irregolare. Gli influssi lunari dominati dal Lucifero regolare consistettero nella formazione del sistema nervoso, mentre gli irregolari in una specie di indurimento della vita immaginativa interiore che avrebbe sottratto l’uomo da ogni interiore rapporto con il Sole.

La ribellione di Lucifero, per stabilire la sua dimora sulla Luna, e il distacco dagli altri sei Elohim, determinò quella che viene definita «Guerra nei Cieli». Una entità del Sole, uno degli arti del Logos, si distaccava, iniziando la sua azione sulla Luna, agendo entro il corpo astrale dell’uomo in formazione, da qui mirando a cristallizzare in forma rigida ogni ulteriore germinazione conoscitiva nel terrestre […]

L’entità di Lucifero, trasferendosi dunque sulla Luna, era la sola rimasta a dominare questi due aspetti quando, attraverso la formazione della primissima sostanza-anima nell’essere umano, egli iniziò la sua azione di entità interiore del corpo astrale. Per un verso egli aiuta l’uomo ad aspirare alla luce solare, al mondo luminoso della spiritualità, per un altro tende a lunarizzare la parte solare, spirituale, trattenendolo dal suo portare verso la Terra l’esperienza solare, la sperimentazione dello spirito. Gli organi sensori, ordinatisi nel frattempo nel sistema nervoso, divennero appunto il veicolo, il percorso per l’azione luciferica. Lucifero agì nel corso evolutivo come l’accompagnatore dell’uomo alla soglia della luce, «il portatore di luce», il lucifero, ma anche come lo stimolatore alla riflessità stessa di questa luce, l’entità lunare inferiore che, attraverso la movenza sensoria, l’ombra della luce, mirava a concedere all’uomo la sua spiritualità – non quella degli Dei superiori, ma delle deità inferiori».   

Questa duplice azione, da Orao illegittimamente attribuita a Lucifero, nasce dalla indebita con-fusione che viene fatta dell’azione di Jahve–Jehova con quella di Lucifero, il quale, da Orao, come vedremo, viene erratamente  proclamato essere uno dei sette Elohim solari, che – sempre al dire di Orao – in quanto tale, si sarebbe ribellato agli altri sei Elohim, e al Logos, ed avrebbe trasferita la sua ‘dimora’ sulla Luna attuale. Vedremo come Rudolf Steiner dica esattamente il contrario di quanto afferma qui, e altrove, Orao. Infatti, questi, proseguendo nella sua personale esposizione, così scrive a p. 72 di Resurrezione:

«L’entità luciferica stessa aveva in tempi ancora anteriori promanato da sé entità luciferiche, che al tempo della ribellione nei Cieli rifiutarono tutte con essa l’azione del Sole e si trasferirono sulla Luna, abitando il cosiddetto «regno della Luna terrestre». Tali entità agivano dalla Luna sull’astralità dell’uomo in formazione sulla Terra, operando dall’interno di lui verso l’esterno, intenzionate però a dominare tutti i processi tendenti a mantenere la materia morbida e poco densificata».

Ora, dovremo esaminare bene molti aspetti – e dire cose per molti davvero non facili da intendere, nonché da accettare – per mostrare in cosa e perché Orao erri completamente, costruendo tutto un suo, assolutamente personale, sistema di idee e di immagini a partire da questa fallace, e falsa, identificazione di Jahve-Jehova e di Lucifero.

Ma il tema in questione – che dobbiamo affrontare con grande risoluzione, con la massima volontà di verità, e con ‘matematica’ precisione, anche a costo  di sovrabbondare, in maniera antologicamente pedante, con citazioni probanti – è di grande momento, perché, da una parte, questo tema, giustamente affrontato e chiarito, si mostrerà decisivo per la corretta attuazione della Ascesi Solare, per la Via del Pensiero Vivente e della Concentrazione, mentre, dall’altra, disvelerà la sottile connessione delle su riportate errate considerazioni cosmologiche e cosmogoniche di Orao con le altre sue, altrettanto errate, considerazioni riguardanti l’essenza e la missione dei Bodhisattva in generale, quella del Bodhisattva Maitreya in particolare, dell’Iniziazione cristiana, di quella rosicruciana, di quella graalica, come Orao vuole presentarle nei suoi scritti, e del tipo di ascesi, anomala, che, oggi, viene surrettiziamente proposta come ‘voie sustituée’, come unavia sostituita, per usare un’espressione degli esoteristi francesi, in luogo di quella donata da Rudolf Steiner, e portata avanti in Italia da Giovanni Colazza, prima, e da Massimo Scaligero poi.  

Massimo Scaligero, molte volte, nei suoi scritti e nelle sue comunicazioni orali, mostrò il rapporto dell’originario sacrificio dei Troni, del calore saturnio dal quale nacquero il nostro mondo e l’uomo, colla trasmutatricetrasmutatrice secondo un’Alchìmia umana e cosmica – forza d’Amore e di Compassione dell’originario calore saturnio, oggi novellamente rinascente nell’uomo. In particolare, giova riportare le parole, spesso citate da Massimo Scaligero, che Rudolf Steiner pronunciò a conclusione del ciclo di conferenze, ch’egli tenne a Praga dal 20 al 28 marzo 1911, intitolato Fisiologia Occulta, del quale abbiamo in italiano due  belle traduzioni.

Una venne pubblicata a Roma nel 1933 dalla Casa Editrice Arti Grafiche E. Calzone, tradotta dalla baronessa Emmelina de’ Renzis, che ne redasse anche la Prefazione, con l’Introduzione di Saro Giadice, eteronimo questo del figlio della baronessa de’ Renzis, il duca Giovanni Antonio Colonna di Cesarò, entrambi discepoli diretti di Rudolf Steiner, e amici di Giovanni Colazza. Questa edizione mi è particolarmente cara, perché la copia che di essa  possiedo era quella appartenuta un tempo all’Avv. Alberto Luchini, grande amico di Massimo Scaligero, e seguace dell’Antroposofia. Questa copia è tutta fittamente commentata a matita in margine dal suo antico possessore. Subito dopo il mio incontro con Massimo Scaligero, nella tarda primavera del 1970, su suo consiglio, andai a parlare nella mia città con l’Avv. Alberto Luchini, allora già ultraottantenne, il quale mi accolse molto calorosamente, mi donò con dedica il suo libro su Radicofani, ultima opera da lui scritta, e, durante quella memorabile conversazione, fu lui a parlarmi, per primo, del Bodhisattva Maitreya. Dopo il colloquio con lui, chiesi chiarimenti e approfondimenti in tale proposito direttamente a Massimo Scaligero, il quale con le sue spiegazioni me ne fornì in abbondanza.

L’altra, eseguita sull’edizione tedesca del 1978, fu pubblicata a Milano nel 1981 dall’Editrice Antroposofica, tradotta da Willy Schwarz, medico antroposofo, goetheanista e dantista di notevole livello, nonché traduttore di varie opere di Steiner, da me conosciuto personalmente a Dornach in occasione di un viaggio alla Pasqua del 1984. Per praticità del lettore, citerò le parole di Rudolf Steiner da questa seconda edizione, essendo la bella e rara edizione del 1933 di difficile reperimento. Quel che ivi dice Rudolf Steiner è di importanza estrema per comprendere quell’Alchìmia umano-cosmica, alla quale fa riferimento Massimo Scaligero. Così leggiamo alle pp. 174-175:

«Ciò che l’organismo produce, quanto a processi interni di calore del nostro sangue, processi calorici che esso fa scaturire dall’insieme delle sue attività e che porta finalmente  ad espressione, quasi come un fiore di tutti gli altri processi, penetra su nella sfera dell’animico-spirituale, trasformandosi in attività animico-spirituale. E che cos’è la parte più bella dello spirituale-animico? Il suo aspetto più bello, più alto, è il fatto che, ad opera delle forze dell’anima umana, l’organico possa trasformarsi nell’animico stesso. Se tutto ciò che l’uomo può ricavare dall’attività del suo organismo terrestre, una volta mutato che sia in calore, viene da lui trasformato nel modo giusto, allora nella sfera dell’anima esso diviene compartecipazione, interesse per tutti gli altri esseri. Se, attraverso tutti processi dell’organismo, su fino al livello più alto, cioè fino ai processi di calore, penetriamo sino alla sfera in cui il calore del sangue viene utilizzato dall’anima per il suo proprio compito, scopriamo che tale compito consiste nell’interesse vivo per ogni essere, nella calda compartecipazione a tutto quanto ci circonda. In quanto la nostra vita interna ci porta su fino al calore, noi la estendiamo a tutta quanta l’esistenza terrestre; ci identifichiamo all’esistenza terrestre complessiva. Va preso atto della mirabile realtà che la saggezza cosmica ha scelto la via indiretta, attraverso tutta la nostra organizzazione, per conferirci da ultimo il calore che noi uomini siamo chiamati a trasformare col nostro io in viva compartecipazione all’esistenza di tutti gli altri esseri.

In seno alla missione della Terra il calore viene trasformato in sentimento. Questo è il senso del processo terrestre, il quale si realizza in quanto l’uomo è inserito in esso come organismo fisico. […] Ogni singola anima, dopo il passaggio per la porta della morte, si solleva ad un mondo spirituale, affidando il cadavere alle forze della Terra. Analogamente il cadavere della Terra verrà un giorno abbandonato alle forze cosmiche, dopo che esso ci avrà trasmesso il calore per la nostra compassione la quale sarà la base per ogni nostra attività animica superiore. Quel cadavere che sarà consegnato al sistema cosmico, come il singolo cadavere umano viene affidato al sistema terrestre, potrà scorgere (elevandosi al di sopra di se stesso) la somma di tutte le anime individuali umane, notevolmente perfezionate attraverso l’esistenza terrestre, in via di procedere verso nuovi livelli di esistenza, verso nuovi sistemi cosmici».  

Questa è quella Via della ‘Grande Compassione’ che, oggi, mediante il suo insegnamento, addita il Bodhisattva Maitreya – il quale ‘adombra’ e ‘ispira’ tutto l’insegnamento di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero –, e che additerà, altresì, un giorno, nella sua pienezza, a completamento della sua missione terrestre, come Buddha Maitreya. Nel Buddhismo Mahâyâna, è la Prajñâparamitâ, la ‘Sapienza Trascendente’, quella che genera la Mahâkaruna, la ‘Grande Compassione’. E questo era, secondo Massimo Scaligero, il segreto elemento cristico celato, occultato, nel Mahâyâna. Infatti, possiamo leggere in Dallo Yoga alla Rosacroce, Perseo, Roma, 1972, p. 41:

«Anche l’uomo più debole e più sopraffatto dagli istinti può, volendo, ricongiungersi, in relazione al proprio livello, con il filo della originaria Forza: l’impedimento più serio a questo è invero la mancanza di consapevolezza della propria debolezza. Lo sprezzo per il debole, per colui che erra, recita, tradisce, è esso stesso una debolezza: esso stesso sentimentalismo.

Chi fa suo il n o b i l e  s e n t i e r o del Buddha, non può ignorare la missione del Bodhisattva Maitreya, che è accompagnare gli uomini nella sfera della maya, prendendo parte alle loro debolezze e alle loro prove, per recare ad essi l’illuminazione nel mezzo della loro oscurità. Il futuro Buddha è invero il Bodhisattva della compassione. La via che il Buddha addita verso l’alta liberazione dell’uomo futuro, è appunto la compassione: che è espressione di debolezza, solo se è recitazione politica o mollezza etica, mentre, pura di recitazione e mollezza, è la vera forza dell’Io».

In quella che poi sarà l’ultima opera da lui scritta, pubblicata postuma, Massimo Scaligero ritornò su questo tema, ricollegando la trasformazione e la liberazione dell’uomo alla vicenda cosmica del divenire dei mondi. Così, tenendo presente la rievocazione che Massimo Scaligero fa del sacrificio dei Troni Spiriti della Volontà, ai Cherubini, Spiriti dell’Armonia, descritto da Rudolf Steiner nel quarto capitolo, L’evoluzione del mondo e dell’uomo ne La Scienza Occulta nelle sue linee generali, e nel ciclo di L’evoluzione secondo veridicità, cinque conferenze da lui tenute a Berlino, dal 31 ottobre al 5 dicembre 1911, sacrificio, il cui ardore dette origine al calore saturnio, possiamo leggere in Iside Sophia. La Dea Ignota, Edizioni Mediterranee, Roma, 1980, p. 103:

«Non v’è moto della volontà dell’uomo che, quale che sia il suo oggetto, non faccia occultamente appello a questo impeto di donazione che vince la prigionia dell’ego e perciò tende a realizzare il vero Io. Secondo l’insegnamento del Maestro dei nuovi tempi, ossia del Bodhisattva Maitreya, la cui luce s’irraggia nel mondo attraverso l’opera di Rudolf Steiner, il senso ultimo della vita è l’evoluzione dell’umano-terrestre sino alla capacità di fondare con le forze redente dell’Io il Cosmo dell’Amore. «L’uomo è la mèta delle Gerarchie». «Ciò che deve essere realizzato è l’uomo voluto dagli Dèi», Egli insegna. In realtà, l’uomo nasce dall’amore sacrificale divino, ma sulla Terra deve smarrire la coscienza di tale origine, per divenire un essere libero: viene portato a trarre la coscienza di sé dalla corporeità e ad accogliere gli impulsi che scaturiscono da ciò che in lui si oppone all’originario amore sacrificale: e tuttavia il volere continua ad avere la segreta tessitura di tale amore, inconsciamente, anche quando agisce in senso avverso ad esso».

Naturalmente, il fatto che un Bodhisattva, e il Maitreya è un Bodhisattva – il quale, come abbiamo visto nelle parti precedenti di questo studio, in quanto tale non è un’entità ‘umana’‘adombri’, ‘ispiri’, col suo essere spirituale, e con il suo insegnamento, Maestri, che sono individualità umane, come Rudolf Steiner e Massimo Scaligero, non significa affatto, come non pochi hanno creduto un po’ semplicisticamente, che il primo di questi sia il Bodhisattva Maitreya, cosa del resto da lui stesso, come abbiamo veduto,  più volte esplicitamente negata.

In un importante testo di Rudolf Steiner che riunisce due importanti cicli di conferenze, dei quali purtroppo solo il secondo ciclo è stato tradotto in italiano, troviamo una serie di comunicazioni fondamentali dell’indagine spirituale di Rudolf Steiner. Si tratta del libro Menschheitsentwickelung und Christus-Erkenntnis, (Evoluzione dell’umanità e conoscenza del Christo), comprendente un primo ciclo, Theosophie und Rosenkreuzertum (Teosofia e Rosicrucianesimo), 14 conferenze tenute a Kassel dal 15 al 29 giugno 1907, ed un secondo ciclo, Das Johannes-Evangelium (Il Vangelo di Giovanni), 8 conferenze tenute a Basilea dal 16 al 25 novembre, GA-100, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1981. Il secondo ciclo di conferenze è stato tradotto da Maria Cianchi, e pubblicato dall’Editrice Antroposofica di Milano nel 2013.  

Ma procediamo per gradi. Nella dodicesima conferenza del primo ciclo, tenuta a Kassel il 27 giugno 1907, Rudolf Steiner descrive come nei primordi della Terra l’essere umano fosse androginico, e come dopo la scissione della Luna dalla Terra sia avvenuta la separazione dei sessi. Descrive poi – in vista di quella che è la missione, e la mèta, della Terra, ossia di trasformare il Cosmo della Saggezza nel Cosmo dell’Amore – l’azione degli Dèi, e l’azione di Jahve in particolare, fu quella di suscitare l’amore negli esseri umani. Questo si realizzò dapprima come amore tra consanguinei, essendo ancora l’essere umano legato ad una collettiva ‘coscienza di gruppo’, e poco individualizzato come coscienza dell’Io. Sarà poi la discesa del Logos Solare in Gesù di Nazareth a portare sempre più ad una rottura dei legami di sangue, a suscitare sempre di più l’individuale coscienza dell’Io, a suscitare altresì sempre più – indipendentemente dai sopravviventi legami di sangue – nell’essere umano l’amore di un individuo verso un altro individuo. Nella suddetta conferenza di Kassel, nella parte del libro, GA-100, non tradotta in italiano, Rudolf Steiner, a p. 153-154, dice:

«Questo amore originario (Urliebe) che prese nascita con la discesa delle anime nei corpi fisici, va così scemando nel corso dei tempi, s’insinuò nell’uomo nel momento che la Bibbia descrive così: «E Dio insufflò il respiro di vita nell’uomo ed egli divenne un’anima vivente». Ma un’altra cosa si produsse allora. In tal modo, l’uomo era diventato un’anima vivente, respirando per mezzo dei polmoni. L’aria ch’egli così inspirava era generatrice del sangue rosso, sangue rosso nel quale si esprime la natura dell’Io. Nella misura in cui il sangue è comune al gruppo, altrettanto lo è l’Io. Questo è il caso del giudaismo nel quale un popolo intero viene dominato da un’anima di gruppo. Ma sempre di più gli uomini tendono ad una maturità, emancipandosi dalla consanguineità. Con l’insufflazione del respiro all’uomo si installò il primo abbozzo di ematopoiesi. Ma non è che nel corso di lunghi periodi che l’uomo giunse alla maturità, che consisteva nell’agire sul proprio sangue in maniera da rendere possibile la sostituzione dell’altruismo all’amore originario. Rappresentatevi l’evoluzione dell’umanità come l’ho descritta: l’amore originario sparisce; l’amore tra persone apparentate – quello della madre per il figlio, ecc. – dovrebbe regredire. Il sangue non si estende abbastanza perché un legame d’amore possa abbracciare l’umanità tutta intera, e la potenza dell’Io, dell’egoismo andrà crescendo. Occorreva che un avvenimento si producesse suscitando, in luogo dell’amore originario un altro amore, un amore spirituale. Questo avvenimento è il Cristianesimo. Con l’apparizione del Cristianesimo, quel che si sarebbe prodotto senza di esso – la frammentazione dell’umanità in «uomini-atomi» (Mit dem Erscheinen des Christentums ist das hintangehalten worden, was sonst eingetreten wäre: das Auseinanderfallen der ganzen Menschheit zu einzelnen Menschenatomen) – è stata respinta. Gli uomini devono diventare sempre più individuali, questo è inscritto nell’evoluzione del sangue: ma ciò che è stato disperso in maniera naturale deve nuovamente essere riunito in maniera spirituale mediante la novella forza capace di agire al di fuori dell’amore legato al sangue. Questa è la forza del Cristianesimo. A partire da questo fatto il Mistero del Golgotha prende un significato fondamentale per l’evoluzione dell’umanità nella sua totalità. Se lo comprendiamo, comprendiamo pure il significato dell’espressione: Il sangue del Christo. È una cosa della quale non si può fare la sola esperienza esteriore, non potrebbe essere l’oggetto di ricerche esteriori, ma che occorre considerare come un fatto, come una realtà mistica. È per questo che, in piena coscienza, ho intitolato il mio libro non «Mistica del Cristianesimo», bensì «Il Cristianesimo quale fatto mistico».   

Ora, non saprei trovare migliore commento, migliore spiegazione, approfondimento, a quanto sopra detto delle parole stesse di Rudolf Steiner, che possiamo leggere, nella seconda parte del testo tedesco di tale sua opera, quella tradotta in italiano ed edita dalla Editrice Antroposofica, col titolo Evoluzione dell’Umanità e Conoscenza del Cristo. Il Vangelo di Giovanni – del suddetto volume della GA-100, ove, alle pp. 30-32, è detto:

«Il sangue è un succo molto peculiare», dice Goethe nel Faust. Il Dio della forma, Jahve, vi svolge un ruolo di particolare importanza. Dopo aver acquisito il dominio sul nuovo organo, il sangue, Jahve lo permeò delle proprie forze, trasformò le qualità aggressive dell’anima di coraggio nelle forze dell’amore e fece del sangue il portatore dell’Io.

All’inizio non tutti gli esseri umani avevano un proprio Io. In tutti i consanguinei, in coloro che conservavano il medesimo sangue mediante i matrimoni tra membri della stessa famiglia, agiva la medesima forza jahvetica, la forza-Io del medesimo Io. Un piccolo gruppo come questo aveva, dunque, un Io collettivo. Il singolo individuo stava a tutta la famiglia come un dito sta a tutto il corpo. All’inizio c’erano solo anime di gruppo. Il singolo percepiva se stesso solo come parte della stirpe. Finché il sangue rimase esente da mescolanze, finché i membri della stirpe si sposarono solo tra consanguinei, si sentì vivere lo stesso Io, oltre che nei contemporanei, anche nelle varie generazioni successive. L’Io, perciò, non era percepito come qualcosa di personale, ma come un elemento comune a tutti gli appartenenti alla stirpe. Come l’uomo ricorda tutte le esperienze vissute dalla nascita in poi, così gli uomini di quell’epoca ricordavano le azioni compiute dagli antenati consanguinei, e le ricordavano come se a compierle fossero stati loro stessi. […] Si è detto prima che Jahve aveva fatto del sangue il portatore fisico dell’Io. Egli compì ciò nel momento in cui diede forma al sangue. Jahve portò ad espressione la propria forza nella modalità della respirazione. L’uomo divenne jahvetico, perché fu Jahve a dargli il respiro. Vanno prese alla lettera le parole secondo le quali all’uomo, dotato ora dei presupposti necessari, venne insufflato l’alito vivente. «Jahve insufflò l’alito nell’uomo ed egli divenne un’anima vivente» (Genesi 2,7). Ma l’insufflazione dell’anima non avvenne ad un tratto; va intesa, invece, come un processo che andò svolgendosi in un arco di tempo molto lungo e che trasformò l’uomo in un essere che respira aria.

Diverso era sulla Luna il processo corrispondente a quello che sulla Terra si fonda sulla respirazione dell’aria. Mentre l’essere umano attuale inspira ed espira aria, venendo così ad avere in sé una forma di calore, i suoi antenati lunari, che erano costituiti da corpo fisico, corpo eterico e corpo astrale, inspiravano ed espiravano sostanza calorica o fuoco. Sulla Luna i predecessori dell’uomo erano esseri che respiravano il fuoco. La scienza dello spirito li chiama esseri del fuoco, ed esseri dell’aria gli uomini della Terra. Per la scienza dello spirito tutta la materia è solo l’espressione dello spirito. Insieme all’aria noi inspiriamo ed espiriamo anche lo spirito. L’aria è il corpo di Jahve come la carne è il corpo dell’uomo. La mitologia germanica ne serba il ricordo portandolo ad espressione nella figura di Wotan che cavalca il vento. Anche sulla Luna er alo spirito quello che veniva ispirato ed espirato.

Sulla Luna c’erano le stesse entità spirituali che vi sono ora sulla Terra. Sulla Luna queste entità vivevano nel fuoco; adesso, sulla Terra, sono divenuti Spiriti dell’aria. Nel corso dell’evoluzione cosmica, alcuni singoli esseri sono rimasti indietro, come accade a scuola, quando alcuni scolari vengono bocciati. Mentre le entità che avevano fatto del Sole la loro dimora si erano evolute più rapidamente, riuscendo così a passare dal grado di Spiriti del fuoco a quello di Spiriti dell’aria, una folta schiera di entità non era pervenuta a questo passaggio. Le prime entità, come forze spirituali, esplicano ora la loro azione sull’uomo dall’esterno, dal Sole e dalla Luna. L’uomo le accoglie in sé mediante il respiro. Tra gli esseri umani e questi Spiriti solari altamente evoluti vi sono delle entità spirituali che, pur avendo attinto sulla Luna un grado di sviluppo molto superiore a quello conseguito dagli uomini, non sono progrediti quanto gli Spiriti solari e il Dio Jahve. Anche se non erano ancora in grado di influenzare l’essere umano per mezzo della respirazione, erano tuttavia protesi ad esplicare un’azione su di lui; erano gli Spiriti del fuoco che non avevano compiuto per intero la loro evoluzione. Il loro elemento era il fuoco, e questo elemento era presente nell’uomo solo nel sangue. Di questo dovevano vivere.

Nel corso della sua evoluzione, dunque, l’uomo era posto tre gli Spiriti dell’aria che vivono nel suo respiro, gli Spiriti più elevati che lo compenetrano di spiritualità e gli Spiriti del fuoco che cercavano gli elementi del suo sangue. L’azione che questi Spiriti esplicano nel suo sangue è rivolta contro Jahve. L’opera di Jahve era volta a tenere uniti gli uomini in piccoli gruppi mediante l’amore; egli voleva compenetrarli del sentimento di reciproca appartenenza. Ma se fosse stato presente solo l’amore, gli uomini non sarebbero mai divenuti autonomi, si sarebbero dovuti sviluppare come, per così dire, degli automi dell’amore. Contro tale sviluppo diressero i loro attacchi gli Spiriti del fuoco, ottenendo come risultato la libertà personale dell’essere umano. I piccoli gruppi furono disuniti. Il solo interesse del Dio Jahve era quello di unire gli uomini con l’amore. Egli agiva nel sangue come Dio dell’amore vincolato al sangue. Diversa era l’azione esplicata dagli Spiriti del fuoco. Furono loro a recare all’uomo l’arte e la scienza; si chiamano anche spiriti luciferici. L’evoluzione umana prosegue sotto l’influenza di Lucifero, che apporta agli uomini libertà e sapere. Sotto la guida del Dio Jahve gli esseri umani dovevano essere uniti dal principio della fratellanza tra consanguinei. Verso Lucifero l’uomo è debitore dello sviluppo che lo ha condotto ad essere libero cittadino della Terra. Jahve aveva posto gli uomini nel paradiso dell’amore. Qui apparve lo Spirito del fuoco, il Serpente, nella figura che l’uomo aveva avuto nel passato quando respirava ancora il fuoco, e aprì gli occhi degli uomini su quanto era ancora rimasto della Luna. Quest’influenza luciferica fu percepita come una seduzione. Coloro che erano stati educati nelle scuole esoteriche, però, non considerarono questa illuminazione una seduzione. I grandi iniziati non hanno umiliato il serpente, lo hanno innalzato, come fece Mosè nel deserto (Mosè, 4, 21, 5-9).

Quel che si doveva rivelare nell’umanità, si è manifestato per lungo tempo come amore vincolato al sangue. Parallelamente ha agito lo spirito della saggezza, un principio che doveva preparare qualcosa di diverso. A poco a poco l’amore si estese dai gruppi ristretti a quelli più grandi, dalle famiglie ai popoli. Un caratteristico esempio di questo sviluppo è l popolo ebreo, il quale percepiva se stesso come un gruppo omogeneo e attribuiva a tutti gli altri il nome di Galilei, ossia persone non consanguinee. All’umanità doveva essere dato, oltre all’amore fondato sulla sanguineità, l’amore spirituale, quello che formerà la fratellanza che abbraccerà tutta la Terra. L’epoca in cui l’umanità fui tenuta insieme solo dall’amore parentale, va considerata solamente come un periodo di apprendistato per ciò che doveva venire in seguito. Anche l’azione luciferica, che consistette nel promuovere lo scioglimento dei vincoli restrittivi, è solo una preparazione all’opera di un Uno superiore che doveva venire. Il nome che la scuola esoterica cristiana dava a quest’Uno era quello di “Vero portatore di luce”, “Vero Lucifero”, il Cristo».

In effetti, la Galilea era per gli ebrei גְּלִיל הַגּוֹיִם , g’lil ha-goyím, ossia il Paese dei Gentili. Per gli ebrei, come per i primi cristiani, di stretta osservanza le ‘genti’, i ‘gentili’, erano i pagani. La Galilea era per gli ebrei ‘ortodossi’, un luogo dove genti e sangui diversi si erano mescolati. Per questo, nel Vangelo di Giovanni, 7, 50-52, leggiamo:

«Nicodemo (uno di loro, quello che di notte era venuto a lui) disse loro: La nostra legge giudica ella un uomo prima che sia stato udito e che si sappia quello che ha fatto?. Essi gli risposero: Sei anche tu di Galilea? Esamina, e vedrai che dalla Galilea non sorge profeta».  

Mi sembra che Rudolf Steiner si sia espresso in maniera emblematicamente chiara a proposito della assoluta non identità di Jahve e di Lucifero, anzi che abbia caratterizzato chiaramente la loro mutua opposizione, l’inevitabile lotta tra queste due entità polarmente opposte. Ma nel caso in cui si abbiano residui dubbi, voglio riportare – melius abundare quam deficere – altre parole di Rudolf Steiner. Nel già citato Elementi fondamentali dell’Esoterismo, Editrice Antroposofica, Milano, 2018, (ove correggerò solo il genere di alcune parole sanscrite, e le metterò in evidenza in corsivo), alle pp. 192-194, leggiamo:

«Fu intenzionale, che gli uomini potessero acquisire la conoscenza. Ciò poté essere predisposto solo attraverso il karma primigenio. Il principio luciferico, gli adepti lunari, volevano far evolvere l’uomo sempre più verso la libertà e l’autonomia. Questo viene espresso in modo molto bello nella saga di Prometeo: Zeus non vuole che gli uomini ricevano il fuoco, ma Prometeo dà loro il fuoco, la capacità di evolversi raggiungendo altezze sempre maggiori. In tal modo egli condanna l’uomo al dolore. Ora egli deve attendere l’arrivo di un eroe solare, deve attendere che nella sesta epoca il principio dell’eroe solare renda l’uomo capace di evolversi oltre senza la conoscenza luciferica. Quelli che sono tanto progrediti quanto lo è Prometeo sono eroi solari.

Così abbiamo ottenuto un uomo duplice: uno che si è abbandonato al principio di Jehova di perfezionamento della Terra fisica, e poi l’uomo spirituale, che si evolve ulteriormente. Jehova e Lucifero sono impegnati in una lotta continua. Lucifero vuole trasformare tutto in conoscenza, in luce. Nel devachan l’uomo può maturare ancora un pochino uno di questi princìpi, quello di Lucifero. Egli può svilupparne di più, quanto di più rimane a lungo nel devachan. Egli deve attraversare tante incarnazioni quante sono necessarie, per sviluppare questo principio fino in fondo.

Quindi nel mondo esiste un principio di Jehova e un principio luciferico. Se il principio di Jehova venisse insegnato da solo, l’uomo diventerebbe succube della Terra. Facendo sparire del tutto dalla Terra le dottrine della reincarnazione e del karma, si riconquisterebbero tutte le monadi per Jehova e l’uomo fisico verrebbe lasciato alla Terra. A un pianeta pietrificato. Ma insegnando la reincarnazione e il karma si solleva l’umo, riconducendolo alla spiritualizzazione. Perciò il cristianesimo fece il compromesso più giusto: per un periodo non insegno la reincarnazione e il karma, bensì l’importanza dell’unica vita terrena affinché l’uomo si affezionasse alla Terra fin tanto che fosse stato pronto per un nuovo cristianesimo con la dottrina della reincarnazione e del karma, un cristianesimo che salva la Terra e porta nel devachan tutta la semina. Nel cristianesimo stesso lottano quindi oggi i due princìpi: uno senza la reincarnazione e il karma, l’altro con questa dottrina. Nella prima dottrina verrebbe tolto agli uomini tutto ciò che Lucifero poté provocare. Essi cadrebbero oggettivamente fuori della reincarnazione, voltando le spalle alla Terra; diverrebbero angeli peggiorati. La Terra andrebbe poi incontro alla decadenza. Se sulla Terra vincessero le schiere di Jehova, la Terra rimarrebbe indietro come una specie di Luna, come un corpo irrigidito. Allora verrebbe omesso il dovere della spiritualizzazione. La guerra nella Bhagavad Gita descrive la lotta fra Jehova e Lucifero e le loro schiere. Oggi potrebbe essere ancora possibile che vincesse il cristianesimo senza la dottrina della reincarnazione e del karma. Allora la Terra andrebbe perduta per il principio di Lucifero. L’intera Terra è ancora un campo di battaglia fra questi due princìpi. Il principio che conduce la Terra alla spiritualità è Lucifero. Per vivere conformemente a questo principio, bisogna prima affezionarsi alla Terra, bisogna discendere  sulla Terra. Lucifero è il principe che realizza il suo regno nel campo della scienza e dell’arte. Però egli non può discendere del tutto sulla Terra, non ha forze sufficienti per farlo. Completamente da solo, Lucifero non riuscirebbe affatto a condurre in alto quel che c’è sulla Terra. Per questo non basta la forza di un adepto lunare, ma serve anche quella di un adepto solare che accolga anche la vita che, fra gli uomini, non si manifesta nell’arte e nella scienza. Lucifero viene rappresentato nella figura del drago alato: in Ezechiele come di un toro alato.

Ora venne un eroe solare simile a quelli che sono giunti nell’epoca iperborea, e che Ezechiele descrisse come il leone alato. Questo eroe, che dà il secondo impulso, è Cristo, il leone della stirpe di Giuda. Il rappresentante dell’aquila verrà solo in futuro, e rappresenta il principio del Padre. Cristo è un eroe solare, una natura leonina, un pitri solare».

Portando avanti la sua esposizione, Rudolf Steiner, alle pp. 211-213, aggiunge:

«Quando si avvicina la seconda epoca della quarta ronda terrestre si separa il Sole, e nella terza epoca si separa la Luna. Tutto quello che prima era presente solo sul globo astrale si sviluppa fisicamente, però adesso è articolato in modo da poter accogliere le monadi nel suo corpo astrale che si purifica sempre più. Se l’uomo le avesse accolte prima, insieme alla monade avrebbe accolto in sé manas, buddhi e atma, sarebbe diventato molto saggio, ma la saggezza sarebbe stata una specie di saggezza sognante.

Inizialmente l’uomo non ha alcun potere sul corpo fisico e sul corpo eterico. Inizialmente ha poco potere anche sulle sue passioni provenienti dalla Luna; queste emergono di necessità fino al momento in cui l’uomo inizia la sua epoca terrestre. Se l’uomo avesse semplicemente accolto la monade nell’animalità affinata, non avrebbe potuto sbagliare. Sarebbe diventato come doveva essere nelle intenzioni di Jehova, che voleva dotarlo di tutta la saggezza, ma al tempo stesso configurarlo come una statua vivente. Qui subentrarono glie esseri che sulla Luna si erano evoluti più rapidamente, al di sopra della misura dell’evoluzione lunare: gli esseri luciferici. Lucifero è una potenza che ha per la saggezza un entusiasmo talmente veemente quanto lo è la sensualità per l’animale. L’avidità per lo sviluppo della saggezza: questo è Lucifero. Egli è dotato di tutte le cose che derivano dalla Luna. Se Lucifero avesse accolto l’evoluzione di per sé, sarebbe sorta una lotta fra Lucifero e gli antichi dèi.

L’aspirazione di Jehova era l’organizzazione della forma. Lucifero avrebbe potuto sviluppare nel materiale astrale la passione per la spiritualizzazione prematura. Ne sarebbe conseguita una violenta lotta fra gli spiriti di Jehova e le schiere di Lucifero. C’era il pericolo che grazie a Jehova alcuni diventassero statue viventi e altri, attraverso Lucifero, esseri spiritualizzati troppo presto. Affinché ci fosse la possibilità di trovare materiale per un pareggio, questo materiale bisognava trarlo da qualche altra parte. La loggia bianca, che era appunto all’inizio, per paralizzare la lotta tra Jehova e Lucifero dovette prendere il materiale da un altro pianeta. Questa materia era sostanzialmente diversa dalla materia astrale che era venuta dalla Luna, dalla materia kamica dell’animalità. C’era la possibilità di trasportare materia da altri pianeti: nuove passioni, meno veementi, tuttavia atte all’autonomia. Il nuovo materiale fu preso da Marte. Nella prima metà della nostra evoluzione planetaria fu dunque introdotto del materiale proveniente da Marte. Con l’introduzione del materiale astrale da Marte fu provocato un grandioso progresso.

La cultura esteriore sulla Terra fu data da una parte, impedendo l’indurimento, dall’altra impedendo la spiritualizzazione. Lucifero si avvalse del supporto di quel che fu dato dalle forze di Marte. L’elemento nuovo sulla Terra si designa come “Marte”. Così fu fino a metà dell’epoca atlantica. Qui si pose ancora una volta una nuova questione. L’uomo aveva accolto in sé la saggezza, ma, in seguito, alla saggezza da sola non sarebbe stato possibile venire a creare la forma. Per mezzo di Lucifero si sarebbe potuto assemblare il regno minerale, ma Lucifero non potrebbe dargli vita. L’uomo non avrebbe mai potuto dare la vita sotto l’influsso delle altre potenze. Perciò dovette venire un dio solare, un’entità più elevata di Lucifero. Entità di tal genere erano i pitri solari. Il più progredito di questi è il Cristo. Come Lucifero rappresenta l’elemento del manas, così il Cristo rappresenta l’elemento della buddhi.

I corpi astrali umani dovettero ricevere anche un terzo impulso. Questo fu portato da Mercurio. Cristo unisce il suo potere a quello di Lucifero. Ora, volendo trovare nelle altezze la via verso gli dèi, si ha bisogno del messaggero degli dèi, Mercurio. Egli è colui che, a partire dalla metà dell’epoca atlantica, preparò la via del Cristo, per poter entrare in seguito nei corpi astrali che hanno accolto l’elemento mercuriale».

Come si può evincere da quanto precedentemente esposto da Rudolf Steiner, non è affatto cosa semplice – né è lecito affrontarla semplicisticamente o con faciloneria – giungere a comprendere a fondo entità spirituali come Jahve e Lucifero, la loro rispettiva azione diversa e contrapposta, il loro diverso rapporto con l’impulso del Logos Solare, con l’impulso del Christo cosmico. Il completamento della descrizione – forzatamente parziale, perché moltissimo, negli anni, fu detto da Rudolf Steiner, e che troviamo disseminato nelle centinaia di volumi della sua immensa Opera Omnia – ci mostrerà, con assoluta certezza, l’errore compiuto da Orao nell’identificare entità spirituali radicalmente diverse, polarmente opposte, e cosmicamente antagoniste, reciprocamente avverse. Questo esigerà, prima di affrontare altri problemi, che io completi questa descrizione nella quinta parte di questo articolo, che vengano corretti errori che hanno effetti che non possono venire in alcun modo sottovalutati: effetti di una portata la quale, secondo la parola stessa di Rudolf Steiner, può rivelarsi oltremodo distruttiva per la vita dei singoli e della Comunità spirituale. La portata degli effetti di quei contenuti di pensiero errati, come mostreranno le parole di Massimo Scaligero, e di Rudolf Steiner, è alquanto più vasta sul piano spirituale di quanto molti, purtroppo, non sospettino.

Vorrei rassicurare il volenteroso lettore, che compirà la non lieve fatica di leggere queste pagine, antologicamente appesantite da molte, lunghe, e tuttavia necessarie, citazioni, che chi scrive rivolge il suo esame critico unicamente ai pensieri di Orao, presenti in opere che l’editore ha deciso di rendere pubbliche senza forse averle sufficientemente esaminate e soppesate, assolutamente non nei confronti della figura umana e spirituale della personalità ‘storica’ che si cela dietro tale nome, che chi scrive, per una molteplicità di ragioni, oggi come in passato, sinceramente non si permette di giudicare. L’esaminare tali pensieri ed opere scritte in maniera scientificamente critica – ossia, per dirla col grande Tacito, sine odio et sine amore – e mostrare, là ove lo si rinvenga, l’errore, a mio giudizio, fa parte di quella che Tommaso d’Aquino chiamava ‘correctio fraterna’, che sarebbe auspicabile prendesse sempre più piede, nelle questioni spirituali, e in quelle generalmente umane, al posto della sentimentale, fanatica, adorazione acritica, e della preconcetta, livida, spesso ingiuriosa, calunniosa, e altrettanto acritica avversione.

MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO, VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO

VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. TERZA PARTE.

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Vi è un detto di Aristotele, divenuto famoso nella sua versione latina, che io da sempre ho amato tantissimo. Quel detto del grande Stagirita afferma che: «Amicus Plato, sed magis amica veritas!», ovvero: «Platone mi è amico, ma più amica mi è la verità».

Un detto simile, nella anonima Vita Aristotelis Marciana, è attribuito anche a Platone che, a sua volta, si riferisce al suo amico e maestro Socrate con le parole: amicus Socrates, sed magis amica veritas. Un’espressione analoga si ritrova tramandata nel Fedone, ove nella traduzione latina, leggiamo: «Socrates quidam parum curandus, et veritas plurimum», il che significa: Di Socrate ci si deve occupare un po’, ma della verità molto di più. Platone, Fedone, 91c.

Mentre, Aristotele, da parte sua, così si era espresso: «Pur essendoci care entrambe le cose [gli amici e la verità] è dovere morale preferire la verità». Aristotele, Etica nichomachea, I, 4, 1096a 16. Quindi, Aristotele, nonostante apprezzasse sommamente l’amicizia, per amore della verità, non avrebbe mai rinunciato a criticare quelle dottrine che la mettessero in dubbio.

E se andiamo a leggere quel che Aristotele dice nella Metafisica, IV, 7, 1011b,  trad. di Antonio Russo, troviamo: «È falso, infatti, dire che l’essere non è o che il non essere è; è vero che l’essere è e che il non essere non è. Di guisa che anche colui il quale afferma che una cosa è oppure che una cosa non è, dirà la verità, oppure errerà», Aristotele, vol. I, Mondadori, I Classici del Pensiero, Milano, 2008, p. 771.

Nel Medioevo, Tommaso d’Aquino riprese le affermazioni di Aristotele affermando che «Veritas est adaequatio rei et intellectus», ossia che la verità è l’adeguazione, l’esatta corrispondenza tra la realtà e l’intelletto. Tommaso d’Aquino, La Somma contro i Gentili: Libro primo e secondo, Edizioni Studio Domenicano, 2000 p.46. Anche nella sua Summa Theologica, Quaes. XVI, Art. 1, 3, Tommaso d’Aquino afferma che «veritas est adaequatio rei et intellectus», 

In India, da millenni, il culto della Verità è il dovere, la legge, il dharma, la regola suprema e insuperata, come afferma il detto: satyân nâsti paro dharmah̟, – era il motto dei Mahârâja di Varanasi, adottato poi, a fine Ottocento, dalla Società Teosofica della Blavatsky – che afferma che «non v’è dharma, e principio religioso, più grande di quello di aderire alla Verità». Perché, comunque, come dichiarano i Veda, «La Verità trionferà».

Rudolf Steiner, nella sua Filosofia della Libertà, Linee fondamentali di una moderna concezione del mondo, alla quale dette come sottotitolo Risultati di osservazione animica secondo il metodo delle scienze naturali, chiamò la prima metà – quella relativa alla teoria della conoscenzaLa scienza della libertà. Nel secondo capitolo, L’azione umana cosciente, a p. 24 dell’edizione del 1966, tradotta da Dante Vigevani, in totale armonia con lo Stagirita e l’Aquinate, ma anche con Goethe, così scrive:

«La storia della vita dello spirito è una continua ricerca dell’unità fra noi e il mondo. Religione, arte, scienza perseguono ugualmente questo scopo. Il credente cerca nella rivelazione di cui Dio lo fa partecipe la soluzione degli enigmi universali che gli vengono posti dal suo io, insoddisfatto del semplice mondo dell’apparenza. L’artista cerca di imprimere nella materia le idee del suo io, per riconciliare col mondo esteriore ciò che vive nel proprio intimo. Anch’egli si sente insoddisfatto del solo mondo dell’apparenza, e dentro ad esso cerca di versare quel di più che si cela nel suo io. Il pensatore cerca le leggi dei fenomeni, vuole compenetrare pensando ciò che osservando sperimenta. Soltanto quando siamo riusciti a fare del contenuto del mondo il contenuto del nostro pensiero, ritroviamo il nesso dal quale noi stessi ci eravamo disciolti. Vedremo più avanti che questo scopo si può raggiungere soltanto se il compito dello scienziato viene compreso molto più profondamente di quel che spesso non avvenga».

Ora, l’Antroposofia è ‘scienza’: Scienza dello Spirito. Scienza, non religione, non misticismo. E la scienza è verità: è conoscenza pensante della realtà, non passiva sentimentalità. Su questo punto, Rudolf Steiner è assolutamente chiaro. Infatti, nel primo capitolo, Carattere della Scienza Occulta della sua La Scienza Occulta nelle sue linee generali, Editrice antroposofica, Milano. 1969, alle pp. 31-33, possiamo leggere:

«Il senso da noi attribuito alla parola  «occulto» potrà venire rettamente inteso, tenendo presente ciò che Goethe intendeva esprimere, quando accennava ai «manifesti misteri» dei fenomeni del mondo. Quello che di tali fenomeni rimane «occulto», non manifesto, ove li si consideri soltanto mediante i sensi e l’intelletto ad essi legato, viene qui considerato oggetto della conoscenza soprasensibile. […] In questo senso si parla qui di una conoscenza «scientifica» di fenomeni non sensibili; e di questi fenomeni l’attività pensante dell’uomo vuole occuparsi, come nell’altro caso, essa si occupa dei fenomeni che sono l’oggetto della scienza naturale. La scienza occulta vuole liberare l’indagine scientifica e l’attitudine scientifica (che nel suo campo si limitano si rapporti e ai processi dei fatti sensibili) da questo loro abituale campo di applicazione, pur conservandone le caratteristiche generali di pensiero. Essa si propone di trattare di cose non sensibili allo stesso modo con cui la scienza naturale tratta di quelle sensibili. Mentre la scienza naturale si limita, con i suoi metodi e i suoi procedimenti di pensiero, alla sfera sensibile, la scienza occulta considera il lavoro dell’anima intorno alla natura come una specie di auto-educazione dell’anima, e vuole applicare alla sfera non sensibile ciò che risulta da tale auto-educazione. Essa vuole procedere in modo da non trattare dei fenomeni sensibili come tali, ma del contenuto non-sensibile del mondo allo stesso modo in cui lo scienziato naturalista tratta del contenuto sensibile. Essa conserva del procedimento scientifico l’atteggiamento animico entro tale procedimento, cioè proprio quello per cui la conoscenza della natura diventa scienza. Perciò essa può definirsi «scienza».[…] 

L’elemento animico non vive in quello che l’uomo conosce della natura, bensì nel processo del conoscere. L’anima sperimenta se stessa nel proprio applicarsi alla natura. In questa sua attività essa si conquista in modo vivente qualcosa che va oltre il sapere della natura, cioè uno sviluppo di se stessa sperimentato nella conoscenza della natura. La scienza occulta vuole esplicare quello sviluppo dell’anima in dominii che stanno oltre i limiti della sola natura. Il cultore della scienza occulta non misconosce affatto il valore della scienza naturale, anzi lo riconosce più completamente dello stesso scienziato naturalista. Egli sa che non è possibile fondare una scienza, senza i procedimenti rigorosi della scienza moderna; ma gli è pure noto che questa severa mentalità scientifica, una volta conquistata penetrando nello spirito del pensare scientifico, può venire serbata dalla forza dell’anima ed applicata ad altri dominii».

Subito dopo, alle pp. 32-33, Rudolf Steiner, rispondendo ad una comprensibile obbiezione, pronuncia severe parole ammonitrici, che – come le precedenti – andrebbero ben meditate da parte di chiunque voglia inoltrarsi nella diretta indagine spirituale, e voglia altresì porgere ad altri i risultati di tale propria indagine spirituale:

«È vero peraltro che, così facendo si verifica qualcosa che può lasciare perplessi. Nello studio della natura, l’anima viene guidata molto più strettamente dall’oggetto osservato di quanto non avvenga nei fenomeni non sensibili. In quest’ultimo caso essa deve possedere in misura maggiore, e per impulsi puramente interiori, la facoltà di attenersi all’essenza della mentalità scientifica. Siccome molti credono, che ciò sia possibile soltanto sulla scorta dei fenomeni naturali, essi decidono arbitrariamente che, non appena si abbandoni tale scorta, l’anima debba brancolare nel vuoto con il suo processo scientifico. Ma chi ragiona così non si è reso conto dell’essenza del procedimento scientifico, e forma il proprio giudizio in base alle deviazioni che necessariamente scaturiscono da un non abbastanza solido pensare scientifico diretto ai fenomeni naturali, e malgrado l’anima voglia avventurarsi all’osservazione della sfera non sensibile. In questo caso naturalmente nascono molte chiacchiere non scientifiche intorno ai fenomeni soprasensibili; ma non già perché, per loro natura, non se ne possa trattare in modo scientifico, bensì perché, nel singolo caso in questione, faceva difetto la auto-educazione acquistata mediante l’osservazione della natura.

Chi vuole parlare di scienza occulta deve quindi avere un vigile senso per tutto ciò che di confuso nasce quando ci si occupa dei «manifesti misteri» del mondo, senza una mentalità scientifica». 

La posizione di Rudolf Steiner è chiaramente, e risolutamente, ‘scientifica’; il suo atteggiamento è energicamente ‘anti-mistico’. Infatti, già nelle Osservazioni preliminari alla quarta edizione tedesca, che è del giugno 1913, alle pp. 19-20, così scrive:

«L’autore ha cercato di mostrare che questo sperimentare, sebbene venga acquisito per virtù di mezzi e di vie assolutamente interiori, non ha però un significato soggettivo per il singolo uomo che l’acquista. Dovrebbe risultare da questa descrizione che la singolarità e la peculiarità personale vengono eliminate dentro l’anima, e che si arriva ad uno sperimentare che è del medesimo genere per ogni uomo, la cui evoluzione si svolga in modo giusto attraverso le sue esperienze soggettive. Soltanto quando la «conoscenza dei mondi sovrasensibili» viene da noi concepita con questo carattere, siamo capaci di distinguerla da tutte le esperienze semplicemente di mistica soggettiva ecc. – Di tale misticismo si può dire veramente che più o meno esso è una vicenda soggettiva che riguarda il mistico stesso. La disciplina scientifico-spirituale dell’anima, come qui viene intesa, aspira invece a esperienze obiettive che appunto perciò hanno un valore evidente generale, sebbene la loro verità venga riconosciuta del tutto interiormente».

Per rendere comprensibile quanto dice Rudolf Steiner a proposito del carattere ‘scientifico’, oggettivo, universale, dei risultati dell’indagine spirituale da lui stesso svolta, basti prendere ad esempio la matematica, i cui contenuti aritmetici, geometrici, e algebrici, vengono conquistati, e giungono ad esistenza, nell’individuale attività pensante dell’anima, ma i risultati di una tale attività non hanno affatto carattere soggettivo, e personale, né vengono condizionati dalla individuale ‘colorazione’ psichica e caratteriologica del matematico, anzi hanno valore universale: fuori di ogni collocazione spaziale, e temporale. Se, su un singolo punto, due matematici sono in disaccordo, uno dei due sicuramente sbaglia. Analogamente, all’interno dell’indagine sovrasensibile, se due ricercatori spirituali giungono a risultati divergenti, uno dei due ricercatori – per i motivi metodologici dei quali parlava più sopra Rudolf Steinersicuramente sbaglia, ma le conseguenze spirituali di un tale errore, come avremo modo di constatare dalle parole stesse di Rudolf Steiner, sono ben più gravi che non nel caso di un teorema geometrico, o di un calcolo algebrico, che, sul piano fisico, è pur sempre facilmente verificabile, e correggibile.   

Questa lunga premessa conoscitiva, e soprattutto metodologica, è assolutamente necessaria per bene intendere – e non fraintendere – quanto sarà necessario, nonché doveroso, dire a proposito di quello che è – a mio modesto giudizio – il punto più scabroso e controverso della suddettaopera di Orao. Infatti, quel che possiamo leggere in Resurrezione, va apertamente in rotta di collisione con tutto quanto comunica Rudolf Steiner, come frutto delle sue ‘scientifiche’ investigazioni spirituali. Non si tratta di un evento osservato da punti di vista diversi, e quindi generante prospettive diverse. Si tratta di affermazioni logicamente contrarie; affermazioni dal contenuto opposto, perciò escludentisi reciprocamente: secondo una logica dei contrari, non una logica dei distinti. Ma veniamo al capitolo Formazione degli stati di coscienza, all’ultimo paragrafo del capitoletto Ancora vita sulla Luna, ove, a p. 66, leggiamo:

«Il Sole divenne la nuova dimora degli Dei affinché questi potessero non solo seguire in senso ascensionale la storia dell’evoluzione del mondo, ma anche evolvere essi stessi fino ai gradi loro assegnati. Una loro ulteriore evoluzione richiedeva una nuova dimora: questa fu offerta dal Sole, una volta purificatosi dalle forze della Luna e della Terra distaccatasi. Da fuori, dal Sole, le Gerarchie superiori continuarono ad agire sulla formazione-Terra. A questo momento corrisponde esattamente il distacco del settimo Elohim, Yahweh, che scelse invece la sua dimora sulla Luna. Qui la storia cosmica attraversò un gravissimo pericolo che dalla Terra interessò anche i Cieli».  

Subito dopo questo paragrafo, alle pp. 66-68, vi è un capitoletto intitolato Lucifero. In esso vi sono una gran quantità di affermazioni, assolutamente non condivisibili dal punto di vista dell’antroposofica Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner, il quale a proposito della tesi sostenuta da Orao, si esprime in maniera chiarissima, e assolutamente inequivocabile, in senso contrario alle affermazioni di Orao. Ma affrontiamo subito il primo paragrafo di questo controverso capitoletto:

«La conseguenza della scissione del Sole fu determinante per tutta la storia dell’evoluzione cosmica: si interruppe la comunione fra gli esseri superiori e le creature del mondo circostante, le quali da una superiore condizione di vita, andarono incontro ad una difficile situazione, al pericolo di un arresto progressivo del percorso evolutivo, in quanto le forze della Luna isolate dal Sole rendevano impossibile alla Terra di divenire l’attuale pianeta. Smisurati impulsi all’animalità – sviluppatisi durante il terzo giro solare – avrebbero preso il sopravvento sulla natura inferiore dell’uomo ed ogni ulteriore progresso si sarebbe arrestato a questo punto. Sopraggiunsero allora altri eventi cosmici che riattivarono e guidarono l’evoluzione in una direzione del tutto diversa. Il grande progenitore umano, il Logos, comunicava direttamente con il Cosmo in formazione mediante i sette Elohim – entità sovrumane agenti dal Sole come arti della sostanza cristica, quasi la sua settemplice sostanza, trasmettente al terrestre l’immensa donazione dell’essenza sovrumana, perché dall’inizio dei tempi essa fosse germinalmente inserita nella potenzialità-uomo».

L’opera di Orao, in larga parte di questo suo scritto, è una rielaborazione, spesso una mera parafrasi, pressoché letterale, della Cronaca dell’Akasha di Rudolf Steiner, parafrasi  alla quale Orao ha aggiunte alcune sue personali “considerazioni”, non distinte da quanto comunicato da Rudolf Steiner in quella sua opera. Ma. per rendersi conto della avvenuta alterazione del testo di Rudolf Steiner, è necessario ritrascrivere il testo originale, prendendolo dalla Cronaca dell’Akasha, trad. a c. di Lina Schwarz, Fratelli Bocca Editori, Milano-Roma, 1940-1953, che è, con ogni verosimiglianza, l’edizione utilizzata da Orao, del resto – rispetto al punto che ci interessa – assolutamente concordante con la successiva ripubblicazione fattane dall’Editrice Antroposofica in una serie di successive edizioni che arrivano sino al 2012. Nell’edizione dei Fratelli Bocca, alle pp. 176-177, l’intero paragrafo suona così:

«La conseguenza della scissione del Sole fu una radicale rivoluzione nell’evoluzione dell’uomo e degli altri esseri; questi caddero, in certo qual modo, da una forma superiore di vita, in una inferiore; e ciò fu inevitabile, dacché la comunione diretta con quegli esseri superiori andò perduta per loro. La loro evoluzione avrebbe dovuto arrestarsi in una via senza uscita, se non fossero sopraggiunti altri avvenimenti cosmici che riattivarono il progresso e condussero l’evoluzione in una direzione del tutto diversa. Con le forze che sono attualmente concentrate nella Luna isolata, e che allora si trovavano ancora entro la Terra, un ulteriore progresso sarebbe stato impossibile. Con queste forze non sarebbe potuto sorgere l’umanità attuale, bensì soltanto una specie di esseri nei quali gli affetti: ira, odio, ecc., sviluppatisi entro il terzo grande giro lunare, sarebbero aumentati smisuratamente verso l’animalità».

Ho messo in evidenza in grassetto, nel testo di Orao e in quello di Rudolf Steiner, le parole di significato esattamente opposto. Per scrupolo doveroso, nonché per amore devoto, nei confronti della Verità, sono andato a controllare l’originale testo tedesco di Aus der Akasha-Chronik, herausgegeben von Marie Steiner, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1986, p. 208, e l’intera frase in tedesco suona così:

«Mit diesen Kräften hätte nicht die gegenwärtige Menschheit, sondern nur eine Wesensart entstehen können, bei der die während des dritten großen Kreislaufes, des Mondendaseins, entwickelten Affekte, Zorn, Haß und so weiter sich bis ins maßlose Tierische gesteigert hätten».

Ora, siccome è assolutamente certo che, in tedesco, Kreislauf des Mondensein significhi alla lettera: giro, o cerchio, dell’esistenza lunare, e non solare, è evidente che in questo punto, tutt’altro che secondario, della sua operaOrao ha inteso “correggere” Rudolf Steiner, e lo farà ancor più, e in maniera ancor più grave, nel proseguo del capitoletto intitolato Lucifero. Ma guardiamo subito che cosa, a p. 67, Orao giunge ad affermare – in aperta, e totale, contraddizione con tutta l’opera di Rudolf Steiner – circa la pretesa identità, che – a suo dire – vi sarebbe tra Lucifero e Jahvè, o Jehova:

«Quando il Sole si scisse, queste entità si trasferirono sul Sole e da lì agivano sul terrestre, ancora permeato dalla Luna. Nel momento in cui anche le forze lunari dovettero staccarsi dalla Terra, uno dei sette Elohim, Yahweh, si ribellò, rifiutando di lasciare il dominio della Luna, anzi pretendendo di lasciar permeare parte di queste forze il terrestre. Egli portava in sé forze solari capaci di trasmigrare fra Luna e Terra, fra Luna e Sole, per questo quale entità regolare, presiedeva a tutto l’evolversi dei regni della natura, fino allo stadio prima della condensazione terrestre, e tale funzione mantenne per sé. Inoltre scelse quale campo d’azione entro l’uomo l’ultimo corpo che egli aveva formato: l’astrale».

Ora, di fronte a simili affermazioni, come non ricordar le parole che Dante rivolge a Virgilio:

Vedi la bestia per cu’ io mi volsi; / aiutami da lei, famoso saggio, / ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi. (Inf. I, vv. 89-90).

In effetti, una cotanta drastica affermazione dantescamente fa veramente «tremar le vene e i polsi», soprattutto ricordando le ultime parole della rosicruciana Fama Fraternitatis, in Allgemeine und general Reformation, Cassel, Wessel,  apparsa in Germania nel 1614, che termina appunto con le emblematiche parole: Sub umbra alarum tuarum, Jehova, ovverossia: All’ombra delle tue ali Jehova. La Fama Fraternitatis, sempre nel XVII secolo, venne tradotta in inglese dal rosicruciano Eugenius Philalethes, il ‘Nobile o Ben Nato Amante della Verità’  ossia il gallese Thomas Vaughan, col titolo The Fama Fraternitatis, or a Discovery of the Fraternity of the Most Noble Order of the Rosy Cross, translated from German by Thomas Vaughan in 1652. Il Vaughan, del quale possiedo tutta l’opera, è per noi importante perché fu il primo che intitolò un libro – il suo primo scritto – Anthroposophia Theomagica, pubblicato nel 1650, nel quale appare per la prima volta nel titolo il termine Antroposofia, ideato più di un secolo prima da Enrico Cornelio Agrippa, il grande discepolo dell’abate Tritemio.

Il motto rosicruciano riprende le parole del Salmo 16 della Vulgata di Girolamo, il 17 della Bibbia ebraica e di quella valdese, che, ai versi 8-9, in latino dice: A resistentibus dexterae tuae custodi me. Sub umbra alarum tuarum protege me, a facie impiorum qui me afflixerunt, parole che il Diodati così traduce: Guardami come la pupilla dell’occhio, nascondimi sotto l’ombra delle tue ale, d’innanzi agli empi che mi disertano. Ombra, che allude alla occulta, spirituale, ‘invisibilità’ dell’Ordine, o Fraternitas, dei Rosacroce.

Se, poi, andiamo a leggere quel che comunica Rudolf Steiner nella terza conferenza, La missione della Terra, del ciclo di Amburgo su Il Vangelo di Giovanni, Trad. di Willy Schwarz, L’editrice Scientifica, Milano, 1956, alle pp. 45-46, troviamo qualcosa di estremamente diverso, anzi di assolutamente opposto a quanto afferma Orao:

«Come l’uomo abita la Terra e si appropria gradualmente dell’amore, così il Sole è abitato da altre entità superiori, perché il Sole ha raggiunto un grad superiore dell’esistenza. L’uomo è abitante della Terra; cioè un essere che deve appropriarsi l’amore durante l’esistenza terrestre. Un abitante del Sole, al tempo nostro, significa un essere capace di accendere l’amore, di effonderlo. Gli abitanti della Terra non saprebbero sviluppare amore, né accoglierlo, se gli abitanti del Sole non inviassero loro la matura saggezza, insieme ai raggi della luce. In quanto la luce solare affluisce sulla Terra, qui si sviluppa l’amore: questa è una verità del tutto reale. Le entità tanto elevate da poter irradiare l’amore hanno eletto il Sole a loro dimora.

Quando fu compiuta l’evoluzione lunare, esistevano sette entità siffatte evolute al punto da saper irradiare amore; e qui sfioriamo un profondo mistero, che la scienza dello spirito ci svela. All’inizio dell’evoluzione terrestre esisteva l’uomo ancora bambino, che doveva accogliere l’amore ed era pronto ad accogliere l’io; d’altra parte, nello stesso momento, abbiamo il Sole, che si era scisso dalla Terra per salire ad un’esistenza superiore. Sul Sole potevano svolgere la loro attività sette Spiriti di Luce principali, ch’erano al tempo stesso gli Spiriti donatori dell’amore.. solo sei di loro presero dimora sul Sole; e ciò che affluisce nella luce solare fisica contiene in sé le forze spirituali d’amore, appunto si quei sei Spiriti di Luce: i sei Elohim, che troviamo menzionati nella Bibbia. Uno dei sette, invece,  si separò dagli altri, per il bene dell’umanità, ed elesse a propria dimora  non il Sole, ma la Luna; e quest’uno degli Spiriti di Luce, che rinunziò volontariamente all’esistenza solare e si prescelse la Luna, non è altri che colui che l’Antico Testamento chiama Jahve o Jehova. Quell’uno che prese dimora sulla Luna fece fluire appunto dalla Luna sulla Terra la saggezza matura, preparando così l’avvento dell’amore. Ed ora, fate attenzione a questo mistero che sta dietro alle cose».

Questo testo di Rudolf Steiner – nel quale ho fatto solo alcune piccole correzioni ortografiche (le maiuscole un po’ trascurate in tipografia dal proto), ed ove ho messo in evidenza in grassetto quel che mi premeva rilevare – dice, in maniera evidente, l’esatto contrario di quanto affermato da Orao nella citazione da me sopra riportata. Quelle che leggiamo nel suo libro Resurrezione sono parole chiare, che non possono in alcun modo essere equivocate. Infatti, nel proseguo della citazione sopra riportata, parlando di Lucifero, da Orao identificato con Jahve, alle pp. 67-68, leggiamo:

«Quasi si innamorò dell’affettività di cui l’uomo avrebbe potuto disporre, di ogni impulso che l’uomo avrebbe potuto sprigionare verso i suoi simili: forze dell’anima futura, di cui all’uomo avevano fatto dono gradualmente, da Saturno in poi, le Gerarchie superiori ed in modo speciale gli Spiriti della Forma che, attraverso la prima condensazione fisica, avevano stabilito il primo collegamento fra il corpo fisico e l’astrale. Lucifero, o Yahweh, abbandonato nella luna a tutta prima isolata, traspose queste residue forze lunari entro il terrestre in formazione e qui assunse il dominio dell’astrale umano, del primo corpo sottoposto nell’uomo alla direzione dell’Io-Cristo. Recava in sé, quale entità solare, l’impulso all’indipendenza, all’autonomia: egli era stato l’Elohim intessuto della libertà solare, della luce infinitamente erompente come riflessità della vera luce del mondo, quindi dalle forze della Luna continuò ad emanare la sua azione regolare per il complesso sviluppo del mondo. Ma quando, precipitato dai Cieli sulla Terra, prese dimora nell’astrale umano, ne appannò la lucentezza stellare, catturando questa per sé, in cambio promettendo all’uomo, diveniente sempre più consapevole, il dono dell’indipendenza, della libertà, del suo aspirare al cielo, della sua nostalgia del divino mondo perduto, in séguito al suo essere stato esiliato dalle sedi superne. Lucifero diede all’uomo tutto quanto potesse separalo dall’azione dell’Io autonomo, divinizzato dal nucleo-Cristo che lo animava e lo rendeva agente nella struttura superiore umana».

Anzitutto, è da sottolineare il fatto che, dal punto di vista della Scienza dello Spirito, né Lucifero, né Jahve, sono liberi. Infatti, come ebbi modo – basandomi rigorosamente sulle comunicazioni di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero – di scrivere in articoli passati, nei quali parlavo della figura luminosa e tragica di Prometeo, e del prometeico idealismo magico di Rudolf Steiner, il còmpito e lo scopo che l’Assoluto assegnò alle Gerarchie nel ‘Concilio degli Dèi’ fu proprio quello di portare ad esistenza nell’Universo la libertà. Quella libertà che gli Dèi stessi non possedevano, fu il motivo della creazione dell’Uomo. L’Uomo, Mèta delle Gerarchie – come afferma Rudolf Steiner nelle Massime antroposofiche – è colui che realizzerà, e porterà ad esistenza Autocoscienza, Libertà, e Amore. Gli Dèi attendono – nostalgicamente attendono – dall’Uomo, ch’egli prima realizzi, e poi porti loro in dono Autocoscienza, Libertà, e Amore. Infatti, si ama perché si vuole amare, non perché si è costretti ad amare, o perché non se ne può fare a meno. Si ama veramente, perché si è liberi, perché liberamente si vuole amare. Ma si è veramente, e non illusoriamente, liberi, solo e unicamente se si è autocoscienti. Gli Dèi hanno Coscienza sovrasensibile, ed illimitata Sapienza, ma non hanno Autocoscienza: questa l’attendono dalla realizzazione della quale l’Uomo sarà autore. Gli Dèi hanno infinita Potenza, ma non sono liberi: attendono la libertà dalla realizzazione che l’Uomo saprà inverare: realizzazione che non è fatale. Deità altissime come i Serafini sono ardenti d’Amore, amano, ma non liberamente: essi sono amore, ma non sono liberi di amare o non amare. Solo l’Uomo è virtualmente, potenzialmente, libero: sta a lui inverare, realizzare, effettivamente la libertà. In questo, vale l’ammonizione di Massimo Scaligero: il Bene è l’idea che si attua, il Male è l’idea che non si attua.

Jahve è la Legge: la Legge – la Torah – che Mosè ricevette sul Sinai e che dette come regola assoluta al popolo ebraico. Ogni qualvolta gli ebrei trasgredivano i Dieci Comandamenti, e i 613 Precetti della Legge, trascritta nel Pentateuco, nei cinque libri della Torah mosaica, l’ira di Jahve si abbatteva fulminea e vendicatrice sul popolo ebraico. Jahve è la Legge dell’Antico Testamento, non la libertà. Lucifero, a sua volta, è la ribellione, ma non è la libertà: egli è istigatore alla libertà nell’uomo, ma non è libero lui stesso. Lucifero, come Ostacolatore dell’uomo, esegue un còmpito che gli è stato assegnato, e al quale non può sottrarsi: un còmpito, una funzione, alla quale egli è costretto, e che svolge con l’impersonalità delle forze della natura, in maniera tutt’altro che libera. Jahve e Lucifero sono forze antagoniste, forze contrarie, che svolgono nell’economia spirituale dell’Universo, il ruolo loro assegnato in funzione della possibile – non fatale – realizzazione della libertà da parte dell’Uomo. Sono entità e forze polarmente antagoniste, entità tra loro fatalmente, e tragicamente nemiche; non la stessa forza, e non la stessa entità spirituale.  

Quello di Orao è un errore ben grave, e tenuto conto che la sua affermazione è una delle idee principali, attorno alla quale ruota l’intero suo libro, le conseguenze conoscitive e morali, che ne può trarre un attento ricercatore spirituale, come vedremo dalle parole stesse di Rudolf Steiner, non possono essere altro che drammatiche e tragiche. Ma voglio proseguire la trascrizione della citazione, tratta dalla terza conferenza sul Vangelo di Giovanni, che avevo più sopra interrotta:

«La notte appartiene alla Luna e molto di più le apparteneva in quel tempo antico, quando l’uomo non poteva ancora ricevere dal Sole la forza dell’amore, quando non era ancora in grado di riceverla nella luce diretta. Allora riceveva nella luce lunare la forza riflessa della matura saggezza. Questa gli affluiva con la Luna ci riflette di notte la forza del Sole; la sua luce è la stessa che promana dal Sole. Così Jahve nel tempo antico rifletteva la forza della saggezza matura, la forza dei sei Elohim, infondendola nottetempo negli uomini addormentati e preparandoli a saper sviluppare più tardi, a poco a poco, la forza dell’amore anche durante la coscienza diurna di veglia. […] Durante la notte, il corpo astrale e l’io sono fuori del corpo fisico e dell’eterico; l’io si trova interamente nel mondo astrale, mentre il corpo astrale è appena immerso da fuori entro il corpo fisico, ma in modo che essenzialmente si trova tuttavia adagiato nell’elemento divino-spirituale. In queste condizioni il Sole non può agire direttamente sul corpo astrale dell’uomo per accendere in esso la forza dell’amore; agisce invece la Lina che riflette la luce solare, per mezzo di Jahve. La Luna è il simbolo di Jahve e il Sole non è altro che il simbolo del Logos, il quale è la somma degli altri sei Elohim. Questa figura [HdP: qui Steiner allude alla figura a p.47 del testo] disegno c jpgsulla quale potrete  studiare e meditare, vuole soltanto alludere simbolicamente a questi rapporti. E se vi concentrerete i vostri pensieri, scorgerete i profondi misteri che vi sono rappresentati: come, cioè, per lungo tempo Jahve abbia coltivato l’amore entro la coscienza notturna, a insaputa di questo. Così l’uomo è preparato a poter sentire, a poco a poco, il Logos stesso, e la forza del suo amore».

Come si può vedere, Rudolf Steiner non parla mai, come invece fa Orao, di una azione di ‘ribellione’, e non parla affatto di una ostacolatrice ‘opposizione’,  di Jahve nei confronti degli altri sei Elohim, e del Logos solare, anzi parla esplicitamente di un grandioso,  più volte millenario millenario, ‘sacrificio’ nel caso del suo scegliere come dimora l’attuale Luna, distaccata dalla Terra: ‘sacrificio’ compiuto proprio per contrastare le conseguenze della ‘seduzione’ luciferica, la quale comportò l’espulsione dell’uomo dalla paradisiaca condizione dell’Eden, e la sua progressiva discesa nella sempre più densa materialità terrestre. Su questo punto, Rudolf Steiner è assolutamente esplicito. Del resto, Rudolf Steiner, nel corso delle sue conferenze, molte volte collegò esplicitamente il nome di Jahve col nascente Io umano. Infatti,  nella di Das christliche Mysterium, Il Mistero Cristiano, GA-97, 3. Auflage, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1998, nella conferenza Das Vaterunser, Il Padre Nostro, tenuta a Karlsruhe, il 4 Febbraio 1907, a p. 106, leggiamo: 

«La scienza occulta ebraica ha chiamato questo Io il nome inesprimibile di Dio. «Jahve» non significa altro che «Io sono». Qualsiasi interpretazione una scienza esteriore possa dare, in verità esso significa «Io sono» – il quarto arto dell’entità umana».

Se andiamo a leggere le conferenze che Rudolf Steiner tenne a Parigi nel 1906, e trascritte da Édouard Schuré, pubblicate in italiano – ammoderno, secondo l’uso attuale, soltanto l’ortografia di alcuni nomi e di alcune espressioni – col titolo di Esoterismo Cristiano, Lineamenti di una cosmogonia psicologica, trad. a c. di Bruno Roselli, Fratelli Bocca Editori, Milano, 1940, alle pp. 24-25, troviamo:

«Ogni corpo non è, in verità, che un frammento, una particella di un altro corpo, ma l’io dell’uomo non appartiene che a lui stesso. Io sono io: ecco tutto ciò che egli può dire. È ciò che gli altri chiamano tu; è ciò che non si può confondere con null’altro nell’universo. È per mezzo di questo io inesprimibile e incomunicabile, che l’uomo si eleva al di sopra di tutti gli esseri terrestri, di tutta la creazione, ed è attraverso di esso ch’egli comunica con l’Io infinito, con Dio. Ecco perché nel santuario occulto degli ebrei l’officiante diceva, in certi giorni, al gran sacerdote: Shem hammephoràsh?, ciò che significa: «qual è il suo nome?» (il nome di Dio) – e il gran sacerdote rispondeva: I H V H (iod, , vau, ), o più brevemente iev oppure iof, ciò che significa: Dio, la natura e l’uomo, ovvero: l’inesprimibile io umano e divino».

Mentre, a p. 42, possiamo leggere:

«Gli dei non hanno altro interesse che l’amore degli uomini. Quando Lucifero, sotto forma di serpente, vuole indurre l’uomo a ricercare la scienza, Jehova vi si oppone. Ma Lucifero è un dio decaduto, che non potrà risalire che attraverso l’uomo, ispirandogli il desiderio d’una conoscenza personale; egli si oppone alla volontà di Dio, che aveva creato l’uomo «a propria immagine».

La rosacroce spiega il còmpito di Lucifero nel mondo. Vi torneremo in seguito, limitandoci ora a rilevare questa massima dell’ordine: «Oh uomo, pensa che attraverso te passa una corrente che sale e una corrente che discende».

Nella quattordicesima di queste conferenze parigine, Rudolf Steiner chiarifica ulteriormente, e in maniera preziosa, anche rispetto a quanto leggiamo nella sua Scienza Occulta, il quadro di quel che avvenne nelle origini e, come vedremo, in totale opposizione a quanto scrive Orao. Alle pp. 172-175, le parole di Rudolf Steiner ci comunicano che:  

«Ci si rappresenti il complesso umano senza il corpo fisico: non vi sarebbe necessità di morte; il rinnovamento dell’essere avverrebbe in modo diverso dall’attuale. Parti del corpo eterico e del corpo astrale si rinnoverebbero per mezzo del ricambio, ma il complesso si conserverebbe costante. Intorno ad un centro inalterato, solo le superfici sarebbero il luogo di scambio con l’ambiente esterno. Così avveniva sulla Luna; l’uomo non vi compiva che delle metamorfosi: né nascita, né morte, bensì una incessante trasformazione. Ma in tale stato non era ancora pervenuto alla coscienza. Gli dei che l’avevano formato erano intorno a lui, dietro di lui, non in lui; erano rispetto a lui quel che l’albero è rispetto al ramo, o il cervello alla mano: la mano si agita, ma la coscienza del movimento è nel cervello. L’uomo era un ramo dell’albero divino, e se l’evoluzione della Terra non avesse modificato tale stato, il suo cervello non sarebbe stato che un fiore di quell’albero divino, i suoi pensieri si sarebbero riflessi sullo specchio della sua fisionomia, ma egli non avrebbe saputo nulla dei proprî pensieri; la nostra Terra sarebbe stata un mondo di esseri dotati di pensieri, ma non di coscienza, un mondo di statue animate dagli dei, particolarmente da Jehova.

Che cosa avvenne per cambiare la faccia delle cose e come è giunto l’uomo all’indipendenza?

Quando in una scuola vi sono più classi, vi sono degli allievi che le percorrono tutte ed altri, invece, che non riescono a farlo. Gli dei della natura di Jehova erano in grado di poter discendere nel cervello umano, ma altri spiriti, che sulla Luna facevano parte degli spiriti del fuoco, non avevano ancora compiuta la propria evoluzione e in luogo di penetrare, sulla Terra, nel cervello dell’uomo, si unirono al suo corpo astrale. Tale corpo astrale è fatto di istinti, di desideri, di passioni: è in esso che si rifugiarono quegli spiriti del fuoco, che non avevano raggiunto la mèta sulla Luna; essi ebbero asilo nella natura animale dell’uomo, là dove s’elaborano le passioni, e al tempo stesso dettero a tali passioni uno slancio superiore. Fecero penetrare l’entusiasmo nel sangue e nel corpo astrale. Gli dei della natura di Jehova avevano dato la forma pura e fredda dell’idea, ma fu per quegli altri spiriti, i quali possono chiamarsi luciferici, che l’uomo divenne capace di entusiasmarsi per le idee e di parteggiare appassionatamente in favore o contro di esse. Se gli dei jahvetici hanno modellato il cervello umano, gli spiriti luciferici hanno collegato questo cervello ai sensi fisici, per mezzo delle ramificazioni nervose che fanno capo agli organi sensorî. Lucifero vive in noi da altrettanto lungo tempo che Jehova.

Tutto ciò che passa attraverso i sensi e dà all’uomo una coscienza oggettiva di ciò che l’attornia, egli lo deve agli spiriti luciferici. Se agli dei deve il pensiero, deve a Lucifero di esserne cosciente. Lucifero vive nel suo corpo astrale ed esercita la propria attività nello schiudere i suoi nervi alla sensibilità. Perciò il serpente del Genesi (III,5) dice: «Ma Iddio sa che… i vostri occhi si aprirebbero». Queste parole si debbono intendere alla lettera, perché nel corso dei tempi gli spiriti luciferici hanno aperto i sensi dell’uomo.

La coscienza s’individualizza attraverso i sensi. Senza l’apporto del mondo sensibile, i pensieri dell’uomo non sarebbero che dei riflessi della divinità, degli atti di fede, non di conoscenza. Le contraddizioni tra fede e scienza provengono da questa duplice origine del pensiero umano. La fede si volge verso le idee eterne, verso le idee-madri che hanno i loro prototipi negli dei; la scienza, la conoscenza del mondo esteriore, attraverso i sensi, viene dagli spiriti luciferici. L’uomo è divenuto ciò che è unendo il principio luciferico all’intelligenza divina. È questa fusione in lui di principî opposti che gli dà la possibilità del male, ma nello stesso tempo quello di avere coscienza di sé, di scegliere e d’esser libero. Solo un essere capace d’individualizzarsi ha potuto essere a ciò aiutato da tale opposizione di elementi in sé. Se l’uomo, mentre discendeva nella materia, non avesse ricevuto che la forma datagli da Jehova, sarebbe rimasto impersonale».

Mi sembra chiaro come Rudolf Steiner, non solo non identifichi affatto l’individualità spirituale di Jahve-Jehova con quella di Lucifero, ma che addirittura le ponga in polare contrapposizione, come ponga, macrocosmicamente e microcosmicamente, in totale opposizione l’agire, l’operare, di Jahve-Jehova e quello di Lucifero. Nessun testo dell’opera, orale o scritta, di Rudolf Steiner giustifica minimamente, a tale proposito, le ripetute affermazioni di Orao di una tale errata, totalmente ingiustificata e falsa, identificazione tra Jahve-Jehova e Lucifero. Una tale illegittima identificazione non è affatto, come avremo modo di vedere nella quarta parte di questo mio studio, senza conseguenze spirituali, che non possono non essere estremamente negative, addirittura esiziali.  

MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO, VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO

VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. SECONDA PARTE.

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Incontrai la Scienza dello Spirito nell’agosto del 1969, attraverso l’amico L., il quale, poi, nel 1970, mi fece incontrare Massimo Scaligero. Io venivo dalle Vie orientali – lo Yoga classico, il Buddhismo Mahâyâna, il Chan e lo Zen – e ciò fu occasione di impegnative, accanite, lunghe discussioni con l’amico L., il quale conosceva bene l’Oriente, dal quale si era poi distaccato per cercare un Via “occidentale”, ricerca che lo portò poi ad incontrare la Scienza dello Spirito, e a collegarsi con Massimo Scaligero.

Nelle discussioni che L. ed io avemmo in quell’agitato e accaldato agosto del 1969, egli non fece mai verbo alcuno di una richiesta fideistica, non parlammo mai di religione, né nominò mai il Cristianesimo, né quanto a questo poteva collegarsi. Mi parlò esplicitamente, ed unicamente, della Via del Pensiero Vivente, di una Via scientificamente sperimentale, e sperimentabile da chiunque volesse impegnarsi nell’arduo sentiero della pratica interiore della Concentrazione. Nell’autunno di quell’anno egli ebbe poi modo di passare nella mia Città e, non trovandomi, poiché non mi aveva avvisato della sua venuta, lasciò a casa di un caro amico, che benevolmente mi ospitava nel mio errabondo vagabondare, e mi faceva da “cassetta postale”, due libri di Massimo Scaligero: Rivoluzione. Discorso ai giovani, e La logica contro l’uomo. Questi due libri furono, poi, decisivi per la mia scelta definitiva della Via, e per la successiva mia impostazione nel seguire la Via. In quei libri non vi è nessuna richiesta di un atto fideistico, o religioso, solo la richiesta del coraggio di sperimentare l’empiria rigorosa di una Via radicale, autenticamente rivoluzionaria: l’esperienza del Pensiero Vivente, la Via Regia della Concentrazione.

Anche quando, verso la fine della primavera del 1970, L. mi fece conoscere personalmente Massimo Scaligero, questi non mi chiese atti di fede di nessun tipo, anzi mi disse apertamente: «Tu non ti devi fidare di nessuno. Non devi credere una cosa perché la dico io, o la dice L., o la dicono gli antroposofi: tu devi verificare tutto, verificare ogni affermazione che ti venga fatta». Anche Massimo Scaligero non mi parlò affatto del Cristianesimo, anzi mi invitò ad approfondire il Buddhismo Mahâyâna: in modo particolare la figura e il pensiero di Nâgârjuna, che mi disse essere stato «uno dei primi della Via del Pensiero, come la concepiamo noi». La figura del Christo – il Christo Cosmico, non quello dei teologi – l’avrei poi scoperta da solo, strada facendo: nessuno me l’aveva imposta. Ma sin dall’adolescenza, ho nettamente separata la Sua figura da qualsiasi connessione con le Chiese, e le Confessioni “cristiane”, le quali di christico veramente nulla hanno. In opere fondamentali di Rudolf Steiner come Teosofia, o L’Iniziazione, o I gradi della conoscenza superiore, Una via per l’uomo alla conoscenza di se stesso in otto meditazioni, o La soglia del mondo spirituale e, a fortiori, nelle sue opere “filosofiche”, il Christo non viene neppure menzionato: il che non significa affatto che tutte quelle opere sopranominate non siano “christiche”, anzi! Per cui ho sempre diffidato di quanti volevamo impormi la loro “autorità”, ed esigevano da me ‘atti di fede’, che io non ero, e non sarò mai, disposto a concedere. A questa radicale impostazione di scientificità e di empiria ho cercato, e cercherò sempre, di rimanere fedele. E questo proprio perché la Via del Pensiero è Scienza dello Spirito, è Anthroposophia – ossia Sapienza conquistata a partire da forze umane – e non Teologia, Rivelazione dall’Alto, Fede, Mistica del sentire. Personalmente, non ho nulla contro chi, per un suo legittimo e rispettabilissimo bisogno interiore, si rivolge con fede alla Religione, alla Mistica o voglia seguire le liturgie delle varie Chiese: è una scelta personale, rispettabilissima, che riguarda unicamente quel singolo individuo e che, come tale, in quell’àmbito deve rimanere, ma una tale via non deve essere confusa con la Scienza dello Spirito, la quale in quanto “scienza” è oggettiva, indipendente dai singoli individui, ha valore universale, e non è personale, individuale, soggettiva. Né tantomeno è lecito imporla a chi voglia percorrere la scientifica e rosicruciana Via del Pensiero, ossia a chi voglia coltivare la Scienza dello Spirito nello spirito della Filosofia della Libertà. Di questo è bene che il lettore tenga conto nell’affrontare la disamina che faccio del libro di Orao.

Ora, riprendiamo, completandola, la citazione che si trova a p. 7 di Resurrezione, in parte riportata nella prima parte di questo articolo, ove si può leggere [Hdp: irilievi sono miei] quanto segue:

«I Vangeli sono il primo e l’ultimo testo necessario per l’uomo che si avvia lentamente verso il percorso pensante, verso l’attività autocosciente: quindi una testimonianza da cui estrarre principi e verità. Da quel momento in poi, dall’avvento del Cristianesimo, con il formarsi e diffondersi delle comunità cristiane, Iniziati, mistici e santi composero scritti, lettere ed opere non valevoli come cronaca di avvenimenti, ma come contenuti da cui il pensiero si sarebbe sviluppato, estraendo dalla dimensione metafisica le verità, ossia la realtà della coscienza cristica ormai progrediente di pari passo con l’evoluzione terrestre». 

‘Che i Vangeli siano il primo e l’ultimo testo – addirittura necessario – per chi si avvii verso l’attività autocosciente’ può essere una rispettabilissima opinione personale di Orao, ma, appunto, una sua opinione, e, in quanto tale, personale, soggettiva, e contestabile, perché lo stesso Rudolf Steiner non partì dal Cristianesimo, e dallo studio dei Vangeli. Egli partì dalla scienza positivistica del suo tempo, dalla teoria della conoscenza in filosofia, dallo studio delle opere scientifiche di Goethe, dalle esperienze di Goethe nel campo della morfologia vegetale e animale, dall’ottica e dalla sua teoria dei colori. Partì dalla concezione goethiana del mondo, dal fenomeno puro, dal fenomeno primordiale, e ne trasse le tutte le radicali, necessarie, conseguenze – alle quali neppure lo stesso Goethe, che evitò, non volle mai pensare sul pensare, osò arrivare – che lo  condussero al monismo del pensare, all’individualismo etico, all’idealismo magico, sino alla Filosofia della Libertà. Egli partì dall’esperienza interiormente vissuta, sperimentata, lucidamente esaminata e controllata, del momento originario del pensiero: partì dalla più rigorosa ascesi del pensiero, il quale poteva essere ripercorso dal disanimato momento riflesso risalendo su sino alla sua scaturigine: là dove esso è Pensiero-Folgore, Pensiero Vivente. Egli partì da questa radicale esperienza interiore: non dalla fede, non dai Vangeli. Infatti, sempre nella sua prima conferenza sul Vangelo di Luca, L’Editrice Scientifica, Milano, 1956, pp. 12-13, leggiamo:

«Dobbiamo sempre di nuovo affermare decisamente che l’antroposofia o scienza dello spirito poggia esclusivamente sulle indagini degli iniziati, e che né il vangelo di Giovanni né gli altri vangeli sono le fonti della sua conoscenza. Fonte della conoscenza antroposofica è solo ciò che oggi è possibile investigare senza alcun documento storico. Poi si potrà accostarsi ai documenti storici e cercare di confrontarli con i risultati delle indagini spirituali. Ciò che l’indagine spirituale può scoprire oggi – e sempre – intorno all’evento del Cristo, noi lo ritroviamo espresso in modo grandioso nel vangelo di Giovanni. Ecco perché questo vangelo ci è così immensamente prezioso: perché ci mostra che un individuo sapeva come scrive anche oggi chi è iniziato ai mondi spirituali. Da tempi remoti giunge a noi la medesima voce che può farsi sentire oggi. Anche per gli altri vangeli, incluso quello di Luca, si può dire circa la stessa cosa. Le immagini che Luca ci descrive non sono per noi la fonte della conoscenza dei mondi spirituali; fonte di conoscenza è per noi quanto l’ascesa ai mondi spirituali ci offre di per se stessa. E quando parliamo dell’evento del Cristo, fonte di conoscenza è per noi quel grande quadro di immaginazioni che ci si presenta quando volgiamo lo sguardo ai fatti che stanno all’inizio della nostra èra. Confrontiamo poi quello che ci si palesa in tal modo con le immagini descritte nel vangelo di Luca. Questo ciclo di conferenze ci mostrerà il rapporto fra le immaginazioni che l’uomo attuale può conseguire e le descrizioni del vangelo di Luca .

È infatti vero che per l’indagine spirituale estesa agli eventi del passato vi è una fonte, la quale non risiede nei documenti esteriori. La scienza dello spirito non ha le sue fonti né negli scavi fatti in terra, né nei documenti conservati negli archivi, né nelle cronache di storici più o meno ispirati. Fonte della scienza dello spirito è quello che siamo in grado di leggere noi stessi nella cronaca imperitura, nella cosiddetta cronaca dell’Akascia. Vi è la possibilità di conoscere ciò che è avvenuto, senza alcun documento esteriore».

Proseguendo la lettura di Resurrezione di Orao, troviamo poi un’altra ‘particolare’ affermazione, che coinvolge direttamente la figura dello stesso Rudolf Steiner: un’affermazione sulla quale è bene fare chiarezza, poiché nell’àmbito della Società Antroposofica prima, e in alcune cerchie di discepoli di Massimo Scaligero poi, sono sorte non poche – inverificate, quanto ingiustificate – ‘leggende’, che nel tempo si sono rivelate alquanto tenaci. Ma leggiamo quanto è scritto in un paragrafo, alle pp. 9-10, nel quale metto in evidenza alcune parole:

«Questa è una delle ragioni conclusive per cui lo Steiner, nell’ultimo discorso ai suoi discepoli, congiunge il tema di Lazzaro-Giovanni con quello di Michele; proprio nella solennità di Michele rammenta per l’ultima volta la facoltà resurrezionale ormai posta nell’uomo, indica il lascito ai discepoli presenti e futuri, addita nell’inno finale a Michele il suo rituale di gratitudine al mondo spirituale, in qualità di Bodhisattva e preannunciatore del ritorno del Cristo eterico, iniziatore della nuova Iniziazione per la futura Pentecoste, proprio come accadde in Betania, ove il Cristo rende grazie al Padre appena constata che Lazzaro si solleva dal sepolcro».

Ora, anzitutto, se, per amor di precisione, andiamo a leggere il testo del Vangelo di Giovanni nella Sacra Bibbia, tradotta nel Seicento da Giovanni Diodati, da noi citata già nella prima parte di questo articolo, al Cap. 11, vv. 38-45, ove è giusto mettere in evidenza, per la loro estrema importanza, alcune frasi, che mostrano una diversa dinamica degli eventi, rispetto alla descrizione di Orao, possiamo leggere:

«Laonde Gesù, fremendo di nuovo in se stesso, venne al monumento; or quello era una grotta, e v’era una pietra disposta sopra. E Gesù disse: Togliete via la pietra. Ma Marta, la sorella del morto, disse: Signore, egli pute di già; perciocché egli è morto già da quattro giorni. Gesù le disse: Non t’ho detto che se tu credi, tu vedrai la gloria di Dio? Essi dunque tolsero via da pietra dal luogo ove il morto giaceva. E Gesù, levati in alto gli occhi, disse: Padre, io ti ringrazio che tu mi hai esaudito. Or ben sapeva io che tu sempre mi esaudisci; ma io ho detto ciò per la moltitudine qui presente, acciocché credano che tu mi hai mandato. E detto questo, gridò con gran voce: Lazzaro, vieni fuori. E il morto usci, avendo le mani e i piedi fasciati, e la faccia involta in uno sciugatoio. Gesù disse loro: Scioglietelo, e lasciatelo andare.

Laonde molti de’ Giudei che eran venuti a Maria, vedute tutte le cose che Gesù avea fatte, credettero in lui».

Dal testo del Vangelo di Giovanni, dunque, risulta chiaro che – contrariamente a quanto scrive Orao nella su riportata citazione – Il Christo prima ringrazia il Padre, e solo dopo chiama Lazzaro fuori dalla tomba. A tale proposito il testo greco del Vangelo di Giovanni non lascia dubbi: καὶ ταῦτα εἶπων φωνῇ μεγάλῃ ἐκραύγασεν· Λάζαρε, δεῦρο ἔξω. Le varie Bibbie da me consultate – sia le varie cattoliche, sia quelle valdesi (sempre esattissime queste) tradotte in italiano, a distanza di secoli, da Giovanni Diodati o da Giovanni Luzzi – traducono, tutte, concordemente alla stessissima maniera. Dico questo perché nel testo di Orao, già nelle prime pagine del primo capitolo, intitolato Il Mistero Cristiano, sono numerose le inesattezze, le quali dànno poi luogo, da parte del lettore, ad “interpretazioni”, nonché a “deduzioni”, che si reggono su basi fragilissime, e che non possono, e non devono, essere ignorate, anzi esigono di essere esaminate e confrontate con quanto afferma la Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner.

Nella citazione di Orao, che sto esaminando, vi è poi l’affermazione essere Rudolf Steiner un Bodhisattva, e viene identificato nel corso dell’intera opera col Bodhisattva Maitreya, il quale 5000 anni dopo il Parinirvâna del Buddha Shâkyamuni si realizzerà come Buddha Maitreya, adempiendo, e completando, così la sua più volte millenaria missione in seno all’umanità. Un Bodhisattva, nel Dharma buddhista, è un essere che, nel corso di molte vite, opera nel mondo alla salvazione di tutti gli esseri senzienti, e in particolare degli esseri umani. Egli porta avanti la sua opera salvatrice sino a quando, nel corso della sua ultima vita terrena, consegue l’Anuttara Samyag Sambodhi, ovvero l’insuperata, perfetta, Illuminazione, e diviene così un Buddha, un ‘Risvegliato’, un ‘Illuminato’. Conseguita la buddhità, egli non rinascerà mai più in una vita terrena, in una vita ‘umana’, e continuerà ad agire spiritualmente, per esseri umani e non, da una sfera trascendente.

Il Buddhismo Mahâyâna, a questo proposito, è particolarmente ricco d’insegnamenti, che dovrebbero essere conosciuti da chi segue la Via rosicruciana della Scienza dello Spirito, l’Antroposofia, che Rudolf Steiner ha conquistato e portato nel mondo. Secondo le dottrine del  Mahâyâna, del ‘Grande Veicolo’, un Buddha – dopo la sua estinzione nel Parinirvâna – continua ad agire per la salvezza degli esseri umani, anzi di tutti gli esseri senzienti, creando una ‘Terra Pura’, chiamata in sanscrito Sukhâvatî, in cinese净土 Jìng tǔ, in giapponese, Jōdo, che significano appunto  ‘Terra Pura’, in tibetano  bde ba can, pronunciato devacèn, appunto il Devachan della Scienza dello Spirito.

Massimo Scaligero, in molti suoi incontri, parlò della natura christica del Mahâyâna, e addirittura dell’influsso, positivo, che su di esso ebbero alcuni Iniziati cristiani giunti, già in epoca medievale, in Cina, ove ebbero modo di inserire elementi luminosi di evoluzione christica in quella forma elevata di Buddhismo. E, nel corso delle mie ricerche storiche, ho avuto modo di trovare numerose tracce, ed eloquenti indizi, di una presenza in Asia Centrale, e soprattutto in Cina, della sapiente azione di questi Iniziati: azione i cui effetti si sono prolungati per molti secoli, addirittura per quasi un millennio. Ho trovato abbondanti prove della presenza di comunità cristiane nestoriane, e manichee, della loro fraterna collaborazione con comunità buddhiste mahâyâna e vajrayâna, taoiste, e confuciane, in un mirabile clima di reciproca tolleranza. In effetti si può vedere, per esempio, come una forma estremamente popolare di pratica religiosa sia proprio quella della buddhistica Jìngtǔzōng, o della ‘Scuola della Terra Pura’, basata sulla dottrina dell’Illimitata Compassione, e sulla venerazione del Buddha solare Amitâbha, ‘Infinita Luce’, o Amitâyus, ‘Infinita Vita’, al quale vengono dati i caratteri che in Occidente vengono attribuiti al Logos Solare, e del Bodhisattva Avalokiteshvara, il ‘Signore Compassionevole che guarda in basso’, che in Cina assume aspetto femminile come la ‘pietosa’, ‘compassionevole’, Kuān Shì Yīn, e in Giappone come Kwannon, raffigurata esattamente come lo è in Occidente la divina Vergine-Madre, la Iside Sophia, con tanto di fanciullo in braccio. Si può facilmente verificare come in questa Scuola la pratica della invocazione del Buddha Amitâbha sia, tecnicamente, praticamente identica a quella della preghiera del cuore della Ortodossia greco-slava, che Massimo Scaligero descrive in Meditazione e Miracolo. Ed è un particolare notevole che proprio il mantram del Bodhisattva Avalokiteshvara, della ‘pietosa’, ‘compassionevole’, Kuān Shì Yīn  – conosciutissimo e veneratissimo in tutto l’Oriente buddhista, ov’è tuttora estremamente popolare – sia uno dei mantram che Rudolf Steiner dava ai suoi discepoli nella Scuola Esoterica.

Ora, senza entrare nella complessa – invero profondissima – dottrina mahâyânica della natura dei Bodhisattva, बोधिसत्त्व, ‘Esseri di Illuminazione’, ‘Essenza di Illuminazione’, esaminiamo, sia pure per sommi capi, quel che la Scienza dello Spirito ci comunica circa la natura dei Bodhisattva, e in particolare circa il Bodhisattva Maitreya. Per chiarire natura di questi ‘Esseri d’Illuminazione’, prendiamo le mosse da quel che Rudolf Steiner, nel corso del tempo, attraverso le sue progredienti indagini spirituali, ebbe modo di comunicare a cerchie, dapprima piuttosto ristrette, e poi sempre più ampie, di discepoli della Scienza dello Spirito. In una ‘lezione’ della Scuola Esoterica, e precisamente nella sesta ‘lezione’ da lui tenuta il 1° ottobre 1905, all’interno del ciclo Grundlemente der Esoterik, GA-93a, tradotto in italiano col titolo Elementi fondamentali dell’esoterismo, Editrice Antroposofica, Milano, 2018, ove  alle pp. 53-54, Rudolf Steiner comincia a descrivere l’essenza dei Bodhisattva. Faccio solo un paio di correzioni alla traduzione di Laura Vanelli, perché in sanscrito i termini bodhi, ‘Illuminazione’, e buddhi, nell’Antroposofia ‘Spirito Vitale’, sono di genere femminile, e non maschile:

«Una volta l’uomo era perfetto, e lo diventerà di nuovo. Ma c’è una grande differenza, fra quel che era e quel che sarà. Ciò che si trova all’esterno attorno a lui in futuro diventerà una proprietà spirituale. Ciò che egli ha acquisito sulla Terra, in futuro sarà facoltà umana di essere creativamente attivo. Allora questa sarà la sua più intima essenza. Uno che abbia accolto tutte le esperienze terrene in modo da sapere di ogni cosa come essa possa essere realizzata, e quindi sia diventato un creatore, viene chiamato bodhisattva, cioè un uomo che ha accolto in sé a sufficienza la bodhi, la buddhi della Terra. Allora è maturo per agire a partire dagli impulsi più interiori. I sapienti della Terra non sono ancora bodhisattva. Anche per un sapiente ci sono sempre ancora cose con le quali egli non riesce ancora a raccapezzarsi. Solo quando ha accolto tutto il sapere della Terra per riuscire a creare, egli è un bodhisattva. Buddha, Zarathustra, per esempio erano bodhisattva».

E quel che Rudolf Steiner, alle pagine 54-55, quando ancora si uniformava alla terminologia allora in uso nella Società Teosofica, terminologia dalla quale in séguito si libererà, per plasmarne una conforme alla visione del mondo rosicruciana e antroposofica, aggiunge subito dopo è di estrema importanza, e ci aiuterà a formarci gradualmente una migliore rappresentazione dell’essenza di un Bodhisattva:

«Quando un uomo si evolve ulteriormente, in modo da non essere solo creatore sulla Terra, ma da vere forze che vanno oltre la Terra, è libero di scegliere se utilizzare queste forze oppure se continuare ad agire sulla Terra. Allora da altri mondi può portare qualcosa sulla Terra. Ci fu un tempo così, prima che l’uomo cominciasse ad incarnarsi, nell’ultimo terzo dell’epoca lemurica. L’uomo aveva formato il corpo fisico, il corpo eterico e quello astrale. Queste parti del suo essere le ha portate con sé dalle precedenti evoluzioni della Terra. Il due impulsi successivi, il kama e il manas, non li avrebbe potuti trovare sulla Terra; essi non fanno parte della catena evolutiva della Terra. Il primo impulso nuovo (kama) si poteva trovare come forza solo su Marte. Esso si aggiunse poco prima che l’uomo si incarnasse. Il secondo impulso (manas) venne da Mercurio durante il quinto periodo dell’epoca atlantica, presso i paleo-semiti. Questi nuovi stimoli dovettero essere portati sulla Terra da altri pianeti per mezzo di esseri ancora superiori, i nirmanakaya, Da Marte essi portarono in aggiunta il kama, da Mercurio il manas. I nirmanakaya sono di un grado più elevati dei bodhisattva. Questi possono regolare la continua evoluzione; ma non possono immettere qualcosa di estraneo, lo possono fare solo i nirmanakaya. Ad un gradino ancora più elevato dei nirmanakaya si trovano quegli esseri che vengono chiamati pitri. Pitri = padri. Perché i nirmanakaya possono certamente immettere qualcosa di estraneo nell’evoluzione, ma non possono sacrificare se stessi, sacrificarsi come sostanza, in modo da poter produrre un nuovo ciclo sul prossimo pianeta. Possono farlo i pitri, che si sono formati sulla Luna e che ora sono arrivati oltre; essi sono diventati l’impulso all’evoluzione terrestre. Quando l’uomo avrà attraversato tutto, sarà in grado di diventare un pitri. Il grado successivo, ancora più elevato, sono gli dèi veri e propri.

Così abbiamo dunque sette gradi di esseri: primi gli dèi, secondi i pitri, terzi i nirmanakaya, quarti i bodhisattva, quinti gli uomini puri, sesti gli uomini, settimi gli esseri elementari».

Rudolf Steiner, nel tempo, parlò sempre più approfonditamente natura ed essenza dei Bodhisattva. Anzitutto parlò di essi come di ‘Maestri’ (Meister), e precisò con espressioni solenni e parole estremamente elevate, che il numero dei Bodhisattva era di dodici che, nel loro insieme, formano la ‘Loggia Bianca’ (Weisse Loge), la quale «nella concezione cristiana verrebbe designata come Spirito Santo», come lo «Spirito dei Bodhisattva» (Geist der Bodhisattvas), il «Grande Istruttore» (Großer Lehrer), la «Sorgente della Sapienza Primordiale» (Quelle der Urweiheit), la «la Sapienza universale personificata del nostro mondo», (personifizierte Allweisheit unserer Welt): vedi le sue comunicazioni nella conferenza, tenuta a Vienna, Von Buddha zu Christus, del 14 giugno 1909, nella conferenza tenuta a Berlino il 25 ottobre 1909 sulla Sfera dei Bodhisattva, in Der Christus-Impuls und die Entwickelung des Ich-Bewußtseins, GA-116, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 5. Durchgesehene und erweiterte Auflage, 2006, tradotta in italiano col titolo L’Impulso-Cristo e la coscienza dell’Io, Tilopa, 1994.

In quest’ultima opera, uno dei suoi più belli ed importanti cicli di conferenze, di Rudolf Steiner dice molte cose circa la natura dei Bodhisattva, che non è possibile riportare integralmente in un articolo come questo: tanto varrebbe trascrivere l’intera sua conferenza. Tuttavia, sono importanti alcune sue puntualizzazioni, che solo poche volte furono oggetto di comunicazione da parte sua, circa il mondo al quale appartiene questo ‘Essere di Illuminazione’, il Bodhisattva. Così leggiamo alle pp. 21-22 dell’edizione italiana:

«Nel suo cammino attraverso la vita, l’uomo va dalla nascita, o anche dal concepimento, fino alla morte, poi da questa ad una nuova nascita. Nel procedere verso la nuova nascita egli attraversa, dopo la morte, dapprima il mondo astrale, poi quello che chiamiamo la zona inferiore del mondo devachanico ed infine la sua zona superiore. Se vogliamo usare espressioni occidentali, chiamiamo il piano fisico «piccolo mondo» o «mondo dell’intelletto», l’astrale «mondo degli elementi» [HdP: per l’esattezza, il testo originale tedesco dice: die Welt des Elementarischen, e allude al “mondo elementare”, o degli “elementari”, e non “degli elementi”], il Devachan inferiore «mondo celeste» e quello superiore «mondo della ragione». Dato che lo spirito europeo solo gradualmente progredisce nello sforzo di trovare nella lingua espressioni adeguate a determinate realtà, ciò che è al di là del mondo devachanico – con un’espressione dalla coloritura religiosa – è stato chiamato «mondo della Provvidenza» (i.e. piano della Buddhi). Ciò che si trova ancora oltre, l’antica chiaroveggenza poteva abbracciarlo con lo sguardo ed antiche tradizioni potevano tramandarlo all’umanità; le lingue europee tuttavia non potevano dargli un nome, perché solo oggi il veggente può nuovamente elevarsi ad un tale piano. Al di sopra del «mondo della Provvidenza» v’è quindi un mondo per il quale le lingue europee, onestamente e giustamente, non vi può essere ancora il nome. Questo mondo esiste realmente, ma sta di fatto che il pensiero non è ancora sufficientemente progredito per poterlo caratterizzare: non si può, infatti, trovare un nome qualsiasi per ciò che in Oriente viene solitamente chiamato Nirvana e che si pone al di sopra del «mondo della Provvidenza».

Un uomo, dicevo, tra la morte ed una nuova nascita, ascende al Devachan superiore, o «mondo della ragione». Di lì riesce ad intravedere mondi superiori nei quali egli stesso non giunge: vede che vi operano esseri più alti di lui. Mentre l’uomo trascorre la sua vita nei mondi che vanno dal piano fisico a quello del Devachan, è normale per un Bodhisattva ascendere fino al piano della Buddhi, al piano che in Europa chiamiamo «mondo della Provvidenza». Questa è una parola adatta, poiché il suo compito è guidare il mondo, provvidenzialmente, da un’epoca all’altra. Che cosa succede quando un Bodhisattva attraversa un’incarnazione, come nel caso di Gotama Buddha?

Avendo raggiunto un determinato gradino, il Bodhisattva ascende al piano successivo, al piano del Nirvana. Là è la sua sfera successiva. Con ciò abbiamo caratterizzato la natura di questi esseri, che successivamente diventano dei Buddha per ascendere al piano del Nirvana. Tutto ciò che lavora nell’interiorità dell’uomo, che lo permea, vive in una sfera che si estende verso l’alto, fino al piano del Nirvana. Dall’altro lato opera, fin entro la natura umana, un’entità come il Cristo. Dall’altro lato Egli opera anche fin dentro i mondi nei quali ascendono i Bodhisattva quando lasciano la regione dell’umanità, per apprendere essi stessi quel che devono insegnare agli uomini. È lì che viene loro incontro, dall’altro lato, provenendo dall’alto, l’entità del Cristo. Essi sono, così i discepoli del Cristo. Dodici Bodhisattva circondano un’entità come il Cristo; e non sono più di dodici perché, una volta completata la loro missione, abbiamo esaurito il tempo dell’essere terreno.

Il Cristo è stato fisicamente presente una sola volta ed ha così sperimentato ciò che costituisce discesa, permanenza sulla Terra ed ascesa. Egli proviene dall’altro lato ed è quell’Essere che si pone in mezzo ai Bodhisattva, che lì attingono ciò che devono immettere sulla Terra. Così gli esseri bodhisattvici, tra due incarnazioni, ascendono fino al piano della Buddhi, e fino a questo piano si protende Quegli che viene loro incontro in modo del tutto cosciente, come maestro: l’entità del Cristo. […]

Al Cristo appartengono i dodici Bodhisattva che devono preparare e continuare ad amplificare ciò che Egli, il Cristo, ha immesso come il più grande impulso nello sviluppo della nostra civiltà. A questo punto riusciamo a vedere i dodici ed in mezzo a loro il tredicesimo. Con ciò siamo ascesi alla sfera dei Bodhisattva e penetrati in un cerchio di dodici stelle con il Sole in mezzo: questo Sole le illumina e riscalda, è la fonte di una vita che esse, a loro volta, devono far fluire sulla Terra. Come si presenta sulla Terra l’immagine di ciò che avviene lassù?

Di questa immagine proiettata sulla Terra possiamo dire: il Cristo vissuto sulla Terra ha portato cotanto impulso all’evoluzione terrena; i Bodhisattva avevano il compito di preparare l’umanità a questo impulso e, inoltre, di amplificare il dono del Cristo nell’evoluzione terrena. Ciò si presenta sulla Terra come un’immagine del Cristo al centro dello sviluppo terreno, i Bodhisattva come suoi precursori e successori, con il compito di avvicinare l’umanità al suo operare.

Un certo numero di Bodhisattva doveva così svolgere tra l’umanità un’opera di preparazione, affinché essa divenisse matura per accogliere il Cristo. Ora, l’umanità, divenuta matura per accogliere il Cristo in sé, non è altrettanto matura per riconoscere, sentire e volere tutto ciò che il Cristo è. E tanti Bodhisattva sono stati necessari per preparare la venuta del Cristo, quanti ora sono indispensabili per recare all’umanità ciò che, mediante il Cristo, doveva penetrare in essa. Nel Cristo, infatti è contenuto così tanto che forze e facoltà degli uomini devono crescere sempre di più per poterlo comprendere interamente. Con le attuali facoltà Egli è comprensibile solo in minima parte. Facoltà superiori sorgeranno nell’umanità e con ogni nuova facoltà vedremo il Cristo in una nuova luce. E solo quando l’ultimo dei Bodhisattva appartenenti al Cristo avrà svolto la sua opera, l’umanità potrà percepire che cosa sia il Cristo; allora essa sarà animata da una volontà il cui il Cristo stesso vivrà. Il Cristo penetrerà negli esseri umani attraverso il pensare, il sentire, il volere: l’umanità sarà l’impronta esteriore del Cristo sulla Terra».

Quanto all’essenza stessa dei Bodhisattva, Rudolf Steiner rivela che essi non sono uomini, che furono uomini, ma che essi hanno superato, lasciato dietro di sé il grado umano, da loro sperimentato sull’Antica Luna, ossia sull’Antica Luna essi sperimentarono la chiara coscienza dell’Io, così come noi, in altre, e ben diverse, e più difficili, condizioni la sperimentiamo oggi sulla nostra Terra. Rudolf Steiner, nelle sue comunicazioni, rivela che come il Christo, in quanto Logos Solare, è la “sintesi” dei sette Elohim solari, così lo Spirito Santo è la “sintesi” dei dodici Bodhisattva. Ed esprime il rapporto tra il Logos Solare e lo Spirito Santo, quindi anche tra il Christo e i dodici Bodhisattva, nella meravigliosa immagine – una autentica immaginazione occulta – che troviamo nella conferenza da lui tenuta a Monaco il 9 gennaio 1912, che ha per titolo Io cosmico e Io umano. Entità sovrasensibili microcosmiche. La natura del Cristo, e che fa parte del già citato ciclo Il Cristianesimo esoterico e la Guida spirituale dell’umanità, GA-130, purtroppo solo parzialmente tradotto e pubblicato dalla Editrice Antroposofica, Milano, 2012, pp. 119-120:

«Da quanto è stato detto, si può rilevare che non è tanto semplice comprendere l’evoluzione del Cristo  entro la Terra, poiché in certo modo è giustificata l’obiezione secondo cui spiriti particolari, spiriti luciferici, conducono a principi più elevati, benché microcosmici. Nel passato lo espressi in questo modo: Il Cristo è come un punto centrale, dove l’essere agisce tramite la propria azione, dove l’essere agisce attraverso ciò che è realmente. Attorno al Cristo stanno seduti i dodici bodhisattva del mondo, irradiati da quanto il Cristo emana, i quali innalzano a più alti princìpi quanto ricevono, nel senso di una elaborazione della saggezza. A tal proposito s’incorre in molti errori riguardo all’entità del Cristo, se non si ha ben chiaro che si tratta bensì del quarto principio del Cristo [HdP: il principio dell’Io], ma del quarto principio macrocosmico e che, pur essendovi la possibilità che si sviluppino princìpi più elevati, questi sono soltanto princìpi microcosmici, di entità non pienamente evolute sull’antica Luna, di esseri che per la loro natura sono superiori all’uomo essendosi evoluti già durante l’evoluzione lunare, dove hanno sviluppato quanto l’uomo deve ancora sviluppare sulla Terra».

Per molti anni, poi, Rudolf Steiner parlò del Bodhisattva che succedette al principe Siddhartha Gautama, allorché questi divenne il Buddha Shakyamuni, ossia del Bodhisattva Maitreya. Ora, sarebbe troppo lungo riportare in un articolo come questo tutto quanto Rudolf Steiner comunica disperso nella sua immensa opera, edita e inedita, sul Bodhisattva Maitreya, sul futuro Buddha Maitreya. Tuttavia, è da sottolineare la concordanza della comunicazione, in più occasioni, fatta da Rudolf Steiner con la tradizione buddhista, ossia che 5000 anni dopo il Parinirvâna del Buddha Shakyamuni, il Bodhisattva Maitreya si sarebbe realizzato anche lui come Buddha, ed avrebbe insegnato l’Illimitata Compassione. Rudolf Steiner parla, altresì, in molte conferenze, della manifestazione ‘umana’, o meglio della ‘manifestazione nell’umano’ del Bodhisattva Maitreya, ossia di Jeshu Ben Pandira, il Maestro degli Esseni, che nel primo secolo avanti Christo annunciò profeticamente l’incarnazione del Logos Solare, dell’atteso Messia del popolo ebraico, e che per il suo annuncio, e il suo insegnamento, morì martire dell’intolleranza della casta gelosa custode di una esanime e cristallizzata ortodossia ebraica.  

Nel caso dei Bodhisattva è giusto parlare di ‘manifestazione nell’umano, e non di vera e propria ‘incarnazione’, perché il Bodhisattva, come entità spirituale, nelle varie sue vite terrene, pervade – ossia si ‘incorpora’, per fare una precisa distinzione, più volte sottolineata dalla stessa Marie Steiner – l’umano solo fino al corpo eterico, mentre si ‘incarna’ completamente nel corpo fisico unicamente nell’ultima vita terrena, nella quale egli è destinato a divenire un Buddha. Non sempre gli antroposofi hanno saputo cogliere la distinzione tra ‘incorporazione’ e vera e propria ‘incarnazione’, così come non sempre hanno saputo distinguere tra la ‘ispirazione’ che un’entità spirituale qualsiasi, e nel nostro caso il Bodhisattva, opera nei confronti di una o più individualità umane, le quali coscientemente si fanno portatrici dell’influenza, e dell’insegnamento, di quella entità spirituale, e nel caso specifico che ci interessa, del Bodhisattva.

Rudolf Steiner, nelle sue ‘lezioni’ nell’àmbito della prima Scuola Esoterica, più volte affermò che quella o quell’altra ‘lezionenon stava sotto la sua responsabilità, e che attraverso lui parlavano i ‘Maestri della saggezza e dell’Armonia dei Sentimenti’, dei quali egli parlava sempre con infinita venerazione, e in particolare il Maestro Gesù, ossia Zarathustra, o Mani, o Christian Rosenkreutz, o lo stesso Bodhisattva Maitreya. Ma l’incapacità di distinguere tra ‘ispirazione’, ‘incorporazione’, e vera e propria ‘incarnazione’, ha portato molti antroposofi, ed anche alcuni amici della cerchia dei discepoli di Massimo Scaligero, a ritenere che Rudolf Steiner fosse il Bodhisattva Maitreya. Cosa che – stando a quanto è stato più sopra riportato, sia pure in forma forzatamente sommaria, circa la natura e l’essenza dei Bodhisattva, e conoscendo la storia umano-cosmica di Rudolf Steiner – è da escludere. Hella Wiesberger – sempre estremamente rigorosa e asciutta nel suo pensare e parlare – in vari colloqui con me, per indicare l’ispirazione che Rudolf Steiner riceveva in particolari momenti da Zarathustra, dal Bodhisattva Maitreya, o da altre elevate individualità spirituali, usò la calzante espressione ‘adombriert’, ossia ‘adombrato’.

Rudolf Steiner parlò più volte del ‘portatore umano’, ossia dell’individualità che veniva pervasa sino al corpo eterico da parte dell’incorporantesi Bodhisattva Maitreya, ossia dell’individualità di Jeshu Ben Pandira, il Maestro degli Esseni. Ne parlò in modo particolare, tra l’altro, nella conferenza, tenuta a Berna, del 10 settembre 1911, all’interno del ciclo sul Vangelo di Matteo. Poiché, già allora, cominciavano fraintendimenti da parte di vari antroposofi, i quali lo ritenevano essere Jeshu Ben Pandira, e il Bodhisattva Maitreya, Rudolf Steiner – al fine di tagliar corto con simili ciance, da lui definite ‘Spekulationen’ – affermò chiaramente a coloro che lo interrogavano: «Ich bin es nicht!», ossia «Non lo sono!». E vi è, a tale proposito, una testimonianza preziosa: quella di Günther Wagner (1842-1930). Questi era il fondatore della fabbrica dei prodotti Pelikan, e sin dal 1895 aveva aderito alla Società Teosofica di H. P. Blavatsky. Appena Rudolf Steiner divenne segretario della Sezione Tedesca, Günther Wagner si collegò con lui, e fu uno dei primi ad aderire alla sua Scuola Esoterica. Rudolf Steiner lo definiva ‘Senior’ della Società Teosofica, poi Antroposofica, e lo teneva in grande stima. Quindi la sua testimonianza ha per noi particolare valore. Egli testimoniò apertamente il fatto che Rudolf Steiner gli disse di non essere lui stesso il Bodhisattva Maitreya, «dass er selber nicht der Bodhisattwa sei». Abbiamo, altresì, la testimonianza di Walter Vegelahn, stenografo di molte sue conferenze, il quale ci ha trasmessa la dichiarazione di Rudolf Steiner che «es habe seine Individualität mit Jeshu ben Pandira nichts zu tun», ovvero che «la sua individualità non aveva nulla a che fare con Jeshu Ben Pandira». Un’ulteriore, importante testimonianza l’abbiamo da Friedrich Rittelmeyer, il fondatore della Christengemeinschaft, ossia della Comunità dei Cristiani, al quale Rudolf Steiner, nell’estate del 1921, comunicò circa l’azione del Bodhisattva Maitreya – comunicazione da Rittelmeyer riportata in un manoscritto diffuso come dattiloscritto, e recante il titolo di Gespräche mit Rudolf Steiner, Colloqui con Rudolf Steiner – che «Wenn wir noch 15 Jahre leben, können wir etwas davon erleben …», ovvero che «Se vivremo ancora quindici anni, ne potremo venire a conoscere qualcosa». Documentazione a proposito di questo spinoso problema, che per decenni ha prococato accese discussioni nel milieu antroposofico di lingua tedesca, è possibile reperrla in Der Europäer Jg. 14 / Nr. 12 / Oktober 2010. Il problema è di enorme importanza e sarà necessario ritornarci sopra più approfonditamente, meno di sfuggita, come sono costretto ora a fare in questo articolo. Appare evidente come da queste documentate testimonianze – oltre che dallo studio dell’opera di Rudolf Steiner –  la conclusione che l’affermazione di Orao circa l’identificazione di Rudolf Steiner con Jeshu Ben Pandira, e col Bodhisattva Maitreya, risulta errata.

Altri, ben più grandi, e gravi, problemi, sollevati dallo scritto di Orao, che sto esaminando, verranno affrontati nella terza parte di questo articolo. Ma, sin da ora, occorre aver sempre ben presente che, se l’Antroposofia è Scienza dello Spirito, non si può ‘venire a patti’ riguardo al rispetto – anzi, alla doverosa devozione, alla quale non è lecito a nessuno venir meno – nei confronti della Verità, e che non si possono avallare ‘leggende’, ‘sogni’, e ‘fiabe’, che purtroppo, in maniera parassitaria, illegittimamente, abbondano in molti ambienti esoterici, compresi quelli antroposofici e, non ultimi, i quelli di discepoli di Massimo Scaligero. Con la mia limitata esperienza spirituale diretta, naturalmente, io non sono in grado di verificare e dire (adesso, ma l’esperienza interiore, nel tempo, col lavoro diligente degli esercizi e dello studio, dis bene juvantibus, è in crescita) se tutto quel che afferma Rudolf Steiner sia vero o meno. Tuttavia sono benissimo in grado di dire se Rudolf Steiner abbia detto o meno una certa cosa. Se quel che affermano vari, più o meno ‘autorevoli’, autori, concordi o meno con quel che comunica, sulla base della sua rigorosa investigazione spirituale, Rudolf Steiner. Se, in taluni casi, gli vengano attribuite parole da lui mai prounciate. Se, addirittura, in opere citate da  tali ‘autorevoli’ autori  non vi sia affatto traccia, come avremo modo di constatare, di quel che essi affermano aver detto Rudolf Steiner.  

 

MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO, VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO

VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. (PRIMA PARTE)

RRRRRRRRRRRR

«Il culto interiore della verità, l’indipendenza dall’«opinione pubblica», dalle propagande, dal «sentito dire», la ricerca della realtà dietro la parvenza, la continua lotta contro lo Spirito della Menzogna, la volontà di conoscere il contenuto non evidente delle situazioni, e ciò che si cela dietro le generali calunnie o esaltazioni umane, costituiscono la disciplina della Verità, che libera dal Male: disciplina che viene assunta come un dovere di fondamento da chi segue la via spirituale. È una simile disciplina che, esigendo il continuo sacrificio delle simpatie e delle antipatie personali, porta l’intimo dell’anima alla relazione vera con gli altri: relazione sostanzialmente possibile grazie a una confidenza di fondo con il Divino, da cui si vede scaturire in ciascun essere la reale forza: la forza della guarigione spirituale. Si sa di essere a contatto con la forza che può tutto e da cui può fluire la Verità, o la Rivelazione, su tutto».

Massimo Scaligero, Guarire con il pensiero, Edizioni Mediterranee, Roma, 1975, p. 179.

Vitam impendere vero. Consacrare la vita alla verità (IV, 91).

Decimo Giunio Giovenale, Satire, traduzione di Guido Ceronetti, Einaudi, 1971.

Una persona amica, da me molto stimata, e alla quale sono molto affezionato, mi inviò tempo fa la riproduzione digitalizzata di alcune pagine di un libro uscito nel maggio del 2017, nelle quali vi era un’affermazione che l’aveva lasciata non poco perplessa, affermazione per la quale ella mi chiedeva di fare una approfondita verifica sulla base dell’Opera di Rudolf Steiner. In effetti, l’affermazione che appariva nelle pagine inviatemi sollevava non pochi problemi, ossia appariva decisamente errata, ma onestà intellettuale voleva che non si giudicasse una tale affermazione problematica fuori dal contesto, ossia staccata dall’opera in cui appariva. Conciosiacosaché, dopo averci alquanto riflettuto e meditato, con l’ausilio di un’altra persona amica, mi sono procurato l’opera cartacea, da cui la telematica citazione inviatami era tratta, e ne ho intrapreso uno studio diligente e puntuale.

Sin dalle prime pagine della suddetta opera compare tutta una serie di affermazioni, che confrontate con le comunicazioni di Rudolf Steiner si dimostrano affatto errate. Tali errate affermazioni necessitano di adeguata rettifica, e non possono essere passate sotto silenzio. Personalmente, quando – prima, nel luglio del 1971, da parte di Massimo Scaligero, poi, nel novembre del 1985, da parte di discepoli diretti di Rudolf Steiner e amici di Marie Steiner appartenenti al Lascito – venni accolto ritualmente nella Scuola Esoterica, mi assunsi una serie di impegni sacri che, con tutte le mie forze, ho cercato sempre, e cercherò sempre, di rispettare nella maniera più rigorosa. Uno di questi impegni sacrali viene, esplicitamente, così enunciato da Rudolf Steiner:

«Noi dobbiamo sentirci responsabili fin nelle parole che diciamo, sentirci responsabili al di sopra di tutto, del fatto che una qualsivoglia parola che noi diciamo, deve essere preventivamente esaminata, nella maniera più severa, così approfonditamente, che noi possiamo presentarla come verità. Perché affermazioni non veritiere, anche se esse, per così dire, provengono da buona volontà, sono un qualcosa che agisce in maniera distruttiva all’interno di un movimento occulto. Su ciò non vi deve essere veruna illusione, anzi su ciò deve regnare la più completa chiarezza. Quel che importa non sono le intenzioni, giacché quelle l’essere umano le assume molto alla leggera, bensì è la Verità obbiettiva quella che importa. E appartiene ai primi doveri di un discepolo dell’esoterismo il fatto ch’egli non si senta in dovere semplicemente di dire quello che egli ritiene essere vero, ma piuttosto ch’egli si senta in dovere di esaminare se quello ch’egli dice sia effettivamente Verità obbiettiva. Poiché soltanto se, nel senso della Verità obbiettiva, noi serviamo le Potenze divino-spirituali, le cui forze fluiscono attraverso questa Scuola, noi potremo passare attraverso tutte quelle difficoltà, che si porranno di fronte all’Antroposofia».

Rudolf Steiner, ES 11. Aprile 1924.    

L’opera in questione, che presenta come nome dell’autore un “eteronimo” o, se vogliamo, un nomen mysticum ellenico, Orao, già apparso più volte, negli ultimi decenni, su una rivista romana, della quale ho avuto modo di occuparmi più volte su Ecoantroposophia, è stata pubblicata, nel 2017, dalla casa editrice gianicolense Tilopa, ed ha come titolo Resurrezione, mentre porta come sottotitolo La luce dei Nuovi Misteri. A quest’opera ne è seguita poi un’altra, ugualmente pubblicata da Tilopa, e avente come autore sempre Orao, col titolo Madre, e il medesimo sottotitolo della precedente, ossia La luce dei Nuovi Misteri. Queste due opere, correlate alla rivista Graal, edita da Tilopa, vengono presentate, in copertina e nel frontespizio, come Quaderno 1 e Quaderno 2 della suddetta rivista.

Le due opere non hanno una Prefazione, né una Introduzione, come in genere usa, né viene detto alcunché circa l’autore Orao, né sulla genesi delle suddette opere, né a quale epoca risalgano tali scritti. L’editore, inoltre, non ci fa conoscere a chi appartenevano quei due quaderni di Orao, ed altri eventuali che nel tempo potrebbero venir pubblicati, prima ch’egli li acquisisse, né come egli ne sia venuto in possesso, né se egli abbia operato o meno una “azione redazionale” sui quaderni medesimi: domande che, a causa dei delicati contenuti presentati, hanno la loro importanza. Negli anni ottanta del trascorso secolo, sulla rivista Graal l’eteronimo Orao, a quel che mi risulta, venne usato da due persone, ma nel caso che stiamo esaminando si tratta sicuramente di un’unica persona. Il nome ellenico Orao viene dal verbo ὁράω, che andrebbe traslitterato in caratteri latini come horào e significa: io vedo. L’aoristo di ὁράω = horào è  οἶδα = òida ed ha altresì il significato di: io so, perché in greco “sapere” equivale ad “aver visto”, e questo perché, per gli elleni,  “io so” è conseguenza del fatto che “io ho visto”. Ma aver “visto” qualcosa non è, di per sé, affatto una garanzia circa la realtà della cosa vista.  

Poiché nelle opere in questione nulla viene detto circa l’identità di Orao, qui verranno esaminate unicamente alcune affermazioni che appaiono soprattutto nella prima delle due opere. Quindi si prescinderà totalmente da chi sia Orao, e si esamineranno unicamente le sue affermazioni. Queste, considerate alla luce della Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner, potranno risultare esatte, vere, corrispondenti alla realtà, oppure si riveleranno inesatte, errate, non corrispondenti alla realtà spirituale, e di conseguenza, in tal caso, dovranno essere considerate false. Naturalmente, la stessa cosa vale anche nei confronti di quanto a sua volta afferma il sottoscritto Hugo de’ Paganis, ossia il benevolo lettore è pregato di non considerare chi io sia, bensì esaminare e verificare unicamente quel ch’io dico e scrivo, ossia se le mie affermazioni, diligentemente esaminate, scrupolosamente verificate, risultino reali o meno, vere o errate.  

Di una cosa può essere, sin da ora,  certo il candido lettore: che faccio mia la divisa del grande Tacito nei suoi Annales, 1, 1, 3, sine ira et studio, ossia «senza animosità e simpatia», ovvero «senza ira né pregiudizi», e  sed incorruptam fidem professis neque amore quisquam et sine studio dicendus est, ossia: «ma chi professa una fedeltà incorrotta al vero, deve parlare a tutti senza amore di parte, né odio», senza prevenzione, né partigianeria. Ossia, è necessario esporre quanto è necessario che venga detto, unicamente per servire la verità: con assoluta imparzialità e obbiettività. E che, indifferente al biasimo e alla lode, farò coscienziosamente ogni sforzo a me possibile in tal senso. Il lettore noterà una certa abbondanza di citazioni dall’Opera di Rudolf Steiner: esse sono necessarie, e vengono proposte al suo diligente studio e alla sua meditazione, in modo ch’egli si possa formare, al di là di simpatie e antipatie, e in totale autonomia, un giudizio personale, che sia il più obbiettivo possibile, il più conforme alla verità oggettiva.

Per il momento, mi limiterò ad esaminare quelle comunicazioni di Orao, che sia possibile porre a confronto con quanto afferma Rudolf Steiner nei suoi scritti, nelle sue conferenze, in comunicazioni ad personam, da lui fatte a discepoli affidabili a lui vicini, il quali a loro volta ce le hanno fatte pervenire.

A p. 8 di Resurrezione, leggiamo – in una frase nella quale manca il verbo della proposizione principale, verosimilmente, per motivi stilistici, sottinteso – la seguente identificazione:

«Melchisedec, Manes, Manu, Minos, Cristiano Rosenkreutz, sempre presente sulla Terra, visibilmente o invisibilmente, per assistere alla trasmissione della Forza-Cristo presso ogni Iniziazione che si fosse svolta entro lo stato di coscienza sempre più consapevole da parte del pensiero libero dell’uomo». 

L’identificazione di Mani Hayya – Mani il ‘Vivente’, come viene chiamato nei testi manichei in lingua siriaca, ossia in lingua aramaica orientale – con Christian Rosenkreutz è sicuramente errata alla luce di quanto Rudolf Steiner comunicò, per esempio, all’interno della prima Scuola Esoterica, in una “lezione” – esoterische Stunde, “ora esoterica” in tedesco – non datata, intitolata Sulle personalità dei Maestri in relazione ai risvegli nei Vangeli, pubblicata da Hella Wiesberger in Zur Geschichte und aus Inhalten del ersten Abteilung del Esoterischen Schule 1904-1914, GA 264, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1984, pp. 227-237, nella quale vien detto:

«In primo luogo, nel Vangelo di Luca (Cap.7) ci viene descritto con parole commoventi il risveglio del fanciullo di Nain. In questo racconto, è ricolma di significato ogni parola che indica come nel fanciullo di Nain vivesse l’intera terza epoca post-atlantica, la civiltà egizio-caldaica, come in essa questa abbia potuto svilupparsi sotto l’influsso delle forze, che allora erano attive nell’anima umana. 

Il fanciullo di Nain del Vangelo di Luca non è altro che il discepolo di Sais; in sino nei nomi viene occultata la differenza tra l’ambiente spirituale della terza e della quarta epoca di civiltà: egli voleva diventare come gli altri iniziati un «Figlio della Vedova», di Iside, la quale piangeva per il suo perduto sposo Osiride. Ma, essendo impreparato, volendo qui sullo stesso piano fisico disvelare l’immagine di Iside e contemplare i misteri celesti, egli cadde morto. Nessun mortale, a quell’epoca, poteva sollevare il velo di Iside. Nel fanciullo di Nain viene simboleggiata l’impotente sapienza dell’epoca egizia.

Egli rinascerà, crescerà come il fanciullo di Nain, sarà nuovamente un «Figlio della Vedova», di nuovo egli morirà nella fanciullezza. E il Christo Gesù si avvicina, mentre il morto viene portato fuori dalla porta della città. E «molta gente della città» era con sua madre; è la folla degli Iniziati egizi. Essi son tutti morti, che seppelliscono un morto. «E, vedendola, il Signore ne ebbe compassione». Egli ebbe compassione della madre, che stava lì quasi come Iside, che era la sorella e la sposa di Osiride. Ed Egli disse: «Fanciullo, Io ti dico, alzati!», «E il morto si levò, e cominciò a parlare, ed Egli lo rese a sua madre». – Ella, l’antica Iside,  era appunto discesa sulla Terra; le sue forze potevano ora venir vivificate sulla Terra stessa. Il Figlio viene ridonato alla Madre, ora egli deve unirsi pienamente con Lei. «E i presenti lodavano Dio, e dicevano: Un grande profeta è sorto tra noi». Giacché nel fanciullo di Nain il Christo Gesù aveva immesso, mediante una sorta di Iniziazione, che rappresenta questa resurrezione, un seme che solo nella successiva incarnazione poteva giungere a fioritura.

Un grande profeta, un potente Maestro di religione è scaturito dal fanciullo di Nain! Nel terzo secolo dell’era cristiana sorse dapprima in Babilonia Mani o Manes, il fondatore del Manicheismo. […]

Nel suo insegnamento venne riunito quanto che le antiche religioni avevano contenuto di Sapienza, ed egli lo illuminò con una Gnosi christica, che rese possibile che i conoscitori della Sapienza stellare egizio-babilonese, i seguaci dell’antica religione persiana, persino i buddhisti dell’India, potessero compenetrarsi con una comprensione dell’Impulso-Christo in questa forma. 

Quest’anima, che prima era vissuta nel fanciullo di Nain, e che era stata iniziata dal Christo in questa forma epoche future, ha agito in maniera preparatoria quel che era contenuto nel Manicheismo, e che non è ancora giunto a pieno sviluppo, sorgerà per la salvezza dei popoli dell’antico Oriente, – in maniera preparatrice quest’anima ha operato nella sua incarnazione come Mani per la sua vera e propria missione futura: portare la vera armonia di tutte le religioni. 

Al fine di poter far ciò, essa dovette rinascere come quell’anima, che sta in relazione all’impulso del Christo in una maniera del tutto particolare. Per così dire dovette sommergersi ancora una volta tutto ciò che in quella incarnazione come Mani era emerso da quest’anima di antico e nuovo sapere. Come un «puro folle» egli dovette stare di fronte al sapere esteriore del mondo e all’Impulso-Christo nelle profondità della sua anima. Egli rinacque come Parzival, il figlio di Herzeleide, della figura tragica abbandonata dal suo sposo. Come figlio di questa vedova, ora anch’egli abbandona la madre. Vaga nel mondo. Dopo qualche odissea giunge a divenire Guardiano del Santo Graal. E il seguito della saga di Parzival ci racconta com’egli si inoltri nuovamente in Oriente, com’egli trovi negli appartenenti alle razze scure i suoi fratelli, come pure a questi perverranno le benedizioni del Santo Graal. Così egli si preparò, nella sua vita come Parzival, a diventare un nuovo Maestro del Cristianesimo, la cui missione sarà di compenetrare questo sempre più degl’insegnamenti dalla Reincarnazione e del Karma, allorché i tempi saranno a ciò maturi».

Questo è ciò che Rudolf Steiner dice  di Mani alle pp. 228-230 della citata “lezione” della Scuola Esoterica, della quale ho fatta una traduzione direttamente dall’originale tedesco, per scrupolo di esattezza, quanto più letterale possibile, evitando abbellimenti stilistici. Ma prima di proseguire nel riportare altre parti importanti dalla medesima “lezione” esoterica, vediamo alcune importanti comunicazioni di Rudolf Steiner a proposito di questa elevata individualità spirituale. Infatti così leggiamo alle pp. 239-240 della stessa opera, GA-264, curata da Hella Wieberger, quanto Rudolf Steiner trasmise ad alcuni discepoli a lui fedeli:

«Su Mani

Il fanciullo di Nain dopo il suo risveglio seguì il Christo come discepolo. Non apparteneva ai Dodici.

Domanda: Come discepolo del Christo viene egli nominato nei Vangeli apocrifi?

Risposta: Nella successiva incarnazione, egli fu Mani; le altre incarnazioni sono da considerarsi come leggende, che assomigliano al risveglio di Lazzaro.

(Tramandato in colloqui avuti dai sacerdoti della Comunità dei Cristiani W. Klein ed Emil Bock con Rudolf Steiner nel febbraio del 1924).

Mani in questo secolo non sarà incarnato; ha intenzione di farlo nel prossimo secolo, a patto ch’egli trovi un corpo adeguato. L’usuale educazione non offre nessuna possibilità per l’evoluzione di Mani, solo l’educazione Waldorf. Se vi saranno i presupposti, egli si presenterà come Maestro dell’umanità ed assumerà la direzione nei campi dell’Arte e della Religione. Egli agirà in forza del Mistero del Graal, e istruirà gli uomini a decidere essi stessi circa il Bene e il Male.

(Tramandato da Ehrenfried Pfeiffer a partire da colloqui da lui avuti con Rudolf Steiner tra il 1919 e il 1921)».

È interessante riportare esattamente che cosa riferì Ehrenfried Pfeiffer della comunicazione avuta da Rudolf Steiner. Si tratta di una sua conferenza, tenuta il 22 dicembre 1946, e pubblicata in Notes and Lectures, compendium 1, Mercury Press, Spring Valley-New York, 1991:

«La Tripartizione di Rudolf Steiner ha anzitutto una funzione preparatrice per la futura incarnazione di Mani. Una volta parlai con Rudolf Steiner della questione di quando sarebbe giunto il momento per l’applicazione delle forze eteriche per finalità tecniche. Egli disse che ciò sarebbe diventato opportuno allorché la Tripartizione si fosse realizzata. Egli disse, inoltre, che Mani attualmente non avrebbe potuto trovare ancora una corporeità adeguata per incarnarsi, giacché tutte le forze ch’egli potrebbe portare in una incarnazione, verrebbero distrutte dall’attuale sistema pedagogico. Perciò è una necessità che si manifestino la Pedagogia Waldorf e la Tripartizione dell’organismo sociale. [,,,] Considero dunque come nostro compito urgente sviluppare questa Tripartizione, dapprima in forma di pensiero, e poi fattivamente, in maniera che Mani possa incarnarsi. Il momento giusto per l’incarnazione di Mani karmicamente sarebbe all’incirca alla fine di questo secolo. Tuttavia, non so se ciò sarà possibile. Eppure, se la Tripartizione e la Pedagogia Waldorf si saranno affermate, e gli potrebbe di nuovo incarnarsi. Una tale incarnazione provocherebbe un rivolgimento totale della tendenza storica del mondo».  

Già da quanto precede è possibile constatare, sulla base delle comunicazioni della Scienza dello Spirito, come non sia possibile accogliere l’identificazione, che fa Orao, tra Mani e Christian Rosenkreutz. Quanto all’identificazione di queste due individualità spirituali con Melchisedek, il Manu, e il cretese Minosse – Minos, nel testo di Oraonon ve ne è traccia alcuna, a quanto mi risulta ad un esame diligente, nell’intera, Opera, edita o inedita, di Rudolf Steiner. Questi, in effetti, parla unicamente di quattro incarnazioni di Mani – il discepolo di Sais, il figlio della vedova di Nain, Mani, e Parzival figlio della vedova Herzeleide – e non accenna, se non di sfuggita, e raramente, al fatto ch’egli sarebbe pressoché sempre incarnato sulla Terra.

Quanto, invece, all’individualità del fondatore dell’Iniziazione rosicruciana, Rudolf Steiner, parla esplicitamente, e moltissime volte, di Hiram, il cainita architetto del Tempio di Salomone, di Giovanni-Lazzaro, direttamente iniziato dal Signore e autore del Vangelo di Giovannidell’Apocalisse, di una sua particolare incarnazione medievale in epoca carolingia, della sua incarnazione nel XIII secolo come ‘Tredicesimo’ allevato nella cerchia dei ‘Dodici’ e morto giovanissimo, della sua incarnazione nel XIV-XV secolo come Christian Rosenkreutz, nella quale visse 106 anni, e del fatto che nel 1459 egli fu elevato alla dignità di Eques Lapidis Aurei, della sua manifestazione nel XVIII secolo come Conte di Saint-Germain. Queste sono le incarnazioni esplicitamente comunicate da Rudolf Steiner, il quale aggiunge che, dopo l’incarnazione del XIV-XV secolo, nella quale egli fondò l’Ordine o Fraternitas Rosae Crucis, egli è pressoché sempre presente sulla Terra, e comunque agisce, col suo corpo eterico, sia ch’egli sia fisicamente incarnato, sia nelle brevi pause nelle quali si ritira nei mondi superiori. Rudolf Steiner parlò di questa grandissima individualità spirituale – ne parlò in modo specialissimo – nelle conferenze, pubblicate in tedesco in Die esoterische Christentum und die geistige Führung der MenschheitIl Cristianesimo esoterico e la direzione spirituale dell’umanità, Rudolf Steiner Verlag, GA-130, Dornach, 1995, pp. 57-79, ch’egli tenne in Svizzera, a Neuchâtel, il 27 e il 28 settembre 1911, in occasione della fondazione del Gruppo Christian Rosenkreutz in quella città. Nella prima di quelle due conferenze, che preferisco ritradurre direttamente, possiamo leggere che:

«In conseguenza del lavoro dei Rosacroce, il corpo eterico di Christian Rosenkreutz si rafforzò di secolo in secolo. La sua azione si compie attraverso Christian Rosenkreutz ma anche attraverso tutti coloro che divengono suoi discepoli. A partire dal XIV secolo. Christian Rosenkreutz si è continuamente reincarnato. Tutto ciò che viene insegnata come «Teosofia» è rafforzata dal corpo eterico di Christian Rosenkreutz, e coloro che diffondono questi insegnamenti si fanno adombrare da quel corpo eterico, il quale agisce tanto quando Christian Rosenkreutz è incarnato, ma anche allorché egli non lo è.

Il Conte di Saint-Germain fu, nel XVIII secolo, la reincarnazione exoterica di Christian Rosenkreutz. Ma questo nome venne attribuito anche ad altre personalità, cosicché non tutto quello che vien detto qui o là sul Conte di Saint-Germain riguarda Christian Rosenkreutz. Oggi Christian Rosenkreutz è nuovamente incarnato [Heute ist Christian Rosenkreutz wiederverkörpert]».  [HdP: il rilievo è mio].

Che l’individualità, che nel secondo millennio della nostra era si manifesterà come Christian Rosenkreutz, possa essere identificata con Melchisedec mi sembra che sia cosa oltremodo difficile, se si tien conto del fatto che Rudolf Steiner, parlando dell’architetto costruttore del Tempio di Gerusalemme, il cainita Hiram, afferma apertamente come egli, partendo da sapienza, scienza e arte umana, e non attraverso una sognante saggezza jahvetica rivelata dall’alto, come nel caso del re Salomone, fosse giunto con le sue forze sin sulle soglie dell’Iniziazione, ma che non l’aveva ancora realizzata. Hiram sarà vittima da una parte dell’odio omicida dei tre cattivi compagni e della complice gelosia di re Salomone. Hiram realizzerà l’Iniziazione nella sua incarnazione come Lazzaro-Giovanni, nella quale avrà come Ierofante il Christo Gesù. Nel caso di Hiram-Lazzaro-Giovanni, inoltre, a maggior ragione mal si scorge com’egli possa essere identificato con Melchisedec, re di Salem, e Sacerdote di El Eliôn, di Dio Altissimo.

Nel libro della Genesi, Cap. 14, vv.17-20, Melchisedec viene così descritto:

«E di poi, come egli [Abramo] se ne ritornava dalla sconfitta di Chedor-laomer e de’ re ch’erano con lui, il re di Sodoma gli uscì incontro nella Valle della pianura, ch’è la Valle dei re. E Melchisedec, re di Salem, arrecò pane e vino; or egli era Sacerdote dell’Iddio altissimo. E lo benedisse dicendo: Benedetto sia Abramo, appo l’Iddio altissimo, possessor del cielo e della terra. E benedetto sia l’altissimo Iddio, che ti ha dati i suoi nemici nelle mani. E Abramo gli diede la decima di ogni cosa». La Sacra Bibbia, ossia l’Antico e Nuovo Testamento, tradotti da Giovanni Diodati, Libreria Sacre Scritture, Roma, 1976, pp. 10-11.

Il nome di Melchisedec ritorna nel Salmo 110, v. 4, ove leggiamo:

«Il Signore ha giurato e non si pentirà: Tu sei sacerdote in eterno, secondo l’ordine di Melchisedec», ibidem, p. 510.

Ritroviamo Melchisedec, presentato con parole misteriose, nella Lettera agli Ebrei di Paolo di Tarso, ove al Cap. 6, v. 20 e Cap. 7, vv. 1-4, leggiamo:

«Dov’è entrato per noi, come precursore Gesù, fatto in Eterno sommo sacerdote, secondo l’ordine di Melchisedec.

Perciocché, questo Melchisedec era re di Salem, sacerdote dell’Iddio Altissimo; il quale venne incontro ad Abrahamo, che ritornava dalla sconfitta dei re, e lo benedisse. Al quale Abrahamo diede per parte sua la decima d’ogni cosa. E prima è interpretato: Re di giustizia; e poi ancora egli è nominato: Re di Salem, cioè: Re di pace. Senza padre, senza madre, né principio di giorni, né fin di vita; anzi, rappresentato simile al Figliuol di Dio, dimora sacerdote in perpetuo. Ora considerate quanto grande fu costui  al quale Abrahamo, il patriarca diede la decima delle spoglie», ibidem, pp. 970-971. 

Tra le preziose indicazioni che, circa trentacinque anni fa, mi dette Hella Wiesberger e che, nel tempo, si rivelarono estremamente feconde per la mia vita interiore, vi fu quella di studiare – con dantesco ‘intelletto d’amore’ – l’epistolario intercorso tra Rudolf Steiner e Marie Steiner, epistolario da lei particolarmente curato. E devo dire che tale indicazione, generosamente datami da questa mia spirituale ‘compagna d’armi’, si rivelò per me oltremodo decisiva sia per quanto riguarda la Via del Pensiero, sia per la Via del Graal. Hella Wiesberger ne curò personalmente due edizioni: la prima, nel 1967, in occasione del 100° anniversario della nascita di Marie Steiner, e la seconda – ampiamente rivisitata ed arricchita con ulteriore importante materiale – nel 2002, in occasione del 100° anniversario della fondazione del movimento antroposofico. In ambedue le edizioni, figura come Introduzione, un testo recante come titolo: Aufzeichnungen Rudolf Steiners, geschrieben für Édouard Schuré in Barr im Elsaß, September 1907Appunti di Rudolf Steiner scritti per Édouard Schuré a Barr in Alsazia, nel settembre del 1907. Si tratta di tre documenti, scritti, di estrema importanza perché in essi Rudolf Steiner parla liberamente, anche se sinteticamente, di una serie di retroscena che stanno dietro eventi e confraternite occulte.

Nel secondo di tali documenti egli parla della figura di Christian Rosenkreutz in questi termini:

«Christian Rosenkreutz andò in Oriente nella prima metà del XV secolo per trovare un equilibrio tra l’Iniziazione orientale e quella occidentale. Una conseguenza ne fu la fondazione definitiva della corrente rosicruciana in Occidente al suo ritorno. In questa forma il Rosicrucianesimo doveva essere una scuola mantenuta rigorosamente segreta, in vista della preparazione del compito che avrebbe dovuto incombere alla svolta tra i secoli XIX e XX, allorché le scienze sarebbero giunte  alla soluzione provvisoria di taluni problemi. Tra questi Christian Rosenkreutz indicò:

1) La scoperta dell’analisi spettrale, mediante la quale sarebbe venuta alla luce la costituzione materiale del Cosmo.

2) L’introduzione del concetto di evoluzione materiale nella scienza dell’organico.

3) La conoscenza del fatto di uno stato di coscienza diverso da quello abituale mediante i metodi dell’ipnosi e della suggestione.

Solo quando queste conoscenze materiali fossero maturate in seno alla scienza, certi principi rosicruciani dovevano dalla segretezza occultistica penetrare nella comunicazione pubblica.

Sino a quel momento, l’iniziazione mistico-cristiana venne data all’Occidente nella forma sotto la quale essa venne trasmessa a San Vittore, Meister Eckhart, Tauler dall’Iniziatore, dello «Sconosciuto dell’Oberland» e così via.

All’interno di questa intera corrente venne considerata come un «grado superiore» l’Iniziazione di Mani, il quale nel 1459 iniziò pure Christian Rosenkreutz [HdP: il rilievo è mio]: essa consiste nella vera conoscenza della funzione del Male. Questa Iniziazione deve rimanere, con i suoi retroscena, rimanere ancora a lungo assolutamente ignota alla massa. Là dove anche soltanto un piccolissimo raggio sia penetrato nella letteratura, esso ha causato sciagure, come attraverso la nobile anima di Guyau del quale era divenuto discepolo Friedrich Nietzsche». 1. Auflage Gesamtausgabe, GA-262 Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1967, p. 15. 2. Neu durchgesehene und erweiterte Auflage Gesamtauslage, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 2002, pp. 23-24.

È evidente come in questa comunicazione ad Ėdouard Schuré – e, per di più, da lui stesso messa per iscritto – Rudolf Steiner parli apertamente di Christian Rosenkreutz e di Mani come di due individualità spirituali diverse. Del resto, egli parla della Via rosicruciana e della Via manichea come di due forme di Iniziazione diverse, essendo quella manichea più radicale, e per di più gerarchicamente superiore, rispetto a quella rosicruciana. Infatti, Rudolf Steiner così si esprime, per esempio,  nell’ottava conferenza, tenuta a Stoccarda il 29 agosto 1906, de Alle porte della Scienza dello Spirito, da GA-95, Editrice Antroposofica, Milano, 2015, pp. 79-80:

«Quanto è interiore deve però diventare esteriore; e l’uomo si eleverà maggiormente non appena il suo karma si sarà completamente compiuto; e questo è legato a qualcosa di straordinariamente interessante. In previsione di questo sviluppo dell’umanità, già da secoli vennero fondati degli ordini segreti che si prefissero i più alti compiti immaginabili. Uno di questi ordini è quello dei manichei. La scienza non sa nulla di giusto a loro riguardo, e crede che i manichei abbiano promulgato la dottrina che già nella natura stessa risulti l’esistenza di un bene e di un male che lottano tra di loro, e che questo sia già prestabilito fin dalla creazione. Ma questo svisa fino all’assurdo i veri valori dell’Ordine. I singoli membri che lo compongono vengono educati in modo peculiarissimo al loro grande compito. Quest’Ordine sa che vi saranno uomini che non avranno più male nel loro karma, e che vi sarà altresì un’umanità di natura malvagia nella quale il male dominerà in grado assai maggiore che nelle belve più feroci, e procederà nel male, coscientemente raffinandolo, valendosi di un raziocinio sviluppatissimo. L’Ordine dei manichei istruisce fin d’ora i suoi discepoli in modo che diventino in futuro i trasformatori del male. La difficoltà enorme di questo compito sta nel fatto che in quell’umanità malvagia non vi sarà accanto al male una parte di bene che, come nel fanciullo malvagio, con l’esempio e l’insegnamento si lascia accrescere fin da oggi i manichei imparano a poter trasformare radicalmente in questi esseri il male ch’essi portano dalla nascita. Il male, che in questo modo verrà completamente trasformato. Diverrà, a lavoro compiuto, un bene specialissimo. La condizione etica della Terra sarà una condizione di santità; la forza della trasformazione influenzerà questo stato di santità; e ciò non si può conseguire se non col prodursi di questo eccesso di male. E dalla forza stessa necessaria a superarlo, si svilupperà pure la forza per la santità suprema. Il campo deve venir concimato col letame nauseabondo, il letame deve essere prima assorbito dal campo come fermento. Allo stesso modo l’umanità ha bisogno del concime del male per poter raggiungere le vette della santità: questa è la missione del male. L’uomo diventa vigoroso affaticando ed esercitando i suoi muscoli, e così il bene, per potersi sublimare nella santità, deve prima superare il male che lo contrasta. Il male ha il compito di fare ascendere l’umanità».

Rudolf Steiner parlò molte volte della individualità spirituale di Mani, e non è possibile qui riportare tutti i passi – tutti, peraltro, importantissimi – nei quali egli ne parla, ma non voglio rinunciare, perché veramente calzante rispetto al nostro tema, quanto egli dice in una “lezione” della Scuola Esoterica, tenuta a Berlino l’11 novembre 1904, contenuta in Die Tempellegende und die Goldene Legende als symbolischer Ausdruck vergangener und zukünftiger Entwickelungsgeheimnisse des Menschen. Aus den Inhalten der Esoterischen SchuleLa leggenda del Tempio e la leggenda aurea come espressione simbolica dei misteri dell’evoluzione passata e futura dell’uomo. Dai contenuti della Scuola Esoterica – GA-93, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1991, tradotta in italiano e pubblicata col titolo I Manichei, in I Manichei, a c. di Gabriele Burrini, Editrice Antroposofica, Milano, 1995, ove, a p. 17, troviamo detto:

«Una corrente spirituale ancora più importante dei Rosacroce è il manicheismo» [HdP: il rilievo è mio].

Mentre, alle pp. 23-24, leggiamo ulteriormente:

«Se in questa prospettiva ci chiediamo ancora: che cosa vuole Mani e che cosa significa la sua affermazione, di essere cioè il Paraclito, lo Spirito, il figlio della vedova? Null’altro se non che egli vuole preparare la sesta epoca dell’umanità nella quale essa sarà condotta da se stessa, dalla propria luce animica, e supererà le forme esteriori per trasformarle in spirito.

Mani intende creare una corrente spirituale che superi, che vada oltre quella rosicruciana [HdP: il rilievo è mio]. La corrente di Mani tende alla sesta epoca che viene preparata sin dalla fondazione del cristianesimo. Proprio in quell’epoca il cristianesimo si manifesterà nella sua piena forma. Solo allora sarà veramente presente».

Massimo Scaligero stesso più volte, nelle sue riunioni, parlò della Via di Mani, del Manicheismo, come di una Via spirituale “rivoluzionaria”, ancora più radicale della stessa rosicruciana, in quanto nella Via cristiana antica, e in quella rosicruciana, si prega ancora, chiedendo: «ma liberaci dal Male», Male del quale l’asceta si purifica, e si libera, ma del quale si fanno carico poi altri esseri umani più deboli, e meno maturi di lui. Ciò è ancora – tragicamente – una realtà, e una necessità. Nella Via manichea, invece, non ci si «libera dal Male», bensì prima lo si trasforma in noi, poi si liberano dal “peso” del Male gli altri, assumendocelo, e trasformando anch’esso in noi. È evidente come la Via rosicruciana sia preparatrice di quella manichea, la quale viene ad essere il più alto ideale che possa essere perseguito dall’asceta e dalla Comunità spirituale. Ed è altresì evidente, dalle comunicazioni di Rudolf Steiner su riportate, come Christian Rosenkreutz e Mani siano due individualità spirituali diverse, così come siano diverse le loro Vie, che sono gerarchicamente collegate tra loro.  

Sempre a p. 8 del libro Resurrezione di Orao, nel paragrafo precedente a quello da noi più sopra citato, leggiamo:

«San Paolo, nella prima lettera agli Ebrei, definisce il Cristo «Sacerdote secondo l’ordine di Melchisedek». Circa quattromila anni prima della nascita di Gesù di Nazareth, il Concilio degli Dei, avendo stabilito di inviare sulla Terra il Cristo – sacrificando il Figlio del Sole alla redenzione della Terra – affidò all’entità di Melchisedek il cómpito di preparare nella fisicità dell’uomo la facoltà dello spirito, onde l’uomo e il futuro miste, potessero aspirare allo spirito, ma potessero anche accogliere il messaggio cristico e testimoniare l’avvento dei Nuovi Misteri. Melchisedek preparò nell’uomo la facoltà di inserire la trascendenza nell’immanenza umana, così come gradatamente il Cristo si unificava, nei tre anni dai trenta ai trentatré. Dopo il Battesimo presso il Giordano, con i tre involucri di Gesù di Nazareth unificantisi nell’Io-Cristo».

Paolo di Tarso, per l’esattezza, scrisse non una prima, bensì un’unica Lettera agli Ebrei, come si può constatare su qualsiasi Bibbia. In effetti, Rudolf Steiner parla – per esempio in molte conferenze, collegate con le cinque conferenze da lui tenute all’allora Christiania, oggi Oslo, dal 1 al 6 ottobre 1913 e con le due tenute a Colonia il 17 e 18 dicembre 1913, all’interno dei vari cicli sul Quinto Vangelo, Ricerca dalla Cronaca dell’Akasha, GA-148, parzialmente tradotto e pubblicato in italiano dalla Editrice Antroposofica di Milano (ultima edizione nel 2010) – di quello ch’egli chiama il “Concilio degli Dèi”, ma in quel ciclo, e neppure nelle altre conferenze, Rudolf Steiner mai parla di una peculiare missione di Melchisedec, decisa in occasione di quel “Concilio degli Dèi”, né comunicò – per lo meno a quanto mi risulta – l’epoca in cui avvenne tale “Concilio”: 4000 anni prima della nascita di Gesù di Nazareth, secondo quel che afferma Orao. Ma, proseguendo la trattazione che Orao fa del Risveglio-Iniziazione di Giovanni-Lazzaro, leggiamo a p. 9:

«I Vangeli sinottici (Marco, Matteo, Luca) contengono cronaca della vita del Cristo Gesù, miracoli, insegnamenti. Il Vangelo di Giovanni ha la descrizione di un solo miracolo, la resurrezione di Lazzaro, scarsa cronaca sui fatti della vita del Cristo Gesù; contiene invece tutto l’insegnamento più delicato e definitivo per l’evoluzione futura dell’uomo. Non attinge quindi come gli altri ad una tradizione, ma è originaria espressione della Parola (Logos) nell’Evangelista attestatore della verità; in quanto egli ripropone il potere profetico di Elia, il contenuto dei Misteri giudaici di Giovanni Battista, l’attestazione della resurrezione in Betania, è quindi trasferito come archetipo originario entro l’umana sostanza eterna, divenendo possibilità di operazione mistica in ogni uomo, per ora nell’asceta dei Misteri rosicruciani, in avvenire per tutta l’umanità che vorrà il Logos in sé».

I Vangeli sinottici sono stati oggetti di una ampia e ripetuta esegesi da parte di Rudolf Steiner, il quale mette più volte in evidenza ch’essi non contengono la cronaca della vita del Cristo Gesù, miracoli, insegnamenti, bensì sono tutti e tre – a vari livelli – documenti iniziatici, corrispondenti a ‘punti di vista diversi’, raffigurati nel Tetramorfo rispettivamente dall’Angelo per Matteo, dal Leone per Marco, dal Toro per Luca, Giovanni è, invece, rappresentato dall’Aquila. Rudolf Steiner mette molte volte in evidenza come i Vangeli sinottici non siano una mera “cronaca”, ché anzi, considerati da questo punto di vista, essi si rivelano, et pour cause, storicamente contraddittori, almeno apparentemente, il che ha fatto sì che nel XIX secolo – in quello che, giustamente, fu chiamato le siècle stupide – sorgesse tutta una critica razionalistica dei Vangeli, in particolar modo in Germania nella cosiddetta “Scuola di Tubinga”. 

Rudolf Steiner dedica tutta la prima, delle dieci conferenze da lui tenute a Basilea dal 15 al 26 settembre 1909, tradotte e pubblicate ne Il vangelo di Luca, Editrice Antroposofica, Milano, Edizione 2016, ma che io preferisco citare dalla pubblicazione fattane, a Milano nel 1956, da L’Editrice Scientifica, proprio a chiarire questo punto cruciale. Quella prima conferenza nell’edizione del 1956 porta il titolo I diversi aspetti dell’iniziazione, mentre nell’edizione del 2016 è intitolata Iniziati e chiaroveggenti. In quella conferenza, Rudolf Steiner difende apertamente il valore in iniziatico del Vangelo di Luca, e degli atri due sinottici. Infatti, così leggiamo alle pp. 1-2 dell’edizione del 1956:

«Non solo è vero che il cristianesimo come tale è immenso per sua natura e che si può illuminarlo dai più diversi punti di vista, ma è anche vero – e appunto questo ciclo di conferenze lo dimostrerà – che, quantunque il vangelo di Giovanni sia un documento infinitamente profondo, vi sono cose che da quello non si possono imparare, e che si possono invece apprendere dal vangelo di Luca. Quello che, quando tenni le conferenze sul vangelo di Giovanni, abbiamo presentato come le idee più profonde del cristianesimo, sono ben lungi dall’essere il cristianesimo nella sua profondità totale; ma si può penetrare in quella profondità da un altro punto di vista. E questo altro punto di vista lo potremo acquistare, se porremo il vangelo di Luca al centro delle nostre considerazioni antroposofiche.

Esamineremo perciò alcuni passi, i quali ci faranno comprendere che vi è davvero qualcosa da acquistare dallo studio del vangelo di Luca, anche dopo aver scandagliato le profondità di quello di Giovanni. E prenderemo le mosse da quanto ci risulta ad ogni riga del vangelo di Giovanni: ossia dal fatto che per lo studioso di antroposofia, i vangeli si presentano come documenti composti da individui che, penetrando con lo sguardo molto a fondo nell’essenza della vita e dell’esistenza, contemplarono le profondità dell’universo come iniziati, come chiaroveggenti». 

Dopo di che, Rudolf Steiner, alle pp. 2-3, enuncia quelli che sono i diversi gradi dell’esperienza spirituale sovrasensibile:

«Da un certo riguardo, vi è una differenza tra un iniziato e un chiaroveggente, quantunque nulla si opponga a che l’iniziato sia in pari tempo un chiaroveggente ed il chiaroveggente fino ad un certo grado un iniziato. Se vorrete distinguere esattamente queste due categorie di uomini – tra l’iniziato e il chiaroveggente – dovrete ricordarvi di ciò che è spiegato nel mio libro L’iniziazione: e cioè che, in sostanza, vi sono tre gradi per i quali si giunge oltre la visione ordinaria del mondo.

La prima forma di conoscenza accessibile all’uomo è quella che considera il mondo mediante i sensi e che, mediante l’intelletto e le altre forme dell’anima, si appropria di ciò che si percepisce. Oltre a questo, vi sono altri tre gradi di conoscenza: il primo è quello della conoscenza immaginativa, il secondo è quello della conoscenza ispirativa e il terzo è quello della conoscenza intuitiva, intesa questa nel suo significato occulto».

Rudolf Steiner in molte sue opere mette in guardia contro le insidie e le illusioni che si incontrano sul piano immaginativo, ossia nel mondo astrale, nel quale non è sempre facile per il mistico e il semplice chiaroveggente distinguere la verità dall’errore, la realtà dall’illusione. Egli ne parla a lungo e approfonditamente in opere scritte come L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori? (1904), ne I gradi della conoscenza superiore (1905), La scienza occulta nelle sue linee generali (1910), Una via per l’uomo alla conoscenza di se stesso, in otto meditazioni (1912), La soglia del mondo spirituale (1913): tutte opere, in oltre un secolo, moltissime volte tradotte e pubblicate in italiano e facilmente reperibili. Ma, visto il tema affrontato da Orao, voglio trascrivere dall’edizione del Vangelo di Luca, edito a Milano nel 1956, quanto Rudolf Steiner, con una chiarezza paradigmatica, dice a p. 7:

«Chi vuol contemplare soltanto il mondo immaginativo e rinunzia a salire più in alto, ai mondi dell’ispirazione e dell’intuizione, vive in certo modo in un mondo di incertezza. Il mondo fluttuante dell’immaginazione è, per così dire, senza sponde; e se si è abbandonati a se stessi, si nuota con l’anima dentro di esso in qua e in là, senza avere un’esatta conoscenza della direzione e dello scopo a cui si tende. Ne conseguì in passato la necessità, per i chiaroveggenti, ossia per gli uomini dotati della sola conoscenza immaginativa, di vincolarsi con devozione totale alle loro guide, a coloro che avevano sviluppato le facoltà superiori dell’ispirazione e dell’intuizione. Perché soltanto l’ispirazione e l’intuizione dànno sicurezza nel mondo spirituale, e fanno conoscere esattamente la via e la mèta. Se invece all’uomo manca la conoscenza dell’ispirazione, egli non può sapere dove conduce la via e dove egli deve dirigersi per raggiungere la mèta; perciò gli è necessario affidarsi all’esperta direzione di qualcuno che conosca queste cose. Per questo si è sempre giustamente affermato che chi si limita ad ascendere alla sola conoscenza immaginativa, deve vincolarsi intimamente ad un maestro, il quale gli indichi direzione e mèta che da sé solo non potrebbe scoprire». 

Dopodiché, Rudolf Steiner mostra quale sia il grado di conoscenza che dà autentica certezza di verità e di realtà. Infatti, prima alle pp. 5-6 chiarisce:

«Un grado di conoscenza ancor superiore [a quello immaginativo e a quello ispirativo] è l’intuizione, intendendo questa parola non nel senso in cui la si adopera abitualmente per tutto quanto di meno chiaro ci passa per la mente, ma nel suo vero significato occulto. L’intuizione, in senso occulto, è una forma di conoscenza per cui non solo si può ascoltare spiritualmente [come nell’ispirazione] quello che gli esseri spirituali ci comunicano, ma per cui ci si immedesima con quegli esseri e ci si immerge nella loro stessa entità. Questo è un grado molto alto di conoscenza spirituale; esso richiede che l’uomo abbia prima sviluppato in sé l’amore per tutti gli esseri».

E aggiunge, alle pp. 9-10:

«A ciascun grado della conoscenza sovrasensibile ci si presentano i grandi segreti connessi con quello che chiamiamo l’evento del Cristo; cosicché tanto la conoscenza immaginativa, quanto l’ispirazione e l’intuizione hanno molte infinite cose da dire intorno a quell’evento grandioso.

Se dunque da questo punto di vista, noi volgiamo lo sguardo ai quattro vangeli, possiamo dire che il vangelo di Giovanni è scritto dal punto di vista di un iniziato che è penetrato nei misteri dell’universo fin su all’intuizione, e che descrive perciò l’evento del Cristo com’esso si presenta all’intuizione. […] Sicché l’autore del vangelo di Giovanni (a prescindere da quanto egli vi ha introdotto di immaginativo) noi lo possiamo chiamare l’annunziatore di tutto ciò che, sull’evento del Cristo, consta a chi possiede la parola interiore, fino al grado dell’intuizione. Infatti egli ci caratterizza i misteri del regno del Cristo, dal punto di vista della parola interiore ovvero del Logos. A base del vangelo di Giovanni sta dunque la conoscenza ispirativa e intuitiva».

Rudolf Steiner nella sua trattazione mostra, con la massima chiarezza possibile, come tutti e quattro i Vangeli siano documenti la cui origine è tutta nell’esperienza interiore, che a vari livelli era propria dei quattro autori dei Vangeli. Come Luca, in particolare, descriva quanto si manifesta ad una percezione immaginativa. Infatti, a p. 10, è scritto:

«Dunque l’evangelista Luca vuol comunicare ciò che hanno da dire coloro i quali furono testimoni oculari e ministri della parola. Il vangelo di Luca, parlando di coloro che furono testimoni oculari, ossia che videro essi stessi, intende coloro che possiedono la conoscenza immaginativa, che possono penetrare nel mondo delle immagini a percepirvi l’evento del Cristo, che sono particolarmente educati a guardare attraverso tali immagini, e che hanno una veggenza autonoma, esatta e chiara. Luca pone le loro comunicazioni a base del suo vangelo. Essi furono i ministri della parola».

Ma non è esatto affermare che i tre Vangeli sinottici di Matteo, Marco, e Luca, siano una semplice cronaca, e che attingano semplicemente ad una “tradizione”. Così come non è esatto affermare – come fa Orao a p. 7 di Resurrezione – che

«I Vangeli sono il primo e l’ultimo testo iniziatico necessario per l’uomo che si avvia lentamente verso il percorso pensante, verso l’attività autocosciente: quindi una testimonianza da cui estrarre principi e verità»,

perché se leggiamo – e ben meditiamo – quel che Rudolf Steiner dice a p. 11, cambia completamente la prospettiva, e si passa da una posizione “mistica” e “fideistica”, sia pure intese nel senso migliore del termine, ad una audace, radicale, sperimentazione “scientifica”:

«Ma anche questa volta – come sempre quando si facciano considerazioni dal punto di vista antroposofico – dobbiamo ricordare che per la scienza dello spirito i vangeli non sono la vera fonte della conoscenza. Chi stia veramente sul terreno della scienza dello spirito, non riconoscerà la verità di una notizia, solo perché essa sta scritta nei vangeli. L’occultista non attinge la sua conoscenza da alcun documento scritto, ma da ciò che gli viene fornito dall’indagine spirituale del suo tempo. Quello che attualmente gli esseri spirituali hanno da dire agli iniziati e ai chiaroveggenti, è fonte della vera scienza dello spirito. E oggi, in un certo senso queste fonti sono le stesse che in passato. Anche oggi si possono chiamare chiaroveggenti coloro che hanno la visione del mondo immaginativo, mentre si possono chiamare iniziati soltanto coloro che possono elevarsi al grado dell’ispirazione e dell’intuizione. Anche oggi dunque il vocabolo chiaroveggente non è sinonimo di iniziato.

Ciò che troviamo nel vangelo di Giovanni poteva fondarsi soltanto sull’indagine dell’iniziato che era in grado di salire fino alla conoscenza ispirativa e intuitiva. Ciò che troviamo negli altri vangeli poteva fondarsi sulle comunicazioni dei chiaroveggenti non ancora iniziati, i quali non potevano ascendere al mondo dell’ispirazione e dell’intuizione e dell’intuizione. Se dunque ci atteniamo strettamente alla distinzione sopra indicata, possiamo dire che il vangelo di Giovanni è fondato sull’intuizione, e gli altri tre vangeli (soprattutto quello di Luca, secondo la dichiarazione stessa del suo autore) sono basati sulla chiaroveggenza».

E non è esatto neppure che il Vangelo abbia la “descrizione di un solo miracolo, la resurrezione di Lazzaro, scarsa cronaca sui fatti della vita del Cristo Gesù”. Di “miracoli” – che Giovanni chiama σημεῖα, semèia, ossia “segni” – nel quarto Vangelo ne vengono descritti sette: la trasmutazione dell’acqua in vino alle nozze di Cana, la guarigione del figlio dell’ufficiale regio, la guarigione del paralitico alla piscina di Betesda, la moltiplicazione dei pani, il camminare sulle acque, la guarigione del cieco nato, la resurrezione di Lazzaro. E Steiner mostra il significato spirituale della progressione di questi sette “segni”. Quanto alla “scarsa cronaca”, voglio riportare quanto dice un teologo cattolico – quindi non certo sospettabile di simpatie nei confronti dell’Antroposofia e di Rudolf Steiner – un tempo docente presso varie Università Pontificie a Roma, nonché Rettore della Lateranense, e traduttore accurato dei Vangeli, Piero Rossano, in Vangelo secondo Giovanni, BUR, Rizzoli Editore, Milano, 1984, p.9:

«Fatto singolare però, questa tendenza astrattiva e metafisica va congiunta spesso in questo Vangelo ad un carattere di immediatezza storica e ad un gusto dei particolari concreti, quale si riscontra solo in Marco. Si notano dettagli precisi che non hanno alcuna ragione simbolica; anche il quadro cronologico e geografico, con i frequenti viaggi di Gesù a Gerusalemme in occasione delle feste, viene dai critici ritenuto più storico che non quello dei Sinottici. Vi sono notati puntualmente gli usi e i costumi della Palestina di Gesù, i personaggi vengono ritratti con tocchi vivi e psicologici che rivelano il testimone oculare, attento e perspicace». 

Questa accuratezza circa precisi dati storici nel Vangelo di Giovanni, così come una profonda conoscenza da parte del suo autore dell’ambiente gerosolimitano – al punto di essere introdotto nella casa del Kohen Gadol, del Gran Sacerdote –, così come di particolarità del calendario liturgico degli Esseni, è stato rilevato anche da Emil Bock, il quale ne parla nei suoi libri. Ma non vi è, ora, lo spazio per soffermarmi, come vorrei, sui molti interessanti elementi che, a tale proposito, Emil Bock riporta. Invece, è il momento di continuare, per la sua capitale importanza, la citazione tratta dalla lezione della Scuola Esoterica, più sopra riportata e intitolata Sulle personalità dei Maestri in relazione ai risvegli nei Vangeli, in Zur Geschichte und aus Inhalten del ersten Abteilung der Esoterischen Schule 1904-1914, GA 264, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1984, dove alle pp. 230-232, Rudolf Steiner afferma:

«In secondo luogo; la seconda epoca postatlantica è quella di Zarathustra. Essa ha quindi una particolare relazione col Christo. Giacché Zarathustra accenna al Dio del Sole, Ahura Mazdao, che si avvicinava alla Terra, e che non era altro che il futuro Christo. E in tutta la sua missione Zarathustra fu un Iniziato per il Christo, insegnando ad apprezzare la Terra, e ad elaborarla, a non fuggire di fronte alle Potenze malvagie, ma a vincerle e mediante ciò a redimerle. Così l’Io di Zarathustra, il più elevato Io umano, poté venir prescelto, per dimorare per 18 anni negli involucri, che poi avrebbero dovuto accogliere il Christo. Il suo Io abbandonò quegli involucri poco prima del battesimo nel Giordano. Così egli non era incarnato “nella carne”, allorché il Christo camminava sulla Terra. Egli stesso si “incarnò” subito dopo l’abbandono dei tre involucri del Gesù nathanico; il suo Io si congiunse col corpo eterico del Gesù salomonico, che alla propria morte era stato portato con sé nel mondo spirituale dalla madre del Gesù nathanico.

Perciò il Christo Gesù non poteva risvegliare Zarathustra come designato rappresentante della seconda epoca postatlantica. Tuttavia era incarnata sulla Terra in quell’epoca un’altra individualità, per così dire supplente, la cui evoluzione e la cui importantissima missione per l’umanità andava in maniera mirabile parallelamente a quella di Zarathustra. Questi era Lazzaro, il rinato Hiram Abiff, il più importante dei figli di Caino, il quale aveva operato in maniera consimile alla missione terrestre dell’Io umano, come aveva fatto Zarathustra nell’antica Persia. Egli si «ammala», «muore», viene deposto nella tomba. Il Christo Gesù apprende della sua malattia, e parla ai suoi discepoli della morte di Lazzaro. Allora disse Tommaso, chiamato il “Gemello”, «uniamoli a lui, così da morir con lui» (Giov. 11, 16).

In questo risveglio, che deve aver luogo con Lazzaro, le anime che appartengono alla seconda epoca postatlantica – così come il «popolo dalla città» nel risveglio del fanciullo di Nain rappresenta la terza epoca postatlantica – viene rappresentata da Tommaso, il «Gemello». Giacché il secondo periodo postatlantico fu il periodo dei Gemelli. Le sue parole, altrimenti pienamente insensate, testimoniano, che il secondo periodo postatlantico è pronto ad esser risvegliato dal Christo. Ciò che come germe di civiltà è vissuto nell’antica epoca persiana, non è morto. Non si tratta del risveglio di un morto, bensì dell’Iniziazione di un vivente. Questa è la grande differenza tra il racconto di questo risveglio e quello degli altri due. Perciò il Christo Gesù dice: «Io sono la Resurrezione e la Vita; chi crede in me, anche se morisse, vivrà».

E il Christo Gesù viene alla tomba, nella quale è stato deposto Lazzaro ritenuto morto, e dice di fronte a tutto il popolo le parole sacramentali: «Lazzaro, vieni fuori!» – e il defunto venne fuori con le mani e i pieni cinti dai panni mortuari, e il volto ricoperto da un sudario. E il Christo Gesù pronuncia le parole, che per così dire alludono al fatto che da quel momento in poi questo Iniziato comincerà ad operare: «Scioglietelo, e lasciatelo andare!».

Egli non è un fanciullo, come il fanciullo di Nain, egli è un uomo nel pieno possesso delle sue forze spirituali. E il risvegliato Lazzaro diviene lo scrittore del Vangelo di Giovanni. Egli è colui che sta presso la croce, e al quale dalla croce il Christo Gesù, indicando la Madre Maria-Sophia, dice: «Vedi, questa è tua Madre!». Così viene ancora una volta rivelato il suo peculiare rapporto sostitutivo rispetto all’Io di Zarathustra, il quale in quanto bambino Gesù salomonico era stato realmente generato da questa Madre.

Con questa forza in sé, egli può agire già prima della sesta epoca postatlantica», già nella quinta epoca di civiltà egli prepara la sesta, quella che dovrà mostrare la più profonda comprensione dell’Impulso-Christo, quella che comprenderà meglio il Vangelo di Giovanni».

Da tutto quanto sopra riportato è possibile vedere, come Rudolf Steiner affermi apertamente l’appartenenza dell’autore del Vangelo di Giovanni alla stirpe cainita, la sua identità con Hiram, l’architetto che edificò il Tempio di Gerusalemme, la sua identità con Christian Rosenkreutz, fondatore della corrente rosicruciana: della moderna novella Iniziazione. Questa identificazione sarà una delle conoscenze più delicate trasmesse e coltivate all’interno della Mystica Aeterna, ossia della Seconda e Terza Classe della Scuola Esoterica fondata da Rudolf Steiner. Questo dato inciderà, come avremo modo di constatare, in maniera decisiva sull’esame e sulle conclusioni che il lettore potrà trarre dalla lettura dell’opera di Orao.

Queste sono le primissime osservazioni che è possibile fare sullo scritto di Orao, pubblicato da Tilopa, e intitolato Resurrezione. Ma sarà necessario, nella seconda parte di questo articolo, andare molto più a fondo nello studio delle affermazioni che troviamo nel suddetto libro, mettendole ogni volta a confronto con quanto dice Rudolf Steiner, per trarne conclusioni conoscitivamente valide e giustificate: coerenti col metodo iniziatico e i risultati dell’indagine spirituale della Scienza dello Spirito, dell’Antroposofia. Anzi, nel proseguo di questo studio dovranno essere affrontati – sempre con sguardo obbiettivo e imparziale – punti davvero cruciali: ancora più importanti e decisivi di quelli che abbiamo esaminati sinora.

  

MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO, VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO

“MITOLOGIA” E “LEGGENDE” CIRCOLANTI NEI POCO AVVEDUTI AMBIENTI ANTROPOSOFICI

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Omnia vincit Veritas! 

Die Weisheit ist nur in der Wahrheit – la Sapienza-Saggezza è solo nella Verità.

Motto goethiano scelto da Marie Steiner nel 1912 come divisa della prima Società Antroposofica.

Una lettrice di questo temerario, e abbastanza “scomodo”, blog si firma Cappuccetto Rosso. Dimostrando in tal modo che, forse, si fida evidentemente di più del cattivissimo lupaccio della steppa che non delle effettive, non manifestate, autentiche intenzioni del “buon” Cacciatore dell’omonima fiaba, le cui reali intenzioni, alla prova dei fatti, e non quelle dichiarate verbalmente (i politici a tal proposito insegnano in maniera eloquente…), non si sa bene quali effettivamente siano. Ora considerando che il Cacciatore è maestro dell’approntare panie, reti, trappole, e nell’ordire agguati, personalmente io non mi fiderei punto delle sue altamente proclamate “buone intenzioni”.

Un po’ come nel caso dei pastori. Le pecore temono, sì, il lupo, ma forse esse dovrebbero ben riflettere che se vi è al mondo uno che le munge regolarmente, le tosa, e che sistematicamente abbatte, macella e cucina pecore e agnelli (pappandoseli allegramente poi come “abbacchio scottadita”) è proprio il pastore, per cui è il pastore ch’esse dovrebbero temere di più, e non certo il lupo, il quale, peraltro, mena un’esistenza dura, persino tragica, se ben la si considera, ed è limitatamente “predatore” per pura necessità di sopravvivenza, e non ne fa punto una lucrosa industria, come invece fa il pastore. Si sa come cacciatori e pastori siano “buoni”, anzi “buonissimi”, che più “buonissimi” non si può: con tanto di ostentata autocertificazione sui social network !

Tempo fa, la nostra Cappuccetto Rosso, scrivendo all’amministrazione del blog, pose una domanda, alla quale è giusto dare una risposta che in realtà riguarda non solo un episodio della vita di Rudolf Steiner, ma che tocca quello che è, purtroppo, lo scarso amore per la verità degli antroposofi, ed altre cosucce, a mio modo di vedere, di non secondaria importanza. Ma vediamo sùbito quanto scrisse allora – era lo scorso mese di maggio – la nostra gentile lettrice:

«Buonasera,

Sono una vostra lettrice occasionale.

Mi sono imbattuta più di qualche volta negli articoli da Voi pubblicati e mi sono resa conto che ciò si verificava tutte le volte che volevo saperne di più delle vicende del movimento antroposofico successive alla morte di Rudolf Steiner. Sono una studiosa di Scienza dello Spirito da pochi anni, lo faccio in maniera autonoma e personale, non faccio parte di nessun movimento e per questo mi trovo spesso in difficoltà nel comprendere il comportamento di alcuni “antroposofi”. 

Mi rivolgo a Voi perché conoscete il mondo antroposofico per esperienza diretta e grazie ad una instancabile ricerca della verità.

Ho particolarmente apprezzato gli articoli sulle vicende di Ita Wegman e Giovanni Colazza, articoli nei quali sono state portate prove concrete di come molti personaggi tenuti in grande considerazione dal mondo accademico-antroposofico siano in realtà lontani dagli insegnamenti del Dottore…

Essendo particolarmente sensibile a queste tematiche,  Vi scrivo per chiedere se avete informazioni sull’attività di Rudolf Steiner nel Veneto. Io sono di Conegliano, provincia di Treviso; conoscerete forse la zona per la presenza della sua Scuola Waldorf Novalis di San Vendemiano, o per la ditta Ecor proprietaria dei negozi NaturaSì.

Sento che questo territorio, al confine tra Veneto e Friuli, è molto attivo dal punto di vista dell’antroposofia, sono stati colti numerosi impulsi, soprattutto in biodinamica, pedagogia ed euritmia. Un amico che frequenta questo mondo da prima di me, mi disse che quando Rudolf Steiner si recò a Venezia, fece tappa proprio a Conegliano, soggiornando in un albergo non meglio precisato, dicendo al proprietario qualcosa del tipo: “qui c’è qualcosa di molto forte per lo sviluppo dell’Antroposofia”. 

Né io né il mio amico sappiamo se sia verità o leggenda, avete Voi qualche informazione a riguardo, o per lo meno informazioni di quel viaggio a Venezia?

Grazie per l’attenzione e per il lavoro che svolgete.

X.Y.».

Questa comunicazione di Cappuccetto Rosso si presta a varie interessanti considerazioni, che cercherò di svolgere per quanto consentano le mie conoscenze. Ma, con l’occasione, cercherò di rispondere altresì ad alcuni passati commenti che la nostra amica aveva fatto sul blog, commenti ai quali mi sono accorto di avere risposto in maniera incompleta.  

Alla gentile e-mail della nostra attenta lettrice, risposi con una mia, le cui considerazioni qui riprendo, allargando il discorso.

Direi che, oggi, anche, e soprattutto, facendo tesoro dell’esperienza di molti decenni – fra sei anni sarà passato un secolo da quando Rudolf Steiner ha lasciato l’esteriore scenario terreno – la posizione di Cappuccetto Rosso di portare avanti lo studio della Scienza dello Spirito in maniera “autonoma e personale, tenendosi lontano da ogni movimento”,  sia la posizione più savia, e soprattutto la più sana. Come direbbe, per bocca del suo avo Cacciaguida, il mio amato Dante (Par., XVII, 61-69)

E quel che più ti graverà le spalle, / sarà la compagnia malvagia e scempia / con la qual tu cadrai in questa valle; /  che tutta ingrata, tutta matta ed empia / si farà contr’a te; ma, poco appresso, / ella, non tu, n’avrà rossa la tempia. / Di sua bestialitate il suo processo / farà la prova; sì ch’a te fia bello / averti fatta parte per te stesso.

E che le cose, oggi, sia savio affrontarle così, risulta anche dal contenuto dell’ultimo colloquio che Rudolf Steiner ebbe con Giovanni Colazza, quando ormai per la progrediente malattia, era già su quello che sarà, a fine marzo del 1925, il suo letto di morte. Rudolf Steiner era oltremodo disincantato, per non dire profondamente deluso, per la sciocca superficialità, per l’inadeguatezza, l’approssimazione, la mancanza di serietà, con la quale gli antroposofi si accostavano alla Scienza dello Spirito. In alcuni casi vi furono veri e propri tradimenti spirituali. Egli vedeva molto compromesso – per non dire addirittura fallito – il nobile tentativo sacrificale, da lui compiuto col Convegno di Natale del 1923, nel quale unì il movimento spirituale alla Società Antroposofica. Di tale ‘tentativo’ – da lui stesso definito ‘ein Wagnis’, un ‘azzardo’ – egli si era assunto, in solido, la responsabilità di fronte al Mondo Spirituale, responsabilità che lo porterà, poi, a pagare con la sua stessa vita, consumandosi come un roveto ardente, gli errori, le colpe, i tradimenti spirituali degli antroposofi, che fatalmente – come egli aveva preventivamente avvertito – sarebbero ricaduti sulle sue spalle.

Per questo motivo – secondo quanto ebbi modo di ascoltare dalla bocca stessa di Massimo Scaligero – Rudolf Steiner preannunciò a Giovanni Colazza – profeticamente preannunciò – che «se l’Antroposofia fosse fallita in Germania, sarebbe rinata in Italia: in una forma nuova, più radicale, coraggiosa, giovanile, non cristallizzata in un movimento burocraticamente organizzato». Questo annuncio, per me è altresì in armonia con quanto Rudolf Steiner comunicò nel 1911, nelle conferenze di Neuchâtel sulla figura di Christian Rosenkreutz tenute il 27 e il 28 settembre, ossia che nell’ultimo terzo di ogni secolo i Rosacroce dànno un nuovo impulso spirituale. Nuovo impulso che viene a manifestarsi anche esteriormente. Per me, è certo che l’Opera di Massimo Scaligero sia scaturito da questo novello impulso, che “ri-genera” l’Antroposofia, nella forma radicale della Via del Pensiero Vivente, riportando al centro quel “filone aureo”, che l’ottusa superficialità, la mancanza di serietà, e la paura degli antroposofi nei confronti della pratica interiore realizzativa, e della concreta esperienza spirituale, avevano portato colpevolmente a smarrire.    

Per cui, saggezza e prudenza consiglierebbero davvero, oggi, al libero ricercatore dello Spirito, dantescamente, di “far parte per se stesso”, e di tenersi lontani da ogni movimento organizzato, cristallizzato in strutture dogmatiche e burocratiche, nelle quali ormai più non fluisce Spirito vivente e vivificante. Ed eziandio di tenersi lontano anche dalle petites chapelles – come le chiamano i francesi – ossia lontano dalle “parrocchiette”, e dalle conventicole nelle quali regna sovente grande ristrettezza mentale e morale, e nelle quali agiscono, talvolta, interessi personali non sempre confessabili.  

Quanto alle vicende verificatesi dopo la morte di Rudolf Steiner, e riguardanti personalità di elevato rango spirituale come Marie Steiner-von Sivers, la più stretta collaboratrice del Dottore, Giovanni Colazza, sicuramente uno dei suoi discepoli più avanzati e a lui più cari, e Ita Wegman, si tratta di un capitolo molto doloroso della storia del movimento spirituale, che dalla maggior parte – quasi dalla totalità – degli antroposofi viene ignorato, e da una esigua minoranza viene pusillanimamente “rimosso”: per non affrontarlo: ossia, tanto per esser chiari, per non affrontare la propria agglutinata mediocrità, la propria ignave accidia, la propria vigliaccheria. In futuro avremo da ritornare su tali dolorose vicende. Dovremo mostrare il ruolo nefasto, veramente “oscuro”, ‘controiniziatico’ direbbero i tradizionalisti, giuocato da personaggi come Albert Steffen, Guenther Wachsmuth, e dai loro manutengoli. La storia delle vicende del movimento antroposofico è – come dissi ad Hella Wiesberger sin dal primo colloquio, che avemmo alla sede Lascito di Rudolf Steiner, la Rudolf Steiner Halde a Dornach, nel mese di aprile del 1985 – la massima tragedia spirituale del XX secolo, le cui conseguenze non affrontate, non sanate, si prolungano  con risultati nefasti nel nostro XXI secolo.

Sarà importante riuscire a vedere chiaro in tali tristi vicende, perché molte, troppe, sono le analogie di quelle tragiche vicende con eventi accaduti dopo la morte di Massimo Scaligero all’interno della Comunità Solare : situazioni che si sono verificate anche, ma non solo, per la insinuante azione di chi tuttora opera deliberatamente a quel “trasbordo ideologico inavvertito”, che in ogni modo ci siamo sforzati di denunciare su questo “fastidiosissimo” blog. A tale proposito ho avuto l’ambìto onore di ricevere esplicite minacce. Ma di ciò a suo tempo!

La nostra simpatica lettrice chiede, poi, notizie su un episodio, che è sicuramente di un certo interesse, visto che si tratta della prima venuta di Rudolf Steiner in Italia. I legami del Dottore con l’Italia furono forti, e notevoli per profondità e importanza. E a tal proposito mi servirò di quanto riporta Hella Wiesberger, che è stata sicuramente la sua più profonda biografa – anche se Rudolf Steiner affermò a Tatiana Kisselev che una biografia di Marie Steiner «non poteva essere scritta, essendo lei un ‘essere cosmico’» – ma anche veramente l’unica, in quanto altri (pochissimi, a dire il vero) che dopo di lei hanno scritto, non hanno fatto che attingere alla sua “trilogia”.

Personalmente, sono stato alcune volte a Treviso, ma non sono mai stato a Conegliano, che immagino essere una amena e pacifica località. Conosco di fama la locale Scuola Waldorf, e conosco NaturaSì di Ecor, per i prodotti di essa che si vendono anche in vari punti della mia città, sicuramente ottimi, ma che trovo un po’ troppo cari per i magrissimi cespiti dei quali dispone per sopravvivere il presente lupaccio cattivissimo. Ma ciò è irrilevante, perché ormai sono un vecchio arnese della sopravvivenza ad ogni costo: anche nelle situazioni più avverse.

In uno studio di Robert Friedenthal, Lettere di Rudolf Steiner e Marie von Sivers ad Édouard Schuré, apparso in Nachrichten der Rudolf Steiner-Nachlassverwaltung mit Veröffentlichungen aus dem Archiv, Nr. 6, Dornach, Michaeli 1961 (Nachdruck 1985), pp. 16-18, possiamo leggere come Rudolf Steiner annunciasse allo scrittore francese Édouard Schuré il viaggio che avrebbe fatto a Venezia con una lettera datata 20 dicembre 1906, spedita da Monaco di Baviera, e come nella medesima quale comunicasse altresì dove alloggerà nella città lagunare:

«Solo ora, dai bei giorni di Barr, posso prendere respirare un po’. Fräulein von Sivers ed io passiamo qualche giorno libero a lavorare tranquillamente a Venezia. Ho voluto scrivertLe, caro amico, dalla prima stazione di viaggio, qui a Monaco. La contessa Bartowska riceverà la lettera promessa da Venezia. […]

Fino al 2 gennaio: Hôtel de l’Europe Venezia (Venedig)».

Marie von Sivers dette grande importanza a questo primo viaggio di Rudolf Steiner in Italia. In una lettera scritta dalla allora ancora Fräulein Marie von Sivers – solo nel 1915 divenne Marie Steiner, ossia, come la chiamavano gli antroposofi, Frau Doktor – allo scrittore e poeta francese Edouard Schuré il 13 gennaio 1907, citata nel proseguio di questo articolo, possiamo leggere:

«Sono contenta, tuttavia, che il signor Steiner abbia visto in questa vita un po’ della sua vecchia Italia».

Hella Wiesberger tratta, in una parte notevole del terzo volume della bella e importante “trilogia” dedicata a Marie Steiner – che volle donarmi con dedica – quelli che chiama Gemeinsame Italienreise – Comuni viaggi in Italia. Infatti così scrive In Marie Steiner. Ein Leben für die Anthroposophie, Rudolf Steiner Studien, Band I, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1988, pp. 189-192 :

«Tra tutti i viaggi intrapresi, quelli in Italia meritano più particolarmente di essere messi in evidenza, poiché la maggior parte di essi fanno parte dei rari spostamenti ch’essi fecero a titolo privato. Marie von Sivers aveva a lungo sognato di procurargli una sorta di eremitaggio, giacché ella vedeva molto da vicino a qual punto le forze di Rudolf Steiner si esaurivano, da una parte a causa degli spostamenti sempre più frequenti e dall’altra a causa di tutte le persone che lo molestavano con i loro problemi spesso troppo personali. Ella si si era augurata ch’egli potesse ritirarsi di tanto in tanto per consacrarsi alla scrittura senza essere disturbato. Ma quel sogno non si concretizzò mai. La sola cosa possibile fu di “eclissarsi” ogni anno per qualche giorno, – o secondo la sua stessa espressione , “di scomparire in un abisso”. Il suo desiderio di vedere Rudolf Steiner fare la conoscenza della sua Italia ch’ella amava talmente si comprende facilmente. Ciò poté realizzarsi per la prima volta alla fine dell’anno 1906. Essi passarono Natale e Capodanno a Venezia. Ella descrisse il suo soggiorno al suo amico Schuré».

È evidente, da quanto scrive Hella Wiesberger, che questo primissimo viaggio di Rudolf Steiner e della sua collaboratrice e compagna Marie von Sivers, fu una sorta di viaggio, per così dire, “clandestino”, volutamente in incognito. Dalla corrispondenza riportata dalla Wiesberger non risulta affatto ch’essi si siano fermati a Conegliano. E poi per quale motivo avrebbero dovuto farlo, visto che la loro mèta era appunto Venezia? A quel che so, specialmente nei lunghi viaggi, Rudolf Steiner usava spostarsi sempre in treno: scelta molto meno faticosa di uno spostamento in macchina, specialmente in inverno, con tutte le incognite che poteva riservare la meteorologia alpina. L’Italia settentrionale aveva già una vasta rete ferroviaria, e il treno arrivava direttamente a Venezia. Del resto, sempre a quel che mi risulta dall’ampia documentazione riportata dalla Wiesberger, quella fu l’unica volta che Rudolf Steiner andò a Venezia.

La collaborazione di Marie von Sivers con Rudolf Steiner si tramutò da sùbito in una febbrile, e sacrificale donazione di tutte le sue forze, al punto tale di ritrovarsi spesso esausta. Non solo il Dottore aveva bisogno di un periodico, rigenerante, “distacco”, che purtroppo solo raramente fu possibile realizzare, ma anche la stessa Marie von Sivers ne aveva urgente necessità, tant’è che persino dopo la venuta a Venezia, Rudolf Steiner si trovò costretto a scriverle, in una lettera del 13 gennaio 1906:

«Bisogna, ora, pensare seriamente a come possiamo sollevarti dagli impegni. Ma sino ad adesso è veramente molto difficile trovare qualcuno in Germania per affidargli del lavoro. Quali esperienze non abbiamo fatte qui con i nostri aiuti! Bisogna ora fare qualcosa».  

Quale fosse la situazione la descrive la stessa Marie von Sivers in una lettera scritta da Monaco di Baviera, il 4 gennaio 1907, ad Édouard Schuré, appena rientrata da Venezia:

«Eccoci a Monaco, presso le nostre amiche Kalkreuth e Stinde. Venezia è stato un momento di fermo necessarissimo nella vita di viaggi del signor Steiner, giacché affinché egli abbia ora qualche giorno di riposo, occorre che se ne fugga ai confini d’Europa, e bisogna conservarne gelosamente il segreto. Se avessimo parlato a chicchessia in Germania circa la nostra intenzione, vi sarebbe stata a Venezia un mucchio di gente, che avrebbe chiesto degli incontri. Io sapevo che era necessario nascondersi per qualche tempo per lavorare all’opera letteraria: a tutte le lettere che mi scrivevano per chiedermi ove si sarebbe trovato il signor Steiner a partire dal 20 dicembre sino all’8 gennaio, e a tutte le richieste io rispondevo: «Sparirà in un abisso; sarà dove nessuno lo troverà; e si cercherà di fare la stessa cosa ogni anno, perché senza di ciò voi lo fareste a pezzi, e i lavori letterari non progredirebbero». È così che abbiamo potuto essere soli per 10 giorni. Era bene per fare tutto quel che si doveva fare. La giornata veniva interrotta da una o due passeggiate, piene d’impressioni, ma piuttosto gravi, giacché la rovina, la decadenza s’impongono maggiormente all’osservazione, allorché un sole splendente non bagna affatto con i suoi effluvi gli antichi muri, e il blu profondo del cielo non riversa l’incanto su tutta l’Italia».

A questo punto si ferma la lettera e il racconto verrà ripreso alcuni giorni più tardi da Berlino, il successivo 13 gennaio 1907. Di questa seconda lettera, traduco solo l’inizio, ossia la parte che interessa il nostro tema.

«Non avrei mai creduto che mi sarebbe stato impossibile così a lungo scriverLe. E s’io dico impossibile, è perché considero sempre come un’ora di festa quella in cui Le scrivo, e che vorrei isolarla tra le altre. A Venezia, certo, siamo stati isolati, ma quel mucchio di lettere , e di lavori vari, era davanti a noi. Più le giornate passavano, e più vedevo che solo una piccola parte sarebbe stata terminata. È vero che un brusco cambiamento di clima per 10 giorni genera una certa fatica. Più d’una volta, ritornando dalla passeggiata giornaliera, ho dovuto dormire – per lunghi intervalli , risvegliandomi come ubriaca di sonno. Venezia, in inverno – è sempre magica, certo, solo il freddo tempera l’entusiasmo, ed è piuttosto la sua storia, il suo passato che bruciano nell’anima, la sua filosofia ancor più della sua bellezza attuale; giacché questa bellezza è ben soffusa di melanconia; ed essa vi costringe, non solo a fare un ritorno nel passato, – ma a sondare, molto al di là di ogni sentimentalità, ancorché cara, le forze viventi» dell’avvenire. Tante belle ombre si distendono allora nelle tombe, sono cessate, ed hanno detto la loro parole; la loro parola che felicemente diverrà organismo vivente su un altro pianeta, che ora agirà come forza risvegliatrice nel terreno ove sono i germi. Ma è verso quei terreni che bisogna procedere, benché siano nudi e incolti, benché tutti i venti vi passino sopra.  E vengano sollevati da grandi scosse; è là che è nascosta la vita in potenza, quella che sboccerà allorché tutte quelle belle pietre, quegli edifici in marmo e d’arte saranno divenuti polvere, che una nera vernice avrà ricoperto tutti i capolavori di pittura. […]

Chiedo venia se mi dilungo così tanto sui miei ricordi di Venezia. Sono tutta via felice che il signor Steiner abbia rivisto, in questa vita, un po’ della sua vecchia Italia, ed io farò di tutto affinché l’anno prossimo gli sia concesso di passare in incognito un mese a Roma, e forse anche per rendersi conto sul posto, in una maniera più decisiva di quanto sarebbe possibile altrove, quale posizione debba prendere la sua azione nei confronti del cattolicesimo morente».

Questo fu, come detto più sopra, l’unico viaggio che Rudolf Steiner fece con Marie Steiner a Venezia. Fu causato dall’esaurimento di forze che l’eccessivo lavoro al quale erano sottoposti entrambi. Lavoro per la causa spirituale che li aveva resi esausti, soprattutto per l’assedio continuo di una quantità di persone, le quali evidentemente trovavano molto più comodo attingere e nutrirsi delle loro forze, piuttosto che lavorare energicamente per farle sorgere con la volontà nella propria interiorità.   

È evidente da quanto possiamo leggere nella succitata opera di Hella Wiesberger, che il viaggio “veneziano” di Rudolf Steiner, nonché suo primo viaggio in Italia, sia avvenuto in incognito, ossia nella discrezione più totale. Avendo il Dottore e Marie von Sivers viaggiato in treno, giunsero direttamente a Venezia, dove avevano già prenotato dalla Germania all’Hôtel de l’Europe. Come, quando, e perché essi in questo viaggio “veneziano”, essi sarebbero andati a Conegliano, è cosa, a mio giudizio, non solo oltremodo improbabile, ma anche assolutamente inverosimile.

Non mi meraviglia affatto che, in ambiente antroposofico, in quel di Conegliano, nella Marca Trevigiana, sia sorta la suddetta leggenda circa una breve permanenza alberghiera di Rudolf Steiner nella amena e pacifica località veneta. In generale, nell’ambiente antroposofico – come del resto in molti ambienti occultistici o sedicenti tali – ‘mitologie’ e ‘leggende’ abbondano. Ciò dipende in gran parte dalla tendenza alla sentimentalità fantasiosa e sognante, che si unisce all’inerte accidia – che resta pur sempre uno dei sette peccati capitali dell’antica teologia – ossia alla pigrizia, e all’ignavia, di coloro che non vogliono praticare un’Ascesi, indubbiamente austera e dura, e preferiscono darsi a quella che Rudolf Steiner, nella Saggezza dei Rosacroce, Editrice Antroposofica, Milano, 1973, p. 13, chiama, con impietosa espressione: «voluttà astrale»:

«Per un rosacroce, se un uomo si è rotta una gamba per la strada e quattordici persone piene di affettuosi sentimenti e di compassione, ma nessuno sa rimettergli a posto la gamba, tutte quattordici gli sono meno utili di qualcun altro che arrivi, forse per nulla sentimentale, ma che sa rimettere a posto una gamba, e lo fa. L’atteggiamento che pervade i rosacroce è la sapienza attiva, la possibilità di attingere alla sapienza per agire nella vita. Per i rosacroce il parlare continuamente di partecipazione sentimentale è anzi pericoloso, perché appare come una specie di voluttà astrale. Alla bassa voluttà del piano fisico, corrisponde sul piano astrale la tendenza a volere solo sentire senza conoscere».

Necessita, urgente, una asciutta e severa Ascesi del Pensiero – mediante quello che Massimo Scaligero chiamava ‘calor cogitationis’, l’incorporeo ‘calore’ dell’atto pensante,  ovvero mediante quel volitivo atto ascetico del pensare, che in India sarebbe stato chiamato ‘tapas’, ossia ‘ardore’ – Una tale severa Ascesi, dico, asciugherebbe l’anima di tutto quel mucillaginoso umidore, che la ammala come guasta sentimentalità e fantaschicheria dell’astrale caduto. Ma l’ìnfida ed infìda natura astrale che da millenni domina il poco consapevole essere umano si difende – e si difende con ogni mezzo dialettico, sentimentale, istintivo, e persino violento – contro l’azione volitiva dell’Io nell’atto pensante. Questo spiega gli attacchi alla Via del Pensiero, gli attacchi alla Concentrazione. Nonché la proposta alle “anime belle” di una voluttuosa, sentimentalizzata, “via dell’anima”.

Ma di un simil morbo è tutt’altro che immune quell’ambiente, che il mio ottimo amico C., asceta d’altra dottrina, e valoroso fratello d’armi di tante battaglia, definisce, divertito: “scaligeropolitano”. Quando si sguazza nella morbida, e dolcemente soffusa, sentimentalità è facile sognare e scambiare suggestioni, vaghe impressioni, o anche vivide immagini di sogno per autentiche percezioni spirituali, mentre di veramente spirituale esse nulla hanno, essendo solo il risultato di una guasta natura inferiore, ferreamente legata alla corporeità, e da alquanti millenni dominata da Deità Ostacolatrici. Conciosiacosaché nascono, appunto, molte “leggende”, le quali collegandosi tra loro arrivano a generare una vera e propria “mitologia”, destituita di ogni fondamento scientifico. Per simili “leggende” e “mitologia” vengono sovente richiesti espliciti atti di fede, e viene bollata come “presunzione”, e peggio, il non piegarsi a tale teologica ortodossia, l’obbiettare apertamente circa le palesi incongruenze di cotali mistiche “comunicazioni”. Eppure, lo stesso Rudolf Steiner mette in guardia nei confronti di tale fideistica accettazione. Infatti, nella prima Prefazione – quella del 1909 – alla sua Scienza occulta nelle sue linee generali, Editrice Antroposofica, Milano, 1969, alle pp. 27 28, così scrive:

«Sebbene il libro si occupi di indagini non accessibili all’intelletto legato al mondo dei sensi, pure nulla vi è detto che non sia comprensibile alla ragione scevra da preconcetti, e ad un sano senso della verità di ogni persona che voglia usare le sue qualità umane. L’autore lo dice chiaramente: egli vorrebbe soprattutto lettori che non fossero disposti ad accettare per fede cieca il contenuto del libro, ma piuttosto tali che si sforzassero di controllarlo sulla scorta delle conoscenze della propria anima e delle esperienze della propria vita. Egli desidera soprattutto lettori prudenti che ammettano soltanto ciò che può giustificarsi logicamente. L’autore sa che il suo libro non varrebbe nulla, ove dovesse fondarsi esclusivamente  sulla fede cieca; esso vale solo nella misura in cui può giustificarsi davanti alla ragione spregiudicata. La fede cieca può troppo facilmente scambiare ciò che è stolto e superstizioso con ciò che è vero. Alcuni che volentieri si accontentano della sola fede nel «sovrasensibile» troveranno che in questo libro si esige troppo dal pensiero. Ma in questa esposizione non si tratta di una esposizione purchessia; essa deve corrispondere a ciò che risulta a un’indagine coscienziosa dei rispettivi domini della vita. E si tratta proprio di quei dominii nei quali le cose più alte  confinano facilmente con la ciarlataneria più sfacciata, e nei quali anche la conoscenza e la superstizione si toccano nella vita reale; dove, soprattutto, è così facile confonderle fra di loro».

Ho voluto mettere in grassetto alcune frasi, affinché il candido lettore ben vi rifletta. Nel primo capitolo della sua Scienza occulta, intitolato carattere della scienza occulta, Rudolf Steiner aggiunge qualcosa che esso pure dovrebbe essere ben meditato, e meditato in profondità, giacché se non se ne tiene conto, entrando nella sfera sovrasensibile, senza saper discernere realtà da illusione, verità da errore, come direbbe la mia amica F., dell’etrusca Follonica, «farebbe la fine di un gatto sull’Aurelia», ossia vivrebbe molto poco, defungerebbe velocemente. Alle pp. 32-33 della Scienza occulta, ho messo in grassetto alcune parole da meditare diligentemente, e possiamo leggere:

«Nello studio della natura, l’anima viene guidata molto più strettamente  dall’oggetto osservato, di quanto non avvenga nell’osservazione di fenomeni non sensibili. In quest’ultimo caso essa deve possedere in misura maggiore, e per impulsi puramente interiori, la facoltà di attenersi all’essenza della mentalità scientifica. Siccome molti credono, inconsciamente, che ciò sia possibile soltanto sulla scorta dei fenomeni naturali, essi decidono arbitrariamente che, non appena si abbandoni tale scorta, l’anima debba brancolare nel vuoto con il suo processo scientifico. Ma chi ragiona così non si è resoconto dell’essenza del procedimento scientifico, e forma il proprio giudizio in base alle deviazioni che necessariamente scaturiscono da un non abbastanza solido pensare scientifico diretto ai fenomeni naturali, e malgrado l’anima voglia avventurarsi all’osservazione della sfera non sensibile. In questo caso naturalmente nascono molte chiacchiere non scientifiche intorno ai fenomeni soprasensibili; ma non già perché, per loro natura,  non se ne possa trattare in modo scientifico, bensì perché, nel singolo caso in questione, faceva difetto la auto-educazione scientifica acquistata mediante l’osservazione della natura.

Chi vuole parlare di scienza occulta deve quindi avere un vigile senso per tutto ciò che di confuso nasce quando ci si occupa dei «manifesti misteri» del mondo, senza una mentalità scientifica».

Rudolf Steiner mostra la sua onestà intellettuale, oltre che morale, e spirituale, allorché con esemplare modestia arriva a dire – e lo fa molte volte – come un veggente possa errare, talvolta, circa i risultati di singole percezioni chiaroveggenti, e venire addirittura corretto da un pensatore non chiaroveggente che abbia un sano senso della logica. Naturalmente, Rudolf Steiner controllava mille e mille volte con lucido pensiero – con folgorante pensiero vivente – risultati della sua indagine sovrasensibile, e avverte moltissime volte quanto insicura, infida, sia la percezione “immaginativa”, che spesso può essere colorata, deviata, dagli stati emotivi e istintivi, poco coscienti o assolutamente incoscienti del soggetto di quella che viene creduta essere percezione “immaginativa”, ed invece è, a vari gradi e in varie forme, soltanto visionarismo medianico.

Ma, se “morbida”, e dolciastra sino ad essere stucchevole, è una cotale sentimentalità, spesso non lo è punto la correlativa natura istintiva, la quale, nel caso vengano da qualcuno contraddette le sognate “certezze” della mistica sentimentalità, può reagire con la menzogna, con la dialettica più intorcinata, con la più sordida calunniosa diffamazione, con l’ostracismo, e in taluni casi estremi persino molto violentemente. Il tutto alla faccia, e ad onta, delle proclamate a gran voce, ogni due per quattro, esigenze del “Cuore”, dell’universale “Amore”, della illimitata  “Compassione”  della “Autotrasformazione nell’anima dell’altro”, del guardare sempre, e solo, al “Punto di Luce del Logos nel cuore dell’altro”.

In tale campo per decenni il qui scrivente lupaccio cattivissimo ha potuto collezionare molte amare esperienze, che gli hanno aperto gli occhi circa quanto tiepido a dir poco sia l’amore per la Verità di tanti non solo sedicenti ‘antroposofi’, ma altresì sedicenti ‘discepoli di Massimo Scaligero’, gli “scaligeropolitani” del divertito mio amico C. Talune “leggende”.nel tempo, erano divenute una accettata vulgata, e l’averle apertamente smentite ha fatto sì che il malfidato lupaccio cattivissimo – vero miscredente – sia stato redarguito, aspramente rimbrottato, infamato, e diffamato. Ma, visto che siamo a questo punto, facciamo solo qualche esempio, che peraltro potrei facilmente largamente moltiplicare.

Una delle suddette “leggende”, diffusa nell’ambiente “scaligeropolitano” romano, era quella che della figura di Giuliano Flavio Imperatore – colui che i ‘cristiani’ chiamano sprezzantemente “l’Apostata” – facevano un traditore dello Spirito, un nemico del Logos, e negli sviluppi della “leggenda”, diffusa dall’accreditata vulgata, vi era l’affermazione essere lo scrittore ed esoterista romano, di sicula origine, Julius Evola, la reincarnazione di Giuliano Imperatore, e prova ne era – a loro dire – quanto, e non era certo poco, Julius Evola aveva scritto apertamente contro la figura spirituale di Rudolf Steiner e l’Antroposofia. Naturalmente, io non ho mai udito dalla bocca di Massimo Scaligero una simile enormità, e per di più assolutamente errata. Egli non amava affatto questo genere di “mitologie”, e le scoraggiava decisamente. Ma evidentemente non tutti la pensavano come lui, e molti preferivano affidarsi a mere deduzioni illogiche, a presentimenti sentimentali, o a “visioni”. Ma, evidentemente, il problema non sussiste: chiaroveggenti, e oscuroveggenti, visionari e affabulatori, imbonitori, e sognatori, abbondano nel mondo, e soprattutto nella Terra d’Ausonia, al punto che – come ho avuto modo di dire altrove – potrei riempirne interi treni: posti in piedi, e bagagliaio compresi!

Ora, pur avendo avuto il sottoscritto avuto alcune esperienze interiori nel «pensiero puro-libero dai sensi» – esperienze per me decisive e «conquistate a viva forza», come scritto da Massimo Scaligero nella sua Kundalini d’Occidente, e quindi non certo “spontanee”, anzi ben “coscienti”, contrariamente a quanto afferma dall’Innominato – delle quali non amo parlare, non sono particolarmente portato per la chiaroveggenza, e conoscendo i pericoli della medesima preferisco, esser prima “chiaropensante”, e solo poi, eventualmente, “chiaroveggente”. Quando dichiarai questa mia preferenza a Hella Wiesberger, in uno dei nostri colloqui, ne ebbi in risposta un luminoso sorriso, e parole di commento che mi confortarono assai. Conciosiacosaché, pur non essendo io in grado di confermare, attraverso mia percezione diretta, quanto dice Rudolf Steiner, sono benissimo in grado di sapere se Rudolf Steiner abbia fatto o meno una determinata affermazione, o se, addirittura, abbia affermato proprio il contrario di quanto viene dichiarato nelle varie leggende della propalata vulgata.

Nei viaggi che decenni fa facevo, per motivi professionali, in Svizzera e in Germania, ne approfittavo, ogni vòlta, saltando i pasti, e risparmiando all’osso, per andare a Dornach alla libreria del Lascito, la mitica, e da me amata e frequentata, Buchandlung Duldeck, a poche decine di metri dalla Rudolf Steiner Halde, sede del Nachlass. Con i soldini da me risparmiati sulla diaria che mi veniva concessa, mi compravo quanti più libri potevo di Rudolf Steiner, di Marie Steiner, e dei loro fedeli amici e discepoli. Potei così farmi una piccola biblioteca, e nei decenni successivi potei avere a mia disposizione l’intera Opera Omnia del Dottore, sia per la parte edita che per quella inedita. Tra i testi che acquistai già negli anni 80 del secolo scorso, vi erano tutti i volumi dei Nessi karmici, ancora non tradotti e pubblicati in italiano dall’Editrice Antroposofica. Ricordo, anzi, che per aiutarmi nella comprensione, dato il mio tedesco piuttosto elementare, li comprai anche in francese, tradotti e pubblicati dalla benemerita Éditions Anthroposophiques Romandes.

In tutti i cicli di conferenze, Rudolf Steiner parla con estremo rispetto, e addirittura con venerazione, per esempio in Contributi alla comprensione del Mistero del Golgotha, della figura spirituale di Giuliano Imperatore, della sua esperienza christica del “Triplice Sole”, di quanto egli venisse disgustato e respinto dai “cristiani” costantiniani del suo tempo, del suo nobile e sfortunato tentativo di restaurare la Sapienza degli Antichi Misteri, di come egli sia stato assassinato da devota mano “cristiana”. Addirittura, Massimo Scaligero mi fece, in uno dei nostri frenquentissimi incontri, una sapiente esegesi di un passo di quell’importante ciclo di conferenze del Dottore – citandomelo dall’originale francese edito da Triades, tradotto alquanto meglio rispetto alla edizione italiana – e mettendo in rapporto la luminosa figura di Giuliano con la Via del Pensiero Vivente, e la funzione futura del Manicheismo. Ma nei citati Nessi karmici, Rudolf Steiner comunica, ulteriormente, come l’Imperatore Giuliano si sia reincarnato nel Medioevo come Herzeloide, la madre di Parzifal, e come in epoca rinascimentale, egli sia riapparso come Ticho de Brahe, l’astronomo e alchimista danese, maestro di Johannes Kepler. Poi – e questo è un punto di cruciale importanza – Rudolf Steiner afferma esplicitamente come questa individualità Giuliano-Herzeloide-Ticho non fosse allora, nel 1924, incarnato sulla Terra, e che nei Mondi Spirituali egli poteva esser una guida preziosa per il ricercatore occulto, come lo fu Virgilio per Dante Alighieri, e Ovidio per Brunetto Latini. Ora, essendo Julius Evola nato il 19 maggio 1898, allorché Rudolf Steiner fece quella esplicita affermazione, ossia nel 1924, l’esoterista romano-siculo aveva ventisei anni compiuti, e quindi riguardo alla identificazione Giuliano-Evola, come direbbero gli ispanici, entonces nada! Feci notare, con garbo – allora ero ancora un lupacchiotto molto educato – e venni coperto d’improperi, perché la cosa andava in rotta di collisione con apodittiche affermazioni ex cathedra, che avrebbero dovuto essere credute dogmaticamente, altrimenti ne avrebbe sofferto il prestigio di chi tale affermazione faceva. Ovviamente, venni infamato e vituperato oltre ogni dire, mi venne fatto attorno progressivamente il deserto, e venni persino gratificato di aperte minacce. E cosa ci volete fare: il mondo  – questo sempre più immondo mondo – funziona così! Così vuole l’Oscuro Signore, l’illegittimo Princeps huius mundi, e al suo volere, all’immane potenza del convenzionale, come la chiamava Massimo Scaligero, tutti, reverenti e tementi, adorando, si inchinano! 

Vi furono una molteplicità di altri casi, nei quali la parola esplicita di Rudolf Steiner affermava apertamente l’esatto contrario di quanto la diffusa vulgata proclamava come verità, mentre era, invece, “leggenda”, “mitologia”, appunto. L’aver voluto smentire tutta una serie di affermazioni errate su Mani, su Christian Rosenkreutz, sullo stesso Rudolf Steiner, su Giovanni-Lazzaro, sul figlio della Vedova di Nain, su chi fosse l’anziano erborista che il giovane Steiner incontrava in treno, e via dicendo su molte altre figure e questioni, fece modo ch’io venissi bollato come affetto da eretica pravità, e di conseguenza ritenuto haereticus vitandus. Se descrivessi dettagliatamente tutte queste fallaci affermazioni, non la finirei più, e questo articolo è già troppo lungo. Mi veniva chiesto di piegarmi, e di “credere”, di non smentire, e di tacere. Ma ciò era cosa sordida, che mi ripugnava oltremodo. Quella che, come un dono aristocratico, ed un privilegio raro, ci è stata donata, è Scienza dello Spirito, e non Teologia. Essa richiede conoscenza e realizzazione volitiva, e non credenza cieca, fede, sdilinquimento sentimentale, e conformità. Amicus Plato, sed magis amica Veritas! E poi, come affermava quel paganaccio di Arturo Reghini, le credenze le stanno bene in cucina: co’ piatti, i bicchieri, e’ barattoli di marmellata. Ovvìa! 

La nostra simpatica Cappuccetto Rosso, in uno dei suoi commenti sul blog, rivolse al lupaccio cattivissimo un altro paio di domande, alle quali per fretta e colpevole disattenzione quest’ultimo non dette risposta. E siccome non si devono lasciare mai le cose in sospeso, né ce la si deve prendere comoda, è giusto dare qui una risposta precisa, anche se, al momento, forzatamente sintetica. In futuro sarà necessario ritornarci. Nel citato commento leggiamo:    

«Vorrei chiudere con due domande. Non mi è ben chiaro il motivo per il quale Rudolf Steiner decise di chiudere e ritualmente sigillare la Seconda e Terza Classe della Scuola Esoterica. Cosa temeva? O piuttosto perché vi diede avvio qualche anno prima?
Seconda domanda: oggi quale ruolo hanno le organizzazioni di stampo rosicrucianesimo, quelle autentiche, se ancora ve ne sono? Che compito svolgono per l’umanità?». 

Rudolf Steiner nel 1904 fondò la Scuola Esoterica, e precisamente la Prima Classe di essa. In questa Prima Sezione, o Classe, i discepoli della Scienza dello Spirito facevano una promessa sacra, ricevevano dal Dottore esercizi, meditazioni, e mantram personali, che dovevano essere gelosamente ritenuti riservati, e in quelle che vengono chiamate “lezioni esoteriche” – in tedesco Esoterische Stunden, alla lettera “ore esoteriche”– ricevevano tutta una serie di insegnamenti particolari, circa i quali i discepoli erano tenuti alla più rigorosa discrezione. Il tutto si svolgeva in una atmosfera di severa, autera, sacralità. Nel 1906, Rudolf Steiner aprì la Seconda Sezione, o Classe, col nome di Mystica Aeterna, in tre gradi, nella quale si svolgeva una rituaria, che veniva definita un “culto conoscitivo dimostrativo”. In séguito, venne aperta una Terza Sezione, o Classe, nella quale l’elemento rituale diminuiva progressivamente, mentre emergeva l’insegnamento del Maestro, e l’operatività meditativa. Al vertice di questa Terza Classe, nel Nono Grado della Mystica Aeterna, vi era il gruppo dei Dodici : il gruppo di coloro che più strettamente erano collegati e cooperavano con Rudolf Steiner.

Questa prima Scuola Esoterica in tre Sezioni, o Classi, venne sciolta da Rudolf Steiner nel 1914, allo scoppio della prima Guerra Mondiale, a causa degli attacchi che, da parte degl’intolleranti ambienti politici militaristi e pangermanisti, ma anche confessionali, soprattutto di parte cattolica, venivano portati all’Antroposofia, la cui cerchia veniva accusata di essere una “società segreta”: cosa falsissima. Nel 1924, dopo il Convegno del Natale 1923, Rudolf Steiner cercò di rifondare la Scuola Esoterica su una base nuova. Ma l’inadeguatezza, la mancanza di serietà di molti partecipanti, ed alcuni gravi tradimenti spirituali, fecero sì che il dottore non andò oltre le prime diciannove “lezioni esoteriche”. Nel settembre del 1924 si rifiutò di riaprire – proprio per i suddetti motivi – la Seconda Classe – che avrebbe dovuta essere diretta da Marie Steiner, mentre la Prima Classe veniva affidata ad Ita Wegman – e, a maggior ragione, la Terza Classe, che avrebbe dovuto essere diretta dallo stesso Rudolf Steiner. Dopo la sua dipartita, le dolorose vicende della Società Antroposofica, e le successive, ripetute profanazioni, della Classe, mostrarono ad abundantiam quanto avesse ragione Rudolf Steiner a interrompere la sua donazione ad individui incapaci, poco seri, e indegni.

Nel mondo non esistono “organizzazioni” rosicruciane autentiche. L’Ordine, o la Fraternitas Rosae Crucis non si manifesta sullo scenario sensibile, e non ha bisogno di organizzazioni e di pubblicità. Associazioni come l’A.M.O.R.C., fondato a San José, in California, da Harvey Spencer Lewis, la Rosicrucian Fellowship, fondata a Oceanside dal plagiatore Max Heindel, la Rosicrucian Fraternity di Quakertown, fondata Reuben Swiburne Clymer, non hanno nulla a che vedere col rosicrucianesimo autentico, e possono portare a situazioni molto, ma molto pericolose. Il candido lettore è pregato di credere al fatto che questo lupaccio cattivissimo sa bene di cosa si stia parlando.

Il rapporto, e il contatto, con la autentica realtà della Rosacroce è un fatto spirituale, e sicuramente si invera quando e ne confronti di chi deve avvenire: fuori di ogni ostentazione, vanità, o ricerca di illusori poteri occulti. Anche in questo caso è salutare tenersi lontano da leggende e mitologie. Sed de hoc etiam satis! 

     

SCIENZA DELLO SPIRITO

ANCORA LA VESSAZIONE DEGLI STOLTI, OVVERO CONTRO L’IMPOSTURA E L’ANTROPOSOFIA IN SALSA NEW-AGE

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Tu nihil invita dices faciesve Minerva – Tu nulla dirai o farai  a dispetto di Minerva.

Quinto Orazio Flacco, Ars poetica, 385.

Poiché il presente lupaccio cattivissimo oramai si è già fatta una pessima fama, ovverossia fama di intollerantissimo lupaccio ringhioso, mordace, ed oltremodo polemico – fama di cui egli con una qual certa delinquenziale voluttà mena pure sconsideratamente vanto – tanto vale per lui trarre un qualche colpevole vantaggio da cotal mala fama, levarsi con palese soddisfazione qualche sassolino dalla scarpa, ed eziandio permettersi il lusso di dir fuori dai denti quel ch’ei pensa.

E siccome, nel gran teatro del mondo, i posti per i ‘buoni’ sono già tutti preventivamente occupati da quanti, in maniera stucchevolmente dolciastra, a gran voce si proclamano  tali ogni due per quattro, ed esibiscono pure l’autocertificazione che li autorizza a farsi conoscere come autenticamente ‘buoni’, anzi ‘buonissimi’, a questo lupaccio cattivissimo non resta che andare ad accomodarsi su nel loggione, ove vengono di regola relegati i cattivi, e i reietti. Ma, devo dire, che la compagnia dei ‘cattivi’, e dei ‘cattivissimi’, è alquanto più gradevole, e di gran lunga preferibile, di quella dei ‘buoni’ politically and esoterically correct, rispetto ai quali è davvero opportuno e salutare affermare: dai ‘buoni’ mi salvino gli Dèi, che da pirati e masnadieri mi salvo io da solo.

Nelle notti – specie in questo periodo piuttosto afose e accaldate – di quella dolcissima e melanconica insonnia dell’etrusco lupaccio, che tanto diverte la nostra ottima Savitri e il tergestino lupaccio Isidoro, al tirrenico lupaccio càpita, per distrarsi ed ingannare il sempre fuggevole tempo notturno, di leggere qua e là quanto vanno scrivendo vari pittoreschi personaggi su vari siti, pagine, e forum che fanno bella (si fa per dire…) mostra di sé in quell’immensissima fogna che è Infernet, ossia in quell’aracnide rete, che pare che ormai tutto avvolga e tutto divori. E questo, nella fattispecie, è il precipuo fine che si pone ogni ragno che si rispetti nel tesser la sua sapientissima, geometrica, tela: irretire, ossia – secondo etimologia – avviluppare nella rete, e poi divorare, e ben digerire, quante più vittime possibile. Nella fattispecie, la submateriale telematica rete dell’ormai ovunque imperante Infernet viene tessuta con millenaria perfida sapienza – velenosa “sapienza”, sia ben chiaro – dall’Oscuro Signore, dal Principe dell’Oscuro Pensiero, come veniva questi chiamato nell’antichissima zarathustriana Persia.

E dove vuole giungere con le sue ‘macchinazioni’ – è proprio il caso di chiamarle così – l’Oscuro Signore? È, invero, interessante, oltre che estremamente salutare, e salvifico, rendersene conto. In una lezione esoterica, tenuta il 23 dicembre 1924, curata e pubblicata dalla mia compianta amica Hella Wiesberger all’interno dell’Opera Omnia, nella sezione Aus den Inhalten der Esoterischen SchuleDai contenuti della Scuola esoterica, Rudolf Steiner comunica qualcosa che dovrebbe far oltremodo riflettere coloro che troppo superficialmente, e spensieratamente, dicono di richiamarsi alla sua Opera:

«È impossibile immaginarsi che cosa possa accadere in un tal caso, se l’umanità non avrà ancora raggiunto l’altruismo. Soltanto attraverso il raggiungimento dell’altruismo sarà possibile trattenere l’umanità sull’orlo della perdizione. Il declino della nostra epoca attuale sarà causato dalla mancanza di moralità. La civiltà lemurica è stata distrutta dal fuoco, l’epoca atlantica dall’acqua, la nostra sarà distrutta dalla guerra di tutti contro tutti; gli uomini distruggeranno se stessi nella lotta fra di loro. Ed il fatto desolante – più desolante di altri modi di rovina – sarà il fatto che gli uomini stessi ne porteranno la responsabilità!

Un piccolo gruppetto si salverà per la sesta epoca di cultura. Questo piccolo gruppetto sarà progredito sino all’altruismo. Gli altri raggiungeranno ogni raffinatezza nell’elaborare le forze fisiche della natura e nel metterle al proprio servizio, senza sviluppare il grado necessario di altruismo.

Particolarmente nella settima epoca di cultura questa guerra di tutti contro tutti imperverserà nel modo più tremendo. Forze potenti, violente, deriveranno da scoperte che trasformeranno l’intero globo terrestre in una specie di aggregato elettrico autofunzionante. In un modo che non può essere rivelato, il piccolo gruppo sarà protetto», GA 93, Die Tempellegende und die Goldene Legende, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1978, pp. 123-124.

Le parole «zu einer Art selbstfunktionierendem elektrischem Apparat», appunto una sorta di aggregato-macchina-apparecchio elettrico autofunzionante, non lasciano granché dubbi circa l’affinità tra quello che, già oggi, si sta realizzando sulla Terra attraverso l’omninvadente tecnologia telematica – che ora tenta di spingersi sino al 5G – e quanto afferma lo stesso Rudolf Steiner. Ma questo complicato, e stritolante, marchingegno – l’Apparat, come lo chiama il Dottore nella sua comunicazione – è solo il mezzo, lo strumento, il canale, per veicolare qualcos’altro. Ora, l’Oscuro Signore è dominatore della materia, della menzogna, nonché il suscitatore dello spirito d’avversione.

Menzogna, paura, e spirito d’avversione – che è sempre avversione nei confronti dello Spirito – sono gli strumenti per incatenare il poco, davvero troppo poco, consapevole uomo alla materia. La sua influenza si estende ormai in ogni campo: compreso quello politico, culturale, religioso, ed altresì – anzi a maggior ragione – quello esoterico. Perché, essendo o dovendo essere la Via esoterica una ‘Via di liberazione’, pervertendo, deviando, inquinando la Via esoterica, si rende appunto impossibile la liberazione. Naturalmente, l’Oscuro Signore ha l’abilità e l’accortezza di adoprare una molteplicità di mezzi e strumenti diversi a seconda della varia conformazione degli esseri umani. A lui poco importa se le catene che astringono l’uomo, e lo tengono in schiavitù, siano di rozzo acciaio, o d’oro, o d’argento, o addirittura se siano catene di petali di rosa: l’importante è che esse mantengano l’essere umano nell’abietto servaggio al quale egli vuole destinarlo.  

A tal fine, a livello esoterico, viene usata una vasta gamma di ‘vie’, le più diverse, e persino antitetiche, che però solletichino, e soddisfino, i gusti rozzi o raffinati delle predestinate vittime. Vie d’Oriente e d’Occidente, vie magiche e mistiche, forme rituali cerimoniali e devozionali, complessi di ideologie e filosofie spacciate per ‘metafisiche’, forme più o meno alterate, modernamente “aggiornate” di yoga: yoga ginnico e respiratorio, yoga tantrico della “mano destra” e della “mano sinistra”, vie di “magia sessuale” spacciate per “alchìmia”, magia “bianca”, “rossa”, “nera”, black&white (come il whisky), la Wicca, il Vaudou, la Santeria, l’Umbanda, il Candomblé la stregoneria vera e propria, e via dicendo. 

Nel primo incontro personale, alla fine della primavera del 1970, che io ebbi con Massimo Scaligero, ad una mia domanda circa certe vie ed influenze spirituali, che giungevano allora in Italia da Oltreoceano, egli rispose ben deciso: Ricordati dall’America non verrà mai niente di buono! Ed io mi tengo per detto tale tagliente affermazione. Anche perché, in quasi mezzo secolo di Scienza dello Spirito, ne ho potuto constatare l’assoluta verità. In una forma o nell’altra, tutte quelle vie sedicenti spirituali sguazzano nella medianità più sfatta. Medianità non è soltanto quella del volgare spiritista che fa ballare il tavolino a tre gambe. Oggi, medianità è ogni forma di spiritualità non fondata sull’autocoscienza dell’Io: visionarismo, channeling, magismo inferiore, shamanesimo, misticismo sentimentale. Oggi si può dire che persino la pubblicità, le strategie di marketing, la politica – tutta la politica, e in special modo quella che viene mescolata all’esoterismo – con le sue spregiudicate manipolazioni sono medianità: sono un coltivare in sé e negli altri forme varie e insidiose di medianità. Massimo Scaligero affermava apertamente che i politici erano e sono dei medium. E levò la pelle di dosso ad amici che si davano alla politica. Uno di loro, persuaso da “qualcuno”, sconsideratamente, aspettò la morte del Maestro per ricominciare a fare politica! 

In questo senso, dall’America negli ultimi decenni ci è giunta una delle forme più sfatte di spiritualità medianica: la New Age. E la New Age, slavata e sognante forma di ‘spiritualità’ un po’ hippy, un po’ liberty, e un po’ celtic folklore, con una patina di orientalismo di maniera, sta imperversando di là e di qua dall’Oceano Atlantico. E siccome notoriamente molti antroposofi sono delle vere “aquile” di sapienza e discriminazione (si fa sempre per dire…) possiamo oggi assistere a tutta una serie di indebite commistioni della Sapienza Celeste dell’Antroposofia con qualcosa di guasto e malsano, che con essa nulla, proprio nulla, ha, nonché nulla deve o dovrebbe avere a che fare. Una indebita commistione dove – come in un americanissimo melting pot – tutto viene fuso e con-fuso. Il mio amico L. – che incontrai a Roma nell’agosto del 1969, e che nella successiva primavera del 1970 doveva presentarmi Massimo Scaligero – chiamava causticamente tali commistioni: un fricandò colle cipolle. Va da sé che il contenuto di un tale melting pot, o un tale fricandò, così come il contenuto del pentolone delle streghe del Macbeth di Shakespeare, sia assolutamente immangiabile, e procuri inevitabilmente nausea, forti dolori di stomaco e intestinali.  

Al presente lupaccio cattivissimo è capitato, alcuni giorni fa, di leggere, su un noto social network di Infernet, tutta una discussione, a momenti piuttosto accesa, su quanto aveva scritto, proprio sul quel noto social network, il 22 giugno scorso, un tale X.Y., il quale letteralmente (con incerta sintassi e ortografia che non correggo) così scrive:

«Fausto Carotenuto ha detto in un un’incontro (sic) a Milano che i ritmi del giorno sono scanditi dalla presenza, fra gli altri, degli arcangeli e che la sera in particolare sarebbe presieduta da Michele … mi piacerebbe approfondire il tema con lui se vorrà gentilmente partecipare e con tutti voi cari amici grazie mille per l’attenzione … naturalmente posso essermi sbagliato e in questo caso chiedo scusa».

Questa affermazione aveva suscitato una nutrita discussione. Vi fu chi, con correttezza chiese da quale fonte dell’Opera di Rudolf Steiner risultasse una cotale apodittica affermazione, a mio modo di vedere non solo sicuramente errata, ma anche dimostrabile come errata. Ma la richiesta di citare la fonte, avanzata dalla nostra amica Shanti Di Lieto Uchiyama, non ha trovato soddisfazione, come ci si sarebbe ragionevolmente aspettato:

«Sarebbe opportuno citare le fonti. Perché spesso non viene detto da dove vengono tali conoscenze».

A questa richiesta, la nostra amica Shanti, poco dopo, aggiunge quanto segue, senza peraltro ricevere, neppure questa volta, adeguata risposta, ma solo evasive, divaganti, considerazioni:

«Tutti siamo esperienza che vive, ma se non siamo Rudolf Steiner che attinge al Mondo Spirituale le sue conoscenze, è opportuno citare le fonti. Steiner stesso parla con chiarezza di come acquisisce tali informazioni nelle sue ricerche, di ciò che gli viene mostrato e ciò che non riesce a vedere anche con ricerche estenuanti, nei suoi viaggi che duravano anche tre giorni in una stanza nella stanza, e nessuno lo disturbava. Se avesse avuto una vita frenetica come la nostra non so cosa avrebbe potuto dire nelle sue conferenze…».

La richiesta più che onesta e legittima della nostra amica Shanti – quasi fosse un atto di “lesa maestà” nei confronti di chi – come direbbe il bravo Arturo Reghini – “ammanniva ex cathedra il verbo salvifico al popolo catecumeno”, ha suscitato un vero e proprio vespaio da parte dei seguaci di colui che tale affermazione aveva fatta, nonché la risentita reazione dello stesso Fausto Carotenuto.   

Ora lasciando perdere tutta una serie di commenti di sapore, per così dire, un po’ “cortigiano” e laudativi di taluni, e quelli polemici ma che non colgono nel segno di altri, è interessante riportare una prima reazione del Carotenuto, il quale a tutta prima cerca di sottrarsi all’onesto confronto, così scrivendo:

«Come voleva e auspicava Rudolf Steiner, non solo Rudolf Steiner doveva e poteva attingere al Mondo Spirituale, ma un po’ alla volta tutta l’umanità in evoluzione. Ma, vedendo l’aria che già tira nei commenti, mi astengo dal dire altro su questo tema in questa pagina e ne parlerò all’amico X.Y., se me lo ricorderà, quando ci vedremo personalmente»,

ma, poi, ei proprio non resiste, e più sotto – pur eludendo bellamente la  più che legittima richiesta di Shanti – aggiunge:

«Io non ho comunicato nulla in questo post… e quindi come avrei potuto comunicare la fonte di una cosa che non ho scritto? Maurizio mi ha chiesto un approfondimento rispetto ad una conferenza tenuta a Milano tempo fa. Di massima quando parlo cito Steiner quando c’è da citarlo, così come altri iniziati… parlo di conoscenze rosicruciane quando sono quelle che lo stesso Steiner cita spesso senza dire da chi le ha avute, quando e perché (e faceva bene). E quando non cito qualcuno, nelle conferenze, vuole dire che sono io che dico le cose, sulla base delle mie esperienze e conoscenze. Tutto qui. Il mio lavoro non è affatto quello di “citatore”, né sono un adoratore acritico del pur grandissimo Steiner. Ma si fa scienza dello Spirito anche senza rifarsi ad ogni passo a Steiner. (E forse questo mi distanzia dalla maggioranza degli aderenti a questo gruppo). Quello che mi interessa è comunicare, con linguaggio comprensibile ai più, contenuti che siano utili alle persone, per aiutarci reciprocamente a crescere nella nostra capacità di creare il bene. Il resto mi pare terribilmente secondario e poco utile. Ma ognuno, come sempre, ha un suo compito e segue un sua strada, giusta o sbagliata che sia. A me interessa l’uovo, e non capisco quelli che invece del vero contenuto dell’uovo, cercano solo il pelo».

Indi poscia, il Carotenuto, poco sotto, sempre per non citare le fonti della sua alquanto problematica affermazione, si defila ancora una volta, e scrive:

«Ogni cosa ha il suo contesto. Ripeto che io qui, in questo post, non ho comunicato nulla, e quindi qui non ho fonti da comunicare. Tutto qui. X.Y. mi ha chiesto di approfondire. Per qualcun altro approfondire significa citare Steiner (perché solo Steiner poteva…). E io – vista l’aria che tira, appunto, non ho altro da dire su questo tema. E preferirei chiuderla qui».

Ma ancora una volta, spinto da uno spiritello loquace, ei non resiste ad “esternare” il suo pensiero e aggiunge:

«Comunque, per dare un elemento in più e da dove viene, per non lasciare in sospeso chi è interessato (e per non fare l’antipatico stizzoso)… riporto sinteticamente quanto segue: è conoscenza propria degli iniziati e da ultimi dei rosacroce, già prima dell’ultima incarnazione di Steiner, che dai maestri rosacroce lo ha appreso e poi reso in parte noto, che non solo i quattro arcangeli Gabriele, Raffaele, Uriele e Michele sono, tra le tante altre cose, spiriti della stagioni, nell’ordine Inverno, Primavera, Estate e Autunno. Ma che le loro qualità e influenze si riflettono nello stesso ordine in 4 periodi di sei ore sulle ore della notte (22-4), del mattino (4-10), del mezzodì (10-16) e del pomeriggio-sera (16-22). Per parlare più direttamente di Michele che ora guida la crescita del pensiero e del cuore umani (della coscienza) nell’ “età del cuore che pensa”, è in effetti a partire dal pomeriggio, quando il sole esteriore, il logos solare, comincia a calare, e ci investe in misura minore con la sua forza divina, che questo rende più libero il nostro sole interiore di brillare con le proprie forze, e di emettere i propri raggi unendo pensiero e cuore per pensare e sentire come meglio agire per il Bene di tutti. Sono nella nostra epoca le ore migliori per pensare e sentire michelianamente a come meglio creare il Bene».

E, per meglio precisare, afferma sinteticamente:

«Quando intendo iniziati rosacroce non intendo affatto gli ordini che si definiscono rosacroce… ma i veri maestri di quella corrente, dai quali in via diretta lo stesso Steiner ha preso parte importante delle sue conoscenze e tecniche. Che non si trovano certo ad ogni angolo di strada».

Le “sapienti” (ancora una volta, si fa tanto per dire…) “rivelazioni” di Fausto Carotenuto riscuotono la fervida ammirazione di tale Sabrina Madama D’ore (sic), la quale commenta:

«Grazie tantissime… dunque se ho ben capito Michele ci sarebbe fino alle 22.. (sic) poi subentra Gabriele…».

Le risponde così il Carotenuto: «Sabrina Madama D’ore, ci sono sempre tutti. diciamo che, in modo non meccanicistico, le qualità dell’uno prevalgono sulle qualità degli altri in quelle determinate ore».

A questo punto, non poteva mancare la stupita, e commosa, risposta di Sabrina Madama D’ore, in trepida attesa di ulteriori “mistiche rivelazioni” :

«Meraviglioso… poi se un giorno ti andrà di parlarci delle qualità accolgo con molto interesse per ora grazie davvero per la tua disponibile generositaà … Buona giornata, Fausto Carotenuto».

Beh, non dispiaccia al signor Carotenuto, ma qua, nella fattispecie, non si tratta affatto di “cercare il pelo nell’uovo” (per usare la sua espressione), bensì di cercare la Verità, e sulla Verità non è affatto il caso di fare sconti proprio a nessuno. E il perché lo dice Rudolf Steiner in un ciclo di conferenze – al quale rimando, anche se dalla milanese Editrice Antroposofica è stato tradotto un po’ maluccio, ma ne io posseggo da decenni anche l’originale tedesco – ossia, Die okkulte Bewegung im  neunzehnter Jahrhundert und ihre Beziehung zur Welkultur, apparso in italiano col titolo Il movimento occulto nel secolo diciannovesimo e il mondo della cultura, O.O. 254, Milano,1993.

In tale importantissimo ciclo, sin dalle prime delle tredici conferenze, tenute a Dornach tra il 10 ottobre e il 7 novembre 1915, il Dottore parla – e descrive con abbondanza di particolari – delle spregiudicate strategie di una serie di confraternite occulte di “sinistra”, spiritualmente deviate e deviatrici, le quali si sforzano di mettere fuori strada i cercatori dello Spirito attraverso l’inserire alcuni singoli particolari, apparentemente del tutto secondari (ma che tali non sono punto), volutamente errati, in una concezione spirituale più generale, facendola così deviare verso una forma di “materialismo spirituale” (ci si perdoni l’audace ossimoro, che però è di Rudolf Steiner), e paralizzando così lo sforzo del ricercatore di un autentico Mondo Spirituale, e provocando effetti negativi tutt’altro che trascurabili nel mondo della cultura e nella civiltà.  

Non vi è nulla di peggio di una concezione apparentemente spirituale, o che si vorrebbe tale, “colorata” materialisticamente attraverso l’introduzione di singole, o poche, nozioni, solo apparentemente secondarie, ma le quali hanno il potere di aggirare, o letteralmente scavalcare, il pensiero cosciente e il potere critico di un ingenuo ricercatore, e di scendere nella sognante sfera del sentire, e in quella ancora più profonda e oscura della volontà istintiva, “configurandole” al servizio dei non dichiarati – e non certo encomiabili – fini di chi, ben coscientemente, e cinicamente, mette in scena una tale farsa, o illudente “fattispecie”. Rudolf Steiner, descrivendo tutta una serie di eventi della storia del movimento occulto del XIX secolo, e le tragiche conseguenze che tali eventi ebbero, e tuttora hanno (tra le quali la diffusione pandemica di quel cancro spirituale che è la medianità spiritica o magico-cerimoniale), parla della “confusione” che, attraverso gli scritti di Sinnett e della Blavatsky, – su istigazione di deviate confraternite occulte indiane della “mano sinistra” – venne introdotta nel movimento teosofico tra l’attuale satellite della Terra, ossia la Luna fisica, e la famigerata “ottava sfera”, mentre da parte di altre, sempre anch’esse deviate, confraternite occulte del mondo anglosassone, e di quello inglese in particolare, veniva falsata la funzione cosmica degli Spiriti planetari, ed eziandio dell’intera evoluzione cosmica. 

Molto, ma molto, peggiore, e soprattutto ben più pericoloso del materialismo volgare, o di quello scientifico, il quale almeno ha un campo limitato nel quale è utile e giustificato, è il falso spiritualismo, il falso esoterismo, che si riveste di seducenti apparenze, le quali nascondono realtà e finalità inconfessabili, che con l’autentica sfera spirituale nulla, o molto poco, hanno a che fare.   

La nostra amica Shanti con molta modestia e correttezza, ha provato a rispondere al Carotenuto, cercando di riportare le cose su un terreno più onesto e sano, anche se talune sue affermazioni devono essere meglio precisate. Ma leggiamo quel che lei scrive:

«In ambito della Loggia dei cosiddetti Rosacroce ossia Loggia di Misraim, in effetti girano post da anni sugli Arcangeli in relazione alle quattro stagioni, e anche sul collegamento con le ore del giorno devo aver letto qualcosa, forse di Giorgio Tarditi Spagnoli, o qualcuno che come lui si esprime in modo che a me ricorda tanto la Besant e i guru della teosofia, piuttosto che la Scienza dello Spirito come la conosco nel mio piccolo dal lato di Massimo Scaligero e Giovanni Colazza, con immagini e linguaggio molto diversi da questi signori della Loggia dei Rosacroce. Anche Archiati ne aveva scritto mi sembra di ricordare. Dal punto di vista del contenuti, probabilmente andranno a recuperare delle conoscenze che giravano tra ottocento e inizio novecento nel sottobosco esoterico in cui Rudolf Steiner si trovò a navigare come in una palude di notte, tra luci ed ombre. Una necessità karmica di certo, in quel periodo. E probabilmente queste conoscenze sugli Arcangeli avranno un loro fondamento, nonostante la fumosa aura di mistero svelato dal sapore teosofico faccia sorridere chi ha la fortuna di aver conosciuto il lavoro di Massimo Scaligero. Il punto che mi fa riflettere anche su me stessa però è un altro: la curiosità che anima noi che impieghiamo tempo e attenzione nel discutere su questa come su altre rivelazioni, la caccia a prodigiose conoscenze e segreti custoditi per millenni nelle scuole rosicruciane, e resi generosamente disponibili da un vero e proprio esercito di Maestri che scende ad allietare la comunità antroposofica dei giorni nostri, mai così ricca di iniziati che attingono, pare, direttamente dai Mondi Spirituali e dalle gerarchie, suscita in una piccola aspirante discepola indegna come me, una semplice domanda: ma Massimo Scaligero cosa è venuto a fare in questo mondo? Ma chi gliel’ha fatto fare di scrivere e fare riunioni e seminari solari? Ma la Via della Volontà Solare a cosa ci serve, se poi dobbiamo passare i pomeriggi domenicali a discutere delle ore degli Arcangeli o del sesso degli Angeli?». 

La precisazione che è doveroso fare è che, nel caso dell’imperante e strombazzante occultistame fognardo, si dovrebbe parlare di falsi, falsissimi, rosacroce, essendo assolutamente una sacrilega, e blasfema, appropriazione indebita il richiamarsi di costoro all’autentica Rosacroce, così come è una sfacciata impostura il richiamarsi di questi tristi figuri al Rito di Misraim. Per cui, nel loro caso, niente Loggia dei Rosacroce, e niente Loggia di Misraim. Come, del resto, ebbi modo di mostrare, e documentare, nel caso di quel pittoresco personaggio che è Giorgio Tarditi Spagnoli, del quale ho avuto modo di occuparmi su questo blog in passati articoli. So bene come nell’esiziale, mortifera, palude stigia dell’occultismo ovunque dilagante dalle “dighe rotte” – per esprimersi come fa Massimo Scaligero in Dallo Yoga alla Rosacroce – innumerevoli siano gli Ordini, le associazioni, i gruppi, i gruppastri, che si appropriano indebitamente di tali sacre e gloriose denominazioni, ed abusano dell’ingenua credulità di molti, troppi, non bene informati ricercatori. Per cui è giustificato, e oltremodo opportuno, il rilievo di Shanti, che ho solo voluto meglio precisare, ritenendolo necessario.  

Ma, entrando in medias res, l’attribuzione della direzione arcangelica delle ore, che fa Fausto Carotenuto, anzitutto nulla ha a che fare con la Scienza dello Spirito – e questo è il motivo per cui egli si esime da indicare la fonte nell’Opera di Rudolf Steiner – e, secondo di poi, essa è eziandio totalmente errata. Ma non gli andremo a dire il perché. Un vecchio iniziato, anni fa, mi disse che “i demoni della bramosa curiosità vanno fatti morire di fame”, per cui, come si dice birbonissimamente nella Città del Fiore, nìsba, nìcchesse! La cosa interessante, invece, è che della questione (molto equivocata, e producente risultati che più errati non potrebbero essere) delle cosiddette “ore magiche”, rette da entità spirituali varie (non solo Arcangeli), oggi, si occupano coloro che, in maniera insana e improvvida, si dànno a quelle oltremodo venefiche forme di magia inferiore, che sono la magia cerimoniale, e la magia sessuale: alla Giuliano Kremmerz, o alla Pascal Beverly Randoph, o alla Aleister Crowley, tanto per intendersi. Il che, a dirla tutta, lascia non poco perplessi circa dove voglia, o possa, suo malgrado, ossia anche non volendo, andar poi a parare il nostro “mistico istruttore”. Mah!

Normalmente, l’esito fatale di molti che rinunciano all’impresa interiore è quello di darsi ad una dialettica intellettualistica, o ad un sentimentalismo mistico, o a forme varie di attività estetizzanti (con il condimento di uncinetto, pifferi, acquerelli, “danze cosmiche”, teatro, e via dicendo), oppure – se sono alla ricerca di quelle che Massimo Scaligero chiamava ironicamente le “vie della facile forza” – vi è per essi l’inoltrarsi negli infidi meandri attossicanti della bassa magia, spesso addirittura di una “magia da serve”, come la chiama il mio ottimo amico C., Asceta di altra dottrina. In quest’ultimo caso, si va a chiedere a cerimonie, a rituali scenografici, a profumi, incensi, a “parole di potenza”, ad esercizi corporei, a cifre e glifi magici, quel che non si sa, o non si vuole, per mancanza di coraggio, imperiosamente esigere dalla propria fiacca volontà. Ma, tanto per disilludere gl’imbelli e gl’ingenui, occorre dire chiaramente che “surrogati” della volontà non ne esistono. Nell’epoca dell’anima cosciente, non esistono alternative alla Via della Concentrazione, ossia all’energico immettere sempre più la forza della volontà cosciente nel pensiero cosciente: occorre volere, volere intensamente, volere a lungo, volere instancabilmente, sino a che non venga superato lo stato di morte del pensare, sino a che non si inveri la resurrezione cosciente dello Spirito, dell’Io, oltre il sonno dell’anima. 

Ma che problema c’è?! Presso l’immortale Accademia della Coscienza, in quel di Castel Giorgio di Orvieto, si tengono corsi per “Sviluppare i Propri Talenti Spirituali”, a cura di Fausto Carotenuto, che così scrive:

«Un importante percorso di approfondimento e di sviluppo dei talenti speciali che ognuno di noi porta con se (sic per: sé) per contribuire al benessere ed alla crescita della rete umana. Un cammino di consistente rafforzamento interiore. Maggiore forza, sicurezza, serenità nel compiere la propria missione nella vita».

Si tratta di ben  «9 seminari residenziali nel corso di un biennio (2019-2021)», dei quali ci vengono fatti conoscere i  Temi ed esperienze del percorso:

«Comprensione del senso e del ruolo della propria vita e del proprio karma. Riequilibrio interiore, tecniche corporeo-eteriche. Pratiche per il rafforzamento del pensiero, della volontà e del sentimento. Lettura dell’aura, visualizzazioni, ricordo cosciente delle vite precedenti. Collaborazione operativa con gli Archetipi. Lettura profonda della realtà. Sviluppo dei rapporti con le energie di Madre Terra e la Geografia Sacra. Conoscenza della gamma di aggressioni da parte degli esseri dell’ostacolo sui vari piani; attività di difesa, contrasto e trasmutazione. Conoscenza delle simbologie sacre. Visualizzazione e ascolto delle dimensioni superiori. Sviluppo delle relazioni con gli esseri di luce delle diverse dimensioni intorno a noi e dentro di noi. Iniziazione ad un corretto rapporto con i Mondi Spirituali nelle varie dimensioni Crescere per portare nella vita quotidiana la forza intuitiva, equilibrata e amorosamente fattiva del proprio Spirito».

“Amorosamente fattiva”, appunto! E che volete di più?! Il nobile scopo di così sublime Accademia è dichiaratamente:

«Un percorso per liberarsi progressivamente dai lacci e dai condizionamenti che impediscono alle proprie qualità superiori di emergere. Ed alla connessione con il mondo spirituale di aprirsi e consolidarsi. Un cammino evolutivo per comprendere meglio i propri doni d’amore e svilupparli. Un percorso multidisciplinare di approfondimento delle conoscenze e delle tecniche di connessione con il mondo spirituale e con le sue molteplici manifestazioni nelle dimensioni materiale, vitale e psichica. Per farsene interpreti nel mondo intorno a noi. Per migliorare decisamente la qualità ed il senso della nostra vita».

Un vero corso di ripetuti fine settimana, vòlto al rafforzamento di pensiero-sentimento-volontà, e quant’altro: con quello che pagano gl’intervenuti discenti il successo sarà certamente assicurato: secondo la formula “soddisfatti o rimborsati”!  Stupisce il fatto che, a questo punto, nella bella italica Terra d’Ausonia  gli Iniziati e gli Illuminati non siano già legione! Siamo proprio in piena New Age !

Della “reggenza” dei quattro Arcangeli – Michael, Gabriel, Raphael, Uriel – nelle quattro stagioni, scandite nell’anno dalla “croce” solstiziale-equinoziale, Rudolf Steiner parla, per esempio, in Das Miterleben des Jahreslaufes in vier kosmischen Imaginationen, O.O. 229, parzialmente tradotto e pubblicato dalla Editrice Antroposofica col titolo L’esperienza del corso dell’anno in quattro immaginazioni cosmiche, Milano, 1983. Mentre della “reggenza” dei sette Arcangeli, collegati ai sette pianeti dell’antico sistema tolemaico, Rudolf Steiner parla varie volte all’interno delle “lezioni” (esoterische Stunden) della prima Scuola Esoterica (1904-1914), nonché naturalmente anche altrove, per esempio, nelle conferenze del 1924 sui Nessi karmici. Ivi, il Dottore mette in relazione i sette Arcangeli con i sette giorni della settimana, ma altresì con la “reggenza” – ognuna di 354 anni –  di ognuno di questi Arcangeli con le succedentisi epoche storiche. In questa successione, Steiner segue il sistema angelico di Johannes Heidenberg Trittenheim, ossia del sapientissimo Giovanni Tritemio, abate mitrato prima di Sponheim, e poi di Würtzburg, il Maestro di Enrico Cornelio Agrippa, dei quali possiedo importatissime opere. Ma non ho mai, veramente mai, trovato nell’Opera di Rudolf Steiner il benché minimo accenno – e dire che possiedo tutta, dico tutta, la sua Opera, inediti compresi – alle “ore magiche”, rette dai quattro Arcangeli nominati da Fausto Carotenuto. E quel che questi afferma è clamorosamente errato anche dal punto di vista dell’Ermetismo tradizionale, ma – come da me detto più sopra – birbonissimamente non gli rivelerò il perché. 

Comunque lo stesso Rudolf Steiner avverte – anzi ammonisce – che sarebbe un grave errore, partendo dalle comunicazioni ch’egli fa, cercare di dedurre, per via puramente logica e dialettica, ulteriori realtà, ed è quello che fa – palesemente parvemi che faccia – il Carotenuto con le sue elucubrazioni. Ciò nella Scienza dello Spirito non è lecito, ed è sempre vanità, sacrilega presunzione. Ogni affermazione deve scaturire, sempre e solo, da diretta concreta esperienza spirituale dell’Iniziato. E Fausto Carotenuto Iniziato non è punto: non ne ha l’autorità, né tampoco l’autorevolezza.

Vi è stato  persino chi, tra i commentatori pro e contro, tale Lorenzo Maria Semplici – anche se non è chiaro se costui celiasse o facesse sul serio –  ha affermato :

«Fausto Carotenuto, scusami, non mi sembra che ti sia stato mancato di rispetto, soltanto ti è stata chiesta la fonte: non tutti sanno che tu sei veggente. E in ogni caso sarebbe opportuno precisare sempre se ciò che si comunica è frutto di personali investigazioni».

Il rilievo in grassetto è, ovviamente, del presente lupaccio cattivissimo. Personalmente, dubito assai assai della chiaroveggenza del Carotenuto, e non solo di quella. E non solo della sua. Nella mia esperienza di cinquantacinque anni di occultismo, di “veggenti” ne ho incontrati tanti da poterne riempire i treni: posti in piedi e bagagliai compresi. Molti simulano – e siamo allora all’impostura vera e propria – altri, pur in buona fede, non si rendono affatto conto di essere degli inconsapevoli medium, che non sono in grado di distinguere la realtà dall’illusione, la verità dall’errore. Come ammoniva Arturo Reghini, “la diffidenza è madre della sapienza”. E noi dobbiamo essere prudentiores quam filii tenebrarum. Proprio perché i figli delle tenebre pensano che chi non sia come loro, debba essere a fortiori sciocco, stupido, illudibile, facilmente manipolabile. Ma non è sempre così: anzi vi sono in questo immondo mondo anche dei lupacci cattivissimi che pensano, che dubitano, che verificano, che sperimentano, e che soprattutto non si “bevono” acriticamente qualsiasi affermazione venga loro fatta.

Personalmente, prima di bere “l’acqua delle bottiglie”, se ho la possibilità di attingere direttamente, e bere, “l’acqua pura scaturente dalla sorgente”, dalla “roccia”, preferisco di gran lunga bere quella. Certo, a volte può essere gioco forza dover attingere da contenitori vari, ma in tal caso è bene accertarsi prima che l’acqua non sia stata avvelenata, drogata, da chi abbia non dichiarati, inconfessabili, interessi e fini. Fausto Carotenuto afferma che:

«come voleva e auspicava Rudolf Steiner, non solo Rudolf Steiner doveva e poteva attingere al Mondo Spirituale, ma un po’ alla volta tutta l’umanità in evoluzione»,

e, con questo, dando per scontato quel che non è punto scontato, ei si arroga il diritto, e la libertà, di “evangelizzare” coloro che ignorano il suo personale “verbo”. Ma questa è una “petizione di principio”. Presumere – senza “qualificazioni” conquistate con la dura ascesi che ben conosce chi la pratica ogni giorno da molti decenni – di mettersi ad insegnare, quello che Steiner non ha insegnato – e lasciamo perdere talune marginali irriverenti espressioni del Carotenuto sul Dottore – insegnare quel che non si è realizzato, è essere affetti da quella che Massimo Scaligero chiamava “maestrite acuta”, è un esser pervasi da una presunzione che ammala se stessi e gli altri. Il mondo ne è pieno, al punto che è superfluo farne esempi. 

Quel che, poi, lascia ulteriormente perplessi è l’atmosfera di lucroso “agriturismo esoterico”, che risalta con chiarezza dal sito web di Fausto Carotenuto, ove si parla di « Politica, Economia, Arte e Cultura, Spiritualità, Ecologia, Agricoltura, Alimentazione, Benessere», in una rilassante atmosfera New Age. Atmosfera davvero costosa, che ben pochi, che non siano di classe agiata, possono permettersi. In un tale gradevole, e rilassante milieu, vengono proposti e svolti – a pagamento, s’intende – corsi dei più vari tipi per conseguire dei ‘master’, per esempio, in:

«Scienze Politico Spirituali : uno strumento molto importante per l’acquisizione di una visione politico spirituale non improvvisata, basata su conoscenze vaste e profonde, sia politiche che spirituali».

Una cotale “visione politico-spirituale” non è certo improvvisata, bensì sapientemente – velenosa sapienza, anche questa, a mio modo di vedere – indotta, e insufflata nelle anime di coloro che la accolgono in estatico ascolto. La Scienza dello Spirito nulla, proprio nulla, ha a che fare con la politica (la quale è cosa sudicietta assai…), e lo stesso Rudolf Steiner lo ribadisce negli Statuti della Società Antroposofica Universale nel Convegno di Natale del 1923: quasi un secolo fa. Inoltre, i costi che affrontano coloro che si fanno affascinare da cotale mercenaria “sapienza”, sono oltremodo elevati, poiché i “corsi” durano più anni, e coloro che vi si iscrivono devono obbligatoriamente alloggiare solo nella struttura del Centro del Carotenuto, o in strutture affiliate, e col Centro debitamente “convenzionate”. Ora, nei non pochi anni nei quali ho frequentato Massimo Scaligero, non l’ho mai visto “monetizzare” il suo tempo, che con liberale generosità donava a tutti coloro che a lui si rivolgevano.

Che dire?! Il mondo è bello perché vario – anzi è bello perché “avariato”, come ironicamente dice qualcuno – e Fausto Carotenuto fa benissimo a fare quel che fa, perché, affermava Massimo Scaligero: «Non è il Guru, o il Maestro, che fa i discepoli, bensì sono i discepoli che fanno il Guru, o il Maestro. Ognuno ha il Maestro che si merita!». E se ai frequentatori di una simile Accademia di Scienze Politiche Sociali sta bene quanto Fausto Carotenuto  ammannisce come mirabil verbo della sua sapienza, che se lo tenessero pure!

A questo punto, io inviterei il candido lettore ad essere oltremodo prudente, ad evitare costosi corsi e seminari, conditi in salsa New Age in una discutibile (per usare un eufemismo) atmosfera da agriturismo esoterico, e di attenersi a quanto indicato dai Maestri – autentici Iniziati e Istruttori spirituali: consacrati tali dal Mondo Spirituale, e non da se stessi – nonché a praticare con dedizione, con tenacia, e devozione, in silenzio, l’Ascesi solare alla quale alludeva Shanti nel rispondere alle affermazioni – veramente fuori luogo – di Fausto Carotenuto. Vi sono altri che come lui a giro spandono una mala semenza, ed avremo modo presto, e ripetutamente, di occuparcene.

Tanto per rassicurare il signor Fausto Carotenuto, il presente lupaccio cattivissimo non cerca il “pelo nell’uovo”, ma solo la Verità. E le uova gli piacciono moltissimo, soprattutto affrittellate!

SCIENZA DELLO SPIRITO

CONCENTRAZIONE E ASCESI SOLARE

concentrazione

(Concentrazione di M. Sagramora)

La Via del Pensiero – la Via Solare donata da Rudolf Steiner, e instancabilmente indicataci da Massimo Scaligero – è una Ascesi, non una “filosofia”, non una “gnoseologia”, ossia non una “teoria della conoscenza”. Il decadimento nella disanimata astrattezza del mentale umano lo si può bene scorgere già nel fatto che per Elleni e Latini il termine θεωρία-theoria aveva originariamente il significato platonico di ‘contemplazione delle idee’, ossia si trattava di una ben concreta percezione spirituale. Una piccola digressione – ad uso degli innamorati della philologia – lo mostrerà. Saccheggiando impunemente quanto si trova nella telematica ‘rete’ – risparmio così ad altri la facile fatica che chiunque al posto mio potrebbe agevolmente compiere – si può ritrovare l’originario significato di una sì mirabile parola, così orribilmente distorta dai moderni.

Etimologicamente, in greco, theoria è parola composta da θέαthea: spettacolo (da cui anche θέατρον-théatron,  “spettacolo”, dal verbo θεάομαι-theàomai, ossia “vedo”, passato poi nel latino theatrum,  “teatro”) grado, prospettiva, prospetto, punto di vista, scena, veduta, visibilità, visione, vista, visuale,  e da ὁράω-horào, nel significato, appunto, di ‘vedere’ con gli occhi, ma anche con la mente, percepire, scorgere, accorgersi, conoscere, riconoscere.

Per esempio tra i presocratici, in Anassagora “teoria” significa «contemplazione dell’ordine cosmico». Nella Repubblica di Platone la «contemplazione (θεωρία-theoria) della totalità del tempo e dell’essere» designa la conoscenza e suprema Sapienza dei Filosofi, iniziati ai Veri, ai sommi Archetipi ideali ai quali, nell’utopia della polis, dovrebbe essere ispirato il governo degli umani. Iniziati,  i quali, dunque, non sono ricamatori di vuote parole, non emanatori di un mero ‘flatus vocis’. Non “chiacchieroni dello spirito”, come li apostrofava duramente un autentico Maestro come Giovanni Colazza. In Aristotele il tema platonico conoscitivo ed etico del βίος θεωρητικός – bìos theoretikòs, ossia della «vita contemplativa» dette luogo alle «scienze teoretiche» (matematica, fisica, teologia). Aristotele operò una netta distinzione tra la scienza «divina» dell’intelletto puro, fine a sé stessa, temporanea nell’uomo e perpetua negli dei, e le scienze pratiche e sociali. In Severino Boezio la vita contemplativa divenne theoria, contemplatio, e – in un senso superiore – speculatio: tutti sinonimi per designare l’ascesi spirituale e l’itinerario della mente verso il Divino. Niccolò Cusano definì apex theoriae la conoscenza che culmina nella contemplazione dell’Archetipo divino. Si potrebbero moltiplicare molto tali significativi esempi. Sed de hoc satis.

La Concentrazione – l’Ascesi del Pensiero – è, dunque, una pratica: indubbiamente una dura pratica, che percorre un aspro sentiero. Una pratica, non una filosofia, non una teologia. Un sentiero in salita, irto di difficoltà. La Concentrazione è un sentiero in salita, perché molto, moltissimo, siamo discesi in quella oscura maceria dello Spirito, che è la materia. Per molti gradini siamo discesi nel profondo baratro della materia. Materia illusoria e illudente. Materia illusoria finché si vuole, certo, ma potente, costringente, e stritolante. E di tanti gradini siamo discesi nel suo baratro, altrettanti ne dovremo risalire. Con coraggioso e duro sforzo. E gli ostacoli alla risalita sono molti, e per moltissimi, per i più, ostacoli scoraggianti. Per questo la solare Via del Pensiero è una Via eroica.

Questi ostacoli si presentano sin dai primi passi che l’audace praticante compie su questo aspro sentiero. Non sono risparmiati a nessuno. E molte sono le tentazioni che suggeriscono di abbandonare la Via eroica per una più comoda – ben più gradita alla torpida ignavia umana – via egoica. Non sono pochi coloro che, appena “assaggiate” le prime difficoltà, volgono le spalle alla Via, e – per meglio dormire – cercano un comodo giaciglio nell’abietto servaggio imposto loro da una corrotta, arrogante, natura inferiore. Natura inferiore, a sua volta, asservita essa stessa all’Oscuro Signore. Costoro tornano a rotolarsi nel fango della effimera esistenza profana: rinunciano al Sacro. Altri cercano, invece, di diluire la durezza della Via sentimentalizzandola, intellettualizzandola, trascinandola sul piano inclinato della problematica filosofica, o culturale, frantumandola nella inconcludente molteplicità dialettica dell’esangue pensiero riflesso.

Non è, davvero, facile per il ‘neofita’, per il ‘novizio’ alle prime armi, orizzontarsi nella landa selvaggia del cammino interiore, nella quale a tutta prima non si scorgono pietre miliari, o sentieri tracciati. Certo, vi è l’Opera di Rudolf Steiner, vi è l’Opera – per noi, figli della Terra d’Ausonia, particolarmente preziosa – di Massimo Scaligero, ma tali Opere sono esse stesse oggetto dell’esperienza interiore. Devono esserlo, altrimenti esse vengono equivocate: equivocate in senso intellettuale, in senso mistico-sentimentale, in senso estetizzante, e persino volgarmente strumentalizzate – come stiamo, purtroppo, constatando – in senso confessionale e persino, caso ancora peggiore, in senso cinicamente ‘politico’, pseudo-esoterico e antispirituale. Di quest’ultima, deprecabile, evenienza il presente lupaccio cattivissimo avrà presto modo di occuparsi.

Per mostrare quali difficoltà incontri il nostro ‘neofita’, e a quali fraintendimenti in molti casi egli vada incontro, voglio riportare quanto scrittomi, di recente, da un nostro lettore, X.Y., perché trovo che quanto egli scrive sia abbastanza paradigmatico di tali difficoltà e fraintendimenti.  Così egli scrive:

«Una considerazione sulla mia concentrazione. Quando è il corpo ad avere problemi mi è relativamente semplice riuscire ad ottenere un certo grado di separazione e controllo del pensiero; ma quanto è dura quand’è l’anima ad essere turbata! Non sono gravi turbamenti ma ad esempio stamattina ho dovuto lottare molto per restare concentrato, senza lasciarmi distrarre dall’apprensione generata dalla precarietà lavorativa. Alla fine ho concluso l’esercizio ma credo che dovrei sviluppare un maggiore distacco e superiore indifferenza». 

Mentre, in altra occasione, sempre X.Y., così scrive:

«… dopo poco tempo che ho cominciato a fare la concentrazione mi sono chiesto: cominciata a percepire la differenza tra pensiero dialettico e predialettico, cosa bisogna fare? Poi ho cominciato a ritenere che quello stato del pensiero sia il presupposto per poter avere un rapporto immediato con il mondo e con me stesso, con le forze e gli stati che bisogna imparare ad usare e trasformare; oppure che in quello stato avrei potuto creare con l’immaginazione qualcosa da realizzare. Intanto, negli ultimi giorni, ho dato una lettura veloce al “Manuale pratico della meditazione” e mi è parso di avere qualche conferma. È così? Ora mi sono riproposto di riprendere dall’inizio una lettura meditativa e operativa di questo libro, che mi è molto piaciuto per la sua sinteticità, chiarezza e praticità».

È pressoché inevitabile che domande come queste vengano poste, specialmente da chi, nel suo percorso educativo, abbia ricevuto una formazione intellettuale. Il mio amico L., che conobbi esattamente cinquant’anni fa, nell’agosto del 1969, e che tempo dopo mi fece incontrare Massimo Scaligero, per sua e mia grande fortuna, era un asceta e un mago, non un intellettuale: era un intenso praticante interiore, non un ricamatore di arabeschi concettuali, pur avendo una formazione filosofica. Sempre per mia grandissima fortuna, alcuni mesi dopo mi fece incontrare – avevo solo diciannove anni – Massimo Scaligero, il quale, pur avendo una vastissima cultura filosofica, era un asceta autentico, potente e adamantino. E questo mi salvò.

Nelle Vie spirituali d’Oriente – delle quali mi ero nutrito nella mia adolescenza, e del cui spirito Massimo Scaligero mi invitò esplicitamente a continuare a nutrirmi – l’elemento centrale è la pratica, ossia la realizzazione operativa, non la speculazione concettuale fine a se stessa, come nei sistemi filosofici e intellettuali dell’Occidente moderno. Anche in Vie metafisiche come il Vedanta di Shankaracharya, o il Madhyamika di Nagarjuna, tutto è finalizzato alla realizzazione operativa, non alla ‘speculazione’. E Vie come il Chan cinese, o lo Zen giapponese, sono, in maniera crudamente spartana, anti-intellettuali: sino all’uso «dell’urlo e del bastone» in Lin-tsi e in Ju-tsing. E per me, che venivo da una simile Via rudemente brutale, come lo Tsao-tung Chan di Ju-tsing, o il Soto Zen del suo discepolo giapponese Dogen Zenji, l’incontro con Massimo Scaligero fu un ritrovare – rinato in novella forma – qualcosa di familiare: il primato della realizzazione pratica, e l’avversione per la dialettica e il morto pensiero riflesso.

Per cui, alle difficoltà manifestate da X.Y. nella prima citazione su riportata, Massimo Scaligero stesso risponde con quanto egli mi scrisse in una lettera del 18 febbraio 1971:

«Esercizi: non vanno mai interrotti, neppure un giorno: continuarli, quale che sia la situazione, quale che sia l’impedimento. […] Gli esercizi devono attraversare il tempo, l’esistenza, debbono passare attraverso tutto: la misura della loro forza, è il loro essere possibili attraverso le situazioni meno favorevoli».

Per Massimo Scaligero, l’ascesi era – e per noi ancora oggi è, e sempre lo sarà – unicamente una questione di forza interiore. Infatti, molto drasticamente, egli affermava – e lo ripeteva spesso – che non sono esercizi particolari, complessi, barocchi, “aristocratici”, quelli che portano all’esperienza spirituale, bensì l’esercizio più semplice – il meno accetto all’ego –  nel quale si sia capaci del massimo impegno, della massima dedizione, della massima forza, senza che in tale impeto interiore e impegno della forza ci si risparmi: ossia la pratica della Concentrazione. Infatti, in una seconda lettera, dell’8 novembre 1971, così mi scriveva:

«[…] occorre sostituire al problematismo dell’anima, la forza. La forza è tutto, salute, equilibrio, moralità, socialità, aiuto al prossimo. La forza si costruisce con la volontà decisa, obbediente a se stessa. Occorre essere in due in se stessi: uno che comanda e uno che obbedisce senza potersi sottrarre. La concentrazione è la chiave: va fatta a freddo, con matematica precisione, con autorità e direi con prepotenza, riguardo a ogni interruzione o distrazione. Occorre farsi un programma giornaliero e obbedire: fare veramente l’esercizio fondamentale, quello della concentrazione. Se non è facile, è segno che è proprio quello che va fatto. […] Vedrai che, appena fluiscono forza e sicurezza, i vari problemi dileguano».

A quell’epoca, il presente lupaccio cattivissimo era soltanto un giovane lupacchiotto, ignorantissimo, e senza esperienza. Un ‘pischello’, si direbbe dalle mie parti, in terra d’Etruria. Ma il lupesco fiuto – che nei decenni successivi si sarebbe evoluto, sino ad una forma selvaggia di “fiutoveggenza” – mi diceva che il Sentiero Aureo – la Via Regia –  era quello che mi mostrava Massimo Scaligero, e non quello delle dialettiche discorse dei filosofanti. Conciosiacosaché mi buttai senza esitazioni sùbito nella mischia: ossia nella pratica interiore, nella Concentrazione, alla quale mi aveva già introdotto l’amico L. Tanto più che per me essa era il logico coronamento di quanto, per motivi karmici, avevo in precedenza percorso sui sentieri d’Oriente: coronamento, e al contempo un andare oltre. Radicalmente oltre.

Ciò mostra come le domande che si pone X.Y. – ma che anche non pochi altri pongono – nella seconda citazione sopra riportata, pur essendo affatto comprensibili, e direi pressoché inevitabili per chi abbia una formazione intellettuale, in realtà non abbiano alcuna ragion d’essere. Perché non si tratta di “capire” – in realtà, vi è ben poco da capire, e, quanto a tal fine è necessario, lo si potrebbe scrivere in una mezza paginetta – bensì di realizzare, di attuare la resurrezione del pensare da uno stato di morte, o di sonno catalettico, a vera vita. E ciò non è affatto un “problema” da capire, ma un còmpito da realizzare: è solo, unicamente, una questione di forza: un còmpito di Ascesi operativa. Si tratta, appunto, di bene intendere, e di non fraintendere, ché in tal caso le conseguenze sarebbero, da ogni punto di vista, poco piacevoli.

Percepire la differenza tra pensiero dialettico e predialettico’, è – mi creda X.Y. – ben ardua conquista. Massimo Scaligero ammonisce che non bisogna mai scambiare l’idea di una esperienza spirituale – l’idea dialettica, che è sempre e solo un esangue pensato – per l’autentica esperienza spirituale, che è tutt’altra cosa. Nella Kundalini d’Occidente, egli mette in evidenza come a viva forza debba essere espugnato il pensiero puro. Su questo è bene che il discepolo non si faccia illusione veruna, ché a tale proposito non vengono fatti sconti di nessun tipo.

Altrettanto poco ha senso porsi all’inizio di un cammino su un Sentiero, non ancora percorso  il problema di comequello stato del pensiero sia il presupposto per poter avere un rapporto immediato con il mondo e con me stesso, con le forze e gli stati che bisogna imparare ad usare e trasformare; oppure che in quello stato avrei potuto creare con l’immaginazione qualcosa da realizzare, per la semplicissima ragione che quegli stati e quelle forze sono ancora tutti da conquistare, da realizzare, e quindi ancora non esistono, e lo stesso ‘imaginare magico’ è – in senso iniziatico – qualcosa di assolutamente diverso da quanto il disanimato, e intellettuale, pensiero riflesso si possa immaginare, il che sarebbe solo un vacuo fantasticare.

Inoltre, i testi delle opere di Massimo Scaligero – così come, del resto, quelli di Rudolf Steiner – sono scritti vòlti a ‘formare’, a ‘trasformare’, e non ad ‘informare’. Non basta una rapida lettura di essi, ché il loro scopo non è quello di una  mera comunicazione di cristallizzati pensati, di mere parole, bensì quello di trasformare l’anima dell’ascetico lettore, di dargli modo di mutare ontologicamente la sua costituzione interiore. Una “rapida lettura” porterebbe solo a fraintendere, e non a intendere.

E poiché, da questo punto di vista, non vi è nulla di peggio di una antroposofia dialettizzata, intellettualizzata, e sentimentalizzata – ossia ridotta a morto pensiero riflesso, e a sentimentalismo mistico – come non concordare assolutamente con quanto ha scritto di recente Franco Giovi su un noto social network a proposito dell’esser fedeli alla propria “storia interiore”:

«Ognuno di noi è diverso ed è anche un mistero poiché un filo occulto lo lega ad altri tempi, ad altre vite. No, non incito a tornare indietro, ma quel filo è solido e con la disciplina interiore esso affiora e tocca la coscienza di oggi. Massimo Scaligero lo chiamava “la propria tradizione interiore” a cui, continuava, “bisogna essere fedeli”. L’intellettuale, intellettualizzando, dedurrà un gran contrasto tra il nuovo, dato da Steiner, e l’antico ormai abbandonato. Se ci si ferma alla superficie, potrebbe essere davvero così, ma in profondità le cose cambiano poiché in realtà non v’è alcuna frattura, nessun contrasto.

Come si giunge alla odierna Scienza dello Spirito? Per puro caso o dopo aver fatto “tabula rasa” di ciò che fummo? Certamente così non è. Le forze che ci hanno guidato verso la Scienza dello Spirito sono forze antiche e l’agonia sofferta nella volontà di comprendere il nuovo messaggio dello Spirito nasconde un avvenimento grande: la metamorfosi della Tradizione interiore, cioè ciò che non cessa mai di esistere; che per esistere è capace di morire e risorgere: impegno della sopranatura, amore possente che scavalca i secoli e le personalità apparse e scomparse in essi. Il filo mai spezzato è amore immortale: nella personalità in cui temporaneamente abitiamo, difficilmente palesa il suo volto. In rari casi lo palesa in un volto amato.

Dunque, su tale terreno, oggi mi spoglio di molte cose, sento che è cosa giusta abbandonare le vesti che non servono più alla mia anima essenziale… e in esse c’è molta antroposofia, quella che non serve a nessuno poiché è solo un saputo e la separo da ciò che rimane vivo, che ha impregnato carne e ossa: ciò che della Scienza dello Spirito è divenuto intimamente mio. Tradotta in semplice immagine, tolgo dal fiume dell’impermanenza una piccola gemma. Essa è l’eredità che trasmetto all’essere futuro come forza per continuare il cammino sulla nostra millenaria (infinita?) strada».

Vi è chi ha espresso livide critiche – per me molto ingenerose critiche – all’accentuazione della centralità della Concentrazione che fa Franco Giovi nei suoi scritti, ed alla distinzione ch’egli fa tra la Concentrazione e il controllo del pensiero, inteso come il primo dei noti “cinque esercizi”. Il Giovi – sempre sul suddetto social network – aveva scritto limpidamente che:

«Ho sempre cercato di promuovere la disciplina interiore (esercizi). Ma l’avvicinamento ad essi non deve assolutamente venire dalla fretta. È implicito, come in ogni via interiore, che il ricercatore svolga o abbia svolto uno studio progressivo dei testi fondamentali della Scienza dello Spirito (cito a caso: Teosofia, Scienza Occulta, Iniziazione e, se possibile, qualcosa dell’unica individualità che ha portato avanti l’essenziale dopo lo Steiner, cioè Massimo Scaligero: di lui, al minimo, il Trattato del Pensiero Vivente e L’Uomo Interiore) senza dimenticare i fondamenti del fondamento quali Verità e Scienza e La filosofia della libertà.

Per “fondamentali” si intende ciò che dà il livello da cui prendere le mosse. Poi essi sono molto di più: per l’attento fruitore modificano l’assetto dell’anima e formano l’organo interiore della comprensione per i contenuti spirituali: organo senza il quale gli stessi testi rimangono carta stampata di nessun valore. Solo poi il ricercatore può avvertire l’esigenza di un lavoro diretto: qui tutto deve essere concreto, è azione e non più semplice “pensato”. […]

Piuttosto preferisco sottolineare sino alla nausea l’importanza, oltre allo studio (serissimo), per una volitiva, rafforzata attenzione ai fenomeni del mondo sensibile, il quale, fino ad un certo punto – ma per moltissimo tempo – corregge il pensiero indisciplinato o fantasioso e rafforza il proprio soggetto che è quell’Io da cui prendiamo le mosse per scegliere un abito in negozio e per fare il primo passo sul cammino dello spirito.

Certamente e di pari passo, va energicamente tentato il primo dei cinque esercizi (controllo del pensiero) così, a poco a poco, si impara una azione essenziale: disciplinare volitivamente il pensiero: si impara a pensare con logica e rigore anziché venire pensati da masse di pensieri vaghi e fuggevoli come di norma succede. È un esercizio di salute per l’anima».

A quanto così chiaramente esposto da Giovi, il suo ingeneroso critico oppone una prima considerazione, divenuta addirittura stantia da quante volte ce l’hanno ripetuta in tutte le salse, e tipica di coloro che propugnano una “via dell’anima”, che eviterebbe la caduta nell’abisso della “via del sublime egoismo”, pericolo che corre – a loro dire – chi si doni con tutto se stesso alla Via del Pensiero, e all’intensa pratica della Concentrazione. Costui scrive:

«Va detto poi però anche di non limitarsi negli anni come molti asceti discepoli fanno, di perseverare [in buon italiano, io avrei scritto: perseguono o praticano] solamente il primo esercizio cioè quello della concentrazione senza poi coltivare anche gli altri, cioè quelli dell’anima. altrimenti inevitabilmente si arriverà ad un punto di sentirsi padroni e controllori del proprio pensiero in realtà non accorgendosi di rafforzare l’ego anziché l’Io».

La serena puntualizzazione di Franco Giovi al suo critico è stata la seguente:

«Sì, certo. Però farei una distinzione tra il primo dei cinque e la concentrazione. Se la concentrazione si fa assoluta l’ego è sparito».

Al che così gli risponde il suo pocomolto poco, a mio modo di vedere – sereno critico:

«Franco Giovi : vero solo in parte. Per fare la concentrazione assoluta occorre essere preparati e già “allenati” anche attraverso gli altri esercizi. Questo argomento per gli antroposofi è la classica discussione se è nato prima l’uovo o la gallina: gli scaligeriani jihadisti evidenziano maggiormente di fare concentrazione, mentre il resto magari la snobba fino a non farla. L’equilibrio sfugge sempre ai più».

L’appellativo – davvero volutamente ingiurioso – di ‘scaligeriani jihadisti’ mi ha riportato sùbito alla mente quanto, negli anni ottanta del trascorso secolo, l’Innominato diceva, e faceva ripetere ai suoi devoti assecli, a proposito della mia concezione militante della Scienza dello Spirito, e della mia reietta persona, che loro si preparavano molto “cristianissimamente” a diffamare alle spalle, nonché a pugnalare di fronte e alle spalle. Preferibilmente, visto come il mio orsolupesco caratteraccio poteva reagire, in questa seconda modalità.

Costoro – fulgidi esempi di “cristianissima” carità – affermavano che avevo una «concezione militarista della Scienza dello Spirito», e mi elargivano “generosamente” l’epiteto di «integralista islamico». In altri momenti, invece, venivo definito – facendomi l’immeritato onore di rivolgermi le stesse accuse che l’Innominato indirizzava a Massimo Scaligero – orientale, yoghico, buddhista. Confesso che simili accuse – che sono continuate sino a tempi recentissimi – mi sorprendevano piacevolmente, e un po’ mi lusingavano pure, vista l’inaspettata, nobilissima peraltro,  “compagnia”, alla quale immeritatamente mi associavano. In cuor mio, mi ripromettevo, ogni volta, di compiere ogni sforzo per meritare cotali onorevoli epiteti, insulti, e compagnia.

Certo, che stupisce non poco – sia detto con divertita sopportazione – il fatto che tali discorsi vengano fatti e diffusi da coloro che, propugnando, ogni due per quattro, le languide delicatezze di una morbida “via dell’anima”, affermano l’importanza degli ultimi tre dei noti cinque esercizi (importanza peraltro mai negata da coloro che da essi vengono ingiustamente accusati di trascurarli), e sorprende altresì alquanto che costoro, che tanto parlano del “punto di luce, che si trova nel cuore di ogni uomo”, che bisogna “vedere il Logos in ogni essere: anche nel più orrendo dei criminali”, che occorre, in ogni occasione, giustamente, “praticare equanimità, positività, e spregiudicatezza”, che è necessario attuare “l’autotrasformazione nell’anima dell’altro”, arrivino poi ad accusare coloro che animosamente si dànno ad una intensa pratica della Concentrazione, di essere degli scaligeriani jihadisti, degli integralisti islamici, persino dei posseduti dagli Asura, come del presente lupaccio cattivissimo un tempo fu più volte detto pubblicamente, in mia presenza e alle spalle, da chi si adoperava per portare avanti ed attuare le volontà dell’Innominato, ossia l’ormai leggendario “trasbordo ideologico inavvertito”. Il sottoscritto sarà pure un paganaccio, incallito e impenitente, ma non è che simili ingiuriosi, calunniosi e diffamanti, “cristianissimi” comportamenti invitino molto a rivolgersi ad una sì sublime scuola per apprendere le mirabili virtù educatrici dell’anima. Tanto più che, in certi momenti, a questo selvaggio, ed ineducato, lupaccio della steppa da costoro son giunte persino vere e proprie minacce – “cristianissime” minacce, si intende – di «regolare prima o poi i conti» col sottoscritto. Bah!

Ma togliamoci, per il momento, da tali polemiche – che, tuttavia, per me erano doverose al fine di difendere la verità distorta, oltre che un amico ingiustamente accusato – e, dantescamente, “non ragioniam di lor”, bensì torniamo al nostro tema: la concreta Via del Pensiero, e la pratica della Concentrazione. Può, sicuramente, apparire una “unilateralità” la forte accentuazione della centralità della Concentrazione, il mettere fortemente in evidenza l’assoluta necessità della sua più intensa pratica ai fini dell’Iniziazione. Ma ad una cotale “unilateralità” – felix culpa, a mio orsolupesco modo di vedere – invitava apertamente Massimo Scaligero alcuni di noi, che temerariamente volevamo perseguire non semplicemente la via ‘antroposofica’, o quello che tale Via, donata da Rudolf Steiner, è divenuta nelle sciagurate mani degli “antroposofazzi”, ma la radicale, eterna, Via del Pensiero.

Certo, oggi, una tale Via radicale – quella che Rudolf Steiner descrive in opere come la Filosofia della Libertà, Verità e Scienza, Teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo, la Via che Massimo Scaligero indica nel Trattato del Pensiero Viventenon è per tutti, e forse neppure per molti. Il Dottore stesso così avverte in un passo, dai più trascurato, della sua Scienza Occulta – che amo citare nella bellissima edizione di Laterza del 1932 – passo nel quale voglio sottolineare una parte importante:

«La via che conduce al pensiero libero dai sensi per mezzo delle comunicazioni della scienza dello Spirito è completamente sicura. Ve ne è un’altra anche più sicura, e specialmente più esatta, sebbene sia per molti uomini più difficile e sta descritta nei miei libri: «La teoria della conoscenza nella concezione goethiana del mondo» e la «Filosofia della libertà». Questi libri espongono i risultati a cui il pensiero umano può arrivare, quando invece di abbandonarsi alle impressioni del mondo esteriore fisico-sensibile, esso si concentra soltanto in se stesso. Soltanto il pensiero puro, come un’entità di per sé vivente, esplica allora la sua attività nell’uomo. I libri sopra citati non hanno tratto niente dalle comunicazioni della scienza dello Spirito; nondimeno in essi viene dimostrato, che il pensiero puro concentrato in se stesso può arrivare a spiegazioni del mondo, della vita e dell’uomo. Quei due libri rappresentano un gradino intermedio molto importante fra la conoscenza del mondo sensibile e quella del mondo spirituale, e offrono ciò che il pensiero può conseguire quando si eleva al di sopra dell’osservazione sensibile, sebbene ancora eviti l’accesso all’investigazione dei mondi superiori. L’uomo che impregna completamente la propria anima con le idee esposte in quei libri già si trova nel mondo spirituale, sebbene questo gli si palesi come un mondo del pensiero. Chi si sente capace di attraversare questo gradino intermedio segue una via più sicura, più pura, e può acquistarsi in tal modo dei sentimenti riguardo al mondo superiore che gli arrecheranno bellissimi frutti per l’intiero avvenire». 

È evidente come qui Rudolf Steiner faccia una netta differenza netta tra una Via spirituale mediata, la Via ‘antroposofica’, che studia e coltiva le comunicazioni della Scienza dello Spirito, ed una Via spirituale immediata, assoluta, la radicale Via del Pensiero, che ha il suo fulcro nella pratica della Concentrazione. Che una tale Via radicale non sia una Via per tutti è quanto afferma lo stesso Massimo Scaligero già nelle prime righe del Trattato del Pensiero Vivente:

«Il presente trattato, anche se logicamente formulato e accessibile, propone un còmpito attuabile forse da pochissimi».

Pratica, dunque, e non mera, intellettuale, teoria. Pratica che è solo veicolo della incondizionata forza spirituale dell’Io. Forza, non discorso, non intelligentissimo commento, non glossa, non erudizione, non dialettica. Forza, ossia «presenza dell’Io nella volontà, nel pensare». Per questo, voglio concludere con le parole che scrisse Massimo Scaligero ad un discepolo della bella, e romana, Tergestum:

«La concentrazione deve essere un’operazione assolutamente semplice, inintellettuale, indialettica (pur servendosi della mediazione delle parole, la più parsimoniosa possibile): è una concentrazione di forza e nient’altro. Ho notato che amici non intellettuali, persino operai, riescono nella concentrazione, perché ne fanno solo una pratica di intensità di pensiero o di attenzione portata al massimo (e questo è invero tutto), meglio che amici intellettuali e colti, preoccupati di teoriche modalità. In breve si tratta di raccogliere tutta la forza pensiero in un punto: questo punto, non sapendosi ancora avere dal pensare stesso, si realizza mediante un qualsiasi oggetto sensibile, che ci dia modo di raccogliere in un nucleo di pensiero tutti i pensieri che lo riguardano. Non c’è da preoccuparsi di vedere o non vedere l’oggetto, come non ci si preoccupa normalmente di vedere o non vedere un qualcosa che si conosce bene e di cui si parla per esempio a un amico. L’oggetto della concentrazione può essere rapidamente ricostruito, ma se si intende prolungare la concentrazione, si può ricominciare daccapo, ripetendo non meccanicamente il percorso, persino invertendolo, sempre comunque raggiungendo una conclusione che è una sintesi. Questo già potrebbe essere l’esercizio completo della concentrazione che, eseguito con l’attenzione e l’intensità volute, può suggerire qualsiasi ulteriore movimento. Il problema vero è un problema di forza, più che di tecnica».

È falso – falsissimo – dunque, quanto affermò l’Innominato che «la Via del Pensiero di Massimo Scaligero è una via incompleta e superata», ed egli è smentito dalle parole stesse di Rudolf Steiner, oltre che dall’Opera e da tutta la vita di Massimo Scaligero. Infatti, la realtà è che – come ebbi modo di scrivere tempo fa ad un’amica, «la donazione di Massimo nell’indicarci le vie dell’operatività nella Via Solare del Pensiero Vivente è di una generosità infinita! La Via Solare del Pensiero, ch’egli ci ha donato, è completa, insuperata, e insuperabile, ma solo infinitamente attuabile in un adamantino Sentiero di illimitata intensificazione del volere pensante!».

SCIENZA DELLO SPIRITO

LA VIA ASSOLUTA – OVVERO ANCORA E SEMPRE LA CONCENTRAZIONE

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A questo lupaccio cattivissimo è capitato di recente di leggere su un noto social network un paio di citazioni di Massimo Scaligero, commentate peraltro da chi le presentava, ed eziandio da altri suoi sodali, in una maniera che parvemi essere per qualche verso irrispondente al contenuto stesso. Ma cotali commenti, in definitiva, sono, penso, affatto irrilevanti, così come lo è, del resto, la quasi totalità di quanto viene pubblicato in quell’immensissima fogna, che è la palude stigia telematica nella quale vegetano e prosperano molti – non tutti: per fortuna vi sono anche, sia pur pochi, alcuni blog temerari, che nel web fanno la parte dei rompiscatoloni – tra i vari forum e social network, ove i deliranti sproloqui, che si vorrebbero “spirituali” e “antroposofici”, nei commenti vengono sovente infiorati di faccine, stelline, cuoricini, e svenevolezze varie, oppure dànno luogo ad ‘edificanti’ (si fa per dire…) risse, il cui linguaggio turpiloquente farebbe orrore persino agli scaricatori di porto di varie città di mare, con gran sollazzo della transtiberina parte avversa.

Ma tralasciando queste tragicomiche amenità, che fanno parte della fatua superficialità del barbarico presente tempo, nel quale gli Dèi ci hanno dato in sorte di vivere, voglio cogliere l’occasione per riportare, e completare, la citazione in questione, nella quale invece è di estrema importanza proprio quanto scrive Massimo Scaligero a proposito della radicalità della Via. In una sua opera, che mi è molto cara, Il Logos e i Nuovi Misteri, egli alle pp. 37-38 così scrive:

«La via del Pensiero-Logos è la via diretta, rispetto alla quale ogni mediazione risultando semplicemente preliminare, o preparatoria, deve essere conforme a una rigorosa disciplina. Il compito di coloro che non sono ancora pronti o non si sentono capaci della via diretta – e sono i più – è conformarsi a norme e discipline, la cui regolarità consiste nel provenire da chi possiede la via diretta: data infatti dal Maestro dei nuovi tempi. La garanzia della legittimità di questa è il suo presupposto, l’ascesi della Volontà, la Via del Pensiero, che fa appello al pensiero cosciente della normale vita di veglia e lo conduce per intensità di concentrazione, ad attingere alla sua originaria forza, sino ad identificarsi con essa e a superare la dimensione riflessa».

Viviamo in tempi che si rivelano essere sempre più tragici, ossia viviamo – sempre per usare una espressione di Massimo Scaligero in Iniziazione e Tradizione«in un momento della storia dell’uomo la cui gravità non consente indugi in illusori rimedi». Per cui bando alle fallaci speranze, ai rosei sogni, alle consolanti prima – e poi sempre deludenti – illusioni, e guardiamo, invece, romanamente in faccia una realtà, certamente non piacevole, ma, appunto, ben reale: con la quale è savio fare bene i conti. 

Ora, quella che Massimo Scaligero qui indica – e che, del resto, indica instancabilmente in ogni sua opera – è la Via Assoluta dello Spirito. E “assoluto” significa “incondizionato”, ossia svincolato, disciolto – ab-solutum – da ogni condizione, e limitazione. Perciò essa è una Via percorribile da ogni essere umano, quale che sia la sua situazione di partenza. A differenza dalle Vie antiche, le quali – giustissimamente – richiedevano inevadibili “qualificazioni”, la Via dei Nuovi Tempi, la Via Assoluta della quale parla Massimo Scaligero, non richiede preventivamente, e necessariamente, tali “qualificazioni”, perché esse non sono affatto il presupposto dell’Ascesi, anzi, sotto certi aspetti ne sono il risultato.

In questo peculiare campo, il qui presente lupaccio cattivissimo ha potuto fare molteplici e variate esperienze, che per lui sono state oltremodo istruttive. Tutta una serie di persone, che di per sé avevano le migliori qualità intellettuali e morali per percorrere il Sentiero iniziatico, e realizzarne la Mèta – quella che l’ascetico principe Siddhartha Gautama, il Buddha Shakyamuni, chiama “l’Eccelsa Mèta” – si sono persi per strada, a volte persino in miserevoli e ridicole banalità. Queste persone possedevano quelle che per la concezione “tradizionale” venivano considerate le migliori “qualificazioni”, ossia le “felici” – e indispensabili – predisposizioni, gli अधिकार adhikâra  delle varie ascesi indiane, eppure, con mio grandissimo disappunto, si sono poi persi per strada.  

È opportuno, e savio, chiedersi, perché tali persone, pur provviste di sì belle qualità, abbiano poi smarrito l’Aureo Sentiero, e in qualche modo siano venute meno alla loro originaria vocazione. Sicuramente, l’aver incontrata la Via Solare – e bisogna ben rendersi conto come un tale incontro sia davvero un dono aristocratico e un privilegio raro, che i Numi nel presente tempo concedono a non molti esseri umani, il che di conseguenza impone severe responsabilità alle quali si deve far fronte – corrisponde ad una scelta prenatale e ad un destino di più antiche vite. La mirabile trama di un tale destino determina, fatalmente, gli “appuntamenti” – occasioni, luoghi e incroci di individualità – che portano il cercatore dello Spirito ad incontrare la Via. E per un lasso di tempo – breve o lungo – il neofita vive nella gioia dell’incontro con una sì luminosa Via, vive ed opera con un sacro entusiasmo, donandosi talvolta ad una intensa fattività spirituale.

Ma tutto ciò è ancora risultato di una “natura spirituale”, cioè è il risultato di ciò che in antichi tempi, o nel non-tempo dell’esistenza spirituale, fu allora “atto”, ed ora si presenta come un “fatto”: non è ancora Spirito, il quale per essere autentico è, e deve essere, perennemente “atto in atto”. Fatalmente, la spinta proveniente dall’esistenza spirituale prenatale e da precedenti vite a un certo punto della vita incarnata si esaurisce, e ad essa deve sostituirsi l’energica iniziativa cosciente. Deve attivarsi una volontà, che non solo non è “natura” – né animale né spirituale – ma che la “natura”, anzi, ostacola e contrasta con ogni mezzo. E il discepolo si ritrova allora in una deserta “landa selvaggia”. In una tale arida condizione dell’anima, facilmente l’entusiasmo si raffredda, la tensione della volontà si allenta, si sfiocca e si sfrangia, la tenuta interiore – detto alla romana – “si abbiocca”.

Nella mia pluridecennale esperienza di lupaccio cattivissimo, sin troppe volte ho dovuto constatare che proprio questo è quel accade, pressoché regolarmente, in molti cercatori spirituali i quali accostano la Via Solare provvisti di notevoli belle qualità. E ciò vien detto senza ironia veruna. Sempre a quanto risulta al “vissuto” dal qui scrivente lupaccio cattivissimo, è paradossalmente una condizione più “felice”, “fausta”, “fortunata” – nell’antichissimo senso romano, e misterico, del termine – quella di chi alla Scienza dello Spirito giunga sfasciato e disperato. Condizione, dal mio delinquenziale punto di vista, davvero oltremodo preferibile alla precedente, perché in essa non vi sono illusioni né inganni, e a chi è realmente disperato non è affatto dato di vivere di rendita sulla spinta di un passato luminoso. Massimo Scaligero più volte disse, e scrisse, con una chiarezza che non lasciava adito ad nessun equivoco, che nello Spirito si è, non si sta, e che spiritualmente non si può vivere di rendita, e ai giovani della mia città indicava come dovessimo essere, per arrivare, lottando, alla Mèta instancabili e disperati. Conciosiacosaché il disperato procede con quella forza inesorabile, che solo la disperazione riesce a suscitare, e non sa che farsene di quelle consolazioni, che gli “insinuanti pupari” abilmente propongono, come paralizzante e ottenebrante narcotico spirituale, alle “anime belle”, ch’essi vogliono illudere e, appunto illusoriamente, “ideologicamente trasportare”. E purtroppo ho davanti agli occhi molti casi di amici – alcuni dei quali son persino voluti diventare ex-amici o addirittura dichiarati nemici – che si son persi, intossicati, obnubilati, paralizzati, addormentati ad opera di un sì perfidamente abile “inavvertito ideologico trasbordo”. 

Su questo blog, più volte in articoli passati è stato indicato, senza infingimento alcuno, come proprio dalla disperazione – da una lucida e freddamente, volitivamente, coltivata disperazione – possa sorgere quella forza indomabile che porta il temerario discepolo della Iniziazione alla Mèta. Tale forza è il frutto di – e a sua volta genera – ripetute, e incessanti, durissime lotte interiori, che esigono dall’asceta una tenacia della volontà a tutta prova. Tali lotte generano e plasmano quella inesorabilità del volere di profondità, consacrato alla Mèta, che un Maestro dell’Arte Ermetica del XVI secolo, Ireneo Filalete, nel suo Introitus ad occlusum Palatium Regis, chiama “acciaio dei Saggi”. Volere risoluto, che è acciaio al cromo-vanadio, come usa dire uno nella bella Florentia, che solo permette di “entrare nell’ermeticamente chiuso Palazzo del Re”, ossia nel Mondo Spirituale.

Si dirà che questo ispido e importuno lupaccio parla sempre delle stesse cose. Ma che altro volete ch’egli faccia, se le persone che dovrebbero essere dei praticanti interiori non praticano, se quelli che dovrebbero essere degli asceti energicamente operanti non operano, s’essi, in definitiva, dormono profondissimamente, e perdono tempo e forze, cullati da soavissimi, mistici, e intellettuali sogni, e sono – per dirla una calzante espressione sportiva di M., un valoroso mio amico della Città del Fiore – “sempre ferme ai blocchi di partenza”? Si parla sempre delle stesse cose, perché sempre, tragicamente, e banalmente, lo stesso è, purtroppo, il problema. Si parla sempre delle stesse cose perché sempre riflesso è il pensiero; perché questo esangue, assottigliato, sfrangiato e sfilacciato pensiero è sempre manovrato, come un imbelle pupazzo, da una arrogante o da sfatta natura inferiore; perché sempre l’essere umano viene portato a spasso come un cagnolino al guinzaglio – talvolta in maniera ridicola – da istinti, brame, passioni; perché sempre un tale essere umano è gravato e schiacciato dal cascame del pensiero morto. Si parla sempre delle stesse cose, perché sempre il rimedio è la Concentrazione.

E questa è la patente contraddizione di molti che si dicono spiritualisti. Essi affermano giustissimamente che: «Nel cuore dell’uomo vi è una scintilla del Fuoco che ha creato l’Universo. Il mio Io è tutt’uno con l’Io dei mondi. Il mio Io è illimitatamente fondato nell’Io Sono», e poi si fanno muovere come burattini dai mille condizionamenti – da quelli realmente tragici a quelli più palesemente ridicoli – che fanno dell’essere umano lo zimbello delle Entità Ostacolatrici, degli Dèi Distruttori, i quali, da parte loro, non fanno altro che eseguire, con l’impersonalità e l’inesorabilità di forze della natura, il loro còmpito e la loro funzione. Mentre se l’essere umano viene meno al suo còmpito e alla sua funzione – quella di attuare coraggiosamente Autocoscienza, Libertà e Amore – non può accusare altro che  la propria radicale debolezza, e la propria scarsa o inesistente consapevolezza. Egli non può affatto accusare tali Deità Avverse, perché esse non sono affatto libere, ed eseguono unicamente una funzione ed un’azione, che sono state loro imposte, che esse non hanno certo scelte, e  alle quali esse non possono punto sottrarsi. È l’uomo che dovrebbe essere libero, e per la sua appannata coscienza e la sua radicale debolezza della volontà, invece, si dimostra purtroppo sempre più incapace di essere libero.  

Ora, se vogliamo osservare, con distaccata oggettività, questa abietta e contraddittoria condizione dell’essere umano, ridotto ad essere schiavo e mancipio di Deità Avverse, o se – come affermano in India –  gli esseri umani sono ridotti ad essere mero “bestiame utile” a tali Deità Avverse, le quali non gradiscono certo perdere “capi di bestiame”, è evidente che se sempre il medesimo è il problema, sempre la stessa può, e deve, essere la soluzione.

Allorché, nel Giardino dei Cervi, circa 2600 anni fa, il Buddha Shakyamuni “mise in moto la Ruota della Legge”, con quello che venne chiamato il “Discorso di Benares”, Egli, come un esperto medico, proclamò le Quattro Verità Sante, che illustravano il male della condizione umana generale. Come un abile medico, appunto, Egli del male umano ne fece la diagnosi, ne stabilì l’etiologia, ossia ne esaminò e determinò la causa, ne fece la prognosi possibile, se il paziente umano avesse voluto seguire la terapia da Lui prescritta.

In maniera simile, del tutto analoga, Massimo Scaligero, come un medico asciuttamente compassionevole – ma punto sentimentale, come quelli che con i pannicelli caldi “fanno le piaghe puzzolenti”: qui potest capere capiat – determina la diagnosi del male umano: lo stato di morte dell’anima reclusa, come nel mito orfico, nella prigione-tomba della corporeità; ne individua l’etiologia, ossia la causa che come un veleno mortale porta alla morte dell’anima nella prigione somatica: lo stato di riflessità dell’esangue pensiero legato ai sensi, al sistema nervoso, alla cerebralità; ne stabilisce la prognosi favorevole nel caso che venga attuata la necessaria terapia, ossia la liberazione del pensiero dallo strumento fisico del cervello, restituendo la vita all’anima liberata dalla tomba corporea; e porge la prescrizione attuatrice della terapia: la Via del Pensiero, la Concentrazione.

Questa, e non altra, è la Via Assoluta della quale Massimo Scaligero parla nella citazione tratta da Il Logos e i Nuovi Misteri. E in maniera asciutta e sintetica così da descrive sempre a p. 38 dello stesso volume:

«Per afferrare il reale senso della riflessità, il pensiero dovrebbe percepire la dimensione che gli è simultanea sul piano sovrasensibile: che è il segreto della sua reintegrazione. Il pensiero vive al tempo stesso nei tre mondi, fisico, animico, spirituale: movendo in basso, muove simultaneamente in alto: deve intensificare il momento della propria forza, per percepirsi nella propria interezza: secondo il principio della retta concentrazione». 

Massimo Scaligero non usa certo circonlocuzioni di parole, né attenua la impietosa diagnosi, o porge sentimentalmente al paziente un gradevole, quanto inutile e illudente, rimedio palliativo – come farebbe, invece, il medico pietoso, quello che, appunto, fa la piaga puzzolente – bensì crudamente indica un còmpito arduo e inevadibile, che è oramai più che urgente realizzare. Così egli lo indica alle pp. 74-76 de Il Logos e i Nuovi Misteri :  

«Quando il discepolo attuale dello Spirito, mediante l’uso cosciente del principio della libertà, riconosce la struttura sovrasensibile del mondo e della propria natura psicofisiologica, scopre che lo Spirito può r i p e r m e a r e questa natura solo distruggendola e riedificandola: non commetterà se medesimo ai metodi dello Yoga e della Saggezza trascorsa o delle loro adattazioni moderne, tendenti a continuare il rapporto mediato un tempo da Entità irregolari dominate dalle Gerarchie celesti grazie al Rito tradizionale – rapporto in realtà esaurito – ma seguirà il metodo dei nuovi tempi, a cui apre il varco il pensiero immediato, potente della sua immediatezza, intensificata sino a divenire cosciente. Tale pensiero si attua mediante una opposizione ad antichi processi naturali formativi e ad una distruzione dell’elemento vitale-fisico, necessarie a produrre un vuoto al fluire delle pure forze dell’Io. L’Ascesi dei nuovi tempi dà modo allo sperimentatore di portare volitivamente in profondità tale processo di distruzione della natura vitale, con ciò radicalizzando il «vuoto» e aprendo il varco allo Spirito riedificatore.

Il pensiero in atto nella concentrazione, il pensiero liberato, è ancora pensiero umano, traente la propria forza dalla sua contrapposizione alla natura «abbandonata dal Divino». A questo livello esso sviluppa come intimo moto sovrasensibile, l’impulso della libertà, ma deve superare questo livello per realizzare la libertà: deve superare il limite umano-animale per restituire alla Natura la connessione con il Principio perduto. Può risalire la direzione cosmica della caduta nella materialità, in quanto si congiunge in sé con l’intimo I m p u l s o  c o s m i c o: con il Principio al quale la Natura si è alienata.

Ascesi vera è quella che dà modo al Logos-folgore di p e r c u o t e r e la natura vitale-animale: la quale tende a serbare intatti i propri processi psicofisiologici, in cui in realtà è inserita la necessità della Morte. La natura vitale-animale non va fornita di poteri spirituali, bensì trasformata. Questa trasformazione, quando è autentica, è sostanzialmente un processo di distruzione e di riedificazione. […]

L’Io dell’uomo, come autocoscienza e libertà, diviene portatore di tale processo di disintegrazione e reintegrazione, recando in sé una direzione opposta a quella della natura vitale-fisica, che attrae la Luce dello Spirito a sé per i propri processi animali-vitali. L’Io nel veicolo del p e n s i e r o  p u r o inverte tale direzione e tende a distruggere quei processi. Esso va incontro alla natura vitale-fisica, non per legarsi ad essa e subire persino l’inganno del potenziarsi yoghico-medianico di essa in quanto natura egoico-animale, ma per distruggerla e riedificarla secondo lo Spirito.

È una distruzione-riedificazione che si compie gradualmente mediante l’Ascesi del Pensiero. Il pensiero come ordinario processo mentale è in sé l’iniziale processo di morte dell’antica natura spirituale-animale: è simultaneamente un processo di morte e di s p a r i z i o n e della Materia. Il pensiero diviene, oltre che distruttore, riedificatore, quando per insistenza nel suo trarsi dalla propria originaria Luce, riproduce in sé il processo mediante cui il Logos edifica la Vita. La Vita della propria Luce il pensiero può ritrovarla nel proprio momento predialettico, come nel contenuto indialettico della percezione. La risoluzione della Materia è dapprima un fatto logico: questo fatto logico deve divenire esperienza interiore: in tal senso coincide con la fulgureità del Logos che annienta l’oscurità dell’umana natura». 

Massimo Scaligero, era, ed è, un autentico Maestro nel dissolvere le illusioni e gli autoinganni di coloro che cercano una via, inevitabilmente “egoica”, che sia meno esigente, meno impegnativa e dura della solare Via “eroica”, ossia cercano una via che si dimostri comoda, e indulgente nei confronti di una infida natura inferiore, espressione della soggezione alle Deità Avverse, natura che non gradisce essere “disturbata” nel proprio dominare l’essere umano. Inevitabilmente, coloro cercano una cotale via “comoda”, per sottrarsi alla scomodissima Via Solare, ad una Via del Pensiero, indubbiamente molto esigente ed estremamente dura, si volgono ad una “via dell’anima”, ad una “via del sentire” esplicita, o più o meno mascherata. E, sempre inevitabilmente dal loro fallace punto di vista, essi sono portati a disprezzare la scomodae sicuramente lo è – Via del Pensiero come una via “inferiore”, come «una via incompleta e superata» – come affermò apertamente l’Innominato ventitré anni fa a casa mia – perché, a suo dire, come ebbi modo di leggere sulla nota rivista gianicolense, della quale ebbi modo di occuparmi, «l’esperienza del pensiero puro-libero dai sensi è un’esperienza spontanea, ma non cosciente, e quindi egoica», e perché sempre a dire suo e di altri, che non si peritano di adoprare contro il Maestro, e contro chi osa temerariamente difenderne la figura e l’opera, frasi monche e staccate dal contesto, evocando uno scenario sommessamente apocalittico, e affermando con minacciosa ammonizione, che  «la via del pensiero può diventare la via del sublime egoismo». Ad affermazioni di cotale risma, Massimo Scaligero risponde con disilludenti parole, che non lasciano spazio ad equivoco alcuno circa il loro significato, alle pp. 85-86 de Il Logos e i Nuovi Misteri , parole che da parte di tutti sarebbe savio meditare a lungo:  

«Chi cerca il Logos lungo le vie della Tradizione, non è consapevole di seguire sostanzialmente una via del sentimento, piuttosto che della conoscenza. Nel pensiero, quale attività razionale, giustamente egli sente di non poter trovare il Logos: perciò lo cerca mediante la conoscenza tradizionale, ma non s’avvede che l’elemento intuitivo a cui fa appello per tale ricerca, non è più nel sentimento, ma alla sorgente del pensiero con cui pensa.

I Mistici e i Santi cristiani ebbero la missione di incarnare la sintesi umano-divina del Logos nel sentimento, in un’epoca in cui l’organo dell’Autocoscienza non era ancora formato: potevano incarnarla nell’impulso della devozione, non nella volontà correlata al pensiero, – come doveva cominciare a verificarsi nell’indagatore di tipo galileiano – epperò a condizione che il pensiero non presumesse comprendere il Logos. Attitudine saggia, perché in effetto il pensiero meramente umano non può comprendere il Logos.

Il còmpito attuale del pensiero tuttavia non è comprendere, o intuire il Logos: impresa retorica, concepibile solo in base a scarsa consapevolezza del limite dialettico del pensiero. Còmpito del pensiero è incarnare l’elemento di Vita che gli è intimo e a cui si estrania per farsi dialettico: elemento di Vita sovrasensibile da cui muove e senza cui non sarebbe, anche quando riveste l’errore. Còmpito del pensiero è attuare il proprio nucleo intuitivo, in cui il Logos è presente come Forza originaria. Il pensiero deve risorgere come Pensiero Magico.

Il congiungimento con il Logos oggi non può essere opera del sentimento, la funzione del quale è scaduta in un passivo risonare secondo contenuti soggettivi, nell’àmbito della coscienza riflessa. Il sentimento del Divino deve risorgere da uno stato di morte: esso è più che mai la forza dell’Opera, ma come tale esige essere ridestato. Un tempo, nel sentimento il mystes o il santo poteva abbandonarsi al dominio del Logos, non mediante un atto di volontà, ma mediante una radicale rinuncia all’elemento individuale della volontà. Ciò che egli compieva di prodigioso era azione del Logos m e d i a n t e lui. Oggi, l’esperienza del Logos fa appello unicamente all’elemento individuale della volontà: ma questo giunge al sentimento, passando per il pensiero. Negli asceti della Tradizione, il sentimento non era certo l’esangue e psichico sentire dell’uomo moderno, ma l’originaria forza del sentire superindividuale e cosmico, eccezionalmente sopravvivente: in essi tale sentire operava come veicolo sovrasensibile, in attesa dell’epoca della volontà individuale e della libertà: ossia dell’epoca in cui il Logos può avere un centro di forza nell’Autocoscienza ed essere alimento dell’Io. Nella coscienza stessa, la virtù originaria della mediazione pensante, l’immediatezza assoluta, può essere sperimentata dall’asceta: l’iniziale elemento individuale della volontà può essere da lui contemplato come scendente dal Logos».

Sull’altra sponda di quello che i Romani chiamavano Mare Superum, ossia l’Adriatico – il Mare Inferum era, invece, per loro il mio amato Tirreno – ove fa bella mostra di sé l’antica e gloriosa Tergeste, la romana Tergestum, nonché sull’altipiano carsico, imperversa, oramai da molti decenni, un altro lupaccio cattivissimo, tale Franco Giovi, anch’egli pessimo elemento da frequentare, e anch’egli, per una sua qual certa “asociale” qualità di sapore taoista e chan, da lupi e orsi molto apprezzata, individuo assolutamente impresentabile in “società”. Devo dire che data la “nequizia dei tempi” – come la chiamava causticamente quel vessatore dell’umana stoltizia ch’era Arturo Reghini – rincuora molto il qui scrivente lupaccio cattivissimo il fatto ch’egli pure parli fuori dai denti circa la centralità della Via del Pensiero, e circa l’assoluta necessità di una alacre, intensa, risoluta, “estremista”, Ascesi della Concentrazione. Ed ecco quanto Franco Giovi scriveva giorni fa, temerariamente manifestando “qualcosa che fa parte del suo vero”, su quel social forum sul quale tante scempiaggini insane e improvvide càpita purtroppo di leggere un giorno sì e l’altro pure:

«Il pensiero svincolato, il pensiero tutto-potenza, Shakti universale, è la chiave, e la porta, e l’ambito della Via diretta indicata all’attuale coscienza da Rudolf Steiner. La sua dynamis ascetica è la Via “più esatta, sebbene sia per molti uomini più difficile”, la sua esperienza è “un’entità di per sé vivente”.

Testi come la Filosofia della Libertà e, quasi cent’anni dopo, Il Trattato del Pensiero Vivente di Massimo Scaligero, vengono compresi con immensa difficoltà: perché non è sufficiente per essi lo studio disciplinato, anche se inizialmente necessario. Il pensiero logico non basta: serve il pensiero coraggioso, quello che sia capace di superare il timore (la paura) delle conseguenze alle quali proprio la logica dei suddetti scritti porta il ricercatore: là dove l’automatica, rassicurante certezza del famigliare pensato cede il suo limite a quello che il già pensato non può pensare: l’impensabile, nel suo più letterale significato.

In realtà Steiner, con una autorità non concessa da filiazioni sensibili, non è un sincretista di comodo, come fu arguito negli apriori dei suoi avversari. Non riassume l’antica Sapienza: con La Scienza Occulta, L’Iniziazione, i Cicli antroposofici, ricapitola in forma non più simbolica ma in quadri di pensiero (sovente in forma così minuziosa da urtare lo pseudo “sentimento cosmico” dei piccoli mistici) il divenire interiore dell’uomo e del suo cosmo: la Tradizione perenne, resa accessibile alla potenza conoscitiva dell’attuale coscienza. È un insegnamento che pochi hanno la spregiudicatezza di pensare. Soprattutto i custodi delle vuote tombe delle tradizioni trascorse: ingabbiati nel cliché del dogmaticamente formalizzato, purché sembri antico; comunque valutato con i parametri del pensiero ingenuo: duale e materialistico.

Rudolf Steiner ha offerto al mondo le strade per il rinnovamento della Sapienza, le ha fornite alle arti, ai mestieri e ai grandi problemi umani, sociali, economici, esistenziali. Da tempi anteriori alla storia nessuna élite esoterica ha dato così tanto agli uomini inseriti nell’immanenza e per di più in un periodo buio ed ostile.

Proprio mentre il Sole potentemente realizza il profetismo che Āruni consegnò al figlio Śvetaketu: “Da questa verità tutto è animato; essa è il solo vero, essa è l’Ātman e tu stesso o Śvetaketu, lo sei”. Così si compie il divenire Io dell’uomo.

Ora può risorgere dall’uomo l’intero cosmo con i suoi fiammanti tessitori, il fuoco di Kundalinî, il Vajrasattva Mahasattva, la pentecostale folgore del Logos, qualora esso tenti l’impresa di volere oltre tutti i pensieri per giungere alla sintesi, che fu scissa, di Vita e Coscienza. Purché l’uomo liberamente osi, il Principio è immanente.

È la lenta ma totale conversione, il radicale rovesciamento del luogo dello Spirito: che può essere compiuto davanti l’abisso, nella devastata situazione del mondo umano.

Rudolf Steiner è stato l’unico a indicare la via che dal pre-umano è ascesa all’autocoscienza. Via inconcepibile anche per il più sublime passato, perché conduce oltre ogni esistente già esistito: la indicò in un sobrio scritto, minimamente cifrato da una necessaria veste filosofica.

Era l’anno 1894».

alcuni giorni fa, è ritornato sul tema dell’assoluta necessità di radicalità dell’Ascesi con una citazione di Shri Ramana Maharshi, che ben si attaglia alla Concentrazione, come alla meditazione, che dice:

«La meditazione è una lotta. Appena la cominci, i pensieri si affollano, prendono forza, e cercano di sopraffare quell’unico che hai scelto per attenertici. Continuando nell’esercizio, questo pensiero prenderà forza a poco a poco. Quando sarà abbastanza forte, metterà in fuga tutti gli altri pensieri. Questa è la battaglia che avviene sempre nella meditazione. Nessuno riesce senza sforzo. Il controllo della mente non è un tuo diritto naturale; chi riesce, lo deve alla sua perseveranza». 

Il suddetto lupaccio tergestino, non contento di quanto da lui fatto conoscere del “suo vero”,

Una indicazione ascetica così radicale – e alquanto disilludente per i fiacchi e sentimentali ricercatori delle morbide vie dell’anima – non può non ricordare il quinto degli Shivasutra, che crudamente afferma che: उद्यमो भैरवः, Udyamo Bhairavaḥ, ossia che «Il Tremendo è sforzo», ossia che il Supremo, chiamato “Tremendo” per il suo spietato annientare ogni parvenza, ogni irrealtà, ogni illudente maya, che rende gli umani pashu, ossia “animali”, è conoscibile, realizzabile unicamente attraverso il perseverante, estremo, sforzo eroico dell’asceta che sia – come affermava un Iniziato rosicruciano del XVIII secolo, amico e discepolo del Conte di Saint-Germain – vir mirus ad omnia natus quaecumque auderet, ossia “mirabil eroico uomo nato e disposto a tutto osare” per realizzare lo Spirito, ossia per penetrare audacemente in quel Magico Mondo de gli Heroi di Cesare della Riviera, rosicruciano ermetista del secolo XVII, molto amato da Massimo Scaligero, che dava ad alcuni di noi il suo aureo libro da studiare ritualmente, ed alcune sue espressioni come temi di meditazione. 

Questa è la Via Assoluta, perché il pensiero che si realizza nella Concentrazione è – secondo l’espressione di Massimo Scaligero – l’immediato mediante, ossia la Forza, l’Essenza, l’Essere, che per essere non ha bisogno di nessuna mediazione che non sia il suo stesso elemento, al tempo stesso nel pensare stesso attuato e conosciuto, ossia il suo dato nell’atto conoscitivo è il suo stesso darsi, e tuttavia è anche la necessaria mediazione all’essere e alla conoscenza di ogni altro elemento dato.

Per l’uomo che sia, e voglia essere, veramente figlio di questa tempestosa epoca, e rinunciando alle “comodità” della via egoica, non voglia pascersi di illusioni, questa, e solo questa, e non altra, è la Via Assoluta, la Via Solare, la Via Eroica, la Via dell’Io, la Via Unica: la più alta, la più radicale, la più coraggiosa, la più esigente, la più veloce, la più sicura, quella magicamente più potente. La Via della Concentrazione, che può essere condotta – per intensità e continuità di risoluta consacrazione volitiva – oltre ogni limite della natura, spezzandone il millenario dominio sull’uomo.

Per questo motivo, il qui scrivente cattivissimo lupaccio etrusco agli audaci compagni d’armi spirituali, che temerariamente, con slancio e impeto, si consacrano, e si impegnano, si compromettono, senza risparmio veruno, in libertà e per amore, nella Aurea Via del Pensiero, e nella intensa pratica della Concentrazione, rivolge l’antico, misterico, augurio: quod bonum, faustum, felix, fortunatumque sit!

SCIENZA DELLO SPIRITO

DESIDERIO E ASCESI

Massimo Scaligero

Un attento lettore di questo audacissimo blog, in un suo commento ha sollevato un problema che – a mio giudizio, ma non solo mio – si presenta inevitabilmente a chi decide di percorrere l’aspro ed erto sentiero – quello che il mio amato Dante chiama “lo cammino alto e silvestro” (Inf. II, 142) – della Iniziazione ad una più alta vita spirituale: una “Vita nova”, la chiama il Poeta nella sua prima opera. Ed è, quello sollevato dal nostro attento lettore, un problema di importanza capitale, un problema che vieta di cavarsela – in effetti un po’ troppo comodamente – con una rapida e sommaria risposta al suo commento.

Il nostro lettore Firemind nel suo commentare l’articolo Concentrazione: lotta contro il sonno e la morte, afferma giustissimamente che:

«Non avendo il pieno controllo delle forze dell’anima, si può tendere allo spirito in modo non adeguato. Ciò è d’altronde naturale, visto che tale pieno controllo delle forze dell’anima e il giusto rapporto con lo spirituale sono molto più una meta che una condizione iniziale. Così si punta intensamente allo spirituale, desiderando lo spirituale. Come prima la volontà era totalmente tesa al sensibile e a scopi terrestri, ci si può sorprendere di portare ora tale tensione anche verso lo spirituale. Almeno fino ad un certo punto, è inevitabile che nel volgere allo spirito si muovano le forze della personalità, si abbia sete dello spirito. Ma esso si tiene a distanza dalla brama, qualsiasi forma essa assuma».

E, molto opportunamente aggiunge, che:

«Occorre volgere allo spirito, ma senza desiderarlo, almeno non nel modo usuale. Si ha qui un enigma, una prova. È una questione delicata… per esempio Steiner ne parla ne “L’Iniziazione”, nelle prime pagine del capitolo “Punti di vista pratici” (fino all’asterisco), dove parla dell’impazienza, del desiderio e della sincerità verso se stessi».

Non vi è assolutamente nulla da eccepire su queste considerazioni del nostro lettore. Ma forse è il caso di approfondirle, in modo da mostrare tutta la portata del problema. In effetti, nei passi del libro L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?, Editrice Antroposofica, Milano, 1971, indicati dal nostro lettore, Rudolf Steiner è quanto mai esplicito, ma bisogna ben intender le sue parole, e non equivocarle. Così leggiamo alle pp. 74-75:

«Bisogna tendere ad uno speciale sviluppo della pazienza. Ogni moto d’impazienza esercita un effetto paralizzante, anzi letale, sulle capacità superiori latenti nell’uomo. Non si deve pretendere che dall’oggi al domani si schiudano orizzonti infiniti nei mondi superiori, perché allora, di regola, non si rivelano affatto; invece la nostra anima, per ogni più piccolo risultato ottenuto, deve essere sempre piena di soddisfazione, di calma e di serenità. È ben comprensibile che il discepolo aspetti con impazienza dei risultati. Ma non arriverà a niente finché non avrà dominato la sua impazienza. Né serve lottare contro tale impazienza nel senso ordinario della parola; in tal caso essa non farà che crescere. Ci si illude di averla vinta, mentre invece si è insediata sempre più nelle profondità dell’anima. Si arriva a superarla soltanto abbandonandosi sempre di nuovo ad un determinato pensiero, assimilandolo completamente. Esso è: «Devo far di tutto per educare la mia anima e il mio spirito, ma aspetterò con calma che le potenze superiori mi giudichino maturo per una certa illuminazione». Se questo pensiero assume tale forza nell’uomo da formare una disposizione del suo carattere, egli è sulla giusta strada».

E veniamo alle successive, oltremodo severe, parole di Rudolf Steiner, che risulteranno sicuramente tra le meno “digeribili”: almeno per la maggior parte degli animosi intraprendenti del Sentiero Occulto. Alle pp. 76-77, leggiamo:

«La pazienza esercita un’azione di attrazione sui tesori del sapere superiore. L’impazienza invece li respinge. Nelle regioni superiori nulla si consegue con la fretta e l’irrequietezza. Prima di ogni altra cosa bisogna far tacere desideri e passioni. Sono qualità dell’anima dinanzi alle quali ogni sapere superiore si ritira timidamente. Per quanto grande sia il valore della conoscenza superiore, non bisogna chiedere, se essa deve venire a noi. Chi la desidera per soddisfazione propria, non la consegue mai […].

Deve svanire ogni curiosità nel discepolo dell’occultismo. Egli deve perdere l’abitudine, per quanto è possibile, di fare domande su argomenti che desidera conoscere soltanto per soddisfazione della sua personale sete di sapere. Deve limitarsi a chiedere ciò che può servire al perfezionamento della propria entità, ai fini dell’evoluzione. La gioia però che prova nella conoscenza e la sua devozione alla medesima non devono venir affatto meno. Deve ascoltare con attenzione tutto ciò che serve a raggiungere tale scopo e cercare ogni occasione per dedicarvisi.

Per il perfezionamento occulto è di speciale importanza educare la vita del desiderio. Non si tratta qui di spogliarsi di ogni desiderio, poiché tutto ciò che dobbiamo conseguire deve essere da noi anche desiderato; e un desiderio verrà sempre esaudito se dietro di esso sta una particolare forza. Tale forza proviene dalla giusta conoscenza. La massima: «Non desiderare in alcun modo, prima di aver conosciuto quel ch’è giusto in un dato campo», è una delle norme auree per il discepolo dell’occultismo. Il savio impara prima a conoscere le leggi del mondo e poi i suoi desideri diventano forze che si avverano».

E, parlando del più che comprensibile, e sin troppo umano-troppo umano desiderio, per esempio, di conoscere le proprie vite precedenti, desiderio che nelle cerchie occultistiche imperanti è fonte sovente delle più grandi illusioni, ed eziandio delle più stravaganti aberrazioni, le quali non di rado degenerano in situazioni ridicole e patologiche, Rudolf Steiner, sempre a p. 77, così prosegue:

«Diamo qui un esempio di cui è chiara la portata. Certamente molte persone desiderano conoscere, per visione propria, qualcosa della loro vita prima della nascita. Un tale desiderio non ha scopo né risultato, finché la persona in questione non abbia assimilato, per mezzo dello studio scientifico-spirituale, la conoscenza delle leggi – e precisamente nel loro carattere più delicato e intimo – dell’essenza dell’eternità. Se ha veramente acquistato questa conoscenza e se allora vuole avanzare più oltre, lo potrà fare per mezzo del suo desiderio nobilitato e purificato.

Non giova neppure dire: «Desidero conoscere la mia vita precedente, e studio appunto con questo scopo». Si deve piuttosto saper rinunziare a questo desiderio, eliminarlo completamente, e mettersi a imparare senza quel fine. Bisogna sviluppare devozione, piacere per ciò che si impara, senza mirare allo scopo ricordato, perché così soltanto si impara al tempo stesso a sviluppare il desiderio in modo che esso possa portar seco il proprio esaudimento».

Proprio se si esaminano con attenzione le parole di Rudolf Steiner, appare quanto mai necessario ch’esse vengano comprese in profondità: molto di più di quanto non avvenga abitualmente. L’infingarda pigrizia e lo scarso coraggio di molti pavidi chiacchieroni dello spirito – come li chiamava un Maestro come Giovanni Colazza – che amano chiamarsi “antroposofi ”, o che tali si autodefiniscono, possono trarre scusa e pretesto per nulla fare. Così come, nel campo che più ci interessa – quello che il mio amico C. chiama scherzosamente “scaligeropolitano” – molti ingenuamente sedotti e convinti dalle suadenti discorse di abili “insinuanti”, finiscono per darsi ad una via misticamente sentimentale, che sicuramente darà alle “anime belle” profonde, languide emozioni, ma che non permetterà mai loro, per quanto vengano sublimate tali “morbide” emozioni, accompagnate dall’immancabile “virtuoso” moralismo, nonché dagli incontri nel mitico “Club di Lettura e Conversazione”, di uscire dal limite soggettivo di una psiche, che non per questo è meno dominata dalle categorie corporee, ferreamente obbedienti alla logica dell’Oscuro Signore.

Il problema si annuncia difficile, apparentemente contraddittorio, perché postula la simultanea attuazione di istanze e comportamenti tra loro confliggenti e contraddittori. Ma sempre la logica dello Spirito – cioè la logica del Logos – non solo contraddice, ma addirittura frange e sbriciola la logora, irrigidita, apparentemente coerente, logicuzza umana.

In un articolo – mi si perdoni una piccola divagazione “storica” che, come vedremo, ha la sua ragion d’essere – che scrissi su Ecoantroposophia nel 2016, presentando la luminosa figura di Martina von Limburger, parlando dei genitori di lei, e in particolare del padre, scrivevo:

«L’adesione di Oskar ed Eveline von Hoffmann alla Teosofia blavatskyana fu convinta ed entusiastica. Ma nel tempo fu chiaro che essi in realtà ricercavano un impulso spirituale non solo più radicale e profondo, ma anche più autentico, che sarebbe venuto loro solo dalla Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner. Un momento, anzi una “realizzazione” importante fu la traduzione, che Oskar von Hoffmann fece, dell’aureo libretto di Mabel Collins, The Light on the Path, testo che ebbe notevole importanza e che fu apprezzato molto dalla parte sana del movimento teosofico, ma anche calunniato da coloro che tale parte sana avversavano. […]

Oskar von Hoffmann tradusse in tedesco il testo della Collins col titolo Licht auf dem Weg, che venne pubblicato da Grieben nel 1888 a Lipsia, ove oramai gli Hoffmann vivevano stabilmente con le loro figlie, una delle quali era appunto Martina von Limburger. In seguito, Oskar von Hoffmann tradusse in tedesco, nel 1889, un’altra opera di Mabel Collins, un romanzo occulto intitolato The Idyll of the White Lotus, che apparirà anche in italiano, nel 1944 per i tipi del benemerito editore Fratelli Bocca, col titolo de L’Idillio del loto bianco.

Che Rudolf Steiner desse un particolare valore all’aureo libretto di Mabel Collins, che negli ambienti teosofici era ritenuto ispirato da un Maestro, lo si può rilevare dal fatto che già nel suo giovanile periodo viennese – prima ancora di manifestare pubblicamente la propria missione di Istruttore spirituale – egli consigliasse lo studio e la meditazione de La Luce sul Sentiero, poco dopo la sua pubblicazione in tedesco, ad alcune persone sue amiche. Inoltre, non appena all’interno della Società Teosofica alcune persone si rivolsero a lui per riceverne direttive per il cammino spirituale, egli dette nuovamente tale scritto della Collins come testo di Schola iniziatica, del quale fece un ampio commento, sia orale che scritto, e ne dette vari aforismi come mantram da usare nelle meditazioni quotidiane. Ed è di particolare importanza il fatto che la stessa Mabel Collins giunse a riconoscere l’alta figura spirituale di Rudolf Steiner, col quale pure si incontrò a Londra nel maggio del 1913. Già prima di quell’incontro, la Collins scrisse, nel numero di marzo 1912 della Occult Review, un articolo intitolato A Rosicrucian Ideal, di aperto riconoscimento dell’Antroposofia come Via dei Nuovi tempi.

Hella Wiesberger, riferendo una comunicazione di Martina von Limburger, fa notare come fosse in un certo senso fatale che proprio l’opera della Collins per così dire conducesse l’anziano Oskar von Hoffmann ad incontrare la figura di Rudolf Steiner. Infatti, così scrive in una delle sue opere dedicate alla storia della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner:

«Che il Maestro Hilarion sia stato l’ispiratore dello scritto di Mabel Collins, La Luce sul Sentiero, era universalmente noto nella T.S. [Theosophical Society]. La figlia di Oskar von Hoffmann, il quale tradusse in tedesco The Light on the Path, tramandò la comunicazione di Rudolf Steiner, fatta a lei personalmente, che il Maestro Hilarion aveva aiutato suo padre ispirandolo nella traduzione. Questi sarebbe stato un greco, da qui la bella lingua della traduzione che sarebbe mantricamente addirittura più efficace dello stesso testo originale inglese»Nota di H.W. in Zur Geschichte und aus der Inhalten der ersten Abteilung der esoterischen Schule 1904-1914, GA 264, Dornach, 1996, p. 205».

In tale mirabile scritto di Mabel Collins (che io ebbi donato dalla mia carissima amica B.F.M., prima  teosofa sana e poi discepola di Massimo Scaligero, oltre quarantacinque anni fa), così altamente apprezzato da Rudolf Steiner al punto non solo di consigliarlo allo “studio” di amici viennesi negli anni ottanta dell’Ottocento – ben prima, dunque, dell’inizio del suo magistero spirituale pubblico – bensì da farne ripetutamente un commento nella Scuola Esoterica, che fu poi tradotto e pubblicato nei cosiddetti Quaderni Esoterici, troviamo alcune parole, brevi aforismi, che appaiono essere un palese ossìmoro, i quali tuttavia ci daranno la chiave dell’enigmatiche indicazioni nel citato libro L’Iniziazione di Rudolf Steiner. Ne La Luce sul Sentiero. Trattato ad uso di coloro che ignorano la sapienza orientale e desiderano riceverne l’influenza. Trascritto da Mabel Collins. Trad. it. dall’inglese, edita da Società Teosofica Italiana, Roma, 1961, pp. 11-12:

   «1. – Uccidi l’ambizione.

    .2.   – Uccidi il desiderio di vivere.

    .3.   – Uccidi il desiderio del benessere.

    .4.   – Lavora come lavorano quelli che sono ambiziosi. Rispetta la vita come quelli che la desiderano. Sii felice come chi vive per la felicità».

La palese, ma solo apparente, contraddizione è tutta qui: separare l’ambizione, il desiderio di vivere etc., dall’energia interiore che mettono in atto l’ambizioso e il bramoso nel loro intenso e instancabile operare.

Normalmente, ossia abitualmente, ma non per questo necessariamente, l’essere umano agisce solo se mosso dall’ambizione, dalla brama, dal desiderio di un benessere, che si rivelerà poi illusorio. Ma, appunto, per essere esatti, egli non agisce, bensì viene “agito” dall’ambizione e dalla brama, così come dalla paura, dall’avversione, dalle fallaci speranze, e via dicendo. Egli, se bene osserva se stesso, appunto, non agisce, non si muove, bensì viene agito da qualcosa che penetra nella sua anima, cui essa si identifica senza residui, e lui stesso, a sua volta, ad essa; egli viene mosso, come un pupazzo, come un burattino, da un agente esterno, a lui occulto, celato, da un “ignoto movitore”, come scriveva un autore di un secolo fa! Tale occulto agente esterno viene spacciato dalla corrente psicologia e psicoterapia come l’inconscio, al quale – a loro dire – sarebbe “saggio” arrendersi al fin di giunger ad una “vita armoniosa”, senza tensioni, senza angosce, senza disturbanti “complessi”. Menzogna peggiore di questa – vera truffa nei confronti dell’anima umana – non potrebbe esservi. Anzitutto perché questo “ignoto movitore” è tutt’altro che “inconscio”: esso è, al contrario, ben più intensamente e perfidamente cosciente del burattino umano, dalla crepuscolare coscienza, dalla ben limitata intelligenza, ch’egli disprezza e facilmente domina, illude e giuoca. Inoltre, perché il consiglio, veramente antiterapeutico, di affidarsi ad esso, di stabilire uno stato di armoniosa convivenza con esso, di farsene ispirare, come consigliano tra gli altri persino alcuni fallaci sedicenti maestri “zen”, si risolve alla fine in una “resa senza condizioni”, in un porsi alla mercé di un cinico e spietato nemico dello spirito umano, che non mostra alcuna pietà per i vili, per i deboli, per i pavidi. E non ne mostra punta, naturalmente, neppure per gl’intelligentissimi furbastri, per gli opportunisti, né tampoco per i mistici morbidamente sentimentali. Idea, dunque, assolutamente distruttiva nei suoi effetti esiziali: davvero una idea insana e improvvida, sotto ogni aspetto sconsigliabile.

Normalmente, ossia abitualmente, l’essere umano, se non mosso dall’ambizione, dalla brama, dal desiderio di un illusorio benessere, dalla paura, dall’illudente speranza, dall’avversione, diviene troppo facilmente inerte, incapace di azione, e rimane come svuotato, in preda ad un angoscioso non senso della vita. Diviene tale per incapacità di autosensibilizzazione, di autostimolazione, per incapacità di libera iniziativa della volontà, di quella “iniziativa d’azione”, indicata tra gli esercizi basilari dei Quaderni Esoterici, e che è base solida e concreta sostanza della cosciente ascesi della volontà. Ossia, è Filosofia della Libertà applicata.

Il fatto paradossale è che l’essere umano di regola (quasi sempre, come coartato da un pavloviano riflesso condizionato) si lascia sconfiggere dalle “abitudini” – da quelle che Massimo Scaligero chiamava, con tagliente immagine, le rughe dell’anima – ossia dalla meccanica e spenta ripetitività di azioni esteriori e automatiche reazioni interiori, che si impongono alla coscienza – ad una debole, consunta e crepuscolare coscienza – come un fatto scontato, e mostrano un’apparente insormontabilità, una sorta di invincibilità. Queste insormontabilità e pretesa invincibilità sono, esse pure, una menzogna: una menzogna avvincente e convincente, artatamente “insinuata” dal celato avversario. E l’anima, l’appannato soggetto conoscente – molto poco conoscente – vengono letteralmente truffati, manipolati dall’abile menzogna inscenata a pro’ del poco accorto soggetto umano dall’Oscuro Signore.

La via d’uscita da una tale contraddittoria condizione dell’essere umano oggi viene offerta solo dalla Via del Pensiero. Solo passando dal piano, inevitabilmente sempre soggettivo, dell’anima a quello oggettivo dello Spirito, si esce dalla intricata foresta della dialettica ragionante, degli stati d’animo seducenti, illudenti, coinvolgenti, esaltanti e deprimenti, infine sempre deludenti. Solo nella Via del Pensiero si muove con una forza spirituale assolutamente indipendente dai coinvolgimenti della volontà istintiva.

La Concentrazione è l’azione sempre e comunque possibile all’essere umano cosciente. Anche a quello limitatamente cosciente. La Via del Pensiero non richiede quelle che in Oriente si chiamavano adhikara, ossia le indispensabili “qualificazioni spirituali”, necessarie per percorrere il Sentiero Spirituale. La Via del Pensiero può essere intrapresa da ogni essere umano pensante, quale che sia la condizione di partenza, sia essa pure una situazione umanamente e moralmente disastrosa. Quel che viene richiesto – assolutamente necessario – è il coraggio: la volontà dura, pertinace, di andare oltre ogni limite, contro e oltre ogni ostacolo: ignorando le insinuanti seduzioni dell’intelletto, le debilitanti agonie dell’anima, le insorgenti pulsioni della volontà istintiva.

Naturalmente, le carenze umane e morali di partenza – che, ripeto, non sono affatto motivo per non intraprendere praticamente la Via – nel corso del discepolato occulto vengono energicamente affrontate, compensate, rettificate, dall’azione stessa dell’elemento spirituale indipendente dai coinvolgimenti della personale natura animica. Mentre, come limpidamente mostra Massimo Scaligero in tutte le sue opere, ben poco o nulla possono gli afflati mistici e moralistici nella trasformazione dell’anima: anzi possono dar luogo – come l’esperienza ampiamente illustra – a pericolose illusioni e a non poche patologiche deviazioni.

La pratica della Concentrazione, la si principia, inevitabilmente, con l’ego, e la si realizza con l’Io. Si inizia oltre e malgrado la personale natura animica. Si potrà ben essere ambiziosi, all’inizio della Via, ma – se la Concentrazione viene portata avanti con energia, dedizione, abnegazione, slancio, coraggio, pertinacia – il calor cogitationis della volontà pensante arderà e consumerà l’inevitabile forma egoica dell’iniziale atto ascetico, e gradualmente lo trans-formerà, lo trans-muterà in ciò che autenticamente deve essere: l’atto assoluto dell’Io.

Dell’ambizione rimarrà solo la forza, l’energia, la dynamis, direbbe Massimo Scaligero. Sarà la forza dell’Io, appunro, e non l’arrogante hybris del caotico e semianimale corpo astrale umano. Questa forza viene restituita all’Io, al quale era stata illegittimamente sottratta da millenni. E così l’ira, la brama, l’avversione, la paura, ed ogni altro coartante moto dell’anima.

Quanto al “desiderio”, tutto dipende da chi ne è il soggetto e quale ne è l’oggetto. Tutto dipende se il soggetto è l’Io o il caotico corpo astrale umano, ovvero se all’origine di tale moto è lo Spirito indipendente dalla materia o se, invece, è l’anima dominata dalla natura corporea. Tutto dipende, inoltre, se l’oggetto di tale moto è lo Spirito, l’Assoluto, l’Incondizionato, o se, invece, oggetto è un non valore effimero, un illusorio oggetto della brama, sia pure travestito in allettanti forme intellettuali, sentimentali, moraleggianti, magari addirittura mistiche.

In questo peculiare dominio, infinite sono le forme di autoillusione delle quali si compiace l’anima irretita nelle suadenti maglie della rete di Maya. Anzi, paradossalmente si può dire che sarebbe quasi preferibile partire con lo svantaggio di un’animaccia problematica piuttosto che dalle “delizie” di un’anima bella, coi suoi mistici languori, e le infinite problematiche moraleggianti.

Da un punto di vista spirituale, il vantaggio, invero notevole, di essere un lupaccio cattivissimo, ed un predone della steppa, ossia il vantaggio di essere un pessimo elemento, poco presentabile in società, consiste nel fatto che il suddetto lupaccio e predone non ha eccessive illusioni circa le proprie eccelse “virtù”, e quindi starà sempre bene in guardia rispetto a quanto possa emergere dalla sua poco raccomandabile animaccia. Egli si rivolgerà necessariamente all’elemento spirituale puro, radicalmente indipendente dall’anima e dai suoi movimenti: cercherà lo Spirito oltre, rigorosamente oltre, l’anima, e farà in modo che sia l’elemento spirituale a dominare l’anima con il distacco, la conoscenza trasfiguratrice e la volontà solare. E non viceversa, come propongono, invece, in maniera allettante per gli ingenui e gli sprovveduti, i suadenti “insinuanti” operatori dell’inavvertito trasbordo ideologico, a pro’ dell’avversa potenza transtiberina, che nei loro propositi dovrebbe condurre le “anime belle”, smarrite, impaurite, e fidenti pecorelle, ad un “più sicuro ovile”.

Oggi si è veramente se stessi, e si appartiene unicamente a se stessi, solo se si è interiormente liberi. E si è interiormente liberi unicamente se si opera alla liberazione del pensiero da ogni limite e da ogni legame. La Concentrazione è il Rito che attua la resurrezione del pensare dallo stato di morte, al quale lo costringe il suo soggiacere, nello stato riflesso, alla cerebralità, al sistema nervoso, alla corporeità. La Concentrazione è l’Atto eroico che fa risorgere il conoscere da una condizione cadaverica, che tiene incatenato l’umano all’abietto servaggio alle Potenze Avverse.

Questa Mèta della liberazione del pensiero – l’Eccelsa Mèta, la chiamerebbe il Buddha Shakyamuni – questa esperienza della folgorante travolgenza dell’originario Pensiero Vivente, la comunione col quale l’uomo ha smarrito da troppi millenni, è il vero oggetto dell’Ascesi radicale dei Nuovi Tempi. Essa è, al contempo, la mèta, il motivo impulsante, e il cammino che muove l’audace sperimentatore dello Spirito. Quella che è richiesta è una duplice, apparentemente contraddittoria, esigenza: da un lato – lo fece notare anche Shri Aurobindo – il discepolo deve avere e mettere in atto l’energia di chi vuole dare l’assalto al Cielo, dall’altra, egli deve avere, anzi conquistarsi, la sovrumana, eroica, pazienza di chi sia disposto a lottare, operare instancabilmente, un milione di anni prima di giungere alla mèta, magari senza vedere apprezzabili risultati prima di tale mèta.  

Tanta abnegazione è rara, e mette a dura prova sia la sincerità dell’intenzione del discepolo dell’Iniziazione, sia il suo non egoistico disinteresse nel percorrere la Via. Dico “nel percorrere”, perché nell’intraprendere la Via – bando alle rosee illusioni! – vi è sempre mescolata alla sincera intenzione una dose piccola o grande di egoismo: ciò è scontato, e previsto. Ma ciò non deve scoraggiare, perché la Via è tale che si parte ego e si arriva alla mèta Io. Dunque tenacia e pazienza: ambedue sono necessarie. A tale proposito, sono illuminanti alcune parole pronunciate da Rudolf Steiner in una lezione della Scuola Esoterica, ES, Monaco 4.9.1913, GA 266-3, p. 163.

«Spesso ci si accosta agli esercizi esoterici con grande leggerezza, si comincia a farne qualcuno e poi ci si ferma per comodità, fiacchezza, eccetera. Le meditazioni stanno all’anima come il respirare sta al corpo fisico. Se si cessasse di respirare, interverrebbe rapidamente Arimane come Signore della Morte. L’anima non deve arrivare al punto di sforzarsi o preoccuparsi di fare la meditazione, deve sentire di non poterne fare a meno: le meditazioni devono diventare per essa come il respirare per il corpo fisico.

Rispetto al Mondo Spirituale, accanto a questa comodità e fiacchezza, esiste anche l’eccesso contrario: un tempestoso desiderio di accedervi. Non bisogna voler desiderare ed aspirare al Mondo Spirituale prima che l’anima si sia saldamente rafforzata. Le condizioni preliminari dell’anima sono la calma e la pace (Il Risveglio delle Anime, scena III). Solo con queste condizioni possiamo acquisire le forze animiche corrette e indispensabili a chi voglia trovare la Via mediana, che non devia né a destra e a sinistra, per non diventare schiavo di Lucifero, e di Arimane, ma si attiene alla Via mediana».

Ad esser sincero, di persone che si siano slanciate, desiose di conquistare tumultuosamente l’esperienza spirituale, ne ho conosciute davvero pochine. Davvero troppo poche. Fiacchezza e comodità – le caratteristiche fondamentali della via egoica – la fanno da padrone, e fanno strage delle tiepide intenzioni, e dei pavidi desiri di molti, troppi, sedicenti spiritualisti. Poi, tra coloro che amano definirsi “antroposofi”, purtroppo, non se ne vede quasi traccia. E gli “insinuanti” operatori del “trasbordo ideologico inavvertito” fanno mala opra di disfattismo tra coloro che nella Comunità Solare, e cercano di convincere le file “scaligeropolitane” a non “esagerare” con la Concentrazione. In taluni casi – personalmente da me accertati – si è giunti sino a sconsigliarla apertamente.A cotanta pusillanime “prudenza”, il cattivissimo lupaccio etrusco non può non ricordare le parole di Massimo Scaligero, che diceva – e gli diceva – ossia che:

«Se si ha coscienza di operare per il Divino, nella Via del Pensiero, nella Concentrazione, potete anche strafare, potete esagerare, perché la Forza-Pensiero è la sola capace di autocorrezione».

Quindi, per rispondere operativamente alla domanda del nostro lettore Firemind, “dalla mente infuocata”: insistere, persistere, mai desistere dalla Concentrazione. Slancio ed energia, pertinace insistenza ed eroica pazienza, desiderare col cuore puro, abnegazione e “gettare il cuore oltre l’ostacolo”, come dicono in Oriente!

SCIENZA DELLO SPIRITO
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