Nome dell'autore: Hugo de Paganis

Sono figlio di un cinese, piantatore di radicchio, e il mio nome è Piripicchio! Son cresciuto in Romagna dove la notte si dorme, e di giorno si magna!

CONCENTRAZIONE : LOTTA CONTRO IL SONNO E LA MORTE

PLATONE ACCADEMIA

.

Qui agnoscit mortem, cognoscit Artem!

Il nostro terribilissimo lupaccio tergestino, Franco Giovi, con un suo articolo, intitolato appunto Ekagrata e Concentrazione, ci propone una volta di più – con la diligente mediazione della nostra Savitri, e con una sua risposta ad un lettore sull’ultimo numero de L’Archetipo, che più chiara e calzante non poteva essere – una serie di pensieri sulla Concentrazione. È vero che solo Massimo Scaligero era veramente capace di ripetere sempre di nuovo e sempre in novella forma la mirabile fiaba – fiaba sempre vera – della resurrezione del pensiero dallo stato di morte cui lo costringe l’anemico stato di coscienza riflesso di un’anima prigioniera di un corpo, di una psiche pallidamente cosciente, schiava dei sensi e del sistema nervoso centrale, e soprattutto del cervello.

Ma conviene, a noi pure, ritornare instancabilmente sul tema della Concentrazione, sulla sua radicalità, sulla sua unicità, sulla sua assoluta necessità, e infatti Franco Giovi, terribilissimo lupaccio tergestino, ritorna con indefessa pertinacia e con ostinata insistenza, da taluni ritenute fastidiosamente inopportune, per non dire addirittura importune, ma che invece sono, a mio modo di vedere, assolutamente necessarie in questa epoca di voluta babelica “confusione delle lingue”, e di freddamente programmato “trasbordo ideologico inavvertito”, al fine di sottolineare la centralità della Via del Pensiero e della Concentrazione, come ce le ha indicate – e come ce le ha iniziaticamente trasmesse – Massimo Scaligero per la pratica individuale solitaria e per quella individuale fraternamente attuata insieme nel silente e austero Rito della meditazione in comune.

E siccome noi cattivissimi lupacci etruschi siamo piuttosto dispettosi, anche io, che lupaccio cattivissimo indubbiamente sono, dispettosissimamente insisto – certamente con molta minor grazia ed abilità del lupaccio tergestino – su tale assoluta centralità e necessità della pratica ascetica della Via del Pensiero e della Concentrazione, così subdolamente e surrettiziamente avversate da coloro che – non fosse altro per la gratitudine da essi dovuta al Maestro – meno di tutti dovrebbero.  

Già Platone aveva messo in evidenza lo stato di abiezione dell’anima reclusa nella prigione somatica. Infatti, egli iniziato ai Misteri eleusini, e – a parere non solo mio – anche a quelli orfici e al pitagorismo, affrontando il problema dell’immortalità dell’anima mostra la difficile – oggi addirittura disperata – condizione dell’uomo caduto da una condizione edenica di “sovrana grandezza”, come la definisce Massimo Scaligero ne L’Uomo Interiore, all’attuale devastata condizione. Il corpo come “tomba” e “prigione” dell’anima: σῶμα-σῆμαsôma-sêma, dicevano, appunto, gli Elleni. Naturalmente – osserva sempre Massimo Scaligero – se di quella paradisiaca condizione edenica l’uomo fosse stato signore e autore, certamente da essa egli non sarebbe mai decaduto. E invece da essa, che era dono degli Dèi nella sua luminosa infanzia spirituale, egli è decaduto, e nella sua sciagurata – o “felice” e  “fortunata”, a seconda dei punti di vista – caduta, egli è stato, peraltro senza venir consultato prima, letteralmente precipitato in un baratro antispirituale. E – sia detto senza infingimenti, e senza edulcorare minimamente la poco gradita diagnosi – egli rischia ora una nuova, veramente infausta questa volta, caduta, la quale rischia per lui di rivelarsi irreversibile: quella possibile caduta nel subumano della quale parla apertamente Rudolf Steiner nelle ultime pagine delle sue Massime Antroposofiche

Platone ritorna varie volte sull’aspro e scabroso tema della primordiale caduta, così fatale agli umani. Vi ritorna – facciamo per una volta contenti i filologi con l’indicazione delle fonti – nel Cratilo, 400c, nel Fedone, 61e-62c, nel Gorgia, 493a, nel Fedro 249d-256e, nella sua immortale Republica, IX, 586. Al nostro scopo, ci è sufficiente leggere quanto Platone scrive nel Cratilo – e non è senza importanza ch’io abbia scelto di citare proprio da questo suo dialogo. In esso leggiamo:

«Dicono alcuni che il corpo è séma (segno, tomba) dell’anima, quasi che ella vi sia sepolta durante la vita presente; e ancora, per il fatto che con esso l’anima semaínei (significa) ciò che semaíne (significhi), anche per questo è stato detto giustamente séma. Però mi sembra assai piú probabile che questo nome lo abbiano posto i seguaci di Orfeo; come a dire che l’anima paghi la pena delle colpe che deve pagare, e perciò abbia intorno a sé, affinché sózetai (si conservi, si salvi, sia custodita), questa cintura corporea a immagine di una prigione; e cosí il corpo, come il nome stesso significa, è séma (custodia) dell’anima finché essa non abbia pagato compiutamente ciò che deve pagare. Né c’è bisogno mutar niente, neppure una lettera»Cratilo, 400c, in Platone, Opere, vol. I, Laterza, Bari, 1967, pagg. 213-214. 

L’essere umano si adagia nella prigione corporea in uno stato di vero e proprio tramortimento. Ed è oltremodo significativo che termini come “tramortimento” e “tramortito” siano parole connesse alla parola “morte”. Così come a “morte” – fisica e spirituale – è connesso il “sonno”: anchesso fisico o spirituale. E conviene ben meditare le parole iniziali (Inf., I, 1-7) di quella Comoedia del nostro Dante, che Giovanni Boccaccio per primo definì “divina”:

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
ché la diritta via era smarrita.
Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!
Tant’è amara che poco è più morte.

In effetti, la caduta nella prigione somatica equivale veramente ad una morte rispetto alla realtà spirituale, per cui è giustificata l’equivalenza orfica e platonica tra corpoprigione, e tomba. Platonici, orfici e pitagorici, inoltre, facevano una equivalenza assoluta tra “sonnoobliostordimento, e morte. La medesima equivalenza la facevano, nel loro “linguaggio segreto”, i Fedeli d’Amore: Guido Guininzelli, Guido Cavalcanti, Lapo Gianni, Gianni Alfani, Dino Frescobaldi, Cino da Pistoia, Francesco da Barberino, e Dante Alighieri, E sempre il nostro amato Dante ai sopracitati versi aggiunge (Inf., I, 10-12):

Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
tant’era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.

Già nel linguaggio comune usa dire, che un essere umano all’estremo delle forze  viene sopraffatto dalla stanchezza, trova difficile il rimaner sveglio, ed è “morto di sonno”. Anche di chi è poco “intelligente”, e poco “accorto”, usa dire che nella vita è poco “sveglio”, e che è “morto di sonno”. Dormendo, nel sognare, non si percepisce la realtà fisica circostante, e le immagini del sogno hanno un carattere alquanto illusorio. E sempre nel linguaggio comune, a chi, pur sveglio, insegue idee illusorie ed elabora pensieri errati, usa dire: «Ma tu sogni!».

Il seguir da svegli “sogni”, e idee illusorie, non è certamente una condizione sana dal punto di vista mentale e spirituale. E a chi a livello sensibile o sovrasensibile insegua una malsana condizione sognante, condita di idee illusorie varie, nonché da languidi e soavi sentimenti, l’antichissima sapienza partenopea crudamente pronuncerebbe, a mo’ di cruda diagnosi, le parole: «Don Ciccillo, ma vui pazziate, eh!».

Vi è anche un’altra particolare condizione: non sempre i sogni possono essere piacevoli, e talvolta possono trasformarsi in veri e pochi incubi. E colui che si rende conto che sta sognando e che quel che nel sogno vive è un incubo, può fare lo sforzo di svegliarsi. Ma deve volere svegliarsi, e la cosa può risultare difficilefaticosa, e talvolta dolorosa. Quando qui detto vale sia per il sogno del sonno notturno, sia per il sognare del sonno della vita. Perché la vita della maggior parte degli umani è un letargico dormire, e il loro stato di coscienza abituale è davvero un piacevole o doloroso sognare.

Nel sognare notturno, si è coscienti delle immagini del sogno, ma non della magica attività della nostra anima creatrice delle immagini sognate. Ma la stessa, stessisima, cosa avviene nella vita di veglia: gli umani sono coscienti delle immagini percepite, ma nulla sanno del magico atto del percepire che fa sorgere quelle immagini; gli umani sono coscienti dei pensati che appaiono sul palcoscenico della loro coscienza – anche se spesso, più che pensieri, sono (come direbbero i Futuristi del primo Novecento) “parole e immagini in libera uscita” – ma nulla sanno di quel pensare che invera quei pensati nella loro pallida ed esangue coscienza.

E come i sogni del sonno notturno possono tramutarsi in angoscianti incubi, altrettanto in dolorosi, angoscianti, e disperanti incubi possono tramutarsi quei “sogni”, creduti “reali”, che gli umani chiamano “esperienze della vita”. Nell’incubo del sonno notturno occorre fare un intenso sforzo di volontà per sottrarsi ad esso, per dissolverlo, e infine svegliarsi. È evidente – o dovrebbe essere evidente – che l’importante è proprio lo svegliarsi, e non il tramutare l’angosciante incubo in un piacevole sogno, perché le piacevoli immagini del sogno possono sempre nuovamente ritornare ad essere le ossessive immagini di un insopportabile incubo. Lo stesso dovrebbe accadere nella vita, ovvero voler compiere lo sforzo di svegliarsi. Ma perlopiù così non è, o molto raramente così è: persino negli ambienti sedicenti spiritualisti!

L’essere umano nella consueta vita – che “vita” davvero non è, ma solo la consunzione di un lento morire – è immerso in uno “stordimento”, in un “sonno”, in un “oblio” letèo, ossia letale, che nelle tradizioni d’Oriente – in particolare nell’Induismo, e nel Buddhismo – viene chiamato avidyânescienza o ignoranza, la radice di tutti i mali. Nel Buddhismo, tale stato viene addirittura definito come “stato di ebrezza”“mania”“follia”. Le male figlie di questa nescienza o ignoranza sono la brama, la paura, l’avversione, e loro inevitabile conseguenza è la dolorosa condizione di questa sciagurata umanità caduta.

Solo che difficilmente gli umani decidono di svegliarsi da un cotale incubo: sotto la spinta della brama, della paura, e dell’avversione, essi si “attaccano”, addirittura si avvinghiano, nello spasmo di un doloroso crampo, al loro incubo. Neppure concepiscono una condizione “diversa”, libera dalla fiaccante consunzione ch’essi credono essere un “vivere”, e che invece è un essere “arsi” dalla mala fiamma di quella che il Buddha Shakyamuni chiama la “sete” di quel nulla, per cui si brama, si odia, si lotta, si gioisce, e si soffre, e che, come avverte Massimo Scaligero nel X capitolo del Trattato del Pensiero Vivente:

«È il mondo che sfugge ancor più quando si crede di amare o di soffrire, o di bramare o di odiare, perché sono gli stati d’animo e gli istinti in cui l’astrattezza del mondo, ossia la sua irrealtà, si è fatta potenza interiore, sete della vita riflessamente rappresentata e pensata: che è dire assunta nella sua inversione. Onde si crede di amare ciò che è l’imagine della continua perdita di una segreta capacità di amate, e si odia ciò che non risponde all’elemento di brama di questo illusorio amore». 

E, più oltre, nel XIII capitolo del Trattato, Massimo Scaligero, parlando del tramortito stato di sogno e di comatoso sonno  spirituale di quella che l’uomo comune ritiene, errando clamorosamente, essere la sua «lucida coscienza di veglia», e della irrealtà dello scenario sensibile – irreale, perché non penetrato coscientemente nel suo fondamento, e perché non viene avvertito il momento genetico della sua percezione – ammonisce:

«Perciò si pensa il nulla: che, soltanto dopo la morte, si vedrà come il nulla, che si è creduto di percepire, che si è pensato e per cui si è gioito e sofferto. Ma è il pensare il giore e il soffrire il cui l’Io comincia, sia pure ottusamente, a operare».

Appunto, solo dopo la morte  la irrealtà di quel mondo bramato, temuto e odiato,  la si vedrà come il nulla, come la grande illusione, la menzogna che avvelenava la nostra visione e paralizzava la nostra volontà.

Esattamente come nell’incubo notturno, che ci opprime e che è così difficile e doloroso dissolvere. Se come scrive Massimo Scaligero, la morte dissolve questa perniciosa e letale illusione, allora perché aspettare la morte biologica, con tutto il suo devastante irrompere, quando – secondo quanto ammonisce tutta la tradizione platonica, e quella ermetico-rosicruciana – si può «morire prima di morire»«morire al mondo»«morire al secolo», e realizzare l’indipendenza radicale, dello Spirito, dell’Io, dalla tombale prigione corporea?

Si può dissolvere l’incubo notturno, che ci opprime nel sonno, e  si può dissolvere l’incubo – perché tale è agli occhi di chi lotta per il risveglio spirituale – dello scenario sensibile, e della prigionia corporea. Ma non ci si “sveglia” dall’incubo della vita senza sforzo, e non si compie lo sforzo di combattere una così malsana condizione senza coraggiocoraggio di voler conoscere – “vedere”, perché questo è il senso originario della parola sanscrita vidyâ, “conoscenza”, parola imparentata con le parole latine visiovideo, e vidère – una verità che, appunto, ancora non vediamo. Nel Nobile Ottuplice Sentiero, indicato dal Buddha Shakyamuni, vi è sammâ vâyâma, ossia il “retto sforzo”, che deve accompagnare costantemente la “retta azione”. Nella Via del Pensiero, e nella Concentrazione, indicate da Rudolf Steiner e da Massimo Scaligero, è esattamente la stessa cosa. 

Questa «morte filosofale» – mors philosophorum, come la chiamerebbero i platonici antichi, e quelli del nostro Rinascimento – è, come ogni morte, un separare l’anima dal corpo, ma da questa «morte filosofale» non consegue la corruzione, la decomposizione, e la disgregazione del corpo fisico, che invece permane inalterato. Piuttosto, sono l’Io e l’anima che sperimentano, prima della morte fisica, da vivi quello stato di coscienza, che normalmente l’essere umano sperimenta solo dopo la morte del corpo. Si può, dunque, «morire prima di morire, senza morire», ma ciò che ostacola l’inverarsi di questa molto auspicabile «morte», è la paura paralizzatrice della volontà: quella che, nel Majjhima Nikayo, il Sublime chiama il «terrore-spavento». Devo questa preziosa indicazione a Massimo Scaligero. 

Questo «terrore-spavento», figlio di «ignoranza» e di «brama», genera a sua volta una esiziale «avversione» nei confronti della Concentrazione. A questo proposito, molti si fanno le più varie illusioni, e per non confessare a se stessi paura e avversione, rivestono di molta dialettica tali paura e avversione. Ma esse restano tali, e il fondo dell’anima non si lascia ingannare dai molti discorsi, che voorebbero agire come un narcotico nei confronti di essa.

La contraddizione è che gli umani, durante l’esistenza fisica, nella loro ottusa ignoranza, spinti dalla sete, dalla brama, da un selvaggio attaccamento alla degradante e avvilente prigione corporea, cercano la vita – quella lenta consunzione che, illudendosi, credono essere vita – e, invece, trovano la morte. Al contrario, gli innamorati cercatori della Sapienza, cercano la morte – la «morte filosofale», beninteso, e non quella corporea – e trovano una vita immortale. È quel che afferma il nostro Marsilio Ficino in una delle sue mirabili Epistolae:

«Conosci te stessa, o schiatta divina vestita di mortal veste; spoglia, di grazia, te stessa, separa quanto puoi, e quanti ti sforzi, separa, dico, l’anima dal corpo, la ragione dall’affetto dei sensi. Vedrai tosto, dismesse le brutture terrene, un puro oro e, scacciate le nubi, vedrai un lucido aere, e allora, credi a me, rispetterai te stessa come un raggio sempiterno del divino Sole».

E, a conferma di quanto scrive il Ficino, possiamo leggere quanto a proposito della «morte filosofale», scrisse, oltre 2300 anni fa, lo stesso Platone, che trascrivo dal Fedone, in Platone. Tutti gli scritti,  trad. a c. di  Giovanni Reale, Bompiani, Il Pensiero Occidentale, I ediz., Milano, 2000. Riporto i riferimenti per aiutare gli amanti della Sapienza, e per non farmi brontolare dai filologi, ché di leticare  anche con loro non ho davvero punta voglia !

«E allora, non è evidente, innanzi tutto, che il filosofo, diversamente dagli altri uomini, per quanto riguarda questo genere di cose, cerca di liberare l’anima dal corpo, quanto più gli è possibile?». Fedone 64 E- 65 A, p. 77.

«E la purificazione, come è detto in un’antica dottrina, non sta forse nel separare il più possibile l’anima dal corpo e nell’abituarla a raccogliersi e a restare sola in sé medesima, sciolta dai vincoli del corpo, e a rimanere nel tempo presente e in quello futuro sola in sé medesima, sciolta dal corpo come da catene? […]

E non è forse questo che noi chiamiamo morte, cioè lo scioglimento e la separazione dell’anima dal corpo? […] E a scioglierla, come dicevamo, desiderano ardentemente, sempre e soli, coloro che esercitano filosofia in modo retto? E precisamente è il compito dei filosofi: sciogliere e separare l’anima dal corpo. O no?». Fedone, 67 C, p. 79.

Naturalmente, questa “purificazione”, kàtharsis, e la mors philosophorum, la platonica ed ermetica «morte filosofale», non sono un giuoco, uno scherzo, o una gradevole passeggiata, non sono cosa che riguardi l’asettica accademica erudizione universitaria, ovvero, come ammonisce l’ottimo Arturo Reghini, «non sono cosa da prendere a gabbo»: sono il frutto di un interiore agire eroico, di uno sforzo assoluto – quel «retto sforzo», assolutamente necessario, del quale parla il Buddha Shakyamuni nel Nobile Ottuplice Sentiero – sforzo che coinvolge l’intera vita dell’anima, e a render possibile il quale deve essere orientata, in ogni suo aspetto, anche l’intera vita esteriore del discepolo dell’Iniziazione. 

Occorre volersi risvegliare, dall’incubo, dissolvere l’illusione, rompere le catene di un abietto servaggio, abbattere la prigione. Occorre volere uscire dalla consunsione, mettere fine al deliquio, ritrovare intatta la forza dell’Io, conquistare conoscenza, verità e libertà. Altrimenti, nulla nella vita ha senso e, se non ci si narcotizza da soli, si giunge alla disperazione.

Abbiamo avuto modo di vedere su questo temerario blog come la disperazione possa essere oltremodo preziosa per il sincero cercatore della Conoscenza liberatrice. Perché non permette di barare con se stessi. Massimo Scaligero – l’ho riferito più volte – indicò ai giovani della mia città le qualità dell’anima, e la tensione interiore, necessarie per giungere alla mèta: «Voi dovete essere instancabili e disperati: dovete essere giovani armati di solo coraggio!».

Dalla lucida disperazione nasce il coraggio, e dal coraggio l’instancabilità. La lucida disperazione, che non sa che farsene di comode approssimazioni o di illudenti e consolanti surrogati, porta a scegliere la Via dell’Io, dello Spirito, oltre l’anima: la Via del Pensiero e la Concentrazione. 

Solo chi è lucidamente disperato, sa anche essere veramente coraggioso, e la coscienza realistica che non vi sono alternative alla Via eroica, alla Via dell’Io, rende instancabili: genera forze, che non si dissolvono – come nel languido misticismo delle cosiddette vie dell’anima – alle prime difficoltà, e permettono, invece, di superare vittoriosamente le situazioni più distruttive, e anche le più disperanti. Perché lo Spirito non può non travolgere i limiti oppostigli dalla materia, dalla natura caduta. «Noi siamo condannati a vincere, perché noi abbiamo il pensiero!»ci diceva sovente Massimo Scaligero. 

«Sonno» e «morte» hanno, dunque, un significato completamente opposto per l’uomo comune e per il Saggio, per l’Iniziato. È quel che afferma anche un antico testo di ascesi guerriera, la Bhagavad-gītā, II, 69., che per far felice il mio amico M., verrà citato nell’originale sanscrito:

Yā niśā sarva-bhūtānāḿ,

tasyāḿ jāgarti saḿyamī.

Yasyāḿ jāgrati bhūtāni,

sā niśā paśyato muneḥ.

In questi versi, il Supremo, Shri Krishna, afferma che:

«Ciò che per tutti gli esseri è notte, è veglia per colui che è signore di sé, e ciò che per loro è veglia, non è che notte per il saggio che vede».

La Bhagavad-gītā è un testo di ascesi “guerriera”, di ascesi “eroica”, perché incita a lottare contro il sonno della coscienza e lo stato di morte dell’anima: anima normalmente bramosa di sonno e di morte. Ed è lo stesso impulso “eroico”, la stessa “idea-forza” di tutta lopera di Massimo Scaligero sin da quando, alla fine degli anni cinquanta dello scorso secolo, egli pubblicò – in seguito ad un «atto dimperio del Mondo Spirituale, e non per una sua iniziativa personale», come in un colloquio egli stesso mi disse esplicitamente – lAvvento dell’Uomo Interiore, ove nella seconda di copertina appose, come sintesi di tutta la sua futura opera di Istruttore spirituale, le seguenti parole, da vari amici meditate per decenni:

«Chiave del senso della presente epoca e del valore attuale della Iniziazione, quest’opera è dedicata a coloro che hanno ancora il coraggio di volere l’uomo.Viene indicata una «via spirituale»  che, mentre è di là dalle tradizioni, attinge a un segreto e imperituro insegnamento: che un tempo agì attraverso le metafisiche dell’Oriente , oggi opera, inconosciuto, nell’anima dell’Occidente, per chi giunga a scorgerla. La tecnica dell’esperienza soprasensibile descritta in questo volume già reca in sé quanto di essenziale operò nello Yoga, nel Taoismo, nella «via» del Buddha, nello Zen nel Tantrismo, ma si trae precipuamente dall’attivazione di un ulteriore elemento interno , che può sorgere soltanto nello svincolamento del pensiero razionalistico e astratto dai contenuti finiti e sensibili, valsi unicamente alla sua formazione. Per l’uomo moderno , è questo pensiero disanimato, che, risorgendo come magica forza, diviene veicolo della resurrezione cosciente del «sopranaturale» in lui, epperò virtù risolutrice degli urgenti problemi del tempo».

Massimo Scaligero ci ha fatto dono di quanto fu per lui frutto di un lungo e aspro lottare, nel quale egli, da vero “asceta-guerriero”, volle chiedere inesorabilmente alla propria volontà, oltre ogni limite umano, oltre ogni limite della sua personale natura. Egli fu esploratore e pioniere in una landa selvaggia, e in tempi difficili. Col suo operare aprì a noi un Sentiero nella foresta, e una Via che sta a noi coraggiosamente percorrere, donando ogni nostra forza alla Concentrazione, alla Meditazione, al silente Rito della redenzione del pensiero.   

Certo, la Via indicata è dura e aspra, ma non meno dura è oggi la vita individuale e sociale, mentre in quella autentica barbarie che oggi chiamiamo con fatuo orgoglio “civiltà”, stiamo ballando, come ubriachi, sull’orlo dell’abisso nel quale l’umanità rischia di sfracellarsi in una irreversibile nuova, e veramente infausta, caduta nel subumano. La Via del Pensiero è oggi – piaccia o non piaccia – la Via radicale: quella che affronta in maniera veramente radicale il male dell’uomo, ovvero lo stato di “sonno” e di “morte” dell’anima, l’ottusa “ignoranza” che ci paralizza nell’incubo della illusoria visione sensibile e materiale del mondo.

L’importante per il discepolo dell’Iniziazione, che voglia cimentarsi nella temeraria, e disperata impresa della redenzione del pensiero, e di resurrezione dell’anima dallo stato di morte al quale essa è costretta, è non perdere il senso dell’urgenza di tale audace impresa, di rendersi conto che – oggi – non vi è altra Via efficace, e che la Via del Pensiero, e la disciplina della Concentrazione, sono la Via – l’unica – più sicura, la più veloce, quella più magicamente potente: l’unica veramente efficace e risolutiva.

E per questo motivo – se si è lucidamente disperati e coraggiosi – la Concentrazione deve essere eseguita, ogni volta, con tutto se stessi, impegnando ogni nostra forza interiore, sino al limite estremo, o almeno tendendo con sforzi progressivi ad una tale mèta. Si deve poter “respirare” l’atmosfera del “pensiero puro”, del “pensiero libero dai sensi”, la cui pratica è – contrariamente da quanto leggemmo in una rivista esoterica – è una disciplina volitiva, tutt’altro che spontanea, intensamente cosciente, anzi dissolvitrice della “spensierata” incoscienza umana, e quindi l’unica veramente superatrice, se portata coraggiosamente sino in fondo, di ogni umano egoismo. Ed è quanto indica Massimo Scaligero a p. 142 de L’Uomo Interiore :

«La disciplina dell’anima e la meditazione di cui si è par­lato, dovrebbero diventare motivo della esistenza quotidiana, presso il normale decorso della vicenda esteriore: dovrebbero essere l’ispirazione di fondo, l’abitudine vitale, mentre ogni volta il superamento del limite raggiunto dovrebbe essere pos­sibile oltre la prova quotidiana, la difficoltà, l’ostacolo. Non v’è ostacolo che così non possa essere superato: occorre vole­re sempre nell’unica direzione, senza sosta, sempre la medesi­ma idea, il medesimo culmina, la solitaria altezza, con animo teso a spezzarsi, teso sino all’estrema possibilità, oltre se stes­si, così che ogni dolore risorga come un puro sentire, ogni avversione divenga nulla, tutto l’effimero si stemperi e svanisca nella metafisica trasparenza di un mondo che è infine realtà: quello in vista del quale il mondo che si ha ora intorno è caotico, impossibile, illogico, senza direzione e senza speranza».

Massimo Scaligero, con una chiarezza esemplare, che non lascia alcun spazio a dubbi su ciò che egli voleva dire, indica alle pp. 155-156 de L’Uomo Interiore, quale sia l’ostacolo di fronte al quale si fermano e si arrendono i pavidi, gli incerti, i non risoluti, coloro che non hanno salda volontà, e che non hanno una idea chiara della pericolosità, della fragilità, della precarietà della attuale condizione umana, quale sia la Mèta, e quale, infine, sia l’unica Via che ad essa mena: 

«Non v’è ostacolo, non v’è potere avverso né in Ciclo né in Terra, che possa essere veduto come limite reale e perciò possa fermare la volontà di colui che conosce la meditazione e il suo compimento. Dinanzi alla coscienza vuota, cambia il vol­to del mondo: una simile promessa è attuale per chi coltiva la reale tecnica della libertà. Si tratta di far entrare in azione una forza, che diviene vittoriosa, in quanto la si chiama ad agire, dal centro di sé; e che non può funzionare se in sua vece si crede di poter ricorrere ad ogni appoggio, ad ogni abitudine, ad ogni consolazione, offerti dall’antica natura. L’uma­no può essere superato, ma soltanto dall’uomo che senta co­me intimo principio la propria origine superumana. […]

Chi volesse identificare la condizione interna che distoglie dal sentiero della libertà, troverebbe la paura: la forza subcon­scia che trattiene entro i limiti voluti dalla natura. Ma è dif­ficile afferrare il senso di ciò, quando si pensa, si agisce, si organizza la vita e si cerca lo Spirituale mossi appunto da que­sta paura, e quando in funzione di essa si crede di ravvisare nella via della libertà o un’eresia o una via individualistica o una via exoterica. In tal senso, chi segua la Scienza dello Spi­rito fondata  dal Maestro  dei  nuovi  tempi, ha dinanzi  a  sé molte prove dalle direzioni più varie di un mondo che è sol­tanto «passato», necessità, abitudine, meccanicismo, esteriorismo. dogmatismo, falso rinnovamento: ossia paura. Paura del­la libertà:   che perciò si manifesta nella forma più  sottile in coloro che, presumendo seguire associativamente la via dello Spirito, ne sostanzializzano e materializzano le forme, giun­gendo a codificazioni dogmatiche e ad espressioni accademiche, in cui ben poco scorre della conoscenza liberatrice a cui fanno appello: onde, malgrado la regolarità della  terminolo­gia e la ortodossia esteriore, veramente l’opera viene separata da Colui che l’ha data».

A questo punto è necessario, purtroppo, constatare e segnalare – e, credetemi, dispiace molto il doverlo fare una volta di più – quelle che appaiono essere alterazioni vere e proprie dell’opera di Massimo Scaligero, così come da lui era stata voluta e realizzata: alterazioni evidentemente volute, che non possono non lasciare molto perplessi coloro che amano l’opera del Maestro. Infatti, dopo che dell’Avvento dell’Uomo Interiore, apparso nel 1959, per la casa editrice fiorentina Sansoni, per ragioni delle quali un giorno forse verranno fatte conoscere, da qualcuno ne era sta impedita la circolazione, Massimo Scaligero, ne rivide l’intero testo, facendovi altresì una serie di aggiunte da lui ritenute necessarie. Il libro apparve nel 1976 per le romane Edizioni Mediterranee, che già avevano pubblicato altri duei suoi testi, ed altri ne pubblicheranno. La nuova edizione apparve col titolo L’Uomo Interiore, ed il sottotitolo – importante e significativo – Lineamenti dell’esperienza sovrasensibile, che fa parte integrale del testo del libro. Ho potuto constatare che ultimamente che questo sottotitolo, nell’edizione del 2012 e, presumo in eventuali ristampe successive, è scomparso. Nulla giustifica un tale cambiamento, tanto più che l’opera è la semplice ristampa anastatica dell’edizione del 1976. 

Un altro discutibile “aggiornamento” – a mio personale giudizio – lo troviamo nella quarta di copertina. Massimo Scaligero curava i suoi libri sin nei minimi particolari, e – per esempio – per i testi apparsi nelle Edizioni Mediterranee, egli scriveva sempre personalmente persino la sintesi del libro che appariva, appunto, nella quarta di copertina. Come, del resto, è evidente a chi, come il sottoscritto, quelle mirabili parole abbia meditate per decenni. Ora, nell’ultima edizione, questa sintesi meditativa appare monca della prima parte di tale presentazione. Non si vede ragione alcuna che giustifichi una tale evidente alterazione del pensiero e della parola di Massimo Scaligero. Per cui, ho deciso di riportare questa presentazione, così come essa appariva nella quarta di copertina dell’edizione originale del 1976, in modo che chi non possegga la prima edizione possa integrare questa parte nella nuova pubblicazione. La prima parte di essa, mancante nell’ultima edizione, viene evidenziata in colore diverso rispetto a ciò che la segue:

 «L’Uomo Interiore. Lineamenti dell’esperienza sovrasensibile.

Il tema del presente libro è antico e attuale quanto l’uomo. infatti, l’Autore propone in esso una via per ritrovare, come uomini moderni, il segreto dell’antico Yoga, quello autentico, per realizzarne l’elemento di perennità che esige in ogni tempo il rinnovarsi tra umano e Superumano. Egli presenta, così, il metodo attuale necessario alla resurrezione dell’uomo interiore, dell’uomo magico, indicando da dove si deve cominciare a ritrovare se stessi, oltre tutte le dialettiche, compresa quella che definiamo esoterica.

Trovare in sé il punto in cui si comincia finalmente a essere, a superare la psiche, a creare; passare decisamente all’azione facendo scattare l’elemento immediato dell’azione cosciente: questa è la semplice istanza proposta dall’Autore.

Superare le illusorie, anche se dialetticamente smaglianti, vie allo Spirituale, pervenire come cercatori a una reale sincerità con se stessi, che dia modo di ritrovare in se stessi il principio della Forza che si cerca fuori di sé: tale è la proposta del discorso sull’uomo interiore. il senso del libro è appunto questo: viene mostrato come, grazie all’idonea disciplina, scatti nella coscienza l’elemento originario dell’azione interiore, la forza-pensiero.

L’opera si svolge attorno a tre temi principali: l’immaginazione creatrice, alla quale si perviene mediante la pratica della concentrazione e della meditazione; l’ascesi della percezione sensibile, che permette di sperimentare il sovrasensibile nel mondo della percezione; infine, la contemplazione, arte della quale è data una dettagliata descrizione pratica nei suoi diversi momenti». 

Che tutte le parole di Massimo Scaligero abbiano una importanza decisiva per chi si consacri al Rito della Concentrazione e all’Arte del Meditare, risulta esplicitamente da quanto egli stesso scrive sempre nella breve presentazione biografica nella quarta di copertina:

«I libri da lui scritti non hanno funzione espositiva o informativa, ma unicamente formativa, in quanto organizzati in modo che i testi, ripercorsi dal pensiero del lettore, sollecitino in lui le forze interiori di cui parlano».

Che poi è esattamente ciò che Massimo Scaligero scrive nella prefazione del Trattato del Pensiero Vivente, presente – per fortuna – in tutte le edizioni: 

«II presente trattato, anche se logicamente formulato e accessibile, propone un compito attuabile forse da pochissimi. La sua concatenazione di pensieri è congegnata in modo che il ripercorrerla comincia a essere l’esperienza proposta: esperienza che, in quanto si realizzi, risulta non una tra le varie possibili all’uomo, ma quella della sua essenza inte­riore, che lo spirito esige da lui in questo tempo. […]

Chi percepisca la distinzione tra il seguire logicamente un discorso e il muovere nel pensare che ne tesse la struttura logica, può verificare l’esperienza proposta: vivendo i pensieri di queste pagine, può sperimentare la potenza della «concentrazione», o la tangibile presenza dello spirito: la via al pensiero vivente, la trascendenza comunque presente, ma sconosciuta, in ogni pensiero che pensa».

O le parole che, come necessaria avvertenza Massimo, Scaligero pose, già nel 1956, all’inizio di Iniziazione e Tradizione

«Queste pagine intendono offrire un orientamento meditativo a coloro che, oltre ogni preferenza dottrinaria o passione o attaccamento – in un momento della storia dell’uomo la cui gravità non consente indugi in illusori rimedi – sentono la lniziazione come esigenza assoluta. Una indicazione versa tale esperienza – non una dimostrazione che non dimostrerebbe mai nulla – vuole essere il presente scritto; la cui sostanza è stata curata in modo da non fare appello al moto di un “sapere” che lascia inerte la vita, ma alle forze interiori del lettore, così che possa, l’animarsi di queste, divenire il contenuto a cui si è alluso. Esso esige, perciò, una lettura attenta che segua, senza omissioni, il percorso dei pensieri».

Che dire di più? Per chi voglia svegliarsi dal “sonno” letargico, risorgere dalla “morte” interiore, uscire dalla “paralisi” spirituale, dissolvere la nebbia di un “oblio” ottuso che asserve alla abiezione del servaggio corporeo, parole più chiare di queste non ne conosco. Eppure quanto poco esse, oggi, vengono ascoltate: sovente son da molti dimenticate, o addirittura avversate: persino da coloro che pure conobbero Massimo Scaligero, e che ben sanno quel ch’egli diceva, e soprattutto quel ch’egli voleva. Io posso solo testimoniare quel che Massimo Scaligero disse la sera del 25 gennaio 1980, prima del nostro mensile Rito della meditazione con lui, e poche ore prima che lasciasse lo scenario sensibile. Con parole che non possono in alcun modo essere equivocate egli ci ricordò la radicalità della Via del Pensiero, la centralità della Concentrazione, e quel realismo del pensare, che solo può dissolvere l’infera magia dell’Oscuro Signore. Ci chiese la fedeltà assoluta alla Via, che per tanti anni egli ci aveva generosamente indicata. 

Come diceva, a fine Settecento, un Iniziato: Qui vult capere, capiat! 

SCIENZA DELLO SPIRITO

ANIME MERCENARIE

lupo luna

Humilis et inertis est tuta sectari: per alta virtus it.

«È da codardi e pigri cercar solo luoghi sicuri: la virtù procede per alti sentieri scoscesi».

Seneca, De providentia, V,11.

At ardua per quae vocamur et confragosa sunt” Quid enim? Plano aditur excelsum?

«Ma la via che dobbiamo intraprendere è dura e scoscesa? E che mai? Che si ascende forse alle vette passeggiando in pianura?». 

Seneca, De constantia, I, 2.

In questi giorni di soffocante afa, nei quali il sottoscritto – forzatamente nomade, e alla ricerca di un minimo di refrigerio – si chiedeva, vista la mancanza di virulente reazioni a quanto negli ultimi articoli, senza misurare le parole, aveva scritto contro tutta una serie di plateali tradimenti e degenerazioni dell’ambiente esoterico in generale, e in quello antroposofico e “scaligeropolitano” in particolare, appunto si chiedeva s’ei non avesse per caso sbagliato qualcosa, o s’ei nello scrivere non avesse, per avventura e disattenzione, mancato di chiarezza ed incisività. E, invece, no! Vi è stata una – per ora, solo una, ma speriamo in altre – animosa e agitata reazione, che potrei definire “notevole” per la sua natura particolare.

Mentre stavo quasi per finire queste peregrine note, e chiudere il presente, nuovo, articolaccio piuttosto “pepatino”, ecco che ricevo un messaggio da “qualcuno” il quale, esprimendosi in maniera non precisamente “urbana”, vomita addosso al povero Hugo tutta una serie di accuse, alle quali è necessario dare una adeguata risposta: perlomeno una preliminare e sommaria risposta, in attesa di un’altra, eventualmente più completa e soddisfacente. Ad Hugo, da costui viene rivolta tutta una serie di accuse, che il lupaccio cattivissimo ritiene profondamente ingiuste, oltre che essere espresse in termini volutamente offensivi e volgari, che risparmierò al candido lettore. Conciosiacosaché, egli ha deciso di aggiungere, a tale proposito, in apertura del presente articolo alcune doverose considerazioni.

Anzitutto, al povero Hugo viene rimproverato il fatto che il suo «ultimo articolo è un brutto attacco» all’Innominato, «oltre che ripetitivo», al punto tale che al suddetto accusatore il sottoscritto sembra quasi essere «ossessionato dalla sua figura». Gli viene rimproverato che il “brutto attacco” che Hugo avrebbe rivolto all’Innominato sarebbe, a suo dire, «veramente meschino per più motivi: il compiacimento nello sciorinare fatti che nessuno può controllare, il riprendere per l’ennesima volta frasi estrapolate da articoli sulla rivista [e qui il mio non proprio equanime e oggettivo critico allude ad una certa rivista esoterica] per comprovare la veridicità delle tue accuse, e la tua considerazione dei poveri beoti, truppa cammellata ingenua, anime belle ovvero utili idioti che saremmo noi tutti».

Costui si inganna ed erra grandemente. Il sottoscritto non è affatto “ossessionato” – glielo posso assicurare a cuor leggero – dalla figura dell’Innominato. Personalmente, io ritengo che “veramente meschine” siano semmai le cose che l’Innominato disse – in casa mia, e alla presenza di un’altra persona, la quale, se volesse, potrebbe benissimo confermare, penso, la veridicità delle mie affermazioni – parole che non lasciavano adito alcuno ad esser fraintese. Io, ci tengo a dirlo, non mi invento proprio nulla. Semmai mi trovo nella scomodissima situazione che il poeta risorgimentale Giuseppe Giusti descrive nella sua poesia Sant’Ambrogio, ove causticamente, sin dalle prime parole, così dice:

«Vostra Eccellenza che mi sta in cagnesco / Per que’ pochi scherzucci di dozzina, / E mi gabella per anti-tedesco / Perché metto le birbe alla berlina».

Solo che, nel caso specifico – parole ed azioni dell’Innominato – non si tratta affatto di “cosucce” di poco conto, da trattare “dozzinalmente scherzando”, bensì di cose molto gravi, che coinvolgono l’intera vita di una Comunità spirituale: della Comunità spirituale che amo, e non solo quella. Nel caso dell’Innominato, e delle sue male intraprese, non si tratta semplicemente di “metter le birbe alla berlina”, giuocando con forme sottili o mordaci d’ironia, come usa fare da secoli, celiando, nella Città del Fiore, bensì di “bollare a fuoco la menzogna”, come invita esplicitamente a fare Rudolf Steiner perché:

«La verità deve dominare fra gli uomini in tutte le loro relazioni. Soltanto grazie a questo dedicarsi alla verità potremo portare nel mondo ciò che ora vi manca. E sono venute le disgrazie proprio perché vi manca. Non vediamo forse dappertutto nel mondo agire la menzogna, e persino la tendenza, l’anelito alla menzogna? Nel mondo della politica viene forse ancora detta la verità? Nelle condizioni attuali certo no». 

Nella fattispecie, Rudolf Steiner usò parole di fuoco proprio nei confronti dello spirito di menzogna che “serpeggia” – è il proprio il caso di usare questa immagine – nelle comunità spirituali, e in quella antroposofica in particolare. Anzi, possiamo dire che oggi, più che un tempo, questa serpe velenosa dello spirito di menzogna circola, morde, e avvelena soprattutto negli ambienti antroposofici, e purtroppo da troppi anni vi è chi si sforza, serpentinamente strisciando, di introdurlo come un paralizzante mortale nella stessa Comunità Solare. Ecco cosa dice Rudolf Steiner – lo spazio mi costringe a riportare solo i tratti salienti, comunque decisivi – in Risposte della scienza dello spirito a problemi sociali e pedagogici, O.O. 192, Editrice Antroposofica, Milano, 1974, pp. 254-257:

«Tutto testimonia per il senso del mondo attuale, tendente alla menzogna. Proprio qui, nell’àmbito della nostra Società, si dovette ricordare quanto sia necessario acquisire nel modo più completo il senso per la vera realtà. […] Proprio in movimenti come quello antroposofico si vede quanto si preferiscano coltivare gli antichi errori piuttosto che le nuove virtù. Scivolar via sulla verità in tal modo è qualcosa per cui si formò una speciale tendenza. Spesso era difficile, proprio nell’àmbito della Società Antroposofica, di immettere qualcosa che semplicemente consisteva nel chiamare menzogna la menzogna. Quando succedeva che nella Società si facessero avanti persone per dire qualcosa che non era vero, si aveva sempre la tendenza di scusarle, oppure di presentare la menzogna in modo che si potessero rilevare le buone intenzioni sotto il non vero.

Invece è proprio necessario di dire non vero al non vero. […]

Anche questi fatti devono venir considerati come un fenomeno storico; esso si manifesta nella circostanza che in un movimento, il quale vorrebbe lavorare secondo lo spirito, può venire coltivata al massimo anche la menzogna. È assolutamente necessario che da parte nostra venga oggi coltivato nel modo più rigido il senso per la verità. […] Oggi non si può chiamare menzogna la menzogna, anche se la menzogna appare in un posto del quale in astratto e in teoria si dice che ivi si cerca la verità. Sia che nascano in campo confessionale, sia in ambienti che cercano una concezione del mondo, oggi le menzogne, soprattutto quelle alle quali si possono contrapporre i fatti, devono venir bollate a fuoco, altrimenti non andremo avanti. Lo spirito di menzogna, lo spirito dell’inganno è infatti il peggior nemico del vero progresso spirituale».

La verità – è stato detto più volte – è di chi la cerca, di chi faticando, soffrendo, e duramente lottando, la conquista. Non è affatto cosa salutare, nella presente epoca di combattimento spirituale, immaginarsi che la verità arrivi all’uomo dal Cielo, calata col panierino dagli Angeli, mossi a compassione nei confronti della tremula pavidità, della inerzia, dell’accidia degli umani.

Non è affatto vero, che il sottoscritto “sciorini fatti che nessuno può controllare”, perché – posso su ciò rassicurare il mio inviso accusatore – sono fatti che è sin troppo facile trovare, e di conseguenza controllare e verificare, sol che li si vogliano ricercare. Ma è proprio questo che ai più – per pigrizia, comodità, opportunismo, e viltà – drammaticamente manca: il coraggio e la volontà di cercarli. Infatti, non solo io li ho cercati, e trovati, e verificati: altri, pure, lo hanno fatto indipendentemente da me, e una volta – per destino – incontratici, questi altri mi hanno fatto conoscere di quale peculiare natura fossero amicizie, relazioni, fatti, eventi vari, riguardanti l’Innominato, ai quali mai sarei arrivato con le mie sole forze. E, poi, vi sono stati, come detto nel mio precedente articolo, decisivi e preziosi “aiuti” del Cielo, luminosi e molteplici, di una natura particolare, sui quali è inutile farmi domande.

Posso assicurare il mio poco “urbano” critico, che non vi è in me affatto verun “compiacimento” nel riferire fatti e misfatti del suddetto Innominato: vi è solo immenso dolore nel vedere come da parte di chi, in tempi lontani ritenevo, malgrado le polemiche che ci opponevano a vicenda, essere un fedele alla Via, e un amico, venga vilmente tradita una Via luminosa come la Scienza dello Spirito; dolore nel vedere calunniata e infangata la figura spirituale di Massimo Scaligero, che alla Via Solare ha dedicato tutta intera la sua non facile vita. Ho, forse, aspettato sin troppo tempo – decenni, purtroppo, di scontri e polemiche – prima di decidermi a lacerare il velo di menzogne da costui sì abilmente intessuto.

Quanto, poi, al “riprendere per l’ennesima volta frasi estrapolate da articoli sulla rivista [qui si tratta nuovamente della rivista esoterica cui allude il mio aggressivo critico] per comprovare la veridicità delle accuse” da me rivolte all’anonimo redattore degli articoli iniziali di detta rivista, se mi mettessi davvero a commentare, rigo per rigo, quanto in essi viene scritto (e sarebbe facilissimo il farlo), se ne vedrebbero delle belle, e la situazione che ne risulterebbe sarebbe ben peggiore e più drammatica di quella che attualmente, “moderandomi” alquanto, nei miei articoli più “pepati” descrivo. Per paradossale che ciò possa sembrare, quel cattivissimo lupaccio di Hugo si sta “moderando”, e “limitando” alquanto, visto che ha tirato fuori meno dell’un per mille di quello che potrebbe mettere in evidenza, al fine di erudire il candido lettore. Ma la gente, si sa, è piuttosto pigrotta, e in verità son ben pochi quelli che si vanno a leggere tutti, e interamente, quegli intorcinati “articoli di fondo” dell’anonimo redattore. E, francamente, non mi interessa punto sapere, e verificare, se tale anonimo autore di quegli “articoli di fondo” sia o meno il nostro ineffabile Innominato: quel che in tali articoli vien detto per me basta e avanza per una diagnosi infausta!

Inoltre, “la considerazione dei poveri beoti, truppa cammellata ingenua, anime belle ovvero utili idioti che saremmo noi tutti”, non è quel che penso io, cosa senza importanza alcuna, bensì è proprio come gli abili manipolatori, gl’intelligentissimi e callidi “pupari”, senza darlo troppo a vedere, considerano, pensano e trattano coloro che ritengono essere, il target, ossia l’obbiettivo, e  l’oggetto preferenziale, delle loro molto interessate “cure”.

Infine, costui mi chiede: «Chi vi ha insignito del ruolo di unici fedeli in cattedra ad ammaestrare il gregge?». La risposta di questo lupaccio cattivissimo non può essere altro che Massimo Scaligero, quasi cinquanta anni fa, pose sulle sue spalle l’enorme peso di essere l’orientatore di una Comunità spirituale, consacrata – per volontà di Massimo Scaligero, e non di chi scrive – esclusivamente alla pratica interiore e alla Via del Pensiero, e tale schiacciante onere comporta, tra l’altro, quello di separare rigorosamente dalla Via del Pensiero ciò che a tale Via non appartiene, di difenderne la stellare purezza, di lottare contro tutto ciò che tale Via vorrebbe deviare dal prescritto percorso.

Inoltre, allorché Massimo Scaligero prima, nel luglio del 1971, e i discepoli di Rudolf Steiner e di Marie Steiner poi, nel novembre del 1985, mi accolsero nella Scuola Esoterica, presi, giurando ritualmente – come riconoscevo essere giusto e necessario, e come mi fu apertamente chiesto – davanti alla Potenza di Michele, l’impegno sacrale di difendere la Scienza dello Spirito, l’Essere Angelico Anthroposophia, la Via Solare, davanti al mondo con tutto il mio pensare, sentire, volere ed agire.

Questa sacra promessa fu da me rinnovata nell’ultimo incontro che nel 2013 con la mia amica e sorella d’armi spirituale Hella Wiesberger, ignobilmente calunniata a Roma da chi mai l’aveva neppure incontrata o conosciuta. E questo lupaccio cattivissimo, contrariamente a certi volatili da cortile, e “vermiciattili” di sua conoscenza, ha sempre voluto, e vuole tuttora essere, rigorosamente fedele alle promesse sacre e ai giuramenti fatti, senza riserve mentali, né accomodamenti di sorta. Non posso avere che disprezzo per una concezione della verità e dei giuramenti a “geometria variabile” di chi mi disse che ero solo un ingenuo, e che delle promesse e dei giuramenti da me fatti dovevo avere una “visione creativa”: come del resto il suo oltremodo disinvolto comportamento, in più occasioni, chiaramente mi dimostrò. E come mi dimostrò, altresì, più volte, pure l’Innominato col suo comportamento.

Mi ricordo come, nella seconda metà degli anni settanta del trascorso ultimo secolo, Massimo Scaligero proprio alla persona che pochi anni dopo doveva trattarmi da “ingenuo”, e da “sprovveduto”, per la mia volontà di essere fedele – ripeto: rigorosamente fedele – alla parola data, alle promesse e giuramenti, e per il mio non voler avere una «concezione creativa» di promesse e giuramenti, da me fatti sia a Massimo Scaligero, che agli amici del Lascito di Rudolf Steiner, che in me avevano voluto avere fiducia, levasse la pelle di dosso per aver inteso ella difendere una persona che, comportandosi male, aveva preso, ma poi non rispettato, un impegno nei confronti di Massimo Scaligero. Siccome ero presente alla scena, mi stupii non poco per il fatto di udire Massimo Scaligero citare addirittura un saggio di Julius Evola, saggio da lui apprezzato proprio per come questi stigmatizzava lo sfaldamento interiore, che sempre di più si va diffondendo in ogni àmbito: persino – e questo è gravissimo – nelle cerchie spirituali, “scaligeropolitana” compresa. Personalmente, non sono mai stato evoliano, ed ho persino avuto nei confronti di Julius Evola un rapporto molto polemico per come egli trattò ingiustamente Rudolf Steiner nelle sue varie opere, e per come, negli anni venti del secolo scorso, egli malissimo si comportò nei confronti di Arturo Reghini. Ma non posso non essere assolutamente d’accordo con Massimo Scaligero, e con quanto Evola scrisse in un articolo, La razza dell’uomo sfuggente, apparso prima sul giornale «Roma» il 3 febbraio 1951, e ripubblicato, poi, quindici anni dopo. nella raccolta di articoli e saggi L’arco e la clava,  edito presso Scheiwiller.

«[…] eliminando ogni principio di sovranità e di vera autorità e ogni ordinamento dall’alto, oggi fa riscontro in un numero rilevante di individui una «liberazione» che significa l’eliminazione di qualsiasi «forma» interna, di ogni carattere, di ogni drittura: in una parola, il declino o la carenza nel singolo di quel potere centrale pel quale abbiamo ricordato la suggestiva denominazione classica di egemonikon. Ciò, non solo nei riguardi puramente etici, ma nel campo stesso dei comportamenti più correnti, della psicologia individuale, della struttura esistenziale. Il risultato è il diffondersi di un tipo labile e informe – di quella che si può ben chiamare la razza dell’uomo sfuggente. […]

Il tipo di una simile razza non solo è insofferente per ogni disciplina interna, non solo aborre dal mettersi di fronte a sé stesso, ma è anche incapace di ogni serio impegno, di seguire una linea precisa, di dimostrare un carattere. In parte, egli non lo vuole; in parte, non lo può. Infatti, è interessante notare che tale labilità non è sempre quella che sia al servigio del proprio interesse privo di scrupoli, non é sempre quella di chi dice: «Non sono, questi, i tempi in cui ci si possa permettere il lusso di avere un carattere». No. In varî casi detto comportamento va perfino a danno delle persone in questione. 

Abbiamo detto che il fenomeno non riguarda solamente il campo morale. La labilità, l’evasività, l’allegra irresponsabilità, la disinvolta scorrettezza si dimostrano anche nelle banalità della vita di ogni giorno. Si promette una cosa – scrivere, telefonare, interessarsi di questo o di quello – e non lo si fa. Non si è puntuali. In certi casi più gravi la stessa memoria non viene risparmiata: ci si dimentica, si è distratti, si prova difficoltà a concentrarsi. Da specialisti è stata constatata, peraltro, la minor memoria delle nuove generazioni, fenomeno che si è cercato di spiegare con varie ragioni peregrine e adiacenti, mentre la vera causa e da vedersi nell’accennata modificazione del clima generale che sembra portare fino ad una vera e propria alterazione strutturale psichica. E se si ricorda ciò che acutamente ha scritto il Weininger sulle relazioni fra eticità, logica e memoria sul significato della memoria su un piano superiore, non semplicemente psicologico (la memoria ha strette relazioni con l’unità della personalità, col suo resistere alla dispersione nel tempo, al flusso della durata: ha dunque anche un valore etico e ontologico: non per nulla un particolare rafforzamento della memoria ha fatto parte di discipline di alta ascesi, ad esempio nel buddhismo), si possono comprendere  le più profonde implicazioni di tale fenomeno.

In più, allo stile dell’uomo della razza sfuggente è naturalmente proprio il mentire, spesso il mentire gratuitamente, senza nemmeno un vero scopo; da qui un suo tratto specificamente «feminile». E se a qualcuno di tale razza si rinfaccia un simile comportamento, egli o si stupisce, tanto lo trova naturale, ovvero si sente urtato, reagisce con una insofferenza quasi isterica. Non si vuole essere «seccati». Nella cerchia delle proprie relazioni ognuno potrà constatare facilmente questa specie di nevrosi, solo che vi presti un po’ di attenzione. E si potrà anche rilevare come molte persone che ieri ci si illudeva di conoscere come amici e come uomini aventi una certa tenuta interna, oggi,dopo la guerra, sono irriconoscibili». 

Mai parole furono, purtroppo, più appropriate per descrivere la mancanza di «tenuta interiore», di correttezza, di affidabilità dell’Innominato, e dell’altra sopracitata persona, alle quali è propria una cotale «concezione creativa» della verità a “geometria variabile”, un comportamento oltremodo disinvolto di fronte a promesse sacre e giuramenti! Che dire? Che ciò buon pro’ loro faccia!

Comunque, non è certo a chi mi ingiuria che io voglio, né tampoco devo, rendere conto delle mie azioni. A parte le leggi dello Stato, che come tutti sono tenuto ad osservare puntualmente, le uniche “leggi” che io venero, e rispetto, sono la volontà del Cielo, e la voce della mia coscienza che parlano, nel mio cuore, nel silenzio delle passioni sedate. Non rispondo certo delle mie azioni a chi – “cristianissimamente”, s’intende – m’ingiuria con frasi da taverna e da bordello, le quali non sporcano la mia coscienza, ma solo la bocca di chi le pronuncia.

Il mio critico afferma che quanto scrivo sia solo “spandere puro veleno”. No, non dispiaccia al mio ingiuriatore, quel che disvelo in articoli, che interiormente molto mi costano, è solo una serie di scomode verità di fronte alle quali la volontà di autoillusione di molti “scaligeropolitani” vuole chiudere vilmente gli occhi. Ma la verità, come un ferro incandescente su una ferita aperta e infetta, brucia, ed è dolorosa, ma risana. Veleno sono, invece, le suadenti, illudenti, e narcotizzanti menzogne, che vengono propinate dagli abili “pupari”. Se sapesse il mio critico ingiuriatore quanto veleno per decenni l’Innominato ha voluto spandere, e fatto spandere, su questo cattivissimo lupaccio! Oltre al veleno che sullo stesso Massimo Scaligero, e su chi gli era fedele amico, egli ha voluto spandere: suo ipsissimo ex ore hoc auribus meis audivi

Ma è ora che quel cattivissimo lupaccio di Hugo, torni al suo articolo, interrotto dalle precedenti polemiche considerazioni.

***

Nell’oltremodo vario mondo di coloro che, ad altrettanto vario titolo, operano nel milieu dell’esoterismo in generale, e in quello italico in particolare, vi è tutta una mala genìa di individui dalle intenzioni tutt’altro che limpide ed encomiabili, individui che ormai da troppo tempo operano altresì con mezzi e metodi non proprio commendevoli. Abbiamo avuto modo di vedere – e lo si è fatto esplicitamente notare su questo coraggioso blog – come nelle Comunità spirituali autentiche si “insinuino” tutta una serie d’individui, i quali non operano, in libertà e per amore, come dovrebbe essere, “sposando” le finalità della Comunità spirituale, ma, appunto, altre: siano esse dichiarate o meno.

Pare, davvero, che la spiritualità in molti – invece di incitare al superamento dei propri limiti, e alla radicale trasmutazione di se stessi – ecciti i più bassi istinti e li spinga ad una egoica autoaffermazione, il che è l’autentico naufragio di ogni impresa spirituale. Perché non vi sono soltanto gli “insinuanti”, mascherati o meno, che cercano di penetrare dall’esterno nelle varie Comunità spirituali, per manipolarle ai lor propri scopi – che talvolta sono i precipui scopi dei “pupari” che stanno dietro le quinte e che come burattini li manovrano – per deviarle dall’originario sentiero prescritto, per “configurarle” abilmente attraverso l’operare surrettizio di “programmi” ben celati – come se questi fossero telematici virus, o malware, o trojan horse – veri “cavalli di Troia”, che penetrano nella “cittadella”, per indebolirla, danneggiarla, deviarla, o addirittura per distruggerla. In sostanza, questo è quel “trasbordo ideologico inavvertito”, tante volte messo in evidenza su Ecoantroposophia: messa in evidenza che non è affatto piaciuta a chi faceva di cotale occulta “inavvertenza” la condizione necessaria per attuare propria strategia di “ideologico trasbordo”.

Non vi sono, dicevo, soltanto gli “insinuanti”, vi sono anche – e la cosa è ben più grave – i “decaduti”, ossia coloro che, pur avendo inizialmente risposto sinceramente alla “chiamata” dello Spirito, hanno poi rinunciato all’impresa spirituale, e sono precipitati dall’altezza raggiunta giù nel fango della profana volgarità, nel letame della putrescente mondanità. Questi sono i peggiori nemici – i più infidi e insidiosi – delle Comunità spirituali, e in particolare della Comunità Solare, ossia di quella Comunità alla quale Massimo Scaligero ha consacrato l’intera sua vita per la resurrezione della Scienza dello Spirito, della Via Solare, per il ritrovamento del “filo aureo” della Via del Pensiero Vivente, dopo lo sfaldamento vergognoso, e i ripetuti, innumerevoli, tradimenti avvenuti nella e da parte della Società Antroposofica.

A rigor di termini, gli “insinuanti”, siano essi volgari “mercanti di birra e venditori di trippa”, o “comancheros” e “pupari” – pur essendo essi tutti avversari e nemici temibili – non sono dei “decaduti” o dei “traditori”, perché, loro, almeno, sono stati sempre dall’altra parte della barricata: ossia non sono mai stati dalla parte dello Spirito, di quello autentico perlomeno. Per tradire lo Spirito – affermava Massimo Scaligero – bisogna esser stati collegati con lo Spirito, bisogna esser stati schierati dalla parte dello Spirito, ossia è necessario averlo scelto, ed esserne stati per del tempo nutriti, risanati, rafforzati, e almeno in parte “trasformati”: il che evidentemente non è affatto il caso dei “mercanti di birra e venditori di trippa”, o dei “comancheros”, o, infine, degli intelligentissimi “pupari”, delle “eminenze grigie” manovranti da dietro le quinte uomini e situazioni. Ma questo non esclude affatto – e se ne constatano, purtroppo, concretamente molteplici esempi – rapporti intensi, e “fruttuosi”, tra “decaduti” e “insinuanti”. È tutt’altro che raro che si verifichino quegl’intrecci e quegl’intrighi, che nel mal costume politicante invalso nella Terra d’Ausonia vengono chiamati, con rozza parola, “inciuci”.

Decisamente più grave – per la Comunità spirituale – è il caso di chi, appunto, sia stato “connesso”, in una forma o nell’altra, con l’autentico Spirituale, ed abbia poi voltato ad esso le spalle. Per usare l’espressione dello scrittore dell’Apocalisse, essi “hanno tradito il loro primo amore”, e compiuto un vero e proprio “adulterio”, congiungendosi in lussurioso amplesso con la “prostituta di Babilonia”. Invero, è cosa vilissima – veramente turpe – voltar le spalle alla celeste Iside, all’amore della Dea Divina Sapienza, alla Sua abbagliante bellezza, per gettarsi tra le braccia di una “cortigiana”, di una elegante escort (come vengono oggi chiamate le “cortigiane” d’alto bordo, frequentanti gli ambienti della politica o del potere economico, e persino di quello sedicente religioso), o di una peripatetica “professionista” di strada, che offrono sozzi favori e prestazioni mercenarie.

Taluni di coloro che all’impresa eroica hanno sì vilmente “rinunciato”, vengono affetti – o, più esattamente, vengono infetti – da una sorta di “nihilismo esoterico”: per una specie di rivalsa, o di “invidia metafisica”, ciò ch’essi non hanno realizzato altri non devono realizzare!  Ciò ch’essi non hanno saputo o potuto realizzare – e non lo hanno saputo o potuto realizzare, proprio perché in realtà non lo hanno voluto realizzare: vilissimamente vi hanno rinunciato, avendo essi scelto l’apparente comodità della “via egoica”, invece dell’ardua, e scomoda, “via eroica” – non è opportuno, ai loro occhi, che “altri” realizzino. È “scandaloso” che coloro i quali al loro “intelligentissimo” e “perspicace” sguardo appaiono magari meno “dotati”, meno “cólti”, forse, sempre ai loro occhi, persino meno “intelligenti”, ossia che non sono, come loro, scaltri, moralmente cinici e spregiudicati, bensì di animo semplice e di cuore puro, vadano sino in fondo alla Via, che risolutamente la percorrano, e riescano là dove essi, gli “intelligenti”, non hanno voluto – per insufficienza di consacrazione e di dedizione – riuscire. Non è opportuno che costoro – i semplici, i fedeli, i puri di cuore, i coraggiosi, che sono i veri “forti” – realizzino quell’impresa spirituale, alla quale, invece, essi – i cólti e callidi “decaduti” – hanno voltato pavidamente le spalle: ciò suonerebbe a loro perenne e cocente rimprovero, suscitando scomodi ripensamenti e amari rimorsi, che essi con ogni mezzo, con potenti narcotici animici, nella loro anima hanno ridotto, soffocandoli, al silenzio.

Un antico insegnamento rivela che il Cielo non sceglie affatto i più capaci, i più “dotati”, ossia i più intelligenti, i più abili, i più astuti. Rende, invece, più capaci e “dotati” quelli che sceglie: ossia dona intelligenza, sapienza, abilità, sguardo acuto, veggenza, a coloro che sono “affidabili”: ai fedeli, ai puri di cuore, ai perseveranti, ai generosi, ai risoluti, ai consacrati. Ciò mal si concilia con la “filosofia” e le “strategie” sia degli “insinuanti” che dei “decaduti”.

Naturalmente – c’è bisogno di dirlo? – essendo tutti “intelligentissimi”, “abili” e “cólti”, e avendo ricavato dalla Scienza dello Spirito un certo potere mentale, o psichico, i “decaduti” sono capaci di molta dialettica per giustificare la loro posizione: per mascherare il loro aver voltato le spalle all’impresa eroica, addirittura per fare apparire il loro “adulterio” spirituale – perché questo in sostanza è il loro abbandonare il “primo amore” per le ambigue grazie di una “cortigiana” – non come un volgare tradimento, bensì come un mirabil “progresso”, un necessario “aggiornamento” di una Via – quella indicata da Massimo Scaligero –  in alcuni momenti, apertamente dichiarata essere ai loro occhi “incompleta”, e ormai “sorpassata”, “superata”, Via che non è ‘up-to-date’, come dicono gli anglofoni, e quindi, a loro dire, bisognosa di essere “aggiornata”, “adeguata ai tempi”, “messa al passo” rispetto alle nuove esigenze che via via si manifestano. Gran copia di dialettica viene messa in atto per “convincere” altrui della grande bontà della loro novella “scelta”, e di come sarebbe “doveroso” per coloro ai quali essi si rivolgono di “convincersi”, e di seguirli con entusiastico zelo.

Come mi fu detto da “qualcuno”, cui facevo presente che il Rito della meditazione in comune – Rito assolutamente adialettico, austero, ieratico, silente, senza il “condimento” di inutili commenti e di “intelligenti” ed “erudite” discussioni – non era affatto una mia invenzione, cosa di cui quella persona, mentendo spudoratamente, mi accusava, ma era proprio il Rito che Massimo Scaligero mi aveva trasmesso, affinché fosse praticato nella cerchia di amici della mia città, e che ne avevo le testimonianze scritte da parte del Maestro – come mi fu detto, ripeto, da quella persona, alla quale ricordavo come una volta ella fosse stata presente ad una tale “trasmissione”: «Prima c’era Massimo Scaligero: ora i tempi son cambiati». E ricordo il commento mordace di Alfredo Rubino, il più fedele discepolo di Massimo Scaligero, e per questo il più aggredito dai “decaduti”: «Sì, facciamo come la chiesa cattolica: adeguiamoci ai tempi!».

Il tradire, peraltro, non è il cadere nel percorrere la Via: ciò è ampiamente previsto, ed è addirittura necessario ed “educativo”. Personalmente, ho perso il conto delle innumerevoli volte che io son miserrimamente caduto. Un discepolo che affermi, ch’ei non cadrà mai nel percorrere il Sentiero occulto della Iniziazione, è uno sciocco avventato che – come direbbe la nostra Savitri – non ha capito un tubero, e la vita s’incaricherà di farlo velocemente ricredere e, attraverso dolorose esperienze, renderlo più saggio, e soprattutto molto più accorto. L’autoconoscenza è sempre, e per tutti, un severo capitolo della vita interiore, del quale non può mai fare a meno chi s’impegna nell’irto cammino della Iniziazione.

Il tradire non è, dunque, il cadere, bensì una volta caduti, il mettersi a strisciare, come serpenti, o come – direbbe il terribilissimo Arturo Reghini – un “vermiciattile”, e pur con forbita dialettica “giustificare” non la caduta, ma lo strisciare, il non volersi rialzare, il rinunciare a riprendere la lotta, il voltare le spalle alla mèta. Ma ai “decaduti” lo strisciare, il voltar le spalle alla mèta, il giustificar dialetticamente la rinuncia alla lotta, non pare esser sufficiente: ad essi è “necessario” trascinare in basso, al proprio fangoso e liquamoso livello, quegli audaci che – pur con i loro inevitabili difettoni – temerariamente vogliono risolutamente continuare a combattere per quella che il Buddha Shakyamuni chiama l’«Eccelsa Mèta». I “decaduti” vorrebbero che quei combattenti cessassero di battagliare, e facessero loro compagnia nell’immondo strisciare. Davvero gran brutta gente!

“Insinuanti” e “decaduti” son anime mercenarie, ovvero –  come si esprime causticamente il mio terribilissimo amico C., che ama usar le metafore da Far West – sono “pistole in vendita”. “Mercenari” che non è affatto il caso di idealizzare, come nell’andazzo deprecabile di certa cinematografia. Le “anime mercenarie” delle quali stiamo parlando non sono dei generosi, e non sono affatto dei coraggiosi. Ambedue le categorie sono composte da quei pavidi che hanno evitato di affrontare – appunto per cosciente o soffocata paura – o hanno rinunciato ad affrontare l’esperienza concreta dello Spirituale.

Queste “anime mercenarie” – siano esse i “decaduti” che hanno voltato le spalle allo Spirito, siano esse quelle dei “mercanti”, dei comancheros, dei “pupari”, dei quali abbiamo avuto occasione di discorrere – talvolta offrono degli “spettacoli” veramente poco edificanti. “Spettacoli” – perché di ciò, invero, si tratta – che non saprei dire se siano più lacrimevoli o più comici. In effetti, si passa con una certa disinvoltura dalla tragedia alla commedia. Uno pensa di andare a teatro a vedere una tragedia di Sofocle e, invece, direbbe il mio ineffabile amico C., si ritrova di fronte ad una commedia napoletana di Eduardo Scarpetta.

Abbiam potuto vedere, con notevole stupore, ad esempio, e persino “caricati” su Youtube, gl’interventi di una serie di relatori ad un “convegno” tenutosi nel settembre del 2013 in una regione dell’Alta Italia, interventi da parte dei più “spregiudicati” – sempre in senso morale, e non conoscitivo – manipolatori e “mercanti” dell’occulto. In tale “convegno”, salivano alla “ribalta del palcoscenico” una serie di personaggi, maestri della plot theory, dell’intramontabile “teoria del complotto”, e sciorinavano con una stupefacente superficialità tutta una serie di discorsi su “religione”, “massoneria”, “esoterismo”, “occultismo”, e da costoro sommessamente si parlava di grandi ed imminenti pericoli per il “futuro dell’umanità”. Ma non è il caso che il lettore si allarmi eccessivamente per quei discorsi: si trattava, appunto di uno “spettacolo”, di un “divertissement”, di un divertente – nel senso etimologico e pascaliano del termine – “intrattenimento”, messo in atto per “dis-trarre” gl’ingenui e gli sprovveduti dai veri e ben più gravi problemi.

Il cercatore spirituale si deve preoccupare, e molto, ma non certo per quei discorsi, che hanno solo lo scopo di gettare polvere negli occhi degli sprovveduti, di fare provar loro qualche innocente brivido, e disorientare un pubblico avido di emozioni, di novità (che poi son sempre le stesse), e di mediocrità. Semmai è gravissimo – realmente gravissimo –, e lo riportiamo unicamente come sintomo emblematico di una situazione sempre più diffusa, che una persona che, in passato, ha avuto modo di conoscere la Scienza dello Spirito, e che ha avuto modo persino di conoscere personalmente Massimo Scaligero, sia andato a mescolarsi con quei vecchi “arnesi” dello spettacolarismo esoterico, con autentici “mercanti dell’occulto”, abbondantemente intrallazzati, loro sì, con oscuri poteri, ed abbia dato, egli pure, il triste spettacolo di degradare la Celeste Sapienza a chiacchiere da talk-show, e finire col far leggere ad uno dei suddetti “arnesi” uno dei mantram più sacri della Scienza dello Spirito, tra i sorrisi ironici e i commenti beffardi degli scafatissimi e irridenti presenti. Scrivo queste righe – e il lettore può credermi – con profonda tristezza.

Mette tristezza – e legittimamente allarma – venire a sapere che un’altra persona, ispiratrice e mandante del suddetto “convegnante”, e anch’essa conoscitrice della Scienza dello Spirito, nonché frequentatrice di Massimo Scaligero, e moltissimo intrallazzata, abbia partecipato in una località laziale ad un incontro – me lo raccontò lui stesso, rivendicandone la pretesa bontà della discutibile operazione – con persone davvero singolari: un nobilastro del luogo, un rappresentante dello “spettacolarismo esoterico”, ammanicato esplicitamente con intelligenti servizi e logge massoniche deviate, un rappresentante della malavita campana, un eminente prelato d’Oltretevere. Oggetto di un sì singolare incontro era mediare, da parte sua, il “mercatare” – come avrebbero detto nel nostro Rinascimento – alcuni originali scritti di Rudolf Steiner, finiti per essere acquistati, infine, ad alto prezzo ovviamente, dall’eminente prelato.

Non stupisce ormai più, ma mette comunque tristezza, vedere come vi sia chi sostenga che «bisogna portare lo Spirito nella politica», ovvero, sia detto senza inutili infingimenti, «bisogna portare la politica nella Comunità Solare»,  contaminandola, e che a tal fine si rivolga proprio a quel sozzo politicantismo italiota, che sta rovinando il nostro bel Paese, e che ci si appoggi ad altro individuo che organizza lucrosi corsi – veri e propri master – di “spiritualità politica”, ossia di “politica spirituale”. E, leggendo quanto un cotale organizzatore di spiritualissimi, e costosi, master scrive nella propria scheda biografica, non si può non rimanere oltremodo perplessi nel venire a sapere ch’egli pure proviene da intelligentissimi servizi.

Bando a queste poco salutari illusioni: l’esoterismo, la Scienza dello Spirito – lo abbiamo detto altre volte – nulla, proprio nulla, devono avere a che fare con la politica! Su questo punto Massimo Scaligero fu esplicito sino alla più cruda chiarezza. E quando, nel passato, nella storia dell’esoterismo dei tempi passati, antichità compresa, vi furono tentativi, partoriti dalle generose illusioni di taluni, di mescolare politica ed esoterismo, vi furono vere e proprie tragedie. Esperienze assolutamente da non ripetere.

Abbiamo avuto modo di constatare, in tempi relativamente recenti, il tentativo da parte di individui – non certo “generosi”, e totalmente privi di ideali e di scrupoli di qualsiasi tipo –  di impadronirsi di antiche, e venerande Vie occulte, per utilizzarle per finalità politiche della peggior specie: solo accorte, pronte, azioni ad hoc, fecero fallire uno di quei torbidi tentativi, che se riuscito avrebbe avuto conseguenze ben gravi.

Altra mala intrapresa, in parte riuscita, fu il penetrare, mimetizzato, decenni fa, di una serie di elementi della “Miriam” kremmerziana nella gelliana loggia P2, ed eziandio d’impadronirsi della direzione di un potente Rito massonico  – il Rito Scozzese Antico Accettato del Grande Oriente d’Italia – per usare ai propri fini occulti, economici e politici il suddetto Rito massonico, che dispone di notevoli relazioni politiche, legami internazionali e di cospicui fondi finanziari: in proposito esistono eloquenti documenti probanti. “Anime mercenarie e pistole in vendita”, li definirebbe il mio ottimo amico C.

Abbiamo potuto vedere come, diversi anni fa, uno squallido arrampicatore sociale, e vecchio arnese della politica più problematica, che si era impadronito con abili maneggi di una parte (per fortuna non di tutta…) dell’antica, “filosofica”, Via orfico-pitagorica, abbia cercato di lucrare col tentare di venderla, ad una grande Obbedienza massonica italiana, in cambio della concessione e del finanziamento di una Agenzia di Assicurazioni in favore di suo figlio, ricevendone in cambio solo feroce sarcasmo e derisione. Ora costui cerca, fuori dalla Terra d’Ausonia, di diffondere e vendere quella antica Via, dopo averla imbastardita con le sozze dottrine e pratiche del Mago di Portici, Giuliano Kremmerz. Nella sua cinica e disinvolta spregiudicatezza morale, costui si è permesso persino di prendere un mio scritto sul Gruppo di Ur, apparso a suo tempo su Ecoantroposophia, e di pubblicarlo, tradotto in lingua lusitana, con grande scorrettezza, sul suo blog, naturalmente senza chiedere verun permesso. Ma anche costui è un bel rappresentante della viscida razza dell’uomo sfuggente,  della quale parlava lo scritto di Evola, per cui nessuna meraviglia!

Cotali “anime mercenarie”, che spesso e volentieri si autodefiniscono “pagani”, “ghibellini”, “anticlericali”, e quant’altro, in verità, non si peritano minimamente d’intessere cordiali e duraturi rapporti con dignitari vari della potenza d’Oltretevere. A volte si tratta di rapporti “operativi”, sia di tipo politico che esoterico. Per esempio, vi fu il caso di due personaggi, ai vertici della “Miriam” kremmerziana, i quali fondarono un “paganissimo” gruppo politico-esoterico, la cui rituaria, da loro definita “magica”, “pagana”“romana” venne fornita direttamente da dignitari della potenza straniera transtiberina, coi quali quei due personaggi avevano molteplici e cordiali rapporti. E lasciamo perdere le tragedie verificatesi in quella “magica” cerchia, i cui due ispiratori e fondatori – in osservanza alla Prammatica fodamentale del Mago di Portici – si guardavano bene dal praticare le ritualità “romane”, che facevano invece praticare ai loro fidenti seguaci con risultati disastrosi, e in alcuni casi addirittura tragici. Uno dei due, maestro di orientali arti marziali, era talmente “fervido” nel suo “paganesimo”, che ogni anno, il 21 aprile, per il Natale di Roma, faceva inginocchiare i suoi allievi, e li invitava ad inchinarsi verso la sede di tale potenza straniera, per rendere omaggio al «nostro legittimo Imperatore romano», e faceva allora il nome di colui che, trans Tiberim, abusivamente si è impadronito del “paganissimo” titolo di Pontifex Maximus. Ma perché stupirsi, se altrettanto fanno i vertici della Società Antroposofica in Italia, i quali son giunti a svendere le scuole Waldorf in Italia, e parte dell’agricoltura biodinamica, a tale potenza avversa, e se tali rapporti vengono “coltivati” persino da taluni in ambito “scaligeropolitano”?! Non stupisce più di tanto il fatto che l’Innominato sia stato in rapporti con quei due personaggi ispiratori, dei quali si parlava più sopra. Hai visto mai che si verifichi il caso che tutti e tre attingessero allora, o attingano ancora, alla stessa misteriosa “fonte” transtiberina? Chissà?!

In questa “mercatura”, in un mondo nel quale tutto si vende, e tutti – quasi tutti : non proprio tutti – si vendono, si è potuto assistere all’edificante (si fa per dire…) fenomeno di intellettuali (brutta razza questa!) che con eleganti “giri di valzer”, che prima, da giovani, erano ferocemente “pagan-celtico-germanici”, indi poscia, una volta laureati, e alla ricerca di una buona “sistemazione”, si “pentono” dei loro turbolenti trascorsi giovanili, sia politici che esoterici, e diventan “uomini di curia”, ai quali – dopo le “necessarie umiliazioni” e le “salutari penitenze” – si aprono prestigiose, e lucrose, carriere in statali facoltà universitarie: se ne sono potuti osservare vari casi piuttosto eloquenti.

Altri, dopo una scialba, e passabilmente scipita, grigia vita da gregari universitari, decidono di cogliere il kairòs, tardivamente loro pervenuto, ma da sempre fortemente agognato, il momento “giusto”, quello che offre l’opportunità di “emergere”, e di principiare una prestigiosa carriera di pontificio cattedratico universitario all’ombra della protettrice potenza avversa. Anche in questo caso, naturalmente, solo dopo le “necessarie umiliazioni” e le “salutari penitenze”, perché trattandosi di una bassa “mercatura”, vi è un prezzo da pagare. Ed una stretta “disciplina” da seguire al fine di evitare, in futuro, di “dare scandalo” con pubbliche devianze ereticali. Anche rispetto queste evenienze, abbiamo vari eloquenti esempi davanti agli occhi: “scaligeropolitani” compresi.

In taluni casi, prima di concedere cattedre e prebende, tra le “necessarie umiliazioni” e le “salutari penitenze”, per accertare la “sincerità” della recentissima “conversione”, e far sì che, bruciandosi, per così dire, i ponti alle spalle, si intraprenda un sentiero senza ritorno, la potenza avversa impone la “nobilissima” (si fa per dire…), e antichissima, pratica della delazione. Pratica questa inaugurata e ampiamente praticata da Agostino d’Ippona, nel IV secolo d. C., nei confronti di quei manichei, i quali dopo la “torquatura” da Agostino fatta eseguire dagli scherani del braccio secolare del Praefectus Africae«vix confessi sunt», ossia a malapena con la tortura furon costretti a confessare, e a convertirsi all’ortodossia. Agostino cristianissimamente pretese da loro la delazione di tutti i nomi dei manichei da essi conosciuti nell’africana provincia romana, e il dichiarare, e sottoscrivere, che se tale lista fosse risultata parzialmente errata, oppure anche solo reticente e incompleta, essi, i poveri manichei torturati, «si ritenevano colpevoli con le loro stesse parole».

Ebbene, in tempi storici recentissimi, abbiamo gran copia di esempi accertati anche in questo peculiarissimo campo, fulgidamente “morale”, senza bisogno alcuno di “torquatura”, di un molto meno drammatico “pentitismo” e di una più comoda, anzi piuttosto lucrosa,  “conversione”. Si può giungere addirittura alla mirabile evenienza che una tale “conversione sulla via di Damasco” apra una felice, e oltremodo gratificante, carriera culturale ed ecclesiale. Vi è davvero di che consolarsi, di che stare proprio allegri: molto allegri…

In taluni casi, è invero difficile stabilire se, come “decaduti”, essi abbiano tradito il lor “primo amore” per gettarsi tra le avvenenti (poco tali, a mio modo di vedere…) braccia di una “cortigiana”, oppure se siano essi stessi ad essersi “prostituiti”, offrendosi spregiudicatamente, in vista degl’indubbi vantaggi materiali di varia natura. Ma in fondo, il quesito è di pura curiosità accademica, passabilmente oziosa, perché all’atto pratico nulla cambia. Magari son vere ambedue le possibilità. E, forse, una volta di più, vale il principio ippocratico: similia cum similibus. Ovvero, come usa dire in Terra d’Etruria: “Chi si somiglia, si piglia”.

Dopo questa rapida, inevitabilmente molto sommaria, carrellata della poco consolante situazione della covata esoterica italiana in generale, e in più in particolare, purtroppo, anche “scaligeropolitana”, carrellata nella quale abbiamo potuto osservare come numerose siano le “anime mercenarie”, le “pistole in vendita”, le “anime cortigiane” disposte a vendere i propri corpi e le anime, per usare le colorite metafore del mio impetuoso amico C., vi sarebbe davvero di che giustificare il più nero pessimismo, se non vi fossero concrete prospettive  “diverse”: molto “diverse”. 

Massimo Scaligero ci affermava con forza che: «Noi siamo condannati a vincere, perché noi abbiamo il pensiero!». La conoscenza del vero e la volontà del giusto, e del bene possono tutto realizzare, possono essere “onnipotenti”, perché rinunciando alle velleità della egoica natura inferiore, esse si aprono alla travolgenza realizzatrice della forza sovraindividuale dello Spirito. Il coraggio, la dedizione consacrata dei pochi che si consacrano alla Via del Pensiero, alla pratica silenziosa e solitaria della Concentrazione, la consacrazione silenziosa, austera, sacrale, ieratica, di questi pochi che praticano l’ascesi individuale insieme ad altri “commilitoni” spirituali, “fratelli d’armi” nel lottare spirituale, nel praticare il Rito della meditazione in comune, secondo quanto trasmesso da Massimo Scaligero ad alcuni discepoli, da lui indicati come “orientatori” della Comunità spirituale: quella ch’egli chiamava la Comunità Solare.

Secondo quanto comunicò lo stesso Rudolf Steiner – per esempio ad Adelheid Petersen – la silente azione ascetica di un discepolo della Scienza dello Spirito, che si consacra alla Concentrazione, al meditare, al meditativo studio rosicruciano dei testi della Scienza dello Spirito, e l’azione rituale di coloro i quali, oltre alla pratica ascetica individuale solitaria, si votano, si consacrano, al Rito della meditazione in comune, può mutare moltissimo del destino di un popolo, può pareggiare moltissimo del karma del mondo. 

Si tratta di un segreto, celato, agire nel mondo delle cause, senza lasciarsi minimamente coinvolgere nella maya degli effetti del problematico mondo esteriore. Quindi senza insozzarsi con le trame di una qualsivoglia sporca politica (la politica pulita non esiste affatto…), senza compromissioni di sorta con ambienti e gerarchie confessionali, senza le vanità intellettualistiche con pretese culturali, senza finalità di tipo economico di sorta. 

L’azione occulta di un discepolo dell’Iniziazione, e a maggior ragione quella della Comunità Solare, sarà tanto più efficace, quanto più invisibile, celata, e, appunto, occulta: senza venire intralciata, e paralizzata, da improvvidi coinvolgimenti nella esteriorità sensibile, da compromissioni con elementi che nulla hanno, e nulla devono avere a che fare con la stellare purità della Sapienza Celeste, con la Scienza dello Spirito, con l’aurea Via del Pensiero. E questa è la certezza dei coraggiosi, dei consacrati al Rito della Concentrazione, dei votati al meditare secondo il canone trasmessoci da Rudolf Steiner e da Massimo Scaligero. E questa è la mia certezza interiore, e la mia volontà d’azione.

SCIENZA DELLO SPIRITO

UN INCONTRO SINGOLARE, E UN COLLOQUIO STRAORDINARIO: OVVERO LE MERAVIGLIE DEL CALLIDO “INSINUANTE”

wolf

Possiamo dire – per quanto paradossale ciò possa apparire – almeno da un certo punto di vista, che per molti sicuramente risulterà alquanto inconsueto, che viviamo in un’epoca veramente meravigliosa, nella quale non vi sarà affatto modo di annoiarsi. Perlomeno, sarà così per i “vispi” e gli “svegli”. Epoca formidabile davvero, a giudizio del mio terribilissimo amico C., asceta d’altra dottrina, dalle idee estremamente chiare su come funziona questo sempre più immondo mondo: epoca davvero formidabile soprattutto per pendagli da forca, farabutti e gaglioffi di varie risme.  

Il mio amico C., in particolare, esaminando la vasta covata, sedicente esoterica, che popola, e spopola, la nostra bella Terra d’Ausonia, cara agli Dèi, esprimendosi in maniera caustica e piuttosto cruda, nell’alludere al loro infimo livello mentale e morale, epìteta in maniera impietosa i molti imbonitori che, nella irrealtà virtuale della “rete” e nel cosiddetto mondo reale, si fanno aspra concorrenza – ma che, all’occasione, realizzano anche una sorta di concorde alleanza – e li chiama «volgari mercanti di birra e venditori di trippa». Si potrebbe parlare, a proposito di cotesti squallidi figuri, a giusta ragione, di una autentica concordia discors : un po’ come i famosi “ladri di Pisa”, i quali di giorno leticano, e la notte vanno a rubare insieme.

I più spregiudicati tra loro – spregiudicati, naturalmente, in senso morale, e non in senso conoscitivo, come sarebbe invece auspicabile che accadesse – veri “mercanti dell’occulto”, il mio amico C. li qualifica col colorito termine di «comancheros che vendono i winchesters agl’indiani mescaleros fuggiti dalle riserve», oppure li tratta da «desperados, bandidos, bandoleros della Sonora», ossia, nella fattispecie, non li tratta esattamente da poetici e romantici banditi-gentiluomini, alla Robin Hood e alla Little John, tanto per intenderci, bensì come spietati tagliagole: naturalmente, il tutto traslato nel peculiare campo spirituale ed esoterico, che c’interessa, dove è accaduto e tuttora accade davvero di tutto.   

Vi sono, poi, – invero pochi, ma molto più raffinati, e sicuramente anche ben più pericolosi – coloro che amano fare le “eminenze grigie”, i “grandi pupari”, ovverossia quegli abili manipolatori, dall’indubbia callida “intelligenza” – loro si reputano intelligentissimi, e reputano gli altri “insinuanti”, collaboranti con loro, perlopiù idioti: utili o meno, ma per loro, comunque, idioti – operanti di preferenza “dietro le quinte”. “Eminenze grigie” e “pupari”, i quali non si fanno scrupolo veruno a mentire, a sottilmente diffamare (magari pure con apparenze laudative), a manipolare e ad usare qualsivoglia individuo, che sia scientemente complice o meno, e, alla bisogna, qualsiasi mezzo – sofisticato o brutale – per giungere alla realizzazione dei loro scopi: per lo più inconfessati e inconfessabili. Normalmente, per attuare i suddetti inconfessabili fini, essi si servono, di volta in volta, di adeguata “manovalanza”, magari eventualmente da sacrificare, poi, a lavoro sporco compiuto. Un po’ come quegli ufficiali inglesi – rigorosamente di estrazione aristocratica, ci mancherebbe altro! – che, nel Settecento, da una parte, si riunivano in eleganti ed accoglienti club del New England, ove leggevano e discutevano delle opere filosofiche di Ralph Cudworth, o declamavano le poesie di Samuel T. Coleridge, bevendo tea al gelsomino, o scotch whisky, sapientemente invecchiato, mentre, dall’altra, inviavano gl’indiani Irochesi, o quelli di altre tribù disponibili, a fare il “lavoro sporco”: massacrare e scotennare i coloni francesi e i ribelli americani.  

Queste sono, grosso modo, le tre “tipologie” di quelli che definisco “insinuanti”, come appunto venivano chiamati nelle società segrete del Settecento coloro che s’infiltravano in ambienti esoterici vari. “Insinuanti” che nel caso dell’esoterismo della Terra d’Ausonia in generale, e della Scienza dello Spirito in particolare, rappresentano una parte – certamente non disinteressata, e soprattutto non leale – dei frequentatori, sovente sotto mentite spoglie, degli ambienti spiritualistici: “scaligeropolitani” compresi. La superficialità, la negligente approssimazione di molti tra questi ultimi apre una agile porta agli “insinuanti”, e se qualche lupaccio cattivissimo intende “svegliare” i tramortiti e poco consapevoli “insinuati”, costui fa pure la parte del fastidioso rompiscatolone,  importuno e malsopportato, e spesso costui viene eziandio diffamato, bollato e infamato come “antropoinquisitore”. Experto crede Ruperto

Negli ambienti spiritualisti, invero, si incontrano anche tante brave persone, dal cuore puro, sincere, e talvolta d’animo semplice, le quali si dedicano con entusiasmo e dedizione a ricercare e a coltivare con amore quella Conoscenza spirituale, alla quale la loro anima, con tanto ardore, anela. Queste brave persone sono spesso l’oggetto, ossia sono le vittime predestinate, dell’azione “spregiudicata”  – “spregiudicata”, ripeto, in senso morale, e non nell’auspicabile senso conoscitivo – dei rappresentanti delle sunnominate tre tipologie di volgari o raffinati gaglioffi: azione “interessata”, e cinicamente “spregiudicata”. Quelle anime semplici sono, appunto, il target, l’oggetto, l’obbiettivo, le vittime “preferenziali” degli spregiudicati “insinuanti”, dei quali qui si discorre.  

Tutti costoro – “mercanti di birra”, “comancheros”, e intelligentissimi “pupari” –  peraltro sanno bene, essendocisi talvolta scontrati duramente, che vi sono a giro anche altre persone, purtroppo per i suddetti mestatori, “sveglie” e niente affatto “idiote”, le quali s’ingegnano, come possono, a disvelare i loro perversi piani, e si sforzano eziandio, con l’aiuto dei Numi, di farli fallire: come è giusto che sia. Cotali individui – che ai sapienti piani degl’intelligentissimi “pupari” mettono più bastoni possibili tra le ruote – sono, oltre che “vispi” e “svegli”, anche risoluti e molto pericolosi, conciosiacosaché per i suddetti “pupari” ed “eminenze grigie” è assolutamente necessario eliminarli con ogni mezzo: anche mediante quelli più sporchi e turpi. Sempre la solita storia: insulti, calunnie, e minacce legali o perfino fisiche. Vi è stato pure chi con chi qui scrive ci ha provato con “male e oscure magiche arti ” – cercando d’isforzar Cocito e Flegetonte, come direbbe Torquato Tasso – a spedirlo anzitempo nell’Ade, ma questa non è cosa poi così facile, e quel sozzo figuro ci si è pure rotte le ossa: lui, e con lui i suoi sciocchi famuli e assecli.

Ma come si attua una tale interessata opera di “insinuazione” negli ambienti spiritualisti? Si attua con modalità diverse, ma tendenti tutte – agli occhi di chi abbia sguardo perspicace, e sappia non solo guardare, ma anche “vedere” – ad un medesimo, veramente esiziale, fine. Ma partiamo dalle forme più grossolane ed “esteriori”, e proprio per questo, per i “vispi” e gli “svegli” perlomeno, più facilmente individuabili. Ma, pur nella loro grossolanità, e brutalità, cotesti “mercanti di birra e venditori di trippa” e cotesti “comancheros” – sempre per usare l’espressione del mio ottimo amico C. – mietono vittime a migliaia.

Per esempio, vi è nella nostra bella Italia tutta una mala genia di loschi figuri, i quali sulla carta stampata e su vari siti e social network di internet fanno ogni sforzo per fagocitare l’insegnamento di Rudolf Steiner, di Giovanni Colazza, e di Massimo Scaligero, cercando di convincere i semplici e gl’ingenui sul fatto che l’insegnamento della Scienza dello Spirito non sarebbe altro – a loro dire, ovviamente, e malgrado, va da sé, le molte espressioni ironiche e feroci, orali e scritte, di Massimo Scaligero su certi “maestri” e le loro “vie” – che la migliore introduzione a certa “magia di potenza”, e soprattutto ad una forma trasgressiva di “magia sessuale” – secondo le problematiche ricette di Ciro Formisano, alias Giuliano Kremmerz, il Mago di Portici – da essi spacciata per “Alchìmia”. Costoro fanno scientemente un immondo zuppone, nel quale mescolano – senza minimamente preoccuparsi delle molte e clamorose contraddizioni che ne risultano – Steiner Gurdjieff ed Evola, Colazza Franz Bardon e Crowley, Scaligero Castaneda e Kremmerz, nonché quant’altro, via via, essi trovano utile e disponibile alla bisogna tra le Vie d’Oriente e d’Occidente, siano esse antiche o moderne. Nel caso della Scienza dello Spirito, e della Via del Pensiero, si tratta da parte loro di una vera e propria “appropriazione indebita”, di un vero e proprio, estremamente cinico, brutale “scippo”. Costoro offrono ai deboli e agli incerti, dalla labile e fiacca volontà, il fallace miraggio di quelle “vie della facile forza” e del “rapido conseguimento”, che facilmente seducono i pigri e gl’ingenui, mentre – come, esplicitamente ammonisce, più volte, con parole che più chiare non potrebbero essere, Massimo Scaligero – non vi è niente di meno facile e, salvo rarissime eccezioni, nulla di meno rapido.

Alcuni amici “vispi” ed io abbiamo potuto assistere, per esempio, con nostro notevole sconcerto, ad una “strana” politica editoriale, gestita nelle scelte, nei tempi, nelle modalità di pubblicazione, talvolta nella pesante alterazione dei testi, per noi sacri di Massimo Scaligero – che in passato chi scrive ha avuto anche modo di documentare su questo blog – cosa che ad uno sguardo poco scaltrito potrebbe apparire, dal punto di vista economico, come veramente “folle”, tanto più che una tale attività editoriale, almeno un tempo, prima di passare in mani più spregiudicatamente “commerciali”,  era andata avanti pionieristicamente col determinante sostegno di “amici fraterni” i quali, pur non navigando affatto nella agiatezza economica, per finanziare la pubblicazione delle opere di Massimo Scaligero, si levavano letteralmente il pane di bocca, rinunciavano alle vacanze, e via dicendo. Si potrebbe notare – parafrasando, a modo mio, quanto detto nell’Amleto shakespeariano – come in quella sua “follia editoriale”, vi sia molto metodo, sin troppo metodo, almeno per i miei personali gusti, per esser essa frutto della mera casualità, della improvvisazione, o della semplice incapacità o incompetenza.  Anni fa, feci notare, “fuori dai denti”, la cosa a “qualcuno”, il quale non gradì punto cotale mio esplicito rilievo. Al solito, i miei amici ed io siamo malpensanti, ma saremmo ben felici di sbagliarci alla grande, perché in tal caso noi potremmo ridere di noi stessi, e questo immondo mondo sarebbe migliore. E invece, pur desiderando sbagliarci, con nostro grandissimo disappunto, ci tocca aver ragione! 

Sono “vie” e metodi, che in passato ho avuto occasione di esaminare a fondo, e quindi pure di ben conoscere. A tale proposito, ho avuto modo, nel tempo, di fare varie esperienze, e raccogliere conoscenze davvero “interessanti”. Siccome ho sempre pensato che la conoscenza – anche di cose errate e pericolose – sia migliore della non conoscenza, e siccome ho sempre ritenuto che la verità sia di chi la cerca, e di chi la cerca talvolta soffrendo, lottando duramente, e, pagando di persona, la conquista, mi sono trovato talvolta, perlopiù invitato, ma anche “curioso”, ad andare a “bracare”, come si dice in Etruria, in vari ambienti. Lo facevo, col suo consenso, sin da quando, Massimo Scaligero era tra noi, e nei nostri incontri avevo modo d’informarlo di quanto, via via, venivo a scoprire, e ne discutevo poi direttamente con lui. Naturalmente – direbbe il mio ottimo amico C. – conoscere vie e frequentare gente non significa affatto automaticamente accettare e condividere. Con taluni rappresentanti di tali vie ho pure avuto furiosi litigi. Comunque si trattava di conoscenze di dottrine ed esperienze di ambienti fatte rigorosamente a rischio e pericolo mio personale, e non a rischio e pericolo di altri.

Anzi, si trattava di conoscenze ed esperienze ricercate, esaminate ed acquisite anche per risparmiarne ad altri amici, meno pugnaci e avvertiti,  la fatica e il pericolo. Non tutti, è chiaro, sono tenuti o devono fare tutto. E neppure è consigliabile a tutti il farlo. Tutt’altro. Il muoversi in taluni di quegli ambienti – per usare, ancora una volta, le metafore alla Tex Willer del mio ottimo amico C. – è come muoversi per le strade di Tucson, nel vecchio Far West americano: ci vuole gente sveglia, mano veloce, e dito sempre sul grilletto della colt. Il cercare e l’andare a “bracare” in vari ambienti – alcuni dei quali, è giusto riconoscerlo, erano corretti e composti di brave persone seguenti antiche vie tradizionali, ancorché, dal punto di vista radicale della Via del Pensiero, oramai superate; altri, invece, erano ambienti equivoci, e non poco pericolosi – si rivelò, poi, nel tempo molto fruttuoso, e addirittura provvidenziale, per una sorta di hegeliana “eterogenesi dei fini”, rispetto alla necessità di dipanare la ingarbugliata matassa dei retroscena, oscuri e inquietanti, che riguardano talune personalità e certi eventi che a vario titolo agirono, e agiscono tuttora – sotto mentite spoglie e con una maschera sul volto – interferendo pesantemente nei destini di quella che Massimo Scaligero chiamava la “Comunità Solare”. Personalità ed eventi, che un tempo – ero allora molto giovane, e fatalmente ignorante, ingenuo, fiducioso ed inesperto – trovavo enigmatici, ma che la suddetta lunga e pericolosa mia ricerca ha chiarito sin troppo crudamente di quale natura fossero. E quella pericolosa ricerca mi rivelò che non vi era per me che una unica maniera di giungere ad una tale cruda chiarificazione: sfidare il pericolo ed osare conoscere!

Ora, in uno di cotali ambienti, per esempio, vi fu chi mi disse che seguendo le trasgressive pratiche sessuali – mentitamente spacciate per Alchìmia – indicate da Giuliano Kremmerz a sue cerchie ristrette di discepoli – un qualsiasi praticante poteva, attraverso quella più che problematica “magia trasmutatoria”, in circa tre-quattro anni, trasformarsi niente-poco-di-meno-che in una Deità Ammonia! Ma certo: trasformiamo in poco tempo e con poca fatica – è l’espressione beffarda che si ritrova negli stessi scritti del Mago di Portici – “uno zotico coltivatore di rape in un angelo buono” o, appunto, “in una Deità Olimpica”! Beh, non starò a descrivere le tragedie, e i naufragi dei quali, come osservatore distaccato, ho avuto modo di essere testimone diretto, sia pure dall’esterno, rispetto a quel che avveniva in tali cerchie. Ma è proprio ad “introduzione” a consimili vie e metodi che “mercanti di birra” e “comancheros” vorrebbero ridurre l’aureo insegnamento di Massimo Scaligero e del Maestro dei Nuovi Tempi.

La malafede, che sta dietro ad una tale spregiudicata operazione – sempre agli occhi di chi sappia “vedere” – è patente, eppure in cotali panie cascano moltissimi, tant’è che quei figuri non si peritano minimamente nell’indire congressi e tavole rotonde – come, per es., hanno fatto più volte recentemente a proposito del Gruppo di UR – e non si risparmiano punto nell’affaticarsi andando a giro per l’Italia a fare conferenze su conferenze presso varie “librerie esoteriche”, nonché a fare corsi a pagamento sul “pensiero vivente” di Massimo Scaligero, sulla di lui “tradizione solare”, sforzandosi il più possibile di compromettere il pensiero del Maestro – e dei Maestri, ossia: Steiner, Colazza, Scaligero – con questioni e posizioni politiche, le quali con l’esoterismo autentico in generale, e la Scienza dello Spirito in particolare, nulla hanno e nulla devono avere a che fare. Su queste immonde manipolazioni, Massimo Scaligero – suo ex ore ipso de hoc saepe clariter audivi – era, a dir poco, feroce. E a taluni amici, che in cotali trappole sono caduti, egli avrebbe levato la pelle di dosso: come, del resto, gli vidi in più occasioni fare. E conosco persone – anche della mia città – che francamente non mi sarei mai aspettato che compiessero di tali clamorosi, e pericolosi, scivoloni.

Quelli del primo gruppo, sono perlopiù operatori appartenenti agli ambienti, particolarmente spregiudicati, dei “mercanti dell’occulto”, che per ragioni di marketing sovente riducono l’esoterismo allo sciropposo e stucchevole livello dell’americanissima New Age. Ma per quanto estremamente basso e grossolano sia il loro lacrimevole livello, purtuttavia hanno un notevole successo: soprattutto commerciale, e addirittura editoriale.  

Già più inquietanti sono coloro – tanto per intenderci: i “comancheros” del mio amico C. – i quali strumentalizzano e manipolano l’Esoterismo in generale e la Scienza dello Spirito in particolare, non tanto, o non solo, a scopi commerciali e di lucro – che, quando ci sono, peraltro essi non disdegnano affatto – bensì a scopi ideologici, talvolta confessionali e politici. Particolarmente inquietanti, e pericolosi tra questi “bandoleros” e “gangsters” dello spirito, sono coloro che, tra l’altro coltivano – palesi o celate – collusioni con ambienti politici (e la politica è sempre una cosa sudicetta assai…), più o meno eversivi, o che vengono infiltrati o son collaborativi con “intelligenti” agenzie e servizi, o con più o meno santi “uffici”, o addirittura con ambienti, per così dire, trasgressivi rispetto alle leggi dello Stato, che tutti, invece, sia ben chiaro, siamo tenuti a rispettare. 

Un caso particolare, riguardante in maniera diretta la “Comunità Solare”, è il tentativo di “trasbordo ideologico inavvertito”, del quale ho avuto modo di trattare più volte e – come usa dire – “fuori dai denti”, ossia senza infingimenti o attenuazioni, su questo temerario blog. In particolare, ho avuto modo di trattare del ruolo determinante dell’Innominato in tale spregiudicata “operazione”, intrapresa, a mio personale giudizio, col placet e a beneficio della mandante parte avversa, che dietro di lui si cela, e ormai neanche più tanto. Il suo agire, decenni fa, mi appariva enigmatico per la mancata conoscenza da parte mia di una serie di dati, che solo in seguito il destino – per vie davvero straordinarie – mi ha portato a rinvenire. Essendo io un tempo fiducioso ed ingenuo – i giovani lupacchiotti lo sono quasi sempre – l’Innominato, decenni fa, pur avendo con lui un rapporto spesso polemico, lo ritenevo un amico sincero: errore clamoroso! I fatti della vita, che è sempre una severa maestra, s’incaricarono di risvegliarmi attraverso ben amare esperienze, che in seguito, a fine della altrui “edificazione”, eventualmente farò via via conoscere.

Strada facendo, mi divenne sempre più chiaro il giuoco, e il ruolo, svolto dall’Innominato nella fatidica operazione di “trasbordo ideologico inavvertito”. Naturalmente, il pieno, e definitivo, disvelamento – che per me fu una sorta di stupefacente satori, d’improvvisa illuminazione folgorante – l’ebbi allorché, oltre ventidue anni fa, egli a casa mia, in presenza di una persona che, se volesse, potrebbe benissimo testimoniare la veridicità di quanto affermo, egli definì la Via del Pensiero di Massimo Scaligero «una via incompleta e superata», spiegandosi poi con chiare parole, che neppure un ignorante sprovveduto avrebbe potuto non capire o equivocare, per ben sei ore quella volta, e per altre sei ore l’anno dopo. Se proprio non l’avessi già ben capito allora, il che certamente non era, potei leggere, poi, quanto apparve anonimanente scritto, nero su bianco, su una nota rivista esoterica – ho ragione di ritenere che ne fosse autore proprio lui – che «l’esperienza del pensiero puro-libero dai sensi è un’esperienza spontanea, ma non cosciente, e quindi egoistica»: la lettura di una tale frase suscitò allora la fiera opposizione del mio amico L. – colui che mi fece conoscere nella torrida estate del 1969 le opere di Massimo Scaligero, e mi collegò, poi, direttamente con lui nella primavera del 1970 – e soprattutto di Alfredo Rubino, che il Maestro – nel suo testamento, che sùbito dopo la sua morte da “qualcuno” fu fatto “provvidenzialmente” sparire, assieme ad altre cose di lui – aveva indicato come la personalità salda e fedele, cui fare riferimento per la vita della Comunità Solare, il quale in una riunione del sabato, alla quale fui presente, stigmatizzò con parole feroci quella espressione apparsa anonimamente sulla suddetta rivista, sedicente “scaligeropolitana”, come un autentico tradimento nei confronti di Massimo Scaligero. Ciò bastava ed avanzava, anche se vi era in campo anche molto di più, che per ora risparmio al candido e benevolo lettore, sia perché non voglio troppo stancarlo, sia per lasciargli un pochina di curiosità e di suspence. Vi fu, come ho avuto modo di raccontare,  anche il tentativo di “convincermi”, cercando di comprarmi con una sorta di “proposta indecente”. Ma noi lupacci cattivissimi siamo proprio una razzaccia dal pessimo carattere, non addomesticabile, e soprattutto non in vendita: a nessun prezzo.

Amici potrebbero chiedermi (qualcuno lo ha davvero fatto), perché mai io non abbia affrontato ex abrupto, o come si dice da noi, in Etruria, “di brutto” direttamente con lui questi miei pensieri. Ma io, effettivamente, l’ho fatto, e posso raccontare per la prima volta su questo audacissimo blog quel che raramente in passato avevo comunicato, e solo a qualche fidato amico. Naturalmente mi rendo moralmente garante della assoluta veridicità del racconto.

Quando ormai tra noi i rapporti volgevano, già da vari anni, meteorologicamente al “pessimo stabile”, egli m’incontrò a Roma, per caso, in una libreria esoterica. Volle cogliere l’occasione al volo, e m’invitò ad andare con lui, «perché voleva parlare con me». La sua fu un’idea poco felice, come il seguito dimostrò. Mi portò in un appartamento, non molto distante da dove mi aveva incontrato. In quell’appartamento, che mi parve essere una sorta di studio, egli svolgeva un’attività, credo, di tipo redazionale. Il locale era vuoto: a parte gli Angeli ed altri invisibili spirti, eravamo presenti solo noi due: nessun testimone che potesse poi rivelarsi per lui scomodo, imbarazzante, o non opportuno.

Dallo stato d’animo, pur ben mascherato, quale suo solito, che coglievo in lui, mi era evidente come l’Innominato “cercasse guai”: ossia una specie di “chiarimento” o, forse, un “regolamento di conti”. Ma è noto come a noi lupacci cattivissimi piacciano assai, i litigi, le risse e le zuffe, e come noi amiamo molto lotte, bufere e tempeste di neve. Una persona amica, da me molto stimata, mi aveva messo fraternamente in guardia, già da molto tempo, contro la capacità di “simulazione levantina” – così la definì – dell’Innominato. Ma su ciò io ero ormai perfettamente in chiaro. Per cui decisi – maliziosamente, lo confesso – di divertirmi un po’.   

Iniziando le ostilità, l’Innominato mi rivolse l’imperiosa richiesta e la domanda, che,  a suo modo di vedere, penso, voleva essere intimidente: «Devi dirmi che cosa pensi di me». Ma non me lo chiese gentilmente, o dicendo “per favore”. Per cui, volendo divertimi un po’, mi feci alquanto “pregare”, facendogli ripetere la richiesta varie volte: per giuoco mi mostravo schivo, ed ostentavo ritrosia. Ma quando ad un etrusco lupaccio cattivissimo uno chiede molte volte che cosa egli pensi di lui, vi è anche il rischio che il lupaccio cattivissimo glielo dica davvero “quel che pensa di lui”. E non è affatto detto che la cosa per l’interrogante si riveli poi così “gradevole”.

Per farlo stare un po’ sui carboni ardenti, e “cuocerlo” a lenta cottura – sono cattivo: lo so; e non son punto “cristiano” : so anche questo – la volli prendere alquanto alla larga, anche se su questo blog sarò costretto a riassumere molto. Ma dell’essenziale non mancherà nulla di quanto dissi all’Innominato, che nel riferire il colloquio voglio qui chiamare “affettuosamente” (si fa per dire…) Pampurio. Gli dissi:

«Vedi, Pampurio, tu sei una persona molto “particolare”. Porti sempre addosso una “maschera”. Non ti mostri mai come realmente sei. Hai sempre una sorta di “prudenza benedettina” (non volevo bruciare subito il giuoco parlando di “simulazione gesuitica”, che pure, per molte, troppe, giustificate ragioni veramente pensavo).

Tu ti dài sempre una facies, ossia assumi sempre un modello di comportamento nelle varie situazioni, e a seconda delle persone con le quali hai a che fare. Sei double face: non appari come sei, e non sei quale appari, o quale vuoi apparire. I tuoi scopi, i fini che realmente persegui, ti guardi bene da comunicarli agli altri, che pure nella Via dovrebbero esserti “fratelli”. Non manifesti mai le tue vere intenzioni: semmai, per distogliere gli altrui sguardi da esse, ne proclami altre, completamente diverse. Se, per esempio, una persona sta cercando qualcosa di particolare, che tu non gradisci che raggiunga, tu puoi diventare, per distrarne il cercatore – all’improvviso – estremamente “generoso” nella direzione esattamente opposta». 

Gli feci notare – del resto, con una iniziativa improvvida, me lo aveva chiesto proprio lui – tutta una serie di azioni e di comportamenti, esposti da me in maniera precisa e dettagliata, che non erano, a mio modo di vedere, e non solo mio, proprio “commendevoli”, né tampoco “fraterni”, limpidi e schietti: azioni e comportamenti circa i quali, in questa sede, preferisco, per il momento, sorvolare.

Poi, affondai impietosamente il bisturi nella dolorante piaga, e gli dissi:

«Nella nostra Comunità spirituale, Pampurio, tu agisci in una maniera veramente “particolare”: in una maniera che può lasciare molto perplessi. Tu agisci spesso in maniera da contrapporre questo a quello, e quello a questo. Operi alle spalle, agisci sovente per dividere e non per unire le cerchie degli amici, che si formano nella Scienza dello Spirito. A talune persone fai letteralmente la “terra bruciata” attorno, e spesso “falci loro l’erba sotto i piedi”, spesso senza che nemmeno se ne accorgano. 

Vedi, se io fossi l’agente infiltrato di una potenza straniera d’Oltretevere, se fossi una “quinta colonna” (come avrebbero detto un tempo i membri del Komintern), o facessi quello che un tempo i trotzkysti chiamavano “entrismo”, e volessi quindi, dall’interno, distruggere una Comunità spirituale, o almeno danneggiarla, remare contro, suscitare discordie, dividerla, paralizzarla: ecco, Pampurio, io avrei fatto esattamente tutto quello che hai fatto tu in questi ultimi venti anni». 

Quella dell’Innominato – che scherzosamente ho qui chiamato Pampurio – mi appariva essere, nel senso etimologico del termine, una azione esotericamente sovversiva, ossia vòlta a sub vèrtere, a rovesciare sottosopra un intero ambiente spirituale, e i valori fondanti di esso. Se qualcuno avesse fatto a me il discorso – qui molto sintetizzato – che io feci allora all’Innominato, gli sarei saltato addosso e lo avrei fatto nero: ho detto più sopra come noi lupacci amiamo molto le risse: nella fattispecie questo è uno dei miei migliori difetti. Ma, evidentemente, il nostro ineffabile Innominato non era quel che in India si dice un vira, uno kshatriya, ossia un eroico guerriero, un intrepido combattente, un coraggioso, per cui egli rimase in gelido silenzio, e non ebbe reazione alcuna. Secondo me, ci era rimasto veramente malissimo. Mi alzai e me ne andai. Una volta di più finii nel suo libro nero dei cattivi.

Ho pensato a lungo le molte azioni compiute dall’Innominato all’interno della Comunità Solare, e tutto mi conferma la doppiezza – questa almeno è la mia personale opinione – e il suo operare ad attuare l’ormai famigerato “trasbordo ideologico inavvertito”. Per “strane” ragioni, peculiari del mio personale destino, mi son trovato a conoscere – sia per via “ordinaria”, che per una via veramente “straordinaria” (sulla quale non è assolutamente qui il caso di entrare in dettagli) – particolari circa la vita dell’Innominato, circa la sua “amicizia” con individui non poco “problematici” e inquietanti, circa i suoi legami con vari milieu politici, esoterici e confessionali, alquanto lontani dalla Via Solare indicata da Massimo Scaligero, e che non possono non lasciare molto perplessi chi alla Via Solare vuole ad ogni costo rimanere fedele. Naturalmente, ognuno è liberissimo di scegliersi gli amici e gli ambienti che più gli piacciono e che più gli si confanno. Come usa dire: il mondo è bello perché vario, e in questo immondo mondo vi è spazio per tutti. Innominato compreso: che buon pro’ gli faccia!

Lascio quindi al candido lettore la scelta ove collocare il suddetto Innominato: se tra una delle suddette tre categorie, oppure in una qualche altra che mi possa essere sfuggita: al benevolo lettore la scelta. Si accettano suggerimenti in proposito!  

 

SCIENZA DELLO SPIRITO

DELLA SAPIENZA CELATA IN DANTE ALIGHIERI : ACCENNI IN GIOSUE’ CARDUCCI E IN RUDOLF STEINER

DANTE-Bargello_-_Kapelle_Fresko_1A

Già nel primo, o forse nel secondo, incontro, ch’io ebbi con Massimo Scaligero nel lontano 1970, egli mi parlò di Dante facendo una sorta di parallelo tra la sua figura spirituale e quella di Goethe. In maniera incisiva, tra l’altro, mi disse come la Divina Commedia di Dante fosse il poema profetico del Medioevo, così come il Faust di Goethe lo è per l’uomo moderno, per l’uomo attuale. Queste parole enigmatiche mi risuonarono a lungo nell’anima, anche perché – almeno da adolescente – non avevo certo avuto un rapporto facile con Dante. Rapporto che mi son dovuto conquistare nel tempo – nei decenni – rapporto che si è rivelato poi sempre più fecondo, mostrandomi esso quanto luminosa fosse la figura del Divino Poeta, e quanto gigantesca la sua grandezza spirituale.

Molto tempo dopo, in anni miei più tardi – una volta superato il “mezzo del cammin di nostra vita” – una personalità di rango spirituale mi sollevò il velo sulla Sapienza celata del Poeta. «Minerva oscura io son, Dante Alighieri», scrive in un sonetto Giovanni Boccaccio, alludendo alla occulta Sapienza, alla occulta Scienza, celata nell’opera di Dante.

Dante Alighieri fu non solo un poeta – sia pure il massimo poeta italiano – ma anche un profondo filosofo di rigorosa formazione platonica e aristotelica, e soprattutto il creatore della “Divina Commedia”. In realtà il suo nome, secondo quanto, con dichiarazioni concordi, ci trasmisero Filippo Villani e il figlio del Poeta Jacopo, non era Dante, bensì Durante degli Alighieri, ma nella pronuncia corrente veniva abbreviato appunto in Dante. Durante significava “il perseverante”, e il nome gli era stato dato in ricordo del suo santo protettore Durandus di Liegi, morto nel 1025. Dante nacque nel maggio o nel giugno 1265 – secondo le erudite ricerche dello studioso fiorentino Giovangualberto Ceri, il 2 giugno – a Firenze, come figlio di un membro della piccola nobiltà guelfa fiorentina Messer Gherardo Alighiero di Bellincione (detto Alighiero II) e Monna Bella Gabrielli, mentre morì, dopo oltre vent’anni di vita errabonda, esule per la faziosità dei fiorentini asserviti al papa e agli Angiò, il 14 settembre 1321 a Ravenna.

Con Dante Alighieri, e con i suoi amici e sodali della cerchia iniziatica e poetica dei Fedeli d’Amore, la lingua italiana “alta” nasce già classica, e misterica. La sua sapiente opera di formazione iniziatica della lingua italiana, preceduta da quella di alcuni poeti della Scuola Siciliana, prima, e da quella di Guido Guinizzelli, di Guido Cavalcanti, della Scuola che i letterati profanamente chiamano del “dolce stil nuovo”, fu proseguita dopo Dante da Francesco Petrarca e da Giovanni Boccaccio. Ma sappiamo bene come, dietro le poetiche rime, si celasse quella corrente iniziatica che a partire da Gabriele Rossetti, da Luigi Valli e dai loro “amici”, fu chiamata – prendendo esempio da un mirabile passo di Dante nella Vita Nova – dei “Fedeli d’Amore”.

Secondo la vulgata – diffusa ad arte dal Boccaccio per proteggere l’opera del Divin Poeta dalla intolleranza di una vigilante e sempre più occhiuta Santa Inquisizione della eretica pravità – Dante all’età di 9 anni, avrebbe “visto” per la prima volta, in occasione di una Festa di Primavera, Beatrice, la figlia di Folco Portinari (nata nel 1266, e deceduta poi l’8 giugno 1290), che era allora, ella pure, solo all’inizio del suo nono anno. Sempre secondo la vulgata diffusa dal Boccaccio, Dante sarebbe stato, fin dall’inizio, affascinato dalla sua forma angelica e pura. Nove anni dopo, l’avrebbe incontrata per la seconda volta in una festa della gioventù, ove ella gli avrebbe regalato una ghirlanda di fiori. Per gli attuali letterati, a partire dall’Ottocento, Beatrice sarebbe diventata semplicemente la musa ispiratrice della sua successiva creazione artistica, che rimarrebbe pur sempre una poetica produzione sentimentale, seppur esteticamente sublime, ma – a loro dire – nulla di più.

Ma sappiamo come, in realtà, Beatrice raffigurasse quella che i Fedeli d’Amore chiamavano la Sapienza Santa, anche se nel caso di Dante, nella figura simbolica di Beatrice, la realtà umana e storica e quella metafisica e spirituale potevano ben coincidere.

Intorno al 1287, Brunetto Latini divenne maestro del giovane Dante, il quale gli rivolge nel XV Canto dell ’Inferno parole di commossa gratitudine:

ché ’n la mente m’è fitta, e or m’accora,
la cara e buona imagine paterna
di voi quando nel mondo ad ora ad ora
m’insegnavate come l’uom s’etterna”.

Rudolf Steiner descrisse più volte – per esempio in Coscienza d’Iniziato e altrove – come Brunetto Latini, raggiunse una importante esperienza iniziatica, nella quale vi era ancora la eco dell’insegnamento platonico della scuola di Chartres, ch’egli trascrisse nel suo poema Il Tesoretto in italiano e nel Trésor – en langue d’oil, ossia in francese medievale – la cui influenza sulla “Divina Commedia” di Dante è evidente (cfr. GA 161, p. 51e segg.).

Secondo il teologo austriaco cistercense Robert L. John Dante non solo conobbe gli insegnamenti segreti dei Templari già in tenera età, ma fu anche affiliato ad una sorta di Terz’Ordine templare:

«La gnosi templare ci si presenta dunque come un edificio di pensieri che poteva venir affidato solo a uomini dotti e capaci di tacere. Ci si presenta come una profonda convinzione gioachimita che la Chiesa si era troppo allontanata dai compiti affidatile da Dio; che, venuta meno questa prima guida dell’umanità perché aspirava alle funzioni della seconda, dell’Impero, quest’ultima ne risulta danneggiata, per cui ne soffre la vita attiva del mondo intero; che la Chiesa sarebbe tornata ad essere l’antica Chiesa dello spirito Santo solo quando lo Stato pontificio (continuazione della donazione costantiniana) fosse riassorbito nel Sacro Impero; e che infine solamente l’illuminata conoscenza del Tempio fosse in grado di aiutare l’umanità in questa riascesa. Tutto ciò (e in particolare il linguaggio figurato di origine orientale col quale veniva esposto) era certo in larga misura gnostico, ma non veramente eretico: sebbene la linea di confine tra l’eresia fosse talora facilmente superabile, come ci mostrano i riflessi del Concilio di Vienne nella Divina Commedia.

Dante aveva accolto in sé, sin dalla giovinezza questa gnosi templare: essa, e null’altro, era la Donna dello Spirito suo, che egli servì fedelmente per tutta la vita».

Robert John, Dante,Springer-Verlag, Wien, 1946, p. 265,
Dante templare, trad. it. a c. di Willy Schwarz, Ulrico Hoepli, Milano, 1987, pp. 354-355.

Il germanista austriaco Joseph P. Strelka invece in Dante und die Templergnosis, A. Francke Verlag, Tübingen 2012, Vorwort, p. X, scrive:

«Dante era un Templare iniziato e la sua Divina Commedia è la più brillante testimonianza superstite della gnosi templare».

In precedenza, già René Guénon aveva già sottolineato nel suo studio pubblicato nel 1925, L’ésotérisme de Dante, l’appartenenza templare di Dante:

«Nel museo di Vienna si trovano due medaglie di cui l’una rappresenta Dante e l’altra il pittore Pietro da Pisa; entrambe portano sul rovescio le lettere F.S.K.I.P.F.T., che Aroux Interpreta nel modo seguente: Frater Sacrae Kodosh, Imperialis Principatus, Frater Templarius. Per le prime tre lettere, questa interpretazione è palesemente scorretta e non dà un senso intelligibile; pensiamo che bisogna leggere Fidei Sanctae Kadosch. L’associazione della Fede Santa, di cui Dante sembra sia stato uno dei capi, era un Terz’Ordine di filiazione templare, il che giustificava l’appellativo di Frater Templarius; ed i suoi dignitari portavano il titolo di Kadosch, termine ebraico che significa «santo» o «consacrato», e che si è conservato fino ai nostri giorni negli alti gradi della Massoneria. Si vede già per tal fatto come non sia senza ragione che Dante prende per guida, per la fine del suo viaggio celeste [Paradiso, XXXI. – Il termine contemplante, col quale Dante designa in seguito San Bernardo (id, XXXII, 1), sembra avere un doppio senso, a causa della sua parentela con la designazione stessa del Tempio], San Bernardo, che stabilì la regola dell’Ordine del Tempio; e Dante sembra aver voluto indicare in tal modo come soltanto per mezzo di questo fosse reso possibile, nelle condizioni proprie alla sua epoca, l’accesso al supremo grado della gerarchia spirituale».

– René Guénon: L’ésotérisme de Dante, Secondo Capitolo.

Parvemi che René Guénon erri alla grande nella interpretazione delle lettere F.S.K.I.P.F.T. Nella fattispecie parvemi evidente che si tratti molto più semplicemente delle iniziali delle medievali virtù teologali e delle platoniche virtù cardinali, ossia: Fides, Spes, Karitas, Iustitia, Prudentia, Fortitudo, Temperantia.

Robert John – a mio modo di vedere temerariamente – afferma che Dante non sarebbe mai venuto meno all’ortodossia cattolica e, in modo particolare, alla teologia cattolica, sulla qual cosa vi sarebbe moltissimo da eccepire. Infatti, questa affermazione dello John – affatto comprensibile in un sacerdote cattolico e in monaco cistercense, quale egli era – non corrisponde punto alla realtà dei fatti. I recenti studi di Maria Soresina mettono in evidenza, con grande acume e vasta messe di documentazione storica e letteraria, quello ch’ella chiama il “catarismo di Dante”. In effetti, Dante che nella Divina Commedia parla di una moltitudine di personaggi, e di svariati movimenti politici, filosofici e religiosi, non nomina mai il Catarismo.

La cosa è, invero, singolare. Dante che non si fa scrupolo veruno a ficcare tranquillamente papi e cardinali all’inferno – addirittura prenotando un posto a papa Bonifacio VIII ancor vivo – e a porre pagani come il troiano Rifeo e l’imperatore Traiano in Paradiso, o un eretico averroista come Sigieri di Brabante egli pure in Paradiso; Dante che si sceglie Virgilio, un Sapiente ed Iniziato pagano, come guida nell’Inferno e nel Purgatorio; Dante che all’inizio della Cantica del Paradiso invoca paganamente l’ispirazione d’Apollo:

O buono Appollo, a l’ultimo lavoro
fammi del tuo valor sì fatto vaso,
come dimandi a dar l’amato alloro, 

Dante che nel secondo Canto del Paradiso avverte i lettori, che son “naviganti in piccioletta barca”, che:

L’acqua ch’io prendo già mai non si corse;
Minerva spira, e conducemi Appollo,
e nove Muse mi dimostran l’Orse,

Dante che di tutti parla, e senza peli sulla lingua, invece dei Catari e dei Catarismo non fa mai verbo alcuno: in nessuna delle sue opere. Eppure, egli sapeva bene che Manente degli Uberti, detto “Farinata”, e sua moglie Adeleta, o Adeletta, erano stati oltre che aperti fautori del partito ghibellino, anche catari “consolati”. Al punto tale che anni dopo la disfatta del partito ghibellino, e il trionfo guelfo, nel 1283, 19 anni dopo la sua morte, i corpi di Farinata e sua moglie Adeleta furono riesumati e subirono a Firenze un processo pubblico per l’accusa postuma di eresia. Per l’occasione i loro resti mortali, sepolti all’epoca nella chiesa fiorentina di Santa Reparata – ove in seguito venne edificato il Duomo di Firenze – vennero non solo riesumati per la celebrazione del processo, conclusosi poi con la condanna, da parte dell’inquisitore, il francescano Salomone da Lucca, ma furono pure bruciati sul rogo e le loro ceneri disperse in Arno. Quindi tutti i beni lasciati in eredità da Farinata vennero confiscati agli eredi, contro i quali fu decretato l’esilio perpetuo. Probabilmente, Dante, diciottenne nel 1283, assistette a tale nefando rogo postumo. E forse rivide nell’anima proprio quel rogo allorché, nel XXVII Canto del Purgatorio, scrisse:

In su le man commesse mi protesi,
guardando il foco e imaginando forte
umani corpi già veduti accesi. 

Dante sapeva bene come cataro fosse  il suo “primo amico”, Guido Cavalcanti, che per di più aveva sposato Bice la figlia di Farinata degli Uberti, e cataro altresì era il padre di lui Cavalcante, posto accanto a Farinata nella medesima infernale arca infocata. Sapeva benissimo che catare erano  famiglie nobili fiorentine come i Nerli e i Pulci. Addirittura – secondo che scrive il domenicano Raniero Sacconi, informatissimo inquisitore della eretica pravità – nella Firenze, a metà del Duecento, aderiva alla fede catara ben un terzo della popolazione di Firenze, e sicuramente la maggior parte della nobiltà della Città del Fiore.

Un silenzio apparentemente incomprensibile, dunque, quello di Dante nei confronti del Catarismo. Ma dopo i sapienti studi di Maria Soresina, un tale eloquente silenzio diviene facilmente comprensibile, e ben spiegabile, proprio per la sua segreta adesione alla corrente spirituale catara, alla sua Gnosi liberatrice. Naturalmente, se Dante avesse apertamente dichiarata la sua adesione ad un movimento spirituale, ritenuto ereticale dalla Chiesa Cattolica, si sarebbe esposto a rischi estremi – arresto, tortura, rogo – ed avrebbe compromesso quella che riteneva essere la sua peculiare missione. E, in effetti, nel 1329 un unno impazzito, il cardinale Bertrando del Poggetto, fece bruciare sul rogo la Monàrchia – che nel 1559, fu inserito dal Sant’Uffizio nel primo Index librorum prohibitorum, e la condanna fu confermata in tutte le successive edizioni sino alla fine del XIX secolo: la Chiesa Cattolica mantenne in vigore tale condanna fino al 1881 – e con essa venne bruciato sulle piazze anche il testo della Divina Commedia, e costui avrebbe gradito eziandio far disseppellire e bruciare la stessa salma del poeta – per fortuna morto nella notte tra il 13 ed il 14 Settembre 1321, sennò il trucido porporato avrebbe sicuramente preferito abbruciarlo piuttosto vivo invece che morto – ma l’opposizione feroce dei da Polenta, signori di Ravenna, amici e protettori di Dante, scongiurò un tale sacrilego scempio. Una nobile eccezione, nonché una fortuna singolare, nel nostro Rinascimento, fu la mirabile traduzione che venne fatta in volgare illustre, a Firenze, per volontà del Magnifico Lorenzo, dal platonicissimo Marsilio Ficino, del 1467, traduzione che ebbe una notevole influenza sulla fortuna di diffusione dell’opera. Ma la prima edizione a stampa della Monàrchia  avvenne soltanto, nel 1559, nella elvetica Basilea, città che aveva aderito alla Riforma luterana, e quindi lontana dai rapaci artigli inquisitoriali.

Maria Soresina – parafrasando lo storico medievale, del primo Novecento, Felice Tocco – nei suoi sapienti studi, affermò, in maniera caustica, asciutta e sintetica, che Dante, del Catarismo, «parlarne bene non poteva, parlarne male non voleva».

Dante-Brunetto_Bargello-Fresko

Tutto ciò mostra quanto sia complessa la figura spirituale di Dante. In essa si ritrovano le influenze più diverse: da quelle dell’antico mondo misterico, a quelle del mondo romano, sino a quelle più recenti di un Cristianesimo giovannita, preludente al futuro. Se, per esempio, andiamo a vedere alcune pagine scritte da Arturo Reghini – pubblicate in «Nuovo Patto», settembre-novembre 1921, col titolo di L’allegoria esoterica in Dante – ci troviamo di fronte ad una visione misterica, di derivazione classica e pagana, dell’opera di Dante. Infatti, così scrive Reghini a proposito dell’allegoria esoterica:

«Sotto il senso letterario della Commedia, ossia sotto la peregrinazione di Dante attraverso i tre regni dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso, si nasconde senza alcun dubbio una allegoria. Non c’è bisogno delle esplicite dichiarazioni di Dante in proposito per esserne certi. Questa allegoria non è semplice, ma molteplice e dai commentatori ne vengono di solito riconosciuti due aspetti, quello morale e quello politico.

L’interpretazione morale, o filosofico-morale, vede allegoricamente raffigurata nella Commedia la via che l’uomo deve percorrere per superare il peccato e raggiungere la virtù in modo da sfuggire all’inferno ed al purgatorio e da guadagnare colla perfezione morale il paradiso.

Questa allegoria, come del resto il senso letterale del poema sacro, ha innegabilmente un aspetto nettamente cristiano pure abbondando di elementi pagani; e sulla scorta di Aristotile, di S. Tommaso e della scolastica è stato profondamente penetrato dai commentatori. […]

Quale è dunque la ragione che ha spinto Dante all’uso dell’allegoria, anche a costo di non farsi facilmente capire? Fantasia di poeta? Passione per l’enimmistica? No certo, perché noi sappiamo che una dottrina si asconde sotto il velame delli versi strani. E se l’apparenza è cristiana non potrebbe la scelta differire dall’apparenza? Non potrebbe la dottrina così gelosamente nascosta essere eterodossa, molto eterodossa? Sicché Dante puzzerebbe forte di eresia e sarebbe un nemico della Chiesa anche sul terreno religioso oltre che su quello politico? Le professioni di fede cristiana che egli fa ripetutamente non bastano ad eliminare il dubbio. Se egli infatti era eretico o pagano e non voleva finire arrosto, era forzato a professarsi cristiano. E specialmente volendo levarsi il gusto di esaltare Virgilio, Cesare, Roma che il buon mondo feo, il latin sangue gentile, e gli imperatori che avevano aspetto gentile ossia pagano, occorreva in qualche modo tranquillizzare i sospetti facendo anche l’apologia del cristianesimo. Bisogna ricordare che in quei tempi la carità cristiana poteva sbizzarrirsi a suo piacimento; i numerosi seguaci di quel S. Domenico che negli sterpi eretici percosse animato dal santissimo zelo di salvare le anime (nonché la Chiesa pericolante) andavano per le spiccie e Dante stesso aveva umani corpi già veduti accesi. A che prò fare la fine che poi toccò a Cecco d’Ascoli, quando era possibile dedicare la vita, e l’enorme ingegno e sapienza ad un grandioso disegno politico e religioso? Nonostante le sue professioni di fede cattolica, Dante aveva amici che andavan cercando come Dio non fosse, ed eretici dello stampo di Sigieri egli ficca tranquillamente in paradiso, mentre popola di papi l’inferno. Dante stesso fu accusato di eresia secondo risulta da antichi documenti, e secondo narrano i suoi primi commentatori. L’eresia pagana di Dante fu sostenuta dal Foscolo, e poi dal Rossetti con enorme copia di argomenti, ed infine dal prete cattolico Aroux. Un gesuita che volle fare la critica delle opere del Rossetti si ebbe da questi tale esauriente replica che più non fiatò.

Non si pone mente che anche nell’apparenza Dante non segue sempre pedissequamente San Tommaso; ne differisce apertamente in questioni importantissime; p.e., nella dottrina escatologica (Purg. XXV, 88-102) per adottare una teoria delle ombre dei defunti che è in perfetto accordo colla concezione pagana.

Egli fin da principio si inspira a Virgilio, da cui solo prende lo bello stile che gli ha fatto onore. Il suo poema non è che una commedia; e comunque si intende la parola, nel senso moderno od in quello dionisiaco, si è sempre condotti lontano dall’apparente senso cristiano. Nelle grandi linee la Commedia è uno sviluppo del VI canto dell’Eneide, e Dante ripete quanto Virgilio fa fare ad Enea. Enea scende vivente nell’Ade, rinviene nella selva il ramoscello di mirto degli iniziati, ed apprende de visu la verità dei misteri orfico-pitagorici sopra l’uomo e la immortalità condizionata. Ed anche Dante corruttibile ancora, ricalca la medesima strada collo stesso scopo e facendo uso del medesimo simbolismo.

Il soggetto della Commedia è l’uomo, o meglio la rigenerazione dell’uomo, la sua metamorfosi in angelica farfalla, la Psiche di Apuleio. È dunque il medesimo soggetto dei misteri. Non le sole qualità morali cambiano; Dante si purifica di grado in grado, passa per crisi e coscienze varie e numerose, cade come corpo morto, sviene, rinviene, si addormenta, si ravviva nell’Eunoè, la sua mente esce di se stessa, si illuia, si india, si interna, s’infutura, s’insempra, passa al divino dall’umano, all’eterno dal tempo, e finalmente dislega l’anima sua da ogni nube di mortalità. Questo non è un perfezionamento morale, è una vera palingenesi di tutto l’essere che si attua nel simbolico viaggio. Il velame asconde non soltanto delle disquisizioni morali sopra i peccati e le virtù, ma l’esposizione di mutamenti interiori nella coscienza del pellegrino».

Più la approfondiamo e più la figura di Dante ci appare enigmatica. In lui scorgiamo le tracce più che evidenti di un’antichissima visione sacrale “classica” – che l’intolleranza confessionale definirebbe “pagana” –, di una visione “gnostica”, “templare”, e sotto certi aspetti “orientale” ed  “averroistica” – per l’intolleranza confessionale, di nuovo, “eretica” – ed infine, stando alle sapienti ricerche di Maria Soresina, anche “catare” – per la suddetta intolleranza confessionale addirittura depravatamente “arcieretica” –, e volendo potremmo cogliere nella sua opera, più celati, persino elementi ermetici ed alchemici. Vi è, davvero, ad abundantiam di che esserne disorientati!

Per un tal motivo, dopo aver cercato a lungo e trovato molti elementi interessanti e nuovi sì, ma anche divergenti, mi stupii non poco allorché trovai una risposta – l’unica che mi parve soddisfacente – nell’opera di Rudolf Steiner, che faceva direttamente riferimento ad uno scritto, invero raro e pochissimo conosciuto, di Giosue – a lui però piaceva scrivere “Giosuè”, con l’accento sull’ultima vocale – Carducci. Mi misi in caccia, e siccome noi lupacci etruschi, oltre che cattivissimi siamo eziandio terribilissimi lupacci da tartufi, alla fine lo scritto carducciano l’abbiamo trovato. 

Si tratta di un testo che Giosue Carducci scrisse, l’8 gennaio 1888, col titolo L’opera di Dante, e ripubblicato, alle pp. 1131-1160, in Prose di Giosuè Carducci, MDCCCIXL-MCMIII, terza edizione, Nicola Zanichelli, Bologna, 1903,  ove, alle pp. 1158-1159, possiamo leggere le seguenti – mirabili ed arcane – del nostro poeta:

«Alla intuizione, alla percezione, alla rappresentazione fantastica del misto mondo cristiano Dante uscì da quella contemperanza di sangui e razze che fece la nuova nobiltà del popolo italiano. I lineamenti del viso attestano in lui il tipo etrusco, quel tipo che dura ostinato per tutta la Toscana mescolandosi al romano e sopraffacendolo. Di sangue romano vantavasi egli; e il presentarsi della sua famiglia, come fiorentina vecchia, senza titoli di nobiltà castellana e senza nomi fino a certo tempo d’altra lingua, fa credibile una continuità di coloni conservatasi in città e regione men frequente d’affluenze germaniche. Ma germanico sangue gli colò per avventura dalle vene dalla donna che venne a Cacciaguida  di  val di Po, dall’Aldighiera ferrarese, di  nobil famiglia antica, in città rifiorita di stirpi longobarde, e che diè a’ nepoti il cognome di radice germanica. E così nell’opera artistica della visione cristiana l’Allighieri avrebbe recato l’abitudine al mistero d’oltretomba da una razza sacerdotale. Che pare vivesse per le tombe e nelle tombe, l’etrusca; la dirittura e la tenacità alla vita da una gran razza civile, cui fu poesia il jus, la romana; la balda freschezza e franchezza da una razza nuova guerriera, la germanica». 

Il testo del Carducci, con la sua agile – al contempo erudita e poetica – prosa, vela sue conoscenze più profonde, la cui provenienza può sfuggire a chi abbia una cultura meramente profana, ossia intellettuale ed universitaria. Interessante – molto interessante – è il fatto che Rudolf Steiner faccia riferimento a questo testo di Giosue Carducci, e ne disveli la occulta genesi. Indubbiamente, egli ebbe mediata la sua profonda conoscenza non solo di questo testo, ma dello stesso Carducci, da Marie Steiner-von Sivers, la quale ai primi del Novecento passò ben due anni nella etrusca, celtica, romana e germanica Felsina-Bononia-Bologna, ove conobbe personalmente il Carducci, frequentandone altresì le lezioni. Non rimane che riportare, traducendole dal tedesco, le parole di Rudolf Steiner, nella conferenza del 17 dicembre 1916, pubblicata in Zeitgeschichtliche Betrachtungen. Das Karma der Unwahrhaftigkeit. Erster Teil. Kosmische und menschliche Geschichte, Band IV., Dornach, 1978, S. 162-165:

«Abbiamo in Dante una personalità eccezionale alla fine del quarto periodo post-atlantico. Possiamo contrapporre una tale grande personalità a  quelle figure che hanno acquisito una certa importanza dopo l’inizio del quinto periodo post-atlantico, come per esempio Tommaso Moro. Consideriamo in modo speciale quel che in genere abbiamo riconosciuto in una personalità come Dante. Una personalità come Dante agisce in gran parte in maniera impulsante impulsante, in maniera significativa. È già interessante riflettere, almeno presagendo, su come una tale personalità sia entrata attraverso la nascita nell’esistenza terrena, che sarà significativa per l’umanità, riunendo, se posso adoperare una espressione barocca, quel che deve divenire, onde nascere nella giusta maniera dalla coppia di genitori giusta. Naturalmente, queste relazioni sono portate a realizzazione dal mondo spirituale; ma sono realizzati con l’ausilio di strumenti fisici. Quindi, per così dire, questo sangue viene diretto dal mondo spirituale, verso quel sangue, e così via. 

Di regola, una personalità come Dante non può mai uscire da un sangue omogeneo. Appartenere ad un unico popolo è assolutamente impossibile per una tale anima. Ci deve già aver avuto luogo una misteriosa Alchìmia, cioè, sangue diverso deve fluire insieme. Qualunque cosa possa dire a coloro che nell’alto patriottismo vogliono rivendicare le grandi personalità per un singolo popolo, dietro non vi è molto di reale!

Per quanto riguarda Dante, per farvi vedere che non sono partigiano, vorrei prima che qualcun altro descrivesse ciò che è chiaramente evidente nella sua natura a chi sa come entrare in questo essere. Sarebbe facile credere che io voglia  in qualsivoglia maniera in politica, cosa che naturalmente mi è nella maniera più possibile remota. Perciò ho interrogato il Carducci, il grande poeta italiano della epoca moderna, il quale era un grande conoscitore di Dante. Dietro Carducci, e proprio per questo lo sto indicando, ora vi è anche quello in Italia che viene chiamato “Massoneria” e che è legato a tutte le fratellanze occulte sulle quali ho attirato la vostra attenzione. Le argomentazioni teoriche di Carducci sulle cose reali nella vita sono, quindi, sino ad un certo grado, tratte da una tale conoscenza più profonda. Non voglio affermare che egli avresse posto in evidenza questa visione più profonda del mercato, o che fosse stato in qualsiasi modo un occultista; ma in quello che però dice vi sono talune cose che son giunte a lui da ogni sorta di di canali misteriosi.

Ora Carducci dice: In Dante, cooperano tre elementi, e solo attraverso la cooperazione di questi tre elementi l’essenza di Dante poté diventare ciò che fu. In primo luogo, attraverso alcuni elementi della sua stirpe, un antico elemento etrusco. Da questo Dante avrebbe ricevuto il fatto che i mondi soprasensibili si siano dischiusi per lui, cosicché egli poté parlare in maniera così profonda dei mondi soprasensibili. In secondo luogo,  vi è in lui si trova l’elemento romano, che gli dà il giusto rapporto con la vita del giorno e il punto di partenza di certi concetti giuridici. E in terzo luogo, dice Carducci, vi è in Dante l’elemento germanico. Da questo egli ha l’audacia e la freschezza della visione, una certa franchezza e una salda disposizione per ciò che si prefigge. A partire da questi tre elementi Carducci riassume la vita animica di Dante. 

Il primo ci indica l’elemento antico-celtico, che in qualche modo lo pervade attraverso il sangue e lo riconduce al terzo periodo post-atlantico, poiché l’elemento celtico nel nord riconduce a quello che abbiamo conosciuto come il terzo periodo post-atlantico. Quindi troviamo il quarto periodo post-atlantico nell’elemento romano, il quinto nell’elemento germanico. Dalle tre e dai loro impulsi, Carducci compone gli elementi nell’anima di Dante, così che abbiamo realmente tre strati che sono giustapposti o piuttosto sovrapposti: la terza, la quarta, la quinta epoca: celtica, romana, germanica. Buoni ricercatori dantisti hanno fatto grandi sforzi per capire come Dante, a partire dal mondo spirituale, abbia potuto mescolare il suo sangue in modo tale che sia diventato un tale composto. Naturalmente, ciò non è stato espresso con le stesse, come le ho testè dette, ma essi hanno fatto questi sforzi, e si crede che qualcosa cose sia stato raggiunto, essendo stati in grado di dimostrare una buona parte dell’ascendenza di Dante in Grigioni. Questo è stato confermato storicamente in una certa misura: la stirpe degli antenati di Dante indica di provenire da tutte le direzioni, ma anche da questa zona, dove è avvenuta tanta mescolanza di sangue. 

Vediamo come la straordinaria cooperazione dei tre strati dell’evoluzione umana europea venga alla luce in una singola personalità. E vedete, un uomo come Carducci, che non ha accolto questo concetto sotto l’influenza della attuale follia nazionalista, bensì partendo da una certa oggettività, indichi a ciò che sta alla base di Dante».

Da tutto ciò, soprattutto da quanto Rudolf Steiner comunica a proposito del testo dantesco di Carducci, si può scorgere quanto poco la storia esteriore conosca dei retroscena spirituali e occulti del nostro Risorgimento, e sovente quanto poco – salvo eccezioni – li conoscano la ignorantissima genia degli esoteristi, o sedicenti tali: antroposofi e “scaligeropolitani” compresi. Il più delle volte da loro vengono assimilati acriticamente pregiudizi, stati d’animo, e persino viscerali avversioni, sulla base di vere e proprie fabulae, e veri e propri miti, messi ad arte a giro in libri, giornali ed anche in vari siti telematici da chi ha interesse a nascondere e a travolgere la verità.

Da diverso tempo, infatti, vi sono varie persone – perlopiù legate all’Innominato gianicolense, ma anche altre non direttamente connesse con lui – le quali si fanno un dovere di sminuire e denigrare il Risorgimento d’Italia, avvenuto dopo un più che millenario asservimento e decadenza. Vi è chi sostiene che il Risorgimento italiano fosse il risultato della manipolazione e dell’ingerenza politica di una potenza straniera come l’Inghilterra, e della Massoneria inglese, arrivando persino a fare l’apologia delle insorgenze sanfediste di fine Settecento, e del banditismo filoborbonico e filoclericale del Meridione d’Italia nei decenni dopo la garibaldina Impresa dei Mille. In anni più recenti si son visti persino prelati e dignitari della potenza straniera d’Oltretevere sostenere, con spudorato stravolgimento della verità, essere il nostro Risorgimento, e l’Unità d’Italia, frutto dell’azione proprio della chiesa cattolica. Tutto ciò è semplicemente falso, e sarebbe perfettamente possibile dimostrarlo persino storicamente, a partire dagli eventi che sin dal Settecento prepararono il nostro Risorgimento. Forse un giorno sarà concesso di mostrarlo, e di rigorosamente dimostrarlo. Anche su questo temerario blog.

Ma quello che sfugge ai molti che in buona o pessima fede aderiscono alla “teoria del complotto”, o che si fanno morbidamente sedurre dal “trasbordo ideologico inavvertito” – cavalli di battaglia, sempre alla bisogna disponibili, dell’integralismo curiale della potenza straniera d’Oltretevere – è proprio la natura spirituale, e con essa la ragion d’essere del sorgere e dello svolgersi del nostro Rinascimento prima, e del Risorgimento poi. Natura e ragion d’essere di esso della quale la conoscenza fu riservata ad una ristretta élite iniziatica di cerchie di origine rosicruciana. Tali cerchie – che nulla, proprio nulla, avevano a che fare con la Massoneria inglese o col clericalismo curiale – operarono efficacemente con la loro influenza occulta all’interno della Carboneria, della mazziniana Giovine Italia, della Massoneria italiana, prima che questa desse luogo alle future degenerazioni. All’influenza di tali cerchie rosicruciane – e soprattutto alle loro élite – allude Rudolf Steiner nel suo far riferimento allo scritto di Giosue Carducci, in quale ebbe in qualche modo contatti diretti, e documentati, con esponenti di tali élite. Alcuni membri della mia famiglia fecero parte di tali cerchie, e qualcosa come una eco ne è giunta sino ai discendenti. Ma questa è un’altra storia.   

____________________________________________________________

Immagine dell’articolo: Ritratto di Dante Alighieri scoperto il 21 luglio 1840, nella cappella di Santa Maria Maddalena, al Bargello di Firenze, in seguito agli scavi voluti e finanziati dal barone inglese Sir Seymour Stocker Kirkup (Londra 1788 – Livorno 1880), pittore e bibliofilo inglese, grande studioso di Dante ed amico di Gabriele Rossetti, che visse quasi tutta la vita tra Firenze e Livorno. Secondo la testimonianza del Vasari il dipinto era di Giotto.

SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARDITISMO DELL’ASCETA

LUPO FEROCE

Durante la prima guerra mondiale – immane tragedia che sconvolse la vita di interi popoli e di decine di milioni di esseri umani: tragedia che travolse stati apparentemente solidi e vecchi di molti secoli, mettendo fine alle rosee illusioni di un fallace ottimismo positivista, nonché alle mire di un tradizionalismo passatista – si formarono nel Regio Esercito italiano alcuni corpi di «sfegatati», di coraggiosi pronti a tutto,  che in seguito presero il nome di «arditi», individui che Massimo Scaligero avrebbe volentieri chiamato «prepotenti generosi». Questi ultimi, nella giovinezza di Massimo Scaligero – come egli stesso ricordava in discorsi privati, e persino in un articolo, Dioniso, apparso in Testimonianze su Evola, Edizioni Mediterranee, Roma, 1974 –  erano dei simpatici maneschi tipacci, suoi amicissimi, i quali lo aiutavano a difendere altri suoi amici, di lui sodali in campo esoterico e non, dalle aggressioni che alcuni tristi personaggi dell’allora imperante regime – vere figure di gangsters – vigliaccamente mettevano in atto, con metodi squadristici, aggredendo in molti contro uno solo. Mi sono talvolta chiesto se cotesti «prepotenti generosi» non avessero davvero nelle loro vene, essi pure, un po’ di verace sangue di lupaccio etrusco. Mi piace pensarlo. A Massimo Scaligero era chiarissimo che in cotali evenienze non si può restare a vedere, con le mani in mano, e magari con uno sguardo di ipocrita rimprovero. Per cui ogni volta egli agì secondo l’oggettiva richiesta degli eventi.

Io stesso mi son ritrovato, in momenti particolarmente critici, a dover affrontare – per così dire: manu militari – la malvagia arroganza di chi pensava di poter distruggere impunemente persone deboli e indifese. In uno di quei critici momenti – passabilmente agitati – uno di cotali arroganti, alleandosi con suoi pari, di lui degni e come lui altrettanto indegni, aveva fatto una sorta di calcolo algebrico, dal suo punto di vista perfetto. Aveva messa su una sorta di equazione polinomiale, nella quale si sommavano, come monomi di un tipo particolare, il cinismo dei malvagi, l’indifferenza degli opportunisti, e la vigliaccheria dei cosiddetti “buoni”. Costui aveva dimenticato di mettere in conto nel suo astuto calcolo il pessimo carattere di alcuni – non molti, ma particolarmente mordaci – lupacci cattivissimi, ai quali non importava un tubero (come direbbe la nostra cara Savitri) di apparire “buoni”, lupacci che non conoscevano, e tuttora non conoscono, ragioni di opportunità, che non si spaventano punto di fronte alle esigenze di una lotta dura e di lunga durata, e alle relative, inevitabili, e perciò previste, pesanti conseguenze, ma che, invece, sono ostinatamente fedeli ai patti di fede giurata, alla verità, all’onore, all’amicizia, alle persone care. Conciosiacosaché molto mal gliene incolse al suddetto arrogante, e ai suoi squallidi “compagni di merende”, i quali tra l’altro avevano sulla coscienza – ma avevano costoro una coscienza? – la morte di una persona a me molto cara.

Le timorate “anime belle” obbietteranno sicuramente che il branco di lupacci cattivissimi, che nei su menzionati eventi fecero passare autentici momentacci all’algebrico arrogante calcolatore, e ai suoi fetentissimi alleati, nella fattispecie non furono – e, a dire il vero, neppure ora sono – “cristiani”. Il branco dei turbolenti lupacci cattivissimi non hanno veruna difficoltà a confessare una sì nobil colpa! Del resto, mica potevano aspettare di trasformarsi in figurini “morali”, per tentare di fermare poi l’azione distruttiva di quella gentaglia senza coscienza e senza cuore: se una cotale mirabil trasformazione fosse stata veramente necessaria per agire, i cattivissimi lupacci avrebbero, forse, dovuto attendere eoni, o intere ere cosmiche, prima di mettersi in azione, ma nel frattempo è certissimo che la proterva malvagità della parte avversa avrebbe continuato indisturbata la sua perversa opera di distruzione. Perché quando coloro che son coscienti della verità, e ben svegli, non agiscono risolutamente contrastandolo, il Male dilaga.

Più volte Massimo Scaligero ci ribadì esplicitamente che «non si deve essere “cristiani” prima del tempo», ossia che non si deve essere “buoni” perché deboli, o “pacifisti” – o pacifinti, se vogliamo – per mollezza etica, o per opportunismo. Sono molti che mascherano codardia e opportunismo dietro uno stucchevole – oramai ovunque imperante – “buonismo”, il quale – al di là di ogni scontata retorica di pragmatica – si risolve sovente in una comoda forma di “coesistenza pacifica” col Male: “coesistenza pacifica” con lo strapotere dell’Oscuro Signore, che si rivela essere, in verità, una vile diserzione, una latitanza, e oggettivamente in una sorta di ben mascherata “intelligenza col nemico”. Un tempo, quando vigevano i rigori del codice militare di guerra, la cosa, davvero poco onorevole, era da fucilazione alla schiena.

Che senso può avere la velleità, allora, di voler essere “cristiani” – con tutta la susseguente retorica di “amore universale”, di “autotrasformazione nell’anima dell’altro”, di “gioiosa comprensione e perdono”, etc., etc., quando non si sia capaci, non dico della forza e del coraggio di lottare per la verità e la giustizia, per quel che si ama, per chi si ama, ma nemmeno dell’atarassia stoica, o del distacco buddhico, che furono la grandezza morale del mondo antico in Occidente e in Oriente?! Nel migliore dei casi, tale velleità rimane una nobile quanto sterile aspirazione. Nel peggiore dei casi, essa non è altro che cinico opportunismo e menzognera ipocrisia. Della “dolcezza” di una sì ardente cristianissima “carità” ho avuto modo di fare a lungo ampia e amara esperienza sulla mia propria pelle di lupaccio cattivissimo, ed ho fatto eziandio tesoro dell’eloquente esperienza che altre persone, a me molto care, han dovuto fare sulla loro pelle.

Ma tornando al nostro tema, durante la prima guerra mondiale furono organizzati dei temerari gruppi d’assalto, gli «arditi» appunto, i quali operavano fuori delle trincee, direttamente contro le linee nemiche, o addirittura dietro di esse. I primi reparti furono organizzati, per operare in Valsugana, dal capitano, che più tardi giunse ai gradi di colonnello, Cristoforo Baseggio, con la sua “Compagnia della Morte”. Il Baseggio, milanese, sul quale le notizie che si trovano in rete sono le seguenti:

«Cristoforo Baseggio nacque a Milano nel 1869. Figlio di un avvocato triestino, scelse fin dall’adolescenza la carriera militare. Uscito dall’Accademia Militare di Modena, col grado di sottotenente a 21 anni, conseguì il grado di tenente nelle truppe alpine. Lasciò la divisa nel 1898 dopo aver partecipato alle campagne in Sudan e nel Transvaal con le truppe britanniche; si spostò in Marocco ed infine in Libia arruolandosi come volontario. Lasciato nuovamente l’esercito si dedicò all’ingegneria civile realizzando opere pubbliche in Egitto e in Libia. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, vi prese parte col grado di tenente, riuscì a farsi assegnare il comando di un nucleo di 70 volontari alpini denominato “Chieti”, divenendo al tempo stesso ufficiale d’ordinanza del gen. Graziani. Il 16 ottobre 1915 fondò a Strigno la “1° Compagnia Volontari Esploratori” o “Compagnia della Morte” della quale facevano parte gli “arditi” e si meritò numerose ricompense al valore fra cui diverse medaglie d’argento, una croce di guerra francese e una croce d’argento inglese».

Un coraggioso, dunque, e un uomo molto risoluto. Coraggiosi e risoluti furono pure i suoi uomini, i quali non si risparmiarono, neppure di fronte all’estremo sacrificio. 

«Il Baseggio comandò per qualche tempo una compagnia di Volontari Alpini e diresse numerose esplorazioni, piccole azioni di guerriglia. Nel settembre del 1915 decise di far qualcosa che “rappresentasse veramente un’utilità per l’Esercito e per le operazioni di Guerra”. Propose al Generale Farisoglio, comandante la 15° Divisione Fanteria con sede al Castel Ivano, di costituire una “compagnia autonoma per eseguire imprese ardite” e azioni di sorpresa. Questa compagnia sarebbe servita anche da retroguardia o di rinforzo nell’azione di maggiori reparti. Aveva imparato per studio e per esperienza che nella guerra specialmente di montagna, la manovra e la sorpresa hanno talvolta ragione delle posizioni più formidabili e che il morale delle truppe e lo spirito offensivo sono gli elementi principali della vittoria, quando siano temperati dalla prudenza e dal sangue freddo dei Comandanti e dalla loro conoscenza delle qualità topografiche del campo di battaglia”.

Fra le truppe si era radicata la “leggenda delle posizioni imprendibili”. Era necessario sfatarla con azioni guerresche anche di poca importanza dal punto di vista militare, ma tali da sollevare lo “spirito del soldato”.

La sua proposta fu accolta con favore dal Generale Farisoglio, appoggiata dal Generale Andrea Graziani e dal Generale Clerici del Comando della 1°Armata, che fornirono i mezzi per la costituzione della Compagnia.

Così nacque i primi di ottobre Strigno, in Valsugana, presso il “Casermone” la “Compagnia Esploratori Volontari Arditi Baseggio” e per la prima volta fu così costituito un “Reparto Autonomo Arditi di Guerra”. Composta da 13 Ufficiali, 450 graduati e truppa, da 120 soldati conducenti, fu dotata di due sezioni di Mitragliatrici, di una colonna di Salmerie di 120 muli ed un completo equipaggiamento. Fu aggregata per ragioni di vettovagliamento al Comando della 15° Divisione, amministrativamente autonoma e dipendente dal Deposito del 29° Regg.Artiglieria in Firenze e tatticamente alla diretta dipendenza del Comando di Corpo d’Armata. Gli scopi dovevano essere “l’esecuzione di imprese ardite e difficili compiti di avanguardia, di rinforzo e di sostegno”. Ad essa potevano accedervi militari che ne avessero fatta domanda e che possedessero i requisiti fisici e morali a giudizio del Comandante.

In pochi giorni fu radunata, armata ed equipaggiata; vi affluirono militari di ogni ordine e grado, di ogni età e di ogni arma e corpo: Carabinieri, Alpini, Bersaglieri, Guardie di Finanza, Artiglieri, Genio e perfino Veterinari. “Era una mescolanza variopinta e tumultuaria, tenuta assieme dal pugno fermo del Comandante… tutti distintisi in cento azioni e parecchi di essi morti gloriosamente; tutti indistintamente animati da un elevatissimo e sano spirito militare e da una febbre di combattere e di sacrificarsi. Era quello lo “spirito ardito” sopito nel soldato Italiano…” ».

Le perdite della “Compagnia della Morte” in combattimento furono elevatissime: solo nell’ultimo attacco su 200 soldati ne caddero 146. Ma furono fatti anche altri tentativi sul fronte più orientale del Veneto e del Friuli. La fondazione organica della specialità degli «arditi» all’estate del 1917, grazie all’azione congiunta del generale Capello, del generale Grazioli e del tenente colonnello Bassi, con sede operativa a Sdricca di Manzano, nell’udinese. L’addestramento era durissimo, con armi vere e sotto il fuoco non simulato, in condizioni il più possibilmente realistiche. Nel corso degli eventi bellici, gli Arditi divennero un corpo speciale d’assalto. Il loro compito non era più quello di aprire la strada alla fanteria verso le linee nemiche, ma la totale conquista di queste ultime. Per fare ciò, venivano scelti i soldati più temerari, che ricevevano un addestramento affatto realistico, con l’uso di granate e munizionamento reale, e con lo studio delle tecniche d’assalto e del combattimento corpo a corpo. Rispetto a quest’ultimo, vedremo subito l’apporto di un figlio dell’Estremo Oriente. Operativamente, gli Arditi agivano in piccole unità d’assalto, i cui membri erano dotati di petardi “Thévenot“, granate e pugnali, utilizzati in assalti alle trincee nemiche. Le trincee venivano tenute occupate fino all’arrivo dei rincalzi di fanteria. Il tasso di perdite naturalmente era estremamente elevato.

HARUKISHI SHIMOI ARDITO

Di queste unità speciali di ardimentosi guerrieri – è giusto chiamarli così, e non “soldati”, questi «prepotenti generosi» che rischiavano la dura pellaccia per amor di patria, e non certo per il magro “soldo” – fece parte un personaggio particolarissimo, del quale sulle pagine di questo blog si ebbe modo di parlare: Harukichi Shimoi, nobile figlio del Sol Levante.

Di lui, in questa sede, ci interessano al momento solo alcuni dati biografici, che vengono riportati qui di seguito. Harukichi Shimoi, – per gli appassionati degli studi yamatologi ne riportiamo il nome trascritto con i tradizionali kanji sino-giapponesi 下位春吉 –  nacque nella provincia di Fukuoka, il 20 ottobre 1883, ove pure morì il  1º dicembre 1954. Apparteneva ad un’antica famiglia di samurai, dopo aver ottenuto una laurea in anglistica presso la scuola magistrale di Tokyo, Shimoi si specializzò in lingua italiana e intraprese la professione d’insegnante presso un locale liceo femminile. In seguito all’intercessione dell’ambasciatore italiano in Giappone, il marchese Guiccioli, Shimoi ottiene  il trasferimento in Italia presso il Reale Istituto Orientale di Napoli. Dopo gli studi effettuati in patria, spinto soprattutto da quelli di italianistica, Shimoi si trasferì in Italia proprio per studiare a fondo l’opera di Dante, per poi divenir docente di giapponese presso l’Istituto Universitario Orientale di Napoli. Qui, coadiuvato da Gherardo Marone e Vincenzo Siniscalchi,  Shimoi intraprese altresì una vasta opera di diffusione della poesia Giapponese, grazie soprattutto alle pubblicazioni partenopee La Diana e L’Eco della cultura. L’insegnamento  e la collaborazione con gli orientalisti italiani cessò nel ‘15, in seguito allo scoppio della prima guerra mondiale avvenuto l’anno prima e all’entrata in guerra dell’Italia a fianco delle forze dell’Intesa. Nel 1917, durante la prima guerra mondiale, memore delle tradizioni della sua famiglia di samurai, si arruolò nell’esercito italiano, impegnato contro gli Imperi Centrali e, venuto a conoscenza della costituzione dei corpi speciali, gli «Arditi» appunto, divenne egli pure un Ardito, insegnando ai suoi commilitoni le nobili arti  del jiu-jiutsu e del karate.

Ora che è passato un secolo dai tragici eventi della prima guerra mondiale, chiediamoci che cosa possono, oggi, significare per un asceta operante nella Via del Pensiero le sopra riportate considerazioni? Molte cose, e non di poco conto. Almeno a mio orsolupesco avviso.

Anzitutto che è salutare dare il bando alle illusioni, che porterebbero molti ad andare alla ricerca dell’«isola felice», nella quale vivere il roseo sogno di una vita esteriore e interiore indisturbata dai drammi e dalle tragedie, nei quali verrebbe coinvolto il resto dell’umanità. Una tale posizione oltre che cinica è veramente oltremodo sciocca. L’ottimismo che una menzognera filosofia positivista aveva ingenerato in una Europa da belle époque – un ottimismo da “ballo Excelsior” come usa dire il mio terribilissimo amico C., animoso “asceta di altra dottrina”, come lo definirebbe con benevolenza e simpatia il Buddha Shakyamuni – ottimismo e filosofia che promettevano la liberazione dell’uomo dal bisogno, dall’ignoranza, dallo sfruttamento, da ogni forma di oppressione, venne spazzato via dal sangue di milioni di persone. E non è affatto detto che tali tragici momenti non ritornino a scuotere dal comodo sogno materialistico la vecchia e imbelle Europa. Che non è certo l’Europa spirituale prefigurata dal veggente e Iniziato Novalis in Cristianità o Europa, bensì l’Europa delle banche, dei formaggi fabbricati con polvere di latte e additivi chimici, dell’economia speculativa, della precarietà, dell’arroganza dei burosauri di Bruxelles, e quant’altro. Massimo Scaligero denunciò apertamente, e non poche volte, come il falso spiritualismo sia il primo responsabile di una tale decadenza dell’attuale mondo, sempre più stupido e immondo. Basta leggere con l’intelletto del cuore – giusto per citare un solo suo testo – quanto è scritto nel primo capitolo de Il Logos e i Nuovi Misteri, intitolato La responsabilità dell’esoterismo, per levarsi di dosso tutto un cascame di illusioni sentimentali e ipocrisie moralistiche, che tutto sono fuorché morali.

Sulla Via dell’Iniziazione, da sempre, si è trattato di traslare determinati elementi, eventi, o qualità, dal mondo esteriore a quello interiore. Nell’India primordiale, l’elemento esteriore del fuoco, simboleggiato nel dio Agni, il cui mirabile inno apre il Rig Veda, e l’ardore del fuoco sacrificale, tapas, erano fondamentali nei sacrifici che i brahmana eseguivano, per ricollegare il visibile mondo sensibile con l’invisibile mondo sovrasensibile: col mondo degli Dèi. Per gli asceti brahmana, come per i flamini della Roma Arcana, il calore di tale sacrificio vedico era creante, o ri-creante, o con-creante l’Universo. Ma venne un tempo in cui il sacrificio esteriore non fu sufficiente: occorreva riportare il tutto nel mondo interiore. Per cui, per i luminosi asceti delle Upanishad (così li definiva Massimo Scaligero), Agni – l’ignis latino – e il tapas – il tepor latino – divennero il fuoco e l’ardore dell’ascetica azione interiore. Tali asceti cercavano, con ogni loro forza, la “liberazione” dal samsara, e l’esperienza vertiginosa dell’Atman, del Purusha, dell’Uomo Cosmico, non caduto nella frantumazione della molteplicità illusoria, nella maya. E, appunto, con «ardore» essi si davano, si impegnavano senza residui, nell’interiore ascesi liberatrice.

Tra «ardire» e «ardore», come tra «ardito» e «ardente» vi è sicuramente connessione: non solo linguistica. Un “ardente ardore” – come un “ardente amore” – rende veramente “arditi”. Ed è notevole che, nella lingua italiana, «ardente» sia participio presente di ambedue i verbi: «ardire» e «ardere»: mirabile sapienza del Genio della lingua! Ora, la Scienza dello Spirito vuole suscitare nel discepolo dell’Iniziazione proprio questo “ardente ardore”.

L’Arcangelo Michael dal Maestro dei Nuovi Tempi viene chiamato «il fiammeggiante principe del pensiero». Michael genera quello che Massimo Scaligero chiamava calor cogitationis, ossia quel “fuoco”, quel “tapas”, quell’ardente calore sacrificale nel pensare volitivo, che discioglie i pensieri dalla testa e li porta nel cuore. Ma questo non è certamente il facile cuore emotivo, alla cui comoda ricerca si volgono tante “anime belle”, che vogliono sentirsi “buone” a buon mercato. È qualcosa, invero, di molto più radicale. Molte di tali “anime belle” trovano, anzi, che l’ardente fuoco di un tale pensare volitivo sia piuttosto raggelante e inaridente nei confronti delle debordanti reazioni emotive e delle insorgenti pulsioni istintive. Hanno pienamente ragione. Come avevano pienamente ragione quegli Ermetisti cultori della Ars Regia, e della poco amata via secca, i quali affermavano di “lavare col fuoco e bruciare con l’acqua”, e aggiungevano che il loro “fuoco” – appunto un raggelante fuoco sidereo – “congelava l’oro e l’argento nelle viscere della terra”.

Nei confronti delle tempeste emotive e delle insorgenze istintive nulla possono il cerebrale pensiero razionale o l’ondeggiante sentire mistico. Ma dei due, quello più pericoloso, perché più illudente nella sua passività, è proprio il sentire mistico. Almeno il disanimato pensiero razionale può sempre essere volitivamente pensato, e poi ripensato, ostinatamente ripensato: sino a che esso non si animi – come insegna Massimo Scaligero – della sua interna forza. Il disanimato pensiero riflesso ha perlomeno il merito di isolare tutto ciò che proviene dalla psiche ribollente, coi suoi moti emotivi e le insorgenti pulsioni istintive.

Nei confronti dell’arrogante natura inferiore è assolutamente necessario essere “arditi”: risolutamente “arditi”. Perché se si aspetta che sia una pacifica e neghittosa “evoluzione naturale” a portare al superamento dell’abietto servaggio, bisogna proprio dire che ci si illude grandemente, e molto poco saviamente. La stupidissima e pericolosa illusione è quella che, col più mordace sarcasmo, Arturo Reghini bollava a fuoco come ironico contenuto del popolare adagio etrusco “col tempo e con la paglia, maturan le sorbe e la canaglia!”. La natura inferiore nell’essere umano è sì decadente e guasta, ma è anche potente, nonché fornita di una antica e perfida “sapienza”, la quale domina incontrastata nell’anima dell’attuale uomo poco consapevole: uomo spesso avido di comodo e indisturbato servaggio. Detto in parole povere: non si può migliorare la peste. Catastrofi e dolore sono l’unico rimedio, il farmaco d’urgenza alla pigra comodità dei pavidi, che i Numi donano con una generosità, che trova poco gradimento da parte degli umani.

Per parafrasare l’espressione che mi rivolse, molti anni fa, una sagace, e sapiente, amica, occorre essere «essere sempre all’attacco, degli “arditi” sempre all’offensiva». Ed è giusta la “violenza” che l’essere spirituale – l’Io – deve incessantemente esercitare nei confronti della infida natura inferiore. L’arte – perfida e mefitica arte – degli Dèi distruttori, è quella di convincere gli umani che il loro potere sia basato su “posizioni inespugnabili”. Come, nella prima guerra mondiale, i nostri Arditi si avventavano temerariamente contro posizioni austriache ritenute imprendibili, inespugnabili, così nella solare Via del Pensiero l’asceta con la Concentrazione assalta, espugna e dissolve il fatale potere della guasta, decadente, lunare, natura inferiore, attraverso la quale l’Oscuro Signore fonda il suo potere. Parafrasando un’antica espressione orientale, che mezzo secolo fa, purtroppo, venne strumentalizzata in Cina a scopi politici, l’ardimento interiore dell’asceta dimostra che il potere dell’Oscuro Signore è una “tigre di carta”, la quale può spaventare con le sue forme e colori i bambini piccoli, ma che infallibilmente brucia incontrando il fuoco. Il raggelante fuoco della Concentrazione.

Ci si può chiedere perché l’Antroposofia, sorta agli inizi dello scorso secolo, dopo la morte di Rudolf Steiner, malgrado l’azione coraggiosa di pochi discepoli fedeli, sia finita miseramente nei tradimenti dei suoi dirigenti, nella mediocrità – quella orribil cosa che George Orwell chiamava “conglomerated mediocrity” – della stragrande maggioranza dei suoi seguaci, nella degradazione dei suoi contenuti ad un livello New-Age, che suscita sovente sorriso e disprezzo negli autentici cercatori dello Spirito. Ci si può chiedere altresì perché, dopo la morte di Massimo Scaligero, il rinascente movimento spirituale, da lui potentemente impulsato a prezzo di suoi immani sacrifici, sia finito, o rischi di finire nella stagnazione, o il contenuto del suo messaggio venga alterato, a pro’ del noto “trasbordo ideologico inavvertito”. Ovvero spento a pro’ della parte avversa d’Oltretevere.

Certo, il come tutto ciò sia avvenuto è sin troppo chiaro agli orsolupeschi occhi di coloro che in tali vicende hanno voluto, e vogliono, vederci chiaro. Infatti, malgrado le attuali, volute, alterazioni in corso delle opere di Massimo Scaligero – a volte, qua e là, singole parole, altra volta un intero capitolo – e il ripetuto rifiuto di pubblicare e diffondere testi operativi di Rudolf Steiner, testi che sarebbero preziosi per il libero cercatore che voglia essere un praticante interiore, e malgrado il “riscrivere la storia all’indietro” su Massimo Scaligero e non solo, da parte di chi ha un senso della verità “a geometria variabile”, allo sguardo di coloro che non vogliono illudersi il “gran giuoco” – per dirla alla Rudyard Kipling di Kim – di costoro è ben evidente sin nelle più intime trame, e nelle celate finalità: meschine trame e squallide finalità. Da questo punto di vista ben poco differisce, in atti e metodi, l’agire passato e presente dell’Innominato, e dei suoi famuli, da quel che fecero un Albert Steffen, un Guenther Wachsmuth & Co., nei confronti dell’Opera di Rudolf Steiner – per saccheggiarla, distorcerla, affossarla – nei confronti di quei discepoli del Dottore che si opponevano a un tale scempio, e persino nei confronti della stessa Marie Steiner. E ben poco differisce, nei modi e nei contenuti, l’agire dell’Innominato da quello dell’astuto algebrico calcolatore, che – con il generoso ausilio di altri lupacci cattivissimi – dovetti affrontare anni fa. Le analogie sono eloquenti, ma la cosa non desta affatto stupore: nihil sub sole novi!

Se il come, ad uno sguardo sagace e veramente spregiudicato, emerge evidente, ci vuole invero un sguardo audace, ben penetrante, per cogliere il perché di un così palese venir meno ad impegni sacri, ai patti di fede giurata, al culto della verità, all’amicizia, alla fraternità, alla gratitudine verso i Maestri, sino a scendere alle bassezze del tradimento, della menzogna, della calunnia, del sabotaggio, delle minacce legali e fisiche, dello spergiuro, della persecuizione, della derisione sacrilega del Rito della meditazione in comune, delle congiure, degli intrighi.

Purtroppo, la risposta ad una tale domanda, pur non facile per molti da trovarsi, è semplice nella sua scarna nudità. Il perché di tutto ciò è che è mancato, o è venuto meno, il coraggio! È mancato, o è venuto meno, quello “ardente ardire” che spingeva, un secolo fa, quei temerari guerrieri ad assaltare le “imprendibili”, le “inespugnabili” posizioni austriache fortificate. È mancato quel coraggio che spingeva – fedeli al motto “maxime audere semper” – taluni sfegatati a forzare le formidabili difese dei porti della flotta austriaca nell’Adriatico, o anche affrontando – ancor più pericolosamente – in mare aperto, con mezzi che erano davvero fragili “gusci di noce”, giungendo ad affondare corazzate nemiche temibili per strutture e volume di fuoco. Riscuotendo persino la stupita ammirazione dell’Ammiraglio Horty, il comandante ungherese della nemica flotta austriaca. 

Ora, alcuni di quei temerari audaci erano eziandio dei coraggiosi praticanti interiori, che portavano nell’azione spirituale lo stesso impeto che mettevano nell’esteriore azione bellica. Taluni di loro furono dei concreti “realizzatori” spirituali, perché – come affermava Massimo Scaligero – “il Logos ama chi si compromette!”. Questa massima audacia, questo dare – ogni volta – l’assalto ai limiti interiori, è ciò che è mancato – salvo eccezioni – e manca tuttora ai più, nella Comunità Solare. Si è giunti persino – da parte dell’ineffabile Innominato – a scoraggiare ogni intenso impegno interiore nella Via del Pensiero – da costui dichiarata, com’è noto, essere una “Via incompleta e superata” – e a sconsigliare quell’estremismo interiore al quale ci spingeva, sin negli ultimi incontri che Massimo Scaligero ebbe con i giovani della mia città, perché al dire dell’Innominato – e non solo di lui – “bisogna stare attenti a fare troppa concentrazione, perché può far male”, perché “nella vostra città di concentrazione ne è stata fatta anche troppa!”.

È, dunque, viltà conoscitiva, la mancanza di coraggio, o il venir meno del coraggio, che almeno in taluni, e talune, un tempo era pur presente, il perché dell’opposizione – mascherata o aperta – alla Via del Pensiero, l’avversione alla Concentrazione, il deridere e calunniare il Rito della Meditazione in comune. Questa mancanza di coraggio, o il suo venir meno, può portare ad una forma di nihilismo spirituale, il quale – una volta che vi sia rinuncia alla realizzazione spirituale – genera una forma di “invidia metafisica”, perché quel che per viltà, e fiacchezza della volontà, si è rinunciato a realizzare, altri NON devono realizzare.

E, invece, malgrado ogni affermazione contraria dei malevoli interessati, la paura può, volendo, essere vinta; attraverso l’Ascesi può essere generata e consacrata una volontà forte e cosciente; si può voler volere oltre i limiti personali, oltre gli stessi limiti del karma: come ammoniva Massimo Scaligero; si può osare l’inosabile! Tutti siamo, come esseri naturali, deboli, e in tutti noi vi è paura, terrore, di fronte alla travolgenza incandescente sello Spirito: chi pensi il contrario, bisogna dire proprio che si fa pericolose illusioni su se medesimo. Ma la Scienza dello Spirito – la Via del Pensiero – dà modo di costruire la forza – la “forza, forte di tutte le forze”, come è chiamata nella ermetica “Tavola di Smeraldo” – dà modo di generare la possente volontà che va oltre la natura, la volontà che alla natura manca.

La Concentrazione può essere attuata da chiunque: quale sia il suo punto di partenza, e la sua debolezza. La Concentrazione, gradualmente, può essere portata oltre ogni limite: può essere attuata in qualsiasi situazione, anche nella meno propizia. Si può essere “Arditi” dello Spirito, assaltatori di ciò normalmente sembrano “posizioni nemiche imprendibili”, “fortezze inespugnabili”. Non esistono a livello spirituale simili “fortezze inespugnabili” per una volontà decisa “a tutto osare”: osare con coraggio, in libertà, e per amore: unendo, come faceva l’«ardito» samurai Harukichi Shimoi, “forza” e “gentilezza”, “coraggio” e “sapienza”. Soprattutto come faceva Massimo Scaligero, il cui coraggio si attuò veramente oltre ogni limite umano, e che ci indicò la Via aurea del supremo ardimento: la Concentrazione.

Per noi la pratica instancabile della Concentrazione, e l’aurea Via del Pensiero, saranno – come per i mitriasti, gli iniziati ai Misteri di Mitra – militia sacra super terram”. 

SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ESTREMISMO INTERIORE DELL’ASCETA

ecoantroposophiait-massimo

(Massimo Scaligero)

La parola “estremismo” – soprattutto riferita all’attività interiore del ricercatore spirituale – è una parola che ai più non piace affatto. Non piace perché è presentita alludere ad una decisa intensificazione della volontà cosciente, che segretamente viene ritenuta scomoda e faticosa, e quindi sistematicamente avversata. Ebbene, costoro hanno perfettamente ragione! Vi è solo da chiarire che in realtà è all’infingarda natura inferiore che un tale estremismo interiore non piace punto, e non può piacere. Ed è una tale accidiosa – ed eziandio acidiosa – natura inferiore quella che non gradisce la scomoda e faticosa intensificazione della volontà. 

Il fatto è che – come di diceva molti anni fa il mio amico L. – la maggior parte delle persone, compresi molti sedicenti “spiritualisti”, vorrebbero andare in paradiso confortevolmente in carrozza: belli comodi comodi, con l’aria condizionata, e forniti – aggiungo io – di smart-phone, tablet, Wi-Fi funzionante e, naturalmente, con un ben rifornito frigo-bar. Simpatica prospettiva, invero, però molto illudente e, soprattutto, poco salubre.

Da sempre, nelle vie iniziatiche d’Oriente e d’Occidente, la condizione umana viene considerata al contempo privilegiata e pericolosa. Condizione privilegiata, perché solo l’essere umano, pienamente incarnato sulla Terra, può realizzare, come è stato più volte ribadito sulle pagine di questo blog, Autocoscienza, Libertà, e Amore. Ma, come ammoniscono i testi della Sapienza d’Oriente, «una nascita umana è difficile da ottenere»: per molti sarebbe importante che capissero perché. La condizione umana viene invidiata persino dagli Dèi, i quali – come insegna la Scienza dello Spirito – hanno sì coscienza sovrasensibile e illimitata sapienza, ma non autocoscienza; hanno sì travolgente potenza, ma non sono liberi; hanno sì capacità di suscitare ed emanare profondi sentimenti ma, per così dire, lo fanno in maniera ‘automatica’, ossia secondo necessità, sia pure trascendente.

Ora, Massimo Scaligero ha insegnato che si ama perché si vuole amare, e non perché si è costretti ad amare, o perché non si sa o non si può farne a meno. Quindi per amare – per autenticamente amare – si deve essere liberi, e per essere liberi è necessario – assolutamente necessario – essere autocoscienti. Ma autocoscienza e libertà – condizione necessaria per amare – sono conquista, talvolta aspra e faticosa conquista, e non sono un dato di natura. Ovvero sono un atto, e non un mero fatto naturale: non sono nulla di scontato. Come vedremo dalle stesse parole di Massimo Scaligero.

Questa condizione umana, perlomeno da questo punto di vista, è dunque “privilegiata”, e Rudolf Steiner mette bene in evidenza il fatto che non vi sia dio che possa sperimentare il mondo in concetti, s’ei non si incarna sulla Terra in un corpo umano. Ben poche deità – come insegna la Scienza dello Spirito – hanno scelto di rinunciare al proprio rango divino, per incarnarsi sulla Terra ed accompagnare così l’essere umano nella sua temeraria missione, nella sua impossibile impresa.   

Condizione oltremodo pericolosa, inoltre, quella umana, nella quale viene a svolgersi la suddetta temeraria  impresa, che oggi potrebbe essere definita addirittura impresa disperata. Che la condizione umana sia tale, può essere ben caratterizzato dalle parole ammonitrici di Massimo Scaligero, il quale giunse ad affermare, in colloqui e in riunioni, che l’uomo attuale, nella sua involuzione nella materia con le relative conseguenze, è andato persino oltre le previsioni e le più rosee speranze dello stesso Oscuro Signore, del Principe dell’Oscuro Pensiero, come veniva chiamato nella tradizione zarathustriana. E certamente poco rassicuranti e per nulla consolanti sono le parole dell’ultimo capitolo delle Massime Antroposofiche, nelle quali Rudolf Steiner parla di una possibile caduta nel subumano, o le parole ch’egli disse a Giovanni Colazza nel loro ultimo incontro, allorché disse che «l’esperimento uomo potrebbe anche fallire».

Si tratta di aver ben chiaro – ed è bene non volersi fare in proposito veruna illusione – che quella umana attuale è una condizione di estremo pericolo. Giova ricordare le parole – al tempo stesso preveggenti e ammonitrici – che Massimo Scaligero scrisse nel 1956 in Iniziazione e Tradizione, pp. 41-42:

«Chi guardi con occhio rischiarato, riconosce nel mondo della necessità – fisica o psichica – nel passato e nella natura, ciò che rende inevitabili il male, la malattia, la morte. È ciò che, venendo scambiato per vita, in quanto costituisce le basi dell’ordinaria esistenza, porta l’essenza della vita alla contraddizione radicale con l’essere, ormai passivamente accettata e persino organizzata scientificamente, ma ogni volta riemergente nella sua tragicità attraverso quella misura del reale che è il dolore e la morte.

Questa contraddizione giunta collettivamente al limite, ormai per la seconda volta, nell’attuale secolo, conoscerà la sua istanza risolutiva nei prossimi decenni quando si presenterà la terza prova: la quale è virtualmente cominciata e pesa ormai su ciascun essere, come segreta angoscia, come segreta paura, come senso d’inutilità e senso di impotenza. L’ora presente è grave: non è una espressione retorica questa. Chi conosce come realmente stiano le cose, sa che quei pochi che hanno una qualunque responsabilità interiore, non dovrebbero ormai perdere più un minuto di tempo, non dovrebbero rimandare di un attimo la loro decisione per quei superamenti che in segreto essi veramente conoscono di quale natura debbano essere. Compiti del genere non possono più essere rimandati. Occorre nella calma decisione realizzare quella stessa forza che è stato possibile evocare in taluni momenti decisivi, quando, per lo schianto di ogni resistenza umana, sembrava che dovessero venir meno le basi della vita.

Si è alla vigilia di eventi che possono essere gravemente distruttivi per l’uomo o preludere a una rinascita nel segno dello spirito».

Mi sembra che quelle di Massimo Scaligero siano parole estreme, che descrivono, senza infingimenti di sorta, una situazione estrema, ed indichi altresì un compito eroico e, appunto, estremo. Un testo come Iniziazione e Tradizione venne da lui scritto, come abbiamo detto più sopra, e secondo la testimonianza che me ne dette il cugino Amleto Scabelloni, nel 1956: dunque solo tre anni dopo la scomparsa di Giovanni Colazza, e meno di otto anni dopo quella di Marie Steiner. Dunque in un epoca che a noi potrebbe apparire, oggi, quasi come un sogno pervaso di luce, ed un’epoca addirittura “invidiabile” se paragonata alla presente da noi vissuta. Il suo lucido sguardo di Iniziato vedeva già allora chiaramente la situazione spirituale del tempo – era già ampia e irreversibile degenerazione della Società Antroposofica – e quella futura. Di fronte al dissolvimento delle comunità spirituali in generale, e alla sempre più convulsa e dilagante degradazione della civiltà, Massimo Scaligero, il quale – stando a quanto mi comunicò Amleto Scabelloni, riferendomi il contenuto di un colloquio tra lui e suo cugino, avvenuto proprio in quell’anno – pur essendo egli contrario a scrivere di Scienza dello Spirito, decise di scrivere questa sua prima opera, Iniziazione e Tradizione, e poi di seguito l’Avvento dell’Uomo Interiore e il Trattato del Pensiero Vivente, ma lo fece solo su esplicita richiesta del Mondo Spirituale: questo in conseguenza della drammaticità dei tempi di allora e di quelli futuri. 

Amleto Scabelloni mi riferì di quel colloquio, avendogli io posto delle domande sulla decisione di scrivere, rievocando quanto Massimo Scaligero stesso mi aveva detto in alcuni incontri, da me avuti con lui.  In uno di quei colloqui, Massimo Scaligero definì questa “necessità” di scrivere, come il «sacrificio della parola», la «compromissione della propria Via per la Via degli altri»: sacrificio che io trovavo nobilmente bodhisattvico in senso mahayanico e manicheo. So, per certo, quanto un tale sacrificio gli costasse: sacrificio che lo portava a donare molto del suo tempo e delle sue forze per incontrare tutti coloro che avevano bisogno di orientamento interiore. 

Oggi a trentotto anni dalla sua dipartita, la situazione pericolosa è, a mio modesto parere, moltissimo peggiorata, per non dire che è addirittura parossisticamente compromessa. Per usare un’immagine calzante – metaforica solo sino ad un certo punto – si può dire che l’essere umano, oggi, stia seduto spensieratamente nella bocca del drago. È stato ribadito più volte su questo blog che, in realtà, come esseri umani siamo esattamente dove dobbiamo essere; che siamo esattamente dove, da millenni, era previsto che fossimo e dove sarebbe stato necessario essere. Il problema per l’uomo attuale è che una tale condizione di estremo pericolo egli l’affronta con uno stato di coscienza del tutto inadeguato. Appunto, spensieratamente, superficialmente, con una fatua e colpevole noncuranza. Mentre si preoccupa, facendone delle vere e proprie tragedie, per inezie assolutamente insignificanti. Viene alla mente quel che il premier inglese Winston Churchill – da me non esattamente stimato – diceva degli italiani, e cioè ch’egli si stupiva come gl’italiani «andassero alla guerra come fosse una partita di calcio, e ad una partita di calcio come se andassero alla guerra». Pur nella malevolenza che il politico britannico mostrava di nutrire per il nostro paese, vi è del vero in quel ch’egli beffardamente affermava. Ma la sua affermazione è estendibile a molti campi della vita, e non solo italiana: esteriore ed interiore.

Massimo Scaligero, per esempio, più volte mise in evidenza come i discepoli della Scienza dello Spirito, che si lamentavano della difficoltà della Via, del fatto di non avere, a loro dire, sufficienti forze di volontà, in realtà di forze ne avevano sin troppe: forze che abbondavano nelle forme dell’ego. Ma questa soverchia abbondanza di forze non era – così diceva – consacrata  e messa al servizio dello Spirito, bensì consumata e sciupata per esteriori finalità assolutamente effimere. Infatti molte volte fece osservare, con quanta tenacia molti “discepoli” perseguissero l’appagamento delle proprie effimere brame, e quanta sagacia e intelligenza mobilitassero per la soddisfazione delle medesime. Metteva in evidenza come molti fossero capaci, per esempio, di alzarsi alle 3.00, o alle 4.00 del mattino, per partire ad ore antelucane in vacanza verso luoghi lontani, ma che non erano capaci di lasciare il letto mezzora o un quarto d’ora prima per  iniziare la giornata con una concentrazione. Faceva notare come tanti “discepoli” della Scienza dello Spirito avessero tempo in abbondanza per mangiare, bere, lavorare, divertirsi, occuparsi e preoccuparsi di innumerevoli beghe, e così via, e come donassero alla pratica interiore e allo studio rituale dei testi della Sapienza sacra solo rimasugli del loro tempo. È assurdo far trascorrere 23 ore e 50 minuti nella dispersione esteriore, e poi pretendere di attuare, in soli 10 minuti, la Concentrazione interiore.

In effetti l’anima dell’uomo attuale è avida di inerzia, ha una voluttuosa brama di comodità, e questo fatto la fa permanere in uno stato di assonnato stordimento, di illudente ebrezza, che gli fa provare avversione per ciò che vorrebbe spingerla a sottrarsi a tale spenta e vilissima condizione. L’illusione di molti è che una cotale condizione sia sì indegna e vilissima, ma che in fondo essa non comporti di per sé alcun pericolo, mentre viene vista come scomoda e faticosa la Via che mena alla realizzazione spirituale. Per cui si cerca di farla al risparmio. Non certo con scomodo estremismo. In realtà, non può esistere una illusione più clamorosa, e più pericolosa, di questa.

Un tempo l’essere umano poteva scegliere se vivere immerso nel sonno della Tradizione, lasciandosi guidare dall’esterno da coloro che spiritualmente sceglievano per lui, oppure intraprendere il difficile e duro cammino della liberazione. Nelle antiche civiltà – e ciò risulta sempre più vero quanto più indietro si risalga nel tempo – l’essere umano non ancora del tutto autocosciente, in quanto ancora non del tutto recluso nella prigione somatica, ma possessore di residui di una primordiale chiaroveggenza, viveva in un mondo largamente a misura dell’Uomo spirituale, dell’Uomo interiore. Rudolf Steiner, infatti, così scrive nel libro L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?, Editrice Antroposofica, Milano, 1971, pp. 17-20 :

«Le vie che rendono l’uomo maturo ad accogliere un segreto sono ben determinate. La loro direzione è tracciata con lettere indelebili ed eterne nei mondi dello spirito nei quali gli iniziati custodiscono gli arcani superiori. Nei tempi antichi anteriori alla nostra «storia» i templi dello spirito erano anche esteriormente visibili; oggi, quando la nostra vita è diventata così vuota di spiritualità, essi non esistono nel mondo che è visibile all’occhio esteriore. Ma spiritualmente esistono dappertutto, e chiunque cerchi può trovarli. […]

Di una cosa conviene rendersi ben conto: che un uomo, completamente immerso nella civiltà tutta esteriore della nostra epoca, incontra gravi difficoltà per giungere alla conoscenza dei mondi superiori. Vi riesce soltanto, se lavora energicamente su di sé. Ai tempi in cui le condizioni della vita materiale erano semplici, era anche più facile conseguire un’elevazione spirituale. Ciò che meritava venerazione, ciò che era da considerarsi come sacro, emergeva maggiormente sulle condizioni ordinarie del mondo circostante. In epoca di critica gli ideali si abbassano. Altri sentimenti subentrano alla venerazione, al rispetto, alla devozione e all’ammirazione».

A riprova di queste parole del Maestro dei Nuovi Tempi, purtroppo – e fa sanguinare l’anima il dirlo – basta andare a vedere sino a quale infimo, e infame, livello è sceso il comportamento di non pochi “seguaci” della Scienza dello Spirito, i quali non si fanno alcun scrupolo di criticare – con argomentazioni false e perfide, e in taluni casi con espressioni che più imbecilli non potrebbero essere – Massimo Scaligero, Marie Steiner e lo stesso Rudolf Steiner. E questo avviene sia nell’ambito della cosiddetta Antroposofia “ufficiale” (ovvero all’interno della Società Antroposofica in Italia e all’estero), sia all’interno di quelle cerchie che il mio ottimo amico C., animoso asceta d’altra dottrina, e grande ammiratore del nostro Maestro, scherzosamente chiama “scaligeropolitane”. E la cosa tanto più sconcerta vedendo a quali livelli letteralmente osceni, su certi social network, taluni di questi “seguaci” siano capaci di scendere, con un linguaggio da lupanare. Ma ancor più stupisce e sconcerta vedere come nessuno dei frequentatori di quelle pagine virtuali, per viltà e opportunismo, per conformismo, si ribelli di fronte a simili sacrileghe blasfemie. Molti, anzi, non pochi si compiacciono, ammirati, di fronte a tali espressioni – che di per sé sono sintomi patologici di anime sporche e deformi – come di manifestazioni di particolare spregiudicatezza, o minimizzano la cosa come se si trattasse di innocenti birichinate, di una sorta di divertente “goliardia esoterica”, mentre invece sono atti laceranti che castrano letteralmente l’anima, e rendono inutile o dannoso un eventuale operare occulto. Certo che, se questo è il livello dei suddetti “seguaci” della Scienza dello Spirito, non vi è affatto bisogno dell’opera demolitrice degli avversari esterni: a distruggere la Comunità Solare può essere anche più che sufficiente la sola opera dei nemici interni. Sed de hoc satis!   

Il cammino spirituale che Rudolf Steiner e Massimo Scaligero indicano, un tempo veniva considerato adatto a pochissimi, e le ardue prove alle quali veniva sottoposto l’iniziando operavano una severa selezione. Ma oggi, in un’epoca in cui si sono dissolte le società tradizionali, e nella quale la demonia economica e materialistica ha ormai devastato Oriente e Occidente, senza nulla risparmiare, tutti gli esseri umani sono chiamati ad affrontare l’impresa spirituale. Oggi, ogni essere umano dovrebbe essere un praticante interiore: l’alternativa a un tale impegno sono l’alienazione crescente, le nevrosi sempre più dilaganti, l’istupidimento televisivo e telematico, il non senso della vita, l’angoscia di un’esistenza in-autentica e in-significante, e sempre più spesso la follia. Sempre più sarà così, come si può scorgere da molti segni.        

Nella sapienza indiana arcaica, vi è un testo, la Katha-Upanishad, 1.3.14, che ammonisce il cercatore della Via di liberazione, con queste parole:

«Sorgete! Svegliatevi! Avendo accostato i Maestri, imparate! Difficile è il passo sul filo tagliente di un rasoio: così i saggi dicono che ardua è la via della salvezza».

E Massimo Scaligero antepone alcune parole al suo scritto Iniziazione e Tradizione, parole che indicano chiaramente il Sentiero da seguire e la mèta da perseguire. Ne trascrivo solo la frase iniziale:

«Queste pagine intendono offrire un orientamento meditativo a coloro che, oltre ogni preferenza dottrinaria o passione o attaccamento – in un momento della storia dell’uomo la cui gravità non consente indugi in rimedi illusori – sentono la Iniziazione come esigenza assoluta».

Potremmo dire, con gli Antichi: Extrema Thule ultima salus! Situazioni estreme esigono, appunto, estremi rimedi. Nell’attuale situazione di estremo pericolo, che per la Comunità Solare – per le inadeguatezze, le diserzioni e i tradimenti che si sono verificati – è stata come una vera e propria Caporetto, ossia una colpevole disfatta, anche se non totale, è necessario essere molto risoluti e trarre dalla lucida disperazione forze di coraggio, di interiore disciplina, ed energia instancabile. In altre parole, per usare una immagine analoga a quella appena riportata, occorre formare una sorta di linea del Piave, che per nulla al mondo deve cedere e che, costi quel che costi, deve resistere all’impatto dissolvente delle forze distruttive. A costo di ripetermi, voglio ribadire, nel caso qualcuno dubitasse dell’estrema pericolosità dell’attuale condizione umana, quanto scrisse il Maestro dei Nuovi Tempi nell’ultimo capitolo delle sue Massime Antroposofiche, ove parla del fatto che la salvezza e la realizzazione dell’uomo come mèta delle Gerarchie non è affatto cosa scontata e che vi è la possibilità concreta che l’umanità si sfracelli nell’abisso del subumano. Durante l’ultimo colloquio che Giovanni Colazza e Rudolf Steiner ebbero a Dornach, prima della morte di quest’ultimo, dopo aver dichiarato, come abbiamo riportato più sopra che : «L’esperimento “uomo” potrebbe anche fallire», volle aggiungere che se l’Antroposofia fosse fallita in Germania, essa sarebbe rinata in Italia in una forma nuova, giovanile, non cristallizzata in istituzioni burocratiche. E questa fu l’opera di Massimo Scaligero. Questo è altresì il compito ch’egli ci ha trasmesso. Ciò spiega gli attacchi che vengono rivolti, per far fallire quest’opera, anche e soprattutto all’interno della cerchia “scaligeropolitana”. Attacchi di ogni tipo: dalla volgare derisione nei confronti dei Maestri, fuori e dentro la “cittadella”, alla riduzione della Scienza dello Spirito ad una logorante dialettica, intellettualistica, ad una stucchevole mistica sentimentalità moraleggiante, insino alla alterazione e falsificazione degli scritti di Massimo Scaligero, al noto “trasbordo ideologico inavvertito”.  

In questa situazione oramai di permanente emergenza e di estrema pericolosità, non è affatto fatale che l’essere umano realizzi Autocoscienza, Libertà e Amore. Ciò è detto a chiare lettere alle pp. 155-156 de L’Uomo Interiore:

«In certi ambienti esoteristici si crede che a un dato mo­mento, per impulso evolutivo, dovrebbe scattare da sé la molla della libertà, per cui l’uomo riascenderebbe fatalmente le sfere dello Spirito: ma certamente come un automa, il cui volere non si è liberato dalla natura. Ciò è ingenuo, come ogni concezione che veda fatale una evoluzione, o una salvez­za dell’uomo. Occorre accostarsi all’essenza del pensiero co­me al mistero della libertà, perché questa cominci a sorgere come concreta forza: con il senso dell’assolutezza della sua fun­zione, si può procedere verso il punto in cui la libertà erom­pe nell’anima come potere creatore. O l’Io che sorge, o nulla, o il centro di ciò che si è, o un decadere che si continua a chiamare  esistenza: tale l’alternativa.

L’umano può essere superato ma a condizione che sia l’uo­mo a volerlo. Oggi taluni pochissimi avrebbero il compito di iniziare una simile esperienza. A costoro, ove le facoltà siano deste, possono presentarsi le prove decisive dell’esistere ed es­si possono ad ogni momento ricordare che queste non sono nulla in sé valido, ma solo segni indicatori del limite che si pone all’Io per destare la sua forza, non per essere patito co­me tale. È chiamata in atto l’essenza onde si è eterni, per la quale non vi è difficoltà che non possa essere guardata come ciò che va superato e che perciò già comincia a perdere il suo potere. Questo potere torna all’Io.

Non v’è ostacolo, non v’è potere avverso né in Ciclo né in Terra, che possa essere veduto come limite reale e perciò possa fermare la volontà di colui che conosce la meditazione e il suo compimento. Dinanzi alla coscienza vuota, cambia il vol­to del mondo: una simile promessa è attuale per chi coltiva la reale tecnica della libertà. Si tratta di far entrare in azione una forza, che diviene vittoriosa, in quanto la si chiama ad agire, dal centro di sé; e che non può funzionare se in sua vece si crede di poter ricorrere ad ogni appoggio, ad ogni abitudine, ad ogni consolazione, offerti dall’antica natura. L’uma­no può essere superato, ma soltanto dall’uomo che senta co­me intimo principio la propria origine superumana.

Generalmente però oggi si pensa e si agisce come se la si­tuazione  problematica  debba  evolvere  per  propria  forza:   gli stessi cercatori dello Spirituale si comportano come se una spin­ta superiore, a un dato momento, debba far funzionare il centro dell’essere individuale e portare l’uomo al superamento di sé: che sarebbe il fallimento dell’impresa, perché funzionerebbe co­me Spirituale qualcosa che esclude la reale attività dello Spi­rito, sostituendosi al principio individuale, che è lo Spirito in atto nella coscienza. Questa rinuncia dell’Io a risorgere e il ri­durre  esso  la  propria  funzione  a  una  risposta  alla  necessità naturale,  spiegano  la  condizione  attuale  dell’umanità.   L’espe­rienza esteriore manca di controparte spirituale, non compor­ta sensibilità per la libertà, né per la conoscenza, neppure quin­di per il superamento».

Proseguendo, Massimo Scaligero indica nella paura il vero limite che paralizza la ricerca interiore del discepolo dello Spirito:

«Chi volesse identificare la condizione interna che distoglie dal sentiero della libertà, troverebbe la paura:  la forza subcon­scia che trattiene entro i limiti voluti dalla natura. Ma è dif­ficile afferrare il senso di ciò, quando si pensa, si agisce,  si organizza la vita e si cerca lo Spirituale mossi appunto da que­sta paura, e quando in funzione di essa si crede di ravvisare nella via della libertà o un’eresia o una via individualistica o una via exoterica. In tal senso, chi segua la Scienza dello Spi­rito  fondata  dal Maestro dei  nuovi  tempi, ha dinanzi  a sé molte prove dalle direzioni più varie di un mondo che è sol­tanto «passato», necessità, abitudine, meccanicismo, esteriorismo. dogmatismo, falso rinnovamento: ossia paura. Paura del­la libertà: che perciò si manifesta nella forma più sottile in coloro che, presumendo  seguire assocìativamente la via dello Spirito, ne sostanzializzano e  materializzano le forme,  giun­gendo  a  codificazioni  dogmatiche  e  ad  espressioni accademiche, in cui ben poco scorre della conoscenza liberatrice a cui fanno  appello:   onde,  malgrado  la  regolarità  della  terminolo­gia e la ortodossia esteriore, veramente l’opera viene separata da Colui che l’ha data».

Questo, naturalmente, vale – è proprio il caso di dirlo – oltre che per l’opera di Rudolf Steiner, anche e soprattutto nei confronti dell’opera di Massimo Scaligero, il quale così prosegue alle pp. 174-175:

«Se la liberazione e la resurrezione fossero qualcosa di pre­visto, di fatale, esterno alla sua decisione, la libertà non avreb­be senso. Ma gli uomini, oggi, presi da una visione meccanica dell’Universo, la traspongono anche al piano metafisico e inconsciamente sognano una salvazione che comunque, da qual­che direzione, per una sorta di automatismo trascendentale, dovrebbe venire: anche i più provveduti attendono una solu­zione che venga da fuori. Se così fosse, la liberazione non avrebbe valore, che, nascendo da una gratuita provvidenza, non avrebbe relazione con lo Spirito. Non v’è, infatti, salva­zione o reintegrazione che non debba iniziarsi con la decisione dell’uomo, perché solo a tale decisione può rispondere la Grazia. Occorre all’attuale situazione del mondo l’intervento di esseri liberi, che, conoscendo il valore della sfera sensi­bile, sappiano suscitare in sé una volontà capace di giungere ai confini di tale sfera: là donde unicamente può giungere la forza rettificatrice. A ciò la tecnica del «pensiero libero dai sensi» è la via.

Ogni altra via, come si è visto, non è che brama persi­stente del mondo, segreto attaccamento a ciò che i sensi dan­no in forma di parvenze. Tale brama, tale attaccamento sono quelli che oggi assumono persino la veste mentita di una ricerca spirituale. La confusione al riguardo è tale che persino i cercatori dello Spirito possono venir ingannati. Anche per questo, rispetto ai compiti posti dalla «via» attuale verso il Sovrasensibile, si deve dire che già l’umanità contemporanea è in ritardo. La libertà si lega alle contingenze dell’esistere quo­tidiano: va sfuggendo all’uomo».

Più volte ho riferito quel che come una indicazione operativa Massimo disse a noi giovani, che venivamo a Roma dalla mia città, circa lo stato interiore che era necessario che coltivassimo, al fine di percorrere la Via sino alla mèta: 

«Voi dovete essere instancabili e disperati! Dovete essere giovani armati di solo coraggio!».

Questo è l’estremismo al quale, per la gravità e l’urgenza dei tempi, ci sollecitò Massimo Scaligero. Di esso egli ci parlò sino a poche ore prima che ci lasciasse, quella sera del 25 gennaio 1980, prima del Rito meditativo che alcuni di noi compivamo con lui l’ultimo venerdì di ogni mese. Più volte, negli incontri che avevamo con lui, egli ci chiese di essere fedeli a oltranza alla Via del Pensiero, di praticare, senza temere di essere unilaterali, o di esagerare, o di essere faziosi – haec sua ipsissima sunt verba – la Concentrazione. Ci chiese anzi proprio di “esagerare” con essa, di insistere con essa aumentando progressivamente il numero delle concentrazioni e la loro durata.

L’impegno interiore a livello spirituale di ogni autentico praticante non può che essere crescente, perché  – come scrive Massimo Scaligero ne L’Uomo Interiore – «nello Spirito si è, non si sta». Ovvero come dice l’antichissima sapienza latina: «Non progredi est regredi », ovvero: chi non avanza, regredisce o indietreggia. Come sa chi nuotando voglia risalire l’impetuosa corrente di un fiume.

L’eccezionale impegno interiore richiesto dall’attuale situazione estrema dell’uomo e della civiltà esige – imperiosamente esige – questo “estremismo interiore”, un impegnarsi generosamente nella lotta spirituale, un incalzare la natura inferiore, un non evitare bensì un affrontare decisamente i limiti che fermano la pavidità e la labilità umana: un essere – come mi disse una Donna di elevato sentire – «sempre all’attacco; degli arditi sempre all’offensiva». Questo “estremismo interiore”, al quale ci sollecita Massimo Scaligero, è sacro, e richiede la più alta tensione della volontà consacrata, come è detto alle pp. 137-138:

«Non è sufficiente avere la forza, occorre saperla dedicare. La forza va consacrata, perché sempre risorga come vera forza: soltanto ciò mantiene la comunione vivente con l’Iniziatore dei liberi ed evita il pericolo che l’insegnamento divenga accademia, retorica presuntuosa. Evita che vada perduto ciò che è stato donato: pericolo che, purtroppo, non risulta sia stato evitato». 

Ci si può chiedere quale debba essere lo stato interiore dell’anima di colui che con coraggio, tenacia, e disperazione si consacri al lucido e severo estremismo di questa impresa eroica. Troviamo la risposta in quanto scrive Massimo Scaligero, a p. 142: 

«La disciplina dell’anima e la meditazione di cui si è par­lato, dovrebbero diventare motivo della esistenza quotidiana, presso il normale decorso della vicenda esteriore: dovrebbero essere l’ispirazione di fondo, l’abitudine vitale, mentre ogni volta il superamento del limite raggiunto dovrebbe essere pos­sibile oltre la prova quotidiana, la difficoltà, l’ostacolo. Non v’è ostacolo che così non possa essere superato: occorre vole­re sempre nell’unica direzione, senza sosta, sempre la medesi­ma idea, il medesimo culmine, la solitaria altezza, con animo teso a spezzarsi, teso sino all’estrema possibilità, oltre se stes­si, così che ogni dolore risorga come un puro sentire, ogni avversione divenga nulla, tutto l’effimero si stemperi e svanisca nella metafisica trasparenza di un mondo che è infine realtà: quello in vista del quale il mondo che si ha ora intorno è caotico, impossibile, illogico, senza direzione e senza speranza».

Ho già avuto occasione di riportare quel che rispose Rudolf Steiner a chi gli chiese che cosa spingesse un discepolo della Scienza dello Spirito a consacrarsi alla pratica interiore della Concentrazione: «Un urlo interiore», rispose il Maestro dei Nuovi Tempi.

Che le “anime urlanti” di coloro che “sono stati morsi dal drago”, si consacrino, dunque, con energia crescente ed estremismo interiore,  alla risoluta pratica della Concentrazione, alla realizzazione della Via del Pensiero.  

SCIENZA DELLO SPIRITO

L’EROISMO DELLA CONCENTRAZIONE E L’ASCETA

Massimo Scaligero

L’Ascesi del Pensiero – lo abbiamo detto e ripetuto sino a non avere più né fiato né parole – è una Via eroica. Lo è perché essa va in rotta di collisione con il millenario dominio che la natura inferiore, afferrata e mossa da deità avverse, esercita da millenni, in maniera incontrastata, sull’uomo. La Via del Pensiero va in rotta di collisione anche nei confronti di tutta una tradizione antica, orientale e occidentale, che all’uomo attuale, caduto definitivamente nella prigionia somatica, difficilmente oggi può essere d’un qualche aiuto.

Non che in testi sacri, come i Veda, le Upanishad, la Bhagavadgita, o nei testi del Buddhismo Theravada, o Mahayana, o Vajrayana, o nel Taoismo, non vi siano profonde verità di valore eterno, ma l’uomo attuale – ossia l’uomo cerebrale, intellettualizzato, e in definitiva “intelligentemente” animale – ne è tagliato fuori, e allo stato attuale delle cose non può granché giovarsene. La ragione di ciò la mette bene in evidenza, senza minimamente edulcorarla, Massimo Scaligero già nel primo capitolo del Trattato del Pensiero Vivente, là dove dice:

«Così la morte del pensiero è la condizione del suo dialettificarsi in forme diverse, solo in apparenza contrastanti. Onde se all’uomo venisse oggi comunicato il segreto dell’essere, gli sarebbe inutile, perché non saprebbe pensarlo: potrebbe pensarlo solo a condizione di ridurlo a quella riflessità, o astrattezza, al cui livello non è possibile si dia qualcosa dell’essere».

Difficilmente – per non dire che è affatto impossibile – l’uomo attuale, cosciente unicamente a livello del mentale astratto – unica dimensione nella quale può muovere liberamente, e illusoriamente, il suo pensiero morto – per fare solo qualche esempio, può penetrare testi, di mirabile bellezza e profondità, della tradizione hindù come la Brihadaranyakopanishad di Yajñavalkya, o il Drigdrishyaviveka del grandissimo Shankara, o della tradizione buddhista mahayana come il Prajñaparamitahridayasutra o Sutra del Cuore, o il Vajracheddikasutra, o Sutra del Tagliatore di Diamanti, che l’orientalista Raniero Gnoli (grande amico di Massimo Scaligero) traduce anche come La Fenditrice del Fulmine, perché il pensiero astratto, riflesso, non può penetrare minimamente realtà come il Brahman, dell’Induismo, o la Shunyata, ossia la Vacuità, del Buddhismo Mahayana.

L’uomo attuale, innamorato della tradizione orientale, non si rende affatto conto ch’egli pensa concetti metafisici come il Brahman, o la Vacuità, o il Tao, esattamente con lo stesso pensare riflesso, astratto e disanimato col quale egli pensa una sedia o una forchetta. Ei non muta certo di livello solo perché invece di pensare la prosaica ma utilissima forchetta, pensa invece eccelse realtà metafisiche. Ma l’uomo attuale, ingannato dall’infida natura alla quale è identificato, difficilmente si rende conto e si arrende ad una tale evidenza.

E lo stesso vale per la tradizione di sapienza del nostro Occidente. Giusto per fare solo qualche esempio, chi è che possa, oggi, fare l’esperienza del sovrasensibile Mondo delle Idee del quale parlava Platone, o di quella unione tra l’Intelletto possibile e l’Intelletto agente della quale parlava Aristotele, e che nel nostro Medioevo venne cantato con lirici accenti d’Amore da Guido Cavalcanti, da Dante Alighieri e da tutti i Fedeli d’Amore? Chi è che possa – ripeto: oggi – avere concreta esperienza interiore delle realtà che stanno dietro ai miti dell’antica tradizione misterica, o dei testi della tradizione ermetico-alchemica, o di quella rosicruciana?

Bando alle sentimentali, mistiche e poetiche illusioni, e guardiamo coraggiosamente in faccia la cruda realtà. La situazione conoscitiva dell’uomo attuale è tragica, e a nulla vale evitare di guardarla: non farebbe che peggiorare la sua situazione, sino a renderla irrecuperabile. Innumerevoli volte Massimo Scaligero ripete, nella sua aurea opera, come l’attuale pensare cerebrale sia ormai anemico, disanimato, astratto, riflesso, senza interiore realtà, e capace solo di cogliere ombre menzognere e non autentiche realtà. E meno che meno la realtà spirituale. In effetti, l’uomo, tramortito nella sua identificazione con la natura somatica è sì cosciente del pensato, ossia dell’oggetto del pensiero, ma è del tutto incosciente dell’atto stesso del pensare. Ossia egli è cosciente del mero effetto di una causa a lui perfettamente ignota. E questo – con buona pace della superstizione psicanalitica – è l’unico inconscio del quale sia lecito parlare. L’essere umano, dunque, è sì cosciente (spesso poco anche questo…) del fatto, ossia del pensato disanimato, ma non è punto cosciente dell’atto del pensare: la sua è una conoscenza monca, tagliata fuori dalla sostanza della vita che potrebbe conoscere s’egli fosse cosciente dell’atto pensante stesso. Ossia annientando l’inconscio. Ed è quanto afferma, sempre nel primo capitolo del Trattato del Pensiero Vivente, Massimo Scaligero:

«Conoscendo solo il pensato, l’uomo veramente non può dire di conoscere: in realtà non ha il conoscere, ma il conosciuto, privo del momento interiore per virtù del quale è conoscenza. Il pensiero deve prima venir pensato, cadere nella riflessità, per essere da lui conosciuto. Ma, conosciuto, cessa di essere conoscenza».

E questo ci porta direttamente al punto di uscita dalla ferrea prigione della riflessità, che ci reclude nella natura somatica e animale. Perché non si diviene coscienti dell’atto del pensare, aggiungendo ai pensati altri pensieri, bensì attraverso la pratica interiore, ossia attraverso la Concentrazione. E, sempre Massimo Scaligero così scrive nel seconda di copertina interna dell’Avvento dell’Uomo Interiore. Lineamenti dell’esperienza sovrasensibile, Sansoni, Firenze, 1959, in quella che, a mio avviso, è una delle più belle – veramente mirabile – sintesi della Via del pensiero:

«Chiave del senso della presente epoca e del valore attuale della Iniziazione, quest’opera è dedicata a coloro che hanno ancora il coraggio di volere l’Uomo. Viene indicata una «via spirituale» che mentre è di là delle tradizioni, attinge ad un segreto e imperituro insegnamento,: che un tempo agì attraverso le metafisiche dell’Oriente, oggi opera, inconosciuto, nell’anima dell’Occidente. La Luce sorge ormai dall’Occidente per chi giunga a scorgerla. La tecnica dell’esperienza sovrasensibile descritta in questo volume, già contiene in sé quanto di essenziale agì nello Yoga, nel Taoismo, nella «via» del Buddha, nello Zen, nel Tantrismo, ma si trae precipuamente dall’attivazione di un ulteriore elemento interno, che può sorgere solo dallo svincolamento del moderno pensiero razionalistico e astratto dai contenuti finiti e sensibili, valsi unicamente alla sua formazione. Per l’uomo moderno, è questo pensiero che, risorgendo come magica forza, diviene veicolo del «soprannaturale» in lui, epperò virtù risolutrice degli urgenti problemi del tempo».

Ciò mostra come le luminose esperienze interiori dell’Oriente – così come quelle dell’autentico Occidente interiore – non sono perse se non per l’astratto pensiero riflesso, ma che esse risorgono nuovamente per l’asceta che realizzi la resurrezione del Pensiero Vivente dalla tomba della conoscenza morta. Ovvero che compia il Rito della Concentrazione.

Nell’Ascesi del Pensiero si compiono atti di pensiero, e si ripetono volitivamente tali atti sino a che la corrente della volontà non fluisca potente nell’atto stesso. Normalmente non si è coscienti di tale atto genetico del pensare – senza il quale non esisterebbe neppure il pur pallido pensato – perché troppo debole, sfrangiata, anemica, allentata è la volontà nel pensare. E non lo è, perché la volontà è letteralmente “sbracata” – a Roma direbbero “abbioccata” – e affogata nella corporea vitalità animale.

Per questo la pratica della Concentrazione è un Ascesi eroica: perché essa deve lottare tenacemente, senza veruna misericordia, contro una natura animale, nei confronti della quale è imperioso e vitale strappare la volontà, che vi è identificata in un comatoso stato di tramortimento. Ma se una tale Ascesi è eroica, ciò non significa affatto che eroico sia automaticamente anche l’asceta. Anzi all’inizio della Via – diamo nuovamente bando a pericolose illusioni – egli non lo è per niente, e semmai dovrà diventarlo strada facendo. Ma, come usa dire, «regnum regnare docet», «il regno insegna al regnante il regnare», ossia le cose le si apprendono realmente, solo «facendole», ovvero operando concretamente: smuovendo la volontà, praticando e non filosofando.

Ora, lottare contro una natura inferiore, astuta e, da molti millenni, dominatrice, non è cosa semplice, né indolore. Ciò implica una pratica indefessa, ininterrotta, tenace, fedele, che si protrae , anche se non lo si avverte, sui tempi lunghissimi: per mesi, anni, decenni, per tutta la vita. Giovanni Colazza, nelle sue conferenze al Gruppo Novalis, nell’inverno 1944-1945, sul libro L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori di Rudolf Steiner, osserva che il discepolo deve giungere ad «amare» di per se stessa, senza aspettative egoiche, la disciplina interiore, e perdere un po’ il senso del tempo che passa. Il quale, davvero, non passa invano.

Ogni giornata della pratica interiore deve essere considerata come l’unica a disposizione per la interiore pratica realizzatrice. Ed ogni singolo esercizio di Concentrazione deve essere considerato come unico: come quello che, se ad esso doniamo l’interezza della nostra forza interiore, ci può portare alla concreta esperienza spirituale. Massimo Scaligero più volte ha esplicitamente affermato che non sono particolari esercizi, aristocratici e complicati, quelli che possono portarci all’Iniziazione, ma l’esercizio – magari quello meno accetto e più faticoso e avversato per la nostra natura, ossia la Concentrazione – nel quale, malgrado ogni ostacolo, si sia capaci di mobilitare e metere in atto tutta intera la nostra forza di volontà.

A suscitare la volontà dell’intrapresa della pratica della Concentrazione, la migliore spinta, l’impulso più radicale e potente è – come abbiamo detto altrove – è la disperazione. L’agire «senza speranza né timore» è, per usare un linguaggio “geometrico”, una condizione assolutamente necessaria, ma di per sé potrebbe – anche se in realtà lo dovrebbenon rivelarsi sufficiente. Perché è difficile tener dèsta questa lucida disperazione, contro la quale giuoca contro la lunghezza della lotta, senza tempi umanamente prevedibili, e giuocano pure i ripetuti periodi di aridità interiore e, più che la stanchezza, la routine, e le abitudini.

Massimo Scaligero definiva le abitudini le rughe dell’anima. Routine e abitudini appannano la vivezza della memoria interiore, e fatalmente sfrangiano e allentano la tensione della volontà. Un aiuto sono le prove della vita, le situazioni di pericolo nelle quali può accadere di incorrere nel procedere del cammino interiore. Ciò è pacifico, per non dire addirittura scontato. Ma data l’imprevedibilità del darsi di prove e colpi del destino – ancorché paradossalmente auspicabili per il discepolo dell’Iniziazione – è bene trovare dentro di sé, e non fuori di sé, un antidoto efficace allo smarrimento della memoria del còmpito interiore, liberamente assunto nei momenti di lucida e intensa disperazione.

Un tale antidoto è l’operare nell’Ascesi in uno stato di mobilitazione permanente: un lottare senza tregua. Si tratta, sostanzialmente, di non accontentarsi mai, ma di esigere gradualmente sempre di più dalla propria volontà. Sino ad un incalzare la natura inferiore, e cercare di andare oltre quel limite che un tempo ci fermava, e cercare di superarlo.

Ciò, naturalmente, costa sforzo, e molta fatica. Alfredo Rubino – il quale, oltre che un discepolo veramente fedele di Massimo Scaligero, fu anche un autentico praticante interiore, ingiustamente calunniato proprio da coloro che meno avrebbero dovuto – soleva dire, che l’Ascesi è vera quando la natura inferiore comincia a gemere e a dissolversi sotto l’imperiosa pressione dello Spirito, e che l’esercizio interiore comincia ad essere veramente efficace, proprio quando in noi la natura inferiore astutamente suggerirebbe di cessarlo, perché «hai fatto abbastanza».

Sempre Alfredo Rubino metteva in evidenza come, nella Via interiore, «rimanere fermi è andare indietro», e come sia necessario chiedere sempre di più alla nostra volontà ascetica: saviamente e gradualmente, ma anche coraggiosamente ogni volta fare un po’ di più. Sino ad osare in particolari momenti – adeguatamente preparati – il tutto per tutto.

Per fare un paragone, un nuotatore che in un fiume impetuoso non lotti nuotando contro la corrente, da essa viene portato indietro. Già per rimanere immobili in un punto della corrente occorre nuotare energicamente. Se, poi, si vuole addirittura risalire la corrente è necessario nuotare ancor più energicamente, o – secondo un’immagine Zen, cara a Massimo Scaligero – essere capaci del “salto del carpione”, di un guizzo col quale si vada oltre se stessi, e i propri illusori, ma ben costringenti, limiti.

Questo osare l’inosabile, questo incalzare senza tregua la riottosa e recalcitrante natura, questo interiore lottare senza tregua, questo mantenere la volontà in costante, permanente mobilitazione, è – a mio avviso – ciò che mantiene viva la lucida e dinamica disperazione. A sua volta, la radicale lucida disperazione impedisce il cadere nella routine, nella spenta abitudine, e avviva l’ardore della volontà.

Senza questo ardore e questa disperazione l’Ascesi, oggi, in un mondo che velocemente erode le forze interiori, va poco lontano. Occorre nei confronti della Concentrazione – mi si passi l’ossìmoro – essere freddamente ardenti e ardentemente gelidi: occorre innamorarsi della Concentrazione, e farla, ripetendola instancabilmente. Occorre non porsi limiti nella pratica della Concentrazione, e voler gradualmente superare i limiti – che sono i limiti della natura personale – nel praticarla: sia di tempo nell’esecuzione che di frequenza di essa.

Nessuno è veramente “eroe” all’inizio di questo arduo Sentiero, ma tutti – se vogliono, se “disperatamente” vogliono – possono diventarlo lungo questo impervio cammino. Gli Dèi rispondono ai coraggiosi, ai disperati, ai consacrati. Che poi sono – o strada facendo lo diventano – le stesse persone. Poiché non vi è limite che non possa essere superato, non vi è limite che non sia limite di pensiero e del quale non possa essere immaginatolo svincolamento e voluto il superamento. Occorre volere, intensamente volere, volere oltre ogni limite raggiunto, perché si può volere – come mi insegnò Massimo Scaligero – anche oltre i limiti del karma. E la Concentrazione è il veicolo aureo di tale audace, anzi temerario, volere. Temerario perché il discepolo dell’Iniziazione non lotta contro complessi psicologici, o limiti ideologici et similia, ma contro avverse deità distruttive, che vogliono asservire l’uomo o distruggerlo.

Si dirà, forse, che diciamo sempre le stesse cose. Ciò è senz’altro vero, ma purtroppo è vero perché – per usare l’espressione sportiva di un caro amico, veterano della pratica interiore – «siamo sempre fermi ai blocchi di partenza», e si teme che l’Ascesi funzioni davvero – perché è verissimo che, se praticata con energia e sincerità, essa agisce potentemente – e si teme, vilissimamente, di dover essere quell’Io che trasformerebbe radicalmente la nostra vita e il nostro esistere. E poiché segretamente il praticante conosce essere la Concentrazione il veicolo più potente della volontà dell’Io, allora spesso essa viene fatta al risparmio, “rimandando” l’incontro, o lo scontro con il limite. Ci si tiene – prudentemente – al di qua del limite, e si evita di raggiungerlo. Il coraggio, l’eroismo dell’Ascesi è voler incontrare – costi quel che costi – tale limite nella Concentrazione, ed operare coraggiosamente, con tenace volontà consacrata, a superarlo. 

Mi raccontava il mio amico C., temibile lupaccio e asceta d’altra dottrina, che una persona di rango spirituale, molti anni fa, gli comunicava che oramai la maggior parte della gioventù (ma non solo quella…) «era nel miglior dei casi razionalista, ed aveva la volontà smarmellata» e che «una Via spirituale deve trasformare il discepolo in un miles spirituale», ed è giusto perché, mitriacamente, «vita est militia sacra super terram». Oggi vi è nel mondo una lotta per l’uomo o per la sua distruzione: una lotta che non consente di essere neutrali. L’eroismo è voler essere l’Io: è volere illimitatamente nella Concentrazione, consacrando la forza all’essere originario dell’Io.

SCIENZA DELLO SPIRITO

LA DISPERAZIONE DELL’ASCETA

ecoantroposophiait-massimo

La condizione di disperazione, ancorché tutt’altro che desiderata dai più tra gli umani, è una condizione veramente “felice”, ossia “fortunata” nella concezione latina e romana del termine. Per l’asceta la disperazione è foriera di non pochi e notevoli vantaggi, tutt’altro che disprezzabili, vantaggi che mi sforzerò di evidenziare.

Anzitutto, è da mettere bene in evidenza il fatto che vi è una grandissima diversità, che può rivelarsi ben decisiva, nella maniera di accostare la Scienza dello Spirito. Si può giungere ad essa spinti da una raffinata curiosità intellettuale, dalla suggestione di qualche lettura che tocchi corde profonde dell’anima, o dalla conversazione con un amico, oppure dalle parole ascoltate in una qualche conferenza. È sicuramente una eventualità frequente, perfettamente lecita e normale, ma è difficile che – salvo eccezioni – in tali situazioni si vada poi molto lontano nel calcare il Sentiero della Conoscenza.

Altri – sempre nel calcare l’arduo Sentiero dell’Iniziazione, sentiero sempre irto di difficoltà – possono giungere alla Scienza dello Spirito spinti da una situazione estrema, da una condizione senza uscita, che può sfociare – appunto “felicemente”, almeno da un punto di vista speciale – in una vera e propria forma di disperazione.

Ma perché una tale situazione senza uscita, una tale condizione di disperazione, è un’evenienza addirittura “felice”? Lo è davvero perché è una condizione di sincerità assoluta e di radicalità, nella quale non si può mentire più a se stessi, e nella quale si rivelano inaccettabili le soluzioni di ripiego, le “cure” palliative, meramente sintomatiche, a base di analgesici o di narcotici: di qualsivoglia specie essi siano. Chi si appaga con cotali analgesici e narcotici – come quelli indicati dalle “anime belle” che da molti anni ci asfissiano con un loro slavato moralismo o con uno stucchevole sentimentale misticismo – non è veramente disperato, ed è alla ricerca solo di un “divertissement”, come lo chiamava nel XVII secolo l’ottimo Blaise Pascal, ossia di una “distrazione”: di qualcosa che ci faccia in qualche modo “distrarre” dalla noia, e dall’angoscia di una vita vuota e inautentica, la quale poi continua indisturbata.

Una vita priva di spirito, una vita tagliata fuori dalla comunione con la realtà spirituale è fatalmente una vita vuota, inautentica e dolorosa. Purtroppo, molti cercano di risolvere in modo “anomalo”, ossia barando, il problema di tale “dolorosità” – e per questo vanno alla ricerca di palliativi vari come analgesici e narcotici animici – e non cercano di affrontare veramente la vacuità e la in-significanza di una cotale vita inautentica. Ossia cercano semplicemente di sopprimere i sintomi della dolorosità e non di affrontare la mancanza di significato di una vita totalmente immersa in un abietto servaggio ad una natura inferiore, la quale da millenni domina l’essere umano.

La dolorosità, invero, non è che il sintomo rivelatore della irrealtà nella quale è immerso un essere umano che viva – ma poi è realmente vita quella? – un’esistenza inautentica. La volontà di soppressione di tale sintomo sorge dalla brama, dalla paura e dall’avversione: le tre malefiche figlie della radicale ignoranza dell’essere umano. La brama è sempre brama di ciò che è irreale, di ciò che è illusorio. Si brama perché si è in uno stato di ubriacatura, perché si è presi dall’effimero illusorio, perché si cerca fuori di sé ciò che si è incapaci di cercare in se stessi. Si teme di perdere l’oggetto della brama, e ancor più – sottilmente – si teme di perdere la brama medesima: come in uno stato di ebrezza e di follia, ci si innamora del proprio abietto servaggio, ci si affeziona e ci si avvince alle proprie catene e si amano le mura che ci imprigionano. Si odia, infine, ciò che può sottrarci l’oggetto della brama, ciò che ci impedisce di possederlo, e ancor più violentemente si odia ciò che vuol risvegliarci dallo stato di ebrezza e di follia, ciò vorrebbe affrancarci sottraendoci da una millenaria schiavitù.

In una sana Arte medica non è mai augurabile una terapia basata su di una mera soppressione di sintomi: è sicuramente una terapia fallace e sovente molto pericolosa. Il dolore, per quanto non sia punto gradito, è il segno di uno stato morboso, che sarebbe savio affrontare subito, e molto risolutamente, senza aspettare il peggioramento della malattia. Ora, Massimo Scaligero ha messo bene in evidenza come l’essere umano sia in realtà un malato in via di guarigione. Anche se, personalmente, a dire il vero parvemi che l’essere umano, più che in via di guarigione, sia in via di veloce peggioramento delle sue condizioni di salute spirituale, e di conseguenza anche fisio-psichiche. Diciamo che è fortemente bisognoso di cura e di guarigione. Il problema è che un tale malato oggi fa di tutto per allontanare la cura e la guarigione, delle quali ha tanto bisogno, e s’ingegna per deviare il più possibile dalla via della guarigione. Ciò può sembrare assurdo ma è proprio quel che accade, e nulla viene avversato quanto la terapia risanatrice e nessuno viene odiato quanto colui che ci porta incontro la Via di liberazione, ossia colui che vorrebbe scuoterci dal comatoso sonno, rotto solo da incubi, nel quale da lungo tempo siamo immersi. L’essere umano immerso nel letale oblio di una tale esiziale ignoranza è in uno stato di menzogna nei confronti di se stesso, dello Spirito e del mondo. Egli teme soprattutto lo smascheramento di tale menzogna. Difficile, veramente difficile, concepire una condizione peggiore, una condizione più pericolosa. Giovanni Colazza – adamantino, come affermava di lui Massimo Scaligero, come un Maestro Ch’an o Zen – affermava che ciò che ci separa dalla concreta esperienza spirituale è unicamente il muro di menzogna che erigiamo tra noi e il Mondo Spirituale: nel momento in cui abbattessimo tale muro di menzogna – solo in parte cosciente – il Mondo Spirituale si precipiterebbe possente in noi. Ma è proprio questo che più temiamo.

Il respingere la Via di liberazione può essere esplicito, violento e rabbioso, oppure essere truffaldinamente mascherato dal tentativo di «adattare» la Via alla propria infingarda natura, abbassandola, anzi degradandola, al proprio livello, mentre ciò che lo Spirito richiede – anzi imperiosamente esige – è che si sia noi ad innalzarci al suo livello. Una cotale impresa è ardua per ché implica uno spogliarsi dalla propria decadente natura inferiore, con la quale siamo adusi a convivere da millenni. Vi è, dunque, in noi una celata complicità con le deità avverse, nostre carceriere.

L’idea più stupida è quella di voler trarre almeno un qualche vantaggio dalla condizione di servaggio e di prigionia, come chi, invece di tentare una salvifica evasione, cercasse di rendere più comoda la cella della propria prigione, arredandola di poltrona, televisione, WI-FI, aria condizionata e frigo bar. E magari qualche altro piacevole sollazzo trasgressivo. Si tratta, per scongiurare l’effimero e il precario, dello sciocco tentativo di eternare lo stato di abietto servaggio, come se la vita animale fosse eterna, mentre ogni vita biologica finisce comunque sepolta in una fossa. Ma a ciò nessuno pensa mai: ad una tale stupidissima spensieratezza gli Dèi hanno prescritta come sola terapia è il dolore. Il dolore, invece di addormentare, scuote dal torpore e dal sonno, e rende scomoda la vita.

Quindi è di gran lunga preferibile scegliere di affrontare senza indugi l’esperienza spirituale, e cercare di metter fine ad una condizione umana oramai divenuta patologica e pericolosa. Mi fu tramandato, decenni fa, che Rudolf Steiner avrebbe detto lapidariamente a chi gli chiedeva  perché uno debba intraprendere il sentiero della Concentrazione e della meditazione: «Perché a costui sorge nell’anima un urlo interiore!». Personalmente, ritengo veritiero questo aneddoto tramandatomi. E le parole di Rudolf Steiner si congiungono nella mia anima a quelle che Massimo Scaligero disse a noi, che da lontano venivamo da lui a Roma alla ricerca di una indicazione interiore, circa lo stato interiore che dovevamo avere per percorrere il Sentiero della Conoscenza e giungere alla mèta: «Dovete essere instancabili e disperati. Dovete essere giovani armati di solo coraggio!».

Chi, appunto, giunge alle soglie della Scienza dello Spirito attraverso la disperazione non è più disposto ad illudersi e guarda in faccia crudamente la realtà: questo è un uscire dalla condizione di menzogna: un uscire dal sonno comatoso e dalla radicale debolezza della volontà, generate dall’ignoranza e dalla menzogna interiore. L’intensità della decisione di scegliere sino in fondo la Via dell’Iniziazione è proporzionale alla profondità della disperazione che ci porta a ricercare la Conoscenza liberatrice. La Via dello Spirito è una Via veramente rivoluzionaria: non si può scegliere lo Spirito e venire a patti con l’illusione mondana. La Via dell’Iniziazione o è una esperienza radicale – senza patteggiamenti di sorta – o non è nulla, O, peggio è solo una ulteriore menzogna. Non si può intraprendere il sentiero spirituale e portarsi dietro tutta o in parte la zavorra di una precedente vita inautentica. Non si può voler seguire lo Spirito e rimanere borghesi nell’anima. Lo stato lacrimevole nel quale sono ridotte la maggior parte delle comunità spirituali – o sedicenti tali – la dice lunga di quanto in basso si sia caduti, e di quale inarginabile oceano di menzogne stia dilagando in esse.

Ma non basta l’iniziale tensione estrema, lo slancio interiore verso l’Assoluto, la dedizione con la quale ci si consacra con tutto se stessi allo Spirito all’inizio della Via e nel momento della scelta decisiva. È savio aspettarsi il tentativo di rivincita dell’antica natura e, attraverso di essa, la rappresaglia degli dèi distruttori. Per tali deità gli umani sono un gregge di “animali utili agli dèi”, ed ovviamente quelle deità distruttive non amano punto perdere “capi di bestiame”. Come dicevano nell’Ermetismo d’un tempo i Maestri dell’Arte, «vita brevis, ars longa»: la vita è breve e il cammino è lungo e accidentato. Nemici mortali sono l’abitudine, la ripetitività, la spenta routine, la stanchezza e i momenti di aridità, la fiacchezza della volontà, la banalizzazione dei contenuti spirituali: ostacoli fatali e previsti di fronte alle crescenti difficoltà della Via. E, dopo l’iniziale entusiasmo, è forte la tentazione di attenuare il rigore della Via, la seduzione di scegliere una “via” più comoda, che fatalmente è sempre la via egoica.

Ma qual è l’antidoto a questo sfrangiarsi della volontà, a questo appannarsi dello slancio interiore? Io ne conosco uno solo veramente efficace: la disperazione. Ma non è certo la facile – e tutto sommato comoda – disperazione sentimentale, più o meno condita di espressioni colorite. No, al contrario, quella che è necessaria è una disperazione lucida, volitivamente provocata, e soprattutto instancabilmente coltivata. Si tratta di far riemergere sempre nuovamente vivide le motivazioni profonde dell’impulso iniziale. Si tratta di coltivare tale disperazione – soprattutto nei periodi di aridità, che possono essere prolungati – con un pensare freddamente geometrico: come direbbe il mio ottimo amico C., valoroso asceta d’altra dottrina. La disperazione coltivata destabilizza l’illusorio ordine interiore che la natura inferiore ha stratificato nel nostro essere. La disperazione ha funzione analoga a quel “dissolvente universale” che nell’Ermetismo alchemico veniva chiamato Alkaest. L’essere umano deve essere radicalmente de-configurato, e devono essere dissolte quelle dure concrezioni interiori che, in Oriente, Buddhismo e Yoga chiamano vasana e samskara. È un’opera di “purificazione” – come la chiamerebbe l’antico Orfismo – difficile e faticosa e, per quanto essa sia dura opra, essa va condotta con estrema risolutezza e soprattutto senza alcuna misericordia.

«Instancabili e disperati», ci disse Massimo Scaligero. Instancabili, perché quest’opera di dissoluzione delle illusioni, delle morbide aspirazioni ad una egoica “via comoda” deve essere sempre di nuovo rinnovata: instancabilmente rinnovata, perché l’abbassare la guardia è fatale, anzi letale. Disperati, perché non si vuole più mentire a se stessi, e non vi è menzogna più insidiosa della speranza. Come disse il Conte di Saint-Germain nel 1760 in Olanda a chi lo minacciava per conto dell’onnipotente ministro di Francia Choiseul: «Io ho calpestato la paura e la speranza». E secondo l’antico motto, si deve procedere sine spe nec metu, perché speranza e timore fiaccano la volontà ed ottenebrano la lucida visione, necessaria a chi vuole lottare per raggiungere l’Eccelsa Mèta, come la chiamava il Buddha Shakyamuni.

Una radicale, lucida, disperazione non consente l’indugiare in rimedi illusori, e non consente la menzogna di false speranze. Chi è lucidamente disperato non ha più speranze che lo indeboliscano. E chi non ha più speranze vince la paura. Chi vince la paura possiede intatta la volontà. La volontà intatta, non più sfilacciata e sfrangiata è la forza per portare a fondo la Concentrazione.

La Concentrazione è l’operazione interiore che è necessario ripetere ogni volta come se fosse la prima volta, è il Rito sacro da rinnovare instancabilmente ogni giorno, più volte al giorno, per anni, per decenni, per tutta la vita, cercando ogni volta di impegnare in essa tutta la volontà, quindi è l’operazione del più alto coraggio. Armati di solo coraggio, ci disse Massimo Scaligero, perché portare avanti, instancabilmente, per decenni – oltre ogni ostacolo, oltre ogni ribellione della natura inferiore in noi – un’operazione interiore asciutta, arida, non consolante, fatta solo di pura forza, come la Concentrazione, richiede di non sperare nulla dalle comode e illusorie consolazioni del misticismo, dalla sentimentalità, dal facile moralismo. Non solo, chi ha chiaro – assolutamente chiaro – che una disciplina radicale come la Concentrazione esige un impegno totale della volontà, sa pure che la volontà che si possiede non è sufficiente, ma che è necessario conquistare ulteriori forze di volontà per donarle al Rito della Concentrazione. Un tale tenore della volontà può scoraggiare i pavidi e coloro che si pascono di speranze. Ma chi tenga sempre viva la memoria dei motivi della propria disperazione, chi la coltivi e la frequenti come una fedele e cara amica, chi senza misericordia verso se stesso rinunci alla menzognera speranza, saprà esigere liberamente da se stesso quanto il Mondo Spirituale chiede alla sua volontà di libertà.

Allora si sarà capaci di volere, di volere intensamente, di volere con tutto se stessi, di volere instancabilmente, di volere a lungo, e si consacrerà in libertà e per amore alla più alta azione che un essere umano possa compiere sulla Terra: la Concentrazione.

SCIENZA DELLO SPIRITO

VIVERE ARDENDO…

Oggi, in un mondo sempre più automatizzato, ubriaco di effimero e di agitazione, in un mondo che sempre più vive in una spenta routine e in reazioni automatiche, si ha – fortissima – l’impressione di vivere in ogni campo come in un vasto cimitero. Sta dilagando quella qualità che, in Oriente, nel Sâmkhya e nello Yoga viene chiamata tamas, ossia l’elemento torpido, inerte, pigro, accidioso, che porta l’anima ad essere avida d’inerzia e di passiva dipendenza dall’abietto servaggio corporeo. Questo elemento tamasico intossica e oscura l’anima, le preclude la speranza dell’altezza e la avvilisce al punto di renderle inconcepibile una condizione diversa dalla schiavitù che la astringe alla vicenda mediante la quale gli dèi distruttori divorano la sua vitalità spirituale prima, e poi anche quella corporea. La Via del Pensiero – la pratica assidua, alacre, intensa della Concentrazione – è oggi l’unica cura, LA cura radicale alla dilagante malattia dell’anima. Via dura e faticosa, proprio perché l’anima schiavizzata è avida d’inerzia e di servaggio, ed è ostile al richiamo salvifico che indica il risveglio e la liberazione.

Abbiamo avuto modo di vedere come l’infida natura inferiore tenti incessantemente di ridurre al proprio dominio e di rendere inoffensivo persino l’elemento spirituale che la dovrebbe dissolvere e trasformare. Pigrizia e torpida inerzia portano ad evitare il coinvolgimento decisivo con la pratica interiore, in particolare con la Concentrazione. Magari a preferire le comode e “morbide” vie del misticismo e dell’emotività più torbida, illudente, e traditrice. È proprio quel «vivere a metà» della quale parla – mirabile ammonizione – la poesia di Khalil Jibral, donatami da un’anima eletta e pura, e che con grandissima gioia ho voluto trascrivere su questo audacissimo blog.

Khalil-Gibran

Vivere a metà…
Khalil Jibran

Non frequentare coloro che sono innamorati a metà.
Non essere l’amico di coloro che sono amici a metà.
Non leggere coloro che sono ispirati a metà.
Non vivere la vita a metà.
Non morire a metà.
Non scegliere una metà di soluzione. Non fermarti a metà della verità.
Non sognare a metà.
Non ti attaccare a metà di una speranza.
Se taci, conserva il silenzio sino alla fine, e se ti esprimi, esprimiti pure sino in fondo.
Non scegliere il silenzio per parlare, né la parola per essere silenzioso…
Se sei soddisfatto, esprimi pienamente la tua soddisfazione, e non fingere di essere soddisfatto a metà…
e se rifiuti, esprimi pienamente il tuo rifiuto, giacché rifiutare a metà è accettare…
Vivere a metà, è vivere una vita che tu non hai vissuta…
Parlare a metà, è non dire tutto quello che vorresti esprimere
Sorridere a metà, è rinviare il tuo sorriso,
amare a metà, è non raggiungere il tuo amore,
essere amico a metà, è non conoscere l’amicizia.
Vivere a metà, è ciò che ti rende estraneo a coloro che ti sono più vicini, e renderli estranei a te…
La metà, delle cose. È finire e non finire, lavorare e non lavorare, è essere presente e… assente.
Quando fai le cose a metà, sei tu quando non sei te stesso, giacché non hai saputo chi eri.
È non sapere chi sei…
Chi ami non è l’altra tua metà… sei tu stesso in un altro luogo, nello stesso momento.
Bere a metà non placherà, mangiare non sazierà la tua fame…
Una strada percorsa a metà non ti porterà da nessuna parte
e un’idea espressa a metà non darà nessun risultato…
vivere a metà. È essere nell’incapacità e tu non sei affatto incapace…
Perché tu non sei la metà di un essere umano.
Tu sei un essere umano…
Tu sei stato creato per vivere pienamente la vita, non per viverla a metà.

ARTE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA SOLITUDINE SPIRITUALE DELL’ASCETA

143032-neve-sul-gran-sasso

Che la Via della Iniziazione – la Via del Pensiero Vivente – sia una Via eroica e non una via egoica, per chi sappia discernere il vero è cosa assolutamente certa. Tuttavia vi sono dei punti che il praticante interiore deve aver molto ben chiari, se non si vuole aprire il varco a non poche illusioni, che nel tempo possono rivelarsi pericolose, o addirittura esiziali.

Un primo punto da chiarire è che se è vero che la Via è eroica, ciò non significa affatto che chi inizia a percorrerla sia un eroe. La Via dell’Iniziazione – e specificamente, nella nostra epoca, la Via del Pensiero Vivente – pone una esigenza stringente, ma questo non significa affatto che chi si volge a tale Via e inizia a percorrerla abbia a fortiori  le qualità richieste – o, come direbbero i tradizionalisti: gli adhikâra, ovvero le necessarie «qualificazioni» – anzi, il più delle volte chi in questa epoca arriva a calcare l’aureo sentiero dell’Iniziazione tali qualità inizialmente non le possiede affatto. Può essere un momento molto severo e doloroso dell’autoconoscenza per il neofita praticante il percepire la propria insufficienza rispetto al compito spirituale richiesto, compito al quale egli si vorrebbe consacrare.  

In effetti, il Mondo Spirituale non pretende affatto che chi, in questa epoca, vuole intraprendere il sentiero occulto sia già sin dall’inizio «eroico»: sarebbe disperante se in questa epoca da lui si pretendesse tanto! Tuttavia, il Mondo Spirituale esige – e lo esige nella più estrema misura – che, cammin facendo, «eroi» lo si diventi, e che ci si impegni con tutte le forze a diventar tali. 

Se non ci si vuole fare illusioni su se stessi, è bene che sulla nostra iniziale inadeguatezza al compito spirituale – inadeguatezza che può prolungarsi su un lungo tratto del sentiero spirituale – non ci si faccia illusione veruna. Il nostro essere «naturale» vive, ed è, una contraddizione apparentemente insanabile. Da una parte, il discepolo neofita «sa» dai testi della Sapienza sacra che «il mio Io è tutt’uno con l’Io dei mondi», e che «nel mio cuore vi è una scintilla del fuoco che ha creato l’Universo», mentre dall’altra egli si fa facilmente e spensieratamente portare a spasso come un cagnolino da istinti, brame, paure, passioni, pregiudizi e false convinzioni, che sono il giuoco della maya nell’essere umano. Oppure, nel migliore dei casi, egli inizia una aspra lotta nei confronti di una natura inferiore, sorda al richiamo dello Spirito e riottosa a trasformarsi. Contraddizione che a volte può dar luogo a situazioni veramente tragiche e in non pochi casi portare addirittura a situazioni ridicole.

Massimo Scaligero ammonisce apertamente che l’idea di una esperienza spirituale – ancorché corretta e vera – non è affatto quella medesima esperienza spirituale: ne è tuttalpiù un germe embrionale: germe che può facilmente diventare sterile e addirittura abortire. Ovvero il «sapere» che si ha circa la natura spirituale dell’Io, e la presenza nel nostro cuore dell’originaria forza creatrice – come direbbero i trattati di geometria – è sì un elemento assolutamente necessario, ma di per sé non è affatto sufficiente: se rimane un mero pensato, l’aiuto che un tale «sapere» può dare è alquanto limitato e nel tempo si esaurisce rapidamente.

Il superamento di tale esiziale contraddizione è nella pratica interiore: nell’attuazione volitiva dell’Ascesi. Infatti, così scrive Massimo Scaligero nella quarta di copertina de L’Uomo Interiore. Lineamenti dell’esperienza sovrasensibile, Edizioni Mediterranee, Roma, 1976:

«Egli [l’Autore] presenta così, il metodo attuale necessario alla resurrezione dell’uomo interiore, dell’uomo magico, dell’uomo spirituale, indicando da dove si deve cominciare a ritrovare se stessi , oltre tutte le dialettiche, compresa quella che definiamo esoterica.

Trovare in sé il punto in cui si comincia finalmente a essere, a superare la psiche, a creare; passare decisamente all’azione facendo scattare l’elemento immediato dell’azione cosciente: questa è la semplice istanza proposta dall’Autore».

Ma come suol dirsi, la cosa è semplice, ma è veramente difficile – anzi difficilissimo – quel che è semplice: ossia un semplice che è tutt’altro che facile, come ampiamente dimostra l’esperienza degli umani. Un esempio di tale difficoltà è evidente nel fatto che molti esoteristi cercano, o il più delle volte sentimentalmente sognano, l’esperienza spirituale in cerimonie e ritualità passabilmente complicate e barocche, o in esercizi orientali, esoticamente affascinati, anch’essi oltremodo complessi. Altrimenti pensano di trovarlo nelle emozioni di una sentimentalità misticheggiante, magari accompagnata da un comodo moralismo di maniera. Cercano lo Spirituale in tutto fuor che nel pensiero con cui lo pensano: in tutto fuor che nell’attività pensante con la quale operano la scelta di una Via. L’oggetto pensato, illusoriamente, appare più concreto e importante della concreta attività del pensare che tale oggetto coscientemente crea e pensa. Il che è francamente illogico: almeno secondo la logica del Logos, che poi è l’unica concreta e reale.

Massimo Scaligero avvertiva che non sono esercizi elaborati e complicati quelli che portano all’autentica esperienza spirituale, bensì l’esercizio nel quale siamo capaci – malgrado tutti gli ostacoli posti dalla nostra natura senziente e istintiva – del massimo della forza, della massima dedizione all’esercizio stesso, che magari può apparirci il più arido e ingrato: la Concentrazione. E per anni si è potuto osservare quanta sorda o aperta opposizione susciti persino negli ambienti «scaligeropolitani» – come li chiama il mio amico C., asceta d’altra dottrina e grande ammiratore di Massimo Scaligero – la centralità della Concentrazione e della stessa Via del Pensiero.  

Il fatto è che la Concentrazione – «l’esercizio a sé sufficiente», lo definiva Massimo Scaligero – se veramente posta al centro della vita dell’anima e praticata con ardente dedizione e continuità, colpisce ripetutamente come un pesante maglio la natura inferiore, e la sbriciola. Ma la natura inferiore dell’uomo è avida di torpida inerzia e di abietto servaggio: essa ha una «natura» – mi si perdoni il giuoco di parole – fortemente «conservatrice» e «reazionaria», e si oppone con forza brutale o con sottile astuzia alla forza dissolvitrice e trasformatrice dello Spirito. La sua è una antica e perfida «sapienza», che facilmente illude con le sue male arti il poco consapevole essere umano. Persino lo spiritualista può essere agevolmente «giuocato» dalla sua illudente suasione, dal suo coinvolgente, e ambiguo, quanto inavvertito, magnetismo. 

Che le cose stiano esattamente in questi termini è ampiamente dimostrato dalla storia del movimento antroposofico – che ai miei occhi è la tragedia spirituale del XX secolo e di quello attuale – , movimento e Società Antroposofica, nella quale viene negletta, e persino avversata, ogni forma di pratica interiore, e soprattutto la Concentrazione. È giuoco forza che, in tale situazione, la stessa Antroposofia degeneri – come esplicitamente previsto da Rudolf Steiner – in un grigio intellettualismo, in uno slavato estetismo, in una inconcludente emotività, e che si giunga persino alla aperta denigrazione dello stesso Rudolf Steiner, come abbiamo potuto documentare su questo temerario blog, da parte di personaggi della dirigenza collegiale della suddetta Società – il cosiddetto Vorstand – in combutta con un nemico spirituale qual è il cattolicissimo teologo svizzero Helmut Zander: ebbi modo di essere testimonio oculare di una tale aperta complicità.

Una ulteriore dimostrazione è data non solo dall’atteggiamento ostile che la dirigenza della Società Antroposofica, in ciò seguita da molti soci che se ne lasciato suggestionare, ha avuto per decenni – e lo ha tuttora –  nei confronti di Massimo Scaligero, ma – abbiamo avuto modo di parlarne ripetutamente su Ecoantroposophia – anche dai tentativi, nel tempo sempre più espliciti, di «trasbordo ideologico inavvertito» in favore della nota potenza straniera d’Oltretevere, operati da parte di chi prima con destrezza si è impadronito dell’opera di Massimo Scaligero, e poi ne ha calunniato la figura umana e spirituale – anche di questo sono testimonio oculare, visto che l’Innominato fece ciò apertamente in casa mia, persino davanti ad un altro testimone, che volendo potrebbe confermare – criticando e attaccando esplicitamente la Via del Pensiero, accusata di essere «incompleta e superata», «orientale», «yoghica», «buddhista», «priva di rapporto con il Logos e col Graal». Al posto della Via solare viene proposta, abilmente camuffata, una via sentimentale e mistica: morbida e comoda, che spiritualmente non porta proprio da nessuna parte, mentre facilmente può condurre tra le braccia della suddetta potenza straniera d’Oltretevere. Oltre, naturalmente, a ventilare – usando spregiudicatamente citazioni monche e fuori contesto di Massimo Scaligero – che «la Via del Pensiero può diventare la via del sublime egoismo», e in tale ambigua «ventilazione» l’Innominato viene ripetutamente imitato da vari individui più o meno «interessati».

Come ho detto più sopra, è l’azione subdola e insinuante della natura inferiore, quella che porta sia negli ambienti antroposofici, oramai decadenti, sia in alcuni settori del milieu «scaligeropolitano», a divergere dalla Via del Pensiero e a temerla: chi dall’azione illudente della maya è coinvolto, crede di agire e invece viene da essa «agito». Ossia, come avverte Massimo Scaligero nel decimo capitolo del Trattato del Pensiero Vivente:

«È la condizione in cui l’Io semidormente deve scambiare per propria azione ciò che gli viene posto dalla natura, essendo questa supporto della coscienza di veglia. Sogna di agire e non si avvede di dare l’assenso della sua relativa coscienza a ciò che agisce per lui». 

Un secondo punto da chiarire, e da chiarire molto bene, è che la Via della Iniziazione – e oggi a maggior ragione la Via del Pensiero che la incarna – è una Via individuale. È opportuno dirlo, perché da tempo – sempre partendo dall’«ispirazione» gianicolense – sempre  più spesso e sempre più chiaramente si va affermando che «non si può arrivare all’Iniziazione individualmente: alla Soglia del Mondo Spirituale è necessario arrivarci comunitariamente o collettivamente». Come dire «tutti insieme appassionatamente», come nel film del 1965, interpretato dalla bellissima Julia Andrews.

A smentire una cotale insana e improvvida affermazione dell’Innominato, basterebbe guardare all’opera di Rudolf Steiner. Se consideriamo le sue opere cosiddette «filosofiche», che da mio punto di vista sarebbe meglio chiamare «filosofali», ossia la Introduzione alle opere scientifiche di Goethe, la Teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo, Verità e Scienza, la Filosofia della libertà, la Concezione goethiana del mondo, Nietzsche, lottatore contro il suo tempo, gli Enigmi della filosofia, mai in esse egli parla in relazione al cammino della conoscenza di un aspetto comunitario. Persino nell’ultima edizione degli Enigmi della filosofia, e specificatamente nell’ultimo capitolo intitolato Sguardo sintetico su di un’Antroposofia, nel quale Rudolf Steiner dà esplicito il collegamento con la Scienza dello Spirito, in nessun punto viene fatta menzione di un tale aspetto comunitario del cammino della conoscenza spirituale.

Ma anche passando alle opere più apertamente «misteriosofiche» di Rudolf Steiner, come I mistici all’alba spirituale dei nuovi tempi, Il cristianesimo quale fatto mistico e i misteri dell’antichità, Teosofia, L’iniziazioneCome si conseguono conoscenze dei mondi superiori, Cronaca dell’Akasha, I gradi della conoscenza superiore, La scienza occulta nelle sue linee generali, i suoi quattro Drammi mistero, La direzione spirituale dell’uomo e dell’umanità, Una via per l’uomo alla conoscenza di se stesso, La soglia del mondo spirituale, Il calendario dell’anima, Gli enigmi dell’uomo, Gli enigmi dell’anima. La spiritualità di Goethe nella sua manifestazione attraverso il Faust e la favola del Serpente e della bella Lilia, I punti essenziali della questione sociale, Cosmologia, religione e filosofia, Elementi fondamentali per un ampliamento dell’arte medica secondo le conoscenze della scienza dello spirito, mai egli parla, o anche solo accenna, ad un aspetto comunitario come necessario al discepolo della Scienza dello Spirito nel suo cammino verso l’Iniziazione. Mai vuol dire proprio mai.

Minimamente ne accenna – dopo il convegno di rifondazione della Società Antroposofica nel Natale del 1923 – solo nelle sue Massime antroposofiche, ma è noto quanti dispiaceri le inadeguatezze degli antroposofi, per non dire dei traviamenti, dei veri e propri tradimenti avvenuti, dettero a Rudolf Steiner, che era responsabile di fronte al Mondo Spirituale della vita spirituale della Società Antroposofica. Errori e colpe degli antroposofi che lo portarono in poco più di un anno alla tomba. E comunque accenna ad aspetti di vita all’interno della comunità antroposofica, e non che una tale vita comunitaria sia necessaria per la realizzazione dell’Iniziazione.

Quanto alla sua autobiografia, La mia vita, che giunge solo sino agli anni 1906-1907, quando Rudolf Steiner operava ancora all’interno della Società Teosofica, è sintomatico che, parlando della comunità spirituale, egli chiuda il libro con tre parole, che negli anni si riveleranno profetiche: «litigi senza fine»

Anche esaminando l’opera di Massimo Scaligero, ci si avvede che solo in due punti egli parla di aspetti comunitari del milieu spirituale: nella seconda Appendice e in Dallo yoga alla Rosacroce. Ma in ambedue le opere egli si rivolge alle degenerazioni della Società Antroposofica. In tutte le altre opere, mai egli parla della necessità di giungere all’Iniziazione in maniera comunitaria. Naturalmente, vi può ben essere una comunità spirituale – quella che Massimo Scaligero chiamava la «Comunità Solare» – ed essa può essere di grande aiuto per i praticanti interiori, ma la Via rimane comunque individuale, e il procedere su di essa è frutto dei ripetuti e crescenti sforzi della volontà consacrata del discepolo della Iniziazione: frutto della continuità della dedizione e della fedeltà, della alacrità del praticante, che lungo il sentiero intrapreso dovrà attraversare anche momenti difficili, ardue prove, periodi talvolta non brevi di aridità.

Ho conosciuto persino chi, sulla base delle sole opere scritte di Massimo Scaligero e di quelle di Rudolf Steiner, ha operato per lunghi anni in totale solitudine, e solo un anno e mezzo circa prima che Massimo Scaligero ci lasciasse, ebbe modo di incontrarlo alcune volte e di conoscerlo direttamente. Questo amico – anche lui un lupaccio cattivissimo – nella sua solitudine doveva operare energicamente e continuamente all’autostimolazione per non perdere il livello interiore, per non farsi sopraffare dai periodi di aridità. Questo amico con l’alacre operatività interiore non solo riuscì a superare una serie di problemi fisici, ma riuscì a conquistare a conquistare un livello interiore nel quale gli si aprirono importanti esperienze spirituali. Questo è per me l’operare «eroicamente».

Molti anni fa, negli anni ottanta del trascorso secolo, andai per diversi anni sui Pirenei in compagnia di un amico marchigiano – anch’egli pessimo soggetto nonché lupaccio cattivissimo – nelle zone nelle quali si svolse settecento-ottocento anni fa la tragedia spirituale dei Catari. Nella valle del Sabarthèz, lungo le rive dell’algido Ariège, incontravamo a Ussat-les-Bains un esoterista olandese di nome Marcel, che parlava uno squisito e limpido francese, il quale si pronunziò così a proposito della questione del ricercatore dell’Iniziazione e della Comunità spirituale: «Il faut être solitaires et solidaires». Il che tradotto nella bella lingua di Dante suona: «Bisogna essere solitari e solidali». Impossibile per me non esser d’accordo con lui al cento per cento.

Ancora una volta, è necessario mettere bene in evidenza come la Via sia rigorosamente individuale. E poiché paradossalmente è ben possibile stare soli insieme ad altri, la Via sarà per un verso individuale e solitaria, in quanto essa richiede il massimo dello sforzo interiore e della dedizione integrale e,  per un altro verso, là dove il destino così vuole, la Via sarà individuale e percorsa in comunanza con altri praticanti interiori, anch’essi individualmente impegnati nell’Ascesi solare. Forse, più che di comunanza si dovrebbe parlare di una autentica fratellanza d’armi, come convien che sia in quello che si rivela essere un vero e proprio combattimento spirituale. Ognuno sa di dovere poter contare in tale combattimento solo sulla propria forza, ma sa altresì che la propria forza è di aiuto ad altri come lui impegnati nell’identica lotta.

Questo porta a dover esaminare la differenza radicale tra l’anima di gruppo e lo spirito di comunità. L’anima di gruppo precede i singoli individui e ne condiziona e ne configura l’interiorità e l’espressione esteriore: è l’azione delle varie Chiese, massimamente di quella d’Oltretevere. Lo spirito di comunità, invece, è posteriore ai singoli individui impegnati nella pratica interiore, ed è il risultato della consonanza dell’operatività spirituale dei singoli. Come in un’orchestra, ogni suonatore suona secondo il proprio spartito – e la sua capacità di suonare è il risultato dei suoi sforzi e di un lungo costante addestramento – mentre la sinfonia è il risultato conseguente all’armonico accordo dei musicanti, così nella Comunità Solare ogni singolo asceta praticante opera – in solitudine e ove possibile insieme ai suoi «commilitoni» – interiormente con gli esercizi e lo studio rituale delle opere della Sapienza sacra, e lo spirito di comunità è l’armonico risultato dell’operare dei singoli.  

Massimo Scaligero nel capitolo 37 del Trattato del Pensiero Vivente dà la chiave per comprendere il senso dell’operare del singolo e della Comunità spirituale, e soprattutto dà la chiave per intuire il senso profondo del Rito della silente meditazione in comune, tanto avversata e persino derisa dall’Innomimato gianicolense:

«Il pensare è la via, in ogni momento possibile, della trasparenza dell’anima e della libertà redentrice. È la virtù che risana l’uomo e il mondo. In ogni momento, il pensare vivente, sia pure di rari asceti, può dare chiarezza e positivo svolgimento all’esperienza umana. Pochissimi sono sufficienti a operare per l’intera comunità, perché un solo pensare fluisce nel pensiero dei molti: la trascendenza si fa immanente là dove il pensiero attua la potenza della Resurrezione. Realmente tale pensiero vince la morte».

Penso che più chiaramente di così Massimo Scaligero non avrebbe potuto esprimersi. Ma chi non vorrà capire, non capirà. Anzi possiamo dire che chi oscuramente intuirà dove vada a parare la chiara indicazione di Massimo Scaligero avrà un motivo in più per avversare e la Concentrazione e la Via del Pensiero. Laddove, invece, in un contesto sedicente comunitario, che si risolve prevalentemente in un ameno «Club di Lettura e Conversazione», con contorno di moralismo e di sentimentalità mistica, è invece possibile manodurre i poco consapevoli ed edificati partecipanti e portarli ove essi non sospettano: magari proprio tra le accoglienti e stritolanti braccia della potenza straniera d’Oltretevere. In tale contesto sono possibili – in quello che Rudyard Kipling nel suo Kim chiama «il Grande Giuoco» – tutte le macchinazioni e le manipolazioni politiche (la politica è sempre una cosa sudicetta assai…) e confessionali (stesso discorso della politica…) della peggiore specie. Qui vult capere, capiat!

Ora, se Rudolf Steiner, nella Filosofia della Libertà e nelle altre sue opere «filosofiche», ha chiamato «individualismo etico», frutto della individuale «fantasia morale» del cercatore della Conoscenza, la visione morale dell’uomo libero, e se si tiene debito conto del fatto che lo stesso Rudolf Steiner definì la Via da lui descritta nel suo libro L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori, come il frutto e l’applicazione della suddetta Filosofia della Libertà, e in tali libri non parla mai della necessità di un aspetto comunitario del sentiero della conoscenza spirituale, è difficile giustificare la deriva «comunitaria» alla Via dell’Iniziazione. Deriva nella quale uno spregiudicato «pastore» può portare le fidenti pecorelle a pascolare sui prati della potenza straniera d’Oltretevere.

Suonano ammonitrici le parole che Massimo Scaligero scrisse nel primo capitolo de La logica contro l’uomo, ovvero ne Il problema a cui si sfugge, e avrebbe potuto tranquillamente chiamarlo «l’impresa interiore da cui si fugge». Infatti, egli così scrive alle pp. 15-16:

«Si pensa perché il momento autonomo del pensiero è ogni volta perduto, in quanto riflesso. Il pensare è il segno della conoscenza perduta, ma simultaneamente del percorso della reintegrazione. Infatti, occorre sperimentare il processo del pensiero, per risalire al momento in cui ancora non è. E per lungo tempo occorre insistere per portarsi, mediante un volere prima ignoto, a quel punto. Ma il pericolo di questo tempo è che una tale possibilità divenga inconcepibile ad opera del pensiero stesso che, filosoficamente, codifichi l’estraniamento al proprio principio. […]

Un’ascesi del pensiero urge al nucleo fattivo della cultura umana, come l’obbiettiva disciplina che essa, per assumere secondo verità le sue specifiche forme, richiede. Ma ad una simile ascesi il più serio ostacolo, fuori della sua possibilità di essere coltivata in silenzio e solitudine, è la logica stessa della cultura che invale nelle forme attuali: come ispirazione e come metodologia».

Da quanto abbiamo visto, la Via del Pensiero e la pratica della Concentrazione portano ad impegnare totalmente le forze interiori dell’asceta praticante, e l’«eroicità» della Via sta nel fatto che essa esige dal discepolo della Conoscenza la conquista di sempre ulteriori forze, oltre quelle ch’egli sino a quel punto si è duramente conquistato, per consacrarle con dedizione sacrificale all’impresa interiore, per consacrarle soprattutto alla Concentrazione. Ciò porta ad una certa solitudine interiore sia per l’incomprensione che, anche all’interno della Comunità spirituale, oggi come ieri, mostrano nei confronti nei confronti di questo «estremismo» operativo, sia come necessario clima interiore per l’attuazione dell’ascesi stessa. Vengono in mente le parole che ancora si possono leggere in una delle grotte dell’Eremitage di Arlesheim, nei pressi di Basilea, ove oltre due secoli fa andava a meditare il Conte di Cagliostro:

«O beata solitudo, sola beatitudo».

SCIENZA DELLO SPIRITO

ESOTERISMO E CATTOLICESIMO

CHAT NOIR

Uno o dei più mirabili doni che la mia Amata, l’Unica Dea, la cui verginale ed immacolata Sapienza ogni vòlta stupisce i suoi casti, fedeli, innamorati, è il dis-velamento, folgorante, sempre inaspettato, degli aspetti celati – a volte ben celati, come vedremo, et pour cause – della realtà ‘autentica’ dietro la maschera dell’apparire evidente. Un tale ‘apparire’ evidente può essere: o la manifestazione veritiera di una realtà spirituale, la quale può essere còlta solo attraverso un approfondimento interiore ed un adeguato processo di sviluppo e maturazione spirituale del ricercatore; oppure tale apparire può essere, per contro, un’abile menzogna, creata a sommo studio, e vòlta proprio a non far conoscere la verità celata: una menzogna seducente e illudente, ottundente e deviatrice, che mira consapevolmente a portare a perdizione chi non sia così ‘sveglio’ e coraggioso da voler cercare e discernere il ‘volto’ – la realtà celata –  oltre la ‘maschera’ menzognera – l’apparire ingannevolmente evidente – che facilmente affascina gl’ingenui, gl’ignoranti, i semplici, gli sprovveduti, i pigri.

A chi fedelmente La ama di un Amore ‘unicitario’ – com’ebbe a definirlo la mia sapientissima e cara amica E., donna dal grandissimo cuore – l’Unica Dea dis-vela verità ed aspetti della realtà davvero sorprendenti. A volte tali dis-velamenti mozzano addirittura il respiro e ‘sovvertono’ – nel senso etimologico del termine: ossia ‘capovolgono’ – opinioni assodate, convincimenti ostinati che hanno, in realtà, solo apparentemente un saldo fondamento. Ora, uno dei dis-velamenti più straordinari ch’Ella un giorno fece a questo suo selvaggio, ispido, lupaccio innamorato fu il seguente aforisma:

«I cosiddetti “buoni” il più delle vòlte non sono affatto buoni, mentre i cosiddetti “cattivi” spesso non sono affatto poi così cattivi: addirittura i “cattivissimi” a volte non son punto cattivi e, in certe situazioni, sono persino i soli veramente affidabili».

L’appercezione vivida e folgorante della verità di un tale aforisma fu per me come una mazzata in fronte – un po’ come quelle che, più di mille anni fa, nel Celeste Impero, gl’impetuosi Maestri del Ch’an con veemente generosità distribuivano ai loro discepoli in via di risveglio – e di colpo essa mise al loro corretto posto tutte le tessere di un vasto mosaico, tessere che prima di tale dis-velamento mi apparivano come un disperante caos, nel quale tutto era confuso ed enigmatico. Dopo di esso, invece, la verità si manifestò in tutta la sua cruda nudità, e trovai la spiegazione chiarissima – anche se a tutta prima essa non mi era parsa evidente – di tanti eventi accaduti, nei passati decenni, nel milieu “scaligeropolitano”, nonché della logica perversa “birbonipolitana”, che stava loro dietro. Ho già avuto modo di dire come la conoscenza, anche dolorosa, della più tragica verità sia sempre e comunque infinitamente migliore, e di gran lunga preferibile, che non la più rosea e falsamente consolante illusione, la quale agisce sempre come un narcotico debilitante. Sarò eternamente grato alla mia Amata di una tale salutare, salvifica – per me veramente ‘sconvolgente’ – apokàlypsis: eternamente grato pel ‘velo’ da Ella provvidamente sollevato alla mia un tempo ancora incerta e poco perspicace visione delle persone, degli eventi, e delle cose. In seguito, potei osservare chiaramente per anni gli effetti debilitanti sulla Comunità Solare di tutta una serie di narcotizzanti menzogne, nonché quelli della sorda – ed anche sordida – azione erosiva e corrosiva vòlta alla realizzazione dell’ormai leggendario “trasbordo ideologico inavvertito”. L’esperienza diretta, vissuta sulla mia lupesca pellaccia, ha sempre confermato – in maniera sin troppo eloquente – la veridicità di quanto dis-velatomi dalla mia Amata.

La questione del rapporto dell’esoterismo in generale, e di quello della Scienza dello Spirito in particolare, con la chiesa cattolica e le sue espressioni, è una questione alquanto spinosa e pericolosa che esige grande coraggio – e non poca risoluta energia – per essere affrontata. A dirla tutta, molti esoteristi – soprattutto in Italia, ma anche altrove – e, disgraziatamente, tra loro non pochi antroposofi e “scaligeropolitani”, sentono una forte, “fatale”, attrazione, e nutrono una particolare morbidissima tenerezza nei confronti della chiesa cattolica.

Da parte sua, la chiesa cattolica, invece, non è punto sentimentale, e il suo grande interesse nei confronti dell’esoterismo e delle associazioni esoteriche, malgrado le illudenti apparenze, è un interesse tutt’altro che “benevolo” e “disinteressato”. Ciò va bene considerato da chi affronti la suddetta spinosa questione. Questo perché, come abbiamo già avuto occasione di dire, la chiesa cattolica, alla bisogna, usa “insinuare”, con propri abili agenti infiltrati “sotto copertura”, i vari milieu esoterici, e ciò per vari scopi che vanno dalla disgregazione dei medesimi – operando, come l’Agramante del Tasso, a gettar discordia in campo crociato – al molto abilmente ideato progetto di “trasbordo ideologico inavvertito”, metodicamente attuato per recuperare le smarrite pecorelle, che così vanno ad accrescere il già numeroso, e grasso, suo gregge: il vulgus pecus del grande Orazio. La parte avversa, da questo punto di vista, è estremamente pragmatica, e può usare – a seconda di che le variabili contingenze, o la convenienza, richiedano – rigore o indulgenza, dogmatismo o elasticità, seduzione o violenta distruzione: per essa è soltanto una questione di calcolo esatto della “convenienza” dei profitti e delle perdite che questa o quella scelta per essa necessariamente comportano. E difficilmente si sbaglia.

Un esempio della “elasticità” e della spregiudicatezza morale del modo di operare di taluni settori della potenza straniera d’Oltretevere – e di conseguenza delle molte esiziali illusioni che su di essa si fanno molti esoteristi o sedicenti tali – lo si può osservare, per esempio, nel grande interesse che i Gesuiti sempre mostrarono, nel corso dei secoli, nei confronti dell’Esoterismo, dell’Ermetismo, dell’Alchimia, della Kabbalah, e financo della Magia. Basti pensare, nel Seicento, alle opere di Athanasius Kircher, che per il suo Oedypus Aegyptiacus, e non solo per quello, saccheggiò alla grande gli scritti e la sapienza di Giovan Battista della Porta, fondatore della partenopea Accademia de’ Segreti, per via della quale quest’ultimo passò non pochi guai con la Santa Inquisizione. Questa spregiudicata elasticità fu notata nel trascorso secolo da un esoterista francese, di origine svizzera, Oswald Wirth, il quale nella sua opera, Le symbolisme hermétique dans ses rapports avec l’alchimie et la franc-maçonnerie, del 1909, e poi del 1930, così scrive alle pp. 52-53 della, qua e là un po’ imperfetta, traduzione italiana, pubblicata dalle romane Edizioni Mediterranee:

«Ora agli inizi del XVII secolo, le menti erano quasi ossessionate da speculazioni di cui oggi a stento riusciamo a farci un’idea. Uno speciale misticismo, che si era sviluppato sotto l’influsso della cabala e dell’Alchimia, aveva fatto concepire un Cristianesimo esoterico del più grande interesse. La ragione vi si conciliava con la fede, grazie alle interpretazioni trascendenti che si annettevano ai simboli tradizionali e popolari del Cattolicesimo. Non venendo più respinte dalla puerilità del catechismo, le intelligenze migliori restavano così in seno alla santa Chiesa, le cui dottrine apparivano ormai razionali a non pochi increduli od eretici. I Gesuiti allora poterono trarre profitto dall’Ermetismo per convertire protestanti, ebrei e musulmani, per poco che fossero incuriositi da quelle scienze segrete all’epoca universalmente in voga.

La dottrina esoterica, che poté affascinare taluni membri – e non dei meno importanti – della Compagnia di Gesù, non era forse di un’ortodossia assolutamente rigorosa, ma la cosa non aveva molto peso, in quanto non doveva essere professata pubblicamente».

E, nella nota relativa a questo passo, il Wirth aggiunge;

«Quando, a loro avviso, erano in gioco i superiori interessi della Chiesa, i Gesuiti sapevano mostrarsi molto accomodanti. Così, per conquistare la Cina, non avevano esitato a «cattolicizzare» il culto degli antenati».

Oswald Wirth, ermetista, martinista, magista, e massone di alto grado – era 33° grado del Rito Scozzese Antico Accettato, e maître à penser della tradizionalista Grande Loge de France di rue Puteaux – fa mostra di apprezzare molto, anche in altri passi del suo libro, l’ambigua condotta dei militi della suddetta Compagnia. Egli, come molti esoteristi francesi, sente forte attrazione per la chiesa cattolica, e in questo segue fedelmente le orme di Eliphas Levi, padre dell’occultisme, di Saint-Yves d’Alveidre, e di Stanislas de Guaita, del quale peraltro fu amico, stretto collaboratore e segretario. E, come loro, lamenta e contesta taluni – non certo tutti – coinvolgimenti politici e mondani della chiesa cattolica, e non il suo magistero dogmatico. Ovverossia, ne contesta il potere temporale, e non il potere spirituale. Mentre, per me, è proprio il magistero dogmatico della chiesa cattolica l’elemento spiritualmente più pericoloso, e decisamente quello da respingere maggiormente. Infatti, Oswald Wirth poche righe dopo auspica una “riforma” della chiesa, affinché essa sia veramente “cattolica”, pp. 53-54:

«Ora, taluni Gesuiti sembra proprio che abbiano cullato il progetto ardito di mettersi alla testa di una Chiesa più grande, per la realizzazione del Cattolicesimo integrale, cioè davvero universale.

Se non ci sono riusciti, è perché non hanno saputo porsi nelle condizioni indispensabili per operare utilmente in vista del compimento della Grande Opera. Hanno dovuto passare la mano ad altri che saranno forse più fortunati».

L’ingenuità e il candore del nostro scrittore svizzero-francese sono addirittura disarmanti. Il che dà l’occasione per fornire alcuni chiarimenti assolutamente necessari, sia dal punto di vista storico che dal punto di vista spirituale. L’esoterismo autentico non è affatto “misticismo”, così come non è affatto “misticismo” l’Iniziazione. La Conoscenza iniziatica non è l’esegesi o l’interpretazione trascendente simboli tradizionali e popolari del Cattolicesimo”, anzi spesso l’esatto contrario. L’Iniziazione è Conoscenza, ossia è percezione diretta – chiara e distinta – della realtà spirituale, e non è affatto “interpretazione”. Nella chiesa cattolica non è mai mancata l’interpretazione simbolica e allegorica della Bibbia e della liturgia: a cominciare dai padri della chiesa, ve n’è stata a fiumi, ed è stata per secoli il fondamento della teologia ufficiale ed ortodossa. Quelle che nella chiesa cattolica sono totalmente mancate sono proprio l’Iniziazione, come processo reale e non meramente simbolico di trasformazione dell’intero essere umano, e la Gnosis, ossia la Conoscenza diretta della realtà spirituale che dall’Iniziazione scaturisce. La chiesa cattolica ha sempre rifiutato e combattuto col ferro delle crociate e delle guerre di religione, e col fuoco dei roghi – una delle poche coerenze che le si possono riconoscere – il principio dell’Iniziazione, ha dichiarato chiusa sin dai primissimi secoli l’epoca delle “rivelazioni”, ha fulminato di scomunica e di consegna al braccio secolare – almeno finché lo ha potuto fare – coloro che cercavano l’Iniziazione, o una qualsivoglia conoscenza fuori dell’imposto, e naturalmente “infallibile”, supremo magistero della chiesa stessa.

Certo vi sono state nei secoli passati – ed è giusto riconoscerlo – singole personalità che si sono affrancate dall’astringente vincolo confessionale ed hanno cercata e trovata una concreta realizzazione spirituale, e in taluni casi anche l’Iniziazione. Personalità come Giovanni Scoto Eriugena, i Platonici della “Scuola di Chartres”, Meister Eckhart, lo stesso cardinale Nicola Cusano, si sono innalzati a livelli realmente iniziatici. E i benedettini Giovanni Tritemio e Basilio Valentino sono stati, nel campo dell’Ermetismo e dell’Alchìmia, degli autentici Maestri dell’Arte. Ma sia loro che i su nominati, divennero quello che furono malgrado e oltre i molti ostacoli loro frapposti dalla chiesa cattolica. Dovettero lottare duramente, e nel caso di Meister Eckhart questi a stento si salvò dalla severa condanna, e forse dal supplizio, con la sopravvenuta morte. Si tratta, comunque si eccezioni, sia pur luminose.

Quando, per fare due esempi, nell’Europa medievale, si manifestarono movimenti autenticamente spirituali come il Catarismo o l’Ordine del Tempio, che seppero elevarsi alle altezze dell’Iniziazione, l’azione della chiesa cattolica fu estremamente dura e spietata. La chiesa cattolica – servendosi di quel che Giosuè Carducci, in una delle sue Odi Barbare, quella A Giuseppe GaribaldiIII Novembre MDCCCLXXX,  chiama dantescamente il “triste amplesso di Pietro e Cesare” – per distruggere il Catarismo si alleò col re di Francia, scatenò una crociata, distrusse la gentile, colta e lieta civiltà occitanica, usò la brutalità della guerra, nonché l’orrore della tortura e dei roghi dell’Inquisizione per annientare i Catari. Non diversamente, del resto, da quel che fece la chiesa ortodossa in Oriente, sia pure per fortuna con molto minor successo, contro i Bogomili, ossia contro i Catari d’Oriente. E per distruggere l’Ordine del Tempio, di nuovo il papa Clemente V si alleò col “cristianissimo” re di Francia, Filippo il Bello, per imprigionare, torturare nelle maniere più atroci, bruciare sul rogo, o uccidere in altri efferati modi, i Templari. A tale proposito, sono emblematiche le parole scritte da Massimo Scaligero ne La logica contro l’uomo. Il mito della scienza e la via del pensiero. Tilopa, Roma, 1967, p. 63:

«Il guasto cerebrale non è individuabile come il guasto di un congegno obbiettivamente visibile. Se la coscienza riuscisse ad avere un rapporto obbiettivo con la cerebralità, questa non potrebbe alterarsi. Purtroppo la sua alterazione è il prodotto dell’errato pensiero, di un secolare processo di deterioramento razionalistico: che si può far risalire alla crisi del «sacro» in Occidente e rapportare ad eventi come la persecuzione dei Templari, la premeditazione del loro sterminio e l’alterazione della verità circa la loro funzione storica: alla rottura dei poteri, temporale e religioso, con la Tradizione, e alle premesse  della perdita dell’elemento metafisico del pensiero, che via via condurrà al filosofare intellettualistico, indi alla dialettica vuota d’intelletto».

E per farne uno tratto dalla più recente storia rinascimentale è interessante leggere quanto in un suo articolo scrisse Cristoforo Albertini in un suo articolo, pubblicato su ApertaMente, Centro Studi “Francesco Appignano”, nel febbraio 2011, col titolo Santi, Santità, Santità della vita, e ripubblicato su vari siti col titolo

«IN CHE COSA CONSISTEREBBE LA SANTITÀ?

Un mattino, mi capitò di consultare il calendario. E, insieme con la data, appresi che quel giorno fosse anche San Pio V, al secolo Michele Ghisleri, papa (1566–72). Conoscendo quel pontefice come uno dei più spietati carnefici nella storia italiana, rimasi di sasso, quando scoprii che la Chiesa lo avesse elevato anche agli onori dell’altare. Fra i tanti storici che condividono la mia opinione, il Giovannoli lo presenta come: «… uno dei più frenetici e sanguinari mostri che abbiano disonorato la razza umana». La sua carriera di feroce giustiziere incominciò, quando il regnante Pio IV premiò la sua zelante virtuosità nominandolo inquisitore. Pressati dalle numerose persecuzioni, i seguaci di Pietro Valdo, conosciuti come i Poveri di Lione, si erano rifugiati in impervie valli nella Savoia e in alcuni villaggi montani in Calabria, nella speranza di poter praticare la loro versione della cristianità indisturbati. Nel 1561 l’inquisitore Michele Ghisleri e futuro Papa Pio V sguinzagliò i suoi frati domenicani e coordinò le stragi dei valdesi di Calabria. Dopo pie devozioni, i suoi crociati avviarono lo sterminio con maniaca frenesia.

Incominciarono radendo al suolo i loro villaggi. Poi adunarono gli abitanti nelle piazze. I valdesi che si pentivano, ebbero la scelta di essere impiccati, sgozzati o scaraventi [sic] giù da una torre, prima di essere bruciati. E quelli che tennero saldo nel loro credo, invece, furono arsi vivi per direttissima. A suo credito, l’eminentissimo cardinale Ghisleri riuscì a realizzare in questo mondo il terrorismo divino descritto nell’Inferno dantesco. Il piemontese Michele Ghisleri era nato nei pressi di Alessandria. Di umili origini, un parente prete lo incamminò sulla carriera ecclesiastica. Il nostro don Michele si distinse subito per il suo intenso zelo religioso. La sua ostinata inflessibilità, quando si trattava di far osservare i mandati della Chiesa, venne all’attenzione del cardinale e Segretario di Stato Carlo Borromeo, nipote del regnante Papa Pio IV e cugino del cardinale Federigo, di fama manzoniana. Il pietoso cardinale Carlo, anche lui un inquisitore fatto santo, era già celebre per i suoi olocausti di streghe e d’indemoniati. Alla morte di suo zio, il Borromeo usò la sua prestigiosa autorità sul conclave per far eleggere il Ghisleri. E questi, in compenso al suo mentore, assunse il nome di Pio V, in onore del suo degno predecessore. Asceso al soglio, Papa Ghisleri sbigottì la festaiola società rinascimentale, abolendo lo sfarzo della corte papale, col suo inflessibile ascetismo e zelo cristiano.

«Durante il suo regno, fu sempre Quaresima», scrisse un contemporaneo. Il neo eletto pontefice concentrò tutte le sue energie promuovendo l’osservanza del canone di Santa Madre Chiesa. Non c’era via di mezzo: consenso o repressione. Era comunque prevedibile che quel suo rigorismo religioso cozzasse frontalmente con le consuetudini dei romani de Roma, avvezzi a gozzovigliare a spese del resto del mondo cristiano. Venutagli a mancare il pane e il circo (panem et circensem per il nostro avo e mentore Decimo Giunio Giovenale), era d’aspettarsi che la feccia di Romolo incominciasse a sputare pasquinate a mitraglia contro Papa Pio V.

In occasione dell’apertura di una nuova latrina, fatta costruire dal Pontefice in un palazzo vaticano, un poetastro affisse quest’annotazione a quel conforto:

Pio V, avendo compassione

per tutto quel che si ha sullo stomaco,

eresse come opera nobile

questo cacatoio.

Gli sgherri pontifici arrestarono un certo Nicolò Franchi e lo accusarono di essere l’autore di quell’epigramma. Il Franchi negò il fatto. Nonostante l’energica difesa del cardinale Morone, l’imputato fu dichiarato colpevole. Papa Pio V fu inesorabile: il povero diavolo fu impiccato. Qualche settimana dopo gli sgherri trovarono quest’altra composizione affissa alla statua di Pasquino:

quasi che fosse inverno,

brucia cristiani Pio come legna,

per avvezzarsi al fuoco dell’inferno.

Questa volta fu il turno del poeta Antonio Paleario a soffrirne le conseguenze. Ancora una volta, Pio V non volle sentir ragione. Il Pontefice, infatti, sospettò che il Paleario fosse anche l’autore dell’altro epigramma. Appunto per questo rincarò la dose, facendolo prima impiccare e poi bruciare.

Ora, a rigor d’eresia, ogni cattolico è obbligato a riconoscere nel Papa il vicario di Cristo in terra.

È mai capitato a questi credenti di chiedersi come mai il Cristo, figlio di Dio, abbia avuto la bontà d’invocare: «Signore, perdona loro, perché non sanno quello che fanno», raccomandando grazia per i soldati che lo stavano inchiodando sulla croce; mentre il Suo cosiddetto Vicario in terra, nella sua bestiale arroganza, non poté nemmeno perdonare dei giovani per delle stupide strofette? Durante il pontificato di Pio V, imperversavano le guerre di religioni tra cattolici e ugonotti in Francia e nelle Fiandre. Da bravo comandante supremo, quel Santo Pontefice mandò un corpo di truppe pontificie, al comando del conte di Santa Fiora, a dar man forte ai cattolici francesi. Quando Papa Pio ebbe sentore che il Santa Fiora avesse risparmiato qualche prigioniero, irato, gli reiterò di: «… non prender e prigioniero nessun ugonotto e di uccidere chiunque gli capitasse tra le mani». Il Pontefice scrisse inoltre una lettera a Filippo II, re di Spagna, con la quale, tra l’altro, gli raccomandò di non riconciliarsi mai col nemico della Chiesa: «… non mai pietà; sterminate chi si sottomette e sterminate chi resiste; perseguitate a oltranza, uccidere, ardere, tutto vada a foco e a sangue, purché sia vendicato il Signore… ». D’altro canto, Pio V si esaltava, quando riceveva i rapporti dei massacrati di ugonotti che i cattolici, sotto la guida del duca di Alba, perpetravano a Cahors, a Tours, a Tolosa, ad Amiens e altrove. In un momento di euforia, perfino premiò quel carnefice spagnolo col cappello e la spada, benedetti nientemeno dalla sua santissima mano. Ci sarebbe molto altro da aggiungere. Ma, a questo punto, crediamo di aver dato un’idea della ferocia di questo Santo Padre. Alla luce dei suoi crimini contro l’umanità, io stento a credere che oggi un decente cristiano abbia lo stomaco d’inginocchiarsi presso un altare e pregare a questo mostro, pur santo che sia, nell’Olimpo di Santa Madre Chiesa.

E ora cerchiamo di rispondere al quesito che ci siamo posti come titolo di questo intervento: in che cosa consisterebbe la santità? Leopold von Ranke, uno storico di chiara fama internazionale, dopo estesi studi di resoconti coevi, ci descrisse Pio V come un asceta che indossava il rozzo saio domenicano sotto gli addobbi papali. E in aggiunta, dormiva su un pagliericcio, praticava lunghi digiuni, estesi esercizi spirituali e guidava pellegrinaggi per le Sette Chiese di Roma a piedi scalzi, recitando paternostri e avemarie lungo l’intero percorso. Su questo io non ci vedo nulla da biasimare. Tuttavia, noi lettori del Vangelo, con le menti libere di pregiudizi sacerdotali, non possiamo far a meno di esprimere il nostro sdegno nel vedere calpesto il tema della carità, della fratellanza e del perdono, che pervade la parola e la vita di Cristo. E, peggio ancora, nel trovare santificata, al loro posto, una pletora di dogmi incoerenti, precetti banali, riti sfarzosi e leggende al limite del ridicolo, concepite da una gerarchia di uomini, che per via di documenti falsi, si è arrogata una considerevole parte dell’autorità divina.

Da ultimo, avanziamo il calendario della storia ai giorni nostri. La gerarchia ecclesiastica sembra non stancarsi mai di dannare gli scienziati, che usano poche cellule staminali, nella ricerca di rimedi per alleviare qualche miseria della condizione umana. Naturalmente, questi ministri di Gesù Cristo si sono dati l’assoluzione plenaria per tutte le stragi che hanno commesso negli ultimi quindici secoli. E con l’avvento della televisione poi, quasi tutti i giorni, ci presentano l’attuale Successore di Pietro, lindo di tutti i crimini commessi dalla sua casta, inginocchiato in profonda preghiera presso gli altari votati ai cosiddetti santi di Santa Madre Chiesa. E poi, traboccante di virtuosità cristiana, sale sul suo piedistallo d’infallibilità e ci pontifica la santità della vita. Quello, al parere di questo redattore, è il colmo dell’ipocrisia!».

Per mostrare quanta savia prudenza fosse un tempo necessaria, trascrivo alcuni passi dell’eruditissimo e impenitente paganaccio Arturo Reghini, presi dalla sua introduzione Enrico Cornelio Agrippa e la sua Magia, anteposta alla traduzione del primo volume del De occulta philosophia – che porta come sottotitolo «Prima traduzione italiana di Alberto Fidi, preceduta da un ampio studio introduttivo sopra l’autore e la sua opera a cura di Arturo Reghini». In realtà Arturo Reghini ne aveva fatta la traduzione integrale alla Torre Talao di Scalea nel 1926, ma il Fidi che era l’editore volle apparire, per una innocente vanità, di esserne altresì il traduttore – passi, a mio modo di vedere, oltremodo istruttivi. Ecco cosa scrive alle pp. LXXI-LXXVI:

«Sino dal 1509, infatti, Agrippa, quando aveva appena ventitre anni, Agrippa aveva quasi completamente composto i due primi due libri del «De Occulta Philosophia», mentre il terzo rimase per circa venti anni allo stato di abbozzo. Sino dai primi mesi del 1510 Agrippa aveva inviato una copia manoscritta dell’opera al famoso abate Tritemio, benedettino, autore di importanti e apprezzate opere sulla magia. La poligrafia, la steganografia, già abate di Spanheim, ed in quel tempo abate di Würzburg (Herbipolis), che egli aveva già personalmente conosciuto all’abbazia di Würzburg, intrattenendosi con lui di alchimia, magia, cabala, e di altri soggetti appartenenti al dominio delle scienze occulte.

Contemporaneamente al manoscritto, Agrippa inviava a Tritemio una lettera in cui, ricordando le conversazioni avute con lui a Würtzburg, «di chimica, magia, cabala e tutte le altre cose nascoste nell’occulto», rammentava come si fossero allora chiesti «perché mai la magia così altamente stimata dagli antichi filosofi, venerata nell’antichità dai savii e dai poeti, era divenuta nei primi tempi della religione sospetta ed odiosa ai Padri della Chiesa, ed era ben presto stata respinta dai teologi, condannata dai sacri canoni e proscritta dalle leggi». […]

A questa lettera di Agrippa, Tritemio rispose 1’8 Aprile 1510 con una lettera (Ep. I, 24) piena di lodi, che si trova pubblicata in principio delle antiche edizioni dell’opera (1531, 1533, 1550). Tritemio si dichiara massimamente ammirato per l’erudizione non volgare di Agrippa, che pur così giovane penetra segreti ed arcani nascosti anche a molti dottissimi uomini; dice di approvare l’opera, ed infine lo ammonisce per altro di osservare il precetto di comunicare le cose volgari al volgo, ma le cose più alte e più arcane soltanto agli amici più segreti e più elevati. «Dà il fieno al bove e lo zucchero solamente al pappagallo; fa attenzione di non esporti come ad altri è accaduto ai calci dei buoi». Agrippa si è attenuto con mirabile accortezza al primo precetto, ed il lettore dovrebbe sempre ricordarsene nella lettura della Filosofia Occulta; ma quanto alla seconda parte sappiamo quale conto abbia fatto di queste esortazioni alla prudenza, che i suoi amici sentivano opportuno di fargli per moderarne il temperamento aggressivo e temerario. Se non fece la fine di Cecco d’Ascoli, non sempre poté fare a meno dall’incassare quelli che Tritemio chiamava i calci dei buoi.

Anche un altro amico di Agrippa gli dava nel 1514 analoghi savii consigli. Apprendendo che Agrippa aveva decorato il muro della sua casa con un bel ritratto di Ermete, questo amico scriveva ad Agrippa (Ep. I, 42), ponendolo in guardia e dicendogli di badare che questo Dio incostante ed ingannatore, pericoloso quando lo si irrita, non lo conducesse filosofando filosofando sui carboni ardenti. Ed alludeva, è chiaro, ad altri carboni che non fossero quelli del forno filosofico della trasmutazione. In altri termini: caro il mio giovane ed ardimentoso Agrippa: occhio alla penna, e ricordati che la fiamma dell’amore e della carità cristiana arde così violenta, nei petti e nelle bocche del nostro così detto prossimo, che basta un nulla, per appiccarsi ai roghi della santa e cristiana inquisizione».

A smentire le troppo ingenue affermazioni di Oswald Wirth vi è il fatto, storicamente accertabile da chiunque, che proprio nel siècle d’or dell’Ermetismo e dell’Alchìmia, nel Seicento, si manifestò in Germania e in altre parti d’Europa quel movimento rosicruciano contro il quale la chiesa cattolica, e i Gesuiti in modo particolare, lottarono ferocemente col ferro e col fuoco: con grande dispendio sia di ferro (durante la Guerra dei Trent’Anni in Germania intere città come Halle furono passate a fil di spada) che di fuoco (innumerevoli i roghi accesi).

Ma l’azione di distruzione brutale, militare o inquisitoriale, non fu l’unica ‘opzione’ che la belva d’Oltretevere si è riservata per combattere l’‘eretica pravità’. Infatti già vediamo, a partire dal secolo successivo, nel Settecento, preti secolari e monaci farsi accogliere nelle nascenti logge massoniche, sorte un po’ ovunque dopo il ‘revival’ londinese del 1717. In alcuni casi, molti di questi religiosi cattolici, insoddisfatti degli aridi dogmi loro propinati, erano spinti da un impulso di sincera ricerca. In altri casi, sicuramente meno commendevoli, vediamo gesuiti e loro affiliati ‘insinuarsi’ nelle logge massoniche o in altri Ordini, con finalità non certo limpide. Poi, soprattutto col procedere dell’Ottocento e con la perdita di gran parte del potere temporale dei Papi, non si è più ricorso ai diretti metodi inquisitoria, anche perché oggi Vigili del Fuoco e Guardie Forestali avrebbero molto da eccepire circa l’accensione di roghi. Salvo, naturalmente, la piccola, affatto trascurabile, eccezione dell’incendio del Goetheanum la notte di S. Silvestro del 1922.

Quello che stupisce – assai stupisce – è l’atteggiamento di un candore davvero disarmante di tanti esoteristi nei confronti della chiesa cattolica. In alcuni casi è solo sprovveduta ingenuità, e incapacità di trarre le logiche conseguenze da premesse che pure sono molto chiare. In altri casi, come nell’azione dell’Innominato, abbiamo a che fare con una chiara strategia di abile ‘insinuazione’. Farò alcuni esempi, e il lettore ne trarrà le conclusioni che vorrà.

Una delle strategie tipiche della chiesa cattolica è quella di appropriarsi dei ‘metodi’ operativi, e delle ‘tecniche’ meditative, di spiritualità diverse. Si tratta di un vero “scippo” nei confronti dello Yoga, dell’Induismo, del Buddhismo, del Taoismo, e così via. Si opera a scindere – con indubbia e convincente abilità – quei ‘metodi’ e ‘quelle ‘tecniche’ dal contesto spirituale originario, e di utilizzarli, sotto apparenze molto ‘ecumeniche’, in àmbito cattolico. Eccone un primo esempio.

Il 1° giugno 2017, alle ore 16.00, presso l’Associazione Alma, in Via dei Ginori 19, nella Città del Fiore, organizzata dalle associazioni Ars.Ferraro e Alma, ha avuto luogo una conferenza tenuta dalla “Maestra Zen” Berta Meneses, e nei successivi giorni, dal 2 al 4 di giugno, è stato tenuto un ritiro di meditazione a Santa Maria a Ferrano, “luogo di arte e di spiritualità”, amena località poco sotto l’Abbazia benedettina di Vallombrosa. Ora una cotale conferenziera “illuminatrice”, nonché orientatrice delle sedute di meditazione, si presenta come:

«Berta Meneses appartiene all’ordine di San Filippo Neri ed è maestra Zen nel lignaggio di trasmissione di Harada, Yasutani e Yamada della Scuola Sanbô-Zen I tre tesori: Buddha, Darma e Sanga».

A parte che sia in sanscrito e in pali si dovrebbe dire e scrivere Dharma e Saṃgha o Sangha – sono solo leziosità filologiche, me ne rendo conto – è un “mistero” (si fa per dire…) come una religiosa cattolica, una suora, della Confederazione dell’Oratorio di San Filippo Neri (in latino Confoederatio Oratorii Sancti Philippi Nerii), la quale riunisce le società clericali di vita apostolica di diritto pontificio, possa conciliare la teologia cattolica con una Via di liberazione come il Buddhismo, e in particolare la Scuola Ch’an o Zen. È evidente come la religiosa cattolica non possa accettare la visione che il Buddhismo ha dell’essere umano, delle sue vite successive, il suo negare l’idea di un Dio trascendente come creatore del mondo e delle anime dal nulla, il suo negare l’utilità o la necessità ai fini della liberazione dal ciclo delle rinascite della liturgia sacramentale di qualsiasi tipo, compresa quella cattolica. Ed è altresì evidente che oramai anche in Oriente, come avverte Massimo Scaligero, persino nello Zen si è largamente smarrita l’autentica trasmissione spirituale e siamo alla confusione delle lingue. In questo caso – come in altri – o vi è ingenuo candore, o vi è cosciente doppiezza.

Ma, in questo campo, i gesuiti sono andati ben oltre. Abbiamo, infatti, il caso del gesuita tedesco Hugo Lassalle S.J., che viene spacciato per Maestro Zen – e non è il solo – col nome di Makibi Enomiya Lassalle. Infatti, in articolo apparso su La Stampa di Torino il 23 gennaio 2017, e intitolato  Hugo Lassalle, il missionario gesuita che diventò maestro zen in Giappone, leggiamo che:

«Di figura ascetica, altissimo e magro, Padre Lassalle portò in Occidente la meditazione di eredità buddista, avendo sperimentato che, a suo dire: «Nello zen l’anima va incontro a Dio fino all’estremo limite delle sue possibilità».

Come spiega la parola zazen, “meditare seduti”, tale pratica consiste in esercizi di postura, respirazione e concentrazione volti a creare uno stato di coscienza profondamente contemplativo, dove l’attività del pensiero viene azzerata per lasciar emergere uno stato di assoluta pace e consapevolezza. Solo in questa dimensione, spiegava Lassalle, si può ottenere una conoscenza empirica e intuitiva di Dio.

Eppure, come ricordava il gesuita, una tradizione di pratica mistica per molti aspetti assimilabile allo zen esisteva, già da secoli, nella tradizione cattolica: basti citare gli insegnamenti dei santi Bonaventura da Bagnoregio, Teresa d’Avila, Giovanni della Croce e soprattutto gli esercizi spirituali di Ignazio di Loyola che, a quanto sosteneva anche Carl Gustav Jung, erano, in Occidente, una delle forme di meditazione cristiana che meglio giungeva fino all’inconscio.

Nel suo libro fondamentale “Zen e spiritualità cristiana”, Hugo Lassalle sosteneva che la tradizione religiosa dell’Occidente fosse troppo legata al pensiero concettuale per offrire ai credenti una conoscenza diretta ed esperienziale di Dio alla quale la meditazione buddista si era, invece, avvicinata pur senza aver beneficiato della rivelazione di Cristo: «In Occidente predomina più il conscio, in Oriente l’inconscio. Entrambi i campi devono integrarsi perché sorga una piena personalità. Questo è il futuro per un rinnovamento profondo della fede cristiana».

Dei ‘mistici ammaestramenti’ del nostro gesuita è lecito dubitare fortemente, e personalmente ne faccio molto volentieri a meno. Anche il fatto che il nostro “Maestro” Hugo Enomiya Lassalle abbia realizzato l’Illuminazione buddhica è pure cosa sulla quale vi sarebbe da eccepire fortemente, visto ch’egli mette sullo stesso piano l’esperienza mistica di un S. Giovanni della Croce, di un Bonaventura da Bagnoregio con i languori erotico-mistici di una Teresa d’Avila e gli Exercitia di Ignazio di Loyola. Che poi attraverso la meditazione, sia essa cristiana o buddhista, si cerchi di raggiungere ‘meglio’ – come dicono Lassalle e Jung – l’inconscio, e che il conscio si debba integrare con l’inconscio è veramente indicare la via dell’antispirito, e della controiniziazione: è veramente un aprirsi spregiudicato ad una vera e propria ‘trascendenza dal basso’. Non è certo solo questo lupaccio cattivissimo ad affermarlo, ma soprattutto Rudolf Steiner e Massimo Scaligero, i quali mettono bene in evidenza come mettersi nelle mani dell’inconscio sia in realtà diventare preda delle ultracoscienti deità ostacolatrici che mefistofelicamente dominano l’essere umano attraverso il doppio arimanico. L’unico “inconscio” in questione è l’essere umano non cosciente della presenza e dell’azione di tale “doppio”: alla cui azione, in maniera vieppiù incosciente e irresponsabile, egli viene invitato ad ‘aprirsi’.

Il nostro nippo-germanico “Maestro” gesuita, di origine alsaziana, ha pure seguaci e prosecutori della sua mala opera nella bella Terra d’Ausonia. Infatti, un suo seguace e discepolo propugna un uso affatto agnostico della meditazione, ridotta a questo punto a mera “tecnica” da usare da chi voglia, senza porsi problemi morali o spirituali, come nel caso del training autogeno elaborato dallo psichiatra tedesco Johannes Heinrich Schultz. Si trova on-line una intervista all’allora ottantasettenne R.P. Francesco Piras S.J., pubblicata su l’Unione Sarda del 13 ottobre 2002. L’articolo, fortemente laudativo, è intitolato Il gesuita zen e i suoi mille allievi, mette in evidenza come «Donne e uomini di ogni ceto e cultura, cattolici, protestanti, buddisti, agnostici, atei che vedono in lui un importante punto di riferimento spirituale».

Costui, dopo aver operato per anni a Torino, nel 1982 decide di tornare in Sardegna, sua terra d’origine.

«È allora che torna nella sua terra, a Cagliari, nella casa dei Gesuiti dove attualmente vive con i suoi quattordici confratelli. Subito decide di aprire in città una scuola di meditazione che prescinda dalla religione, indu, zen, o cristiana. L’alsaziano padre Lassalle, promotore della spiritualità zen, è il suo maestro. «Il primo a capire che se si voleva convertire il Giappone bisognava calarsi nella mentalità del suo popolo». Oggi parlare di Oriente è di moda. Ma quando Lei cominciò il terreno doveva essere assai meno fertile.

 «Vent’anni fa fuori dalla Sardegna c’erano solo due centri tenuti da cristiani e uno da buddisti italiani. Tutti volevano fare proseliti. A Cagliari non c’era niente, ho intuito che si dovesse fare qualcosa. Ho cercato di presentare la meditazione come un fatto autentico, senza chiedere nulla se non il benessere fisico e spirituale della persona».

 Questo è lo Zen – “derealizzato”, ossia snaturato e strumentalizzato, direbbe Massimo Scaligero – che ha come scopo quello di “eliminare lo stress”, “fare vivere meno affannatamente”, utile per dare anche al materialista e all’ateo che soffrono delle “nevrosi del mondo moderno”, non una “conoscenza liberatrice” della quale vi è urgente bisogno, ma “serietà” e “forti principi etici”: naturalmente sradicati da una visione spirituale del mondo che dovrebbe giustificarli e sorreggerli. Infatti, si legge nell’articolo-intervista:

«Anche se chi la segue non è necessariamente cattolico, o praticante…

«Lo scopo non è quello, ma la naturale conseguenza è che quando si sviluppa la parte spirituale si diventa più seri. Parlo della serietà di una vita cristiana o laica improntata a principi etici forti».

Perché tante persone si avvicinano a questa pratica orientale?

«Per curiosità, per ridurre lo stress, per avere una pace interiore. In questa nostra società sopraffatta dal materialismo e dalla violenza forse abbiamo il desiderio di fermarci».

Nell’ambito della spregiudicata azione di “scippo” della spiritualità altrui da parte della parte avversa, oramai vediamo da decenni monasteri domenicani nei quali si pratica lo Yoga, conventi gesuitici nei quali si fondono in uno spregiudicato melting pot Yoga, Zen, psicanalisi freudiana, psicologia analitica junghiana, ed eziandio le tecniche dell’arimanico mago caucasico G. I. Gurdjieff, ma in quest’ultimo caso si tratta di sincerissimo amore e di una foscoliana e schietta “corrispondenza di amorosi sensi”. Oltre al frequentare, quando utile, logge massoniche, naturalmente. In questa opera di fagocitazione da parte della chiesa cattolica – la quale, come usava dire il filosofo Benedetto Croce, «è uno stomaco che può digerire tutto» – non poteva mancare la Scienza dello Spirito.

Già negli anni ottanta dello scorso secolo, Karol Woityla, papa Giovanni Paolo II – grande protettore e sponsor dell’Opus Dei e di Comunione e Liberazione – il quale negli ambienti ‘gianicolensi’, ma anche altrove, veniva qualificato come un “papa antroposofo” – dette direttive perché si organizzasse a Fulda, in Germania, un convegno sulla cristologia antroposofica, nella quale si doveva staccare tale cristologia, dalla figura di Rudolf Steiner, ed eliminare l’idea della reincarnazione. Inoltre, sempre il Woityla propugnò l’utilizzare il metodo degli esercizi del libro Iniziazione dalla visione della Scienza dello Spirito, sulla quale sono fondati e che sola li giustifica. Mi hanno sempre stupito, e lasciato oltremodo perplesso, il disarmante candore e l’ingenuità di molti “scaligeropolitani”, che per decenni hanno voluto illudersi – in ciò apertamente sollecitati da chi a tale mala opra era preposto – nei confronti di questo papa, nemico dichiarato di ogni esoterismo, e della Scienza dello Spirito in modo particolare e deciso.

Più recentemente, abbiamo visto una dirigente della Societrà Antroposofica in Italia, molto attiva nel campo della pedagogia Waldorf, consultarsi regolarmente con padre barnabita, suo “direttore spirituale”. Ma quel che più stupisce è leggere sulla LETTERA AI SOCI- PASQUA 2017, organo ufficiale della Società Antroposofica in Italia, alle pp. 19-20, un articolo di Stefano Pederiva, per svariati decenni segretario della Società Antroposofica in Terra d’Ausonia, intitolato COSTRUIRE MURI O COSTRUIRE PONTI. In tale articolo, dispiace davvero leggere il Pederiva cominci subito con un discutibile paragone “politico-cosmologico”, affermando che:

«I muri separano e dividono: non voglio contatto col diverso, voglio isolare l’estraneo, voglio difendere la mia identità. L’era di Trump si presenta con l’impulso a costruire muri, anche i ghetti e il razzismo erano frutto di barriere di isolamento. Il ponte è l’immagine per l’impulso opposto, unire, collegare, aprirsi al diverso. I muri ci parlano della fase Marte della evoluzione della Terra, i ponti della fase Mercurio, grazie alla svolta della fase Cristo. Siamo di fronte a temi di grande attualità, sia nel macrosociale che nel microsociale».

Appurato che dei vari presidenti degli Stati Uniti d’America, personalmente nulla mi cale né tampoco mai nulla mi calse, essendo essi solo i classici ‘uomini di paglia’, ovvero esecutori di quanto viene deciso in ben altre sedi, soprattutto occulte, delle quali molto ci dice Rudolf Steiner, disvelandoci i retroscena di molti avvenimenti della storia mondiale degli ultimi secoli, ritengo che la politica – qualsiasi forma di politica – debba mai avere a che fare con l’esoterismo, visti i ripetuti disastri che, ripetutamente ed ogni volta, ha prodotto portando sempre alla distruzione di intere Comunità spirituali.  Ma ecco che cosa scrive – e me ne sono stupito assai – Stefano Pederiva nel proseguo del suo articolo:

«Nella Società antroposofica italiana sono emersi da qualche tempo forti tensioni per alcuni passi fatti da istituzioni ispirate all’antroposofia, per esempio la Federazione che riunisce le scuole steineriane o l’Associazione per l’agricoltura biodinamica, ma che non hanno alcun legame diretto con la Società antroposofica stessa. Come esempio si può prendere il fatto che da molti anni la Federazione si è associata alla FOE di notoria matrice cattolica. La cosa è stata dibattuta negli incontri dei fiduciari dei gruppi antroposofici e nell’ultima assemblea della Società antroposofica. Si può cercare di osservare quanto è avvenuto alla luce delle considerazioni precedenti? Si è lavorato alla costruzione di muri o di ponti?

Certamente è emerso un notevole elemento dogmatico che ha portato alla creazione di fronti contrapposti. Lo stile e il modo di procedere hanno mostrato un deciso carattere denigratorio. Il nemico non è stato ucciso, ma vi è stata la fuoriuscita dalla Società antroposofica italiana. Hanno in altre parole dominato le forze di Marte. Se ora si vuole guardare al futuro sorge la domanda: possiamo cercare di lavorare con le forze di Mercurio, con l’impulso a costruire ponti, o restiamo alla costruzione di muri? Possiamo vedere la fase puberale della nostra comunità come un passaggio ad una maturazione sociale?

Il primo passo sarebbe quello di superare le posizioni dogmatiche, non avere un fronte che ha la certezza di rappresentare il giusto e quindi anche il bene e che cerca la propria identità contrapponendosi a chi è nell’errore e quindi rappresenta il male poi cercare un linguaggio e un modo di procedere che non sia aggressivo e denigratorio ed infine non vedere il diverso come nemico da combattere e da eliminare, ma come un arricchimento che integra la inevitabile unilateralità di una tra molte prospettive. […] Se c’è la volontà di percorrerla, allora si trovano anche le giuste iniziative per rendere operative le forze di Mercurio con le quali costruire ponti, se questa volontà non c’è, restiamo succubi delle forze del passato legate alla costruzione di muri».

Devo dire – quis vetat ridendo dicere verum? – che la fraseologia usata da Stefano Pederiva mi fa un effetto passabilmente comico. Tenendo conto che, da una parte, l’Accademia dei Ponti è una istituzione dietro la quale si cela – ma in maniera trasparente (si fa per dire…) – l’Opus Dei in Toscana e nella dantesca Città del Fiore. Lo strano è che tale Accademia “dei Ponti”, opera proprio in campo educativo e pedagogico nei confronti di giovani e non più giovani. Infatti, così può leggere chiunque vada sul loro sito web:

«L’Accademia dei Ponti è un centro culturale per la formazione integrale della persona, nato a Firenze nel 1984. È il risultato dell’impegno di diverse famiglie – oltre che di docenti, lavoratori e professionisti – che hanno creato un ambiente formativo stimolante e dinamico, aperto a studenti di ogni grado.

Le attività sono aperte a tutti, senza alcuna discriminazione. Il clima di libertà che le informa, facilita lo sviluppo di personalità aperte, responsabili, animate da spirito di servizio e laboriosità».

E circa il legame esplicito con la molto discussa organizzazione confessionale, sempre nel suddetto sito, alla pagina Opus Dei in Toscana, possiamo leggere:

«Sin dalla nascita l’Accademia dei Ponti ha dato un orientamento cristiano ad ogni sua attività, nella convinzione di poter offrire così uno specifico contributo alla formazione. Per questo, durante l’anno si organizzano anche attività spirituali, affidate alla Prelatura dell’Opus Dei, istituzione della Chiesa Cattolica la cui spiritualità è centrata sul messaggio di San Josemaría Escrivá: cercare Dio nella vita quotidiana. Alcuni tra i valori su cui si fonda l’Accademia sono l’amicizia, la libertà, il servizio, la laboriosità, la generosità, la lealtà, la fiducia, la professionalità».

È noto che l’Opus Dei – che gli avversari, maliziosamente, tuttora chiamano Octopus Dei, ovvero la Piovra o la Mafia di Dio – era, assieme a Comunione e Liberazione, in cima ai pensieri di Karol Woityla, papa Giovanni Paolo II, il quale fece di ambedue queste organizzazioni prelatura personale, ossia esse dipendevano direttamente da lui, e non dalla gerarchia locale della chiesa, rispetto alla quale esse non erano tenute all’obbedienza. Anzi, per lui l’Opus Dei incarnava il “vero spirito” della Compagnia di Gesù, contro quelle che a lui sembravano preoccupanti derive marxisteggianti della suddetta Compagnia (e si sbagliava alla grande…): insomma, una sorta di ‘Rifondazione Gesuitica’. Alla faccia di coloro che sul colle gianicolense lo lodavano come un “papa antroposofo”…

Lo strano è che molto del linguaggio dell’articolo di Pederiva risuona di una terminologia linguistica, per così dire, fortemente “bergogliana”. Ma se casuali possono essere tali coincidenze linguistiche – in realtà un occultista cancella sempre la parola “caso” dal proprio vocabolario – e frutto di suggestioni varie, non è invece affatto un caso la connessione – omertosamente taciuta per ben 15 anni sia ai membri della Società Antroposofica che alle famiglie degli allievi delle scuole steineriane – tra la Federazione Scuole Waldorf e la FOE, ovvero la cattolicissima, e integralista, Compagnia delle Opere-Federazione Opere Educative, emanazione strettamente controllata da Comunione e Liberazione, del defunto don Giussani. Affermare che Federazione delle Scuole Waldorf non abbia alcun legame diretto con la Società antroposofica stessa, è veramente prendere in giro chi legge, perché, per esempio, una personalità dirigente, e preminente, in tale Federazione è proprio quella gentil signora emiliana che si rivolge ad un padre barnabita per consigli e ‘direzione spirituale’, signora che scrive pure sul bollettino della Società Antroposofica e fa parte, penso, altresì del Collegio di Presidenza della Società stessa. Ora, mentre la dirigenza delle Scuole Waldorf cerca di “costruire ponti” nei confronti della potenza straniera d’Oltretevere, la controparte, ovvero la parte avversa, moltiplica assalti ingiuriosi e calunniosi nei confronti di Rudolf Steiner, dell’Antroposofia e della stessa pedagogia antroposofica, agendo con incontri,  video postati su Youtube e quant’altro, a “spaventare le mamme”, dicendo loro che i bambini affidati alle scuole antroposofiche subiscono danni psichici e spirituali dall’azione occulta degli insegnanti di quest’ultime.

Comunque, al posto di Stefano Pederiva, io non mescolerei le immagini della storia cosmica della Terra e dell’uomo, con le vicende di bassa politica delle conventicole antroposofiche. Il dibattito, anche rissoso, all’interno di una Società Antroposofica a chi operi interiormente poco cale e nulla interessa, perché come scrive Massimo Scaligero nel primo capitolo del suo Trattato del Pensiero Vivente, «La morte del pensiero è la condizione del suo dialettificarsi in forme diverse solo in apparenza contrastanti». La lotta tra tali morti pensieri è la conseguenza dell’indifferenza, anzi dell’esplicita avversione, all’interno della Società Antroposofica nei confronti della pratica interiore degli esercizi dati da Rudolf Steiner, nonché in particolare della Concentrazione e della Via del Pensiero, che Massimo Scaligero ha riposto al centro della Scienza dello Spirito.

E disgusta il fatto che coloro che, oggi, invocano un tale ‘spregiudicato’ e ‘mercuriale«gettare ponti» nei confronti della potenza straniera d’Oltretevere – quella stessa che ha bruciato il Goetheanum, avvelenato Rudolf Steiner, organizzato attentati militari per assassinarlo, ed altre turpi azioni – sono i medesimi individui che per decenni hanno calunniato e diffamato Massimo Scaligero, si sono sforzati di impedirne in ogni modo la diffusione dell’opera, così come avevano fatto decenni prima nei confronti di Giovanni Colazza. Conosco bene i metodi ‘pontificali’ adoprati dalla dirigenza della Società Antroposofica in Italia contro Massimo Scaligero e Giovanni Colazza. Vi sono dirigenti della Società Antroposofica in Italia i quali affermano ancor oggi, apertis verbis, che “non saranno contenti e tranquilli, se non quando avranno buttato fuori l’ultimo seguace di Massimo Scaligero”!

E conosco altrettanto bene – potrei tranquillamente documentare il tutto – come la figura spirituale di Massimo Scaligero venga diffamata all’interno dei milieu antroposofi sulla carta e nel web in Germania e altrove. Tra l’altro, sono giunto alla conclusione – altro mirabile dis-velamento della mia Amata – che certe delicate informazioni su Massimo Scaligero certi gaglioffi e pendagli da forca in Germania e Oltreoceano possono averle ricevute solo da una particolare ‘fonte’ in quel di Roma sul verdeggiante Gianicolo. In Germania, sono giunti a fare sparire nelle librerie antroposofiche le poche opere di Massimo Scaligero tradotte in tedesco: oramai le varie case editrici collegate alla Società Antroposofica si rifiutano di far tradurre e pubblicare altre opere sue.

And finally – come direbbero gli anglofoni – veniamo al capitolo doloroso dell’opera di ‘infiltrazione’, di ‘insinuazione’, della Comunità Solare dei discepoli di Massimo Scaligero da parte di chi, da svariati decenni, si sforza di attuare – ad maiorem romanae ecclesiae gloriam – quel “trasbordo ideologico inavvertito”, ossia dell’Innominato. L’articolo è già troppo lungo e non posso ulteriormente dilungarmi – hic et nunc – sui particolari salienti e sui dettagli di tale indubbiamente ‘operazione’ sottile ed abile, quanto esiziale. Per ora intendo, come momentanea conclusione delle su riportate considerazioni, riportare a mo’ di esempio quanto costui scrisse, nel 2015, sul numero 129-130 della rivista gianicolense da lui diretta, in un articolo di fondo non firmato – e quindi verosimilmente attribuibile all’Innominato – intitolato Ascesi ed esoterismo, le quale a p. 19, nel paragrafo conclusivo, costui così scrive:

«Anche l’esoterismo tradizionale è ricco di espressioni simili, e in molte di esse si celano contenuti di saggezza che non chiedono altro che di essere attualizzati dalla coscienza, ossia seminati nel terreno di questa epoca e qui portati a nuova fioritura. Uno di questi detti, martinista, ammonisce: «Maschera Mantello e Silenzio», con riferimento alla divisa interiore che il discepolo, o l’adepto, deve adottare a difesa del suo Ordine e però di questo da lui stesso. L’inappartenenza [sic: notare la venustà del periodare!] a un Ordine formale gerarchicamente organizzato accresce la responsabilità del discepolo nei confronti della sua disciplina, di cui egli è costituito incognito rappresentante. Senza regole patti o giuramenti, che non siano quelli dell’anima di fronte allo specchio della coscienza, gli è affidato un bene di cui dare silenziosa testimonianza, apparendo nel mondo per quel tanto che il suo ruolo sociale prevede, affidandosi all’identità di cui quella umana è la provvisoria maschera, però nel volgere dei tempi e nel rinnovarsi della memoria e della dedizione destinata a sparire».

Bello, no?! All’apparire illudente tutto sembra meraviglioso giusto, e persino pervaso da una sorta di soffuso poetico afflato mistico. Prima di tutto, quello “martinista” non è affatto una forma di esoterismo tradizionale, bensì frutto di un’operazione fatta al tavolino – è proprio il caso di dire così – nelle riunioni al ristorante-cabaret parigino dello Chat Noir, al numero 84 del boulevard Rouchechouart, ove negli anni ottanta del siècle stupide, ossia l’Ottocento, si incontravano il Dott. Gérard Encausse, in arte Papus, Augustin Chaboseau, ed eziandio personaggi molto dubbi ed equivoci dell’integralismo cattolico come Maurice Barrès, Joséphin Péladan, e persino Charles Maurras, fondatore dell’organizzazione ultramonarchica e ultracattolica della destra radicale di Action Française, molto attiva e agitata tra la I e la II Guerra Mondiale, e altri. Di un tale Ordine Martinista fecero parte vari prelati cattolici “modernisti”, più o meno en déguisé. Questo Ordine Martinista papusiano, che tanto loda l’Innominato, è proprio una delle tante formazioni pseudo-esoteriche che la parte avversa d’Oltretevere ha messo su per disgregare ambienti e comunità spirituali varie, ed attuare metodicamente il sempre efficace “trasbordo ideologico inavvertito”, e riunire in un “più sicuro ovile” tante pecorelle smarrite, sedotte dall’‘eretica pravità’, ma anche per oscure operazioni politiche, come quelle che aprirono la strada ai tragici eventi della Grande Guerra del 1915-1918. Su ciò Rudolf Steiner è assolutamente esplicito. Non si contano oggi gli Ordini templari, rosicruciani, e massonici, ma anche gruppi ‘pagani’ ed eziandio ‘antroposofici’, messi abilmente su alla bisogna dalla Curia transtiberina. Persino i rituali ‘pagani‘ di un virulento e sovversivo gruppo politico-esoterico degli anni settanta del trascorso secolo, composto da elementi evoliani e kremmerziani, provenienti dal disciolto Ordine Nuovo, furono redatti – come mi fu apertamente testimoniato – nelle stanze della potenza straniera d’Oltretevere. Per ora, non posso entrare, per motivi di spazio, nei particolari – ma lo farò, se il Destino me lo concederà, in seguito – di tutta questa complessa macchinazione, il cui unico scopo è lavorare, sempre e comunque, ad maiorem ecclesiae gloriam: naturalmente una ‘ecclesia’ – direbbero i Catari medievali – tutta carnale, terrena, politica ed economica: ossia al servizio del princeps huius mundi, dell’Oscuro Signore.

E giusto tuttavia, per sentire una voce «diversa», riportare – l’ho fatto già in un mio precedente articolo, al quale rimando il diligente lettore –  quanto scrisse nel 1926 Arturo Reghini, che aveva avuto modo di conoscere il martinismo dall’interno, nella nota (66) a p. CII della sua Introduzione alla sua traduzione del De Occulta Philosophia di Enrico Cornelio Agrippa di Nettesheim, traduzione che è sua anche se portò, come detto più sopra, il nome dell’editore Fidi. Nel suo studio, Enrico Cornelio Agrippa e la Magia, Reghini così scrive:

«Le società a pretese od aspetto iniziatico, spesso, sono anche o soltanto strumento od emanazione di enti aventi carattere politico-religioso. Ci limiteremo a segnalare il «martinismo» fondato da Papus nel 1887 con lo scopo precipuo e dichiarato di opporsi alla tradizione pitagorica, ed i cui capi, i così detti Superiori Incogniti, si servono per designare il loro grado delle stesse iniziali adoperate dai RR. PP. della Compagnia di Gesù; certo per meglio mostrare quali siano gli incogniti superiori. Questo può anche aiutare a spiegare come mai questa gente, durante l’ultima guerra [I Guerra Mondiale], ha seguito la stessa politica della Compagnia di Gesù. Il lettore è pregato di credere che sappiamo quel che diciamo».

Hai visto mai che il nostro prode Innominato gianicolense, tra le sue varie – interessanti e interessate – ‘frequentazioni’. sia finito proprio anche in àmbito martinista – del cui simbolismo, peraltro, nel suo articolo dà una interpretazione volutamente errata e  fuorviante – e sia divenuto, lui pure, uno dei tanti, troppi, Supetiori Incogniti, e quindi un anello della ‘mistica’ catena dei S.I., cui accenna il bravo Arturo Reghini? Ma?! È veramente molta la babelica confusione, ed è savio che il ricercatore, che voglia veramente preservare coscienza e libertà da ogni suadente manipolazione, eserciti una attenta “discriminazione degli spiriti”, conditio sine qua non della sopravvivenza degli individui e delle Comunità spirituali.

Ne vedremo delle belle: promesso!

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

CONTROLLO DEL PENSIERO E CONCENTRAZIONE

Massimo - Copia (2)

Da molto tempo, parvemi che all’interno delle file “scaligeropolitane” regni una qual certa confusione circa la differenza tra l’esercizio del controllo del pensiero e la pratica della Concentrazione, e in generale tra i cosiddetti cinque esercizi “ausiliari”, che io preferisco chiamare “basilari”, o “fondamentali”, e la Via della Concentrazione.

Una tale confusione è in parte comprensibile, in quanto riguarda la differenza – per molti, anzi per i più, difficilmente intuibile e afferrabile – tra la semplice via “antroposofica” – che in realtà non è punto “semplice” – e la radicale Via del Pensiero. Per molti – per quasi tutti – la via antroposofica è inconsapevolmente una “via dei pensieri”, ovvero una “via dei pensati”, i quali vengono generalmente accolti più o meno passivamente, e a volte tradotti in attività razionale-intellettuale, o mistico-sentimentale: raramente in concreta, fattiva, attività interiore. È già molto difficile vivere la via antroposofica in maniera autentica, e non distorcerla, non deformarla, non profanarla, non tradirla: come purtroppo sta invece ampiamente accadendo. Come mette in evidenza Massimo Scaligero in tutta la sua opera, i più nei confronti dell’esoterismo e dei contenuti spirituali non riescono a superare i limiti dell’anima senziente e dell’anima razionale-affettiva. Molti hanno una stringente necessità del supporto di tali «pensati», senza i quali – com’è detto nel Trattato del Pensiero Vivente – il loro pensare «non saprebbe essere pensiero». Ma questa è, purtroppo, la generale condizione umana. Che si possa andare oltre tale condizione è un còmpito – una impresa veramente eroica – «realizzabile forse da pochissimi».

Pochissimi, infatti, riescono a intuire, o a sperimentare, l’essere del pensare prima, e oltre, e senza i pensieri, ossia senza quei «pensati» dei quali ordinariamente l’uomo ha cogente necessità per pensare. Conobbi una persona, razionalmente molto dotata, la quale di fronte a questa condizione radicale del «pensare vuoto di pensieri», e del fatto che in realtà, com’è detto ne La logica contro l’uomo, «l’Io non pensa, non sente, non vuole, ma s’identifica, o si disidentifica, col pensare, col sentire e col volere», provò, e confessò, un terrore tale da abbandonare per sempre la Scienza dello Spirito, e darsi alla lucrosa attività del “fare i soldi”. Un’altra persona, a sua volta, maggiormente dotata dal punto di vista razionale e ascetico, di fronte all’idea dell’esperienza dell’oggettività del pensare vivente su sé fondato, e non funzione soggettiva e atto di “potenza” del miserabile ego umano, ebbe egli pure tale paura da ribellarsi violentemente alla Scienza dello Spirito e da giungere persino a irridere pubblicamente la Concentrazione e la Via del Pensiero, pur da lui praticata per anni, per poi darsi alla ricerca di vie della facile forza, della rapida conquista della tanto disiata e bramata “potenza”, nonché darsi al vitalismo più edonistico e trasgressivo. Altri ancora, invece, meno onesti, per non confessare a se stessi, di fronte alla richiesta radicale della Via assoluta, quello che il Buddha Shakyamuni nel Bhayabherava-sutta, quarto Sutta della prima cinquantina del Majjhima Nikaya, chiama il “terrore-spavento”, scartano il problema buttandosi nei mistici languori delle morbide e consolanti “vie dell’anima”, oppure nell’inconcludente dialettismo intellettuale.

La via “antroposofica”, in quanto via dei pensieri, è una via “mediata”, la quale di per sé – se lealmente e onestamente percorsa – può portare veramente molto lontano: anche a incontrare la Via Assoluta, l’autentica Via del Pensiero. Infatti, essa, ancorché mediata, è un’autentica via spirituale e non una “via dell’anima”. Quest’ultima, invece, è ciò che dai “birbonipolitani” – i quali sarebbero, secondo la calzante e divertita espressione del mio ottimo amico C., gli abitanti di Birbonopoli, capitale della nefandissima “Birbonia” – surrettiziamente, col “trasbordo ideologico inavvertito”, si cerca di sostituire alla verace Via spirituale mediata o immediata, donata dal Maestro dei Nuovi Tempi e riposta al centro da Massimo Scaligero.

Che la Via del Pensiero, come Via Solare, o Via Assoluta, non coincida con la Via antroposofica, è dimostrato, tra l’altro da quel che più volte mi disse personalmente Massimo Scaligero, riferendosi per esempio, tanto per citare un caso fra altri, ad antichi asceti buddhisti, come Nagarjuna e al suo Shunyavada, o “dottrina del Vuoto”, della quale Massimo Scaligero parla ampiamente ne La Via della Volontà Solare, e in molti suoi articoli. Ma, in alcuni colloqui personali, egli mi rivelò pure che vi erano nel mondo alcune persone – autentici asceti operanti – le quali, da sole, «avevano scoperto il segreto del pensiero: l’essenza segreta della Via del Pensiero Vivente», e – con mio evidente e gioioso stupore – mi comunicò che tali persone nulla sapevano dell’Antroposofia né di Rudolf Steiner, del quale non conoscevano neppure il nome. E, in maniera significativa, aggiunse: «Noi che abbiamo scoperto il segreto della resurrezione del Pensiero Vivente siamo tutti collegati, e ogni notte noi ci incontriamo nel Mondo Spirituale». Mi prendo la totale responsabilità circa la veridicità di questa mia testimonianza rispetto a questa comunicazione che Massimo Scaligero mi fece. E forse non la fece solo a me.

È noto come Rudolf Steiner avrebbe voluto dare al mondo unicamente quelle opere riguardanti la pura e radicale Via del Pensiero: l’Introduzione alle opere scientifiche di Goethe (1883–1897), la Linee fondamentali di una teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo (1886), Verità e Scienza (1892), la Filosofia della Libertà (1894), Nietzsche, lottatore contro il suo tempo (1895) la Concezione goethiana del mondo (1897), I Mistici all’alba della vita spirituale dei nuovi tempi (1901) gli Enigmi della Filosofia (1914). Egli considerava essere questo il suo precipuo còmpito: indicare la Via della liberazione del pensiero, donandola al mondo nella forma di un ascetico idealismo magico. Anche su questo punto, Massimo Scaligero con me fu assolutamente esplicito. Dopo aver cercato per un paio di decenni di indicare al mondo la Via solare del pensiero, di fronte alla totale irrispondenza e alla incomprensione del mondo scientifico e culturale di allora, si rivolse alle uniche persone che allora in Germania erano sinceramente interessate ad una ricerca spirituale: i teosofi. Questi, in generale, erano gran brava gente, ma perlopiù – tolte alcune eccezioni – erano persone semplici e ingenue, e non erano all’altezza di comprendere la Via ‘immediata’ che Rudolf Steiner indicava, troppo ‘abbagliante‘ per molti di loro. Fu perciò necessario che venisse da lui donata una Via più ‘mediata’, adatta alla comprensione e al linguaggio di coloro che, all’interno delle cerchie teosofiche, erano disposti con buona volontà ad ascoltarlo, e a praticare.

Tuttavia, egli non rinunciò, nella Prefazione di Teosofia, p. 12 dell’edizione italiana del 1994, nell’appendice del 1918 al libro Iniziazione, pp. 183 et seq. della edizione del 1952 dei Fratelli Bocca, e a metà del quinto capitolo della Scienza Occulta, pp. 225-226 della edizione di Laterza di Bari,  del 1932, a indicare che la Via del Pensiero era una via ‘immediata’, distinta dalla via ‘mediata’ delle comunicazioni dell’Antroposofia circa il Mondo Spirituale:

«La via che conduce al pensiero libero dai sensi per mezzo delle comunicazioni della scienza dello Spirito è completamente sicura. Ve ne è un’altra anche più sicura, e specialmente più esatta, sebbene sia per molti uomini più difficile e sta descritta nei miei libri: «La teoria della conoscenza nella concezione goethiana del mondo» e la «Filosofia della libertà». Questi libri espongono i risultati a cui il pensiero umano può arrivare, quando invece di abbandonarsi alle impressioni del mondo esteriore fisico-sensibile, esso si concentra soltanto in se stesso. Soltanto il pensiero puro, come un’entità di per sé vivente, esplica allora la sua attività nell’uomo. I libri sopra citati non hanno tratto niente dalle comunicazioni della scienza dello Spirito; nondimeno in essi viene dimostrato, che il pensiero puro concentrato in sè stesso può arrivare a spiegazioni del mondo, della vita e dell’uomo. Quei due libri rappresentano un gradino intermedio molto importante fra la conoscenza del mondo sensibile e quella del mondo spirituale, e offrono ciò che il pensiero può conseguire quando si eleva al di sopra dell’osservazione sensibile, sebbene ancora eviti l’accesso all’investigazione dei mondi superiori. L’uomo che impregna completamente la propria anima con le idee esposte in quei libri già si trova nel mondo spirituale, sebbene questo gli si palesi come un mondo del pensiero. Chi si sente capace di attraversare questo gradino intermedio segue una via più sicura, più pura, e può acquistarsi in tal modo dei sentimenti riguardo al mondo superiore che gli arrecheranno bellissimi frutti per l’intiero avvenire».

Ora va da sé che sia che si segua la Via ‘mediata’ – ovvero la Via antroposofica – sia che con maggior audacia si segua la Via ‘immediata’ – la Via Assoluta o Solare – è necessario il controllo del pensiero. E il pensiero non è controllato se i nostri pensieri sono – come avrebbero detto i Futuristi del primo Novecento – “pensieri e parole in libera uscita”: quello che Rudolf Steiner nei Quaderni Esoterici chiama «il fatuo accendersi dei pensieri». Va da sé, altresì, che il nostro pensiero non è controllato, né tampoco “libero”, se il suo oggetto e il suo svolgimento sono imposti e condizionati, dall’ora del giorno, dal nostro stato di salute, dall’educazione ricevuta, dall’eredità familiare ed etnica, dallo stato sociale, dalle esperienze attraversate, dai pregiudizi correnti, e via dicendo.

Rudolf Steiner indica brevemente ma chiaramente lo scopo dell’esercizio del controllo del pensiero. E che per Rudolf Steiner l’esercizio di tale controllo non coincida con l’effettiva pratica della Concentrazione risulta chiaramente da quanto egli dice nei suddetti Quaderni Esoterici, che riporto nella traduzione fatta fare da Romolo Benvenuti:

«Tutti gli esercizi di meditazione, di concentrazione e di altro tipo diventano infatti privi di valore e, da un certo punto di vista, addirittura dannosi, se la vita non viene impostata secondo queste regole preliminari. Non si tratta di fornire all’individuo nuove forze, bensì di svilup­pare quelle che già esistono in lui. Da sole, esse non si sviluppano, perché trovano molti impedimenti, interiori e esteriori all’uomo stesso.

Gli impedimenti esteriori vengono rimossi per mezzo delle seguenti regole di vita; quelli interiori, per mezzo di particolari indicazioni riguardanti la meditazione e la concentrazione». 

E, poche righe oltre, così descrive l’esercizio del controllo del pensiero:

«La prima condizione consiste nel conseguire un pensiero perfettamente chiaro. A tale scopo, sia pure per breve tempo, anche solo per cinque minuti ogni giorno, (e anche di più se possibile) ci si deve rendere liberi dal confuso vagare dei pensieri. Bisogna rendersi padroni del proprio mondo di pensiero. Non se ne è padroni se le condizio­ni esterne, la professione, una tradizione qualsiasi, le relazioni sociali, persino l’appartenenza a un cer­to popolo, particolari ore del giorno, determinati doveri, condizionano di fatto il corso e lo svolgimento del nostro pensare. Occorre dunque scegliere un breve lasso di tempo, durante la giornata, in cui poter svuotare completamente l’anima, per libera volontà, dal corso diuturno e consue­to dei pensieri, e in cui porre al centro dell’anima, per propria libera iniziativa, un determinato pensiero.

Non bisogna credere che debba essere un pensiero elevato o interessante. Ciò che sul piano occulto deve essere raggiunto, si consegue persino meglio se, da principio, ci sforziamo di scegliere il pensiero meno interessante e meno significativo possibile. Con questo esercizio, infatti, viene stimolata la forza autonomamente attiva del pensare, ed è questo che importa; un pensiero interessante, al contrario, trascinerebbe con sé l’atten­zione per sua intrinseca forza. È meglio dunque che questa condizione del controllo dei pensieri venga attuata scegliendo come oggetto del pensare uno spillo, piuttosto che Napoleone il Grande.

Si dice a se stessi: “Parto da questo pensiero e, in forza della mia autentica iniziativa interiore, aggiungo ad esso tutto quanto può esservi appropriatamente connesso”. Alla fine del tempo prefisso, il pensiero deve sostare innanzi all’anima ancora altrettanto colorito e vivace quanto al principio». 

Nella Scienza Occulta nelle sue linee generali, che amo citare nella traduzione di Emmelina de Renzis e di Emma Battaglini, recante la mirabile Prefazione del poeta Arturo Onofri, pubblicata in prima edizione nel 1924, e in seconda edizione nel 1932 da Giuseppe Laterza & Figli, Bari – la stessa edizione dalla quale, nella primavera del 1940, Massimo Scaligero lesse, come racconta egli stesso in Dallo Yoga alla Rosacroce, ‘aprendola a caso’, una pagina che per lui fu un’esperienza folgorante, decisiva per tutto il suo ulteriore cammino – così viene descritto il medesimo esercizio del controllo del pensiero, alle pp. 216-217:

«È necessario in tutti i campi che il pensiero dell’uomo sia conforme ai fatti, sia obiettivo. Nel mondo fisico-sensibile la vita è incaricata di ammaestrare l’Io umano all’obiettività. Se l’anima lasciasse errare qua e là i suoi pensieri senza scopo, verrebbe ben presto corretta dalla vita, a meno di volersi mettere in conflitto con questa. L’anima deve conformare i suoi pensieri alla realtà dell’esistenza. Ma quando l’uomo distoglie l’attenzione dal mondo fisico sensibile, gli viene a mancare il necessario correttivo, e se allora il suo pensiero non è al caso di correggere se stesso, si abbandonerà alla confusione. Il pensiero perciò dello studioso di occultismo deve esercitarsi in modo da prefiggersi la propria direzione e il proprio scopo. La saldezza interiore e la capacità di concentrarsi esclusivamente sopra un oggetto: ecco le qualità che il pensiero deve tendere ad acquistare. Difatti, per gli esercizi della «meditazione» non si devono cercare soggetti lontani o complicati, ma facili e familiari. Chi riesce a fissare il suo pensiero durante varii mesi, almeno per cinque minuti al giorno sopra un oggetto qualsiasi (per esempio, una spilla, una matita, ecc.), e ad escludere durante quel tempo ogni altra idea, che non si riferisca a quell’oggetto, avrà già fatto molto per raggiungere il suo scopo (si può pensare tutti i giorni a un nuovo oggetto, o pure conservare il medesimo per varii giorni). Anche colui che sente di essere un «pensatore» non deve disprezzare questo modo di rendersi «maturo» per l’educazione occulta; perché, se l’uomo fissa il pensiero per qualche tempo sopra un oggetto familiare, può essere sicuro di pensare obiettivamente. Chi chiede a se stesso: Come è costituita una matita? Come viene preparato il materiale che costituisce la matita? Come vengono connesse le diverse sue parti? Quando è stata inventata la matita? – E così di seguito; chi pensa a quel modo armonizza le proprie idee molto più con la realtà, di colui che riflette sopra la discendenza dell’uomo, o su ciò che è la vita. Gli esercizi semplici del pensiero ci preparano molto meglio a orientarci nelle evoluzioni, di Saturno, del Sole e della Luna, che non le idee complicate e erudite, perché non si tratta affatto di pensare questa o quella cosa, ma di pensare obiettivamente per virtù di forza interiore. Se l’uomo si è educato all’accuratezza del pensiero con lo studio di un processo fisico-sensibile facile ad osservare, il suo pensiero si abitua a essere obiettivo, anche quando non si sente più dominato dal mondo fisico-sensibile e dalle sue leggi; egli perde l’abitudine di lasciare errare il suo pensiero».

Un tale esercizio, consistente nel portare un ordine cosciente nel proprio pensare, esige un certo impiego della volontà nell’essere attenti e vigili. È una condizione essenziale perché come afferma il Buddha Shakyamuni nei primi versi dell’Appamadavagga del Dhammapada:

«La vigilanza è la via per non morire, la negligenza strada alla morte. I vigilanti non muoiono, i negligenti son come morti. Attraverso la vigilanza, l’attenzione, la restrizione e il controllo, il saggio si costruisce un’isola che i flutti non sommergeranno». 

Mentre nel Jaravagga del Dhammapada, così avverte e ammonisce il Sublime:

«Come chi vada cogliendo fiori, così la Morte coglie la vita degli uomini distratti, come un’inondazione che si abbatte su un villaggio addormentato».

È evidente che senza una tale attenzione, un tale volitivo controllo dei pensieri, nel sentiero spirituale non si va proprio da nessuna parte. Ma la Concentrazione, come trasmessaci da Massimo Scaligero, pur presupponendo, naturalmente, il suddetto volitivo controllo del pensiero, è una Via più radicale, così come lo è nell’esempio più sopra riportato dalla Scienza Occulta, la Via ‘immediata’ del pensiero puro della sua Filosofia della Libertà rispetto alla Via ‘mediata’ del pensiero libero dai sensi che ripercorre le comunicazioni della Scienza dello Spirito. Lo scopo dell’esercitarsi nel controllo del pensiero è quello di portare ordine nello svolgimento del processo pensante, di pensare in maniera oggettiva e impersonale, senza subire qualsivoglia condizionamento: esteriore o interiore, fisico o psichico. Scopo e mèta della Concentrazione, invece,  è quello di sperimentare l’essere originario del pensare. 

Solo apparentemente l’esercizio del controllo del pensiero e la Concentrazione sono simili nella loro fase iniziale. Naturalmente, ambedue devono fare appello all’attenzione volitiva. Mentre il controllo del pensiero è vòlto, come detto più sopra, a portare ‘ordine’ nello svolgimento dei pensieri, nella loro logica concatenazione, all’attenersi al tema scelto, all’evitare il divagare, e in tal senso l’esercizio ha una profonda, e necessaria, azione educatrice, e persino terapeutica, la Concentrazione ha un solo obbiettivo: la messa in atto della più energica volontà nel veicolo del pensare. È la forza-pensiero che deve essere sperimentata e non l’oggetto o il tema del pensare, che è mero pretesto per la messa in atto della volontà pensante. Anzi nelle fasi avanzate della Concentrazione, l’oggetto del pensiero perde sempre di più la sua importanza, sino al punto in cui unico oggetto del pensiero è il pensare stesso: tutt’uno con il fluire sempre più impersonale del volere pensante. È un andare ben al di là della funzione propedeutica ed educativa dell’apparentemente semplice esercizio del controllo del pensiero.

Parvemi che alcuni amici confondano, comprensibilmente, il primo tempo della Concentrazione con l’esercizio del controllo del pensiero, e ritengono che la Concentrazione vera e propria si identifichi con il secondo tempo della Concentrazione. Ma è un errore: controllo del pensiero e primo tempo della Concentrazione sono solo apparentemente simili. Nella Concentrazione – indipendentemente dal fatto che si tratti del primo o del secondo tempo di essa – l’essenziale è l’attenzione assoluta e la forza di volontà in essa impiegata. Se l’impegno dell’asceta nel primo tempo della Concentrazione è energico, totale, senza risparmio, tale primo tempo è già la Concentrazione nella sua completezza e come tale può portare all’esperienza della forza-pensiero. A tale proposito, Massimo Scaligero è estremamente chiaro, al punto di scrivere, nel quarto capitolo Logica e tecnica della Concentrazione, nella seconda parte de La logica contro l’uomo, Tilopa, Roma, 1967, p. 243:

«Giova sottolineare che il I tempo dell’esercizio è già una forma compiuta di concentrazione, tipicamente sufficiente a sé, ai fini dell’ascesi del pensiero e della introduzione all’esperienza del «vuoto» (ossia dell’annientamento consapevole e perciò volitivo della attività così conseguita, per l’affiorare di forze originarie della coscienza). In tal senso esso dà luogo in altro ma non dissimile modo, al superamento del residuo formale del tema, che si richiede specificamente nel II tempo. 

Il primo tempo può condurre di per sé allo svincolamento del pensiero, ove sia praticato con regolarità e continuità, in quanto la sua intensità giunge ad obbiettivare il contenuto interiore del tema. Lungo la stessa direzione, il secondo tempo consiste nell’avere come oggetto il contenuto enucleato del primo. Nell’uno e nell’altro, il senso del tema viene condotto ad esaurimento, perché al suo luogo affiori la forza-pensiero suscitata.

La distinzione dei due tempi è utile ai fini della coscienza gnoseologica dell’esercizio, epperò in relazione all’esigenza di ritornare talora a insistere sull’analitica preliminare del primo tempo, oppure a sospenderla temporaneamente.

Si può dire che il II tempo sia la compiutezza del I e che il I, ove consegua la propria interezza, contiene in sé il II. In definitiva l’esercizio è uno. La sua compiutezza può portare lo sperimentatore alle soglie del pensiero vivente, ossia alla possibilità di contemplare l’attività suscitata dalle profondità dell’anima cosciente, nei due tempi: che non è più un pensare, o un contemplare pensante, bensì l’inizio di un percepire interiore». 

Indubbiamente, la pratica della Concentrazione è un’ascesi dura – “aspra e forte”, un “cammino alto e silvestro” direbbe il mio amato Dante – e il praticante è fortemente tentato di “prendersela comoda”, di “addolcirne” l’asprezza, di diminuirne la faticosità. Per cui accade che taluni cerchino di fare rapidamente, e approssimativamente, il primo tempo della Concentrazione, per passare poi al secondo tempo, ritenuto più interessante e soprattutto più “riposante”: è una illusione ed un errore che rendono inutile l’intero esercizio. Perché se l’esercizio deve essere l’esperienza della forza-pensiero, la volontà nel pensare deve essere impegnata tutta, messa in giuoco tutta, senza residui. Non bisogna farsi sconti a tale proposito. Attenzione e volontà impegnate a fondo – sino all’ultimo ‘atomo’ di forza – nel primo tempo dell’esercizio.

A tale proposito, voglio riportare quel che disse Massimo Scaligero sull’esecuzione della Concentrazione ad una persona della mia città:

«Devi eseguire l’esercizio con attenzione assoluta, come un alpinista che deve scalare una verticale parete dolomitica. Come per l’alpinista ogni movimento delle mani e dei piedi deve essere ben cosciente, e non automatico, così come l’alpinista prova la saldezza di ogni appoggio prima di un movimento di ascesa, così tu devi essere illimitatamente attento ad ogni singolo pensiero: volere coscientemente ogni singolo pensiero della concentrazione. Se l’alpinista mettesse un piede in fallo, precipiterebbe e si sfracellerebbe sulle rocce alla base della parete: per questo egli è illimitatamente attento ad ogni singolo movimento ed esegue i suoi movimenti uno per volta. Così devi operare con ogni singolo pensiero della tua Concentrazione: come se sbagliando un pensiero, tu dovessi precipitare e sfracellarti».

Quindi volitiva attenzione assoluta ad ogni singolo pensiero: eseguendo i singoli pensieri uno per volta. Nella rieducazione visiva di bambini con particolari problemi si fa loro praticare un esercizio nel quale essi devono trapuntare con un ago o uno spillo una figura filiforme disegnata su un foglio bianco: devono eseguire tale esercizio lentamente, senza furia, e con attenzione assoluta. È evidente che il bambino che si esercita così non può traforare la figura disegnata sulla carta in più punti contemporaneamente: può traforare solo in un punto alla volta. Ugualmente nella Concentrazione ogni singolo pensiero del primo tempo di essa deve essere attentamente voluto: deve essere pensato ogni singolo pensiero con attenzione assoluta, come se il pensiero precedente non fosse mai esistito e come se il successivo non esisterà mai. Non si devono pensare due o tre o venticinque pensieri alla volta, come avviene nell’ordinario caos del pensare quotidiano. Ogni singolo pensiero dell’esercizio deve essere intensamente voluto nella sua unicità: impegnando in esso tutta intera la volontà.

Se questo primo tempo della Concentrazione viene eseguito con attenzione assoluta, con totale dedizione volitiva e risoluta energia – “da teppista”, mi scrisse Massimo Scaligero – allora, poi, il secondo tempo è fruttuoso e fecondo: in esso si può raggiungere gradualmente l’immobilità della contemplazione dell’oggetto-sintesi, sino alla contemplazione della forza-pensiero “vuota” di pensieri. Ma non ci si arriva a tale alto risultato se, per pigra comodità, ci si è “risparmiati” nel primo tempo dell’esercizio. Non ci sono scorciatoie, e gli Dèi non rispondono ai pavidi e ai pigri. Ma la perseveranza e la fedeltà prima o poi vengono sicuramente premiate. Vi sono persone che hanno sperimentato la liberazione del pensare dal supporto fisico e la travolgenza del Pensiero Vivente praticando con tenacia e disperazione il primo tempo della Concentrazione. 

Fatica notevole, davvero: come vangare o zappare un campo da dissodare. O come dice Rudolf Steiner, riportato da quell’elementaccio di Franco Giovi: “lavoro di edilizia pesante”. Qualcosa di più e di molto diverso dal semplice controllo del pensiero.

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

SMASCHERARE LA MENZOGNA – ONORARE LA VERITA’

wolf

…καὶ γνώσεσθε τὴν ἀλήθειαν, καὶ ἡ ἀλήθεια ἐλευθερώσει ὑμᾶς.
…e conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi
.
Giov. 8, 32.

Aveva perlomeno mille volte ragione Massimo Scaligero ad affermare esser la presente l’epoca, quella nella quale si eran proprio rotte le dighe, dalle quali tuttavia non necessariamente fuoriuscivano, né tuttora fuoriescono, le limpide acque dello Spirituale, nonché ad affermare esser questa per di più l’epoca della più babelica confusione delle lingue. Quando, ancor adolescente, nei lontani anni sessanta del trascorso secolo, andavo affannosamente in cerca di una fonte di Sapienza alla quale potermi abbeverare, allora ben poco trovavo per placare la mia sete. Pochissimi testi erano reperibili nelle librerie della mia città, mentre qualcosa di più potevo trovare in varie biblioteche. In particolare, cercavo di conoscere qualcosa dell’autentica corrente spirituale rosicruciana, che trovavo citata sovente in vari libri, ma nulla o quasi mi riusciva di trovare. Per di più, ero molto giovane e moltissimo ignorante.  

Fu per me un vero dono del destino l’aver incontrato, nell’agosto del 1969, l’amico L. il quale, non solo mi chiarì molte cose circa l’occulto in genere, e in particolare la differenza tra il rosicrucianesimo autentico e quello grossolanamente o abilmente contraffatto, che a tutt’oggi sin troppo circola nel mondo, ma soprattutto egli mi fece incontrare Massimo Scaligero. Quel incontro cambiò tutto, proprio tutto della mia vita, e placò molto la mia sete. Cambiò soprattutto il mio modo di cercare, perché chi può abbeverarsi alla acqua pura di una fonte, ad una sorgente non inquinata, poi non cerca certo l’acqua conservata nelle bottiglie, per quanto questa possa pur essere utile a molti.   

Ma, oggi, scollinato il secolo e il millennio, pare che il panorama sia davvero alquanto cambiato, “luminosamente” cambiato: pare che siano arrivati i tempi delle vacche grasse, e tutto sia illimitatamente a disposizione di tutti. Come dire: quando niente e quando troppo! La nostra parrebbe essere davvero un’epoca moltissimo fortunata e illuminata! Addirittura, direi, abbagliata dal troppo rifulgere di un’oceanica sapienza. Infatti, abbondano Maestri, Gran Maestri e Grandi Hierofanti dei Due Emisferi, Superiori Incogniti Iniziatori, Druidi celtici, Drotti germanici, Guru, Svami e Svamazzi, Maghi e Magazzi, Maestri Ascesi e Discesi, Intelligenze Solari incarnate e disincarnate, e chi più ne ha più ne metta. Ma abbondano altresì, per la più grande felicità del popolo anelante e belante, gli Ordini occulti della più diversa specie e fattura: massonici, martinisti, templari, ermetici, egiziaci, isiaci, osiridei, ed eziandio – anzi: soprattutto – rosicruciani.  Massimo Scaligero più volte osservò, tra l’amaro e il sarcastico: «Oggi sono tutti ‘iniziati’, oggi sono tutti ‘rosacroce’!».   

A conferma di questa babelica “inflazione” dell’occulto, del dilagare delle sue acque non precisamente limpidissime, anzi acque che si trasforman poi in una mefitica palude, dagli attossicanti miasmi, voglio riportare, come esempio assai istruttivo – solo uno fra i molti possibili – un evento occorso pochi mesi fa nelle celtiche e langobardiche contrade della Gallia Cisalpina. Il 26 e il 27 novembre 2016, si è svolto in quel di Milano il 2° Simposio sulla Cultura Immaginale, Esoterica e Simbolica, simposio dall’accattivante titolo Tradizioni Gnostiche e Tradizioni Rosicruciane, aperto dal Prof. Claudio Bonvecchio, alto dignitario del Grande Oriente d’Italia. Veramente ‘notevole’, devo dire, la ‘statura’ iniziatica dei vari simposiasti oratori e relatori, tutti quanti appartenenti a vari Ordini e Fratellanze sedicenti iniziatiche.  

Per l’impegnativo argomento della Chiesa Gnostica Egizia (sic!) e Massoneria Egizia, era presente come relatore – annunciato al popolo intervenuto solo con due dei suoi molti nomina mysticaTau Julianus/Apis, ‘Primate’ della Chiesa Gnostica Egizia e Gran Hierophante Generale del Sovrano Santuario Egizio Mediterraneo Regime Rettificato dei Riti di Mizraim e Memphis: organizzazione, come si vede, dalla kilometrica denominazione, la quale farebbe sperare ai postulanti il conseguimento di una altrettanto kilometrica ‘sapienza’.  

Dopo il lauto pranzo, e in piena digestione, sull’altrettanto impegnativo tema: Gnosi, fatti non fummo per vivere come brutti (sic!), si è cimentato tale Rocco Bruno, al quale sarebbe cosa buona, forse, consigliare di lasciare in pace gli endecasillabi dell’Ulisse dantesco, e far presente che il divin Poeta, nel verso improvvidamente parafrasato dallo gnostico relatore, scrive bruti e non brutti, come invece costantemente appare nel dépliant del dotto (si fa per dire…) “Simposio”, nonché in tutto il sito web ad esso dedicato, e nella correlata pagina di un noto social forum. Magari, sarebbe bene indicargli pure un buon dizionario etimologico – come l’intramontabile Pianigiani – potrebbe esser utile ad erudirlo sul fatto che, nel caso in questione, in latino ed in italiano, ‘bruto’ al singolare significa tardo’, pesante’, ‘sgraziato’, ‘stupido’ ed anche, per estensione, ‘animale’, mentre l’aggettivo italiano ‘brutto’, dalla controversa etimologia, potrebbe derivare – per assimilazione cosonantica, almeno secondo taluni linguisti – da quello latino ‘abruptus’, ed ha il senso di ‘improvviso’, ‘brusco’, ‘senza mediazione’ o ‘senza preparazione’, come nell’espressione latina ‘ex abrupto’, o nell’espressione dell’attuale orsolupesco volgare etrusco: ‘l’ho affrontato di brutto’, cioè ‘poco diplomaticamente’. E, visto che vari relatori e partecipanti di sì preclaro Simposio si fregiano del titolo di massoni, questo selvaggio lupaccio cattivissimo – che si guarda bene dall’entrare in cotali Obbedienze e Fratellanze, perché altrimenti negli ameni Appennini e nelle steppe dell’Asia, in tal caso, vi sarebbe una vera epidemia di lupacci cattivissimi morti dal ridere – vorrebbe far loro presente che la ‘pietra bruta’ che i massoni intenderebbero o dovrebbero (il condizionale direi proprio che sia d’obbligo) trasformare in ‘pietra polita’ o ‘levigata’, non è affatto una pietra esteticamente ‘brutta’, bensì è una petra abrupta o un lapis abruptus, ovverossia una pietra grezza, scabra, non lavorata, non levigata, non abbellita da geometriche proporzioni.  

Dopo il ‘colto’ (si fa per dire…) relatore gnostico, ha parlato tale Emanuele Maffia del Lectorium RosicrucianumScuola Internazionale della Rosacroce d’Oro, il quale ha illuminato gli astanti sul mistico tema de La Pistis Sophia e il Mistero dell’Ineffabile, ovvero La Rigenerazione nella Forza Cosmica del Cristo. E, per finire in maniera rilassata una così piacevole giornata, ecco un bel filmazzo su Cagliostro, che penso sia stato quello sceneggiato, decenni fa, dal piduista dichiarato, e martinista, il defunto Pier Carpi, grande apologeta dell’altrettanto felicemente defunto Licio Gelli, e avente con attore principale, nella parte del Gran Cofto, Bekim Fehmiu.

I lavori dei simposiasti sono ripresi il giorno dopo con un intervento di Felice Bruno dell’AMORC, ossia dell’Antico Mistico Ordine della Rosa Croce, il quale ha erudito e illuminato gli astanti sul tema: Iniziazione e Mistero, ricerca o paradosso?

Dopodiché ritorna prepotentemente alla carica Emanuele Maffia del Lectorium Rosicrucianum, il quale ha intrattenuto gl’intervenuti su Il Processo Alchemico nell’Iniziazione Rosicruciana. Indi è stata data “lettura dell’esposto” di Alistair Lees, il quale – probabilmente impossibilitato ad intervenire di persona in sì nobil consesso – è nientepocodimenoché il Supreme Magus e Direttore Generale degli Studi della SRIA – Societas Rosicruciana in Anglia, “esposto” che trattava del Trovare Damcar a partire dai Manifesti dei Rosacroce. Evidentemente, questa misteriosa città non erano riusciti a reperirla su Wikipedia o Google Maps.

Nuova piacevole pausa prandiale, per rifocillare simposiasti e ascoltatori, e ripresa dei “mistici” o “architettonici travagli”, come li chiamerebbero i liberi muratori nostrani. Inizia subito tale Antonio Mrozek, Presidente dell’ARCO, ossia dell’Associazione Rosacrociana di Oceanside, l’organizzazione fondata negli Stati Uniti da Max Heindel, rivale dell’AMORC, il quale prende a disquisire su La componente Gnostica nella concezione dell’Ego Rosacrociano. Dopo di lui è relatore il Fr. Vesuel, al secolo Paolo Piccinini, il quale in rappresentanza dell’Ordine Kabalistico della Rosacroce – che, a dire il vero, dopo la morte del suo fondatore Stanislas de Guaita e quella del suo legittimo successore, malgrado gli ambiziosi intrallazzi del sempre affaccendato Papus, F. Ch. Barlet, mi risultava sciolto dopo la morte di quest’ultimo – ha illuminato pubblico e colleghi su L’influenza della Kabbala nella tradizione esoterica occidentale.  

And finally, è intervenuto sul tema La Vita nella Rosa il Fr. In Amor Omnia, della Fellowship of the Rosy Cross, ovverossia della britannica Fraternità della Rosacroce di Arthur Edward Waite, che poi è il nostro ineffabile giovin scrittore ligure: Giorgio Tarditi Spagnoli. Per accedere alla waitiana Fellowship of the Rosy Cross, il Tarditi Spagnoli dovrebbe – stando alle regole – esser stato già “iniziato” in altre fratellanze come l’Order of the Rose and Cross (ORC), o la Societas Rosicruciana in Anglia (SRIA), la quale ad es. accetta solo Maestri Massoni regolarmente iniziati da organizzazioni massoniche ritenute “regolari”, ossia riconosciute dalla United Grand Lodge of England. Allora, forse, avevo ragione a supporre (a pensar male ci si azzecca sempre o quasi…) che il nostro intraprendente giovin autore potesse esser stato iniziato in qualche loggia inglese di Rito Emulation o simile. 

Il tema da lui scelto parvemi avere, comicamente, un titolo dal sapore un po’ chansonnier: mi ricorda, infatti, La vie en rose dell’indimenticabile Edith Piaf: hai visto mai ch’ella lo abbia davvero ispirato dall’aldilà? Chissà! Tuttavia, mettendo da parte il mio irriverente e dispettoso celiare, vorrei fare notare al Tarditi Spagnoli che in latino la preposizione ‘in’ regge l’accusativo o l’ablativo, con esiti di significato abbastanza diversi e persino opposti, ma non certo il nominativo, come nel nomen mysticum da lui scelto, e quindi sarebbe opportuno ch’egli scrivesse ‘In Amore Omnia’, in quanto introdurre un così marchiano errore in un nomen mysticum, com’ei talvolta fa pure coi nomi delle Sephiroth, certamente – visto che, come avverte Goethe nel suo Faust, il nome dice l’essenza – oltre che far sorridere, divertiti, gli amanti della Classicità, non è senza conseguenze sui vari piani dell’essere e della manifestazione. Ma, si sa, i consigli non richiesti risultano spesso essere alquanto importuni, e son ritenuti dagli interessati per lo più inutili.

Di fronte ad un tale affollamento di Iniziati e Maestri, e alla sovrabbondanza della ‘sapienza’ offerta, vi è il rischio che al suddetto “Simposio” qualche astante sia stramazzato al suolo privo di sensi a causa di una sorta di esoterica sindrome di Stendhal. Tuttavia, a chi ben rifletta, non può non saltare agli occhi la contraddizione di ‘vie’ tra loro inconciliabili, e spesso tra loro violentemente antagoniste e commercialmente rivali. Della Rosicrucian Fellowship, fondata a Oceanside in California dal ladro, plagiatore e traditore spirituale Max Heindel, ho già abbondantemente parlato in vari precedenti articoli. Quanto all’Antient Mystical Order Rosae Crucis, fondato nel Novecento da Harvey Spencer Lewis, autonominatosi Imperator del movimento rosicruciano, con una hollywoodiana sede megagalattica in quel di San José in California, vi sarebbe un discorso lunghissimo da fare, oltre che sul piano occulto, già di per sé molto inquietante, soprattutto per la collusione dell’AMORC con settori della peggiore politica, e non solo, in America settentrionale, centrale e meridionale, in Africa, e financo in Europa: prima e dopo l’ultimo conflitto mondiale. Vi sarebbero molte cose da dire in proposito, sed transeamus. Bisogna proprio dire che gli americani hanno una vera passione per gli Ordini occulti sedicenti rosicruciani. Allorché, giovane e ignorantissimo com’ero, già nel mio primo incontro, chiesi a Massimo Scaligero cosa pensasse di tali Ordini, e dell’AMORC in particolare, la sua lapidaria risposta fu: «Ricorda: dall’America non verrà mai niente di buono!». Lo tengo e lo terrò sempre per detto.

Il Lectorium Rosicrucianum di Harlem, in Olanda, fondato da Jan Leene e Henriette Stoker-Huizer, meglio noti con gli eteronimi di Jan van Rijckenborgh e Catharose de Petri, nacque dalla fusione dello pseudorosicrucianesimo di Max Heindel, arricchito da varie cose prese di peso dalle opere di Rudolf Steiner, da loro saccheggiate, con l’insegnamento e le tecniche dell’arimanico mago caucasico Gurdjieff. Al di là dei tanti bei discorsi, il principio fondamentale di tale ‘via’ è quello – son parole loro – di “ridurre l’io sino ad un minimo biologico”, cioè una ‘via’ dell’antiio.  

Quello che mi colpiva in Massimo Scaligero, e suscitava in me la più grande ammirazione, era proprio la sua estraneità all’ostentata kermesse dei congressi, dei seminari, delle tavole rotonde, delle presentazioni ufficiali, e via dicendo. Quando, poi, queste manifestazioni ‘sociali’ riguardano i movimenti spirituali, sedicenti ‘esoterici’, ‘iniziatici’, o ‘occulti’, la caduta di livello è decisamente verticale ed evidente. Nel migliore dei casi si finisce sul piano della vuota dialettica, della vanità culturale rivestente l’inconfessabile ignorantissima ‘sapienza’. Il più delle volte, invece, si ha a che fare con forme di marketing all’americana, che per me è una forma di prostituzione morale, a performance di ‘cortigiane da strada’ che mettono in mostra, con ambiguo appeal, la “merce” per allettare i clienti. La volgarità di tali volgarizzazioni, spacciate per “divulgazioni”, ripugna ad ogni anima ben nata. Sed de hoc etiam satis sit.

Ora, ancora una volta al cattivissimo lupaccio appenninico tocca riprendere l’analisi dell’immaginifica opera di Giorgio Tarditi Spagnoli, e delle sue alquante volte ostentate pretese di illuminare l’universo mondo con la sua abissale “sapienza”, nonché con la sua personalissima “comprensione” dell’opera esoterica di Rudolf Steiner, i cui profondissimi aspetti per oltre un secolo erano sfuggiti a tutti (a tutti, fuor che a lui, naturalmente), ma che ora, giunto lui – stupor mundi atque illuminator gentium – tali mirabili ascose verità vengono pòrte con generosa liberalità alla comprensione e all’ammirazione del colto e dell’inclita. Peccato, dunque, che cotanta “sapienza” e “comprensione” vengano sciupate e smentite dagl’innumerevoli strafalcioni d’ogni tipo, anche semplicemente riguardanti banali dati storici, facilmente controllabili da chiunque.

Ma cominciamo dall’Introduzione alla Parte Prima della sua opera, intitolata Storia del Servizio di Misraim, che è una versione “allungata” del post apparso sul noto social forum, cui facevo allusione nel precedente articolo. In tale Introduzione, il nostro giovin autore ligure “principia” – come direbbero in Etruria – affermando che Rudolf Steiner:

«Cominciò la sua carriera curando gli scritti scientifici di Goethe. Nel 1894 pubblica la Filosofia della Libertà in cui espone i principi epistemologici della sua futura attività spirituale, la differenza tra pensare fisico-sensibile ed il pensare libero dai sensi. Poi nel 1902 cominciò la sua carriera nella Società Teosofica, fondata da Helena Petrovna Blavatsky (1831-1891), di cui divenne segretario generale per la Sezione Tedesca nel 1904».

A parte il brutto termine – tipicamente piccolissimo borghese e arrivistico – di una “carriera” intrapresa da Rudolf Steiner nell’àmbito degli studi goethiani, in quello filosofico, e in quello teosofico, vi è da rilevare che la Filosofia della Libertà, non era né voleva essere l’esposizione dei principi epistemologici della sua futura attività spirituale, la differenza tra pensare fisico-sensibile ed il pensare libero dai sensi. La Filosofia della Libertà è ben altro che un’opera “epistemologica”, o la mera giustificazione teoretico-conoscitiva della Scienza dello Spirito: essa – esattamente come il Trattato del Pensiero Vivente di Massimo Scaligero – è l’opera più occulta scritta da Rudolf Steiner: un testo di ascesi iniziatica, la cui pratica porta direttamente alla più radicale e travolgente esperienza spirituale: è il rituale più potente di trasmutazione interiore. È l’aprire il varco alla folgore-luce del pensare originario: non la mera giustificazione teoretica, dunque, di una futura attività spirituale, bensì essa stessa – hic et nunc – quella attività spirituale stessa. E che sia così, non è il presente cattivissimo lupaccio ad affermarlo, ma lo stesso Rudolf Steiner il quale – dopo aver rilevato, ad esempio in occasione della traduzione della sua opera fondamentale nella lingua d’Albione, che in inglese il termine freedom ha il senso prevalente di libertà giuridica, ed è più ristretto del termine tedesco Freiheit, il quale invece comprende in sé anche il concetto di libertà interiore e spirituale – volle che la sua Filosofia della Libertà, venisse tradotta in inglese col titolo di Philosophy of Spiritual Activity, proprio perché la osservazione animica secondo il metodo delle scienze naturali, è una interiore attività spirituale liberatrice e trasmutatrice dell’intero essere umano, anima compresa. Quindi ben altro, e ben di più, che non la “giustificazione gnoseologica delle sue future opere di Scienza dello Spirito”. Ma non pretendiamo troppo dall’intelligere del nostro ligure addottorando in filosofia.

Ma quelli che davvero si poteva risparmiare sono due strafalcioni di date controllabilissime da chiunque. Infatti, Rudolf Steiner venne in contatto con la cerchia teosofica berlinese nel settembre dell’anno 1900, allorché tenne, presso la Biblioteca Teosofica in casa del conte Cay Lorenz von Brockdorff, prima una conferenza sulla recente scomparsa di Friedrich Nietzsche e subito dopo sulla Rivelazione occulta di Goethe. Richiesto di proseguire, Rudolf Steiner tenne 26 conferenze sulla Mistica che si protrassero sino all’aprile del 1901. E, visto come le sue comunicazioni venivano accolte, egli decise di tenere, per l’anno successivo, un ciclo di 24 conferenze sul Cristianesimo quale Fatto Mistico e il Misteri dell’Antichità, ciclo svoltosi dal 19 ottobre 1901 sino al 26 aprile 1902. Allorché il conte Brockdorff, per motivi di salute, dovette ritirarsi dalla direzione della cerchia teosofica berlinese, e dovendo altresì nascere ufficialmente la Sezione Tedesca della Società Teosofica, egli propose che Rudolf Steiner venisse nominato segretario della medesima. Rudolf Steiner accettò solo alla condizione che Marie von Sivers, ch’egli aveva incontrato nel corso delle conferenze sul Cristianesimo quale fatto mistico, venisse scelta come sua stretta collaboratrice, e che lei accettasse tale sua proposta, come poi appunto accadde.

Quindi avvenne nel 1900 la connessione di Rudolf Steiner con la cerchia teosofica berlinese, e fu nel 1902 ch’egli divenne segretario della Società Teosofica in Germania, e non nel 1904, come scrive il nostro giovin autore. Questi, subito dopo, così prosegue:

«Nello stesso anno egli cominciò il suo lavoro nella Scuola Esoterica attraverso il metodo di sviluppo occulto elaborato e sperimentato da lui stesso».

Veramente, Rudolf Steiner non ha mai affermato che gli esercizi da lui dati per il sentiero iniziatico, fossero una sua creazione o una sua elaborazione. Anzi, più volte, in conferenze pubbliche e in quelle per i soci della Società Teosofica prima e Antroposofica poi, in varie lezioni della Scuola Esoterica, nonché in lettere a suoi discepoli, ora pubblicate, egli afferma esplicitamente che tali esercizi – compresi quelli presenti nel libro L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiorinon erano affatto una sua elaborazione, bensì che erano antichi, talvolta di secoli: non opera sua, bensì dei Maestri della Sapienza e dell’Armonia dei Sentimenti, ossia dei Maestri Invisibili – incarnati o meno – i quali stavano dietro al movimento spirituale rosicruciano, ed opera altresì degli Esseri delle Gerarchie Spirituali. Anzi, nelle lezioni della Scuola Esoterica, egli dichiara esplicitamente che ai discepoli dell’Iniziazione è vietato inventarsi o modificare gli esercizi, e che quelli che venivano indicati dovevano essere eseguiti wortwörtlich, ossia alla lettera, così come venivano dati: il discepolo occulto non doveva permettersi in proposito variazione alcuna.  

Ma si sa come vanno poi a finire le dinamiche di questo genere di cose. Ho conosciuto e conosco persone – alcune delle quali si sono arrogate, con l’intrigo e con la forza, l’orientamento di gruppi spirituali da Massimo Scaligero affidati ad altri – persone che si sono letteralmente inventate esercizi ed “immaginazioni” per il lor proprio uso e consumo, ma che sogliono “prescrivere” anche a coloro che, in estatico ascolto, li attorniano. Ho conosciuto e conosco altre persone, le quali – nell’àmbito del più volte descritto “trasbordo ideologico inavvertito” hanno “inventato”, e soprattutto prescritto altrui, interi sistemi di esercizi e “immaginazioni”: nella direzione, progressivamente sempre più esplicita, di una “cattolicizzazione acuta” della Scienza dello Spirito. Le stesse persone, poi, colludono beatamente con gli esponenti della seduzione tomberghiana – un esponente di spicco della quale viene fatto tranquillamente scrivere su una nota rivista gianicolense, diretta dall’Innominato – e quindi colludere eziandio con tutto uno stucchevole materiale misticheggiante – trinosofico e mariologico – condito con tanto di “danza cosmica”, la quale è un volgare plagio dell’euritmia, donata da Rudolf Steiner. Tanto per riportare un esempio chiaro chiaro, diversi anni fa, mi giunse a casa – quando avevo ancora una casa, prima che la “fraterna” e “cristianissima carità” mi togliesse anche quella – un dépliant nel quale venivo invitato ad una conferenza. tenuta da un entusiasta e affaccendato “apostolo” anglofono di Valentin Tomberg, a Roma alla sede della Società Antroposofica in Via Saliceti, tradotta dall’inglese da parte della stessa ‘fiduciaria’, tale U.S., del locale gruppo antroposofico. Ma veniva comunicato altresì che la stessa conferenza, per chi non avesse avuto modo di seguirla, sarebbe stata tenuta giorni dopo in Via Merulana, presso un istituto religioso cattolico. Sed de hoc etiam transeamus.

«Da tutto principio l’attività di Steiner fu volta a rappresentare l’esoterismo occidentale, quale complemento di quello orientale come presentato nella Dottrina Segreta di Madame Blavatsky».

Tralasciando l’incerto periodare italiano, è necessario dire a chiare lettere, che Rudolf Steiner non portò affatto un “complemento” all’orientaleggiante esoterismo teosofico, prima blavatskyano e poi besantiano (questo anche ben prima dell’infatuazione krishnamurtiana della Stella d’Oriente), bensì indicò l’insegnamento rosicruciano come assolutamente alternativo a quello orientaleggiante e teosofico. Del resto, nell’epistolario tra Rudolf Steiner e Marie von Sivers vi sono documenti e pagine che, a tale proposito, non lasciano spazio alcuno ad equivoci. Anche nei cosiddetti Documenti di Barr, da lui scritti nel 1907 per Edouard Schuré, vi sono considerazioni altrettanto esplicite. In essi viene descritto, senza infingimenti, come la Blavatsky, dopo la partenza dagli Stati Uniti e all’arrivo sul suolo indiano, fosse caduta nelle mani di iniziati indiani irregolari – “della mano sinistra” – che la usarono, manovrandola a loro piacimento, come una burattina, per scopi vari, anche politici, che di spirituale nulla avevano. Inoltre, in molti punti della sua opera, egli descrive l’equivoca natura medianica dei metodi adoperati nella Società Teosofica – e più precisamente nella Eastern School of Theosophy, che ne rappresentava la Sezione Esoterica – metodi errati e antispirituali che portarono a illusioni, a menzogne, e a molti disastri.

Poi, sempre nell’Introduzione, viene affermato che:

«La sede della Società Antroposofica fu posta a in Svizzera, a Dornach dove Steiner progettò un imponente edificio in legno, il Goetheanum, sede principale della sua Scuola Esoterica nonché della rappresentazione dei Misteri Drammatici. L’edificio fu dato alle fiamme nel capodanno del 1922, attraverso le mani del prete gesuita della vicina Arlesheim, ma dietro a cui si celava un nucleo di ciò che sarebbe stato il partito nazionalsocialista, in collaborazione con la nemesi dei rosacroce, i gesuiti. Steiner commentò che solo quell’olocausto avrebbe potuto permettere la sublimazione del tempio dei misteri occidentali nel mondo spirituale e, a partire dal giorno seguente, già progettava il nuovo edificio, stavolta in cemento. Il Secondo Goetheanum fu completato solo nel 1928, tre anni dopo il passaggio del grande adepto occidentale ai mondi spirituali».

Questa parte dell’Introduzione contiene una serie di strafalcioni, e di affermazioni storicamente false, che – per la serietà dell’argomento – è doveroso rilevare e correggere. Anzitutto, i Drammi Mistero di Rudolf Steiner non vennero mai eseguiti nel primo Goetheanum, in quanto essi vennero eseguiti sempre e solo a Monaco, dal 1910 al 1913, e furono interrotti nel 1914, allo scoppio del primo conflitto mondiale, quando la costruzione dell’edificio era appena iniziata, e sarebbe stato impossibile inscenarveli. In secondo luogo, sarebbe opportuno che il nostro giovin scrittore consultasse meglio il calendario, perché il tragico incendio avvenne nella notte di San Silvestro del 1922, ossia il 31 dicembre, e non a Capodanno, ossia il 1° gennaio 1922. Quando si ha la presunzione di voler illuminare l’universo mondo sui misteri sovrasensibili, celati nell’opera di Rudolf Steiner, si dovrebbe perlomeno cercare di essere il più possibile esatti a proposito dei dati sensibili, da chiunque osservabili e controllabili. Per l’esattezza storica, l’edificio non fu dato alle fiamme «attraverso le mani del prete gesuita della vicina Arlesheim», anche se è verissimo che il parroco cattolico di Arlesheim, il R.P. Max Kully, prete secolare e non gesuita, almeno formalmente, se non nella sua sozza animaccia, fu inviato nel villaggio svizzero non tanto per “la cura d’anime” dei pacifici e sonnacchiosi fedeli elvetici del luogo, quanto per fare la guerra con ogni mezzo – sarebbe il caso di dire “col ferro e col fuoco”: soprattutto con quest’ultimo – a Rudolf Steiner e all’Antroposofia. Ma non furono le sue personali mani ad appiccare il fuoco al Goetheanum, anche s’egli – a mio avviso – fu sicurissimamente il mandante, o uno dei mandanti, di un così odioso delitto.

Ad appiccare il fuoco, almeno secondo le indagini svolte a quel tempo, fu un suo ‘sgherro’, di nome Jakob Ott, figlio di Fritz e Katharina Putzi, nato il 21 ottobre 1895 a Zurigo, di professione orologiaio ad Arlesheim. La sera prima dell’incendio, il 30 dicembre 1922, fu fatta una riunione alla Taverna Ochsen di Arlesheim della Lega Cattolica, nella quale vennero pronunciate alte minacce nei confronti di Rudolf Steiner e del Goetheanum, mentre su alcuni giornali confessionali di Basilea apparivano frasi sarcastiche e minacciose del tipo: «Stia attento il Dr. Steiner che una scintilla spirituale non gli mandi in cenere il suo bel Goetheanum». Quel che si dice un delitto annunciato. Jakob Ott era stato fanatizzato dalle ‘prediche’ del parroco Max Kully, anche se nell’estate precedente egli si era formalmente affiliato alla Società Antroposofica, ed aveva frequentato il Goetheanum, ascoltando qualche conferenza: probabilmente allo scopo di compiere un esatto sopralluogo e ben conoscere l’edificio. Il suo scheletro calcinato dal fuoco, venne trovato tra le ceneri del Goetheanum, e la polizia attribuì a lui, con alta verosimiglianza, l’azione incendiaria.

A tale proposito, può essere interessante riportare alcune comunicazioni fattemi da antichi discepoli di Rudolf Steiner, e da Massimo Scaligero. L’architettura del Goetheanum – per il suo stile organico-dinamico, secondo la definizione dello stesso Rudolf Steiner – aveva una influenza profondissima sulle anime che lo osservavano: un’azione pacificatrice e addirittura terapeutica. Accadeva persino che persone ostili, penetrate nel Goetheanum con intenzioni certamente non benevole, venivano sommerse dalla pace che ivi regnava, e divenivano incapaci delle azioni ostili da loro progettate. Per questo motivo, gli avversari di Steiner e dell’Antroposofia chiamavano quel edificio Mausefalle, ossia la ‘trappola per topi’. Al fine di distruggere il Goetheanum, e la sua odiata influenza spirituale, venne appunto scelta una personalità la cui disarmonia interiore si era cristallizzata sin nel corpo fisico – infatti Jacob Ott era ‘gobbo’ per una grave deformazione della spina dorsale – in modo da non subirne l’influenza pacificatrice. Mentre divampava l’incendio, che era divenuto oramai ingovernabile, Rudolf Steiner ordinò a tutti i volontari accorsi per spegnere l’incendio, di uscire e allontanarsi dall’edifico in fiamme, «perché una vittima umana sarebbe stata una tragedia». Allora, le potenze ahrimaniche, che avevano ossessionato l’incendiario – così mi disse personalmente Massimo Scaligero – lo sacrificarono, perché per quelle Potenze Avverse non vi è sacrificio sine effusione sanguinis. Comunque, la scelta di un personaggio, con caratteristiche così peculiari, dimostra da parte dei mandanti una conoscenza non banale di determinate leggi del mondo occulto.   

Quanto all’affermazione che dietro al R.P. Max Kully, ‘curatore d’anime’ ad Arlesheim, si celasse «un nucleo di ciò che sarebbe stato il partito nazionalsocialista», che a quell’epoca era appena ai suoi oscuri inizi a Monaco di Baviera, per di più «in collaborazione con la nemesi dei rosacroce, i gesuiti», è pura illazione e delirio. La fiaba che a bruciare il Goetheanum siano stati i nazisti, fu inventata oltre mezzo secolo fa da quei due intraprendenti scrittori del ‘fantaesoterismo’ francese (loro lo chiamavano ‘realismo fantastico’), che erano Louis Pauwels e Jacques Bergier, nel loro saggio più volte ripubblicato Le Matin des magiciens, tradotto in italiano da Pietro Lazzaro, e pubblicato nel 1964 e nel 1997 da Arnoldo Mondadori Editore. Inoltre, l’italiano del nostro laureato e addottorando ligure è un tantinellino zoppicante e tutt’altro che chiaro, perché, stando alla lettera di quel ch’ei inabilmente scrive, l’espressione in collaborazione con la nemesi dei rosacroce, i gesuiti, potrebbe essere equivocata a significare che i rosacroce si sarebbero serviti dei gesuiti, per attuare la loro vendetta, la supposta ‘nemesi’, nei confronti di Rudolf Steiner, ma son sicuro che il nostro giovin autore non voleva dire certo questo. Che si studiasse meglio la lingua di Dante!

Quanto, poi, alla sua affermazione che «Steiner commentò che solo (il rilievo è mio) quell’olocausto avrebbe potuto permettere la sublimazione del tempio dei misteri occidentali nel mondo spirituale», siamo al ridicolo, perché se fosse stata così necessaria una tale “sublimazione”, Rudolf Steiner avrebbe fatto prima a bruciarselo da solo il Goetheanum, mentre – sono sua ipsissima verba – l’Edificio era, in certo qual modo, la necessaria manifestazione dell’Essere Angelico ‘Anthroposophia’ sul piano fisico, una sorta di ‘soma’, o di visibile ‘manifestazione corporea’: proprio per questo la parte avversa volle distruggerlo col fuoco, come usava fare – sino a poco tempo prima – con coloro che essa definiva ‘eretici’.

Nella sua Introduzione, ma più volte anche in altre pagine del suo libro, il nostro giovin scrittore chiama Rudolf Steiner ‘grande adepto occidentale’, e altrove come ‘Maestro di Saggezza’, cosa che – a onor del vero – Rudolf Steiner non si è mai attribuito. Nell’esoterismo in genere, e nella Scienza dello Spirito in particolare, il termine ‘Adepto’ ha un significato preciso, ed anche il termine ‘Maestri di Saggezza e dell’Armonia delle Senzazioni’ nell’Antroposofia ha un significato altrettanto preciso, tutt’altro che vago, e Rudolf Steiner parla sempre di costoro con profonda venerazione, e mai – dico: mai – egli si presta all’equivoco giuoco di attribuire a se stesso tali qualifiche, sia pure tra le righe, o di lasciar intendere di essere uno di loro. Quella di creare una sorta di sentimentale ‘culto della personalità’ è una delle strategie di manipolazione animica tra le più adoprate e tra le più efficaci, tipicamente gesuitiche, contro le quali Rudolf Steiner e Marie Steiner ebbero sempre parole di fuoco. Di tale strategia di manipolazione animica ho potuto constatare non pochi esempi nello stesso ambiente “scaligeropolitano”, che da tempo – da troppo tempo – subisce torpidamente le operazioni di “trasbordo ideologico inavvertito”, delle quali abbiamo avuto sovente modo di parlare. 

Dove mi sembra che il nostro giovin autore cominci a manifestare, sia pure prudentemente, le sue vere intenzioni, piuttosto evidenti per chi abbia sguardo acuto – e i cattivissimi lupacci appenninici hanno uno sguardo molto acuto – è là dove egli scrive:

«Oggi, crescente parte del movimento antroposofico lamenta il mancato sviluppo della struttura esoterica ed iniziatica fondata da Steiner, l’originaria Scuola Esoterica, per coloro che vorrebbero impegnarsi sistematicamente nei diversi esercizi pratici dati da Steiner. In realtà questo ulteriore sviluppo della Scuola Esoterica esiste ancora, ma è possibile comprenderne l’impatto solo attraverso le pieghe meno note della storia».

In realtà a grandissima parte del movimento antroposofico poco o niente calse e tuttora poco o punto cale di quello che il nostro giovin scrittore ligure chiama il mancato sviluppo della struttura esoterica ed iniziatica fondata da Steiner’, de ‘l’originaria Scuola Esoterica, e non se ne lamenta affatto. Perché a quelle teste di cappero di antroposofazzi non importa un tubero di impegnarsi sistematicamente nei diversi esercizi pratici dati da Steiner, perché altrimenti non avrebbero seguito come pecore obbedienti – salvo pochissime onorevoli eccezioni – Albert Steffen, Guenther Wachsmuth e soci, nell’azione programmata di demolizione sistematica dell’Opera di Rudolf Steiner, nella persecuzione più vergognosa di Marie Steiner – attuata con metodi che quest’ultima stessa definiva da ‘gangsters’ – nell’ostracismo nei confronti di coloro che volevano essere fedeli alla Via della realizzazione spirituale, indicata da Rudolf Steiner.  

Per chi voleva e vuole tutt’ora impegnarsi nella Via degli esercizi pratici, vi è abbondanza di indicazioni in libri come L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei modi superiori, o nel V capitolo de La Scienza Occulta nelle sue linee generali, nei cosiddetti Quaderni Esoterici, in moltissime conferenze di Rudolf Steiner. Vi è stata, prima, l’opera instancabile di Giovanni Colazza con numerose conferenze, tra le quali importantissime sono La ricerca dell’Io nel periodo dell’anima cosciente, pubblicata su questo temerario blog, e le sue conferenze a commento al libro Iniziazione di Rudolf Steiner. Vi è stata, poi, l’opera anch’essa instancabile di Massimo Scaligero, con la sua parola per coloro che in incontri personali e in riunioni ebbero il dono di ascoltarlo, e soprattutto con i suoi scritti. Ma tale sovrabbondanza di donazione dei Maestri riguarda appunto sia quella che Enrico Cornelio Agrippa avrebbe chiamata ‘occulta philosophia’, sia il sistema organico di esercizi che nel loro insieme costituiscono il Sentiero della Conoscenza, che conduce alla diretta esperienza della realtà spirituale. Ma una tale ‘Via’, oggi, non ha nulla a che vedere con le ritualità cerimoniali, con iniziazioni in logge, passaggi di grado e orpelli ricamati vari. Il Rito è un evento assolutamente interiore, che si svolge totalmente in interiore homine. Quel che, invece, propone, Giorgio Tarditi Spagnoli è un ritorno, a suo dire ‘necessario’, alle forme di ritualità cerimoniale, indubbiamente molto scenografiche e decorative, che tanto piacciono agli anglosassoni, i quali spesso usano i vari Ordini come forme di amena ‘sociabilità’ e i ridondanti rituali cerimoniali come ‘giuochi di ruolo’. Inoltre, come ammonisce Rudolf Steiner, tale ritualità, oggi, agisce su zone non coscienti dell’anima, e sui corpi sottili: divenendo uno strumento efficace per la possibile manipolazione di persone, gruppi, ambienti vari, per i fini più diversi: politici compresi. Come è più volte avvenuto. Infine, non è affatto vero che questo ulteriore sviluppo della Scuola Esoterica esiste ancora, come afferma il nostro giovin scrittore perché la Seconda e la Terza Classe della prima Scuola Esoterica furono ritualmente chiuse e sigillate da Rudolf Steiner nel 1914, e da lui mai più riaperte. In maniera evidente il nostro affabulante mistagogo ligure, e il suo australe amico di origine maori, si propongono come resurrettori della Mystica Aeterna, e Capi di un nuovo – uno di più tra i già troppi: siamo alla totale infleazione – Ordine pseudorosicruciano.  

Nella parte Steiner e la fondazione del Servizio di Misraim, il nostro affabulante giovin autore inizia sùbito con alcune notizie non rispondenti a realtà. Egli afferma che: «Avendo un rapporto di reciproca stima, Yarker aveva invitato Steiner e la futura moglie Marie von Sievers [sic, per Sivers] (1877-1948) a unirsi al Rito di Memphis-Misraim, etc.». Ora, non risulta da alcun documento non solo che John Yarker abbia mai invitato Rudolf Steiner ad entrare nell’Antico Primitivo Rito Orientale di Memphis e Misraim, ma neppure che tra lui e Rudolf Steiner vi sia mai stato un qualsivoglia rapporto diretto: personale o epistolare. Semmai fu Rudolf Steiner a rivolgersi, in Germania e non in Inghilterra, a Theodor Reuss, che in qualche modo fungeva da rappresentante, sia pure indegnissimo, nelle zone di lingua tedesca di alcuni degli Ordini iniziatici, a capo dei quali vi era l’ormai molto anziano John Yarker. I contatti col Reuss – preso in considerazione unicamente quale rappresentante in Germania di Yarker – furono pochissimi e limitati nel tempo: dall’epistolario tra Rudolf Steiner e Marie Steiner risulta l’assoluta mancanza di stima e la giustificata diffidenza di Rudolf Steiner nei confronti di quel arnese di Theodor Reuss.

Dopodiché, ei si avventura, piuttosto temerariamente, nei labirintici oscuri meandri della storia del rosicrucianesimo, e fa delle affermazioni che storiograficamente – come dicono in Etruria – “non hanno né babbo né mamma”:

«Secondo la leggenda di fondazione tradizionale, il Rito di Misraim (così come il primo ordine rosicruciano, la Gold und Rosenkreuz) fu fondato nell’anno 46 d.C. dall’egizio Ormus, un sacerdote di Serapis ad Alessandria d’Egitto, che fu convertito al Cristianesimo dall’Evangelista Marco, a sua volta discepolo di Paolo».

Orbene, è necessario anzitutto dire che Marco, l’evangelista, che operò alla diffusione del Cristianesimo in Egitto, fu discepolo di Pietro, e non di Paolo, né da alcun passo del Nuovo Testamento, né da alcun documento o testimonianza o tradizione di epoca apostolica, o di poco posteriore a quest’ultima, risulta che Paolo abbia mai incontrato Marco, o ch’egli abbia mai messo piede in Egitto. Quanto ad Ormus, forse è bene scrivere, in migliore italiano, ch’egli era sacerdote del dio Serapide, come è usuale fare nel trascrivere i nomi mutuati dalla tradizione classica, e non Serapis. Inoltre nella Mistica Aeterna di Rudolf Steiner, non si afferma affatto che il Rito di Misraim sia stato fondato allora da Ormus, bensì che il Misraim-Dienst, ovvero il ‘Culto’, o la ‘Liturgia Misraim’, che Steiner dice essere ancora più antica, venne allora collegata coi Nuovi Misteri. Ora il Giorgio Tarditi Spagnoli, per fare la sua strampalata e ingiustificata affermazione, si basa su una comunicazione di John Yarker, ch’egli riporta, ma della quale egli non cita la fonte da cui la trae:

«Devo informarvi, miei Fratelli, che l’Ordine della Rosa+Croce è dell’antichità più remota, ed [sic!] gli viene assegnata una doppia origine, una storica e l’altra filosofica. Fu fondato da Ormus che fu un sacerdote di Serapis a Memphis [in Egitto], e un amico degli Apostoli Cristiani. Fu convertito da San Marco nell’anno 46, riformò le dottrine e le cerimonie degli egizi avendo riconosciuto la legge degli Apostoli, riformò le dottrine e cerimonie degli egizi avendo riconosciuto la legge degli apostoli. etc.».

Quello che il nostro giovin autore ligure si guarda bene dal dire è che questa citazione non è tratta da un rituale misraimita bensì memphitico, ossia non da testi del Rito di Misraim o Rito Egiziano, bensì dai rituali dell’Antico Primitivo Rito di Memphis o Rito Orientale, che è tutta un’altra faccenda. Nel caso in questione lo Yarker non sta facendo della “storia”, bensì trasmette all’iniziando quella che i tedeschi chiamano una Logenlegende, ovvero una edificante storia leggendaria, come da secoli usa fare in tutte le cerimonie massoniche. Il testo si trova a p. 26 dell’opera, storia da Yarker tradotta peraltro dagli scritti di Jacques-Etienne Marconis de Nègre, LECTURES OF THE ANTIENT AND PRIMITIVE RITE OF FREEMASONRY, TRANSLATED AND COMPILED BY JOHN YARKER, Masonic Charges and Lectures Lectures of a Chapter, Senate, and Council. Masonic Charges and Lectures, a series translated from the French by John Yarker, first published Manchester: J.W. Petty & Son, 1880, by J-E Marçonis, first published London: John Hogg, 1882. Non si tratta dunque né del Rito di Misraim, né del vero e proprio Ordine della Rosacroce, bensì dell’istruzione cerimoniale che veniva data nel Rito di Memphis a chi riceveva il grado massonico di Principe o Cavaliere della Rosacroce, che di nuovo è tutta un’altra cosa! Onde non si dica che mi invento qualcosa, ecco l’originale del testo inglese:

«HISTORY OF THE DEGREE OF ROSE CROIX.

I HAVE NOW to inform you, my brethren; that the Order of the Rose Croix is of the highest antiquity, and has a double origin assigned to it, the one historic and the other philosophic. It was founded by Ormus, who was a Serapian Priest at Memphis, and a friend of the Christian Apostles. Converted by St. Mark in the year 46, he reformed the doctrines and ceremonies of the Egyptians by the recognition of the law of the Apostles».

Ora, siccome io possiedo tutti i rituali – quelli originali, settecenteschi e ottocenteschi, non quelli che certi Grandi Hierophanti si scrivono da soli – sia del Misraim sia del Memphis, sono ben in grado di vedere le differenze. Del resto, Rudolf Steiner, pur non fondando egli stesso un nuovo Rito o una Obbedienza massonica, volle ricollegarsi al Rito di Misraim, del quale in Germania divenne formalmente Gran Maestro, e non al Rito di Memphis, et pour cause!

Quanto poi, all’affermazione del nostro ardimentoso giovin scrittore ligure essere ‘il primo ordine rosicruciano, la Gold und Rosenkreuz’, devo dire ch’egli conosce davvero poco, e molto male, la storia del rosicrucianesimo, sia quella esteriore sia quella più celata. Infatti, tralasciando la storia “segreta” della Fraternitas o Ordo Rosae Crucis a partire dal XIII e dal XIV secolo, legata alla figura spirituale di Christian Rosenkreutz, e alle sue manifestazioni letterarie e non del XVII secolo, legate alla pubblicazione dei cosiddetti quattro “Manifesti” dei Rosacroce, ossia  della Fama Fraternitatis, della Confessio Fraternitatis, della Generalis Reformatio, e delle Nozze Chimiche, per la prima apparizione di un Ordine che esteriormente si richiamasse esteriormente alla Fraternitas dobbiamo arrivare al 1710 allorché il pastore slesiano Samuel Richter, scrisse con lo ieronimo di Sincerus Renatus la Die wahrhaffte und vollkommene Bereitung des philosophischen Steins der Bruederschafft aus dem Orden des Gulden und Rosen Kreutzes, ovverossia La verace e perfetta preparazione della pietra filosofale della Fratellanza dell’Ordine dell’Aurea e Rosea Croce, opera pubblicata a Breslavia e della quale una seconda edizione apparve nel 1714. Particolare interessante di questa opera è ch’essa parli del fatto che l’Ordine avrebbe avuto due Case: una a Norimberga ed un’altra ad Ancona. L’antroposofo marchigiano Fabio Tombari, di Fano nelle Marche, decenni fa si mise in testa di ritrovare questa seconda magione dell’Ordine: cercò con l’ostinazione e la tenacia dei saggi, girando l’intera Ancona, sino a che non trovò un antico palazzo sul cui portone ligneo apparivano le lettere D.F.R.C., ovvero nella sua interpretazione, Domus Fratrum Rosae Crucis, ‘Casa dei Fratelli della Rosa Croce’. Personalmente ritengo la cosa verosimilissima, per non dire, sempre a mio avviso, assolutamente certa, data la presenza nel XVII secolo nelle Marche di vari personaggi legati all’Ermetismo rosicruciano.

Bisognerà attendere vari decenni perché in Germania si formasse un altro Ordine richiamantesi anch’esso alla Rosacroce, ed arriviamo secondo taluni al 1756, per altri invece al 1777, perché sorgesse ad opera di un ufficiale prussiano, Johann Rudolf von Bischoffwerder e di un ex-pastore luterano Johann Christoph von Wöllner, l’Orden der Gold­- und Rosenkreuzer, che è quello al quale si richiama, a mio avviso, palesemente Giorgio Tarditi Spagnoli, e prima di lui l’Hermetic Order of  the Golden Dawn e il Lectorium Rosicrucianum, Questa organizzazione è, a mio avviso (ma non solo mio), alquanto lontana dagli ideali dell’antica Fraternitas.

Vi furono nel XVIII secolo in Germania anche altre formazioni rosicruciane, più o meno tutte paramassoniche, dai nomi simili e non sempre è facile orientarsi tra esse. Alcune di esse non avevano nessuna connessione interiore con la Fraternitas, e si richiamavano abusivamente al suo nome, altre invece furono veicolo di un’autentica ispirazione rosicruciana e svolsero discretamente, ma efficacemente la loro missione nel mondo.

Indi poscia, il nostro giovin scrittore si avventura temerariamente nei tempestosi mari della storia degli Ordini massonici ‘egiziaci’. E parte subito con una serie di affermazioni false, o perlomeno fortemente errate. Infatti, così scrive:

«Il nome Misraim deriva da Mizraim, uno dei figli di Ham, che diede il suo nome alle terre de’Egitto [sic!]. I Misteri di Iside, Osiride e Tifone vengono fatti derivare da Ormus stesso. Da una prospettiva più storica, la massoneria egizia fu fondata dal mago massone Conte di Cagliostro. La particolare forma del Rito di Misraim, fu fondata a Milano nel 1805, dieci anni dopo la presunta morte di Cagliostro. Invece il Rito di Memphis risulta essere una copia francese del Rito di Misraim, fu fondato a Parigi nel 1839 in seguito alle campagne napoleoniche in Egitto e la conseguente “egittomania” dilagata tra le truppe francesi. Successivamente i due riti sono stati uniti insieme».

Anche in questo caso abbiamo più errori – dei veri strafalcioni –  che parole, e molta disinformazione o, se si vuole proprio esser benevoli, della semplice ignoranza. Nella tradizione biblica, uno dei tre figli di Noè insieme a Sem e a Jafet, è Cam, padre – secondo il Sefer Bereshit, che i cristiani chiamano Libro della Genesi – di  CushMizraimPhut e Canaan. In ebraico e nella scrittura amaraica quadrata, il nome di Cam è חָם: scritto con le consonanti cheth e mem. La chet – secondo quel che mi insegnava la sapientissima professoressa e cara amica I.Z. – è una consonante gutturale fortemente aspirata, come la jota castigliana in Juan, il ch scozzese in ‘loch’, e il ch tedesco in ‘ach’, e corrisponde altresì al greco antico χ ‘chi’. In effetti, nella versione dell’Antico Testamento dei Settanta, la Septuaginta dei biblisti, il nome del figlio di Noè viene reso con Χαμ, ossia Cham. Ma queste, lo ammetto, sono solo preziosità o finezze filologiche. 

Invece, è un ben grossolano errore storico affermare che «Da una prospettiva più storica, la massoneria egizia fu fondata dal mago massone Conte di Cagliostro. La particolare forma del Rito di Misraim, fu fondata a Milano nel 1805, dieci anni dopo la presunta morte di Cagliostro». Si tratta di un ben grossolano errore storico – anzi di tutta una serie di errori – perché Cagliostro stesso affermava ch’egli svolgeva una missione – massonica, ermetica e rosicruciana – che gli era stata affidata da Altotas e dal Gran Maestro Manoel Pinto de Fonseca a Malta, ove egli fu iniziato alla R.L. S. Giovanni del Segreto e dell’Armonia, e da Raimondo di Sangro, Principe di Sansevero, a Napoli, ove egli fu accolto nella R.L. Perfetta Unione. Quest’ultima era una loggia massonica dalla simbologia chiaramente ‘egiziaca’, come si diceva un tempo, e la sua data di fondazione risaliva al 1728.  All’interno di questa ‘officina’ egiziana, il Principe di Raimondo di Sangro fondò, il 10 dicembre 1747, il Rito Antico Primitivo Orientale di Misraim seu Aegypti. Quindi molto tempo prima della data affermata dal nostro giovin autore ligure, che attinge a fonti oltremodo dubbie. Evento e data vengono riportate più volte nell’Ottocento da Giovan Battista Pessina, e dallo stesso John Yarker, e nello scorso secolo, da Eduardo Frosini, da Gastone Ventura, oltre che da alcuni documenti dell’archivio del ramo veneziano e del ramo napoletano del Rito di Misraim in mio possesso. 

Il candido lettore vorrà scusare la pedante puntigliosità di queste precisazioni storiche, ma viste le pretese del nostro giovin autore ligure di ammannire sulla carta e nell’ètere il suo sapientissimo verbo allo stupefatto popolo catecumeno, è bene ridimenzionare le sue affermazioni e le sue pretese, mostrandone la poca o punta fondatezza. E ancor prima del 1805, esisteva a Venezia una loggia ‘egiziaca’, la S. Giovanni della Fedeltà, fondata e consacrata per volere del Conte Alessandro di Cagliostro nel 1788, sulla base di una precedente officina neotemplare, la quale ‘lavorò’ sino al 1797, allorché dovette ‘assonnarsi’ quando Napoleone Bonaparte vigliaccamente vendette Venezia all’Austria con l’infamissimo trattato di Campoformio. Ma una tale ‘egiziaca’ officina cagliostriana rimase pochissimo tempo in ‘sonno’, perché già dopo la battaglia di Marengo, che risollevò le fortune delle armate francesi in Italia, l’Iniziato Cesare Tassoni, barone modenese, diplomatico al servizio della Francia, già nel 1801, ‘risvegliò’ la loggia dei discepoli di Cagliostro. Anni fa, ebbi modo di vedere di persona, a Venezia, vari documenti originali di questa importante cerchia spirituale.

Che «il Rito di Memphis risulta essere una copia francese del Rito di Misraim, fu fondato a Parigi nel 1839 in seguito alle campagne napoleoniche in Egitto e la conseguente “egittomania” dilagata tra le truppe francesi», è una vera esagerazione: come ‘copia’ il Memphis aveva poco o nulla del Misraim, soprattutto rispetto all’autentico contenuto occulto e misterico di quest’ultimo: peraltro nei primi 34 gradi è una copia paro paro del Rito Scozzese Antico Accettato. Inoltre, allorché Jacques-Étienne Marconis de Nègre fondò il Rito di Memphis o Rito Orientale, nel 1839, erano già passati ben 40 anni dell’impresa napoleonica in Egitto. E che tra le truppe napoleoniche fosse addirittura dilagata l’egittomania, lo dice solo il nostro giovin autore: i militari napoleonici aderivano perlopiù o al Rito Francese Moderno o al Rito Scozzese Antico Accettato. Ben pochi fecero parte del Rito Egiziano di Misraim: ho persino liste di nomi pressoché complete dei suoi aderenti in epoca napoleonica. Vi fu unicamente, oltre al Misraim, la fondazione, nel 1801, da parte di Jean-Guillaume Cuvelier e di una ristrettissima élite di ufficiali, dell’Ordre des Sophisiens, al quale partecipò anche l’egittologo Dominique Vivant Denon, che nel 1783 conobbe personalmente Cagliostro alla legazione francese a Napoli. Ed è inesatto che successivamente i due riti, di Misraim e di Memphis, siano stati uniti insieme, se non in alcuni casi particolari. Personalmente, mi risulta che il Rito di Misraim proseguisse, nella sua forma originaria, ossia ritualmente immutata, in vari paesi – aldilà di imitazioni pagliaccesche recenti e meno recenti – sino ai nostri giorni.  

Lasciando perdere varie affabulazioni d’impronta sentimentale e lirica del nostro ligure scrittore, incontriamo affermazioni palesemente false come quando scrive: 

«In questo periodo Steiner lavora segretamente per lo Yarker attraverso Reuss, al fine di revisionare i rituali della piramide egizia di Misraim, la principale innovazione di Steiner fu quella della riduzione dei gradi da più di 90 a una decina, una innovazione che come vedremo ha una radice antica e al contempo verrà ereditata in altri ordini esoterici». 

Anche questa è una menzogna, anzi tutta una serie di menzogne. Rudolf Steiner non ha mai lavorato – né palesemente né segretamente – per qualcun altro, neppure per John Yarker, che pur stimava, ma col quale egli non ebbe mai alcun contatto personale, neppure epistolare, a quel che mi risulta. Egli era un uomo libero, e il suo libero operare era unicamente per il Mondo Spirituale. La Mystica Aeterna di Rudolf Steiner non era – lo ripeterò sino alla noia – il Rito di Misraim, malgrado la valutazione positiva ch’egli dava di una tale formazione latomistica minoritaria, peraltro sovente avversata e diffamata dalle grandi Obbedienze massoniche, più o meno profanizzate. L’ignoranza del nostro giovin scrittore appare là dove afferma che la principale innovazione di Steiner fu quella della riduzione dei gradi da più di 90 a una decina, mentre chiunque abbia anche una modesta conoscenza storica dell’esoterismo, sa che il Rito di Misraim o Rito Egiziano ha avuto ed ha solo 90 gradi e non di più. Vi è un perché profondo, e arcano, di tale numero, ma rispetto a ciò lascerò, in maniera lupescamente birbonissima, inappagata l’indebita curiosità del nostro giovin autore.

Ciò dà l’occasione di chiarire una buona volta – e spero una volta per tutte – la questione del rapporto personale di Rudolf Steiner con la Libera Muratoria. Egli ricevette personalmente e formalmente la dignità muratoria di 33° 90° 96°, e ciò sta a significare che gli veniva ‘riconosciuta’ la dignità di 33° Sovrano Grande Ispettore Generale del Rito Scozzese Antico Accettato, di 90° Sovrano Gran Maestro Assoluto del Rito di Misraim, di 96° Gran Maestro Sublime Mago, Patriarca Gran Conservatore del Rito di Memphis. Inoltre, egli venne riconosciuto Gran Maestro Generale in carica del Supremo Gran Consiglio Generale del 90° e ultimo grado del Rito Egiziano o di Misraim per la Germania e i paesi di lingua tedesca. Rudolf Steiner accettò questa ‘dignificazione’, come viene chiamata negli ambienti massonici – sono le sue stesse parole – per ‘lealtà occulta’ e ‘ricollegamento’ con il passato. Ma egli mai formò il Supremo Gran Consiglio del 90° grado del Rito di Misraim, mai rilasciò diplomi del Rito di Misraim, Mai egli agì massonicamente, né mai il suo operare venne riconosciuto come massonico dalle Obbedienze muratorie allora in circolazione. Mai egli utilizzò la rituaria del Rito di Misraim, né tantomeno elaborò, in supposta collaborazione con John Yarker, o su incarico di questi, la ‘riduzione’ del numero dei gradi e la riforma dei rituali, che gli attribuisce il nostro fantasioso giovin autore. Egli fece una cosa affatto diversa: fondò sulla base esclusiva della propria autorità spirituale la Mystica Aeterna, come Seconda e Terza Classe della sua Scuola Esoterica. Chiunque possegga i rituali originali del Rito di Misraim – non quelli che si scrivono da soli i vari Grandi Hierophanti (sull’esempio del sempre affaccendato e volgarissimo divulgatore Papus agli inizi del Novecento) degli innumerevoli Riti di Memphis-Misraim o Misraim e Memphis, venuti fuori come i funghi al sortire del sole dopo le piogge d’autunno – vede la totale differenza dei rituali della Mystica Aeterna rispetto ai vari rituali massonici. Ed è la parola stessa, ne La mia vita, di Rudolf Steiner ad affermare ch’egli non prese niente dall’Istituzione Yarker. L’affermazione di Rudolf Steiner demolisce da sola le fantasiose affermazioni di Giorgio Tarditi Spagnoli, a meno che questi non voglia accusare, ancora una volta, il Maestro di mendacio. Del resto, potrei dimostrare con la massima facilità che, dopo la fondazione della Mystica Aeterna di Rudolf Steiner, il Rito di Misraim – quello autentico – continuò a ‘lavorare’, per ben oltre un secolo, con gli antichi rituali settecenteschi.

Che poi Rudolf Steiner ‘lavorasse segretamente per lo Yarker attraverso Reuss’, è cosa assolutamente non credibile, vista la diffidenza e la totale disistima ch’egli aveva nei confronti di quel pendaglio da forca che era Theodor Reuss. Ciò risulta nella maniera più lampante dalle stesse lettere di Rudolf Steiner scritte a Marie von Sivers nei giorni successivi ai pochi incontri avuti con l’indecente rappresentante di Yarker in Germania, dopo la breve cerimonia di ‘trasmissione’ o di ‘riconoscimento’ del grado che lo ricollegava formalmente alla tradizione muratoria. Il nostro giovin autore cita appena qualche frase di quelle lettere, ma talmente tagliuzzate e sforbiciate da rendere irriconoscibile e inafferrabile il pensiero autentico di Rudolf Steiner. Una volta di più, onde non si dica ch’io mi invento qualcosa, e per documentazione del candido lettore, riproduco il testo tedesco dei brani di quelle lettere che ci interessano, e ne farò una traduzione la più letterale possibile. La prima è una lettera da lui spedita a Marie von Sivers da Norimberga, all’indomani della “cerimonia” di cui abbiamo parlato, l’altra da Karlsruhe, cinque giorni dopo. Questi brani – tratti da Briefwechsel und Dokumente 1901-1925, GA-Nr. 262, ossia dall’epistolario tra Rudolf Steiner e Marie Steiner, e precisamente le lettere n. 41 e 42 – chiariscono in maniera piuttosto eloquente (anche troppo…), sia rispetto alla decadenza dell’Ordine massonico, verso il quale tuttavia egli mostrò sempre una certa tolleranza, sia rispetto a quel filibustiere di Theodor Reuss, che cosa egli pensasse.

«An Marie von Sivers in Berlin

Samstag, 25. November 1905, aus Nürnberg

[…] Nun hast Du gestern selbst gesehen, wie wenig noch übrig geblieben ist von den einstigen esoterischen Institutionen, die doch einmal ein physiognomischer Abdruck waren höherer Welten. In Wahrheit sollten die drei symbolischen Grade: Lehrling, Geselle, Meister die drei Stufen ausdrücken, auf denen der Mensch im Geiste sich selbst d. h. sein Selbst innerhalb des Menschentypus findet. Und die Hochgrade sollten die Erhebung stufenweise andeuten, durch die der Mensch ein Bauer am Menschheitstempel wird. Und wie der gewordene Menschenorganismus d. h. der astrale, ätherische und physische Organismus ein Mikrokosmos der Vergangenheitswelt sind, so soll der von der Maurerei in Weisheit, Schönheit und Stärke zu errichtende Tempel das makrokosmische Abbild einer inneren mikrokosmischen Seelen-Weisheit, Seelenschönheit und Seelenstärke sein.

Im Materialismus hat die Menschheit das lebendige Bewusstsein von alle dem verloren und die äußere Form ist vielfach an Menschen übergegangen, die zum inneren Leben keinen Zugang haben.

Es wäre nun die Aufgabe, das maurerische Leben aus den veräußerlichten Formen aufzufangen und neu zu gebären, wobei natürlich das wieder geborene Leben auch neue Formen hervorbringen müsste. Dies sollte unser Ideal sein: Formen zu schaffen als Ausdruck des inneren Lebens. Denn einer Zeit, die keine Formen schauen und schauend schaffen kann, muss notwendigerweise der Geist zum wesenlosen Abstraktum sich verflüchtigen und die Wirklichkeit muss sich diesem bloß abstrakten Geist als geistlose Stoffaggregation  gegenüberstellen. – Sind die Menschen imstande wirklich Formen zu verstehen z. B. die Geburt des Seelischen aus dem Wolkenäther der sixtinischen Madonna: dann gibt es bald für sie keine geistlose Materie mehr. – Und weil man größeren Menschenmassen gegenüber Formen vergeistigt doch nur durch das Medium der Religion zeigen kann, so muss die Arbeit nach der Zukunft dahin gehen: religiösen Geist in sinnlich-schöner Form zu gestalten. Dazu aber bedarf es erst der Vertiefung im Inhalte. Theosophie muss zunächst diese Vertiefung bringen. Bevor der Mensch nicht ahnt, dass Geister im Feuer, in Luft, Wasser und Erde leben, wird er auch keine Kunst haben, welche diese Weisheiten in äußerer Form wiedergibt».

Ed eccola tradotta: 

«A Marie von Sivers a Berlino

Sabato, 25 novembre 1905, da Norimberga

[…] Ora ieri hai visto tu stessa, quanto poco sia rimasto è rimasto delle istituzioni esoteriche di un tempo, le quali però un tempo erano anche una espressione fisionomica dei mondi superiori. In verità i gradi simbolici di Apprendista, Compagno, Maestro dovrebbero esprimere i tre gradi, sui quali l’essere umano trova se stesso nello Spirito, cioè lo Spirito all’interno del tipo umano. E gli Alti Gradi dovrebbero indicare l’innalzamento graduale attraverso i quali l’essere umano diviene un edificatore del tempio dell’Umanità. E così come il divenuto organismo umano, cioè l’organismo astrale, eterico e fisico sono divenuti un microcosmo del mondo del passato, così il Tempio che deve essere eretto dalla Massoneria in Sapienza, Bellezza e Forza, deve essere l’immagine macrocosmica di una interiore microcosmica sapienza animica, di una bellezza animica, di una forza animica.

Nel materialismo, l’umanità ha perso la coscienza vivente di tutto ciò, e la forma esteriore è in molti modi passata a persone che non hanno alcun accesso alla vita interiore.

Ora, il compito sarebbe quello di afferrare la vita massonica a partire dalle forme esteriorizzate, e generarla a nuovo, per cui la vita rigenerata dovrebbe produrre naturalmente anche nuove forme. Questo dovrebbe essere il nostro ideale: per creare forme come espressione della vita interiore. Giacché in un’epoca, che non contempli forme e contemplando possa creare, lo Spirito deve necessariamente volatilizzarsi nell’inconsistente astrazione e la realtà deve confrontarsi a questo spirito meramente astratto come aggregazione materiale priva di Spirito. – Se gli esseri umani sono in grado di comprendere realmente le forme, per esempio, la nascita dell’elemento animico dalle nuvole eteree della Madonna Sistina, allora per loro presto non vi sarà più materia priva di Spirito. – E poiché si possono indicare alle più grandi masse umane forme spiritualizzate, tuttavia solo attraverso la mediazione della religione, il lavoro del futuro deve procedere in questa direzione: plasmare lo spirito religioso in forma bella-sensibile. Tuttavia, ciò esige dapprima l’approfondimento nel contenuto. La Teosofia deve dapprima portare questo approfondimento. Se l’essere umano dapprima non presagisce spiriti che vivono nel fuoco, aria, acqua e terra, non esisterà neppure un’arte che rifletta questa saggezza in forma esteriore».

Dalle parole di Rudolf Steiner si può facilmente cogliere l’involuzione antispirituale di molte Obbedienze massoniche, della serena, oceanica, cotennosa ignoranza – come la chiamava l’ottimo e caustico Arturo Reghini – della maggior parte dei massoni anche dei più elementari principi della spiritualità, e dell’esoterismo. E ancor più esplicitamente egli parla nella missiva successiva.

«An Marie von Sivers in Berlin

Donnerstag, 30. November 1905

Karlsruhe.

[…] Die Freimaurer-Sache wollen wir nur ja bedächtig, ohne alle Überstürzung machen. Reuß ist kein Mensch, auf den irgendwie zu bauen wäre. Wir müssen uns klar darüber sein, daß Vorsicht so dringend dabei nötig ist. Wir haben es mit einem «Rahmen», nicht mit mehr in der Wirklichkeit zu tun. Augenblicklich steckt gar nichts hinter der Sache. Die okkulten Mächte haben sich ganz davonzurückgezogen. Und ich kann vorläufig nur sagen, dass ich noch gar nicht weiß, ob ich nicht eines Tages doch werde sagen müssen: das darf gar nicht gemacht werden. Ich bitte Dich daher, mein Liebling, doch ja nichts anderes, als etwas ganz vorläufiges mit den Leuten zu besprechen. Wenn wir eines Tages sollten genötigt sein, zu sagen: da können wir nicht mit, so dürfen wir vorher nicht zu stark engagiert sein. Es sind bei der Sache zum Teil persönliche, zum Teil Eitelkeitsmotive im Spiel. Und vor beiden fliehen die okkulten Mächte. Sicher ist, dass vorläufig es allen okkulten Mächten wertlos erscheint, dass wir solches tun. Doch ganz bestimmtes kann ich auch heute noch nicht darüber sagen. Bemerken wir bei der nächsten Unterredung mit Reuß etwas Unrichtiges, dann können wir noch immer das Angemessene tun».

Ed eccola tradotta, servendomi delle mie men che modeste competenze linguistiche, nella lingua di Dante:

«A Marie von Sivers a Berlino,

giovedì,  da Karlsruhe,

30 novembre 1905.

[,,,] Trattiamo la questione massonica solo molto cautamente, senza veruna precipitazione. Reuss non è persona sulla quale si possa edificare in qualsivoglia modo. Dobbiamo aver chiaro che la prudenza in questo caso sia così tassativa. In realtà abbiamo a che fare con nulla più che con una «cornice». Al presente dietro alla cosa non c’è proprio niente. Le Potenze Occulte si sono completamente ritirate. E per il momento posso soltanto dire, che ancora io non so affatto s’io un giorno non dovrò dire: questa cosa non poteva assolutamente essere fatta. Perciò ti prego, mia diletta, di non parlare con le persone altro che di qualcosa di assolutamente provvisorio. Se un giorno fosse necessario dire: che non essendoci possibile, non dovremmo essere stati, in precedenza, troppo fortemente coinvolti. Nella cosa sono in giuoco in parte motivi personali in parte motivi di vanità. E di fronte ad ambedue fuggono le Potenze Occulte. Certo è che a tutte le Potenze Occulte che noi facciamo tali cose per il momento appare privo di valore. Ma anche oggi non posso dire in proposito niente di determinato. Se al prossimo colloquio con Reuss notiamo qualcosa di scorretto, allora potremo prendere sempre le misure adeguate».

E Theodor Reuss dimostrò sùbito con una seria di gravissimi atti di aperta slealtà quanto fosse giustificata l’estrema diffidenza di Rudolf Steiner nei suoi confronti, e la sua volontà di mai più incontrarlo, e di non rispondere mai né direttamente né attraverso la sua stretta collaboratrice, Marie von Sivers, alle missive che costui gli inviava. Ora, questo articolo è, ancora una volta, già troppo lungo, e non vi è lo spazio per illustrare, documentandoli, quei gravissimi atti di slealtà e di tradimento del Reuss, ché sarebbe davvero abusare della pazienza del candido e benevolo lettore. Ciò non toglie che lo si possa fare in futuro, visto che l’intera documentazione è già pronta.

Questa disamina dei rapporti di Rudolf Steiner con quel gaglioffo e pendaglio da forca di Theodor Reuss mostra ad abundantiam l’assoluta falsità delle affermazioni del nostro giovin autore ligure, circa la ‘collaborazione’ ch’egli avrebbe avuto con tale tristo figuro al fine di riformare rituali e la serie di gradi del Rito di Misraim, che mai John Yarker – il quale in nessuna forma ebbe, lo ripeto, mai rapporti diretti con Steiner – gli chiese. Mostra pure quanto poco al pur tollerantissimo Rudolf Steiner interessasse di per sé la causa massonica, largamente svuotata di interiore contenuto spirituale, e quanto poco contasse sugli ambienti latomistici. E mostra, infine, pure quanto sciocchi siano tutti quei sedicenti spiritualisti, i cui Grandi Hierophanti, per una loro pretesa ortodossa massonicità ‘egiziaca’, si richiamano alla discendenza spirituale infetta di Theodor Reuss. Tra l’altro, il nostro fantasioso giovin scrittore vorrebbe rendere Rudolf Steiner responsabile – e praticamente, dal mio punto di vista, colpevole – della struttura dei gradi e dei contenuti di quell’Ordo Templis Orientis, fondato a cavallo tra 800 e 900 da Theodor Reuss e Karl Kellner, e in seguito, ‘migliorato’ (si fa per dire…) da quel magazzo pervertito e assassino di Aleister Crowley. Questa è una sporca menzogna e una sozza calunnia, che sarà sin troppo facile smontare. Ma non ora…   

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

SMASCHERARE LE FALSE APPARENZE – ABBATTERE LA MENZOGNA


wolf

Arcana publicata vilescunt, et gratiam prophanata amittunt. Ergo: ne Margaritas objice porcis, seu Asino substerne rosas.                                                                                     

Riprendiamo lettura e analisi dell’opera di Giorgio Tarditi Spagnoli, opera che leggiamo nel testo digitalizzato nel formato kindle, e che in tale formato riunisce le circa 600 pagine dei tre volumi della sua opera a stampa. L’analisi dell’opera che farò sarà una disanima puntuale e, per così dire, filologica, ossia un esame critico della fondatezza o meno, riguardo alle affermazioni e alla credibilità delle fonti sulle quali il suo studio si basa. Qualcuno troverà, forse, noiosa e pedante la disanima che faccio, la quale invece è un’opera chirurgica per ripulire dal veleno esiziale e dal marciume che viene riversato nelle anime. Del resto Eco non è un blog di intrattenimento e di svago, bensì una aspra trincea di lotta.

Non me ne voglia, dunque, il nostro giovin autore ligure – plurilaureato e addottorando, a suo dire, con vari Masters e studi a Milano e Londra, e da quel che ho capito, Naturopata e Floriterapeuta Antroposofico, Pranoterapeuta Antroposofico, Counselor Biografico, nonché Web Editor della Colorado Film, ed infine financo cultore di studi universitari di psicologia analitica junghiana – ma molte, veramente molte, delle sue affermazioni mi hanno lasciato non poco perplesso, e siccome ad un cattivissimo lupaccio diffidente, qual io sono e quale mi sforzo energicamente di continuare ad essere, non piace punto perplettersi, andrò alla ricerca della verità reale e non di quella apparente. Arturo Reghini – oramai anche i muri e i ciottoli di fiume sanno quanto mi sia simpaticissimo – affermava che «la diffidenza è madre della sapienza», e una prudente diffidenza insegna al presente lupaccio cattivissimo, invecchiato in mille zuffe e battaglie, a non lasciarci una zampa in una improvvida e ben mimetizzata tagliola. Comunque, lo sappia il nostro giovin autore, nulla di personale, come dicono nei film americani: semplicemente chiameremo vero il vero e falso il falso. E se questo a taluni non piacerà, non me ne affliggerò di certo. Ma entriamo pure, come dicevano i Latini, in medias res.

Egli così scrive già nel secondo paragrafo della sua Premessa:

«Il nome Mystica Aeterna è ben più, è un nome mistico: Mystica si riferisce alla scaturigine della vita spirituale che ha sede nel cuore e risale verso il capo; ed Aeterna a quando il pensare scende ad incontrare l’afflato del cuore, eternandosi nel pensare del cuore: il sentiero centrale dell’Albero della Vita, che connette le Sephiroth Kether, la Corona, e Tiphareth, la Bellezza. Con questo lavoro Rudolf Steiner mirava ad unire l’approccio mistico con quello occulto (o magico, come si chiamerebbe in altri ordini esoterici che vedremo) e con questo scritto vorrei poter permettere a coloro che lo leggeranno di poter unire queste due correnti nell’anima».

A parte il poetare lirico, che forse attrarrà non poco la sciropposa e stucchevole sentimentalità di tanti antroposofazzi, occorre dire subito che, se questa è l’impostazione dello studio del nostro giovin autore, essa è sbagliata sin dalle prime frasi. Quella di Rudolf Steiner è Scienza dello Spirito: Scienza e niente affatto una mistica o un misticismo. Posso dire, che nei miei studi di oltre cinque decenni e passa nella Sapienza d’Oriente e d’Occidente, non ho mai incontrato un essere meno mistico, anzi più decisamente antimistico di Rudolf Steiner. La scienza non è sentimentalità, ma conoscenza che si basa su una rigorosa empiria, ossia sull’esperimento e sulla percezione diretta dei fenomeni.  

Alla sua Filosofia della Libertà – nella quale peraltro egli fa letteralmente a pezzettini il misticismo del sentire, affermando che il mistico vuole solo soggettivamente sentire, quel che invece devrebbe oggettivamente conoscere – Rudolf Steiner pone come sottotitolo: Risultati di osservazione animica secondo il metodo delle scienze naturali, e lo contrappone polemicamente al sottotitolo di un’opera di Eduard von Hartmann, che pure stimava moltissimo, «Risultati speculativi secondo il metodo induttivo delle scienze naturali». L’osservazione è l’atto cosciente che conduce alla percezione, ed è una esperienza e non una speculazione, ossia non è il risultato di una induzione o deduzione puramente logica. L’osservazione viene condotta rigorosamente secondo il metodo scientifico sperimentale, seguendo le linee del fenomeno puro e del fenomeno primordiale della scienza goethiana della natura. Lo stesso Goethe è quanto di più antimistico si possa pensare, e lo dimostrò nelle sue polemiche con Jacobi sulla questione del preteso ateismo di Spinoza e con Kaspar Lavater sul suo misticismo visionario. 

Rudolf Steiner rifiuta sia il misticismo del sentire – “l’afflato del cuore” del nostro giovin autore – sia la metafisica della volontà, sulla quale si basa il magismo dei cosiddetti Ordini occulti, ai quali nella sua opera fa riferimento il nostro ligure studioso. E la ragione è estremamente semplice: nel sentire l’uomo è semplicemente sognante, ossia come nel sogno egli si trova, di fronte a immagini e percezioni varie, in uno stato diminuito di coscienza passiva, e nel volere egli è addirittura affatto assente come io cosciente e percipiente: immerso, perciò, in uno stato di sonno senza sogni. Solo nel pensare l’uomo può essere veramente sveglio, anche se, guardandomi attorno, parvemi che molti dormano persino quando pensano, o dicono di pensare, o credono di pensare, e magari vanno pure a giro per il mondo, dando l’ingannevole impressione d’esser svegli. Sentimento e volontà restano sognanti e dormenti, a meno che non si segua il sentiero conoscitivo della Via del Pensiero Vivente, tracciato da Rudolf Steiner, e instancabilmente indicatoci da Massimo Scaligero: sostanzialmente la Concentrazione e la Meditazione. Ma la piena coscienza dell’io nel sentire e nel volere non è affatto scontata: essa è il punto d’arrivo di un arduo e faticoso percorso interiore, e non certo il suo punto di partenza. E la Via non fa sconti ai pigri e ai pavidi.   

Infatti, Rudolf Steiner nella sua Scienza occulta nelle sue linee generali, nel capitolo Carattere della scienza occulta, che amo citare dall’edizione Laterza del 1947, ma che per comodità del lettore, data la non facile reperibilità di tale edizione, preferisco dare il riferimento a quella dell’Editrice Antroposofica, Milano, 1969, a p. 32, scrive: 

«L’elemento animico non vive in ciò che l’uomo conosce della natura, bensì nel processo del conoscere: l’anima sperimenta se stessa nel proprio applicarsi alla natura. E in questa sua attività essa si conquista in modo vivente qualcosa che va oltre il sapere della natura, cioè uno sviluppo di se stessa sperimentato nella conoscenza della natura. La scienza occulta vuole esplicare quello sviluppo dell’anima in domini che stanno oltre i limiti della sola natura. Il cultore della scienza occulta non misconosce affatto il valore della scienza naturale, anzi lo riconosce più completamente dello stesso naturalista. Egli sa che non è possibile fondare una scienza, senza i procedimenti rigorosi della scienza naturale moderna; ma gli è pure noto che questa severa mentalità scientifica, una volta conquistata, può venire serbata dalla forza dell’anima ed applicata ad altri domini».

Mentre nelle Osservazioni preliminari alla quarta edizione, che cito sempre dall’edizione Laterza del 1947, ma che, in quella dell’Editrice Antroposofica, si trova alle pp. 19-20, Rudolf Steiner scrive:   

«L’autore ha cercato di dimostrare che questa esperienza, sebbene venga acquistata per virtù di mezzi e di vie assolutamente interiori, non ha però un significato puramente soggettivo per il singolo uomo che l’acquista. Dovrebbe risultare da questa descrizione che la singolarità e la peculiarità personale vengono eliminate dentro l’anima, e che essa arriva a esperienze, che sono del medesimo genere per ogni uomo, di cui l’evoluzione si svolga in modo giusto attraverso le sue esperienze soggettive. Soltanto quando la «conoscenza dei mondi soprasensibili» viene da noi concepita con questa caratteristica, siamo capaci di distinguerla da tutte le esperienze semplicemente soggettive del mistico, ecc. Di tale misticismo si può dire veramente, che è più o meno una vicenda soggettiva, che riguarda il mistico stesso. La disciplina scientifico-spirituale dell’anima, come qui viene intesa, aspira invece a esperienze obiettive, che appunto perciò hanno un valore evidente generale, sebbene la loro verità venga riconosciuta del tutto interiormente».

Quindi, quanto a misticismo e conseguenti “afflati cardiaci”, caro il mio giovin autore, come dicono gl’ispanofoni, entonces nada.

Lo stesso possiamo dire del magismo, cui tanto tiene il nostro giovin autore. Conosco bene i metodi, sedicenti “magici”, di Ordini “occulti” anglosassoni come l’Hermetic Order of the Golden Dawn di MacGregor Mathers e compagni, o della Stella Matutina del Dr. Robert Felkin, o della Inner Light cui apparteneva la Dion Fortune, e conosco pure quelli depravati dell’Astrum Argentinum del magazzo satanista Aleister Crowley; in ambito anglo-germanico, quelli dell’Ordo Templis Orientis prima, seconda e terza maniera di Theodor Reuss e successori, quelli di Franz Bardon, della Fraternitas Saturni, e via dicendo. In Francia quelli dell’Ordre Martiniste di Papus e successori. Negli Stati Uniti dottrine e metodi di Ordini pseudorosicruciani come l’AMORC o Antient Mystic Order Rosae Crucis di Spencer H. Lewis, la Rosicrucian Fellowship del traditore Max Heindel, la Rosicrucian Fraternity di Swiburne Clymer. Naturalmente, conoscere non vuol dire affatto condividere, né documentarsi significa partecipare o praticare.

Ora, mettendo da parte le vie più depravate di confraternite magiche come quelle di Crowley, Reuss, Bardon, Gurdjieff et similia, vi è da dire che, se pure in alcune di quelle confraternite sedicenti “magiche” del mondo anglosassone, cui fa riferimento Giorgio Tarditi Spagnoli, vi è talvolta qualcosa di buono, tratto da antiche tradizioni sopravvissute a tempi ormai lontani, tuttavia a tale buono, oggi, vi è mescolato molto, anzi troppo, di arbitrario, di ricostruito al tavolino, di non cosciente e di medianico. Proprio perché le persone che, sedotte dall’immaginifico e dal meraviglioso, si dedicano a quelle vie di magia cerimoniale, le quali in alcun modo sono autentica Teurgia, chiedono appunto ad un rituale preteso magico quello che non sanno chiedere al loro pensare, cioè alla loro volontà cosciente nel pensiero. Pensano di essere maghi, e invece sono soltanto dei sentimentali romantici, e soprattutto sono dei medium, che sognano – come tutti i sentimentali – il possesso della “potenza” magica attraverso le vie della facile forza e del rapido conseguimento. Mentre – come osserva e ammonisce Massimo Scaligero – non vi è nulla di meno facile e, salvo rarissime eccezioni, di meno rapido: nella loro debolezza, coloro che si dànno alla magia cerimoniale hanno unicamente il sogno e l’idolatria sentimentale della forza e della potenza. Proprio perché non la posseggono. La vorrebbero a buon mercato, senza il necessario faticoso lavoro ascetico della realizzazione spirituale, e proprio per questo sono deboli e sentimentali: dei medium.  

Per quel che riguarda quanto scritto nel secondo paragrafo della sua Premessa, ho già chiarito nel mio precedente articolo su Eco, che Rudolf Steiner non ha affatto fondato un Ordine, e per quel che riguarda le Sephiroth citate dal nostro giovin autore, è bene invitarlo a traslitterare correttamente תפארת – le cui consonanti nella scrittura aramaica quadrata, usata correntemente nell’ebraico, nella ortodossa pronunzia sefardita, sono: tav-pe-alef-resh-tav – con tif’ereth, o in forma più semplice tiphereth, e non tiphareth, com’egli costantemente fa. Nella fattispecie, l’alef, che si trova al centro della parola ebraica, non è affatto, come crede lui e come pensano gl’ignoranti, che in maniera insana e improvvida si dànno alla magia cerimoniale, una vocale, una ‘a’ tanto per capirsi, bensì una consonante, gutturale e lievemente aspirata, analoga allo spirito lene del greco classico, e presente eziandio in aramaico con nome di alaf e in arabo, col termine di alif. Infatti, né in ebraico, né in aramaico, né in arabo, e nemmeno nell’antica lingua egizia, venivano scritte le vocali. Nel testo masoretico della Bibbia ebraica, nel Tanakh, le vocali sono totalmente assenti, e assenti sono pure nella versione aramaica del Nuovo Testamento, nella cosiddetta Peshitta. Il signor Tarditi Spagnoli può farmi credito: la Professoressa I.Z., sapientissima titolare di cattedra, e mia cara amica, all’esame di Filologia Biblica volle darmi un poco meritato trenta.

Quanto allo “spiegare” la Via di Steiner alla luce della personalissima interpretazione pseudocabbalistica dell’Albero della Vita, che fa il nostro giovin autore, è cosa che non sta né in cielo né in terra. Della Kabbalah autentica il nostro intraprendente scrittore non conosce un tubero –  direbbe la nostra Savitri – né tampoco di essa capisce un cappero – direbbe Emanuela, e lo si evince dal fatto che attinga esclusivamente o quasi alla letteratura circolante nella Golden Dawn e nelle sue derivazioni, e ci credo poco, anzi punto, al fatto ch’egli abbia passato anni sui testi classici della Kabbalah: il Sefer Yetsirah, il Sefer ha-Bahir, il Sefer ha-Zohar, il Pardes Rimmonim – quello di Moshè Cordovero e non quello di Israel Regardie, il discepolo di Aleister Crowley, sui testi del quale in maniera insana studiano gli appassionati della magia cerimoniale anglosassone in salsa Golden Dawn – i testi di Moshè de Leon, di Gikatilla, di Abulafia, di Chayyim Vital, di Moshè Chayyim Luzzatto, e altri.  

Mi creda il nostro giovin autore, che non è affatto sui riassuntini o sui testi espunti e sintetizzati, tipo Reader’s Digest o Bignami, dalle confraternite sedicenti magiche inglesi, che si possa – senza neppure conoscere l’ebraico e l’aramaico – apprendere l’autentica Kabbalah. E non è nemmeno su siti digilander come Fuoco Sacro, cui – forse – ha attinto, perlomeno da come mi sembra verosimile dai ragionamenti e dalle trascrizioni delle parole ebraiche che leggo, il nostro intraprendente “magista” scrittore. Vi sono nel mondo ebraico degli ambienti kabbalistici autentici, ma sono molto chiusi: specialmente nei confronti degli pseudoesoteristi che dànno tanto sfoggio della loro presuntuosa ignoranza su pubblicazioni e nel web. Nella mia città, conosco una cerchia kabbalistica – autentica, antica e soprattutto pura – veramente sapiente, facente dell’autentica teurgia, e non della bassa magia, ed ho conosciuto e conosco degli iniziati ad essa: penso proprio che uno come il nostro giovin scrittore, essi non lo prenderebbero neppure in considerazione. 

Il nostro autore delle liguri spiagge nella sua Premessa, così prosegue:

«La Mystica Aeterna infatti non ha mai avuto un archivio scritto, i rituali erano solitamente imparati a memoria così che non vi dovesse essere nulla di stampato. Le lezioni esoteriche associate non potevano assolutamente essere stenografate, solo riportate a memoria dopo la lezione stessa, e la loggia non doveva tenere un registro in quanto ritenuto un ostacolo alla comprensione vivente dei rituali. Ecco da dove deriva la difficoltà di ricostruire storicamente tutta la vicenda che dal 1906 giunge al 1914, e poi al 1921 e successivi».

Ora tutto quanto qui dice Giorgio Tarditi Spagnoli è rigorosamente una fiaba: o per dirla con una espressione cortese, un’affabulazione, abilmente suggestiva, partorita dalla sua fervida immaginazione inventiva. Ma a quale scopo? Ma al fine di épater le bourgeois ésoteriste. Che non esistessero rituali scritti lo dice unicamente lui, e da dove egli tragga questa stupefacente informazione egli non lo dice e soprattutto non lo documenta. Che esistessero rituali scritti è dimostrato dal fatto che la mia amica fraterna Hella Wiesberger li possedeva. E poi perché dire: «i rituali erano solitamente imparati a memoria»? Nella lingua italiana ‘solitamente’ significa ‘abitualmente’, e non ‘in tutti i casi’. Del resto, per imparare a memoria qualcosa, bisogna – credo – perlomeno leggerlo e rileggerlo da un testo scritto. Ciò che non deve essere stampato, può benissimo essere manoscritto, e rimanere custodito in poche mani fedeli. Ma lui che ne sa dell’esistenza di testi manoscritti o stampati, o dell’esistenza di archivi conservati?! Evidentemente, ad oltre un secolo dall’apertura e dalla chiusura della Mystica Aeterna, il nostro giovin scrittore ha fonti, per così dire, “spirituali” che lo informano così dettagliatamente.

A dirla tutta, questa storia di rituali  della Mystica Aeterna – secondo il nostro giovin autore: rituali “massonici” – non scritti e imparati a memoria, a questo diffidente lupaccio cattivissimo, dal perfido fiuto, ha fatto venire un feroce sospetto. Chiunque conosca la storia dell’esoterismo, e della Massoneria in particolare, sa bene che, sin dal Settecento, i rituali massonici venivano messi per iscritto: perlomeno nell’Europa continentale. Tant’è che io – disobbediente lupaccio cattivissimo non appartenente a nessuna delle molte variopinte e agitate Obbedienze massoniche della Terra d’Ausonia: appartengo unicamente alla informale fratellanza degli Selvaggi Lupacci Appenninici, e ad honorem a quella dei Trucidi Orsi Marsicani – ne possiedo un’ampia collezione. Ma vi è una significativa eccezione: quella della Libera Muratoria operante in Inghilterra e, in parte, in Scozia e in Irlanda. Per esempio, il rituale denominato Emulation, adottato da molte logge britanniche, viene recitato e svolto interamente a memoria dagli ufficiali di loggia e, ai passaggi di grado, dagli Entered Apprentice, quando questi vengono passed, ossia “passati”, Fellow Craft, e da questi ultimi allorché essi vengono raised, ossia “elevati”, Master Mason. Comunque esistono i testi scritti che i tapini sono obbligati a imparare, almeno in parte, a memoria. Ora, il nostro giovin scrittore ligure è stato – ce lo dice lui stesso – per periodi non brevi a Londra. Hai visto mai ch’egli si sia fatto iniziare in qualche loggia inglese di rito Emulation o simile, tanto più che all’Oriente di Londra vi è anche una loggia “Italia”, la quale tale  rituale “lavora” in lingua italiana? Del resto, anche nel Grande Oriente d’Italia, oltre che nella Gran Loggia Regolare d’Italia, di stretta osservanza inglese, vi sono molte logge che “lavorano” il rituale Emulation. Chissà?! Ma un tale rituale è quanto di più stucchevolmente moralistico e di meno occulto che si possa pensare, e tale vuole dichiaratamente essere, e rimanere.

Il nostro facondo e immaginifico giovin scrittore, facilitandomi assai il compito di analisi critica, ha fatto una sorta di “sintesi” della sua stessa opera ed essa è apparsa come post su un noto social forum: pubblicata, 19 febbraio scorso, alle ore 9.35, in una delle molte pagine dedicate all’Antroposofia, ove il nostro giovin autore riscuote plausi ed elogi a non finire da parte della poco accorta e ancor meno pensante covata “scaligeropolitana”, e non solo da quella. Peccato, davvero, che tale sintesi contenga una serie di spropositi – quasi più spropositi che parole – che ora affronterò subito di petto, commentando i vari paragrafi di tale arruffatissimo post:

«Non è facile tratteggiare in breve Rudolf Steiner (1861-1925), in quanto sono certamente più le attività che ha svolto di quelle che non ha svolto. Pressoché sconosciuta è la sua attività negli ordini esoterici».

A parte il fatto che in buon italiano si dovrebbe dire “tratteggiare in breve la vita o l’opera di Rudolf Steiner”, l’attività di Rudolf Steiner è nota pressoché totalmente – tolti i contatti personali con colui che fu il suo Maestro, che rimasero il suo inviolabile segreto – in quanto si può dire quasi ch’egli non ebbe una  vera e propria vita privata, avendo sempre intorno moltissima gente, spesso fastidiosa e curiosa, con la quale intesseva i rapporti più diversi. Nell’Archivio della Nachlassverwaltung, ossia del suo Lascito, sono presenti oltre 600 quaderni con sopra scritti pensieri, annotazioni, abbozzi di opere, disegni, a partire dalla sua infanzia, quando frequentava le scuole elementari, sino agli ultimi giorni della sua intensa e movimentata vita. Inoltre, vi è un suo vasto epistolario con semplici conoscenti, discepoli, e soprattutto con la sua collaboratrice e sposa, Marie Steiner. Con quest’ultima, Rudolf Steiner affrontò nell’epistolario tutte le questioni più delicate, comprese quelle della fondazione della Mystica Aeterna e dei suoi sviluppi, dei rapporti che brevissimamente ebbe con quel pendaglio da forca che era Theodor Reuss, e via dicendo.

«Nel 1906 nell’ambito della Società Teosofica Steiner conobbe John Yarker, che lo invita a unirsi al Rito di Misraim. Così Theodor Reuss, rappresentante di Yarker per la Germania, conferisce formalmente a Steiner e alla moglie, i massimi gradi operativi: 33°, 90°, 96° del Rito di Misraim, affidandogli il compito di fondare una loggia a Berlino, dal nome “Mystica Aeterna”. Il rito viene associato alla Scuola Esoterica della Società Teosofica come “Servizio di Misraim” e da subito accetta anche le donne».

Rudolf Steiner, che pure stimava assai John Yarker, non lo conobbe né lo incontrò mai personalmente, e tanto meno nell’ambito della Società Teosofica. Rudolf Steiner incontrò solo alcune volte Theodor Reuss, il quale gli conferì, il 24 novembre 1905, prima il grado 30° 67° 89° (dubito fortemente che il nostro giovin autore intenda di che si tratta), affinché potesse fondare non una Loggia, come dice lui, bensì un Capitolo chiamato Mystica Aeterna. E, successivamente, venne elevato al grado di 33° 90° 95°. Infine, riconosciuto come Gran Maestro del Supremo Gran Consiglio Generale del Rito Egiziano di Mizraim, cui spettava il grado di 33° 90° 96°. Marie von Sivers – e non von Sievers, come è scritto nel libro di Giorgio Tarditi Spagnoli – venne riconosciuta come Gran Maestra delle femminili Logge d’Adozione. Contrariamente a quel che scrive il nostro giovin autore, a quell’epoca Marie von Sivers non era ancora la moglie di Rudolf Steiner, il quale la sposò solo nel 1915, durante la Prima Guerra Mondiale, quando la Scuola Esoterica con le sue tre Classi – compresa quindi la Mystica Aeterna – era già stata da lui chiusa, e sigillata ritualmente, da tempo. Chiusa per sempre, senza le fantomatiche “resurrezioni” e “continuazioni” delle quali, con fervida immaginazione, affabula il nostro giovin scrittore.

Inoltre, il Rito di Misraim non venne affatto “associato” alla Scuola Esoterica, in quanto la Mystica Aeterna di Rudolf Steiner – come ho più volte detto – non era affatto un Rito massonico, e non era collegata con le Obbedienze massoniche in circolazione in Germania o altrove: era parte della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner, e solo questo.

«Al contempo, Steiner lavora segretamente insieme allo Yarker per revisionare i rituali della piramide egizia. Dall’originaria loggia di Steiner presto gemmano altre logge che operano con lo stesso rito: a Colonia, Lipsia, Stoccarda e Monaco. A metà dell’anno successivo, nel 1907, vengono raggiunti i 100 membri, condizione per la quale Steiner avrebbe potuto divenire Gran Maestro, del tutto indipendente da Reuss».

È pura invenzione che Rudolf Steiner abbia lavorato segretamente con John Yarker per revisionare i rituali della piramide egizia. Prima di tutto, perché a quanto mi consta Rudolf Steiner non incontrò mai, né palesemente né segretamente, John Yarker, in secondo luogo, perché io conosco bene i rituali dell’Antico e Primitivo Rito Orientale di Yarker, che possiedo addirittura in copia fotostatica dei suoi stessi manoscritti, oltre che in forma stampata, ed essi nulla – proprio nulla – hanno a che vedere con la Mystica Aeterna di Rudolf Steiner. Del resto, la Mystica Aeterna era in soli nove gradi, mentre i gradi della istituzione di Yarker erano novantasei, talvolta ridotti a trentatré per motivi operativi: questi rituali li ho tutti e in tutte le loro varie versioni. Sia come forme cerimoniali, sia come contenuti sapienziali, essi sono totalmente diversi da quelli della Mystica Aeterna di Rudolf Steiner.

«Steiner comincia così a modificare il Servizio di Misraim, al fine di allinearlo alla tradizione rosicruciana finché nel 1908 cessa del tutto i rapporti col Reuss. Nasce così il “Culto Cognitivo”, ovvero un rituale atto a porre il neofita in relazione all’essere che presiede al pensare spirituale, Michael, a sua volta araldo del Cristo nonché difensore della corrente spirituale della Rosa+Croce».

Rudolf Steiner non modificò proprio un bel niente del Rituale della Mystica Aeterna, e non aspettò certo il 1908 per rompere i rapporti con Theodor Reuss. Fece solo alcuni minimi mutamenti nel rituale all’inizio del 1913, mutamenti resi necessari dal fatto che alcuni antroposofi avevano abbandonato la Società Antroposofica e la Mystica Aeterna e, tradendo giuramenti e promesse sacre, erano «passati al nemico»: si erano resi necessari alcuni minimi cambiamenti per «proteggere occultamente» il Rituale e la stessa Scuola Esoterica. Dopo i due brevi incontri nei quali egli ricevette la trasmissione formale al grado 30° 67° 89° prima, e al 33° 90° 95° dopo, egli non volle mai più vedere il Reuss, tant’è che io ho le lettere di Reuss all’allora Marie von Sivers nelle quali egli le chiede ripetutamente un incontro con Rudolf Steiner, e si lamenta del fatto di non ricevere mai risposta alcuna. E che non vi fosse connessione veruna della Mystica Aeterna con le esistenti Obbedienze massoniche è dimostrato dal fatto che nessuno che fosse stato iniziato alle varie organizzazioni di Theodor Reuss veniva ammesso a presenziare ai rituali della Mystica Aeterna, ovvero non esisteva quello che in Massoneria viene chiamato “diritto di visita”. Naturalmente, tra i discepoli di Rudolf Steiner vi erano alcuni che erano stati iniziati nelle varie regolari Grandi Logge operanti in Germania, ma partecipavano ai rituali interni della Seconda e Terza Classe della Scuola Esoterica in quanto discepoli diretti di Rudolf Steiner, e non in quanto appartenenti ad Obbedienze massoniche, alle quali venisse riconosciuto il “diritto di visita” di cui sopra, sempre per usare l’usuale terminologia massonica. La Mystica Aeterna non era, sotto nessun aspetto, una Obbedienza massonica, ed è Rudolf Steiner stesso, e non il presente lupaccio cattivissimo, ad affermarlo. E, onde non si dica ch’io m’invento qualcosa, riporterò qui di seguito, nell’orignale tedesco e nella traduzione italiana, quel che Rudolf Steiner disse in proposito, e riportato da Hella Wiesberger nella sua capitale opera di studio Zur Geschichte und aus den Inhalten der erkenntniskultischen Abteilung der Esoterischen Schule 1904 – 1914, p. 94:

«Bis jetzt hat unsere okkulte Strömung für die Welt noch den Namen der Freimaurerei getragen, weil man aus okkultem Standpunkte immer an das Bestehende möglichst anknüpfen soll, aber von jetzt ab soll dieser Name für unseren Tempel in Wegfall kommen und sollen unsere Verrichtungen «Misraim-Dienst» genannt werden. Man möge dies, wenn man unseren okkulten Dienst andeuten will, mit den Buchstaben «M.D.» abkürzen. Die Bezeichnung «F.M.» [Freimaurerei] soll jetzt endgültig verschwinden, und damit ist für die Außenwelt und für alle Einrichtungen auf freimaurerischer Grundlage eine Freimaurerei in unserer Bewegung nicht vorhanden. Wenn bei uns angefragt werden sollte, ob zu unserer Bewegung auch eine Freimaurerei gehört, kann man, ohne eine Unwahrheit auszusprechen, dies verneinen. Was hier verrichtet wird, ist ein okkulter Dienst, genannt Misraim-Dienst, was so viel sagen will wie: das Bewirken der Vereinigung des Irdischen mit dem Himmlischen,
des Sichtbaren mit dem Unsichtbaren». 

«Sinora la nostra corrente occulta ha portato, per il mondo, il nome di Frammassoneria, perché da un punto di vista occulto ci si deve ricollegare il più possibile a ciò che esiste, ma d’ora in poi questo nome nel nostro Tempio deve essere eliminato, e le nostre esecuzioni devono essere chiamate «Misraim-Dienst» [Culto o Liturgia o Rituaria Misraimita]. Lo si può abbreviare, volendo accennare alla nostra rituaria occulta, con le lettere «M.D.». La designazione «F.M.» [Frammassoneria] deve ora definitamente scomparire; e con ciò per il mondo esteriore e per tutte le istituzioni su base massonica nel nostro movimento non è presente veruna Massoneria. se dovessimo venire interrogati, se al nostro movimento appartenga anche una Massoneria, lo si può negare, senza proferire una menzogna. Quel che qui viene istituito, è un culto occulto, chiamato Misraim-Dienst [sc. Liturgia o Culto Misraimita], il che è come dire: operare la ricongiunzione dell’elemento terrestre con l’elemento celeste, del visibile con l’invisibile».

Più chiaramente di così, penso, Rudolf Steiner non poteva esprimersi per negare che la Scienza dello Spirito avesse qualcosa a che fare con qualsivoglia forma di Massoneria, buona o cattiva che fosse.

Hella Wiesberger, in vari colloqui, mi disse di aver parlato e fatto esaminare più volte i rituali originali della Mystica Aeterna a varie personalità dell’Ordine massonico in Svizzera, e in particolare ad un suo caro amico, Jan K. Lagutt, antroposofo e massone appartenente alla Gran Loggia Alpina, operante appunto in Svizzera, del quale possiedo pure un libro, Grundstein der Freimaurerei, Erkenntnis und Verkennung, edito nel 1963 dalla Origo Verlag di Zurigo. Hella Wiesberger cita, in una appendice del volume della GA-265, dedicato alla Sezione cultico-conoscitiva della Scuola Esoterica, alle pp. 503-505, un significativo estratto di tale libro, nel quale si parla della differenza tra la Via cainita e quella abelita, tra l’iniziazione esoterica cainita e la consacrazione sacerdotale abelita. Ebbene, anche Jan K. Lagutt, come gli altri esponenti dell’Ordine massonico in Svizzera, dopo avere ben esaminato i rituali scritti della Mystica Aeterna – quindi è palesemente falso quello che afferma il nostro giovin scrittore ligure, che non sarebbero esistiti tali rituali scritti – affermò che essi tali non erano rituali massonici.

Nel suo post, pubblicato sulla pagina del noto social forum, il Giorgio Tarditi Spagnoli, così prosegue: 

«Diviso in nove gradi dei Misteri Minori più quattro segreti dei Misteri Maggiori, Steiner incorpora nel nuovo rito elementi magico-teurgici, e per differenziarsi ulteriormente dal precedente rito rinomina i suoi membri “massoni esoterici”, indicando in ciò l’unione della forma rituale rosicruciana con gli esercizi della Scuola Esoterica».

Ebbene, ciò è rigorosamente falso. In essa vi erano unicamente tre gradi della Seconda Classe della Scuola Esoterica, e i sei gradi della Terza Classe: in tutto solo nove gradi, e non ve ne erano altri. Non vi è traccia alcuna nei rituali e nemmeno nelle Instruktionsstunden, ossia nelle “riunioni d’istruzione” che Rudolf Steiner, e solo lui, teneva ai suoi discepoli diretti, di una divisione tra “Misteri Minori” e “Misteri Maggiori”: una pura invenzione del nostro giovin scrittore, non suffragata da alcun documento. Una tale suddivisione misterica, in realtà, egli la prende dagli scritti del traditore Max Heindel. 

«La Mystica Aeterna diviene una vera e propria “organizzazione ombrello”, sotto i cui auspici si incontrarono le personalità di spicco dell’esoterismo europeo, appartenenti a ordini teosofici, massonici e rosicruciani. Possiamo citare ad esempio l’ex allievo di Steiner Max Heindel, la cui Rosicrucian Fellowship americana è imperniata attorno a una Scuola Esoterica dotata della stessa scala in nove gradi della Mystica Aeterna.

Un altro particolare poco noto è che fu Steiner a elaborare la scala in nove gradi poi trasferita nell’O.T.O. prima di rendersi indipendente da Reuss. Sappiamo inoltre che la Loggia di Steiner nacque come la gemella tedesca della sezione britannica chiamata Mysteria Mystica Maxima, notoriamente affidata ad Aleister Crowley nel 1912, tanto che il nome esteso è “Mysteria Mystica Aeterna” anche se le due vie presero due percorsi diametralmente opposti».

Altre belle fiabe – per usare un gentile eufemismo – del nostro giovin autore. La Mystica Aeterna di Rudolf Steiner non era affatto una “organizzazione ombrello”, e in essa non si incontravano affatto “personalità di spicco dell’esoterismo europeo”, in una sorta di sincretismo esoterico all’americana, in stile new age, come qui viene da lui suggerito. Vi erano ammessi unicamente suoi discepoli, che avevano superato il probazionismo ed erano entrati, dopo la rituale promessa sacra, nella Prima Classe della Scuola Esoterica. Vi partecipavano solo e unicamente i discepoli di Rudolf Steiner, che si consacravano totalmente e solo alla Via da lui indicata. Alcuni di loro potevano appartenere o avere appartenuto ad Obbedienze massoniche o ad altre organizzazioni esoteriche, tuttavia essi seguivano esclusivamente il sentiero della conoscenza dell’Antroposofia, e nessun altro, e sulla Mystica Aeterna, al di fuori di essa, non pronunciavano verbo: neppure con i discepoli di Steiner appartenenti alla Prima Classe della Scuola Esoterica: un giuramento rigoroso e severo li vincolava al più completo silenzio. E non era affatto un luogo di “confronto” tra appartenenti a vie diverse, tanto più che i membri di essa rispettarono tutti – tolti alcuni sporchi traditori – il severo giuramento di tacere su tutto quanto veniva loro comunicato nella e sulla Mystica Aeterna. Io ho uno scritto, apparso su Das Goetheanum, di Jan K. Lagutt, massone, antroposofo, facente parte della Classe Esoterica, il quale racconta come dai suoi genitori, discepoli diretti di Rudolf Steiner e appartenenti ambedue alla Mystica Aeterna, per tutta la vita non gli riuscì mai di cavare una sola parola su cosa venisse fatto in quella riservata cerchia ristretta. 

Quanto a Max Heindel, come detto nel mio precedente articolo, egli non era altro che un ladro, un  volgare plagiatore, e un traditore spirituale. Rudolf Steiner ne denunciò apertamente l’attività antispirituale e controiniziatica nel corso delle conferenze sul Quinto Vangelo. Max Heindel, tornato in America fece una prima edizione dattiloscritta e mimeografata della prima edizione del 1908 della sua Cosmogonia dei Rosacroce, mentre si trovava a Buffalo, nello Stato di New York, alla quale premise ipocritamente questa dedica:

«Dedicated to my esteemed teacher and value friend Dr. Rudolph [sic!] Steiner, and to my more than friend Dr. Alma Von Brandis, in grateful recognition of the inestimable influence for soul-growth they have exercised in my life»,

la quale, tradotta, suona:

«Dedicato al mio Maestro e stimato amico Dr. Rudolph [sic!] Steiner, e alla mia più che amica Dr.ssa Alma von Brandis, in grato riconoscimento dell’inestimabile influenza sulla crescita animica, che essi hanno esercitato nella mia vita».

Mentre, la prima edizione a stampa apparve a Seattle, nello Stato di Washington, nel novembre del 1909, e recava la seguente dedica:

«To my valued friend, DR. RUDOLPH [sic!] STEINER, in grateful recognition of much valuable information received, and to friend, DR. ALMA VON BRANDIS, in heartfelt appreciation of the inestimable influence for soul-growth she has exercised in my life»,

la quale a sua volta, tradotta, dice:  

«Al mio stimato amico Dr. Rudolph [sic!] Steiner, in grato riconoscimento del preziosissimo insegnamento ricevuto, e alla mia amica, Dr.ssa Alma von Brandis, in cordiale apprezzamento per l’inestimabile influenza per la crescita animica, che lei ha esercitato nella mia vita».

E, in fondo al libro, nella bibliografia consigliata, veniva pure indicato come importante da leggere un testo di Rudolf Steiner come The Way of Initiation, ossia la traduzione inglese de L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori. E scusate se è poco! L’ipocrisia di una tale dedica sta tutta nel fatto ch’egli, già quando era in Germania, coi suoi furti e col suo tradimento nei confronti di Rudolf Steiner, Max Heindel aveva già provocato la rottura dell’amicizia da parte di Alma von Brandis.

Comunque, nella successiva edizione del 1911, egli ritrattò vilmente, fece togliere una sì compromettente dedica, ed evitò in seguito ogni riferimento a Rudolf Steiner. Ma nella conferenza, che tenne a Lipsia il 10 giugno 1917, Rudolf Steiner comunicò che Max Heindel aveva frequentato ogni sua conferenza possibile, e si era fatto prestare da discepoli di Steiner tutte le trascrizioni delle conferenze o gli appunti su cui poteva mettere le mani, li aveva ricopiati e una volta tornato in America aveva pubblicato la sua Rosicrucian Cosmo-Conception, or Christian Occult Science (in seguito, il sottotitolo lo mutò in Mystic Christianity), plagiata dalle opere di Rudolf Steiner sin nel titolo, ossia la sua opera maggiore, che in italiano porta il nome di Cosmogonia dei Rosacroce.

Nel tempo la Rosicrucian Fellowship di Max Heindel fece ogni sforzo per recuperare e distruggere più copie possibile di quella prima compromettente edizione. Ma se ne dimenticarono una a Firenze, nella biblioteca di Arturo Reghini, ora facente parte del fondo della Biblioteca Filosofica della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Firenze. L’amico L., che mi fece conoscere nel 1970 Massimo Scaligero, prima di incontrare la Scienza dello Spirito, aveva fatto parte della Rosicrucian Fellowship di Max Heindel, e in vari colloqui mi descrisse tutti gli aspetti irregolari ed estremamente pericolosi, che non sono evidenti nelle di lui opere scritte e pubblicate, ma che a lui erano stati trasmessi in quanto era entrato a far parte della cerchia interna di tale organizzazione. Io feci le fotocopie delle pagine dell’edizione del 1909 della Cosmogonia dei Rosacroce, relative a Rudolf Steiner, e le portai a L. e a Massimo Scaligero. Essi le fecero pervenire ad Olga Faella, allora a capo della organizzazione di Max Heindel in Italia, e a vari membri importanti, come i fratelli Francesco (che conobbi a casa di L.) e Menotti Cossu, del gruppo maxheindeliano romano, del quale un tempo aveva fatto parte il mio amico L. Successe il finimondo: un vero e proprio macello!

Il tradimento di Max Heindel fu anche, come ho detto più sopra, il motivo della rottura tra lui e Alma von Brandis, discepola di Rudolf Steiner nella Scuola Esoterica, la quale, generosamente, aveva pure pagato il viaggio di Max Heindel dagli Stati Uniti, accompagnandolo a conoscere Rudolf Steiner. Lei a differenza del traditore Max Heindel, restò per tutta la vita fedele a Rudolf Steiner, raccolse fondi per la costruzione del primo Goetheanum e per la scultura del Rappresentante dell’Umanità, e addirittura partecipò al Convegno di Natale del 1923, in rappresentanza di tre gruppi antroposofici americani: quelli di Santa Barbara e Los Angeles in California, e quello di New York. Invece Max Heindel si inventò di sana pianta di avere incontrato quelli che chiama i “Fratelli Maggiori” della Rosacroce nella Selva Boema, i quali gli avrebbero dato gli insegnamenti da lui pubblicati nella Cosmogonia, laddove questi erano, invece, tratti tutti, come è stato dimostrato, dalle conferenze tenute ma non ancora pubblicate di Rudolf Steiner, delle quali egli aveva fatto incetta nel periodo tra l’inizio di novembre del 1907 e la fine di marzo del 1908, nel quale egli rimase sul suolo tedesco.

Naturalmente, subito dopo la pubblicazione della Cosmogonia dei Rosacroce di Max Heindel, ma anche dopo la seconda edizione dalla quale la dedica era stata non solo tolta, ma pure vilmente “ritrattata”, molti si resero conto del fatto che si trattava di un volgare plagio dell’opera di Rudolf Steiner. In proposito ho molto materiale interessante. Se necessario, questa tristissima vicenda sarà oggetto di pubblicazione su Eco. Per cui, il richiamarsi di Giorgio Tarditi Spagnoli, che si dice antroposofo, a Max Heindel è cosa che rende oltremodo perplesso il presente lupaccio cattivissimo, e gli fa sorgere i peggiori sospetti.

È falsissimo, inoltre, che la Mystica Aeterna di Rudolf Steiner fosse una organizzazione gemella di quella del sozzo mago inglese Aleister Crowley. Theodor Reuss poteva chiamare Mysteria Mystica Aeterna l’istituzione di Steiner e Mysteria Mystica Maxima quella di Crowley, ma Rudolf Steiner in tutti i documenti che abbiamo usa esclusivamente la denominazione Mystica Aeterna o Misraim Dienst, che ha il senso di Rituale o Liturgia Misraimita. Usò una tale espressione proprio per non usare la denominazione Misraim Ritus, o Rito di Misraim, affinché la Mystica Aeterna, agli occhi del mondo, non venisse scambiata per una organizzazione massonica, che tale non era e non voleva essere.

Ma proseguiamo a degustare, centellinandole, le sciocchezze – che sarebbe, forse, più appropriato chiamare divertenti (dal mio orsolupesco punto di vista, davvero poco divertenti…) invenzioni – che il nostro giovin autore ligure ci propina:

«Steiner modellò la Mystica Aeterna sulla base dell’Ordine della Gold und Rosenkreuz, in particolare nella struttura a nove gradi. Poiché questo stesso ordine fu alla base della Societas Rosicruciana in Anglia (S.R.I.A.), a sua volta base dell’Hermetic Order of the Golden Dawn. Steiner influì anche su questo ordine magico: alcuni aspetti sia rituali che esoterici dei gradi rosicruciani (IV°, V°, VI°) della Mystica Aeterna furono trasferiti infatti nei gradi superiori (7=4, 8=3 e 9=2) della Stella Matutina di Robert William Felkin, che riconobbe lo stesso Steiner come Capo Segreto incarnato, in altre parole un Maestro di Saggezza».

Falsissimo pure questo. Tra le molte “cosucce” che ho nel mio orsolupesco archivio, vi sono anche i rituali di questa settecentesca organizzazione massonica tedesca a indirizzo ermetico-alchemico-kabbalistico, con una predilezione per la spagiria di laboratorio. Basta un semplice controllo per rendersi conto che la Mystica Aeterna di Rudolf Steiner non ha nulla in comune con le cerimonie e gli insegnamenti di tale organizzazione. E quello che dico è confermato da quel che afferma, nella sua Historia Ordinis, Wynn W. Westcott – che era un ammiratore di Steiner – Supreme Magus della Societas Rosicruciana in Anglia. Ed è parimenti falsissimo che aspetti sia rituali che esoterici dei gradi rosicruciani della Mystica Aeterna siano stati innestati nella Golden Dawn di MacGregor Mathers o nella Stella Matutina del Dr. Felkin. Ci sono molte cose che il nostro affabulante giovin autore non conosce, ma non sarò certo io che gliele andrò a raccontare, proprio perché egli non profani poi pure quelle.

A questo punto, nel post apparso sul noto social forum, vengono coinvolti i nomi di Giovanni Colazza e di Massimo Scaligero, mentre nel libro viene coinvolto con “spiritose invenzioni” anche il Gruppo Novalis di Roma, diretto da Giovanni Colazza. Quanto basta e avanza – in realtà sarebbe sufficiente molto meno – a far inferocir vieppiù un lupaccio cattivissimo come me. Ma di ciò a suo tempo.

«Possiamo anche ricordare che Steiner si recò a Roma appositamente per incontrare Giovanni Colazza, il maestro di Massimo Scaligero, per invitarlo nella sua “cerchia dei dodici” della Mystica Aeterna, i più alti iniziati europei che avrebbero dovuto fare da tramite spirituale a Christian Rosenkreutz, il Maestro della Rosa+Croce».

Questa notizia il nostro intraprendente giovin autore la prende dall’opera di Massimo Scaligero, Dallo Yoga alla Rosacroce, e cerca di accreditare il fatto che nella “cerchia dei dodici” vi fossero “i più alti iniziati europei”, lasciando sottintendere che non fossero necessariamente antroposofi e discepoli occulti diretti di Rudolf Steiner. Ma anche questa è un’altra furbesca menzogna, tanto più che il nostro abile scrittore ligure non  sa proprio chi fossero questi “dodici”, e non sarò certo io che glielo andrò a confidare, per veder poi i loro nomi anch’essi profanati. Contrariamente a quel che costui cerca di lasciare intendere erano tuttitutti e solo – antroposofi e discepoli di Rudolf Steiner. Il nostro giovin scrittore non ha la più vaga idea di che cosa si trattasse e cerca di cavarsela affabulando: come al suo solito. Dopodiché, ei prosegue il suo ricamato quanto fantasioso racconto, ma qui siamo alla menzogna aperta, e non precisamente menzogna disinteressata, bensì finalizzata a fini che diremo:

«Sette anni dopo la fondazione della prima loggia, si contano ormai 600 membri e i lavori continuano regolarmente fino al 1914, anno in cui il clima di guerra rende difficile la gestione delle logge dislocate in vari territori, appartenenti ormai a paesi in opposizione.

Essendo stata da poco fondata la Società Antroposofica (1913) Steiner cessa ogni attività rituale sotto il suo diretto controllo e infine scioglie formalmente il Culto Cognitivo (1921), almeno apparentemente. Infatti, nonostante ciò, poco prima della morte, Steiner  comunicò in gran segreto ad alcuni discepoli a lui più vicini, tra i più alti gradi della Mystica Aeterna, il suo desiderio di vedere di nuovo il rito risvegliato ed operativo.

Ma alcuni gruppi, racchiusi in modesto silenzio, continuarono a praticare il deposito iniziatico della Mystica Aeterna, come se nulla fosse successo, tagliate fuori dalla Prima Guerra Mondiale, rimasero distanti sia dalle successive vicissitudini della Massoneria Egizia che da quelle della Società Antroposofica.

Lo stesso accadde dopo il passaggio della Soglia da parte di Steiner, sopravvivendo anche alla Seconda Guerra Mondiale, occultate com’erano nel silenzio iniziatico».

Il motivo per il quale Rudolf Steiner, nel 1914, chiuse non solo la Mystica Aeterna – che, lo ripeterò sino alla noia, non era affatto un Rito massonico – ma anche l’intera Scuola Esoterica, non era affatto “la difficoltà di gestione pratica delle logge in paesi diversi”, bensì perché, allora, in Germania vi erano accuse aperte, da parte del partito militarista pangermanista e degli ambienti cattolici oltranzisti, sia contro Rudolf Steiner che nei confronti della Società Antroposofica, che rendevano pericoloso proseguire una tale attività esoterica. La Società Antroposofica, alla quale peraltro egli non era neppure iscritto, e la sua Scuola Esoterica, venivano qualificate ambedue come società segrete e come politicamente operanti al soldo delle potenze dell’Intesa. Sul fronte opposto, invece, Edouard Schuré, da parte sua, in maniera assolutamente imbecille, sciovinista, e irresponsabile, manovrato da elementi del Grande Oriente di Francia, come Eugène Lévy – parole di Marie Steiner – arrivò ad accusare sia Rudolf Steiner che Marie von Sivers di essere al soldo di quello psicopatico del Kaiser Guglielmo II, e di appoggiarlo con arti magiche, arrivando a calunniare e ad accusare Marie von Sivers di aver operato fattivamente a spingere Rudolf Steiner a porsi, magicamente e politicamente, al servizio del militarismo germanico (il quale, invece, lo voleva morto), contro l’Intesa. Di fronte ad una simile, insostenibile situazione nella quale accadde che persino suoi discepoli, presi dalla follia della passionalità nazionalistica, giunsero a contrapporsi “fraternamente” ad altri condiscepoli di diversa nazionalità, Rudolf Steiner chiuse – definitivamente chiuse, e sigillò spiritualmente – la Mystica Aeterna, e quale gesto simbolico inequivocabile e definitivo, sia lui che Marie von Sivers stracciarono i diplomi che avevano ricevuto dalla “Istituzione Yarker”, com’egli la chiama nel XXXVI Capitolo de La mia vita: lui stesso racconterà poi che i diplomi, concessi a lui e a Marie von Sivers “Istituzione Yarker”, erano stati da loro stracciati. 

Ora, acciocché, ancora una volta, qualcuno non pensi che questo perfido lupaccio si stia inventando qualcosa, riporto quanto scrisse Marie Steiner-von Sivers in un suo articolo coraggioso – in Germania erano già cominciate l’era del potere nazionalsocialista e le persecuzioni nei confronti dell’Antroposofia – apparso col titolo War Rudolf Steiner Freimaurer? – ossia: Rudolf Steiner era massone? – nella rivista Anthroposophie. Zeitschrift für freies Geistesleben, 16. Jg. Buch 3, April-Juni 1934, Stuttgart, edita da C.S.Picht, suo amico fedelissimo dei momenti difficili e difficilissimi. Questo articolo fu riprodotto dalla mia amica Hella Wieberger, nel volume della GA-265, Zur Geschichte und aus den Inhalten der erkenntiskultischen Abteilung der Esoterischen Schule 1904-1914, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1987, dedicato alla storia della Sezione cultico-conoscitiva della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner, ove a p. 114, si può leggere:

«Als der Krieg ausgebrochen war, im August 1914, erklärte Rudolf Steiner den so begründeten Arbeitskreis, der unter dem Namen «Mystica aeterna» sich zusammengeschlossen hatte, für aufgehoben und zerriß als Zeichen dafür das darauf bezügliche Dokument. Nie ist man in dieser Weise wieder zusammengekommen».

Il rilievo in corsivo è di Marie Steiner. Il testo, tradotto nell’italica lingua, dice:

«Allorché scoppiò la guerra, nell’agosto del 1914, Rudolf Steiner dichiarò abolita la cerchia di lavoro [cultica], che si era riunita sotto il nome di «Mystica aeterna», e come segno di ciò stracciò il relativo documento. non ci si è mai più riuniti nuovamente in tale maniera».

Rudolf Steiner, nel 1914, noncessa ogni attività rituale sotto il suo diretto controllo”, come se ce ne fossero state altre ch’egli non controllava direttamente, e che potevano proseguire senza di lui: tutto nella Scuola Esoterica dipendeva e si ricollegava esclusivamente a lui, e solo lui in essa era il Maestro. Infatti, egli fece cessare semplicemente ogni attività dell’intera Scuola Esoterica. Ed è una patente menzogna l’affermazione che solo nel 1921 egli abbia sciolto formalmente la Sezione cultico-conoscitiva, perché lo fece non formalmente, bensì essenzialmente e spiritualmente nell’autunno del 1914, ossia ben sette anni prima di quanto afferma Giorgio Tarditi Spagnoli. E questo non lo dico io, bensì lo afferma lo stesso Rudolf Steiner.

Ed è una menzogna che lo avesse fatto “almeno apparentemente”, come afferma il nostro giovin autore. Ed è parimenti una sporca menzogna l’affermazione chepoco prima della morte, Steiner comunicò in gran segreto ad alcuni discepoli a lui più vicini, tra i più alti gradi della Mystica Aeterna, il suo desiderio di vedere di nuovo il rito risvegliato ed operativo”. La verità è che sin dal giugno del 1924 – ed io possiedo le drammatiche testimonianze scritte di questo fatto – Rudolf Steiner affermò che la Fondazione di Natale del 1923 “non era stata accolta dalla rifondata Società Antroposofica Universale, e di conseguenza essa era stata ritirata nel Mondo Spirituale”. E soprattutto dopo i gravi tradimenti e le inadeguatezze, la poca serietà di molti antroposofi, che lo costrinsero a buttar fuori dalla Prima Classe Esoterica ben diciassette persone in pochi mesi, egli non parlò mai più della Fondazione di Natale, e non volle riaprire in forma nuova la Seconda e la Terza Classe della Scuola Esoterica. Non solo: dopo il gravissimo tradimento, avvenuto nel 1924 alla fine d’agosto a Londra, lasciò incompleta anche la formazione della Prima Classe della Scuola Esoterica. Inoltre, nel Convegno di Natale del 1923, egli scrisse a chiarissime lettere, che la Società Antroposofica Universale non era, in nessuno dei suoi aspetti, una società segreta, e non lo era neppure la Libera Università sita al Goetheanum. Infatti, Rudolf Steiner negli Statuti della Società Antroposofica Universale, scrive – e persino il Tarditi Spagnoli se li può facilmente leggere, per es. in Lettere ai Soci 1924, Editrice Antroposofica, Milano, 1989, p. 13 – quanto segue:

«Art. 4 – La Società Antroposofica non è una società segreta, ma una società completamente pubblica. Può diventare socio, senza distinzione di nazione, di condizione sociale, di religione, di convinzioni scientifiche o artistiche, chiunque consideri giustificata l’esistenza di una istituzione come è il Goetheanum, a Dornach, quale Libera Università di scienza dello spirito. La Società respinge ogni atteggiamento settario. Non considera la politica come facente parte dei suoi scopi.

[,,,]

Art.8 – Tutte le pubblicazioni della Società saranno pubbliche come quelle di altre società pubbliche (1). Non faranno eccezione neppure le pubblicazioni della libera Università di Scienza dello Spirito […]

Nota (1): Sono state e saranno ancora pubblicate anche le condizioni della via di conoscenza antroposofica». Il rilievo in grassetto delle parole di Steiner è mio.

Si tenga presente che la Prima Classe della Scuola Esoterica era tutt’uno con la Libera Università e che gli Statuti, scritti da Rudolf Steiner, valevano per l’intera Società Antroposofica, Classe Esoterica compresa. Questo smentisce totalmente le affabulazioni del nostro giovin scrittore circa la segretezza, il preteso Rito massonico egizio, a suo dire sopravvissuto segretamente, ed altre sciocchezze e favole da lui inventate. 

Quando, nel 1921, Rudolf Steiner tornò in Norvegia, nella capitale Christiania, l’attuale Oslo, e vide che gli antroposofi  norvegesi che avevano fatto parte della Mystica Aeterna, essendo stati tagliati fuori per sette anni dai contatti con Dornach a causa della I Guerra Mondiale, non avevano saputo che la Sezione cultico-conoscitiva della Scuola Esoterica era stata da lui sciolta – e non messa temporaneamente in sonno, come direbbero i massoni, ossia temporaneamente sospesa e quindi risvegliabile – ma invece proprio ritualmente chiusa e sciolta, riunì gli appartenenti norvegesi a tale Sezione cultico-conoscitiva, e chiuse definitivamente anche per loro la Mystica Aeterna. E come è chiaramente documentato nell’opera curata da Hella Wiesberger – egli non lo fece ritualmente, bensì con una semplice riunione, in quanto la chiusura rituale era già avvenuta nel 1914 a Dornach. Quindi è una grossa fola o, come dicono i giovani d’oggi, una bufala, quella che ci viene a raccontare il nostro giovin autore, e un’altra fola, o bufala che dir si voglia, è quella che vi siano stati, e ci sarebbero ancora, gruppi che avrebbero “continuato a praticare, in modesto silenzio, il contenuto iniziatico, sin oltre la II Guerra Mondiale”. Ed è altresì una non disinteressata menzogna, che “poco prima della morte, Steiner comunicò in gran segreto ad alcuni discepoli a lui più vicini, tra i più alti gradi della Mystica Aeterna, il suo desiderio di vedere di nuovo il rito risvegliato ed operativo”. Il tutto al fine di accreditare agli occhi degli ignoranti, degli ingenui e degli sciocchi, che vi sarebbero tuttora dei legittimi eredi di quello che, a loro dire sarebbe stato un Rito massonico, mentre non lo era affatto, in modo di riuscire a dare, forse, auguste origini ad un possibile eventuale tentativo di lui, Giorgio Tarditi Spagnoli e del suo australe amico, Samuel Timoti Robinson, di accamparsi a “risvegliatori” e “continuatori” della Mystica Aeterna di Rudolf Steiner, mettendosi esplicitamente alla pari di tanto Maestro.

Ed ora la “chicca” finale, scritta dal nostro giovin scrittore ligure, dell’articolo postato su una delle molte pagine scioccamente dedicate ad una Antroposofia degradata e deformata:

«Arriviamo alla situazione attuale, in cui questo particolare rito risulta pressoché sconosciuto, dimenticato e perfino negato affinché la figura di Steiner potesse divenire del tutto assimilabile al mondo accademico, una vera laicizzazione della sua opera, nonostante il desiderio di risveglio del rito espresso da Steiner sul letto di morte.

Eccoci dunque giunti alla fine di questo breve excursus, volto a gettare luce sulla questione della Mystica Aeterna. È rimasta nell’oblio troppo a lungo e il suo ruolo di crocevia di diversi e importanti ordini iniziatici occidentali, è stato troppo grande per essere dimenticato: la sorgente della Mystica Aeterna è nel Misraim stesso e dunque trova il suo posto nella tradizione esoterica occidentale degli ordini iniziatici.

Al contempo non c’è alcuna contraddizione di fondo tra la massoneria egizia e l’antroposofia: sono indissolubilmente legate, seppur non agli occhi del mondo profano, che ignora le radici profonde dell’esoterismo antroposofico. Ma tale secretum non fa che aprire un ulteriore spiraglio nel nesso occulto che lega gli Antichi ai Nuovi Misteri».

Nuovamente, occorre ribadire che è una menzogna che Rudolf Steiner, sul letto di morte, abbia espresso il desiderio di vedere rinascere “questo particolare rito pressoché sconosciuto, dimenticato e perfino negato”: è falso che Rudolf Steiner ne abbia voluto il risveglio e ne abbia affidato il compito segretamente a particolari discepoli; è falso, falsissimo, che la Mystica Aeterna fosse un Rito massonico, in quanto era unicamente una parte – e solo quello – della Scuola Esoterica fondata da Rudolf Steiner. Ancora più falso è che la Mystica Aeterna fosse un “crocevia di diversi e importanti ordini iniziatici occidentali”, le cui degenerazioni, sia politiche che medianiche, Rudolf Steiner combatté sempre aspramente. È parimenti falso che la Mystica Aeterna avesse “la sua sorgente nel Misraim”, dal quale essa era completamente diversa per rituali, dottrine e metodi di sviluppo interiore: Essa aveva, al contrario, la sua sorgente unicamente – e ripeto: unicamente – nell’esperienza interiore di Rudolf Steiner, il quale scrisse apertamente e chiarissimamente ne La mia vita, nel XXXVI Capitolo, che la sua Mystica Aeterna non avrebbe preso nulla, assolutamente nulla, dall’Istituzione Yarker, ossia né dall’Antico e Primitivo Rito di Memphis o Rito Orientale, né dal Rito di Misraim o Egiziano.

A meno che il nostro giovin scrittore ligure non voglia accusare Rudolf Steiner e Marie Steiner di mendacio, nonché il presente lupaccio cattivissimo di totale imbecillità (cosa che nei confronti di un lupaccio come il sottoscritto non consiglierei proprio a nessuno di fare…), dovrà pur rendersi conto ch’egli viene sempre, ogni volta, smentito proprio dalle parole stesse di Rudolf Steiner. Infatti, nel citato XXXVI Capitolo de La mia vita, che apparve per la prima volta come LXVIII puntata, pubblicata nella rivista Das Goetheanum, Nr. 12 del 22 Marzo 1925, una settimana prima della morte di Rudolf Steiner, e quindi il suo definitivo pensiero, che traduco ad litteram dall’originale tedesco, possiamo leggere:

«Unsere Unterschriften waren unter «Formeln» gegeben. Das Übliche war eingehalten worden. Und während wir unsere Unterschriften gaben, sagte ich mit aller Deutlichkeit: das alles ist Formalität, und die Einrichtung, die ich veranlasse, wird nichts herübernehmen von der Yarker-Einrichtung. 

Ovverossia:

«Vi furono le nostre firme sotto le «Formule», l’usanza era stata rispettata. E mentre firmavamo, io dissi con totale chiarezza: tutto questo è formalità, e l’Istituzione alla quale do inizio [sc. la Mystica Aeterna] non prenderà nulla dalla Istituzione Yarker». 

L’origine della Mystica Aeterna, dunque, è tutta nell’esperienza spirituale di Rudolf Steiner, e il suo luogo deputato è stato unicamente l’Antroposofia e la sua Scuola Esoterica, in quanto non era, non voleva e non poteva essere un Rito massonico, né una società segreta, né come tale essa  venne mai riconosciuta dalle varie Obbedienze massoniche. Anzi, le società segrete dell’epoca – e, con loro, i milites della Societas Jesu – combatterono ferocemente Rudolf Steiner proprio perché egli rendeva pubblico quanto essi preferivano, per motivi di potenza, che rimanesse segreto. Del resto, Rudolf Steiner stesso disvelò il fatto – oltremodo increscioso per loro che venisse a conoscenza del pubblico – che le varie società segrete, oramai da secoli, erano incapaci di autentica esperienza spirituale diretta, che vivevano perlopiù di tradizioni simboliche meccanicamente trasmesse, e da tempo svuotate di ogni vitalità spirituale autentica; società segrete che si rivolgevano a ben miseri surrogati, quali erano i metodi medianici e le varie forme di bassa magia allora in uso, e che, infine, perseguivano finalità di egoistica potenza e non fini veracemente spirituali. Ciò, ovviamente, non gli fu perdonato.

Quanto alla Golden Dawn, e alla Stella Matutina, sua figlia primogenita, che tanto piacciono al nostro giovin autore, allorché fu chiesto a Rudolf Steiner che cosa pensasse dei rituali, sedicenti ermetico-kabbalistico-rosicruciani di tali organizzazioni, egli rispose, umoristicamente, che «erano teatralmente molto scenici e coreografici».

Questo per quanto del suo post viene pubblicato nel noto social forum. Ma per concludere l’analisi della Premessa che Giorgio Tarditi Spagnoli ha posto all’inizio della sua opera, devo rilevare che là dove egli si appella «ai principi di positività nell’atteggiamento, spregiudicatezza nel pensare e armonia dei sentimenti coi quali accogliere – in libertà – gli incontri del destino che avvengono nell’elemento umano», là dove parla di «spirito di antidogmatica apertura», e là dove scrive che:

«Volendo andare oltre, è possibile interpretare la quantità di fonti al di fuori del movimento come un sano esercizio di oggettività rispetto alle fonti, così che ognuno possa formarsi un’idea della materia e trarre da sé eventuali conclusioni, un esercizio utile per ogni antroposofo nonché un processo assolutamente necessario in quest’epoca dell’anima cosciente presieduta dall’Arcangelo Michael»,

in realtà egli – molto callidamente – imbonisce e fa appello alla credulità del lettore, intorpidendone, con belle frasi, il senso critico, e cerca di contrabbandare gli esauriti metodi superati di epoche trascorse, svuotati del vivente contenuto originario, e riempiti oramai di una inversa, e medianica, bassa magia arimanica, spacciandoli per la Via dell’anima cosciente dell’epoca dell’Arcangelo Michele. In parole povere, ma schiette, costui propone – ad antroposofi e discepoli di Massimo Scaligero – il tradimento spirituale come “Via di Michele”. E poi lo strano sono io!

In realtà, nei tre volumi dell’opera del nostro giovin ligure autore, non avviene che esponenti di discutibili vie, diverse e spesso antitetiche alla Scienza dello Spirito, o Antroposofia, vengano elevati al livello di Rudolf Steiner, semmai quel che avviene – e, secondo me, questa è una abile e intenzionale strategia del nostro giovin autore – è che lo stesso Rudolf Steiner venga abbassato, banalizzato, e appiattito, al livello di un Theodor Reuss, di un Aleister Crowley, di un Max Heindel, o del peggiore Mac Gregor Mathers, o della Dion Fortune, o anche al livello mediocrissimo del Dr. Robert Felkin o di quel bravuomo di Arthur Edward Waite. Questa strategia ostentatamente – e falsamente – laudativa, ma sostanzialmente denigratoria, è tipica della insinuante azione gesuitica. Forse mi sbaglierò, ma visto chi del nostro giovin autore era suo dichiarato mèntore,  e come questi venisse laudato e commemorato sul teilhardiano e darwiniano blog gesuita, e vista l’insinuante azione editoriale tomberghiana in Italia e altrove, e quanto opera il gianicolense Innominato, amico del direttore di tale casa editrice filogesuitica, che fa pure scrivere sulla sua rivista romana. sedicente “scaligeropolitana”, e, infine, constatata l’assoluta identità delle strategie da tutti loro messe in atto, il dubbio, o il sospetto, che sia proprio così è piuttosto forte e lecito. Vedremo…

Il nostro giovin scrittore potrebbe, forse, pensare che tutti gli antroposofi e tutti i discepoli di Massimo Scaligero siano degli sprovveduti e degli ingenui ignoranti, cui sia sin troppo facile darla a bere. Ma, in tal caso, egli si sbaglierebbe di grosso, perché esistono anche dei cattivissimi lupacci i quali, oltre che a praticare a più non posso la Concentrazione e la Via del Pensiero, hanno ben studiato – per oltre cinque decenni – e continuano a studiare questi vieti argomenti, e che della Mystica Aeterna già si occupavano quand’egli non era ancora nato.  

Per adesso, avendo esaurito l’analisi della Premessa dell’opera di Giorgio Tarditi Spagnoli, mi fermo qui, anche perché il presente articolo è già troppo lungo, e non devo abusare eccessivamente della pazienza del candido lettore. Continuerò, tuttavia, ad analizzare su questo blog le affermazioni contenute nella sua opera, e a verificarne la verità o la falsità. Ma al benevolo lettore di questo temerario blog, vorrei consigliare di meditar bene le savie parole ammonitrici, che si trovano nel frontespizio delle Nozze Chimiche di Christian Rosenkreutz, Anno 1459, parole il cui testo latino ho posto all’inizio di questo articolo, e che nella bella lingua del mio amato Dante così suonerebbero:

Le cose arcane, una volta pubblicate, divengon vilissime, e quelle profanate smarriscono la grazia: perciò non gettare le perle ai porci e non approntare ad un asino un letto di rose!

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

SMASCHERARE E ABBATTERE LA MISTIFICAZIONE

wolf

A volte – per la verità, data la “nequizia dei tempi”, sempre più spesso – accade che un lupaccio cattivissimo si trovi a dover combattere, e persino ad azzuffarsi furiosamente. A lui piacerebbe di giorno scorazzare liberamente per le selve e i pianori montani, e la notte sulle vette dei monti gioiosamente ululare in coro coi suoi lupeschi fratelli alla bianca luna. Ma i Numi, oltremodo preoccupati da cotanta spensieratezza del sottoscritto lupaccio, si fanno un dovere di complicargli la vita, acciocché egli non si annoi e non s’impigrisca in una cotale montana vita, tanto bucolica ed elegiaca. A dire il vero, il presente lupaccio cattivissimo, nella sua vita arruffata e affannata non ha mai, proprio mai, avuto modo di scoprire che cosa sia esattamente questa cosa misteriosa che gli umani chiamano “noia”. Conciosiacosaché – come dicevano gli umanisti del nostro Rinascimento – gli Dèi nella loro imperscrutabile sapienza hanno deciso, che rimedio infallibile contro noia, pigrizia, ed eccessiva spensieratezza dell’incorreggibile lupaccio appenninico sia per lui il dover correre a perdifiato, il doversi azzuffare e il combattere contro una serie di inquietanti figuri la cui opera, a livello spirituale, si rivela essere esiziale.

Ora, al di là del tosco-lupesco celiare (fino a un certo punto celiare…), è doveroso dire, in modo aperto ed esplicito, che questa necessità di un affannoso lottare non è rivolta contro individui, bensì contro l’azione disgregatrice delle comunità spirituali – e, nella fattispecie, contro la Comunità Solare impulsata da Massimo Scaligero, e che attorno a lui si raccoglieva – che tali individui, in buona o cattiva e persino in pessima fede, e soprattutto Deità ostili attraverso di loro, operano. La pugnace azione spirituale diviene urgente nei confronti di idee, immagini, pratiche abilmente proposte, che avvelenano e paralizzano le anime degli sprovveduti, degli ingenui, e dei pigri sempre alla ricerca, questi ultimi, di comodi surrogati della concreta, faticosa, azione spirituale.

Quando, da Massimo Scaligero prima e dagli amici di Marie Steiner del Lascito dopo, venni accolto ritualmente nella Classe Esoterica ebbi ben presente – a tale proposito le parole di Rudolf Steiner sono chiarissime e inequivocabili – che un discepolo della Scuola Esoterica fa suoi il destino e la causa della Scienza dello Spirito e si impegna a difendere la Sapienza Sacra con tutte le forze dell’anima – pensare, sentire, volere, azione esteriore ed interiore – contro ogni azione che voglia offendere, ferire, dissacrare, deformare, sfigurare il volto luminoso della Sapienza, e operi eziandio a calunniare, diffamare, aggredire, ostacolare i portatori di tale Sapienza nel mondo. Per la qual cosa, prendendo sul serio i doveri e gl’impegni da me liberamente assunti nell’essere accolto nella Scuola, agirò secondo quel che mi dicono il cuore e la coscienza essere necessario al fine di difendere le cose sacre. Perché ciò che è puro e sacro è giusto che lo si veneri, lo si ami, e lo si difenda. Se poi questo a molti non piacerà, o se li farà particolarmente invelenire nei miei confronti, è cosa che mi lascia del tutto indifferente.  

Massimo Scaligero, nel suo Dallo Yoga alla Rosacroce – che, naturalmente, consigliamo di leggere nella versione originale, edita da Perseo nel 1972, da lui stesso curata, e non in quella sfacciatamente contraffatta edita dall’Innominato – all’inizio del XVI capitolo, Secretum inviolabile, alle pp. 204-205, scrive:

«Sembra che questa epoca abbia rotto le dighe con lo Spirituale, come non mai: si cerca ad ogni livello e in tutte le direzioni qualcosa oltre il limite: che è l’identico limite, e tuttavia quello relativo a ciascuno

I sentieri, le scuole, i metodi, gli Yoga, sono innumerevoli. Ma non si può dire che ciò che si riversa dalle dighe rotte sia lo Spirituale. Come gli animosi magliari napoletani partono ancora alla conquista del mondo e tra l’altro giungono ad affibbiare partite di seta fasulla ai tradizionali produttori della seta, ai Cinesi, considerati peraltro commercialmente i più «dritti» del mondo: allo stesso modo partono come yogi dall’India personaggi che forse sono meno estrosi dei magliari napoletani e tuttavia riescono a diventare maestri in America e in Occidente. Non è escluso tuttavia che, se si grattasse sotto la scorza di qualcuno dei più famosi swami in circolazione, con rispettabile seguito di discepoli, si giungerebbe addirittura a identificare un ex-scugnizzo napolitano. Del resto non è la prima volta che un caso del genere si verifica. Un simile swami merita veramente avere discepoli, perché ha qualcosa da trasmettere, per esempio un suono ancestrale, esprimente la perennità partenopea.

Che questa sia l’epoca della ripresa dello Spirito, è preveduto da tradizioni e da remote profezie. La pericolosità della presente epoca consiste appunto nel fatto che lo Spirito si risveglia c o s c i e n t e, dopo una millenaria conformità alla regola della propria trascendenza. Ma si risveglia dove è caduto, ossia molto in basso.: al livello in cui soltanto poteva acquisire forze individuali di autocoscienza».

Che le cose stiano esattamente come le descrive Massimo Scaligero lo possiamo evincere in maniera eloquente, tra l’altro, anche da alcuni eventi recenti, nei quali è facile rilevare come individui – decisamente meno simpatici ed estrosi dei magliari napoletani e meno dritti dei mercanti di seta del Celeste Impero – mettano le loro mani sulle cose sacre con intenti e risultati a dir poco discutibili. E siccome oramai, frutto di diuturni sforzi, mi sono fatto la mala fama di lupaccio cattivissimo, tanto vale esser diligenti nel confermare tale mala fama e nel conservarla. A mo’ di esempio, prendiamo un caso recentissimo, davvero molto istruttivo circa il basso livello al quale è discesa la volgarità degli oltremodo difficili tempi, nei quali dagli Dèi ci è stato dato in sorte di vivere.

Nella “nequizia dei tempi attuali” – per usare di nuovo una espressione del mio amato Arturo Reghini – un prolifico giovin scrittore ligure ci viene ad “illuminare” circa gli arcani misteri celati nella vita e nell’opera di Rudolf Steiner, e in particolare nella Scuola Esoterica da lui fondata, in special modo nella sezione cultico-conoscitiva della cosiddetta Mystica Aeterna, costituente la Seconda e Terza Classe della Scuola. Di cotal ”mirabil rivelazione” sono stato informato, pochi giorni fa, dal nostro ottimo eleusinio amico Trittolemo. E infatti, al controllo che, come atto dovuto, ho fatto, risulta che il giovin scrittore Giorgio Tarditi Spagnoli, ha pubblicato un’opera in ben tre volumi, dal titolo  Mystica Aeterna: La Rosa+Croce di Rudolf Steiner. I tre volumi possono essere richiesti al servizio print-on-demand o print-on-sale di Amazon, e di altri gruppi economico-editoriali, grandi o piccoli, che si occupano del commercio librario on-line.

Il testo viene presentato sulla pagina web del suo autore nelle forme studiate e accattivanti degne di quel battage pubblicitario, che è l’anima (si fa per dire…) della nuova religione senz’anima del mondo moderno: il marketing, che personalmente – mia stravagante opinione – ritengo essere una forma di immorale mercato, per usare un gentile eufemismo. I titoli dei tre volumi dell’opera sono: Storia del Servizio di Misraim, Rituali del Servizio di Misraim, Esoterismo del Servizio di Misraim. Egli presenta l’opera come:

«Una ricerca condotta da Giorgio Tarditi Spagnoli PhD, durata 13 anni, grazie al contributo inestimabile di fonti orali nonché di documenti editi ed inediti riguardo alla Mystica Aeterna, l’Ordine Esoterico di Rudolf Steiner.

600 pagine di Rituali, Storia e Commentari Esoterici pubblicati per la prima volta in Italia, include dei documenti inediti forniti da altri autori. Opera unica nel suo genere e contenuti, corredata da immagini e diagrammi appositamente creati».

Egli si presenta, sul suo sito web e sul social forum di Facebook, come Naturopata e Floriterapeuta Antroposofico, Pranoterapeuta Antroposofico, Counselor Biografico, Web Editor dal marzo 2011 al settembre 2013 della Colorado Film, Dottorando in Filosofia, dal 2010 al 2014, alla Università degli Studi di Milano-Bicocca, Master of Science dal 2009 al 2010 al Natural History Museum di Londra, con studi di Psicologia analitica a Milano, dal 2011 al 2013, sempre presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, cui aggiunge un Dottorato in Filosofia della Scienza, e proviene dal Liceo scientifico indirizzo biologico-ecologico di Sestri Levante, etc. etc.

Non c’è che dire: per chi si lasci impressionare dai titoli accademici, è proprio un bel carnet. Ma se si va poi a scavare in maniera impertinente e irriverente su come stiano effettivamente le cose, la realtà appare allora alquanto diversa dalla seducente apparenza della maschera accattivante ostentata sul volto del nostro giovin autore ligure. Per chi gli ambienti accademici li abbia frequentati, è chiaro che oggi una laurea significhi ben poco. Arthur Schopenhauer, con ragione, sosteneva causticamente che «la laurea trasforma un ignorante non informato in un ignorante informato», e che quindi è chiaro come l’informazione, di per sé, non sia cultura, così come l’insegnamento impartito ai vari livelli scolastici ben difficilmente sia educazione.

Tanto per cominciare, vedo male come si concili per chi si professi antroposofo la Psicologia Analitica junghiana, e relativa attività psicoterapeutica, con l’Antroposofia di Rudolf Steiner, quando lo stesso Rudolf Steiner usò parole di fuoco, che più chiare non potevano essere, contro la psicanalisi freudiana (da lui definita dilettantismo) e ancor più contro la psicologia analitica junghiana (a sua volta da lui definita dilettantismo al quadrato), e le relative conseguenze nefaste, manifestantisi sia sul piano della cultura che della vita delle anime. Lo stesso Carl Gustav Jung, da parte sua, scrisse parole di palese disprezzo nei confronti dell’Antroposofia e di Rudolf Steiner: se ne è parlato anche sulle pagine di questo blog. Un discorso ancora più preciso e, se vogliamo, più “duro”, lo fece Massimo Scaligero in molte sue opere. So anch’io, che vi sono steineriani ed anche, purtroppo, alcuni “scaligeropolitani”, i quali si son dati a mescolare Steiner, Scaligero e Jung, e ad esercitare l’attività lucrativa di psicoterapeuti junghiani, assagioliani e gestaltici, ma ciò riguarda la poca o punta coerenza e serietà delle persone. Soprattutto nel nostro bel paese, in quella bella Terra d’Ausonia, cara agli Dèi, 1700 anni di dominio confessionale ecclesiastico hanno portato gli italiani ad affrontare molte cose della vita all’insegna dell’improvvisato, dell’approssimativo, dell’inaffidabile, dell’opportunistico, dell’incoerente, generando quei mali frutti dell’opportunismo, dell’ipocrisia, del tenere i piedi in molte staffe, di viltà e di servilismo, che non fanno onore al nostro popolo, e talvolta ci fanno persino disprezzare da altre nazioni, da noi un tempo incivilite. Conciosiacosaché vi sono antroposofi – o antroposofazzi, come li chiamava divertito Massimo Scaligero – i quali si dànno tranquillamente alla psicanalisi nelle varie sue forme, così come ce ne sono altri che flirtano, senza alcun problema di coscienza, con la liturgia cattolica, o con la gerarchia cattolica, o addirittura – pur essendo personalità di spicco e dirigenti della Società Antroposofica – hanno un “padre spirituale” barnabita, che li consiglia e ne dirige la vita dell’anima. Contenti loro…

Un altro punto che lascia alquanto perplessi circa le qualifiche del nostro giovin autore è il suo dichiararsi “pranoterapeuta antroposofico”: a pagamento naturalmente. Massimo Scaligero fa su tale attività terapeutica un discorso estremamente chiaro, mettendone in evidenza i lati equivoci e medianici, magari abbelliti dalle seducenti pratiche di magia rituale o cerimoniale, scrivendo in Yoga Meditazione Magia, Teseo, Roma, pp. 179-180:

«Non deve trarre in inganno qualche risultato positivo dell’operazione rituale: persino la guarigione di un male fisico può essere l’irretimento del discepolo da parte di Entità anti-umane, che hanno afferrato le strutture morte degli antichi occultismi. Il discepolo sano scoprirà con il tempo l’inganno del ritualismo, in sé opposto alla direzione «solare», e distinguerà la r e t t a  i n t e n z i o n e esoterica dalla sua forma egoistica e da tutte le presunzioni di essere guaritori e aiutatori del prossimo. A quella retta intenzione egli deve trovare la forma che le corrisponde in questo tempo: la vera forza guaritrice, che opera nel silenzio, sconosciuta, senza vanità di cronistorie terapeutiche.

Se la guarigione di un male dovesse essere il segno del Divino, sarebbe preoccupante il fenomeno della salute di cui godono certi distruttori della salute altrui. La vera terapeutica esige il rapporto del terapeuta con il karma del paziente, che è un rapporto dell’Io spirituale con il senso finale della malattia: a seconda della direzione da cui giunge la terapia, un male fisico tolto può essere un regresso dello Spirito, o viceversa. Certi terapeuti di questo tempo non farebbero male a giovarsi del senso occulto del Faust di Goethe: sì da avvertire che cosa è il p o t e r e interiore come valore  m o n d a n o».

E nei colloqui individuali così come nelle riunioni che teneva, Massimo Scaligero metteva in evidenza come l’aspetto lucrativo nella medianica pratica pranoterapeutica portasse a colludere immediatamente con l’elemento arimanico.

Venendo poi ad esaminare il testo sulla Mystica Aeterna edito dal nostro giovin autore, cominciano i guai sin dalla presentazione ch’egli ne fa sul suo sito. Egli parla di Mystica Aeterna, l’Ordine Esoterico di Rudolf Steiner, ma su questo punto costui viene totalmente smentito dallo stesso Rudolf Steiner, il quale nel XXXVI capitolo de La mia vita, trad. di Febe Colazza Arenson e Lina Schwarz, Editrice Antroposofica, Milano, 1961, p. 344, nega la formazione di un Ordine occulto con le parole:

«Con ciò non venne creata però una società segreta: a chi entrava a far parte della mia istituzione veniva detto con assoluta chiarezza che non entrava in un ordine, ma che, partecipando a cerimonie rituali, avrebbe potuto vivere una specie di dimostrazione, in forma sensibile, delle conoscenze spirituali. Se alcune di queste cerimonie si svolgevano in quelle stesse forme nelle quali, negli ordini tradizionali, i membri vengono accolti o fatti salire a gradi più alti, ciò non aveva il significato di introdurre in un ordine, ma soltanto quello di rendere percepibili, per mezzo di immagini sensibili, il progressivo avanzare delle esperienze dell’anima».

E nella successiva p. 345, aggiunge:

«È comprensibile che, nel venire a conoscenza di un’istituzione come questa ora descritta, subentrino dei malintesi. Molti ritengono più importante il fatto esteriore di far parte di un’istituzione simile che non il contenuto che in essa viene loro dato; avvenne così che alcuni dei partecipanti alla mia istituzione ne parlavano come se fossero divenuti membri di un ordine. Non sapevano fare questa differenza: che, senza che essi appartenessero ad un ordine, venivano loro mostrate cose che di solito vengono date soltanto nella cerchia di un ordine».

Ma – questa è almeno la mia opinione – non credo proprio che il nostro giovin autore non abbia ben letto, o che abbia per superficiale dimenticanza dimenticato queste inequivocabili parole di Rudolf Steiner, che in effetti nel corso della sua opera egli cita. Penso piuttosto che, essendosi egli accostato a persone che vogliono fondare o hanno – come è probabile, anzi certo – già fondato un Ordine rosicruciano, intenda sfruttare – per scopi che personalmente trovo poco commendevoli – il simbolo della Rosacroce e il nome di Rudolf Steiner. Ma la presunzione di fondare un Ordine Rosacroce è assolutamente sacrilega, quanto il pretendere di “riaprire” la Mystica Aeterna – da Rudolf Steiner chiusa e sigillata ritualmente – mettendo in opera i rituali, peraltro incompleti, e mancanti di parti fondamentali già nei primi tre gradi, nonché totalmente – et pour cause, come mi spiegò in vari colloqui Hella Wiesberger – negli ultimi gradi.  Io conobbi Hella Wiesberger, curatrice dell’intero lascito della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner, nel 1985, quando ancora non aveva scritto il libro sulla Mystica Aeterna. Posso dire di averlo visto scrivere, dato che la mia amata amica Hella nei nostri frequenti incontri mi descriveva i progressi delle sue ricerche, e le vicende legate alla formazione della Seconda e Terza Classe della prima Scuola Esoterica. Anzi mi trovai nelal felice situazione di portare a Hella alcuni testi di Rudolf Steiner relativi alla Mystica Aeterna, che il Lascito non possedeva: testi che portavano appunti autografi di Giovanni Colazza: ne ebbi benedizioni e, una volta uscito il libro, me ne venne donata una copia con la dedica di Hella Wiesberger. Per tale ragione, sono in grado di smentire molte affermazioni di Giorgio Tarditi Spagnoli, che a me risultano essere false.  

Inoltre, la mancanza di parti essenziali del rituale della Mystica Aeterna non viene rilevata né tampoco messa in evidenza dal nostro giovin autore, il quale in taluni punti “completa”, sua sponte, attingendo a vari materiali – che nulla hanno a che fare con la Mystica Aeterna – provenienti da autori ed Ordini occulti diversi. E, in effetti, ei fa quello che il mio amico L. chiamava un “fricandò con le cipolle”. Ma una tale effettiva mancanza, disinvoltamente “completata” in maniera sbrigativa ed estemporanea, non può certo impensierire il nostro giovin autore, né tampoco il suo amico dell’emisfero australe – suo dichiarato punto di riferimento in questa discutibile intrapresa – tale Samuel Timoti Robinson, il quale ha il coraggio di firmarsi Grand Hierophant del Rosicrucian Order Mystica Aeterna, ed essendo, a suo dire, neozelandese di sangue maori – non ho assolutamente niente contro i simpaticissimi Maori che un tempo fecero vedere i sorci verdi agl’Inglesi invasori, e sono oggi ottimi giocatori di rugby – arriva a sostenere la necessità per noi di ispirarsi (risum teneatis amici…) ad un “rosicucianesimo maori”.

Se poi un qualche lupaccio impertinente e irriverente si toglie lo sfizio di andare a vedere sul suo sito le volgarità  – vere e proprie volgarità nel senso corrente del termine – dell’intraprendente “rosicruciano maori”, Grand Hierophant del Rosicrucian Order Mystica Aeterna,  con tanto di figure e fotomontaggi, si fa un’eloquente idea del basso, anzi infimo, livello  – e su questo Massimo Scaligero aveva ragione da vendere  e da regalare – intellettuale, oltre che morale, di questo individuo che si mette allo stesso livello del Maestro dei Nuovi Tempi, proclamandosi Gran Maestro e Gran Hierophante dell’Ordine Rosacroce e della Mystica Aeterna. Del resto sappiamo come anche la nostra Italia abbondi di Gran Maestri e di Gran Hierophanti, ora seriamente molto preoccupati della possibile concorrenza che possa venir loro dai lidi liguri e dalle australi spiagge maori

Il nostro giovin autore ligure, scrivendo sul sito del suddetto Gran Hierophante, ci comunica qualcosa di stupefacente:

«My name is Giorgio Tarditi Spagnoli, I am an Italian anthroposophist, and I am the writer of this post, even though I am not the author: I received the contents of this post from the oral tradition passed on from my mentor Michele Sarà. It was an important decision to publish this story and it has been written with all my love for Anthroposophy, Rudolf Steiner and Rosicrucianism».

Il che tradotto nella bella lingua del nostro Dante suonerebbe:

«Il mio nome è Giorgio Tarditi Spagnoli. Sono un antroposofo italiano, e sono lo scrittore di questo post, quantunque io non ne sia l’autore. Ho ricevuto i contenuti di questo post dalla tradizione orale trasmessami dal mio mentore Michele Sarà. È stata un’importante decisione quella di pubblicare questa storia ed essa è stata scritta con tutto il mio amore per l’Antroposofia, per Rudolf Steiner e il Rosicrucianesimo».

Di fronte ad una dichiarazione così impegnativa anche un trucido lupaccio ha davvero di che commuoversi. Ma è interessante andare a vedere chi sia questo Michele Sarà, cui rende cotanta onorevole testimonianza il nostro giovin autore. E qui sì che cominciano i guai per davvero, e si scoprono gli altarini. Questo Michele Sarà è – anzi era, in quanto felicemente defunse – un convinto e appassionato seguace dell’antropologo gesuita Teilhard de Chardin. Infatti, di lui viene fatta una sorta di pubblica lode su un sito gesuitico, tutto dedicato al de Chardin, con le parole:

«Nel primo anniversario della scomparsa del prof. Michele Sarà, ne onoriamo la memoria pubblicando “La complessità della vita”, che è il primo capitolo della sua ultima, notevole opera qui accanto segnalata. La scelta del titolo, in cui l’evoluzione è definita costruttiva, sta a sottolineare che i processi di trasformazione non equivalgono al concetto teologico di creazione. Sarà non esclude affatto quanto vi è di valido nella teoria neodarwinista ma la incorpora in un contesto molto più vasto suggerito dalle nuove conoscenze della biologia molecolare. Vi è nella sua opera una messe straordinaria di osservazioni scientifiche che mostrano l’esistenza di fenomeni di interazione, cooperazione ed organizzazione nella dinamica evolutiva. Michele Sarà è stato un amico teilhardiano che ha avuto sempre cura di tener disgiunto il piano scientifico da quello filosofico-metafisico. Lo ricordiamo come un uomo concreto, per nulla animato dalla frenesia di mettersi in mostra, e molto umano. La sua ultima opera è una ricchezza di conoscenze scientifiche offerte con passione a lettori specializzati e non».

Quella di disgiungere il piano scientifico da quello filosofico e metafisico è stata, per secoli, una posizione costante della “scientificità” gesuitica, la quale ha contribuito in maniera decisiva alla formazione dell’attuale materialismo scientifico. Potrei moltiplicare gli esempi, ma mi limiterò a citarne solo tre dei quali mi sono occupato maggiormente in relazione ai miei studi di fisica, di astronomia e di ottica come scienza della visione, nell’ambito della storia della scienza: François d’Aguilon S.J. (1567-1617), matematico belga e fisico, che ha lavorato sull’ottica; Francesco Maria Grimaldi S.J. 1618-1663), fisico italiano, che ha coniato il termine ‘diffrazione’ e costruito strumenti utilizzati per misurare le caratteristiche geologiche sulla Luna; Ruggiero Giuseppe Boscovich S.J. (1711-1787), di padre croato e di madre italiana, nativo di Ragusa di Dalmazia, un tempo libera repubblica: studioso cosmopolita, ‘polimatico’ lo definirebbe Eraclito, autore di 70 scritti sull’ottica, astronomia, gravitazione, meteorologia e trigonometria. Naturalmente, in tutta la scienza gesuitica siamo lontanissimi sia dalla goethiana scienza della natura sia dalla posizione della teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo, elaborata filosoficamente e scientificamente da Rudolf Steiner. E non è certo con i metodi della biologia molecolare, applicati alla teoria darwiniana dell’origine animale dell’uomo, di Michele Sarà che è possibile entrare nel mistero della vita: che è sovrasensibile e spirituale, e non certo fisico.

Poi il lupaccio cattivissimo e irriverente, con inopportuna impertinenza, va a vedere chi siano gli autori che scrivono su quel dottissimo sito BiosferaNoosfera – dichiaratamente teilhardiano – e ivi troviamo molti esponenti della ignaziana Compagnia di Gesù: alcuni dei quali pospongono al proprio nome la sigla identificativa S.J., altri no, come il defunto padre Henri de Lubac, fatto cardinale da Karol Woitila, de Lubac che gesuita però lo era assolutamente, nonché avversario del pensiero e dell’opera di Rudolf Steiner, che nei suoi scritti deride e diffama. Infatti, tra gli scrittori di questo sito darwinista e teilhadiano troviamo un Antonio Spadaro S.J., un Bosco Lu S.J., un Richard Brüchsel S.J., un Saverio Corradino S.J., un Vincenzo D’Ascenzi S.J., un Felix Raj S.J., et alii multi, che noia e fastidio mi impediscono di trascrivere. Le nuove tendenze della teologia ratzingheriana, bergogliana, e genericamente gesuitica sono assolutamente teilhardiane, con tanto di esaltazione darwiniana dell’origine e dell’evoluzione animale dell’uomo. Tra l’altro, queste idee sono esplicite negli scritti di Michele Sarà, che il nostro giovin autore dichiara esser suo mentore, e manca poco che lo chiami, dantescamente, “tu duca, tu segnore, e tu maestro”.

Ora due cose sono certe: una, che i gesuiti mai hanno amato, ed hanno, anzi, detestato Rudolf Steiner, la Scienza dello Spirito, ed eziandio la scienza goethiana; due che Rudolf Steiner e Massimo Scaligero hanno sempre avversato – anche con espressioni feroci – la teoria dell’origine e dell’evoluzione animale dell’uomo, dichiarando ch’essa era fonte di impulsi patologici e distruttivi per l’anima umana. Del resto, teoria mai scientificamente dimostrata, anzi da vari scienziati – non creazionisti, sia ben chiaro – ferocemente demolita. A tale proposito, voglio riportare quel che Massimo Scaligero scrive ne Il Logos e i Nuovi Misteri, Teseo, Roma, 1973, nel IV capitolo, Forme della droga: mistica, corporea, dialettica, a p. 38: «Una forma della moderna droga psichica è il mito dell’evoluzione animale». Inoltre, Rudolf Steiner descrive, più volte, in maniera chiarissima e particolareggiata, l’opposizione totale tra l’impulso spirituale rosicruciano e quello anti spirituale e mondano gesuitico. Direi che Giorgio Tarditi Spagnoli non avrebbe potuto scegliere per la sua discesa agl’inferi un Virgilio ed un Ermete più esiziale del Sarà. Ma, forse, la cosa era ed è voluta a sommo studio.  

Naturalmente, so bene come Michele Sarà, dichiarato mentore di Giorgio Tarditi Spagnoli, si dicesse “antroposofo”, e come fosse stato addirittura fiduciario del gruppo antroposofico genovese, ma come ciò si potesse conciliare con le convinzioni evoluzionistiche darwiniane à la Teilhard de Chardin, e quanto egli insegnasse a livello accademico, è cosa che non può non lasciare alquanto perplessi. Ma fino a un certo punto, perché l’infiltrazione confessionale cattolica – naturalmente sotto mentite spoglie – e, in vari casi accertati, addirittura gesuitica, nella Società Antroposofica, sia in Italia che all’estero, è cosa avvenuta e provata. Al punto tale che, decenni fa, il Vorstand, ossia la Direzione della Società Antroposofica, si ritrovò a dover cambiare gli Statuti della medesima, inserendo la norma che autorizzava il Vorstand ad espellere singole persone e a sciogliere ed escludere dalla Società gruppi antroposofici “senza dirne le motivazioni”, cosa che nella nostra Italia sarebbe persino illegale. Una tale misura, ovviamente, è l’extrema ratio che, con tarda intelligenza e intempestiva saggezza, si prende al fine di “chiudere la stalla quando i buoi sono scappati”. Era accaduto che, in Germania e altrove, elementi gesuitici si erano impadroniti di interi gruppi antroposofici, erano penetrati nella Classe Esoterica, impadronendosi dei mantram e delle stesse “lezioni di Classe”.

Notoriamente, gli antroposofi non sono precisamente delle aquile, ossia non dimostrano di essere particolarmente svegli, e della loro mancanza di vigilanza, della loro faciloneria, della superficialità, nonché del corrente sentimentale pressappochismo, lo stesso Rudolf Steiner ebbe a lamentarsi con parole di aspro rimprovero. Tanto per fare un esempio – che invero fa poco onore alla nostra Italia – basta ricordare come un antroposofo romano, Bruno Roselli, già buon traduttore delle conferenze tenute da Rudolf Steiner a Parigi nel 1906, dal 26 maggio al 14 giugno, alle quali partecipò Edouard Schuré, intitolate Esoterismo cristiano. Lineamenti di una cosmogonia psicologica, edito nel 1940 dalla benemerita casa editrice milanese Fratelli Bocca (tra l’altro fatta chiudere proprio dai gesuiti), che era lettore della Classe Esoterica. Il Roselli – come testimoniatomi da Massimo Scaligero e da Romolo Benvenuti, era un uomo magari buono, ma debole di volontà, ingenuo e poco avveduto. Alla sua morte, il R.P. Giuseppe Messina S.J. si fece dare dalla figlia, cattolica integralista, bigotta e acidiosa, tutto il materiale esoterico del padre, comprese le lezioni della Classe Esoterica. Tutti questi particolari mi furono più volte riferiti e testimoniati da Massimo Scaligero e Romolo Benvenuti, per molti decenni fiduciario del Gruppo Novalis a Roma.

Sin dal Seicento, e ancor più, dal Settecento, i gesuiti hanno portato avanti una duplice strategia: da una parte, combattere apertamente col ferro e col fuoco le comunità spirituali non conformi all’ortodossia ecclesiale – vedi la Guerra dei Trent’Anni, scatenata per tentare di estirpare l’impulso rosicruciano, e i roghi sui quali perirono Giordano Bruno ed altri – e dall’altra, attraverso l’infiltrazione di propri milites nelle varie comunità esoteriche: mistiche, ermetiche, rosicruciane e massoniche. Nei primi decenni del trascorso secolo, i gesuiti – per es. in Italia il R.P. Giovanni Busnelli S.J. e in Germania il R.P. Otto Zimmernann S.J. – fecero una lotta feroce a Rudolf Steiner e alla Scienza dello Spirito, mettendo a giro persino la calunniosa accusa di essere un prete spretato, spingendo poi gli avvenimenti a quegli estremi che portarono all’incendio del Goetheanum, e all’avvelenamento di Rudolf Steiner. In Italia, durante la II Guerra Mondiale, sotto l’occupazione tedesca, i gesuiti misero a giro la voce che Rudolf Steiner fosse ebreo, chiedendo quindi la messa al bando, la distruzione delle sue opere, la persecuzione dei suoi seguaci, come già era avvenuto in Germania: ci volle una coraggiosa azione ad hoc di Massimo Scaligero – è bene ricordarlo agl’immemori e ingrati antroposofi – per evitare una simile sciagura.

Prima e dopo l’ultima guerra, i gesuiti, come abbiamo detto, si insinuarono nei gruppi antroposofici – che è come sparare sulla Croce Rossa. E una tale insinuazione è ampiamente avvenuta anche in tempi recenti con l’infiltrazione di loro agenti negli ambienti antroposofici e “scaligeropolitani” – come li chiama il mio amico C. – al fine di attuare quel esiziale “trasbordo ideologico inavvertito”, tuttora in corso, del quale vi è stato ampiamente modo di parlare su questo temerario blog. In Germania e in Italia vi sono case editrici le quali, potendo contare su ampi finanziamenti di discutibile origine, pubblicano opere di Steiner – come ho potuto personalmente verificare – “rivedute e corrette”, “ortopedizzate” in modo che si scontrino il meno possibile con la vigente ortodossia confessionale. Inoltre, tali case editrici propagandano le opere di Valentin Tomberg, grande fautore della cattolicizzazione dell’Antroposofia. Da molti anni constatiamo come, ad esempio, il direttore della trentina casa editrice “tomberghiana” – la quale pubblica tra l’altro scritti di Alfred Richard Orage, uno dei maggiori esponenti della scuola dell’iniziato arimanico G.I.Gurdjeff, che tanto piace ai militi della nota Compagnia – veda i propri scritti accolti nella gianicolense rivista, sedicente “scaligeropolitana”, che l’Innominato pubblica in quel di Roma.  Ho avuto persino modo di leggere su un forum la dichiarazione di un mio acerbo critico, il quale afferma essere l’Innominato gianicolense un tomberghiano convinto. Possibilissimo.

Ovviamente, chi a cotal “nobile” intrapresa si accinge è necessario che ostenti devozione ed entusiasmo nei confronti della Via e ai Maestri, salvo poi demolire tutto strada facendo. Le citazioni che farò dell’opera del nostro giovin autore ligure, che si avventura nello scivoloso sentiero dell’«inavvertito ideologicamente trasbordare» i lettori di Steiner, sono tratte dalla versione digitale della sua trilogia, perciò senza il riferimento delle pagine dell’edizione cartacea. Francamente non mi sembrava il caso – non solo a causa dei magrissimi cespiti per grazia dei quali sopravvivo – di “finanziare” scioccamente la parte avversa. Ora, anche il nostro giovin autore è fortemente “laudativo”, addirittura in maniera stucchevole, nei confronti dei Maestri: poi vedremo strada facendo che fine fanno gli ostentati ottimi propositi. Lasciando perdere varie pagine sentimentalmente edulcorate, egli così scrive:

«Al contempo lo scritto vuole presentare il più oggettivamente possibile le varie correnti ed ordini la cui storia si intreccia alla Mystica Aeterna, senza parteggiare per alcuno: ogni corrente spirituale ha il suo ruolo nell’evoluzione cosmica. Tale neutralità non nega l’accadimento oggettivo dei fatti, ma li pone in un contesto più ampio, cosmico per l’appunto, rispettando i principi di positività nell’atteggiamento, spregiudicatezza nel pensare e armonia dei sentimenti con i quali accogliere – in libertà – gli incontri del destino che avvengono nell’elemento umano.

È in questo spirito di antidogmatica apertura che nel tempo ho potuto incontrare varie personalità appartenenti a diversi movimenti ed ordini esoterici internazionali: così ho scoperto che anche loro coltivano amore per la figura dello Steiner, della sua Opera e, fecondando il loro lavoro esoterico con la scienza della scienza [sic!] dello spirito antroposofica. Ecco è lo Spirito della Comunità del Graal che mi ha aiutato a comporre questo saggio. In riferimento a ciò, il presente lavoro non rompe il segreto iniziatico, dato che tutti i rituali qui presenti sono già stati pubblicati in lingua tedesca e in inglese. È dunque tempo che vengano pubblicati anche in italiano. Piuttosto l’auspicio è che l’approccio rituale della Mystica Aeterna e la sua realtà spirituale, possa ispirare il lavoro esoterico di altri gruppi e ordini».

In realtà, il nostro giovin autore parteggia, e moltissimo, per gruppi occulti che con la Scienza dello Spirito, e i metodi ad essa peculiari, nulla hanno a che vedere, o che sono addirittura ad essa antitetici. Costui propugna e predica una sorta di “ecumenismo esoterico”, una tolleranza di facciata che ha come risultato una sorta di informe minestrone, o un “fritto misto di totani, calamari, e gamberi”, come lo chiamerebbe il mio ottimo amico C., un beverone nel quale ogni elemento dell’immangiabile intruglio verrebbe ad essere equivalente ad ogni altro. Ciò che vi è di peculiare nella Scienza dello Spirito scomparirebbe – per dirla con le mordaci parole che G. W. F. Hegel usò nella sua Fenomenologia dello Spirito contro Friedrich Schelling – «in una notte oscura in cui tutte le vacche sono nere», cioè in una nebbiosa oscurità nella quale si perdono le differenze e le specificità che caratterizzano, e a volte oppongono, invece, vie e metodi tra loro antitetici: a volte espressione di forze e potenze anti-spirituali e anti-umane. Su questo punto Sia Rudolf Steiner che Massimo Scaligero sono stati estremamente chiari.

È ben vero che in tedesco e in inglese siano stati pubblicati, in maniera tra loro conforme, i rituali della Mystica Aeterna, ma quelli pubblicati da Giorgio Tarditi Spagnoli, non sono conformi al testo di essi curato da Hella Wieberger, e pubblicati prima in tedesco e poi fedelmente tradotti in inglese: nella pubblicazione del nostro giovin autore vi sono vistosi tagli e numerose aggiunte, i quali e le quali cambiano alquanto il significato del testo originario.

Inoltre, vi sono numerosi errori di traduzione, e svarioni vari. Per dirne giusto uno, là dove il testo tedesco di Rudolf Steiner ha il termine Myste, egli lo traduce erratissimamente come il “mistico”. Mentre chiunque abbia un minimo di cultura classica o di storia delle religioni sa bene che i mystes erano gli iniziati al primo grado dei Misteri Eleusini, che Rudolf Steiner aveva intenzione di far risorgere in forma novella. Normalmente gli studiosi traducono il greco mystes con “mista”, oppure lo lasciano non tradotto. Ad esempio, anche Etienne Marconis de Nègre, fondatore in Francia dell’Ordre Maçonnique Oriental de Memphis, nel suo Sanctuaire de Memphis, ma anche in altre opere, usa per il primo grado il termine mystes, e non lo traduce col francese mystique. È ben vero che “mistico” viene da mystes, ma non significa affatto mystes. Anche chi ha studiato filosofia – come il nostro giovin autore dice di aver fatto alla Università Statale Milano-Bicocca – sa, o dovrebbe sapere, che in filosofia – nella fattispecie nel criticismo kantiano – “trascendentale” viene da “trascendente”, ma non significa affatto “trascendente”.  

Altri svarioni di traduzione e di trascrizione riguardano le parole ebraiche, ch’egli riporta nel corso del suo confuso periodare. Ciò in parte dipende dalle fonti anglosassoni alle quali attinge, in parte è frutto di ignoranza allo stato puro sans arrière pensée. Se quando dètti, in lontani anni, l’esame di Filologia Biblica, avessi ad es. scritto TIPHARETH – come scrive, appunto, in tutte maiuscole il nostro giovin autore ligure – la Professoressa I.Z., titolare della cattedra, pur mia cara amica, mi avrebbe coperto d’insulti e cacciato a pedate.  

Un punto “particolare”, che tocca un punto estremamente sensibile per chi segua la Via rosicruciana, è come Giorgio Tarditi Spagnoli “traduce” il Prologo del Vangelo di Giovanni, all’inizio del suo secondo volume. In realtà, egli “traducendo” non traduce un tubero – come direbbe la nostra cara Savitri – bensì col copia-incolla riprende paro-paro, naturalmente senza citare la fonte, quanto si trova in questa pagina di Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Prologo_del_Vangelo_secondo_Giovanni.  In questo caso non mi sembra proprio che si tratti di semplice ignoranza, ma ho l’impressione che si tratti di una vera e propria voluta falsificazione del testo da parte dell’anonimo estensore o degli estensori della suddetta pagina di Wikipedia, ed è sintomatico che il Tarditi Spagnoli tra le moltissime che ha a disposizione scelga proprio questa traduzione. Infatti, così vengono tradotti il quarto e quinto versetto del Prologo: «In Lui era la vita e la vita era la luce degli uomini e questa luce splende ancora nelle tenebre poiché le tenebre non riuscirono ad oscurarla». Il che è l’esatto contrario di quanto afferma il testo originario, nel quale è scritto:

«ἐν αὐτῷ ζωὴ ἦν, καὶ ἡ ζωὴ ἦν τὸ φῶς τῶν ἀνθρώπων· καὶ τὸ φῶς ἐν τῇ σκοτίᾳ φαίνει, καὶ ἡ σκοτία αὐτὸ οὐ κατέλαβεν».

Parole che la Vulgata di Girolamo traduce così in latino:

«In ipso vita erat, et vita erat lux hominum, et lux in tenebris lucet, et tenebrae eam non comprehenderunt».

Si può forse discutere se la traduzione più felice del greco αὐτὸ  οὐ κατέλαβεν e del latino eam non comprehenderunt, sia «non l’accolsero», o «non la compresero» – il testo greco e quello latino del Vangelo di Giovanni sono finemente polisemici ed ammettono più traduzioni  lecite, degne tutte di essere meditate – ma tradurre quel punto con «questa luce splende ancora nelle tenebre poiché le tenebre non riuscirono ad oscurarla», non è tradurre il testo, bensì è tradirlo.

Proseguendo la nostra disanima dell’opera del giovin autore ligure, bisogna proprio dire non depone certo a suo favore della limpidità del suo discorso il mettere sullo stesso piano, in un solo calderone a cuocere Max Heindel, ladro, plagiatore e traditore,  Jan Rijkenborgh e la sua paredra Catharose de Petri, che hanno edificato ad Harlem il loro Lectorium Rosicrucianum attingendo e mescolando gl’insegnamenti di Max Heindel e Gurdjeff, nonché saccheggiando l’opera di Rudolf Steiner, Theodor Reuss, spia doppiogiochista, mercante dell’occulto e propugnatore della magia sessuale, fondatore della Comune erotico-magica di Monte Verità ad Ascona, dedita all’amore libero e ad altre poco simpatiche cosucce, MacGregor Mathers, fondatore assieme ad altri dell’Hermetic Brotherhood of Golden Dawn, il Dr. William Wynn Westcott, Supreme Magus della Societas Rosicruciana in Anglia, Arthur Edgar Waite, il Dr. Robert Felkin, fondatore della Stella Matutina – che ogni tanto il nostro giovin autore, evidentemente non controllando l’operare dell’inaffidabile correttore automatico, trascrive come “Felini” – , Violet Firth, alias la maga inglese Dion Fortune della Inner Light, che tanta simpatia nutriva per il satanista ed erotomane Aleister Crowley, che cità come autorità nella sua Cabbala Mistica, e via dicendo. A cuocere nello stesso calderone il nostro giovin autore plurilaureato ci mette pure Rudolf Steiner, Giovanni Colazza, Massimo Scaligero, il Gruppo Novalis di Roma, Harry Collison, Alfred Meebold, ponendoli accanto di tutta una serie di occultisti: alcuni buoni, altri cattivi e taluni – come Aleister Crowley – proprio pessimi. Ci saranno, negli articoli che seguiranno questa prima introduzione, sulla base di documenti, molte affermazioni da smentire o anche solo da rettificare.

Non depone affatto circa l’affidabilità e della serietà delle sue fonti documentarie il portare come autorità quel che scrive o dice “Inquire Within”, che il nostro giovin autore traduce – forse usando Google translate – con “Cercatore Interiore”, ossia per lui la “Signorina Stoddard”, ovvero per noi Christina Stoddart, autrice di due opere – che ovviamente possiedo – nelle quali ella dedica interi capitoli a diffamare e calunniare Rudolf Steiner e l’Antroposofia, adoprando distorcendolo materiale di prima mano che qualche traditore le ha trasmesso. Le due opere, firmate Inquire Within, sono Light-Bearers of Darkness del 1930, e The Trial of the Serpent, edita nel 1936 presso la Boswell Publishing Co. Ltd., in Essex Street a Londra. La Christina Stoddard, che scrisse con l’eteronimo di Inquire Within, ossia “Investiga dentro”, fu una delle tre megere, assieme a Edith Starr Miller, Lady Queenborough, autrice dei due volumi di Occult Theocracy del 1933, che possiedo, e a H. Nesta Bevan, coniugata Webster, autrice di molte opere tra le quali Origin and Progress of World Revolution e World Revolution: The Plot Against Civilisation, pur esse da me possute, le quali si fecero portatrici e instancabili fautrici della plot-theory, ossia di quella “teoria del complotto” che attribuisce il declino della civiltà, la sovversione rivoluzionaria mondiale all’azione di varie società segrete come gli Illuminati di Baviera di Adam Weishaupt o movimenti occulti come l’Antroposofia di Rudolf Steiner, assieme ai movimenti teosofici, allo yoga indiano e vie orientali in genere, alla frammassoneria, all’ebraismo, al rosicrucianesimo autentico o farlocco: comunque distorcendo, diffamando, affabulando, inventando quanto plausibilmente “utile” a tale infame causa. Sarà utile e istruttivo mostrare – i lupacci cattivissimi in questo campo hanno ottimo fiuto – chi realmente muoveva le fila dell’azione di queste tre megere. Ma non lo possiamo fare ora. In seguito lo faremo in maniera ben documentata e il candido lettore può esser sicuro sin d’ora che i risultanti saranno oltremodo interessanti. 

L’opera di Giorgio Tarditi Spagnoli è in tre volumi per complessive 600 pagine. Ovviamente questo articolo, già troppo lungo, vuole essere solo una sorta di introduzione a quanto scriverò in seguito, poiché molte sono le cose da affrontare: affabulazioni da sfatare, “invenzioni” da smascherare, calunnie indegne – come quelle contro Marie Steiner-von Sivers – da denunciare, e l’intero impianto dell’opera da analizzare criticamente. Spero solo di non dover concludere al termine di una tale analisi critica di trovarmi, una volta di più, di fronte a quel fenomeno inquietante dal punto di vista spirituale, che per gli antichi Elleni e Romani veniva ad essere sintetizzato in una sola parola, la quale nel Mondo Classico stava a significare tecnicamente la simulazione sacrilega e bugiarda di quanto sacralmente si svolgeva nei Misteri: MISTIFICAZIONE. Perché, se così fosse – e spero vivamente di sbagliarmi – un tale mistificazione, come ogni mistificazione sarebbe doveroso per qualsivoglia discepolo della Via Regia dell’Iniziazione abbattere e demolire sino alle fondamenta: a meno che non si voglia diventarne complici.

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE
Torna in alto