Nome dell'autore: Hugo de Paganis

Sono figlio di un cinese, piantatore di radicchio, e il mio nome è Piripicchio! Son cresciuto in Romagna dove la notte si dorme, e di giorno si magna!

EQUIVOCO E SCIAGURA DELL'ATTIVISMO

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L’Universo è Uno. Il Mondo è Uno. L’Universo-Mondo è l’Uno: l’Uno-Tutto, o l’Uno Unissimo come lo chiamavano, e ancora lo chiamano, la filosofia pitagorica, quella platonica e l’idealismo magico di ieri e di oggi. Su questo punto la Sapienza d’Oriente e d’Occidente, la Sapienza antichissima e quella dell’attuale audace sperimentatore dello Spirito, sono perfettamente d’accordo: hanno, nell’essenza, l’identica posizione. Variano solo gli strumenti di realizzazione.

L’Universo-Mondo è Uno, ed è l’Uno, e proprio per questo Esso è atto, non fatto: è l’atto di essere, e non cosa già fatta, oramai già stata, il morto passato, bensì è: atto sempre incessantemente creante e creantesi, eternamente diverso e al contempo uguale. E questo atto di essere, che è l’Uno Unissimo, è conoscenza, è essere conoscenza, è l’atto stesso di essere la conoscenza, ed è inoltre coscienza, perché non vi può esser conoscenza che non sia al tempo stesso coscienza. Questa coscienza, questa conoscenza, è l’Uno, ossia il Logos. E fuori di questo conoscere, di questo unico atto del conoscere, che è conoscere l’Uno, ossia l’Unico, l’Uno che conosce interamente l’Uno-Tutto, il Logos, al di fuori di questa unica interezza, non vi è né può esservi alcunché.

Questo unico atto del conoscere, attraverso il quale l’Uno interamente conosce il Tutto, ovvero si conosce come il Tutto, che in quanto tale non può che essere unico, è coscienza. In esso atto, nella intuizione, Colui che conosce – interamente conosce – l’Atto medesimo del conoscere – la Gnosi o Conoscenza integrale – e Ciò che viene conosciuto, sono Uno: sono, appunto, l’Uno, il Logos. Questo supremo unico atto del Conoscere, non essendo dispiegato nel tempo – che non può avere fuori di sé – né tampoco in uno spazio – fonte della esteriore frantumazione o apparente divisione, dalla quale sorge illusoria molteplicità – non può che essere folgorante pensiero vivente. Pensiero vivente che non può avere fuori di sé qualcosa di non conosciuto o da ancora conoscere e, a maggior ragione, non potrà mai avere davanti a sé o fuori di sé un inconoscibile, che non può o non potrà essere da esso conosciuto. Il mero esistente, il fatto, la cosa, non sono qualcosa che possa sussistere prima e fuori del conoscere, ossia dell’atto del pensiero, che lo conosce. Ossia che lo conosce creandolo in sé, e non trovandoselo già esistente fuori di sé – come fosse un sasso nel quale inciampa il piede del distratto viandante, sasso che sarebbe stato proprio lì, già esistente, pronto ad urtare l’inconsapevole piede del trasognato viandante, del quale la posteriore consapevolezza e coscienza si accenderebbero, per reazione e passivo riflesso, solo dopo e per merito dell’urto con l’inerte sasso.

L’audacia, il coraggio veramente temerario di Massimo Scaligero, è sperimentare che il Mondo, l’Universo è Uno, giungere a sperimentare che tutto è nel pensiero e nulla è fuori del pensiero. Mostrare la Via, la Via Regia, la Via Aurea, la Via Solare nella quale tale temeraria esperienza si invera: l’audacia temeraria di proclamare la verità, paventata come ‘pericolosa’ dalle anime pavide, che nulla può esserci prima, o dopo, o fuori, o senza il pensiero, senza l’atto del pensare vivente, senza la coscienza che si attui nel pensare vivente. L’audacia di indicare la Via per sperimentare concretamente che questo creante pensiero-folgore, questo creante pensiero vivente, questo pensiero che è atto puro, ossia atto interamente in atto, interamente attuantesi, è vivente pensare che in sé può avere unicamente pensiero, non cose, o fatti. Il pensiero – per esprimersi paradossalmente – è una prigione dalla quale non si può fuggire, perché non ha mura.

«Il conoscere non può avere nulla innanzi a sé che non sia conoscibile. Ciò che gli è dinanzi gli può essere dinanzi perché è già conoscenza: anche se non avvertita. L’esserci presuppone il conoscere. L’esserci è già pensiero» (Massimo Scaligero, Trattato del Pensiero Vivente, Cap. 30).

Questa Via Regia, che Massimo Scaligero afferma essere «la piú nuova perché la piú antica», cela in sé l’arcano della segreta identità tra l’essere e il pensare. Quella segreta identità della quale parlavano Parmenide di Elea e i Pitagorici della Scuola Italica, quella stessa identità che ritroviamo nei Veda, nelle Upanishad, nel Vedanta Advaita, nel Buddhismo Maha­yana, nel quale vi fu una Scuola, lo Yogachara, fondata dal grande asceta Asanga, il quale, essendosi innalzato nella meditazione sino al cielo di Tushita, ricevette ivi dal Bodhisattva Maitreya (come viene ricordato da Massimo Scaligero nella Via della Volontà solare) la dottrina della vijñâpti­matra, o della “sola coscienza”, la quale afferma essere il mondo nul­l’altro che coscienza, e solo atto ed esperienza della coscienza, senza una oggettività materiale, che vi stia alla base come un indipendente “sostrato”. Una tale conoscenza trascendente folgora come “illuminazione” nel­l’anima dell’audace sperimentatore come virtù della Prajñâparamitâ è, ovvero, nel linguaggio dei Nuovi Misteri, della Iside Sophia.

Sapienza trascendente, che portando l’asceta all’unione con il Logos, con l’Uno, restituisce o risveglia nell’anima l’originaria virtù androginica, congiungendo il pensare e il percepire, il pensiero e la volontà, riaccendendo nel cuore la virtù di quel sentire celeste, che Massimo Scaligero chiama “trascendenza visibile”, presenza della risvegliata e liberata Iside nell’anima dell’asceta.

Partendo da una tale premessa, si concepisce come per l’asceta non vi possa essere l’illusione di una azione che non sia una radicale azione interiore. La contemplazione, come azione interiore, si rivela essere la più potente e travolgente forma di azione, la quale, inverandosi nel contemplatore, radicalmente trasforma il mondo: l’atto concretamente rivoluzionario. Se il mondo viene risolto nell’atto della coscienza che lo conosce, è sulla coscienza che si deve agire, o meglio è la coscienza medesima che deve agire su se stessa, perché vi sia nel mondo un mutamento radicale.

Oggi non mancano certo gli agitati agitatori, i quali, ignorando il Mondo Spirituale, o mondo causale, si muovono a tentoni in un mondo di effetti, barcollando e cadendo come ciechi ubriachi. Mancano i pensatori, i meditatori, gli intuitori dello Spirito, gli ardenti praticanti interiori, ovvero sono ancora troppo pochi. Una insufficiente azione interiore porta facilmente a pensare come necessaria l’azione esteriore, l’azione cosiddetta “impegnata”, nel mondo dell’apparente molteplicità esteriore, che non è il vero mondo, non è il mondo dell’Uno-Logos, il cui Regno non è di questo mondo. Non ci si rende conto che, essendo in uno stato di tramortimento o di alienazione rispetto all’autentico stato di veglia, non è l’Io, unito con l’Uno, ossia con il Logos, che agisce, bensì è l’anima, anzi la psiche o la parte dell’anima asservita alla corporeità, che patisce, subisce passivamente l’agitazione dell’aspetto illusorio del mondo che – come viene ammonito nel Trattato del Pensiero Vivente – si fa coartante potenza interiore, sete o brama di vita perennemente delusa.

L’illusorio mondo esteriore, con la sua frantumata molteplicità, non è il Logos-Universo, non è l’Uno-Logos, bensì è l’alter-azione (il farsi altro), o l’alien-azione (di nuovo il farsi altro o straniero) dell’Uno, compiuta dalla poco consapevole e fiacca coscienza umana. Il mondo reale, come è stato mostrato, sperimentato sub specie interioritatis, è radicalmente interiore, e solo uno stato di ottenebramento, di follia, di ubriacatura, di radicale ‘ignoranza’ porta a cercare in una inesistente ‘realtà’ esteriore, quel che l’Io, uno con il Logos, già possiede nella sua essenza interiore. Da qui l’equivoco di un attivismo – culturale, politico, sociale, o anche ‘spirituale’ – che nella passiva agitazione esteriore è la caricaturale deformazione di una obliata, carente, evitata azione interiore.

La dispersione nell’illusoria frantumazione esteriore è inevitabilmente un ostacolo paralizzante per l’unificante concentrazione interiore. L’attivismo, essendo un’azione scollegata dall’Io, un’azione priva quindi dell’Io, del principio autenticamente responsabile, non può che essere un’azione contro lo Spirito, il quale non è conosciuto, una irresponsabile azione basata sulla ‘ignoranza’, e sulle sue necessarie conseguenze: brama, paura, avversione. Un’azione disordinata, espressione delle forze del ‘caos’, che lottano contro l’ordine cosmico, contro lo Spirito, un’azione che produce solo ulteriore offuscamento e diminuzione della coscienza, e soprattutto sciagure e dolore.

Il massimo del “caos”, e inevitabilmente il massimo dell’ignoranza, dell’equivoco, della sciagura, si viene a creare allorché l’insufficiente consapevolezza e la fiacchezza dell’azione interiore nell’attivo pensare ascetico portano all’illusione di una possibile azione dell’elemento spirituale o esoterico nella politica, che è come versare pura acqua di fonte in un putrido stagno: si arriva solo a rimuovere il fango del fondo e a intorbidare la limpidezza dell’acqua versata. Accade sempre che l’uso sedicente esoterico della politica si risolva regolarmente in un autentico uso dell’esoterismo da parte della politica, ossia in un vero tradimento.

L’audace azione interiore di asceti del pensiero, di asceti fervidamente dediti al Rito della concentrazione, al Rito della resurrezione del pensiero dal cadavere della morta riflessità, consacrati al Rito della meditazione individuale solitaria o in comune con altri asceti, è l’azione più alta e potente che l’essere umano può compiere sulla Terra. Ma anche quella piú drammaticamente urgente, e la più fraterna, e ‘compassionevole’, pur essendo la meno sentimentale.

«In ogni momento, il pensare vivente, sia pure di rari asceti, può dare chiarezza e positivo svolgimento all’esperienza umana. Pochissimi sono sufficienti a operare per l’intera comunità, perché un solo pensare fluisce nel pensiero dei molti: la trascendenza si fa immanente là dove il pensiero attua la potenza della Resurrezione. Realmente tale pensiero vince la morte» (op.cit. Cap. 37).

Questo è l’eroismo interiore richiesto a coloro che vogliono, per amore dell’Io Sono, dell’Io-Logos, dell’Uno Unissimo, consacrarsi con assolutezza ad un’opera che è al tempo stesso Conoscenza e Amore.

( www.larchetipo.com )

 

SCIENZA DELLO SPIRITO

Apparenza e Realtà: sapere profano e Conoscenza Sacra

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Secondo l’Antica Sapienza, che dalle piane dell’Egitto e della Caldea, dalla geograficamente piccola Ellade e dalla vasta Magna Grecia, da Tebe e da Menfi, da Atene e da Crotone, da Roma e da Alessandria, da tutta la Tradizione Mediterranea ci è giunta, una cosa è l’Apparenza e ben altra, invece, è la Realtà.

L’apparire offre ai nostri occhi quell’ agitato e in-significante divenire, perennemente mutevole, che costituisce il mero esistere, il quale visto come a sé stante, mostra tutta la sua insufficiente vacuità, la sua dolorosa e insoddisfacente mutevolezza, la sua illudente caoticità. La Realtà, secondo l’Antica Sapienza, offre invece al nostro spirito l’immutabile essere, quell’in-condizionato Essere che costituisce l’Assoluto, la cui pienezza è inesauribile fonte di Sapienza e di Gioia. Quella «pienezza» o pleroma che il mio amato Dante chiama: la Divina Potestate la Somma Sapïenza e ‘l Primo Amore (Inferno III, 5-6), e che la Sapienza Classica celava sotto le figure allegoriche delle coppie Zeus-Hera, Athena-Hermete, Afrodite-Eros, ossia i Giove-Giunone, Minerva-Mercurio e Venere-Amore latini. Possanza, Senno, Amor, li chiamerà, secoli dopo Dante, Tommaso Campanella. E in Oriente la Sapienza del Vedanta Advaita di Shankaracharya li chiamerà – in mirabile concordia con la Sapienza d’Occidente: Sat-Chit-Ananda, ossia Essere-Coscienza-Beatitudine.

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Del mutevole e caotico apparire, secondo l’antichissima sapienza pitagorica e platonica, si può dare solo mera opinione, variabile da individuo ad individuo nello spazio e incessantemente mutevole nel tempo, opinione che non può essere mai Scienza o Sapienza, perché per essere tale dovrebbe essere sottratta alla caotica mutevolezza dell’opinare soggettivo. Ma gli umani sono ammalati di soggettività, ed il loro apparente «sapere» è al contempo «illusorio», ossia «irreale», e «profano», ossia estraneo alla realtà «sacra» dell’Essere.

Tale apparente sapere, ossia l’in-significante sapere del mero apparire, è ciò che per l’Antica Sapienza è profano, ossia estraneo alla Realtà sacra, e come tale deve rimanere «fuori» del fanum, ossia del Tempio, ché altrimenti lo contaminerebbe. Non solo: il sapere apparente, in-significante, caotico e mutevole, e intelligentemente stupido, cerca di portare «fuori» dal Tempio, ossia dalla dimensione «sacra», ciò che dovrebbe rimanere «dentro» ad esso, «profanandolo», e compiendo così un atto «sacrilego», ovvero di rottura, di frangimento, appunto di «sacrilegio» del Sacro. E ciò che, portato dal Tempio, è stato profanato, non è qualcosa di neutro, di banalmente anodino ed innocuo, bensì – essendo menzogna, sotto la maschera della verità, menzogna che dalla profanazione del sacro ha tratta una qual certa forza – agisce nelle anime come un veleno progressivamente oscurante, corrompente, paralizzante ed infine mostra tutto il suo potere mortale.

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Negli antichi tempi, la Sapienza era ben custodita nei Templi, sottratta ad ogni profanazione, la quale era rarissima e mai impunita. Dal Tempio dei Misteri giungeva, coperto dal velo del mito, della favola e dell’allegoria, quanto doveva agire in maniera fecondante nella comunità umana sotto le forme dell’Arte, della Scienza, della Filosofia, della Religione. E in tali forme era pure offerto a chi sapeva scorgere e poteva intendere e non fraintendere, ossia a chi pur non iniziato era «iniziabile», uno spiraglio per accedere in maniera degna e pura al mondo del Sacro, alla Iniziazione che apre il varco all’esperienza diretta del Mondo Spirituale.

Oggi non vi sono più Templi esteriori, e molto sono mutate le prove che il candidato all’Iniziazione deve superare per penetrare nel Tempio interiore. Ma tali prove oggi non sono meno severe di un tempo: sono solo diverse, riguardando esse l’iniziativa e l’illimitata responsabilità personale, ossia le prove che l’anima cosciente si trova inevitabilmente ad affrontare.

Eleusi

Ciò non significa che oggi sia lecito nel campo della Sapienza iniziatica il caos, l’anarchia: tutt’altro! La stessa severità – ed ancora maggiore – che un tempo Ierofanti e Maestri imponevano e la medesima serietà, dedizione, abnegazione, venerante devozione alla Verità e alla Conoscenza che essi esigevano dall’esterno da parte di discepoli ancora immersi nel sogno della Tradizione, la dobbiamo oggi chiedere noi a noi stessi per pura iniziativa autonoma.

Dobbiamo far sorgere, con energica azione del pensiero e della volontà, quel magico clima spirituale che un tempo veniva donato dall’azione dei Maestri e degli Ierofanti, dalla intensa atmosfera del Tempio, rigorosamente chiuso ai disturbanti ed inquinanti influssi del mondo profano. Che oggi sono molto più pericolosi di un tempo. E non sono permesse profanazioni.

Oggi vi è tutta una genia di sciocchi superficiali, e di malvagi in perfetta mala fede, che affermano – con uno spiritoso sofisma – che siccome “il segreto si difende da sé”, e che sia lecito quindi a chiunque di trascinare nella melma la Sapienza Sacra e la Scienza dello Spirito, facendone bellamente strame. Questa è una perversa alchimia inversa che vuol trasformare l’Ordine cosmico e spirituale nel caos materiale, e trasmutare l’Oro Filosofale della Sapienza in piombo volgare e sterco.

E’ vero che sciocchi e malvagi non arriveranno a carpire il segreto, a disvelare l’intimo arcano mistero del Tempio dello Spirito, il quale rimane comunque ineffabile, ovvero incomprensibile agli immaturi e agli indegni, ma ciò non significa che ciò che – compiendo una sacrilega profanazione – viene indebitamente portato fuori dalla sfera del Sacro – nella quale dovrebbe permanere – non abbia effetti devastanti e grandemente distruttivi su molte anime semplici, dando loro l’illusione di intendere qualcosa che invece tragicamente fraintendono. Anime che vengono deviate dal loro sentiero ed avviate ad esperienze irregolari dalle quali solo con molto dolore e retta Conoscenza si libereranno.

Oggi poi assistiamo alla frantumazione dell’unicità del Sacro, ossia dell’Essere, nella molteplicità di un sempre cangiante apparire, per cui l’opinare soggettivo «altera», ossia la rende «altra»  da ciò che è e che dovrebbe immutabilmente continuare ad essere, la Sapienza e la sottomette all’arbitrio della soggettività egoica, e persino delle sue vogliacce più becere. Per cui alla Sapienza si mescolano – come i tre cattivi compagni della Leggenda Aurea  del Tempio – materiali indebiti, come elementi di magia sessuale, mucillaginoso sentimentalismo sensuale e mistico, finalità di arricchimento commerciale, di vanitosa affermazione personale, culturale o politica: il tutto condito da un dolciastro buonismo moraleggiante, che facilmente si può trasformare in velenosa aggressione nei confronti di coloro che non vogliono adeguarsi ad un cotale “virtuoso” e aggressivo moralismo.

Soprattutto è esiziale la contaminazione dell’esoterismo da parte della politica. Di qualunque tipo. Il sofisma di voler introdurre elementi «esoterici», e «spirituali» nella politica – la quale è, a mio parere, una cosa sudicetta assai – si rivela essere un uso politico dell’esoterismo, i cui disastri nella storia del passato e presente secolo della nostra Italia sono tragicamente evidenti agli occhi di chi li ha indagati. Una volta di più è necessario ripetere, e ribadire, il principio che “si può servire lo Spirito, e non ci si può servire dello Spirito”. Volersi servire dello Spirito è una idea insana e improvvida, perché porta inevitabilmente e fatalmente ad asservirsi all’Antispirito, ossia all’Oscuro Signore, al principe dell’Oscuro Pensiero, Angra Mainyush, Ahrimane.

Non è che oggi non si possa «parlare», per gettare un seme, indicare un sentiero a chi ha una precisa richiesta interiore. Ciò è addirittura doveroso. Tant’è che vi sono persone che scrivono su questo sito o altrove. Ma non è senza importanza che cosa e come ciò venga scritto. Ossia in maniera veramente responsabile. Invece assistiamo ad un caotico, scomposto, dilagare su social forum, su siti web, su blog vari, su riviste, libri e giornali, di menzogne, di contenuti di meditazione sacri, di mantram gettati in pasto ai «porci», e con la scusa della «divulgazione», si scende giù nella melma e nello strame della «volgarizzazione», della più volgare banalizzazione, della caricaturale deformazione di contenuti sacri, che poi nelle mani e nelle anime degli sprovveduti diventano qualcosa di ancora peggiore, che si diffonde nel mondo in maniera incontrollabile.

Tutto ciò nasce da ignoranza, da vanità, da presunzione, da selvaggia volontà di affermazione di un ego animalesco anche se intellettualizzato. Contro tutto ciò, volle ammonire Tommaso Campanella con parole che sono ben attuali ancor oggi. Soprattutto nei momenti difficili che ci è stato dato in sorte dagli Dèi di vivere. Eccole:

Delle radici de’ gran mali del mondo

Io nacqui a debellar tre mali estremi:
tirannide, sofismi, ipocrisia;
ond’or m’accorgo con quanta armonia
Possanza, Senno, Amor m’insegnò Temi.

Questi principii son veri e sopremi
della scoverta gran filosofia,
rimedio contra la trina bugia,
sotto cui tu piangendo, o mondo, fremi.

Carestie, guerre, pesti, invidia, inganno,
ingiustizia, lussuria, accidia, sdegno,
tutti a que’ tre gran mali sottostanno,

che nel cieco amor proprio, figlio degno
d’ignoranza, radice e fomento hanno.
Dunque a diveller l’ignoranza io vegno.

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Mali estremi sono, per Campanella – ma anche per noi –, la tirannide, la sofistica e l’ipocrisia (ovvero il falso potere, la falsa conoscenza e il falso amore), prodotti dal cieco amor proprio, figlio d’ignoranza e produttori a loro volta di tutti gli altri mali e di tutte le sciagure della vita dei singoli e dei popoli (carestie, guerre, pesti, invidia, inganno, / ingiustizia, lussuria, accidia, sdegno). Alla trina bugia di tirannide, sofismi, ipocrisia si contrappongono, per Campanella – ma anche per noi –, i tre princìpi fondamentali della Possanza (Potenza), del Senno (Sapienza) e dell’Amor (Amore), grazie all’aiuto dei quali il sapiente calabrese – e noi con lui – si proponeva, con la propria opera, di estirpare l’ignoranza, radice prima di tutti i mali del mondo. Infatti, egli aggiunge a commento dei suoi versi:

Perché l’autore scrisse in Metafisica di tre primalità o proprincipii (ché così chiama la Potenza, la Sapienza e l’Amore); e tutti i mali del mondo pendono dalla tirannide, falsa possanza, e dalla sofistica, falsa scienza, e dall’ipocrisia, falso amore, dice che Temi con ragione gl’insegnò questa filosofia nuova. Themis è la dea della giustizia che dava li oracoli in Grecia, secondo scrive Ovidio, e si piglia per la Sapienza divina. Trina bugia sono qui detti tre mali oppositi alla Trinità metafisicale e teologale; e son più nocivi che la impotenza, ignoranza ed odio, opposti e manifesti vizi. E, perché omnis peccans est ignorans in eo quod peccat, secondo i filosofi e teologi; e da questa ignoranza, che par sapienza di Stato, nasce l’amor proprio, ch’è cieco, radice e fomento di tutti peccati, come dalla vera sapienza l’amor oculato quia ignoti nulla cupido: però egli, svellendo l’ignoranza, fa conoscere i veri vizi e le vere virtù, ed a questo fine è nato ogni savio. Onde Salomone: In multitudine sapientium sanitas orbis terrarum.

da Opere di Giordano Bruno e Tommaso Campanella, a cura di A. Guzzo e R. Amerio, Ricciardi, Milano-Napoli, 1956.

Perciò noi seguiremo con l’Ulisse dantesco “virtute e conoscenza”, lavorando in libertà e per amore alla trasformazione di noi stessi e del mondo, per i fini degli Dèi e dello Spirito. Onoreremo la Conoscenza Sacra e ci terremo lontani dalla volgarità del sapere apparente.

SCIENZA DELLO SPIRITO

Arcana Sapienza e Scienza dello Spirito: l’inganno del misticismo

Massimo Scaligero (2)

Poiché la Scienza dello Spirito non è “Rivelazione dall’Alto”, o “Arcana Sapienza”, o anche – nel senso migliore del termine, esso come poteva ancora essere inteso nel XVII e XVIII secolo – “Theosophia ” – bensì, appunto, una scienza basata, a partire da iniziativa umana individuale, sull’osservazione diretta dei risultati dei processi dell’anima e dello spirito, condotta “secondo il metodo delle scienze naturali”, forse sarebbe savio non coinvolgere nella ricerca della Conoscenza atteggiamenti animici e pratiche religiose come preghiere e simili.

Tali atteggiamenti e pratiche religiose – in sé rispettabilissime e perfettamente legittime – rispondono ad esigenze interiori diverse da quelle della esperienza scientifica della sfera spirituale. Tali esigenze interiori di tipo mistico e religioso, pur essendo appunto del tutto legittime e comprensibili, possono e devono avere la loro soddisfazione in una sfera e in un dominio diverso da quello della Scienza dello Spirito – la quale è appunto una “Anthroposophia ”, elaborata a partire dalla esperienza umana, e non una “Theosophia”, accolta a partire da una rivelazione superumana – e come tali non dovrebbero “invadere” la sfera della conoscenza spirituale rigorosa.

Rudolf Steiner parlando dell’attuale misticismo (egli parlava evidentemente di quello presente alla sua epoca, ma la cosa si impone ancor più radicalmente oggi), non ne contesta la possibile realtà, ma ne mette in evidenza la soggettività e aggiunge, in Scienza Occulta, che essa è più o meno una vicenda che riguarda il soggetto che la sperimenta, e che quindi, come tale, non può avere un valore universale, né su di essa si può basare una Scienza dello Spirito.

In Filosofia della Libertà egli pone in evidenza come nel misticismo si voglia “sentire”, quel che si dovrebbe voler conoscere. Naturalmente, la Scienza dello Spirito attraverso uno sperimentare conoscitivo di estremo rigore accende anche una novella vita del sentire, e trasforma radicalmente la precedente vita dell’emotività naturale, ma ritiene che un tale novello sentire nasca come risultato dell’accordo del pensiero volitivo e della volontà compenetrata dal pensare.

Per molti, soprattutto oggi, è difficile cogliere – per mancanza di esperienza interiore diretta – quella che potrebbe apparire una semplice sfumatura ed è invece una differenza radicale: quella tra l’emotività religiosa e mistica che muove, inevitabilmente coartandola, una vita animica sognante, ed il sentire che scaturisce da processi spirituali di conoscenza, che sono il risuonare dell’essenza sovrapersonale e impersonale dello Spirito nella volitiva attività conoscitiva che si attua nella più rigorosa e autonoma individualità personale.

Nei suoi Aforismi Giovanni Colazza mette in evidenza come l’entusiasmo per il pensiero puro sia il segno della maturità dell’anima. Rari asceti sentono un tale entusiasmo, perché nell’atmosfera rarefatta che si respira in tali altezze l’uomo animale va letteralmente in debito d’ossigeno, ovverossia si sente morire, e a tale morire della sua brama animale esso reagisce con la paura e l’avversione. Tale paura ed avversione per l’esperienza del pensiero puro può assumere le forme mistiche della esaltazione di una pretesa “via dell’anima”, accompagnata alla svalutazione della Via del Pensiero e della intensa pratica della concentrazione come possibile fonte di un “sublime egoismo”.  La Scienza dello Spirito offre esperienze conoscitive scientificamente attuate – secondo quella che Massimo Scaligero chiama “empiria radicale” – e non pratiche religiose, pur lasciando libero ogni individuo di soddisfare le sue personali esigenze in tale campo in domini diversi da quelli della esperienza scientifico-spirituale.

Può forse essere utile, dunque, chiarire la differenza tra una “Sapienza Arcana” o “Theosophia” nel senso antico e legittimo del termine, e una “Scienza dello Spirito”. Ho passato lunghi anni a conoscere ed approfondire quella che Rudolf Steiner chiama “Mistica all’alba dei nuovi tempi” – e bisogna sottolineare bene come egli distingua nettamente la Mistica, alla quale attribuisce grande nobiltà spirituale, dal misticismo sentimentale, che sovente si muove sul un piano ambiguo di sensuale emotività – e in Meister Eckhart, in Johannes Tauler, in Jan van Ruysbroeck, nella Theologia Deutsch, in Nicola Cusano, in Valentino Weigel, in Jacob Boehme, ho trovato veri tesori spirituali. E nei loro successori come Gichtel, Eckharthausen, Baader, Clausius, Oetinger in Germania, e William Law, Jeane Lead, Portradge, John Donne  in Inghilterra, Martines de Pasqually e Louis-Claude de Saint-Martin in Francia, per non dire nel nostro Dante Alighieri e nei Fedeli d’Amore, e in tanti altri che taccio per brevità, ne ho trovati altrettanti.

Una tale nobile Mistica o Theosophia era capace di innalzarsi sino alla percezione spirituale, talvolta sino alla vera e propria Iniziazione. In essi si incontra anche vera e schietta Conoscenza, una autentica Gnosi, e non mera sentimentalità come nel misticismo religioso deteriore. Ma la meraviglia di una tale realizzazione è irrepetibile: è – in quella forma – definitivamente trascorsa: ancora la costituzione occulta dell’uomo permetteva una vasta apertura al divino attraverso un sentire non del tutto umanizzato e fisicizzato. Dall’Alto scendevano rivelazioni e conoscenze, che – in quella forma – non sarebbero più possibili, perché la definitiva caduta del pensare nella riflessità cerebrale tutto guasta e corrompe, mettendo l’anima alla mercé di una torbida natura istintiva.

Quelle conoscenze erano autentiche, quella Gnosi era verace, ma la sua modalità – la Rivelazione dall’Alto, accolta in un’anima purificata e devota – non è e non può essere più la nostra. Ossia una tale Gnosi non è la conquista di un Io autocosciente che, elaborando lucidamente le forze dell’anima, conquista – dal basso – una Conoscenza sovrasensibile attraverso le facoltà elaborate nell’esperienza umana e terrena. Mentre in quella Mistica o Theosophia la Conoscenza o la Gnosi si inverava allorché le facoltà umane e terrene venivano messe a tacere: il nascente Io autocosciente umano veniva ancora visto – come nelle Metafisiche dell’Oriente – come costituente il maggiore ostacolo da superare perché la Luce e il Lampo della Gnosi si realizzassero nell’anima. Doveva essere fatto il “vuoto” e l’immobilità dell’anima di fronte ad uno Spirito, visto ancora come un Assoluto trascendente e non ancora come un Io immanente. Il silenzio e la preghiera erano gli strumenti di una tale mistica realizzazione.

Massimo Scaligero ha mostrato come oggi non si possa evitare, fuggendolo, l’umano, bensì come per realizzare lo Spirito sia necessità assoluta quella di esaurire in noi la natura caduta, l’umano-animale, incarnando sino in fondo l’Io: portando la volontà dell’Io nel pensare, sino a liberare per intensificazione cosciente la corrente del pensare dal supporto cerebrale, che lo paralizza e ne uccide la vitalità spirituale.

La Conoscenza spirituale, la Gnosi della più nobile Mistica, così come la Conoscenza metafisica dello Yoga, del Buddhismo, del Taoismo, dell’Oriente tutto, non sono perse per noi, ma possono essere ritrovate unicamente attraverso il Rito della Resurrezione del Pensiero Vivente dal cadavere della riflessità: e questo implica la più risoluta pratica della concentrazione, e della meditazione come concentrazione portata sino alla intensificazione contemplativa.

Questa è per noi la porta stretta dalla quale si può osare passare, superando l’inerzia ottusa della natura animale, gli ostacoli posti dalla passività dell’anima di fronte alla invadenza della vita somatica. La fatica – persino il tedio o l’arida indifferenza – che talvolta lamenta proprio chi in tale lotta interiore seriamente si impegna, lungi dall’essere un sintomo negativo di errore o di fiacchezza, è invece il segno che la natura umano-animale si sta esaurendo, che non ce la fa più, e che il suo ostacolo – come per uno schianto – sta per togliersi di mezzo: allora si inizia a praticare concentrazione e meditazione con forze che non vengono più dalla natura, o dall’anima passivamente asservita alla natura, bensì con le forze dell’Io, con le forze spirituali che si risvegliano oltre e malgrado il sonno somatico indotto dalla natura. Il sentimentale misticismo orante, invece, oggi è un comodo e sognate sguazzare nella più inferiore natura. L’asciuttezza dell’arida pratica della concentrazione prosciuga il mucillaginoso “umidore” di tale misticismo sentimentale, e porta direttamente all’esperienza spirituale.

Rudolf Steiner mette in evidenza la differenza tra una antica Mistica – rettamente intesa ed attuata, come nell’ascesi spirituale di talune poderose personalità dei secoli scorsi – e lo sfaldato misticismo sentimentale, coltivato soprattutto nella torbida atmosfera di un sensuale misticismo femminile cattolico, del quale Rudolf Steiner mostra tutta la patologicità, mettendo in evidenza il fatto che si tratta di un erotismo traslato sul piano astrale. Emblematica è la differenza tra la Mistica di un San Giovanni della Croce, che si eleva ad una autentica conoscenza iniziatica, e il misticismo sensualmente sfaldato di una Teresa d’Avila, la quale nelle sue esperienze, tutt’altro che indipendenti dal coinvolgimento corporeo, giunge a vere e proprie forme di orgasmo.

La tentazione misticheggiante è sempre in agguato nella Scienza dello Spirito, come seducente proposta di “sostituire” la dura fatica della Via del Pensiero, nella quale iniziaticamente si muore e si rinasce, con una via “religiosa”, con una via della morbidamente senziente “anima”, mediante la quale ci si può “accomodare” ad un percorso che non elimini la dipendenza dalla brama animale, ma la “sublimi” travestendola in forme accettabili per l’ego! La “via sostituita” può essere per taluni indubbiamente seducente, ma – come avverte Massimo Scaligero ne La Luce – ciò che seduce non libera!

Sorgete! Svegliatevi! Poiché il Sentiero della Liberazione e della Iniziazione è sottile, difficile da percorrere e pericoloso come il camminare sulla sottile lama di un rasoio tesa sullo spalancato abisso tra due sponde. Katha Upanishad – 1.3.14

SCIENZA DELLO SPIRITO

Marie Steiner-von Sivers: l’essere del coraggio

Marie Steiner

La prima persona che mi parlò di Marie Steiner, la fedele compagna di tante lotte e di vita di Rudolf Steiner, fu Massimo Scaligero e ciò – me ne ricordo benissimo – sin dal mio primo incontro con lui. Massimo parlava di Marie Steiner come di un essere spirituale eccezionale, coraggioso, addirittura eroico, e parlava di lei sempre con profonda venerazione e sincera ammirazione. La cosa mi colpì talmente che io, sin dai miei primi passi nel sentiero della Scienza dello Spirito, cominciai a cercare d’indagare, per quel che potevo, circa il mistero profondo che circondava, come un insolubile enigma, questa elevata figura spirituale.

Mi resi presto conto che essa, in realtà, non solo non era stata minimamente compresa dai più ( per una sorta di opaca e ottusa sordità dell’anima ), bensì veniva addirittura misconosciuta e avversata proprio da coloro che, per debito di gratitudine e per quel sincero culto della verità che dovrebbe accompagnare sempre un autentico ricercatore spirituale, più avrebbero dovuto difenderla e amarla. Ma, si sa, è più facile trovare la pietra filosofale, capace di trasformare agevolmente il piombo in oro o un contadino, di animo semplice e buono, in un angelo sapiente, che non la gratitudine nel cuore degli uomini. Spesso il cuore degl’intelligentissimi nostri contemporanei – mai come oggi l’intelligenza è stata cosi inflazionata: Massimo affermava che oggi sono tutti fastidiosamente intelligentissimi – soffre di quella sclerocardia che intorpidisce e indurisce la sensibilità interiore, chiudendo così l’anima di fronte al riconoscimento di qualsiasi forma di grandezza spirituale. Tale durezza di cuore nasce ( e a sua volta genera ed alimenta ) dalla paura e dall’odio nei confronti dello Spirito. Tale odio è profondamente annidato nella natura umana e sarebbe savio il riconoscerlo affrontandolo, e nel tempo liberarsene, non certo il coltivarlo e l’accrescerlo. Di tale odio fu a lungo bersaglio, fuori e dentro gli ambienti antroposofici, Marie Steiner, per la sua fedeltà al Dottore, per la sua libertà interiore, per il suo amore incondizionato per la verità.

Alcuni anni dopo la morte di Massimo, parlavo con un amico e fedele discepolo svizzero, Jakob Streit, ormai molto anziano, di Marie Steiner. Egli, dopo aver rievocato con commosso calore la figura di lei, mi disse nel suo stupendo francese: “ Marie Steiner era una Regina della Verità: ella era decisa nemica di ogni ambizione, di ogni recitazione spirituale, di ogni finzione, di ogni diplomazia o politica ”. E questo non la faceva certo amare, soprattutto dai vanitosi e dagli arrivisti i quali, per emergere ed affermarsi, non esitavano – e non esitano oggi come allora – prima ad “usare”, per fini propri, che non sono certamente fini spirituali, l’opera e la figura di Rudolf Steiner, per poi  metterla in ombra a loro proprio beneficio e a quello delle Potenze Ostacolatrici.

Una delle tragedie spirituali più grandi del passato ventesimo secolo è stata il venir meno del movimento antroposofico alla missione e ai compiti assegnatigli dal Mondo Spirituale attraverso il Maestro dei Nuovi Tempi, a causa delle lotte tra personalità e fazioni che perseguivano finalità personali tutt’altro che limpide, per raggiungere le quali da parte di dette fazioni si ricorreva usualmente a strategie aggressive, a calunnie, a diffamazioni, oppure a tatticismi politici, ad alleanze temporanee e trasversali, ad operazioni diplomatiche di vario tipo. Ora, di tutto ciò Marie Steiner era nemica giurata. Per la qual cosa si verificò il fenomeno apparentemente inverosimile ( ma non poi così tanto… ) dell’alleanza di tutti coloro i quali – pur tra loro nemici inesorabili in quanto arrivisti ambiziosi e concorrenti – si coalizzarono riversando odio menzogne e calunnie contro colei che, per difendere l’Opera di Rudolf Steiner, smascherava i loro sordidi interessi, i loro travestiti tatticismi, i compromessi, la loro irrimediabile mediocrità. Ella vedeva come forze disgregatrici di ogni movimento spirituale da una parte l’ambizione e l’arrivismo e dall’altra la vuota sentimentalità e il falso misticismo. Ambedue queste forze sono il risultato del fallimento dell’impresa interiore, deviazioni delle forze originarie dell’anima rispetto alla severità di un impegno spirituale che, per essere autentico, esige energia, slancio, dedizione assoluta.

Un’altra personalità, stretta collaboratrice di quel Lascito che, per volontà di Marie Steiner cura da decenni come compito sacro l’esatta pubblicazione e la diffusione dell’opera del Dottore, in vari colloqui avuti con lei mi descriveva la potente vita interiore – tutta dedita alla pratica della meditazione – della compagna spirituale di Rudolf Steiner, il suo stile di vita addirittura ascetico, la sua disponibilità umana, l’apertura e la generosità nei confronti di quei cercatori spirituali, spesso solitari, che chiedevano il suo consiglio, e talvolta un aiuto, nel cammino interiore intrapreso verso l’Iniziazione.  Mai tale ricorrere a lei fu vano. Molti verificarono quanto vasta e profonda fosse la sua esperienza nel guidare i discepoli del cammino spirituale. Un tale aiuto e orientamento di Marie Steiner nei confronti dei praticanti volenterosi risultarono tanto più preziosi in quanto in àmbito antroposofico la pratica interiore degli esercizi, della concentrazione e della meditazione, furono a lungo – e spesso lo sono ancora – osteggiati e sconsigliati come pericolosi. Il che equivale a svalutare e a calunniare il dono prezioso del Mondo Spirituale portatoci dal Maestro dei Nuovi Tempi. La gravità dei tempi non consente indugi in rimedi illusori e chiunque ami veramente lo Spirito non può non sentire prepotente l’impulso a donarsi con tutta l’anima alla pratica realizzatrice dello Spirito. Da questo punto di vista Marie Steiner costituisce un esempio luminoso per tutti coloro che aspirano all’Iniziazione.

La mia volontà di approfondire la figura spirituale  della compagna di Rudolf Steiner  nasceva dal sentire in lei l’incarnazione del più alto coraggio, di quel coraggio che intuivo essere necessario per percorrere l’arduo sentiero da me scelto. Lo stesso inaudito coraggio che contemplavo vivente in Massimo Scaligero, in colui che spesso sulle pagine de LArchetipo è stato chiamato – espressione mirabile – Il Maestro d’Occidente. Ma la mia volontà di ricerca del mistero di Marie Steiner si scontrava con la mia inevitabile inadeguatezza e con l’abissale profondità di tale mistero.

La persona amica, curatrice del Lascito del Dottore, Hella Wiesberger, mi aiutò rendermi conto della grandezza di Marie Steiner e della ingenuità, anche se comprensibile, del mio tentativo. Mi fece conoscere  le parole  del Maestro su lei, riferite nel 1944 da Johanna Muecke alla euritmista russa Tatiana Kisseleff, che le trascrisse nelle sue note biografiche su Marie Steiner: “ Quando le chiesi se avesse annotato qualcosa sulla vita di Marie Steiner – la conosceva  dal 1902 – rispose che questo era impossibile, dal momento che secondo, Rudolf Steiner, Marie von Sivers era un essere cosmico ”. Anche Emil Molt, il cui nome è legato alla fabbrica di sigarette Waldof-Astoria, si sentì dire dal Dottore nel 1923: ” E’ impossibile scrivere una biografia di Marie Steiner, perché lei è cosmica ”.

E’ dalla sua comunione con l’Anima del Mondo, ossia dal suo essere cosmico, che Marie Steiner traeva il suo smisurato coraggio, la sua grandezza d’animo, la vastità del suo nobile cuore. Ed ella pose incondizionatamente tutto ciò al servizio dell’impulso spirituale portato nel mondo da Rudolf Steiner. E trasformò totalmente se stessa con la disciplina spirituale per servire nel modo migliore, con tutta se stessa, tale luminoso impulso. Non tutti nel movimento antroposofico erano pronti ad accogliere la forza di un tale impulso. Ciò si manifestò, già all’epoca di Rudolf Steiner, come una forma di sorda o aperta opposizione nei confronti di Marie Steiner. Ciò sfociò in forme di avversione nei confronti di lei. Il Dottore ebbe a dire una volta a Clara Walther: “ Vedete, dietro Frau Doktor vi è una forza spirituale così potente che molte persone non possono sostenerla. Nei suoi confronti, taluni perdono addirittura il loro contegno”.  Ciò non poteva  che suscitare contro di lei le reazioni più violente di avversione, suscitate da ignoranza, incomprensione, pavidità, turpe viltà. Tatiana Kisseleff, amica personale oltre che allieva di Marie Steiner, così scrive su di lei: Il tratto fondamentale del suo carattere mi è sembrato essere la donazione di se stessa:portava gl’impulsi sovrapersonali di un’altra spiritualità. Mentre altri la vedevano arbitraria, soggettiva, ingiusta, priva di competenza e poco conoscitrice degli esseri umani, io invece potevo vedere come, tramite lei, si manifestasse un giudizio cosmico, in certo qual modo, un tribunale cosmico. Sentivo in tale modo anche allorché si trattava direttamente di me”.  La sua impersonalità era ciò che urtava la natura troppo personale, umana troppo-umana, di tanti che “sfiorano” la Via Vera senza giungere alla compromissione di tutti se stessi allo spirito. Una tale impersonalità richiede quel coraggio di sacrificare l’effimero personale, il coraggio di Marie Steiner, il coraggio di Massimo Scaligero.

I problemi che si manifestarono all’epoca di Rudolf Steiner hanno continuato a ripresentarsi nel tempo, e riguardano tuttora quella che Massimo amava chiamare la Comunità Solare. La fedeltà alla Via Solare richiede coraggio, il coraggio nasce dalla conoscenza e dal sacrificio della natura inferiore. Sacrificare la natura inferiore è un atto d’amore nei confronti dell’eterno. Da un tale sacrificio nascono all’anima le ali che sollevano al di sopra degli aspetti illusori del mondo che così facilmente avvincono l’uomo debole e bramoso. Massimo scrisse che: “ Solo un sacro amore nato dalla conoscenza può restituire all’uomo la chiave perduta della conoscenza”. Marie Steiner mostrò che non esiste amore senza coraggio e che  non esiste coraggio né conoscenza senza Amore.  

SCIENZA DELLO SPIRITO

Il Fuoco e il Sacrificio

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«L’uomo che tenda alla reintegrazione non può non incontrare gli ostacoli che riguardano la normale condizione umana: lungo il sentiero non può non trovarsi dinanzi quelle barriere che arrestano la vocazione dell’uomo comune e lo costringono a rimanere ciò che è. A un dato momento queste barriere mostrano il loro potere di dominare ferreamente ciò che è possibile all’uomo in quanto semplicemente tale. L’arte è allora vedere sino a che punto giunga questo potere: a lato allo sperimentare umano, il pensiero libero dai sensi può dare simile conoscenza. D’onde la possibilità del libero imaginare, cioè del superamento del limite umano».

Massimo Scaligero

(L’Uomo interiore, Ed. Mediterranee, Roma 1976, p. 94)

È inevitabile per il cercatore spirituale, che voglia essere completamente sincero con se stesso, di partire da quello che egli concretamente è, dalle forze limitate e dalla ancora parziale consapevolezza che possiede. Talvolta il sentiero del cercatore spirituale ha al suo inizio una crisi radicale che travolge le certezze umane, intellettuali, morali – in verità di consistenza solo apparente – della vita cosiddetta “normale” e scuote violentemente tutta la struttura interiore dell’uomo. Questa crisi – radicale – è forse il momento piú prezioso di tutto il suo cammino, quello più intenso e sincero, nel quale il cercatore vede – in taluni casi per la prima volta – in maniera inattenuata il vero aspetto della condizione umana generale, e, soprattutto, quella sua individuale, personale. Questa crisi è il principio del cammino spirituale: principio non tanto, o non solo, in quanto inizio temporale dal quale si prendono le mosse per la ricerca, ma soprattutto come situazione-limite, come stato interiore dell’anima nel quale l’urgenza e il pericolo hanno fatto emergere forze che, altrimenti, avrebbero vegetato nel sonno torpido e ottuso di una condizione vitale e animale indisturbata: in una condizione, appunto, “normale”.

È indubbiamente una crisi molto pericolosa, che sommuove dal profondo dell’anima tutte le forze dell’essere umano, così che questi è costretto a far fronte ad un’emergenza, che violentemente travolge tutto ciò che vi è di autentico in lui e nel mondo attorno a lui. Crisi che il suo essere cosciente – limitatamente cosciente – non ha voluto e che il Destino gli ha portato incontro come un enigma che è per lui vitale sciogliere, come una prova estrema da superare. L’emergenza mette in evidenza quanto poco cosciente, appunto, sia la sua coscienza, quanto radicalmente egli s’inganni sulla saldezza delle proprie “certezze”, quanto relativi, o addirittura falsi, siano i “valori” ai quali, prima della crisi, con ingenua fiducia si affidava e che costituivano la “concretezza” e la “normalità” della sua vita. Se, per viltà o per “ignoranza”, tenta, o s’illude, di evitare l’affrontare la prova – che irrompe repentina e violenta – la crisi può avere un esito catastrofico, addirittura letale.

Non sempre all’inizio della Via vi è questa crisi totale, ma – per quanto ciò possa sembrare paradossale – il verificarsi di essa è da considerarsi un evento particolarmente felice, addirittura un prezioso dono del Cielo, del quale ci si accorgerà presto di dover essere grati, come di un privilegio raro che il destino ci concede, perché questa crisi ci offre l’occasione di un energico risveglio interiore, di una trasformazione decisiva, che può giungere sino alle radici più profonde e nascoste della nostra anima. A quel momento decisivo il cercatore dello Spirito può sempre di nuovo riportarsi: può evocarne l’intensità, il potere risvegliatore e purificatore. In effetti, l’emergenza improvvisa, l’evento critico, ha il potere di mobilitare le forze più energiche dell’Io ed evoca il clima vero dell’anima nel quale si deve svolgere l’ascesi, perché questa sia feconda: dà la misura dell’intensità della forza che ogni volta deve essere impegnata nell’esercizio interiore.

L’aiuto più prezioso della crisi, il suo dono veramente inestimabile, è il dissolvimento della sensazione di apparente “normalità” della vita abituale, cioè il dissolvimento o la demolizione di quella menzogna che stempera l’aspetto tragico dell’esistenza – che è il suo volto autentico – diluendolo nelle banalità della tran-tranquillità quotidiana, e spegne, narcotizzandola, la percezione intensa, anche se dolorosa, dell’urgenza dell’azione interiore che la condizione di pericolo, o la prova estrema, sollecita. La sensazione dell’apparente “normalità” del vivere solito è soltanto un’abitudine emotiva, ossia il ripetersi passivo, sempre più meccanico, di uno stato d’animo obbligato, che venendo subìto in forma sempre meno cosciente, arriva a diventare uno stato cronico, una vera e propria memoria organica, profonda, che come una falsa spontaneità prevarica sull’Io e impone il modo “naturale” di vedere e di agire nel mondo. Questa ipnotica abitudine alla “normalità” ha un effetto anestetizzante – ossia desensibilizzante – sulla coscienza, la cui consapevolezza si abbassa e, come conseguenza di questo intorpidimento, cessa la tensione della volontà, la sfrangia e la disperde, sino a che non vi è più presa su una volontà ridotta al sonno e alla paralisi. Per molti – per i più ormai – è addirittura inconcepibile e indesiderata una condizione dell’uomo diversa da questo turpe servaggio.

Il dissolvimento dell’aspetto di apparente “normalità” di una vita, la cui spenta routine è basata sulla visione ottusa e pigra di certezze approssimative e di valori limitati e scontati, porta l’asceta, che vuole realmente percorrere l’aspro sentiero della realizzazione spirituale, ad attuare coraggiosamente lui stesso, per iniziativa autonoma, quest’opera di destabilizzazione della assestata “normalità” animale, a voler vivere in uno stato interiore di mobilitazione permanente di tutte le proprie forze, ad impegnare in maniera incessante la volontà consacrata in una disciplina alacre, intensa, fervida, serrata, volta ad affrontare risolutamente ogni limite interiore incontrato, a combattere instancabilmente, per superarlo, ad amare, con nostalgia appassionata, questo stato interiore dell’anima assetata d’Assoluto, che non si acquieta nella “normalità” di un’animalità indisturbata, ma è teso a superare con slancio quella barriera con la quale la “natura” domina ferreamente coloro che subiscono passivamente il suo tirannico imperio e contro la quale s’infrangono gli sforzi pavidi ed indecisi di coloro che spensieratamente “giuocano” con lo spirituale e che vorrebbero ridurlo al proprio fiacco livello, per evitarne la travolgenza trasformatrice.

Se al principio del sentiero spirituale non si verifica questa crisi totale – che, ripetiamo, oltre che necessaria è “felice”, “fausta”, in definitiva “augurabile” – è molto difficile che si abbia, nel procedere, l’energia richiesta per una trasformazione radicale di sé. È veramente difficile che si abbia questa energia, perché non se ne scorge la necessità: restando immutata la visione del mondo e della vita, non venendo incrinati dalla crisi e fatti vacillare gli illusori valori sui quali ci si appoggia, non si ha la forza di percepire che la condizione umana è una condizione ad alto rischio, una situazione pericolosa, tutt’altro che stabile e salda, anzi, estremamente fragile e precaria, per la quale sarebbe oltremodo salutare – e salvifico – lo scuotersi dal tramortito sonno della visione “normale” delle cose e della vita e il vincere – ed è necessario lottare per farlo – il modo “normale”, “naturale” e “spontaneo” di un comportamento creduto autonomo e nostro, mentre è soltanto il segno di quanto siamo dominati e giocati da Deità Avverse.

Nella via egoica, si accoglierà dello Spirituale quel tanto che non incide ed altera l’andamento più o meno tranquillo o agitato – a seconda della “natura” che ci domina – della vita abituale. Ovverosia, il centro dell’esistere sarà costituito dal fatto che si mangia, si beve, si lavora, si gioisce e si soffre, si perseguono le proprie varie ambizioni, grandiose o meschine, comunque illusorie: tutto questo lo si chiama “vivere”, lo si ritiene un valore assoluto. A lato di questo “vivere” vi sarà, perifericamente, come comoda cornice egoica, una spiritualità timida e consolante, oppure una spiritualità “culturale”, intellettualmente “interessante”, che porti una nota di colore e un po’ di varietà nella noia esistenziale e nella vacuità sostanziale di un “vivere” spento e ripetitivo, che è un morire e un decomporsi dell’anima, al quale non si ha la forza – per comodità – e il coraggio – per viltà – di opporsi. Per questa ragione, per questo stato di menzogna rispetto alla situazione di concreto pericolo, che si evita di conoscere, e di diserzione con la quale ci si sottrae all’impegno di lottare per lo Spirito, la via egoica impedirà che si proceda oltre i primi passi, paralizzando ogni sforzo che possa destabilizzare lo stagnante status quo.

Nella via eroica, la crisi radicale demolisce tutto ciò, mostrandone l’irrealtà e la distruttività. Il discepolo si accorge dello stato di sordità e di opacità spirituale nel quale era immerso e della paralisi della sua volontà vera, quella capace di movimento autonomo rispetto alle sollecitazioni della “natura”. Al centro del suo esistere viene ora a porsi, come necessità vitale, la ricerca della conoscenza spirituale, la realizzazione del suo autentico essere interiore. Lo Spirituale diviene per lui l’essere reale, concreto, centrale del suo esistere, e l’impegno ascetico è ciò attorno a cui ruota, tutta intera, la sua vita che anela a rispondere al richiamo dell’Assoluto. Questa è per lui la necessità vitale: rispetto ad essa la vita esteriore, che pur vive, con le sue gioie e i suoi dolori, con le sue necessità e i suoi drammi, con i suoi doveri ai quali non si sottrae, diviene provvisoria, contingente: periferica rispetto alla concentrazione interiore continua, intensa, fervida, che la sua consacrazione alla Via spirituale, in quanto via eroica, esige. Ovviamente è inevitabile vivere, e il vivere ha giustamente, al suo livello, le sue necessità, i suoi impegni, che comportano doveri e responsabilità. Ma in quanto valore apparente, illusivamente autonomo, questa vita esteriore, contingente e periferica, se è vista come realtà in se stessa e come scopo a cui volgersi, diviene il campo della frantumazione e della dispersione, proprie alla molteplicità esteriore, contrapposta all’unità e alla concentrazione dell’essere interiore. Nel suo risuonare nell’anima e nell’afferrare il sentire, l’apparire consuma e oscura la vitalità spirituale, erode e paralizza le forze del volere. Alla presa illegittima dell’apparire, l’asceta si sottrae, svincolandosi, “morendo al secolo” – come dice un antico testo ermetico – ossia al mondo, pur rimanendo attivo, cosciente e sensibile nel mondo. È un morire al passivo e involontario assenso che il nostro essere istintivo, “naturale”, “normale”, vorrebbe dare, come in passato, ai valori irreali dell’apparire del mondo, che non è il mondo.

Abbandonata la riva falsamente rassicurante dell’antico modo di esistere, che ora, in conseguenza di questa voluta morte dell’essere apparente, si realizza vuoto e inconsistente malgrado le sue molte lusinghe, ci si inoltra a guadare una perigliosa corrente, e si avverte la necessità di conquistare, con fatica e lotta, nuovi valori e nuove, meno peregrine, certezze. Con la lena di chi tende ad una mèta fortemente anelata, si moltiplicano gli sforzi che, procedendo nel cammino, crescono in numero, intensità e durata, e arrivano a coinvolgere tutto l’essere cosciente. È mutata alquanto la visione del mondo e della vita, e i nuovi valori, ai quali si fa riferimento, sono il risultato di duri sforzi, di aspre lotte, di insistenza tenace oltre ogni sconfitta, oltre ogni inevitabile fase di oscurità e di aridità. Tutto ciò fa procedere per un lungo tratto nel cammino. Poi vi è l’arresto e nuovamente la crisi.

La crisi che sopravviene sembra non abbia possibilità di superamento, in quanto sopraggiunge allorché nell’ascesi – sempre che non ci si sia risparmiati, ovvero non si sia seguita la via egoica – si sono esaurite tutte le forze delle quali si disponeva, ed anche i valori, conquistati a prezzo di dedizione e sforzo, mostrano di essere, a questo punto, anch’essi contingenti e relativi. Per quanto preziosi, anzi assolutamente necessari, si siano dimostrati nel cammino sino ad allora percorso, essi ora mostrano la loro relatività e provvisorietà e, per quanto siano stati utili nella loro trascorsa funzione, oramai esaurita, si rivelano adesso incapaci di farci superare il sopraggiunto limite che ci arresta. Per quanto si continui con ostinata tenacia nell’ascesi, ci si avvede che, continuando così, non si procederà oltre. Ci si senti di fronte ad un abisso che non si riesce a varcare, ad una parete di impenetrabile roccia che non si riesce a superare. Tutto ciò può condurre alla disperazione. Si è coscienti che non si può tornare indietro, che il sentiero percorso è franato o scomparso alle nostre spalle e che questa crisi, qualitativamente diversa dalla precedente, è, come quella, decisiva e altrettanto pericolosa. Se prima si trattava di “morire al mondo”, ora si tratta di “morire a se stessi”, e questo è qualcosa che costa moltissimo, perché si tratta di morire non a un mondo profano e fatuo, del quale si scorgeva la vacuità, bensì a quanto ci siamo duramente conquistati, a quanto è diventato “noi stessi”, al prezzo di superamenti, sforzi, rinunce.

Ancora una volta è necessario essere completamente sinceri con se stessi e riconoscere che i “valori” conquistati, ai quali facevamo riferimento, e la visione del mondo, della vita, di se stessi, alla quale ci eravamo sforzati di giungere, erano quello che, partendo da ciò che eravamo all’inizio del cammino – ossia limitatamente coscienti e solo parzialmente mutati – eravamo in grado di concepire. Ma era, tuttavia, un modo di concepire, di intuire la mèta e il cammino ancora “umano”, ossia ancora soggettivo e provvisorio. Abbiamo detto che la crisi iniziale è importante, perché essa è il principio, ossia il modello, l’archetipo della necessaria trasformazione interiore. Il suo sopraggiungere non era stato da noi voluto: era un dono del Cielo e del Destino. Ma ad esso possiamo sempre di nuovo richiamarci. La sua azione di dissolvimento dell’apparire e del contingente in noi, possiamo audacemente volerla. Possiamo, rovesciando gli appoggi ai quali ci aggrappiamo, aprirci coraggiosamente all’assolutamente nuovo, all’ignoto, ancora inconcepibile, ma presentito necessario e reale.

Per cui di fronte allo spalancato abisso che ci blocca, alla impenetrabile roccia che ci arresta, possiamo, rivolgendoci al Mondo Spirituale, alla Suprema Potenza che regge i destini degli uomini e del mondo, chiedere che venga suscitata in noi l’intuizione vivente del compito che ci attende e che è necessario affrontare. Questa richiesta, meditata, a lungo ripetuta, intensamente sentita, appassionatamente rivolta al Cielo, con sincerità, con slancio, con coraggio, con disperazione, può suscitare la percezione lucida dell’azione interiore richiesta al superamento dell’abisso. Può essere donata l’intuizione o la consapevolezza di quanto prima necessariamente ci sfuggiva, perché non avevamo le forze per concepirlo, e che ora si presenta in tutta la sua concretezza. Quanto intuito, se accolto con coraggio e venerazione, diviene una forza agente, trasformatrice della nostra interiorità e del Destino.

Per impreviste e imprevedibili vie, a questo punto, la vita porta incontro al cercatore compiti e prove talvolta estremamente dure, che trasformano l’esistere in un insonne lottare contro la morte, nel quale l’accelerazione degli eventi non permette piú la stasi inerte, propria alla via egoica.

Questo lottare esige la consapevolezza che la Via non è per noi, ma per il Divino, che il superamento della nostra soggettività, mai esaurito e definitivo, ci apre alla possibilità di fare coraggiosamente nostri – in libertà e per amore – i fini dello Spirito, che il sacrificio del transitorio e dell’effimero, nella visione del mondo e di noi stessi, accende nelle nostre anime il fuoco celeste, la folgore che, percuotendola, dissolve la “natura” inferiore e la riplasma secondo il Logos, che la nostra anima “ignificata” può tuffarsi nell’apparire e riconsacrare ogni aspetto della vita e dell’esistere. Questa trasformazione interiore può portare ad incontrare grandi difficoltà, di fronte alle quali inizialmente ci si potrà sentire non adeguatamente preparati. Potrà portare ad una involontaria solitudine, anche esteriore, per l’intensità e la rapidità degli eventi che violentemente possono irrompere inaspettati nella nostra vita. Potrà portare persino ad una anche troppo prevedibile incomprensione, da parte di molti, rispetto a scelte e ad azioni che rispondono a richieste imperiose degli eventi, e che possono condurre ad un agire tempestivo e talvolta ‘fuori’ rispetto alla conformità alle regole convenute: quindi ‘problematiche’ di fronte alle “abitudini” mentali e morali proprie ad una “normalità” irrigidita, che paventa e resiste di fronte ad una trasformazione radicale.

SCIENZA DELLO SPIRITO

L'incontro con Massimo Scaligero

studio3Il mio incontro con la sua Opera, e pochissimo dopo con lui stesso, avvenne oltre quarantré anni fa. Decisivo per me fu l’incontro personale con lui poiché tale evento sommosse tutte le forze della mia anima. Era una delle ultime giornate di primavera o forse una delle prime della sopravvenente estate di quell’anno. Lo incontrai nel suo studio, in una viuzza della parte gianicolense di Monteverde Vecchio, in quello studio all’ultimo piano di Via Cadolini, che per me divenne presto – anzi sùbito – un luogo sacro, come un luminoso eremo montano o un sacro tempio nel quale era possibile incontrare gli Dèi.

In larga misura avevo letto la vasta, tumultuosa, ed ampiamente contraddittoria, letteratura dell’Occultismo circolante a quel tempo in Italia, e ne avevo tratto idee alquanto confuse su come avrei potuto procedere nel mio cammi­no di formazione interiore. Veneravo le antiche Vie e i luminosi Maestri di un passato che mi sembrava ormai trascorso, ma ero consapevole dell’attuale decadenza che in Occidente, e persino in Oriente, dilagava a livello spirituale. Ero inoltre piuttosto scettico sui tanti se­dicenti “Maestri” che propinavano metodi addomesticati, tendenti a porre al servizio dell’ego bramoso forze occulte per abbeverare l’inesausta sete di potere e di voluttà dell’attuale uomo animalizzato. Tali sedicenti istruttori venivano definiti in antichi testi d’Oriente “prostituti spirituali” ed io concordavo pienamente con tale definizione. Sentivo fortissimamente la necessità di qualcuno che guidasse i miei passi sul sentiero spirituale, ma procedevo inevitabilmente guardingo nei confronti degli allettamenti che con profusione venivano offerti dalla legione costituita dai vari mercanti dell’Occulto. Ho sempre ringraziato il Cielo per l’incontro con Massimo Scaligero perché egli si dimostrò, oltre ogni mia immaginazione, al di sopra delle più esigenti aspettative che un cercatore spirituale potesse avere nei confronti di una Guida o di un Maestro autentico.

Massimo non volle mai né mai permise che lo si chiamasse Maestro. Perciò lo era. Egli diceva spesso (e lo scrisse a chiarissime lettere) che il Maestro è l’Io, e lo si educa nell’interiorità con rigorosa ascesi. Mai, nei numerosi incontri personali – che presto divennero ritmici – o negl’incontri riunioni con gli amici a Via Barrili, ho visto in lui la sia pur minima traccia di vanità; mai l’ho visto compiacersi della deferenza spontanea che tante persone con semplicità e immediatezza inevitabilmente gli portavano incontro; mai l’ho visto venire a patti, per ragioni di convenienza o altro, con la menzogna o coi tatticismi opportunistici di un modo di agire politico che come un malcostume levantino oggi dilaga in ogni campo e che ha infettato purtroppo anche il nostro ambiente.

Nel primo incontro che ebbi con Massimo, ebbi sùbito il senso della travolgenza dello spirito o della Sopranatura. Per la prima volta avevo di fronte non un intellettuale o un filosofo che parlava, sia pure con profondità e correttezza, di dottrine lette in antichi testi e tramandate lungo i secoli da una tradizione fedele e devota: mi fu immediatamente chiaro che Massimo era uno sperimentatore eccezionale del Mondo Spirituale che parlava unicamente di quel ch’egli sperimentava direttamente. Immediatamente mi pose il compito di non perdermi nei labirinti di un inutile apprendimento intellettuale, bensì di passare quanto prima all’azione attraverso una rigorosa pratica interiore. Al centro del cammino iniziatico egli poneva senza attenuazione veruna l’importanza della Via del Pensiero Vivente, l’assolutezza dell’Ascesi del Pensiero-Folgore, non solo come la Via più radicale che il discepolo dello Spirito oggi possa seguire, ma addirittura come l’unica che conduca alla mèta.

Per anni egli fu di una generosità senza pari nel donarmi le indicazioni delle quali avevo bisogno nel mio cammino interiore. La stessa generosità la ebbe nei confronti di chiunque si rivolgesse a lui con sincerità di cuore sollecitando la sua guida fattiva.

E devo dire che Massimo, negli incontri che avevo con lui, fu sempre un energico suscitatore del clima interiore del pensiero puro. Il dono incomparabile che ricevevo ogni volta dai colloqui con lui era il clima della Magia Solare del Pensiero-Folgore. Egli suggellava ed accendeva ulteriormente tale clima col Rito della concentrazione o della meditazione, breve o lunga, praticata insieme, col quale voleva accompagnare ogni nostro incontro.

In tali incontri non lo vidi mai appannato o deconcentrato. La sua presenza interiore, la sua consapevolezza siderea, era potente, dinamica e spontanea. Egli si sentiva sempre totalmente libero, qualunque fosse la situazione in questione, nei confronti della persona che aveva di fronte.

Parlava sempre partendo unicamente dalla reale richiesta, ossia dalla necessità interiore dell’anima di chi si rivolgeva a lui, indifferente all’effetto piacevole o spiacevole che le sue parole potevano suscitare nella poco consapevole psiche di chi lo ascoltava. Così come era assolutamente indifferente alla lode e al biasimo, alle opinioni che gli altri potevano farsi di lui. In chi lo incontrava non tollerava recitazione spirituale o morale ch’egli, ogni volta, inesorabilmente smascherava. Abbatteva energicamente ogni forma, palese o travestita che fosse, di ambizione, di opportunismo, di arroganza, di vanitosa intellettualità. Non blandiva mai in coloro che a lui si rivolgevano quei lati morbidi della personalità morale con i quali molti fanno molteplici compromessi, rivestiti delle più svariate giustificazioni dialettiche. Nei confronti delle inevitabili debolezze e degli errori di chi segue l’arduo sentiero dello Spirito, Massimo era tollerantissimo. Quella che non tollerava mai era la menzogna, la recitazione di esperienze interiori puramente immaginate.

Non si faceva alcuna illusione circa la tenuta spirituale della cerchia dei tanti che nominalmente si richiamavano a lui e che in ben pochi avrebbero potuto dirsi veramente suoi discepoli. Molti diluivano la sua severa indicazione ascetica in un misticismo sentimentale o in un verboso dialettismo intellettuale: né più né meno come accadde nei confronti di Rudolf Steiner e della Ascesi da lui indicata. In realtà ben pochi attorno a Massimo Scaligero erano i praticanti interiori. Pochissimi, poi, colsero la centralità della Via del Pensiero.

Una volta, ero allora ancora molto giovane, mi disse: “Non ho nessuno a cui trasmettere la fiaccola!”. E ad un mio amico che gli chiedeva che cosa sarebbe accaduto dopo la sua scomparsa, Massimo disse: “Sei mesi dopo la mia morte, sarà tutto finito”. Quell’amico me ne ha reso varie volte esplicita testimonianza. Ciò spiega tanti eventi accaduti immediatamente dopo la sua dipartita e negli anni successivi.

Tuttavia, la mia non è e non vuole essere una posizione pessimistica. La volontà consacrata, veicolo della esperienza trasfiguratrice dell’idea, può compiere il miracolo della trasformazione radicale di un essere umano fiaccamente adagiato nella ottusa vicenda corporea, condizionato da una psiche nevrotica e istintiva, stordito da un illusorio apparire che gli si impone con la usurante magia dei suoi falsi valori, in un uomo spirituale, fondato sull’inesauribile forza originaria dell’Io, aperto alla realtà del mondo spirituale e perciò capace di superare ogni limite.

È vero che ci è stato dato in sorte di vivere in un’epoca spiritualmente tragica e pericolosa, ma Massimo ha insegnato che proprio nelle epoche di pericolo il Mondo Spirituale dona all’uomo le sue forze più potenti e rende possibili le più audaci imprese spirituali. Inoltre Massimo nella sua Opera è stato prodigo di indicazioni operative come forse nessun altro, e ci ha dato strumenti potenti per realizzare l’impresa interiore.

Solo, non dobbiamo smarrire il cuore dell’Ascesi Solare da lui indicata: quell’esperienza del pensiero puro che, partendo dal livello del pensiero libero dai sensi, audacemente s’innalza, intensificandosi, sino ad essere quella Forza-Folgore del Pensiero Vivente che è la veste di Luce e d’Amore del Logos. Occorre donarsi con slancio alla pratica interiore, amare la concentrazione, quella concentrazione che Massimo affermava che, coltivata con assolutezza, può da sola condurre all’Iniziazione e all’esperienza del Mondo Spirituale. Infine, occorre fare della gratitudine e della fedeltà a Massimo l’Arte della memoria interiore di un compito che non deve essere smarrito bensì perseguito con impeto e coraggio.

SCIENZA DELLO SPIRITO, ,

UN MAESTRO SEVERO: MASSIMO SCALIGERO

L’incontro con Massimo Scaligero fu per me, come sicuramente per altri, l’incontro con l’esigenza di un’ascesi severa. Massimo, che non tollerava intellettualismi né recitazioni, mi pose subito, sin dal nostro primo incontro, l’istanza energica di una realizzazione concreta: la richiesta dell’Io a se stesso di un pratica interiore capace di realizzare lo Spirito. Devo dire che le sue indicazioni si dimostrarono nel tempo preziosissime, perché esse mi permisero d’impostare la mia vita interiore in una direzione tale da salvarmi dall’intellettualismo parolaio e dalla superficialità sentimentale: ossia da quei pericoli che da subito minacciano di paralizzare lo sforzo e l’anelito del discepolo verso lo Spirito.

Al primo posto Massimo pose l’esigenza della disciplina individuale. Nell’Ascesi un posto di preminenza solare spettava alla pratica – intensa, fervida, ripetuta – della concentrazione, la quale, intensificandosi sino a realizzarsi come concentrazione profonda e contemplazione della pura forza pensiero vuota di pensieri, può – da sola – condurre all’esperienza del momento del pensiero folgorante, del Pensiero Vivente, che al di là dell’illusoria frantumazione della molteplicità è la veste di Luce e d’Amore della realtà originaria del Logos, della manifestazione di quell’Uno Unissimo che Dante chiama Amore Sovrano. La concentrazione poteva – Massimo Scaligero su questo punto fu assolutamente esplicito – condurre da sola sino all’Iniziazione.

Una pratica ulteriore della formazione interiore, indicatami da Massimo, fu lo studio – anch’esso intenso, fervido, ripetuto – dei testi di quella che – secondo un’antica e mirabile tradizione medievale – potremmo chiamare la Sapienza Santa. Ma questo studio non è un intellettuale glossare e rimuginare contenuti concettuali, bensì un meditare concentrativamente che porti il praticante interiore a realizzare quei contenuti: ossia a divenirenella mente, nel cuore, nell’anima tutta – quei contenuti stessi. L’intellettualismo paralizza e offende quel­l’angelica intelligenza celeste che è l’autentico Spirito del cuore. Lo studio va, dunque, condotto con Intelletto d’Amore.

Una terza pratica interiore, sulla quale Massimo ha dato anche a talune altre persone indicazioni chiarissime ed essenziali – è il Rito della meditazione in comune. Egli avversava esplicitamente la tendenza di molti a ritrovarsi in riunioni di discussione e commento di testi e argomenti spirituali, nelle quali regolarmente viene attuata la dispersione dell’atmosfera spirituale e la liquefazione di quei contenuti sacri attraverso la dialettica profanatrice.

La meditazione in comune è un Rito sacro, e deve essere eseguita con lo stesso ardore, con la medesima consacrazione interiore con la quale si eseguono la concentrazione e la meditazione individuali e lo studio meditativo dei testi della Scienza dello Spirito.

Anzi, tutte e tre le pratiche, indicatemi da Massimo per l’Ascesi realizzatrice, sono Riti sacri, da eseguirsi – tutti – con animo ieratico, con amore, con gioia, coscienti che essi sono la più alta azione che un essere umano può compiere sulla Terra, un’offerta sacrificale fatta agli Dèi e ai fratelli umani.

Massimo più volte disse – e scrisse – che la contemplazione è la più alta e potente forma di azione umana, la quale naturalmente non esclude, anzi esige e promuove, l’azione morale nel mondo.

Questi furono i doni preziosi che ricevetti da tanto Maestro. Le sue indicazioni orientarono la mia vita esteriore e soprattutto quella interiore. La Comunità Solare, come Egli amava chiamarla, dovrebbe fare di tale triplice Rito motivo di vita, di fervido slancio realizzativo, e mai dimenticarli.

Poiché dimenticare è sempre tradire. Ma chi veramente ama non può tradire, perché non può, non vuole, dimenticare. Perché un cuore che ama ricorda, ed è perciò sempre ricolmo d’Intelletto d’Amore.

SCIENZA DELLO SPIRITO

Il Coraggio e la Consacrazione

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Il Coraggio e la Consacrazione

La disciplina dell’anima e la meditazione di cui si è parlato dovrebbero diventare motivo dell’esistenza quotidiana, presso il normale decorso della vicenda esteriore: dovrebbero essere la ispirazione di fondo, l’abitudine vitale, mentre ogni volta il superamento del limite raggiunto dovrebbe essere possibile oltre ogni prova, difficoltà, ostacolo. Non vi è ostacolo che così non possa essere superato: occorre volere sempre nell’unica direzione, senza sosta, sempre la medesima idea, il medesimo culmine, la solitaria altezza, con animo teso a spezzarsi, teso sino all’estrema possibilità, oltre se stessi, così che ogni dolore risorga come un puro sentire, ogni avversione divenga nulla, tutto l’effimero si stemperi e svanisca nella metafisica trasparenza di un mondo che è infine realtà: quello in vista del quale il mondo che si ha ora intorno è caotico, impossibile, illogico, senza direzione e senza speranza.                 

Massimo Scaligero 

Queste parole severe, austere, scritte oltre cinquant’anni fa nell’Avvento dell’uomo interiore, esprimono in maniera chiara e radicale quale debba essere l’atteggiamento interiore necessario a percorrere il sentiero spirituale e il clima dell’anima, nel quale si deve svolgere l’ascesi di colui che, sentendo il richiamo dell’Assoluto, vuole rispondere all’Appello del Mondo spirituale. L’ascesi interiore non è un’attività ricreativa o diversiva, volta a distrarre dalla routine o dalla noia di una vita quotidiana vuota e ripetitiva; non è un training o una ginnastica psichica, che debba far conseguire prestazioni eccezionali, per soddisfare la brama di vita e le velleità dell’ego; non è neppure un sedativo consolatorio o un narcotico che ci aiuti ad evitare, comodamente, le paure o le pene che la fatica di esistere, con indesiderata generosità, in abbondanza ci dona.

L’ascesi interiore, il sentiero della iniziazione ad una più alta vita spirituale, è una via eroica che vuole portare il discepolo ad una totale trasformazione dell’anima, tale da renderlo capace di rispondere all’Appello del Mondo spirituale. Per metterlo in grado di rispondere sinceramente e autenticamente a questo Appello, l’ascesi lo deve rendere forte – ma non si tratta della forza ordinaria – e lo deve rendere cosciente. Non è un training o una tecnica, è un sentiero sacrale e necessita dell’intenso clima conoscitivo, volitivo e morale descritto nelle parole dell’Uomo Interiore. È una Via – sacra – che deve rendere l’asceta tanto forte e cosciente da essere egli capace di attuare la consacrazione di sé.

La consacrazione di sé è la risposta all’Appello del Mondo spirituale. La consacrazione integrale di sé è l’unica risposta possibile a questo Appello: è l’unica possibile perché è l’unica sincera, l’unica autentica.

Questo Appello, questa chiamata, che si manifesta ormai con un’urgenza sempre crescente ed un’insistenza pressante che non hanno uguali nel divenire dell’umanità, richiede – esige – una risposta. È un Appello che, oggi, piú che come una chiamata, risuona, sempre piú alto e forte, come un drammatico grido d’allarme, come un incitamento impellente ad affrontare energicamente – e coraggiosamente – la battaglia suprema contro potenze antispirituali, la cui azione può rivelarsi fatale – o addirittura annientatrice – nei confronti dell’uomo.

A chi è rivolto questo drammatico Appello; chi è chiamato, in questo tragico momento, a dare la risposta risolutrice? L’Appello è rivolto all’Uomo e alle comunità spirituali.

È rivolto all’Uomo perché – prima che sia troppo tardi – egli si scuota dall’ubriacatura ottenebrante che lo lega ad un apparire effimero e illusorio, risvegli nel proprio cuore la memoria della sua essenza eterna, si ricordi della patria celeste dimenticata, della sua originaria grandezza spirituale da lungo tempo smarrita, divenga consapevole dell’alta missione legata al suo lottare terrestre – vita est militia sacra super terram – e affronti risolutamente, con coraggio, l’impresa affidatagli dal Cielo e dal Destino.

È nel cuore che deve risvegliarsi questa memoria celeste, ed è dal cuore che deve essere attinto il coraggio necessario a tanto ardua impresa.

Il Mondo spirituale rivolge questo Appello, questa chiamata, all’Uomo nella sua universalità e alle comunità spirituali, ma è l’individuo, il singolo uomo che deve rispondervi. La richiesta, l’invito alla compromissione interiore, è rivolta a ogni uomo, ma la risposta non è imposta ad alcuno: soltanto in libertà e per amore l’individuo, il singolo uomo – in una autonomia totale e in una solitudine interiore assoluta – sceglie di rispondere all’Appello dello Spirito, al richiamo dell’Assoluto, con la consacrazione integrale di sé.

Questa risposta al richiamo, questa scelta di compromettersi totalmente e definitivamente con l’Assoluto scaturisce dal coraggio del cuore, acceso dalla memoria celeste. È opera della intelligenza celeste del cuore che è, appunto, Intelletto d’Amore. Non può, quindi, non essere una via d’audacia e di dedizione: una via eroica d’Amore.

Che cosa impedisce, allora, all’uomo singolo di rispondere senza indugio a questo urgente Appello, che cosa fa sì che egli si sottragga, pavidamente e irresponsabilmente, ad un compito che, in maniera sempre più decisiva, l’incalzare degli eventi gli pone dinanzi e che le prove estreme esigono da lui di affrontare, senza concedere spazio al disimpegno, al procrastinare, alla fiacchezza, alla latitanza? È uno stato di profonda “ignoranza”, che in molti uomini si manifesta come una condizione di sordità e di ottusità del cuore, di offuscamento e di opacità dell’anima, di stordimento e di alienazione della coscienza spirituale. In tale condizione l’intelligenza celeste del cuore è paralizzata perché l’anima è tramortita, immersa in uno stato comatoso, come morta. Per cui si può dire che nell’uomo, che sia totalmente immerso nell’“ignoranza” – e sono i piú – è spenta la luce dello spirito, perché questo non conosce; è estinta e morta la vita del sentire, perché in tale stato di sordità e ottusità del cuore celeste nulla risuona; è inerte e paralizzata la forza del volere originario dell’anima, perché questa non ama. L’anima non ama, perché non sente e non conosce. Tradisce se stessa e il Cielo per viltà nata da ignoranza. E questo rinnegamento codardo ha conseguenze pericolose, letali, come letali sono le acque del Lete che procurano un oblio di morte.

Non vi è Sapienza o Conoscenza celeste senza Amore; non vi è Amore senza coraggio; non vi è coraggio senza fedeltà; né fedeltà senza consacrazione. Il compito, quindi, è quello di conquistare la forza di attuare la consacrazione di sé allo Spirito. Ma l’uomo, generalmente – anche se spiritualista – teme questa forza, come teme lo sforzo di conquistarla, e teme soprattutto la trasformazione totale dell’anima che l’attuarsi di questa forza comporta. Per cui egli si abbandona alla necessità e alla fatalità, siano esse d’ordine materiale o spirituale. Non concepisce, anzi evita di concepire, una possibilità diversa, attiva, responsabile e coraggiosa. Il piú delle volte immagina anche il Divino o il Mondo spirituale come qualcosa di necessario e di fatale. Desidererebbe che lo Spirito lo afferrasse o lo travolgesse, senza la sua iniziativa e senza la sua responsabilità. Il Divino lo dovrebbe assolvere dal faticoso compito di scegliere, di lottare, di realizzare: vorrebbe – anzi bramerebbe – essere posseduto dal Divino che dovrebbe funzionare in lui, al posto suo, in maniera meccanica, automatica.

Proprio questa è la viltà dell’uomo: la sua rinuncia a conoscere lo Spirituale autentico, l’abdicazione all’atto libero di essere coscientemente l’Io, il Soggetto autonomo, responsabile, del conoscere e dell’agire. È proprio da questa visione fatale e necessaria dello Spirito e del Divino che nasce l’anelito alla via egoica, ossia ad una via comoda che lasci indisturbato il dominio che la fatalità e la necessità hanno sull’uomo, dominio che non è del Divino o dello Spirito, ma delle potenze antispirituali che vogliono l’asservimento o l’annientamento dell’uomo.

La Via spirituale è la Via eroica, proprio perché l’asceta, mosso dall’intelligenza celeste del cuore, da Intelletto d’Amore, lotta contro la necessità e la fatalità, l’apparente onnipotenza degli Ostacolatori – che lo legano al divenire sensibile e al suo invadente risuonare nell’anima. Egli accetta che vengano messe nelle sue mani la responsabilità e le redini della sua esistenza esteriore e interiore, perché «delude gli Dei chi vuol dipendere dagli Dei», e quindi il suo andare avanti comporta un incessante lottare. Il lottare contro il sonno della coscienza, contro la seduzione ad abbandonarsi alla fatalità “naturale”, la rinuncia ad appoggiarsi ad una spiritualità tradizionale ormai esangue e spenta, lo portano ad essere un “lottatore contro la morte”.

«Qui si convien lasciare ogni sospetto; ogni viltà convien che qui sia morta». Non vi è piú aiuto o sostegno da verità già fatte o da regole trasmesse alle quali sia sufficiente conformarsi: si possono accogliere quelle verità o adeguarsi a quelle sapienti regole e restare tuttavia morti nell’anima, perché ci si aspetta che esse funzionino da sé, fatalmente o meccanicamente, come un fatto “naturale”, necessario, automatico. Tutto ciò è la morte dello Spirito, e contro questa morte, contro tutto ciò che è “naturale”, automatico, necessario, ripetitivo, abitudinario, deve imporsi l’atto dello Spirito. Non può non essere una lotta coraggiosa, risoluta, tenace, inesorabile, instancabile, malgrado tutto ciò che l’usura della quotidianità e l’“immane potenza del convenzionale” oppongono a questo atto dello Spirito: non può non essere una via eroica.

Nel suo stato di “ignoranza” non solo l’uomo non conosce, non sa, ma neppure sa di non sapere. Non soltanto non conosce la realtà spirituale del mondo e la propria essenza spirituale originaria, ma non sospetta neppure quanto il suo stesso atto del conoscere sia deformato e corrotto. Ignora lo spirituale che non conosce ed anche la propria incapacità a conoscere. In questa condizione ottusa spesso avvicina la Via spirituale, e fatalmente è portato ad accostarla con la stessa maniera “naturale” di conoscere che gli è abituale e che egli ritiene necessaria e ovvia. Questa maniera “naturale” di conoscere in realtà gli porrà ostacoli sin dai primi passi del cammino e spesso lo arresterà, facendogli ritenere che in fondo si tratti si solo di acquisire certe conoscenze o di “sapere” certe verità, lasciando più o meno immutato tutto il resto della propria natura. Le verità così acquisite da questo “sapere” nel tempo si accumuleranno, andando a formare nell’anima una sorta di stratificazione geologica di conoscenze morte. In taluni casi, specialmente nei primi tempi, il contatto con queste verità potrà accendere il sentire, che però tenderà rapidamente ad esaurirsi, dando luogo ad una superficiale emotività o ad una grigia e gelida intellettualità.

L’Appello del Mondo spirituale è rivolto all’individuo e alle comunità spirituali. Ma è il singolo che compie l’ascesi individuale solitaria e l’ascesi individuale compiuta ritualmente in armonia insieme ad altri, concordi a rispondere come lui al richiamo spirituale. È il suo agire che renderà sana ed efficace l’ascesi solitaria e l’azione rituale comune. Altrimenti opererà in maniera sterile, spesso distruttiva.

Il conoscere è vero e autentico quando trasforma colui che conosce, e la conoscenza spirituale è una conoscenza sacra: esige la consacrazione del conoscere e di colui che conosce. Il sentiero occulto comincia veramente quando ci si accorge non solo che non si conosce lo spirituale e non si è capaci di conoscere veramente, ma anche che, così come siamo, senza una radicale trasformazione, siamo incapaci di imparare a conoscere. La conoscenza spirituale – anzi tutta la conoscenza – deve diventare un Rito interiore sacrificale dell’anima e l’anima deve essere educata alla sacralità del conoscere. Per questo, il primo passo di questa educazione dell’anima è quello di imparare ad imparare. Una volta riconosciuta l’incapacità della conoscenza esteriore ad imparare, soltanto lo Spirituale può insegnare l’assolutamente nuovo: imparare ad accogliere la conoscenza vivente dello Spirito, in modo che nel discepolo che l’accoglie si operi una fecondazione e una trasformazione totale dell’anima. Tutto ciò richiede un sacrificio e una consacrazione: il coraggio di sacrificare il morto sapere, il coraggio di liberarsi del cascame del morto pensare intellettuale e la consacrazione dell’anima alla conoscenza vivente dello Spirito. Il discepolo apprende ad educare il pensiero ideante a farsi con amore forma del Soprasensibile, ad educare l’anima a venerare questa sacra operazione del conoscere. Questo Rito della resurrezione del conoscere dal cadavere della conoscenza morta viene incessantemente rinnovato, con fedeltà consacrata, nella concentrazione, nella meditazione, nello studio devoto della Sapienza Santa, oltre e malgrado ogni ostacolo, sino a far sorgere quel “coraggio dell’impossibile” che è richiesto nella prova suprema. Il secondo difficile passo è quello di realizzare la continuità di questa fedeltà consacrata nell’ascesi solitaria e nell’ascesi rituale comune. Essa deve vivere nel cuore e nell’anima come un intenso clima di devozione per la conoscenza, di appassionato slancio per l’ascesi, di amore per l’Assoluto. Ci è stato insegnato che il sentire è vero solo quando sente il Divino, e poiché il sentire che si accende per l’effimero e l’illusorio è la menzogna che oscura la luce dello Spirito, ottunde il cuore celeste e paralizza il volere, occorre sacrificare un’emotività che è la periferica, superficiale eccitabilità dell’anima a custodire, vegliando, il sentire celeste che, come una siderea fiamma, arde sull’altare stellare del cuore. Verrà un momento, cruciale, nel quale la consacrazione, la fedeltà, il coraggio, l’amore per l’Assoluto daranno la forza di compiere il terzo passo: quello di morire iniziaticamente: di affrontare per Amore – «zelus tuus devoravit me» – quella prova suprema di fronte alla quale si possa dire: «Il mio cuore non trema!».

La Via è difficile, ma anche l’attuale momento lo è. È un momento difficile ed estremamente pericoloso. Lo è per tutti: per i singoli, per i popoli, per le comunità spirituali. Non è concesso di rimandare ulteriormente l’affrontare prove dal cui esito dipende non solo l’ulteriore cammino, ma addirittura l’ulteriore esistere come esseri spirituali.

Questo è un mondo che, coinvolgendo in un apparire illusorio, erode a grande velocità le forze interiori dei singoli e disgrega le comunità spirituali, deviando gli uni e le altre verso quella via egoica, che è la via comoda della rinuncia a lottare per realizzare lo Spirito, quella dell’impossibile adeguamento dello Spirituale ai bisogni della pavida fragilità umana – che non sono i bisogni dello Spirito – che accetta una coesistenza pacifica col male purché gli Ostacolatori lascino indisturbati la torpida inerzia e il sonno comatoso di una “natura” che in noi non vuole saperne di trasformarsi ed attua ogni misura possibile per opporsi al proprio risveglio. Viene ad attuarsi cosí un patto scellerato con le Deità avverse nell’irragionevole speranza di essere poi risparmiati da queste, dopo aver disertato la lotta e aver tradito la propria anima e lo Spirito. Oltre che un’ingenuità questa è una menzogna distruttiva, un’illusione oltremodo pericolosa.

Il rispondere all’Appello del Mondo spirituale è la via eroica: è la via del coraggio e della consacrazione di sé. Questa consacrazione non può che essere integrale: nel pensare, nel sentire, nel volere. È un atto che richiede molta forza. L’ascesi costruisce in noi la forza che supera i limiti di una “natura” labile e paurosa. Ma occorre amare l’ascesi, amare la concentrazione e la meditazione, donandosi ogni volta ad esse con l’impeto e la dedizione di tutta l’anima.

Il rinnovarsi incessante di questa consacrazione è la fedeltà: fedeltà alla Via del pensiero vivente, fedeltà al Rito della resurrezione del conoscere che si attua ogni volta nell’ascesi individuale solitaria e in quella rituale comune. Il rispondere all’Appello dello Spirito è il coraggio della compromissione con l’Assoluto, è lo slancio d’amore al quale risponde a sua volta il Cielo, donandosi con la sua illimitata generosità.

Massimo Scaligero è stato, per taluni di noi, il Virgilio che ci ha tratto dalla selva selvaggia e dalla diserta piaggia; ci ha indicato il cammino alto e silvestro, percorrendo il quale è possibile passare da uno stato di tramortimento e di morte al risveglio spirituale, ad una vita nova dell’anima. Lungo questo aspro sentiero egli ci è stato esempio vivente di come sia possibile volere, comunque, realizzare lo Spirito, qualunque sia per noi il punto di partenza, inevitabilmente inadeguato. Ci ha insegnato che è necessario vivere vivi e non morti, che occorre vivere nello slancio, nell’impeto, nella dedizione assoluta, lottando con entusiasmo per la realizzazione di un’idea, per un ideale vivente, per un essere, per i quali si può con coraggio vivere, gioire, soffrire, compromettersi, anche morire. Che rinunciare a lottare per lo Spirito significa morire nell’anima; significa, per il più turpe dei motivi, per viltà, sentirsi indegni di vera vita.

Massimo Scaligero ci ha mostrato che alla disciplina interiore, alla concentrazione e alla meditazione possiamo dare tutto di noi, e che ad esse possiamo chiedere, per amore dello Spirito, le più audaci trasformazioni interiori. Questa disciplina interiore, l’ascesi del pensiero è la forza vivificante e la ragion d’essere della comunità spirituale, che non deve essere smarrita, non deve essere attenuata o appannata dalle menzogne fuorvianti – intellettuali o sentimentali – che gli Ostacolatori vorrebbero sostituire alla Verità dello Spirito.

L’ascesi del pensiero, la disciplina della concentrazione e della meditazione, sono la risposta all’Appello del Mondo spirituale. Esse attuano la consacrazione e la trasformazione radicale di sé: per questo sono la via eroica, la via solare, la via del coraggio e della fedeltà, la via dell’Amore.

SCIENZA DELLO SPIRITO, , , , , , , ,

La Via eroica e la via egoica

Ascesi vera è quella che dà modo al Logos-folgore di percuotere la natura vitale-animale: la quale tende a serbare intatti i propri processi psicofisiologici, in cui è inserita la necessità della Morte. La natura vitale-animale non va fornita di poteri spirituali, bensì trasformata. Questa trasformazione, quando è autentica, è sostanzialmente un processo di distruzione e di riedificazione.
Massimo Scaligero
Il Logos e i Nuovi Misteri, Teseo, Roma 1973, pag. 75.

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Che cosa significa voler seguire una Via spirituale? Sostanzialmente significa compromettersi totalmente e definitivamente col Mondo Spirituale: un atto di consacrazione di sé all’Assoluto. Significa voler rispondere sinceramente e senza riserve ad un appello del Mondo Spirituale. Appello che mai è stato tanto urgente quanto in questa epoca di oscuramento, di caos e di pericolo.

Che questa sia un’epoca di estremo pericolo è evidente a chiunque voglia vedere veramente, in maniera inattenuata, la situazione e non voglia né illudersi sulla reale portata del pericolo né credere di poter risolvere l’emergenza con mezzi palliativi e consolatori. Occorre, perciò, avere il coraggio di voler vedere le cose come sono, di non sottrarsi alla visione e alla consapevolezza concreta del pericolo.
Ma colui che è stato – almeno per taluni di noi – Maestro di sapienza, di coraggio e di azione interiore, ci ha insegnato che quest’epoca di estremo pericolo è per noi un’epoca oltremodo preziosa, poiché proprio nelle epoche di pericolo il Mondo Spirituale proietta sulla Terra le sue forze più potenti, ed in esse perciò sono anche possibili le realizzazioni spirituali più audaci, difficilmente attuabili in epoche ormai trascorse più a misura dell’uomo spirituale, nelle quali lo spirituale era più immediatamente avvertibile dall’uomo, che perciò era meno stimolato all’iniziativa autonoma e cosciente.

Oggi, invece, la condizione dell’uomo è di estrema fragilità, di estrema labilità e precarietà interiore. In questa condizione di fragilità e precarietà l’uomo si trova sull’orlo del baratro nel quale rischia di precipitare. Di fronte all’uomo si presenta lo spalancato abisso della caduta nel subumano, che rischia di inghiottirlo definitivamente. L’ammonimento salutare è che «l’esperimento uomo potrebbe anche fallire».

L’appello del Mondo Spirituale è l’appello ad affrontare risolutamente le incalzanti forze degli dèi distruttori, a risvegliare la memoria del còmpito eroico che l’uomo si è assunto nel discendere in questo mondo materiale, apparentemente dominato dagli Ostacolatori. Sta unicamente all’uomo raccogliere l’appello e portare fino in fondo la lotta.

In realtà l’uomo è esattamente dove deve essere: il problema, il pericolo, è che non vi è come vi deve essere. Di fronte all’incombente pericolo, egli è in una condizione di stordimento e di fatuità: si muove in esso cercando di sfuggire la consapevolezza della sua tragicità che, pure, nelle profondità di sé, con paura, egli presente. Per cui nel tentativo di evitare il confronto, per lui doloroso, con questa prova che non concede scampo, si dà alla ricerca di surrogati o di narcotici sedativi: sceglie di “giocare”, di “divertirsi”, coinvolgendosi nelle fattualità gioiose o dolorose che il suo esistere quotidiano gli porta incontro. Tenta così di “divergere” dalla mèta a lui destinata, di sostituire qualcosa di “diverso”, di più “umano”, al còmpito al quale deve far fronte, ma che teme. Tuttavia questo “divertimento”, questo “divergere” dalla mèta, porta sempre di piú a conseguenze disastrose. Sempre di più il dolore, la malattia, la morte abbattono le fragili barriere dell’autoillusione, con le quali l’uomo vorrebbe proteggersi, sottraendosi alla lotta.

Anche quando incontra la Via spirituale, vi è continuamente nell’uomo la tentazione di rendere più accettabile, meno faticoso, l’aspro sentiero. Anche nell’incontro con le verità spirituali egli può cercare di evitare il loro potere dirompente nell’anima, di attenuarne la forza che travolge la mediocrità umana, di conciliarle, diluendole, con le esigenze di una natura animale che non ne vuole sapere di trasformarsi. Per cui è facile la tentazione di “aggiustarsi” la Via ad uso e consumo della personalità egoica. Il che, naturalmente, è un tentativo illusorio, destinato in modo salutare e istruttivo, per sua fortuna, a fallire.

Occorre distinguere rigorosamente – questa è la prova cruciale dell’autoconoscenza – che cosa noi chiediamo al Mondo Spirituale, o alla Via Spirituale, e questa è la via egoica, ossia la via comoda con la quale ci illudiamo di poter ridurre lo spirituale alla nostra dimensione umana-troppo umana, e che cosa invece il Mondo Spirituale chiede a noi, e questa è la via eroica, ossia la via scomoda, con la quale decidiamo di esigere da noi stessi di portarci oltre quello che ordinariamente siamo come esseri naturali, cioè come esseri psichici, biologici, istintivi, animali. Scegliere la via eroica è decidere, per attuare la consacrazione di sé e rispondere all’appello del Mondo Spirituale, di superare ciò che ci arresta nel cammino interiore intrapreso.

La scelta tra la via egoica, comoda, e la via eroica, scomoda, è ogni volta la prova interiore della scelta tra la paura e il coraggio, la prova della scelta tra il desiderio dell’oblio, dello stordimento naturale, e la volontà della memoria del còmpito spirituale. Ogni volta è la scelta da rinnovare, perché nello Spirito non si può vivere di rendita sul già fatto, sul moto d’inerzia del passato. Al contrario lo Spirito, ogni volta, è l’atto creatore, inesauribilmente capace di nuova accensione e di slancio per l’Assoluto.

La via egoica è comoda, perché l’identificazione con l’essere naturale porta all’oblio del proprio essere originario, alla paralisi delle forze spirituali, al sonno e al tramortimento nella vita somatica e psichica. In questa condizione di oblio e di sonno ha luogo un continuo atto di tradimento dello Spirito: la memoria del còmpito interiore è smarrita. La via egoica è la via della paura, perché in questa condizione di servaggio animale viene cercato il godimento voluttuoso di questo oscuramento interiore e viene temuto e avversato tutto ciò che può scuotere questo servaggio, dissolvere questo voluttuoso sonno. Come in uno stato d’incantamento e di fascinazione, l’uomo patisce e gode il processo distruttivo del proprio oscuramento.

La via eroica è scomoda, perché esige la volontà e lo sforzo tenace di liberarsi di una ormai antica schiavitù, di riconquistare in forma nuova lo stato primordiale smarrito: è lo sforzo di fare, ogni volta, risorgere e incessantemente attuare la memoria dello Spirito. È questa memoria dello Spirito che scioglie dalla paralisi le impietrate forze interiori, che dissolve il sonno e la paura.

Questo continuo atto della memoria rinnovata diviene il Rito del coraggio e della fedeltà. La via eroica è la via del coraggio perché deve affrontare risolutamente una “natura” sapiente, potente, astuta, tenace, apparentemente inesauribile. È la via del coraggio perché – essendo coscienti che rimanere come siamo significa essere inservibili per lo Spirito – esige una trasformazione radicale di noi stessi.

Finché siamo troppo deboli per trasformarci, finché siamo afferrati senza residui dal risuonare invadente dell’apparire illusorio del mondo nella nostra anima, finché siamo continuamente in balìa dell’ondeggiare degli stati d’animo, finché siamo trascinati e travolti dalle emergenze istintive, c’è ben poco che noi possiamo fare per lo Spirito. Semmai è lo Spirito che deve fare qualcosa per noi.

Attraversando situazioni critiche, molti si avvicinano alla Via spirituale proprio perché ricevono da essa equilibrio, chiarezza interiore, maggiore serenità, rafforzamento della volontà. Ovviamente, tutto ciò è giusto e persino necessario. Ma non è ancora la Via spirituale: è ancora la via egoica.

La via egoica può temporaneamente soddisfare, per taluni, l’esigenza di ritrovare un certo benessere interiore smarrito nelle alterne vicende della vita, ma non spingerà mai il discepolo alla radicale trasformazione di sé. Solleciterà la pratica dell’ascesi e degli esercizi nella misura in cui porteranno un contributo a questo “benessere” interiore, ma li bloccherà inesorabilmente non appena questi cominceranno a scalzare le fondamenta del servaggio alla natura animale. La trasformazione radicale di sé è frutto unicamente di una audace risoluzione, di una decisa volontà di superamento di se stessi e dei propri limiti.

La difficoltà ad affrontare risolutamente questa “natura” astuta e tenace, che ci domina e ci manovra, nasce dal fatto che questa “natura” è all’interno di noi, è identica a noi, è insediata nel nostro intimo, ma noi non la vediamo, non la conosciamo, proprio perché siamo identici ad essa: non siamo gli attivi autori di questo paralizzante atto di identità con lei. Lo subiamo passivamente per lo stato di sonno della coscienza e per l’anemia spirituale del pensare svuotato d’interiore sostanza vitale.

In questa condizione, ad una vita spirituale dell’anima torpida, esangue, approssimativa e perciò debolissima, si contrappone l’arroganza di una forte vitalità biologica e psichica, alla cui potenza di sopraffazione “sembra” non potersi contrapporre nulla di veramente efficace.

Per cui il sentiero della via eroica non può essere che quello del risveglio e del coraggio. Risveglio dallo stato di sonno spirituale e dall’oblio del proprio autentico essere. Coraggio di affrontare l’insorgente “natura” in noi, la sola forza che può dissolverne l’infero e mortifero potere: il pensiero vivente. Ma l’azione di questo pensiero risorto è azione di folgorazione della “natura” inferiore alla quale, normalmente, siamo imponentemente identificati. Per cui la “natura” in noi avverserà la Via del Pensiero, cercherà di attenuarla, di renderla più “umana”, di alterarla in modo che non disturbi l’incontrastato dominio del sonno animale. Cercherà di portare all’abdicazione, ad una mascherata rinuncia rispetto all’impresa e alla mèta. Cercherà di interrompere l’esercizio proprio quando la concentrazione interiore comincerà ad essere efficace e la “natura” in noi avvertirà dolorosamente la pressione imperiosa dello Spirito. Il coraggio è, appunto, insistere laddove la “natura” ci suggerisce di abbandonare.

Il coraggio di procedere nel sentiero spirituale nasce e si alimenta della memoria del còmpito e dell’amore per l’Assoluto. Questa memoria, fedelmente rinnovata e lo slancio sempre riacceso di questo amore incitano a condurre l’esercizio interiore – ogni volta – ad incontrare e ad affrontare il limite che normalmente ci arresta e a tentare di superarlo; ci insegnano la necessità di evitare ogni forma di meccanica ripetitività, di ogni spenta routine abitudinaria, che svuota l’atto interiore della concentrazione della sua vitalità spirituale, e quindi della sua autenticità, della sua sincerità.

Ci è stato insegnato che lo Spirito è ciò che può essere voluto in modo assoluto, e che solo ciò che può essere voluto in modo assoluto è lo Spirito. Che per amore dello Spirito possiamo chiedere illimitatamente alla nostra volontà. Che si può volere oltre i limiti della nostra personale, “umana”, natura. Che per amore dello Spirito si può osare volere oltre i limiti del destino, oltre i limiti del karma. Che la volontà consacrata può tutto.

Chi ci ha indicato la Via chiamava questo volere “il coraggio dell’impossibile”, il coraggio di imaginare e volere oltre il limite che ci arresta, poiché questo limite è soltanto un pensato di fronte al quale smettiamo di pensare, uno stato d’animo oltre il quale non osiamo imaginare e volere.

Intuita la mèta, scorto il sentiero che vi conduce, non ha alcuna importanza quale sia il nostro passato, quanto poco ci sentiamo “degni” della Via, quanti errori, quante sciocchezze, quanti fallimenti e inadeguatezze ingombrino come macerie il sentiero da percorrere. Tutto questo è ancora soltanto un pensato. Invece, è l’atto della nostra libertà non farcene condizionare; malgrado e oltre tutto ciò, volere l’assolutamente nuovo, non abdicare al còmpito di realizzare comunque lo Spirito.

La Via del Pensiero Vivente, che Massimo Scaligero ci ha portato come un prezioso dono del Cielo, non è una via tra le vie, e – al punto in cui oggi si trova l’uomo – non è nemmeno la più alta tra le vie, ma proprio a causa della condizione di urgenza e di pericolo nella quale si trova l’uomo, è l’unica Via, l’unica per lui non illusoria, quella che affronta coraggiosamente e radicalmente il male che colpisce l’uomo e rischia di distruggerlo.

Non è vero che la Via del Pensiero Vivente sia una via incompleta o superata. Al contrario è la via più sicura, quella più veloce, quella più autentica, quella magicamente più potente ed efficace. E ognuno può audacemente dimostrare a se stesso che è anche l’unica sicura, autentica, veramente efficace. Certamente non è amata dalla comodità egoica, la quale può essere tentata di cercare qualcosa di meno disturbante per l’inerzia interiore, che è il giogo degli Ostacolatori, i quali spingono all’abdicazione, alla latitanza, alla diserzione.

Ma proprio per questo la Via del Pensiero è la via eroica, la via del coraggio, la via della fedeltà all’archetipo celeste, la via dell’Amore.

SCIENZA DELLO SPIRITO, ,
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